"VI SUPPLICO: CONVERTITEVI!" (REGINA DELLA PACE-MEDJUGORJE)

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Russofilia, Occidente e antiromanesimo

di Roberto de Mattei –  Corrispondenza Romana

Nel 2004, in un dialogo con il presidente del Senato Marcello Pera, l’allora cardinale Ratzinger individuava come un male culturale del nostro tempo l’odio di sé che ha l’Occidente (in Senza Radici; Europa, relativismo, cristianesimo, Islam, Mondadori, Milano 2004).

Un’espressione di quest’odio verso l’Occidente è la “russofilia”, una tendenza intellettuale che il 14 marzo 2023 è divenuta un’organizzazione internazionale, con la presentazione a Mosca del “Movimento internazionale dei russofili”. Tra i 120 rappresentanti di 46 Paesi, le cronache riportano la presenza di un’italiana, la principessa Vicky (Vittoria) Alliata di Villafranca, conosciuta per il suo vivo interesse per il mondo islamico. Un altro noto personaggio, l’arcivescovo Carlo Maria Viganò, ha rivolto ai partecipanti al convegno un caloroso messaggio, affermando, tra l’altro, che «la Federazione Russa si pone innegabilmente come ultimo baluardo della civiltà contro la barbarie». Il ruolo della Federazione russa «sarà determinante» «in un’Alleanza Antiglobalista che restituisca ai cittadini il potere che è stato loro sottratto, e alle Nazioni la sovranità erosa e ceduta alla lobby di Davos». 

Come ogni errore, la russofilia parte da una verità: la decadenza dell’Occidente, che ha voltato le spalle alla sua storia e ai suoi valori. Il Magistero della Chiesa cattolica ha indicato come responsabile di questo disfacimento un nemico che «negli ultimi secoli ha tentato di operare la disgregazione intellettuale, morale, sociale dell’unità dell’organismo misterioso di Cristo» (Pio XII, Discorso del 12 ottobre 1952 agli uomini di Azione Cattolica). Il prof. Plinio Corrêa de Oliveira, nel suo libro Rivoluzione e Contro-Rivoluzione, ha individuato le origini della disgregazione in una catena di errori che, sotto l’impulso delle passioni disordinate, hanno aggredito la civiltà cristiana a partire dal XV secolo e oggi sono penetrati all’interno della Chiesa stessa.

Un cattolico non può che combattere questo processo rivoluzionario e desiderare con tutto il suo cuore la restaurazione di un Occidente cristiano che, assieme a un Oriente convertito alla vera Chiesa, formi un’unica e universale civiltà sotto l’Impero di Cristo. L’errore consiste nell’immaginare che lo strumento di questa restaurazione possa essere un Paese che non è ancora uscito dal comunismo e che professa una religione politica fortemente antioccidentale e antiromana.

L’Occidente, moralmente e intellettualmente corrotto, esercita oggi una leadership politica ed economica nel mondo. I russofili non combattono la corruzione intellettuale morale dell’Occidente, ma la sua leadership geopolitica. Essi non vogliono che l’Occidente si purifichi dei suoi errori, tornando alle proprie radici, ma che scompaia, o venga radicalmente ridimensionato. Ciò che i russofili chiamano mondo “multipolare” è la scomparsa del ruolo egemone dell’Occidente, la fine di una civiltà “eurocentrica”. E poiché la natura aborre il vuoto, essi sanno e desiderano che alla guida dell’Occidente si sostituisca quella di un nuovo soggetto internazionale: l’Impero eurasiatico.

Dietro ogni realtà geopolitica c’è una visione del mondo che, nel caso dei russofili, è il “nazionalcomunismo”, o “rossobrunismo”. David Bernardini, in un sintetico studio dedicato a Nazionalbolsevismo. Piccola storia del rossobrunismo in Europa (Shake, Milano 2020) ha ripercorso la storia di questa corrente ideologica, risalendo alla Repubblica tedesca di Weimar, che ebbe il suo primo teorico in Ernest Niekisch (1889-1967), uno dei principali protagonisti della Rivoluzione sovietica bavarese nel 1919.

Niekisch e i nazionalbolscevichi ammiravano l’Unione Sovietica di Lenin e Stalin e celebravano il lavoratore sovietico non contaminato dalla civilizzazione occidentale. Il loro nemico era il sistema internazionale del trattato di Versailles, espressione della volontà di dominio dell’Occidente. Il rifiuto dell’Occidente si legava in loro al rifiuto del Romanismus, cioè della romanità latina e occidentale. Europa, romanità, cattolicesimo, diritto romano, Occidente sono per Niekisch tutte espressioni di un unico universo, nemico della Germania. L’alleanza con la Russia bolscevica era considerata necessaria per salvare la cultura tedesca dal dominio della civilizzazione occidentale.

In quegli stessi anni la tesi centrale dell’eurasista Nikolaj Trubeckoj (1890-1938), professore di lingue all’Università di Vienna, era che il popolo russo, come i popoli orientali, soffriva «sotto l’opprimente giogo dei romano-germanici»; un giogo che avrebbe potuto essere distrutto solo se la Russia si fosse messa alla testa di una insurrezione planetaria con l’obbiettivo di bloccare il processo di occidentalizzazione. Doveva, in altre parole, espellere dal suo seno ciò che l’Europa – «male assoluto» – aveva depositato e lanciare una chiamata rivoluzionaria alle armi contro le potenze occidentali «per cancellare dalla faccia della Terra tutta la loro cultura» (N. Trubeckoj, L’Europa e l’Umanità, Einaudi, Torino 1982, pp. 66-70).

Stalin sembrò impersonare il nazionalbolscevismo, soprattutto con la “grande guerra patriottica” del 1940-1945, ma la destalinizzazione e il crollo dell’Unione Sovietica nel 1991 rimescolarono le carte. Nel 1993 nacque il Partito nazionalbolscevico russo fondato da Eduard Limonov (1943-2020) e Alexander Dugin, entrambi figli di funzionari del KGB, con l’obiettivo della creazione di un vasto impero russo da Vladivostok a Gibilterra. Nemici giurati erano gli Stati Uniti («il grande Satana») e i globalisti d’Europa uniti nella Nato nelle Nazioni Unite. Nel 1998 Dugin e Limonov si separarono. Dugin fondò il Partito Eurasiatico, avvicinandosi a Putin, mentre Limonov, passò all’opposizione e venne arrestato nel 2007, ma poi nel 2014 appoggiò la strategia politica di Putin in Ucraina.

Per giustificare l’invasione dell’Ucraina del 24 febbraio 2022, Vladimir Putin si è richiamato più volte all’ideologia del “mondo russo” (Russkiy Mir), che cerca di aggregare tutti i russofili del mondo. Il 21 luglio 2007 con un suo decreto è stata costituita la Fondazione Russkiy Mir, presieduta da Vyacheslav Nikonov, nipote e biografo di quel Vjačeslav Molotov, che fu artefice con Joachin Robentropp del patto nazi-sovietico del 1939. Il “mondo russo” avrebbe un centro politico comune, il   Cremlino, una lingua comune, il russo, e una Chiesa comune, il Patriarcato di Mosca, che lavora in “sinfonia” con il presidente della Federazione russa Putin. L’orizzonte “antiglobalista” dei russofili è questo.

In Italia, la filosofia rossobruna è promossa da Diego Fusaro, un intellettuale neomarxista amato anche da alcuni cattolici tradizionalisti per il sostegno dato ad Andrea Cionci ed Alessandro Minutella, che non riconoscono la validità del pontificato di papa Francesco.  «Rossobruno – ha affermato Fusaro – è chiunque che, consapevole che l’antagonismo odierno si basi sulla verticale contrapposizione tra servi e signori e non su vane divisioni orizzontali, oggi rigetti destra e sinistra» (in Ticinolive, 20 marzo 2017). Rossobruni, nazionalcomunisti, russofili, divisi su molti punti, sono uniti nel rifiuto della dimensione romana della Chiesa cattolica e dell’Europa cristiana. La confusione regna e le parole del cardinale Ratzinger acquistano attualità: «C’è qui un odio di sé dell’Occidente che è strano e che si può considerare solo come qualcosa di patologico; l’Occidente tenta sì in maniera lodevole di aprirsi pieno di comprensione a valori esterni, ma non ama più sé stesso; della sua storia vede oramai soltanto ciò che è deprecabile e distruttivo, mentre non è in grado più di percepire ciò che è grande e puro. L’Europa ha bisogno di una nuova – certamente critica e umile – accettazione di se stessa, se vuole davvero sopravvivere»(Senza radici, cit.,pp.70-71).

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La mala Russia. Radiografia di un disastro demografico

GIULIO MEOTTI  11 MAR 2023-  Il FOGLIO

Altro che occidente decadente, dal confronto con noi il paese di Putin ne esce come un incubo. L’aspettativa di vita dei ragazzi è uguale a Haiti

Nell’oblast di Pskov, al confine con l’Estonia, c’erano ventisei reparti di maternità alla fine dell’Unione sovietica. Oggi quattro. Il numero di aborti è uguale al numero delle nascite, un fatto che la funzionaria della sanità regionale Tatyana Shirshova ha definito “motivo di speranza”. Perché in precedenza c’erano più aborti che nascite.

“Negli ultimi tre anni la Russia ha perso due milioni di persone in più rispetto a quanto avrebbe fatto normalmente” scrive questa settimana l’Economist. “L’aspettativa di vita dei maschi russi di quindici anni è diminuita di cinque, allo stesso livello di Haiti. Il numero di russi nati nell’aprile 2022 non era superiore a quello dei mesi dell’occupazione di Hitler. E poiché così tanti uomini in età da combattimento sono morti o in esilio, le donne sono più numerose degli uomini di almeno dieci milioni”.

Secondo Alexei Raksha, un demografo che lavorava per il servizio statistico statale russo, se si guarda solo agli anni in tempo di pace, il numero di nascite registrate oggi è stato il più basso dal XVIII secolo. Secondo l’agenzia statale di statistica, nel 2020 e nel 2021 la popolazione del paese è diminuita di 1,3 milioni e le morti hanno superato le nascite di 1,7 milioni. Se si aggiunge la mortalità per pandemia alle vittime della guerra e alla fuga dalla mobilitazione militare, la Russia ha perso tra 1,9 milioni e 2,8 milioni di persone nel 2020-23 oltre al suo previsto deterioramento demografico. L’aspettativa di vita alla nascita dei maschi russi è crollata da 68,8 nel 2019 a 64,2 nel 2021. Gli uomini russi ora muoiono sei anni prima degli uomini in Bangladesh e diciotto anni prima degli uomini in Giappone. Alain Blum, direttore della ricerca all’Istituto nazionale per gli studi demografici francese e specialista in Russia, dice: “Non siamo nei primi anni Duemila quando l’aspettativa di vita era intorno ai 60 anni, ma se le perdite ammontassero a diverse centinaia di migliaia di uomini, ci avvicineremmo”.

Nel suo discorso del 21 febbraio scorso, Vladimir Putin contro l’occidente ha scagliato nuovamente l’accusa di aver causato una “catastrofe spirituale”: “Dobbiamo difendere i nostri figli dal degrado dell’occidente che cercherà di distruggere la nostra società”. Ha messo nel mirino anche la chiesa anglicana per aver aperto al Dio di genere neutro. “Dobbiamo proteggere i nostri bambini da degrado e degenerazione e lo faremo”, ha concluso il presidente russo. A ben guardare, la Russia è molto più decadente dell’occidente.

In Russia ci sono il doppio dei divorzi che in Italia: 4,5 ogni mille abitanti contro 1,4. Quando i bolscevichi salirono al potere nel 1917, considerarono la famiglia, come ogni altra istituzione “borghese”, con un odio feroce e decisero di distruggerla. “Per ripulire la famiglia dalla polvere accumulata nel tempo, abbiamo dovuto dare una bella scossa, e l’abbiamo fatto”, disse Madame Smidovich, leader comunista femminile. Così uno dei primi decreti del governo sovietico fu abolire il termine “figli illegittimi”. Ciò è stato fatto semplicemente equiparando lo status legale di tutti i bambini, nati nel matrimonio o al di fuori di esso, e così il governo sovietico si vantò che la Russia è l’unico paese in cui non ci sono figli illegittimi. Contemporaneamente fu varata una legge che rendeva il divorzio una questione di pochi minuti, da ottenere su richiesta di uno dei coniugi. “Il risultato fu il caos”, scriveva l’Atlantic nel 1926. “Gli uomini iniziarono a cambiare moglie con lo stesso entusiasmo che mostravano nel consumo della vodka”.

Oggi metà di tutti i matrimoni in Russia finisce in un divorzio. Ha uno dei tassi più alti del mondo di fine dei matrimoni. “Rispetto al 1980, il tasso di matrimonio in Russia è diminuito del 27 per cento”, ha raccontato il demografo americano esperto di Russia, Nicholas Eberstadt. “Si è passati da 400 divorzi ogni mille matrimoni nel 1980 a un picco di oltre 800 divorzi ogni mille matrimoni. Nel 1980, meno di un bambino su nove era nato fuori dal matrimonio. Oggi il tasso di illegittimità in Russia è arrivato al 30 per cento, triplicato in soli 25 anni”. Il 25 per cento di tutti gli uomini russi muore prima dei 55 anni, rispetto al sette per cento nel Regno Unito, con l’alcol come causa principale.

La Russia è anche uno dei paesi al mondo in cui si ricorre di più all’aborto con 53,7 ogni 1.000 donne rispetto a 5,4 in Italia. I primi dieci paesi con i più alti tassi di aborto secondo le Nazioni Unite sono Russia, Vietnam, Kazakistan, Estonia, Bielorussia, Romania, Ucraina, Lettonia, Cuba e Cina. Cosa hanno in comune tutti questi paesi? In Unione sovietica, il primo stato al mondo a legalizzare l’aborto nel 1920, si arriverà a una distopia tale che nel 1991 al crollo dell’Urss c’erano 201 aborti ogni 100 nati. Due gravidanze su tre venivano abortite. Una fonte autorevole della fine degli anni 60, il professor H. Kent Geiger, nel suo lavoro sulla Harvard University Press, riferì: “Si possono trovare donne sovietiche che hanno avuto venti aborti”. Negli anni 70, l’Unione sovietica registrava in media 7-8 milioni di aborti all’anno, annientando intere generazioni future. Non si sarebbero mai ripresi.

In Russia oggi ci si suicida quattro volte di più che in Italia: 25 ogni 100 mila persone contro sei in Italia e il tasso di omicidi è di 7,33 ogni 100 mila abitanti in Russia mentre in Italia siamo allo zero virgola.

Nel paese di Putin ingoiano molta vodka ma anche molte sostanze psicotrope. Tutti i dati concordano: il numero di persone trattate per tossicodipendenza è 3,4 volte più alto che in un paese europeo. In Europa di media lo 0,3 per cento della popolazione vive con l’Aids-Hiv; in Russia, l’1,2.

“La Russia sta finendo i russi”, scrive la Welt. “Il 2019 ha visto il calo più grande degli ultimi undici anni. Il motivo non è l’aumento dei decessi, spiega Rosstat, ma il calo delle nascite in 80 delle 85 regioni del paese”. Il più famoso esperto di popolazione russa che dirige l’Istituto di demografia di Mosca,

Anatoly Wischnewski, annuncia: “Nei prossimi dieci anni la Russia cadrà in un buco demografico”. Il crollo della natalità è una conseguenza del fatto che ora è il turno della generazione nata negli anni 90 ad avere figli. Quando, come scrive il demografo inglese Paul Morand, “le morti continuavano ad accumularsi, la gente cadeva o saltava dai treni e dai finestrini, asfissiava in case di campagna con stufe a legna difettose, annegava per aver guidato ubriaca, moriva assurdamente giovane per infarti e ictus. All’inizio di questo secolo, l’aspettativa di vita degli uomini russi era come in Madagascar e in Sudan”.

Paul Morand (il suo ultimo libro è “Tomorrow’s People: The Future of Humanity in Ten Numbers”) ricorda anche che “perdere giovani uomini in guerra non aiuta la crescita della tua popolazione. È una perdita di persone negli anni fertili e la crisi economica spingerà l’emigrazione dalla Russia. Oggi l’aspettativa di vita in Russia è simile a quella in paesi molto più poveri, come l’Egitto. Le cose stanno iniziando a crollare. Migliaia di villaggi sono stati abbandonati, in particolare nelle aree remote”.

Rispetto al boom dei primi anni Duemila, i tassi di fertilità in Russia sono scesi di un terzo e ora sono inferiori a quelli della metà degli anni 90, al tempo della devastazione post-sovietica (tra il 1993 e il 2008, la popolazione russa perse 5 milioni di persone). Scrive Morand: “La preparazione di una società a sostenere perdite militari diminuisce al diminuire delle dimensioni della famiglia; gli unici conflitti nel mondo che vanno avanti per anni – dalla Libia alla Siria, dallo Yemen al Congo – sono nei luoghi in cui gli uomini che muoiono hanno molti fratelli”.

Gli esperti ritengono che la Russia potrebbe vedere meno di un milione di nascite quest’anno se le operazioni militari continueranno nei prossimi mesi. Questo sarebbe il più basso nella storia moderna, secondo Igor Efremov, ricercatore presso l’Istituto Gaidar di Mosca. Una stima separata di Mikhail Denisenko, direttore dell’Istituto di demografia di Mosca, suggerisce che un anno di servizio militare per i 300 mila uomini mobilitati nell’esercito lo scorso settembre e ottobre porterà a 25 mila nascite in meno.

“La Russia è ora nel mezzo di un declino verso il basso in cui il numero di donne in età produttiva primaria diminuirà del 40 per cento tra il 2010 e il 2030” dichiara  Raksha, demografo indipendente russo. “Anche senza la guerra, il numero delle nascite sarebbe diminuito. La guerra accelererà questo processo, ma nessuno sa di quanto al momento”. Raksha ritiene che, nel peggiore dei casi, la popolazione potrebbe iniziare a diminuire di un milione di persone ogni anno.

Una condanna già scritta, sembrerebbe, a leggere l’Atlantic: “Sedici russi muoiono ogni 10,4 bambini nati, con una popolazione in calo di 700 mila persone all’anno. Dalla caduta del muro di Berlino, nella Federazione Russa ci sono stati dieci milioni di morti in più rispetto alle nascite”. Anche Masha Gessen sulla New York Review of Books racconta un paese che sta esaurendo le persone. “Nei diciassette anni tra il 1992 e il 2009, la popolazione russa è diminuita di sette milioni di persone, un tasso di perdita mai visto in Europa dalla Seconda guerra mondiale”.

E se i Russi pensano che l’occidente sia decadente, mandano tutti i loro figli a studiare e a vivere qui. Lo si apprende da una straordinaria inchiesta di Agnieszka Legucka e Bartosz Bieliszczuk intitolata “Kremlin Kids: The Second Generation of the Russian Elite”. Ekaterina Vinokourova, la figlia del ministro degli Esteri Sergei Lavrov, si è istruita all’estero. Quando Lavrov era ambasciatore presso le Nazioni Unite, Ekaterina frequentava la Dwight School di New York. Ha poi studiato scienze politiche alla Columbia University ed economia alla London School of Economics. Elizaveta Peskova, figlia del portavoce di Putin Dmitry Peskov, è cresciuta in Francia. Anche un’altra figlia di Peskov, Nadya, è cittadina americana.

Uno dei figli di Peskov, Nikolay, è cresciuto a Londra. Il secondo figlio, Deni, vive a Parigi. Le figlie di Sergei Zheleznyak che guida il partito di Putin, Russia Unita, hanno studiato in Svizzera e in Inghilterra. Anastasia ha studiato all’American School in Svizzera e ha continuato i suoi studi alla Queen Mary University e al King’s College di Londra. Alexandra, figlia del deputato Piotr Tolstoy, vicino a Putin, è stata recentemente ammessa alla Yale University.

Dopo essersi diplomato al liceo in Pennsylvania, il figlio maggiore del deputato della Duma Alexander Remezkov ha continuato i suoi studi alla Hofstra University di Long Island. Il secondo figlio ha studiato al Malvern College in Inghilterra e la figlia più giovane vive a Vienna. Alyona Minkovski, figlia della deputata Irina Rodnina, vive a Washington D.C. Si è laureata all’Università della California.

Petr, figlio di Alexander Zhukov, il primo vicepresidente del Parlamento russo, ha studiato a Londra. Lyubov, figlia del vice primo ministro Alexander Khloponin, ha studiato alla London School of Economics. Anche Alexander, figlio dell’ex ministro dell’Istruzione e della Scienza Andrei Fursenko, ha studiato all’estero e ora vive negli Stati Uniti. Il pronipote del ministro degli Esteri di Stalin, Viaceslav Molotov, e figlio dell’attuale deputato Viaceslav Nikonov, ha la cittadinanza americana. La portavoce del ministero degli Esteri Maria Zakharova si è sposata a New York.

Qualcuno ora evoca per la Russia un futuro “iraniano”, che è tra i paesi più tossicodipendenti al mondo, che ha il più alto tasso di fuga dei cervelli e la cui moria demografica rivaleggia soltanto con quella russa. “La popolazione della Russia negli ultimi dodici mesi ha subito il più grande declino in tempo di pace nella storia”, ha scritto il Moscow Times prima dello scoppio della guerra.

Però c’è un settore che sta crescendo in Russia: le camere ardenti. L’arciprete Dmitry Smirnov, un funzionario della Chiesa ortodossa braccio destro del Cremlino, in una botta di sincerità ai capi di Mosca ha detto: “Non ci saranno più russi nel 2050”. 
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L’ATTACCO ALLA  CHIESA  CATTOLICA  CHE  VIENE DALL’EST

L’obbiettivo della Russia,  nella  persona del suo Presidente  e del patriarca di Mosca  è  di staccare L’Europa dagli Stati Uniti e dalla Chiesa di Roma,  per sottometterla al  protettorato politico e religioso di Mosca. Questo è  anche l’obbiettivo finale dell’invasione dell’Ucraina (Prof. Roberto de  Mattei)

“La chiesa ortodossa russa, governata, dopo Aleksij I, dal patriarca Pimen (Sergej Izvekov, 1910-1990), rinnovò la sua lealtà al regime sovietico e appoggiò la politica di espansione internazionale del comunismo. Dopo il crollo del regime sovietico, Vladimir Putin, asceso al potere nel 2000, ottenne un appoggio decisivo dai patriarchi Aleksij II (Aleksej Ridiger, 1929-2008) e Kiril (Vladimir Michajlovič Gundjaev), suo antico commilitone nel KGB.

I discorsi del presidente Putin e del patriarca Kiril hanno ripetutamente invocato e sviluppato l’ideologia del Russkij mir, o “mondo russo”, un insegnamento secondo cui esiste una civiltà transnazionale che comprende tutti i popoli che appartengono all’etnia o alla lingua russa o che erano incorporati all’Unione Sovietica. Essi hanno una chiesa comune, il Patriarcato di Mosca e un’unità politica comune, che si identifica con il presidente della Federazione russa.  

Il Patriarcato di Mosca vuole difendere l’identità del Russkij mir contro il relativismo occidentale, ma anche contro il cattolicesimo romano. Oggi, in Russia, l’ortodossia è l’unica “religione di Stato”. L’islam, l’ebraismo, il buddismo, e da poco lo sciamanesimo, vengono tollerati come religioni “tradizionali”, ma non la Chiesa cattolica, della quale è proibita ogni forma di “proselitismo” (Stefano Caprio, Lo Zar di Vetro, Jaca Book, Milano 2020, p. 181).

Mentre in Occidente, a partire dalla Rivoluzione del Sessantotto, si è espansa la dimensione nichilistica del comunismo, sotto forma di marx-freudismo, in Russia Putin vuole recuperare la dimensione messianica del marxismo, all’interno di una linea politica che va da Ivan il Terribile a Stalin. La “via di salvezza” che Putin propone all’Europa consiste nel recidere i legami con gli Stati Uniti e con la Chiesa di Roma per sottomettersi al protettorato politico e religioso di Mosca. L’invasione dell’Ucraina va letta anche in questa prospettiva, delineata nel discorso programmatico del 12 luglio 2021 al Valdai Club (V. Putin, Sulla storica unità tra Russi e Ucraini, in Di fronte alla storia, PGreco, Milano 2022, pp. 273-290). Come emerge da questo documento, la realtà che Putin combatte con maggior forza è la Chiesa greco-cattolica ucraina, perché essa costituisce la testimonianza vivente della possibilità di ritrovare l’autentica anima religiosa della Russia, che non è quella del Patriarcato di Mosca, ma quella battesimale di Kyiv.

 Il Patriarcato di Mosca, che nei suoi 430 anni di storia è sempre stato sottomesso allo Zar di turno, oggi è spiritualmente logoro e la Roma eterna attende il ritorno alla vera fede del popolo russo, annunciato dalla Madonna a Fatima nel 1917.”

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Ripensare il mondo secondo il Vangelo

di Stefano Caprio- Asia News- 4 Marzo 2023

Tutti desiderano la fine della guerra, ma non può essere solo una questione di resa o compromesso, identità e dominio sul campo di battaglia. È una guerra interiore, che si svolge nelle chiese e nelle coscienze, nelle università e nelle scuole, per le strade e nelle case di tutti i Paesi d’oriente e d’occidente.

Secondo le consuetudini russe, con il mese di marzo inizia la primavera, anche se i geli invernali possono continuare a coprire la terra fino a maggio. L’allungarsi delle giornate permette comunque di cominciare a pensare a come affrontare il nuovo anno, che finora rimaneva nascosto nel buio. E nelle circostanze attuali della guerra russa in Ucraina, congelata da novembre attorno alle rive del fiume Dnipro, gli animi si riscaldano per dare un senso alle immani distruzioni e alle inutili perdite di centinaia di migliaia di vite.

I grandi della terra s’incontrano e si sfiorano in India, dove sembra una notizia perfino uno scambio di sguardi tra il segretario americano Blinken e il ministro russo Lavrov. L’impotenza delle armi, sempre più invocate e sempre meno efficaci da una parte e dall’altra, si consuma nel balletto dei droni che vengono rinfacciati tra assalti alla popolazione inerme, e provocazioni per scatenare la rabbia bellicosa di chi vorrebbe infine consumare il massacro, e cancellare il nemico. Putin osserva tremebondo dal bunker l’ascesa irrefrenabile del “cuoco” Prigožin, l’anima nera della Russia mercenaria, che affascina perfino gli adolescenti in rivolta.

Mentre si attendono le mosse degli eserciti, anche gli ortodossi cominciano i digiuni e le preghiere quaresimali, recitando nelle chiese di Russia e Ucraina il Grande Canone penitenziale di Sant’Andrea di Creta. Il popolarissimo testo patristico è composto da nove cantici, che riassumono i racconti biblici cominciando dalla creazione del mondo fino all’Assunzione di Nostro Signore Gesù Cristo, riscrivendo così tutta la storia dell’umanità e prima di tutto la storia della salvezza. Viene cantato in quattro parti durante i vespri dei primi giorni di Quaresima, esprimendo il dolore provocato dai tanti peccati degli uomini: “Su quale gesto di mia vita darò inizio al pianto? / Quali note scriverò a preludio di questo mio lamento? / Non imitai la giustizia di Abele / Le ricchezze della mia vita ho dissipato nel vuoto senza fondo / Sono io il misero che i ladri assalirono / E ladri sono i miei pensieri, che mi colpiscono e mi feriscono”, concludendo sempre con l’invocazione “Chinati su di me, Cristo Salvatore”.

L’arcivescovo maggiore della Chiesa ucraina greco-cattolica, sua beatitudine  Svjatoslav Ševčuk, ha espresso il desiderio che “tutto il mondo cristiano dia una giusta valutazione dell’ideologia del Mondo Russo, perché se questa forma di genocidio è stata generata da una Chiesa cristiana, allora si può dubitare di tutta l’ecclesialità, della forma storica del cristianesimo”. Il patriarca degli uniati, come viene ricordato dai suoi fedeli nelle liturgie, paragona la propaganda bellico-religiosa dei moscoviti alle espressioni dell’islamismo radicale, laddove “perfino i sapienti musulmani hanno trovato la forza per rifiutare e condannare questa ideologia”.

Il richiamo di Ševčuk costituisce, secondo le sue parole, “una sfida del tempo attuale a tutto il mondo cristiano”, che non può essere sbrigativamente liquidata come una sottomissione della Chiesa russa al volere del dittatore, ma deve interrogare tutti sulla “autentica fedeltà al Vangelo di Cristo per l’uomo del terzo millennio, un compito che va al di là dei limiti delle singole Chiese”. Bisogna cercare insieme “gli anticorpi della coscienza cristiana”, cominciando nello spirito penitenziale della Quaresima a scrutare la propria stessa anima. Nel Discorso della Montagna, Gesù ammonisce: “Se dunque tu presenti la tua offerta all’altare, e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualcosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti all’altare, va’ prima a riconciliarti con il tuo fratello, e poi torna ad offrire il tuo dono” (Mt 5,23-24). Non se tu hai rancore verso di lui, ma se sei consapevole che lui è offeso da te.

Senza farsi attrarre nella polvere della propaganda di Stato, tra le “provocazioni della Nato e dell’Occidente” e “il dominio dei potentati economici nella globalizzazione”, o dai riflessi altrettanto grotteschi della propaganda patriarcale contro “il cedimento all’ideologia del gender” e la “distruzione dei valori tradizionali”, dobbiamo rispondere con sincerità alla sfida dell’arcivescovo di Kiev, nello spirito del Vangelo. Che cosa rende il fratello russo così adirato, nei confronti del fratello ucraino, o di quello occidentale? Come fare per riconciliarsi con lui, senza rendere ancora più tragico il conflitto?

Condannare il “mondo russo” non provoca altro che una sua ulteriore affermazione, insistendo sulla incompatibilità tra i cristiani delle due sponde. La “civiltà cristiana tradizionale” di Mosca non può e non deve essere incompatibile con la “decadenza” dell’Europa e dell’America, prede del liberalismo secolarista: è un quadro offuscato dalla violenza del potere e dalle manie di grandezza delle caste intoccabili, di oligarchi e funzionari dei regimi politici, o delle pretese di successo dei padroni dei mercati. Non esiste una “Russia senza peccato” contro un “Occidente immorale”, ma bisogna tornare all’ammissione di Sant’Andrea di Creta, “ladri sono i miei pensieri”, siamo tutti ugualmente colpevoli davanti a Dio.

Se non vi sono dubbi sui ruoli dell’aggredito e dell’aggressore, dell’invasore e del resistente, oltre a queste considerazioni militari e geopolitiche, alla coscienza cristiana serve soprattutto la demitizzazione della colpa e dell’innocenza, quella che lo storico e teologo inglese Joshua T. Searle chiama una “operazione teologica speciale”. Bisogna chiedersi se davvero l’ortodossia cristiana, e non solo quella dei russi, sia così incompatibile con il liberalismo occidentale, e si tratta di un tema che non può essere definito dagli assalti bellici del 2022, ma impone una sintesi del rapporto tra il cristianesimo e il mondo moderno.

Tutti desiderano la fine della guerra, ma non può essere solo una questione di resa o compromesso, identità e dominio sul campo di battaglia. È una guerra interiore, che si svolge nelle chiese e nelle coscienze, nelle università e nelle scuole, per le strade e nelle case di tutti i Paesi d’oriente e d’occidente. Searle lancia la provocazione per cui “l’umanesimo laico dell’Europa contemporanea è in buona sostanza più cristiano, rispetto al nazionalismo religioso del Cremlino”, e di tanti altri regimi teocratici o “sinfonici”. L’ateismo latente del laicismo, a cui sembrano adeguarsi protestanti e cattolici, si scontra con l’ateismo sacrilego di chi piega Dio a un progetto politico e di potere, o soltanto a un’affermazione di sé contro il mondo intero. Come spiega il professore del multietnico Sturgeon College, “il nazionalismo cristiano non ha nulla a che spartire con l’autentica dottrina cristiana ortodossa, e deve la sua apparizione a un rigurgito di miti pagani sul sangue e sulla terra, non certo alla tradizione biblica della dignità e della libertà dell’uomo e del popolo”.

In molti hanno contribuito ad alimentare il mito della “santa Russia” e della “rinascita religiosa” anche in Occidente, magari ispirandosi alle profezie della Madonna di Fatima. È giunto il momento di riconoscere anche questa colpa, che accomuna russi e ucraini, europei e americani: voler reintrodurre la religione nel mondo attuale come un fattore di conflitto con altre ideologie e stili di vita, oppure omologarla ad essi, nelle due facce della stessa medaglia. Le riletture della storia antica e medievale, che stanno alla base delle giustificazioni morali delle azioni belliche, possono anche lasciare il tempo che trovano, pur ammettendo che sulla storia è sempre necessario un confronto non improvvisato. Serve piuttosto un’attitudine reale a interrogarsi sul presente, a partire dalla propria condizione e dalla propria identità, prima di puntare il dito contro il presunto o inevitabile avversario.

La Santa Russia Putiniana è un ideale che attrae e soggioga, in diverse versioni, tanti settori conservativi della Chiesa cattolica e delle comunità evangeliche, sparsi in tutto il globo. Si potrà dialogare con la Russia, al di là degli esiti della guerra, solo quando si sarà capaci di confrontarsi su queste dimensioni dell’anima. Nel 2014 il famoso predicatore americano Pat Buchanan, ispiratore di tanta politica occidentale, dopo l’annessione della Crimea definì Putin “un vero crociato cristiano”, che aveva saputo “innalzare la bandiera russa sui principi del cristianesimo tradizionale”, e non si possono sottovalutare i flussi più o meno reconditi di questa mentalità tipica della “Chiesa militante”, che accomunava nello scorso secolo i cristiani e i comunisti.

Non c’è da stupirsi se la propaganda putiniana fa breccia tanto facilmente nelle società occidentali, a partire dalle frange estreme della politica di destra e di sinistra, accomunate nella nostalgia delle barricate studentesche, o degli scontri di piazza dei tempi giovanili. Il substrato religioso-ideologico è altrettanto evidente in quella che i russi chiamano con disprezzo la “propaganda Lgbt”, cioè nelle rivendicazioni di diritti intese come vittorie di guerra, più che riconoscimento della realtà personale e comunitaria. Il vero liberalismo non disprezza e non offende le tradizioni, il vero tradizionalismo non opprime le coscienze e le comunità, e quindi non invade i Paesi vicini.

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Considerazioni storiche sul Patriarcato di Mosca (4° parte)

8 Marzo 2023 ore 12:59

di Roberto de Mattei – Corrispondenza Romana

Il Patriarcato di Mosca, istituito da Ivan IV nel 1589 e soppresso da Pietro il Grande nel 1721, venne resuscitato nel 1917 durante della Rivoluzione bolscevica, ma ebbe breve vita. Il partito bolscevico di Lenin e Trotzki, giunto al potere, si propose l’annientamento della chiesa ortodossa russa e di ogni altra confessione religiosa. A nulla servirono i tentativi di accordo del patriarca Tichon che, dopo essere stato incarcerato alla Lubianka, morì in una clinica moscovita il 7 aprile 1925.

La chiesa ortodossa rimase senza patriarca. Il metropolita di Mosca Sergij (Ivan Nikolaevič Stragorodskij, 1867-1944), arrestato nel 1926 dalla polizia segreta, l’anno successivo tornò in libertà, pubblicando, il 29 luglio 1927, una “Dichiarazione” in cui riconosceva lo Stato sovietico e i passati “errori politici” del clero ortodosso. Quando, il 9 febbraio 1930, Pio XI annunciò la convocazione di una giornata di preghiera a San Pietro per la chiesa russa, Sergij rispose con un’intervista al giornale Izvestia nella quale dichiarò che in Unione Sovietica non c’era alcuna persecuzione per motivi religiosi e se alcune chiese venivano chiuse, ciò avveniva «non per iniziativa delle autorità bensì su richiesta del popolo e a volte degli stessi credenti». Intanto non cessavano arresti, deportazioni e fucilazioni di vescovi, preti e semplici credenti. Il 5 dicembre 1931 fu fatta saltare in aria la cattedrale del Santo Salvatore e con i suoi marmi fu rivestita la nuova metropolitana di Mosca. La campagna di ateizzazione condotta da Stalin fu spietata. La chiesa ortodossa russa contava prima del 1917 circa 210.000 membri del clero. Negli anni del terrore, dal 1917 al 1941, ne vennero fucilati circa 150.000. Dei 300 vescovi russi, almeno 250 furono assassinati dai comunisti. La condizione per sopravvivere era quella di trasformarsi in delatori del regime.

La situazione cambiò con l’attacco tedesco alla Russia nel 1941. Stalin comprese che per creare un clima di unità nazionale e di resistenza collettiva aveva bisogno dell’appoggio del clero sopravvissuto e decise di “reinventare” il Patriarcato di Mosca. Dopo le battaglie di Stalingrado e di Kursk, nella notte tra il 4 e il 5 settembre 1943, il dittatore sovietico convocò al Cremlino il metropolita di Mosca, Sergij, il metropolita di Leningrado e Novgorod, Aleksij e il metropolita di Kiev e Galic, Nikolaj, alla presenza di Molotov e delle massime autorità della polizia segreta (NKGB). Lo storico Adriano Roccucci individua in questo incontro un punto di svolta nei rapporti tra Chiesa e potere sovietico (Stalin e il patriarca. Chiesa ortodossa e potere sovietico 1917-1958, Einaudi, Torino 2011, pp. 173-174). Stalin, per coinvolgere la chiesa russa nella “grande guerra patriottica”, concesse l’autorizzazione all’elezione di un nuovo patriarca. Quattro giorni più tardi, l’8 settembre, si riunì a Mosca un concilio dei vescovi della chiesa ortodossa russa, a cui presero parte 19 vescovi, alcuni dei quali trasportati a Mosca da aerei militari. Il metropolita Sergij fu eletto patriarca di Mosca e di tutte le Russie, il primo dopo la morte di Tichon. Fu eletto anche un sinodo di sei membri, tra i quali era Aleksij I (Sergej Vladimirovič Simanskij, 1877-1960), che venne nominato a sua volta patriarca nel 1945, dopo la morte di Sergij. Aleksij fu il responsabile della liquidazione della Chiesa greco-cattolica ucraina, nel 1946. Nel marzo di quell’anno, infatti, le autorità sovietiche imposero la convocazione, a Leopoli, di un concilio che annullò l’Unione di Brest del 1596, costringendo i greco-cattolici a passare sotto la giurisdizione della chiesa ortodossa russa. Nell’aprile del 1945 il metropolita Josyf Slipyj venne arrestato, passando 18 anni nelle carceri sovietiche e nei gulag. Tutte le chiese dei greco-cattolici, circa 3.000, vennero date agli ortodossi e quasi tutti i vescovi e i sacerdoti furono uccisi o incarcerati.

Pio XII intervenne ripetutamente in favore degli ucraini e del loro metropolita incoraggiandoli a resistere alle persecuzioni, ma dopo la sua morte, i rapporti tra la Russia e il Vaticano iniziarono a mutare. Quando Giovanni XXIII annunciò il Concilio Vaticano II, chiese che ad esso partecipassero i rappresentanti del Patriarcato di Mosca, ma le autorità del Cremlino imposero come condizione il silenzio del Concilio del comunismo. Nell’agosto del 1962, nella cittadina francese di Metz, il cardinale Eugène Tisserant, rappresentante del Vaticano, e il vescovo ortodosso Nikodim (Boris Georgievic Rotov), siglarono un accordo in forza del quale il patriarcato di Mosca avrebbe accolto l’invito pontificio, mentre il Papa garantiva che il Concilio si sarebbe astenuto dal condannare il comunismo. Mons. Jan Willebrands compì un viaggio segreto a Mosca dal 27 settembre al 2 ottobre 1962 e, nel pomeriggio del 12 ottobre, l’arciprete Vitalij Borovoij e l’archimandrita Vladimir Kotlyarov, rappresentanti del patriarca Aleksij, giunsero a Roma, come osservatori, al Concilio che si apriva (cfr. il mio Il Concilio Vaticano II: Una storia mai scritta, Lindau Torino 2019, pp. 174-177).

La chiesa ortodossa russa, governata, dopo Aleksij I, dal patriarca Pimen (Sergej Izvekov, 1910-1990), rinnovò la sua lealtà al regime sovietico e appoggiò la politica di espansione internazionale del comunismo. Dopo il crollo del regime sovietico, Vladimir Putin, asceso al potere nel 2000, ottenne un appoggio decisivo dai patriarchi Aleksij II (Aleksej Ridiger, 1929-2008) e Kiril (Vladimir Michajlovič Gundjaev), suo antico commilitone nel KGB.

I discorsi del presidente Putin e del patriarca Kiril hanno ripetutamente invocato e sviluppato l’ideologia del Russkij mir, o “mondo russo”, un insegnamento secondo cui esiste una civiltà transnazionale che comprende tutti i popoli che appartengono all’etnia o alla lingua russa o che erano incorporati all’Unione Sovietica. Essi hanno una chiesa comune, il Patriarcato di Mosca e un’unità politica comune, che si identifica con il presidente della Federazione russa.  

Il Patriarcato di Mosca vuole difendere l’identità del Russkij mir contro il relativismo occidentale, ma anche contro il cattolicesimo romano. Oggi, in Russia, l’ortodossia è l’unica “religione di Stato”. L’islam, l’ebraismo, il buddismo, e da poco lo sciamanesimo, vengono tollerati come religioni “tradizionali”, ma non la Chiesa cattolica, della quale è proibita ogni forma di “proselitismo” (Stefano Caprio, Lo Zar di Vetro, Jaca Book, Milano 2020, p. 181).

Mentre in Occidente, a partire dalla Rivoluzione del Sessantotto, si è espansa la dimensione nichilistica del comunismo, sotto forma di marx-freudismo, in Russia Putin vuole recuperare la dimensione messianica del marxismo, all’interno di una linea politica che va da Ivan il Terribile a Stalin. La “via di salvezza” che Putin propone all’Europa consiste nel recidere i legami con gli Stati Uniti e con la Chiesa di Roma per sottomettersi al protettorato politico e religioso di Mosca. L’invasione dell’Ucraina va letta anche in questa prospettiva, delineata nel discorso programmatico del 12 luglio 2021 al Valdai Club (V. Putin, Sulla storica unità tra Russi e Ucraini, in Di fronte alla storia, PGreco, Milano 2022, pp. 273-290). Come emerge da questo documento, la realtà che Putin combatte con maggior forza è la Chiesa greco-cattolica ucraina, perché essa costituisce la testimonianza vivente della possibilità di ritrovare l’autentica anima religiosa della Russia, che non è quella del Patriarcato di Mosca, ma quella battesimale di Kyiv. Il Patriarcato di Mosca, che nei suoi 430 anni di storia è sempre stato sottomesso allo Zar di turno, oggi è spiritualmente logoro e la Roma eterna attende il ritorno alla vera fede del popolo russo, annunciato dalla Madonna a Fatima nel 1917.

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La Russia non ha cessato di diffondere i suoi errori nel mondo

di Roberto de Mattei– Corrispondenza Romana – 29 Novembr2 2022

Nel 1917 la Beatissima Vergine Maria apparve a Fatima a tre pastorelli: Lucia dos Santos e i suoi cugini Giacinta e Francisco Marto, affidando loro un messaggio il cui contenuto è stato ufficialmente autenticato dalla Chiesa il 26 giugno 2000.  Questo messaggio è diviso in tre parti, dette anche “segreti”. La prima parte offre una terribile visione dell’Inferno; la seconda contiene una profezia sul futuro dell’umanità; la terza presenta una drammatica visione del martirio che, su uno sfondo di distruzione, attende il Papa, gli uomini di Chiesa e molti cattolici, religiosi e laici. 

Il fulcro, e la chiave interpretativa, del Messaggio di Fatima, è costituito da queste parole della Madonna: «Avete visto l’inferno dove cadono le anime dei poveri peccatori. Per salvarle, Dio vuole stabilire nel mondo la devozione al Mio Cuore Immacolato. Se faranno quel che vi dirò, molte anime si salveranno e avranno pace. La guerra sta per finire; ma se non smetteranno di offendere Dio, durante il Pontificato di Pio XI ne comincerà un’altra ancora peggiore. Quando vedrete una notte illuminata da una luce sconosciuta, sappiate che è il grande segno che Dio vi dà che sta per castigare il mondo per i suoi crimini, per mezzo della guerra, della fame e delle persecuzioni alla Chiesa e al Santo Padre. Per impedirla, verrò a chiedere la consacrazione della Russia al Mio Cuore Immacolato e la Comunione riparatrice nei primi sabati. Se accetteranno le Mie richieste, la Russia si convertirà e avranno pace; se no, diffonderà i suoi errori per il mondo, promovendo guerre e persecuzioni alla Chiesa. I buoni saranno martirizzati, il Santo Padre avrà molto da soffrire, varie nazioni saranno distrutte. Finalmente, il Mio Cuore Immacolato trionferà. Il Santo Padre Mi consacrerà la Russia, che si convertirà, e sarà concesso al mondo un periodo di pace».

La Madonna chiede dunque la conversione dell’umanità e afferma che se le sue richieste saranno accettate,la Russia si convertirà e si avrà la pace, altrimenti essa «diffonderà i suoi errori per il mondo, promovendo guerre e persecuzioni alla Chiesa».Quest’orizzonte di tragedia contiene però un raggio di immensa speranza: la conversione della Russia e il trionfo finale del Cuore Immacolato di Maria.

Quali sono gli errori della Russia di cui parla la Madonna? Secondo tutti gli interpreti del Messaggio, sono gli errori del comunismo, l’ideologia criminale del secolo XX. Tra il 1989 e il 1991 l’Unione Sovietica si è disgregata, ma il veleno comunista continua a diffondersi nel mondo. In Cina regna Xi Jinping, che lo scorso 15 ottobre, in occasione del 20° Congresso nazionale del Partito Comunista, ha ribadito che il marxismo è la «fondamentale guida ideologica» su cui si fonda il paese, mentre in Russia, Vladimir Putin propone una variante nazional-comunista, che riconcilia l’eredità di Stalin con quella degli Zar. 

Quale che sia il giudizio su Putin, di certo non c’è stata né la conversione della Russia alla vera fede né il trionfo del Cuore Immacolato di Maria. Ciò significa che la Russia non ha cessato di diffondere i suoi errori nel mondo e sarà lo strumento di cui Dio si servirà per punire l’umanità impenitente. La Madonna non sbaglia le sue previsioni, anche se talvolta le vela agli occhi umani. 

Chi crede che la Russia stia diffondendo nel mondo non i suoi errori, ma i suoi valori, capovolge il messaggio di Fatima. Questo rovesciamento di prospettiva è evidente nel discorso che il filosofo del regime putiniano Aleksandr Dugin ha pronunciato a Mosca lo scorso 27 ottobre, intervenendo al XXIV Consiglio mondiale del popolo russo, di cui è presidente il patriarca della chiesa ortodossa Kirill.

Nel suo discorso, Dugin ha definito la guerra tra Russia e Ucraina come «una guerra molto reale. Questa guerra non è solo una guerra di eserciti, di uomini, è anche una guerra dello spirito (…)  È una guerra del Cielo contro l’Inferno. È una guerra degli eserciti angelici. È una guerra dell’esercito dell’Arcangelo Michele contro il diavolo. (…) Il discorso del nostro Presidente (Putin) del 30 settembre ha parlato della natura satanica della civiltà occidentale. Non si tratta di una metafora. (…)  L’Occidente è un’ideologia. Il liberalismo, il globalismo, il secolarismo e il postumanesimo sono ideologie. Questo è il regno delle idee, non quello della materia, dei corpi e della tecnologia. Soprattutto, è una menzogna assoluta: è il rovesciamento delle vere proporzioni della mente, delle idee, dei fondamenti religiosi. Ecco perché oggi si scontrano due idee, due eserciti (perché gli angeli sono spiriti e menti): angeli e demoni. Il campo di battaglia è proprio l’Ucraina. Da un lato, siamo la Santa Russia, come dice Sua Santità il Patriarca, e ci confrontiamo con le forze del male storico globale assoluto. Per questo motivo, sempre più spesso si parla di Armageddon, di tempi finali e di Apocalisse. Tutto questo sta avvenendo sotto i nostri occhi. Stiamo partecipando all’ultima (forse penultima, nessuno lo sa) e importantissima battaglia. Senza una dimensione spirituale, ideologica e intellettuale, non possiamo vincere. (…) Non esiste nulla di neutrale. C’è una battaglia tra il Paradiso e l’Inferno. E noi siamo la Santa Russia» (geopolitika.ru).

Ci troviamo di fronte a una filosofia della storia distorta, che confonde l’Occidente con la sua degenerazione. Il liberalismo, il globalismo e il secolarismo, sono frutti marci di un processo rivoluzionario che ha aggredito da secoli la civiltà occidentale e cristiana, di cui Dugin tace le autentiche radici. L’Occidente è infatti lo spazio geografico, comprendente l’Europa e le due Americhe, che ha raccolto i valori della Grecia e di Roma, vivificandoli con la fede cattolica. Il filosofo nazionalcomunista dimentica che si deve all’Occidente la creazione delle università, la diffusione del sapere nel mondo, lo sviluppo artistico, tecnologico e scientifico dell’umanità, di cui anche la Russia beneficia……….

La Santa Russia che Dugin oppone all’Occidente è la “Terza Roma” ortodossa che, fin dal XVI secolo, considera la religione cattolica e il Papato come il peggior nemico. Il patriarca Kirill, che militò con Putin nel KGB, erede della CEKA, la polizia sovietica del terrore, è presentato come il campione della Santa Russia che deve “evangelizzare” il mondo.

Ciò che impressiona però, più che l’appello escatologico di Dugin, è l’accoglienza che esso ha ricevuto in Occidente tra i cattolici che si richiamano alla Tradizione. In Italia, ad esempio, il suo discorso è stato pubblicato in esteso, senza una parola di riserva, da stimati vaticanisti, che sembrano condividere una visione apocalittica da cui è totalmente assente la Madonna e il suo ruolo.

Nel 2017 il mondo tradizionalista celebrava compatto il centenario di Fatima, oggi lo abbandona, sostituendolo con una nuova teologia della storia, che al trionfo del Cuore Immacolato sostituisce il trionfo della Santa Russia nazionalcomunista. San Massimiliano Kolbe, che non conosceva il messaggio di Fatima, affermava che un giorno la bandiera dell’Immacolata avrebbe sventolato sul Cremlino. «Sotto il suo vessillo si combatterà una grande battaglia e noi inalbereremo le sue bandiere sulle fortezze del re delle tenebre. E l’Immacolata diverrà la Regina del mondo intero e di ogni singola anima, come la beata Caterina Labouré prevedeva» (Gli Scritti di Massimiliano Kolbe, tr. it. Città di Vita, Firenze 1975-1978, vol. I, p. 550).  

La bandiera dell’Immacolata è destinata a sventolare sul Cremlino, o quella del Cremlino sulla basilica di San Pietro? La Russia diffonderà nel mondo i suoi errori o i suoi presunti valori? Ecco una grande questione che interpella i cattolici nell’ora presente.

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CONSIDERAZIONI STORICHE SUL PATRIARCATO DI MOSCA (3° parte)

 1 Marzo 2023 ore 11:21

di Roberto de Mattei – Corrispondenza Romana

La storia religiosa della Russia è la storia di un popolo i cui capi voltarono le spalle alle promesse del loro battesimo, professate a Kyiv da san Vladimiro, per creare una religione nazionale funzionale al nuovo Stato di cui Mosca era il centro.  

Il primo patriarca di Mosca, nominato nel 1589 dallo zar Fëdor I fu Iov (Giobbe). A lui successero Ermogene e Fëdor Nikitič Romanov, in religione Filarete (1553-1633), che nel 1613 pose sul trono degli zar il figlio non ancora diciassettenne, Michail Romanov. In Russia si creò una situazione unica in cui lo zar era il figlio del patriarca, che di fatto era il vero sovrano del regno. Dal 1613 al 1917 regnarono venti sovrani della dinastia Romanov, che impersonarono un dispotico connubio tra potere politico e religioso, sconosciuto all’Occidente cristiano.

Lo zar Pietro I il Grande (1672-1725), discendente del patriarca Filarete, iniziò un’opera di secolarizzazione della Russia che culminò, il 25 gennaio 1721, con un Manifesto che annunciava l’abolizione del Patriarcato di Mosca. «(Questo), fondato esclusivamente dal potere civile e per motivi meramente politici, nel corso di un secolo non piantò salde radici sul suolo russo, non ebbe col popolo un legame vivente ed organico, nacque per un capriccio del potere civile, e per un capriccio di questo cessò di vivere» (Aurelio Palmieri O.S.A., La chiesa russa. Le sue odierne condizioni e il suo riformismo dottrinale, L.E.F., Firenze 1908, pp. 64-65).

Al posto del Patriarcato di Mosca, Pietro il Grande istituì il “Santo Sinodo”, un governo ecclesiastico collegiale, composto da vescovi, tutti di nomina dello Zar, e alla loro testa un procuratore generale laico, anch’egli di nomina sovrana. Nel 1723 il Santo Sinodo fu riconosciuto ufficialmente dai patriarchi di Costantinopoli che trasmisero al nuovo organismo tutti i diritti del Patriarcato di Mosca. Da allora, la vita della Chiesa russa si confuse totalmente con la vita dello Stato, assumendo il carattere di un’istituzione burocratica. «Per quasi due secoli la Chiesa russa non avrà più storia, perché la storia sua è quella stessa dello Stato» (Juljia Nikolaevna Danzas, La coscienza religiosa russa, Morcelliana, Brescia 1946, p. 63).

Pietro il Grande trasferì la capitale da Mosca a San Pietroburgo, rafforzò lo Stato accentrato e autocratico e per primo utilizzò il titolo di Imperatore di tutte le Russie. In questo titolo confluirono l’assolutismo mongolico, il cesaropapismo bizantino e l’ideologia moscovita della Terza Roma (Karl Bosl, L’Europa nel Medioevo, La Scuola, Milano 1975, p. 330). Il basileus, ossia lo zar e Imperatore, si presentava come l’unico rappresentante di Dio in terra.

Dopo Pietro il Grande, che sottomise allo Stato la chiesa ortodossa, l’imperatrice Caterina II (1762-1796) volle sottoporre allo Stato anche la Chiesa greco-cattolica e nel 1793 decretò la soppressione della diocesi latina di Kyiv. Nel 1839 lo zar Nicola I abolì ufficialmente la Chiesa greco-cattolica in Ucraina, nella Bielorussia, nella Lituania e in alcune regioni della Polonia, che storicamente erano tornate con Roma nei secoli XVI e XVII.

Il Papa Pio IX manifestò la sua preoccupazione per la politica di distruzione del cattolicesimo orientale ad opera degli Zar, con le encicliche Amantissimo humani dell’8 aprile 1862; Ubi urbaniano del 30 luglio 1864; Levate del 17 ottobre 1867 e Omnem sollicitudinem del 12 maggio 1874. «Infatti – scriveva nell’enciclica Levate – i Vescovi cattolici, gli ecclesiastici, i laici fedeli sono cacciati in esilio, incarcerati, tormentati in ogni maniera, spogliati dei loro beni, travagliati ed oppressi da severissime pene; i canoni e le leggi della Chiesa sono interamente calpestati. Non contento di ciò, il Governo russo continuò, secondo l’antico suo proposito, a violare la disciplina della Chiesa, a rompere i vincoli dell’unione e della comunione di quei fedeli con Noi e con questa Santa Sede, e ad adoperare ogni mezzo ed ogni sforzo per potere in quegli Stati rovesciare dalle fondamenta la Religione Cattolica, strappare quei fedeli dal seno della Chiesa e trascinarli nel funestissimo scisma».

Gli autocrati russi, come gli imperatori bizantini, vedevano nella Chiesa e nella religione un mezzo di cui servirsi per garantire e dilatare l’unità politica. Un grande convertito russo, il padre Ivan Gagarin (1814-1882), della Compagnia di Gesù, scriveva che per ricondurre gli ortodossi all’unità della Chiesa bisognava soprattutto combattere la loro concezione politico-religiosa, fondata su tre pilastri: la religione ortodossa, l’autocrazia e il principio di nazionalità, all’insegna del quale erano penetrate in Russia le idee di Hegel e dei filosofi tedeschi (La Russie sera-t-elle catholique”, Charles Douniol, Paris 1856, p. 74). 

La vita religiosa russa conobbe una decadenza sempre maggiore, divenendo puramente formale ed esteriore, mentre, accanto alla religiosità istituzionale, si sviluppava quella individualistica e carismatica degli staretz starcy, monaci venerati come santi per le loro qualità taumaturgiche. Il cosiddetto “esicasmo” (da sant’Esichio, asceta dell’VIII secolo), o “preghiera del cuore”, da essi praticato, deturpa in realtà l’antica tradizione spirituale dei monaci del Monte Athos. Lo stesso fondatore del monastero di Laura sull’Athos, sant’Atanasio, non permetteva la pratica mistica della preghiera del cuore che a 5 dei più perfetti monaci, su 120. Gregorio Palamos (1296-1359) democratizzò questa pratica, introducendo gravi errori dottrinali che la Chiesa cattolica ha condannato in numerosi documenti (Martin Jugie, Dictionnaire de Théologie Catholique, vol. XI, coll. 1735-76). Gli staretz divennero monaci vagabondi, che seguivano le orme di antiche sette spiritualistiche, dalle usanze talvolta dissolute. Tale fu certamente il caso dello staretz Grigórij Efímovič Raspútin (1869-1916), che esercitò una nefasta influenza sulla corte dell’imperatore Nicola II. La custodia della liturgia, unica catechesi dei fedeli, coincideva peraltro con la corruzione e l’immoralità del clero ortodosso. Il sacerdozio divenne una professione che si tramandava di padre in figlio, con una carenza d’istruzione, che si accompagnava ad uno scarso senso del peccato e dall’idea che solo attraverso l’esperienza del peccato è possibile la rinascita spirituale.

Un grande orientalista, Aurelio Palmieri (1870-1926) denunciò i mali che affliggevano la Chiesa russa: l’immobilità, il formalismo burocratico, il servilismo politico, scrivendo nel 1908: «La Chiesa russa più non esiste dall’epoca di Pietro il Grande: essa è morta, è orbata della sua guida, è priva di capo: essa è divenuta un dipartimento del ministero dei culti, il quale mediante i documenti burocratici regge l’ortodossia russa» (op. cit., p. 304).   Il crollo dell’Impero zarista era alle porte. Il periodo di caos che, nel 1917, seguì alla Rivoluzione di febbraio di Kerenski e a quella di ottobre di Lenin, parvero offrire al Santo Sinodo la possibilità di recuperare la propria indipendenza, reintroducendo la figura del patriarca. Tra i mesi di agosto e di novembre 1917 si svolse a Mosca un Concilio che il 28 ottobre (10 novembre) approvò il ristabilimento del Patriarcato di Mosca, dopo più di due secoli. Tichon (al secolo Vasilij Ivanovič Bellavin: 1865-1925) venne eletto alla carica di patriarca di Mosca e di tutta la Russia. L’illusione di emanciparsi dal potere politico fu però breve. Il regime bolscevico iniziò una persecuzione sistematica di ogni tipo di religione. Il patriarca Tichon, malgrado avesse riconosciuto il governo sovietico, fu incarcerato e morì il 7 aprile 1925 mormorando: «La notte sarà molto lunga e buia». La chiesa ortodossa russa si troverà ancora senza patriarca, fino alla Seconda guerra mondiale. (continua)

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Ucraina, come finirà la guerra?
Le vie per arrivare a imporre la pace

di Lorenzo Cremonesiì – Corriere della Sera – 27-02 – 2023

Le previsioni dello storico Hrytsak: Mosca conta sul fattore tempo, Kiev deve vincere entro l’anno. «Al posto di Putin un dirigente del Cremlino guiderà la transizione»

Tre considerazioni su questo primo anno di guerra: il fronte occidentale ha tenuto ed è rimasto unito a sostegno degli ucraini; il conflitto si è trasformato nei mesi dal blitzkrieg veloce, sognato originariamente da Vladimir Putin, in lunga guerra d’attrito; l’identità ucraina non è stata forgiata dall’aggressione russa, bensì ha retto proprio per il fatto che era già solida sulle proprie gambe e pronta a combattere per difendersi. Volodymyr Zelensky non ha fatto altro che interpretare fedelmente la diffusa volontà di resistenza della sua gente, da buon attore è stato capace di raccontare i sentimenti ucraini, ecco il motivo della sua immensa popolarità. Sono alcuni dei ragionamenti portanti del «Manifesto per una pace sostenibile» che lo storico 63enne Yaroslav Hrytsak, docente all’Università di Leopoli e autore di una «Storia dell’Ucraina» di prossima pubblicazione in Italia per i tipi del Mulino, presenterà il 4 marzo assieme ad altri intellettuali del suo Paese spinti dalla preoccupazione condivisa per cui «il tempo è a questo punto dalla parte di Putin ed è necessaria una vittoria militare relativamente veloce» per cercare di imporre una pace duratura.

Chi collassa prima?

«Contrariamente alle convinzioni che si era fatto Putin negli ultimi anni e alle previsioni degli euroscettici, l’Occidente si è rafforzato con la guerra, la Nato è riemersa potente e unita. Putin s’illudeva di potere negoziare separatamente con Berlino, Roma, Parigi, Washington o Londra, credendo che ognuno avrebbe privilegiato i propri interessi, ma si è trovato spiazzato dalla loro reazione unanime e forte quando hanno condannato in coro l’aggressione. In sostanza, la guerra ha ricreato l’Occidente», spiega Hrytsak. Ma la cattiva notizia è che ormai le dinamiche del conflitto sono cambiate. «Battaglie che ricordano quelle della Prima guerra mondiale. Certo emergono aspetti tecnologici, ma nell’essenza è una guerra convenzionale, con due nemici più o meno uguali bloccati in una guerra di posizione. Nell’estate del 1917 si calcolava che le forze alleate sarebbero arrivate a Berlino in 70 anni. Lo scorso maggio gli strateghi di Londra valutavano che se i russi dovessero procedere con i ritmi attuali potrebbero prendere Kiev forse nel 2051». La via d’uscita? «Il collasso di una delle due parti. Putin ne è consapevole, ecco perché conta sul fattore tempo, spera che prima o poi i Paesi occidentali abbandonino Kiev».

Le tappe da forzare

Ma il collasso resta molto difficile da prevedere. Nessuno aveva anticipato lo sfascio del regime zarista nel 1917 o quello tedesco un anno dopo e neppure quello sovietico oltre un trentennio fa, certo non nei tempi o nei modi. Tradotto in termini contemporanei, l’Ucraina deve fare di tutto per vincere entro il 2023. «L’Ucraina sta sanguinando, deve terminare la guerra, ma non al prezzo di un compromesso territoriale, deve recuperare i suoi territori sino ai confini del 1991, compresi Donbass e Crimea. Il rischio è altrimenti che la pace sia soltanto una tregua che dia a Putin il tempo per riorganizzare l’esercito e tornare presto ad aggredire più forte di prima. Rischiamo di diventare una nuova Cecenia. Dopo i massacri di Bucha e Irpin, dopo le gravissime violenze russe, nessun ucraino è più disposto al compromesso territoriale».

La successione russa

Non è certo escluso il rischio del collasso ucraino: «Possibile e tuttavia al momento remoto», per ora l’arrivo delle armi occidentali resta invariato e soprattutto la determinazione morale della popolazione ucraina a combattere non è affatto incrinata. «La guerra d’attrito è una sfida tra le risorse delle due parti. Non si dimentichi che il prodotto nazionale lordo della Russia non supera quello della Spagna, mentre le economie dei nostri alleati sono infinitamente più forti». È più probabile il collasso russo e la defenestrazione di Putin. E l’eventualità che alla guida di Mosca emerga un dittatore ancora più fanatico? «Non credo, come non credo possa prendere il potere un oppositore del fronte democratico come Aleksei Navalny. Penso piuttosto a una figura minore tra i dirigenti attuali al Cremlino destinata a guidare la transizione, un po’ come avvenne nel 1991».

Le bugie sulla Nato

Ma cosa risponde a chi in Europa, e specie in Italia, sostiene che le vere responsabilità dell’attacco russo sono della Nato, la quale dopo il collasso dell’Urss non rispettò i patti e si allargò a est? «Stupidaggini e falsità. Al momento del disfacimento sovietico i dirigenti di Mosca furono d’accordo nel lasciare che l’Ucraina diventasse indipendente, guidati dalla convinzione per cui poi sarebbero stati gli stessi ucraini a chiedere in ginocchio di tornare alla madre Russia. Putin ha deciso di invaderci quando ha compreso che volevamo restare nell’Europa libera. Quanto alla Nato, non c’è alcun documento firmato e nessun accordo ufficiale tra le due parti che indichi alcun impegno in quel senso. Anche le memorie dell’interprete di Gorbaciov non ne parlano mai. Inoltre, resta sempre valido il principio sacrosanto di autodeterminazione dei popoli. Dopo la fine dell’Urss furono le nostre popolazioni che in massa chiesero alla Nato di affrancarle dalla minaccia di Mosca. Dai Paesi baltici alla Polonia e all’Ucraina sapevamo che i russi sarebbero presto tornati a cercare di occuparci e ciò dovrebbe essere sufficiente per capire le nostre ragioni, confermate peraltro dall’attacco tragico di un anno fa».

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Considerazioni storiche sul Patriarcato di Mosca (2° parte)

22 Febbraio 2023 ore 15:11

di Roberto de Mattei– Corrispondenza Romana

Nella Chiesa cattolica l’origine dei Patriarcati risale al Concilio di Nicea (325), che riconobbe   una speciale supremazia ai vescovi di Alessandria d’Egitto e di Antiochia, sottomessi a quello di Roma. Nel Concilio di Costantinopoli (381) fu aggiunto al numero dei patriarchi il vescovo di Costantinopoli e nel Concilio di Calcedonia (451) il vescovo di Gerusalemme. La decisione sulla legittimità del titolo di Patriarca fu sempre riconosciuta al Sommo Pontefice e, ancor oggi, il Codice delle Chiese orientali, riserva alla suprema autorità della Chiesa di Roma l’istituzione, il ripristino e il mutamento di Chiese patriarcali (canoni 55-62).

Il patriarcato di Costantinopoli, che già nell’867, con Fozio, aveva scomunicato il Papa, per l’inserzione nel Credo della formula «filioque», nel 1054, con Michele Cerulario, ruppe definitivamente l’unità con la Chiesa di Roma. Lo scisma fu ricomposto nel 1439 quando, al Concilio di Firenze, il patriarca di Costantinopoli Giuseppe II ritornò, con la chiesa di Bisanzio, alla fede romana. I suoi successori Metrofane II e Gregorio III Mammas rimasero fedeli all’unione con Roma. Poche notizie si hanno sopra Atanasio II, ultimo patriarca, prima della caduta di Costantinopoli nelle mani dei Turchi nel 1453, ma sappiamo che Maometto II, in odio alla Chiesa cattolica, ripristinò nel 1454 il Patriarcato scismatico, imponendo Gennadio II come capo dei cristiani bizantini nell’Impero ottomano.

Anche in Russia, i princìpi di Mosca, da Basilio II a Ivan IV, che nel 1547 assunse il titolo di Zar, imposero la religione greco-scismatica. Dopo la morte di Ivan IV, nel 1584, e l’ascesa dello zar Fëdor I, il consigliere di quest’ultimo, Boris Godunov, si propose di consolidare il prestigio del regno, costituendo un Patriarcato di Mosca. L’occasione si verificò quando giunse a Mosca il patriarca di Costantinopoli Ieremias II, per chiedere aiuto contro gli oppressori turchi. Il patriarca fu messo agli arresti domiciliari e gli fu detto che non sarebbe stato liberato se non avesse riconosciuto canonicamente la nuova sede patriarcale.

 Nel gennaio 1589, in un Concilio locale convocato al Cremlino alla presenza dello Zar e della Duma dei Bojari, Ieremias fu costretto ad elevare il metropolita Iov (Giobbe) a primo patriarca di Mosca e di tutta la Russia. Padre Stefano Caprio osserva che con questo atto venne formalmente istituita la prima forma di autocefalia all’interno dell’Ortodossia, cambiandonela natura ecclesiologica, da ecumenica a etnica. «Considerando che le altre Chiese ortodosse si trovavano in condizioni di sottomissione ai turchi ottomani, si capisce perché Mosca si sia da allora considerata non semplicemente uno dei tanti patriarchi nazionali, ma la chiesa più rappresentativa di tutto il mondo ortodosso»(Russia: fede e cultura, Roma 2010, p. 97).

L’istituzione del Patriarcato di Mosca fu un atto eminentemente politico, nella prospettiva ideologica di una “Terza Roma”, che raccoglieva l’eredità del cesaropapismo bizantino, contro Roma e contro i Turchi. Ma se il Patriarcato di Costantinopoli era stato subordinato allo Stato, a Mosca fu creato dallo Stato stesso.

La risposta della Chiesa cattolica non tardò ad arrivare. Nel 1569 aveva visto la luce, con l’Unione di Lublino, un vasto Stato, che univa il Regno di Polonia e il Granducato di Lituania. La Confederazione polacco-lituana accoglieva al suo interno anche esponenti dell’episcopato ortodosso che, sotto la spinta missionaria della Contro-Riforma, avevano iniziato a guardare a Roma, come punto di riferimento religioso. Essi erano chiamati ruteni (da Rus’), perché provenienti dalle regioni della Russia Bianca e della Piccola Russia, corrispondenti alle attuali nazioni della Bielorussia e Ucraina.

Il patriarca greco Ieremias, dopo essere stato obbligato a riconoscere Iov come patriarca di Mosca, tornato a Costantinopoli, lo disconobbe e nell’agosto del 1589 consacrò come metropolita di Kyiv, Galizia e tutta la Russia l’arcivescovo Michal Rahoza. Nel 1590 Rahoza sottoscrisse, con i vescovi ruteni, un documento in cui auspicava l’unione con la Chiesa cattolica, con la condizione che il rito bizantino, e le norme canoniche per i chierici fossero state preservate.

Le trattative con la Santa Sede andarono felicemente in porto. Il 23 dicembre 1595, papa Clemente VIII radunò nella Sala di Costantino del Palazzo Apostolico i cardinali presenti a Roma, la corte intera ed il corpo diplomatico per una solenne cerimonia. I due vescovi nationis Russorum seu Ruthenorum, Ipazio Potij e Cirillo Terletskyi, che rappresentavano il metropolita Rahoza e gli altri vescovi ruteni, dopo aver abiurato lo scisma, fecero una pubblica professione di fede cattolica secondo una formula che comprendeva quelle dei Concili di Nicea, di Firenze e di Trento. Negli occhi del Papa scrive lo storico Ludwig von Pastor brillavano lacrime di gioia.

«La letizia ricolma oggi il Nostro cuore, che per il vostro ritorno alla Chiesa, disse egli, non si può esprimere con parole. Noi rendiamo grazie speciali a Dio immortale, il quale per mezzo dello Spirito Santo ha guidato la vostra mente così da farvi cercare il vostro rifugio nella Santa Chiesa romana, madre vostra e di tutti i credenti, la quali vi accoglie di nuovo con amore tra i suoi figli» (Storia dei Papi, vol. XI, Desclée, Roma 1942, p. 418). Una medaglia commemorativa eternò l’importante avvenimento per il quale, un secolo e mezzo dopo l’unione di Firenze, veniva di nuovo riallacciato il vincolo dell’unità tra la Chiesa russa e la Chiesa romana.

Clemente VIII, con la Costituzione apostolica Magnus Dominus et laudabilis nimis, ne diede l’annuncio alla Chiesa intera e con la Lettera apostolica Benedictus sit Pastor del 7 febbraio 1596, dichiarò che si potevano conservare inviolati gli usi e i legittimi riti della chiesa rutena, già permessi dal Concilio di Firenze. L’unione venne ufficialmente proclamata a Brest sul fiume Bug il 16 ottobre 1596 (cfr. Oscar Halecki, From Florence to Brest (1439-1596), Fordham University Press, New York1958, per un’ampia esposizione delle vicende storiche). 

Con l’Unione di Brest, l’episcopato ucraino e bielorusso volle rompere il rapporto di soggezione al Patriarcato di Costantinopoli e invece di imboccare la strada dell’autocefalia, come aveva fatto il Patriarcato di Mosca, si sottomise all’autorità del Romano Pontefice. Giovanni Codevilla ricorda giustamente che la Chiesa di Kyiv non si era mai staccata formalmente da Roma e che l’aspirazione alla riunione delle Chiese non era mai venuta meno (Chiesa e Impero in Russia, Jaca Book, Milano 2011, p. 66). L’accordo siglato tra la Chiesa rutena e la Santa Sede diede inizio alla Chiesa cattolica di rito orientale, di cui oggi fanno parte la Chiesa greco-cattolica ucraina e la Chiesa greco-cattolica bielorussa. Il ristabilimento della piena comunione con la Sede di Roma fu ricordato da molti pontefici, tra i quali Pio XII, nell’enciclica Orientales omnes del 23 dicembre 1945, e Giovanni Paolo II, nella Lettera apostolica del 12 novembre 1995 per il IV centenario dell’Unione di Brest.

Non molti anni dopo, il ritorno a Roma fu consacrato dal sangue di un martire. Il 12 novembre   1623, Giosafat Kuncevyc, arcivescovo di Polotsk e di Vitebsk, fu colpito da frecce e con una grossa scure fu ucciso dagli scismatici. Il 29 giugno 1867 nella basilica Vaticana in presenza di circa 500 vescovi, arcivescovi, metropoliti e patriarchi dei diversi riti radunati da ogni parte del mondo, Pio IX lo proclamò santo, affermando: «Dio voglia che quel tuo sangue, o San Giosafat, che tu versasti per la Chiesa di Cristo, sia pegno di quell’unione con questa Santa Sede Apostolica, a cui tu sempre anelasti, e che giorno e notte implorasti con fervida preghiera da Dio, somma Bontà e Potenza. E perché tanto si avveri alfine, vivamente desideriamo di averti intercessore assiduo presso Dio stesso e la Corte del Cielo».  Il corpo di san Giosafat, come quello dell’altro campione della fede Isidoro di Kyiv, attende la risurrezione dei morti nella basilica di San Pietro, dove riposa nell’altare di san Basilio Magno. (continua)

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CASTIGHI DIVINI SULL’ITALIA E SUL MONDO

30 Gennaio 1978 – Autore: Roberto De Mattei

Roberto De Mattei, Cristianità n. 33 (1978)

Nelle rivelazioni private a suor Elena Aiello

 Il velo che, agli occhi degli uomini, cela non solo i segreti dei cuori, ma lo stesso disegno della provvidenza sulla storia, è destinato a cadere il giorno del giudizio universale, quando il governo divino del mondo, oggi imperscrutabile, rifulgerà nella sua mirabile sapienza. «Non v’è nulla di nascosto che non debba essere rivelato, e nulla di segreto che non debba essere conosciuto» (1). Solo alla fine dei tempi, i tempi saranno conosciuti nella luce dell’eternità. Ma a gettare sprazzi di luce sulla storia, barlumi soprannaturali balenano qua e là nel corso dei secoli: sono le rivelazioni private, che Dio si degna concedere ad alcune anime per illuminare taluni eventi storici nelle loro cause remote e invisibili, nel loro significato più profondo e più vero, quasi a costituire una forma di soprannaturale direzione spirituale delle anime e delle nazioni.

La rivelazione pubblica, fondamento della nostra fede cattolica, si è chiusa, come è noto, con la morte dell’apostolo Giovanni. Il contenuto delle rivelazioni private non appartiene, dunque, all’oggetto della nostra fede e l’assenso che si deve prestare a esse è solamente umano. Ma è anche attraverso le rivelazioni private che si manifesta la santità della Chiesa e l’azione in essa dello Spirito Santo, cui è riservata la missione di compiere nel mondo l’opera iniziata da Cristo con la redenzione. «Se Cristo è il capo dalla Chiesa, lo Spirito Santo ne è come l’anima» (2).

Tra le rivelazioni private di questo secolo, un posto particolare assumono quelle ricevute da una suora italiana, Elena Aiello, popolarmente conosciuta come «’a monaca santa», nata a Montalto Uffugo, in provincia di Cosenza, il 10 aprile 1895, morta a Roma il 19 giugno 1961 (3). È facile immaginare lo scetticismo e forse il fastidio e l’irritazione che potrà produrre nella mentalità odierna, così pronta a rifiutare ogni manifestazione di soprannaturale, il solo accennare ai carismi straordinari di questa umile suora amante della croce. E tuttavia si tratta di messaggi che, per la loro sconcertante e drammatica attualità, mi sembra meritino di essere registrati e avvicinati con particolare attenzione. Ne riferiamo dunque, dichiarando previamente, in ossequio ai decreti di Urbano VIII del 13 marzo 1625, del 5 luglio 1631 e del 5 luglio 1634, che non intendiamo attribuire ad alcuno dei fatti o delle parole riportate più autorità di quanta non gliene attribuisca o gliene attribuirà la santa Chiesa, cui noi ci gloriamo di essere umilmente sottomessi.

«’A MONACA SANTA»

La vita di Elena Aiello si intreccia con quella della congregazione religiosa da lei fondata nel 1928, allo scopo di raccogliere ed educare cristianamente le bambine abbandonate: le Suore Minime della Passione di N.S. Gesù Cristo, sulla scia spirituale di san Francesco di Paola, il santo taumaturgo calabrese nato a pochi chilometri dal paesino natale di suor Elena. Il 2 gennaio 1948, vent’anni dopo la fondazione, la congregazione otteneva l’approvazione ecclesiastica. Alla morte di suor Elena contava 18 case operanti in tre diocesi (Cosenza, Cassano, Roma), con oltre centocinquanta suore. Ma la vera biografia di suor Elena è quella della sua anima, cui le sofferenze e le grazie mistiche ricevute impressero un sigillo straordinario.

Il 2 marzo 1923, primo venerdì del mese, mentre era a letto molto sofferente, le apparve infatti «il Signore vestito di bianco, con la corona di spine; all’invito se voleva partecipare alle sue sofferenze, Elena rispondeva affermativamente; allora il Signore togliendosi dal capo la corona la poneva sul capo di lei.

«A tale contatto usciva un’abbondante effusione di sangue. Il Signore le comunicava che voleva quella sofferenza per convertire i peccatori, per i molti peccati di impurità» (4). Da allora fino alla morte, ogni venerdì di quaresima, in particolare ogni venerdì santo, riviveva la passione di Nostro Signore, con sofferenze, sudore di sangue, visioni, rivelazioni. «Chi può misurare – scrisse dopo la morte di suor Elena il suo direttore spirituale, padre Francesco Saragò, dei Minimi – le sofferenze patite da questa grande Scomparsa? Martirio del corpo: non vi fu fibra del suo organismo che non fosse tormentata. Incapacità a cibarsi, immobilizzata sopra una sedia o nel letto, e negli ultimi anni consumata dalla febbre. Grande e dolorosa effusione di sangue, finché le sue forze vennero meno e venne l’ora della partenza. Patimenti nel martirio dello spirito, ben più duri di quelli del corpo: agonia per i mali del mondo ai quali le anime consacrate a Dio non rimangono indifferenti. Agonia per la cura delle anime e per il retto andamento della famiglia monastica. Agonia perché offertasi vittima al Divino agonizzante dell’orto. Martirio completo, e, quindi, opera di redenzione delle anime» (5). Mons. Spadafora ricorda, inoltre, un fatto straordinario, tuttora constatabile intervenuto quasi ad autenticare la natura soprannaturale dei fenomeni mistici e a dare quindi il suggello alle rivelazioni profetiche della «monaca santa»: «il pannello di masonite sito accanto al suo letto, esattamente nel riquadro rispondente ai cuscini, ha essudato sangue, dal 29 settembre 1955 al giugno 1961; e tuttora vi è visibilissimo il sangue aggrumato che delinea l’effigie di un Cristo sofferente. Su quel quadro durante i fenomeni mistici erano schizzate dal volto della stigmatizzata alcune gocce di sangue. Da quelle gocce disseccate ad un dato momento si vide scorrere il sangue. Ebbe così inizio questo fenomeno assolutamente inspiegabile. […] Il fenomeno si è ripetuto ordinariamente in rispondenza a solennità che celebrano le sofferenze del Redentore e della Vergine sua Madre. Il legno venne energicamente lavato, ma il fenomeno è ricominciato; la fotografia riprende nitidamente l’effigie, che nonostante tutto vi permane; mentre l’analisi chimica ha rilevato trattarsi precisamente di sangue e di sangue umano» (6). Qual è il significato di questo sangue? Lasciamo la risposta, scarna e forse monotona, ma chiara nella sua eloquente drammaticità, al messaggio ricevuto da suor Elena Aiello.

«IL MONDO È IN ROVINA»

12 marzo 1948. Gesù: «Figlia mia, il mondo è in rovina […]; ho bisogno di anime vittime che si uniscano a me e mi aiutino a portare il peso dell’umanità così dissoluta, che dilaga in una marea impressionante. Quanta impurità! Vi è una corruzione sfrenata. Quante lordure! Vi è una epidemia morale che ha inquinato la società. Quante rovine! Il vizio abominevole, non solo nelle anime degli adulti, ma perfino dei fanciulli. Ah, quei fanciulli, dei quali io dicevo: fate che i pargoli vengano a me. Non vi è più purezza. Come mi rattrista il cuore vedere anime a me consacrate che mi maltrattano, mi oltraggiano fino all’altare, che osano accostarsi col peccato mortale nell’anima. L’uomo è immerso nella morte, nella fangosa marea di corruzione che tenta di sommergere il mondo in un uragano di distruzione e di morte».

15 luglio 1949. Appare la Madonna in lacrime: «L’uomo è immerso nella fangosa marea di corruzione che tenta di sommergere il mondo. Il mondo è in rovina. Aiutami a soffrire. Sai che il mio Figlio ti ha scelta come Vittima».

26 luglio 1950. Gesù: «Il mondo tutto in rovina. Gli uomini cadono nell’inferno. Nessuno si converte. L’uomo è ostinato. I governanti dei popoli sono accecati, vogliono distruggere, seppellire il cristianesimo. La vita pubblica delle nazioni è guidata con la volontà umana, non con la divina».

16 marzo 1951. Gesù: «Gli uomini hanno scagliato contro Dio un uragano di odio. Il mio Cuore sanguina, perché gli uomini mi oltraggiano. Ovunque cerco il peccatore.

Essi sono accecati dal peccato. Il mondo vive fuori del cristianesimo».

14 settembre 1952. La Madonna: «Salvate le anime perché il mondo è in rovina».

8 aprile 1953. Gesù: «Quanta rovina! Il mondo non vive più nella società della Chiesa».

15 settembre 1953. La Madonna Addolorata: «Una è la cagione di tanta rovina: manca la base solida della fede. È crollata, è scomparsa».

7 agosto 1954. La Madonna: «Poche sono le anime che mi amano, che mi onorano. Gli uomini sono impazziti. La civiltà è sfasciata. Il mondo indietreggia nella barbarie e sta per crollare. Il principio del male trionfa nella perversa umanità. Ogni principio di bontà, religioso, è crollato. Scendono sul mondo le più fitte tenebre di rovina e di morte: è sprofondato nell’iniquità, nel vizio, nel fango».

4 marzo 1955. Gesù: «L’ora presente è una delle più terribili per l’umanità, per la Chiesa, per il Cristo in terra: si può dire proprio l’ora di Satana».

30 marzo 1956. Gesù: «Il peccato d’impurità, già al colmo, ha portato al mondo la rovina».

8 giugno 1957. La Madonna con Gesù Bambino: «Il mondo vive nelle tenebre. Domina il peccato, specie quello d’impurità. Mostro loro la mia misericordia, ma gli uomini non trovano più la via della salvezza».

27 marzo 1959. La Madonna: «I governatori dei popoli sono fuori della luce di Dio, specie quelli dell’Italia: sono pieni di falsità, si servono del mio nome e di quello del mio Figlio Gesù. Il materialismo avanza veloce su tutte le nazioni e continua la sua marcia segnata di rovina e di morte. Ha il veleno sulle labbra, sul cuore, per avvelenare tante anime. Il peccato di impurità! Quante stragi tra la gioventù, in mezzo ai fanciulli! Più non esiste la famiglia cristiana. Non fanno più nessun mistero: vogliono cacciare Cristo dalle famiglie, dalle scuole, dalle officine, dalla società, dalle coscienze, dagli uomini».

15 agosto 1959. La Madonna: «Il mondo va precipitando di giorno in giorno. Vive nelle tenebre; è opera del maligno. Vivono nella falsità, resistono alla mia grazia. L’odio riempie il cuore degli uomini. Il fango dell’impurità allaga tutta la terra».

L’INFEDELTÀ DELLE ANIME CONSACRATE

5 luglio 1952. Gesù: «Le anime a me consacrate mi offendono con la loro freddezza: han soffocato la fiamma d’amore verso Dio; loro condottiero èSatana. Chi mi riceve degnamente? Chiedo riparazione, mi rispondono con oltraggi. Seminano odio contro Dio. Magnus Dominus et terribilis. Il mio Cuore sanguina nel vedere la sede del vicario di Cristo diventata una scena di delitti».

5 novembre 1953. Gesù sofferente e con la corona di spine: «Aiutami a soffrire. Vedi come mi hanno ridotto i peccati degli uomini. Gli uomini sono accecati; non rispettano la casa di Dio. I sacerdoti, non sentono più i doveri del loro ministero; non suscitano anime ardenti, con il loro apostolato. Quanta empia propaganda si è diffusa nel mondo! Grande calamità vi sarà di persecuzione nella Chiesa: molte anime buone saranno martirizzate; il Cristo in terra molto soffrirà».

1 novembre 1954. La Madonna: «I sacerdoti non pregano più, non sono più raccolti nella pietà. Pochi recitano il santo Rosario. Beati tutti quelli che sono devoti del mio Rosario: le loro labbra si profumano».

4 marzo 1955. Gesù sofferente per i peccati dei sacerdoti: «Le chiese sono deserte. Le anime consacrate mi lasciano solo nel tabernacolo. Chi mi tiene compagnia? Chi mi ama fortemente? Molte anime religiose e sacerdotali vanno perdute».

11 marzo 1955. Al mattino, dopo la comunione. Gesù sanguinante: «Le anime consacrate sono vinte dalle loro passioni sregolate. Quanti sono di scandalo! Maledetto peccato, che porterà rovina e morte su tutta l’umanità. Le anime consacrate mi offendono con la loro freddezza; han soffocato la fiamma d’amore verso Dio».

3 agosto 1956. «La chiesa non è più la casa di Dio, ma rifugio per peccare. Le chiese sono vuote, le balaustre deserte, i luoghi dei divertimenti impuri sono affollati».

20 giugno 1957. Corpus Domini; Gesù: «Le anime a me consacrate e sacerdotali! Il mio amore è da loro poco apprezzato. Si sono uniti a Satana, non pensano più alla loro salvezza. Povere creature, che si smarriscono nella colpa, perdendo la fede. Si gettano nell’ombra del peccato, mentre mi lasciano solo. Il loro cuore è un macigno. Devo scendere in petti impuri. L’ostia santa sollevata da mani sacrileghe! Sono essi i responsabili delle anime che si perdono. Aiutami a soffrire».

7 marzo 1958. Gesù sofferente: «Le anime sacerdotali e consacrate non prestano più orecchio alle mie ispirazioni; non hanno più fiducia in me; sono peggiori dei mondani; non predicano più l’Evangelo. Una grossa parte di esse vivono in peccato. Non sentono il peso delle anime loro affidate. Come vorrei fossero vicini a me! Mi lasciano solo, abbandonato. Che potevo fare di più per le anime? Ho dato tutto il mio sangue per salvarle dalla morte eterna».

1 luglio 1959. Gesù sofferente: «Peccati delle anime sacerdotali! La Chiesa è pericolante. Sacerdoti non conoscono più il mio amore; vivono nel peccato; rifiutano la loro salvezza».

15 agosto 1959. La Madonna: «[…] la Chiesa è ferita dai propri ministri. Le anime consacrate e sacerdotali sono attaccate al mondo e alle creature. Molte anime si perdono per causa loro e molti di loro non sono degni di portare la loro divisa, sono addormentati nel sonno della morte, sono distaccati dalla santa Madre Chiesa».

11 marzo 1960. Gesù: «La Chiesa è in pericolo. Pregate per le anime sacerdotali, affinché siano più zelanti e vivano secondo la loro dignità».

4 aprile 1960. La Vergine Addolorata: «I sacerdoti, le anime consacrate, non vogliono restare fedeli alla Chiesa: amici di Satana, vivono nell’errore ».

«UNA RIVOLUZIONE ANTICRISTIANA»

7 agosto 1951. Gesù: «Si scatenerà per tutto il mondo e in modo tragico per l’Italia una rivoluzione anticristiana».

20 febbraio 1952. La Madonna: L’Italia soffre perché una grande rivoluzione si prepara. In parte l’Italia si salverà».

14 settembre 1952. La Madonna: «Preghiera e penitenza, perché una terribile bufera infierisce su tutto il mondo con satanica crudeltà. Molte nazioni saranno colpite, specie l’Italia».

20 gennaio 1953. La Madonna: «Forti rivoluzioni verranno, specie per l’Italia. Di quante calamità è colpita! La Chiesa è minacciata dai più tremendi castighi».

3 aprile 1953. Suor Elena: «L’Italia si salverà in parte? Roma sarà salva?». La Madonna: «Roma sarà salva: ma la Chiesa è molto travagliata e ha tanto da soffrire. Il gregge sta per disperdersi. Ti parlo come ai veggenti di Fatima».

7 agosto 1954. La Madonna: «Roma sarà molto travagliata, perché èmacchiata di peccati molto gravi. Il fango del peccato è arrivato al colmo e [Roma] è resa una scena di delitti e di mercenari. Roma deve molto soffrire, perché è la città santa profanata e perciò sarà travagliata, ma non distrutta, dal flagello della guerra. Non permetto mai che la sede del vicario di Cristo sia in battaglia: starò curva con te mie braccia in segno di protezione; e tutti lo dovranno riconoscere negli avvenimenti che si presenteranno. Compirò la mia opera. Mentre in ogni città, in ogni luogo, pochi resteranno salvi, perché il flagello della guerra è vicino».

8 aprile 1955. La Madonna: «L’Italia non sarà salva, ma molto tribolata e purificata, specie la sede del vicario di Cristo. In parte l’Italia si salverà. Roma è profanata dai peccati d’impurità».

23 marzo 1956. Gesù agonizzante: «Se non si prega, la schiera di satana avanza; e l’Italia, e la sede del vicario di Cristo, diventerà peggiore della Russia».

30 marzo 1956. Gesù: «L’Italia è la regina delle nazioni, ma, se non si prega, sarà peggiore della Russia, e sarà molto travagliata. L’Italia, no, non sarà salva. Roma sarà molto travagliata: deve pagare i suoi errori, i suoi gravi peccati. L’Italia, sede del vicario di Cristo, sarà umiliata».

Venerdì Santo 1958. Suor Elena: «Che sarà dell’Italia? Che sarà?». La Madonna: «Il peccato è arrivato al colmo. Roma resa una scena di delitti, piena di fango e di peccati».

«Roma si salverà?», La Madonna piange: «Figlia mia diletta, Roma sarà travagliata. Se non si prega, i nemici arriveranno alla porta della città santa. Roma è la casa del Cristo in terra. Se non si prega, l’Italia sarà peggiore della Russia».

LA RUSSIA DIFFONDERÀ NEL MONDO I SUOI ERRORI

15 settembre 1958. La Vergine Addolorata: «Se non si prega l’Italia sarà invasa dalle truppe russe». «Roma sarà salva? E il Papa?». La Madonna piange: «L’Italia non sarà salva, specie Roma, perché molti peccati si commettono nella città santa: è profanata persino dai ministri di Dio. Il Papa non vedrà tutto questo perché in questi giorni avrà l’agonia della morte, che abbrevierà la sua vita per sempre».

27 marzo 1959. La Madonna: «Roma sarà punita, l’Italia sarà travagliata e umiliata. La Chiesa sarà perseguitata. Il Cristo in terra dovrà tanto soffrire; a quante rovine andrà incontro! Il gregge sta per disperdersi. Quante anime sacerdotali sono uscite fuori dall’ovile! Pregate incessantemente, perché l’ora è vicina, affinché l’umanità conosca i suoi errori. La Russia sorgerà su tutte le nazioni, specie sull’Italia, e pianterà la bandiera [rossa] sulla cupola di san Pietro: [e la basilica] sarà circondata da leoni tanto feroci! La mia parola è chiara. Il mondo si perde prima di quanto si pensa».

13 settembre 1959. La Madonna: «La Russia spanderà i suoi errori su tutte le nazioni, specie sull’Italia. L’Italia non sarà salva. Il flagello della guerra è vicino, e l’Italia sarà la prima a essere sommersa dalle forze del male. Quanti peccati pubblici e privati infangano la città santa!».

3 ottobre 1959. La Madonna: «È necessario che i castighi vengano sul mondo. L’Italia sarà più abbattuta [colpita] dalle altre nazioni, perché gli uomini sono ingrati, e vi è la sede del vicario di Cristo. Sappi che la giustizia di Dio punirà l’umanità con severi castighi».

18 marzo 1960. Gesù: «Pregate, perché gli errori degli uomini sono al colmo; e l’Italia sarà peggiore della Russia, se non si prega. La Chiesa sarà molto travagliata. I nemici saranno alle porte del Vaticano. Pregate e fate molta penitenza».

4 aprile 1960. La Vergine Addolorata: «Pregate perché le forze organizzative del comunismo avanzano sempre di più per combattere e distruggere la religione, diffondendo i suoi errori su tutte le nazioni, specie sull’Italia».

8 maggio 1960. La Madonna: «La Russia è pronta a scatenare tutte le forze del male e sfogherà tutto il suo furore. Sarà una bufera infernale. La guerra sarà prossima. La Russia si abbatterà su diverse nazioni. Il fuoco comincerà da est a ovest. Anche nel Nord-Africa e poi nel Medio Oriente vi saranno molte rivoluzioni. Il sangue scorrerà a rivi. Il tempo non è lontano. I sacerdoti saranno perseguitati; le chiese saranno profanate, specie nella città santa. Pregate perché il Papa non cada in mano ai russi. Siate fedeli con la preghiera e la penitenza, per il giorno del mio trionfo, perché la mia ora è vicina».

16 luglio 1960. La Madonna: «Se non si prega, l’Italia sarà peggiore della Russia. Verrà la persecuzione per la Chiesa. Quanti sacerdoti moriranno martiri! La Russia tenta di invadere la città santa, sede del vicario di Cristo, profanata da questi mostri infernali».

15 settembre 1960. La Madonna: «La Russia farà strage su tutte le nazioni, sulla Chiesa, sul Papa, sui sacerdoti. Rivoluzione grande, con grande spargimento di sangue, su diverse nazioni, specie sulla Francia e sull’Italia».

22 agosto 1960. La Madonna: «L’ora terribile avanza sui mondo. Diverse nazioni saranno colpite, specie l’Italia, con rivoluzioni sanguinose. La Russia ha preparato le armi segrete contro l’America, contro la Francia e contro la Germania. La guerra è prossima. Il Reno della Svizzera sarà pieno di cadaveri e di sangue. Il Papa dovrà tanto soffrire. Il leone ruggente avanzerà sulla cattedra di Pietro, per diffondere i suoi errori. Il fiele della Russia avvelenerà tutte le nazioni, specie l’Italia».

IL CASTIGO

26 luglio 1950. Gesù: «Le ore delle tenebre sono prossime. Verrà sul mondo distruzione e morte. Grida forte: se l’uomo non ritorna a Dio, verrà il castigo mai visto nella storia del mondo. Il mondo sarà tutto in fiamme. Gli uomini parlano di pace: il mondo sarà tutto in guerra».

8 aprile 1955. La Madonna: «Guarda: gli angeli, con in mano recipienti pieni di fuoco, sono come tante fiaccole. Ogni due angeli porteranno queste fiaccole (erano come tanti tronchi d’albero). Servono per rovesciarle sul mondo. Il castigo sarà spaventoso. Scenderanno sul mondo; come tante saette di fuoco, buttate dagli angeli sulla terra. Il fuoco cadrà a pezzi. Un solo colpo, però, non cagiona la morte di tutti. Gli uomini saranno punti secondo i debiti contratti con la giustizia divina.

«Questo spaventoso flagello verrà nelle prime ore del mattino. I peccatori, gli empi, saranno distrutti. Le anime giuste, i devoti del mio Rosario, quelli con il peccato veniale, non morranno, ma sentiranno il dolore della morte. Momento spaventoso sarà per i giusti! Per i peccatori e per gli empi! Tutti devono assistere con lo strazio nell’animo; tutti contempleranno questa visione. Gli occhi di tutta l’umanità si solleveranno verso il cielo. Io nulla posso fare per le anime traviate. Gli empi vorrebbero coprire le loro miserie, ma non trovano neanche una tana. Si unirà il cielo e la terra. Il mio Figlio si presenterà come giudice, per i peccatori e per gli empi: non come padre. Il cielo si tingerà di rosso. Il vento! Sibila il mare, s’abbatte la procella. La tempesta sarà di fuoco: si scatenerà per tutto il mondo. Quelli che resteranno, troveranno il loro Gesù e la loro Madre. Il tempo non è lontano. Avverrà quando meno si aspetta».

 Venerdì Santo 1959. Suor Elena: «[…] quali sono ì primi segni del castigo? Come si presentano al mondo?». La Madonna: «Figlia del mio cuore, per ammonire i peccatori e chiamare l’uomo alla penitenza e alla preghiera, i segni evidenti sono questi: comparirà nel cielo una nube che si ingrandirà e annegherà popoli e nazioni, specie l’Italia. La vegetazione della terra sarà distrutta, come pure sarà distrutta la quarta parte del genere umano. L’aria sarà infestata da una epidemia che coprirà tutta la terra di cadaveri. Se gli uomini ritornano a Dio pentiti, figlia mia diletta, allora la giustizia sarà mutata in misericordia, e il mondo, in parte, si salverà, ché il tremendo castigo non si può evitare e sarà universale. Una nube rossa come il fuoco attraverserà il cielo. I raggi, le scintille, attraverseranno le case degli empi. Il mare riverserà le sue onde e [si] abbatterà la procella. Le fitte tenebre si spanderanno sul mondo e avvolgeranno tutto la terra. Il mondo diventerà come un deserto. Durante queste tenebre è impossibile distinguere uomini e cose. Tutto questo durerà tre giorni e tre notti; e in questo tempo di oscuro solo le candele di cera benedette faranno luce. Dureranno per diverso tempo. Nelle case degli empi le candele non faranno luce. Colui che, per curiosità, apre la finestra, cadrà fulminato all’istante. Durante questi tre giorni, bisogna rimanere in casa, figlia del mio cuore, alla luce delle candele, perché non saranno spente né dai venti, né da nessuna cosa. L’umanità sarà afflitta da un tremendo terremoto. Il rombo dei tuoni farà tremare tutta la terra. È uno sconvolgimento per i giusti e per i peccatori. Figlia del mio cuore, sono giorni spaventosi. I demoni, durante questi tre giorni faranno risuonare nell’aria spaventose bestemmie, e faranno molta preda sulle anime. Il mondo diventerà un cimitero, perché i cadaveri copriranno tutta la terra».

«Mamma mia bella, che bisogna fare durante questi tre giorni?». «Bisogna pregare per la conversione dei peccatori, che sono i vostri fratelli. Recitare il santo Rosario e la preghiera Materno rifugio». «Mamma mia bella, e allora sarà il giudizio universale?». Figlia del mio cuore, non sarà il giudizio universale, ma sarà un piccolo giudizio». «E allora tutti morranno?». «Non morranno tutti, ma sopravvivranno i devoti del mio Rosario, le anime consacrate al mio Cuore, le anime giuste e i sacerdoti santi; non periranno, ma saranno salvi. Tutto questo è una punizione per gli empi. Quello che avverrà in queste ultime ore non si può descrivere. Si deve impegnare ogni anima cristiana con la preghiera e con la penitenza, figlia del mio cuore. Verrò io stessa; mi vedranno i giusti e i peccatori».

IL TRIONFO DEL CUORE IMMACOLATO DI MARIA

1 novembre 1952. La Madonna: «Devozione al Cuore Immacolato di Maria, strumento di salvezza. Bisogna formare una legione di anime per pregare e pregare molto. Si può disarmare l’ira di Dio. Queste anime assicurano la vittoria delle forze del bene».

3 aprile 1953. La Madonna: «Solo con la devozione al Cuore Immacolato di Maria, mediatrice tra l’uomo e Dio, il mondo sarà in parte salvo».

6 aprile 1955. La Madonna: «Il mezzo più efficace per ottenere misericordia è il Cuore di Maria, mediatrice fra gli uomini e Dio, e deve regnare. Questa devozione incoraggia i buoni, scuote i tristi, chiama i peccatori al pentimento, eccita i tiepidi al fervore».

8 aprile 1955. La Madonna: «Il mezzo più efficace per salvare in parte il mondo è la devozione al Cuore Immacolato di Maria. La preghiera Materno rifugio si propaghi; è utilissima. Dite spesso con le braccia in croce: “O Regina dell’universo, mediatrice degli uomini, usaci misericordia – ti preghiamo con filiale confidenza – di essere liberati dal peccato che porta al mondo tanta rovina. Usaci misericordia, rifugio di tutte le nostre speranze: tu devi essere propizia verso di noi, figli indegni. Accogli benigna la nostra supplica, affinché tutti possiamo cantare il trionfo della tua misericordia”».

30 marzo 1956. Gesù: «Il mondo si salverà, in parte, se si propaga la devozione al Cuore Immacolato di Maria».

22 agosto 1957. La Madonna: «Per salvare le anime dall’inferno, si deve diffondere la mia devozione al Cuore Immacolato di Maria, mediatrice fra gli uomini e Dio, con la consacrazione delle famiglie al mio Cuore e a quello di Gesù».

8 dicembre 1957. La Madonna: «Bisogna formare una legione di anime, un apostolato al Cuore Immacolato di Maria, mediatrice e regina dell’universo».

11 febbraio 1958. La Madonna: «Bisogna che si facciano tanti atti di fede, pieni di fervore, per essere pronti all’attacco, per difendere i diritti del Cuore Immacolato di Maria mediatrice tra gli uomini e Dio, perché la mia ora è prossima.

3 ottobre 1959. La Madonna: «Bisogna avvisare gli uomini: far loro capire che bisogna pregare, recitare il santo Rosario, che la corona è come un talismano. Bisogna propagare la mia devozione al Cuore Immacolato di Maria, mediatrice tra gli uomini e Dio».

* * *

Come, quando avverrà tutto questo? Le rivelazioni private ci aprono squarci improvvisi e imprevedibili sul futuro, non per alimentare la nostra curiosità, ma per orientare il nostro operato nel tempo presente. Esse ignorano volutamente i dettagli, per tracciare una rotta, indicare una direzione, sottolineare una tendenza. Non si potrebbe chiedere anche a quelle di suor Elena Aiello maggiore luce di quanta già, straordinariamente, ne offrano. Basti qui ricordare, per comprenderne l’importanza, che esse vengono dopo l’apparizione della Madonna ai tre veggenti di Fátima e di Fátima sembrano costituire non solo una conferma, ma una precisazione e quasi un’applicazione al futuro dell’Italia. Del messaggio di Fatima conservano tutti gli elementi: l’empietà e la corruzione del mondo: la necessità dell’espiazione; il terribile castigo che si abbatte sull’umanità; e, sullo sfondo, grazie a un’ardente devozione al Cuore Immacolato della Madonna, le luci sacrali di quel Regno di Maria di cui ha parlato, tra l’altro, san Luigi Maria Grignion di Montfort. A noi, dunque, pregare e operare perché lo Spirito Santo levi gli schiavi, i servi, i figli di Maria, vaticinati dall’apostolo della Vandea, «al fine di formare sotto lo stendardo della Croce un’armata bene schierata a battaglia e ben ordinata per attaccare tutti insieme i nemici di Dio, che han già lanciato il grido di guerra: sonuerunt, frenduerunt, fremuerunt, multiplicati sunt.

«Dirumpamus vincula eorum et projiciamus a nobis jugum ipsorum. Qui habitat in coelis irridebit eos.

«Exsurgat Deus et dissipentur inimici ejus!

«Exsurge Domine, quare obdormis? Exsurge.

«Signore, sorgete! Perché sembrate dormire? Sorgete nella vostra onnipotenza, misericordia e giustizia, per formarvi uno stuolo scelto di guardie del corpo, per proteggere la vostra casa, per difendere la vostra gloria e salvare le anime, affinché ci sia un unico ovile e un solo pastore e tutti vi rendano gloria nel vostro tempio: Et in templo ejus omnes dicent gloriam.

Amen.

«Dio solo!» (7).

ROBERTO DE MATTEI

Note:

(1) Lc. 12, 2.

(2) LEONE XIII, Enciclica Divinum illud munus, del 9-5-1897, in Atti di Leone XIII, Tipografia dell’Immacolata, Mondovì, 1902-1903, p. 549.

(3) Cfr. FRANCESCO SPADAFORA, Suor Elena Aiello ‘a monaca santa, Tip. Pont. Vesc. G. Rumor, Vicenza 1974, 2ª ed.; e FRANCESCO SPADAFORA, Fatima e la peste del socialismo, Giovanni Volpe editore, Roma 1974. Mons. Francesco Spadafora, attualmente docente alla Pontificia Università Lateranense, fu particolarmente vicino a suor Elena, per oltre venticinque anni, assistendola in punto di morte. Grazie alla sua cortesia abbiamo avuto la possibilità di consultare il dattiloscritto contenente le rivelazioni ricevute da suor Elena dal 15 aprile 1938 al 22 agosto 1960, parte delle quali stralciate dallo stesso Spadafora, nel volumetto su Fatima e la peste del socialismo. Gli originali e tutti i documenti riguardanti suor Elena sono depositati presso la Congregazione dei Santi, dove è introdotta la causa di beatificazione.

(4) IDEM, Suor Elena Aiello ‘a monaca santa, cit., p. 65.

(5) Ibid., p. 12.

(6) IDEM, Fatima la veste del socialismo. cit.. pp. 36-37.

(7) SAN LUIGI MARIA GRIGNION DI MONTFORT, Preghiera infuocata, estratto dalla Rassegna di Ascetica e Mistica, anno XXIV, n. 2, aprile-giugno 1973, p. 18.

(Sito: ALLEANZA  CTTOLICA)

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