Nel pervicace sforzo di censurare la memoria degli orrori sovietici, la Russia chiude la stanza-museo dove il grande dissidente scrisse i “Racconti della Kolyma”
Stefano Caprio – Tempi – 16 Dicembre 2023
Proprio nei giorni in cui il “presidente eterno” Vladimir Putin ha annunciato la sua permanenza ad libitum sul trono del Cremlino, che verrà solennemente celebrata il prossimo 17 marzo 2024 alle elezioni presidenziali, un nuovo spiacevole episodio sottolinea quanto la “nuova Russia”, che nasce dalle ceneri dell’Ucraina infiammata da due anni di guerra, non vuole conservare la memoria di se stessa, ma sublimarsi in un regno apocalittico avulso dal tempo e dalla storia.
La Russia cancella la memoria di Salamov
Le autorità della Kolyma, la regione dell’Estremo oriente russo intorno al fiume omonimo tra Jakutsk e Magadan, hanno deciso di chiudere la stanza-museo dove il famoso scrittore Varlam Šalamov scrisse i Racconti della Kolyma, la più intensa narrazione della vita dei lager siberiani ai tempi di Stalin insieme ai libri di Aleksandr Solženitsyn e Vasilij Grossman. Il luogo del memoriale era predisposto nel villaggio di Debin, aperto dal 2005, nel centenario dello scrittore. Šalamov era stato ricoverato nella clinica locale, ormai stremato per la fame e i pesantissimi lavori forzati del lager, posto in una delle zone più fredde di tutta la Russia, dove la temperatura può scendere anche a 60 gradi sottozero. Gli attivisti della memoria dei dissidenti avevano organizzato il mini-museo all’interno della clinica, che ora è stata chiusa d’ufficio dal ministero della Salute della regione di Magadan, anche se la decisione è chiaramente arrivata «da più in alto», come confidano i funzionari locali.
L’edificio era uno dei più imponenti di tutta la Kolyma, e la sua importanza memoriale lo rendeva un “luogo sacro” di una memoria che oggi diventa sempre più fastidiosa per un regime che assomiglia molto a quello staliniano. Šalamov sopravvisse quasi per miracolo dopo il ricovero, quando arrivò come dokhodjaga (“essere infimo”) e ormai quasi “arrivato al socialismo”, le espressioni dei lager per definire una persona ai limiti della morte. Invece si riprese, e nella camera dell’ospedale si mise a scrivere poesie e racconti, pur essendo ancora un detenuto, che si diffusero attraverso i canali del samizdat per tutto il paese, giungendo fino in Occidente. Queste furono proprio quel genere di memorie che permettevano alla Russia di sopravvivere anche al terrore della dittatura, e alla pretesa di costruire un mondo nuovo, una nuova religione (pur ateista), una nuova definizione dell’uomo.
L’«inammissibile» testimonianza di Salamov
Il rumore sulla stampa per le condizioni del memoriale è stato considerato un intralcio alla retorica sempre più roboante che accompagna l’inizio della campagna elettorale per la rielezione della “guida suprema”, e i funzionari locali si sono spaventati per le possibili conseguenze. Il grande tema della rielezione dello zar esprime infatti la devozione obbligatoria per i “valori tradizionali” della Russia, che in realtà non riguardano le persone, ma solo le contrapposizioni ideologiche con il “grande nemico”, l’Anticristo dell’Occidente, come predica incessantemente il cappellano di Putin, il patriarca ortodosso Kirill. Il “valore personale” testimoniato da Šalamov e da tutte le vittime dei lager non è ammissibile laddove si esalta l’unione superiore della sobornost, l’espressione che apre alla contemplazione universale del “mondo russo”, l’unità dei popoli sotto la guida della “Santa Russia”.
Lo stesso edificio dell’ospedale di Debin, del resto, era stato costruito negli anni Trenta come orgoglio staliniano della “Kolyma del futuro”, con corridoi in cemento e batterie di riscaldamento di grande potenza, mobili di lavoro artigianale, e vi lavoravano medici di tutte le specializzazioni, presi tra gli stessi detenuti dei lager, con ben due reparti chirurgici e due per la cura della tubercolosi, e anche un intero settore femminile. Šalamov vi era finito dopo il secondo arresto nel 1937, ricevendo un’altra condanna a 5 anni per “attività controrivoluzionaria trozkista”, un’eresia antistaliniana che credeva nella rivoluzione da realizzare in ogni paese, invece di venerare l’esaltazione della Russia superiore del dittatore georgiano. È passato quasi un secolo, e la mancanza di fede nella Russia continua a essere perseguitata e oppressa.
Putin continua a censurare gli orrori sovietici
La cancellazione della memoria è un processo che si svolge parallelamente alla elevazione progressiva del potere putiniano, dagli inizi degli anni Duemila. Gli archivi del Kgb, e di tutti gli altri luoghi dove si trovano le testimonianze delle persecuzioni sovietiche, che erano stati messi a disposizione negli anni eltsiniani, si sono chiusi già verso la fine degli anni Novanta, e l’insistenza del recupero di queste memorie è stata considerata sempre più “offensiva” per un regime che considera invece necessario mostrare la continuità della Russia sovietica con le sue ipostasi precedenti, risalendo fino al Battesimo della Rus’ di Kiev, la grande motivazione teologica dell’attuale guerra in Ucraina.
Il 28 febbraio 2022, l’associazione umanitaria russa “Memorial”, motore principale della restituzione della dignità degli oppressi, è stata infine liquidata dal tribunale di Mosca, proprio nell’anno in cui ad essa è stato assegnato il premio Nobel per la pace. I suoi attivisti e collaboratori proseguono tuttora l’opera in condizioni di quasi clandestinità e di esilio, senza rinunciare a difendere la memoria dei diritti calpestati, come risulta dalle tante interviste e pubblicazioni recenti. Con questa decisione si è consumato simbolicamente il trentennio “post-sovietico”, per passare in modo esplicito alle condizioni della nuova Russia “neo-sovietica”. La chiusura è stata motivata con la violazione delle norme sugli “agenti stranieri”, che negli ultimi anni esprimono la vera natura del regime isolazionista e anti-occidentale della Russia putiniana.
Secondo tali norme, le organizzazioni che ricevono finanziamenti dall’estero per attività sociali, culturali e informative vengono iscritte in una “lista nera” e sono tenute ad auto-denunciarsi in ogni pubblicazione o manifestazione con la dicitura “questo contenuto è considerato agente straniero”, e i suoi membri sono soggetti a una serie di limitazioni. Alla motivazione ufficiale, la procura generale che sosteneva l’accusa ha aggiunto quelle di “diffamazione della memoria dell’Unione Sovietica, descritta come un paese terrorista” (l’antica accusa di “propaganda antisovietica”), e inoltre della “diffusione di false informazioni” e perfino di “induzione alla depressione” della popolazione, per giungere infine alle accuse oggi più in voga in tempo di guerra, il “discredito delle forze armate della Russia”.
La caccia ai nuovi “traditori”
La depressione dei russi è in effetti il sentimento dominante rimasto come eredità del crollo repentino dell’Unione Sovietica, che ha fatto fuggire tutti i “fratelli” delle altre repubbliche, perdendo lo status di superpotenza mondiale e sprofondando nella crisi economica e sociale. Da allora è rimasto quasi come subcosciente collettivo il desiderio di rivalsa, soprattutto nei confronti degli odiati occidentali e dei “traditori” da loro stipendiati, oggi identificati proprio negli “agenti stranieri” di cui Memorial era il padre putativo. Riemerge qui anche l’antica allergia russa a ogni forma di dissenso, che risale ai tempi del “giogo tartaro” e dei principi che si vendevano ai khan per ottenere dei vantaggi. Ai tempi sovietici, molti disprezzavano i dissidenti non per la loro contrarietà al regime totalitario, ma per la tendenza a “cercare gloria” presso gli occidentali, invece di soffrire insieme al popolo in attesa della redenzione.
Lo stesso Vladimir Putin era asceso al potere nel 1999, alla fine dei convulsi anni di Eltsin che aveva scelto l’Occidente come modello da imitare, finendo per rendere la Russia un paese impaurito dall’aggressività del capitalismo mondiale e umiliato fino alla sensazione di essere ormai ridotto ai minimi livelli economici e politici della comunità internazionale. Le prime parole di Putin da premier furono riassunte nella famosa frase di minaccia rivolta ai terroristi ceceni: «Li faremo fuori andando a prenderli anche al cesso», col gergo di strada (o piuttosto “di galera”, di leniniana memoria) che lo ha contraddistinto nel successivo ventennio di potere.
L’ideologia di Putin
Ora appare chiaro che il nuovo “zar il Terribile” non ce l’aveva solo con i ceceni, ma con tutti i nemici interni ed esterni della Russia, anzi del “Mondo Russo” (Russkij Mir), l’espressione usata da Putin per indicare lo spazio ex-sovietico e la grande comunità dei russi sparsi a tutte le latitudini. Dopo tante vicende drammatiche, e la ricerca spasmodica delle vie di ricostruzione della grandezza della Russia, nel 2020 l’erede degli zar e dei segretari del Pcus ha sintetizzato tutte le conquiste politiche e ideologiche nella nuova Costituzione, approvata nella tempesta mondiale della pandemia di Covid-19, con cui rendeva praticamente eterna la sua presidenza e consacrava le colonne della vera “idea russa”, che dall’antica Rus’ medievale giunge oggi a riprendersi il posto che le compete al mondo senza rinnegare nulla del proprio passato, neanche il secolo rivoluzionario dei lager e delle “grandi guerre patriottiche”, ma cancellando completamente la memoria delle sofferenze umane.
Il sigillo su questo disegno sarebbe la riconquista di Kiev, la prima storica capitale, l’esito che molti vorrebbero che si raggiungesse con la guerra in corso, anche se il risultato ottenuto è stato soltanto lo stato di guerra permanente a tutte le latitudini, che distrugge ogni vero sentimento delle persone.
La disputa alla Sorbona dove trionfò la verità dell’Immacolata
Anno 1305: Duns Scoto si presenta alla Sorbona per la disputa tra lui e tutti i professori avversari dell’Immacolata Concezione. Il beato francescano confuta una a una le 200 obiezioni, presentando argomenti che saranno decisivi per la definizione del Dogma.
Pubblichiamo di seguito ampi stralci dell’articolo “A proposito del culto all’Immacolata Concezione”, scritto nel 1925 da san Massimiliano Maria Kolbe (cfr. Gli scritti di M. Kolbe, Città di Vita, Firenze, 1978, vol. III).
Si era a Parigi nell’anno 1305. Dal convento dei Frati Francescani esce un giovane religioso [il beato Giovanni Duns Scoto (1265 ca – 1308), ndr] e in grande raccoglimento si dirige verso la più celebre scuola di quel tempo, l’università della Sorbona. Pensa all’Immacolata e La invoca con sommesse giaculatorie affinché lo aiuti nel difendere il suo privilegio, a Lei tanto caro, di Immacolata Concezione. Proprio in quel giorno, infatti, per ordine del Papa e di fronte ai suoi legati, si deve svolgere una disputa generale tra i fautori di questo privilegio e i suoi avversari. E la disputa è stata provocata proprio da lui…
Da poco tempo egli si è insediato sulla cattedra universitaria, lasciata libera da Guglielmo Ware, ritiratosi a causa dell’età avanzata. Per ordine del Procuratore Generale ha abbandonato la cattedra universitaria di Oxford, dove aveva parlato pubblicamente e con vero entusiasmo della «Concepita senza peccato». E gli studenti erano accorsi da ogni parte, fino a raggiungere il numero di 30.000.
Ora è giunto a Parigi. Nemmeno qui perde l’occasione di difendere apertamente l’Immacolata Concezione. È solo dal 18 novembre del 1304 che egli si è insediato a Parigi, dopo aver lasciato Oxford; tuttavia a Papa Clemente V, ad Avignone, giungono già lagnanze nei suoi confronti, per il fatto che egli sostiene pubblicamente il privilegio dell’Immacolata Concezione, quasi che egli insegnasse una dottrina contraria alla fede, per una esagerata devozione verso la santissima Vergine. E proprio oggi egli deve giustificarsi davanti a tutti i professori e perfino alla presenza dei legati del Papa. Potrebbe fare diversamente? Lui, francescano, figlio spirituale del santo Patriarca d’Assisi? […]
Il Padre S. Francesco… Egli, in effetti, mandando i primi frati alla conquista delle anime, insegnava loro una preghiera alla Madonna: «Ti saluto, Signora… eletta dal santissimo Padre del cielo, che ti consacrò con il santissimo e dilettissimo Figlio e con lo Spirito Santo Paraclito. In Te vi è e vi fu tutta la pienezza di grazia e ogni bene». […] Sant’Antonio, poi, uno dei primi figli del Padre S. Francesco, non chiamava forse Maria nelle sue prediche con il dolce nome di «Vergine Immacolata»? […] Sì, egli [Scoto] ha il diritto, ha il dovere, come francescano, di lottare in difesa di un privilegio tanto sublime della Genitrice di Dio.
I professori di Parigi asseriscono che si tratta di una dottrina nuova. […] Una dottrina nuova? […] I Padri della Chiesa non proclamano, forse, abbastanza chiaramente la loro fede e quella dei loro secoli nell’Immacolata Concezione di Maria, quando affermano che Ella è purissima sotto ogni aspetto e totalmente senza macchia, sempre pura, che in Lei il peccato non ha mai dominato, che Ella è più che santa, più che innocente, santa sotto ogni aspetto, pura senza macchia, più santa dei santi, più pura degli spiriti celesti, la sola santa, la sola innocente, la sola senza macchia, la senza macchia oltre ogni misura, la sola beata oltre ogni misura? […]
La verità è che non tutti quei signori conoscono con esattezza gli scritti dei Padri della Chiesa, soprattutto di quelli orientali; leggano, quindi, anche quelle pergamene. Essi sostengono che l’affermazione secondo cui la SS. Vergine fu immune dalla macchia del peccato originale, è un oltraggio alla dignità di Cristo Signore, il quale ha redento tutti senza alcuna eccezione ed è morto per tutti. Ma non è proprio per questo, per i meriti della sua futura morte, che Egli non ha permesso neppure che Ella fosse macchiata da qualsiasi colpa? Non è proprio per questo che Egli L’ha redenta nel modo più perfetto? […]
Ho ascoltato tante e tante obiezioni di tipo diverso, ma nessuna può resistere alla critica. Sì, Dio aveva la possibilità di preservare la propria Madre anche dalla macchia del peccato originale. Senza dubbio l’ha voluto fare […].
PIO IX – INEFFABLIS DEUS – Costituzione apostolica
Definizione dogmatica dell’immacolato concepimento della B. V. Maria
Dio ineffabile, le cui vie sono la misericordia e la verità, la cui volontà è onnipotente, e la cui sapienza si estende con potenza da un’estremità all’altra [del mondo] e tutto governa con bontà (cfr Sap 8, 1), avendo previsto da tutta l’eternità la luttuosissima rovina dell’intero genere umano, che sarebbe derivata dal peccato di Adamo, decretò, con disegno nascosto dai secoli, di compiere l’opera prima della sua bontà con un mistero ancor più profondo, mediante l’incarnazione del Verbo. Perché l’uomo, spinto — contro il proposito della divina misericordia — al peccato dall’astuzia e dalla malizia del demonio, non doveva più perire; anzi la caduta della natura nel primo Adamo doveva essere riparata con migliore fortuna nel secondo. Dio quindi, fin da principio e prima dei secoli, scelse e preordinò al suo Figlio una madre, nella quale si sarebbe incarnato e dalla quale poi, nella felice pienezza dei tempi, sarebbe nato; e, a preferenza di ogni altra creatura, la fece segno a tanto amore da compiacersi in lei sola con una singolarissima benevolenza. Per questo mirabilmente la ricolmò, più di tutti gli angeli e di tutti i santi, dell’abbondanza di tutti i doni celesti, presi dal tesoro della sua divinità. Così ella, sempre assolutamente libera da ogni macchia di peccato, tutta bella e perfetta, possiede una tale pienezza di innocenza e di santità, di cui, dopo Dio, non se ne può concepire una maggiore, e di cui, all’infuori di Dio, nessuna mente può riuscire a comprendere la profondità. E certo era del tutto conveniente che una Madre così venerabile risplendesse sempre adorna dei fulgori della santità più perfetta, e, immune interamente dalla macchia del peccato originale, riportasse il più completo trionfo sull’antico serpente; poiché a essa Dio Padre aveva disposto di dare l’unigenito suo Figlio — generato dal suo seno, uguale a se stesso e amato come se stesso — in modo tale che egli fosse, per natura, Figlio unico e comune di Dio Padre e della Vergine; poiché lo stesso Figlio aveva stabilito di renderla sua madre in modo sostanziale; poiché lo Spirito Santo aveva voluto e fatto sì che da lei fosse concepito e nascesse colui, dal quale egli stesso procede.
Tradizione della Chiesa sull’immacolato concepimento di Maria
La Chiesa cattolica, che istruita dallo Spirito di Dio, è colonna e fondamento della verità, ha sempre ritenuto come divinamente rivelata e come contenuta nel deposito della celeste rivelazione questa dottrina circa l’innocenza originale dell’augusta Vergine, che è così perfettamente in armonia con la meravigliosa sua santità e con la sua eminente dignità di Madre di Dio; e come tale non cessò mai di spiegarla, insegnarla e favorirla ogni giorno più, in molti modi, e con atti solenni. Ma questa stessa dottrina, ammessa fin dai tempi antichi, profondamente radicata nell’animo dei fedeli e mirabilmente propagata nel mondo cattolico dalla cura e dallo zelo dei Vescovi, fu nel modo più chiaro professata dalla Chiesa, quando essa non esitò a proporre la concezione della Vergine al culto pubblico e alla venerazione dei fedeli (1). Con tale significativo atto essa, infatti, mostrava che la Concezione di Maria doveva essere venerata come singolare, meravigliosa, differentissima da quella di tutti gli altri uomini e pienamente santa; poiché la Chiesa celebra soltanto le feste dei santi. È perciò costume della Chiesa, sia negli uffici ecclesiastici, sia nella santa liturgia, usare e applicare all’origine della Vergine le medesime espressioni, con le quali le divine Scritture parlano della Sapienza increata e ne rappresentano le eterne origini; avendo Dio prestabilita con un solo e medesimo decreto l’origine di Maria e l’incarnazione della divina Sapienza.
Tutte queste dottrine e questi fatti, da per tutto e generalmente accettati dai fedeli, mostrano con quanta cura la stessa Chiesa romana, madre e maestra di tutte le Chiese, abbia favorito la dottrina dell’immacolata concezione della Vergine. Sembra tuttavia assai conveniente ricordare in particolare gli atti più importanti della Chiesa in questa materia; tanta è infatti la dignità e autorità di questa Chiesa quanta assolutamente le spetta, perché essa è da ritenere il centro della verità e dell’unità cattolica, è la sola che ha custodito inviolabilmente la religione, e da essa tutte le altre Chiese debbono ricevere la tradizione della fede. Ebbene questa Chiesa romana nulla ebbe più a cuore che professare, sostenere, propagare e difendere in tutti i modi più significativi l’immacolata concezione della Vergine, il suo culto e la sua dottrina. Tale premura è apertamente e chiaramente attestata da innumerevoli atti insigni dei romani Pontefici Nostri predecessori, ai quali, nella persona del primo degli apostoli, fu dallo stesso Cristo Signore affidato il compito e l’autorità suprema di pascere gli agnelli e le pecore, di confermare i fratelli e di reggere e governare la Chiesa.
I Papi favorirono il culto dell’Immacolata Concezione
Infatti i Nostri predecessori hanno ritenuto loro gloria l’avere, con la propria apostolica autorità, istituita nella Chiesa romana la festa della Concezione, dotandola e onorandola di un ufficio proprio e di una messa propria, in cui con la massima chiarezza si afferma la prerogativa dell’immunità da ogni macchia originale. Inoltre con ogni cura promossero e accrebbero il culto già stabilito, accordando indulgenze; concedendo a città, province e regni la facoltà di scegliersi per patrona la Madre di Dio sotto il titolo dell’Immacolata Concezione; approvando confraternite, congregazioni e famiglie religiose, istituite in onore dell’Immacolata Concezione; tributando lodi alla pietà di coloro che innalzavano monasteri, ospizi, altari, templi sotto il titolo dell’Immacolata Concezione, oppure si impegnavano con giuramento a difendere a ogni costo l’immacolata concezione della Madre di Dio. Di più, con la più grande gioia ordinarono che la festa della Concezione fosse celebrata in tutta la Chiesa con solennità uguale alla festa della Natività; che fosse celebrata dalla Chiesa universale con ottava, e scrupolosamente osservata da tutti i fedeli come festa di precetto; che ogni anno, nel giorno della festa dell’Immacolata Concezione di Maria, si tenesse, nella Nostra patriarcale basilica Liberiana, cappella papale. Desiderando poi confermare sempre più nell’animo dei fedeli questa dottrina dell’immacolata concezione della Madre di Dio e stimolare la loro pietà al culto e alla venerazione della Vergine concepita senza peccato originale, furono felicissimi di concedere la facoltà di nominare l’immacolata concezione della medesima Vergine nelle litanie lauretane e nello stesso prefazio della messa; in modo che la norma della fede fosse stabilita dalla norma della preghiera. Noi, pertanto, posti sulle orme di predecessori così illustri, non solo abbiamo approvato e accettato le loro piissime e sapientissime disposizioni, ma, memori di ciò che aveva istituito Sisto IV (2), abbiamo ben volentieri confermato con la Nostra autorità l’ufficio proprio dell’Immacolata Concezione e ne abbiamo concesso l’uso a tutta la Chiesa (3).
I Papi precisarono l’oggetto del culto dell’Immacolata Concezione di Maria
Ma siccome tutto ciò che si riferisce al culto è strettamente connesso col suo oggetto e non può avere né consistenza né durata, se questo oggetto è mal definito o incerto, i romani Pontefici Nostri predecessori, mentre premurosamente si studiarono di accrescere il culto della Concezione, si preoccuparono anche di spiegarne e inculcarne con ogni impeto l’oggetto e la dottrina. Infatti essi insegnarono chiaramente e apertamente che, nella festa da loro stabilita, si celebrava la concezione della Vergine, e proscrissero, come falsa e contraria al pensiero della Chiesa, l’opinione di coloro che stimavano e affermavano che la Chiesa onorasse non proprio la concezione di Maria, ma la sua santificazione. Né credettero di dover avere maggiori riguardi verso coloro che, per far vacillare la dottrina dell’immacolata concezione, escogitarono una distinzione fra il primo e il secondo istante della concezione, e pretesero che della concezione si festeggiasse non il primo, ma il secondo momento. E in realtà gli stessi Nostri predecessori stimarono loro preciso dovere non solo sostenere con ogni impegno la festa della concezione della Beatissima Vergine, ma anche asserire che vero oggetto del culto era la concezione, considerata nel suo primo istante. Di qui le parole assolutamente perentorie con cui Alessandro VII, Nostro predecessore, espresse il vero pensiero della Chiesa. Egli dichiarò infatti: «è certamente antica la pietà dei fedeli verso la Beatissima Madre Vergine Maria, i quali ritengono che la sua anima, fin dal primo istante della sua creazione e della sua infusione nel corpo, per una speciale grazia e privilegio di Dio, in vista dei meriti di Gesù Cristo, suo figlio e redentore del genere umano, fu preservata immune da ogni macchia di peccato originale; e in questo senso celebrano solennemente la festa della sua concezione» (4).
I Papi proibirono la dottrina contraria
Ma soprattutto i Nostri predecessori si adoperarono con ogni cura, zelo e sforzo a mantenere intatta la dottrina dell’immacolata concezione della Madre di Dio. Infatti, non solo essi assolutamente non tollerarono che venisse da chiunque in qualunque modo biasimata o censurata, ma andarono ancora molto più oltre, proclamando con chiare e reiterate dichiarazioni che la dottrina, con la quale professiamo l’immacolata concezione della Vergine, è e deve essere a buon diritto ritenuta in tutto conforme al culto della Chiesa; è antica e quasi universale; è tale che la Chiesa romana ha preso a favorirla e difenderla; ed è del tutto degna di avere un posto nella stessa sacra liturgia e nelle preghiere più solenni. E non contenti di ciò, affinché la dottrina circa l’immacolata concezione di Maria si conservasse integra, proibirono severissimamente di sostenere, sia in pubblico sia in privato, l’opinione a essa contraria, che vollero in più modi come ferita a morte. E perché queste ripetute e chiarissime dichiarazioni non tornassero vane, vi aggiunsero anche delle sanzioni. Tutto ciò fu espresso dal già ricordato Nostro predecessore Alessandro VII con le seguenti parole:
«Noi abbiamo ben presente che la santa Chiesa romana celebra solennemente la festa della Concezione della intemerata e sempre Vergine Maria, e ha approvato un tempo un ufficio speciale e proprio per detta festa, secondo le disposizioni che allora furono date da Sisto IV, Nostro predecessore. Desideriamo quindi favorire questa lodevole e pia devozione, la festa e il culto a essa prestato e rimasto immutato nella Chiesa romana fin dalla istituzione della medesima; e, dietro l’esempio dei romani Pontefici Nostri predecessori, difendere questo devoto modo di venerare e onorare la Beatissima Vergine, preservata dal peccato originale, per virtù della grazia preveniente dello Spirito Santo. È inoltre Nostra viva preoccupazione conservare nel gregge di Cristo l’unità dello spirito nel vincolo della pace, col togliere le offese e le contese, e rimuovere gli scandali. Perciò, accogliendo le istanze e le suppliche a Noi presentate dai predetti Vescovi, dai capitoli delle loro chiese, e dal re Filippo e dai suoi regni, rinnoviamo le costituzioni e i decreti emanati dai romani Pontefici Nostri predecessori, e specialmente da Sisto IV, Paolo V e Gregorio XV, a difesa della sentenza che sostiene che l’anima della Beata Vergine Maria, nella sua creazione e infusione nel corpo, ebbe il dono della grazia dello Spirito Santo e fu preservata dal peccato originale, e in favore della festa e del culto della concezione della medesima Vergine Madre di Dio, intesi secondo la pia sentenza sopra esposta; e ordiniamo che tali costituzioni e decreti siano pienamente osservati, sotto pena di incorrere nelle censure e nelle altre sanzioni previste dalle costituzioni stesse.
«Decretiamo altresì che tutti coloro che continueranno a interpretare le costituzioni e i decreti sopra ricordati in modo da rendere vano il favore attribuito dalle costituzioni e dai decreti a quella sentenza, alla festa e al culto; che andranno contro questa sentenza, questa festa e questo culto con dispute; o in qualsiasi modo (direttamente o indirettamente) o sotto qualsivoglia pretesto (di esaminare la sua definibilità, di interpretare la sacra Scrittura o i santi padri, o di commentare i dottori) per iscritto o a voce oseranno parlare, predicare, trattare, disputare, precisando, affermando, adducendo argomenti, lasciati poi insoluti, o in qualsiasi altro modo impensabile, oltre a incorrere nelle pene e censure contenute nelle costituzioni di Sisto IV — alle quali vogliamo che essi siano sottoposti e di fatto con questa costituzione li sottoponiamo — sono da Noi privati della facoltà di predicare, di tenere pubbliche lezioni, di insegnare, e di interpretare; sono privati della voce attiva e passiva in ogni specie di elezioni; incorrono «per il fatto stesso», senza bisogno di alcuna dichiarazione, nella pena dell’inabilità perpetua a predicare, a tenere pubbliche lezioni, a insegnare, e a interpretare. Da tali pene poi non potranno essere assolti o dispensati se non da Noi o dai Sommi Pontefici, Nostri successori. Oltre che a queste pene, Noi li assoggettiamo — e con la presente costituzione li dichiariamo soggetti — a tutte quelle altre pene che potranno essere inflitte ad arbitrio Nostro o dei Sommi Pontefici Nostri successori; confermando, al riguardo, le già ricordate costituzioni di Paolo V e Gregorio XV.
«Da ultimo proibiamo e decretiamo soggetti alle pene e alle censure contenute nell’Indice dei libri proibiti, e ordiniamo che siano “per il fatto stesso” e senza bisogno di alcuna dichiarazione considerati proibiti i libri, le prediche, i trattati, le disquisizioni, pubblicati o ancora da pubblicarsi dopo il ricordato decreto di Paolo V, nei quali la suddetta sentenza, festa e culto siano posti in dubbio, o in qualsiasi modo avversati».
Consensi di dotti, Vescovi e famiglie religiose; il Concilio di Trento in armonia con la tradizione
D’altra parte tutti sanno con quanto zelo la dottrina dell’Immacolata Concezione della Vergine Madre di Dio sia stata tramandata, sostenuta e difesa dalle più illustri famiglie religiose, dalle più celebri accademie teologiche e dai dottori più profondi nella scienza delle cose divine. Tutti parimenti conoscono quanto siano stati solleciti i Vescovi nel sostenere apertamente, anche nelle assemblee ecclesiastiche, che la Santissima Vergine Maria, Madre di Dio, in previsione dei meriti del redentore Cristo Gesù, non fu mai soggetta al peccato originale e fu perciò redenta in una maniera più sublime. A tutto ciò si aggiunge il fatto della massima importanza e autorità che lo stesso Concilio di Trento, quando promulgò il decreto dogmatico sul peccato originale, nel quale, secondo le testimonianze della Sacra Scrittura, dei santi Padri e dei più autorevoli concili, stabilì e definì che tutti gli uomini nascono contagiati dal peccato originale, dichiarò tuttavia solennemente che non era sua intenzione comprendere in detto decreto, e nell’estensione di una definizione così generale, la Beata e Immacolata Vergine Maria, Madre di Dio. Con tale dichiarazione infatti i padri tridentini fecero abbastanza chiaramente comprendere, per quelle circostanze, che la Beatissima Vergine Maria fu esente dalla colpa originale; e dimostrarono perciò apertamente che né dalle divine Scritture, né dall’autorità dei padri si può dedurre alcun argomento che sia in qualunque modo in contraddizione con questa prerogativa della Vergine (5).
E in verità, illustri e venerande testimonianze dell’antica Chiesa orientale e occidentale sono là ad attestare che questa dottrina dell’Immacolata Concezione della Beatissima Vergine, sempre più splendidamente spiegata, chiarita e confermata presso tutte le nazioni del mondo cattolico dall’autorevolissimo sentire, dal magistero, dallo zelo, dalla scienza e dalla sapienza della Chiesa, è sempre esistita nella Chiesa medesima, come ricevuta per tradizione, e rivestita del carattere di dottrina rivelata. Infatti la Chiesa di Cristo, custode e vindice delle dottrine a lei affidate, non le ha mai alterate, né con aggiunte né con diminuzioni; ma tratta con tutti gli accorgimenti e la sapienza quelle che l’antichità ha delineato e i padri hanno seminato; e cerca di limare e affinare quelle antiche dottrine della divina rivelazione, in modo che ricevano chiarezza, luce e precisione. Così, mentre conservano la loro pienezza, la loro integrità e il loro carattere, si sviluppano soltanto secondo la loro propria natura, ossia nello stesso pensiero, nello stesso senso.
Pensiero dei padri e degli scrittori ecclesiastici
Ora, i padri e gli scrittori ecclesiastici, ammaestrati dai divini insegnamenti, nei libri che scrissero per spiegare la Scrittura, per difendere i dogmi e per istruire i fedeli, ebbero soprattutto a cuore di predicare ed esaltare, in molteplice e meravigliosa gara, la somma santità, la dignità e l’immunità della Vergine da ogni macchia di peccato, e la sua piena vittoria sul crudelissimo nemico del genere umano. Per tale motivo, nello spiegare le parole con le quali Dio, fin dalle origini del mondo, annunziò i rimedi preparati dalla sua misericordia per la rigenerazione degli uomini, confuse l’audacia del serpente ingannatore e rialzò mirabilmente le speranze del genere umano: «Porrò inimicizia fra te e la donna, fra la stirpe tua e la stirpe di lei» (Gn 3, 15), essi insegnarono che con questa divina profezia fu chiaramente e apertamente indicato il misericordiosissimo Redentore del genere umano, cioè il Figlio unigenito di Dio, Gesù Cristo; fu designata la sua Beatissima Madre, la Vergine Maria; e fu insieme nettamente espressa l’inimicizia dell’uno e dell’altra contro il demonio. In conseguenza di ciò, come Cristo, mediatore fra Dio e gli uomini, assunta la natura umana, distrusse il decreto di condanna che c’era contro di noi, attaccandolo trionfalmente alla croce; così la Santissima Vergine, unita con Lui da un legame strettissimo e indissolubile, fu insieme con Lui e per mezzo di Lui, l’eterna nemica del velenoso serpente, e ne schiacciò la testa col suo piede immacolato.
Figure bibliche della Vergine Maria
Di questo nobile e singolare trionfo della Vergine, della sua eccellentissima innocenza, purezza e santità, della sua immunità dal peccato originale e dell’ineffabile abbondanza e grandezza di tutte le sue grazie, virtù e privilegi, gli stessi padri videro una figura nell’arca di Noè, che, fabbricata per ordine di Dio, rimase completamente salva e incolume dal comune naufragio; nella scala, che Giacobbe dalla terra vide giungere fino al cielo: scala per i cui gradini gli angeli salivano e scendevano, e alla cui sommità stava il Signore stesso; nel roveto, che sebbene visto da Mosè, nel luogo santo, ardere da ogni parte in mezzo a fiamme crepitanti, tuttavia non si consumava né soffriva alcun danno, ma continuava a essere mirabilmente verde e fiorito; in quella torre inespugnabile, posta di fronte al nemico, dalla quale pendono mille scudi e tutta l’armatura dei forti; in quell’orto chiuso, che non può essere violato o danneggiato da nessuna frode o da nessuna insidia; in quella splendente città di Dio, che ha le sue fondamenta sopra montagne sante; in quell’augusto tempio di Dio che, rifulgente dei divini splendori, è pieno della gloria del Signore; e infine, in tutte quelle altre innumerevoli figure, nelle quali i padri ravvisarono e tramandarono il chiaro preannunzio dell’eccelsa dignità della Madre di Dio, della sua illibata innocenza e della sua santità, mai soggetta a nessuna macchia.
Espressioni dei profeti; l’«Ave Maria » e il «Magnificat »
Gli stessi padri, per descrivere questo meraviglioso complesso di doni divini e l’innocenza originale della Vergine, Madre di Gesù, ricorsero anche agli scritti dei profeti, e celebrarono la stessa augusta Vergine come una colomba monda; come una Gerusalemme santa; come il trono eccelso di Dio; come arca santificata; come la casa, che l’eterna sapienza edificò per se stessa; e come quella Regina, che ricolma di delizie e appoggiata al suo Diletto, uscì dalla bocca dell’Altissimo assolutamente perfetta, bella, carissima a Dio, e mai imbrattata da macchia di colpa. Siccome poi gli stessi padri e gli scrittori ecclesiastici consideravano che l’angelo Gabriele, nel dare alla Beatissima Vergine l’annunzio dell’altissima dignità di Madre di Dio, l’aveva chiamata, per comando di Dio stesso piena di grazia, insegnarono che con questo singolare e solenne saluto, mai udito prima di allora, si dimostrava che la Madre di Dio era la sede di tutte le grazie di Dio, era ornata di tutti i carismi dello Spirito divino; anzi era un tesoro quasi infinito e un abisso inesauribile dei medesimi carismi; così che, non solo non fu mai soggetta a maledizione, ma fu anche, insieme col suo Figlio, partecipe di perpetua benedizione: degna di essere chiamata da Elisabetta, mossa dallo Spirito di Dio: «Benedetta tu tra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo» (Lc 1, 42).
Parallelismo con Eva
Da queste interpretazioni si desume, chiara e concorde, l’opinione dei padri: la Gloriosissima Vergine, per la quale grandi cose ha fatto Colui che è potente, risplendette di tale abbondanza di doni celesti, di tale pienezza di grazia e di tale innocenza che divenne come il miracolo di Dio per eccellenza, anzi il culmine di tutti i suoi miracoli, e degna Madre di Dio; così che collocata, per quanto è possibile a una creatura, il più vicino a Dio, divenne superiore a tutte le lodi degli uomini e degli angeli. Di conseguenza, per dimostrare l’innocenza e la giustizia originale della Madre di Dio, non solo la paragonarono spessissimo a Eva ancora vergine, ancora innocente, ancora incorrotta e non ancora ingannata dalle mortali insidie del serpente menzognero, ma la anteposero lei con una meravigliosa varietà di parole e di espressioni. Eva infatti sventuratamente ascoltò il serpente e decadde dall’innocenza originale e divenne sua schiava; invece la Beatissima Vergine accrebbe continuamente il dono avuto alla sua origine, e, ben lungi dal prestare ascolto al serpente, col divino aiuto ne infranse completamente la violenza e il potere.
Espressioni di lode
Perciò non cessarono mai di attribuire alla Madre di Dio i nomi più belli: di giglio tra le spine; di terra assolutamente intatta, verginale, illibata, immacolata, sempre benedetta e libera da ogni contagio di peccato, dalla quale fu formato il nuovo Adamo; di giardino ordinatissimo, splendido, amenissimo, di innocenza e di immortalità, delizioso, piantato da Dio stesso e difeso da tutte le insidie del serpente velenoso; di legno immarcescibile, che il tarlo del peccato non corrose mai; di fonte sempre limpida e segnata dalla potenza dello Spirito Santo; di tempio divinissimo; di scrigno dell’immortalità, di unica e sola figlia, non della morte, ma della vita; di germoglio non d’ira, ma di grazia, che, sebbene spuntasse da una radice corrotta e infetta, per una divina e provvidenziale eccezione alla legge generale, fu sempre verdeggiante e fiorente. Ma, come se tutti questi modi di dire, benché splendidissimi, non bastassero, essi affermarono inoltre, con espressioni ben chiare e precise, che, quando si tratta di peccati, la Vergine Maria non deve neppure essere nominata; perché a essa fu data una grazia superiore a quella che si concede agli altri, affinché vincesse totalmente ogni specie di peccato. Asserirono anche che la gloriosissima Vergine fu la riparatrice dei suoi progenitori; la vivificatrice dei posteri; colei che l’Altissimo, da tutti i secoli, si era scelta e preparata; che fu da Dio preannunciata, quando disse al serpente: «Porrò inimicizia fra te e la donna»; che senza dubbio schiacciò il capo velenoso dello stesso serpente. Essi perciò affermarono che la medesima Beatissima Vergine fu per grazia immune da ogni macchia di peccato e libera da ogni contagio di corpo, di anima e di intelletto; che, essendo stata unita e congiunta con Dio da un’eterna alleanza, non fu mai nelle tenebre, ma in una luce perenne; e quindi pienamente degna di divenire abitazione di Cristo, non per le disposizioni del suo corpo, ma per la grazia originale.
A queste poi essi aggiunsero altre nobilissime espressioni. Parlando della Concezione della Vergine, attestarono che la natura cedette davanti alla grazia: si fermò tremante e non osò avanzare. La Vergine Madre di Dio non doveva essere concepita da Anna, prima che la grazia affermasse il suo potere: poiché doveva essere concepita quella primogenita, da cui sarebbe stato poi concepito il Primogenito di tutte le creature. Professarono che la carne della Vergine, benché derivata da Adamo, non contrasse le sue macchie; che, perciò, la Beatissima Vergine fu quel tabernacolo fabbricato da Dio, formato dallo Spirito Santo, e veramente di porpora, che quel nuovo Beseleel tessé in oro e con varietà di ricami; che Ella fu di fatto e giustamente celebrata, perché capolavoro di Dio, perché sfuggì agli strali infocati del maligno, e perché, bella per natura e assolutamente immune da ogni macchia, nella sua concezione immacolata comparve nel mondo come un’aurora di perfetto splendore. Infatti non era conveniente che quel vaso di elezione fosse offuscato dal difetto che offusca tutti gli altri, perché esso fu diversissimo dagli altri, e se ebbe con essi comune la natura, non ebbe comune la colpa; conveniva, anzi, che l’Unigenito, come ebbe nei cieli un Padre, dai serafini esaltato come tre volte santo, così avesse sulla terra una Madre, a cui non fosse mai mancato lo splendore della santità. E questa dottrina era così radicata nella mente e nell’animo degli antichi che parlando della Madre di Dio solevano usare termini veramente straordinari e singolari. La chiamavano spessissimo: immacolata, in tutto e per tutto immacolata; innocente, anzi specchio d’innocenza illibata e illibata in ogni senso; santa e lontanissima da ogni macchia di peccato; tutta pura e tutta intemerata, anzi l’esemplare della purezza e dell’innocenza; più bella della bellezza, più graziosa della grazia, più santa della santità; la sola santa; la purissima di anima e di corpo, che sorpassò ogni integrità e ogni verginità; la sola che divenne sede di tutte le grazie dello Spirito Santo; così alta che, dopo Dio solo, fu superiore a tutti; per natura più bella, più graziosa e più santa degli stessi cherubini e serafini e di tutte le schiere degli angeli; superiore a tutte le lodi del cielo e della terra. E nessuno ignora che questo linguaggio fu quasi spontaneamente introdotto anche nelle pagine della santa liturgia e degli uffici ecclesiastici, nei quali ricorre spessissimo con tono quasi dominante. In quelle pagine, infatti, la Madre di Dio è invocata ed esaltata come unica colomba d’incorruttibile bellezza e come la rosa sempre fresca. E invocata e lodata come purissima, sempre immacolata e sempre beata; anzi come l’innocenza stessa che non fu mai lesa, e come la seconda Eva, che diede alla luce l’Emanuele.
Consenso unanime dei Vescovi e petizioni per la definizione del dogma
Nessuna meraviglia perciò, se i Pastori della Chiesa e il popolo fedele si sono sempre compiaciuti di professare con tanta pietà, devozione e amore la dottrina dell’Immacolata Concezione della Vergine Madre di Dio, che, a giudizio dei padri, è contenuta nella sacra Scrittura, è stata tramandata da tante loro importantissime testimonianze, è espressa e celebrata da tanti illustri monumenti della veneranda antichità, ed è proposta e confermata dal più alto e più autorevole magistero della Chiesa. Nessuna meraviglia perciò, se Pastori e fedeli hanno sempre dimostrato di non avere nulla di più dolce e di più caro che onorare, venerare, invocare ed esaltare dappertutto con fervidissimo affetto la Vergine Madre di Dio, concepita senza il peccato originale. Perciò fin dai tempi più antichi, Vescovi, ecclesiastici, ordini regolari e anche imperatori e re presentarono vive istanze a questa Sede apostolica, affinché fosse definita come dogma di fede cattolica l’Immacolata Concezione della Santissima Madre di Dio. Domande che furono ripetute anche ai nostri tempi e presentate specialmente al Nostro Predecessore, di felice memoria, Gregorio XVI, e a Noi stessi dai Vescovi, dal clero secolare, da famiglie religiose, come anche da sovrani e da popoli fedeli.
Lavoro preparatorio
Noi pertanto, ben conoscendo e attentamente considerando tutte queste cose con singolare gioia del Nostro cuore, appena fummo innalzati, per imperscrutabile disposizione della divina provvidenza, a questa sublime cattedra di Pietro, e, sebbene immeritevoli, prendemmo in mano il governo di tutta la Chiesa, nulla certo avemmo più a cuore — data la tenerissima venerazione, pietà e affetto che fin dai primi anni nutriamo verso la Santissima Vergine Maria Madre di Dio — che condurre a compimento tutto ciò che ancora poteva essere nei voti della Chiesa, perché fosse accresciuto l’onore della Beatissima Vergine e risplendessero di nuova luce le sue prerogative. Ma volendo procedere con ogni prudenza, costituimmo una speciale commissione di venerabili Nostri fratelli Cardinali della santa Chiesa di Roma, illustri per pietà, per ponderatezza di giudizio e per scienza delle cose divine, e scegliemmo tra il clero secolare e quello regolare uomini particolarmente versati nelle discipline teologiche, con l’incarico di esaminare con la maggiore diligenza tutto ciò che riguarda l’immacolata concezione della Vergine, e ci riferissero poi il loro parere. E quantunque le istanze a Noi dirette al fine di implorare la definizione dell’Immacolata Concezione, ci avessero già abbastanza dimostrato quale fosse il pensiero di moltissimi Vescovi, tuttavia il 2 febbraio 1849 mandammo da Gaeta un’Enciclica a tutti i venerabili fratelli Vescovi del mondo cattolico, affinché, dopo aver pregato Dio, ci facessero sapere, anche per iscritto, quale fosse la pietà e la devozione dei loro fedeli verso l’immacolata concezione della Madre di Dio; che cosa pensassero, specialmente essi — i Vescovi — della definizione in progetto; e, da ultimo, quali desideri avessero da esprimere, perché il Nostro supremo giudizio potesse essere manifestato con la maggiore solennità possibile.
E in verità assai grande è stata la consolazione che abbiamo provato, quando ci sono giunte le risposte dei medesimi venerabili fratelli. Essi infatti con lettere, dalle quali traspare un incredibile, gioioso entusiasmo, non solo ci hanno nuovamente confermato la loro personale opinione e devozione e quella del loro clero e dei loro fedeli, ma ci hanno anche chiesto con voto, che si può dire unanime, che, col Nostro supremo giudizio e autorità definiamo l’immacolata concezione della stessa Vergine. Né minore è stata la Nostra letizia quando i venerabili Nostri fratelli Cardinali della santa Chiesa di Roma, membri della menzionata particolare commissione e i predetti teologi consultori, da Noi scelti, dopo un diligente esame della questione, ci hanno con uguale sollecitudine e fervore domandato anch’essi la definizione dell’immacolata concezione della Madre di Dio.
Dopo tutto questo, seguendo i chiari esempi dei Nostri predecessori, e desiderando procedere secondo le norme tradizionali, abbiamo indetto e tenuto un concistoro, nel quale abbiamo rivolto un’allocuzione ai venerabili Nostri fratelli Cardinali della santa Chiesa di Roma, e con somma consolazione del Nostro animo li abbiamo uditi pregarCi di voler pronunciare la definizione dogmatica dell’immacolata concezione della Vergine Madre di Dio.
Ci siamo quindi fermamente persuasi nel Signore che sia giunto il tempo opportuno per definire l’immacolata concezione della Vergine Madre di Dio, che la sacra Scrittura, la veneranda tradizione, il costante sentire della Chiesa, il singolare consenso dei Vescovi cattolici e dei fedeli, e gli atti memorabili e le costituzioni dei Nostri predecessori mirabilmente illustrano e spiegano. Pertanto, dopo aver diligentissimamente considerato ogni cosa e aver innalzato assidue e fervorose preghiere a Dio, abbiamo stimato di non dover più tardare a sancire e definire con il Nostro supremo giudizio l’immacolata concezione della medesima Vergine; e così soddisfare i piissimi desideri del mondo cattolico e la Nostra devozione verso la stessa Santissima Vergine, e insieme onorare sempre più in lei il suo Figlio unigenito, nostro Signore Gesù Cristo; poiché sono tutti convinti che tutto l’onore e la gloria, che si rende alla Madre, ridonda sul suo Figlio.
La definizione del dogma
Perciò, dopo aver offerto senza interruzione, nell’umiltà e nel digiuno, le Nostre private preghiere e quelle pubbliche della Chiesa a Dio Padre, per mezzo del suo Figlio, affinché si degnasse di dirigere e sostenere la Nostra mente con la virtù dello Spirito Santo; dopo aver implorato il soccorso di tutta la corte celeste, e invocato con gemiti lo Spirito consolatore, per sua ispirazione, a onore della Santa e indivisibile Trinità, a decoro e ornamento della Vergine Madre di Dio, a esaltazione della fede cattolica, e a incremento della religione cristiana, con l’autorità di nostro Signore Gesù Cristo, dei beati apostoli Pietro e Paolo e Nostra, dichiariamo, pronunziamo e definiamo: La dottrina, che sostiene che la Beatissima Vergine Maria nel primo istante della sua concezione, per singolare grazia e privilegio di Dio onnipotente, in vista dei meriti di Gesù Cristo, salvatore del genere umano, è stata preservata immune da ogni macchia di peccato originale, è stata rivelata da Dio e perciò si deve credere fermamente e inviolabilmente da tutti i fedeli. Quindi, se qualcuno (che Dio non voglia!) deliberatamente presumerà di pensare diversamente da quanto è stato da Noi definito, conosca e sappia di essere condannato dal suo proprio giudizio, di aver fatto naufragio nella fede, di essersi separato dall’unità della Chiesa, e di essere inoltre incorso da sé, «per il fatto stesso», nelle pene stabilite dalle leggi contro colui che osa manifestare oralmente o per iscritto, o in qualsiasi altro modo esterno, gli errori che pensa nel suo cuore.
Sentimenti di speranza ed esortazione finale
La Nostra bocca è piena di gioia e le Nostre labbra di esultanza, e rendiamo e renderemo sempre i più umili e i più vivi ringraziamenti a nostro Signore Gesù Cristo, per averci concesso la grazia singolare di potere, sebbene immeritevoli, offrire e decretare questo onore, questa gloria e questa lode alla sua Santissima Madre. E poi riaffermiamo la Nostra più fiduciosa speranza nella Beatissima Vergine, che, tutta Bella e Immacolata, ha schiacciato il capo velenoso del crudelissimo serpente, e ha portato la salvezza al mondo; in Colei, che è gloria dei profeti e degli apostoli, onore dei martiri, letizia e corona i tutti i santi; sicurissimo rifugio e fedelissimo aiuto di tutti coloro che sono in pericolo; potentissima mediatrice e riconciliatrice di tutto il mondo presso il suo Figlio unigenito; fulgidissima bellezza e ornamento della Chiesa e sua saldissima difesa. Riaffermiamo la Nostra speranza in Colei che ha sempre distrutto tutte le eresie, ha salvato i popoli fedeli da gravissimi mali di ogni genere, e ha liberato Noi stessi da tanti pericoli, che ci sovrastano. Noi confidiamo che Ella voglia, con la sua validissima protezione, fare sì che la nostra santa madre, la Chiesa cattolica, superate tutte le difficoltà e sconfitti tutti gli errori, prosperi e fiorisca ogni giorno più presso tutti i popoli e in tutti i luoghi, dal mare al mare, e dal fiume sino ai confini della terra, e abbia pace, tranquillità e libertà completa; che i rei ottengano il perdono, i malati la salute, i timidi la forza, gli afflitti la consolazione, i pericolanti l’aiuto; che tutti gli erranti, diradata la nebbia della loro mente, ritornino sulla via della verità e della giustizia, e si faccia un solo ovile sotto un solo pastore.
Ascoltino le Nostre parole tutti i carissimi figli Nostri e della Chiesa cattolica, e con sempre più ardente fervore di devozione, di pietà e di amore continuino a venerare, a invocare, a supplicare la Beatissima Vergine Maria Madre di Dio, concepita senza il peccato originale, e ricorrano con ogni fiducia a questa dolcissima Madre di misericordia e di grazia, in tutti i pericoli, in tutte le angustie, in tutte le necessità, in tutti i dubbi e in tutte le trepidazioni. Non vi può essere infatti motivo di timore o di disperazione quando Ella è la nostra guida e il nostro auspicio, quando Ella ci è propizia e ci protegge; poiché Ella ha un cuore materno per noi e, mentre tratta gli affari che riguardano la salvezza di ciascuno di noi, è sollecita di tutto il genere umano. Costituita da Dio Regina del cielo e della terra, ed esaltata al di sopra di tutti i cori degli angeli e di tutte le schiere dei santi, sta alla destra del suo Figlio unigenito, nostro Signore Gesù Cristo, e supplica con le sue potentissime preghiere di Madre; trova ciò che cerca, e non può rimanere inascoltata.
Infine, perché questa Nostra definizione dell’immacolata concezione della Beatissima Vergine Maria possa essere portata a conoscenza della Chiesa universale, stabiliamo che quale perpetuo ricordo della definizione resti questa Nostra Lettera apostolica, e ordiniamo che alle sue trascrizioni o copie, anche a stampa, purché firmate per mano di qualche pubblico notaio e munite del sigillo di qualche dignitario ecclesiastico, si presti assolutamente la stessa fede che si presterebbe alla presente, se essa fosse esibita o mostrata. Nessuno dunque si permetta di infrangere questo testo della Nostra dichiarazione, proclamazione e definizione, né di avversarlo e contravvenirgli. Che se qualcuno poi avesse l’ardire di tentarlo, sappia che incorre nell’indignazione di Dio onnipotente e dei beati Pietro e Paolo, suoi apostoli.
Roma, presso S. Pietro, nell’anno dell’Incarnazione del Signore 1854, 8 dicembre, anno IX del Nostro pontificato.
PIO IX
NOTE
1) Cfr Gregorius XVI, Epist. Summa quidem animi, 23 apr. 1845: Gregorii Pp. XVI Acta. vol. III, p. 392.
2) Sixtus IV, Const. ap. Cum praeexcelsa, 27 febr. 1477: Denz 1400.
3) S. Congregatio Rituum, Decr. 30 sept. 1847.
4) Alexander VII, Const. Sollicitudo omnium Ecclesiarum, 8 dec. 1661: Denz 2015.
5) Concilium Tridentinum, sess. V, Decr. de peccato originali, n. 6: Denz 1516.
Dopo l’omicidio di una giovane donna, Giulia Cecchettin, avvenuto lo scorso 11 novembre, l’Italia ha scoperto di essere minacciata dal “patriarcato”. Il titolo di un dossier del quotidiano La Repubblica del 24 novembre è eloquente: “Femminicidi fermiamo la strage”. La tesi, che è la stessa diffusa dai mass-media, dai social e da ogni tipo di influencer, è che esiste una strage di femminicidi e la responsabilità va attribuita alla cultura del “patriarcato”, ancora dominante. Bisogna combattere il patriarcato per fermare la violenza contro le donne.
Il patriarcato era un sistema sociale che sanciva l’autorità dell’uomo e la divisione dei ruoli all’interno della famiglia. L’autorità paterna è stata sempre considerata, ad eccezione del tempo presente, come uno degli elementi invariabili dell’ordine sociale, necessaria a tutti i popoli e in tutti i tempi. Per secoli, il padre ha esercitato nella famiglia il ruolo che il sovrano esercitava nella società politica (la stessa parola patria deriva da padre) e che il Papa, il “Santo Padre” esercita nella Chiesa. Ancora cinquant’anni fa era questo il modello familiare italiano: il padre doveva guidare la famiglia e provvedere al suo mantenimento economico, la madre si occupava della casa e dell’educazione dei figli, che erano numerosi. Il nucleo familiare comprendeva spesso anche i nonni, depositari di una tradizione che si trasmetteva di generazione in generazione.
Questo sistema sociale è stato distrutto dalla rivoluzione culturale del Sessantotto, e da ciò che ad essa è seguito: leggi come il divorzio, l’aborto e, in Italia, soprattutto la legge sul nuovo diritto di famiglia del 22 aprile 1975, che ha decapitato l’autorità paterna, abolendo la preminenza giuridica del padre contribuendo alla scomparsa dell’autorità e dell’identità nelle famiglie italiane.
Tra gli ideologi del ‘68, ricordiamo anche i teorici della “antipsichiatria”, come David Cooper, autore di un libro più volte ristampato da Einaudi, dal titolo significativo La morte della famiglia. Questa era la convinzione che iniziò a diffondersi alla fine degli anni Sessanta del Novecento: l’estinzione, prossima e inevitabile, dell’istituto famigliare. In quel saggio, Cooper proponeva di cancellare il ruolo paterno sostituendolo con quello fraterno, auspicando quindi una paradossale società di fratelli senza padre, anzi di fratelli perché assassini del Padre: come era successo nel 1793 con l’assassinio del Re di Francia, come auspicava Nietzsche profetizzando l’assassinio di Dio Padre.
Il processo di democratizzazione della Chiesa, della società e della famiglia è un tutt’uno. La distruzione della famiglia doveva far leva particolarmente sulla “liberazione” della donna. Il femminismo ha preteso di abolire la distinzione dei ruoli maschile e femminile, distruggendo la vocazione naturale alla maternità e alla femminilità. La rivendicazione del “diritto” di aborto e di contraccezione è stata avanzata come diritto della donna ad autodeterminare il proprio corpo e la propria sessualità, liberandosi dall’autorità maschile e dal “peso” della maternità. Alla mascolinizzazione della donna ha corrisposto la devirilizzazione dell’uomo, promossa a tutto spiano dalla moda, dalla pubblicità e dalla musica. La teoria del gender è un punto di arrivo, ma gli slogan contro la cultura del patriarcato che oggi risuonano, hanno la loro origine in manifestazioni femministe come quella che si svolse a Roma il 6 dicembre 1975, animata da circa ventimila donne, che ritmavano slogan come questo: «Non più mogli, madri, figlie! Distruggiamo le famiglie!».
E la famiglia è stata distrutta. Si è dissolta l’autorità del padre, si sono soppressi i ruoli di genere e tutti i componenti della famiglia, padre, madre e figli, soffrono una profonda crisi di identità. La famiglia patriarcale non esiste più in Italia, salvo poche isole felici. E in queste poche isole che più che patriarcali dovremmo definire naturali, la moglie rispetta il marito e i figli rispettano i genitori, e la donna non viene uccisa, ma è amata e rispettata. L’assassino di Giulia Cecchettin non è figlio della cultura del patriarcato, ma della cultura sessantottina, relativista e femminista che oggi permea la società intera e di cui tutti sono responsabili e vittime allo stesso tempo.
Ma la crisi della famiglia va oltre la fine della famiglia patriarcale. L’Italia si avvia ad essere una società di “single”, senza più famiglie. Secondo l’ultimo rapporto del CENSIS sulla situazione sociale del paese, nel 2040 solo una coppia su 4, cioè il 25,8% del totale, avrà figli e le famiglie composte da una sola persona saranno il 37%. Il 34% degli italiani saranno anziani e soli. Ciò perché oggi è in crisi non solo la famiglia, ma l’esistenza stessa di una coppia. Non solo ci si sposa sempre di meno, e si mettono al mondo meno figli, ma si convive anche di meno, perché si rifugge dall’idea di avere una qualsiasi responsabilità verso un partner o compagno, che si ha paura di avere troppo a lungo vicino.
Il cosiddetto femminicidio non è frutto della vecchia cultura patriarcale, ma della nuova cultura anti-patriarcale, che confonde le idee, fragilizza i sentimenti, destabilizza la psiche, privata di quel sostegno naturale che, fin dalla nascita, offriva la famiglia, con suoi punti di sicurezza, paterni e materni. L’uomo è solo con i suoi incubi, le sue paure, le sue angosce, sull’orlo di un abisso: l’abisso del vuoto in cui si precipita quando si rinuncia ad essere ciò che si è, quando si abbandona la propria natura immutabile e permanente di uomo, di donna, di padre, di madre, di figlio. E se tutti parlano di femminicidio, nessuno parla di un crimine ben più esteso e diffuso: quello di infanticidio, commesso ogni in giorno in Italia, in Europa e nel mondo, da padri e madri che esercitano la massima delle violenze contro il proprio figlio innocente, prima ancora che egli veda la luce. Una società che uccide i suoi figli è condannata a morte e l’alito della morte, sotto ogni forma, non solo quella del femminicidio, si fa sentire sempre di più. La vita, la restaurazione della società, è possibile solo riconquistando il modello naturale e divino della famiglia. Per fermare la follia che distrugge la nostra società bisogna tornare, con l’aiuto di Dio, al modello di famiglia patriarcale, fondata sull’autorità del padre, capo della famiglia e sulla santità della madre, che ne costituisce il cuore: uniti entrambi nel compito di procreare ed educare dei figli per farne dei cittadini del cielo. L’alternativa è l’inferno, che già inizia su questa terra.
In un messaggio a firma del cardinale segretario di Stato Parolin, in occasione di un incontro nazionale a Parigi, Francesco sottolinea che lo stile pastorale di “vicinanza, compassione, umiltà, gratuità, pazienza” è diventato una necessità “per evitare di non essere credibili né ascoltati”, in una società dove la figura del sacerdote ha perso per molti ogni “autorità naturale” ed è “addirittura infangata”. Ribadito il valore del celibato, “perché Gesù era celibe”
Alessandro Di Bussolo – Città del Vaticano – 1 Dicembre 2023
L’unico modo per portare avanti la nuova evangelizzazione, oggi che anche in Francia la figura sacerdotale ha perso per molti “ogni autorità naturale” ed è “addirittura infangata” è l’adozione “di uno stile pastorale di vicinanza, compassione, umiltà, gratuità, pazienza, dolcezza, dono radicale di sé agli altri, semplicità e povertà”. Insomma, con “l’odore delle pecore”. Innumerevoli santi sacerdoti “hanno adottato questo stile in passato, ma oggi è diventato una necessità per evitare di non essere credibili né ascoltati”. Lo scrive Papa Francesco in un messaggio a firma del cardinale segretario di Stato, Pietro Parolin, indirizzato ai partecipanti all’incontro di oltre 700 seminaristi e formatori di seminari francesi, riuniti, dopo dieci anni, a Parigi dall’1 al 3 dicembre.
Amate Gesù e vincerete ogni crisi
Per vivere questa esigente, “perfezione sacerdotale, e affrontare le sfide e le tentazioni che incontrerete sulla vostra strada”, c’è – sottolinea il Papa – “una sola soluzione: alimentare una relazione personale, forte, viva e autentica con Gesù”. Amate Gesù più di ogni altra cosa, è il suo consiglio ai seminaristi, “che il suo amore vi basti, e uscirete vittoriosi da tutte le crisi, da tutte le difficoltà”. Nel suo messaggio, il Papa “rende grazie per la chiamata singolare” che il Signore ha rivolto ai giovani seminaristi francesi, e anche “per la risposta coraggiosa che desiderate dare a questa chiamata”. È motivo di ringraziamento, di speranza e di gioia, prosegue, “constatare che molti giovani – e meno giovani – osano ancora, con la generosità e l’audacia della fede, e nonostante i tempi difficili che le nostre Chiese e le nostre società occidentali secolarizzate stanno attraversando, impegnarsi nella sequela del Signore per il suo servizio e per quello dei propri fratelli e sorelle”.
Grazie a voi, insiste il Pontefice, “perché donate gioia e speranza alla Chiesa in Francia che vi attende e ha bisogno di voi”. Perché siate ciò che il sacerdote deve essere, partecipe “della autorità con la quale Cristo stesso fa crescere, santifica e governa il proprio corpo”, configurato a Cristo e che quando celebra Messa, rendendone presente il sacrificio, “si offre in unione con Lui sull’altare e vi depone l’offerta di tutto il Popolo di Dio e di ogni fedele”. Al centro della vostra identità, configurata a Gesù, scrive ancora Francesco, “si trova il celibato. Il sacerdote è celibe – e vuole esserlo –semplicemente perché Gesù lo era. L’esigenza del celibato non è anzitutto teologica, ma mistica”.
Le modalità del ministero devono tenere conto della società
Il messaggio a firma di Parolin ricorda che oggi “la figura sacerdotale viene molto spesso distorta in alcuni ambienti, relativizzata, talvolta considerata subalterna”. Ma “non spaventatevi troppo” aggiunge, perché nessuno cambierà mai la natura del sacerdozio, “anche se le modalità del suo esercizio devono necessariamente tener conto delle evoluzioni della società attuale e della situazione di grave crisi vocazionale che stiamo vivendo”. Quindi il Papa sottolinea che per queste evoluzioni, anche in Francia, la Chiesa e la figura del sacerdote, non vengono più riconosciute.
Il prete “ha perso agli occhi della maggior parte della gente ogni prestigio” ed è addirittura infangato. Quindi “per trovare ascolto presso le persone che incontriamo” e procedere con “la nuova evangelizzazione richiesta da Papa Francesco, affinché ognuno abbia un incontro personale con Cristo”, l’unico modo è l’adozione di uno stile pastorale di vicinanza, compassione, umiltà, gratuità, semplicità e povertà. Un sacerdote, perciò, che conosca “l’odore delle pecore”, e che cammini con esse, al loro ritmo. È così che il sacerdote “toccherà il cuore dei suoi fedeli, conquisterà la loro fiducia e farà loro incontrare Cristo”.
Santa Teresa del Bambino Gesù, una maestra di vita spirituale
Per questo amare “Gesù più di ogni altra cosa”, è il consiglio del Vescovo di Roma ai seminaristi, vi farà uscire “vittoriosi da tutte le crisi”. Perché se Gesù mi basta, “non ho bisogno di grandi consolazioni nel ministero, né di grandi successi pastorali, né di sentirmi al centro di vaste reti relazionali”. E nemmeno “di affetti disordinati, né di notorietà, né di avere grandi responsabilità, né di fare carriera”, né di essere migliore degli altri. Se, al contrario, “soccombo a una di queste tentazioni o debolezze, è perché Gesù non mi basta e io vengo meno all’amore”.
Cari seminaristi, conclude Papa Francesco, “abbiate sempre come prima preoccupazione rispondere” alla chiamata alla comunione di Gesù, e “rafforzare la vostra unione con Colui che si degna di fare di voi degli amici”, che è fedele “e vi renderà felici”. E raccomanda loro, come maestra di vita spirituale, Santa Teresa del Bambino Gesù e del Volto Santo, in questo 150° anniversario della sua nascita. Lei che “respira” costantemente il Nome di Gesù, il suo “unico amore”, vi guiderà “sulla via della fiducia che vi sosterrà ogni giorno e vi farà restare in piedi sotto lo sguardo del Signore quando vi chiamerà a sé”. Il Papa invia la sua benedizione e affida all’intercessione e protezione di “Nostra Signora dell’Assunzione, Patrona della Francia, voi e tutti i membri delle vostre comunità di seminari”.
La denuncia contro l’Onu e i movimenti femministi rimasti in silenzio sui crimini di Hamas nei confronti delle donne dei kibbutz.
«Alla vigilia del 25 novembre ci siamo dette che non potevamo aspettare un giorno in più. Era necessario far sentire la nostra voce, la voce delle donne israeliane sopravvissute al massacro del 7 ottobre. E di tutte coloro che, purtroppo, non ce l’hanno fatta».
Sono le parole di Liron Kroll, direttrice creativa della campagna #MeToo_Unless Ur_A_Jew (“MeToo, a meno che tu sia ebrea), organizzata in occasione della Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza sulle donne, istituita nel 1999 dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite.
Proprio grazie alla sua professione di direttore artistico, Liron si è attivata fin dal 7 ottobre nell’aiutare chi è stato più colpito dal massacro di Hamas, a partire delle famiglie degli ostaggi.
«Molte di loro sono donne: madri, figlie, nonne – ci racconta –. E la loro pena è doppia. Non solo per quello che hanno subìto durante quel Sabato Nero, ma anche perché a questo dolore si aggiunge il silenzio del mondo: il fatto che quel dolore non venga riconosciuto all’estero. Che non venga addirittura riconosciuto dall’Onu e da quei gruppi femministi che il 25 novembre sfilavano per le strade delle capitali europee e americane».
Sono trascorsi ormai più di 50 giorni dal 7 ottobre, giorno in cui Hamas, nel commettere il più grande massacro nella storia di Israele, si è macchiato anche di gravissimi crimini e violenze sessuali nei confronti delle donne. Israeliane soprattutto. Ma non solo israeliane: sono, infatti, 28 le nazionalità tra i 239 ostaggi che sono stati rapiti nella Striscia.
Eppure, fuori da Israele, permane una riluttanza nel denunciare le atrocità commesse dal gruppo terrorista nei confronti delle donne. E questo anche se il gruppo Hamas abbia fornito prove fin troppo evidenti delle atrocità di cui si è reso protagonista pubblicando in tempo reale i filmati delle giovani rapite, fatte sfilare per Gaza picchiate, ferite, umiliate, violentate, molte con i pantaloni insanguinati.
Il silenzio caratterizza persino quelle attiviste dedite proprio alla difesa dei diritti delle donne. Nel denunciare tutto questo, Nicole Lampert, firma di Haaretz, mette in luce anche un aspetto che riguarda le donne a Gaza: «Ci si sarebbe aspettati una ferma condanna da parte dei gruppi femministi ben prima del 7 ottobre, quando le credenziali di Hamas in fatto di femminismo non erano certo brillanti visto che il gruppo impone l’uso dell’hijab, ha reso illegale viaggiare senza un tutore maschio e si è rifiutato di vietare gli abusi fisici o sessuali all’interno della famiglia».
Invece, la maggior parte dei movimenti femministi ha taciuto. Addirittura, il 30 ottobre, 140 eminenti studiose americane hanno firmato una petizione «per il cessate il fuoco» dichiarando, però, che essere solidali con le donne israeliane significa cedere al «femminismo coloniale». Come osservato dalla Lampert, nel Regno Unito l’unica organizzazione a denunciare la violenza sessuale del gruppo terrorista è stata “Jewish Women’s Aid”, sottolineando come «il silenzio pubblico di molte organizzazioni ha un ulteriore impatto sull’isolamento e sulla paura delle vittime israeliane».
«Non rimarremo in silenzio. La vita di ogni donna è ugualmente preziosa», sottolinea dunque la campagna #MeToo_Unless Ur_A_Jew. «Istituzioni come la Croce Rossa Internazionale e UN Women non hanno fatto nulla per supportare le nostre vittime», ha scritto – nella campagna Instagram – Keren Sharf Shem, la cui figlia Mia, 21 anni, è stata rapita durante il Festival Nova. Le madri degli ostaggi hanno lanciato anche la campagna #MomToo (“mamma anch’io”) in cui si possono ascoltare le voci delle donne i cui figli sono stati rapiti o uccisi da Hamas. Lo scopo è sensibilizzare le madri di tutto il mondo per creare consapevolezza su quanto è accaduto. E subito dimenticato dal mondo
AYAAN HIRSI ALI 27 NOV 2023-IL FOGLIO (Versione completa)
Nel 2001, dopo l’11 settembre, è stato più facile prendersela con gli errori dell’America che pensare di essere di fronte a una guerra di religione: oggi è lo stesso con Israele. L’occidente minacciato e le radici che lo terranno saldo e unito. Libertà, democrazia, femminismo: la lezione di Ali
Nel 2002, ho trovato una lezione del 1927 di Bertrand Russell intitolata: “Perché non sono un cristiano”. Mentre la leggevo, non mi è mai passato per la mente che un giorno, quasi un secolo dopo quella lezione a Londra, alla National Secular Society, mi sarei ritrovata a scrivere un saggio dal titolo esattamente contrario. L’anno precedente avevo condannato pubblicamente gli attacchi terroristici di 19 uomini che avevano dirottato degli aerei di linea e li avevano fatti schiantare contro le torri gemelle a New York. Avevano agito in nome della mia religione, l’islam. Ero musulmana all’epoca, anche se non praticante. Se condannavo le loro azioni, questo cosa significava per me? Il principio sottostante che giustificava gli attacchi era, dopotutto, religioso: l’idea del jihad, della guerra santa contro gli infedeli. Era possibile, per me come per molti membri della comunità musulmana, distanziarmi semplicemente da quell’attacco e dai suoi risultati terrificanti?
In quel momento, c’erano molti leader occidentali – politici, studiosi, giornalisti ed esperti – che insistevano sul fatto che i terroristi erano motivati da ragioni diverse da quelle espresse chiaramente da loro e dal loro leader Osama Bin Laden. Così l’islam aveva un alibi.
Questo tentativo di scusarli non era soltanto accondiscendente nei confronti dei musulmani. Dava anche a molti occidentali la possibilità di rannicchiarsi nel negazionismo. Prendersela con gli errori di politica estera degli Stati Uniti era più facile che contemplare la possibilità che fossimo di fronte a una guerra religiosa. Abbiamo assistito a una tendenza simile nelle ultime settimane: milioni di persone simpatizzanti con i cittadini di Gaza hanno cercato di giustificare gli attacchi terroristici del 7 ottobre come una risposta alle politiche del governo israeliano.
Quando lessi la lezione di Russell, la mia dissonanza cognitiva iniziò ad alleviarsi. Fu un sollievo poter adottare un atteggiamento scettico nei confronti della dottrina religiosa, abbandonare la mia fede in Dio e dichiarare che non esisteva alcuna entità del genere. Meglio ancora, potevo rifiutare l’esistenza dell’inferno e il pericolo della punizione eterna.
L’affermazione di Russell secondo cui la religione si basa principalmente sulla paura risuonò dentro di me. Avevo vissuto troppo a lungo nel terrore di tutte le orribili punizioni che mi aspettavano. Mentre avevo abbandonato tutte le ragioni razionali per credere in Dio, la paura irrazionale del fuoco dell’inferno era ancora presente. La conclusione di Russell era quindi un sollievo: “Quando muoio, marcirò”.
Per capire perché sono diventata atea vent’anni fa, dovete prima capire che tipo di musulmana ero stata. Ero adolescente quando i Fratelli musulmani penetrarono nella mia comunità a Nairobi, in Kenya, nel 1985. Non credo di aver mai compreso la pratica religiosa prima dell’arrivo dei Fratelli. Avevo sopportato i rituali delle abluzioni, delle preghiere e del digiuno ritenendoli noiosi e senza scopo.
I predicatori dei Fratelli musulmani cambiarono tutto. Articolarono una direzione: la retta via. Uno scopo: lavorare per l’ammissione nel paradiso di Allah dopo la morte. Un metodo: il manuale d’istruzioni del Profeta sui doveri e sui divieti – l’haram e l’halal. Come supplemento dettagliato al Corano, gli hadith spiegavano come mettere in pratica la differenza tra giusto e sbagliato, tra bene e male, tra Dio e il diavolo.
I predicatori dei Fratelli non lasciavano nulla all’immaginazione. Ci diedero una scelta. Sforzarsi di vivere secondo le regole del Profeta e raccogliere le gloriose ricompense nell’aldilà. Su questa terra, nel frattempo, il più grande risultato possibile era morire da martiri per il bene di Allah.
Al contrario, indulgere nei piaceri del mondo significava attirarsi l’ira di Allah e condannarsi a una vita eterna nel fuoco dell’inferno. Alcuni dei “piaceri mondani” che essi condannavano includevano leggere i romanzi, ascoltare la musica, il ballo e andare al cinema – ero imbarazzata ad ammettere che adoravo il cinema.
La qualità più sorprendente dei Fratelli musulmani era la capacità di trasformare me e i miei coetanei da credenti passivi in attivisti, quasi dall’oggi al domani.
Gli anni con i Fratelli musulmani, le istruzioni del Profeta e l’odio speciale riservato agli ebrei. “L’unica risposta credibile” alle minacce che incombono sulla civiltà occidentale sta “nel nostro desiderio di difendere l’eredità della tradizione giudaico-cristiana”
Non dicevamo solamente cose o pregavamo per qualcosa: facevamo qualcosa. Noi ragazze indossavamo il burka e avevamo rinunciato alla moda e al trucco occidentali. I ragazzi coltivavano la loro barba il più possibile. Indossavano il tradizionale abito bianco, simile a un vestito, indossato nei paesi arabi o facevano accorciare i pantaloni sopra le caviglie. Operavamo in gruppo e offrivamo volontariamente i nostri servizi ai poveri, agli anziani, ai disabili e ai deboli. Esortavamo i musulmani a pregare e chiedevamo ai non-musulmani di convertirsi all’islam.
Durante le sessioni di studio islamico, condividevamo con il predicatore responsabile della sessione le nostre preoccupazioni. Per esempio, cosa dovevamo far con gli amici che amavamo e ai quali eravamo fedeli, ma che rifiutavano di accettare la nostra dawa (l’invito alla fede)? In risposta, ci veniva ricordata continuamente la chiarezza delle istruzioni del Profeta. Ci veniva detto senza mezzi termini che non potevamo essere fedeli ad Allah e Maometto se mantenevamo anche amicizia e lealtà verso gli increduli. Se essi rifiutavano esplicitamente la nostra chiamata all’islam, dovevamo odiarli e maledirli.
Qui, un odio speciale era riservato per una categoria particolare di increduli: gli ebrei. Maledivamo gli ebrei più volte al giorno e esprimevamo orrore, disgusto e rabbia per la lista di presunte offese che avevano perpetrato. L’ebreo aveva tradito il nostro Profeta. Aveva occupato la Santa Moschea di Gerusalemme. Continuava a diffondere corruzione nel cuore, nella mente e nell’anima.
A questo punto, a chi aveva attraversato una formazione religiosa del genere, l’ateismo sembrava parecchio allettante. Bertrand Russell offriva una via di fuga semplice e senza costi da una vita insopportabile di auto-negazione e molestie verso gli altri. Per lui, non c’era una prova credibile dell’esistenza di Dio. Russell argomentava che la religione era radicata nella paura: “La paura è la base di tutto – paura dell’oscuro, paura della sconfitta, paura della morte”.
Diventando atea, pensavo di perdere quella paura. Ho trovato anche un nuovo gruppo di amici, completamente diverso dai predicatori dei Fratelli musulmani. Più trascorrevo tempo con loro – persone come Christopher Hitchens e Richard Dawkins – più mi sentivo sicura di aver fatto la scelta giusta. Gli atei erano intelligenti. Erano anche molto divertenti. E allora, cosa è cambiato? Perché ora mi definisco cristiana?
Parte della risposta è globale. La civiltà occidentale è minacciata da tre forze diverse ma correlate: la rinascita dell’autoritarismo delle grandi potenze e dell’espansionismo sotto forma del Partito comunista cinese e della Russia di Vladimir Putin; la crescita dell’islamismo globale, che minaccia di mobilitare una vasta popolazione contro l’occidente; e la diffusione virale dell’ideologia woke, che sta minando la fibra morale della prossima generazione.
Cerchiamo di respingere queste minacce con strumenti moderni e laici: militari, economici, diplomatici e tecnologici per sconfiggere, corrompere, persuadere, placare o sorvegliare. Eppure, a ogni round di conflitti, perdiamo terreno. O stiamo esaurendo le risorse finanziarie – il nostro debito nazionale è di decine di trilioni di dollari – o stiamo perdendo il nostro vantaggio nella corsa tecnologica con la Cina.
Ma non possiamo combattere queste formidabili forze a meno che non riusciamo a rispondere alla domanda: cosa ci unisce? La risposta “Dio è morto!” sembra insufficiente. Anche il tentativo di trovare conforto nell’“ordine internazionale liberale basato sulle regole” sembra inadeguato. L’unica risposta credibile, credo, risiede nel nostro desiderio di difendere l’eredità della tradizione giudaico-cristiana.
Questa eredità consiste in un elaborato insieme di idee e istituzioni progettate per salvaguardare la vita umana, la libertà e la dignità: dallo stato-nazione e lo stato di diritto alle istituzioni della scienza, della salute e dell’apprendimento. Come ha dimostrato Tom Holland nel suo meraviglioso libro “Dominion”, tutte le libertà apparentemente secolari – del mercato, di coscienza e di stampa – hanno le loro radici nel cristianesimo.
Così, ho capito che Russell e i miei amici atei confondevano il dito con la luna. La luna è la civiltà costruita sulla tradizione giudaico-cristiana; è la storia dell’occidente, difetti compresi. La critica di Russell alle contraddizioni nella dottrina cristiana è seria, ma è anche troppo limitata nel suo campo d’azione.
Per esempio, tenne quella sua lezione in una stanza piena di (ex o almeno dubitanti) cristiani in un paese cristiano. Pensate a quanto fosse una cosa unica quasi un secolo fa e a quanto questo sia ancora raro nelle civiltà non occidentali. Un filosofo musulmano potrebbe tenere un discorso davanti a qualsiasi uditorio di un paese musulmano – allora come oggi – una conferenza dal titolo “Perché non sono un musulmano”? Un libro con quel titolo esiste, lo ha scritto un ex musulmano. Ma l’autore lo ha pubblicato in America con lo pseudonimo Ibn Warraq. Sarebbe stato troppo pericoloso fare diversamente.
Per me, questa libertà di coscienza e di parola è forse il più grande beneficio della civiltà occidentale. Non è una cosa che viene naturale agli esseri umani, ma è il prodotto di secoli di dibattito all’interno delle comunità ebraiche e cristiane. Sono stati questi dibattiti che hanno promosso la scienza e la ragione, hanno diminuito la crudeltà, soppresso le superstizioni e costruito istituzioni per ordinare e proteggere la vita, garantendo la libertà al maggior numero possibile di persone. A differenza dell’islam, il cristianesimo ha superato la sua fase dogmatica. E’ diventato sempre più chiaro che l’insegnamento di Cristo implicava non soltanto un ruolo circoscritto per la religione come una cosa separata dalla politica, ma implicava anche compassione per il peccatore e umiltà per il credente.
Eppure non sarei sincera se attribuissi la mia adesione al cristianesimo solamente al fatto che ho realizzato che l’ateismo è una dottrina troppo debole e divisiva per fortificarci contro le minacce dei nostri nemici. Mi sono rivolta al cristianesimo anche perché alla fine ho trovato insopportabile la vita senza alcun sollievo spirituale – quasi autodistruttiva. L’ateismo non è riuscito a rispondere a una domanda semplice: qual è il significato e lo scopo della vita?
Russell e altri attivisti atei credevano che con il rifiuto di Dio saremmo entrati in un’era della ragione e dell’umanesimo intelligente. Ma il “vuoto di Dio” – il vuoto lasciato dal ritiro della chiesa – è stato semplicemente riempito da un groviglio di dogmi quasi religiosi irrazionali. Il risultato è un mondo in cui culti moderni sfruttano le masse, offrendo loro motivazioni fasulle per l’esistenza e l’azione, principalmente impegnandosi in un teatro di virtue signalling in nome di una minoranza vituperata o del nostro presunto pianeta condannato. La frase spesso attribuita a G.K. Chesterton si è trasformata in una profezia: “Quando gli uomini scelgono di non credere in Dio, non credono più in nulla, diventano capaci di credere in qualsiasi cosa”.
In questo vuoto nichilista, la sfida che abbiamo davanti diventa civile. Non possiamo resistere alla Cina, alla Russia e all’Iran se non possiamo spiegare alle nostre popolazioni perché è importante farlo. Non possiamo contrastare l’ideologia woke se non possiamo difendere la civiltà che essa è determinata a distruggere. E non possiamo contrastare l’islamismo con strumenti puramente secolari. Per conquistare i cuori e le menti dei musulmani qui in occidente, dobbiamo offrire loro qualcosa di più dei video su TikTok.
La lezione che ho imparato dai miei anni con i Fratelli musulmani è stata la potenza di una storia unificante, inserita nei testi fondamentali dell’islam, per attrarre, coinvolgere e mobilitare le masse musulmane. A meno che non offriamo qualcosa di altrettanto significativo, temo che l’erosione della nostra civiltà continuerà. E fortunatamente, non c’è bisogno di cercare qualche nuova concezione new age di farmaci e meditazione. Il cristianesimo ha tutto.
Per questo motivo, non mi considero più un’apostata musulmana, ma un’atea inattiva. Naturalmente, ho ancora molto da imparare sul cristianesimo. Scopro un po’ di più in chiesa ogni domenica. Ma ho riconosciuto, nel mio lungo viaggio attraverso una selva di paura e dubbio, che c’è un modo migliore per affrontare le sfide dell’esistenza rispetto a ciò che l’islam o l’incredulità avevano da offrire.
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Ayaan Hirsi Ali è nata a Mogadiscio nel 1969, ha la cittadinanza olandese ma vive da diversi anni negli Stati Uniti. Scrittrice e attivista che si batte per i diritti umani e per i diritti delle donne, il suo ultimo libro, non ancora tradotto in italiano, è “Prey. Immigration, islam and the Erosion of Women’s Right”.
Il filo rosso che collega padre Massimiliano Kolbe a Fulton Sheen.
Le profezie su Mosca. Il legame con Fatima. Le confessioni di Lenin
Secondo l’arcivescovo Fulton Sheen, il celebre telepredicatore
statunitense di cui si attende la beatificazione, il 13 ottobre 1917 haavuto luogo la nascita del mondo moderno. E non è un caso che sia quella la data di una delle apparizioni di Fatima.
Ma Fulton Sheen ebbe anche un’altra profezia, e riguardava Mosca.
Una profezia, in qualche modo, simile a quella che un altro santo dalla devozione mariana incrollabile, Massimiliano Kolbe, che guardò al Cremlino negli anni Trenta, ritornando dal Giappone.
Alla vigilia della Seconda Guerra Mondiale, Pio XII scriveva: “Preghiamo con animo semplice e instancabile la soavissima Madre di Dio, che il popolo russo venera e moltissimo ama, affinché impetri per i desolati figli, nel più breve spazio di tempo possibile, il magnifico dono di Dio: la libertà di professare la fede”. E nel 1952, lo stesso Papaconsacrava al Cuore Immacolato di Maria la popolazione russa, e disse: “Passerà questo tempo e la fede ritornerà a splendere in Russia.
Un giorno la sua fulgida luce si vedrà da Occidente a Oriente”. Quella profezia di Pio XII era stata anticipata dalle profezie di padreMassimiliano Kolbe e dell’arcivescovo Fulton Sheen.
Kolbe passò da Mosca nel lungo viaggio che lo portò dal Giappone fino in Polonia, dove tornò e morì poi in campo di concentramento, offrendola vita per un prigioniero. È stato padre Pierre Caillon a raccontare che, proprio nella Piazza Rossa, padre Kolbe guardò al Cremlino e disse: “Un giorno, l’Immacolata regnerà sul Cremlino e dal Cremlino sulmondo intero”. Sono parole che erano strettamente collegate alla profezia della Madonna apparsa a Fatima. E lo sapeva anche Fulton Sheen.
In una delle puntate della trasmissione Life is Worth Living (La vita è degna di essere vissuta) nel 1954, Fulton Sheen sottolineò che: “la nascita del mondo moderno” ebbe luogo il 13 ottobre 1917.
In quello stesso giorno, ricordò, la cavalleria era entrata in classe di catechismo in una chiesa della Vergine, distrutto l’altare e attaccato i bambini. In quella stessa ora, a Roma, Eugenio Pacelli fu consacratoarcivescovo: successivamente, sopravvisse ad un tentativo diomicidio a Monaco da parte dei comunisti e divenne poi Papa PioXII.
Ma soprattutto, in quel 13 ottobre 1917, tre bambini, circondati da una folla di curiosi, furono testimoni di una apparizione, che si rivelò esserela Vergine Maria e li ammonì dei pericoli, e diede prova di sé facendo danzare il sole nel cielo.
Quando Fulton Sheen raccontava tutto questo, nel 1954, il Portogallo era entrato nella dittatura di Antonio de Oliveira de Salazar da 12 anni – era stato nominato primo ministro nel 1932, e il suo regime, chiamato “il nuovo Stato”, gli sarebbe sopravvissuto e sarebbe terminato solo a causa di una dittatura militare nel 1974.
Perché Fulton Sheen sosteneva che il mondo moderno era cominciato proprio in quell’ottobre 1917? La risposta stava ovviamente nel mistero di Fatima. Nel 1942, Pio XII annunciò che la Madonna aveva detto ai pastorelli, proprio in quel giorno, che una guerra peggiore sarebbe venuta, che l’avrebbe diffusa il comunismo ateista, e che l’unico modo di salvare il mondo dall’annichilimento e la collera di Dio era appunto pentirsi onestamente, pregare il Rosario e consacrare la Russia al CuoreImmacolato di Maria.
In che modo tutto questo si collegava al regime di Salazar in Portogallo? Questi conosceva il cattolicesimo, era stato persino in seminario prima di studiare legge economica, il Cardinale Manuel Gonçalves Cerejera, patriarca di Lisbona, era stato suo compagno di studi. Per Salazar, Fatima era una ancora di salvezza per mantenere ilpotere e ancorare il tutto sull’identità.
E così, il governo portoghese enfatizzò la sua eredità cattolica, rinnovò costruzioni storiche e incoraggiò i turisti e i locali a pensare al Portogallo come una nazione nata da una battaglia cattolica, che aveva permesso allo Stato di rimanere neutrale durante la Seconda Guerra Mondiale.
E Fulton Sheen fu uno dei cattolici di un certo peso invitati da tutto il mondo in Portogallo per assistere alle cerimonie per la chiusura dell’Anno Santo, il 13 ottobre 1951. Era questo l’evento cui si riferiva nel suo show televisivo nel 1954.
E fu nell’ambito di questo discorso, che a un certo punto Sheen suggerìi paralleli tra una piazza bianca, come quella di Fatima, e la piazzaRossa di Mosca.
Stava parlando della fede e di quello che vedeva come la più grande minaccia contemporanea contro la Chiesa. E fu a quel punto che profetizzò che un giorno “anche la piazza Rossa di Mosca si sarebbechiamata Piazza Bianca”.
Suggestioni? Possibile. Va ricordato quello che fu raccolto da “Vikor Bede in conversazioni con Lenin”, quando questi stava per morire.
“Tu sai – aveva detto Lenin – che la mia malattia mi porterà presto alla morte e mi sento abbandonato nell’oceano di sangue di infinite vittime.
Per salvare la nostra Russia ciò è stato necessario, ma è troppotardi per cambiare ora: avremmo bisogno di dieci Francesco d’Assisi”.
E ancora: “L’umanità percorre la via sovietica e fra cento anni non esisterà altra forma di governo”. Eppure, Lenin sottolineava che
“sotto le macerie delle attuali istituzioni vivrà ancora la gerarchia cattolica… nel prossimo secolo ci sarà solo una forma di governo,quella sovietica, e una religione, la cattolica”.
E i cattolici sarebbero rimasti perché questi effettuano “sistematicamente l’educazione di coloro i quali hanno il compito di guidare gli altri. Non nascerà alcun vescovo o papa, come finora è nato un principe, un re o un imperatore, perché per diventare un capo, unaguida, nella Chiesa cattolica, è necessario aver già dato prova dicapacità. È in questa saggia disposizione la grande forza morale del cattolicesimo che da duemila anni resiste a tutte le tempeste e rimarrà invincibile anche in futuro. La forza di questa Chiesa è totale, è una forza morale e non estorta. L’umanità ha bisogno dell’una e dell’altra potenza”.
Sono confessioni contenute in due articoli pubblicati sull’OsservatoreRomano nel 1924.
Con la sua sola esistenza, Israele ricorda a noi occidentali quello che non siamo, che non vogliamo o non sappiamo più essere e suscita un’infastidita insofferenza
Ancora una volta gli ebrei sono soli a vedersela con i loro nemici: possono forse ancora contare sugli Stati Uniti ma certo non su di noi, non sull’Europa. Ho detto gli ebrei, non gli israeliani, perché è impossibile avere dubbi. Infatti sotto le sembianze di un’operazione militare l’attacco di Hamas del 7 ottobre è stato qualcosa di ben diverso: le voci, le azioni, l’esultanza di chi lo ha condotto erano quelle inconfondibili dell’odio antiebraico, della sete di sangue ebreo. Erano le voci e le azioni di un pogrom.
Una «giusta» risposta a quell’attacco, una risposta appropriata — e cioè adeguata all’enormità atroce dell’accaduto ma in grado al tempo stesso di non fare vittime civili, di lasciare intatte le strade e le case di Gaza e chi le abitava — questa risposta fino ad oggi nessuno ha saputo dire quale avrebbe dovuto essere. E soprattutto come sarebbe stato mai possibile eseguirla concretamente: nessuno che io sappia. Eppure non si contano coloro che fin dall’inizio, fin dalle prime ore dell’attacco israeliano a Gaza hanno immediatamente cominciato a denunciarne la natura di «crimine di guerra», addirittura di «genocidio».
Certo, con ogni probabilità l’obiettivo israeliano di distruggere Hamas ad ogni costo, anche a quello di provocare migliaia di vittime civili tra la popolazione di Gaza, era ed è un obiettivo irraggiungibile. Ma quale altro obiettivo poteva prefiggersi chi aveva visto un migliaio e più dei propri concittadini inermi, le proprie donne e bambini, sgozzati, stuprati, sventrati, fatti a pezzi? Quale avrebbe dovuto essere la «giusta» reazione di chi aveva visto oltre duecento di essi rapiti come ostaggi? Prevede qualcosa per una circostanza del genere la Carta delle Nazioni Unite o qualcuna delle sue convenzioni?
Sta di fatto che nell’opinione pubblica europea ormai cresce a vista d’occhio se non l’ostilità perlomeno la dissociazione nei confronti dell’operazione militare israeliana. Si tratta di una reazione che dietro motivi di opportunità diciamo così politico-strategica nasconde in realtà un’antipatia più o meno esplicita per Israele; antipatia che sebbene talora sia pronta a fare tutt’uno con l’antisemitismo latente, è però un’altra cosa, ha una diversa origine.
Sì, Israele è profondamente antipatico a molti in questa parte del mondo. Non è facile sentirlo dire apertamente perché dopo la Shoah tutto quanto riguarda l’ebraismo è oggetto in modo più o meno consapevole di una censura fortissima. Ma la verità è che per ciò che esso è, per come è la sua società, per i valori che lo animano, per i modi della sua gente, Israele suscita in molti qui da noi un sentimento di fastidio, di sordo rigetto. Israele non ci piace. Ma non è la sua diversità in quanto tale che ci dà fastidio (nessuno si fa infastidire dalla diversità, poniamo, dell’Islanda o del Portogallo). Il fatto decisivo è che in questo caso la diversità suscita in noi un sentimento oscuro fatto di nostalgia per una perdita e insieme di un senso di inadeguatezza.
Con la sua sola esistenza, infatti, Israele ricorda a noi occidentali quello che non siamo, che non vogliamo o non sappiamo più essere. Per ragioni se si vuole anche in buona parte indipendenti dalla sua volontà, tuttavia lo Stato ebraico è l’esempio di una società divisa al proprio interno anche in modi asprissimi — ad esempio sulla questione cruciale del ruolo della religione — ma che nei momenti critici sa mettere da parte ogni motivo di frattura e mostrarsi straordinariamente unita e coesa. Dove l’individualismo e i suoi diritti non sono in contraddizione con il sentimento comunitario. È una società che crede in se stessa, nel senso profondo della propria esistenza, della propria storica ragion d’essere, e capace come nessun’altra di instillare questo sentimento nei propri cittadini. Le migliaia di riservisti impegnati nei loro affari ai quattro angoli della terra i quali però nell’ora del pericolo, senza che nessuno li richiami, sentono spontaneamente il dovere di ritornare in 24 ore nella propria patria per difenderla è una circostanza che parla da sola. E che da sola basta a indicare la nostra siderale diversità: giudichino i lettori a vantaggio di chi.
Che lo vogliamo o no, che lo sappiamo o no, per i popoli di cultura cristiana quali noi ancora siamo Israele non è, né può essere un luogo qualsiasi. In forza dell’ovvio spessore simbolico che l’ebraismo ha tuttora per noi esso si pone sempre anche come un termine di confronto e di giudizio. In tutti i sensi: nella insistenza, ad esempio, con cui in tanti guardiamo ai suoi errori, quasi compiacendocene, ma ancora di più nella stupita impressione che suscita in noi il senso della comunità, il senso civico, la disponibilità al sacrificio personale che connotano la sua vita e che si esprimono in modo peculiare nel suo rapporto con la guerra.
La guerra vuol dire moltissime cose, implica un’infinità di aspetti individuali e collettivi che riguardano ambiti dai quali le nostre società segnano da tempo una lontananza abissale. Morire in guerra per noi è diventato ormai inconcepibile. E tuttavia avvertiamo che quella circostanza così drammatica, la guerra, mette in gioco tratti ancestrali dell’identità umana cui è difficile negare un valore elementare quanto si vuole ma pur sempre cruciale: il coraggio, il sentimento di solidarietà con chi sta al nostro fianco, l’abnegazione.
Esiste un luogo vicino e insieme lontanissimo nel quale tutto quanto ho detto finora, la coesione sociale, le virtù civiche, certi valori antichi, hanno ancora corso. Dove ancora è costretto ad esistere un passato che un tempo era anche nostro e la cancellazione del quale siamo abituati a considerare ineluttabile e per molti aspetti perfino un progresso. Israele è quel luogo che con la sua esistenza getta un dubbio inquietante sulla necessità e sul significato di tale progresso. Che cosa si vuole di più per giustificare l’infastidita insofferenza pronta a divenire avversione che proviamo nei suoi confronti