"VI SUPPLICO: CONVERTITEVI!" (REGINA DELLA PACE-MEDJUGORJE)

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🔴 Monsignor Paul Richard Gallagher interviene al dibattito aperto del Consiglio di Sicurezza  delle  Nazioni Unite.

“Il mondo rischia di sprofondare se la guerra in Ucraina non verrà fermata….E’ innegabile che  l’attacco russo all’Ucraina  abbai messo a repentaglio l’intero  ordine  globale sorto  dopo la seconda Guerra mondiale”

VATICAN NEWS – Salvatore Cernuzio – Città del Vaticano

Contro chi si combatte la guerra in Ucraina? Perché a pagare il prezzo più alto di questo conflitto, in corso ormai da oltre un anno e mezzo sono solo “i civili, la gente semplice e, soprattutto, i bambini, i giovani e gli anziani”. Monsignor Paul Richard Gallagher interviene al dibattito aperto del Consiglio di Sicurezza di New York e pone davanti agli occhi del mondo un interrogativo cruciale circa questa guerra “crudele” e “insensata” che, afferma, se non viene frenata, rischia di scatenare una crisi ancora più profonda e, soprattutto globale.

“L’aggressività può solo generare nuova aggressività. Se questa guerra non verrà fermata e la pace non sarà cercata ad ogni passo, il mondo intero rischia di sprofondare in crisi ancora più profonde”, ha detto Gallagher. Come ha detto tante volte il Papa, tutto oggi è interconnesso; quindi “la soluzione alla guerra in Ucraina non è una questione che riguarda solo l’Ucraina stessa”.

Questo richiede un contributo da parte di tutti, a partire da un personale esame di coscienza: “Cosa sto facendo oggi per il popolo ucraino?”. Un popolo “che, con grande sacrificio, difende la propria sovranità e la inviolabilità dei suoi confini internazionalmente riconosciuti”, ha detto il delegato vaticano. “La guerra è un grande male – ha affermato nel suo intervento – e attualmente vediamo che si espande sempre più, oltre i confini ucraini, coprendo con la sua fitta ombra non solo l’Europa, ma anche altri continenti e, soprattutto, infiltrandosi nei cuori umani, rendendoli contenitori di una ‘logica di guerra’”.

Anche in questo ha ragione il Papa: siamo realmente davanti ad una “Terza Guerra Mondiale… combattuta frammentariamente”. “È innegabile – ha sottolineato l’arcivescovo Gallagher – che l’attacco russo all’Ucraina abbia messo a repentaglio l’intero ordine globale”, sorto dopo la Seconda Guerra mondiale. Le “conseguenze negative” si intravedono nei vari ambiti: “Umanitario, demografico, alimentare, socio-politico, legale, economico, ecologico, militare, nucleare, energia, salute, istruzione, religione, migrazione”. Tutti “elementi fondamentali dell’architettura della sicurezza mondiale”.

Una cosa è certa: “Il male è incapace di generare il bene”. Allora, “la comunità internazionale – è l’appello di monsignor Gallagher – più che mai, non può arrendersi e lasciare che tale questione passi sotto silenzio. Per avere un futuro pacifico e sicuro, tutti gli Stati membri delle Nazioni Unite, e soprattutto quelli di questo Consiglio di Sicurezza, sono chiamati a unire gli sforzi nella ricerca di una soluzione giusta e pace duratura per l’Ucraina”. È un “elemento importante della pace globale di cui il mondo ha sete” ed “è meglio e più economico per tutti investire nella pace invece che nella guerra!”.

Il prelato, infine, esprime la piena vicinanza della Santa Sede all’Ucraina di cui “sostiene pienamente l’integrità territoriale”, continuando a impegnarsi “in iniziative umanitarie volte ad alleviare le sofferenze della popolazione ucraina, soprattutto quella parte più debole e vulnerabile”. Da qui, l’invito a governi e organizzazioni internazionali “a diventare creativi e coraggiosi artigiani di pace e tessitori di dialogo costruttivo”.

U disuguaglianze. Per Gallagher resta infatti “preoccupante il fatto che la percentuale di persone nei Paesi a basso reddito che hanno ricevuto almeno una dose di vaccino contro il Covid-19 sia circa la metà del tasso nei Paesi ad alto reddito”. Anche in questo caso è necessario “mettere in pratica la solidarietà globale” e dunque “dare priorità all’accesso universale alle tecnologie sanitarie, in particolare per i più vulnerabili”.

Una risposta equa alle future pandemie

È un problema da risolvere anche “per le future pandemie”: serve pertanto “un approccio evolutivo, che rifletta i legami profondi tra povertà e cattiva salute”, ha detto Gallagher, così come è necessario “lo sviluppo di capacità nei Paesi in via di sviluppo per promuovere la ricerca, l’innovazione, la produzione e la distribuzione a livello locale”. Al di là di una “soluzione rapida”, è necessario garantire “una risposta equa alle future pandemie”, ha affermato il rappresentante della Santa Sede. “Non abbiamo tempo da perdere”, ha aggiunto, rimarcando che “tutte le risposte affidabili alle emergenze sanitarie devono rispettare i diritti umani e i principi fondamentali libertà, compresa la libertà di opinione e di espressione, la libertà di coscienza e la libertà di religione o credenza”. Quindi “devono includere meccanismi di solidarietà volti ad aiutare i Paesi a fornire medicinali e un’assistenza sanitaria adeguata alle loro popolazioni, nel rispetto della loro sensibilità culturale e sovranità”. Infine, dall’arcivescovo un appello a “incoraggiare e facilitare coordinamento e cooperazione” tra le organizzazioni internazionali nella condivisione di informazioni.

FATIMA

Il più grande mistero della Guerra Fredda

“La consacrazione del 1984 ha evitato una guerra atomica che sarebbe accaduta nel 1985”. Così disse l’anziana Suor Lucia, veggente di Fatima. Il 1985 è ora ricordato come l’anno in cui iniziò il disgelo. Ma dalla fine del 1983 fino a tutto l’anno successivo il mondo era realmente sull’orlo della guerra. Lo scoppio improvviso della pace, semmai, è il più grande mistero della Guerra Fredda.

Stefano Magni – La nuova bussola – 19 – 05 – 2017

“Madre degli uomini e dei popoli, dalla fame e dalla guerra liberaci! Da una guerra nucleare, da un’autodistruzione incalcolabile, da ogni genere di guerra liberaci!” Così pregava la Madonna Suor Lucia, la veggente di Fatima. Non una preghiera contro la guerra in generale, ma contro una in particolare. La guerra definitiva, quella atomica, che sarebbe potuta scoppiare. L’anziana Suor Lucia, il 14 ottobre 1993, lo disse a un suo intervistatore portoghese, in una trasmissione che un decennio dopo venne ritrasmessa dal giornalista Antonio Socci nel suo programma Excalibur. “La consacrazione del 1984 ha evitato una guerra atomica che sarebbe accaduta nel 1985”. Si riferiva alla consacrazione della Russia al Cuore Immacolato di Maria, che Giovanni Paolo II fece il 25 marzo 1984. Ma a quale pericolo di guerra si riferiva Suor Lucia? Il 1985 è ricordato da tutti come l’anno di Gorbachev, l’inizio del disgelo fra Usa e Urss dopo anni di grande tensione. Eppure…

Fonti interne all’Urss, come l’ex colonnello del Kgb Oleg Gordievskij (che defezionò in Gran Bretagna nel 1985, con una fuga rocambolesca), affermano tuttora che la Terza Guerra Mondiale stesse per scoppiare nel novembre del 1983. Un anno prima, Jurij Andropov, direttore del Kgb, era diventato prima segretario del Pcus e poi anche presidente dell’Urss succedendo a Brezhnev. Dal momento della sua ascesa, i sovietici stavano conducendo una vasta operazione di spionaggio, l’Operazione Ryan, perché convinti che la Nato stesse preparando la guerra contro l’Urss. L’Operazione Ryan serviva a monitorare i sintomi di un attacco imminente. L’autunno del 1983 venne caratterizzato da quattro incidenti gravi. Il primo fu l’abbattimento del volo di linea sudcoreano Kal 007 da parte dei sovietici, il 1 settembre. Il secondo, il 26 settembre, fu dovuto a un errore dei satelliti sovietici di sorveglianza. A causa di quell’errore tecnico (riflessi del sole scambiati per vampe dei missili sullo spazio aereo americano), scattò l’allarme generale e fu solo per la lucidità e la fermezza dell’ufficiale di guardia, Stanislav Petrov, che i sovietici non lanciarono tutto il loro arsenale per rappresaglia. Il terzo incidente, il 23 ottobre, fu l’attentato alla caserma dei marine a Beirut, dove erano presenti come forza di pace. L’esplosione, non riconducibile alla logica del confronto Est-Ovest, provocò una forte allerta nella Nato che venne interpretata dal Kgb come un’ulteriore preparazione al conflitto, ormai ritenuto prossimo. Infine, il 25 ottobre, gli americani invasero di sorpresa l’isola di Grenada, per rovesciare il locale bellicoso regime comunista. In mezzo a tutta questa tensione, la prima settimana di novembre le forze nucleari della Nato iniziarono la loro esercitazione Able Archer 83, per testare i centri di comando e controllo. La guerra simulata, a Mosca, venne scambiata per giorni interi come la preparazione di una guerra vera.  I sovietici erano quasi del tutto persuasi che la Nato stesse per attaccare. Secondo Gordievskij, che allora era colonnello del Kgb nella rezidentura di Londra, i vertici del Cremlino non lanciarono un attacco preventivo solo perché le manovre della Nato finirono un giorno prima del previsto, l’11 novembre.

Lo stesso Gordievskij, però, scrive nelle sue memorie che, dal novembre 1983 in poi, la tensione continuò ad aumentare. All’inizio del 1984 il livello di allarme nell’Urss era stato addirittura innalzato. Con la morte di Andropov (9 febbraio 1984), tuttavia, l’operazione Ryan perse slancio. L’allerta rimase molto alta fino a luglio, ma da agosto iniziò a scemare. Il che vuol dire che gli eredi di Andropov, Chernenko, Ustinov, Gromyko e Gorbachev, non ebbero il coraggio o la volontà di proseguire con la politica del loro ingombrante predecessore. Una possibile interpretazione (data dallo stesso Gordievskij) è la “paranoia” di Andropov, realmente terrorizzato da un attacco occidentale. Ma è anche possibile dare un’altra interpretazione: probabilmente Andropov stava deliberatamente innalzando la tensione con gli Usa. In caso di guerra avrebbe scaricato la colpa sul blocco occidentale. L’operazione Ryan, insomma, gli sarebbe servita per crearsi un alibi di ferro.

Un’altra fonte interna all’Urss, il defunto generale Akhromejev (suicidatosi dopo il fallito golpe del 1991), dichiarava che l’anno più pericoloso della Guerra Fredda fosse, non il 1983, ma il 1984. Non si sa che cosa intendesse, considerando che, per tutto il 1984 le diplomazie occidentali fecero il possibile per convincere i sovietici a tornare al tavolo negoziale. Forse il 1984 era “pericoloso”, perché erano i sovietici intenti a pianificare un attacco per quell’anno? E per quale motivo avrebbero cambiato idea? Secondo fonti tecniche americane come William T. Lee (analista della Cia), Andropov aveva tutta l’intenzione di lanciare una guerra in Europa entro la fine del primo piano quinquennale degli anni ’80. Dunque: nel 1985. La morte di Andropov, anche per l’analista americano, può aver contribuito a evitare il conflitto. Lo studioso di strategia Edward Luttwack rilevava allora come la propaganda bellicista sovietica avesse continuato a crescere fino all’estate del 1984, per poi scemare nell’autunno successivo. Luttwack non ha mai saputo dire se quello sovietico fosse un bluff (sgonfiatosi quando rischiava di andare troppo oltre) o una vera escalation in preparazione di una guerra. Lo storico militare Alberto Leoni ipotizza che a far cambiare atteggiamento ai sovietici sia stato soprattutto un grave incidente: proprio il 13 maggio 1984 (anniversario della prima apparizione a Fatima) esplose un grande deposito di missili della marina militare sovietica a Severomorsk, nella penisola di Kola, estremo Nord della Russia. L’incidente avrebbe privato per mesi la Flotta del Nord della sua scorta di armamenti. Difficile determinare, però, quanto abbia cambiato i rapporti di forze fra Nato e Patto di Varsavia, in un periodo in cui i sovietici avevano una netta superiorità convenzionale sulla Nato.

Stando alla mera osservazione delle manovre militari sovietiche, quel che si riscontra è un aumento di esercitazioni segrete (senza la presenza di osservatori occidentali) con una frequenza anomala (una al mese) dal gennaio al settembre del 1984. Il periodo delle grandi manovre segrete si concluse con l’esercitazione Scudo84 (9-14 settembre 1984), la più grande dell’esercito sovietico dalla Seconda Guerra Mondiale. La manovra era stata preceduta, tra l’altro, da consultazioni al vertice fra i leader del Patto di Varsavia, della Romania (fino a quel momento dissenziente), di Cuba e della Mongolia. Curiosamente, il maresciallo Ogarkov, considerato un ultra-falco, venne epurato dal comando 3 giorni prima della manovra Scudo84.

Tuttavia, finché non avremo la possibilità di consultare i documenti del Cremlino, noi non potremo mai sapere se i sovietici avessero o meno l’intenzione di scatenare la Terza Guerra Mondiale. Sappiamo, dai piani desecretati dagli ex satelliti sovietici, soprattutto dalla Germania orientale e dalla Polonia, come si sarebbe combattuta. E non possiamo che restare allibiti di fronte a piani che prevedevano un ampio uso di armi nucleari contro l’Europa occidentale e un’invasione che avrebbe dovuto portare le divisioni del Patto di Varsavia fino al Reno in sette giorni e fino all’Atlantico in due settimane. Li avrebbero realmente messi in pratica? Andropov è morto e si è portato i suoi segreti nella tomba. Il 1985 resta il più grande mistero della Guerra Fredda. E un mistero irrisolto legato a Fatima.

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La “deriva orientale” russa nell’abbraccio mortale di Putin a Kim

di Stefano Caprio – Asia News – 17 Settembre 2023

Il leader del Cremlino ha accolto il dittatore di Pyongyang per trattare armi e tecnologia di basso livello. La distanza di Xi Jinping dai due “teppisti” e il gergo da “malavita” usato dal presidente russo nell’incontro. Il sostegno “materiale e spirituale” alla guerra santa del patriarca Kirill. 

Il Forum economico orientale di Vladivostok voleva essere, nelle intenzioni di Vladimir Putin, l’esaltazione del nuovo ruolo geopolitico della Russia, la celebrazione della “svolta verso Oriente” per dichiarare vittoria nella guerra contro l’Occidente e la globalizzazione, vero obiettivo dietro il fragile paravento della povera Ucraina. L’evento si è però rivelato assai meno simbolico e apocalittico, evidenziando piuttosto una “deriva orientale” del mondo russo e del suo leader, sceso sotto il livello perfino del “paria mondiale” per eccellenza, il dittatore nord-coreano Kim Jong-un.

La narrazione dell’incontro tra Kim e Putin ha superato anche le leggende del viaggio del 1950 in Russia di Mao Zedong, quando il “quattro volte grande” Maestro, Capo, Comandante e Timoniere percorse quasi diecimila chilometri nel vagone blindato per incontrare Iosif Stalin, il Padre dei Popoli, in una fusione dei culti della personalità, a tre mesi dalla rivoluzione cinese e a cinque anni dalla vittoria dell’Unione Sovietica sul nazismo. Fu quello il solenne inizio della Guerra Fredda tra Oriente e Occidente, anche se Pechino e Mosca cominciarono presto a guardarsi in cagnesco tra di loro, evidenziando una competizione ben più globale di quella della Russia con la stessa Europa.

Il treno di Kim ha percorso meno di settecento chilometri a 60 all’ora per coprire la distanza tra Pyongyang e Vladivostok, mentre il vero padrone dell’Asia, Xi Jinping, si è ben guardato dal farsi vedere in mezzo ai due “teppisti”, che dovevano parlare di scambi di armi e tecnologie a basso livello. L’occasione in effetti ha tirato fuori tutto lo spirito del gopnik che è in Putin, il quale girava per le strade di Leningrado per affermarsi tra gli altri piccoli delinquenti, e oggi probabilmente voleva vantarsi con il “compagno Kim” di aver fatto fuori perfino “l’amico Ženja”, quell’Evgenij Prigožin che aveva cercato di fare lo sbruffone ancora più di lui.

Il capetto coreano ha cercato di elevarsi alla solennità della “guerra santa della Russia contro l’Occidente globalista”, ma le dichiarazioni di Putin lo hanno trascinato fino ai bassifondi del gergo da malavita, con cui il padrino del Cremlino si esprime quando si sente a suo agio. Sui capitali che fuggono dalla Russia, egli ha ammonito a “non pestare sempre i piedi sullo stesso rastrello”, un’espressione minacciosa nei confronti di coloro che “hanno fregato i soldi onestamente guadagnati” con varie sanzioni e macchinazioni, ma rassicurando che “sistemeremo tutto, so che mi capiscono quelli a cui mi rivolgo”.

Agli imprenditori Putin rivolge assicurazioni tipicamente “di famiglia”: “non ci sarà nessuna de-privatizzazione, la procura farà il suo lavoro con chi se lo merita, ma nessuno si deve spaventare, basta osservare le regole”. Infatti i passaggi di varie aziende e compagnie alla proprietà dello Stato sono soltanto “procedure previste dalla legge”. Anche le dichiarazioni contro la guerra, come quella del fondatore di Yandex Arkadij Volož, sono solo “tentativi di questi personaggi per salvare il proprio business, tanto più che hanno preso e se ne sono andati, decidendo di legare il proprio destino ad altri Paesi… che Dio conservi loro la salute e una buona vita in Israele!”. La “deriva putiniana” si rende particolarmente evidente nelle espressioni di sapore antisemita, che sono per lui l’esempio tipico di “tradimento della patria”.

Secondo il leader russo infatti “ogni uomo decide dentro di sé che cosa vuole essere, se ha qualche senso di autocoscienza nazionale, o se vuole soltanto imitare altri modelli, rinunciando ad essere un russo nato in Unione Sovietica, e cercando di diventare una maschera di altri”. E qui l’ira di Putin ha preso improvvisamente la direzione dei tempi in cui egli stesso è salito al potere, favorito da un nume tutelare che oggi diventa il “traditore per eccellenza”, il politico ed economista Anatolij Čubajs. Fuggito all’estero poco dopo l’invasione dell’Ucraina, sopravvissuto anche a un tentativo di avvelenamento, il grande tessitore del sistema eltsiniano ha pubblicato di recente un articolo scientifico in cui viene presentato come “osservatore indipendente di Glasgow”, mandando Putin su tutte le furie: “Non capisco perché Anatolij Borisovič cerchi di nascondersi, mi hanno fatto vedere delle sue foto in cui si presenta come un Moiša Izrailevič”, intendendo con questo “un ebreo in fuga”, e deridendolo per i suoi scarsi successi nel campo delle nano-tecnologie, settore che Čubajs ha curato negli ultimi anni della sua eclettica e trentennale partecipazione al potere.

La fuga di Čubajs ha ispirato il padrino a prendersela anche con gli “operatori della cultura”, quei “circa 160-170 che se ne sono andati all’estero” dimenticando qualche zero, naturalmente soltanto per “le cose materiali da comprare allo shopping, case e appartamenti nelle zone turistiche”. Putin assicura che “nessuno da noi disturba quelli che non sono d’accordo con le autorità russe, ma loro hanno preferito andare, Dio sia con loro”, tanto più che almeno eviteranno di “scavare nel cervello di milioni di nostri cittadini, proponendo qualche loro valore non tradizionale”. Anche la legge russa sugli “agenti stranieri” non è una minaccia per nessuno, “è un calco di quella in vigore negli Usa dal 1938, solo molto più liberale”, e se qualche dettaglio va sistemato “ascoltiamo i suggerimenti degli attivisti umanitari, e alla fine ci atteniamo alle sentenze dei tribunali”.

Infine, sulla guerra in Ucraina ribadisce che “non possiamo smettere di combattere quando il nemico scatena la controffensiva, noi non siamo dei trozkisti, che non hanno uno scopo finale”. In questo può contare sul sostegno morale e spirituale del patriarca Kirill, che negli stessi giorni ha presieduto le solenni celebrazioni in onore del santo principe Aleksandr Nevskij, vincitore sugli svedesi e teutonici e amico degli invasori mongoli. Le sue spoglie nella Lavra a lui dedicata, in fondo alla Prospettiva Nevskij che attraversa i palazzi scenografici di San Pietroburgo, sono state di nuovo collocate nel sarcofago d’argento restituito dal Museo dell’Ermitage, senza tante proteste dei colleghi della Galleria Tretjakov come era invece avvenuto per l’icona della Trinità di Rublev.

Ispirandosi al condottiero duecentesco, ha proclamato il patriarca, “i cittadini della Russia devono ergersi a difesa della Patria, affinché possa uscire vittoriosa dalla lotta iniziata dalle forze dal male”. Bisogna essere pronti “nell’ora decisiva”, ha ricordato Kirill durante il sacro corteo per le vie della “capitale del nord”, città natale del presidente e del patriarca stesso, che lui vorrebbe fosse proclamata anche “capitale della cultura” russa. Il capo della Chiesa ortodossa incita alla nuova mobilitazione generale, per risolvere definitivamente la guerra: “Si devono mobilitare i soldati e le forze politiche, e anche la Chiesa dev’essere mobilitata, anzitutto per offrire le preghiere a sostegno dei nostri capi, dell’esercito, e per essere in prima linea accanto a loro”, magari con nuovi cappellani militari, anche perché qualcuno di essi è già caduto eroicamente al fronte.

Il patriarca ricorda ai fedeli ortodossi che “bisogna difendere la patria non soltanto dai nemici esterni, ma anche da quelli interni… la fede è quella forza che può mobilitare tutte le altre energie della persona!”. Mentre l’inviato del papa, il cardinale Zuppi, cercava a Pechino qualche sostegno per le missioni umanitarie, la distribuzione mondiale del grano e in qualche modo fermare la guerra; dalla Russia – dove presto potrebbe tornare – giungono solo proclami roboanti di conflitto globale e “metafisico” su tutti i fronti, dall’Ucraina a Vladivostok, al posto dell’unione dei popoli “dall’oceano Atlantico all’oceano Pacifico”, come auspicavano in passato i papi e i politici più sognatori. La speranza è che non si possa andare più in basso di quanto abbiano mostrato i compagni Kim, Volodja e Kirill, e che da questo livello si cominci a risalire, un poco per volta.

TESTI E DOCUMENTI

Il papa e l’Ucraina, la Chiesa e l’Impero

di Stefano Caprio-Asia News 10 Settembre 2023

Dietro alle incomprensioni tra Francesco e i greco-cattolici ucraini non c’è semplicemente una questione personale legata al contesto di oggi. La ricerca della sintonia del Vaticano con la “Terza Roma” degli zar e degli imperatori moderni (fino ai segretari di partito e ai presidenti federali) è una costante della storia da oltre un millennio. Come le relazioni complicate tra la Santa Sede e gli “uniati” della frontiera di Kiev.

Il Sinodo della Chiesa greco-cattolica ucraina si è aperto a Roma il 3 settembre, mentre papa Francesco era in viaggio in Mongolia, creando un curioso effetto di rovesciamento dei poli. Il leader cattolico dell’Occidente era ai confini dell’Oriente, mentre la principale espressione cattolica dell’Oriente cristiano si è riunita nella capitale spirituale dell’Occidente: forse proprio questa è la spiegazione del termine “cattolico”, sia esso greco o romano, mongolo, russo e ucraino (termine che a sua volta indica il “confine”).

L’arcivescovo maggiore di Kiev, Svjatoslav Ševčuk, ha ricordato i tanti morti per la guerra degli “assassini di Dio”, come egli ha definito gli aggressori russi, che uccidendo gli innocenti annientano la stessa presenza di Dio. La tragedia dell’invasione e dell’infinita contrapposizione tra le due rive del fiume Dnipro è certamente il tema principale del confronto tra i 55 vescovi ucraini, giunti da varie parti del mondo. Non è la prima volta che il Sinodo degli “uniati” si raccoglie a Roma; anzi fino a 30 anni fa, ai tempi dell’Urss, la capitale papale era la sede della stessa Chiesa greco-cattolica, con la cattedrale di S. Sofia sulla via Boccea a ricordare la grande Kiev, oppressa dal potere ateo della “religione comunista”.

Gli ucraini perseguitati hanno creato una grande diaspora in tutto il mondo, dall’Europa all’America, in Australia e in Sudamerica. Lo stesso Ševčuk ha servito per anni la sua Chiesa in Argentina, dove ha stretto un legame affettuoso con l’allora arcivescovo di Buenos Aires, Jorge Mario Bergoglio, un rapporto che rimane un punto di riferimento importante anche in questi tempi difficili e pieni di contraddizioni. Il Sinodo è stato infatti segnato anche da una polemica, molto ampliata mediaticamente e diplomaticamente, sulle parole di papa Francesco in collegamento video con i giovani cattolici russi riuniti a San Pietroburgo, quando li ha esortati ad essere “eredi della grande madre Russia”, parole che avevano suscitato rammarico e “delusione” nell’animo degli stessi vescovi cattolici ucraini.

Nel corso dell’incontro di mercoledì 6 settembre, durato quasi due ore, Ševčuk ha comunque ringraziato il papa per l’affetto dimostrato in tanti modi e in tante occasioni, e l’incomprensione è stata superata anche grazie all’interpretazione data dallo stesso pontefice delle sue vere intenzioni, che erano quelle di non cancellare la grande cultura russa, confondendola con le strumentalizzazioni politiche. La preghiera e il sostegno del papa all’Ucraina “martoriata” non è in discussione, anzi è stato sottolineato usando il neologismo della “martirialità” come essenza stessa della vita del popolo ucraino e della sua Chiesa, sia ortodossa sia cattolica, nelle versioni greca e latina.

La vocazione al martirio, del resto, è la caratteristica originaria della Chiesa intera, risalente ai primi secoli del cristianesimo. E lo è in modo speciale per l’Ucraina, una terra chiamata al sacrificio fin dalle sue origini, non solo in seguito alle manie di grandezza di Putin o delle presunte simpatie filo-russe del papa argentino. È una terra di mezzo tra Oriente e Occidente fin dal Battesimo del 988 imposto dal principe Vladimir a Kiev, per evitare lo scontro totale con l’impero bizantino, e continuamente assalita dai tanti popoli asiatici, caucasici, nordici e occidentali, per contendersi il dominio dell’Europa e del mondo. È la terra devastata dall’invasione tataro-mongola, rievocata con sfumature altrettanto ambigue dallo stesso papa Francesco nel suo viaggio a Ulan-Bator.

Proprio nella desolazione duecentesca i papi cercarono di inviare messaggeri e mediatori, frati francescani e cardinali, per trovare vie di riconciliazione con i russi e i mongoli, che proteggessero il mondo latino e fermassero le stragi. Questa ricerca della sintonia di Roma con la “Terza Roma” degli zar più antichi e degli imperatori moderni, fino ai segretari di partito e ai presidenti federali, è una costante della storia da oltre un millennio, e la stessa Ucraina nacque nel contesto di questo “dialogo imperiale”. Quando nel 1596 fu proclamata l’Unione di Brest-Litovsk, che diede origine alla Chiesa greco-cattolica “ruthena”, il papato volle assumere anche le dimensioni orientali del patriarcato, dando adito fin da allora a numerose contraddizioni. Gli ucraini sono stati sottoposti a ondate di “russificazione” da parte di Mosca, ma anche di “latinizzazione” da parte di Roma, attraverso Varsavia, Vilnius e Budapest, per ricordare solo alcune delle capitali occidentali che ebbero in parte il controllo sul territorio oggi difeso dai Paesi Nato contro il mostro eurasiatico.

I vescovi latini della Polonia sono stati spesso tra i principali avversari dei “confratelli” greco-cattolici fino a tempi recenti. Ad esempio quando il card. Wyszynski, primate di Varsavia e maestro di Karol Wojtyla, si era opposto nel 1958 alla canonizzazione dell’arcivescovo Andrej Šeptickij, metropolita di Lvov dei greco-cattolici, morto nel 1944 quando l’Ucraina era in bilico tra tedeschi e russi, nel dramma della seconda guerra mondiale tanto rievocato dalla guerra attuale. Il santo papa Giovanni Paolo II, che ben conosceva queste drammatiche vicende, cercò in ogni modo di aiutare la Chiesa in Ucraina a risorgere, visitando Kiev con le ultime forze rimaste prima della malattia e della morte, quasi presentendo quello che sarebbe accaduto meno di due decenni dopo.

Non meno complicate furono le relazioni tra Roma e i greco-cattolici negli anni sovietici, quando la Ostpolitik vaticana inaugurata ai tempi di Giovanni XXIII, e perseguita da Paolo VI e dai suoi collaboratori fino alla fine dell’Urss: sembrava voler ignorare il martirio degli ucraini, dei preti, vescovi e fedeli uccisi e imprigionati nei lager. Ne fu esempio clamoroso il destino del primate Josif Slypyj, l’arcivescovo di Leopoli liberato nel 1963 dopo 18 anni di detenzione in cambio del “silenzio vaticano”, evitando la condanna del comunismo durante il Concilio. Slypyj fu nominato cardinale “in pectore” nel 1965 e reso pubblico solo quando questo non avrebbe irritato i dirigenti moscoviti, e il capo degli uniati si dedicò proprio alla cura pastorale della diaspora mondiale degli ucraini.

Non è quindi una questione personale tra Bergoglio e i greco-cattolici, anche se i motivi di incomprensione non sono mancati fin dal 2016, quando il papa incontrò il patriarca di Mosca Kirill all’aeroporto dell’Avana, evitando di condannare le azioni belliche dei russi nel Donbass, che erano in corso già da due anni prima. Certo, la spontaneità di papa Francesco in alcune occasioni, come quella del discorso ai giovani russi, rivelano una sua profonda simpatia per la “grande Russia”, che tanto innervosisce gli ucraini. Nel commentare le sue stesse dichiarazioni, il pontefice ha chiarito che non intendeva certo difendere l’imperialismo, e il suo richiamo agli imperatori Pietro il grande e Caterina II erano solo “reminiscenze scolastiche”, mentre lui aveva in mente la cultura di Dostoevskij e di Borodin, il compositore ottocentesco citato durante il viaggio in Mongolia. Il papa ha poi ammesso che forse queste citazioni non erano del tutto appropriate, appellandosi agli storici per rendere più efficaci i riferimenti.

Gli storici in effetti sanno bene che Pietro e Caterina sono due modelli di Russia “occidentalizzata”, e non è quindi strano che vengano in mente per primi a un amante della Russia in Occidente. Oggi sono anche tra i modelli preferiti di Putin per ispirare l’ideologia del “mondo russo”, cosa che ha provocato la delusione dei vescovi ucraini, ma certo non era questa l’intenzione del papa. Semmai si potrebbe ricordare che i gesuiti, ordine a cui appartiene lo stesso papa Bergoglio, iniziarono ad agire apertamente in Russia sotto Pietro (erano i principali “propagandisti” della cultura occidentale nella nuova capitale di San Pietroburgo), e furono “salvati” da Caterina a fine Settecento, quando erano stati soppressi nel resto del mondo. Oltre agli studi liceali, il papa ne avrà sicuramente sentito parlare durante la sua formazione gesuitica.

Eppure c’è una dimensione innegabile di “imperialismo papale”, nell’associare la cultura ai grandi sovrani che facevano la guerra a tutte le latitudini (Caterina invase e russificò la Crimea, per questo è tanto amata da Putin). E la spiegazione non sta nemmeno nel discorso ai giovani russi, ma in un’altra frase di papa Francesco, non ripresa dai media perché assai meno spendibile nelle polemiche di giornata. Il 2 settembre, durante l’incontro con il presidente e le autorità della Mongolia, il papa ha ricordato “l’impero mongolo, che nel protrarsi di tanti secoli ha saputo raggiungere tante terre lontane e diverse tra loro… che il Cielo ci doni oggi di ricreare le condizioni di quella che era la pax mongolica, cioè l’assenza di conflitti”.

Di certo il papa non voleva esortare a sentirsi eredi di Gengis Khan o del Khan Batu, l’invasore della Russia, e probabilmente alludeva all’antica pax augustea dei romani, ai tempi della nascita di Cristo. Un’eredità di pace assunta dai cristiani dopo l’impero romano, proprio nella figura del papa di Roma, e nella comunione cattolica dei popoli del mondo intero.

San Pio X e l’imponderabile che ci aspetta

di Roberto de Mattei– 23 Agosto 2023

Corrispondenza Romana

La mattina di domenica 2 agosto 1903 iniziava nella Cappella Sistina del Vaticano il terzo scrutinio per eleggere il successore di papa Leone XIII. Il cardinale Mariano Rampolla del Tindaro, ex-segretario di Stato del defunto pontefice, poteva contare sulla maggioranza dei voti e si apprestava ad essere eletto, quando il cardinale Ian Puzyna, arcivescovo di Cracovia, chiese la parola e, a nome di Sua Maestà Apostolica Francesco Giuseppe, Imperatore d’Austria e Re d’Ungheria, dichiarò di opporre il veto di esclusione contro la sua candidatura. Il veto di esclusione, abolito dopo questo conclave, era un antico privilegio riconosciuto, oltre che all’Impero austriaco, ai regni cattolici di Francia e di Spagna. L’elezione di Rampolla naufragò e la sera di lunedì 3 agosto, al settimo scrutinio, il patriarca di Venezia Giuseppe Sarto, venne eletto Papa con il nome di Pio X. Il nuovo Pontefice pregò il segretario del conclave mons. Rafael Merry del Val di rimanere al suo fianco come segretario di Stato. Sotto la loro guida, per undici anni, la Chiesa cattolica conobbe una delle epoche più feconde della sua storia, interrotta da un altro evento imprevedibile: l’uccisione dell’arciduca d’Austria Francesco Ferdinando il 28 giugno 1914.

Quella domenica mattina l’arciduca e sua moglie arrivarono a Sarajevo, capitale della Bosnia, e salirono a bordo di un’autovettura scoperta, imboccando il lungofiume Appel per raggiungere il municipio al centro della città. Un primo attentatore entrò in azione lungo il percorso affollato di gente, ma la bomba mancò l’obiettivo ed esplose sotto la macchina successiva, ferendo diversi degli ufficiali che vi si trovavano. L’arciduca invece di lasciare immediatamente la zona a rischio, rimase ad assistere alle cure prestate ai feriti e ordinò che il corteo di auto continuasse fino al municipio per svolgere la cerimonia. Poi la fila di automobili lasciò il palazzo e attraversò nuovamente la città, ma l’autista sbagliò strada e si trovò di fronte all’osteria nella quale uno degli attentatori, Gavrilo Princip si stava ubriacando. Il cospiratore si trovò inaspettatamente a pochi metri dalla sua vittima e due colpi di rivoltella scatenarono la Prima guerra mondiale. I cannoni cominciarono a tuonare in Europa e san Pio X, con il cuore schiantato dal dolore per la catastrofe, venne a mancare il 20 agosto 1914.

Il veto del cardinale Puzyna, come l’assassinio dell’erede al trono austriaco, furono fatti imprevedibili che cambiarono il corso delle vicende umane. L’imponderabile fa parte della vita degli uomini, come ognuno di noi può testimoniare anche con la propria esperienza personale. L’imponderabile, l’imprevedibile, è ciò che non può essere previsto e programmato dagli uomini. Esso esiste, fa parte della nostra vita, ma non è il caso. Il caso, che è l’assenza di significato degli eventi, non esiste. Tutto ciò che accade, infatti, nella nostra vita e in quella dell’universo intero, ha un significato. Solo Dio conosce il significato di ogni cosa, e solo Lui attribuisce a ogni cosa il suo significato, ma la storia come afferma san Bonaventura, nasconde in sé luci e intelligenze spirituali.

Può succedere che eventi apparentemente imprevedibili non lo siano, perché organizzati da forze occulte che cercano di dirigere la storia, ma spesso anche questi eventi hanno conseguenze impreviste, perché solo Dio è il padrone della storia e per quanto l’uomo si affanni a governarla, non riesce mai nel suo intento.

Centoventi anni dopo l’elezione di san Pio X, il caos in cui siamo immersi è l’esito ultimo di un processo rivoluzionario che ha origine remote e un suo dinamismo plurisecolare. Mons. Jean-Joseph Gaume (1802-1879) individuava l’anima di questo processo nel nichilismo. «Se, strappando alla Rivoluzione la maschera, le chiederete: Chi sei? essa vi dirà: Io sono l’odio per ogni ordine religioso e sociale che l’uomo non ha stabilito e nel quale egli non è re e Dio insieme. Io sono la filosofia della rivolta, la politica della rivolta, la religione della rivolta: io sono la negazione armata (nihil armatum); sono la fondazione dello stato religioso e sociale sulla volontà dell’uomo al posto della volontà di Dio! In una parola sono l’anarchia, perché sono Dio detronizzato e l’uomo al posto di lui. Ecco perché mi chiamo Rivoluzione, cioè rovesciamento».

L’anarchia planetaria è voluta dalle forze rivoluzionarie per distruggere in radice l’ordine naturale e cristiano. Questo disordine non è limitato al piano politico e sociale, ma oggi si estende al modo di essere e di pensare degli individui, provocando contraddizioni, irrazionalismo e squilibrio nel pensiero e nei comportamenti. Chi ha le massime responsabilità di governo, sul piano, politico od ecclesiastico, non sfugge a questo processo di destabilizzazione psicologica che moltiplica l’imponderabilità degli eventi.

Le forze rivoluzionarie cercano oggi di dominare il processo che hanno generato affidandosi agli algoritmi dell’intelligenza artificiale, ma ogni tentativo di questo genere è destinato al fallimento. La matematica può, sulle base di calcoli, costruire rappresentazioni convenzionali del mondo, ma è incapace di comprendere la natura metafisica della realtà. La scienza degli algoritmi non serve a capire il mondo e non cancella l’imponderabilità del futuro.

La nostra previsione di un’imminente conflagrazione bellica non si fonda sulle scienze matematiche, ma sulla logica, che ci dice che la violazione pubblica e sistematica della legge morale porta con sé la distruzione globale. Nessuno può prevedere però dove e come scoppierà il conflitto. Allo stesso modo è la logica a dirci che, se la Chiesa ha sempre conosciuto grandi scismi ed eresie, nell’epoca di apostasia liquida in cui siamo immersi, c’è da aspettarsi l’esplosione di una miriade di scismi e di conflitti al suo interno, anche se non si può prevedere quale sarà l’evento che li farà detonare in maniera visibile.

L’uso della logica però non è sufficiente senza l’esercizio della fede. Dio, infatti, come osserva il padre Calmel, si manifesta negli avvenimenti storici, ma a condizione che portiamo nei nostri cuori quella luce soprannaturale che li trascende e li giudica.

Centoventi anni dopo l’elezione di san Pio X, la sua prima enciclica E supremi apostolato, del 4 ottobre 1903, proietta sulla nostra epoca confusa la luce soprannaturale necessaria a comprendere gli eventi contemporanei. Mirando le funestissime condizioni in cui versava il genere umano, Pio X affermava: «Chi non scorge che la società umana, più che nelle passate età, si trova ora in preda a un malessere gravissimo e profondo che, aggravandosi ogni giorno di più e corrompendola in ogni fibra la conduce allo sfacelo? Voi comprendete, o venerabili Fratelli, quale sia questo morbo: l’apostasia di Dio alla quale è inesorabilmente associata la rovina, secondo le parole del Profeta: “Ecco, coloro che si allontanano da te periranno” (Salmi 72, 27). 

Ma nessuno sano di mente – aggiungeva san Pio X – può mettere in dubbio l’esito della battaglia condotta dai mortali contro Dio. È concesso infatti all’uomo, che abusa della propria libertà, di violare il diritto e l’autorità del Creatore dell’universo; tuttavia è da Dio che dipende sempre la vittoria: ché anzi è tanto più prossima la sconfitta, quanto più l’uomo, sperando nel trionfo, si ribella con maggiore audacia». Con questa fiducia nella Divina Provvidenza e per l’intercessione di san Pio X, cerchiamo di discernere e di affrontare con coraggio l’imponderabile che ci aspetta.

Teresa Musco (1943-1976)

Autore: Giacometti Giulio – Sessa Piero

Fonte: Mimep-Docete ©

E’ la grande mistica di Caserta. Muore a 33 anni come S. Faustina Kowalska. Gesù la vuole “vittima in mezzo al mondo”, le preme sul capo la sua corona di spine.
Descrive la flagellazione di Gesù e l’esperimenta nella propria carne che viene ferita, mentre partecipa attivamente a quel momento difendendo Gesù: è una visione reale ma anche simbolica che esprime il suo desiderio di compartecipazione al dolore del Signore.
Riceve anche il dono della ferita del costato e delle altre stimmate.
Chiese un tale favore, e Gesù l’accontentò. “Fece – dice Teresa – come aveva fatto altre volte. Mi si avvicinò, prese la corona di spine dal suo capo e la passò sul mio, e con le sue luminose mani la pigiò nelle tempie… Sono veramente momenti dolorosi, ma altrettanto felici”. E “per due ore”, rimase a “soffrire con Gesù”. “È bello – esclamava – amare Gesù. Ma è ancora più bello trovarsi sulla sua stessa croce” (“Diario”, pp. 1967-1968).
Il 30 novembre 1969 fu, per Teresa, un giorno di particolari sofferenze fisiche e morali; aveva una gran voglia di piangere. Quand’ecco sente bussare alla porta, corre ad aprire e vede Gesù dinanzi a sè il quale, presala fra le sue braccia, le dice: “Figlia, amor mio, piangi sul mio cuore!… Io voglio tenerti stretta al mio cuore. Voglio che tu provi un po’ di quell’amore che ho per te”. “A questo punto – scrive Teresa – mi sono trovata con un fuoco, come già avevo avvertito un’altra volta”. E concludeva: “Grazie, Gesù mio, (perché) Tu tanto mi ami” (“Diario”, p. 1978).
Il 10 dicembre il gonfiore delle mani arrossate e il dolore era talmente acuto da non permetterle di lavorare. I dolori le causavano persino vomito e mal di testa fortissimo. “Mi vedo avvilita – scriveva Teresa – perché non so cosa fare”. Va a Caiazzo, presso il medico che l’aveva curata per 15 anni; ma non appena il medico vede le mani, esplode in queste parole: “Ma sì, lo dicevo io, che ci doveva essere qualcosa di divino! … Per questo non sapevo spiegarmi”. Teresa, ingenuamente, gli chiede una cura…Ma dovette ritornarsene a Caserta portando nel cuore una grande pena e, nello stesso tempo, “una grande gioia” (“Diario”, p. 1941-1942).
Rientrata in casa, a causa delle sofferenze insopportabili, si vide costretta a mettersi a letto. Dopo dieci giorni, il giorno di Natale del 1969, riuscì ad alzarsi per rassettare la casa e per cucinare. Mette sul fuoco una pentola nuova, acquistata tre giorni prima, per cuocere la pasta. Ma non appena la ritira dal fuoco – cosa inspiegabile! – il manico si stacca dalla pentola e questa, con tutta l’acqua bollente, le cade sopra l’addome, causandole gravi ustioni e forti dolori. Teresa attribuisce quel brutto scherzo al demonio. Ma non si perde d’animo: offre le sue sofferenze per le anime attraverso le mani di Maria. “Tale è il dolore – scriveva – da non riuscire a formulare nessun pensiero, tranne quello di offrire tutto e tutta me stessa e quello che mi capita, per le anime” (“Diario”, pp. 1942-1943).
Nel “Diario”, al giorno 20 novembre, Teresa annotava: “Ogni giovedì, venerdì e martedì (Gesù) mi ha fatto un regalino a me caro: mi ha fatto provare qualche colpo della sua flagellazione in tutto il corpo. È stato dolorosissimo!… Ma è nulla in confronto dei dolorosissimi colpi che provò il mio amato Gesù. Posso dire però che questa volta il dolore è stato maggiore delle altre volte, (tale) che io non avrei neppure immaginato. O amor mio Gesù, donami la forza di amarti e di soffrire sempre per amor tuo!…” (“Diario”, p. 1981).
È il 15 gennaio 1970. Gesù si presenta a Teresa e le dice: “Figlia mia Teresa, voglio offrirti la ferita del mio costato. Tu che ne dici? … Te la offro per la salvezza delle anime”. Teresa, immediatamente risponde: “Sì, amor mio Gesù, l’accetto, e voglio tutto ciò che hai avuto Tu per i miei peccati. Sì sì, la voglio!… E Tu, come mai ti abbassi ad un simile verme? Grande Amore mio, ho sete del tuo amore. Voglio bere alla sorgente del tuo costato per gustare il dolore che hai provato Tu. Me lo fai questo grande regalo? … Che ne dici? …”.
Quattro giorni dopo, il 19 gennaio, giovedì, mentre stava “in ginocchio pregando”, Teresa ode una voce che la chiama. Si gira di scatto, e pensa tosto che sia Gesù, poiché in casa non vi è nessuno. Vede infatti Gesù il quale, col dito, le indica il suo Cuore. Teresa posa lo sguardo su quel Cuore e vede che da esso “uscivano fiamme di tutti i colori”. “Vedi, figlia mia – le dice – guardami!”. Teresa posa su di esso il suo sguardo e si sente – dice – “come incantata, come se la testa non l’avesse più”. Le pare di trovarsi “sopra una collina molto alta” e si vede “inchiodata sulla croce… con dolori indescrivibili”. Ad un tratto “un uomo come un mostro” prende la lancia e le ferisce il cuore. “Ho sentito – dice – lo strappo della carne, e poi un dolore ancora più forte, e non ho capito (più) nulla. Quando mi sono svegliata, mi sono trovata distesa sul letto e tutta insanguinata”.
Tre giorni dopo (il 22 gennaio) scriveva: “Nella mia mente vedo ancora (come in) uno specchio, l’accaduto. Ma il cuore, così debole, quasi si rifiuta di accettare quel quadro che, di tanto in tanto, (mi) si affaccia alla mente. La mia mammina spirituale piangendo, dice: “Ci vuole un Prete!… Non è possibile (rimanere) così. Tu hai bisogno di qualcuno che ti guidi. Io posso far poco perché in queste cose ci vuole un Sacerdote”. Ma due sue amiche, alle quali zia Antonietta aveva comunicato, imprudentemente, lo straordinario fenomeno, sconsigliarono Teresa a mettere in esecuzione il consiglio. Venne così a trovarsi tra due fuochi. In preda ad un tale stato d’animo, si rivolge al suo Gesù e gli dice: “O Gesù mio adorato, Tu sai cosa voglio chiederti in questa S. Messa: “Fammi conoscere il mio Padre spirituale, il quale mi aiuti a portare la croce, perché altrimenti io, da sola, non ce la faccio più”. A questo punto una voce che viene dal profondo del mio cuore mi assicura che, non a lungo, lo conoscerò il Padre spirituale”. Ma Teresa replica: “O amore mio Gesù, Tesoro dell’anima mia, dimmi dove lo posso trovare: ho bisogno di farmi una santa Confessione. Ora non ne posso più! Dimmi Tu, Gesù, cosa debbo fare”. Ma la voce le risponde e le dice: “Non (andrà) a lungo l’incontrerai. È lui che ti cercherà” (“Diario”, pp. 1985-1989).
Il venerdì 2 febbraio (1970), Teresa, ad un certo momento, vede Gesù legato alla colonna, mentre lo stanno flagellando. “Ad ogni colpo – così si esprime Teresa – la carne se ne salta a brandelli. Nel vedere trattare Gesù, il mio Sposo, il mio Signore, così, mi sento mancare le forze. È stata una cosa che non so ridire: piaghe da per tutto, ed erano fonde un centimetro. E mentre lo percuotevano, Gesù disse: “Teresa, Teresa, aiutami! aiutami!…”. A questa voce – continua a dire Teresa – “mi buttai (nella mischia) ed ebbi la forza di strappare la frusta (il “flagellum”) che aveva uno di quei boia e gliele suonai di santa ragione. Tutti scapparono via. Ed io, in compagnia di una donna, prendemmo Gesù e lo adagiammo in un lettino. Era tutto una piaga. Lo medicai, gli rimboccai le coperte e mi sedetti accanto, come se quelle ferite le avessi sentite io. Nel riprendermi da questa visione, ho trovato le mie carni così ferite come quelle che avevo visto in Gesù” (“Diario”, p. 1991).
Il martedì santo, 6 aprile, Teresa, nel suo “Diario” annota: “Dolori fortissimi alle mani, ai piedi e al costato: un dolore che mi lascia impazzire: non trovo pace, quasi non capisco più nulla; la febbre sale fortissima; non so dove poggiare la testa; il cuore è come se battesse per conto suo; sulla testa poi mi sento come un cappello di spine, come se trapanassero la nuca e il cervello; tanto, ma tanto sangue vedo davanti ai miei occhi…”. Rimane in tale stato per cinque giorni, ossia, fino all’11 aprile. Ma la mattina di Pasqua Teresa si sente “come se fosse in Paradiso”. Ed aggiunge: “anche se, nel mio cuore, sento la mancanza dei miei genitori” (Diario pp. 2061-2062)

(pubblicato su CulturaCattolica.it)

Mosca, l’Asia Centrale e i talebani due anni dopo il ritorno a Kabul

di Stefano Caprio- Asia News –  20 Agosto 2023

Nella mente di Putin la fuga degli americani dalla capitale afghana fece scattare la molla della “grande rivincita”. La Russia invita ormai regolarmente i rappresentanti di Kabul a Mosca per consultazioni, nonostante i talebani siano tuttora considerati “organizzazione terroristica” sgradita. E anche gli altri Paesi ex sovietici sono solidali con il Cremlino nel condannare ufficialmente il governo afghano, considerandolo allo stesso tempo un partner necessario.

Sono passati due anni dalla fuga precipitosa degli americani dall’Afghanistan, vent’anni dopo l’attentato alle Torri Gemelle di New York, che avevano provocato la reazione contro l’estremismo islamico nel mondo intero, a partire dalle montagne asiatiche in cui si nascondeva Bin Laden. Il ritiro era iniziato a maggio del 2021, e a ferragosto i talebani rientravano clamorosamente a Kabul, costringendo l’Occidente a rinunciare al proprio ruolo di “esportazione della democrazia” nel mondo, insieme ai diritti civili e al progresso politico, economico e morale dei valori basati sulla libertà della persona.

I giorni drammatici dell’abbandono dell’aeroporto della capitale afghana sembrano ormai svaniti nel grigiore e nella dimenticanza, senza che il ritorno all’islam medievale asiatico interroghi veramente la coscienza del “mondo civile”, se non fosse per l’ancor più drammatica invasione russa dell’Ucraina, conseguenza simbolica del tramonto dell’Occidente, che dagli altipiani centrasiatici sposta nel cuore dell’Europa la “guerra dei valori”. La rinuncia degli Stati Uniti al ruolo dominante a livello mondiale si era già palesata qualche anno prima in Siria, quando gli americani avevano di fatto lasciato campo libero ai russi e ai turchi nel controllo dei territori occupati dai terroristi dell’Isis, l’islamismo radicale “globalizzato” che ora evapora di fronte al radicalismo sovranista sempre più arrembante a tutte le latitudini.

Anche allora, tra il 2014 e il 2016, la coincidenza tra Asia ed Europa era piuttosto evidente, nella mobilitazione dei russi verso il Vicino Oriente (dove nacque la compagnia Wagner di Prigožin) e verso il vicino occidente dell’Ucraina, con l’inizio “ibrido” della guerra del Donbass dopo la riconquista della Crimea, simbolo della Russia che si impone agli imperi nemici, come era accaduto alle origini della sua storia. Dalla Crimea il principe “battezzatore”, Vladimir il Grande, aveva minacciato d’invadere Costantinopoli, e sempre dalle mura di Chersoneso, oggi Sebastopoli, il nuovo zar Vladimir “il Terribile” minaccia di distruggere l’Europa intera, dal mar Baltico al mar Nero, guardando anche alle terre oltre gli oceani.
Quando il 12 febbraio 2016 il patriarca di Mosca Kirill incontrò all’aeroporto dell’Avana il papa Francesco, l’argomento dell’incontro era la difesa dei valori eterni del cristianesimo, insieme con la benedizione della presenza russa in Siria al posto degli americani, e l’ammonimento agli ucraini a non litigare tra loro, per evitare guai peggiori. Pochi mesi dopo la Chiesa russa decise di non partecipare al Concilio Panortodosso di Creta, iniziando la storica rottura con Costantinopoli, ritornando così alle proprie origini medievali.

Nella mente di Putin la fuga da Kabul di due anni fa fece scattare la molla della “grande rivincita”, il momento adatto per riproporre la grandezza perduta della Russia e vendicarsi delle tante offese subite, a partire dalla fine dell’Unione Sovietica. Proprio la sconfitta in Afghanistan era stato uno degli elementi decisivi del “più tragico evento del XX secolo”, come ha più volte ripetuto il leader del Cremlino, salito al potere per contrastare l’estremismo islamico in Cecenia, conseguenza del crollo dell’impero sovietico. La presenza degli americani a Kabul, al di là delle ragioni militari, risultava insopportabile ai russi soprattutto per la diffusione del “veleno occidentale”, quella civiltà moralmente “degradata” che ha cercato infine – sempre secondo la versione russa più radicale – di insinuarsi nelle menti e nel cuore delle persone in tutto il mondo con l’invenzione del coronavirus, la pandemia che ha preceduto e a sua volta ispirato l’operazione speciale per la “difesa dei valori tradizionali”.

Non sono casuali i collegamenti tra Covid, Afghanistan e Ucraina, non è la sfortuna dei “sette anni di guai” di sapore veterotestamentario, che dall’esplosione del virus a fine 2019 rischiano oggi di trasformarsi in una nuova era senza fine di contrapposizione tra i diversi schieramenti del XXI secolo. L’estremismo talebano si sovrappone oggi all’estremismo ortodosso, in una “rinascita della religione” dal sapore satanico e disumano, con bombe, carri e droni benedetti che neanche si potevano sognare ai tempi delle Crociate e delle guerre per la riconquista della Terra Santa. La Russia invita ormai regolarmente i rappresentanti di Kabul a Mosca per consultazioni, nonostante i talebani siano tuttora considerati “organizzazione terroristica” sgradita, mentre è evidente ormai che il loro ritorno è stato molto gradito dal “mondo russo” putiniano. Anche i Paesi dell’Asia centrale, che grazie alla guerra in Ucraina si stanno gradualmente allontanando da Mosca e avvicinando a Pechino, sono solidali con il Cremlino nel condannare ufficialmente il governo afghano, considerandolo allo stesso tempo un partner necessario, sia per gli affari sia per lo stile di vita. Pur senza arrivare agli eccessi dei talebani, che hanno escluso del tutto le donne dall’educazione scolastica, l’orgogliosa difesa dei “valori” vede grande sintonia nel condannare ogni forma di espressione dell’individuo, soprattutto l’omosessualità e la “propaganda Lgbt”, come nella legge approvata in questi giorni in Kirghizistan, copiata letteralmente da quella della Russia dello scorso anno.

Si sta confermando sempre più la motivazione proclamata dal patriarca Kirill, una settimana dopo l’invasione dell’Ucraina, che sembrava in un primo tempo averlo negativamente sorpreso: “Dobbiamo difenderci dall’Occidente, altrimenti ci costringeranno ad andare alle parate gay”. Quella che sembrava una forzatura polemica era in realtà il cuore del problema: la guerra “metafisica”, di cui l’Ucraina e l’Afghanistan sono i poli opposti di una diversa visione del mondo, tendente alla rovina apocalittica. Sia Putin sia Xi Jinping hanno ormai superato i settant’anni di età, e non hanno più timori nell’innalzare i muri che potrebbero rendere tutta la terra un grande cimitero.

Anche nei Paesi ex-sovietici si moltiplicano gli incontri per parlare dell’Afghanistan e con gli afghani, la settimana scorsa in un “forum economico” in Kazakistan, e poco tempo prima a Samarcanda in Uzbekistan. Non si tratta di raduni ispirati direttamente dalla Russia, ma tendenze parallele di movimenti geopolitici, per cui Mosca non teme di perdere il controllo militare ed economico sui suoi ex-sudditi, mettendo al primo posto la continuità ideologica di un nuovo mondo eurasiatico. L’unico Paese di fatto ancora ostile ai talebani è il Tagikistan, per una ragione molto evidente: i tagichi sono parenti degli afghani, e vorrebbero essere loro stessi a guidare il governo di Kabul. Il Turkmenistan, luogo per antonomasia delle trasformazioni simboliche di ogni forma di estremismo, sia esso islamico, omofobico, russofilo o sinofilo, era stato il primo a riconoscere come legittima la presa del potere dei talebani, mascherando la soddisfazione con la cinica proclamazione della propria “neutralità”. L’Uzbekistan, anch’esso molto coinvolto etnicamente nel rapporto con le tribù afghane, si è sua volta adattato abbastanza presto alla nuova realtà insieme al Kirghizistan, per non parlare del Kazakistan, che non confinando con l’Afghanistan si permette di esaltare la sua vastità come grande via per l’unione di tutti i popoli, se solo i russi non arriveranno ad invaderlo in una possibile replica dell’operazione in Ucraina.

La Russia deve fare i conti con la galoppante crisi economica provocata dalle sanzioni occidentali, che solo ora comincia veramente a farsi sentire con l’irrefrenabile svalutazione del rublo; e l’Asia centrale insieme al Caucaso partecipa a questi scossoni per i legami economici di eredità sovietica, oggi riattivati al massimo come aggiramento delle sanzioni. L’Armenia rischia addirittura la “malattia olandese”, la crescita eccessiva di alcuni settori dell’economia a scapito di altri, per un rafforzamento anomalo della sua moneta, il dram, dovuto al flusso enorme di valuta nel 2022 proveniente dalla Russia, mentre a sua volta cerca di sciogliere i nodi della frontiera tra oriente e occidente con il suo storico nemico, l’Azerbaigian. Eppure la “sete di vittoria” della Russia non riguarda principalmente l’economia: il popolo è abituato a soffrire da sempre, gli oligarchi sanno sempre dove attingere per i propri lussi, e nei torridi giorni di Ferragosto molti di loro se li godono serenamente nella “colonia russa” di Forte dei Marmi, in barba a qualunque sanzione.

L’Afghanistan dei talebani, il Paese precipitato due anni fa in un suo oscuro passato, rischia invece di diventare il modello del Paese del futuro. La “talebanizzazione” della Russia e dell’intera Eurasia, lo scontro di civiltà tra modelli antropologici prima ancora che politici o economici, si estende dai territori di confine alle dimensioni dell’anima nel mondo intero. Quando Mosca e Pechino riconosceranno ufficialmente il governo di Kabul, allora la guerra in corso troverà la sua vera soluzione: non nelle trattative di pace tra russi e ucraini, che dureranno secoli senza risultato, ma nella grande Vittoria sul nemico interiore, la paura e la vergogna di sentirsi esclusi dal resto del mondo.

L’Assunzione: il giorno più bello del tempo e dell’eternità

Corrispondenza Romana -16 Agosto 2023 ore 12:36

di Roberto de Mattei

L’Assunzione in corpo ed anima della Madonna in Cielo è un dogma di fede cattolica, creduto da tempo immemorabile dai cristiani e proclamato solennemente da Pio XII, il 1° novembre del 1950. Dopo aver implorato l’assistenza dello Spirito Santo, Pio XII, nel profondo silenzio della moltitudine, scandì con parole ferme e commosse la formula con cui solennemente definiva «essere dogma da Dio rivelato che: l’Immacolata Madre di Dio sempre vergine Maria, terminato il corso della vita terrena, fu assunta alla gloria celeste in anima e corpo». Erano le 9.45 di mattina, nella piazza di San Pietro, affollata da oltre un milione e mezzo di pellegrini. In serata tutta la città eterna divenne un immenso braciere di luci. Tutte le chiese di Roma i monumenti, il Campidoglio, il Colosseo, Castel Sant’Angelo, si illuminarono in onore della Madonna. Si chiudeva così una giornata memorabile che segnava il culmine dell’Anno Santo del 1950.

L’Assunzione è il quarto dogma mariano finora proclamato dopo la maternità divina di Maria, la sua perpetua verginità e l’Immacolata Concezione. Il grandioso piano che Dio nelle visioni sconfinate della sua mente infinita aveva previsto per Maria ebbe la sua completa attuazione nel giorno in cui la Madonna, lasciata definitivamente la terra, fu collocata anima e corpo in Cielo, sul trono dell’eterna gloria.

Il profeta Elia fu trasportato in cielo da un cocchio di fuoco (IV Reg. II, 11) che, secondo gli interpreti, fu un gruppo di angeli che lo sollevarono da terra. A portare Maria in Cielo non fu solo un gruppo di Angeli ma, come dice sant’Alfonso de’ Liguori, nelle Glorie di Maria, fu lo stesso Re del Cielo, che venne a prenderla e la accompagnò in Paradiso con tutta la corte celeste. Per questo san Pier Damiani definisce la Assunzione di Maria uno spettacolo ancora più glorioso dell’Ascensione di Gesù Cristo, perché al Redentore vennero ad incontrarLo solamente gli Angeli, mentre alla Madonna andò incontro lo stesso Signore, Re del Cielo, con tutto lo stuolo degli Angeli e dei santi. Se mente umana, dice san Bernardo, non può arrivare a capire la gloria immensa che Dio ha preparato in cielo a coloro che in terra l’hanno amato, chi mai giungerà a comprendere, dice sant’Alfonso, quale gloria egli abbia preparato per la sua diletta Madre, che in terra l’ha amato più di tutti gli uomini anzi sin dal primo momento che ella fu creata, l’amò più di tutti gli uomini e tutti gli angeli messi insieme?

Plinio Corrêa de Oliveira afferma che «dev’essere stato, dopo l’Ascensione del Signore, il fatto più splendidamente glorioso della storia terrena, paragonabile soltanto al giorno del Giudizio Finale, in cui Nostro Signore Gesù Cristo verrà in grande pompa e maestà, come dice la Sacra Scrittura, per giudicare i vivi e i morti; e con Lui, tutta splendente della gloria proveniente da Lui, in modo ineffabile, apparirà ai nostri occhi anche la Madonna».

Quel giorno il Cielo fu illuminato da una luce nuova, mai vista e Maria fu innalzata al di sopra di tutti i cori degli angeli e dei santi. Da allora, al di sopra di Maria, nella gloria, c’è soltanto Nostro Signore. La luce di gloria che investe l’anima di Maria e le rivela le grandezze del Figlio in tutta la loro magnificenza e la sua dignità materna, supera di molto la gloria di tutti gli Angeli e di tutti i Santi. Per questo la liturgia afferma, nella festa del 15 agosto, che è stata innalzata al di sopra dei cori angelici: «Elevata est super choros angelorum ad coelestia regna». Un solo trono è superiore al suo, quello di Gesù. Gli altri, secondo il teologo don Emilio Campana, stanno tutti al di sotto, «per splendore, intensità, estensione e pienezza, subito dopo la gloria di Gesù, viene la gloria di Maria, Come di Gesù è detto che siede alla destra di Dio Padre onnipotente, così di Maria si deve ripetere che siede alla destra di Gesù medesimo».

Il giorno dell’Assunzione è lo stesso giorno della gloria e dell’incoronazione di Maria in Cielo. La Vergine Maria si assise quel giorno coronata a fianco di Gesù, Re divino, quale universale Regina, così come Gesù si assise, dopo aver compiuto la sua missione redentrice, alla destra di Dio. Da questo momento la sua partecipazione alla Regalità di Cristo sull’universo diventa ufficiale e solenne. Il padre Réginald Garrigou-Lagrange scrive che «Maria partecipa più di chiunque altro, come Madre di Dio alla gloria di suo Figlio, e poiché in Cielo è assolutamente evidente la divinità di Gesù è allora estremamente manifesto che Maria appartiene, come Madre del Verbo incarnato, all’ordine ipostatico, che ha una speciale affinità con le Persone divine, e che partecipa inoltre più di chiunque altro, alla regalità universale del Figlio suo su tutte le creature».

Il dogma dell’Assunzione è dunque strettamente legato al privilegio della Regalità di Maria, per la quale Maria è incoronata nella gloria celeste e regna sul cielo e sulla terra, come sovrana della Chiesa militante, purgante e trionfante, regina degli Angeli e dei Santi. «Regina della pace», secondo il titolo aggiunto alle litanie lauretane da Benedetto XV nel 1917, ma anche “«Regina delle vittorie, al cui nome potente si rallegrano i cieli e tremano per terrore gli abissi» come dice la Supplica alla Vergine del Rosario di Pompei, redatta dal beato Bartolo Longo.

Dopo aver celebrato le glorie dell’Assunta, Pio XII, con l’enciclica Ad Coeli Reginam del 28 ottobre 1954, istituì la festa di Maria Regina da celebrarsi ogni anno in tutto il mondo il 31 maggio e ordinò che in quel giorno fosse rinnovata la consacrazione del genere umano al Cuore Immacolato di Maria. Questa festa è stata trasferita al 22 agosto per sottolineare il legame della regalità della Madre di Dio con la sua corporea Assunzione. Il trionfo del Cuore Immacolato di Maria annunciato dalla Madonna a Fatima è un evento storico che ha il suo sublime modello nella gloria di Maria assunta in Cielo. Per questo, se nell’eternità si potessero distinguere i giorni, dovremmo dire che non vi è giorno più bello e straordinario dell’Assunzione di Maria.

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Mons. Suetta: ‘”Ai funerali di Michela Murgia espresse convinzioni difformi rispetto alla dottrina cattolica”

Sanremo, 14 Agosto. “Molte persone mi hanno comunicato la loro sofferenza a cui unisco anche la mia, nel vedere che in chiesa, conclusa la celebrazione delle esequie e ancora in un contesto liturgico e di un luogo sacro, è stata data la parola a persone che esprimono convinzioni e pensieri difformi dalla dottrina cattolica e lo hanno fatto in modo anche, a mio parere, un poco sguaiato, suscitando una serie di applausi quasi come tifo da stadio e atteggiamento da festa, che mi pare davvero improprio sia nella circostanza delle esequie che soprattutto nel contesto di un luogo sacro”.

A parlare è il vescovo della diocesi di Ventimiglia e Sanremo, Antonio Suetta, che in un video pubblicato su YouTube pone sotto accusa alcuni aspetti relativi ai funerali della scrittrice Michela Murgia.

“Non intendo parlare della persona, che ha vissuto un’esperienza drammatica e faticosa in relazione alla. malattia e che ora ha compiuto il passaggio della morte ed è nel giudizio di Dio. A lei il rispetto che si deve a ogni persona – afferma il prelato -.

Desidero soltanto fissare l’attenzione sull’aspetto pubblico di Michela Murgia, come scrittrice e soprattutto in relazione ai contenuti del suo contributo culturale. Mi limito a definirla una scrittrice, in quanto considerarla una teologa mi sembra eccessivo.

 Le battaglie, così è stato detto, che Michela Murgia ha portato avanti erano legate a sue convinzioni personali e a esperienze di vita, ma il suo contributo culturale in moltissimi casi è stato stato apertamente in contrasto con l’insegnamento di chiesa e dottrina cattolica, in particolare per la concezione della famiglia e altri argomenti molto importanti come aborto ed eutanasia.

Rimane per ogni persona libertà di pensiero e espressione e anzi questa libertà può essere contributo a un dialogo.

 Diverso – ha concluso il vescovo – è accodarsi a un coro pressoché unanime di approvazione, perché le sue esternazioni e convinzioni corrispondono al pensiero oggi dominante e questo non è corretto farlo anche dal punto di vista cristiano, perché la fede cristiana e la dottrina cattolica su questi argomenti hanno visioni differente”. (ANSA -2023 – 08- 14 – 12:33)

San Massimiliano Maria Kolbe

Il fondatore della Milizia dell’Immacolata fu il «martire dell’amore» che nel bel mezzo della distruzione dell’umano attuata nei lager nazisti ricordò al mondo, sacrificandosi per salvare un padre di famiglia, tutta la fecondità della fede.

 Ermes  Dovico – La  Nuova  Bussola14_08_2023

«Rimettiti in tutto alla Divina Provvidenza attraverso l’Immacolata e non preoccuparti di nulla», è l’insegnamento al centro della spiritualità di san Massimiliano Maria Kolbe (1894-1941). Il «martire dell’amore» ricordò al mondo, nel bel mezzo della distruzione dell’umano attuata nei lager nazisti, tutta la fecondità e potenza della fede, sacrificandosi per salvare un padre di famiglia.

Secondo di cinque figli, era nato in Polonia da due ferventi cattolici, che lo battezzarono il giorno stesso della nascita con il nome di Raimondo. Già da bambino ebbe una visione della Vergine che gli porgeva due corone di fiori, una di gigli, simbolo della verginità, l’altra di rose rosse, simbolo del martirio. Le accettò entrambe. A 16 anni vestì l’abito dei francescani conventuali assumendo il nome di fra Massimiliano; e quattro anni dopo, all’atto della professione perpetua, vi aggiunse quello di Maria.

Era arrivato intanto a Roma, dove si laureò in filosofia e teologia. Il Rosario e l’adorazione eucaristica animavano ogni sua giornata. Già negli anni in collegio alcuni compagni si erano accorti di avere un santo tra loro, come testimonierà padre Giuseppe Pietro Pal: «L’amore fraterno di Massimiliano era davvero come quello del Vangelo. Quando nelle nostre conversazioni parlavamo di quanto poco venissero osservate le regole nel nostro collegio, mi diceva di pregare per i peccatori. Non l’ho mai sentito parlare male di qualcuno. Soffriva nel vedere gli altri trasgredire le regole». Consapevole della piaga del modernismo e dell’odio contro la Chiesa diffuso dalla Massoneria, il 16 ottobre 1917 fondò insieme ad altri sei compagni la Milizia dell’Immacolata. L’idea era di consacrare a Dio, attraverso Maria, quante più anime possibili, aiutandole a guadagnare la salvezza eterna. «Chi ha Maria per madre, ha Cristo per fratello», insegnava.

Il santo sapeva infatti bene che la fede genuina s’incarna nella Chiesa militante, chiamata a combattere il Maligno e far conoscere e amare Dio, lavorando all’instaurazione del Suo Regno con l’aiuto di Maria. A questo fine, già ammalato di tubercolosi, diede inizio a una rivista, Il cavaliere dell’Immacolata. Era convinto della necessità di un apostolato attraverso i mezzi di informazione, per trasmettere la bellezza delle verità di fede e di morale, già all’epoca attaccate da «propagatori senza numero». Diceva: «Un missionario della penna […] forma l’opinione pubblica, attenua l’avversione nei confronti del cattolicesimo, chiarisce e lentamente rimuove dalle menti prevenzioni e obiezioni inveterate, predispone a una graduale lealtà nei confronti della Chiesa e col tempo […] alla fiducia, infine al desiderio di conoscere più a fondo la religione».

Le sue idee e la sua carità accesero di entusiasmo una moltitudine di giovani. La sua rivista giunse a una tiratura di milioni di copie. Nel 1927 fondò in patria un convento chiamato Niepokalanów («Città dell’Immacolata»), che si dotò di una tipografia e di un seminario vocato alla missione: in dieci anni si era formata attorno una cittadella e ospitava oltre 700 frati. Esportò lo stesso modello a Nagasaki, dove il Mugenzai no Sono («Giardino dell’Immacolata») accoglierà gli orfani di guerra. Fondò una stazione radio, la SP3RN (Stazione polacca 3 Radio Niepokalanów), e per questo motivo è patrono dei radioamatori. Dopo l’invasione della Polonia i nazisti lo imprigionarono per quasi tre mesi insieme ad altri 37 confratelli. Una volta rimesso in libertà, il francescano tornò alla «Città dell’Immacolata» trasformandola in un ospedale e rifugio per migliaia di ebrei e feriti.

Fu definitivamente arrestato dalla Gestapo il 17 febbraio 1941 e a maggio venne trasferito ad Auschwitz. La fuga di un prigioniero fece scattare la dura ‘legge’ nazista: dieci prigionieri vennero condannati a morire di fame nel Blocco 13. Tra questi vi era un padre di famiglia, Franciszek Gajowniczek (il 10 ottobre 1982 assisterà alla canonizzazione di padre Kolbe), che parlava disperatamente della moglie e dei figli. Il santo si offrì di prendere il suo posto. «Chi sei tu?», gli chiesero i nazisti. «Un prete cattolico», rispose lui, che per due volte aveva già celebrato segretamente nel lager la Santa Messa, distribuendo il Corpo di Cristo a una trentina di detenuti. I nazisti, sorprendentemente, accettarono lo scambio. La calma del sacerdote polacco li impressionò e, come dirà un testimone, il capo del bunker lo considerava «un eroe addirittura sovrumano».

Nelle due settimane di isolamento senza cibo padre Kolbe non si lamentò mai, confortò gli altri prigionieri, parlò loro del sacrificio e amore di Gesù, li fece pregare ed elevare inni sacri. Il 14 agosto, vigilia dell’Assunta, sopravvivevano ancora lui e altri tre uomini. Le SS decisero di farla finita con un’iniezione di fenolo. Fu allora che al capoblocco dell’infermeria disse: «Lei non ha capito nulla della vita, l’odio non serve a niente… solo l’amore crea!». Porse il braccio al carnefice pronunciando le sue ultime parole terrene: «Ave Maria». Testimonierà il carceriere: «Quando riaprii la porta di ferro, già non viveva più; ma mi si presentava come se fosse vivo. Ancora appoggiato al muro. La faccia era raggiante in modo insolito. Gli occhi largamente aperti e concentrati in un punto. Tutta la figura come in estasi. Non lo dimenticherò mai».

Patrono di: radioamatori, prigionieri, movimenti pro-vita, giornalisti, famiglie; Milizia dell’Immacolata

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