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Considerazioni storiche sul Patriarcato di Mosca (1° parte)

 Corrispondenza Romana 16 Febbraio 2023 ore 09:42

di Roberto de Mattei

L’attrazione che, in Italia e all’estero, alcuni ambienti politici e religiosi subiscono verso il Patriarcato di Mosca si accompagna ad una profonda ignoranza della sua storia. Ci proponiamo di colmare brevemente questa lacuna.

Punto di partenza fondamentale è il XVII Concilio ecumenico della Chiesa, che si svolse a Firenze nel 1439 sotto il papa Eugenio IV. Alla grande assemblea partecipò un folto gruppo di circa 700 persone provenienti da Costantinopoli, sotto la guida dell’imperatore Giovanni VIII Paleologo e del Patriarca Giuseppe II col suo clero. Con loro c’era anche il monaco greco Isidoro (1385-1463), metropolita di Kyiv e di tutta la Rus’ (Russia). Il metropolita di Kyiv, che non aveva il titolo di Patriarca, era designato da Costantinopoli e da lui dipendeva la città di Mosca che, fino al XV secolo, non ebbe alcuna parte rilevante nella storia religiosa russa.

A Firenze si compì un grande evento: il 6 luglio 1439 fu firmato il Decreto Laetentur Coeli et exultet terra!, che poneva fine allo Scisma d’Oriente, che nel 1054 aveva diviso la Chiesa cattolica di Roma da quella, autoproclamatasi “Ortodossa”, di Costantinopoli. La Bolla pontificia si concludeva con questa solenne definizione dogmatica, sottoscritta dall’Imperatore bizantino, dal Patriarca di Costantinopoli e dai Padri greci: «Definiamo che la santa Sede apostolica e il Romano pontefice hanno il primato su tutto l’universo; che lo stesso Romano pontefice è il successore del beato Pietro principe degli apostoli, è autentico vicario di Cristo, capo di tutta la Chiesa, padre e dottore di tutti i cristiani; che Nostro Signore Gesù Cristo ha trasmesso a lui, nella persona del beato Pietro, il pieno potere di pascere, reggere e governare la Chiesa universale, come è attestato anche negli atti dei concili ecumenici e nei sacri canoni» (Conciliorum Oecumenicorum Decreta, Centro Editoriale Dehoniano, Bologna 2013, pp. 523-528).

Si trattava di un autentico ritorno alle sorgenti. Le origini della Rus’ risalivano infatti al battesimo di san Vladimiro, avvenuto nel 988, quando Costantinopoli era ancora unita a Roma e lo Stato di Kyiv faceva parte di un’unica Respublica christiana, sotto la direzione del Sommo Pontefice. Giovanni Paolo II, il 5 maggio 1988, disse che «il Battesimo di san Vladimiro e della Rus’ di Kiev, mille anni fa, è considerato oggi giustamente come un immenso dono di Dio a tutti gli slavi orientali, a cominciare dai popoli ucraino e bielorusso. Anche dopo la separazione della Chiesa di Costantinopoli, questi due popoli hanno considerato Roma come unica madre di tutta la famiglia cristiana. Proprio per questo Isidoro, Metropolita di Kiev e di tutta la Rus’, non si è allontanato dalle più autentiche tradizioni della sua Chiesa quando, nel 1439, al Concilio ecumenico di Firenze, ha firmato il decreto di unione tra la Chiesa greca e la Chiesa latina!»

 Il 18 dicembre 1439 Eugenio IV premiò con la porpora cardinalizia l’opera in favore dell’unione con Roma dell’arcivescovo di Kyiv Isidoro. Chiuso il Concilio, il Papa inviò Isidoro come suo legato in Russia per applicare il decreto di Firenze. Isidoro non trovò difficoltà a Kyiv e presso i nove suoi vescovati suffraganei, ma a Mosca, dove incontrò una forte ostilità da parte del principe Basilio (Vassili) II (1415-1462). Durante la sua prima Messa, nella Cattedrale dell’Ascensione, nel Cremlino, il 19 marzo 1441, Isidoro nominò esplicitamente il Papa durante le preghiere liturgiche e lesse ad alta voce il decreto di unione, trasportando una grande croce cattolica alla testa della processione. Consegnò inoltre a Basilio una missiva nella quale Eugenio IV gli chiedeva di sostenere la diffusione del cattolicesimo nelle terre russe. Il principe di Mosca, però, rifiutò le decisioni del Concilio di Firenze e fece arrestare il metropolita di Kyiv. Isidoro riuscì aevadere e a fuggire a Roma, mentre Basilio elevò il vescovo Giona di Mosca a Metropolita di Russia, separandosi dal Patriarcato di Costantinopoli che si era riunito a Roma. Questa decisione politica fu il primo passo verso l’autocefalia della chiesa russa, tuttora indipendente da quella greca.

Isidoro, tornato a Roma, svolse due missioni a Costantinopoli, la prima nel 1444 su incarico di Eugenio IV, la seconda, per ordine di Nicolò V nel dicembre 1452, alla vigilia del crollo della città. Il 28 maggio 1453 Costantinopoli cadde sotto l’attacco turco, l’Impero di Bisanzio si dissolse e Santa Sofia, il massimo tempio dell’Oriente, fu trasformato in moschea. Non fu solo la fine dell’Impero, fu anche la fine di quel patriarcato di Costantinopoli che aveva voluto legare le sue fortune a quelle dell’Impero bizantino.

 Nei giorni dell’assedio, Isidoro di Kyiv riuscì ancora una volta miracolosamente a salvarsi e a tornare a Roma. Callisto III gli conferì l’arcivescovato di Nicosia nel 1456 e Pio II il Patriarcato Latino di Costantinopoli nel 1458. Sebbene fosse in possesso di tali cariche, alle quali si aggiunse nel 1461 quella di Decano del Sacro Collegio Cardinalizio, visse gli ultimi anni della sua vita nella ristrettezza economica: ogni suo avere lo aveva impiegato per la difesa di Costantinopoli, la cui caduta gli inferse un dolore acutissimo. Questo campione della Fede e difensore della Patria morì a Roma il 27 aprile 1463 ed ebbe sepoltura nella Basilica di San Pietro, non lontano dalla tomba del principe degli Apostolo di cui aveva strenuamente propugnato il Primato. La terribile impressione in lui rimasta della catastrofe di Bisanzio è conservata in una Epistula lugubris et moesta (Patrologia Graeca, XLIX, col. 944 seg). 

Dopo la caduta di Costantinopoli, Mosca volle autoproclamarsi erede del suo ruolo politico e religioso. Il matrimonio, nel 1472, del Granduca di Mosca Ivan III con la principessa Sofia, nipote dell’ultimo Imperatore d’Oriente Costantino XI Paleologo, morto sugli spalti di Costantinopoli nel 1453, sembrò suggellare questa scelta.

Fu negli anni della rivolta di Martin Lutero che venne espressa la concezione di Mosca come “Terza Roma”. Il manifesto di questa ideologia fu la Lettera (1523) del monaco Filoteo del monastero di Pskov’ al granduca di Moscovia Basilio III (Vasilij III Ivanovič). In questo breve trattato teologico-politico, Filoteo interpreta la storia russa secondo un piano provvidenziale, che ha visto ‘cadere’ sia la prima sia la seconda Roma. La prima, la Roma antica, fra il IX e il X secolo aveva abbandonato la fede ortodossa, decadendo dalle sue prerogative; la seconda, Costantinopoli, era finita nelle mani dei turchi, giusta retribuzione per aver aderito all’unione con Roma. Il loro ruolo storico doveva essere assunto da Mosca. Così si esprime il monaco russo: «La chiesa dell’antica Roma si è data in braccio all’empia eresia di Apollinare. La nuova Roma, la Chiesa di Costantinopoli, è in potere dei Turchi. Ecco che sorge la chiesa santa ed apostolica della terza Roma (…)  Due Rome sono cadute, la terza sta, la quarta non ci sarà».

Da allora si sviluppò in Russia un viscerale odio teologico e politico contro la Chiesa di Roma e la cristianità occidentale. Il cristianesimo ortodosso, con Ivan IV il Terribile (1530-1584), divenne una sorta di religione nazionale. La Russia si proponeva come il santuario della fede vera e il Cremlino era la fortezza che conteneva il mito fondatore della Terza Roma. Sotto il suo successore Fëdor I (1557-1598) fu istituito nel 1589 il Patriarcato di Mosca con il quale la Russia si avviava sulla strada dell’autocefalia religiosa (ottimo approfondimento in: Giovanni Codevilla, Chiesa e Impero in Russia. Dalla Rus’ di Kiev alla Federazione russa, Jaca Book, Milano 2012). La costituzione del Patriarcato di Mosca fu, insieme, il punto di arrivo e il punto di partenza, di un’apostasia non meno grave di quella di Martin Lutero. (continua)

IL CORPO INTATTO DI BERNADETTE SOUBIROUS

  1. Il 16 Aprile 1879, mercoledì di Pasqua, alle h. 15,15 suor Maria Bernarda muore nell’infermeria della Santa Croce, nel convento di S. Gildard a Nevers. Aveva trentacinque anni. Era distesa su una poltrona, con i piedi sopra uno sgabello, davanti al caminetto, dove crepitava un bel fuoco. Le sue ultime parole furono: “ Santa Maria, Madre di Dio, pregate per me, povera peccatrice” e poi “ Ho sete”.
  2. Il corpo di Bernadette rimase esposto alla venerazione del pubblico fino a Sabato 19 Aprile. Fu quindi rinchiuso in una doppia bara di piombo e di quercia. Fu sepolto in una cappellina nel recinto del convento, dedicata a S. Giuseppe.
  3. Il 22 Settembre 1909 , essendo terminato il processo diocesano sulla reputazione di santità, le virtù e i miracoli di Bernadette, si procedette alla prima “ricognizione del corpo”, cioè alla sua identificazione e alla verifica del suo stato di conservazione. Svitata la cassa di legno e tagliata quella di piombo, non si videro le ossa, come era da attendersi, ma il corpo di Bernadette in perfetto stato di conservazione. Non si sente neppure il minimo odore. Le suore che l’avevano seppellito 30 anni prima notano che il volto e le mani sono appena inclinati verso sinistra.
  4. Ecco stralci della dichiarazione firmata sotto giuramento dal chirurgo e dal medico:  “ La bara fu aperta in presenza del Vescovo di Nevers, del sindaco della città, di molti canonici e nostra. Non abbiano percepito nessun odore. Il corpo era ricoperto dell’abito religioso, che era umido. La faccia, le mani, gli avambracci soltanto erano scoperti. La testa era inclinata a sinistra, il volto era di un bianco cereo; la pelle aderente ai muscoli e i muscoli attaccati alle ossa. Le palpebre infossate coprivano gli occhi. Le sopracciglia erano attaccate alle arcate sopraccigliari e aderenti alla pelle, come i cigli della palpebra superiore destra. Il naso era indurito e affilato. La bocca leggermente semiaperta lasciava intravedere i denti ancora attaccati. Le mani, incrociate sul petto, perfettamente conservate con le unghie, tenevano ancora un rosario corroso da ruggine. Si distingueva sull’avambraccio il rilievo delle vene….Dopo aver tolto gli abiti e i veli dalla testa…si constatò che i capelli, tagliati corti, erano attaccati al cuoio capelluto e che gli orecchi erano perfettamente conservati…..Da tutto ciò in fede abbiamo redatto il presente certificato, conforme a verità”.  Questa conservazione del corpo di Bernadette sorprese non poco, tenuto conto dell’umidità della cappella di S. Giuseppe ( abiti bagnati, rosario arrugginito e corroso, verde rame sul crocifisso) e tenuto conto anche delle sue malattie e lo stato del corpo alla sua morte.
  5. Le suore lavarono il corpo e lo rimisero in una nuova bara, foderata di zinco e imbottita di seta bianca. Nelle poche ore in cui il corpo era stato esposto all’aria, si era annerito. Nella seconda ricognizione del 3 Aprile 1919 e nella terza del 18 Aprile 1925 il corpo di Bernadette manifestò il medesimo stupefacente stato di conservazione. In particolare in quest’ultima occasione si procedette all’analisi chimica di alcune particelle del fegato e dei muscoli, le quali non manifestarono alcun processo di putrefazione, risultando ottimamente conservate. Il 3 Agosto del 1925 l’urna contenente il corpo intatto della veggente è stata esposta nella cappella dove si trova tutt’ora, raccolta nella contemplazione della preghiera e nella grande pace di Dio.
  6. Il 14 Giugno del 1925 Bernadette viene proclamata beata dal papa Pio XI e l’8 dicembre del 1933, festività dell’Immacolata Concezione, viene proclamata santa. La sua festa si celebra il 16 Aprile, giorno della sua morte gloriosa.

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OMAGGIO A  BERNADETTE DI LOURDES

( di Padre Livio)

Bernadette stella lucente

nel cielo azzurro dei Pirenei

risplendi ora come un sole

nella Chiesa del Signore

La tua vita è un torrente

di acqua fresca e pura

che scorre tra le rocce aguzze

dell’aspra montagna.

Il mare pacifico

dell’eterno amore

ti ha accolta vincitrice.

Lo sguardo di Maria

si è posato,

colmo di ammirazione,

sul pane amaro

della tua umiliazione.

Eri la fanciulla più ignorante,

più povera e dimenticata.

Dio sceglie le cose che non sono

per compiere le meraviglie

della sua Onnipotenza.

In un angolo stretto e oscuro

di prigione abbandonata

ti ha raggiunto, ignara,

la chiamata del Cielo.

Quel mattino uggioso

dell’ undici febbraio

il rustico caminetto

esalava i guizzi flebili

dell’ultima fiamma.

La tua sollecitudine

di fanciulla premurosa

ti ha portata come d’incanto

alla grotta sconosciuta,

a cercare nuova legna

per ravvivare il fuoco.

Te beata, piccola bimba,

che hai potuto contemplare

la luce sfolgorante

dell’eterna giovinezza

dell’Ancella del Signore!

Il suo sorriso d’amore

ti ha rapito gli occhi

e riscaldato il cuore.

Ma ancora più beata

per il tuo “sì” ardente

che la Madre di Dio

ha deposto sull’altare

della gloria celeste.

La tua testimonianza,

limpida e schietta,

è un raggio di luce chiara

che illumina i sentieri

di questo mondo smarrito.

Sul tuo volto sereno

di fanciulla innocente

è brillato il sorriso

di Colei che il nostro cuore

mai si sazia di cercare.

Il tuo coraggio indomito

ha confuso i potenti

nei pensieri del loro cuore.

A noi canne sbattute

dal vento del timore

dona l’audacia

del cammino controcorrente.

Le tue mani pure

hanno scavato nel fango immondo

 dell ’umana iniquità.

Una sorgente d’acqua limpida

che lava e disseta

è versata sulla terra arida

delle nostre anime morte.

In un mattino di Marzo,

sfolgorante di luce,

la Piena di Grazia ha deposto

nello scrigno del tuo cuore

il tesoro nascosto

del suo Nome Immacolato.

Era il giorno benedetto

In cui Gabriele annunciò

la salvezza del mondo.

Tu hai portato alla Chiesa in festa

l’approvazione del Cielo

sul mistero inaccessibile

di santità e di grazia

di cui l’Altissimo ha rivestito

la Vergine Maria.

Te, umile fiore di campo,

coltivato da Dio,

il palcoscenico del mondo

non ha mai attirato

con la sua falsa luce.

Hai voluto restare povera

e, come fuoco che scotta,

hai prontamente rigettato

l’oro lucente e infido

che ti veniva donato.

Come Abramo hai lasciato

la terra dove sei nata.

La tua casa, la tua grotta,

i tesori del tuo cuore,

interamente hai bruciato

nella fiamma viva

del sacrificio d’amore.

Hai abbracciato la croce

sulla quale il tuo Sposo

dolcemente ti ha posato,

stringendoti forte

alla ferita del costato.

Tu, martire crocifissa,

sei la forza dei malati.

In te contemplano la redenzione

che zampilla dal dolore.

Col tuo volto sorridente

di eterna giovinetta

aiuta i nostri giovani

a guardare alla vita

con gli occhi della speranza.

A questo mondo contaminato

dal fango del peccato

ottieni, fanciulla innocente,

la grazia della purezza.

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(QUESTO ARTICOLO PER  RENDERCI CONTO DI QUANTO DOBBIAMO PREGARE  PER SALVARE  IL  MONDO)

Scontro nucleare o cessate il fuoco: i due scenari della guerra (e perché il primo si sta rafforzando)

di Gianluca Mercuri Corriere della Sera – 7 Febbraio 2023

Sconfiggere Putin definitivamente a costo di rischiare la catastrofe, o evitare in ogni modo la catastrofe, a costo di un «accordo sporco»? Il dilemma di leader e strateghi occidentali si fa sempre più stringente. E la linea oltranzista si rafforza

C’è chi vuole andare dritto: sconfiggere Putin in modo definitivo , a costo di rischiare il conflitto nucleare. E c’è chi invece vuole rallentare in curva: evitare lo scontro nucleare, a costo di rischiare di non sconfiggere in modo definitivo Putin.
In sintesi, con molti distinguo e numerose sottovarianti possibili o prevedibili, sono questi i due filoni che si scontreranno nelle prossime settimane e mesi. Con l’ormai prossimo anniversario della guerra — e una recrudescenza del conflitto data da tutti per certa in primavera, se non già in corrispondenza della prossima data simbolo — sentiremo esperti, analisti, leader e sottoleader occidentali confrontarsi su questi due scenari. Tutto, come sempre, partirà in America e lì si concluderà. Lì si discuterà il da farsi sulle grandi riviste di geopolitica e nelle stanze del potere, lì si deciderà se non escludere più a priori l’Armageddon con la Russia, o se continuare ad alzare il telefono cento volte al giorno per evitarlo.

La pressione di Putin su Biden

È Putin che sta per mettere l’Occidente di fronte alla necessità di una scelta. Il leader russo sta organizzando una nuova armata di mezzo milione di uomini e una nuova invasione. È disposto a pagare qualsiasi prezzo e a sopportare qualsiasi peso, in una tragica parafrasi delle celebri parole kennedyane, per ottenere un risultato che sia quanto più lontano possibile da una sconfitta. Come spiega Thomas Friedman sul New York Times, «Putin sta praticamente dicendo a Biden: non posso permettermi di perdere questa guerra», e dunque farò di tutto «per assicurarmi una fetta di Ucraina che possa giustificare le mie perdite. E tu, Joe? E i tuoi amici europei? Siete pronti a pagare qualsiasi prezzo e a sopportare qualsiasi peso per sostenere il vostro “ordine liberale”?».

«Qualsiasi prezzo» vuol dire affrontare il rischio di un coinvolgimento diretto nel conflitto, e quindi di un’escalation nucleare. Al contrario, per scongiurare quel rischio, serve fermare a un certo punto la guerra. Serve cioè un accordo sporco, non perfetto in termini di valori e forse nemmeno di interessi, dal punto di vista dell’Occidente. «Una fetta d’Ucraina» che possa placare Putin. Sempre che davvero si plachi.

I due studiosi simbolo

È molto complicato scegliere due sole personalità che riassumano scenari così distanti e dalle conseguenze così decisive. Però i due analisti in questione si prestano. Vediamo chi sono.

  • Robert Kagan Storico, 65 anni, consigliere di presidenti sia repubblicani sia democratici, è uno degli esponenti più noti della dottrina neocon, da neoconservative. Si tratta della scuola di pensiero che predica la missione globale dell’America e la necessità di difenderla e realizzarla con la forza ogni volta che i suoi interessi e valori fondamentali — suoi e dell’ordine mondiale che ha costruito — siano minacciati da una potenza rivale. Con un po’ di semplicismo, ma non troppo, lo si può considerare un audace mix tra principi moralisti e internazionalisti tipicamente di sinistra e politica imperiale e volontà egemonica più tipiche della destra. Kagan fu uno dei più convinti sostenitori dell’invasione dell’Iraq.
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  • Richard Haass Ex diplomatico, 71 anni, tra gli artefici del processo di pace nordirlandese. Per decenni funzionario chiave in varie amministrazioni repubblicane, da Reagan ai due Bush. Ha opinioni meno nette e meno prevedibili di quelle di Kagan, più tendenti al pragmatismo e meno alla rigidità dei principi . Ai tempi dell’Iraq, per esempio, lavorava al Dipartimento di Stato e si disse «contrario al 60%» all’invasione. Più di recente, invece, è stato durissimo con la scelta dell’amministrazione Biden di ritirarsi dall’Afghanistan.

Scenario numero 1: vittoria totale su Putin

È quello perseguito in Occidente dai Paesi che diffidano storicamente della Russia e che in questa guerra vedono l’occasione per ridimensionarla in modo definitivo se non disintegrarla : i baltici, la Polonia, ovviamente l’Ucraina e anche la Gran Bretagna, in particolare quando la guidava Boris Johnson. Al loro oltranzismo Kagan dà l’impianto ideologico che fa da base a ogni svolta storica. Il suo pensiero è ben riassunto in un recente saggio su Foreign Affairs (A Free World, If You Can Keep It) e in un colloquio con Thomas Friedman.

  • Il discorso di Roosevelt «Ci sono momenti negli affari degli uomini in cui essi devono prepararsi a difendere non solo le loro case, ma i principi della fede e dell’umanità su cui si fondano le loro chiese, i loro governi e la loro stessa civiltà». Per Kagan, questi concetti espressi nel 1939 dal 32° presidente Usa hanno ispirato tutte le scelte fondamentali dell’America nel ‘900, dalle guerre mondiali alla Guerra Fredda. «Gli americani», spiega, «non hanno agito per autodifesa immediata, ma per difendere il mondo liberale dalle sfide di governi autoritari militaristi, proprio come stanno facendo oggi in Ucraina».
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  • La (non) distinzione tra interessi e valori «I teorici delle relazioni internazionali», argomenta Kagan, «ci hanno insegnato a considerare gli “interessi” e i “valori” come distinti, con l’idea che per tutte le nazioni gli interessi — cioè le preoccupazioni materiali come la sicurezza e il benessere economico — abbiano necessariamente la precedenza sui valori. Ma non è così che si comportano le nazioni». La stessa Russia putiniana — incline a dissanguarsi «per soddisfare le tradizionali ambizioni di grande potenza russa, che hanno più a che fare con l’onore e l’identità che con la sicurezza» — conferma questa commistione. Per l’America vale lo stesso: interessi e valori, ovviamente opposti a quelli putiniani, non possono essere distinti nella loro difesa, esattamente come avvenne contro le grandi autocrazie del ’900. Quando Roosevelt pronunciò quelle parole l’America sembrava ancora lontana dal pericolo, ma quel grande leader sapeva che era illusorio pensare di tenersi fuori dalla guerra mentre Germania e Giappone programmavano di divorare Europa e Asia. Come ora Putin vuol fare con l’Ucraina.
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  • Ha senso rischiare un conflitto nucleare? Quello di Kagan — come di tutti i sostenitori della linea oltranzista — è un sì implicito . Si basa su un assunto: nessun accordo con Putin può funzionare. «Qualsiasi negoziato che lasci le forze russe sul territorio ucraino sarà solo una tregua temporanea prima del prossimo tentativo di Putin». Il capo del Cremlino, è l’analisi dello studioso, «sta per militarizzare completamente la società russa, proprio come fece Stalin durante la Seconda guerra mondiale. È intenzionato a fare il passo più lungo della gamba e conta sul fatto che gli Stati Uniti e l’Occidente si stanchino di fronte alla prospettiva di un lungo conflitto, come hanno già indicato gli isolazionisti di destra e di sinistra». Se vinceranno gli isolazionisti, è la tesi, Putin prenderà ora una «fetta di Ucraina» e prima o poi le prossime. Ergo: l’unico modo per fermarlo è una sua sconfitta totale, costi quel che costi.

Scenario numero 2: congelamento della guerra

È quello cui di fatto punta chi, in Occidente, parte dalla necessità di evitare l’allargamento del conflitto e il rischio nucleare. Perché considera qualsiasi altra ipotesi evidentemente migliore, e non necessariamente coincidente con un appeasement, con un cedimento all’invasore.

  • La stabilità nucleare In un saggio pubblicato su Foreign Affairs in aprile, Richard Haass ha fissato il paradigma opposto a quello di Kagan, il cui assunto è che l’Occidente debba evitare la catastrofe nucleare , e da questa esigenza desumere il resto: «Gli obiettivi occidentali saranno inevitabilmente influenzati da ciò che accade sul terreno, ma ciò che accade sul terreno non dovrebbe determinare quegli obiettivi; invece, gli obiettivi politici dovrebbero influenzare ciò che si cerca sul terreno. Per essere chiari, gli ucraini hanno tutto il diritto di definire i loro obiettivi di guerra. Ma lo stesso vale per gli Stati Uniti e l’Europa. Sebbene gli interessi occidentali si sovrappongano a quelli dell’Ucraina, essi sono più ampi, compresa la stabilità nucleare con la Russia ». Per questo il diplomatico esortava fin da allora gli occidentali a definire con gli ucraini gli obiettivi territoriali e politici del conflitto.
  • L’obiettivo plausibile Fin dalle prime settimane di guerra, Haass è arrivato a definire con la massima precisione possibile un’idea di successo occidentale e ucraino compatibile con la stabilità nucleare, cioè con la non esplosione della terza guerra mondiale: «Il successo per ora potrebbe consistere in una cessazione delle ostilità, con la Russia che non possiede più territorio di quello che deteneva prima dell’invasione e che continua ad astenersi dall’uso di armi di distruzione di massa . Col tempo, l’Occidente potrebbe impiegare un mix di sanzioni e diplomazia nel tentativo di ottenere il completo ritiro militare russo dall’Ucraina. Un tale successo sarebbe tutt’altro che perfetto, ma preferibile alle alternative».
  • La lezione della Guerra fredda L’insegnamento di quel lungo confronto vinto senza sparare un colpo è evitare di minacciare in modo irreparabile — leggi: terza guerra mondiale — gli interessi vitali dei russi, contenere il loro espansionismo e puntare a un’erosione graduale — non repentina — della loro potenza , a un loro declino negli anni, proprio per ridurre al minimo il rischio di scontro nucleare e raccogliere nel tempo il frutto della propria superiorità tecnologica, economica e morale. Si tratterebbe di dare a Putin la possibilità di spacciare per vittoria una sconfitta sostanziale, per poi trarre beneficio dal suo prevedibile logoramento bio-politico, dall’autocombustione di un regime che — come ogni regime russo nella storia — non sopravvivrebbe a una sconfitta sostanziale. Da qui l’opportunità di una «soluzione sudcoreana» — un altro lascito della Guerra fredda —, ovvero un congelamento della situazione che non porti a una pace formale e definitiva ma la rimandi all’inevitabile crollo russo.

Punti forti e contraddizioni

Ognuno dei due scenari, e ognuno degli impianti etici, politici e ideologici che li sorreggono, ha i suoi punti forti e le sue contraddizioni. Che in realtà coincidono.

L’intransigenza del primo scenario ha una dirompenza morale che evapora di fronte alla freddezza con cui contempla il rischio nucleare.

La prudenza del secondo scenario ha un’evidenza pragmatica che si sbriciola di fronte alla possibilità che sia Putin a volere la vittoria totale, a sfidare l’Occidente alla coerenza di cui non può fare a meno, non certo in una pagina di storia così fondamentale.

Alla fine, sarà l’America a decidere. L’America che, come ha spiegato più volte Lucio Caracciolo, non vuole un crollo totale della Russia — perché ha visto quali conseguenze abbia avuto quello repentino dell’Urss — e preferisce logorarla con una guerra indiretta, che la indebolisca ma la preservi come entità politica e statuale. Per ora, l’opinione pubblica americana sembra favorevole a proseguire su questa strada. La scommessa di Putin è rendere quella strada troppo costosa, fino a cambiare gli umori dell’Occidente. E a scalfire la sua perseveranza.

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BEATO ROSARIO LIVATINO IL GIUDICE UCCISO DALLA MAFIA

Son state portate a Corviale nella periferia di Roma, le reliquie del Beato Rosario Livatino, il Giudice ucciso dalla mafia a soli 38 anni. Chi era questo Magistrato, Martire cristiano, che teneva in una mano il Codice e nell’altra il Vangelo?

Beato Rosario Angelo Livatino Laico, martire 21 settembre (e 29 ottobre)

Canicattì, 3 ottobre 1952 – tra Canicattì e Agrigento, 21 settembre 1990 Rosario Angelo Livatino nasce a Canicattì, in provincia e diocesi di Agrigento, il 3 ottobre 1952, unico figlio di Vincenzo, funzionario dell’esattoria comunale di Canicattì, e di Rosalia Corbo. Negli anni del liceo studia intensamente, inoltre s’impegna nell’Azione Cattolica. Si laurea in giurisprudenza a Palermo nel 1975. A ventisei anni, nell’estate del 1978, fa il suo ingresso in Magistratura. Dopo il tirocinio presso il Tribunale di Caltanissetta, il 29 settembre 1979 entra alla Procura della Repubblica di Agrigento come Pubblico Ministero. Per la profonda conoscenza che ha del fenomeno mafioso e la capacità di ricreare trame, di stabilire importanti nessi all’interno della complessa macchina investigativa, gli vengono affidate delle inchieste molto delicate. E lui, infaticabile e determinato, firma sentenze su sentenze: è entrato ormai nel mirino di Cosa Nostra. Il 21 settembre 1990 mentre sta percorrendo, come fa tutti i giorni, la statale 640 per recarsi al lavoro presso il Tribunale di Agrigento, viene raggiunto da un commando di quattro sicari e barbaramente trucidato. L’Italia scopre nel suo sacrificio l’eroismo di un giovane servitore dello Stato che aveva vissuto tutta la propria vita alla luce del Vangelo. La sua beatificazione è stata celebrata nella cattedrale di San Gerlando ad Agrigento, il 9 maggio 2021, sotto il pontificato di papa Francesco. I suoi resti mortali sono venerati presso la cappella della sua famiglia, nel cimitero di Canicattì, mentre la sua memoria liturgica cade il 29 ottobre, giorno anniversario della sua Cresima. 

 «Ragazzino» fu il termine con cui Francesco Cossiga, Presidente della Repubblica, definì quel tipo di magistrato che, a suo dire, non poteva seguire indagini impegnative come quelle contro la mafia e il traffico di droga, per la giovane età e inesperienza. Non voleva assolutamente essere  un complimento, tanto che poi dovette smentire di averlo detto riferendosi al giudice Rosario Livatino.

Di «piccolo giudice» parlò invece la professoressa Ida Abate, che a lui insegnò greco e latino, ma si riferiva, più che alla statura fisica, comunque minuta, alla “piccolezza” secondo il Vangelo: la sua statura morale, per lei, era infatti fuori discussione.

Rosario Angelo Livatino arriva da Canicattì, che per alcuni equivale un po’ alla “fine del mondo” (italiano) o, perlomeno, ad un posto imprecisato e geograficamente confuso. Nasce il 3 ottobre 1952 e viene battezzato il 7 dicembre dello stesso anno, nella chiesa madre della cittadina, dedicata a san Pancrazio, primo vescovo di Taormina e martire. Si rivela subito eccezionale per intelligenza e applicazione negli studi, che gli consentono, a neppure 23 anni, di laurearsi con lode in giurisprudenza e subito dopo in scienze politiche.

Entra in magistratura, il sogno della sua vita e come sostituto Procuratore al tribunale di Agrigento, si occupa delle più delicate indagini antimafia oltreché di criminalità comune, mettendo le mani nella “tangentopoli siciliana” e inevitabilmente approdando alla mafia agrigentina.  Presta poi servizio presso il Tribunale di Agrigento quale giudice a latere della speciale sezione misure di prevenzione e molto probabilmente è proprio questo delicato incarico a decretare la sua fine.

Inflessibile, coerente, assolutamente ininfluenzabile, non aderisce a club od associazioni, non rilascia dichiarazioni e rarissimi sono i suoi interventi pubblici. Tutto concentrato sul suo lavoro, se lo porta anche a casa, per studiare le cause su quella sua scrivania, dove spiccano un crocifisso e un Vangelo, che, da come troveranno evidenziato e con annotazioni a margine, deve essere molto consultato.

«La giustizia è necessaria, ma non sufficiente, e può e deve essere superata dalla legge della carità», scrive ed è facile capire da dove abbia preso spunto, così come non è difficile immaginare da dove abbia attinto che «il sommo atto di giustizia è necessariamente sommo atto di amore se è giustizia vera, e viceversa se è amore autentico».

La giornata del giudice Livatino, oltreché nutrita di Vangelo, è intessuta di preghiera: inizia sempre con una sosta nella chiesa di San Giuseppe ad Agrigento, davanti al Tabernacolo; è una chiesetta fuori mano, in cui può pregare in incognito. Anche per la Messa domenicale sceglie una chiesa dove può passare inosservato, perché la sua non è una fede esibita, ma concreta. Riceve la Cresima da adulto, il 29 ottobre 1988: segue il catechismo insieme ai ragazzi delle medie, senza per questo farsi problemi né dare sfoggio di cultura.

«Il giudice deve offrire di se stesso l’immagine di una persona seria, equilibrata, responsabile. L’immagine di un uomo capace di condannare, ma anche di capire», scrive, ed è esattamente quanto cerca di fare per «dare alla legge un’anima», nel continuo sforzo di essere giusto nel condannare ma attento a non confondere la persona con il reato, scegliendo sempre secondo giustizia, anche se, come scrive, «scegliere è una delle cose più difficili che l’uomo sia chiamato a fare… (Ma) è proprio in questo scegliere per decidere, decidere per ordinare, che il magistrato credente può trovare un rapporto con Dio: un rapporto diretto, perché il rendere giustizia è realizzazione di sé, è preghiera, è dedizione di sé a Dio».

È sua la scelta, malgrado gli inviti bonari a “lasciar perdere”, di far parte del collegio chiamato a decidere sulla confisca dei beni a quattro presunti mafiosi agrigentini, potenti ed “intoccabili” capifamiglia di Canicattì e così gli tendono un agguato il 21 settembre 1990, sulla superstrada che normalmente percorre, sempre senza scorta, per andare in ufficio: lo rincorrono per la scarpata lungo la quale si da alla fuga, uccidendolo con sei colpi mortali e  quello di lupara finale, come per lasciare la firma con la loro arma preferita. Grazie ad una testimonianza oculare, in pochissimo tempo, mandanti ed esecutori vengono identificati, arrestati e condannati all’ergastolo.

Morte di mafia, quella del giudice Livatino, ma non casuale, piuttosto logica conseguenza di un impegno per la legalità, che porta san Giovanni Paolo II a definire lui e gli altri uccisi dalla mafia «martiri della giustizia e indirettamente della fede».

Il Papa, proprio dall’incontro con i suoi genitori, prende l’ispirazione per la sua celebre condanna biblica della mafia nella Valle dei Templi di Agrigento, assolutamente non prevista ma stimolata dall’esempio di Rosario, al quale è attribuita una frase particolarmente profonda: «Al termine della vita non vi sarà chiesto se siete stati credenti ma se siete stati credibili».

Sulla sua “credibilità” di magistrato e di cristiano ha indagato la Chiesa: la diocesi di Agrigento ha seguito la prima fase della causa di beatificazione e canonizzazione dal 21 settembre 2011 al 3 agosto 2017: tale inchiesta diocesana è stata però volta a indagare vita, virtù e fama di santità del Servo di Dio.

Con l’inizio della fase romana è stato nominato un nuovo postulatore nella persona di monsignor Vincenzo Bertolone, arcivescovo di Catanzaro-Squillace, che aveva già contribuito, nella stessa veste, a far dimostrare il martirio in odio alla fede di don Giuseppe Puglisi, portando alla sua beatificazione.

Il 16 ottobre 2019 la Congregazione delle Cause dei Santi ha scritto al nuovo postulatore per richiedere l’istruzione di un’inchiesta suppletiva “super martyrio”, per completare il lavoro della commissione storica e ascoltare i circa venti nuovi testimoni, ma anche per riascoltare quelli già escussi, facendo riferimento esplicito alle circostanze della morte. È quindi stata realizzata la “Positio super martyrio”, presentata nel 2020.

Il 21 dicembre 2020, ricevendo in udienza il cardinal Marcello Semeraro, Prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi, papa Francesco ha autorizzato la promulgazione del decreto con cui veniva riconosciuto il martirio di Rosario Livatino. La sua beatificazione è stata celebrata il 9 maggio 2021 nella cattedrale di San Gerlando ad Agrigento, nella Messa presieduta dal cardinal Semeraro come delegato del Santo Padre.

Le spoglie del giudice riposano presso il cimitero di Canicattì, nella tomba di famiglia. La sua memoria liturgica, invece, cade il 29 ottobre, giorno anniversario della sua Cresima.

Autore: Gianpiero Pettiti ed Emilia Flocchini

Il 21 settembre 1990, memoria di S. Matteo apostolo, è una giornata calda ma non afosa, tipica del mite autunno siciliano. Sono le otto, il giudice Rosario Livatino riordina alacremente i fascicoli processuali. Gesti preparatori, gli stessi di ogni mattina. Mancano appena due settimane al suo trentottesimo compleanno.

Alle 8.30 sta percorrendo, come fa tutti i giorni, la statale 640 per recarsi al lavoro presso il Tribunale di Agrigento. Sullo scorrimento veloce Agrigento-Caltanissetta viene raggiunto da un commando e barbaramente trucidato.

Un’ondata di commozione in quei giorni percorse allora il nostro Paese, nell’apprendere la sua storia dalle pagine dei giornali. L’Italia avrebbe scoperto nel sacrificio del “giudice ragazzino” l’eroismo di un giovane servitore dello Stato che aveva vissuto tutta la propria vita alla luce del Vangelo.

Nato a Canicattì (Agrigento) il 3 ottobre 1952, figlio unico di Vincenzo e Rosalia (il padre è avvocato, figlio a sua volta di avvocati), il piccolo Rosario è un bambino mite, silenzioso, dolcissimo, dai grandi occhi scuri e vellutati. I suoi giochi preferiti: macchinine e soldatini; e poi c’è a riempirgli assai presto le giornate la passione precoce per la lettura. Un’infanzia serena, la sua, vissuta nella semplicità e nel decoro di una famiglia borghese, appartata e schiva, che lo segue con attenzione e tenero affetto.

Negli anni del liceo Livatino è il ragazzo che scendeva di rado a fare ricreazione per restare in classe ad aiutare qualche compagno in difficoltà. Aperto ai bisogni degli altri, ma riservato su di sé, studia intensamente, inoltre s’impegna nell’Azione Cattolica.

(…)Per il liceale affascinato da Dio arriva infine il giorno fatidico della scelta: che cosa farà da grande? E non ha alcun dubbio: farà il giudice.

Nel ‘78, a ventisei anni, può coronare il suo sogno. Sulla propria agenda quel giorno scrive con la penna rossa, in bella evidenza: «Ho prestato giuramento; da oggi sono in Magistratura». E poi, a matita, vi aggiunge: «Che Iddio mi accompagni e mi aiuti a rispettare il giuramento e a comportarmi nel modo che l’educazione, che i miei genitori mi hanno impartito, esige».

Livatino avverte infatti in maniera molto forte il problema della giustizia e lo assume ben presto come una vera missione. Il dramma del giudicare un altro essere umano, di dover decidere della sua sorte, non è cosa da poco per chi senta profondo in sé il tarlo della coscienza unito a un sincero senso di carità.

Sono valori che riecheggiano pure nella «Christifideles Laici» (1988), sulla vocazione e missione dei laici nella Chiesa e nel mondo, laddove si può anche leggere che «la carità che ama e serve la persona non può mai essere disgiunta dalla giustizia»  (§ 42).

Ma come si fa, noi ci chiediamo, ad esercitare il diritto in Sicilia? Qui lo Stato è da sempre percepito – e sempre lo sarà – come “straniero”. La verità, si dice, ha sette teste. Come afferrarla? E come riuscire a farla trionfare nell’isola dai mille volti, l’isola “plurale” secondo la bella e calzante definizione di Gesualdo Bufalino?

È con questa difficile realtà che il giovane magistrato, fresco di laurea e di entusiasmo, dovrà fare i propri conti molto presto.

Il 29 settembre 1979 Livatino entra alla Procura della Repubblica di Agrigento come Pubblico Ministero. Dopo l’iniziale apprendistato, le prime inchieste importanti. È abile, intelligente, professionale; comincia a diventare un punto di riferimento per i colleghi della Procura.

Da Canicattì tutte le mattine raggiunge la sede del Tribunale, ad Agrigento, una manciata di chilometri percorsi con la sua utilitaria. Prima di entrare in ufficio, la visita puntuale alla chiesa di S. Giuseppe, vicino al Palazzo di Giustizia, dove si ferma a pregare; quindi, il lavoro indefesso al Tribunale fino a sera inoltrata.

Nell’aula delle udienze aveva voluto un crocefisso, come richiamo di carità e rettitudine. Un crocefisso teneva inoltre anche sul suo tavolo, insieme a una copia del Vangelo, tutto annotato: segno che doveva frequentarlo piuttosto spesso, almeno quanto i codici, strumenti quotidiani del suo lavoro.

(…)Il suo sincero senso del dovere messo al servizio della giustizia ne fa una specie di missionario: il “missionario” del diritto. Per la profonda conoscenza che ha del fenomeno mafioso e la capacità di ricreare trame, di stabilire importanti nessi all’interno della complessa macchina investigativa, gli vengono affidate delle inchieste molto delicate. E lui, infaticabile e determinato, firma sentenze su sentenze: è entrato ormai nel mirino di Cosa Nostra.

Domanda che gli venga affidata una difficile inchiesta di mafia perché è l’unico tra i sostituti procuratori di Agrigento a non avere famiglia: con fiducia totale si affida nelle mani di Dio («Sub Tutela Dei», annota nella sua agenda).

Ma Rosario non era un eroe: faceva semplicemente il suo dovere. E lo faceva coniugando le ragioni della giustizia con quelle di una incrollabile e profondissima fede cristiana.

«Impegnato nell’Azione Cattolica, assiduo all’eucaristia domenicale, discepolo del crocifisso», sintetizzò nell’omelia delle esequie mons. Carmelo Ferraro, fotografandolo con pochi rapidi tratti. Uomo di legge, uomo di Cristo.

(…) Da quando Rosario non c’è più, lei non ha smesso un solo giorno di girare l’Italia in lungo e in largo, recandosi nelle scuole, ma anche in televisione, dovunque insomma la chiamassero per parlare del “suo” giudice. È la professoressa Ida Abate, che fu sua insegnante di latino e greco al liceo classico.

Sull’allievo scomparso ha speso fiumi di parole, ha scritto molte lettere e testimonianze. È stata poi incaricata dal Vescovo di Agrigento, monsignor Ferraro, di raccogliere le voci, i racconti, le dichiarazioni di quanti conobbero in vita Rosario, così da poter dare inizio a quel lungo e complesso iter che lo ha successivamente portato sugli altari.

Ottenuto il nulla osta da parte della Santa Sede l’11 maggio 2011, la diocesi di Agrigento ha quindi dato inizio alla sua causa di beatificazione e canonizzazione. Il processo diocesano è stato aperto a il 21 settembre 2011 e si è concluso il 3 ottobre 2018, per la verifica dell’eroicità delle virtù. Si è poi resa necessaria, nel 2019, un’inchiesta suppletiva, per verificarne il martirio in odio alla fede.

Il 21 dicembre 2020 papa Francesco ha autorizzato la promulgazione del decreto sul suo martirio, mentre la beatificazione si è svolta il 9 maggio 2021 nella cattedrale di Agrigento. Il 29 ottobre, giorno anniversario della sua Cresima, è la data stabilita per la sua memoria liturgica.

(…) Di Rosario molte cose si sono conosciute solo dopo la sua morte. Della sua carità, del suo amore per gli ultimi, per i poveri. Il custode dell’obitorio ricordava allora con le lacrime agli occhi tutte le volte che lo aveva visto pregare accanto al cadavere di individui di cui egli ben conosceva la fedina penale, pregiudicati in cui si era imbattuto svolgendo il suo lavoro di sostituto procuratore al Tribunale di Agrigento, e ai quali aveva pure applicato la legge, ma che non per questo cessavano di essere suoi fratelli in Cristo nella sventura.

«Uno dei martiri della giustizia e indirettamente della fede», ha detto di lui Giovanni Paolo II il 9 maggio del 1993, ricevendo in udienza privata i genitori e la professoressa Abate, durante la sua visita pastorale in Sicilia.

La lezione morale che ci trasmette è quella di un testimone radicale della Giustizia, che in essa credeva profondamente, come progetto di fede e come esercizio di carità.

Autore: Maria Di Lorenzo

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I REALISTI SMASCHERATI

Così la brutalità russa ha scardinato buona parte delle tesi dei realisti

PAOLA PEDUZZI  21 GEN 2023 –IL  FOGLIO

Henri Kissinger e lo sgretolamento della teoria della provocazione a Mosca: “Penso che l’appartenenza dell’Ucraina alla Nato sarebbe un risultato appropriato”

Milano. Henry Kissinger, persino Henry Kissinger, il re quasi centenario del realismo americano, ha cambiato idea sull’Ucraina, la Nato e la Russia. All’incontro a Davos cui ha partecipato in settimana, ha detto: “Prima della guerra, ero contrario all’adesione dell’Ucraina all’Alleanza atlantica perché temevo che questa adesione avrebbe avviato proprio il processo cui stiamo assistendo adesso. Ora che questo processo ha raggiunto tale livello, l’idea di un’Ucraina neutrale a queste condizioni non è più sensata. E alla fine del processo che ho descritto, penso che l’appartenenza dell’Ucraina alla Nato sarebbe un risultato appropriato”.

Kissinger ha sempre messo in guardia il mondo sul fatto che il sostegno occidentale all’Ucraina potesse rappresentare una provocazione ai danni della Russia – una provocazione fatale, essendo la Russia dotata dell’arma atomica – e che per questo fosse necessaria una grande cautela. Oggi dice che non bisognava arrivare a questo punto, ma ora che ci siamo arrivati, allora il sostegno della Nato all’Ucraina, e il suo ingresso nell’Alleanza, sono sensati, se non necessari. 

A portarci fin qui non è stato l’estremismo belligerante della Nato, ma quello di Vladimir Putin e della sua aggressione continuata, violenta, indiscriminata all’Ucraina: Putin avrebbe potuto mettere fine alla guerra in qualsiasi momento, ma non l’ha voluto fare, non vuole farlo, e per questo l’Ucraina, con  i suoi alleati, non può smettere di difendersi. 

 Sono passati quasi undici mesi dall’invasione russa: migliaia di morti, milioni di rifugiati, milioni di sfollati, danni incalcolabili a un paese che conta di quanti minuti si allunga ogni giornata perché vuol dire che il gorgo invernale resta alle spalle, con il suo freddo, il suo buio, la sua distruzione. In questi undici mesi, la brutalità russa ha via via sgretolato  le cautele dei realisti – politici, intellettuali, commentatori – e parte delle loro tesi perverse sulle provocazioni. 

Il dibattito è molto cambiato dal febbraio dell’anno scorso, con le bombe e gli attacchi ininterrotti della Russia. Come conferma oggi  Kissinger, la tesi del Cremlino secondo cui l’invasione dell’Ucraina era fatta per evitare l’espansione della Nato è stata smentita dai fatti. Non solo quelli di oggi, anzi forse si può dire che questo elemento della propaganda putiniana è collassato quando la Svezia e la Finlandia hanno chiesto di entrare nell’Alleanza atlantica. Lì è stato chiaro che la Russia ha invaso l’Ucraina non perché Kyiv ambisse a entrare nella Nato, ma perché non era un membro della Nato. 

 Sanna Marin, premier finlandese che aspetta la ratifica di Ungheria e Turchia per sentirsi più al sicuro sotto la protezione della Nato, ha detto in un incontro a Davos: sono “sicura” che Putin non avrebbe invaso l’Ucraina se questa fosse stata dentro l’Alleanza, “non ci sarebbe stata la guerra e questo è il motivo per cui Finlandia e Svezia vogliono ratificare la propria appartenenza alla Nato”. 

 Anche l’ipotesi di un negoziato imposto agli ucraini – un altro tema ricorrente nel mondo realista che ha denunciato, in varie forme, la volontà ucraina di riprendere il territorio sotto la propria sovranità occupato illegalmente dai russi – è andata sgretolandosi: è apparso chiaro anche ai più cauti che fermare il paese aggredito perché non si riesce a contenere il paese aggressore non è un negoziato né una pace, ma una resa.

 I termini con cui si parla di pace oggi sono completamente diversi rispetto a quelli dello scorso anno, così come quelli con cui si parla di vittoria: prima si diceva che bisognava impedire alla Russia di vincere, oggi si dice che è necessario fare tutto il possibile perché l’Ucraina vinca, e questo non per assecondare un desiderio di annientamento della Russia – è il vittimismo putiniano a metterla così – ma perché l’invasione del 2014 in Donbas e in Crimea mostra che se il varco resta aperto, Putin si riorganizza e torna. 

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Nella grotta di Biagio, il missionario dei poveri che viveva da eremita: “Ecco dove digiunava per la pace, sulla montagna davanti Palermo”

di Salvo Palazzolo-  La Repubblica –  16 Gennaio 2023

Franco Mazzola, il fondatore dell’Oasi della speranza, apre per la prima volta a un giornalista l’eremo del missionario laico morto il 12 gennaio. “Qui, su monte Grifone, è rimasto per nove mesi fra il 2021 e il 2022, prima di scoprire la malattia”

Nella grotta c’è ancora il giaciglio di cartone dove dormiva. E poi il suo rosario, una penna di Radio Maria con cui scriveva tante lettere e l’immaginetta del santo Massimiliano Kolbe, il francescano polacco che ad Auschwitz si offrì di prendere il posto di un padre di famiglia destinato al bunker dove i prigionieri non potevano né mangiare né bere.

Fratello Biagio si nutriva solo di pane, di acqua e della parola di Dio”, racconta Franco Mazzola, l’animatore di un angolo di quiete sul fianco di monte Grifone, “L’Oasi della Speranza” si chiama, una chiesetta che guarda la città e Montepellegrino, la montagna della patrona Rosalia: “Poco più sopra c’è la grotta di Biagio – ci racconta – vieni, te la mostro”.

Ecco dove fratello Biagio si rifugiava in gran segreto. Per digiunare e pregare. Qui, ha vissuto il suo ultimo ritiro spirituale, prima che gli venisse diagnosticata la malattia: “In questa grotta è rimasto quasi nove mesi, dal 10 luglio 2021 al 26 marzo 2022 – spiega Franco – nell’ultimo periodo, che era l’inizio della quaresima, aveva rinunciato anche al pane, e si nutriva solo con l’eucaristia

 L’Oasi della speranza e la grotta di fratello Biagio sono a cinque minuti dal caos di viale Regione Siciliana. Poco dopo lo svincolo di Bonagia, bisogna seguire via Nicolò Azoti, che scorre accanto alla circonvallazione, per poi girare in via Belmonte Chiavelli, che porta sulla montagna. Proprio all’inizio della Salita Mezzagno c’è l’Oasi: “Questa chiesetta l’ho costruita nel 1991, dopo la morte di mia moglie, che era incinta del nostro terzo figlio – racconta Franco Mazzola – qui un tempo, venivano a drogarsi, o a smontare auto rubate.

Un anno dopo, l’allora cardinale Salvatore Pappalardo mi invitò a conoscere fratello Biagio, che allora operava alla stazione centrale. Da allora è nato un legame intenso. All’Oasi Biagio ha dismesso gli abiti civili e ha indossato il saio, era il 5 maggio 1993″. Qualche tempo dopo, il missionario laico scoprì quella grotta, a poca distanza c’è il monastero di Santa Maria di Gesù, dove visse l’altro patrono di Palermo, San Benedetto il moro. “Quella grotta è diventata il suo luogo di raccoglimento – spiega Franco – dove pregava per le sofferenze del mondo.

Per arrivare alla grotta di fratello Biagio bisogna camminare per un viottolo che si inerpica sulla montagna. E poi salire ancora venti gradini scavati nella terra. “E’ il percorso che tante persone in difficoltà hanno fatto per venire a trovare una parola di conforto. E quando scendevano dalla grotta ho visto il loro sguardo che era cambiato, più sereno”. I racconti di Franco – fratello Franco come lo chiamano – toccano il cuore.

Biagio si fidava ciecamente di lui, c’è un video in cui annunciava in chiesa, prima di tornare in città: “Maria mi ha detto tante parole quassù, che poi Franco un giorno vi dirà”. Oggi, fratello Franco si limita a dire: “Nella sua grotta, Biagio aveva vissuto un’intensa esperienza di preghiera e di dialogo con la Madonna, a cui era devotissimo. Prima di andare via, aveva voluto realizzare anche una piccola grotta vicino la chiesa, proprio per ospitare la statua di Maria”.

Adesso, i volontari dell’Oasi, hanno sistemato una grande foto di Biagio Conte all’ingresso della chiesa. Ognuno di loro conserva un ricordo, un racconto del missionario che veniva a pregare e a digiunare sulla montagna. “Mia moglie gli preparava il pane”, sussurra Michele. Calogero, che abita accanto l’oasi, lo andava a trovare la sera, con un po’ d’acqua. “Gli avevamo portato anche una coperta – ricorda Matilde Gammino, che fa la neurologa a Villa Sofia – ma non la volle”.

Dice ancora fratello Franco: “Lui faceva penitenza e pregava per la pace nel mondo, per la giustizia, per i poveri. E aveva sempre davanti Palermo, città martoriata la chiamava. Ma invitava a non perdere mai la speranza”.

Questo è davvero un angolo di quiete. Franco ricorda che la sera del 27 maggio 1993 all’Oasi arrivò don Pino Puglisi con alcuni ragazzi di Brancaccio: “Mi disse: “Restiamo qui tutta la notte, per vedere l’alba sulla città”. Davanti alla grotta, il tempo sembra fermarsi. E i racconti di fratello Franco sembrano riportare Biagio qui. “Con il suo sorriso grande, anche quando faceva tanto freddo e lui stava a piedi scalzi. Quando poi iniziavamo a dire il santo rosario, arrivavano gli uccellini ad allietarci con i loro cinguettii”.

Qui, davanti alla grotta di fratello Biagio, si comprende perché questo uomo ha parlato a tutti. Ai credenti, ma anche ai non credenti; ai cristiani, ma anche ai musulmani. Ha parlato a tutti perché si era fatto davvero povero: in questa piccola grotta faceva anche fatica a distendersi, ed era difficile pure stare seduto. “In quei nove mesi ogni tanto aveva dei dolori pesanti – raccontano – ma pensavamo fossero dovuti al freddo intenso”. Invece, la malattia si era già fatto spazio in un corpo debilitato. “E lui non smetteva di pregare per Palermo, per tutti gli uomini.

 Ora, quella preghiera silenziosa è già un monito per la città: “”Occupatevi dei poveri”, ha continuato a ripetermi anche negli ultimi giorni”, sussurra Franco: “Un monito per i nostri governanti”. Adesso che è morto, nella grotta di fratello Biagio c’è invece in bella evidenza un bambinello Gesù appena nato. E una candela del battesimo. C’è anche un’immagine di Carlo Acutis, morto a quindici anni per una malattia fulminante: in ospedale, il giovane oggi beato disse alla madre che offriva le sue sofferenze alla Chiesa e che gli avrebbe dato molti segni della sua presenza. “Io sono sicuro che Biagio continuerà a indicarci la strada”, dice fratello Franco. E mentre lo dice guarda fra i cespugli: “Cos’è questo? E’ il bastone di Biagio. Lui non smetterà di sostenere Palermo con le sue preghiere”.

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MORTO BIAGIO CONTE, IL CANTORE LAICO DELL’AMORE DI DIO PER GLI ULTIMI DELLA TERRA

12/01/2023 

Aveva 59 anni e da tempo era gravemente ammalato. Missionario laico, è stato protagonista di numerose battaglie in difesa dei poveri e degli emarginati a Palermo, dove, nel 1993, aveva fondato la Missione Speranza e Carità. S’è spento attorniato dai volontari e dagli ospiti della comunità che aveva fondato. Il rapporto di stima e di aiuto con l’arcivescovo della città, monsignor Corrado Lorefice

Fernanda Di Monte – Famiglia cristiana

È morto il “san Francesco dei poveri di Palermo”. Fratel Biagio Conte, 59 anni, è deceduto alle 7 del 12 gennaio tra i volontari e gli ospiti della Comunità da lui fondata, che ha tre centri nel capoluogo siciliano. Era malato da diversi mesi: un tumore al pancreas non gli ha dato scampo, provandolo nel fisico, ma lascinadolo sempre vigile, sempre attento. Padre Pino Vitrano, suo braccio destro, gli era accanto. Tutta la città gli si è stretta attorno chiedendo un miracolo per la sua guarigione, così come era avvenuto a Lourdes, nel 2014, quando non poteva più camminare.     

Nato a Palermo il 16 settembre 1963, figlio di una famiglia agiata (i suoi erano imprenditori edili), Biagio Conte ha iniziato il suo cammino di fede rifugiandosi nel silenzio. Così raccontò quella scelta: «La Missione nasce dall’esperienza profonda di chi ha incominciato a cercare la verità, la vera libertà e la vera pace, distaccandosi dal mondo materialistico e consumistico. Stanco e dalla vita mondana che conducevo, ho sentito nel cuore di lasciare tutto e tutti; me ne andai via dalla casa paterna il 5 maggio 1990 a 26 anni, con l’intenzione di non tornare più nella città di Palermo, perché questa città e società mi avevano tanto ferito e deluso. Mi addentrai tra la natura e le montagne all’interno della Sicilia, iniziando un’esperienza di eremitaggio tra montagne, laghi, fiumi, sotto il sole, la luna e le stelle. Poi successivamente cominciai a sentire sempre più che Gesù (quell’uomo giusto che ha donato la vita per noi) mi portava con lui per fare una esperienza che successivamente avrebbe stravolto tutta la mia vita; ho camminato molto scaricando le tensioni e le scorie della vita mondana, nel silenzio e nella meditazione mi sentivo sempre più libero e pieno di pace, non avevo nulla con me, eppure era come se avessi tutto». 

La sua vita fu pellegrinaggio. In senso metaforico. Ma anche in senso proprio. «Come spinto da un vento impetuoso», annotò, «ho iniziato a camminare, da pellegrino, attraverso le regioni dell’Italia fino ad arrivare ad Assisi, da san Francesco, a cui ho tanto sentito di ispirarmi per la sua profonda umiltà e semplicità e per l’aver donato la sua vita per Gesù e per il nostro prossimo. Durante il lungo viaggio ho incontrato diversi poveri e trasandati che mi riportarono alla mente quei volti poveri e sofferenti che vedevo nella città di Palermo. Pian piano, cominciai a capire il progetto “Missione”: dedicare la mia vita per i più poveri dei poveri».

Uomo di Dio che ha lottato per chi la società definisce “gli ultimi”. Ecco chi fa Biagio Conte. Per essi ha fatto digiuni perché ci fosse solidarietà nei confronti dei poveri, a volte ricevendo  disprezzo e critiche.  Per Palermo, la sua persona rimane un punto di rifermento forte. Insieme  con don Pino Vitrano, suo braccio destro e soprattutto fratello e amico, ha iniziato la Missione di Speranza e Carità. La figura di San Francesco d’Assisi è stata la guida di tutta la sua vita. La sua testimonianza ha toccato milioni di persone e continuerà a guidare quanti hanno colto la presenza di Biagio come un vero cristiano, attento davvero al prossimo

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L’ARMATA ROSSA E IL PARALLELO CON LE INGLORIOSE «AVVENTURE MUSSOLINIANE»

FRANCESCO PALMAS –  Avvenire  8 Gennaio 2023

Una situazione sul terreno ingestibile e una saga di errori interminabile

Passerà alla storia come un’invasione.

La guerra russa contro l’Ucraina è una saga interminabile di errori militari.

Fin dall’inizio. Nel prepararla, gli strateghi moscoviti l’avevano impostata sulla base di due postulati fallaci: la fragilità strutturale del governo nemico e la debolezza della sua resistenza armata.

Sembra di sfogliare le pagine più ingloriose delle «guerre mussoliniane» (affermano in tanti), partito all’assalto della Grecia con mezzi inadeguati, nel momento peggiore dell’anno, fra l’autunno e l’inverno del 1940. Come il Duce, i generali di Putin si erano illusi di sbrigare la pratica velocemente, attaccando su più assi poco coordinati e prendendo la capitale senza colpo ferire. Pensavano forse ai trascorsi sovietici in Cecoslovacchia e in Afghanistan, risoltisi in guerre lampo, poi degenerate. Ma il passato li ha ingannati. Così facendo, hanno trascurato il principio di concentrazione delle forze e sguarnito le direttrici di avanzata. La guerra si combatte però in due e i comandi russi si sono rivelati affatto inadeguati.

 Si sono sopravvalutati, fingendo di non sapere che le fortune di un esercito sono molto più che la sommatoria di carri e artiglierie. Sono soprattutto un fatto di uomini, capaci e competenti, e di sinergie armoniose fra le varie componenti. Nulla di tutto ciò si è visto in Ucraina, con un’aviazione quasi assente, un sistema di comando inorganico e una logistica latitante. Nel giro di pochi mesi, le batoste accumulate hanno bruciato quattro condottieri supremi. La nomina di Surovikin ha avuto finalmente il merito di unificare gli sforzi, ma non ha messo fine ai problemi russi, perché l’esercito di Putin fa acqua da tutte le parti.

E’ una vera incompiuta, un ibrido che tiene in vita una coscrizione inutile e manca di sottufficiali, quando sono proprio i sergenti a decidere le sorti delle truppe sul terreno, con decisioni autonome e rapide. Ai massimi livelli, non va meglio. Il numero uno della Difesa, Sergeij Shoigu, è lì per la fedeltà incondizionata allo zar, ma non brilla nella sua arte. In dieci anni è riuscito solo a insabbiare le riforme del predecessore, lungimiranti. Come stupirsi allora se l’Armata di Mosca combatte oggi allo sbaraglio? Non è preparata. Non si addestra mai alla guerra in città e si trova impantanata in un paese fittamente urbanizzato. Incespica di fronte al più piccolo abitato. Non ha nemmeno i reparti adeguati (fanterie motorizzate). E paga cari gli errori, di fronte a un nemico ostico, lontano parente di quello sbriciolatosi nel 2014.

Grazie alla consulenza angloamericana, Kiev è oggi uno degli avversari più temibili da affrontare, dopato dalle armi occidentali e molto più abile dei russi nella guerra di manovra. Surovikin ha fatto di necessità virtù, per scongiurare una disfatta strategica che sembrava imminente. Ha circoscritto gli obiettivi iniziali, irraggiungibili, sacrificato Kherson ed eretto fortificazioni ininterrotte dal Lugansk alla Crimea, passando per Mariupol. Nell’ultimo mese, grazie alle riserve, è riuscito a rosicchiare posizioni lungo tutto il fronte, concedendo poco al nemico. Ma a quale prezzo? In una guerra di logoramento, conoscere le perdite permetterebbe di valutare la sostenibilità dello sforzo. Ma i dati noti sono del tutto inattendibili.

L’unica certezza è che per ora non tira aria di negoziati, a dispetto della tregua natalizia invocata dal patriarca Kirill.

Non sarebbe la fine della guerra, ma un timido segnale di pace.

OMELIA DI PAPA FRANCESCO

I FUNERALI DI BENEDETTO XVI

Pope Francis starts a funeral mass as the coffin of late Pope Emeritus Benedict XVI is placed at St. Peter’s Square at the Vatican, Thursday, Jan. 5, 2023. Benedict died at 95 on Dec. 31 in the monastery on the Vatican grounds where he had spent nearly all of his decade in retirement, his days mainly devoted to prayer and reflection. (AP Photo/Antonio Calanni) Associated Press/LaPresse Only Italy and Spain

“Benedetto, che la tua gioia sia perfetta nell’udire per sempre la voce di Dio”. L’omelia di Papa Francesco

05 GEN 2023- Il Foglio 

“Come le donne del Vangelo al sepolcro, siamo qui con il profumo della gratitudine e l’unguento della speranza per dimostrargli, ancora una volta, l’amore che non si perde; vogliamo farlo con la stessa unzione, sapienza, delicatezza e dedizione che egli ha saputo elargire nel corso degli anni”, ha detto il Santo Padre


«Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito» (Lc 23,46). Sono le ultime parole che il Signore pronunciò sulla croce; il suo ultimo sospiro – potremmo dire –, capace di confermare ciò che caratterizzò tutta la sua vita: un continuo consegnarsi nelle mani del Padre suo. Mani di perdono e di compassione, di guarigione e di misericordia, mani di unzione e benedizione, che lo spinsero a consegnarsi anche nelle mani dei suoi fratelli. Il Signore, aperto alle storie che incontrava lungo il cammino, si lasciò cesellare dalla volontà di Dio, prendendo sulle spalle tutte le conseguenze e le difficoltà del Vangelo fino a vedere le sue mani piagate per amore: «Guarda le mie mani», disse a Tommaso (Gv 20,27), e lo dice ad ognuno di noi: “Guarda le mie mani”. Mani piagate che vanno incontro e non cessano di offrirsi, affinché conosciamo l’amore che Dio ha per noi e crediamo in esso (cfr 1 Gv 4,16).[1]

«Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito» è l’invito e il programma di vita che ispira e vuole modellare come un vasaio (cfr Is 29,16) il cuore del pastore, fino a che palpitino in esso i medesimi sentimenti di Cristo Gesù (cfr Fil 2,5). Dedizione grata di servizio al Signore e al suo Popolo che nasce dall’aver accolto un dono totalmente gratuito: “Tu mi appartieni… tu appartieni a loro”, sussurra il Signore; “tu stai sotto la protezione delle mie mani, sotto la protezione del mio cuore. Rimani nel cavo delle mie mani e dammi le tue”.[2] È la condiscendenza di Dio e la sua vicinanza capace di porsi nelle mani fragili dei suoi discepoli per nutrire il suo popolo e dire con Lui: prendete e mangiate, prendete e bevete, questo è il mio corpo, corpo che si offre per voi (cfr Lc 22,19). La synkatabasis totale di Dio.

Dedizione orante, che si plasma e si affina silenziosamente tra i crocevia e le contraddizioni che il pastore deve affrontare (cfr 1 Pt 1,6-7) e l’invito fiducioso a pascere il gregge (cfr Gv 21,17). Come il Maestro, porta sulle spalle la stanchezza dell’intercessione e il logoramento dell’unzione per il suo popolo, specialmente là dove la bontà deve lottare e i fratelli vedono minacciata la loro dignità (cfr Eb 5,7-9). In questo incontro di intercessione il Signore va generando la mitezza capace di capire, accogliere, sperare e scommettere al di là delle incomprensioni che ciò può suscitare. Fecondità invisibile e inafferrabile, che nasce dal sapere in quali mani si è posta la fiducia (cfr 2 Tim 1,12). Fiducia orante e adoratrice, capace di interpretare le azioni del pastore e adattare il suo cuore e le sue decisioni ai tempi di Dio (cfr Gv 21,18): «Pascere vuol dire amare, e amare vuol dire anche essere pronti a soffrire. Amare significa: dare alle pecore il vero bene, il nutrimento della verità di Dio, della parola di Dio, il nutrimento della sua presenza».[3]

E anche dedizione sostenuta dalla consolazione dello Spirito, che sempre lo precede nella missione: nella ricerca appassionata di comunicare la bellezza e la gioia del Vangelo (cfr Esort. ap. Gaudete et exsultate, 57), nella testimonianza feconda di coloro che, come Maria, rimangono in molti modi ai piedi della croce, in quella pace dolorosa ma robusta che non aggredisce né assoggetta; e nella speranza ostinata ma paziente che il Signore compirà la sua promessa, come aveva promesso ai nostri padri e alla sua discendenza per sempre (cfr Lc 1,54-55).

Anche noi, saldamente legati alle ultime parole del Signore e alla testimonianza che marcò la sua vita, vogliamo, come comunità ecclesiale, seguire le sue orme e affidare il nostro fratello alle mani del Padre: che queste mani di misericordia trovino la sua lampada accesa con l’olio del Vangelo, che egli ha sparso e testimoniato durante la sua vita (cfr Mt 25,6-7).

San Gregorio Magno, al termine della Regola pastorale, invitava ed esortava un amico a offrirgli questa compagnia spirituale: «In mezzo alle tempeste della mia vita, mi conforta la fiducia che tu mi terrai a galla sulla tavola delle tue preghiere, e che, se il peso delle mie colpe mi abbatte e mi umilia, tu mi presterai l’aiuto dei tuoi meriti per sollevarmi». È la consapevolezza del Pastore che non può portare da solo quello che, in realtà, mai potrebbe sostenere da solo e, perciò, sa abbandonarsi alla preghiera e alla cura del popolo che gli è stato affidato.[4]

È il Popolo fedele di Dio che, riunito, accompagna e affida la vita di chi è stato suo pastore. Come le donne del Vangelo al sepolcro, siamo qui con il profumo della gratitudine e l’unguento della speranza per dimostrargli, ancora una volta, l’amore che non si perde; vogliamo farlo con la stessa unzione, sapienza, delicatezza e dedizione che egli ha saputo elargire nel corso degli anni. Vogliamo dire insieme: “Padre, nelle tue mani consegniamo il suo spirito”. Benedetto, fedele amico dello Sposo, che la tua gioia sia perfetta nell’udire definitivamente e per sempre la sua voce!

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