"VI SUPPLICO: CONVERTITEVI!" (REGINA DELLA PACE-MEDJUGORJE)

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Hamas non ha mai risparmiato donne e bambini

Hamas non ha risparmiato nemmeno i bambini, nell’eccidio che ha commesso in Israele. Non li ha mai rispettati, né i suoi né quelli del nemico. Ha usato i bambini come terroristi suicidi, indottrinandoli sin da subito. Così come ha usato le donne nei suoi attentati. 

Anna Bono – La Nuova Bussola –  13_10_2023

I militanti di Hamas non hanno risparmiato neanche i bambini. Ne hanno uccisi decine, persino dei neonati, alcuni decapitati. Le notizie che arrivano da Israele in questi giorni suscitano orrore. Apparteniamo a un mondo in cui non si ammette che si possa infierire così su dei bambini. Chi lo fa è un mostro che non ha giustificazioni e che non merita pietà.

Ma dovremmo ormai sapere che invece c’è un mondo in cui l’infanzia non dà diritti né tutele, in cui si possono considerare nemici da abbattere anche i bambini degli avversari, in cui addirittura si concepisce di sacrificare i propri figli: in guerra, mandati a morire, e in pace, uccisi in nome dell’onore famigliare. Quasi ce ne siamo dimenticati, ma quanti bambini sono morti in Israele, straziati dalle esplosioni, all’epoca degli attentati dinamitardi suicidi. Chi più di un bambino poteva passare inosservato i controlli di sicurezza e così ai piccoli palestinesi facevano indossare dei giubbotti pieni di esplosivi, poi li facevano saltare in aria alle fermate degli autobus e sui mezzi di trasporto. Per questo i genitori israeliani non lasciavano viaggiare i figli sugli stessi mezzi e per questo nel 2002 è iniziata la costruzione quella barriera anti-terrorismo che mezzo mondo ha condannato chiamandola “muro dell’apartheid” o “muro della vergogna”, e invece ha salvato la vita di centinaia, forse migliaia di bambini palestinesi e israeliani.

I giovani attentatori palestinesi reclutati da terroristi si chiamavano shahid, martiri testimoni della fede, combattenti della guerra santa, il jihad. “Gli shahid costituiscono la forza fondamentale e vittoriosa del nostro popolo – aveva detto nel 2002 il leader dell’Anp, Yasser Arafat, durante un discorso rivolto a dei bambini – il bimbo che afferra un sasso, che fronteggia un tank, non è il miglior messaggio per il mondo quando quell’eroe diventa shahid?”. I filmati mandati in onda dalla televisione palestinese mostravano bambini eroi che lasciavano mamma, casa e giocattoli per andare a morire, madri di piccoli shahid in lacrime, ma fiere e felici della decisione dei loro figli. I piccoli palestinesi imparavano a scuola, sui libri di testo e dalle parole dei loro insegnanti, che il martirio è glorioso, apre la strada del Paradiso.

Trasformare i bambini in combattenti, educarli all’odio è una gravissima violazione dei loro diritti. L’estrema perversione è trasformarli in strumenti di guerra. I terroristi di Hamas li usano tuttora come scudi umani, li mandano  in avanscoperta lungo i confini con Israele, esposti in prima linea mentre loro restano al sicuro, oltre il raggio d’azione dei militari israeliani. L’esempio è partito dall’Iran, dal regime sciita degli ayatollah. Furono loro a ricuperare l’antica idea del sacrificio di sé come arma di guerra.

Durante il conflitto con l’Iraq, dal 1980-1988, i militari, convincendo le famiglie a cederli o sequestrandoli per strada, hanno arruolato decine di migliaia di bambini e ragazzini e ne hanno fatto degli shahid. A tutti veniva data una chiave dorata di plastica da appendere al collo o da stringere in mano. Si dice che ne avessero acquistate centinaia di migliaia. Se fossero morti, assicuravano ai ragazzi e ai loro genitori, con quella chiave avrebbero aperto la porta del Paradiso.

In questo modo li convincevano al sacrificio di sé, per la causa suprema della vittoria in nome di Allah. Poi li facevano camminare sui campi minati, per renderli sicuri prima del transito delle truppe, oppure marciare contro il nemico, davanti a tutti. Sul fronte opposto, a volte i militari iracheni, sconvolti, abbandonavano le mitragliatrici e fuggivano piuttosto che sparare su dei bambini che avevano l’età dei loro figli.

Hamas però ha usato anche delle donne, delle mamme, per compiere i suoi attentati dinamitardi. Una delle prime mamme palestinesi a farsi esplodere è stata Reem Salah al-Rayashi, nel gennaio del 2004. Aveva 23 anni, apparteneva a una famiglia benestante e laica, residente a Gaza, aveva due bambini, uno di tre anni e uno di 18 mesi. Ha ucciso quattro israeliani al valico di Erez. Quella di Reem in realtà è stata una esecuzione.

La  donna aveva avuto un amante, doveva morire per restituire onore alla sua famiglia. Fu il marito, militante di Hamas, a portarla in auto in prossimità del valico e il suo amante fornì la cintura esplosiva. Con ciò quest’ultimo, anch’esso un comandante di Hamas, potrebbe essersi riscattato, evitando la morte che a seconda dei casi i musulmani infliggono anche al seduttore.

Altre donne invece hanno scelto spontaneamente di diventare shahid. A una di queste, Hanadi Jaradat, 28 anni, che nell’ottobre del 2003 ha provocato una strage ad Haifa nel ristorante Maxim dove era entrata portando un neonato in un passeggino, il cantautore italiano Roberto Vecchioni ha dedicato una canzone, Marika. “Canta Marika canta – dicono i versi – come sei bella l’ora del destino, ora che stringi la dinamite come un figlio in seno… canta Marika canta siamo i tuoi occhi siamo il tuo sorriso, canta che Dio ti guarda che anche sulla terra c’è il paradiso, stringiti forte il fiore che porti sotto il vestito nero”. Il “fiore” è la carica di esplosivo che uccise 21 israeliani, tra cui tre bambini di 11, 4 e 1 anno, e ne ferì 60.

Alle origini della guerra tra Israele e Hamas

Di Paolo Mieli- Corriere della Sera – 14 Ottobre 2023

Lo storico ed editorialista Paolo Mieli, già direttore del Corriere della Sera, analizza la situazione a una settimana dall’attacco di Hamas a Israele: in queste condizioni «predire che lo Stato palestinese sarà pacifico è un’allucinazione»

Il 7 ottobre del 2023 resterà alla storia come il giorno dell’orrore. Le immagini degli oltre duecento giovani fatti a pezzi o rapiti mentre partecipavano a un pacifico rave party, nonché – e dovremmo dire soprattutto – quelle dei quaranta bambini sgozzati a Kfar Aza sono destinate a rimanere impresse nella memoria del mondo intero. Come quelle delle donne e degli uomini costretti a gettarsi dalle Twin Towers l’11 settembre del 2001.

La controversia tra arabi e israeliani prima, palestinesi e israeliani poi data dal 1947 quando l’Onu stabilì che su quella terra dovessero nascere due stati, quello di Israele e quello della Palestina. Israele nacque (nel 1948), mentre le terre destinate ai palestinesi furono occupate dagli Stati arabi confinanti che le trasformarono in basi per le aggressioni contro Israele che si era costituita dopo un lungo conflitto durato fino al ’49. Poi ci fu una seconda guerra, quella di Suez, nel 1956. E al termine della terza guerra, detta “dei sei giorni” Israele occupò i “territori” da cui partivano le spedizioni contro i suoi kibbutz e ogni tanto qualche iniziativa militare più aggressiva. Da allora la posizione di Israele è stata: ve li restituiremo quando vi impegnerete a riconoscerci e a non aggredirci mai più. Sono trascorsi cinquantasei anni e questo impegno non è mai venuto.

In seguito, Israele ha prodotto più volte soprusi a danno dei palestinesi, ha cercato in ogni modo di dividerli, ha impiantato colonie sulle loro terre. Potremmo occupare questo intero fascicolo a descrivere i torti di Israele. Ma è un fatto che appena qualche Stato arabo si è dichiarato disposto a riconoscerne il diritto ad esistere si è fatta la pace. Amos Oz, David Grossman, Abraham Yehoshua, il 7 dicembre 2014 firmano un appello per il riconoscimento della Palestina. Si aggiunsero altri 850 intellettuali. C’era scritto: «Israele dovrebbe riconoscere lo Stato di Palestina e questo dovrebbe riconoscere lo Stato di Israele basato sui confini del 4 giugno 1967». Purtroppo, non c’è stato nessun leader palestinese (eccezion fatta per un’esigua minoranza) a sottoscrivere la seconda parte di quell’appello, cioè l’impegno a riconoscere – e a lasciar vivere in pace – lo Stato d’Israele. Neanche entro i confini del 1967.

Nel 2005, di sua iniziativa, Israele ha lasciato libera la striscia di Gaza. Ha fatto osservare

Francesco Battistini che quello di questi giorni è il settimo conflitto in diciotto anni, cioè da quando la striscia di Gaza fu resa libera e autonoma. Il primo prese il nome di “Piogge estive” (2006) dopo l’uccisione di due miliziani palestinesi e il rapimento del soldato israeliano Gilad Shalit. Shalit rimase prigioniero fino all’ottobre del 2011 allorché, in seguito a un accordo tra Hamas e Israele fu rilasciato in cambio della liberazione di oltre mille palestinesi. Poi, nel 2008, venne l’operazione “Piombo fuso” e nel 2012 fu la volta di “Pilastro di difesa”. Nel 2014 Israele provò a interrompere i rifornimenti tramite tunnel tra Gaza e Egitto con “Linea di protezione”. Trascorsero quindi sette anni di relativa calma e nel 2021 ci furono undici giorni di conflitto. E nel maggio scorso altri cinque giorni. Israele rinunciò a quelle denominazioni enfatiche ma il risultato fu sempre lo stesso: giorni e giorni di conflitto per poi tornare al punto di partenza.

Un’ipotesi assai accreditata e che dietro l’aggressione di questi giorni ci sia l’Iran. E dietro l’Iran in qualche modo la Russia. La diplomazia filo Putin «alla quale ha aderito Netanyahu durante tutti gli anni al potere e che rappresentava un’assicurazione politica agli occhi della Repubblica islamica, soprattutto nello spazio aereo siriano», ha scritto su queste pagine Gilles Kepel, il massimo conoscitore di cose arabe, «si è rivelata fallimentare». Lo «sgretolamento morale di Israele, conseguenza di una coalizione governativa tenuta in ostaggio dai ministri dell’estrema destra, gli attacchi contro la Costituzione, le manifestazioni massicce» e soprattutto «la disobbedienza civile di numerosi riservisti, che si erano rifiutati di addestrarsi come forma di protesta contro la deriva politica», sempre secondo Kepel, sono tutti fattori che hanno contribuito a indebolire il Paese e che la Repubblica islamica ha saputo sfruttare.

E adesso? Purtroppo, ha ammesso sconsolato lo scrittore israeliano Assaf Gavron (assai critico nei confronti di Netanyahu), «la nostra storia è piena di eventi “mai avvenuti prima’”». Intervistato da Giulio Meotti (Il Foglio) Mordechai Kedar, uno dei principali esperti di geopolitica mediorientale, ha azzardato la previsione che lo Stato palestinese a questo punto si potrebbe evolvere in un Hamas-stan. Hamas, ha ricordato, ha vinto le elezioni legislative in Cisgiordania nel 2006 e detiene la maggioranza dei seggi palestinesi fino ad oggi. Poi, a giugno 2007, hanno preso Gaza con la forza. Adesso stanno già pensando a prendere l’intero stato palestinese. Con le elezioni o con la forza. In queste condizioni «predire che lo Stato palestinese sarà pacifico è un’allucinazione ». Speriamo tornino presto i tempi dell’ottimismo.

Cosa è successo nel kibbutz di Kfar Aza, in Israele: 40 bambini tra i 200 morti, «alcuni decapitati». «È come entrare nei lager»

di Francesco Battistini- Corriere della sera – 11 Ottobre 2021

Un viaggio nell’orrore lungo la 234 che costeggia la Striscia: «Siamo all’inizio, vogliono un Medio Oriente senza ebrei». Intorno al luogo del rave non è finita: «I terroristi sono arrivati una seconda volta, molti corpi non riusciamo a recuperarli»

Soldati israeliani spostano i cadaveri dei civili uccisi nel kibbutz di Kfar Azza (Epa)

DAL NOSTRO INVIATO
RE’IM — Marciscono al sole. Ci passano i cani bradi, ad annusarli. Sono rovesciati a faccia in giù nei campi di maggese, buttati sulla scarpata, stracci sul bordo della strada 234. Tre corpi gonfi, viola. Denudati, le mutande abbassate. Un altro più avanti è torto come un tronco seccato, la postura innaturale. E ancora uno, vicino a una Peugeot traforata di spari, i finestrini frantumati. Quanti sono? Undici. No, dodici… Guarda, ce n’è altri due là sopra… Le auto scorrono veloci sulla statale. Qualcuno rallenta e li guarda come vedesse un gatto spiaccicato sull’asfalto. Nessuno che li raccolga, li porti via, li seppellisca. Passa un militare, ma solo per esaminare una sacca nera: «Certo che sono terroristi!…». Sono quelli del rave, che han fatto 260 morti? Il soldato non dà informazioni. Ma perché restano qui? La risposta è negli occhi: che restino a marcire dove sono.

Per arrivare ai kibbutz della morte, al Bataclan degli ulivi, nelle terre conquistate per qualche notte da Hamas, si sorpassano colonne di tank assetati di vendetta, si scruta l’Iron Dome che fa esplodere nel cielo i razzi da Gaza, si va per un’autostrada che si chiama Rabin e un tempo lontanissimo, con quel nome, faceva perfino sperare nella pace. Non ora, non qui. Il quarto giorno, è l’inventario delle stragi. Un Horror Tour lungo la 234 che costeggia la Striscia e in pochi chilometri si fa scia d’immagini mostruose. Prima tappa: Kfar Azza, casette spoglie e vialetti ordinati stile kibbutz anni ’50. Fuori, ci piantavano i girasoli. Dentro, un fetore insopportabile che spira dai body bag messi in fila: duecento morti, e quaranta erano neonati e bambini. Kfar Azza è peggio perfino di Be’eri coi suoi 108 ammazzati. «Una cosa mai vista in vita mia — si stropiccia gli occhi il generale Itai Veruv, che s’aggira per il mattatoio —. M’è venuto in mente Eisenhower, quando entrò nei lager nazisti e vide i corpi ammassati». I soldati trasportano i morti sulle barelle e camminano su un terriccio impregnato di sangue, fra lavatrici ancora piene di bucato e tavole pronte per la colazione, tricicli ribaltati nelle aiuole e caschetti rosa: una tv israeliana parla di bimbi dai 2 ai 5 anni trovati decapitati. Yossi Landau, necroforo di Zaka, conferma di averli visti. Alcune salme sono irriconoscibili e il generale Veruv è incaricato di ricomporle: «Hanno incendiato le case, per costringere la gente a scappar fuori e poi ammazzarla: le cose che si fanno nelle peggiori guerre! Ma questa non è una guerra, questo non è un campo di battaglia. È un massacro».

Si spara ancora. Un camion trascina un tank perforato da un mortaio sulla fiancata e proprio sul numero di matricola: 836687. I pullman scaricano i riservisti pronti al Grande Assedio. E il confine con Gaza sarà anche sigillato, come assicura Tsahal, ma dietro la rotonda di Saad c’è un terrorista abbattuto e col sangue fresco. A Re’im, scavalcati i cadaveri abbandonati sulla 234, il campo del rave è sbarrato al cancello giallo. I soldati vorrebbero aprire, far vedere, ma è meglio di no: intorno si stavano scavando le trincee per preparare l’assedio della Striscia, finché domenica non si sono sentite le nuove mitragliate. «Non è ancora finita», ci dice un ufficiale druso: «I terroristi sono arrivati una seconda volta. E molti corpi dei ragazzi uccisi non riusciamo a recuperarli». Una fonte rivela che per raggiungere gli obbiettivi, sino ai kibbutz e al party, Hamas ha preparato per mesi dei tunnel sotterranei: questo spiegherebbe la rapidità dei terroristi, anche nel dileguarsi. Oltre la rete del free party si vedono sedie di plastica bianca rovesciate, il tavolo delle birre spaccato, tutt’intorno una Ford con le portiere spalancate, un suv nero bloccato nella fuga e col cofano che affonda in un fossato, una moto lasciata in mezzo agli uliveti. Su una pensilina per il bus, i ragazzi delle feste notturne avevano graffitato un vecchio furgone Volkswagen decorato a fiori, di quelli che usava la generazione peace&love: è scrostato e quasi invisibile. «Mi emoziona — dice Gedalya Fendel, 35 anni, medico con kippah e mitra a tracolla, organizzatore della difesa dei kibbutz — vedere che sono venuti ad aiutarci anche molti ebrei laici: nell’emergenza, siamo un popolo unito».

L’ottobre nero di Hamas sta sfondando tutti i record del più lungo dei conflitti: la peggiore mattanza mai vista di civili israeliani, il più grande eccidio islamico d’occidentali dall’11 Settembre , la più pesante rappresaglia israeliana su Gaza, l’esodo più massiccio di gazali dai tempi della Nakba 1948… «È come un pogrom», dice Moshe, 31 anni, in testa il Borsalino nero degli ultraortodossi e una certezza: «Siamo solo all’inizio. Vogliono un Medio Oriente senza ebrei. Oggi attaccano noi, domani tocca a voi europei». Moshe è in coda al supermercato di Netivot e come tutti compra scatolame e acqua per le prossime 72 ore, «il governo dice di prepararci a una lunga guerra»: ci mostra il video postato da Bibi Netanyahu, i due terroristi ammazzati sabato alle porte della città, «viviamo a 12 km da Gaza e siamo abituati a fare scorta di cibo, ma stavolta è diverso». La signora Lea Hadad, cuoca in pensione, abita qui da 32 anni: «È la prima volta che esco di casa da sabato mattina…».

I thailandesi

Chi può, va lontano. Negli hotel del Mar Morto, a Tel Aviv, all’estero. Sulla via Shamir di Sderot, nel deserto d’una città stremata da vent’anni di razzi e scioccata da tre giorni di terrore, due thailandesi ci chiedono un passaggio: lavoravano nei campi, se ne vorrebbero scappare. Alle cinque del pomeriggio, quando Hamas lancia l’ultimatum agli abitanti di Ashkelon, «andatevene o sarà l’inferno!», non c’è in giro nessuno: «Ma non sono scappati — si fa forza Leon Bakman, 40 anni, mentre ramazza i vetri spaccati della sua scuola guida — stanno tutti in casa a pregare. Noi siamo rimasti sempre qui, e qui rimaniamo!». Lui è pronto ad andare a combattere: «Non vedo l’ora». Arrivando fin dove? «Bisogna chiudere la questione di Gaza». Ci sono già quasi mille morti. E quattromila feriti. E in queste ore, per identificare le centinaia di morti per i bombardamenti, negli ospedali della Striscia scrivono i nomi a pennarello sulle pance dei cadaveri…«Noi siamo meglio di loro. E abbiamo avuto fin troppa pazienza. Mi dispiace per i loro bambini. Ma l’hanno fatto anche ai nostri. E la guerra è così».

IMPRESSIONANTI PROFEZIE RIVELATE DALLA MADONNA A TERESA MUSCO

10 Ottobre 1973: “Sta per iniziare una nuova guerra nella terra dove è nato il Salvatore, cioè il Mio amatissimo Figlio e non si fermerà.
Sembra che fanno la pace ma non è vero, PERCHÈ DA LÌ NASCERA’ LA GRANDE GUERRA, DA LÌ VIENE IL GRANDE CASTIGO DAL CIELO E DALLA TERRA”.

Stralci dal libro di Padre Gabriele M. Roschini dal titolo: “Crocifissa col Crocifisso” e dal libro di Padre Antonio Gallo dal titolo: “Studio biografico su Teresa Musco”

13 Giugno 1950: La “Bella Signora” entra, a porta chiusa, nella cameretta di Teresa e le presenta carta e penna dicendo: “Sapessi quanti peccati si commettono nel mondo!… Molti uomini, trafiggono il cuore già tanto lacerato di MIO FIGLIO”. Se gli uomini non si ravvedranno, IL PADRE INFLIGGERÀ AL MONDO UN GRANDE CASTIGO E TUTTO SARÀ DISASTRO.

20 Maggio 1951: “Salvami i sacerdoti dai loro peccati e santificali col Mio Dolore e lavali col Mio Sangue. Vedrai molti cambiamenti nella Mia Chiesa. Cristiani che pregano ne rimarranno pochi, molte anime vanno all’inferno. Pudore, vergogna non ci sarà più per le donne: satana si veste di esse per far cadere molti sacerdoti. Crisi comuni ci saranno nel mondo. I preti, vescovi, cardinali sono tutti disorientati, cercano di aggrapparsi alla politica per aiutarsi, ma ancora una volta sbagliano; il governo cadrà, il Papa passa ore di agonia, alla fine Io sarò lì per condurlo in Paradiso. Una grande guerra succederà. Morti e feriti ce ne saranno tanti. Satana grida la sua vittoria e quello è il momento che: TUTTI VEDRANNO MIO FIGLIO APPARIRE SULLE NUBI e allora giudicherà quanti hanno calpestato il Suo Sangue innocente e divino. E allora il Mio Cuore trionferà.

NOTA: Teresa Musco ricevette questo messaggio all’età di 8 anni.
13 Agosto 1951: “Io sono la Madonna, Maria Immacolata, dal Cuore ferito di lancia e flagellato, alla fine coronato e poi tanto calpestato. Figlia Mia, Io sono qui per dirti che il Padre manderà un grande castigo sull’intero genere umano, nella seconda metà del secolo. Sappi, figlia, che satana regna nei più alti posti. Quando satana giungerà alla sommità della Chiesa, sappiate che allora riuscirà a sedurre gli spiriti dei grandi scienziati e quello sarà il momento che essi intervengono con armi potentissime che è possibile distruggere gran parte dell’umanità. E neanche ora piangono i loro sbagli, perché la preghiera per molti non esiste più, e Dio Padre allora mostrerà ancora una volta la Potenza DEL SUO GRANDE CASTIGO, ma non lo farà ancora, aspetta che loro chiedano realmente perdono. Le spine che vedi attorno al Mio Cuore sono per riparare tanti gravi colpe che si scagliano di continuo verso il Cuore di Mio Figlio. Figlia Mia, chiedo a te d’offrirti per amore di Gesù e per riparare le colpe dei peccatori.
Dal 1972 comincerà il tempo di satana e il tempo delle grandi prove. Figlia, si è in un momento molto delicato, i cardinali si opporranno ai cardinali, i vescovi ai vescovi; fra di loro non c’é amore e tanti figli prediletti si trovano senza amore e sono sbandati, non sanno più come prendere le anime ma non arrivano alla preghiera”.

13 Settembre 1951:
NOTA: Teresa vede Gesù, ha una visione. Non potendo rivelare per iscritto, racconta ciò che vede.
“Raccomando solo ai sacerdoti di STARE ATTENTI AL MOMENTO DELLA CONSACRAZIONE DELLA MESSA, PERCHÉ GESÙ E’ LÌ IN PERSONA E SI IMPRESTA (1) LE MANI, LA BOCCA, LA LINGUA del SACERDOTE. È LÌ ACCANTO A LORO E OSSERVA LA SUA MENSA, IL SUO MISTERO. Questo è quanto posso dire”.
NOTA: (1) Prende in prestito.

30 Settembre 1951: “GRANDI FLAGELLI SONO DIRETTI SULL’ITALIA E SOLO I PARAFULMINI SONO QUELLI CHE CENTRANO IN PIENO IL CUORE DI MIO FIGLIO E QUELLO DEL PADRE, POICHÉ VOI REGGETE (Tratterrete?…) la loro ira e sorreggerete il mondo con i vostri sacrifici”… “Voi sacerdoti non esponete alle tentazioni di disperazione le anime scelte da Me, poiché per voi sarà il fuoco eterno. Molte anime si perdono per causa vostra. Pensate al vostro dovere, perché un giorno piangerete. PENSATE A INCORAGGIARLE, NON A SCORAGGIARLE…”

1 Ottobre 1951: “FIGLIA MIA, SONO PRONTI I FLAGELLI CHE IL PADRE HA DIRETTO SULL’ITALIA E SOLO LE ANIME CHE SI OFFRONO VITTIME POSSONO CENTRARE IN PIENO IL CUORE DI MIO FIGLIO E FERMARE L’IRA DEL PADRE”.

3 Gennaio 1951: “Voglio dirti che il mondo è così cattivo. Sono apparsa nel Portogallo dando messaggi, e NESSUNO MI HA ASCOLTATO, e a Lourdes, alla Salette, ma pochi cuori duri si sono ravveduti. Anche a te voglio dire tante cose che affliggono il Mio Cuore. Voglio parlarti del terzo segreto di Fatima che diedi a Lucia e ti dico che DA TEMPO È STATO LETTO, MA NESSUNO SI È PRONUNCIATO”.

NOTA: La Madonna, di seguito poi predice il pellegrinaggio del Santo Padre Paolo VI a Fatima, ove inviterà tutto il mondo alla preghiera ed alla penitenza. Aggiunge poi che il Papa NON OSERA’ PARLARE DEL SEGRETO, perché è SPAVENTOSO.

“Il mondo cammina verso una grande rovina […] il popolo si sbizzarrisce sempre di più […] FUOCO E FUMO SCONVOLGERA’ IL MONDO LE ACQUE DEGLI OCEANI DIVENTERANNO FUOCO E VAPORE, LA SCHIUMA SI INNALZERA’, SCONVOLGENDO L’EUROPA, E AFFONDERA’ TUTTO IN UNA LAVA DI FUOCO, E MILIONI DI UOMINI E BAMBINI PERIRANNO NEL FUOCO, E I POCHI ELETTI RIMASTI INVIDIERANNO I MORTI, PERCHÈ DA QUALUNQUE PARTE SI VOLGERA’ LO SGUARDO, NON SI VEDRA’ ALTRO CHE SANGUE E MORTI E ROVINE IN TUTTO IL MONDO”. (Diario, pag. 370).
Figlia Mia, offri tutto quello che ti capita di soffrire per i sacerdoti, perché non capiscono più quale sia la volontà di Dio. Quei pochissimi che sono rimasti fedeli a Me, hanno tanta paura di esporsi, e così continueranno a vivere fin quando Mio Figlio deciderà.
La Mia Casa sta percorrendo un brutto momento: quelli che vi comandano si avviano verso le tenebre, perché la comodità che hanno è tanta…danno troppo retta alla carne, e mettono a tacere lo spirito. Io ti raccomando, figlia, prega per loro, che tanto ne hanno bisogno! E se nella tua vita passerà un’ora della giornata senza aver pregato per i figli miei prediletti, sappi che è una giornata perduta nella tua vita!…
“Parla Gesù”: Io sanguinerò per i sacerdoti, lascerò cadere su di loro il Mio Sangue e quello della Mamma Mia adoratissima. Mi basta la fedeltà di uno di loro per far conoscere loro il medicamento divino.
“Parla la Madonna”: Vedrai quanti sacerdoti, figli prediletti del Mio diletto Figlio, CHE RINNEGANO LA PRESENZA DI LUI, MOLTI SI SVESTONO PER ANDARSENE VIA. Sappi, figlia, che ci vogliono molte anime che si offrono vittime per i sacerdoti. Molti di loro si oppongono ai loro vescovi, e molti non ammettono neanche di aver sbagliato. Offri, soffri, prega per loro.

31 Agosto 1953: “Figlia, quanti peccati nel mondo! Mille volte ogni momento crocifiggono Mio Figlio sulla Croce. Il Padre è stanco e pieno d’ira nel vedere il Figlio Suo sempre così trafitto e calpestato da tanti uomini crudeli. Figlia Mia, prega e fà penitenza perché il popolo corre veloce verso un orribile precipizio. Parla hai piccoli affinché preghino, perché le preghiere degli innocenti valgono molto più di quelle delle persone grandi. Solo pregando si può placare l’ira di Dio. E tu, con le tue pene e preghiere, puoi cambiare tanti cuori duri. Prega molto, specie per i figli a Me cari, i sacerdoti, prediletti di Mio Figlio. Voglio un fervore vivo e vero nella preghiera, e non una cosa imparata e detta per abitudine, specie le preghiere davanti a Gesù Sacramentato. Così tu obblighi a tornare da Me tanti e tanti sacerdoti”.

23 Luglio 1973: “Figlia Mia Teresa, sappi che molti sacerdoti, figli Miei prediletti e tanto amati da Me, dicono che Io, Mamma, OSCURO LA GLORIA E L’ONORE DI MIO FIGLIO…
Oh, poveri figli Miei insensati!… Quanto sono ciechi!… Come si sono fatti prendere dal demonio!… A quanta cecità sono giunti per non aver ascoltato né Gesù né Me. Ma Io sono pronta ad accoglierli fra le Mie braccia, perdonando loro ogni offesa”. (Diario pag. 2227)
“DICONO CHE IO OSCURO LA GLORIA E L’ONORE DI MIO FIGLIO!… MA NON SONO IO STATA CREATA PER SERVIRE MIO FIGLIO? Non mi ha dato a voi tutti, ai piedi della Sua croce?… Ed ora sono Io che oscuro il culto a Gesù?… Poveri figli Miei, quanto sono insensati, quanto son ciechi!… E come il demonio si serve proprio di loro, figli prediletti: li ha saputi prendere, raggirandoli come ha voluto…
Vi siete lasciati condurre, da soli, per mano, da satana… E voi, figli a Me cari, VOLETE ARRIVARE A CANCELLARMI DAI CUORI DELLE CREATURE.
Di a tutti che Io ho bisogno di sacerdoti umili e coraggiosi, pronti ad essere ammazzati, derisi e calpestati, perdere la propria vita, il proprio sangue, affinché per mezzo di loro Io possa risplendere nella Chiesa dopo la grande purificazione”.
“TANTI SCIENZIATI STANNO INVENTANDO ARMI CON LE QUALI SARA’ POSSIBILE DISTRUGGERE, IN POCHI ATTIMI, GRAN PARTE DELL’UMANITÀ’… DIO CASTIGHERA’ L’UMANITÀ’ CON MAGGIORE SEVERITA’ CHE NON ABBIA FATTO COL DILUVIO. Se tutto dovesse procedere come ora, e se l’umanità non si convertirà, vedrete come i gradi e i potenti, i piccoli e i deboli periranno insieme. (1)
NOTA: (1) Qui a Teresa in visione in breve, gli viene mostrata una sanguinosa guerra che dovrà venire.

10 Ottobre 1973: “Sta per iniziare una nuova guerra nella terra dove è nato il Salvatore, cioè il Mio amatissimo Figlio e non si fermerà.
Sembra che fanno la pace ma non è vero, PERCHÈ DA LÌ NASCERA’ LA GRANDE GUERRA, DA LÌ VIENE IL GRANDE CASTIGO DAL CIELO E DALLA TERRA”.

13 Ottobre 1973:”Il Mio grande dolore è nel vedere che molti miei figli prediletti si danno addirittura al diavolo rinnegando Mio Figlio. Sai figlia Mia, celebrano le Messe con la particola già consacrata, la oltraggiano, la sputano, facendo tante ingratitudini.

15 Settembre 1974: (Durante questo messaggio in casa di Teresa cominciano a piangere lacrime di sangue quadri, statuette ed immagini sacre).
“Figlia Mia, queste Mie lacrime inietteranno un risveglio nel cuore di tante anime che vogliono essere fredde e di tante altre che non hanno volontà. Ma per coloro che non pregano e dicono che la preghiera è fanatismo, sappi, figlia Mia, che per loro queste lacrime, se non si ravvedono, saranno la condanna”.
“Figlia Mia, il mondo va in rovina. Mio Figlio ha deciso che se gli uomini continueranno ad odiarsi così, Egli distruggerà l’odio e il mondo.

2 Novembre 1975: (Parla Gesù) “LA GUERRA TRA I POPOLI È COMINCIATA E NON FINISCE PIU’ FIN QUANDO SI SONO DISTRUTTI L’UN L’ALTRO”.
ESSI MI HANNO RESPINTO, SCACCIATO DALLA LORO VITA: NON MI RESTA CHE ATTENDERE ED ESSERE SPETTATORE, VEDERE FINO A CHE PUNTO ARRIVINO. L’ORA È GRAVE, GRAVE IL PERICOLO.

14 Febbraio 1976: (Parla la Madonna) “VEDRAI UNA GRANDE RIVOLUZIONE NELLA MIA CASA: I COMUNISTI AL POTERE, E NELLA MIA CASA A ROMA, GIA’ CI SONO, ma si manifesteranno solo quando possono comandare liberamente, senza ostacoli, ALLORA CI SARA’ LO SPARGIMENTO DI SANGUE INNOCENTE”.
“IN VATICANO GIA’ CI SONO AL POTERE I COMUNISTI, ASPETTANO L’ORA E IL TEMPO GIUSTO… Figlia Mia, ho scelto te misera e povera perchè tu Mi capisci, i dotti ed i sapienti non potranno mai capire il Mio linguaggio, fin quando non vengono in ginocchio con animo contrito”.

Fonte: mariadinazareth.it

PS. Padre Roschini era una personalità indiscussa della materia. Filosofo e teologo di fama internazionale, autore di innumerevoli pubblicazioni scientifiche, professore della Pontificia Facoltà Teologica di Roma, esperto al Concilio Vaticano II, per 27 anni consultore della Sacra Congregazione dei Santi, mai si sarebbe messo a sostenere quella vicenda se non avesse avuto la certezza assoluta di trovarsi di fronte a una vicenda di grandissima importanza.  Nessuna però può paragonarsi alla vita e ai fenomeni straordinari di Teresa Musco. Essi rappresentano il più grande complesso di fenomeni mistici di ogni tempo e luogo». Giudizio straordinario. Da allora sono passati tanti anni. Di Teresa si è parlato e scritto poco. Ma so che in questi anni il fenomeno Musco è stato soppesato e valutato meticolosamente, e dovrebbe, ora, riemergere in tutto il suo stupefacente splendore”.

BEATA VERGINE MARIA DEL ROSARIO

Il Rosario aveva conosciuto uno straordinario impulso già nel XIII secolo grazie ai domenicani. Le apparizioni di Fatima hanno poi fatto aumentare la consapevolezza sull’importanza del Rosario nel disegno salvifico di Dio, come arma contro Satana.

 

Il 7 ottobre 1571, nelle acque greche di Lepanto, la flotta musulmana dell’Impero Ottomano si scontrò con la flotta cristiana della Lega Santa, che riuniva le repubbliche di Venezia e Genova, lo Stato Pontificio, l’Impero spagnolo, i maggiori ducati italiani e i Cavalieri di Malta. Lo stendardo della Lega Santa, benedetto prima della partenza da san Pio V, raffigurava il Crocifisso tra gli apostoli Pietro e Paolo, sormontato dal motto In hoc signo vinces. Fu l’unico simbolo a sventolare nello schieramento cristiano, assieme a un’immagine della Madonna con la scritta Sancta Maria succurre miseris, mentre il vessillo della flotta turca riportava migliaia di volte il nome di Allah. Prima della battaglia, i cristiani recitarono il Rosario e chiesero l’intercessione di Maria.

Quel 7 ottobre segnò la prima grande vittoria di un’armata cristiana dell’Europa – allora consapevole delle proprie radici e della necessità di difenderle – contro l’Impero ottomano e il suo espansionismo che aveva già islamizzato molti territori. I messaggeri informarono Roma solo 23 giorni dopo, ma il giorno stesso della battaglia san Pio V aveva avuto una visione e ordinato: «Sono le 12, suonate le campane, abbiamo vinto a Lepanto per intercessione della Vergine Santissima». Così nacque la festa di Santa Maria della Vittoria, chiamata poi Madonna del Rosario, fino alla denominazione attuale che nasce dalla riforma del calendario del 1969. Nel 1883, intanto, Leone XIII aveva «consacrato e dedicato alla celeste Vergine del Rosario» tutto ottobre, incoraggiando la recita quotidiana dell’orazione per l’intero mese.

Il Rosario aveva conosciuto uno straordinario impulso già nel XIII secolo grazie ai domenicani (san Domenico, che aveva pregato per capire come sconfiggere l’eresia catara, vide la Vergine che gli consegnava la coroncina) e alle varie confraternite nate proprio con lo scopo di diffondere questa preghiera, che pure nei secoli precedenti stava pian piano prendendo forma. Le apparizioni di Fatima hanno poi fatto aumentare la consapevolezza sull’importanza del Rosario nel disegno salvifico di Dio, come arma contro Satana. La Madonna ne raccomandò ai pastorelli la recita quotidiana già nella prima apparizione del 13 maggio 1917, «per ottenere la pace nel mondo e la fine della guerra».

Suor Lucia ne spiegò ulteriormente la potenza in un’intervista con padre Fuentes: «La Santissima Vergine ha voluto dare, in questi ultimi tempi in cui viviamo, una nuova efficacia alla recita del Santo Rosario. Ella ha talmente rinforzato la sua efficacia che non esiste problema, per quanto difficile, di natura materiale o specialmente spirituale, nella vita privata di ognuno di noi o in quella delle nostre famiglie, delle famiglie di tutto il mondo, delle comunità religiose o addirittura nella vita dei popoli e delle nazioni, che non possa essere risolto dalla preghiera del Santo Rosario. Non c’è problema, vi dico, per quanto difficile, che non possa essere risolto dalla recita del Santo Rosario. Con il Santo Rosario ci salveremo, ci santificheremo, consoleremo Nostro Signore e otterremo la salvezza di molte anime».

(Ermes Dovico – la Nuova Bussola – 7 Ottobre 2023)

Mattarella a Porto, sostenere l’Ucraina o rischio di un nuovo conflitto mondiale

di Francesco Battistini- Corriere della Sera 6 Ottobre 2023

L’auspicio del capo dello Stato, in Portogallo con 15 omologhi europei: arrivare a una pace giusta e non effimera

PORTO (Portogallo) – Una pace giusta e non effimera. A poche ore dalla strage di Kharkivi, a pochi giorni dal Consiglio dei ministri Ue che s’è tenuto a Kiev, nel pieno del dibatti (in Europa come in America) sulla necessità di continuare ad armare Zelensky, ecco che dalle rive del Douro arrivano spunti dal vertice annuale del Gruppo Arraiolos, i sedici capi di Stato “uniti per l’Europa” che in un panel a porte chiuse parlano del conflitto.

A esprimere un “auspicio” è il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che nel suo intervento ha ribadito come l’Ue abbia reagito compatta e fedele ai suoi valori: è stata assicurata assistenza militare all’Ucraina, assieme a notevoli risorse finanziarie, nella prospettiva d’una ricostruzione. Mattarella riceve le congratulazioni per questo 6 ottobre che, nel suo mandato, non è una data qualsiasi: proprio oggi – 3.167 giorni, nove anni – diventa l’inquilino del Quirinale più longevo nella storia repubblicana e supera il record di Giorgio Napolitano (3.166 giorni).

Non c’è spazio per troppe celebrazioni, però, e a metà mattina ci si mette al lavoro sul dossier più urgente, quello della guerra. La solidarietà va bene, hanno detto i capi di Stato riuniti, dal bulgaro Radev al polacco Duda, passando per rappresentanti di Paesi meno disponibili come l’Ungheria o la Slovacchia. E il sostegno militare e politico a Zelensky rimane necessario, dice Mattarella, altrimenti si rischierebbe un nuovo conflitto mondiale: assisteremmo a una deriva di aggressioni ad altri Paesi ai confini con la Russia e questo – un po’ come già accadde nel ’38 e nel ’39 – condurrebbe a uno scontro totale e devastante.

Al Palacio do Freixo, stile barocco italiano, affreschi illusionistici, non ci s’illude: è motivo di tristezza vedere tante vite stroncate, è il pensiero del presidente italiano, assistere a tanta distruzione e a un’immane quantità di risorse bruciate in armamenti, ma al momento non c’è altra via. E quanto sta facendo l’Europa, dice, serve a tutelare la pace mondiale.

Fino a quando? L’ “auspicio” di Mattarella è naturalmente che tutti questi sforzi creino quanto prima le condizioni per intraprendere un processo di pace. Ma una pace che sia giusta e non effimera, che non cancelli le ragioni e tenga conto anche dei torti.

Il Papa risponde ai Dubia di cinque cardinali

I cardinali Brandmüller, Burke, Sandoval Íñiguez, Sarah e Zen Ze-kiun hanno presentato al Papa 5 domande con la richiesta di un chiarimento su alcune questioni relative alla interpretazione della Divina Rivelazione, sulla benedizione delle unioni con persone dello stesso sesso, sulla sinodalità come dimensione costitutiva della Chiesa, sulla ordinazione sacerdotale delle donne e sul pentimento come condizione necessaria per l’assoluzione sacramentale

Vatican News 2 Ottobre 2023

Papa Francesco ha risposto a 5 Dubia che gli avevano fatto pervenire nel luglio scorso i cardinali Walter Brandmüller e Raymond Leo Burke con l’appoggio di altri tre cardinali, Juan Sandoval Íñiguez, Robert Sarah e Joseph Zen Ze-kiun. Le domande dei porporati, in italiano, e le risposte del Papa, in spagnolo, sono state pubblicate oggi sul sito del Dicastero per la Dottrina della Fede. Di seguito il testo con una nostra traduzione in italiano delle risposte del Papa:

1) Dubium circa l’affermazione che si debba reinterpretare la Divina Rivelazione in base ai cambiamenti culturali e antropologici in voga.

Dopo le affermazioni di alcuni vescovi, che non sono state né corrette né ritrattate, si chiede se nella Chiesa la Divina Rivelazione debba essere reinterpretata secondo i cambiamenti culturali del nostro tempo e secondo la nuova visione antropologica che questi cambiamenti promuovono; oppure se la Divina Rivelazione sia vincolante per sempre, immutabile e quindi da non contraddire, secondo il dettato del Concilio Vaticano II, che a Dio che rivela è dovuta “l’obbedienza della fede”(Dei Verbum 5); che quanto è rivelato per la salvezza di tutti deve rimanere “per sempre integro” e vivo, e venire “trasmesso a tutte le generazioni” (7) e che il progresso della comprensione non implica alcun mutamento della verità delle cose e delle parole, perché la fede è stata “trasmessa una volta per sempre” (8), e il Magistero non è superiore alla parola di Dio, ma insegna solo ciò che è stato trasmesso (10).

Risposte di Papa Francesco

Cari fratelli,

benché non sempre mi sembri prudente rispondere alle domande rivoltemi direttamente, e sarebbe impossibile rispondere a tutte, in questo caso ho ritenuto opportuno farlo data la vicinanza del Sinodo.

Risposta alla prima domanda

a) La risposta dipende dal significato che attribuite alla parola “reinterpretare”. Se è intesa come “interpretare meglio”, l’espressione è valida. In questo senso, il Concilio Vaticano II affermò che è necessario che, con il lavoro degli esegeti – e aggiungo, dei teologi – “maturi il giudizio della Chiesa” (Concilio Ecumenico Vaticano II, Costituzione dogmatica Dei Verbum, 12).

b) Pertanto, se è vero che la divina Rivelazione è immutabile e sempre vincolante, la Chiesa deve essere umile e riconoscere di non esaurire mai la sua insondabile ricchezza e di avere bisogno di crescere nella sua comprensione.

c) Di conseguenza, cresce anche nella comprensione di ciò che essa stessa ha affermato nel suo Magistero.

d) I cambiamenti culturali e le nuove sfide della storia non modificano la Rivelazione, ma possono stimolarci a esprimere meglio alcuni aspetti della sua traboccante ricchezza che offre sempre di più.

e) È inevitabile che ciò possa portare a una migliore espressione di alcune affermazioni passate del Magistero, ed è infatti successo così lungo la storia.

f) D’altra parte, è vero che il Magistero non è superiore alla Parola di Dio, ma è anche vero che sia i testi delle Scritture che le testimonianze della Tradizione necessitano di un’interpretazione che permetta di distinguere la loro sostanza perenne dai condizionamenti culturali. Questo è evidente, ad esempio, nei testi biblici (come Esodo 21, 20-21) e in alcuni interventi magisteriali che tolleravano la schiavitù (Cfr. Niccolò V, Bolla Dum Diversas, 1452). Non è un argomento secondario dato il suo intimo legame con la verità perenne della dignità inalienabile della persona umana. Questi testi hanno bisogno di un’interpretazione. Lo stesso vale per alcune considerazioni del Nuovo Testamento sulle donne (1 Corinzi 11, 3-10; 1 Timoteo 2, 11-14) e per altri testi delle Scritture e testimonianze della Tradizione che oggi non possono essere ripetuti così come sono.

g) È importante sottolineare che ciò che non può cambiare è ciò che è stato rivelato “per la salvezza di tutti” (Concilio Ecumenico Vaticano II, Costituzione dogmatica Dei Verbum, 7). Perciò la Chiesa deve discernere costantemente ciò che è essenziale per la salvezza e ciò che è secondario o è meno direttamente connesso a questo obiettivo. Mi interessa ricordare ciò che San Tommaso d’Aquino affermava: “quanto più si scende ai particolari, tanto più aumenta l’indeterminatezza” (Summa Theologiae 1-1 1, q. 94, art. 4).

h) Infine, una sola formulazione di una verità non potrà mai essere adeguatamente compresa se viene presentata solitaria, isolata dal ricco e armonioso contesto dell’intera Rivelazione. La “gerarchia delle verità” implica anche collocare ciascuna di esse in adeguata connessione con le verità più centrali e con l’insieme dell’insegnamento della Chiesa. Ciò può infine portare a diversi modi di esporre la stessa dottrina, anche se “a quanti sognano una dottrina monolitica difesa da tutti senza sfumature, ciò può sembrare un’imperfetta dispersione. Ma la realtà è che tale varietà aiuta a manifestare e a sviluppare meglio i diversi aspetti dell’inesauribile ricchezza del Vangelo (Evangelii gaudium, 40). Ogni corrente teologica ha i suoi rischi, ma anche le sue opportunità.

2) Dubium circa l’affermazione che la diffusa pratica della benedizione delle unioni con persone dello stesso sesso, concorderebbe con la Rivelazione e il Magistero (CCC 2357).

Secondo la Divina Rivelazione, attestata nella Sacra Scrittura, che la Chiesa “per divino mandato e con l’assistenza dello Spirito Santo piamente ascolta, santamente custodisce e fedelmente espone” (Dei Verbum 10): “In principio” Dio creò l’uomo a sua immagine, maschio e femmina li creò e li benedisse, perché fossero fecondi (cfr Gen l, 27-28), per cui l’Apostolo Paolo insegna che negare la differenza sessuale è la conseguenza della negazione del Creatore (Rom l, 24-32). Si chiede: può la Chiesa derogare a questo “principio”, considerandolo, in contrasto con quanto insegnato da Veritatis splendor 103, come un semplice ideale, e accettando come “bene possibile” situazioni oggettivamente peccaminose, come le unioni con persone dello stesso sesso, senza venir meno alla dottrina rivelata?

Risposta di Papa Francesco alla seconda domanda

a) La Chiesa ha una concezione molto chiara del matrimonio: un’unione esclusiva, stabile e indissolubile tra un uomo e una donna, naturalmente aperta a generare figli. Solo a questa unione si può chiamare “matrimonio”. Altre forme di unione lo realizzano solo “in modo parziale e analogico” (Amoris laetitia 292), per cui non possono essere chiamate strettamente “matrimonio”.

b) Non è solo una questione di nomi, ma la realtà che chiamiamo matrimonio ha una costituzione essenziale unica che richiede un nome esclusivo, non applicabile ad altre realtà. Senza dubbio è molto di più di un mero “ideale”.

c) Per questa ragione, la Chiesa evita qualsiasi tipo di rito o sacramentale che possa contraddire questa convinzione e far intendere che si riconosca come matrimonio qualcosa che non lo è.

d) Tuttavia, nel rapporto con le persone, non si deve perdere la carità pastorale, che deve permeare tutte le nostre decisioni e atteggiamenti. La difesa della verità oggettiva non è l’unica espressione di questa carità, che è anche fatta di gentilezza, pazienza, comprensione, tenerezza e incoraggiamento. Pertanto, non possiamo essere giudici che solo negano, respingono, escludono.

e) Pertanto, la prudenza pastorale deve discernere adeguatamente se ci sono forme di benedizione, richieste da una o più persone, che non trasmettano un concetto errato del matrimonio. Perché quando si chiede una benedizione, si sta esprimendo una richiesta di aiuto a Dio, una supplica per poter vivere meglio, una fiducia in un Padre che può aiutarci a vivere meglio.

f) D’altra parte, sebbene ci siano situazioni che dal punto di vista oggettivo non sono moralmente accettabili, la stessa carità pastorale ci impone di non trattare semplicemente come “peccatori” altre persone la cui colpa o responsabilità può essere attenuata da vari fattori che influenzano l’imputabilità soggettiva (Cfr. san Giovanni Paolo II, Reconciliatio et Paenitentia, 17).

g) Le decisioni che, in determinate circostanze, possono far parte della prudenza pastorale, non devono necessariamente diventare una norma. Cioè, non è opportuno che una Diocesi, una Conferenza Episcopale o qualsiasi altra struttura ecclesiale abiliti costantemente e ufficialmente procedure o riti per ogni tipo di questione, poiché tutto “ciò che fa parte di un discernimento pratico davanti ad una situazione particolare non può essere elevato al livello di una norma”, perché questo “darebbe luogo a una casuistica insopportabile” (Amoris laetitia 304). Il Diritto Canonico non deve né può coprire tutto, e nemmeno le Conferenze Episcopali con i loro documenti e protocolli variati dovrebbero pretenderlo, poiché la vita della Chiesa scorre attraverso molti canali oltre a quelli normativi.

3) Dubium circa l’affermazione che la sinodalità è “dimensione costitutiva della Chiesa” (Cost.Ap. Episcopalis Communio 6), sì che la Chiesa sarebbe per sua natura sinodale.

Dato che il Sinodo dei vescovi non rappresenta il collegio episcopale, ma è un mero organo consultivo del Papa, in quanto i vescovi, come testimoni della fede, non possono delegare la loro confessione della verità, si chiede se la sinodalità può essere criterio regolativo supremo del governo permanente della Chiesa senza stravolgere il suo assetto costitutivo voluto dal suo Fondatore, per cui la suprema e piena autorità della Chiesa viene esercitata, sia dal Papa in forza del suo ufficio, sia dal collegio dei vescovi insieme col suo capo il Romano Pontefice (Lumen gentium 22).

Risposta di Papa Francesco alla terza domanda

a) Sebbene riconosciate che l’autorità suprema e piena della Chiesa sia esercitata sia dal Papa a motivo del suo ufficio, sia dal collegio dei vescovi insieme al loro Capo, il Romano Pontefice (Cfr. Concilio Ecumenico Vaticano II, Costituzione dogmatica Lumen gentium, 22), con queste domande stesse manifestate il vostro bisogno di partecipare, di esprimere liberamente il vostro parere e di collaborare, chiedendo così una forma di “sinodalità” nell’esercizio del mio ministero.

b) La Chiesa è un “mistero di comunione missionaria”, ma questa comunione non è solo affettiva o eterea, bensì implica necessariamente una partecipazione reale: non solo la gerarchia, ma tutto il Popolo di Dio in modi diversi e a diversi livelli può far sentire la propria voce e sentirsi parte del cammino della Chiesa. In questo senso possiamo dire che la sinodalità, come stile e dinamismo, è una dimensione essenziale della vita della Chiesa. Su questo punto ha detto cose molto belle san Giovanni Paolo II nella Novo millennio ineunte.

c) Altra cosa è sacralizzare o imporre una determinata metodologia sinodale che piace a un gruppo, trasformarla in norma e percorso obbligatorio per tutti, perché ciò porterebbe solo a “congelare” il cammino sinodale ignorando le diverse caratteristiche delle diverse Chiese particolari e la variegata ricchezza della Chiesa universale.

4) Dubium circa il sostegno di pastori e teologi alla teoria che “la teologia della Chiesa è cambiata” e quindi che l’ordinazione sacerdotale possa essere conferita alle donne.

In seguito alle affermazioni di alcuni prelati, che non sono state né corrette né ritrattate, secondo cui col Vaticano II sarebbe cambiata la teologia della Chiesa e il significato della Messa, si chiede se è ancora valido il dettato del Concilio Vaticano II, che “il sacerdozio comune dei fedeli e quello ministeriale differiscono essenzialmente e non solo di grado” (Lumen Gentium IO) e che i presbiteri in virtù del “sacro potere dell’ordine per offrire il sacrificio e perdonare i peccati” (Presbyterorum Ordinis 2), agiscono in nome e nella persona di Cristo mediatore, per mezzo del quale è reso perfetto il sacrificio spirituale dei fedeli? Si chiede, inoltre, se è ancora valido l’insegnamento della lettera apostolica di san Giovanni Paolo II Ordinatio Sacerdotalis, che insegna come verità da tenere in modo definitivo l’impossibilità di conferire l’ordinazione sacerdotale alle donne, per cui questo insegnamento non è più soggetto a cambiamento né alla libera discussione dei pastori o dei teologi.

Risposta di Papa Francesco alla quarta domanda

a) “Il sacerdozio comune dei fedeli e il sacerdozio ministeriale differiscono essenzialmente” (Concilio Ecumenico Vaticano II, Costituzione dogmatica Lumen gentium, 10). Non è opportuno sostenere una differenza di grado che implichi considerare il sacerdozio comune dei fedeli come qualcosa di “seconda categoria” o di minor valore (“un grado più basso”). Entrambe le forme di sacerdozio si illuminano e si sostengono reciprocamente.

b) Quando san Giovanni Paolo II insegnò che bisogna affermare “in modo definitivo” l’impossibilità di conferire l’ordinazione sacerdotale alle donne, in nessun modo stava denigrando le donne e conferendo un potere supremo agli uomini. San Giovanni Paolo II affermò anche altre cose. Ad esempio, che quando parliamo della potestà sacerdotale “siamo nell’ambito della funzione, non della dignità e della santità”. (san Giovanni Paolo II, Christifideles laici, 51). Sono parole che non abbiamo accolto a sufficienza. Affermò anche chiaramente che sebbene solo il sacerdote presieda l’Eucaristia, i compiti “non danno luogo alla superiorità di alcuni sugli altri” (san Giovanni Paolo II, Christifideles laici, nota 190; Cfr. Congregazione per la Dottrina della Fede, Dichiarazione Inter Insigniores, VI). Affermò anche che se la funzione sacerdotale è “gerarchica”, non deve essere intesa come una forma di dominio, ma “è totalmente ordinata alla santità delle membra di Cristo” (san Giovanni Paolo II, Mulieris dignitatem, 27). Se questo non viene compreso e non si traggono le conseguenze pratiche di queste distinzioni, sarà difficile accettare che il sacerdozio sia riservato solo agli uomini e non potremo riconoscere i diritti delle donne o la necessità che esse partecipino, in vari modi, alla guida della Chiesa.

c) D’altra parte, per essere rigorosi, riconosciamo che non è stata ancora sviluppata esaustivamente una dottrina chiara e autorevole sulla natura esatta di una “dichiarazione definitiva”. Non è una definizione dogmatica, eppure deve essere accettata da tutti. Nessuno può contraddirla pubblicamente e tuttavia può essere oggetto di studio, come nel caso della validità delle ordinazioni nella Comunione anglicana.

5) Dubium circa l’affermazione “il perdono è un diritto umano” e l’insistere del Santo Padre sul dovere di assolvere tutti e sempre, per cui il pentimento non sarebbe condizione necessaria per l’assoluzione sacramentale.

Si chiede se sia ancora vigente l’insegnamento del Concilio di Trento, secondo cui, per la validità della confessione sacramentale è necessaria la contrizione del penitente, che consiste nel detestare il peccato commesso con il proposito di non peccare più (Sessione XIV, Capitolo IV: DH 1676), cosicché il sacerdote deve rimandare l’assoluzione quando sia chiaro che questa condizione non è adempiuta.

Risposta di Papa Francesco alla quinta domanda

a) Il pentimento è necessario per la validità dell’assoluzione sacramentale e implica l’intenzione di non peccare. Ma qui non c’è matematica e devo ricordare ancora una volta che il confessionale non è una dogana. Non siamo padroni, ma umili amministratori dei Sacramenti che nutrono i fedeli, perché questi doni del Signore, più che reliquie da custodire, sono aiuti dello Spirito Santo per la vita delle persone.

b) Ci sono molti modi di esprimere il pentimento. Spesso, nelle persone che hanno l’autostima molto ferita, dichiararsi colpevoli è una tortura crudele, ma il solo atto di avvicinarsi alla confessione è un’espressione simbolica di pentimento e di ricerca dell’aiuto divino.

c) Voglio anche ricordare che “a volte ci costa molto dare spazio nella pastorale all’amore incondizionato di Dio” (Amoris laetitia 311), ma si deve imparare. Seguendo san Giovanni Paolo II, sostengo che non dobbiamo richiedere ai fedeli propositi di correzione troppo precisi e sicuri, che alla fine finiscono per essere astratti o addirittura narcisisti, ma anche la prevedibilità di una nuova caduta “non pregiudica l’autenticità del proposito” (san Giovanni Paolo II, Lettera al Card. William W. Baum e ai partecipanti al corso annuale della Penitenzieria Apostolica, 22 marzo 1996, 5).

d) Infine, deve essere chiaro che tutte le condizioni che di solito si pongono nella confessione generalmente non sono applicabili quando la persona si trova in una situazione di agonia o con le sue capacità mentali e psichiche molto limitate

L’identità di genere della Russia

di Stefano Caprio-Asia News  – 1 Ottobre  2022

Il problema della Russia è l’incertezza della sua collocazione, in una fluidità irrisolta tra Oriente e Occidente, tra Settentrione e Mezzogiorno. Incapace di esprimere una vera unità, come risulta evidente dalle sue istituzioni, ma anche dalle diatribe tra i dissidenti sovietici e i pacifisti di oggi.

Il neo-rieletto sindaco di Mosca, Sergej Sobjanin, fedelissimo di Putin in carica dal 2010 (confermato già nel 2013 e nel 2018), nativo di una regione di confine tra Europa e Asia, il distretto di Khanty-Mansi, è intervenuto al Forum economico di Mosca nei giorni scorsi, affermando che “la Russia non può confidare nei Paesi asiatici sul mercato delle tecnologie contemporanee, in quanto essi agiscono in modo ancora più rigido di quelli occidentali, quando si tratta dei loro interessi”. Sobjanin fu prelevato da Putin mentre era governatore della regione siberiana di Tjumen, ai confini con il Kazakistan, per sostituire l’ultimo grande avversario della precedente stagione eltsiniana, il sindaco Jurij Lužkov, che reggeva la capitale sul principio della pax mafiosa, lasciando ad ogni cosca il proprio spazio. La sua defenestrazione fu l’ultimo mattone della costruzione putiniana della “verticale del potere”: ogni gruppo, politico, economico o criminale, può sopravvivere in Russia solo come vassallo del Cremlino.

La tesi ribadita da Sobjanin che anche l’Asia stia conducendo “una guerra economica contro la Russia” al pari dell’America e dell’Europa, avanzata da chi ha rappresentato la grande sottomissione di tutte le latitudini nella “città-madre” dell’Eurasia, mette a nudo la condizione attuale di un Paese che non sa più da che parti girarsi. A sottolineare ulteriormente questo disagio, proprio mentre il sindaco di Mosca esternava le sue preoccupazioni, è stato il video del ricevimento al Cremlino del presidente del Sudan meridionale, Salva Kir Mayardit, apparso con il suo tipico cappello a tesa larga e il bastone, davanti a Putin che gli metteva gli auricolari cercando goffamente di insegnare come usarli. La scena ha rappresentato la totale incomprensione e distanza etno-culturale, in una deriva della Russia verso terre esotiche e al di fuori di ogni contesto geopolitico, economico e militare, visto che l’unico legame russo con il Sudan era la compagnia Wagner ormai dissolta nella tragicommedia della “morte di Prigožin”.

La Russia africanizzata deve constatare quanto l’Oriente agognato “cerchi di trarre il massimo vantaggio dalla situazione che si è creata”, spiega Sobjanin, vale a dire dalla folle guerra contro l’Ucraina e l’Occidente intero. Se le sanzioni americane ed europee gravano sulla società russa, privandola di soldi e materiali, “gli asiatici usano contro di noi il dumping rovesciato, vendendoci a prezzo raddoppiato non ciò che ci serve, ma ciò che fa comodo a loro, mentre loro ci comprano il petrolio a metà prezzo”, aggiunge il vassallo moscovita. O perdere tutto, o prendere tutto a condizioni capestro: questa sembra essere la prospettiva dell’economia russa per i prossimi decenni.

Il problema, del resto, non è soltanto l’economia, per quanto possa essere decisiva per la vita delle persone, o per la conclusione delle guerre. Il problema della Russia è l’incertezza della sua collocazione, paradossalmente la sua “identità di genere”, in una fluidità irrisolta tra Oriente e Occidente, tra Settentrione e Mezzogiorno. La scelta di quale parte assumere cambia di giorno in giorno, a seconda del capo “amico”, “fraterno” o “nemico” o soltanto “non amichevole” da abbracciare o da assalire, all’Onu o al G20, ai Forum europei di San Pietroburgo o a quelli asiatici di Vladivostok. È un problema originario dell’unico popolo bi-continentale, sparso sul territorio più vasto del mondo per unirlo in una nuova rivelazione di amore universale, ma incapace da sempre di andare d’accordo con i vicini, dal confine ucraino a quello giapponese, tanto per ricordare le due guerre russe che hanno aperto gli ultimi due secoli.

I russi sono un popolo incapace di esprimere una vera unione, come risulta evidente sia dalla diaspora, sia dalle sue istituzioni. All’estero i dissidenti sovietici, e quelli pacifisti di oggi, non sono mai riusciti a trovare alcuna forma di coordinamento. E all’interno va ancora peggio, come risulta dall’ultimo biglietto fatto uscire nei giorni scorsi dal lager dal principale oppositore a Putin, Aleksej Naval’nyj: “Andate al diavolo voi e le vostre coalizioni, non ci servono i vostri coffee-break con le brioche… da noi le opposizioni congiunte sono pure perdite di tempo, tra quelli che sanno solo boicottare come Garri Kasparov, o che dicono di votare ovunque se sembra utile come Maksim Kats, o noi che cerchiamo un voto utile, partecipando solo alle elezioni che possano dare fastidio a Putin”. Secondo Naval’nyj “ci abbiamo provato tante volte, e non abbiamo ottenuto alcun risultato, adesso basta, è solo una recita, un’imitazione della vera attività politica, quando sarà il momento noi sceglieremo il nostro candidato per le elezioni presidenziali”, chiudendo in questo modo la porta in faccia a tutti gli “amici”.

Anche nel campo del potere putiniano la “grande unità” si fonda sulla divisione, unica ragione dell’uso della forza come sistema di governo. In Russia tutti sanno bene che il consenso del popolo allo zar è pura finzione e conformismo, non è l’amore reciproco della narodnost vagheggiata dagli slavofili in forma verticale come quella putiniana odierna, o della sobornost in senso orizzontale predicata dai monaci di Optina Pustyn, come quella dell’attuale patriarca Kirill. È l’imposizione dei siloviki, gli uomini della forza come Putin e tutti i suoi sgherri, per annientare i nemici interni e i traditori, e se serve anche gli amici, come Prigožin o Kadyrov. È lo stesso Putin a ribadire questa motivazione, come quando affermò al Forum Economico d’Oriente del 2022 che “in Russia c’è una grande polarizzazione, e questo è soltanto un vantaggio, perché così tutto ciò che non serve, che ci procura danni e ci impedisce di andare avanti, verrà gettato via”.

Dal punto di vista religioso è l’interpretazione letterale della “Ortodossia”, intesa come distinzione dalla “eterodossia”, dagli eretici da condannare ai tempi dei Concili dell’epoca patristica, quando venne coniato il termine. I veri ortodossi hanno bisogno del nemico per affermare la propria fede, come nella profezia medievale della Terza Roma, che salva il mondo da “eretici, invasori e sodomiti”. Dichiarare eretico lo stesso patriarca Kirill, come vorrebbero fare da tante parti affibbiandogli l’accusa di “filetismo”, nazionalismo religioso, è in realtà la migliore definizione a cui i russi aspirano: essere da soli contro tutti, sia nella guerra reale sia in quella spirituale, è la vera garanzia della propria superiorità morale, politica e religiosa.

A questo punto non serve spiegare quale sia veramente la propria identità, in che cosa consistano i propri “valori tradizionali”: basta dire che noi “siamo contro l’Occidente collettivo”, che cerca di “imporre i suoi pseudo-valori”. Tanto è vero che la “svolta ad Oriente” non è mai stata accompagnata da alcuna segnalazione di “valori comuni” con gli asiatici, siano essi la coesione intorno al capo, la capacità di sacrificio o chissà quale sintonia tra il cristianesimo ortodosso, l’islamismo moderato o il comunismo confuciano. Il russo non vuole la guerra, ma non vuole darla vinta ai nemici; disprezza il potere dittatoriale, ma non sopporta le divisioni tra partiti diversi; aborrisce l’omosessualità e la fluidità di genere, ma cambia orientamento ogni giorno su tutto. La democrazia è un inganno, l’ecumenismo è un complotto, il liberalismo è il dominio dei poteri forti… e la Russia rimane un enigma della storia.

La questione del gender rivela una condizione che la Russia rende paradossalmente evidente con la somma delle sue contraddizioni, ma è forse l’ora di riconoscere che si tratta di una questione epocale e universale, e non certo soltanto a livello di orientamenti personali e sessuali. Il mondo di oggi è caratterizzato soprattutto dalla perdita dell’identità, individuale e collettiva, politica e culturale, morale e religiosa: è in crisi la democrazia in tutte le sue varianti e latitudini, è in crisi l’economia globalizzata, è in crisi il sistema di valori che si riteneva fondamentale per lo sviluppo sociale, e si potrebbe allungare di molto la lista delle crisi.

La Russia esalta la famiglia, la natalità e la difesa della vita nascente, mentre è il Paese con più divorzi e aborti al mondo in percentuale, e con una crisi demografica che appare sempre più irreversibile. Del resto, perfino la Cina sta cercando di correre ai ripari contro il calo degli abitanti in tutte le sue megalopoli, e l’Europa non è certo messa meglio, respingendo le masse di migranti che potrebbero essere speranza per il futuro. Come spesso accaduto in passato, la Russia si sacrifica per il mondo intero, non certo con le sue vittorie e i suoi sogni di conquista, ma con la sua impotenza a raggiungere i propri sogni, svegliando in questo modo tutti gli uomini e i popoli da Oriente a Occidente.

La storia riscritta da Putin come la raccontava Stalin

 di Paolo Mieli – Corriere  della Sera 10 Agosto 2023

I ragazzi russi studieranno su un libro di testo che rivisita gli ultimi cinquant’anni fino alle vicende attuali del conflitto in Ucraina. Come era già accaduto con l’Holodomor

Illustrazione di Doriano Solinas

Mikhail Gorbaciov fu un incompetente, sedotto dagli Stati Uniti, sostanzialmente un povero sciocco che per la sua pochezza consentì lo sfascio del proprio Paese. Colpa anche sua se Mosca è stata costretta il 24 febbraio del 2022 ad avviare l’ormai famosa «operazione speciale» contro lo «Stato nazista» che si è dato il nome di Ucraina. Le sanzioni occidentali contro la Russia, successive a quell’«operazione», sono paragonabili all’invasione napoleonica del 1812. Questo e altre cose dello stesso genere apprenderanno gli studenti russi da un libro di testo, redatto «in soli cinque mesi», che, da settembre, dovranno portare sui banchi di scuola (al momento, solo le ultime classi delle superiori). Il nuovo manuale, ha annunciato il ministro dell’Istruzione Sergei Kravtsov, ricostruisce la storia degli ultimi cinquant’anni. Di modo che — ma questo Kravtsov non lo ha detto — i diciassettenni, cioè quelli che prima o poi potrebbero essere chiamati alle armi, saranno indottrinati sui motivi per cui li si manderà probabilmente a combattere. E a morire.

Che il capo del Cremlino dia grande importanza ad una sua personalissima rivisitazione del secolo scorso, è noto fin dalla pubblicazione (luglio 2021) del saggio per molti versi sorprendente L’unità storica di russi e ucraini.

Le sue tesi sono state ben illustrate da Nicolas Werth in un documentato libro, Putin storico in capo (Einaudi), di cui si è già occupato su queste pagine Marco Imarisio. Fondamentalmente Putin ha gettato a mare Lenin stabilendo una continuità tra la stagione degli zar che hanno fatto grande la Russia (Caterina II, Alessandro III) e quella di Stalin. Il quale, dopo aver stipulato nel ’39 un patto con Hitler, una volta aggredito (nel ’41) dalla Germania nazista, l’ha combattuta riuscendo — ed è questo il suo merito — ad ampliare i confini dell’Unione sovietica. Tutti i riconoscimenti — dell’epoca gorbacioviana e del decennio successivo alla caduta del comunismo — delle responsabilità staliniane in piccoli e grandi misfatti (clausole segrete del patto Molotov-Ribbentrop, fosse di Katyn, organizzazione sistematica del terrore, soppressione, in dimensioni inaudite, di dissidenti anche solo potenziali, l’arcipelago gulag) tutte queste ammissioni di colpa in alcuni tra i più efferati crimini del XX secolo, sono scomparse. Putin — eccezion fatta per Lenin — recupera in toto la storia come veniva raccontata ai tempi di Stalin e di Breznev.

Per parte loro, prima ancora di quel che saranno costretti a fare gli studenti russi, gli storici occidentali che guardano con simpatia al Presidente della Federazione russa, si sono adeguati. In pochi hanno trovato qualcosa da ridire sulle svariate pubblicazioni in cui, nell’ultimo anno e mezzo, sono state riproposte versioni della storia russa ricalcate su quelle degli anni Cinquanta. Persino di quelle antecedenti il XX congresso del Pcus (1956) in cui Chruscev denunciò i crimini di Stalin. Nessuno ha fiatato quando per minacciare Varsavia Putin ha sfacciatamente sostenuto che «i confini occidentali dell’attuale Polonia sono un dono di Stalin ai polacchi».

Di questa generale disattenzione s’è avuta riprova, qui da noi, quando, a fine luglio, il Senato italiano è stato chiamato a discutere del riconoscimento della natura genocida dell’Holodomor (milioni di ucraini sterminati per fame tra il ’32 e, soprattutto, l’inverno-primavera del ’33). Un riconoscimento già ottenuto dal Parlamento europeo e da 18 Paesi tra cui Stati Uniti, Germania e Canada. Intendiamoci: tra gli storici ancora si discute sul vero motivo per cui Stalin decise di lasciar morire gli ucraini nelle dimensioni (ripetiamo) di milioni e milioni. Mancano (a nostro avviso) prove definitive che lo abbia fatto per dare un colpo mortale alla «nazione ucraina». Probabilmente con quella «fame sterminatrice» voleva «soltanto» prevenire la resistenza dei contadini ucraini alla politica di collettivizzazione forzata decisa dall’Urss gli inizi degli anni Trenta. Politica che consisteva nell’accaparramento del grano — a un certo punto dell’intero raccolto — per sfamare gli operai delle città impegnate nell’industrializzazione. Ma, al di là delle intenzioni, i comportamenti del leader georgiano furono, nell’occasione, «genocidi». Ed è un fatto che lo stesso inventore del termine «genocidio», il giurista Raphael Lemkin, nel 1953 spiegò, in riferimento a quel neologismo, quanto fossero appropriati i riferimenti alla tragedia ucraina di novant’anni fa.

Per questa ragione ci saremmo aspettati una generale sollevazione degli storici italiani allorché il nuovo ambasciatore russo in Italia, Alexej Paramonov, si rivolse alle nostre Camere con una lettera in cui metteva la terribile carestia del ’32- ’33 nel conto di «errori gestionali» e di «condizioni climatiche sfavorevoli». Accusando i sostenitori della «tesi dell’Holodomor-genocidio» di aver fatto ricorso a «manipolazioni, distorsioni e falsificazione dei dati sui numeri dei morti» allo scopo di «massimizzare la disunione dei popoli uniti da plurisecolari legami storici, culturali e spirituali».

A parte ogni altra considerazione si trattava di un’impropria e antipatica ingerenza in un nostro dibattito parlamentare. Quasi nessuno tra i più illustri intellettuali italiani, però, trovò qualcosa da ridire (tra i pochissimi che lo fecero, va ricordato, per lucidità argomentativa, Andrea Graziosi in un’intervista a Maurizio Stefanini del Foglio). Per il resto, silenzio.

A nostro avviso è uno sbaglio considerare le divagazioni storiografiche di Putin come cose marginali. A maggior ragione adesso che le tesi dell’autocrate moscovita si accingono a diventare cardine formativo di una generazione di giovani russi. Trascurarle è un imperdonabile errore. Di sottovalutazione.

IL PAPA: “Preghiamo per la pace!”

In questo momento, la guerra in Ucraina ci ha drammaticamente chiamato ad aprire gli occhi e il cuore verso tante popolazioni che soffrono a causa della guerra, memori delle parole del Concilio Vaticano II: 

“Ogni atto di guerra, che mira indiscriminatamente alla distruzione di intere città o di vaste regioni e dei loro abitanti, è delitto contro Dio e contro la stessa umanità e va condannato con fermezza e senza esitazione”, sottolinea Papa Francesco rilanciando le parole della Gaudium et Spes.

Poco fa in un messaggio ai partecipanti al Simposio Ecumenico nell’Abbazia di Pannonhalma, Ungheria, a poche ore dalla sua partenza per Marsiglia

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