L’estremo monito di Primo Levi sull’abisso oscuro della Bomba

DANIELA PADOAN – AVVENIRE – 12 Aprile 2022

Potenti anche nel nostro oggi le riflessioni «nucleari» del grande scrittore sopravvissuto ai campi di sterminio. Come mai, si chiedeva, non pensiamo al rischio atomico? E meno di tutti ci pensano i giovani, che sono nati nell’era atomica e sembrano accettare come naturale l’equilibrio del terrore?

Trentacinque anni fa, l’11 aprile 1987, moriva Primo Levi. La sua figura e i suoi scritti, il suo instancabile riflettere sull’enormità che aveva visto e patito nel campo di concentramento e sterminio di Auschwitz – un’enormità che si era ripresentata fino alla fine dei suoi giorni nel suono scabro del comando del Lager, Wastawac! Alzarsi!, a interrompere la fragile normalità del ‘dopo’ – continuano a parlarci in questi giorni di guerra e allarme atomico, con la voce pacata e implacabile di chi ha visto il precipizio della nostra cultura nelle file di esseri umani destinati alla camera a gas.

Si è molto discusso se la sua morte, nel vuoto della tromba delle scale, fosse da attribuire a un malore o a un atto di volontà. Nel suo racconto Verso Occidente, del 1971, uno studioso cerca di capire il motivo della fine dei lemming, lambiccandosi sul perché un essere vivente dovrebbe voler morire, ma anche sul perché dovrebbe sempre voler vivere.

Benché l’abitudine a vivere si contragga nascendo, l’amore per la vita si può perdere, «lo possono perdere anche gruppi di individui, epoche, nazioni, famiglie »; e «fra chi possiede l’amore di vita e chi lo ha smarrito non esiste un linguaggio comune», conclude il protagonista, che morirà travolto dalla corsa dei lemming verso il mare. 

«Non ho mai avuto fiducia nell’istinto morale dell’umanità, nell’uomo buono naturaliter Â», disse Levi in una delle prime interviste rilasciate al ritorno dalla prigionia, dopo un lungo viaggio attraverso l’Europa ridotta in frantumi, «ma credevo che la storia si potesse interpretare in funzione di utilità.

Invece, chi consideri la storia di ieri non può non restare perplesso davanti alla strage fine a se stessa, al di fuori di ogni vantaggio privato o collettivo, scaturita soltanto da un odio di natura zoologica, anzi, biologica, affermato, inculcato, nutrito, lodato come tale ».

È questo odio, apparentemente addomesticato e sempre pronto a rinascere, al cui termine stanno il Lager e la morte di massa, che Levi non ha mai smesso di indicarci, nella disperata speranza che la consapevolezza possa trasformarsi in azione morale e politica. La possibilità del ritorno di una guerra, questa volta atomica, segna la sua opera.

«È lecito a un incompetente, inerme, ingenuo, ma non del tutto ine- sperto dei mali del mondo, dire qualche parola a titolo personale sulla questione delle questioni, quella della minaccia nucleare? », scrive con ironia abissale nel 1985 nel breve saggio I padroni del destino.

Come mai non pensiamo al rischio atomico, si chiedeva, o ci pensiamo poco? E meno di tutti ci pensano i giovani, che sono nati nell’era atomica e sembrano accettare come naturale l’attuale equilibrio del terrore? Perché, rispondeva, tendiamo a rimuovere le angosce, soprattutto quella connessa alla nostra morte individuale, e «perché tutti abbiamo da risolvere problemi più urgenti, la fame nel mondo, il nostro destino prossimo, la malattia, i disagi, l’incertezza del diritto e del lavoro».

E anche per un cauto ottimismo dato da trascorsi «dal momento in cui la pila di Fermi ha cominciato a funzionare, dimostrandoci ad un tempo che l’umanità potrà in futuro disporre di quantità illimitate di energia, e che l’energia sviluppata dalla trasmutazione di pochi grammi di materia è stata sufficiente a distruggere due città in pochi attimi, e a creare una somma non misurabile di dolore umano».

In questa letale mistura di tracotanza e indifferenza, con immutata fede nella tecnosfera, come petulanti sonnambuli camminiamo sul precipizio, ignari del terreno smisurato su cui la guerra si gioca: la disseminazione del nucleare civile e bellico, e la minaccia atomica – un’atomica tattica, come se le parole potessero indebolire, ingannare la realtà di ciò che viene pronunciato con sempre maggiore frequenza nei talk show, tra una pubblicità e l’altra.

In Russia, un presidente ha dichiarato lo stato di massima allerta per le forze di deterrenza nucleare; negli Stati Uniti d’America, un presidente ha parlato di revisione della dottrina del first nuclear strike; in Italia, in u- na cittadina in provincia di Brescia e in un piccolo Comune in provincia di Pordenone, sarebbero depositate ‘in conto terzi’ almeno settanta bombe atomiche che, come detto lapidariamente dal ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov, ci rendono un bersaglio potenziale: «Non è accettabile per la Russia che alcuni Paesi europei ospitino armi nucleari degli Stati Uniti».

Lo stesso Ministero della Difesa italiano, in un rapporto segreto rivelato da Greenpeace nel 2020, spiegava che un attentato alle basi di Aviano e Ghedi provocherebbe da due a dieci milioni di vittime, a seconda della dispersione di polveri radioattive data dal vento e dalla tempestività degli interventi. 

Sulla scena mondiale, scriveva Levi in I padroni del destino, Â«appaiono ed agiscono uomini grigi, vaghi, effimeri, privi di demonismo e carisma […]. A questi scialbi padroni dei nostri destini – che essi siano realmente stati, o solo apparentemente, o per nulla affatto, eletti dalla volontà dei popoli – sono concessi potenziali decisionali enormi: nelle stanze dei bottoni ci sono loro e solo loro.

Su di loro dobbiamo influire, da loro dobbiamo farci sentire, da ogni angolo del mondo, con tutti i mezzi possibili, con tutte le iniziative, anche le più strane e ingenue, che la nostra fantasia potrà inventare». Per esempio, poiché non siamo una specie stupida, per quale motivo non dovremmo essere «ca- paci di erodere le barriere poliziesche e di trasmetterci, da popolo a popolo, la nostra volontà di pace?».

La paura nucleare è nuova, nella storia umana, rifletteva di nuovo in Eclissi dei profeti, Ã¨ «strana e informe: è troppo vasta per essere razionalmente accettata. Non ci pesa addosso come sarebbe da aspettarsi: ha assunto la forma di un oscuro disagio, dovuto alla novità della nostra condizione, alla quale non siamo preparati. Siamo privi dell’unico strumento che ci aiuta a stimare la probabilità di un evento futuro, cioè il conteggio di quante volte e in quali circostanze esso si è verificato in passato ».

Nel nostro spaesamento, nell’inconoscibilità dell’avvenire che scoraggia ogni progetto a lungo termine, abbiamo tuttavia una lezione da apprendere. «Nessun profeta ardisce più rivelarci il nostro domani, e questa, l’eclissi dei profeti, è una medicina amara ma necessaria. Il domani dobbiamo costruircelo noi, alla cieca, a tentoni; costruirlo dalle radici, senza cedere alla tentazione di ricomporre i cocci degli idoli frantumati, e senza costruircene di nuovi».

Non ideologie, non leader carismatici, non costruzioni manichee del nemico, mentre vaghiamo sul bordo del baratro, ma l’assunzione che purtroppo ‘questo è stato’, come un patto fondativo, a difesa dalla natura intrinseca del dominio totalitario, oppressione che porta a rendere gli uomini compiutamente superflui. 

Nella poesia La bambina di Pompei, Primo Levi abbraccia la «fanciulla scarna» sorpresa dall’eruzione, stretta convulsamente alla madre («quasi volessi rientrare in lei / quando il meriggio si è fatto nero. / Invano, perché l’aria volta in veleno / è filtrata a cercarti per le finestre serrate»), per poi rivolgersi alla «fanciulla d’Olanda» ridotta a «cenere muta», e alla scolara di Hiroshima, «ombra confitta nel muro dalla luce di mille soli»

Davanti a queste immagini, la voce di Levi assume la feroce consapevolezza della possibilità dell’olocausto atomico, e di nuovo si leva il suo monito: «Potenti della terra padroni di nuovi veleni, / Tristi custodi segreti del tuono definitivo, / Ci bastano d’assai le afflizioni donate dal cielo. / Prima di premere il dito, fermatevi e considerate».

L’uomo che aveva visto il precipizio della nostra cultura nelle file di esseri umani destinati alla camera a gas, in più scritti lanciò l’allarme sul rischio di una catastrofe per l’umanità Un attentato alle basi di Aviano e Ghedi provocherebbe da due a dieci milioni di vittime, a seconda della dispersione di polveri.