"VI SUPPLICO: CONVERTITEVI!" (REGINA DELLA PACE-MEDJUGORJE)

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LA CARITA’ VERSO LE ANIME DEL PURGATORIO

Il sacrificio eucaristico, le elemosine e le opere di penitenza

Le rivelazione riguardo al purgatorio interessa in primo luogo ognuno personalmente, perché riguarda lo sbocco della propria vita. L’esistenza nel tempo è passeggera, ma nel medesimo tempo è decisiva per quanto riguarda il destino eterno. Infatti ciò che saremo dipende dalle scelte in rapporto a Dio che vengono fatte nel pellegrinaggio terreno. “Ogni uomo, fin dal momento della propria morte riceve nella sua anima immortale la retribuzione eterna, in un giudizio particolare che mette la sua vita in rapporto a Cristo, per cui o passerà attraverso una purificazione, o entrerà immediatamente nella beatitudine del cielo, oppure si dannerà immediatamente per sempre” (Catechismo C. C. 1022). E’ essenziale, per l’impostazione stessa della vita, sapere verso dove stiamo andando e che cosa ci attende dopo che l’anima avrà lasciato il corpo. L’uomo procede verso il futuro, oltre i confini del tempo, ma l’approdo del suo cammino è determinato dalle sue scelte. Il purgatorio, il paradiso e l’inferno non  sono uno sbocco casuale della vita, ma la conseguenza di un orientamento. Dove andremo, dipende da come avremo vissuto e in particolare dalle scelte finali. La conoscenza dei novissimi non è un’inutile curiosità, ma il desiderio legittimo di sapere dove conducono le strade che decidiamo di percorrere. Ciò che la Chiesa insegna sul purgatorio è un ammonimento e un’esortazione a decidersi di amare Dio con tutto il cuore, pentendosi dei propri peccati e facendo penitenza, perché non potremo entrare nel Regno di Dio se non avremo un cuore purificato.

La carità verso le anime del purgatorio è una componente fondamentale dell’amore del prossimo. La Chiesa, nel Concilio Vaticano II, l’ha collocata opportunamente nella Comunione dei santi, che unisce in Cristo tutte le membra del suo mistico Corpo. Il cristiano, che vive la carità di Dio nel suo cuore, non si preoccupa soltanto della salvezza eterna della propria anima, ma anche di quella degli altri. Portare le anime a Dio, con l’esempio, la preghiera e le varie forme di apostolato è uno degli impegni irrinunciabili di ogni credente. Se è vero, come afferma S. Giovanni della Croce, che “Alla sera della nostra vita, saremo giudicati sull’amore”,  ciò riguarda in primo luogo i bisogni spirituali dei nostri fratelli. L’amore di Cristo, diffuso nei nostri cuori, non può lasciare indifferenti di fronte alla sofferenza di molte anime che si stanno purificando e che possono essere efficacemente aiutate dalle preghiere della Chiesa e da quelle di ognuno di noi. Ciò deve riguardare non solo le persone care e quelle conosciute, ma tutte le anime, specialmente quelle più abbandonate, per le quali nessuno prega.

Aiutare le anime del purgatorio perché le loro sofferenze siano alleviate e abbreviate è un debito di amore per ogni cristiano. Si tratta di un campo di apostolato che in passato ha coinvolto innumerevoli fedeli e che deve essere rinnovato e rilanciato. A loro volta le anime del purgatorio ci possono aiutare con le loro preghiere e le loro benedizioni. Non possono aiutare se stesse, ma possono efficacemente intercedere per i nostri bisogni spirituali e materiali. La devozione alle anime purganti è una eredità che non deve andare dispersa. Chi aiuta le anime del purgatorio si fa degli amici che non si dimenticheranno del bene ricevuto e che potranno ricambiare, in modo speciale quando entreranno nella vita eterna. E’ uno scambio di amore che la divina Misericordia ha reso possibile  perché tutti fossimo cooperatori nell’opera della redenzione.  Questo debito di amore riguarda sopratutto i nostri cari e le persone dalle quali abbiamo ricevuto del bene. Quale migliore occasione per ricambiare a nostra volta, manifestando così la nostra gratitudine?  Noi non possiamo immaginare quanto sia importante e  apprezzato l’aiuto che possiamo dare loro. A che serve piangere e lamentarsi per la loro dipartita quando non le soccorriamo nel loro bisogno? Ognuno di noi dovrebbe provvedere a liberare nel più breve tempo possibile almeno le anime delle persone care.

La Chiesa ci indica autorevolmente i mezzi con i quali possiamo aiutare le anime purganti: “Fin dai primi tempi la Chiesa ha onorato la memoria dei defunti e ha offerto per loro suffragi, in particolare il sacrificio eucaristico, affinché, purificati, possano giungere alla visione beatifica di Dio. La Chiesa raccomanda anche le elemosine, le indulgenze e le opere di penitenza a favore dei defunti” ( Catechismo C. C. 1032). Per quanto riguarda le preghiere sono valide quelle nostre personali, quelle specifiche per i defunti ereditate dalla tradizione, ma ha un valore inestimabile la S. Messa. Infatti il sacrificio eucaristico è la fonte della rimessione dei peccati e di ogni purificazione. Le anime dei defunti, non potendo meritare personalmente, vengono soccorse dalla Chiesa che presenta i meriti di Gesù Cristo, l’Agnello immolato che espia i peccati del mondo. Nella S. Messa la Chiesa prega per tutti i defunti, e, su richiesta dei fedeli, anche per alcuni in particolare. Tuttavia i fedeli che fanno celebrare le S. Messe per intenzioni specifiche, dovrebbero parteciparvi personalmente, per dare il proprio apporto personale all’efficacia del sacrificio eucaristico. Più grande è l’amore che muove a pregare per i defunti e più grande è l’efficacia della  preghiera. 

La Chiesa raccomanda altre pratiche con le quali possiamo aiutare le anime che si purificano. Sono innanzi tutto l’elemosina, con la quale possiamo purificare anche noi stessi. Infatti l’elemosina è un atto di carità, mosso dall’amore per Cristo presente nei fratelli. La carità si diffonde in tutto il corpo mistico e noi possiamo rivolgerla in favore dei nostri fratelli che sono nel purgatorio.  Accanto all’elemosina la Chiesa pone le opere di penitenza, che comprendono i sacrifici, le rinunce i digiuni, i fioretti, le sofferenze fisiche e spirituali,  e ogni forma di partecipane alla Croce per amore di Gesù Cristo. La penitenza fa bene innanzi tutto a chi la compie e lo purifica già nella vita presente. Ma può essere nel medesimo tempo offerta a favore dei defunti per la loro purificazione. Nessuno può pensare che il bene che facciamo agli altri non porti innanzi tutto vantaggi a chi lo compie. Tutto ciò che noi facciamo per le anime del purgatorio, per la legge della carità,  torna a nostro vantaggio al cento per uno.

Le indulgenze

La dottrina e la pratica delle indulgenze nella Chiesa sono strettamente legate agli effetti del sacramento della Penitenza. La riflessione teologica sul valore delle indulgenze per i vivi e per  i defunti si è approfondita nella controversia con i Protestanti. Il Magistero della Chiesa nel Nuovo Catechismo offre al riguardo una straordinaria sintesi dottrinale che è di grande aiuto per la vita spirituale dei fedeli.

1471. La dottrina e la pratica delle indulgenze nella Chiesa sono strettamente legate agli effetti del sacramento della Penitenza.

L’indulgenza è la remissione dinanzi a Dio della pena temporale per i peccati, già rimessi quanto alla colpa, remissione che il fedele, debitamente disposto e a determinate condizioni, acquista per intervento della Chiesa, la quale, come ministra della redenzione, autoritativamente dispensa ed applica il tesoro delle soddisfazioni di Cristo e dei santi.

L’indulgenza è parziale o plenaria secondo che libera in parte o in tutto dalla pena temporale dovuta per i peccati” [Paolo VI, Cost. ap. Indulgentiarum doctrina, Normae 1-3, AAS 59 (1967), 5-24]. Le indulgenze possono essere applicate ai vivi o ai defunti.

1472.   Per comprendere questa dottrina e questa pratica della Chiesa bisogna tener presente che il peccato ha una duplice conseguenza. Il peccato grave ci priva della comunione con Dio e perciò ci rende incapaci di conseguire la vita eterna, la cui privazione è chiamata la “pena eterna” del peccato. D’altra parte, ogni peccato, anche veniale, provoca un attaccamento malsano alle creature, che ha bisogno di purifica zione, sia quaggiù, sia dopo la morte, nello stato chiamato Purgatorio. Tale purificazione libera dalla cosiddetta “pena temporale” del peccato. Queste due pene non devono essere concepite come una specie di vendetta, che Dio infligge dall’esterno, bensì come derivanti dalla natura stessa del peccato. Una conversione, che procede da una fervente carità, può arrivare alla totale purificazione del peccatore, così che non sussista più alcuna pena [Cf Concilio di Trento: Denz. -Schönm., 1712-1713; 1820].

1473.  Il perdono del peccato e la restaurazione della comunione con Dio comportano la remissione delle pene eterne del peccato. Rimangono, tuttavia, le pene temporali del peccato. Il cristiano deve sforzarsi, sopportando pazientemente le sofferenze e le prove di ogni genere e, venuto il giorno, affrontando serenamente la morte, di accettare come una grazia queste pene temporali del peccato; deve impegnarsi, attraverso le opere di misericordia e di carità, come pure mediante la preghiera e le varie pratiche di penitenza, a spogliarsi completamente dell’“uomo vecchio” e a rivestire “l’uomo nuovo” [Cf  Ef 4,24 ].

1474.  Il cristiano che si sforza di purificarsi del suo peccato e di santificarsi con l’aiuto della grazia di Dio, non si trova solo. “La vita dei singoli figli di Dio in Cristo e per mezzo di Cristo viene congiunta con legame meraviglioso alla vita di tutti gli altri fratelli cristiani nella soprannaturale unità del Corpo mistico di Cristo, fin quasi a formare una sola mistica persona” [Paolo VI, Cost. ap. Indulgentiarum doctrina, 5].

1475.  Nella comunione dei santi “tra i fedeli, che già hanno raggiunto la patria celeste o che stanno espiando le loro colpe nel Purgatorio, o che ancora sono pellegrini sulla terra, esiste certamente un vincolo perenne di carità ed un abbondante scambio di tutti i beni” [Paolo VI, Cost. ap. Indulgentiarum doctrina, 5]. In questo ammirabile scambio, la santità dell’uno giova agli altri, ben al di là del danno che il peccato dell’uno ha potuto causare agli altri. In tal modo, il ricorso alla comunione dei santi permette al peccatore contrito di essere in più breve tempo e più efficacemente purificato dalle pene del peccato.

1476.  Questi beni spirituali della comunione dei santi sono anche chiamati il tesoro della Chiesa, che non “si deve considerare come la somma di beni materiali, accumulati nel corso dei secoli, ma come l’infinito ed inesauribile valore che le espiazioni e i meriti di Cristo hanno presso il Padre ed offerti perché tutta l’umanità fosse liberata dal peccato e pervenisse alla comunione con il Padre; è lo stesso Cristo redentore, in cui sono e vivono le soddisfazioni ed i meriti della sua redenzione” [Paolo VI, Cost. ap. Indulgentiarum doctrina, 5].

1477.  “Appartiene inoltre a questo tesoro il valore veramente immenso, incommensurabile e sempre nuovo che presso Dio hanno le preghiere e le buone opere del la beata Vergine Maria e di tutti i santi, i quali, seguendo le orme di Cristo Signore per grazia sua, hanno santificato la loro vita e condotto a compimento la missione affidata loro dal Padre; in tal modo, realizzando la loro salvezza, hanno anche cooperato alla salvezza dei propri fratelli nell’unità del Corpo mistico” [Paolo VI, Cost. ap. Indulgentiarum doctrina, 5].

1478.  L’indulgenza si ottiene mediante la Chiesa che, in virtù del potere di legare e di sciogliere accordatole da Gesù Cristo, interviene a favore di un cristiano e gli dischiude il tesoro dei meriti di Cristo e dei santi perché ottenga dal Padre delle misericordie la remissione delle pene temporali dovute per i suoi peccati. Così la Chiesa non vuole soltanto venire in aiuto a questo cristiano, ma anche spingerlo a compiere opere di pietà, di penitenza e di carità [Cf Paolo VI, Cost. ap. Indulgentiarum doctrina, 8; Concilio di Trento: Denz. -Schönm. , 1835].

1479.  Poiché i fedeli defunti in via di purificazione sono anch’essi membri della medesima comunione dei santi, noi possiamo aiutarli, tra l’altro, ottenendo per loro delle indulgenze, in modo tale che siano sgravati dalle pene temporali dovute per i loro peccati.

ISRAELE HAMAS L’ORA PIU DIFFICILE

Colpito di sorpresa, lo Stato ebraico deve reagire al pogrom jihadista, ripensare la sua sicurezza, affrontare un conflitto brutale e ricostruire la coesione interna. Senza rinunciare alla sfida della pace con gli arabi

di Maurizio Molinari. Produzione Gedi Visual- La Repubblica 29 OTTOBRE 2023AGGIORNATO 30 OTTOBRE

lo Stato ebraico si trova davanti ad uno dei momenti più difficili della sua esistenza ( Prima parte)

GERUSALEMME – A tre settimane dall’attacco a sorpresa subito da Hamas, lo Stato ebraico si trova davanti ad uno dei momenti più difficili della sua esistenza. Il motivo è la sovrapposizione fra molteplici sfide, tutte con ben pochi precedenti. La prima e fondamentale riguarda la garanzia della propria sicurezza: la violenza medioevale di Hamas ha polverizzato una dottrina basata su prevenzione, intelligence ed alta tecnologia, riportando in prima fila il ruolo dell’esercito tradizionale che negli ultimi anni era stato ridimensionato. In secondo luogo, c’è la necessità di ricostruire la deterrenza di Israele rispetto ai vicini più minacciosi – non solo Hamas ma anche Hezbollah e Jihad islamica – ottenendo dei risultati sul campo in grado di allontanarli in maniera decisiva dai propri confini.

 “Pensavamo di poter convivere con una tigre feroce davanti alla finestra, ma il Sabato Nero ci ha brutalmente ricordato che ciò espone a rischi drammatici” afferma Yuli Eldestein, capo della commissione Esteri e Sicurezza della Knesset. E come se non bastasse c’è anche l’incertezza sulle dimensioni del campo di battaglia: l’assedio da parte delle milizie filoiraniane presenti in Libano, Siria, Cisgiordania, Iraq, Gaza, Yemen e dallo stesso Iran espone ogni angolo di Israele al rischio di subire attacchi di qualsiasi tipo.Da qui la situazione di “emergenza nazionale” che ha ben pochi precedenti da quando nel 1948, al momento di nascere, Israele si trovò ad affrontare con ben pochi mezzi l’invasione simultanea degli eserciti di sei nazioni arabe. Come se non bastasse, di mezzo c’è una crisi degli ostaggi con un numero tale – almeno 220 – da aprire una profonda ferita nella società israeliana, anche perché si sovrappone a racconti e testimonianze sui dettagli delle atrocità commesse da Hamas il 7 ottobre scorso che hanno risvegliato in milioni di cittadini gli incubi delle persecuzioni subite dagli ebrei nel corso della Storia. E ancora: a fronte della solidarietà arrivata dai governi di Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Germania, Italia e molte altre democrazie occidentali, gli israeliani si sentono feriti dalle proteste filo-Hamas negli atenei americani come nelle piazze di Londra, Parigi e Milano perché sembrano ignorare il dolore causato dalla morte violenta di oltre 1400 connazionali – molti dei quali mutilati, decapitati, bruciali e violentati – ed il ferimento di almeno altri 5400 a causa di un’operazione terroristica pianificata nei minimi dettagli dai jihadisti di Gaza al fine di uccidere il più alto numero di civili in maniere talmente brutali da far impallidire il ricordo delle stragi di Isis.

E non è ancora tutto perché “la resilienza sociale di Israele è indebolita a causa delle 40 settimane di proteste popolari contro la riforma della Giustizia del premier Benjamin Netanyahu – spiega l’accademico Manuel Trajtenberg – a cui ora si somma la sfiducia nella leadership di un capo politico che porta la responsabilità di aver subito il più grave attacco a sorpresa dalla guerra del Kippur del 1973”. Per non parlare dello scenario di una pace regionale con l’Arabia Saudita congelato dall’attacco di Hamas e di un orizzonte di convivenza con l’Autorità nazionale palestinese di Mahmoud Abbas (Abu Mazen) che, come assicura l’analista Yigal Karmon, “si potrà riprendere a considerare solo quando questa profonda ferita sarà rimarginata”.

C’è però anche un altro scenario ed a tratteggiarlo è David Meidan, l’ex negoziatore israeliano che trattò per cinque anni con i fondamentalisti di Gaza riuscendo ad ottenere nel 2011 la liberazione del soldato Gilad Shalit: innescare dall’eliminazione di Hamas una scossa tale per l’intera regione da far nascere “una nuova architettura di sicurezza”, basata sulla normalizzazione israelo-saudita e sulla formula dei “Due popoli per due Stati”, proprio come avvenne nel 1978 quando, appena cinque anni dopo la guerra del Kippur, Anwar Sadat e Menachem Begin siglarono a Camp David l’accordo di pace israelo-egiziano che resta il più strategico perno della stabilità in Medio Oriente.

Insomma, assediato dall’esterno, lacerato all’interno ed obbligato a ridefinire in fretta la strategia di sicurezza, Israele va incontro ad uno dei momenti più difficili dei propri 75 anni di esistenza, le cui conseguenze possono ridefinire gli equilibri dell’intera regione.

Il ferma-maniglia

Ognuno se lo costruisce in casa, come può. C’è chi usa un manico di scopa, altri preferiscono una trave di legno, altri ancora un ferro. Ciò che conta è che sia lungo quanto una porta del proprio appartamento e ad un’estremità abbia un foro per incastrarsi alla maniglia. Stiamo parlando del ferma-maniglia ovvero l’oggetto rudimentale di cui ogni famiglia israeliana sente di aver bisogno dopo il “Sabato Nero”.

Il ferma-maniglia serve per chiudere dall’interno il “mamad” – la stanza di sicurezza che ogni israeliano ha dovuto costruirsi in casa per proteggersi dai razzi – per trovare rifugio in caso di pericolo. Le testimonianze dei sopravvissuti al pogrom di Hamas sono inequivocabili sul “mamad”: quando i terroristi non sono riusciti a sfondarlo o a bruciarlo, i civili hanno avuto la possibilità di salvarsi. Da qui l’importanza di porte e finestre blindate ma soprattutto di un blocca-maniglia che renda impossibile forzarlo da fuori. Ci sono mariti e mogli che fanno a turno per verificare la capacità di chiudere in fretta il “mamad” “a prova di Hamas”.

Così come ci sono bambini che dal 7 ottobre vogliono dormire solo dentro il “mamad” – e non più nelle loro camerette – perché si sentono più protetti. Per i genitori è solo una delle conseguenze del pogrom avvenuto nelle comunità del Negev Occidentale: c’è chi non fa più uscire i figli da soli e chi ha ripensato in fretta orari di lavoro e tragitti urbani. La possibilità di incontrare un terrorista come quelli che hanno fatto strage di civili è diventata una feroce variabile della vita quotidiana. Se durante la Seconda Intifada il pericolo arrivava salendo su un autobus o entrando in un locale pubblico – perché i terroristi entravano in abiti civili, mischiandosi alla gente per farsi saltare in aria – e se negli anni Settanta gli israeliani impararono a temere i dirottamenti aerei o i pacchi abbandonati nelle strade, oggi le vite di milioni di persone si ridefiniscono con nuovi comportamenti quotidiani per proteggere la propria sicurezza dentro le pareti di casa. Perché Hamas ha dimostrato con la ferocia che intende raggiungere ovunque ed uccidere, mutilare e bruciare ogni singolo abitante di Israele, solo in quanto tale.

A svolgere un ruolo importante per coordinare la difesa del fronte interno è Yuli Edelstein, presidente della commissione Esteri e Sicurezza della Knesset, a cui spetta mettere a punto tutti i relativi interventi legislativi: dalla chiusura delle scuole alla sospensione delle rate dei mutui, dal versamento di una percentuale importante degli stipendi ai riservisti fino alle macro-misure per sostenere il sistema economico.

“È la prima volta nella nostra Storia recente che l’emergenza per un conflitto investe l’intero territorio nazionale, neanche un piccolo centro è escluso – spiega Edelstein, seduto nel suo ufficio a Gerusalemme – e questo significa che dobbiamo pianificare una miriade di attività”. Come, ad esempio, spostare oltre 150 mila cittadini dai villaggi lungo i confini con Gaza e Libano trovandogli alloggi ed accoglienza altrove nel Paese, incluse le tendopoli a fianco di Eilat. A sostenere Edelstein è l’esperienza maturata contro il Covid-19 quando era ministro della Salute: “Ci sono molti aspetti comuni con quanto avvenuto allora perché anche adesso è l’intero Paese a fermarsi e bisogna considerare ogni tipo di impatto sociale”.

Per avere un’idea di cosa intende basta osservare il via vai di automobili private nei centri di raccolta dove migliaia di cittadini arrivano per far arrivare ai soldati qualsiasi cosa possa servirgli: dai beni alimentari agli indumenti, ai caricatori cellulari. Una imponente catena umana, tutta a base volontaria, che si auto-gestisce – per telefono o con appositi siti web – ed ogni singolo giorno pensa a come sostenere gli oltre 360 mila riservisti richiamati per affiancare le truppe di leva così come le famiglie sfollate dal Sud e dal Nord del Paese. (Continua)

SOLENNITA’ DI TUTTI I SANTI

Cari fratelli e sorelle!

Oggi abbiamo la gioia di incontrarci nella solennità di Tutti i Santi. Questa festa ci fa riflettere sul duplice orizzonte dell’umanità, che esprimiamo simbolicamente con le parole “terra” e “cielo”: la terra rappresenta il cammino storico, il cielo l’eternità, la pienezza della vita in Dio. E così questa festa ci fa pensare alla Chiesa nella sua duplice dimensione: la Chiesa in cammino nel tempo e quella che celebra la festa senza fine, la Gerusalemme celeste. Queste due dimensioni sono unite dalla realtà della «comunione dei santi»: una realtà che comincia quaggiù sulla terra e raggiunge il suo compimento in Cielo. Nel mondo terreno, la Chiesa è l’inizio di questo mistero di comunione che unisce l’umanità, un mistero totalmente incentrato su Gesù Cristo: è Lui che ha introdotto nel genere umano questa dinamica nuova, un movimento che la conduce verso Dio e al tempo stesso verso l’unità, verso la pace in senso profondo. Gesù Cristo – dice il Vangelo di Giovanni (11,52) – è morto «per riunire insieme i figli di Dio dispersi», e questa sua opera continua nella Chiesa che è inseparabilmente «una», «santa» e «cattolica». Essere cristiani, far parte della Chiesa significa aprirsi a questa comunione, come un seme che si schiude nella terra, morendo, e germoglia verso l’alto, verso il cielo.

I Santi – quelli che la Chiesa proclama tali, ma anche tutti i santi e le sante che solo Dio conosce, e che oggi pure celebriamo – hanno vissuto intensamente questa dinamica. In ciascuno di loro, in modo molto personale, si è reso presente Cristo, grazie al suo Spirito che opera mediante la Parola e i Sacramenti. Infatti, l’essere uniti a Cristo, nella Chiesa, non annulla la personalità, ma la apre, la trasforma con la forza dell’amore, e le conferisce, già qui sulla terra, una dimensione eterna. In sostanza, significa diventare conformi all’immagine del Figlio di Dio (cfr Rm 8,29), realizzando il progetto di Dio che ha creato l’uomo a sua immagine e somiglianza. Ma questo inserimento in Cristo ci apre – come avevo detto – anche alla comunione con tutti gli altri membri del suo Corpo mistico che è la Chiesa, una comunione che è perfetta nel «Cielo», dove non c’è alcun isolamento, alcuna concorrenza o separazione. Nella festa di oggi, noi pregustiamo la bellezza di questa vita di totale apertura allo sguardo d’amore di Dio e dei fratelli, in cui siamo certi di raggiungere Dio nell’altro e l’altro in Dio. Con questa fede piena di speranza noi veneriamo tutti i santi, e ci prepariamo a commemorare domani i fedeli defunti. Nei santi vediamo la vittoria dell’amore sull’egoismo e sulla morte: vediamo che seguire Cristo porta alla vita, alla vita eterna, e dà senso al presente, ad ogni attimo che passa, perché lo riempie d’amore, di speranza. Solo la fede nella vita eterna ci fa amare veramente la storia e il presente, ma senza attaccamenti, nella libertà del pellegrino, che ama la terra perché ha il cuore in Cielo.

La Vergine Maria ci ottenga la grazia di credere fortemente nella vita eterna e di sentirci in vera comunione con i nostri cari defunti.

(Benedetto XVI.mo – 1 Novembre 2012)

Il concilio putiniano della religione patriottica

di Stefano Caprio – 29 Ottobre 2023

Il 25 ottobre il leader supremo di “tutte le Russie” ha convocato due gruppi sinodali, per affrontare e risolvere i problemi del mondo intero. La prima sessione conciliare ha riunito i responsabili militari e tecnici dell’armamentario nucleare. Subito dopo ha raggiunto la sessione dei capi religiosi, che lo hanno pazientemente atteso nelle sale più solenni del Cremlino

La reazione della Russia agli avvenimenti tragici del Medio Oriente è quanto mai ambigua, essendo in gioco fattori locali e globali, che alimentano lo scontro di civiltà e religioni già innestato dall’invasione dell’Ucraina. Per questo, oltre ad appelli e iniziative diplomatiche in cui Mosca cerca di mostrare la sua centralità geopolitica, il presidente Vladimir Putin ha deciso di elevarsi al di sopra di tutti anche nella dimensione religiosa, con un Sobor (Concilio) del Cremlino, convocando i capi delle “religioni tradizionali” con un piglio grottesco, che tanto ha ricordato l’assemblea dell’Anticristo immaginata dal grande filosofo russo Vladimir Solov’ev, alla vigilia del Novecento e delle grandi guerre mondiali.

Il 25 ottobre il leader supremo di “tutte le Russie” ha convocato due gruppi sinodali, per affrontare e risolvere i problemi del mondo intero. La prima sessione conciliare ha riunito i responsabili militari e tecnici dell’armamentario nucleare, che si occupano in particolare dei missili balistici e tattici, per valutare le possibili risposte a un attacco atomico dell’Occidente collettivo contro la Santa Russia. Subito dopo ha raggiunto la sessione dei capi religiosi, che lo hanno pazientemente atteso nelle sale più solenni del Cremlino, quelle dove poco più di quattro secoli fa venne tenuto in cattività dorata il patriarca di Costantinopoli Ieremias II, costretto infine a firmare il decreto di istituzione del patriarcato di Mosca – Terza Roma, a cui veniva affidata la missione universale di difendere la vera fede contro ogni nemico.

La pattuglia conciliare era formata da un gruppo di personalità molto vicine al presidente russo da anni, a cominciare ovviamente dal patriarca Kirill (Gundjaev), il profeta del sovranismo ortodosso e della “guerra metafisica”, insieme ad altri metropoliti e alti gerarchi del patriarcato di Mosca. Lo affiancava il rabbino capo di Russia, Berl Lazar, detto anche il “rabbino di Putin”, molto festeggiato in quanto reduce da un grave incidente durante una “danza della Torah” nella festa di Simkhat: un altro ballerino gli è rovinato addosso facendogli sbattere la testa per terra, proprio nel giorno in cui i terroristi di Hamas stavano attaccando Israele. Si è temuto per la sua vita, ma dopo alcuni giorni di coma, in sintonia spirituale con il suo popolo sottoposto a dure prove, il rabbino di Russia è tornato in tempo per riabbracciare il padre delle religioni e dei popoli della Russia, insieme al fedele Aleksandr Boroda, presidente della Federazione delle comunità ebraiche di Russia e membro della Camera sociale di Mosca.

La terza religione rappresentata era ovviamente l’Islam, in realtà la più ricca di fedeli dopo l’Ortodossia e quella dominante nella regione uralo-caucasica, con la coppia storica dei muftì Ravil Gajnutdin, il tataro da trent’anni presidente dell’amministrazione dei musulmani di Russia, e Ismail Berdiev della Karačaevo-Circassia nel Caucaso settentrionale, anch’egli ai vertici dell’islam russo dal 1991. In seconda fila stavano i leader delle religioni “un po’ meno” tradizionali: il lama buddista siberiano Damba Ajušeev, il vescovo Ezras (Nersisyan) della Chiesa apostolica degli armeni di Russia, il metropolita Kornilij (Titov), capo dei Vecchio-Credenti ortodossi tanto apprezzati da Putin, e in rappresentanza dei cristiani “occidentali” (protestanti e cattolici) c’era il vescovo Sergej Rjakhovskij, immarcescibile leader dei pentecostali russi fin dai tempi sovietici, passato anche attraverso le persecuzioni degli ultimi anni brezneviani. L’assise era completata da altri “padri sinodali” di grado inferiore.

Il presidente-pontefice si è rivolto ai membri della sobornost russa ringraziando anzitutto per “il sostegno alle Forze armate della Russia e l’accompagnamento dei nostri combattenti, stando vicini ai soldati sul campo e ai membri delle loro famiglie, a tutti coloro che si sacrificano per la nostra patria nell’ambito dell’operazione militare speciale… Tutti, e specialmente coloro che sono qui presenti, devono capire che siamo sulla stessa barca, nessuno si può separare dallo Stato, e anche se qualcuno lo volesse, che Dio ce ne scampi”, alludendo alle possibili spinte centrifughe delle etnie e comunità regionali. Subito dopo Putin ha spiegato il vero motivo del “concilio”: “dobbiamo parlare degli avvenimenti nel Vicino Oriente e in altre zone del mondo, perché ci riguardano tutte, e noi le viviamo con la sofferenza nel cuore” (tutti hanno sospirato, pensando alle recenti notizie di una crisi cardiaca del capo, ovviamente subito smentite).

Il pastore supremo del Cremlino ha ricordato che “la Terra Santa ha un significato sacrale per i cristiani, per i musulmani e per gli ebrei, per i fedeli delle principali religioni tradizionali mondiali”, quindi esiste un legame ideale tra Gerusalemme e Mosca. Esprimendo le “nostre condoglianze alle famiglie degli israeliani e ai cittadini di altri Paesi, che hanno perso i loro cari o hanno subito gravi ferite”, Putin ha evitato di nominare i palestinesi, ma in ogni caso ha ammonito che “per i crimini commessi dai colpevoli non devono rispondere le persone innocenti”, ovviamente senza neppure accennare alle situazioni dell’Ucraina, perché “la lotta al terrorismo non si deve condurre in base al famigerato principio della responsabilità collettiva”. Egli ha ricordato la posizione ufficiale della Russia nel conflitto israeliano-palestinese, quella dei “due Stati e due popoli” approvata dall’Onu e “sostenuta già dall’Unione Sovietica fin dal 1948”, in questo dichiarandosi erede di Stalin, e concludendo che “il nostro compito principale è fermare la violenza e lo spargimento di sangue”.

Naturalmente non sono mancate le accuse non tanto velate ai “tentativi di alcune forze di provocare un’ulteriore escalation del conflitto, coinvolgendo altri Stati e popoli da usare per i propri interessi egoistici, sollevare un’ondata di caos e odio reciproco per sostenere la propria egemonia nel nuovo ordine mondiale”. E soprattutto la Russia, hanno sostenuto tutti i membri del Sobor, deve impedire la “guerra delle religioni”, “musulmani contro ebrei, sciiti contro sunniti, ortodossi contro cattolici”, anche perché nei riguardi della guerra “l’Europa chiude un occhio”, permettendo le azioni “vandaliche e sacrileghe” contro i simboli della religione islamica e “glorificando i nazisti e antisemiti dell’Ucraina, le cui mani sono sporche del sangue della Shoah”, e dove si è arrivati addirittura alla soppressione della “Chiesa ortodossa canonica”.

Il patriarca Kirill ha lodato l’iniziativa conciliare, “molto attuale e necessaria” nel contesto del nuovo conflitto nel “Mediterraneo orientale”, come egli chiama il Medio Oriente, richiamando la terminologia dei tempi dell’impero romano. In questa regione “nel corso dei secoli si sono concentrate le attenzioni di tutte le religioni abramitiche”, ha ricordato Kirill, è il luogo della “comunicazione tra Dio e l’uomo”, attorcigliandosi poi su “questi tempi difficili, in cui per alcuni le cose facili diventano difficili, per altri quelle difficili diventano facili”, cercando di evitare di esporsi troppo su argomenti esplosivi. Non si è fatto problemi invece l’altro grande muftì Talgat Tadžuddin, che ha esplicitamente denunciato come “le fondamenta di questo conflitto risalgono alle ingiustizie nei confronti del popolo palestinese di oltre 70 anni fa, che non sono mai state risolte da nessuno… non è un problema di oggi, ma le sofferenze hanno ormai superato il limite”, e questo ha causato la crisi iniziata con gli attacchi del 7 ottobre.

Se era prevedibile il “colpo al cerchio” filo-palestinese dei musulmani russi, tanto più lo è stato quello “alla botte” del rabbino Lazar, che però è intervenuto con passione totale non tanto per difendere la causa israeliana, ma per lodare la “saggezza” del capo. Berl Lazar era arrivato in Russia ancor prima della fine dell’Urss, dopo l’infanzia milanese e la giovinezza americana, consacrandosi totalmente alla causa della “nuova Russia” con l’ascesa al potere di Putin, e ha esordito affermando di “sottoscrivere ogni parola, da ripetere ovunque” di quanto esposto dal presidente. Il rabbino è stato l’unico a ricordare che “non è un caso che ci siamo riuniti alla vigilia del 4 novembre, la Festa dell’Unità nazionale” (neanche Putin l’aveva accennato), spiegando che “questo è un momento simbolico, che esalta l’unicità della Russia!”. Come se non bastasse, Lazar ha lodato la guida putiniana anche perché “è cosa molto buona che nessuno scenda a fare manifestazioni per la strada, sappiamo tutti che si finisce col favorire l’estremismo”. Putin ha sorriso e lo ha ringraziato affettuosamente, “grazie, Rebe!”, chiamandolo con complicità “semitica”, dimostrando così che la vera religione russa non conosce confini etnici, confessionali o teologici, ma è la vera “unione sobornica” che i popoli aspettano da sempre, e che nell’apocalisse della Russia, estesa al mondo intero, trova oggi il suo compimento

La supplica del Papa: ripudiare la follia della guerra, semina morte e cancella il futuro

Celebrazione a San Pietro al termine della Giornata di digiuno e preghiera indetta oggi, 27 ottobre, per invocare la pace in un mondo segnato dalle violenze. Francesco si rivolge alla Madonna e Le affida le sorti dell’umanità: “Scuoti l’animo di chi è intrappolato dall’odio, converti chi fomenta conflitti. Asciuga le lacrime dei bambini, apri spiragli di luce nella notte dei conflitti”

Salvatore Cernuzio – Città del Vaticano

“Pacem in Terris”. Pace in un mondo “in subbuglio”, dilaniato dalle lacerazioni provocati dalle divisioni e dal veleno dell’odio. Dilaniato dalla “follia della guerra” che “cancella il futuro”. Ancora una volta Francesco torna ai piedi di Maria, Regina della Pace, e come già in passato per la Siria, per l’Africa e l’Ucraina, guardando ora al fiume di violenze che si consumano in Terra Santa, implora dalla “Madre” il dono della pace. Una urgenza in “questi tempi lacerati dai conflitti e devastati dalle armi”.

Il Papa presiede nella Basilica di San Pietro la celebrazione conclusiva della Giornata di digiuno e preghiera da lui stesso indetta nell’Angelus di domenica 15 ottobre. Un’occasione per riunire il popolo di Dio sparso in tutto il mondo nell’unica intenzione di far tacere le armi e ispirare “vie di pace ai responsabili delle nazioni”.

In preghiera con il popolo

Giunto in Basilica in sedia a rotelle, con il sottofondo del canto della Schola Cantorum, Francesco subito si dirige dinanzi all’icona mariana per soffermarvisi per alcuni istanti. Poi si unisce alla recita dei Misteri dolorosi del Rosario intervallati da momenti di silenzio e dalle meditazioni dei Padri della Chiesa.

Appare solo il Successore di Pietro, seduto a capo chino sulla poltrona bianca, con a fianco l’effigie illuminata dalla penombra di San Pietro. Ma, come un pastore sempre seguito dal gregge, alle sue spalle ci sono centinaia di fedeli, di vescovi, cardinali e partecipanti al Sinodo. Idealmente, stretti al Vescovo di Roma, ci sono poi i credenti di ogni continente che hanno assicurato l’adesione al suo invito. Si prega a Gerusalemme, si prega a Gaza, si prega a Kyiv, si prega nei villaggi del nord Africa e dell’Africa subsahariana. Nelle terre bagnate dal sangue, spesso innocente, i popoli invocano da Dio la “pace in terra, anelito profondo degli esseri umani di tutti i tempi”, come scriveva Giovanni XXIII nell’incipit della storica enciclica che dà il titolo all’evento di oggi.

Guerre che dilaniano il mondo

Francesco, si fa portavoce delle loro sofferenze e di speranze quando, con lo sguardo e il pensiero rivolti alla Vergine, inizia il suo discorso: “Maria, guarda a noi! Siamo qui davanti a te”, scandisce. Al richiamo segue una supplica alla Madonna che ben conosce “le nostre fatiche e le nostre ferite”.

Tu, Regina della pace, soffri con noi e per noi, vedendo tanti tuoi figli provati dai conflitti, angosciati dalle guerre che dilaniano il mondo. In quest’ora buia – è un’ora buia, Madre – ci immergiamo nei tuoi occhi luminosi e ci affidiamo al tuo cuore, sensibile ai nostri problemi.

Curare ogni vita umana 

Sono tempi, quelli odierni, di “inquietudini” e “paure”. Le stesse che la Madre di Dio ha provato nella sua vita e davanti alle quali non si è tirata indietro: “Nei momenti decisivi hai preso l’iniziativa”, dice il Papa. E anche ai piedi della Croce sulla quale era appeso il Figlio, “hai “tessuto di speranza pasquale la notte del dolore”.

“Ora, Madre, prendi ancora una volta l’iniziativa per noi”, prega il Papa. “Volgi il tuo sguardo di misericordia sulla famiglia umana, che ha smarrito la via della pace, che ha preferito Caino ad Abele e, perdendo il senso della fraternità, non ritrova l’atmosfera di casa”.

Intercedi per il nostro mondo in pericolo e in subbuglio. Insegnaci ad accogliere e a curare la vita – ogni vita umana! – e a ripudiare la follia della guerra, che semina morte e cancella il futuro.

Responsabili per la pace

Tante volte la Madonna ha chiesto preghiera e penitenza. “Noi, però, presi dai nostri bisogni e distratti da tanti interessi mondani, siamo stati sordi ai tuoi inviti”, confessa Francesco, “ma tu, che ci ami, non ti stanchi di noi”. “Prendici per mano, prendici per mano”, ripete due volte, “aiutaci a custodire l’unità nella Chiesa e ad essere artigiani di comunione nel mondo”.

Richiamaci all’importanza del nostro ruolo, facci sentire responsabili per la pace, chiamati a pregare e ad adorare, a intercedere e a riparare per l’intero genere umano.

Nelle mani della Madonna, il Papa pone tutte le debolezze dell’uomo: “Da soli non ce la facciamo”. “Noi – assicura – veniamo a te, cerchiamo rifugio nel tuo Cuore immacolato”. Il Cuore a cui aveva consacrato nel marzo 2022, ad un anno dallo scoppio della guerra, la Russia e l’Ucraina.

Invochiamo misericordia, Madre di misericordia; pace, Regina della pace! Scuoti l’animo di chi è intrappolato dall’odio, converti chi alimenta e fomenta conflitti. Asciuga le lacrime dei bambini, a quest’ora piangono tanto… Assisti chi è solo e anziano, sostieni i feriti e gli ammalati, proteggi chi ha dovuto lasciare la propria terra e gli affetti più cari, consola gli sfiduciati, ridesta la speranza.

“Apri spiragli di luce nella notte dei conflitti”

Alla Madonna il Papa consacra infine “ogni fibra del nostro essere, quello che abbiamo e siamo, per sempre”. Consacra la Chiesa perché “sia segno di concordia e strumento di pace”. Consacra il mondo, “specialmente i Paesi e le regioni in guerra”.

“Tu – dice alla Madre di Dio -, aurora della salvezza, apri spiragli di luce nella notte dei conflitti. Tu, dimora dello Spirito Santo, ispira vie di pace ai responsabili delle nazioni”.

Tu, Signora di tutti i popoli, riconcilia… riconcilia i tuoi figli, sedotti dal male, accecati dal potere e dall’odio.

La visione di Giovanni Paolo II: «L’islam invaderà l’Europa»

«Vedo la Chiesa del terzo millennio afflitta da una piaga mortale, si chiama islamismo. Invaderanno l’Europa. Ho visto le orde provenire dall’Occidente all’Oriente: dal Marocco alla Libia, dall’Egitto fino ai paesi orientali». Questa è la scioccante visione di San Giovanni Paolo II, mai pubblicata prima d’ora. Testimone della confessione è monsignor Mauro Longhi, della Prelatura dell’Opus Dei.

– Valerio Pece – La Nuova Bussola – 18 Novembre 2017

«Vedo la Chiesa del terzo millennio afflitta da una piaga mortale, si chiama islamismo. Invaderanno l’Europa. Ho visto le orde provenire dall’Occidente all’Oriente: dal Marocco alla Libia, dall’Egitto fino ai paesi orientali». Questa è la scioccante visione di San Giovanni Paolo II, mai pubblicata prima d’ora. Testimone della confessione destinata a far rumore è monsignor Mauro Longhi, del presbiterio della Prelatura dell’Opus Dei, molto spesso a stretto contatto con il Papa polacco durante il suo lungo pontificato. Il monsignore triestino ha rivelato l’episodio nell’eremo “Santi Pietro e Paolo” di Bienno, in Val Camonica, in una conferenza organizzata in ricordo di Giovanni Paolo II lo scorso 22 ottobre, giorno in cui la Chiesa festeggia la memoria liturgica del santo.

Per fare la necessaria chiarezza e inquadrare la visione profetica di Karol Wojtyla così come riportata da un sacerdote al di sopra di ogni sospetto (monsignor Longhi ha goduto della stima personale non solo di Giovanni Paolo II ma anche di Benedetto XVI, tanto da essere chiamato nel ’97 al Dicastero vaticano della Congregazione del clero) sono necessari alcuni riferimenti geografici e temporali.

Dal 1985 al 1995 l’allora giovane economista bocconiano Mauro Longhi (sarà ordinato sacerdote nel ’95) ha accompagnato e ospitato Papa Wojtyla nelle sue proverbiali sciate e passeggiate in montagna. Regolarmente, quattro-cinque volte l’anno per dieci anni, e lo ha fatto in quella che oggi è la sede estiva del Seminario internazionale della prelatura dell’Opus Dei, ma che allora era una semplice casa di campagna per chi, nell’Opera, voleva prepararsi al sacerdozio e alla docenza di teologia. Siamo in provincia dell’Aquila, a circa 800 metri, in direzione della Piana delle Rocche, frazione di Ocre. «Il Santo Padre usciva con molta riservatezza da Roma, accompagnato su una modesta vettura dal suo segretario Mons. Stanislaw Dziwisz e da qualche amico polacco, e al casello autostradale – unico posto in cui qualcuno poteva riconoscerlo – era solito fingersi intento nella lettura e mettersi un giornale davanti alla faccia». Così mons. Longhi, inaugurando una sfilza infinita di aneddoti succosissimi (spesso accompagnati – da scrupoloso pastore qual è – da opportune spiegazioni teologiche).

Ma è senz’altro il Karol Wojtyla mistico quello su cui il monsignore ha intrattenuto i fortunati uditori saliti a Bienno; quello che pochissimi conoscono, quello segreto e misterioso, grande protagonista di uno dei pontificati più lunghi della Chiesa. È il Papa che monsignor Longhi incontrava di notte nella cappella della casa di montagna inginocchiato per ore sugli scomodi banchi di legno davanti al Tabernacolo. Ed è il Papa che, sempre di notte, chi abitava la casa abruzzese sentiva dialogare, a volte anche animatamente, con il Signore o con la sua amata madre, la Vergine Maria. 

Per indagare il mistico Karol Wojtyla (cosa che fece magistralmente Antonio Socci nel suo ben documentato “I segreti di Karol Wojtyla”, edito da Rizzoli nel 2008) monsignor Longhi ha raccontato quanto gli confidò Andrzej Deskur, cardinale polacco che di Giovanni Paolo II è stato compagno di seminario, quello clandestino di Cracovia. Deskur, per anni Presidente della Pontificia Commissione per le Comunicazioni sociali (1973-1984), può senz’altro considerarsi il più grande amico di Wojtyla, colui che per sostenere il pontificato dell’amico Lolek si era offerto come vittima – accogliendo la volontà divina dell’ictus e la conseguente paralisi – dentro quel mistero profondissimo che è la “sostituzione vicaria” (sarà proprio per andare a trovare in ospedale l’amico sofferente che la sera stessa dell’elezione Giovanni Paolo II farà la sua prima, incredibile e “clandestina” fuga dal Vaticano).

Così racconta Mons. Longhi: «“Lui ha il dono della visione”, mi confidò Andrzej Deskur. Al che gli chiesi cosa significasse. “Lui parla con Dio incarnato, Gesù, vede il suo volto e vede anche il volto di sua madre”. Da quando? “Dalla sua prima Messa, il 2 novembre 1946, durante l’elevazione dell’ostia. Era nella cripta di San Leonardo della cattedrale di Wawel, a Cracovia, è lì che ha celebrato la sua prima messa, offerta in suffragio dell’anima di suo padre». Monsignor Longhi aggiunge che il segreto svelatogli dal cardinal Deskur – quegli occhi di Dio che si fissano su Wojtyla ogni volta che questi eleva il calice e l’ostia – si può paradossalmente intuire leggendo l’ultima enciclica di Giovanni Paolo II, Ecclesia de Eucharistia. Qui, al numero 59 della “Conclusione”, proprio mentre il papa polacco ricorda il momento della sua prima messa, lui stesso finisce per svelare il mistero che lo ha accompagnato tutta la vita: «I miei occhi si sono raccolti sull’ostia e sul calice in cui il tempo e lo spazio si sono in qualche modo “contratti” e il dramma del Golgota si è ripresentato al vivo, svelando la sua misteriosa “contemporaneità”».

Tra i tanti raccontati, però, l’episodio che più ha colpito la platea dell’eremo di Bienno, e che si inserisce nella cornice di una delle tante passeggiate sul Massiccio del Gran Sasso, è senza dubbio quello che ha come fuochi l’islam e l’Europa. Monsignor Longhi fa precedere le parole del santo polacco – oggettivamente impressionanti – da un prologo molto umano, a tratti inaspettatamente ilare, fatto di battute, di panini scambiati, di rimproveri teatrali sulla pubblicazione anticipata di quel Catechismo della Chiesa Cattolica fortissimamente voluto da Wojtyla (il non attendere l’editio typica latina, infatti, innesterà errori a cui si dovrà rimediare con precipitose correzioni).In quell’occasione il Santo Padre e il monsignore, evidentemente più veloci degli altri, avevano staccato il gruppo, nel quale – come sempre quando il Papa usciva da Roma –  c’era il suo segretario particolare, quel fidatissimo Stanislao Dziwisz, che nel 2006 Benedetto XVI creerà cardinale e che oggi è arcivescovo emerito della Diocesi di Cracovia. Il passaggio di mons. Longhi (con le sue tappe di avvicinamento alla terribile visione mistica del Papa) va dunque riportato interamente(la conferenza è su YouTube, dal minuto 48 è possibile guardare il passaggio che stiamo raccontando).

I due sono appoggiati ad una roccia, l’uno di fronte all’altro, mangiando un panino e aspettando l’arrivo del gruppo. Questo il racconto testuale del monsignore: «Avevo posato lo sguardo su di lui pensando che poteva aver bisogno di qualcosa, lui però si accorge che io lo guardo, aveva il fremito nella mano, era l’inizio del Parkinson. “Caro Mauro, è la vecchiaia..”, ed io subito: “Ma no, Santità, lei è giovane!”. Quando lo si contraddiceva in certi colloqui familiari diventava una belva. “Non è vero! Dico che sono vecchio perché sono vecchio!”». A parere del monsignore è proprio lo scorrere del tempo insieme all’incedere della malattia a portare il Papa polacco a sentire la necessità impellente di trasmettergli quella visione mistica. «Ecco allora che Wojtyla cambia tono e voce – continua il monsignore – e facendomi partecipe di una delle sue visioni notturne, mi dice: “Ricordalo a coloro che tu incontrerai nella Chiesa del terzo millennio. Vedo la Chiesa afflitta da una piaga mortale. Più profonda, più dolorosa rispetto a quelle di questo millennio”, riferendosi a quelle del comunismo e del totalitarismo nazista. “Si chiama islamismo. Invaderanno l’Europa. Ho visto le orde provenire dall’Occidente all’Oriente”, e mi fa una ad una la descrizione dei paesi: dal Marocco alla Libia all’Egitto, e così via fino alla parte orientale. Il Santo Padre aggiunge: “Invaderanno l’Europa, l’Europa sarà una cantina, vecchi cimeli, penombra, ragnatele. Ricordi di famiglia. Voi, Chiesa del terzo millennio, dovrete contenere l’invasione. Ma non con le armi, le armi non basteranno, con la vostra fede vissuta con integrità”».

Questa la preziosa testimonianza di chi per anni è stato a stretto contatto con il Santo Padre, e con questi ha concelebrato molte volte. Inutile sottolineare poi come la confessione di Papa Wojtyla risalga al marzo del 1993, e 24 anni fa molto diversi erano sia il quadro sociale che i numeri della presenza islamica in Europa. Non è un caso, forse, che nell’ormai dimenticata esortazione apostolica del 2003, Ecclesia in Europa, Giovanni Paolo II parlasse chiaramente di un rapporto con l’islam che doveva essere «corretto», condotto con «prudenza, con chiarezza di idee circa le sue possibilità e i suoi limiti», avendo coscienza del «notevole divario tra la cultura europea, che ha profonde radici cristiane, e il pensiero musulmano» (n.57). Pur con il linguaggio proprio di un documento magisteriale, per sua natura trattenuto, sembrava che il santo Padre implorasse l’instaurarsi di una conoscenza dell’islam «obiettiva» (n.54). Un paradigma e una sensibilità, dunque, chiari e inequivocabili, specie se si considera un altro passaggio di Ecclesia in Europa, quello in cui in cui Papa Wojtyla – dopo aver stigmatizzato «la frustrazione dei cristiani che accolgono» e che invece in molti paesi islamici «si vedono interdire l’esercizio del culto cristiano» (n.57) – parlando dei flussi migratori arrivava addirittura ad auspicare una «ferma repressione degli abusi» (n.101).

C’è da prendere atto che siamo di fronte alla lettura polically uncorrect del fenomeno islam da parte di un Papa canonizzato dalla Chiesa cattolica; una lettura prima “profetica” e poi magisteriale (non è difficile ipotizzare che la scioccante visione profetica giovanpaolina abbia influenzato la sua scrittura di Ecclesia in Europa). «L’islam ci invaderà». Forse lo sta già facendo. Mentre, inesorabile, si va spegnendo la luce sull’Europa cristiana, ridotta a una cantina piena solo di vecchi cimeli e ragnatele. “Karol il Grande” ha parlato, ancor più oggi ci invita a resistere all’invasione con la fede vissuta integralmente.

L’arma segreta di Israele è lo spirito del suo popolo

GHILA PIATTELLI  24 OTT 2023- Il Foglio

È una guerra che si combatte su tutti i fronti, tutti sono coinvolti, nessuno resta con le mani in mano. La resistenza dello stato ebraico in guerra 

Ra’anana.  Spade di ferro è il nome che è stato dato all’inizio alla guerra che Israele sta combattendo contro Hamas, in seguito al massacro del 7 ottobre, ma è un nome inadeguato alla portata dell’evento, come inadeguate sono le parole con cui, dopo i primi momenti di choc, si sta provando ora a costruire la narrazione dei fatti. Sì, perché anche termini come pogrom, trucidare, bruciare vivi, all’inizio sono stati usati con titubanza, in punta dei piedi, come se fosse vietato attingere dal vocabolario della Shoah per raccontare l’eccidio avvenuto all’interno dei confini dello stato sorto affinché eventi del genere non si ripetessero. Adesso, di fronte ai numeri e alle modalità del massacro perpetrato da Hamas al sud d’Israele, anche la parola pogrom va stretta. I sopravvissuti accolti nelle strutture alberghiere al centro del paese non hanno niente in comune con i sopravvissuti ai pogrom di un tempo, perché anche se gli allarmi antimissile suonano in tutto il paese, anche se i funerali susseguono senza sosta e i nomi e i volti della tragedia piano piano vengono alla luce, i sopravvissuti di oggi hanno un privilegio che i sopravvissuti di allora non hanno avuto: quello di guardare al futuro con ottimismo, malgrado tutto.  

Anche la parola solidarietà è stata abusata in questi giorni, perché quello che spinge i civili fuori dalle case, nei centri di raccolta di beni per i soldati al fronte, ad organizzare attività per i bambini sfollati del Sud, a dare supporto al personale negli ospedali, non è solidarietà, ma una mobilitazione di massa della società civile a supporto dello sforzo bellico. È una guerra che si combatte su tutti i fronti, tutti sono coinvolti, nessuno resta con le mani in mano. La gamma delle attività in cui sono occupati i civili si ispira al senso pratico e alla creatività tipica degli israeliani: oltre a servizio babysitter ai figli dei riservisti, ai pasti caldi per i soldati al fronte, ci sono giovani mamme che si offrono di allattare i neonati rimasti orfani, camper con parrucchieri che tagliano i capelli ai soldati al fronte e addirittura una campagna di raccolta di donazioni di sangue di cani per i cani dell’esercito.

Anche la parola diserzione, minacciata come strumento di protesta contro la riforma giudiziaria, ora è una parola vuota: la percentuale della mobilitazione dei riservisti è del 130%, il richiamo della coscienza ha anticipato quello dell’esercito, anche chi non è stato convocato per problemi di salute si è offerto come volontario. I racconti di combattimenti e salvataggi eroici avvenuti nel corso del sabato nero, narrano di gente comune che ha imbracciato le armi ed è accorsa a combattere. Non è vero che in questi giorni ognuno fa quello che può, quando è la propria casa a essere in pericolo, si fa l’impossibile.

È una guerra di sopravvivenza quella che ha seguito il massacro del 7 ottobre, paragonabile a quella del 1948, ma che ha in comune con tutte le altre guerre d’Israele la determinazione a vincere. Anche se vittoria è un’altra parola inadeguata, perché con 1300 morti, migliaia di feriti e più di 200 prigionieri, questa è una guerra che Israele già ha perso ma che in fondo, nello stesso respiro, già ha vinto sul campo morale, perché la società israeliana si è rivelata più compatta e più forte che mai. È lo spirito del popolo ebraico in Israele la vera arma segreta di questo conflitto, sembra impossibile che una Nazione che ha subito un massacro di queste dimensioni, in sole ventiquattro ore si sia rimessa in piedi e si sia messa al lavoro. Israele lo sa, davanti a questa risolutezza e a questo spessore morale nessuno potrà farcela. 

Quando sono le parole a venire a mancare forse soltanto le metafore ci possono aiutare a raccontare quello che sta succedendo. Nel mio giardino crescono delle bellissime siepi di bouganville, che ora splendono al sole di ottobre nella loro fioritura viola. Hanno oltre trent’anni, superano i due metri e mezzo di altezza, ogni anno in primavera sono costretta a farle potare, perdono i fiori e il fogliame, si riducono a una massa di rami spogli e intricati. Ogni primavera sembra che non debbano più rifiorire. Poi, dopo qualche settimana appaiono i primi germogli, poi tornano le foglie e infine la fioritura viola. Ogni anno quando le mie siepi di bouganville vengono potate, tornano a essere più belle e più forti di prima

LA SPETTACOLARIZZAZIONE DEL MALE

MAURO MAGATTI – Avvenire 18 Ottobre 2023

La spettacolarizzazione del male è una tecnica sistematicamente usata dai gruppi terroristici. Atti atroci, compiuti contro civili inermi, ripresi e fatti circolare come trofei. Con un obiettivo chiaro: lo sfregio del corpo dell’altro come modo non solo per creare un discrimine netto tra l’amico e il nemico, tra chi sta di qua e chi sta di là, ma per umiliare e annichilire chi sta dall’altra parte.

Moltiplicare l’impatto della violenza attraverso il sistema dei media che – dalle televisioni ai social, come è accaduto anche per l’attentatore di Bruxelles con il suo video inneggiante l’Isis – fanno da cassa di risonanza, sfruttando l’ondata emotiva e lo sdegno generati da atti così scioccanti è un modo per allargare l’identificazione attorno a una causa comune, ma anche per radicalizzare il conflitto, qualsiasi conflitto, allontanando qualunque possibilità di mediazione e negoziazione. Da un lato si sfrutta la propaganda politica delle autocrazie amiche, gestita attraverso i media tradizionali (giornali e tv) e dall’altro si amplificano le azioni, tramite la proliferazione incontrollata delle fake news e dei commenti senza filtro rilanciati dai social. Il tutto nell’ipotesi che la spettacolarizzazione della violenza possa costruire il collante per l’identità di un nuovo popolo che dovrebbe ritrovarsi nella volontà di lottare contro “l’oppressore”. Una tecnica che ha trovato nell’attacco della Torri Gemelle dell’11 settembre 2001 il suo apice di crudeltà e spettacolarità.

Il calcolo però è sempre sbagliato.

Mostrare il male in modo esplicito suscita sgomento e indignazione. Il male non si regge da solo, ma ha sempre bisogno di nascondersi dietro una qualche giustificazione di bene. Quando mostra il suo vero volto – brutale e disumano – esso non può che suscitare un profondo senso di rifiuto. Sono ormai innumerevoli i casi in cui questa strategia si è rivelata fallimentare proprio per chi l’ha pensata.

La violenza mostrata si ritorce regolarmente contro chi l’ha compiuta.

Così il barbaro attacco e le azioni di pura crudeltà

che sono state compiute dagli uomini di Hamas non giovano affatto alla causa palestinese. Al contrario la indeboliscono, minando i pur fragili percorsi di pace che si è cercato di tenere aperti in questi ultimi anni. E a cui, prima o poi, si dovrà tornare.

Colpito al cuore, adesso Israele – comprensibilmente sotto choc – risponde.

Ma c’è da continuare a sperare che la risposta di Israele non si faccia trascinare, come ha scritto anche Edith Bruck – ebrea deportata a Auschwitz e Dachau – nel gorgo della vendetta. La più arcaica delle leggi, quella del taglione, non serve per risolvere i problemi intricati che abbiamo davanti. Al contrario, la sua cecità finisce per rimescolare i torti e le ragioni, in un girone infernale su cui rischia di avvitarsi l’intero pianeta. È la storia che ci insegna che non è questa la via per rendere onore ai tanti ragazzi che sono stati trucidati dall’attacco di Hamas; né tanto meno per risolvere quell’intrico ormai secolare che strozza e avvelena queste terre.

Il punto è un altro. L’attacco di Putin in Ucraina è stato sferrato nel momento in cui gli Stati Uniti avevano abbandonato senza gloria l’Afghanistan. Israele è stato attaccato in un momento di profonda divisione interna. E tutto questo accade quando in giro per il mondo si rafforza la convinzione che il progetto perseguito negli ultimi decenni – andato sotto il nome di globalizzazione – è ormai fallito. E dalle sue rovine sgorgano ora fiotti di odio che rischiano di trascinare il mondo in una spirale distruttiva di cui non si riesce a vedere la fine.

Serve un’altra idea di mondo che non sia quella che oggi si fa strada da tutte le parti, e cioè che le controversie possono essere risolte dallo scontro armato. Dalla guerra.

È questo che vogliono i terroristi e i dittatori, da sempre: trascinare con i loro disegni criminali il mondo intero nella spirale bellica.

Creare caos, distruggere la legalità, suscitare inimicizie, cancellare l’umanità. Il punto solido di resistenza che va cercato sta tra la capacità di non accettare il dilagare della violenza – e quindi respingere questi atti illegali, immorali e inumami – e il riconoscimento della necessità di trovare soluzioni che finora sono mancate per i tanti focolai di tensione che ci sono in giro per il mondo.

Questa capacità spetta alla politica, che è chiamata in causa per immaginare soluzioni laddove fino ad adesso abbiamo fallito. « La politica è l’arte dell’impossibile», diceva Vaclav Havel. E oggi più che mai ne abbiamo bisogno.

L’Italia, gli ebrei e la nostra memoria perduta

Da molti segni appare evidente che l’antisemitismo non è morto affatto. Che il pregiudizio e l’odio antiebraico sono più vivi che mai. Anche nel nostro Paese.


Ottant’anni fa, in questi stessi giorni, gli italiani non si comportarono tutti allo stesso modo con i compatrioti ebrei, cui i nazisti davano la caccia. Alcuni italiani rischiarono la vita per proteggerli. Altri, per ideologia o per denaro, li vendettero. Un sacerdote bresciano, Giovanni Battista Montini, diede ordine ai seminari e ai conventi romani di nasconderli; preti e frati porsero ai perseguitati le loro tonache e i loro sai. Ma altri italiani fecero irruzione nei seminari e nei conventi, e costrinsero gli ebrei a recitare le preghiere cristiane.

Qualcuno aveva imparato il Padre Nostro e l’Ave Maria; altri ebrei furono scoperti e portati a morire ad Auschwitz. «Un turpe sacrilegio» l’ha definito Andrea Riccardi, in risposta ai relativizzatori e ai contestualizzatori di professione. Perché contestualizzare bisogna sempre; ma ci sono crimini che nessun contesto può giustificare. Crimini che impongono, in ogni luogo e in ogni tempo, una condanna morale.

Siamo certi che questa condanna morale sia oggi unanime? Oppure la memoria della Shoah è come un vaccino che dopo tanto tempo non funziona più, perché gli anticorpi sono tutti morti? Da molti segni appare evidente che l’antisemitismo non è morto affatto. Che il pregiudizio e l’odio antiebraico sono più vivi che mai. Anche nel nostro Paese.

Intendiamoci: criticare il governo di Israele non significa essere antisemiti. Chi sostiene il contrario compie un ricatto morale inaccettabile. Netanyahu è criticato pure in patria, anche se più per la corruzione e la torsione allo Stato di diritto che per la sua politica verso i palestinesi. In realtà, Netanyahu non ha mai creduto nella pace. Vince le elezioni nel 1996, contro gli accordi di Oslo. Torna al potere dopo la malattia di Sharon e il crollo delle speranze, e ci resta prima assicurando che con lui non nascerà mai uno Stato palestinese, poi promettendo l’annessione della Cisgiordania. Il suo sostegno agli insediamenti ha aumentato la tensione. Però è anche vero che Netanyahu non ha mai scatenato una guerra, a differenza dei suoi predecessori laburisti e del successore di Sharon, Olmert, che nel 2006 intervenne in Libano, dove perse la vita Uri Grossman, il figlio di David, il grande scrittore. Semplicemente, Netanyahu si è illuso che la questione palestinese potesse essere rimossa.

Ma non prendiamoci in giro: coloro che sui social giustificano Hamas, quando non esultano apertamente per l’assassinio dei civili ebrei, sanno a malapena chi sia Netanyahu. Da tempo il conflitto israelo-palestinese è entrato nel cono d’ombra dell’opinione pubblica. Quasi nessuno tra coloro che oggi pontificano è mai stato in un kibbutz israeliano o in un campo profughi palestinese. Quasi nessuno ha mai parlato con una madre israeliana o palestinese che ha perso un figlio. Un sacerdote di Orbassano, Carlo Maria Martini, fondò un’associazione proprio per far incontrare i genitori delle vittime, affinché trovassero un senso al loro dolore. Ma agli odiatori tutto questo non importa. Non ne sanno nulla, il che sarebbe anche rimediabile; soprattutto, nulla ne vogliono sapere.

Quello che conta per loro, a parte il narcisismo da talk show o da social, è l’ideologia, e prima ancora l’istinto. Lo mettono anche per iscritto: se gli ebrei sono così odiati, sempre e dappertutto, un motivo ci sarà. Per gli odiatori, in Medio Oriente non ci sono due ragioni contrapposte, e neppure torti inflitti e subìti; c’è solo un nemico da detestare.

Ogni Paese fa storia a sé. In Francia, dove vive una comunità ebraica molto più ampia della nostra, ci sono stati attacchi a scuole, insegnanti, allievi ebrei. La Francia è il Paese del caso Dreyfus e del Vel d’Hiv, il Velodromo d’Inverno dove la polizia di Vichy chiuse gli ebrei parigini: e il responsabile, il collaborazionista René Bousquet, era uno dei migliori amici — mai rinnegato — del primo presidente socialista della Quinta Repubblica, François Mitterrand. Eppure è stato un tribunale francese a condannare Jean-Marie Le Pen, il padre di Marine, per aver definito le camere a gas «un dettaglio della storia». L’Inghilterra non ha una storia di antisemitismo se non marginale, molti ebrei francesi si rifugiarono oltre Manica, ma la sua politica estera è tradizionalmente filoaraba: gli arabi combatterono con gli inglesi durante la prima guerra mondiale, al tempo di Lawrence d’Arabia e Glubb Pascià; e fino al 1948 gli ebrei dell’Irgun e della banda Stern ammazzavano e addirittura impiccavano i soldati britannici. La Germania è divisa, anche a sinistra, tra chi come il cancelliere Scholz è consapevole della macchia incancellabile della Shoah, e chi come il penultimo cancelliere socialdemocratico Schröder sostiene che sia tempo di liberarsi dal senso di colpa; forse anche per questo la Germania ha per la prima volta un partito non anti-nazista al 20 per cento.

In America, nonostante la presenza di un’influente comunità ebraica, l’antisemitismo è esistito eccome, anche tra le élite, da Henry Ford a Joseph Kennedy, il padre di John e Bob. E l’altro giorno il comico Bill Maher ha twittato: «La buona notizia è che l’estrema sinistra e l’estrema destra hanno trovato un terreno comune; la cattiva è che entrambe odiano gli ebrei».

E l’Italia? Dall’antisemitismo noi ci autoassolviamo in nome della nostra asserita bontà: siamo, com’è noto, brava gente. Ed è vero che i nostri nonni vissero le leggi razziali come un’ingiustizia; tuttavia furono applicate. E mentre a Torino, la città meno fascista, Edgardo Sogno passeggiava sotto i portici di via Po con la stella gialla sul petto, gli studenti ebrei venivano cacciati dalle scuole, gli impiegati ebrei della Toro Assicurazioni ricevevano la lettera di licenziamento.

Oggi anche in Italia le estreme si saldano in una curiosa e inquietante alleanza rosso-bruna. Ma l’odio o almeno l’antipatia verso gli ebrei non sono soltanto un fatto ideologico, e neppure politico. Certo, Israele è l’avamposto a Est dell’Occidente, quindi siamo noi; e l’Occidente non ama se stesso. Ma il sentimento anti-ebraico non coincide solo con il sentimento anti-israeliano. Nasce prima e ne prescinde.

Perché molti nostri compatrioti odiano o comunque non amano gli ebrei? Perché gli ebrei sono «diversi»? Perché hanno un’identità talmente definita da sopravvivere a oltre tremila anni di storia e a tante persecuzioni?

Vale la pena ricordarlo: parlare di «razza ebraica» non è solo un abominio, è un errore. Molti ebrei vengono dal Sud Africa, dall’Etiopia, dallo Yemen, dall’Algeria, dalla Libia, dal Marocco; altri dalla Polonia, dall’Ucraina, dalla Russia. Ma l’ebraismo non è soltanto una religione o una cultura. Gli ebrei sono un popolo. Il popolo di Israele, come scrisse Primo Levi, entrava inerme nella camere a gas dei campi di sterminio; ma lo stesso popolo di Israele, come disse il maggiore Yosef Salat, sedeva nella cabina di pilotaggio della prima squadriglia che annientò al suolo l’aviazione egiziana, all’alba della guerra dei Sei Giorni. Nasser voleva distruggere Israele; ne fu distrutto. Il suo successore Sadat con Israele fece la pace, ottenne la restituzione del Sinai, fu ammazzato dagli estremisti islamici; proprio come Rabin, capo di Stato maggiore nella guerra del Kippur e premio Nobel per la pace, fu assassinato da un estremista israeliano.

Il popolo di Israele hanno provato a cancellarlo in ogni modo. Non ci è riuscito Nabucodonosor, non ci è riuscito Hitler; non ci riuscirà Hamas. Paragonare epoche diverse è sempre sbagliato: la storia non si ripete allo stesso modo. «Non ritorna mai più niente, e finalmente accetteremo il fatto come una vittoria» ha scritto Francesco De Gregori. Anche la Chiesa cattolica conosceva l’antigiudaismo; poi venne un prete bergamasco, Angelo Roncalli, a cancellarne ogni traccia. Dopo di lui divenne Papa con il nome di Paolo VI il sacerdote bresciano che aveva salvato centinaia di ebrei romani. E dopo Paolo VI venne Giovanni Paolo II, nato in Polonia — terra che pure conobbe l’antisemitismo e i pogrom —, che per primo visitò la sinagoga di Roma e definì gli ebrei «i nostri fratelli maggiori».

(Aldo Cazzullo – Corriere della Sera – 17 Ottobre 2023)

La Russia tra Israele e Palestina

di Stefano Caprio- 14 Ottobre 2023

La “guerra mondiale a pezzi” evocata per anni da papa Francesco si sta effettivamente sviluppando in modalità sempre più globale, e la Russia vede in questo il realizzarsi della sua “missione” nel contestare il dominio dell’Occidente “collettivo”. E tornano alla mente le parole di Solženitsyn sul rapporto tormentato tra russi ed ebrei.

La Russia non ha condannato in modo diretto e inequivocabile le azioni dei terroristi di Hamas, che con l’attacco improvviso del 7 ottobre hanno dato inizio al tremendo conflitto di questi giorni tra Israele e Gaza, con migliaia di morti da entrambe le parti e massacri tali da far scolorire anche gli orrori di Buča e Mariupol. Soltanto due giorni dopo l’inizio del conflitto, il ministro degli esteri Sergej Lavrov ha dichiarato che “lo scontro armato palestino-israeliano va assolutamente fermato, bisogna risolvere il problema con le autorità civili, che sono anch’esse vittime della situazione”, e in particolare “ponendo l’attenzione sulle ragioni del conflitto”, alludendo alla necessità di riconoscere lo Stato palestinese.

Dalle varie dichiarazioni di questi giorni convulsi traspare comunque una malcelata soddisfazione dei russi più “belligeranti”, per uno spostamento dell’attenzione dalla guerra in Ucraina che obbliga l’Occidente a fare scelte drammatiche, compresa quella di mettere in secondo piano il sostegno all’Ucraina stessa. Al di là delle ipotesi complottiste che vedono la mano di Mosca dietro le azioni dei terroristi palestinesi, vale per tutti la dichiarazione dell’esagitato ex-presidente russo Dmitrij Medvedev: “e allora, amici della Nato, avete finito di giocare!”.

Non è del resto difficile comprendere quanto sia vantaggioso per la Russia il moltiplicarsi delle guerre da tutte le parti del mondo, da quelle che la vedono più coinvolta come nel Caucaso a quelle in Asia e Medio Oriente, o in Africa dove i russi sono molto attivi, e quasi stupisce che ancora non si siano riattivati i conflitti in Sudamerica, magari l’eterna contesa delle foreste amazzoniche tra Perù ed Ecuador, in attesa dell’invasione di Taiwan da parte della Cina. La “guerra mondiale a pezzi” evocata per anni da papa Francesco si sta effettivamente sviluppando in modalità sempre più globale, e la Russia vede in questo il realizzarsi della sua “missione” nel contestare il dominio dell’Occidente “collettivo”.

La propaganda di Stato in Russia, sia da parte dei politici sia degli agitatori dei media, ribadisce che qualunque conflitto è di aiuto alla Russia, a volte senza nemmeno il pudore di nasconderlo dietro dichiarazioni apparentemente neutrali. Tigran Keosayan, uno dei conduttori del canale Ntv, lo ha ripetuto più volte, e un altro dei principali “tromboni” televisivi, Vladimir Solov’ev, ha esplicitamente accusato su Russia-1 la Ue e gli Usa di essere colpevoli dell’escalation del conflitto israelo-palestinese, aggiungendo che “io sono ebreo, ma non israelitiano, non appoggio Israele”. La direttrice del canale Russia Today, Margarita Simonyan, ha osservato che “un Paese che non fa la guerra ai suoi vicini, sta facendo la guerra ai suoi vicini, ora dobbiamo aspettarci l’esodo dei pacifisti russi da Israele… anzi, è meglio che non lo aspettiamo, che se ne vadano in Paesi ancora più lontani”. L’allusione è ai tanti russi rifugiati in Israele criticando la guerra in Ucraina e che ora cercano di tornare a casa, come il miliardario Mikhail Friedman di Alfa-Bank, che rischia l’incriminazione per alto tradimento, avendo dato soldi agli ucraini.

Perfino sul sito del Consiglio russo per la politica estera e la difesa è apparsa un commento dal titolo “Ogni guerra oggi è a favore della Russia”, in cui si spiega che le guerre ormai sono una cosa normale, bisogna farci l’abitudine: “Guardate, tutti sono in guerra: l’Azerbaigian ha aggredito l’Armenia e ha conquistato il Karabakh, Hamas si è scagliato contro Israele, e la Russia risolve i suoi problemi in Ucraina”. Questa “normalizzazione della guerra” non è quindi solo una mania dei russi, è una dimensione del mondo intero, “siamo entrati nell’epoca dell’instabilità e dobbiamo farci l’abitudine”, si specifica sul sito non senza un certo compiacimento. Abituarsi alla guerra vuol dire anche rendersi conto che non ci saranno rapide soluzioni dei conflitti, la guerra ci accompagnerà per molti anni, ci assicurano i russi: “non finirà domani, e neanche tra un anno… ahi ahi, gli uomini combattono, ormai sarà sempre così”.

Non deve stupire la sfacciataggine con cui sempre più i russi si vantano del conflitto globale, di cui si sentono i veri ispiratori: ormai non c’è più nulla di cui vergognarsi, si è andati troppo oltre. La Russia comunica soltanto con un gruppo ristretto di Paesi alleati e “amichevoli”, ai margini della comunità internazionale e con regimi apertamente autoritari e aggressivi, come l’Iran e la Corea del nord, quindi non ha più niente da perdere a livello di reputazione. La popolazione russa, per sua abitudine, non contesta “la dirigenza”, e di fronte a tutto questo sprofonda sempre più nell’indifferenza e nell’apatia, tanto che ormai da più parti si suggerisce di semplificare le prossime elezioni presidenziali senza neanche andare a votare, e limitandosi all’acclamazione dello zar. La gente in Russia sa bene che prevale la propaganda sulla realtà, sia all’interno sia all’esterno del Paese, e quindi non vale la pena di credere a nessuno e non “prendersela in testa”, nie brat v golovu, per evitare di farsela mozzare.

Uno dei commentatori più espliciti è l’ideologo del putinismo estremo, il filosofo Aleksandr Dugin, secondo cui “Israele è un vassallo degli Usa e non ha sostenuto la Russia durante l’operazione militare speciale, nonostante la nostra sia una guerra contro i nazisti banderovstsy ucraini [seguaci di Stepan Bandera, collaborazionista degli anni Trenta], che sono colpevoli di aver partecipato all’Olocausto degli ebrei”. Il profeta dell’eurasismo spiega che “qualunque siano le nostre opinioni su ebrei e musulmani, è una questione di principio: l’Iran è nostro amico, alleato e fratello, ci ha sostenuto nel momento più difficile, mentre Israele no”. A suo parere “ora diventa più comprensibile anche la logica di Stalin: egli era a favore di Israele finché Israele stava dalla nostra parte, e poi si è messo contro”.

Dugin paventa che l’escalation in Israele possa portare alla conseguenza di una reazione collettiva del mondo arabo, visto che “i palestinesi in questa guerra non hanno alcuna chance, non possono distruggere Israele e neanche infliggergli una sconfitta”. Del resto anche Israele ha poche speranze di riconquistare i territori palestinesi, che stanno all’interno dei suoi confini, né può sterminare fisicamente tutti i cittadini palestinesi. Si attende dunque la reazione dell’Iran, della Turchia, dell’Arabia Saudita, degli altri Stati del Golfo e dell’Egitto, guarda caso tutti più o meno allineati con la Russia. Per questo, conclude l’ideologo, “nel conflitto israeliano-palestinese per la Russia è difficile scegliere da che parte stare, dobbiamo fare molta attenzione al corso degli avvenimenti”, consapevoli che “la multipolarità si sta rafforzando, mentre l’intensità dell’egemonia dell’Occidente collettivo si indebolisce”.

Al di là delle strategie politiche e militari, in Russia riemerge comunque un sentimento antisemita piuttosto radicato, che ha conosciuto varie fasi nella storia passata più antica e recente. Gli ebrei perseguitati in tutta Europa hanno percorso l’itinerario dall’Atlantico fino alle coste del mar Nero tra Russia e Ucraina, in quella zona chiamata la Novorossija, “nuova Russia” in cui furono cacciati per staccarli dai mercati bielorussi, e che costituisce una parte della Malorossija, la “piccola Russia” come viene chiamata l’Ucraina, proprio le terre dell’attuale conflitto “speciale”. C’è quindi un senso contraddittorio di parentela tra russi e israeliani, alimentato da flussi di emigrazione da Mosca a Tel Aviv anche ai tempi sovietici, che fanno di Israele uno dei Paesi più russofoni del mondo, una particolare espressione del “mondo russo”. I padri fondatori dell’Israele moderno, da Ben Gurion a Netanyahu, provengono da famiglie in cui si parla polacco, russo o ucraino, e il russo è familiare perfino ai tassisti arabi di Gerusalemme.

L’ultima fatica letteraria del grande dissidente sovietico e scrittore Aleksandr Solženitsyn, pubblicata nel 2001 pochi anni prima della morte, si intitolava “Duecento anni insieme”, la convivenza tra russi ed ebrei, da lui descritta in due fasi, 1795-1916 e poi negli anni sovietici, 1917-1995. Come egli scriveva nella prefazione, “ho cercato a lungo qualcuno che spiegasse diffusamente e in modo equilibrato questo rapporto così rovente, ma mi sono sempre imbattuto in pareri unilaterali: da una parte la colpa dei russi davanti agli ebrei, con tutte le contumelie contro la degradazione del popolo russo, dall’altra le colpe degli ebrei verso i russi; tutte e due espresse in modo passionale e indiretto, senza nemmeno cercare di vedere che cosa deve essere attribuito agli uni e agli altri come merito”.

Molti accusarono lo stesso Solženitsyn di antisemitismo, e di essersi infilato in un argomento storico molto buio, lontano dalle sue grandi visioni della “Ruota Rossa” in cui aveva cercato di spiegare le ragioni profonde della rivoluzione e dei cambiamenti epocali del Novecento. L’autore di Arcipelago Gulag era certamente poco allineato con i pensieri dominanti di Oriente e Occidente, ma era spesso profetico nelle sue visioni: oggi siamo di nuovo davanti al dilemma, dopo “secoli insieme” e decenni di illusioni, e torniamo alla divisione e alla guerra, di cui non si riescono a comprendere le ragioni.

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