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l patrono Nikolaj Patrušev e il destino della Russia nel ‘Putin congelato’

di Stefano Caprio. Asaia News – 19 Novembre 2023

Nel Paese si rafforzano i dubbi sulla reale sussistenza del presidente, dato per morto o sostituito tanto da essere soprannominato “l’uomo del frigorifero”. Il capo supremo espressione quasi anonima e impersonale. Kirill incarna il ruolo celebrativo, ma il potere e nelle mani dell’oscuro segretario del Consiglio di sicurezza che parla dello “zar Putin” al passato.

Negli ultimi tempi si sta creando una singolare atmosfera di gelo in Russia, non dovuta ai freddi invernali che tardano ad affermarsi, viste le svolte imprevedibili dei cambiamenti climatici, ma per le incerte percezioni che riguardano il presidente Vladimir Putin. Come non esistono nella mente dei russi certezze assolute riguardo alla scomparsa improvvisa e scenografica del “cuoco” Evgenij Prigožin, o alla cagionevole salute del “macellaio” ceceno Ramzan Kadyrov, ora si aggiungono apprensioni circa la reale sussistenza dello stesso Putin. Dato per morto da alcuni e sostituito da vari sosia, per altri “congelato” nei suoi bunker per motivi sanitari o semplicemente di sicurezza, tanto da essere ormai chiamato “l’uomo del frigorifero”.

Non è poi così decisivo se il prossimo presidente, che verrà proclamato il 18 marzo 2024 con oltre l’80% dei voti, sarà lo stesso che domina il Paese da oltre un ventennio, o un suo alias dei tempi dei droni e dell’intelligenza artificiale, più ancora dei mascheramenti e operazioni chirurgiche. Chi siederà sul trono del Cremlino dovrà corrispondere a una funzione definita dall’ideologia e perfino dalla religione; un idolo a cui prostrarsi in nome della grandezza della Madre Russia, vera divinità venerata fin da prima del Battesimo di Kiev nel 988, ancora nelle incerte ispirazioni del paganesimo scandinavo, caucasico e asiatico del popolo a cavallo di Oriente e Occidente. I “valori tradizionali” impersonati da questa figura semi-divina trascendono perfino il cristianesimo ortodosso, in più occasioni interpretato solo come un attributo dell’autentica anima russa, preesistente ad ogni altra forma di morale o religione, proiettata sulla soluzione finale della storia universale.

Per questo il capo supremo della Russia deve rimanere un’espressione quasi anonima e impersonale, evitando di confondere e sminuire la purezza del collettivo, la sobornost del popolo eletto. I monarchi che nella storia hanno cercato di imporre la propria personalità e visione hanno fallito la loro missione, come il primo zar Ivan il Terribile, che per le sue paranoie isteriche fece sprofondare la Russia cinquecentesca della “Terza Roma” nei Torbidi del conflitto con la Polonia-Lituania, di cui Putin oggi cerca di evitare la replica con la “difesa” dell’Ucraina dall’invasione dell’Occidente immorale. Al contrario, l’occidentalista Pietro il Grande non seppe conservare la vera anima russa, diffondendo lo spirito oscuro della “città maledetta” da lui creata a imitazione delle capitali europee, quella San Pietroburgo nei cui antri si contorcono i personaggi grotteschi e apocalittici dei romanzi di Gogol e Dostoevskij. Il modello perfetto, a cui oggi si ispira la Russia putiniana, è stato invece il grigio segretario georgiano Iosif Stalin, il cui culto della personalità nella Ortodossia “rovesciata” del Comunismo russo ha indicato la via per la totale purificazione.

Lo stalinismo è la vera realizzazione della sobornost, garantendo pace e sicurezza nella luce della Vittoria sui nemici, alimentando lo stato di guerra permanente come era appunto la “guerra fredda”, da combattere sul campo e nella mente a tutte le latitudini. Dopo la sbandata del “disgelo chrusceviano”, la Russia sovietica si ricompattò nel ventennio della “stagnazione”, guidata da un essere impersonale come Leonid Brežnev proprio negli anni della formazione giovanile di Putin e del patriarca Kirill. Dopo i “torbidi eltsiniani”, seguiti alla sciagura del crollo del sistema, provocata dalle fantasiose intemperanze della perestrojka gorbacioviana, ora la Russia si può adagiare nuovamente sul neo-stalinismo putiniano, garantito da un anonimo padrino la cui permanenza al trono del Cremlino non è messa in discussione neppure dal fastidio della morte fisica.

Il potere supremo e metafisico si basa sulle due grandi prerogative della religione staliniana, il conflitto e la sicurezza, che Putin sta interpretando al massimo livello. La guerra è ormai in corso a livello planetario, trovando nell’Ucraina e in Israele i perfetti comprimari per proiettarsi almeno su un secolo di combattimenti, sprofondando nelle dighe del Donbass e nei cunicoli di Gaza. E la sicurezza interna della Russia è talmente capillare da aver eliminato non soltanto tutti gli avversari politici, rinchiusi nei lager o sparsi nel vuoto dell’Occidente, ma perfino i sentimenti pacifisti e liberali ancora rimasti nelle menti dei russi. I dissidenti non preoccupano la dirigenza del Cremlino, conta di più la percezione di impotenza e sottomissione nelle masse, da alimentare con la propaganda e la sorveglianza. A questo ci pensano le vere strutture del potere, le uniche eredità staliniane rimaste in vita dopo la fine dell’Urss: il patriarcato di Mosca e il Consiglio di sicurezza.

Il patriarca Kirill ha incarnato alla perfezione il ruolo celebrativo a cui si era preparato fin da quando era un giovane vescovo brezneviano, il “chierichetto del potere” secondo la definizione di papa Francesco. In questi giorni ha dato un segnale di apertura della prossima campagna elettorale, invocando la repressione delle “intenzioni favorevoli” all’aborto, nel Paese al mondo dove la pratica dell’aborto è più facile e più diffusa: non contano i fatti, ma le “intenzioni”. Il capo della Chiesa, nella variante staliniana, deve fornire le giustificazioni della guerra, e il connubio tra preti e soldati si è esaltato nella guerra in Ucraina, dopo essere stato profetizzato nella “Cattedrale della Vittoria” eretta nel 2020. L’anno della celebrazione dei 75 anni dall’ingresso a Berlino dei salvatori del mondo, veri figli del Cristo con la spada e della Vergine con la mitragliatrice.

Se la funzione patriarcale assume contorni pubblici e liturgicamente enfatici, meno evidente è il contributo degli uomini della sicurezza, i leggendari fantasmi dei servizi del Kgb-Fsb, da cui proviene lo stesso “zar del frigorifero”. Nell’inquietudine che aleggia sulla persona fisica del presidente, assume sempre più importanza l’oscuro segretario del Consiglio di sicurezza di Mosca, Nikolaj Patrušev, che molti chiamano il “patrono di Russia”, colui che sorveglia e garantisce l’ordine delle cose. Secondo le norme, in assenza improvvisa (o morte mascherata) del capo di Stato è proprio lui a svolgere le funzioni di reggente, o di caposquadra degli alias e dei sosia.

In alcuni recenti discorsi Patrušev ha alimentato il sospetto che sia lui a tenere in mano la situazione, esponendo con autorevolezza i programmi della Russia in vista della rielezione di Putin e dettando la linea politica nella fase acuta del conflitto mondiale. Il 16 settembre aveva denunciato il “crollo dell’impero dei parassiti” occidentali, in una lunga relazione pubblicata sulla rivista dei servizi Razvedčik (“L’Investigatore”). Il 4 novembre, in occasione della festa dell’Unità del Popolo, ha assicurato che “il popolo russo è in grado di superare tutte le minacce interne ed esterne, grazie alla sua compattezza”. Il discorso è stato pronunciato durante la “maratona” della società Znanie (“La Conoscenza”), una delle strutture sopravvissute dai tempi sovietici, essendo stata fondata nel 1947 sulle ali dell’entusiasmo staliniano per la Vittoria, allo scopo di “diffondere le conoscenze politiche e scientifiche”, soprattutto con la propaganda anti-religiosa, la “catechesi” ateista. Sembrava dovesse essere sciolta, ma negli ultimi anni Patrušev ne ha ispirato la rifondazione usandola come luogo privilegiato per esporre le nuove visioni della Russia anti-occidentale.

Il “patrono” risulta quindi essere il garante del “padrino”, perfezionando un sistema di “paternità anonima” rispetto al popolo, che non vede alternative a Putin e al putinismo in quanto la religione di Stato ha cancellato il concetto stesso di “alternativa”, e con esso anche il principio di successione: a Putin può succedere soltanto Putin, la continuità del potere diventa reincarnazione del potere, grazie alla sorveglianza onnicomprensiva. Patrušev controlla l’Fsb, che a sua volta controlla la magistratura, i tribunali e la Guardia nazionale. Il Servizio federale di protezione (Fso) mantiene un’indipendenza formale, essendo adibito alla custodia del “frigorifero”, ma in realtà tutto funziona perfettamente all’unisono e non si prevedono colpi di testa alla Prigožin. Sempre ammesso che si trattasse di una vera rivolta, nelle segrete stanze del gelido bunker del Cremlino.

Il discorso di Patrušev alla Znanie è stato anche chiamato il “necrologio di Putin”, perché facendo un bilancio dei suoi 23 anni di governo, il “patrono” ne parlava solo al passato con tono mesto. Lo zar secondo lui “ha salvato il Paese dalla deriva eltsiniana perché conosceva ogni dettaglio della situazione e aveva un chiaro programma da realizzare, uno scopo per cui sapeva di doversi assumere la responsabilità per la salvezza di tutta la società”. Rimembrando i meriti del padrino della Patria, Patrušev continuava a tornare sulle azioni del passato, degli anni Novanta e all’inizio dei Duemila, senza accennare al Putin attuale, se non con un breve riferimento alla nuova Costituzione del 2020. Non una parola sull’operazione militare speciale, logica conseguenza di tutto il “piano di salvezza”. Lo zar non vive nel presente, ma assume una dimensione eterna ed eterea, perché la vera Russia sta soltanto nei cieli, dove ogni sofferenza e ogni tragedia viene superata, e tutto ciò che sta sulla terra sprofonda ormai nell’abisso.

TESTI E DOCUMENTI

CRISTIANESIMO E ISLAM

La conversione di Ayaan Hirsi Ali, l’infedele condannata dall’islam

Condannata a morte, con una fatwa, nel 2004, per il film Submission (per cui è stato ucciso Theo van Gogh), Ayaan Hirsi Ali aveva abbandonato l’islam per diventare atea. Ora è cristiana. E spiega perché.

EDITORIALI 16_11_2023 – Anna Bono – La Nuova Bussola

Ayaan Hirsi Ali, somala, nata in una famiglia musulmana, nel 2004 ha osato scrivere il testo di un cortometraggio intitolato Submission, realizzato dal regista olandese Theo Van Gogh, in cui si racconta la storia di alcune donne islamiche vittime di abusi e maltrattamenti inflitti nel nome di Allah e nel rispetto della legge coranica. Theo Van Gogh ha pagato con la vita. È stato ucciso ad Amsterdam, per strada, da un immigrato marocchino che, dopo aver sparato otto colpi di pistola, gli ha conficcato nel petto un coltello con infilata nella lama una lettera di cinque pagine contenente minacce ai governi occidentali e agli ebrei e una fatwa, una sentenza islamica, di condanna a morte per Ayaan.

All’epoca lei abitava in Olanda. Le autorità del Paese le hanno subito assegnato una scorta. Quando su pressioni politiche le è stata tolta, si è trasferita negli Stati Uniti che le avevano offerto asilo.

Nei suoi due splendidi libri autobiografici pubblicati in Italia da Rizzoli, Infedele, nel 2007, e Nomade, nel 2010, racconta come l’incontro a 20 anni con l’integralismo islamico, attraverso gli insegnamenti dei Fratelli Musulmani, l’avesse conquistata inducendola a indossare il velo, cosa che prima non faceva, e a seguire quanto meglio possibile le prescrizioni della legge coranica. Ma presto la loro intolleranza, il loro implacabile odio e disprezzo per gli infedeli, la loro negazione di ogni piacere e svago, la loro insistenza sul dovere del jihad, la guerra santa per conquistare all’islam tutta l’umanità, il loro inflessibile richiamo all’obbligo di sottomettersi all’islam senza mai riflettere, dubitare, interrogarsi, l’hanno indotta dapprima a mettere in discussione molte delle istituzioni della società musulmana – alcune delle quali lei stessa aveva subito, l’infibulazione da bambina e da grande l’imposizione di un matrimonio combinato, deciso dal padre – poi ad abbandonare la pratica religiosa e infine a diventare atea.

Lo aveva rivelato con coraggio, lei già oggetto di una fatwa di morte, consapevole del nuovo rischio che correva perché l’abiura è il crimine più grave che possa commettere un musulmano, meritevole di morte ancor più che gli atti blasfemi, a maggior ragione perché nel frattempo aveva acquisito fama internazionale, era diventata consigliere della Casa Bianca, autorevole tanto che nel 2005 la rivista Time l’ha proclamata una delle 100 persone più influenti del mondo.

Adesso, a conclusione di un percorso da lei definito «un lungo viaggio attraverso un deserto di paura e insicurezza», ha annunciato di essersi convertita al cristianesimo. In un comunicato pubblicato il 13 novembre dal titolo Perché adesso sono cristiana Ayaan ha spiegato perché. «Ho riconosciuto – scrive – che esiste un modo migliore per gestire le sfide dell’esistenza rispetto a quello che l’islam o la miscredenza avevano da offrire. Mi sono convertita al cristianesimo perché la vita senza nessun conforto spirituale mi era insopportabile, anzi era quasi autodistruttiva. L’ateismo non è riuscito a rispondere a una semplice domanda: qual è il significato e lo scopo della vita?».

Già nel 2010, nell’introduzione a Nomade, aveva scritto: «Ho avuto il piacere di incontrare cristiani il cui concetto di Dio è ben lontano da Allah. Questo Dio cristiano moderno è sinonimo di amore: i preti non predicano odio, intolleranza e discordia; questo Dio è misericordioso, non cerca il potere temporale e non è in competizione con la scienza; i suoi seguaci considerano la Bibbia un libro fatto di parabole, non di ordini tassativi a cui attenersi scrupolosamente. Il cristianesimo di amore e tolleranza resta uno dei più potenti antidoti dell’Occidente all’islam di odio e intolleranza».

«Naturalmente ho ancora molto da imparare sul cristianesimo – dice adesso – scopro qualcosa di più ogni domenica andando in chiesa». Ma quello che ha capito finora le fa dire che il cristianesimo, oltre a dare un significato e uno scopo alla vita di ciascuno, è l’unica via di salvezza per la civiltà occidentale e quindi per l’umanità intera. «Per me – scrive – la libertà di coscienza e di parola è forse il più grande beneficio che si deve alla civiltà occidentale. Non è naturale per l’uomo. È il prodotto di secoli di dibattito all’interno delle comunità ebraiche e cristiane. Sono stati questi dibattiti che hanno fatto avanzare la scienza e la ragione, ridotto la crudeltà, soppresso le superstizioni e costruito istituzioni per ordinare e proteggere la vita, garantendo allo stesso tempo la libertà a quante più persone possibile. È diventato sempre più evidente che l’insegnamento di Cristo implica non solo un ruolo circoscritto della religione come qualcosa di separato dalla politica. Implica anche compassione per il peccatore e umiltà per il credente. La sua eredità consiste in un insieme elaborato di idee e istituzioni progettate per salvaguardare la vita, la libertà e la dignità umana. Come ha mostrato Tom Holland nel suo meraviglioso libro Dominion, ogni sorta di libertà apparentemente secolari – di mercato, di coscienza e di stampa – trovano le loro radici nel cristianesimo».

Ma bisogna sconfiggere il vuoto nichilistico. «In questo vuoto nichilistico – conclude Ayaan – la sfida che abbiamo davanti diventa quella della civiltà. Non possiamo resistere alla Cina, alla Russia e all’Iran se non riusciamo a spiegare alle nostre popolazioni perché è importante che lo facciamo. Non possiamo combattere l’ideologia woke se non possiamo difendere la civiltà che è determinata a distruggere. E non possiamo contrastare l’islamismo con strumenti puramente laici. Per conquistare i cuori e le menti dei musulmani qui in Occidente dobbiamo offrire loro qualcosa di più dei video su TikTok. La lezione che ho imparato dai miei anni con i Fratelli Musulmani è stata il potere di una storia unificante, incorporata nei testi fondamentali dell’islam, per attrarre, coinvolgere e mobilitare le masse musulmane. A meno che non offriamo qualcosa di altrettanto significativo, temo che l’erosione della nostra civiltà continuerà. E fortunatamente, non c’è bisogno di cercare… Il cristianesimo ha tutto».

Grazie al Battesimo, Indi è salva

di Cristina Siccardi – Corrispondenza Romana – 15 Novembre 2023

Chi resta ancorato ai valori eterni inorridisce di fronte a sistemi statali, antichi e moderni, che hanno e continuano ad introdurre modalità differenti per eliminare esseri umani non conformi al potere vigente: ogni epoca ha i suoi carnefici ed oggi assistiamo con orrore ad una legislazione britannica che si accanisce sugli innocenti, condannandoli a morte attraverso appositi protocolli.

Il sistema sanitario inglese è una macchina tirannica, per cui, se non entri all’interno di certi parametri, sei destinato a venire soppresso senza pietà in un contesto ospedaliero. Neppure se i pazienti sono bambini vengono graziati, nonostante gli appelli di richiesta di umanità che di tanto in tanto lanciano alcuni genitori e associazioni che stanno al loro fianco. Mamme e papà, letteralmente sfibrati dalle logoranti battaglie in tribunale, si ritrovano persino a non vedere esaudita la lacerante richiesta di portare a casa la propria creatura, affinché possa morire nel dolce e caldo contesto familiare.

Casi sconosciuti e casi mediatici, come Charlie Gard, Alfie Evans, RS, Archie Battersbee, Sudiksha Thirumalesh, vanno ad accrescere il numero di quei piccoli che vengono periodicamente condannati a morte dall’eutanasia di Stato. Ora è stata la volta di Indi Gregory, per la quale il governo italiano, distinguendosi ancora una volta, come era già accaduto per il caso di Alfie Evans nel 2018, le ha dato la cittadinanza italiana al fine di trasferirla all’Ospedale Bambino Gesù di Roma, che si era proposto per continuare le terapie a cui era sottoposta per curare la sua patologia mitocondriale. Il diabolico protocollo per Indi Gregory predisponeva che la fornitura di ossigeno fosse a tempo determinato, nonché la sospensione delle cure e il divieto di rianimazione in caso di crisi. Così il tribunale inglese ha disposto l’arresto ai trattamenti vitali e sabato 11 novembre è stata trasferita, scortata dalla polizia, dal Queen’s Medical Centre di Nottingham a un vicino hospice, dove è stata gradualmente interrotta la ventilazione assistita e le sono stati somministrati farmaci palliativi per alleviarne le sue sofferenze. L’agonia è durata un giorno e mezzo, terminando all’1:45 (2:45 ora italiana) di lunedì 13 novembre.

Indi è nata il 24 febbraio di quest’anno, nel giorno, “guarda caso”, in cui la Chiesa festeggia sant’Etelberto, re del Kent, che accolse la delegazione di monaci inviata da papa san Gregorio Magno e guidata da sant’Agostino vescovo di Canterbury – entrambi ricordati come apostoli degli Angli –, permettendo così il battesimo nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo di migliaia di persone, battesimo a cui si sottopose re Etelberto nel giorno di Pentecoste del 597.

Ebbene, anche l’inglese Indi ha ricevuto il battesimo per volere dei genitori, sebbene non credenti. La Provvidenza ha le sue vie, ed ecco che tale decisione è scaturita da un ragionamento molto preciso e logico di suo papà, Dean Gregory: «Non sono religioso e non sono battezzato. Ma quando ero in tribunale mi sembrava di essere stato trascinato all’inferno. Ho pensato che se l’inferno esiste, allora deve esistere anche il paradiso. Era come se il diavolo fosse lì. Ho pensato che se esiste il diavolo allora deve esistere Dio. Una volontaria cristiana visitava ogni giorno il reparto di terapia intensiva e mi ha detto che il battesimo ti protegge e ti apre la porta del paradiso. […] Ho visto com’è l’inferno e voglio che Indi vada in paradiso» (https://lanuovabq.it/it/mia-figlia-indi-messa-a-morte-da-un-sistema-diabolico) e l’intenzione è quella che nella famiglia ci siano altri lavacri al fonte battesimale. Indi, grazie al battesimo è salva.

La salvezza, secondo il vocabolario della fede, riguarda quella oltre la vita terrena, ed è la Vita eterna. Insegna sant’Agostino a riguardo proprio del battesimo ricevuto dai bambini: «Se dunque si può dimostrare che siamo morti al peccato per il fatto che siamo stati battezzati nella morte di Cristo, certamente anche gli infanti che vengono battezzati in Cristo muoiono al peccato, perché vengono battezzati nella morte di lui. Senz’esclusione di nessuno, infatti, Paolo dice: Noi tutti che siamo stati battezzati in Cristo Gesù, siamo stati battezzati nella sua morte (Rm 6, 3). Perciò lo dice per dimostrare che noi siamo morti al peccato. E a quale peccato muoiono gli infanti, rinascendo, se non a quello che contrassero nascendo? Perciò riguarda anche loro ciò che l’Apostolo soggiunge: Infatti siamo sepolti insieme con lui, per il battesimo, nella morte, affinché come Cristo risorse dai morti per la gloria del Padre, così anche noi camminiamo in una nuova vita. […] gustate le cose di lassù, non quelle della terra: siete infatti morti e la vostra vita è nascosta con Cristo in Dio (Col 3, 1-3)».

Il battesimo ha spalancato le porte del Paradiso alla piccola vittima della crudeltà laica dei “diritti umani”. San Tommaso spiega che il peccato originale è un «peccato di natura» (peccatum naturae); è un peccato contratto e non commesso (uno stato, non un atto). È il peccato di una persona (peccatum personae) solo nella misura in cui questa persona riceve la natura decaduta (natura corrupta) dei primi parentes (Adamo ed Eva). In virtù della sua appartenenza alla specie umana nella discendenza di Adamo, ogni essere umano eredita una disposizione disordinata della sua natura umana, che proviene dalla dissoluzione dell’armonia della giustizia e della santità originali.

La conseguenza propria del peccato originale è la privazione della visione di Dio, pertanto è necessaria la grazia per essere purificati dal peccato originale e per essere elevati alla comunione con Dio, così da poter entrare nella vita eterna e godere della visione di Dio. Ciò implica, per ogni essere umano, la necessità della redenzione per mezzo di Cristo. Da qui discende direttamente l’esigenza di battezzare i bambini al fine di procurare loro la remissione del peccato originale per ottenere la vita eterna. Ecco perché la Chiesa ante Concilio Vaticano II invitava tutti caldamente ad amministrare al più presto, attraverso il ministro di Dio, il sacramento del battesimo ai neonati, senza aspettare troppi giorni, perché, nell’ipotesi che fossero morti, essi potessero entrare comunque nella beatitudine eterna. 

L’insegnamento tomista sostiene che il battesimo è conferito al bambino sia per liberarlo dal peccato originale, sia per procurargli la vita divina, ovvero l’incorporazione a Cristo attraverso il dono dello Spirito Santo, spalancandogli l’accesso alla vita eterna. Se è vero che i bambini hanno ereditato il peccato originale, scrive San Tommaso, «a maggior ragione (multo magis) essi possono ricevere la grazia da Cristo per regnare nella vita eterna» (Summa theologiae III, q. 68, a. 9, corpus). Precisa san Tommaso d’Aquino: «I bambini non sono capaci di un moto di libero arbitrio, perciò Dio li muove verso la giustizia con la sola ‘informazione’ della loro anima. E ciò non può compiersi senza il sacramento: così come il peccato originale, dal quale essi sono purificati, non li ha feriti per loro volontà ma per la loro origine carnale; allo stesso modo, attraverso la rigenerazione spirituale, la grazia in essi proviene da Cristo» (Summa theologiae I-II, q. 113, a. 3, ad 1). Il battesimo dei bambini manifesta in maniera eminente la misericordia/giustizia della Santissima Trinità, che offre mezzi certi di salvezza anche ai lattanti, i quali non possono ancora cooperare all’accoglimento della grazia che li rende partecipi della vita divina. Tale misericordia/giustizia offre quindi mezzi certi anche a chi, come l’innocente Indi di 9 mesi, viene giustiziato nell’esilio di questo mondo dagli aguzzini contemporanei, che vestono i camici dell’eutanasia

MA PAPA FRANCESCO E’ PROGRESSISTA O CONSERVATORE?

Settembre 9, 2018 Culture IMG PRESS – Domenico bonvegna

Papa Francesco è progressista o conservatore? E’ una domanda che viene posta fin dal 13 marzo 2013, giorno della sua elezione al pontificato. Sulla stampa, ma soprattutto sui social, da tempo ci si interroga sulla linea politica religiosa di Papa Francesco. Da parte ultra-tradizionalista, innumerevoli sono i post che attaccano la sua persona.

In pratica viene accusato di voler distruggere la Chiesa, di favorire l’aborto e la distruzione della famiglia, di odiare i cattolici, di sfruttare i poveri per farsi bello. Dal lato opposto, i progressisti lo esaltano come un rivoluzionario che sta abolendo tutti quei principi che ostacolano il dialogo col mondo, vedi quelli di morale sessuale, del matrimonio.

Anche se ultimamente sembra che venga criticato anche da questa sponda, perché non ha fatto quella rivoluzione tanto auspicata. Per il sociologo Massimo Introvigne quella progressista è la «prima di quattro diverse opposizioni, di cui si parla pochissimo, è quella “da sinistra”, che considera Francesco un falso riformatore.

Nel mese di marzo 2018, quando il Papa ha celebrato i cinque anni di pontificato, il “New York Times”, il “Times” di Londra e “Le Monde” a Parigi hanno pubblicato articoli di autori diversi ma molto simili tra loro. Tutti accusavano Francesco di avere deluso le aspettative. Alla fine, spiegavano, la Chiesa è rimasta quella di sempre, senza donne sacerdote, senza abolizione del celibato dei preti, senza un’apertura all’aborto, e senza che nelle parrocchie cattoliche, come avviene in alcune comunità protestanti, si celebrino matrimoni omosessuali». (M. Introvigne, «Vaticano. Ecco i nemici di Francesco» 30.8.18, Il Mattino)

In questi anni di pontificato Papa Francesco è stato indicato come responsabile diretto di ogni evento negativo: dai preti pedofili all’abbandono delle vocazioni. I toni sono alti, insulti, espressioni inaccettabili, parole e giudizi che travalicano la normale e corretta critica, infamanti strumentalizzazioni e falsificazioni del suo pensiero. Qualcuno addirittura ha parlato di «guerra civile» tra cattolici. «Papa Benedetto XVI diceva che chi opera per dividere e contrapporre la Chiesa e i suoi membri di fatto opera per cercare di distruggerla.

Questo è quello che appare osservando i risultati del documento diffuso dell’ex nunzio negli Stati Uniti d’America, l’arcivescovo Carlo Maria Viganò, pochi giorni dopo la sua pubblicazione, il 26 agosto. Pensato e scritto con ogni evidenza per nuocere al regnante Pontefice, fino al punto di chiederne le dimissioni, il documento di fatto colpisce più pesantemente i due predecessori, Benedetto XVI e san Giovanni Paolo II (1920-2005)». (M. Invernizzi, «Cum Petro», 31.8.18, in Alleanzacattolica.org).

Comunque per ora tralascio la questione Viganò e da semplice fedele peccatore,  tento di fare un po’ di chiarezza, sul cosiddetto progressismo di Papa Francesco. Propongo alcuni testi pubblicati, tra l’altro, a ridosso della sua elezione. Allora, forse erano più forti i pregiudizi, gli stereotipi che lo volevano far apparire un papa progressista. Invece sono convinto che Papa Francesco, come ho già scritto in altre occasioni, è in linea col magistero dei suoi predecessori.

Del resto ogni volta che viene eletto un nuovo papa, inevitabilmente si accende il dibattito sulla sua identità: è conservatore, è  progressista. Per rimanere ai pontefici che ho conosciuto, è capitato sia con San Giovanni XXIII, col beato Paolo VI, con San Giovanni Paolo II, e infine con lo stesso Papa Benedetto XVI. Forse, perfino San Pio X, è stato per certi versi un papa “progressista”, o almeno riformista, basti pensare quando ha permesso ai bambini di 7 anni di accedere alla santa comunione.

Pertanto sono convinto che ogni pontefice soprattutto all’inizio, nei primi anni è sempre un innovatore, anche se poi sostanzialmente rimane sempre un conservatore, soprattutto sulla dottrina.

Tra l’altro per l’occasione sono andato a rileggermi un discorso del 1990, fatto a Rimini, dall’allora cardinale Joseph Ratzinger all’XI Meeting per l’amicizia tra i popoli, «Una Compagnia sempre riformanda», naturalmente la compagnia era la Chiesa; in questo discorso, poi diventato documento, il Papa emerito, spiega l’essenza della vera riforma. «La reformatio, quella che è necessaria in ogni tempo, non consiste nel fatto che noi possiamo rimodellarci sempre di nuovo la ‘nostra’ Chiesa come più ci piace, che noi possiamo inventarla, bensì nel fatto che noi spazziamo via sempre nuovamente le nostre proprie costruzioni di sostegno, in favore della luce prossima che viene dall’alto […]».

Nell’opera di riforma, Ratzinger diceva, parafrasando san Bonaventura, non bisogna fare come lo scultore che non fa qualcosa, ma fa una ablatio, «che consiste nell’eliminare; nel togliere via ciò che è inautentico». E trattando del modello guida per la riforma ecclesiale, Ratzinger affermava, che anche se abbiamo bisogno di nuove strutture umane di sostegno per poter parlare ed operare in ogni epoca storica. Bisogna avere chiaro che «esse invecchiano, rischiano di presentarsi come la cosa più essenziale, e distolgono così lo sguardo da quanto è veramente essenziale. Per questo esse devono sempre di nuovo venir portate via, come impalcature divenute superflue. Pertanto per il cardinale, «Riforma è sempre nuovamente una ablatio: un togliere via, affinché divenga visibile la nobilis forma, il volto della Sposa e insieme con esso anche il volto dello Sposo stesso, il Signore vivente».

Subito dopo l’elezione di papa Francesco, sono stati in tanti a raccontare la sua vita da vescovo, da cardinale di Buenos Aires. Un pastore venuto «dalla fine del mondo», che con gli atti, i gesti, le parole è stato capace di toccare il cuore e la mente di uomini e donne, di credenti e non credenti. In «Aprite la mente al vostro cuore», pubblicato da Rizzoli (2013) Il Papa rivela la profondità della sua vita spirituale e ci guida, in quattro meditazioni, all’incontro con Gesù, al mistero della manifestazione di Dio nel mondo, al futuro della Chiesa, carico di sfide eccezionali, infine alla dimensione quotidiana della vita di cui non dobbiamo vergognarci.

E’ un testo presentato dall’arcivescovo di Santa Fè, Josè Maria Arancedo. Dove si presenta raccolti alcuni scritti di Papa Francesco prima di diventare papa. In questi scritti si può apprezzare la ricca tradizione «ignaziana» dell’autore. Scritti improntati al cammino di rinnovamento spirituale e al dinamismo missionario della Chiesa. Nella I parte sul tema della fede, Bergoglio per annunciare il Vangelo, invita al discernimento, e fa riferimento continuo alla «Evangelii Nuntiandi» del beato Paolo VI.

La nostra fede è rivoluzionaria, combattiva, il cui spirito battagliero va messo al servizio della Chiesa. Fra le tentazioni più gravi c’è quella di allontanarsi dal contatto col Signore e quella della consapevolezza della sconfitta. «Nessuno può intraprendere una battaglia se già in partenza non è sicuro del proprio trionfo. Chi inizia senza fiducia ha già perso in anticipo metà della lotta.

Il trionfo cristiano è sempre una croce che è al tempo stesso vessillo di vittoria[…]». Più avanti nelle riflessioni Bergoglio ci invita ad essere realisti: «si conosce ciò per cui si lotta e, nella misura in cui non si sa per che cosa si combatta, si è destinati a essere sconfitti. I primi evangelizzatori fecero conoscere agli Indios d’America contro che cosa dovevano combattere. L’impegno dei pastori non deve tralasciare questo aspetto della fede: aiutare il prossimo a sapere contro che cosa occorre lottare».

Interessanti le riflessioni sulla Croce e il «senso belligerante della vita»: «la croce è la ‘battaglia finale’ di Gesù: in essa sta la sua vittoria definitiva. Alla luce della guerra di Dio combattuta sulla croce, possiamo approfondire la dottrina sul tema del senso belligerante della nostra vita affidata al Signore […] L’impegno dei pastori, come quello dei fedeli, sarà sempre assediato dalla tentazione di rinunciare alla lotta, o dissimularla, o indugiare nel ‘perché’ dobbiamo batterci, nel ‘quando’ e nel ‘come’…».

E riferendosi ai tanti uomini e donne che hanno perso la fede, non sapendo lottare, perché «hanno confuso la battaglia con la baraonda! E quanti, in mezzo al polverone quotidiano, non hanno saputo riconoscere chi era il nemico e hanno finito per ferirsi tra loro! Altri, per timore di battersi e in cerca di una pace fasulla, hanno immolato la propria vita sugli altari di un irenismo tanto infecondo quanto inefficace». Quanta attualità troviamo in queste parole. Pertanto Bergoglio ci invitava a chiedere al Signore, «la grazia di addentrarci nella dimensione belligerante della vita apostolica; grazia che ci libera dall’inconcludente atteggiamento infantile che ci porta a ‘giocare con la pace’ come con la guerra. Intuire la dimensione belligerante della vita apostolica implica riconoscere che, nel nostro cuore, se vogliamo servire Dio, deve esserci la lotta, intesa come ricerca della croce in quanto unico luogo teologico di vittoria[…]». Quindi per Bergoglio con «la croce non si può negoziare, non si può dialogare: o la si abbraccia o la si rifiuta[…]».

In un altro volumetto, «Non fatevi rubare la speranza», curato da Mondadori (2013), ci sono delle riflessioni già pubblicate in Argentina nel 1992, sulla preghiera, il peccato, la filosofia e la politica pensati alla luce della speranza.

In questo ricchissimo testo di riflessioni Jorge Mario Bergoglio, si ritrova il suo stile comunicativo denso di colore e di concretezza sulle questioni centrali del suo messaggio di pastore della Chiesa. Per quanto riguarda la politica si sente la necessità di superare la crisi della postmodernità, sconfiggendo sia l’individualismo che il totalitarismo. La preoccupazione più pressante per Bergoglio è l’«orientamento esistenziale del cristiano, che deve tornare a caricare su di sé le sofferenze del prossimo: ‘avvicinarsi a ogni carne dolente’ senza timore[…]».

In una riflessione su Gesù sacerdote, il cardinale, ci esorta «a rinnegare qualunque forma di ‘quiete’ paralizzante. Ci viene chiesto di ‘correre’ con coraggio», verso la testimonianza di Nostro Signore Gesù Cristo.

Mariano Fazio, sacerdote argentino, che conosce molto bene Papa Francesco, nel volumetto, «Con Papa Francesco», sottotitolo: ‘Le chiavi del suo pensiero’, Edizioni Ares (2013), al terzo capitolo spiega cosa significa, uscire verso le periferie esistenziali. Bergoglio fa riferimento all’immagine evangelica del Buon Pastore, che lascia le novantanove pecore e va alla ricerca di quella perduta. Invece «oggi abbiamo una pecora nell’ovile e bisogna andare in cerca delle novantanove che sono uscite o che non sono mai state nel recinto. Rimanere in uno stato di conservazione di quel che abbiamo, disinteressandosi dei lontani, che in cuor loro ci stanno aspettando, sarebbe cadere in una Chiesa autoreferenziale, che si chiude in sé stessa e non è fedele al comando del Signore di andare fino alla fine del mondo predicando il Vangelo».

La Chiesa oggi deve cambiare modello culturale, sistema di evangelizzazione, non può aspettare con le porte aperte che la gente si avvicini. Una volta questo sistema funzionava, oggi non più. «Nella situazione attuale la Chiesa deve trasformare le proprie strutture e modalità pastorali, orientandole in modo che siano missionarie – afferma il cardinale Bergoglio –  Non possiamo rimanere ancorati a uno stile ‘clientelare’, in attesa passiva che arrivi ‘il cliente’, il fedele, bensì avere strutture che ci consentano di andare dove hanno bisogno di noi, dove sta la gente, dove si trovano quanti, pur desiderandolo,  non si avvicinerebbero a strutture e forme antiquate che non corrispondono alle loro aspettative, né alle loro sensibilità – continuava Bergoglio – Dobbiamo studiare, in maniera molto creativa, come renderci presenti nei vari ambienti della società […]».

In pratica occorre passare da una «Chiesa che ‘regolamenta la fede’ a una Chiesa che ‘trasmette e agevola la fede’».

Il cardinale già allora dissuadeva i sacerdoti dal clericalizzare i laici, anche se lo chiedono loro. «Si tratta di una complicità sbagliata». Penso ad alcune parrocchie dove alcuni laici anche anziani “vestiti di bianco” monopolizzano il servizio ministrante. Per inculturare il Vangelo nella società, bisogna evitare che i laici si riducano soltanto all’ambito ecclesiale. Invece bisogna esortarli a «penetrare gli ambienti socio-culturali e fare di loro dei protagonisti della trasformazione della società alla luce del Vangelo». L’attuale Papa lo sostiene con forza: «i laici devono smettere di essere ‘cristiani di sagrestia’ in ciascuna delle loro parrocchie, e devono assumere un impegno nella costruzione della società politica, economica, lavorativa, culturale e ambientale».

Il cardinale Bergoglio ogni anno nel messaggio ai catechisti invitava ad uscire e incontrare la gente. «Dobbiamo uscire a parlare a questa gente della città, a quelli che abbiamo visto sui balconi […] anche se possiamo sembrare un po’ pazzi, il messaggio del Vangelo è pazzia, dice san Paolo […]».

A questo punto il cardinale ricorda tutti quei preti che hanno lavorato e lavorano con gli umili, con gli ultimi, in tutte le periferie del mondo. Non è un fenomeno nuovo: don Bosco, che lavorava con i bambini, i ragazzini di strada, suscitava sospetto nei vescovi. Per non parlare di don Cafasso, don Murialdo, don Orione. Tra l’altro tutti canonizzati dalla Chiesa. «Erano tipi d’avanguardia nel lavoro con i bisognosi e in qualche modo costrinsero le autorità ad accettare dei cambiamenti».

Tra gli esclusi, Bergoglio ha prestato una particolare attenzione ai bambini, in una omelia del 2004 ha pronunciato delle frasi molto forti: «Dobbiamo inoltrarci nel cuore di Dio e incominciare ad ascoltare la voce dei più deboli, questi bambini e adolescenti[…] Gli Erodi di oggi hanno molti volti, ma la realtà è la stessa: si uccidono i bambini, si uccide il loro sorriso, si uccide la loro speranza…sono carne da cannone». La questione dell’aborto, è una questione prereligiosa, è un problema scientifico. «Il diritto alla vita è il primo dei diritti umani. Abortire equivale a uccidere colui che no ha modi di difendersi».

In un incontro con i politici, Bergoglio, riprendendo Giovanni Paolo II, denunciava con parole forti la cultura della morte e le minacce contro la famiglia. E a proposito dell’aborto, diceva: «[…] sale il grido spento di tanti bambini non nati: questo genocidio quotidiano, silenzioso e protetto; sale anche il richiamo del moribondo abbandonato che chiede quella carezza tenera che non gli sa dare la cultura della morte».

Al capitolo quarto, si parla di fare memoria, per comprendere il presente e progettare il futuro. La sua immagine preferita del passato è quella di Enea «che esce da Troia portando sulle spalle l’anziano padre Anchise e dando la mano al figlio Ascanio. Enea fa suo il passato, la tradizione, il bagaglio di sapienza degli antenati, e la trasmette in forma creativa al figlio, che continuerà fedele alla tradizione ma senza conservatorismi statici e chiusi all’innovazione».

Parlando dei popoli indigeni del Chaco argentino, Bergoglio, rimase colpito da una risposta di un indio che le preghiere per lui erano «il catechismo. Era il catechismo di san Turibio di Mogrovejo. La memoria dei popoli non è un computer, bensì un cuore». Insomma in tutte le manifestazioni religiose del popolo fedele c’è un’esplosione spontanea della memoria collettiva. «In esse c’è tutto: lo spagnolo e l’indio, il missionario e il conquistatore, il popolamento spagnolo e il meticciato». E seguendo Giovanni Paolo II, Bergoglio afferma che «l’inculturazione è pertanto il processo attraverso il quale la fede si fa cultura». Una frase di Papa Wojtyla, ha segnato molto la vita di Bergoglio: «Una fede che non diventa cultura è una fede non pienamente accolta, non interamente pensata, non fedelmente vissuta». Inculturare non è un processo facile, «poiché non si devono in alcun modo diluire le caratteristiche e l’integrità del messaggio cristiano. Inculturare è incarnare il Vangelo nelle diverse culture, trasmettere valori, riconoscere i valori delle diverse culture, purificarli, evitare sincretismi».

Perfino nell’intervista tanto chiacchierata a padre Antonio Spadaro, mi sembra che Papa Francesco dica cose di “sempre”. Io ho letto il volumetto edito dalla Rizzoli (2013): «Papa Francesco. La mia porta è sempre aperta. Conversazione con Antonio Spadaro». Un gesuita che intervista un altro gesuita. Questo libro svela il “pensiero in movimento” di papa Francesco, scrive Spadaro. La sua formazione, la sua spiritualità, il suo rapporto con l’arte e la preghiera. «Ho bisogno di uscire per strada, di stare con la gente», dice papa Francesco.

Nel libro emerge il Papa gesuita, che svolge la sua missione alla luce della spiritualità ignaziana, che si aiuta sempre con il discernimento, per sentire le cose di Dio a partire dal suo ‘punto di vista’. Ci vuole tempo per attuarlo. «Molti pensano che i cambiamenti e le riforme possano avvenire in breve tempo. Io credo che ci sia sempre bisogno di tempo per porre le basi di un cambiamento vero, efficace». Pertanto per Spadaro, il discernimento “è una chiave fondamentale per comprendere il modo in cui Papa Francesco vive il suo ministero radicato nella spiritualità alla quale si è formato.”

Parlando della Compagnia di Gesù, papa Bergoglio, dice che deve mettere sempre al centro Cristo e la Chiesa, e non se stessa. «La Compagnia deve avere sempre davanti a sé il Deus semper maior, la ricerca della gloria di Dio sempre maggiore, la Chiesa Vera Sposa di Cristo Nostro Signore, Cristo Re che ci conquista e al quale offriamo tutta la nostra persona e tutta la nostra fatica, anche se siamo vasi di argilla, inadeguati». E qui il Papa indica tutte le caratteristiche della Compagnia, facendo riferimento a S. Ignazio, ma soprattutto al beato Pietro Favre, sentendosi ‘compagno di Gesù Cristo’, come lo fu Ignazio.

Alla fine del I capitolo ci sono due stoccate “politiche” di Bergoglio: ‘non sono né di destra, né di sinistra. Inoltre «le rigide caselle del progressismo e del conservatorismo appaiono obsolete: non reggono più».

Al capitolo II, sul tema Chiesa, occorre «sentire con la Chiesa», non solo con la sua parte gerarchica, ma anche col santo popolo di Dio. Interessante l’idea che dà papa Francesco della santità. Sono santi quelle donne pazienti che fanno crescere i figli, il papà che lavora e porta il pane a casa, gli ammalati, i preti anziani, le suore che lavorano tanto e che vivono una santità nascosta. Penso agli ospizi dove curano gli anziani.

«La santità io la associo spesso alla pazienza: non solo la pazienza come hjpomonè, il farsi carico degli avvenimenti e delle circostanze della vita, ma anche come costanza nell’andare avanti, giorno per giorno. Questa è la santità della Iglesia militante di cui parla anche sant’Ignazio. Questa è stata la santità dei miei genitori: di mio papà, di mia mamma, di mia nonna Rosa che mi ha fatto tanto bene».

Non dobbiamo ridurre la Chiesa a un nido protetto dalla nostra mediocrità, a una piccola cappella che può contenere solo un gruppetto di persone selezionate.

E poi la definizione tanto citata, La Chiesa? E’ un ospedale da campo…«la cosa di cui la Chiesa ha più bisogno oggi è la capacità di curare le ferite e di riscaldare il cuore dei fedeli, la vicinanza, la prossimità. Io vedo la Chiesa come un ospedale da campo dopo una battaglia. E’ inutile chiedere a un ferito grave se ha il colesterolo e gli zuccheri alti! Si devono curare le sue ferite. Poi potremo parlare di tutto il resto. Curare le ferite, curare le ferite…E bisogna cominciare dal basso». Certamente è un’immagine fortissima, che contiene in sé anche la percezione drammatica che il mondo vive una condizione bellica con morti e feriti.

Qui Papa Francesco è veramente straordinario nelle sue riflessioni, poi, facendo riferimento al passato, dice: «La Chiesa a volte si è fatta rinchiudere in piccole cose, in piccoli precetti. La cosa più importante è invece il primo annuncio: ‘Gesù Cristo ti ha salvato!’». Poi invita i ministri di Dio ad essere misericordiosi. Per il Papa, «non si può curare un malato se non partiamo da ciò che è sano».

I confessori non devono essere né troppo rigoristi, né troppo lassisti. «Nessuno dei due è misericordioso, perché nessuno dei due si fa veramente carico della persona. Il rigorista se ne lava le mani perché lo rimette al comandamento. Il lasso se ne lava le mani dicendo semplicemente ‘questo non è peccato’ o cose simili. Le persone vanno accompagnate, le ferite vanno curate».

Il Papa invita i ministri del Vangelo a cambiare atteggiamento. Questa è la vera riforma. «I ministri del Vangelo devono essere persone capaci di riscaldare il cuore delle persone, di camminare nella notte con loro, di saper dialogare e anche di scendere nella notte, nel loro buio senza perdersi. Il popolo di Dio vuole pastori e non funzionari o chierici di Stato».

Qui il Papa poi fa riferimento alle situazioni complesse, come i divorziati, gli omosessuali. Invita i preti al discernimento, caso per caso: condannare l’errore e non la persona. «Il confessionale non è una sala di tortura, ma il luogo della misericordia nel quale il Signore ci stimola a fare meglio che possiamo». Il Papa avvia un altro ragionamento importante sui cosiddetti principi non negoziabili. Non possiamo insistere nel parlare solo di aborto, omosessualità, metodi contraccettivi. Del resto il parere della Chiesa ormai si sa, non è necessario parlarne in continuazione.

«Una pastorale missionaria non è ossessionata dalla trasmissione disarticolata di una moltitudine di dottrine da imporre con insistenza. L’annuncio di tipo missionario si concentra sull’essenziale, sul necessario, che è anche ciò che appassiona e attira di più, ciò che fa ardere il cuore, come ai discepoli di Emmaus».

Secondo Papa Francesco però, «accompagnare l’uomo non significa affatto adattarsi allo spirito del mondo. Bergoglio si scaglia violentemente contro la ‘mondanità spirituale’, che viene prima di quella etica. Vede la trappola dell’individualismo, del relativismo, del secolarismo. Accompagnare non significa né adattarsi né cedere, ma sostenere».

Pertanto secondo papa Francesco, «dobbiamo quindi trovare un nuovo equilibrio, altrimenti anche l’edificio morale della Chiesa rischia di cadere come un castello di carte, di perdere la freschezza e il profumo del Vangelo. La proposta evangelica deve essere più semplice, profonda, irradiante. E’ da questa proposta che poi vengono le conseguenze morali».

Il Papa scende nei particolari, sui contenuti che deve avere una buona omelia. Si comincia dall’annuncio della salvezza, poi si può fare catechesi, infine si può tirare anche una conseguenza morale. Tuttavia oggi la Chiesa deve avere le «porte aperte», deve cercare l’incontro, uscire per strada, di stare con la gente. Bisogna educare i giovani alla missione: «ad andare, a essere callejeros de la fe (girovaghi della fede). Così ha fatto Gesù con i suoi discepoli: non li ha tenuti attaccati a sé come una chioccia con i suoi pulcini; li ha inviati! Non possiamo restare chiusi nella parrocchia, nelle nostre comunità […]Spingiamo i giovani affinché escano». Occorre privilegiare una pastorale partendo dalla periferia. «Stare in periferia aiuta a vedere e capire meglio, a fare un’analisi più corretta della realtà, rifuggendo dal centralismo e da approcci ideologici». Il concetto di Chiesa che Papa Francesco ha delineato nell’intervista è certamente in sintonia con i suoi predecessori, e con il Concilio, non vedo nessuna rottura.

Infine per quanto riguarda le curiosità che riguardano il primo Papa latinoamericano, ho letto, «Il Vaticano secondo Francesco», di Massimo Franco, Mondadori (2014) e «Così è Francesco. Un gesuita in Vaticano», di Caroline Pigozzi e Henri Madelin, Sonzogno (2014).

Massimo Franco tra le tante curiosità su papa Francesco ne individua alcune come il primo pontefice figlio di una megalopoli, Buenos Aires, che ha vissuto in anticipo i problemi con i quali sono chiamati oggi a fare i conti la Chiesa cattolica e il mondo globalizzato. Per lui però la novità più grossa è che questo papa rivoluzionario oltre ad essere argentino, gesuita e “globale”. «L’elemento spiazzante è che si tratta di un autentico ‘straniero’ per la mentalità della Curia romana, eletto dopo il trauma della rinuncia di Benedetto XVI. Il compito affidatogli è di smantellare la corte pontificia e una numenklatura ecclesiastica spesso troppo autoreferenziale – secondo Franco – il suo viaggio da Buenos Aires a Casa Santa Marta, l’ex lazzaretto all’interno del Vaticano dove ha deciso di abitare, segna un epocale cambio di mentalità». Naturalmente Franco usa toni giornalistici, per descrivere i movimenti del nuovo Pontefice. Praticamente per lui Santa Marta diventa il luogo simbolo della rivoluzione di Bergoglio. La metafora di un nuovo inizio nella Chiesa cattolica. Si riparte da Santa Marta per un ritorno della Chiesa alle origini. «Un’austerità generale credo sia necessaria per tutti noi che viviamo al servizio della Chiesa», afferma papa Francesco. Pare che Francesco usi questa roccaforte, secondo Franco, «per sradicare una mentalità fatta di senso di impunità, carrierismo, lobbismo di ogni tipo, corruzione, avidità di denaro».

Anche il libro intervista di Caroline Pigozzi, nota vaticanista e Henri Madelin, tra i più autorevoli gesuiti, vogliono presentarci il nuovo Papa, come un uomo carismatico e sorprendente sia in pubblico che in privato. Il libro vuole essere un’opera chiave per penetrare la personalità di questo Papa venuto dalla fine del mondo. Anche la Pigozzi sottolinea la questione della scelta di Santa Marta. «Per condurre una vita conforme alla semplicità del Vangelo, il vicario di Cristo non vuole dare l’impressione di vivere in un museo. La maestosità di questi palazzi, l’imponenza degli arredi, l’altezza degli ammirevoli soffitti, la ricchezza delle figure allegoriche dipinte dai più grandi artisti del Rinascimento, la bellezza insolente e la magnificenza della Sala Clementina[…]». Il Papa teme di essere tagliato fuori dal mondo esterno. Per questo si è rifiutato di vivere al terzo piano del Vaticano, «non potrei mai vivere da solo in quel palazzo».

Un’altra tradizione secolare interrotta rispetto ai predecessori è quella di non trascorrere le vacanze a Castel Gandolfo, sulle colline che dominano il lago Albano. Per viaggiare sceglie una modesta utilitaria al posto di una limousine con i vetri oscurati e tutti i confort.

Tuttavia nel capitolo 5, «Un Papa politico e mediatico», la Pigozzi è convinta che oltre ad alcune modifiche nella curia, «sul piano dottrinale dovrebbero esserci pochi cambiamenti perché il nuovo successore di Pietro è legato alla tradizione. Sulle questioni morali – l’interruzione della gravidanza, la contraccezione e l’omosessualità – non modificherà di molto la linea e resterà di certo fedele agli orientamenti dei suoi predecessori».

 Domenico Bonvegna

“Dio non ha ripudiato il suo popolo” (S. Paolo ai Romani)

Lettera di Paolo Apostolo ai (Romani Cap 11)

11. Io domando dunque: Dio ha forse ripudiato il suo popolo? Impossibile!Anch’io infatti sono Israelita, della discendenza di Abramo, della tribù di Beniamino. 2 Dio non ha ripudiato il suo popolo,che egli ha scelto fin da principio.
Non sapete ciò che dice la Scrittura, nel passo in cui Elia ricorre a Dio contro Israele? 3Signore, hanno ucciso i tuoi profeti, hanno rovesciato i tuoi altari, sono rimasto solo e ora vogliono la mia vita. 4Che cosa gli risponde però la voce divina? Mi sono riservato settemila uomini, che non hanno piegato il ginocchio davanti a Baal. 5Così anche nel tempo presente vi è un resto, secondo una scelta fatta per grazia. 6E se lo è per grazia, non lo è per le opere; altrimenti la grazia non sarebbe più grazia.
7Che dire dunque? Israele non ha ottenuto quello che cercava; lo hanno ottenuto invece gli eletti. Gli altri invece sono stati resi ostinati, 8come sta scritto:

Dio ha dato loro uno spirito di torpore,
occhi per non vedere
e orecchi per non sentire,
fino al giorno d’oggi
.

9E Davide dice:

Diventi la loro mensa un laccio, un tranello,
un inciampo e un giusto castigo!
10 Siano accecati i loro occhi in modo che non vedano
e fa’ loro curvare la schiena per sempre!


11Ora io dico: forse inciamparono per cadere per sempre? Certamente no. Ma a causa della loro caduta la salvezza è giunta alle genti, per suscitare la loro gelosia. 12Se la loro caduta è stata ricchezza per il mondo e il loro fallimento ricchezza per le genti, quanto più la loro totalità!
13A voi, genti, ecco che cosa dico: come apostolo delle genti, io faccio onore al mio ministero, 14nella speranza di suscitare la gelosia di quelli del mio sangue e di salvarne alcuni. 15Se infatti il loro essere rifiutati è stata una riconciliazione del mondo, che cosa sarà la loro riammissione se non una vita dai morti?
16Se le primizie sono sante, lo sarà anche l’impasto; se è santa la radice, lo saranno anche i rami. 17Se però alcuni rami sono stati tagliati e tu, che sei un olivo selvatico, sei stato innestato fra loro, diventando così partecipe della radice e della linfa dell’olivo, 18non vantarti contro i rami! Se ti vanti, ricordati che non sei tu che porti la radice, ma è la radice che porta te.
19Dirai certamente: i rami sono stati tagliati perché io vi fossi innestato! 20Bene; essi però sono stati tagliati per mancanza di fede, mentre tu rimani innestato grazie alla fede. Tu non insuperbirti, ma abbi timore! 21Se infatti Dio non ha risparmiato quelli che erano rami naturali, tanto meno risparmierà te!
22Considera dunque la bontà e la severità di Dio: la severità verso quelli che sono caduti; verso di te invece la bontà di Dio, a condizione però che tu sia fedele a questa bontà. Altrimenti anche tu verrai tagliato via. 23Anch’essi, se non persevereranno nell’incredulità, saranno innestati; Dio infatti ha il potere di innestarli di nuovo! 24Se tu infatti, dall’olivo selvatico, che eri secondo la tua natura, sei stato tagliato via e, contro natura, sei stato innestato su un olivo buono, quanto più essi, che sono della medesima natura, potranno venire di nuovo innestati sul proprio olivo!
25Non voglio infatti che ignoriate, fratelli, questo mistero, perché non siate presuntuosi: l’ostinazione di una parte d’Israele è in atto fino a quando non saranno entrate tutte quante le genti. 26Allora tutto Israele sarà salvato, come sta scritto:

Da Sion uscirà il liberatore,
egli toglierà l’empietà da Giacobbe.
27 Sarà questa la mia alleanza con loro
quando distruggerò i loro peccati
.

28Quanto al Vangelo, essi sono nemici, per vostro vantaggio; ma quanto alla scelta di Dio, essi sono amati, a causa dei padri, 29infatti i doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili! 30Come voi un tempo siete stati disobbedienti a Dio e ora avete ottenuto misericordia a motivo della loro disobbedienza, 31così anch’essi ora sono diventati disobbedienti a motivo della misericordia da voi ricevuta, perché anch’essi ottengano misericordia. 32Dio infatti ha rinchiuso tutti nella disobbedienza, per essere misericordioso verso tutti!
33O profondità della ricchezza, della sapienza e della conoscenza di Dio! Quanto insondabili sono i suoi giudizi e inaccessibili le sue vie! 34Infatti,

chi mai ha conosciuto il pensiero del Signore?
O chi mai è stato suo consigliere?
35 O chi gli ha dato qualcosa per primo
tanto da riceverne il contraccambio?

36Poiché da lui, per mezzo di lui e per lui sono tutte le cose. A lui la gloria nei secoli. Amen.

Note al testo

11,1-10 Dio non ha ripudiato il suo popolo
 Dio non ha ripudiato il suo popolo, perché egli rimane fedele alla sua elezione, fatta fin da principio. Ora la storia d’Israele fa capire che Dio salva il suo popolo sulla base di un piccolo resto. Paolo e i primi credenti di origine ebraica fanno parte di questo resto. Così viene confermato il principio della salvezza per grazia e non in base alle opere. L’argomentazione è intessuta di citazioni bibliche: 1Sam 12,22; 1Re 19,10.14.18; Dt 29,3; Is 29,10; Sal 69,23-24.

11,11-24 La salvezza dei pagani
 Come apostolo dei pagani, Paolo si impegna nel suo ministero per suscitare la gelosia degli Ebrei e così stimolare la conversione e salvezza di alcuni di loro (v. 14).

11,15 La conversione d’Israele sarà un evento decisivo nel disegno salvifico di Dio, paragonabile alla risurrezione dai morti.

11,17  Chiunque, mediante l’annuncio del Vangelo, è chiamato alla fede, viene innestato su Israele (4,23-25).

11,25-32 Anche Israele sarà salvato

11,26-27 Citazione di Is 59,20-21 e 27,9.

11,33-36 Inno alla sapienza di Dio
 Con parole ispirate ad alcuni testi biblici (Sal 139,6.17-18; Is 40,13; Ger 23,18; Gb 15,8; vedi anche 1Cor 2,11.16) Paolo celebra in forma innica l’insondabile sapienza di Dio, che liberamente porta a compimento il suo disegno di salvezza.

IL RISPETTO PER GLI EBREI E’ LA BASE DELLA LIBERTA’ DI TUTTI

di Andrea Riccardi – Corriere della Sera – 12 Novembre 2023

Si deve garantire una vera sicurezza, ma anche un clima sociale e un dibattito responsabile

Tra il 9 e il 10 novembre 1938 avvenne – com’è noto – la cosiddetta «notte dei cristalli» nel Reich tedesco: un pogrom antisemita, orchestrato dai nazisti, specie da Goebbels, uccidendo ebrei, distruggendo edifici, negozi, sinagoghe e iniziando la deportazione. Fu giustificato come ritorsione a un attentato a Parigi da parte di un giovane ebreo polacco a un diplomatico tedesco. Quel pogrom non andrebbe detto «notte dei cristalli» in modo «romantico», come facevano i nazisti, ma fu Novemberpogrome 1938 (il «Pogrom del novembre 1938»). Del resto le leggi del 1938 non andrebbero dette «razziali» (lo fece il legislatore fascista), ma «razziste» come furono. La sera del 9 novembre scorso, a Roma, nell’antico quartiere ebraico e a Trastevere, sono comparse stelle di Davide e svastiche, legate dal segno di uguaglianza.

La comunità ebraica è dolorosamente colpita in queste settimane da vari attacchi. Ma qualche romano, passando sul ponte Cestio, che unisce l’isola Tiberina all’altra riva del Tevere, è rimasto stupefatto alla vista del graffito antisemita. Uno stupore che deve tramutarsi nella consapevolezza del livello di odio e ignoranza ormai raggiunto. Gli autori o l’autore dell’atto antisemita non hanno la cultura per cogliere la coincidenza tragica di date tra il Novemberpogrome e il loro operato. Ma sarebbe bastato alzare gli occhi verso la vicina chiesa di San Bartolomeo all’Isola e l’adiacente sinagoga dei giovani per vederle illuminate, proprio la sera del 9 novembre, in spirito di solidarietà per ricordare quel giorno terribile del 1938.

La preoccupazione degli ebrei italiani e europei è per il rinnovarsi dell’odio, dopo la proditoria aggressione di Hamas e la risposta d’Israele. Ogni ebreo, in una visione distorta, viene considerato un bersaglio, tanto che insultarlo e colpirlo è visto come attaccare Israele. Che la maggioranza degli ebrei della diaspora abbia nel cuore Israele è assodato. Ricordo sempre quel che diceva Bruno Zevi nel lontano 1982, dopo l’attentato al Tempio maggiore di Roma: «Nessuno ci chieda di distinguerci dal popolo d’Israele, di accettare una differenziazione manichea tra ebrei e israeliani. Noi apparteniamo al popolo d’Israele che comprende le comunità disperse in ogni parte del mondo, a cominciare dalla più antica, quella di Roma, e la comunità di coloro che hanno fatto ritorno alla terra degli avi».

Ma è un’aberrazione insultare un italiano ebreo, perché si vuole protestare contro Israele. L’insicurezza della diaspora mostra ancora una volta la necessità (non solo morale e religiosa) di Israele, unico luogo dove gli ebrei sono protagonisti del loro destino. Tuttavia la sicurezza e il rispetto per gli ebrei sono prioritari: la base della libertà di tutti. L’azione delle forze dell’ordine in Italia è già partita, ma ci vuole un clima sociale che bandisca ogni espressione di odio. È necessario evitare che le legittime critiche all’operato di un governo e il dolore per le morti di vittime innocenti siano pretesto per un linguaggio di odio o peggio. Se non ci sarà chiarezza su questo, è il degrado del vivere civile.

Molti ebrei, di fronte al dramma delle famiglie israeliane, dei rapiti da Hamas e all’antisemitismo, rivivono il passato. Le svastiche disegnate da mano ignota sono vicine ai luoghi «sacri» della memoria di Roma: ricordano la razzia del 16 ottobre 1943 (più di mille ebrei deportati ad Auschwitz) e la caccia all’ebreo fatta, dopo quella data, specie dai fascisti e dai traditori. Le strade del quartiere ebraico hanno visto, nel 1943-44, ebrei strappati da case poi saccheggiate da «ariani». La taglia sugli ebrei fu un movente decisivo nel tradimento.

Una componente importante della comunità romana è di origine libica, cui appartiene l’attuale presidente, Victor Fadlun. Questa rivive una memoria dolorosa: i pogrom arabi in Libia con tante vittime, nel 1945 o nel 1967. Nel 1967 quasi tutti gli ebrei lasciarono la Libia. L’esodo era già avvenuto nei Paesi arabi, dove gli ebrei erano da secoli: circa un milione (prima del 1948) lasciò i Paesi arabi con grave danno per il loro pluralismo. Finì un mondo.

Sono storie che riaffiorano in questi tempi turbinosi, in cui nei Paesi europei, non solo si deve garantire una vera sicurezza, ma anche un clima sociale e un dibattito responsabile. Un mese fa, nel quartiere ebraico di Roma, ci fu una manifestazione per gli ottant’anni della razzia degli ebrei, presente il Presidente Mattarella. La grande partecipazione, tra cui quella di immigrati, ha mostrato un’Italia che non vuole dimenticare, salda nella difesa della libertà di tutti. È il messaggio più forte agli indifferenti o a quanti sottovalutano o a chi non sente la gravità del momento.

 

Il fenomeno. L’aurora boreale sulle Alpi: da cosa dipende (e perché è una rarità)

L'aurora boreale presso Bagnolo Piemonte, in provincia di Cuneo

Davide Re – AVVENIRE – lunedì 6 novembre 2023

È una forte e innocua tempesta geomagnetica ad aver tinto il cielo di rosa anche a latitudini inusuali come la nostra. Ecco la spiegazione degli esperti

L’aurora boreale presso Bagnolo Piemonte, in provincia di Cuneo – Ansa

Aurora boreale sul Nord Italia e in particolare sull’arco delle Alpi. Il fenomeno è stato registrato domenica 5 novembre. Già lo scorso 25 settembre l’aurora boreale era stata visibile in Italia quando aveva tinto di rosso i cieli di Piemonte, Lombardia e Alto Adige, un ripetitività sospetta, che induce a pensare alla possibilità di nuovi eventi simili nei cieli del nostro Paese, che però rimarranno assolutamente rari e dipendenti dall’attività del Sole.

L’aurora polare, che nell’emisfero settentrionale della Terra prende il nome di aurora boreale, è un fenomeno ottico per il quale si possono ammirare nell’atmosfera delle bande (archi aurorali) in movimento di colore rosso, verde e azzurro, frutto dell’incontro fra il vento solare (gas ionizzato emesso dalla corona della nostra stella, composto da elettroni e ioni la cui carica totale è nulla e chiamato plasma) con la ionosfera (quella parte dell’atmosfera tra i 100 e i 500 chilometri di altitudine). Per la conformazione della Terra, nell’emisfero settentrionale sono solitamente visibili per lo più nei Paesi scandinavi e in Islanda; questo per diversi motivi: per esempio l’inclinazione del nostro pianeta rispetto al suo asse e le caratteristiche del campo geomagnetico terrestre.

Il tutto dipende in particolare dalla tempesta magnetica, domenica eccezionalmente forte ma del tutto innocua per la salute umana, ed è per questo che l’aurora boreale ha interessato anche l’Italia, colorando il cielo, con straordinarie sfumature rosa osservate e fotografate da astrofili e astronomi di tutto il Paese. Questo, appunto, è accaduto perché nell’arco di due giorni il campo magnetico terrestre ha subito un forte stress, dovuto all’interazione con uno sciame di particelle (espulsione di massa coronale) avvenuto sabato 4 novembre, al quale ha fatto seguito il 5 novembre una nuova emissione di plasma dal Sole più intensa della prima, osserva il fisico Mauro Messerotti, docente di Meteorologia spaziale all’Università di Trieste: «Questo ha determinato una tempesta geomagnetica forte di classe G3», su una scala che va da G1 a G5.

L'aurora boreale vista dalle piste da sci di Plan de Corones, in provincia di Bolzano

L’aurora boreale vista dalle piste da sci di Plan de Corones, in provincia di Bolzano – Ansa

La tempesta geomagnetica, prosegue Messerotti, «è durata per molte ore e l’ovale aurorale, la regione di interazione delle particelle energetiche solari con atomi e molecole dell’atmosfera terrestre, si è allargato fino a comprendere latitudini basse come 30 gradi nord». «L’aurora polare è una chiara manifestazione di un’importante interazione fra la nostra stella, il Sole e il nostro pianeta, la Terra, in particolare tra il vento solare e la magnetosfera terrestre» osserva l’astrofisico Gianluca Masi, responsabile scientifico del Virtual Telescope, che ha fotografato l’aurora del 5 novembre dalla postazione di Marciano, vicino Grosseto, il sito italiano meno inquinato dalla luce artificiale. Di solito le aurore «sono appannaggio delle latitudini polari, ma quando l’attività solare che le innesca è di straordinaria intensità possono diventare visibili anche a latitudini intermedie, come quelle dell’Italia» conclude lo scienziato.

Lo spettacolo del cielo è stata una bella sorpresa per gli astrofili, con «segnalazioni da gran parte d’Italia, soprattutto a Nord e Nordest, dal Veneto a Ravenna, ma anche fino alla Puglia» dice Paolo Volpini, dell’Unione astrofili italiani. «Gli astrofili di tutta l’Italia – aggiunge – hanno diffuso numerosissime segnalazioni fino alle regioni centrali e al Sud, probabilmente fino alla Puglia. Sono state favorite le zone in cui il cielo era più buio, lontane dalle luci delle città, come le Dolomiti a alcune zone costiere. È stato un evento davvero suggestivo»

L’atomica che abbiamo nel cuore

Caino e Abele

di Alessandro d’Avenia – 6 Novembre 2023

Il male assedia le nostre vite. Una guerra in seno all’Europa e una appena fuori. Studenti in crisi e genitori disarmati. Una lettrice mi confida di accarezzare il suicidio. Un amico con un tumore a uno stadio avanzato. Essendo impotente di fronte a tutto questo, potrei diventare cinico, e non fare ciò che il Nobel per la letteratura, il poeta russo Josif Brodskij, condannato ai lavori forzati negli anni ‘60 e poi esiliato dal suo Paese, riteneva essere l’impegno politico di uno scrittore: «Scrivere cose belle».

Questo lo posso fare, non contano le opinioni ma le azioni, conta solo quanta bellezza ho fatto oggi, perché la bellezza è l’origine della speranza, e la speranza è l’origine di nuova bellezza. Questo è il circolo virtuoso del creare, perché la bellezza è amore incarnato (bella è una carezza, una pagina, una cena, una rosa…), compimento di un pezzetto di mondo che invece di morire si salva, e chiunque vuole essere toccato da questa salvezza. Infatti se una cosa bella mi tocca voglio fare altrettanto. Nei paesi un tempo si impediva a una donna incinta di guardare cose brutte: per generare (il) bene bisogna essere prima ri-generati. E allora prendo la penna per provare a costruire uno spazio in cui la bellezza potrebbe magari accadere. Salverà il mondo? No. Ma forse me. Come?

Matthew Perry, trovato morto nella Jacuzzi della sua villa, aveva fatto ridere milioni di persone in una delle serie più fortunate della storia della tv, Friends. In una intervista del 2022 aveva detto: «Quando morirò, non voglio che Friends sia la prima cosa per cui si parli di me, ma per aver aiutato chi soffre di dipendenza dall’alcol». Suo padre non gli aveva trasmesso altro che sbronze e abbandono, e quella contro alcol e droghe è stata la sua lotta per salvarsi e salvare il mondo. Il suo talento straordinario per la recitazione gli dava pace perché poteva essere un altro, uno che dà agli altri la gioia che lui doveva conquistarsi con tutta la pelle. La lotta per trovare la pace, questo era il suo lavoro, per questo voleva essere ricordato.

Gli fa eco l’ultimo premio Nobel per la letteratura, lo scrittore norvegese Jon Fosse, che ha raccontato di essersi liberato dell’alcol solo dopo esserne quasi morto. La scrittura lo ha salvato perché gli ha consentito di «liberarsi» dell’alcolizzato, per lui infatti scrivere si è rivelato ascoltare una voce che lo trascende, e infatti lo ha portato a Dio: «Sono stato un ateo convinto, ma era un modo troppo semplice di vedere le cose, soprattutto per uno scrittore. Prego tutti i giorni, vado a messa una volta a settimana. Mi dà pace, ed è tutta la vita che la cerco».

Cerchiamo la pace, e le nostre scelte autodistruttive sono spesso lenitivi per non sentire disprezzo verso noi stessi o dimenticare che ci stiamo disintegrando: «Quando giravo il mondo – dice Fosse in una recente intervista– con le mie opere teatrali ero quasi sempre solo. La mia unica compagna era una bottiglia di whisky». Salvarsi è trovare integrità, unire i pezzi dell’esistenza, riparare la dis-integrazione di corpo, mente e cuore, le tre dimensioni dell’umano che solo quando vanno insieme danno pace, cioè salvezza.

I primi cristiani per salutarsi si auguravano la pace e non erano sentimentali: augurare la pace è impegnarsi a trovare unità in sé e con gli altri. Non è diverso da «Salve!», cioè «sii salvo», parola antichissima che non significava altro che «integro», «unito». Il contrario di salvarsi è infatti dis-integrarsi e dis-integrare: fare a pezzi. E così dove non c’è pace nel singolo non può essercene tra parenti, vicini, popoli.

La linea che separa il bene dal male non è quella che le guerre impongono, ma è nel nostro cuore. Una linea che separa la vita dalla morte e che decidiamo noi, ogni giorno, dove spostare. Non è possibile eliminare il male dal mondo, ci hanno provato invano tutte le ideologie più sanguinarie perché poi il male lo proiettavano su qualcuno, invece è possibile comprimerlo nel proprio cuore. È il lavoro del Piccolo Principe che ogni mattina deve estirpare i germogli di baobab per evitare che, crescendo, disintegrino il suo pianeta.

Le radici del male sono nel cuore e ci saranno sempre, il nostro compito è tagliarle ogni giorno. Cristo lo ha detto così: «Non c’è nulla fuori dell’uomo che, entrando in lui, possa renderlo impuro. Ma sono le cose che escono dall’uomo a renderlo impuro. Dal cuore degli uomini escono i propositi di male: impurità, furti, omicidi, adulteri, avidità, malvagità, inganno, dissolutezza, invidia, calunnia, superbia, distruzione» (Mc 7).

È inutile voler cambiare il mondo, serve invece cambiare dentro di sé ciò che si vuole vedere cambiare nel mondo: vuoi la pace? Falla dove sei, nella riunione di condominio. Fare la pace è fare qualcosa che rende integro un pezzetto di mondo, fare la guerra è disintegrarlo.

Come mostra Cristopher Nolan nel suo recente film Oppenheimer la bomba atomica è prima nel cuore dei suoi creatori e solo dopo in quello di una testata sganciata sul Giappone. Così è e sarà sempre, da Caino in poi: la pace e la guerra che sono attorno a me escono da me. Basta risalire dal frutto di un’azione sino alla sua radice, il cuore, per scoprire dove ho messo la linea che separa vita e morte, quella vita e quella morte che, dopo, ho dato al mondo. Dall’avanzare di quella linea verso la vita, in ogni cuore, ogni giorno, dove e come posso, dipende la pace del mondo.

ISRAELE HAMAS L’ORA PIU DIFFICILE (3)

Colpito di sorpresa, lo Stato ebraico deve reagire al pogrom jihadista, ripensare la sua sicurezza, affrontare un conflitto brutale e ricostruire la coesione interna. Senza rinunciare alla sfida della pace con gli arabi

di Maurizio Molinari. Produzione Gedi Visual – La Repubblica 29 OTTOBRE 2023AGGIORNATO 30 OTTOBRE

lo Stato ebraico si trova davanti ad uno dei momenti più difficili della sua esistenza (Terza parte)

Un conflitto su tre livelli

Karmon studia la Jihad dal suo studio nel centro di Gerusalemme mentre poco lontano da Tel Aviv vive Jacob Amidror, in una casa dove ospita alcuni rifugiati da villaggi del Nord che sono stati completamente evacuati per proteggerli dal rischio di attacchi degli Hezbollah libanesi. Si tratta di un madre e due figlie. Amidror le ospitò già in occasione della guerra in Libano del 2006: sono passati 17 anni, la madre adesso ha i capelli grigi, le figlie sono cresciute ma dormono nelle stesse stanze che avevano allora.

“La storia per molti versi si ripete – dice Amidror, già consigliere per la sicurezza nazionale di Netanyahu e fra i più apprezzati analisti di strategia israeliani – ma questo conflitto è diverso dagli altri”. E mette l’accento su “diverso” per spiegare: “Si tratta di un conflitto che si sviluppa su tre livelli, il primo e più diretto, è la guerra iniziata da Hamas contro di noi con le atrocità contro i civili, perché ora Israele deve rispondere e cancellare Hamas, è il nostro popolo a chiedere questa risposta. C’è però un secondo livello ovvero la necessità di schiacciare Hamas per ricostruire la capacità di deterrenza israeliana contro simili nemici, a cominciare da Hezbollah in Libano, facendogli capire che ciò che capita ora a Hamas capiterà anche a loro se dovessero mai pensare di attaccarci in maniera simile. Infine, il terzo livello, perché lo scontro fra Hamas e Israele è un tassello del conflitto più ampio fra le democrazie ed i suoi nemici di cui il presidente americano Joe Biden ha parlato nel discorso alla nazione del 19 ottobre”.Sono minacce diverse, ma vogliono annientare le democrazie”

Amidror conosce profondamente Israele ma anche in America si sente a casa. La sua lettura del conflitto iniziato da Hamas tiene assieme più necessità: Israele deve sconfiggere Hamas, impedire a Hezbollah di attaccarci ed aiutare l’America a confrontarsi con un asse di nemici che include l’Iran, fornitore di armi alla Russia di Vladimir Putin come nessun’altra nazione ad eccezione della Corea del Nord.

Si apre dunque un fronte parallelo a quello dell’Ucraina perché anche Kiev da una parte combatte per difendere la propria esistenza dall’aggressione russa e dall’altra fa parte dello schieramento delle democrazie occidentali alle prese con la minaccia della Russia, intenzionata a cambiare a suo vantaggio l’architettura di sicurezza, non solo europea.

“Qui in Medio Oriente, lo scontro fra democrazie e autocrazie dipenderà dalla nostra capacità di sconfiggere Hamas nella Striscia” sottolinea Amidror, secondo il quale la campagna israeliana sarà assai diversa da quanto finora abbiamo visto nei precedenti interventi di terra a Gaza – l’ultimo risale al 2014 – perché ora il fine è sradicare completamente l’organizzazione jihadista. “Per tentare di capire cosa potrà avvenire dobbiamo guardare al precedente del 2002, quando Israele intervenne nella West Bank e pose fine alla Seconda Intifada scatenata da Yasser Arafat dopo aver rifiutato a Camp David da Bill Clinton ed Ehud Barak la più ampia e seria offerta di far nascere uno Stato palestinese in Cisgiordania e Gaza”.

L’attacco di terra

Le parole di Amidror spiegano perché c’è una convergenza fra gli analisti militari in Israele sulla tipologia di intervento che l’esercito sta preparando a Gaza.

La sconfitta della Seconda Intifada avvenne infatti con un’operazione anche allora di terra che Ariel Sharon, allora premier, coordinò meticolosamente per eliminare le cellule più violente – soprattutto Hamas ma non solo – che bersagliavano le città israeliane con attentati e attacchi suicidi. “Si trattò di identificare ed eliminare tutti i gruppi terroristi in uno spazio urbano altamente popolato – ricostruisce Amidror – fu molto difficile e servirono quattro anni di tempo, ma i soldati caduti passarono da un numero molto alto nei primi due anni a molto meno in seguito, fino a diminuire in maniera decisiva”.

La situazione nella Striscia di Gaza

Ora Israele non ha quattro anni di tempo per liquidare Hamas, ma quando il premier Netanyahu parla di “tutto il tempo necessario” lascia intendere che non sarà una campagna breve. La richiesta ai civili di Gaza di spostarsi verso Sud lascia intendere che gli israeliani vogliono entrare da Nord, per crearvi la base da cui operare dentro Gaza City, dove ritengono si trovino la maggior parte delle infrastrutture militari di Hamas. “Avremo molto morti, sarà un’operazione difficile in presenza della popolazione civile, dobbiamo aspettarci giorni molto difficili” ammette Amidror, aggiungendo però che “c’è una grande coesione nel Paese sulla necessità di entrare e distruggere Hamas perché non possiamo vivere avendo accanto dei terroristi che operano come facevano i nazisti”.

ISRAELE HAMAS L’ORA PIU’ DIFFICILE (2)

Colpito di sorpresa, lo Stato ebraico deve reagire al pogrom jihadista, ripensare la sua sicurezza, affrontare un conflitto brutale e ricostruire la coesione interna. Senza rinunciare alla sfida della pace con gli arabi

di Maurizio Molinari. Produzione Gedi Visual – La Repubblica 29 OTTOBRE 2023 AGGIORNATO 30 OTTOBRE

lo Stato ebraico si trova davanti ad uno dei momenti più difficili della sua esistenza (Seconda parte)

Il nemico ibrido

L’attacco del Sabato Nero ha rivoluzionato l’idea di terrorismo da cui Israele deve proteggersi. Fino al giorno prima c’era un consenso, fra militari e intelligence, sul fatto che Hamas fosse un’organizzazione terroristica simile alle molte che Israele ha dovuto combattere nella sua storia – da Settembre Nero autore della strage di atleti alle Olimpiadi di Monaco nel 1972 all’Olp responsabile dell’attentato di Zion Square a Gerusalemme nel 1975, dall’assalto all’asilo del kibbutz di Maalot nel 1976 firmato dal Fronte per la liberazione della Palestina al massacro di Natanya nel marzo 2002 compiuto proprio da Hamas – con in più la caratteristica di dover amministrare dal 2007 la Striscia di Gaza e quindi le conseguenti responsabilità oggettive nei confronti di oltre due milioni di abitanti palestinesi.

“Si è trattato di un grave errore perché Hamas non è solo tutto ciò ma anche qualcosa di più” afferma Yigal Karmon, direttore del centro studi “Memri” sul Medio Oriente e unico analista ad aver previsto – in settembre – l’attacco del 7 ottobre. “Questo qualcosa in più è l’ideologia che muove Hamas, la stessa che ha generato Al Qaeda e Isis – spiega – e nasce dalla genesi del movimento dei Fratelli musulmani nella prima metà del Novecento” con l’obiettivo di fondere tutti gli Stati arabi per dare vita ad un grande Califfato. È un’ideologia che predica la Jihad, persegue la distruzione degli infedeli – ebrei e cristiani – e la sottomissione dei musulmani “corrotti” nonché la sottomissione del mondo intero ad una versione fondamentalista dell’Islam che “si propone di riportare il mondo intero a XV secoli fa”.

“L’errore di Israele è stato umano – sottolinea Karmon – perché ha creduto che con questa ideologia si potesse convivere”. A dispetto di una Costituzione di Hamas che prevede, in maniera esplicita, la distruzione di Israele e l’uccisione degli ebrei, ed ignorando ciò che l’intelligence israeliana ha continuato a raccogliere negli ultimi mesi: prove evidenti, concrete, su ciò che si stava preparando. Se però sono state “non considerate, ignorate, sottovalutate” aggiunge Karmon “è perché non solo il premier Benjamin Netanyahu ma anche i suoi predecessori e l’intero establishment della sicurezza, da anni, credeva nella politica di far leva sui fondi del Qatar per Hamas al fine di “pagare la pace””.

Proprio così: Israele si è fidata dell’Emiro Al-Thani del Qatar, in ragione dei legami fra Doha ed i Fratelli musulmani, ed ha consentito agli inviati qatarini di far arrivare, ogni mese, valige con milioni di dollari in contanti a Gaza. Hamas assicurava al Qatar, e dunque indirettamente ad Israele ed agli Stati Uniti, che quei soldi servivano ad amministrare la Striscia e a pagare gli stipendi dei dipendenti pubblici ma “la realtà era ben diversa perché ogni razzo, mitra, esplosivo, motocicletta, tunnel e arma di Hamas è stata pagata con quei fondi”.

Se dunque l’Iran è il più importante alleato militare di Hamas, la fonte di armi, intelligence e addestramento, “è invece il Qatar l’origine delle sue maggiori entrate economiche” sottolinea Karmon, aggiungendo che “l’errore strategico di Netanyahu e dell’apparato di sicurezza nazionale è stato credere alla tesi del Qatar che la pace poteva essere acquistata”.

Così come la Casa Bianca, prima con Donald Trump e poi con Joe Biden, si è fidata del Qatar come mediatore con i talebani afghani – venendo sorpresa dal blitz con cui si impossessarono di Kabul il 15 agosto 2021 – adesso è il turno di Israele a dover prendere atto che la mediazione qatarina con Hamas, ha consentito ai jihadisti di Gaza di avere le risorse necessarie per attaccarla. “Ciò non significa – precisa Karmon – che Doha sapesse in anticipo dei piani di Hamas ma pone un problema politico gigantesco sulla credibilità di Doha come garante dell’affidabilità dei gruppi jihadisti”.

A questo bisogna aggiungere che Hamas riceve, ogni mese, donazioni “caritatevoli” raccolte da una vasta rete di moschee e centri di cultura islamica controllati dai Fratelli musulmani – anzitutto negli Usa, in Gran Bretagna ed in Turchia – nel pieno rispetto delle leggi vigenti in questi Paesi. “È questo network di finanziamenti che sostiene imam e moschee che diffondono l’ideologia dei Fratelli musulmani, della Jihad Islamica, di Al Qaeda, di Isis e di Hamas” sottolinea Karmon, il cui obiettivo “non è politico di ottenere questo o quel risultato ma strategico, sottomettere il mondo alla Jihad”.

Le immagini di oltre 1.000 persone rapite, scomparse o uccise nell’attacco di Hamas sono esposte sui posti vuoti dell’Auditorium Smolarz dell’Università di Tel Aviv. 22 ottobre 2023

C’è questa radice ideologica del nemico alla genesi della difficoltà di combatterlo perché l’obiettivo di sottomettere con la violenza il mondo alla Jihad può rinnovarsi, da un secolo all’altro, da un Paese all’altro, anche solo con la diffusione di un testo, un video o l’audio di un sermone. A conferma della difficoltà della sfida contro questa ideologia, quando nel 2014 gli Stati Uniti hanno deciso di creare una coalizione internazionale – con la partecipazione di Paesi europei, mondo arabo, guerriglia curda, Iran e Russia – per sconfiggere Isis di Abu Bakr al-Baghdadi hanno avuto bisogno di ben quattro anni per smantellare lo Stato jihadista che era stato creato a cavallo dei confini fra Iraq e Siria.

Hamas, al pari di Isis, è dunque un nemico ibrido che somma al controllo militare di territori anche amministrazione, cibo, moschee e scuole coraniche per le popolazioni sottomesse. La brutalità dei suoi seguaci nasce da un’ideologia che recluta facendo leva su messaggi pseudo-religiosi disseminati grazie all’uso delle più moderne tecnologie, per finanziarsi come per diffondere la cultura della morte

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