"VI SUPPLICO: CONVERTITEVI!" (REGINA DELLA PACE-MEDJUGORJE)

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Benedetto XVI, le parole del Rogito: ha lasciato un patrimonio sulle verità di fede

La bara con le spoglie del Papa emerito è stata chiusa ieri con all’interno alcuni segni della dignità pontificia e il testo che ricorda in breve la storia della vita e del ministero di Joseph Ratzinger

Vatican News -5 Gennaio 2022

Gli ultimi atti consumati nella discrezione dopo l’infinito omaggio pubblico. Ieri dopo essere stata per tre giorni al centro dell’ininterrotto pellegrinaggio tributato da oltre 200 mila persone nella Basilica vaticana, la salma di Benedetto XVI è stata rinchiusa in una bara di cipresso, nella quale sono stati deposti il pallio, le monete e le medaglie del pontificato e il Rogito, un testo custodito in un cilindro di metallo che ricorda i tratti salienti della vita e del ministero del Papa emerito, dalla nascita ai suoi ultimi giorni. Il testo del Rogito è stato letto dal maestro delle celebrazioni liturgiche pontificie, monsignor Diego Ravelli. Dopo le esequie presiedute da Papa Francesco la bara di cipresso verrà inserita in un rivestimento di zinco e quindi in una bara di legno per essere infine tumulata nelle Grotte Vaticane.

Di seguito ecco il testo integrale del Rogito:

Nella luce di Cristo risorto dai morti, il 31 dicembre dell’anno del Signore 2022, alle 9,34 del mattino, mentre terminava l’anno ed eravamo pronti a cantare il Te Deum per i molteplici benefici concessi dal Signore, l’amato Pastore emerito della Chiesa, Benedetto XVI, è passato da questo mondo al Padre. Tutta la Chiesa insieme col Santo Padre Francesco in preghiera ha accompagnato il suo transito.

Benedetto XVI è stato il 265° Papa. La sua memoria rimane nel cuore della Chiesa e dell’intera umanità.

Joseph Aloisius Ratzinger, eletto Papa il 19 aprile 2005, nacque a Marktl am Inn, nel territorio della Diocesi di Passau (Germania), il 16 aprile del 1927. Suo padre era un commissario di gendarmeria e proveniva da una famiglia di agricoltori della bassa Baviera, le cui condizioni economiche erano piuttosto modeste. La madre era figlia di artigiani di Rimsting, sul lago di Chiem, e prima di sposarsi aveva fatto la cuoca in diversi alberghi.

Trascorse la sua infanzia e la sua adolescenza a Traunstein, una piccola città vicino alla frontiera con l’Austria, a circa trenta chilometri da Salisburgo, dove ricevette la sua formazione cristiana, umana e culturale.

Il tempo della sua giovinezza non fu facile. La fede e l’educazione della sua famiglia lo prepararono alla dura esperienza dei problemi connessi al regime nazista, conoscendo il clima di forte ostilità nei confronti della Chiesa cattolica in Germania. In questa complessa situazione, egli scoprì la bellezza e la verità della fede in Cristo.

Dal 1946 al 1951 studiò nella Scuola superiore di filosofia e teologia di Frisinga e all’Università di Monaco. Il 29 giugno 1951 fu ordinato sacerdote, iniziando l’anno successivo la sua attività didattica nella medesima Scuola di Frisinga. Successivamente fu docente a Bonn, a Münster, a Tubinga e a Ratisbona.

Nel 1962 divenne perito ufficiale del Concilio Vaticano II, come assistente del Cardinale Joseph Frings. Il 25 marzo 1977 Papa Paolo VI lo nominò Arcivescovo di München und Freising e ricevette l’ordinazione episcopale il 28 maggio dello stesso anno. Come motto episcopale scelse “Cooperatores Veritatis”.

Papa Montini lo creò e pubblicò Cardinale, del Titolo di Santa Maria Consolatrice al Tiburtino, nel Concistoro del 27 giugno 1977.

Il 25 novembre 1981 Giovanni Paolo II lo nominò Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede; e il 15 febbraio dell’anno successivo rinunciò al governo pastorale dell’Arcidiocesi di München und Freising.

Il 6 novembre 1998 fu nominato Vice-Decano del Collegio Cardinalizio e il 30 novembre 2002 divenne Decano, prendendo possesso del Titolo della Chiesa Suburbicaria di Ostia.

Venerdì 8 aprile 2005 presiedette la Santa Messa esequiale di Giovanni Paolo II in Piazza San Pietro.

Dai Cardinali riuniti in Conclave fu eletto Papa il 19 aprile 2005 e prese il nome di Benedetto XVI. Dalla loggia delle benedizioni si presentò come “umile lavoratore nella vigna del Signore”. Domenica 24 aprile 2005 iniziò solennemente il suo ministero Petrino.

Benedetto XVI pose al centro del suo pontificato il tema di Dio e della fede, nella continua ricerca del volto del Signore Gesù Cristo e aiutando tutti a conoscerlo, in particolare mediante la pubblicazione dell’opera Gesù di Nazaret, in tre volumi. Dotato di vaste e profonde conoscenze bibliche e teologiche, ebbe la straordinaria capacità di elaborare sintesi illuminanti sui principali temi dottrinali e spirituali, come pure sulle questioni cruciali della vita della Chiesa e della cultura contemporanea.

Promosse con successo il dialogo con gli anglicani, con gli ebrei e con i rappresentanti delle altre religioni; come pure riprese i contatti con i sacerdoti della Comunità San Pio X.

La mattina dell’11 febbraio 2013, durante un Concistoro convocato per ordinarie decisioni circa tre canonizzazioni, dopo il voto dei Cardinali, il Papa lesse la seguente dichiarazione in latino: «Bene conscius sum hoc munus secundum suam essentiam spiritualem non solum agendo et loquendo exerceri debere, sed non minus patiendo et orando. Attamen in mundo nostri temporis rapidis mutationibus subiecto et quaestionibus magni ponderis pro vita fidei perturbato ad navem Sancti Petri gubernandam et ad annuntiandum Evangelium etiam vigor quidam corporis et animae necessarius est, qui ultimis mensibus in me modo tali minuitur, ut incapacitatem meam ad ministerium mihi commissum bene administrandum agnoscere debeam. Quapropter bene conscius ponderis huius actus plena libertate declaro me ministerio Episcopi Romae, Successoris Sancti Petri, mihi per manus Cardinalium die 19 aprilis MMV commisso renuntiare ita ut a die 28 februarii MMXIII, hora 20, sedes Romae, sedes Sancti Petri vacet et Conclave ad eligendum novum Summum Pontificem ab his quibus competit convocandum esse».

Nell’ultima Udienza generale del pontificato, il 27 febbraio 2013, nel ringraziare tutti e ciascuno anche per il rispetto e la comprensione con cui era stata accolta la sua decisione, assicurò: «Continuerò ad accompagnare il cammino della Chiesa con la preghiera e la riflessione, con quella dedizione al Signore e alla sua Sposa che ho cercato di vivere fino ad ora ogni giorno e che vorrei vivere sempre». 

Dopo una breve permanenza nella residenza di Castel Gandolfo, visse gli ultimi anni della sua vita in Vaticano, nel monastero Mater Ecclesiae, dedicandosi alla preghiera e alla meditazione.

Il magistero dottrinale di Benedetto XVI si riassume nelle tre Encicliche Deus caritas est (25 dicembre 2005), Spe salvi (30 novembre 2007) e Caritas in veritate (29 giugno 2009). Consegnò alla Chiesa quattro Esortazioni apostoliche, numerose Costituzioni apostoliche, Lettere apostoliche, oltre alle Catechesi proposte nelle Udienze generali e alle allocuzioni, comprese quelle pronunciate durante i ventiquattro viaggi apostolici compiuti nel mondo.

Di fronte al relativismo e all’ateismo pratico sempre più dilaganti, nel 2010, con il motu proprio Ubicumque et semper, istituì il Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione, a cui nel gennaio del 2013 trasferì le competenze in materia di catechesi.

Lottò con fermezza contro i crimini commessi da rappresentanti del clero contro minori o persone vulnerabili, richiamando continuamente la Chiesa alla conversione, alla preghiera, alla penitenza e alla purificazione.

Come teologo di riconosciuta autorevolezza, ha lasciato un ricco patrimonio di studi e ricerche sulle verità fondamentali della fede.  

CORPUS

BENEDICTI XVI P.M.

VIXIT A. XCV   M. VIII   D. XV

ECCLESIÆ UNIVERSÆ PRÆFUIT A. VII   M. X   D. IX

A D. XIX   M. APR.   A. MMV   AD D. XXVIII   M. FEB.   A. MMXIII

DECESSIT DIE XXXI M. DECEMBRIS ANNO DOMINI MMXXII

Semper in Christo vivas, Pater Sancte!

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Benedetto XVI dottore della Chiesa: ha lottato per la fede dei semplici»

Nico Spuntoni –  la  Nuova Bussola  . 05-01-2023

Benedetto XVI santo subito? «Deciderà il Papa, io penso sia stato un dottore della Chiesa con il suo magistero. Ha sempre lottato per la fede dei semplici. La centralità della domanda di Dio e il cristocentrismo sono i due punti forti della sua teologia». Intervista al cardinal Koch, che Ratzinger volle a tutti i costi con sè in Vaticano e diventò uno dei suoi collaboratori più fidati………….

Eminenza, un suo ricordo personale di Benedetto XVI.
La prima conoscenza con lui c’è stata attraverso i libri. All’inizio dei miei studi, infatti, ho letto tutti i libri del professore Joseph Ratzinger ed in particolare “Introduzione al cristianesimo“. Poi, come vescovo di Basilea ho avuto dei contatti quando lui era prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede. Nel 2010, quando era già Papa, mi ha chiamato a lavorare a Roma. E questo incontro per me è stato molto interessante. 

Ce lo racconti.
Aveva espresso la sua volontà di avermi in Curia. Io allora risposi che dopo quindici anni come vescovo non era facile lasciare la mia diocesi. La sua risposta è stata questa: “Si ti capisco, ma quindici anni sono sufficienti. Quindi vieni”. 

Le ha spiegato perché voleva proprio lei per guidare il Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani?
Sì. Mi disse che dopo il mandato del cardinale Walter Kasper voleva di nuovo un vescovo che conoscesse le comunità ecclesiali nate dalla Riforma non solo dai libri ma anche dall’esperienza personale. Questa motivazione mi ha fatto capire che l’ecumenismo stava molto a cuore a Benedetto XVI. Da presidente del Pontificio Consiglio ho avuto una stretta collaborazione con lui ed ogni udienza era molto bella perché lui era molto interessato alla progressione dell’ecumenismo. Poi, quando era Papa emerito, ho avuto la gioia di incontrarlo qualche volta ed era sempre una ricchezza per me.

Dopo la rinuncia continuava ad interessarsi al suo lavoro per la promozione dell’unità dei cristiani?
Principalmente abbiamo sempre parlato del lavoro dei gruppi di allievi perché lui mi aveva voluto come mentore. Ma è chiaro che si interessava anche al resto e le sue domande erano: “Come va il rapporto con Costantinopoli? Come va con Mosca? Come va con le chiese luterane?”. Si mostrò sempre molto interessato, sì.

In un testo da lei scritto in occasione dei novanta anni del Papa emerito, aveva sottolineato la coincidenza della sua nascita avvenuta proprio il Sabato Santo. La morte, invece, è avvenuta durante l’Ottava di Natale. Che lettura dà a questa circostanza temporale?
Sì, è avvenuta proprio nel tempo natalizio che stava molto a cuore a Benedetto XVI. Ma penso ci sia un altro dato da evidenziare: la sua elezione al soglio pontificio avvenne nello stesso giorno di quella di Leone IX mentre è morto nello stesso giorno di papa Silvestro. Sabato Santo era molto importante per lui perché questo giorno indica la situazione di ogni cristiano: siamo in cammino verso Pasqua ma non abbiamo ancora l’esperienza di Pasqua. Ed oggi Benedetto XVI può celebrare la Pasqua, la Resurrezione e l’incontro con il suo Maestro. 

Cosa ritroviamo nel pensiero e nel magistero di Joseph Ratzinger- Benedetto XVI sulla vita eterna?
La meta della vita cristiana è la vita eterna. Il professor Joseph Ratzinger diceva che il suo libro più studiato era “Escatologia. Morte e vita eterna“. Mentre la seconda enciclica scritta come Papa era sulla speranza. La speranza cristiana è la speranza della Resurrezione. Questo è lo scopo per ogni cristiano: convertirsi nella vita terrena per arrivare alla vita eterna.

C’è chi invoca la sua canonizzazione immediata. In che modo Benedetto XVI vedeva i santi e che posto dava loro nella vita della Chiesa?
Lui era convinto che i veri riformatori della Chiesa fossero sempre i santi perché la santità è lo scopo della vita cristiana. C’è una bellissima omelia in cui papa Benedetto dice che la santità non è una proprietà esclusiva di pochi ma una vocazione per tutti perché nel giardino di Dio sono moltissimi i fiori. Paragonò lo stupore provocato dalla visione di un giardino con una varietà di fiori a quello che ci coglie davanti alla comunione dei santi con una pluralità di forme di santità. La comunione dei santi è un tema molto importante per lui tant’è che ne parla già nell’omelia per la Messa di inizio ministero petrino. Ma altrettanto importante era la comunione degli uomini: la sua priorità, infatti, è quella di riflettere sulla fede della comunità della Chiesa, non sulla teologia.  

A questo proposito, perché nei commenti di questi giorni si sente ancora qualcuno che lo descrive come un pastore incapace di parlare ai fedeli semplici, sebbene egli abbia sempre concepito sé stesso e il ruolo del vescovo come quello di avvocato della fede del Popolo di Dio?
Ha sempre lottato per la fede dei semplici. La teologia è una cosa secondaria, prima viene la fede. La teologia, sosteneva, deve essere orientata dalla fede e non la fede deve essere orientata dalla teologia. Non si può affatto dire che lui fosse distante dal popolo. Non privilegiava il rapporto con le masse ma quello con il singolo. Egli infatti ha sempre avuto una grande attenzione per le persone con cui parlava. 

E’ corretto dire che l’ecclesiologia di Ratzinger ci insegna che la Chiesa non è soltanto una organizzazione sociale?
Sì. C’è una bellissima definizione di Chiesa già nella sua tesi di dottorato su sant’Agostino. In quel testo si dice che la Chiesa è il Popolo di Dio che vive del Corpo di Cristo. La sua è una ecclesiologia eucaristica: la Chiesa è dove i credenti celebrano, con la presidenza del prete, l’eucarestia. 

Le sue ultime parole, “Gesù, ti amo”, rappresentano il fulcro della sua spiritualità teologica?
Al centro della sua teologia c’è la questione di Dio ma non un Dio qualsiasi ma un Dio che vuole avere contatti con il mondo, che vuole avere relazioni con l’uomo, che ama l’uomo e che si è rivelato nella storia di salvezza prima in Israele e poi soprattutto in Gesù Cristo. In Gesù Cristo, Dio ha mostrato la Sua faccia. Io sono convinto che papa Benedetto volle scrivere il suo libro su Gesù di Nazareth, prendendo tempo ed energia dal suo pontificato, per farne la sua eredità. La centralità della domanda di Dio e il cristocentrismo sono i due punti forti della sua teologia. E quelle ultime parole, “Gesù ti amo”, sono la conclusione perfetta di tutta la vita e della teologia di Benedetto XVI. 

E’ legittimo aspettarsi che lo vedremo “santo subito”? 
In primo luogo c’è Dio che è giudice su chi è santo, quindi devo lasciare il giudizio a Lui. in secondo luogo è il Papa che decide. Io penso che Benedetto XVI sia stato un grande maestro, un dottore della Chiesa con la sua teologia e il suo magistero e questo è per me ciò che conta di più. Ma noi tutti siamo chiamati ad essere santi. 

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Don Georg: Benedetto XVI ha vissuto amando il Signore fino alla fine

I media vaticani a colloquio con il segretario del Papa emerito scomparso il 31 dicembre: il ricordo commosso delle ultime ore e dei tanti anni trascorsi al suo fianco

Silvia Kritzenberger – Vatican news 4 Gennaio 2022

Provato, commosso, ma al tempo stesso in pace. L’arcivescovo Georg Gänswein, prefetto della Casa Pontificia e segretario particolare prima del cardinale Joseph Ratzinger e poi di Papa Benedetto XVI, è negli studi di Radio Vaticana. Racconta gli ultimi momenti dell’esistenza terrena dell’uomo che dal 2005 al 2013 ha servito la Chiesa come Vescovo di Roma per poi compiere una scelta storica con la rinuncia al pontificato avvenuta quasi dieci anni fa.

Migliaia di fedeli hanno reso omaggio alle spoglie mortali del Papa emerito. Lei ha trascorso una grande parte della sua vita con lui come vive questo momento?

Umanamente, molto sofferente. Mi fa male, soffro… Spiritualmente, molto bene. So che Papa Benedetto adesso è dove voleva andare.

Quale era lo spirito con cui Benedetto XVI ha vissuto questi ultimi giorni? Quali sono state le sue ultime parole?

Le sue ultime parole non le ho sentite io con le mie orecchie, ma la notte prima della morte le ha sentite uno degli infermieri che faceva la guardia. Verso le tre: “Signore, ti amo”. L’infermiere me l’ha detto la mattina appena sono arrivato nella camera da letto, queste sono state le ultime parole veramente comprensibili. Di solito, pregavamo le lodi davanti al suo letto: anche quella mattina ho detto al Santo Padre: “Facciamo come ieri: io prego ad alta voce e lei si unisce spiritualmente”. Non era infatti più possibile che potesse pregare ad alta voce, era proprio affannato. Lì ha soltanto un po’ aperto gli occhi – aveva capito la domanda – e ha fatto segno di sì con la testa. Così ho incominciato. Verso le 8 iniziava a respirare in maniera sempre più affannata. C’erano due medici – il dottor Polisca e un rianimatore – e mi hanno detto: “Temiamo che adesso verrà il momento in cui dovrà sostenere l’ultima sua lotta in terra”. Ho chiamato le memores e anche suor Brigida, ho detto loro di venire perché si era arrivati all’agonia. In quel momento era lucido. Avevo già preparato prima le preghiere di accompagnamento per il moribondo, e abbiamo pregato per circa 15 minuti, tutti insieme mentre Benedetto XVI respirava sempre più affannato, sempre più si vedeva che non riusciva a respirare bene. Allora ho guardato uno dei dottori e ho chiesto: “Ma, è entrato in agonia?”. Mi ha detto: “Sì, è iniziata ma non sappiamo quando tempo dura”.

E poi che cosa è accaduto?

Eravamo lì, ognuno poi ha pregato in silenzio, e alle 9.34 ha fatto l’ultimo respiro. Poi abbiamo continuato le preghiere non più per il moribondo ma per il morto. E abbiamo concluso cantando “Alma Redemptoris Mater”. È morto nell’ottava di Natale, il suo tempo liturgico preferito, nel giorno di un suo predecessore – San Silvestro, Papa sotto l’Imperatore Costantino. Era stato eletto nella data in cui si fa memoria di un Papa tedesco, san Leone IX, dell’Alsazia; è morto nel giorno di un Papa romano, san Silvestro. Ho detto a tutti: “Chiamo subito Papa Francesco, è il primo che deve sapere”. L’ho chiamato, e lui ha detto: “Vengo subito!”. Poi è venuto, l’ho accompagnato nella stanza da letto dove è morto e ho detto a tutti: “Rimanete”. Il Papa ha salutato, gli ho offerto una sedia, si è seduto accanto al letto e ha pregato. Ha dato la benedizione e poi si è congedato. Questo è accaduto il 31 dicembre 2022.

Quali parole del suo testamento spirituale l’hanno più toccata?

Il testamento come tale mi ha toccato molto. Scegliere qualche parola è difficile, devo dire. Ma questo testamento l’aveva scritto già il 29 agosto 2006: la festa liturgica del martirio di San Giovanni Battista. È scritto a mano, molto leggibile, molto piccolo ma leggibile, nel secondo anno del Pontificato. In tedesco si dice “O-Ton Benedikt”, cioè “questo è proprio Benedetto”. Se avessi avuto un testo come tale, non conoscendo l’autore, l’avrei riconosciuto. Dentro c’è lo spirito di Benedetto. Leggendolo o meditandolo si vede è proprio il suo. Tutto lui è qui dentro, in due pagine.

È in sintesi un ringraziamento a Dio e alla famiglia …

Sì. È un ringraziamento ma anche un incoraggiamento ai fedeli, a non lasciarsi depistare da nessuna ipotesi né in campo teologico o filosofico né in qualsiasi altro campo. Alla fin fine, è la Chiesa che comunica, è la Chiesa, il Corpo di Cristo che vive, che comunica la fede a tutti e per tutti. Qualche volta anche in teologia, se ci sono teorie molto illuminate o che sembrano tali, può essere che dopo un anno o due siano già passate. È la fede della Chiesa cattolica, è questo che ci porta veramente alla liberazione e ci mette in contatto con il Signore.

Qual è il messaggio più forte del suo pontificato?

La sua forza sta nel motto che ha scelto quando è diventato arcivescovo di Monaco, citando la terza lettera di Giovanni: “cooperatores veritatis”, cioè “collaboratori della verità”, vuol dire che la verità non è qualcosa di pensato, ma è una persona: è il Figlio di Dio. Dio si è incarnato in Gesù Cristo, in Gesù di Nazaret e questo è il suo messaggio: seguire non una teoria sulla verità, ma seguire il Signore. “Io sono la via, la verità e la vita”. È questo il suo messaggio. Un messaggio che non è un fardello: piuttosto è un aiuto per portare tutti i pesi di ogni giorno, e questo dà gioia. I problemi ci sono, ma più forte è la fede, la fede deve avere l’ultima parola.

Il mondo non dimenticherà mai quell’11 febbraio 2013, l’annuncio della rinuncia. C’è chi continua a dire che non sia stata una libera scelta o addirittura che lui abbia voluto in qualche modo rimanere Papa. Cosa ne pensa?

Questa stessa domanda, l’ho posta io stesso a lui in diverse situazioni dicendogli: “Santo Padre, cercano una dietrologia sull’annuncio dell’11 febbraio dopo il concistoro. Cercano, cercano, cercano…”. Benedetto ha risposto: “Chi non crede che ciò che ho detto è il vero motivo della rinuncia, non mi crederà nemmeno se dico adesso ‘Credetemi, è così!’”. Questo è e rimane l’unico motivo e non lo dobbiamo dimenticare. Mi aveva preannunciato questa decisione: “Devo farlo”. Io sono stato tra i primi che hanno cercato di dissuaderlo. E lui mi ha risposto con nettezza: “Senta, non chiedo un suo parere, ma comunico una mia decisione. Pregata, sofferta, presa coram Deo”. C’è chi non crede o fa teorie, dicendo che avrebbe “lasciato una parte ma mantenuto un’altra parte”, eccetera: tutti quelli che dicono ciò fanno solo teorie su una parola o sull’altra e alla fin fine non si fidano di Benedetto, di ciò che ha detto. Questo è proprio un affronto contro di lui. Certo, ognuno ha la sua volontà, la sua libertà e può dire cose sensate o meno sensate. Ma la nuda verità è questa: non aveva più la forza di guidare la Chiesa, come ha detto in latino quel giorno. Io ho chiesto: “Santo Padre, perché in latino?”. Ha risposto: “Questa è la lingua della Chiesa”. Chi crede di trovare o di dover trovare qualche altro motivo, sbaglia. Il vero motivo l’ha comunicato lui. Amen.

Quale aspetto l’ha più colpita stando vicino a Benedetto nel lungo periodo trascorso da emerito?

Sono quasi dieci anni. Benedetto – già da cardinale, già da professore – ha avuto una grandissima dote. Tanti dicono l’umiltà: sì, questo è vero, ma anche – questo forse non si vedeva così bene – una capacità di accettare quando le persone non erano d’accordo ciò che diceva. Da professore è normale: c’è il confronto, il discorso, la “lotta” tra i diversi argomenti. In questo contesto si usano anche parole forti, ma senza mai ferire e se possibile, senza far polemica. Un’altra cosa è quando uno è vescovo e poi Papa: predica e scrive non come privato, ma come uno che ha ricevuto il mandato di predicare e di essere il pastore di un gregge. Il Papa è il primo testimone del Vangelo, anzi, del Signore. E lì abbiamo visto che le sue parole, le parole del Successore di Pietro, non sono state accettate. Ma questo ci dice che la guida della Chiesa non si fa soltanto comandando, decidendo ma anche soffrendo, e questa parte della sofferenza non era poca. Quando è diventato emerito, certamente tutta la responsabilità e tutto il pontificato erano finiti per lui.

Pensava che sarebbe vissuto così a lungo dopo la rinuncia?

Circa tre mesi fa gli ho detto: “Santo Padre, stiamo arrivando al mio decimo anniversario di episcopato: Epifania 2013, Epifania 2023. Dobbiamo festeggiare”. Ma vuol dire anche dieci anni dalla sua rinuncia. Alcuni mi dicono: “Ma come mai ha rinunciato dicendo che non ha più le forze e poi ancora vive da dieci anni? E lui ha risposto: “Devo dire che sono il primo che si meraviglia che il Signore mi abbia dato più tempo. Io pensavo un annetto al massimo, e me ne ha dati 10! E 95 è una bella età, ma anche gli anni e la vecchiaia hanno il loro peso, anche per un Papa emerito”.  Diceva ancora: “L’ho accettato e ho cercato di fare ciò che avevo promesso: pregare, essere presente e anzitutto accompagnare il mio successore con la preghiera”. E questo è molto bello. Anche raccomando ad alcuni che hanno problemi con questo di rileggere ciò che ha detto Benedetto, ringraziando Papa Francesco nella Sala Clementina in occasione del 65.mo dell’ordinazione sacerdotale. Infine una volta ho detto scherzando, in modo non molto elegante: “Santo Padre lei ha fatto i conti senza l’oste”… Lui ha replicato: “Io non ho fatto nessun conto: ho accettato ciò che mi ha dato il Signore. Mi ha dato questo, devo ringraziarLo. Questa è la mia convinzione. Altri possono avere altre idee, teorie o convinzioni, ma questa è la mia”.

Quale è stato il più grande insegnamento per la sua vita e che cosa le mancherà di più di Joseph Ratzinger?

Il più grande insegnamento è che la fede scritta, la fede pronunciata e annunciata non è soltanto qualcosa che lui ha detto e predicato, ma che ha vissuto. Cioè, l’esempio per me è che la fede imparata, insegnata e annunciata è diventata la fede vissuta. E questo per me – anche in questo momento in cui soffro, non da solo – è un grande sollievo spirituale.

Nel suo testamento Benedetto scrive: “Se in quest’ora tarda della mia vita guardo indietro ai decenni che ho percorso, per prima cosa vedo quante ragioni abbia per ringraziare”. Era un uomo felice, realizzato?

Era un uomo profondamente convinto che nell’amore del Signore non si sbaglia mai, anche se umanamente si fanno tanti errori. E questa convinzione gli ha dato la pace e – si può dire – questa umiltà e anche questa chiarezza. Diceva sempre: “La fede dev’essere una fede semplice, non semplicistica, ma semplice. Perché tutte le grandi teorie, tutte le grandi teologie si basano sul fondamento della fede. E questo è e rimane l’unico nutrimento per se stessi e anche per altri”.

Grazie per essere stato con noi.

Sono io che vi ringrazio per questo invito: sono venuto molto volentieri e so bene che Papa Benedetto si sentiva molto sostenuto e anche – se posso dirlo – amato, amato per ciò che voi avete fatto, e anche circondato dal vostro affetto.

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Benedetto XVI, il “Papa laico” che sapeva sfidare chi rifiutava la fede

B-XVI puntava alla Città di Dio, non a correggere le storture di questo mondo. Non dobbiamo avere timore di ricordarlo o di celebrarlo. Ne va del futuro del cristianesimo, perché non si affievolisca

Sulle onoranze da rendere a Benedetto XVI dobbiamo resistere alla tentazione, e magari qua e là all’intenzione, di abbassare i toni. Piuttosto, si deve fare il contrario. Perché se, come in questi giorni si dice autorevolmente, è scomparso “un altro Padre della Chiesa” o un “Dottore della fede” o un “nuovo Agostino”, allora siamo di fronte a un grande evento storico non solo della cristianità. Arrivati alla vigilia della tumulazione, la percezione di tanta grandezza sembra invece incerta e anche imbarazzata. Sulla modalità di celebrazione, sul rito, sui paramenti, sulle presenze, sull’affluenza, ancora si discute. Come se si fosse insicuri o timorosi o guardinghi.

Bene ha fatto il governo italiano a disporre le bandiere a mezz’asta. E bene faranno i fedeli, gli estimatori, il popolo tutto, ad accorrere numerosi per pregare con lui, rendere giustizia a lui, testimoniare la fede o anche solo l’ammirazione per lui. 

Come Benedetto XVI è stato fatto oggetto di contumelie e denigrazioni, e anche sorde resistenze, in vita, così ora da morto sia pensato e onorato come un dono del cielo. Come fu trasformato in figura di discordia, diventi volto di perdono e amore. Perché l’uomo era così: non aveva pensieri se non limpidi, sentimenti se non sinceri, atteggiamenti se non di rispetto. Non che rifuggisse dalla critica e anche dalla polemica, ma gli era spontaneo, naturale, non studiato o calcolato, distinguere fra il piano delle idee sulle quali, una volta meditate a fondo, era inflessibile da quello delle persone, verso le quali era sempre comprensivo. Nessuno lo ha mai sentito dolersi (e certamente ne provò dolore) dell’affronto che gli fecero i docenti di una università che prima lo invitarono e poi lo respinsero. Nessuno ricorda una sua lamentela personale. Difficile trovare un altro come lui che avesse interesse tanto genuino a parlare, discutere, capire. Difficile pensare a un altro che potesse tanto spontaneamente mettere il suo interlocutore alla pari. Provava amicizia autentica anche verso chi lo aveva lasciato (“tradito” era una parola che non sarebbe stato in grado neppure di pronunciare).

Benedetto XVI aveva un interesse spiccato a intrattenere conversazioni con i cosiddetti “laici”. Chiamarlo un “Papa laico” non sarebbe un ossimoro. Senza atteggiamenti cattedratici, li sfidava. Che cosa significa “laico”? È laico il fondamento del pensiero laico? Oppure il pensiero laico ha compiuto un “distacco” dalla sua origine storica cristiana e una “emancipazione” dalla sua famiglia concettuale di origine che non sa come giustificare? Come render conto della uguaglianza fra tutti gli uomini, della loro comune dignità di persona? E se l’essere figli di Dio, a sua immagine, è la risposta (altra, altrettanto universale, non c’è), allora perché non riconoscere che a quell’immagine e solo nei limiti di quell’immagine sono legati diritti non negoziabili?

Dunque, c’è (deve esserci, c’è bisogno che ci sia) una legge sopra le nostre leggi, perché le nostre leggi non provano il valore di se stesse: che, ad esempio, un uomo sia uguale a una donna, che un uomo sia sempre un fine mai solo un mezzo, che la dignità sia una sua proprietà naturale, non sono teoremi che la ragione può provare, sono verità che la fede può credere. Scrisse un giorno Agostino, il teologo e santo tanto amato da Benedetto XVI: vae qui habent spem in saeculo!. State attenti voi laici a rifiutare o anche solo a porre fra parentesi la fede: pensate di essere più liberi e non vi accorgete che in realtà state recidendo le radici, la linfa, il nutrimento, di quella stessa libertà di cui dite di essere tanto orgogliosi. Semplicemente, il vostro secolarismo pecca di superbia e non risponde alle vostre domande.

Ecco un sentimento, un atteggiamento intellettuale, che Benedetto XVI non provava. Quella serenità dell’anima che traspariva dai suoi occhi, quel sorriso interiore che si vedeva sulle sue labbra, quella dottrina non solo teologica che si avvertiva dalla sua conversazione gli impedivano di essere superbo. Ora si comincia sempre più chiaramente a capirlo. Il suo pensiero cristiano indulgeva assai poco a correggere le storture di questo mondo (il secolo), a predicare la giustizia sociale o proclamare l’ecologia o esaltare l’umanitarismo o inclinare al sincretismo e assai di più a richiamare tutti alla Città di Dio.

Ora che in questa Città Benedetto XVI c’è entrato da umile servitore noi non dobbiamo avere timore di ricordarlo o pudore di celebrarlo. Perciò dobbiamo accorrere tutti: affinché il cristianesimo non si affievolisca, affinché non si secolarizzi anch’esso, affinché non diventi una narrazione consolatoria, affinché il nostro mondo non perda senso e speranza. E affinché lui, che ha vinto, non si archiviato come una pratica da sbrigarsi in fretta e poi proseguire come prima. 

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Le ultime parole di Benedetto XVI: “Signore ti amo!”

IL DISCORSO

Perché abbiamo timore davanti alla morte

Il timore è partire verso qualcosa di ignoto che non conosciamo. Nel discorso di Ratzinger, pronunciato il 2 novembre 2011, la discussione sulla fine e sulla perdita di una visione di fede

Da sempre l’uomo si è preoccupato dei suoi morti e ha cercato di dare loro una sorta di seconda vita attraverso l’attenzione, la cura, l’affetto. In un certo modo si vuole conservare la loro esperienza di vita; e, paradossalmente, come essi hanno vissuto, che cosa hanno amato, che cosa hanno temuto, che cosa hanno sperato e che cosa hanno detestato, noi lo scopriamo proprio dalle tombe, davanti alle quali si affollano ricordi. Esse sono quasi uno specchio del loro mondo.

Perché è così? Perché, nonostante la morte sia spesso un tema quasi proibito nella nostra società, e vi sia il tentativo continuo di levare dalla nostra mente il solo pensiero della morte, essa riguarda ciascuno di noi, riguarda l’uomo di ogni tempo e di ogni spazio. E davanti a questo mistero tutti, anche inconsciamente, cerchiamo qualcosa che ci inviti a sperare, un segnale che ci dia consolazione, che si apra qualche orizzonte, che offra ancora un futuro. La strada della morte, in realtà, è una via della speranza e percorrere i nostri cimiteri, come pure leggere le scritte sulle tombe è compiere un cammino segnato dalla speranza di eternità.

Ma ci chiediamo: perché proviamo timore davanti alla morte? Perché l’umanità, in una sua larga parte, mai si è rassegnata a credere che al di là di essa non vi sia semplicemente il nulla? Direi che le risposte sono molteplici: abbiamo timore davanti alla morte perché abbiamo paura del nulla, di questo partire verso qualcosa che non conosciamo, che ci è ignoto.

 E allora c’è in noi un senso di rifiuto perché non possiamo accettare che tutto ciò che di bello e di grande è stato realizzato durante un’intera esistenza, venga improvvisamente cancellato, cada nell’abisso del nulla. Soprattutto noi sentiamo che l’amore richiama e chiede eternità e non è possibile accettare che esso venga distrutto dalla morte in un solo momento.

Ancora, abbiamo timore davanti alla morte perché, quando ci troviamo verso la fine dell’esistenza, c’è la percezione che vi sia un giudizio sulle nostre azioni, su come abbiamo condotto la nostra vita, soprattutto su quei punti d’ombra che, con abilità, sappiamo spesso rimuovere o tentiamo di rimuovere dalla nostra coscienza. Direi che proprio la questione del giudizio è spesso sottesa alla cura dell’uomo di tutti i tempi per i defunti, all’attenzione verso le persone che sono state significative per lui e che non gli sono più accanto nel cammino della vita terrena.

In un certo senso i gesti di affetto, di amore che circondano il defunto, sono un modo per proteggerlo nella convinzione che essi non rimangano senza effetto sul giudizio. Questo lo possiamo cogliere nella maggior parte delle culture che caratterizzano la storia dell’uomo.

Oggi il mondo è diventato, almeno apparentemente, molto più razionale, o meglio, si è diffusa la tendenza a pensare che ogni realtà debba essere affrontata con i criteri della scienza sperimentale, e che anche alla grande questione della morte si debba rispondere non tanto con la fede, ma partendo da conoscenze sperimentabili, empiriche. Non ci si rende sufficientemente conto, però, che proprio in questo modo si è finiti per cadere in forme di spiritismo, nel tentativo di avere un qualche contatto con il mondo al di là della morte, quasi immaginando che vi sia una realtà che, alla fine, è sarebbe una copia di quella presente.

Cari amici, la solennità di tutti i Santi e la Commemorazione di tutti i fedeli defunti ci dicono che solamente chi può riconoscere una grande speranza nella morte, può anche vivere una vita a partire dalla speranza. Se noi riduciamo l’uomo esclusivamente alla sua dimensione orizzontale, a ciò che si può percepire empiricamente, la stessa vita perde il suo senso profondo. L’uomo ha bisogno di eternità ed ogni altra speranza per lui è troppo breve, è troppo limitata.

L’uomo è spiegabile solamente se c’è un Amore che superi ogni isolamento, anche quello della morte, in una totalità che trascenda anche lo spazio e il tempo. L’uomo è spiegabile, trova il suo senso più profondo, solamente se c’è Dio. E noi sappiamo che Dio è uscito dalla sua lontananza e si è fatto vicino, è entrato nella nostra vita e ci dice: “Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me anche se muore vivrà; chiunque vive e crede in me non morirà in eterno” (Gv 11,25-26).

Pensiamo un momento alla scena del Calvario e riascoltiamo le parole che Gesù, dall’alto della Croce, rivolge al malfattore crocifisso alla sua destra: “In verità io ti dico: oggi con me sarai nel paradiso” (Lc 23,43). Pensiamo ai due discepoli sulla strada di Emmaus, quando, dopo aver percorso un tratto di strada con Gesù Risorto, lo riconoscono e partono senza indugio verso Gerusalemme per annunciare la Risurrezione del Signore (cfr Lc 24,13-35). Alla mente ritornano con rinnovata chiarezza le parole del Maestro: “Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me. Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore. Se no non vi avrei mai detto: “Vado a prepararvi un posto”? (Gv 14,1-2).

Dio si è veramente mostrato, è diventato accessibile, ha tanto amato il mondo “da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna” (Gv 3,16), e nel supremo atto di amore della Croce, immergendosi nell’abisso della morte, l’ha vinta, è risorto ed ha aperto anche a noi le porte dell’eternità. Cristo ci sostiene attraverso la notte della morte che Egli stesso ha attraversato; è il Buon Pastore, alla cui guida ci si può affidare senza alcuna paura, poiché Egli conosce bene la strada, anche attraverso l’oscurità.

Ogni domenica, recitando il Credo, noi riaffermiamo questa verità. E nel recarci ai cimiteri a pregare con affetto e con amore per i nostri defunti, siamo invitati, ancora una volta, a rinnovare con coraggio e con forza la nostra fede nella vita eterna, anzi a vivere con questa grande speranza e testimoniarla al mondo: dietro il presente non c’è il nulla. E proprio la fede nella vita eterna dà al cristiano il coraggio di amare ancora più intensamente questa nostra terra e di lavorare per costruirle un futuro, per darle una vera e sicura speranza. Grazie.

Benedetto XVI
Udienza generale del 2 novembre 2011

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Le ultime parole di Benedetto XVI: “Signore ti amo!”

Monsignor Gänswein racconta ciò che il Papa emerito ha detto nella notte poche ore prima di morire. Proprio la ricerca di Gesù, “l’amato”, è stata la cifra del servizio sacerdotale di Joseph Ratzinger, come ricordò nel 2016 Papa Francesco

ANDREA TORNIELLI– Vatican News

Le ultime parole del Papa emerito Benedetto XVI sono state raccolte nel cuore della notte da un infermiere. Erano circa le 3 della mattina del 31 dicembre, alcune ore prima della morte. Ratzinger non era ancora entrato in agonia, e in quel momento i suoi collaboratori e assistenti si erano dati il cambio. Con lui, in quel preciso momento, c’era solo un infermiere che non parla il tedesco. “Benedetto XVI – racconta commosso il suo segretario, il vescovo Georg Gänswein – con un filo di voce, ma in modo ben distinguibile, ha detto, in italiano: ‘Signore ti amo!’ Io in quel momento non c’ero, ma l’infermiere me l’ha raccontato poco dopo. Sono state le sue ultime parole comprensibili, perché successivamente non è stato più grado di esprimersi”.

“Signore ti amo!”, quasi una sintesi della vita di Joseph Ratzinger, che ormai da anni si preparava all’incontro definitivo, faccia a faccia, con il Creatore. Il 28 giugno 2016, nel 65° anniversario dell’ordinazione sacerdotale del predecessore ormai emerito, Papa Francesco aveva voluto sottolineare la “nota di fondo” che aveva percorso la lunga storia del sacerdozio di Ratzinger e aveva detto: “In una delle tante belle pagine che lei dedica al sacerdozio sottolinea come, nell’ora della chiamata definitiva di Simone, Gesù, guardandolo, in fondo gli chiede una cosa sola: ‘Mi ami?’. Quanto è bello e vero questo! Perché è qui, lei ci dice, in quel ‘mi ami?’ che il Signore fonda il pascere, perché solo se c’è l’amore per il Signore Lui può pascere attraverso di noi…: ‘Signore, tu sai tutto, tu sai che ti amo’ ”.

“È questa la nota – aveva continuato Francesco – che domina una vita intera spesa nel servizio sacerdotale e della teologia, che lei non a caso ha definito come ‘la ricerca dell’amato’; è questo che lei ha sempre testimoniato e testimonia ancora oggi: che la cosa decisiva nelle nostre giornate — di sole o di pioggia —, quella solo con la quale viene anche tutto il resto, è che il Signore sia veramente presente, che lo desideriamo, che interiormente siamo vicini a Lui, che Lo amiamo, che davvero crediamo profondamente in Lui e credendo Lo amiamo veramente. È questo amare che veramente ci riempie il cuore, questo credere è quello che ci fa camminare sicuri e tranquilli sulle acque, anche in mezzo alla tempesta, proprio come accadde a Pietro”.

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BENEDETTO XVI FU CORAGGIOSO E  UMILE.  DISSE: NON  POSSO COPIARE GIOVANNI PAOLO II”

Intervista al segretario di Ratzinger,   rimasto vicino a Benedetto anche dopo l’abdicazione

Ezio Mauro – La Repubblica 1 Gennaio 2022

Monsignor Georg Gänswein, lei ha 66 anni, da 38 è al servizio della Chiesa, oggi è Prefetto della Casa Pontificia ma soprattutto è stato segretario privato del Papa emerito Benedetto XVI, gli è stato accanto fino al momento della morte, e prima nel giorno dell’elezione e in quello della rinuncia che ha stupito il mondo. C’è un’immagine quasi simbolica dell’abdicazione, ed è l’elicottero che porta via il Papa dal Vaticano verso Castel Gandolfo per rientrare nel secolo. Lei c’era, su quell’elicottero. Che cosa ricorda di quell’ultimo atto?
«La prima cosa che ricordo è il congedo del Palazzo apostolico. Io sono stato l’ultimo che ha lasciato l’appartamento, ho spento le luci, questo era per me un atto già molto commovente, ma anche molto triste. Ho chiuso la porta. E poi siamo usciti».

Ma chi c’era mi ha detto che lei piangeva: è così?
«Questo è vero, mi sono commosso e quando ho visto… mi perdoni… il cardinale Comastri, quando ho visto lui piangere si è rotto qualcosa in me e ho pianto, sì. Ho cercato di trattenermi, ma la pressione era troppo grande, una specie di tsunami sopra, sotto, accanto. Non sapevo più dov’ero».

E il Papa si è commosso?
«Papa Benedetto era in uno stato di tranquillità incredibile, come già nei giorni precedenti».

Lei quando ha saputo della scelta del Papa?
«Il Papa me lo ha detto a Castel Gandolfo. Era fine settembre del 2012».

Come ha reagito?
«La mia reazione immediata è stata questa: Santo Padre è impossibile, questo proprio non è possibile».

Gli ha detto che non poteva farlo?
«Sì, sì, l’ho detto direttamente, così come parlo con lei adesso. Santo Padre, no. Si deve e si può pensare a ridurre gli impegni, questo sì. Ma lasciare, rinunciare è impossibile. Papa Benedetto mi ha lasciato parlare. E poi ha detto: lei può immaginare che ho pensato bene a questa scelta, ho riflettuto, ho pregato, ho lottato. E ora le comunico una decisione presa, non una tesi da discutere. Non è una quaestio disputanda, è decisa. La dico a lei, e lei adesso non deve dirla a nessuno».

C’era già stato tutto il travaglio dentro di lui, dunque, prima della scelta: lei se n’era accorto?
«Io mi ero accorto all’inizio di luglio che il Papa era molto chiuso, molto pensieroso. E pensavo che fosse concentrato sul terzo volume su Gesù, che stava finendo. Quando poi a fine settembre mi ha rivelato la sua scelta ho capito che stavo sbagliando: non era il libro che lo preoccupava, ma era la lotta interna di questa decisione, una sfida».

Lei ha tenuto questo segreto per mesi, fino alla notte prima dell’annuncio. Quella sera, salutandovi, cosa vi siete detti?
«Lui prima di ritirarsi è andato in cappella per pregare, come tutti i sacerdoti nella compieta. Lì ha fatto le sue preghiere, ma io non ho chiesto per cosa ha pregato quella sera».

E lei ha dormito quella notte?
«Io non ho dormito perché sapevo che il giorno dopo sarebbe stato il giorno della rinuncia. Non sono riuscito a trovare il sonno».

Aveva conosciuto il Papa sui libri di scuola, in seminario. Quando lo ha incontrato personalmente?
«Gli ho parlato per la prima volta nel 1995, il 10 gennaio, ventisette anni fa, qui in Vaticano nel Collegio Teutonico. Gli ho spiegato da dove venivo, cosa avevo fatto e quando ha sentito che ero stato sette anni all’Università di Monaco, il ghiaccio si è rotto. La mia prima impressione è indimenticabile: una personalità forte ma molto naturale. Mite ma molto, molto decisa».

Tutto cambia il 19 Aprile 2005, alle 17 e 56, quando la fumata bianca trasforma Joseph Ratzinger in Benedetto XVI, 265esimo successore di Pietro. Lei dov’era quel giorno?
«Nell’aula che collega la Cappella Sistina e la Cappella Paolina, la Sala Regia. Dopo un’ora, scoppia un applauso forte. Si poteva sentire da fuori, dov’ero io. Ma i cardinali non applaudono, il conclave non è un concerto. Allora l’unica spiegazione è che hanno scelto, e che il prescelto ha accettato. Poco dopo ricordo “Bum, Bum, Bum”, la grande porta che si apre di colpo e il più giovane cardinale che esce di fretta, dicendo “Abbiamo deciso, c’è il nuovo Papa”. Nient’altro».

E lei non sapeva chi era?
«No, non lo sapevo. Finché sporgendomi a guardare per capire, l’ho visto, giù in fondo».

Già vestito di bianco?
«Era tutto bianco, anche la faccia. Già i capelli erano bianchi. Poi lo zucchetto candido e il vestito bianco. Ma era pallido, molto pallido. E lì, in quel momento, mi ha guardato. “Santo Padre, ho mormorato, non so cosa dire, auguri, preghiere”. Poi ho detto una cosa importante per me: “Io le prometto il mio servizio, se vuole, in vita e in morte. Durante tutta la mia vita, fino alla morte o anche nella morte».

Ma immediatamente prima del Conclave c’era stata quella frase di Ratzinger sulla pedofilia tra i sacerdoti, quando dice “quanta sporcizia nella Chiesa”. Questa denuncia davanti ai cardinali era una specie di programma di governo?
«Non deve dimenticare che da Prefetto era stato il primo, o uno dei primi, a venire a contatto con questa brutta piaga degli abusi. È ovvio che una tale esperienza non può non essere presente nella Via Crucis 2005».

Poi c’è la prima omelia all’inizio del pontificato, quando il nuovo Papa dice pregate per me, perché io non fugga per paura davanti ai lupi. Di quali lupi parlava?
«Qualcuno mi ha chiesto se potevo fare qualche nome. Chiedete al Papa stesso, ho risposto, io non so se ha pensato a qualcuno, ma non lo credo. Certamente quell’immagine vuol dire non è facile anche essere coerente, controcorrente, e mantenere questa direzione se molti sono di un’altra opinione».

Però si capisce da queste parole che lui aveva la percezione che non sarebbe stato un papato di tranquillità, ma di lotta: se lo aspettava?
«Chi crede che ci possa essere un papato di tranquillità credo che abbia sbagliato la professione».

Però forse non immaginavate che questa lotta sarebbe nata proprio all’interno del Vaticano, con scandali sessuali, morali, economici. Una crisi più pesante del previsto?
«La parola scandalo certamente è un po’ forte, ma vero è che durante il pontificato ci sono stati molti problemi, Vatileaks, poi lo Ior. Ma è ovvio che, come direbbe Papa Francesco, il cattivo, il maligno, il diavolo non dorme. È chiaro, cerca sempre di toccare, di colpire dove i nervi sono scoperti, e fa più male».

Sta dicendo che ha sentito la presenza del diavolo in quegli anni?
«L’ho sentito in realtà molto contrarie, contro Papa Benedetto».

Vatileaks è uno scandalo enorme, fa il giro del mondo. D’altra parte, pensiamo, documenti riservati rubati direttamente dalla scrivania del Papa, dal suo maggiordomo. Com’è stato possibile?
«Qui devo fare una piccola correzione. I documenti non sono stati rubati dalla scrivania di Papa Benedetto, ma dalla mia. Purtroppo me ne sono accorto molto, molto più tardi, troppo tardi. Io ho parlato con Benedetto, chiaramente, gli ho detto Santo Padre, la responsabilità è mia, me la assumo. Le chiedo di destinarmi a un altro lavoro, io mi dimetto. No, no, mi ha risposto: vede, c’era uno che ha tradito persino nei 12, si chiama Giuda. Noi siamo un piccolo gruppo, qui, e rimaniamo insieme».

Lei sa che c’è chi pensa che il Papa abbia abdicato sotto una specie di ricatto dopo il furto dei documenti. D’altra parte noi conosciamo le carte che sono state rese pubbliche, ma non sappiamo quali altre carte sono state lette, carpite, quali magari sono state esibite come una minaccia davanti a Benedetto. Cosa risponde a un’ipotesi del genere?
«Lo escludo totalmente. Non c’era nient’altro di peso».

Papa Benedetto recentemente è stato chiamato in causa per una vicenda di abusi sessuali del 1980, quando era arcivescovo di Monaco. Lui un anno fa ha scritto una lettera per scusarsi del suo comportamento, dicendo che forse doveva investigare di più, farsi più domande, però al tempo stesso respinge categoricamente l’accusa di aver detto delle bugie. È il sentimento della colpa?
«C’è stato un errore da parte uno dei nostri collaboratori, perché abbiamo dovuto leggere 8.000 pagine della documentazione, e la persona che ha letto le carte ha detto che in quella famosa riunione del 15 gennaio 1980, il Cardinal Ratzinger non era presente».

Perché questa bugia?
«Il nostro collaboratore ha sbagliato le date, una cosa brutta. Quando io ho detto Santo Padre, qui abbiamo sbagliato, Benedetto ha deciso di scrivere una lettera personale, così nessuno può dire che non abbia risposto in prima persona».

Naturalmente la questione è se questi scandali hanno influito sulla rinuncia di Ratzinger. Lei dice di no, cito le sue parole: non è fuggito dai lupi, ha semplicemente e umilmente ammesso di non avere più la forza per reggere la chiesa di Cristo. Di nuovo i lupi. Le domando, quei lupi il Papa li ha incontrati?
«Io ho parlato una volta di questo con Papa Benedetto, ma tutti questi scandali, come vengono chiamati, non erano anche un motivo per lasciare? No, ha risposto, la questione non ha influito sulla mia rinuncia. L’11 febbraio 2013 ho detto i motivi: mi mancavano le forze e per governare. Per guidare la Chiesa, oggi, servono le forze, altrimenti non funziona».

Però Benedetto veniva dopo un Papa come Giovanni Paolo II, che ha vissuto in pubblico la sua malattia e quasi ha offerto la sofferenza del corpo come testimonianza della sua fede, anche in coerenza col suo motto papale: Totus tuus. Come si è confrontato Benedetto con la scelta del suo predecessore?
«Lui mi ha detto una volta: non posso e non voglio copiare il modello di Giovanni Paolo II nella malattia, perché io devo confrontarmi con la mia vita, con le mie scelte, con le mie forze. Ecco perché il Papa si è permesso di fare questa scelta. Che secondo me richiede non soltanto molto coraggio, ma anche moltissima umiltà».

Questa scelta pone anche una domanda al teologo Ratzinger, e cioè la tentazione dell’umano di deviare il disegno divino che l’ha portato sulla cattedra di Pietro: l’uomo può farlo?
«L’uomo deve prendere la decisione che in quel momento secondo lui è giusta».

Lei era accanto al Papa nel 2009 all’Aquila, davanti alla teca dov’è custodito il corpo di Celestino V, l’unico pontefice che, come Ratzinger, fece liberamente la rinuncia nel 1294; e lei aiuta Benedetto che si è sfilato il pallio a deporlo sulla teca di Celestino V. Perché quel gesto che sembra un’autoprofezia?
«Mettere sulla tomba della Chiesa distrutta di Collemaggio il pallio papale era un gesto di grande onore a Celestino. Ma non c’entra niente con un atto di rinuncia che diventerà realtà alcuni anni più tardi. Escludo un collegamento».

Mi racconta il mattino dell’11, il giorno della scelta?
«L’11 febbraio, la Madonna di Lourdes. Abbiamo celebrato la Santa Messa, recitato il breviario, fatto la prima colazione, il Papa si è preparato per il Concistoro. L’ho aiutato a indossare la mozzetta con la stola, poi l’ho accompagnato con un piccolo ascensore dall’appartamento alla seconda loggia. Non abbiamo parlato, niente. Cioè il silenzio era assoluto, perché non era il momento delle parole. Alla fine del Concistoro il Papa dice: Signori cardinali, rimanete qui, devo ancora dirvi una cosa importante per la vita della Chiesa».

Ha un foglietto in mano, lo ha scritto lui?
«Sì, direttamente in latino. Io ho chiesto perché, e lui mi ha risposto che un annuncio così si deve fare nella lingua della Chiesa, la lingua madre. Così ha letto quelle parole sono diventate la dichiarazione della rinuncia».

Sono le 11:30, l’ora della scelta.
«Si sente dalla voce che il Papa era commosso e affaticato: tutt’e due».

Alle 11:46 la notizia fa il giro del mondo. E in qualche modo è l’assoluto che deve fare il conto con il relativo, l’universale che si scontra con la debolezza umana denunciata in pubblico. In questo senso è anche l’irruzione della modernità di un’istituzione che ha 2 mila anni di vita con il Pontefice, rappresentante di Cristo in terra, che rivela la sua fragilità di fronte al peso di reggere la Chiesa universale e anche la responsabilità che ne consegue. È d’accordo con questa lettura?
«Non è una spiegazione completa, ma sono totalmente d’accordo».

Il cardinal Ruini mi ha detto di essere rimasto attonito, stupefatto, perché non se l’aspettava minimamente. Lei cosa ricorda delle reazioni di quel momento?
«Quando Papa Benedetto ha cominciato a leggere in latino ho visto un po’ di… come dire… di movimenti, sforzi per intendere meglio, poi poco per volta mi sono accorto che i cardinali stavano percependo che c’era qualcosa di strano. Credo che alcuni abbiano capito subito, mentre altri chiedevano aiuto al vicino. Poi quando il cardinal Sodano ha fatto un breve saluto al Papa in italiano, parlando di fulmine a ciel sereno, tutti si sono resi conto di cosa stava succedendo».
 

Perché Benedetto ha scelto per sé la formula di Papa Emerito, sollevando discussioni?
«Ha deciso così lui, personalmente. Penso che davanti a una decisione così eccezionale tornare cardinale sarebbe stato poco naturale. Ma non c’è nessun dubbio che c’è stato sempre un solo Papa, e si chiama Francesco».

Lei ha conosciuto personalmente tre Papi, Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e Francesco. Se io le dico che Wojtyla rappresenta l’anima, Ratzinger la ragione e Francesco il cuore, lei che cosa mi risponde?
«Che tutte e tre le parole sono giuste, ma sono anche troppo semplici».

Come è cambiata la vostra vita dopo la rinuncia di Benedetto al trono Pontificio?
«Si cambia da così a così, radicalmente, da un giorno all’altro».

Non crede che dopo la rinuncia di Ratzinger il sacro sia diventato più umano?
«Il sacro è il sacro, e ha anche aspetti umani. Io credo che con la sua rinuncia Papa Benedetto abbia anche dimostrato che il Papa, se è sempre il successore di Pietro, rimane una persona umana con tutte le sue forze, ma anche con le sue debolezze».

C’è una formula che può definire tutto quello che abbiamo detto, non è la forza che cambia il disegno divino, ma la fragilità dell’uomo: è d’accordo?
«Tutte e due. cioè, ci vuole l’una, ma si deve vivere anche l’altra. Perché ci vuole forza per accettare la propria debolezza».

(Ezio Mauro – La Repubblica 1 Gennaio 2022)

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Il testamento spirituale di Benedetto XVI: «Rimanete saldi nella fede!»

di Papa Benedetto XVI

La sala stampa del Vaticano ha pubblicato il testo del testamento spirituale del Papa Emerito, scomparso il 31 dicembre 2022 a 95 anni

Se in quest’ora tarda della mia vita guardo indietro ai decenni che ho percorso, per prima cosa vedo quante ragioni abbia per ringraziare. Ringrazio prima di ogni altro Dio stesso, il dispensatore di ogni buon dono, che mi ha donato la vita e mi ha guidato attraverso vari momenti di confusione; rialzandomi sempre ogni volta che incominciavo a scivolare e donandomi sempre di nuovo la luce del suo volto. Retrospettivamente vedo e capisco che anche i tratti bui e faticosi di questo cammino sono stati per la mia salvezza e che proprio in essi Egli mi ha guidato bene.

Ringrazio i miei genitori, che mi hanno donato la vita in un tempo difficile e che, a costo di grandi sacrifici, con il loro amore mi hanno preparato una magnifica dimora che, come chiara luce, illumina tutti i miei giorni fino a oggi. La lucida fede di mio padre ha insegnato a noi figli a credere, e come segnavia è stata sempre salda in mezzo a tutte le mie acquisizioni scientifiche; la profonda devozione e la grande bontà di mia madre rappresentano un’eredità per la quale non potrò mai ringraziare abbastanza. Mia sorella mi ha assistito per decenni disinteressatamente e con affettuosa premura; mio fratello, con la lucidità dei suoi giudizi, la sua vigorosa risolutezza e la serenità del cuore, mi ha sempre spianato il cammino; senza questo suo continuo precedermi e accompagnarmi non avrei potuto trovare la via giusta. Di cuore ringrazio Dio per i tanti amici, uomini e donne, che Egli mi ha sempre posto a fianco; per i collaboratori in tutte le tappe del mio cammino; per i maestri e gli allievi che Egli mi ha dato. Tutti li affido grato alla Sua bontà.

E voglio ringraziare il Signore per la mia bella patria nelle Prealpi bavaresi, nella quale sempre ho visto trasparire lo splendore del Creatore stesso. Ringrazio la gente della mia patria perché in loro ho potuto sempre di nuovo sperimentare la bellezza della fede. Prego affinché la nostra terra resti una terra di fede e vi prego, cari compatrioti: non lasciatevi distogliere dalla fede. E finalmente ringrazio Dio per tutto il bello che ho potuto sperimentare in tutte le tappe del mio cammino, specialmente però a Roma e in Italia che è diventata la mia seconda patria. A tutti quelli a cui abbia in qualche modo fatto torto, chiedo di cuore perdono. Quello che prima ho detto ai miei compatrioti, lo dico ora a tutti quelli che nella Chiesa sono stati affidati al mio servizio: rimanete saldi nella fede!

Non lasciatevi confondere! Spesso sembra che la scienza — le scienze naturali da un lato e la ricerca storica (in particolare l’esegesi della Sacra Scrittura) dall’altro — siano in grado di offrire risultati inconfutabili in contrasto con la fede cattolica. Ho vissuto le trasformazioni delle scienze naturali sin da tempi lontani e ho potuto constatare come, al contrario, siano svanite apparenti certezze contro la fede, dimostrandosi essere non scienza, ma interpretazioni filosofiche solo apparentemente spettanti alla scienza; così come, d’altronde, è nel dialogo con le scienze naturali che anche la fede ha imparato a comprendere meglio il limite della portata delle sue affermazioni, e dunque la sua specificità. Sono ormai sessant’anni che accompagno il cammino della Teologia, in particolare delle Scienze bibliche, e con il susseguirsi delle diverse generazioni ho visto crollare tesi che sembravano incrollabili, dimostrandosi essere semplici ipotesi: la generazione liberale (Harnack, Jülicher ecc.), la generazione esistenzialista (Bultmann ecc.), la generazione marxista. Ho visto e vedo come dal groviglio delle ipotesi sia emersa ed emerga nuovamente la ragionevolezza della fede. Gesù Cristo è veramente la via, la verità e la vita — e la Chiesa, con tutte le sue insufficienze, è veramente il Suo corpo. Infine, chiedo umilmente: pregate per me, così che il Signore, nonostante tutti i miei peccati e insufficienze, mi accolga nelle dimore eterne. A tutti quelli che mi sono affidati, giorno per giorno va di cuore la mia preghiera.


29 agosto 2006

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Addio a Benedetto XVI, umile lavoratore nella vigna del Signore

Il Papa emerito, 95 anni, si è spento alle 9.34 nella sua residenza in Vaticano

Vatican News

Benedetto XVI è tornato alla Casa del Padre. La Sala Stampa vaticana ha annunciato pochi minuti fa che la morte è sopravvenuta alle 9.34 nella residenza del Monastero Mater Ecclesiae, che il Papa emerito, 95.enne, aveva scelto come sua residenza dopo la rinuncia al ministero petrino avvenuta nel 2013. 

“Con dolore informo che il Papa Emerito, Benedetto XVI, è deceduto oggi alle ore 9:34, nel Monastero Mater Ecclesiae in Vaticano. Non appena possibile seguiranno ulteriori informazioni”, si legge nella nota del direttore della Sala Stampa vaticana, Matteo Bruni, diffusa in mattinata.

Le notizie sul peggioramento

Già dai giorni scorsi le condizioni di salute del Papa emerito si erano aggravate per l’avanzare dell’età, come la Sala stampa aveva riferito aggiornando sull’evolversi della situazione.

Lo stesso Papa Francesco aveva voluto condividere pubblicamente la notizia sul peggioramento dello stato di salute del suo predecessore al termine dell’ultima udienza generale dell’anno, lo scorso 28 dicembre, quando aveva invitato a pregare per il Papa emerito, “molto ammalato”, perché il Signore potesse consolarlo e sostenerlo “in questa testimonianza di amore alla Chiesa fino alla fine”. E in tutti i continenti si erano subito moltiplicate le iniziative di preghiera con messaggi di solidarietà e vicinanza anche dal mondo non ecclesiale. 

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Come l’Urss: la Russia verso la disgregazione

di Vladimir Rozanskij

Asia news 31-12 .2022

L’uomo “putiniano” è la versione attuale e infelice “dell’homo sovieticus”. Russi senza più speranza per il futuro, se non nella versione apocalittica dell’Ortodossia. La violenza putiniana è la “caratteristica nazionale russa”, la sua vera ideologia.

Mosca (AsiaNews) – Il 25 dicembre è caduto il 31° anno dallo scioglimento dell’Unione Sovietica, imposto dal presidente della Repubblica russa Eltsyn a un impotente Mikhail Gorbačëv, che dopo il tentativo estivo del golpe da parte del Kgb aveva perso ogni controllo sulle strutture dell’impero. I 10 mesi della guerra di Putin in Ucraina hanno suggerito a molti commentatori un paragone tra la fine dell’Urss e quella della Russia, che pare destinata a disgregarsi a sua volta.

Uno dei più autorevoli giornalisti indipendenti ancora rimasti in libertà in Russia, Andrej Arkhangelskij, ha pubblicato le sue riflessioni su tale anniversario sul sito di Radio Svoboda, parlando della condizione attuale “dell’uomo putiniano”, versione attuale e infelice di quello che veniva chiamato “homo sovieticus”. Egli ricorda che agli inizi degli anni Duemila l’opinione pubblica era insofferente rispetto alla memoria del 1991, “per quanto dovremo parlare ancora dei tempi sovietici e delle sue tragedie”, lasciando questo argomento alle dissertazioni degli storici.

“Ed ecco che finalmente è iniziata una vita nuova”, scrive il giornalista, “solo che è una non-vita, come afferma il filologo Mikhail Epstein”. L’anno che si conclude è stato “il più sanguinario di tutta la storia post-sovietica”, e rende di nuovo attuali le memorie delle vicende sovietiche: l’invasione dell’Ucraina “è quanto di più sovietico si possa immaginare”. La storia ritorna al punto di partenza, e la “nuova Russia” è ormai finita, per iniziare una fase oscura e ancora da immaginare.

Come ricorda Arkhangelskij, nel 1994 il principale sociologo russo, Jurij Levada, osservava che “l’Urss non esiste più, ma l’uomo sovietico continua a riprodursi”, e questa affermazione “si è rivelata profetica”. E questa è una lezione per tutti i “sovietologi e cremlinologi”, che sostenevano come l’esperienza sovietica si potesse “guarire con metodi naturali”, attraverso l’economia, il superamento dell’ideologia totalitaria e il progresso delle istituzioni democratiche, che danno ai cittadini la libertà di scelta.

E invece la “sovieticità” non si è dissolta, ma si è trasfigurata in una nuova forma di vita, quella putiniana: “I primi 10 anni si è conservata per inerzia, quindi Putin l’ha rianimata, riportandola fuori dal sottosuolo dove sopravviveva in forma sonnambula”, spiega Arkhangelskij.

Per il cronista “il regime di Putin non ha creato nulla di nuovo, né l’ideologia né la narrativa, né i principi, ha solo ridato modo di esprimersi a un essere inanimato”. L’uomo putiniano era ormai avulso dalla realtà e dal mondo, è un “uomo locale, recluso, a differenza delle varianti più ampie dell’uomo ‘khruscioviano’ e ‘brezneviano’, che cercava il mondo attorno a sé”. È un “uomo sovietico nudo”, senza più radici e senza più speranza per il futuro, se non nella versione apocalittica dell’Ortodossia, anch’essa un resto dell’eredità sovietica.

Si ricorda il proverbio russo che Putin ha pronunciato subito prima dell’invasione dell’Ucraina: “Ti piace o non ti piace, pazienza bella mia!” (nravitsa, nie nravitsa – terpi, moja krasavitsa!). Una frase incomprensibile agli occidentali, il cui vero significato è chiaro “solo a chi è cresciuto nelle scuole e nei cortili sovietici”. Il sottinteso è la giustificazione dello stupro, anzi un inno alla violenza in quanto tale, che “viene giustificata con dimensioni di ordine storico e morale; è il codice della violenza che vediamo all’opera in questi giorni”.

La violenza putiniana è quindi la “caratteristica nazionale russa”, la sua vera ideologia, che viene diffusa dalla propaganda martellante in cui “lo stupro si compie con le parole”. L’esperienza post-sovietica è stata traumatica perché i russi hanno dovuto riscoprire e ridefinire sé stessi, a differenza di tutti gli altri Paesi e soprattutto degli occidentali, che non hanno subito “scosse telluriche di autocoscienza”. E invece di creare un uomo nuovo in un mondo nuovo, si è riaffermato l’uomo vecchio, che cerca rabbiosamente di far tornare il mondo a quello che era prima.

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