"VI SUPPLICO: CONVERTITEVI!" (REGINA DELLA PACE-MEDJUGORJE)

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CON LA CONFESSIONE PREPARA IL TUO CUORE A RICEVERE GESU’

Caro amico, è tempo ormai di preparare la Confessione in OCCASIONE del Natale, che potrai fare nella tua Parrocchia o in qualche santuario che conosci. Una Confessione che cambia la vita ti donerà una gioia indimenticabile. Ecco per te un itinerario di sette passi che ti porterà all’abbraccio col Bambino Gesù

La Confessione è un cammino da percorrere in sette passi successivi. I primi due, che si devono considerare una preparazione remota, sono la preghiera e l’esame di coscienza. Gli altri cinque, che costituiscono il cuore del sacramento, sono il dolore di aver offeso Dio, il proponimento di non peccare più, l’accusa dei propri peccati, l’assoluzione del sacerdote  e infine la penitenza. Si tratta di un itinerario interiore che può richiedere anche un tempo non breve di maturazione.

Il protagonista è il cuore che si apre a Dio e alla sua grazia, al fine di ottenere il perdono e la pace. E’ importante arrivare davanti al confessore già preparati, dopo aver fatto l’esame di coscienza e aver espresso al Signore  il proprio dolore e il proposito di correggersi. La fede ti farà da la lampada che ti consentirà di arrivare felicemente al termine della strada senza inciampare.

1. La preghiera

Prima di incominciare il tuo esame di coscienza, raccogliti in preghiera e chiedi a Dio la luce necessaria. Infatti è la grazia che ci aiuta a vedere i peccati, anche i più riposti e a evitare le forme di autoinganno e di autogiustificazione. L’uomo infatti, che pure ha l’occhio pronto a vedere i peccati altrui, è piuttosto restio a riconoscere i propri. In particolare nella preghiera davanti al Crocifisso si contempla la divina misericordia che si china sul nostro male per guarirlo. Nella preghiera non solo si vedono i peccati, ma anche la radice che li genera. E’ la radice dell’incredulità e del disamore. Se essa non viene identificata e sradicata la confessione non produce effetti duraturi. La preghiera non solo apre il cammino della confessione, ma ne è la logica conclusione. All’inizio è una preghiera di invocazione, alla fine di ringraziamento. Grazie alla preghiera tutto l’itinerario penitenziale viene compiuto alla presenza dell’Amore misericordioso.

2. L’esame di coscienza.

L’esame di coscienza “è una diligente ricerca dei peccati che si sono commessi, dopo l’ultima confessione ben fatta” ( Catechismo di S. Pio X). Esso ti sarà più facile se ogni sera, prima di coricarti, rifletterai  sulla tua giornata alla luce di Dio, chiedendo il perdono e formulando il proposito per il giorno dopo. Nell’esame di coscienza devi “richiamare diligentemente alla memoria, innanzi a Dio, tutti i peccati commessi, non mai confessati, in pensieri, parole, azioni e omissioni, contro i comandamenti di Dio e della Chiesa e gli obblighi del proprio stato” ( Catechismo di S. Pio X).

In particolare è necessario mettere a fuoco tutti i peccati mortali, perché essi devono essere confessati, precisandone per quanto possibile il numero. Una coscienza sensibile mette a fuoco anche i peccati veniali, impegnandosi ad eliminarli, anche se non è necessario confessarli tutti. Passa in rassegna, uno per uno, i dieci comandamenti e i sette vizi capitali. Ti aiuterà a portare a galla il male che si è depositato nel fondo dell’anima.

3. Il dolore di avere offeso Dio.  

Se prenderai consapevolezza dei tuoi peccati davanti al Crocifisso, non ti sarà difficile provare un profondo dolore per averlo offeso e gli chiederai di cuore perdono, detestando sinceramente il male compiuto. Il dolore perfetto, o contrizione, che nasce dalla considerazione dell’infinita bontà di Dio in paragone al nostro disamore, ha l’effetto mirabile di ottenerci il perdono divino e la grazia santificante, purché includa  la volontà di confessarsi. Chiedilo ogni giorno nella preghiera, cosi conserverai l’anima sempre pronta per il momento del giudizio. Il dolore imperfetto o attrizione, nasce dal timore del castigo e dalla stessa bruttezza del peccato. Esso è sufficiente per ricevere l’assoluzione del sacerdote, ma solo la carità, cioè l’amore di Dio sopra ogni cosa, dà la forza per non ricadere di nuovo nei soliti peccati. Senza un sincero dolore dei peccati, perfetto o imperfetto che sia, “la confessione non vale, perché il dolore è la cosa più importante di tutte” ( Catechismo di S. Pio X).

4. Il proponimento di non peccare più.

Il dolore dei peccati è autentico se è seguito dalla ferma decisione di cambiare vita. “Il proponimento consiste in una volontà risoluta di non commettere mai più il peccato e di usare tutti i mezzi necessari per fuggirlo” ( Catechismo di S. Pio X). Esso riguarda tutti i peccati mortali commessi o che si potrebbero commettere. Comprende anche la volontà di fuggire le occasioni pericolose e di distruggere le cattive abitudini che si sono contratte cadendo nei medesimi peccati. E’ la fermezza  del proponimento che fa progredire nel cammino spirituale. Se la confessione si  conclude con un proposito concreto, diventa uno strumento  efficace nel cammino di santità.

5. La confessione dei peccati.

Dopo essersi preparati con l’esame di coscienza, il dolore e il proposito, viene il momento dell’accusa dei peccati davanti al confessore, al fine di averne l’assoluzione. “ Siamo obbligati a confessarci di tutti i peccati mortali; è bene però confessare anche i veniali” ( Catechismo di S. Pio X ).  L’accusa deve essere umile, senza alterigia e senza scuse; deve essere intera, cioè comprendere tutti i peccati mortali commessi dopo l’ultima confessione ben fatta e dei quali di ha consapevolezza e indicare le circostanze che li aggravano e li moltiplicano; deve essere sincera, cioè dichiarare i peccati quali sono, senza scusarli, diminuirli o accrescerli; deve essere prudente, usando termini improntati a modestia e riservatezza,  evitando di rivelare i peccati degli altri; deve essere breve, evitando di dire al confessore cose inutili.

Se uno non è certo di aver commesso un peccato, non è obbligato a confessarsene. Se uno ha il dubbio se l’abbia confessato o meno, non è parimenti obbligato a confessarsene. Chi ha taciuto per dimenticanza un peccato mortale, la confessione vale, ma deve dichiararlo alla prossima confessione.   “Colui che per vergogna o per qualche altro motivo tace colpevolmente qualche peccato mortale in confessione, profana il sacramento e perciò ci fa reo di un gravissimo sacrilegio” ( Catechismo di S. Pio X). Deve perciò esporre al confessore il peccato taciuto e rifare la confessione dall’ultima ben fatta. Compiuta l’accusa dei peccati, bisogna ascoltare con rispetto quello che dice il confessore e, se necessario, chiedere qualche consiglio per  progredire nel proprio cammino spirituale.

6. L’assoluzione del Sacerdote.

Quando ci sono le disposizioni richieste dalla dignità del sacramento, il confessore impartisce  l’assoluzione in nome di Gesù. Tuttavia, quando esse mancano, può differirla o negarla. Ma ciò non deve indurre allo scoraggiamento o al risentimento. Piuttosto  deve considerare umilmente la sua situazione spirituale e mettersi quanto prima nella condizione di poterla ricevere.

7. la penitenza.

“ La penitenza sacramentale è uno degli atti del penitente, col quale egli dà un qualche risarcimento alla giustizia di Dio per i peccati commessi, eseguendo quelle opere che il confessore gli impone…. La penitenza viene data perché d’ordinario, dopo l’assoluzione sacramentale che rimette la colpa e la pena eterna, resta una pena temporale da scontarsi in questo mondo o nel purgatorio…Le opere di penitenza si possono ridurre a tre specie: alla preghiera, al digiuno, alla elemosina” (Catechismo di S. Pio X). Dopo la confessione il penitente “ se ha danneggiato ingiustamente il prossimo nella roba o nell’onore, o se gli ha dato scandalo, deve per quanto gli è possibile al più presto restituirgli la roba, riparare l’onore e rimediare allo scandalo” (Catechismo di S. Pio X ).

Al termine di queste sette passi, abbiamo ottenuto il perdono di Dio e la sua rinnovata amicizia, la grazia santificante, la pace della coscienza, la speranza della vita eterna e una grazia speciale nel combattimento spirituale. Da morti che eravamo siamo ritornati in vita. Dio ci chiede solo un po’ di buona volontà per donarci le sue inesauribili ricchezze.

Vostro Padre Livio

Le diverse logiche della guerra

di Stefano Caprio- Asia News– 23 Dicembre 2023

Kiev si appresta a celebrare per la prima volta in modo unitario il Natale di Cristo il 25 dicembre, evento simbolico della sua nuova identità. Ma la vera sfida per l’Ucraina è togliere a Putin il controllo del gioco, mostrando al mondo davvero il volto di un popolo nuovo, oltre ogni logica di guerra.

Siamo ormai giunti ai due anni della “logica della guerra”, visto che già alla fine del 2021 le truppe russe si stavano schierando ai confini dell’Ucraina, iniziando poi l’invasione a febbraio 2022. Il mondo intero, già provato dal precedente biennio della pandemia, ha dovuto cambiare completamente le sue visioni del presente e del futuro, non più soltanto cercando di resistere al male che si diffonde ovunque, ma impegnandosi a rispondere a una minaccia che rischia di cancellare, o comunque sconvolgere, la civiltà che credevamo di aver costruito.

Rimane nell’animo la speranza di uscirne al più presto, che la guerra finisca come l’infezione debellata dai vaccini, per quanto anch’essa non cessi comunque d’infiltrarsi nell’anima più ancora che nei polmoni. Il succedersi dei conflitti, quello mediorientale dopo quello ucraino e quello caucasico, rende questo desiderio sempre più flebile e confuso, costringendo i governi a rivedere le misure da prendere, i partiti a riscrivere i programmi su cui confrontarsi, perfino le religioni sono chiamate a scrutare di nuovo i propri libri sacri, cercando rivelazioni che dipanino il buio della mente e del cuore.

La guerra è una delle dimensioni più antiche e persistenti della storia umana, tanto che le nazioni e le civiltà sono frutto dei conflitti, molto più che dei progressi o delle ideologie. Comprendere la logica della guerra diventa indispensabile per comprendere davvero la propria identità sociale, statale e personale, non solo quando si è aggressori o vittime, perché non si è mai soltanto spettatori più o meno interessati. Anche se la guerra è lontana, essa riguarda tutti, e nelle condizioni di un mondo sempre più interconnesso non si percepisce più nemmeno la lontananza, a prescindere dal numero dei chilometri che ci separano dal fronte.

Conviene dunque prendere coscienza di tutto ciò che comporta questo confronto con un “male assoluto” che non vorremmo mai vedere né sentire, e prestare attenzione a quanti sono in grado di offrirci degli elementi di comprensione. Uno di questi è il politologo Aleksandr Morozov, uno dei commentatori più apprezzati fin dai tempi sovietici, oggi all’estero per la sua incompatibilità con l’ideologia bellica del regime putiniano, dopo aver diretto per anni il Russkij Žurnal, una delle prime edizioni on-line di commento all’attualità.

Secondo una riflessione di Morozov pubblicata su Ekho Kavkaza, esistono almeno sei diverse logiche della guerra in corso tra Russia e Ucraina. La prima è il corso stesso della guerra, che segue dinamiche proprie legate ai bilanci delle spese militari, della produzione di armi, della logistica dei carichi da distribuire, delle mobilitazioni e coscrizioni da organizzare, e della pianificazione delle operazioni sul campo da predisporre secondo i tempi e le stagioni, se d’inverno o d’estate, con abbondante anticipo. La guerra “ha un suo corso naturale, che può essere fermato dalle decisioni politiche”, ma al momento attuale non si vedono spiragli per trattative e soluzioni a breve termine.

La seconda logica, spiega il politologo, è quella dello “sviluppo del putinismo come sistema”. Si tratta di una dimensione che attualmente si nutre quasi completamente degli effetti della “operazione speciale”, dove ha concentrato tutte le sue forze e motivazioni, ma non è originato dalla guerra, viene come conseguenza della crisi post-sovietica (quindi post-coloniale), e si proietta sul futuro post-globalista. Le tappe dell’affermarsi di questa nuova immagine della Russia sono diverse, e partono dalla “rassicurazione del popolo” di fronte alle incertezze dei primi anni dopo la fine dell’Urss. Non si tratta soltanto delle convulse trasformazioni economiche, passando da un sistema fallito come quello comunista a un sistema “disumano” come quello capitalista, che pure hanno provocato forti traumi a una popolazione abituata alla pianificazione e all’appiattimento delle condizioni sociali. I russi hanno sofferto per l’incapacità di reggere le tensioni del confronto delle idee, della libertà di pensiero, di parola e perfino di professione religiosa, e Putin ha dichiarato conclusa la fase del “pluralismo democratico” imponendo il “dominio della maggioranza”, di fatto di un conformismo passivo che delega alle autorità ogni definizione.
Questa logica parte dalla riproposizione del paradosso sovietico, quello della “lotta per la pace” (borba za mir) che impone un atteggiamento aggressivo per difendere l’uniformità e il “quieto vivere”. I russi possono anche essere scontenti della guerra in quanto tale, ma continuano a sostenere il putinismo per timore di doversi gettare di nuovo nel vortice della pluralità. L’ideologia sovietica è stata quindi sostituita dalla versione “militante” del cristianesimo ortodosso, anch’essa non certo un’invenzione dei russi, ma un retaggio di antiche diatribe teologiche e interetniche, per cui ci si sente veramente “ortodossi” solo quando si individua il nemico, “eterodosso” e quindi immorale, meglio ancora se il nemico è il mondo intero, e il nostro popolo è l’unico detentore della vera fede.

Il putinismo, ideologia imperiale, “sovietico-ortodossa”, continuerà anche dopo la guerra, e sopravvivrà alla scomparsa dello stesso Putin, fatto inevitabile e in parte già evidente. Questa è la terza logica di guerra indicata da Morozov, la “logica di Putin”, che non riguarda tanto la personalità del padrone del Cremlino, in sé una figura decisamente mediocre, anzi scelta proprio per questo dalla classe al potere in Russia. È una logica di casta, che non si regge sulla “ideologia di Stato”, confezionata per le masse da mantenere in stato di sottomissione. Gli uomini forti dell’economia, della politica e dell’esercito, il “Putin collettivo” che alla fine degli anni ’90 ha sostituito la “famiglia” di Eltsin, ha un solo problema da risolvere: conservare il potere senza limiti di spazio, di tempo o di struttura.

Per questo motivo, suggerisce il politologo, è necessario mantenere sempre alta la tensione all’esterno del Paese, potendo più facilmente compattare la società all’interno. Serve una continua escalation del conflitto, in modo da sorprendere i nemici “non là dove se l’aspettano, e non nella forma che si prevede”, per tenere il pallino in mano. Se gli analisti di tutto il mondo paventano l’uso delle armi tattiche nucleari o l’invasione dell’Estonia, Putin e i suoi leggono questi rapporti e si muovono di conseguenza, rilanciando le minacce con esercitazioni militari sul mar del Giappone, o trasferendo gli armamenti nucleari in Bielorussia. La Russia non cerca la guerra totale, ben sapendo che potrebbe soccombere, ma la continua ricarica della tensione, magari appoggiando la riconquista azera del Karabakh, o la rivolta terrorista di Hamas, e lasciando intendere che potrebbero esserci problemi con la Finlandia o il Kazakistan.

Anche volendo, Putin non può più fermare la guerra e non ha alcun interesse a concluderla, ma la alimenta come “il tema musicale fondamentale” su cui gli strateghi del Cremlino scrivono continui arrangiamenti, dal rock duro al balbettio del rap, magari facendo pause di “armistizi tattici”, per poi riprendere il ritornello del conflitto aperto.

La quarta logica indicata da Morozov è quella americana, in cui l’Ucraina e la guerra sono argomenti di una lotta politica interna degli Usa, anch’essa soggetta a squilibri di potere. Se è ovvio che Washington si contrapponga a Mosca, come da tradizione ormai secolare, è altrettanto evidente che gli americani agiranno in base alle proprie necessità, e se dovessero abbandonare l’Ucraina questo avverrà in modo improvviso e radicale come è accaduto in Afghanistan, la circostanza che ha incoraggiato Putin a iniziare la sua guerra.

Diversa è invece la quinta logica, quella dell’Europa. Prima dei conflitti putiniani, l’Unione europea sembrava un intreccio mal riuscito e destinato a decadere progressivamente, mentre con l’ingresso dell’Ucraina, Paese simbolo della difesa di tutto il continente, oggi l’Europa è costretta a ripensarsi, ad allargarsi nuovamente fino al Caucaso, e riprendendo il discorso interrotto nei Balcani, facendo i conti sempre più intensamente perfino con la Turchia. Le elezioni europee del 2024 saranno per la prima volta più importanti di quelle nazionali, e l’Europa deve esprimere finalmente una sua logica di pace, rispondendo alla guerra con una nuova idea del suo futuro.

C’è infine l’ultima logica, quella dell’Ucraina, che si appresta a celebrare per la prima volta in modo unitario il Natale di Cristo al 25 dicembre, evento simbolico della nuova identità e di un nuovo popolo, staccatosi dall’Oriente per vivere in sintonia con l’Occidente e l’Europa. È una logica in bilico, non solo tra distruzione e ricostruzione, tra esilio e riconciliazione, ma anche tra le stesse forze interne della sua politica e delle sue Chiese, ortodosse e cattoliche, impegnate in un difficile tentativo di ricomposizione. L’esito della guerra non interessa tanto i russi, ma è in mano veramente agli ucraini, non tanto per la possibile riuscita della controffensiva o della riconquista della Crimea. L’Ucraina deve dire quando la guerra è finita, qualunque siano le condizioni dei confini e dei territori contesi, togliendo a Putin il controllo del gioco: deve mostrare al mondo il volto di un popolo nuovo, con cui possiamo costruire insieme una civiltà nuova, in tutti i continenti e oltre ogni logica di guerra.

Il Natale a Kyiv, dove “le bombe russe non fermano la nostra fede”

La guerra e la pace, l’Europa e il Cremlino. Intervista a Sviatoslav Shevchuk, capo e padre della Chiesa greco-cattolica ucraina. “Putin? Un criminale di guerra”

MATTEO MATZUZZI  23 DIC 2023 – IL FOGLIO

“O ci si chiede: quale pace? C’è chi ipotizza il congelamento della guerra o l’accettazione di compromessi territoriali per fermare il conflitto. Ma io rispondo come pastore di questo popolo sofferente. E’ possibile sacrificare per una presunta pace milioni di ucraini che subiscono atrocità dagli occupanti russi?”

Roma. In Ucraina tra pochi giorni sarà l’ennesimo Natale di guerra. La celebrazione della speranza fra le bombe, i droni, la contraerea e il nemico alle porte o già dentro la porta di casa. Paradosso della Storia, ma fotografia della realtà. Eppure, dice in questa lunga conversazione con il Foglio Sua Beatitudine Sviatoslav Shevchuk, capo e padre della Chiesa greco-cattolica ucraina, nonché arcivescovo maggiore di Kyiv, “proprio l’evento del Natale è la speranza del popolo ucraino. In questo periodo ‘dell’ora buia’, come l’ha definito Papa Francesco, abbiamo bisogno della speranza data dal sapere che Dio è con noi. Il fatto di festeggiare l’ennesimo Natale in una Ucraina libera e indipendente è per noi un segno tangibile che Dio è con noi. Il popolo ucraino guarda oggi il presepe con gli occhi diversi e in ogni dettaglio della nascita del Signore vede la Sua presenza in mezzo a noi. Il Signore viene per nascere nel corpo sofferente del popolo ucraino, per consolarci nella nostra sofferenza. Certo – aggiunge – festeggiare il Natale in Ucraina non è lo stesso che festeggiarlo in Italia, ma le bombe russe non fermano la nostra fede e la speranza nel Signore della pace. Natale per noi oggi non rappresenta solo l’invito a stare insieme nelle proprie famiglie. E’ anche un invito alla comunità internazionale, perché sia unita. Per questo, la solidarietà internazionale e il sostegno dell’Ucraina è il modo di festeggiare il Natale nei tempi bui di guerra a pezzi”. 

Tra due mesi saranno due anni dall’inizio del conflitto. Sui giornali si parla sempre meno di questo conflitto, e spesso l’attenzione è concentrata sui problemi di governo, le rivalità interne all’establishment di Kyiv. Si parla sempre meno della sofferenza del popolo. Che però continua.

“Ormai da due anni il popolo ucraino si difende coraggiosamente dall’aggressione russa su vasta scala. La popolazione civile del nostro paese è costantemente sottoposta agli attacchi missilistici russi, e a distanza di quasi due anni dall’inizio della guerra stiamo vivendo la peggior emergenza umanitaria in Europa dal secondo Dopoguerra. In Ucraina non ci sono famiglie che non abbiano vissuto un lutto. Paghiamo un prezzo altissimo per la nostra libertà e, credo, anche per il futuro democratico dell’intero continente europeo. L’Ucraina d’oggi è sinonimo di sofferenza ingiustificabile. Tuttavia – dice l’arcivescovo Shevchuk – possiamo constatare che la guerra in Ucraina diventa una guerra silenziosa; anzi, si avverte una certa stanchezza degli europei ed entrano in gioco i sentimenti antiamericani che aiutano la propaganda russa a continuare lo sterminio del nostro popolo e a condurre la guerra contro l’occidente. Sicuramente è molto più facile richiamare l’attenzione sui problemi del governo ucraino e mettere in evidenza gli scandali di corruzione che, senz’altro, rappresentano un altro male da combattere. Ma in questa situazione bisogna innanzitutto vedere le sofferenze inimmaginabili di un popolo che si sacrifica nella difesa dei valori europei, e quantomeno restare a fianco dell’Ucraina per tutto il tempo necessario. Quando sentite la parola Ucraina, pensate a dei volti umani: a bambini, donne, anziani, giovani ragazzi di un paese che è la ferita aperta nel cuore dell’Europa. La sofferenza umana non può diventare un semplice argomento dei giochi geopolitici, economici o militari”.

Ecco, ma voi ucraini vi sentite soli? Percepite ancora il grande sostegno del mondo che avevate due anni fa (le bandiere ucraine alle finestre, gli eventi pubblici di solidarietà) o qualcosa è cambiato?

“Siamo molto grati alla comunità internazionale per il sostegno del nostro paese sin dall’inizio dell’aggressione su vasta scala della Russia. L’Europa si è mostrata unita e forte nel suo impegno contro la violazione del diritto internazionale da parte di Mosca e per il ristabilimento della pace duratura e giusta per l’Ucraina. Ma oggi spesso si chiede: quale pace? Questa è probabilmente la domanda principale quando si discute sulla guerra in Ucraina. C’è chi ipotizza il congelamento della guerra o l’accettazione di compromessi territoriali per fermare il conflitto. Ma io rispondo come pastore di questo popolo sofferente. E’ possibile sacrificare per una presunta pace milioni di ucraini che subiscono atrocità dagli occupanti russi? Posso sacrificare le mie comunità e stare tranquillo mentre la nostra Chiese viene bandita nei territori occupati? Posso sacrificare i nostri sacerdoti rapiti dai russi di cui da un anno non sappiamo nulla? Io – aggiunge –sono convinto che il congelamento della guerra in Ucraina, nel cuore dell’Europa, significhi lasciare al regime criminale in Russia la possibilità di riorganizzarsi per attaccare nuovamente con gli scopi ancor più ambiziosi. Perciò la domanda non è se noi ucraini ci sentiamo soli, ma qual è il futuro dell’Europa con i progetti di pace che fanno comodo a Putin”.

A tal proposito, l’Economist, si è domandato se Putin stia vincendo la guerra: dopotutto appare nuovamente al centro di tante trame diplomatiche. Lo si vede più in giro, partecipa a summit intergovernativi, tutte cose impensabili non solo due anni fa, ma anche un anno fa. Teme che l’interrogativo del settimanale inglese diventi sempre più frequente nelle società europee? “

Non dimentichiamo che la Corte penale internazionale ha emesso un mandato di arresto per il presidente della Federazione russa. E’ un criminale di guerra. Se a livello dei rapporti internazionali prevale il diritto del più forte e non la forza del diritto, sono veramente preoccupato per il futuro dell’umanità”. 

Lei saprà che anche all’interno della Chiesa cattolica c’è chi ritiene che il cosiddetto “nazionalismo” ucraino – e anche della stessa Chiesa greco-cattolica – non faccia bene al tentativo di trovare una soluzione, una via d’uscita alla guerra. Lei, che è capo e padre della Chiesa greco-cattolica, come risponde a tale obiezione?

“Il tema del nazionalismo ucraino ormai da decenni viene promosso dalla propaganda russa per annientare l’Ucraina. Per anni le trasmissioni russe hanno diffuso i messaggi sul regime fascista in Ucraina per poi trovare il legittimo pretesto di invadere l’Ucraina. Proprio per denazificare l’Ucraina la Russia oggi la distrugge. Umberto Eco, nel saggio ‘Il fascismo eterno‘, definì quattordici punti attraverso i quali riconoscere l’ideologia fascista. Sono punti che possiamo applicare al regime russo e alla guerra che questo conduce in Ucraina. Le dico sinceramente, mi stupisce che all’interno della Chiesa cattolica ci sia chi ritrasmette questa propaganda”. Anche perché, dice Sviatoslav Shevchuk, “in Ucraina non c’è alcun partito nazionalista al potere. Anzi, esiste una legge che proibisce qualsiasi forma di fascismo. Nessuna organizzazione internazionale ha mai individuato la presenza del movimento neonazista nel nostro paese. Perciò tutto questo resta una propaganda, priva di qualsiasi senso e delle prove reali. Storicamente al popolo ucraino è stato tolto il diritto di avere il proprio Stato e di essere un popolo libero. L’amore che abbiamo per la nostra terra, la nostra cultura, la nostra lingua, la nostra Chiesa spesso viene visto alla stregua di un nazionalismo radicale. Il nostro senso del patriottismo cristiano è libero da qualsiasi connotazione ideologica. Mai abbiamo preteso o cercato di essere superiori agli altri oppure di annientare altri popoli. Per l’imperialismo russo, invece, qualsiasi tentativo del popolo ucraino di essere indipendente e di far parte della comunità europea viene definito come nazionalismo”.

E la Chiesa greco-cattolica ucraina? “La Chiesa greco-cattolica ucraina ha sempre condiviso il dolore del proprio popolo e il suo impegno per la libertà e l’indipendenza dai diversi imperialismi. Perciò il cliché del nazionalismo lo condividiamo insieme al nostro popolo. Ma voglio ribadire che la Chiesa greco-cattolica ucraina anche al livello ufficiale ha condannato il nazionalismo radicale come l’ideologia che ispira l’odio verso gli altri popoli. Contro questa ideologia si sono espressi più volte anche i miei predecessori, il metropolita Andrey Sheptytskyj e Sua Beatitudine il cardinale Liubomyr Husar”.

Come sono i rapporti tra le varie confessioni cristiane in Ucraina? Sappiamo che ci sono provvedimenti in discussione che puntano a mettere fuori legge la Chiesa ortodossa dipendente dal Patriarcato di Mosca. Non pensa che spostare il piano del conflitto su base religiosa sia un ulteriore elemento di rischio capace di far precipitare la guerra in tenebre ancora più oscure?

“Il dolore della guerra ha unito in Ucraina molti cristiani. La solidarietà cristiana di fronte al male della guerra supera ogni limite confessionale o di divisione. Perciò le Chiese e le organizzazioni religiose in Ucraina cercano di cooperare per rispondere alle sfide che la guerra ci pone quotidianamente. Per quanto riguarda la Chiesa ortodossa, legata al Patriarcato di Mosca, devo constatare che questa Chiesa vive un forte disagio nella società ucraina. Ogni forma di legame, non solo de iure ma anche de facto, con la Russia e il mondo russo viene fortemente respinta dalla società ucraina. Perciò certi provvedimenti del governo ucraino nei confronti della Chiesa ortodossa del Patriarcato di Mosca rispecchiano la richiesta della società civile ucraina. D’altro canto, lo Stato ucraino sente nella situazione di guerra l’urgente dovere di garantire la propria sicurezza nazionale su diversi fronti, compreso quello religioso. E quando il Patriarca di Mosca giustifica e invita il popolo russo alla guerra contro l’Ucraina, il governo ucraino considera necessario rivedere l’attività della Chiesa ortodossa, legata a questo Patriarca, nel nostro paese. Allo stesso tempo – dice Shevchuk – i rappresentanti delle Chiese e delle organizzazioni religiose sono molto attenti a qualsiasi legislazione ucraina riguardante i rapporti con il mondo religioso. Nel corso di numerosi incontri con i nostri governanti ho più volte sottolineato i princìpi fondamentali dei rapporti tra le Chiese e lo Stato. Di conseguenza, ogni tentativo di bandire qualsiasi denominazione religiosa in Ucraina, affinché non presenti un pericolo per la sicurezza nazionale e il bene comune, è per noi allarmante. Inoltre, ho cercato di spiegare ai nostri governanti che mettere fuori legge il Patriarcato di Mosca non significa far cessare la sua esistenza, perché la Chiesa non è solo un’organizzazione giuridica con la propria struttura, lo statuto e il centro di governo a Mosca. La Chiesa è prima di tutto le persone. Perciò lo Stato ucraino ha il diritto e il dovere di assicurare la propria sicurezza nazionale ma con tutta la delicatezza nel trattamento delle questioni della libertà religiosa”. E poi “c’è un altro problema, e cioè che la Chiesa ortodossa ucraina del Patriarcato di Mosca si è autoisolata dalla società. Ad esempio, quest’anno sarà il primo Natale che l’Ucraina celebrerà il 25 dicembre, e non più il 7 gennaio, come ancora accade in Russia. Una decisione ben condivisa da autorità civili e comunità ecclesiali, tranne che dalla Chiesa ortodossa del Patriarcato di Mosca. ‘Finalmente insieme’, ha scritto in un messaggio il Consiglio pan-ucraino delle Chiese e delle organizzazioni religiose”. 

Lei ha scritto che la radice che motivò l’Holodomor di novant’anni fa e la guerra di aggressione odierna è la stessa: l’insaziabile imperialismo russo. Come sa, il concetto di “genocidio” è problematico, gli specialisti della materia usano categorie severe prima di applicare tale definizione a un conflitto. Cosa si sente di dire al riguardo?

“Siamo un popolo che ancora oggi vive le conseguenze del trauma dell’Holodomor, un reale genocidio per fame di milioni di persone perpetrato dal regime sovietico novant’anni fa. Portiamo questo trauma nella nostra memoria storica. L’attuale guerra ci presenta una serie di fatti che possiamo definire come crimini contro l’umanità. Gli attacchi quotidiani contro la popolazione e le infrastrutture civili, i prigionieri di guerra e persino i civili torturati, le violenze sessuali su donne, uomini e bambini, la deportazione dei bambini, le fosse comuni sono davanti agli occhi dell’intera comunità internazionale… Gli ucraini non hanno bisogno di aspettare le sentenze dei tribunali internazionali o i manuali degli studiosi (sono certo che arriveranno) per capire cosa sta succedendo nel nostro paese e comprendere le cause dell’aggressione della Russia contro il nostro popolo. Tra l’altro, uno dei motivi di questa guerra, proclamati dalla Russia, è la ‘denazificazione dell’Ucraina’ che per i russi significa semplicemente l’Ucraina senza ucraini. Devo comunque dire che già oggi molti analisti vedono la guerra in Ucraina come il genocidio del popolo ucraino. Vorrei menzionare il Report del New Lines Institute e del Raoul Wallenberg Centre, un’indagine indipendente dei giuristi internazionali esperti in diritti umani, accreditati presso le principali Università e organizzazioni internazionali. Il loro dossier di oltre quaranta pagine si sofferma sulla narrazione degli organi ufficiali della Federazione Russa in merito ai concetti di ‘denazificazione’ e di ‘disumanizzazione’. La conclusione degli esperti è molto chiara e ci avverte di un grave rischio di genocidio in Ucraina. Inoltre, non possiamo non citare il documento pubblicato poche settimane dall’inizio della guerra sul sito ufficiale russo Ria Novosti che spiega le ragioni e gli ordini dati ai soldati russi per questa missione. Un commento dal titolo ‘Cosa dovrebbe fare la Russia con l’Ucraina’ è scritto da Timofey Sergejtsev il quale spiega cosa intende Mosca per denazificazione, che – come ho detto – è uno degli obiettivi della guerra in Ucraina proclamati da Putin. Timothy Snyder, il noto studioso dello Shoah nel territorio dell’ex Unione sovietica, ha definito questo testo il manuale russo del genocidio ucraino. In ogni occasione, lo studioso non si stanca di affermare che ‘già solo definire l’occupazione russa come un genocidio sarebbe una ragione più che sufficiente’. 

Beatitudine, quanto dureranno le cicatrici di questa guerra sui corpi e nello spirito della popolazione ucraina? I “danni” si percepiscono già, ma cosa si può fare per far sì che una volta finito il conflitto, si possa ripartire con fiducia?

“Innanzitutto, bisogna far finire questa guerra assurda. Siamo un popolo gravemente ferito nell’anima e nel corpo. Ognuno di noi porta nell’anima l’impronta di questa terrificante guerra, e molti ne hanno impressi i segni sul corpo in seguito a gravi ferite e traumi. La nostra Chiesa per i prossimi anni ha definito il suo obiettivo pastorale nella cura delle ferite di guerra. Sono molto riconoscente a quei nostri pastori che non hanno abbandonato il loro gregge, ma hanno condiviso con la propria gente le sofferenze e i dolori, le ansie e le paure, e in circostanze di pericolo mortale sono stati un segno di presenza amorevole e invincibile di Dio in mezzo al suo popolo. Devo dire – aggiunge il capo e padre della Chiesa greco-cattolica ucraina – che le ferite di questa guerra sono molto profonde e dolorose. Le cicatrici che ha provocato sul corpo sofferente del popolo ucraino dureranno a lungo, e solo il Signore saprà versare l’olio santo del Suo amore misericordioso capace di sanarle. Ma già da oggi non vogliamo essere schiavi dell’odio. Sebbene l’odio sia una reazione normale di fronte al male che stiamo subendo, non possiamo cedere ad esso né tantomeno lasciarlo vincere nei nostri cuori”. 

Benedizioni, uno sviluppo pastorale ancorato nella tradizione

Una riflessione su “Fiducia supplicans”, il documento recentemente pubblicato dal Dicastero per la Dottrina della Fede sul senso pastorale delle benedizioni

di Rocco Buttiglione –Vatican News – 22 Dicembre 2023

La Dichiarazione Fiducia supplicans del Dicastero per la Dottrina della Fede costituisce un autentico sviluppo pastorale solidamente ancorato nella tradizione della Chiesa e nella sua teologia morale. Il cardinale prefetto del Dicastero, Víctor Manuel Fernández, saviamente fa precedere la Dichiarazione da una breve presentazione in cui spiega, fra le altre cose, quello che la Dichiarazione non è: non è un via libera al matrimonio gay e non è un cambiamento della dottrina della Chiesa per cui i rapporti sessuali fuori del matrimonio sono sempre materia grave di peccato. Non cambia nulla, allora? No, cambia molto, è quasi una rivoluzione. Nella storia della Chiesa ogni autentica rivoluzione è però anche contemporaneamente un ritorno all’origine, alla presenza missionaria di Cristo nella storia dell’uomo.

La situazione di partenza che la Dichiarazione ha in mente è quella di una coppia “irregolare” che chiede una benedizione. Per sgomberare il campo da ogni equivoco immaginiamo che la chieda non ad un sacerdote ma ai genitori. La dareste voi questa benedizione? Io la darei. Non benedirei i rapporti sessuali irregolari ma benedirei la cura dell’uno per l’altro, il sostegno che si prestano nella vita, il conforto nel dolore e la compagnia davanti alle difficoltà. L’amore non è mai sbagliato, il sesso invece talvolta lo è. Nella vita di questa coppia il bene e il male sono così strettamente intrecciati che non è possibile separarli con un taglio netto. Se una mia figlia fosse in una situazione così io la benedirei e certo pregherei Dio di separare Lui nel cammino della vita il bene dal male di quella relazione facendo di essa una tappa nel cammino verso la verità. Dio scrive diritto su righe storte. Credo che qualunque padre farebbe la stessa cosa e non vedo come un prete, se davvero ha cuore di padre per i membri della sua comunità, possa fare diverso.

Certo, c’è il pericolo dello scandalo. C’è il pericolo che nel popolo fedele di Dio i più poveri e più deboli siano tratti in inganno e non capiscano più che cosa è il matrimonio e perché il sesso fuori del matrimonio è sbagliato. È un problema reale e che non va sottovalutato: è proprio per questo che il cardinale Fernández ha sentito il bisogno di fare le sue osservazioni preliminari. Certo, sarebbe più facile fare i conti con questo problema se non ci fossero commentatori che invece di offrire chiarimenti seminano confusione e sfiducia. Se tutte le pecore sono al sicuro nell’ovile il pastore si limita a difendere contro i lupi la porta dell’ovile. Ma se molte sono fuori e sono perdute allora deve andare a cercarle e questo comporta rischi e pericoli. La Dichiarazione è la risposta ad una urgenza pastorale specifica del nostro tempo.

Chi chiede una benedizione, nel caso che stiamo considerando, sa di fare qualcosa che la Chiesa non approva, anzi proibisce. Vuole però affermare un legame, una appartenenza. Una appartenenza ribelle ma comunque una appartenenza. La Chiesa spegnerà questo lucignolo fumigante o, per quanto possibile, lo manterrà in vita?

Quando io ero giovane (forse mezzo secolo fa) era del tutto impossibile immaginare questa situazione. Gli omosessuali non chiedevano il matrimonio, non si volevano sposare. Consideravano matrimonio e monogamia come forme di oppressione della società borghese e reclamavano il sesso libero e la separazione fra sesso e amore. Meglio: pensavano che il sesso fosse reale e l’amore solo una illusione. Un ripensamento all’interno dei movimenti omosessuali è iniziato forse con l’AIDS (la monogamia è la migliore difesa contro l’AIDS) ma è poi andato molto al di là di questo. Il sesso non è semplicemente una piacevole ginnastica: ha una tendenza naturale a coinvolgere in profondità la persona, ha bisogno di essere regolamentato, di svolgersi in un contesto normativo. Da alcuni anni assistiamo alla ricerca a tentoni di una ri/regolamentazione dei rapporti sessuali, di un ripensamento del sesso all’interno di un rapporto personale, perfino di una riscoperta dell’amore. È in questo contesto che nasce anche la domanda del matrimonio gay, inaccettabile in sè (come chiaramente il cardinale Fernández conferma) ma spia di un disagio e di una ricerca, a cui la Chiesa deve dare una risposta adeguata.

Nel sinodo è emersa la preoccupazione di diverse chiese nazionali a confronto con questi fenomeni. C’è stata un confronto teso in cui ciascuno ha esposto liberamente le proprie ragioni e lo sforzo, al di là delle contrapposizioni ideologiche, di ascoltare lo Spirito e di discernere cosa viene da Lui e cosa invece dal Maligno. Questa dichiarazione offre una prima risposta, insieme coerente con la tradizione ed aperta al nuovo.

La “Fiducia supplicans” offre uno sviluppo al senso (pastorale) delle benedizioni

Lettera dopo il nostro articolo sul documento del Dicastero per la Dottrina della fede sulle coppie irregolari e omosessuali. E nostra breve risposta

Emanuele Boffi -Tempi

 22/12/2023 – 5:40

Gentile direttore, la Dichiarazione Fiducia supplicans (FS), recentemente pubblicata dal Dicastero per la Dottrina della Fede, offre uno sviluppo interessante sul senso (pastorale) delle benedizioni. Ogni testo è sempre migliorabile: tuttavia i testi del magistero ecclesiale vanno letti sempre nell’ottica di uno sviluppo della fede, nella continuità di un cammino che è fedele a sé stesso e che pure evolve in continuazione. A volte i passi suggeriti sono facili ed immediati, a volte meno agevoli e più esigenti.

Una novità nella continuità

Questa Dichiarazione, benché contenga chiari elementi di novità, si pone in sostanziale continuità con il noto Responsum del Dicastero sulla possibilità di benedire le unioni di persone dello stesso sesso. Quali erano i punti centrali di quel Responsum, o meglio della sua Nota esplicativa? In linea generale, quattro: 1) la liceità di benedire ciò che è ordinato a servire i disegni di Dio; 2) la possibilità di benedire le persone e non le unioni; 3) il fatto che Dio benedice i peccatori ma non il peccato. Inoltre – e questo è un punto importante – 4) si diceva nel Responsum che la presenza di elementi positivi in una relazione omofila non è sufficiente per renderla legittima e quindi oggetto di una benedizione, perché ciò contraddirebbe “la verità del rito liturgico” e l’essenza dei sacramentali.
Con la Dichiarazione si confermano i primi due punti, rilevabili in buona sostanza nel testo; si approfondisce la comprensione del terzo e si offre un diverso intendimento del quarto. Tale sviluppo, relativo in particolare al terzo e quarto punto, proviene da una esplicita volontà del Papa al riguardo, il quale, rileggendo il precedente Responsum, ha invitato il Dicastero a fare un passo oltre quanto già stabilito.
Anzitutto, nel suo senso di fondo, la Dichiarazione conferma il fatto che Dio, per sua natura, non può benedire il peccato. E, perciò, dice che la Chiesa non può benedire, con rito liturgicamente fissato, “cose, luoghi o contingenze che siano in contrasto con la legge o lo spirito del Vangelo” (FS 10). Ma il testo va oltre, perché fa comprendere che laddove c’è il peccato, sia nella persona che nelle relazioni, non c’è soltanto il peccato. Perché il peccato, laddove è presente, non esaurisce né definisce tutto lo spazio della persona umana e dei suoi rapporti, la cui realtà eccede ed è sempre più grande degli atti peccaminosi che ha commesso e persino delle relazioni peccaminose che intrattiene.
È questo un guadagno importante, da tenere sempre presente, che segnala quanto la realtà della persona umana, nella sua originale positività, è sempre più grande di ciò che fa e mai è totalmente assimilabile ai suoi sbagli. Pertanto, anche le sue relazioni sbagliate non sono mai del tutto ed esclusivamente peccaminose e negative, poiché l’uomo è parte eminente di una Creazione che, benché ferita, rimane ultimamente sana, positiva e destinata al bene.
Su questo punto, in un tempo in cui l’uomo viene ridotto invece a ciò che fa, ed in cui coloro che sbagliano spesso vengono visti come definiti completamente dai loro sbagli, l’insegnamento degli ultimi tre Papi, Giovanni Paolo II, Benedetto e Francesco, ristabilisce la realtà delle cose. Il peccato c’è, ferisce la persona ma non è né la prima né l’ultima parola! Esiste la misericordia di Dio, che ha un nome, Gesù Cristo, e che pone continuamente un limite al male nella storia; storia nella quale, dunque non esisterà mai un male assoluto e definitivo.
Nella persona e nelle sue relazioni esistono, infatti, degli “elementi positivi” (FS 28) che nessun peccato, per quanto grave, può cancellare. E rimane vero che, a volte, tali elementi positivi non sono in grado di legittimare e rendere regolari (“coonestare”, diceva il Responsum) delle relazioni che non possono esserlo. Tuttavia quegli elementi rimangono e sono come un patrimonio di bene che, come una promessa incancellabile, testimoniano l’ultima positività che costituisce la sostanza della persona umana e la sua irrevocabile destinazione al bene.
Questo fatto ci aiuta a comprendere lo sviluppo ulteriore della prospettiva offerta dalla Dichiarazione rispetto a quella del Responsum. Quest’ultimo diceva che la presenza di questi elementi positivi non è sufficiente per rendere le relazioni, cosiddette irregolari, oggetto di una benedizione, perché contraddirebbe il significato di un “rito” che in qualche modo consacra ed approva l’oggettiva positività di una relazione. Qui la Dichiarazione, se da una parte conferma quanto asserito nel Responsum, dall’altra, apre lo spazio per un passo ulteriore.
Laddove ciò è possibile, questo passo ci invita ad offrire la “carità” di un gesto che non ha lo scopo di giustificare nessuno status o rivendicazione, ma solo di aprire e disporre ad incontrare la mano tesa del Signore verso i peccatori. È un gesto di speranza e che alimenta la speranza! E che aiuta a riconoscere nell’aiuto che viene da Dio, anche laddove l’uomo è ferito dal male, una forza più potente del male.
Ciò significa che, persino attraverso una benedizione spontanea, è possibile aprire una via per valorizzare ed instradare verso una purificazione (“sanare”) ed elevazione quegli elementi di bene presenti in “coloro che si rivolgono umilmente” a Dio – anche in una situazione moralmente irregolare – perché Dio “non allontana mai nessuno che si avvicini a lui!” (FS 33).

Una nuova comprensione delle benedizioni

In questa prospettiva cambia perciò – questa è la novità da rilevare – la comprensione del significato della benedizione, la quale non viene qui intesa come consacrazione ed approvazione di una relazione, bensì come aiuto ad una evoluzione positiva della relazione stessa, come invocazione a Dio, perché permetta ai semi di bene presenti in un legame affettivo di fiorire nella direzione dei suoi disegni.
Ecco perché la Dichiarazione considera quegli elementi positivi, pur presenti in situazioni irregolari come “un seme dello Spirito Santo che va curato, non ostacolato” (FS 33). Ed aggiunge: “in tal senso, è essenziale cogliere la preoccupazione del Papa, affinché queste benedizioni non ritualizzate non cessino di essere un semplice gesto che fornisce un mezzo efficace per accrescere la fiducia in Dio da parte delle persone che la chiedono, evitando che diventino un atto liturgico o semi-liturgico, simile a un sacramento”, come un atto di “spontaneità nell’accompagnamento pastorale della vita delle persone” (FS 36), come un aiuto per “perché i valori del Vangelo possano essere vissuti con maggiore fedeltà” (FS 40).
Tuttavia, la Dichiarazione ribadisce a più riprese che tale benedizione – tesa a valorizzare ed a predisporre all’accoglienza della grazia quello che c’è comunque di positivo in una relazione irregolare – non può costituire né “una legittimazione morale a un’unione che presuma di essere un matrimonio” né “a una prassi sessuale extra-matrimoniale” (FS 11).
Questo è dunque il cambiamento di prospettiva. È l’apertura ad una benedizione, non ritualmente fissata, che amplia il significato stesso della benedizione, non più intesa come mera approvazione di ciò che viene benedetto. É l’invocazione dell’aiuto di Dio su persone e relazioni per mettere in cammino e far crescere, per smobilitare situazioni che altrimenti scivolerebbero o rimarrebbero confinate nel peccato. Perché Dio non dispera mai di nessuno ed opera sempre per prenderci “come siamo”, “ma non ci lascia mai come siamo”. Proprio così, infatti, si chiudeva il testo del Responsum.
E proprio questa è la continuità ideale e sostanziale fra i due pronunciamenti, benché siano distinti ed il secondo allarghi la veduta del primo, ma senza contraddire la sostanza e la direzione fondamentale di quest’ultimo. Allargamento prezioso, perché introduce altresì ad una comprensione della benedizione, non come mezzo che si limita a legittimare e rassicurare, lasciando borghesemente a posto la coscienza, ma come un aiuto che mette in moto la vita e la smuove dalle sue mediocrità.
Dio, infatti, ci fa sempre uscire da noi stessi, e dalle situazioni in cui tenderemmo ad installarci ed a sederci, con un esodo dalle nostre comodità, con un passaggio dalle nostre piccole misure e mezze sicurezze ai suoi orizzonti e disegni, sempre più grandi e sempre oltre le nostre misere vedute. Con una novità che non smentisce e non contraddice ciò che veniva prima ma approfondisce e completa, costringendo ad ampliare le vedute e la portata dei nostri affetti.

La grazia: una forza mobilitante la libertà

Questa Dichiarazione dà fastidio perché non può essere letta schematicamente come una presa di posizione a favore o contro le coppie e i rapporti irregolari od omofili, ma costringe ad uno sguardo più ampio. Costringe chi non vive situazioni irregolari a non considerarsi a posto ed al sicuro, e chi vive in situazioni che regolari non sono a non considerarsi escluso dalla salvezza ma ad accettare la sfida di un cambiamento. E costringe tutti noi ad uscire dai facili e rassicuranti schemi in cui incaselliamo persone e relazioni per guardare in profondità e guardare (“discernere”, cf. FS 26) come è davvero la realtà.
Questo nuovo sguardo sulle benedizioni apre uno spiraglio nuovo sulla grazia, alla cui accoglienza dispongono. In questa nuova prospettiva, la grazia che viene da Dio appare così ben più che un “premio” per i giusti, o una “medicina” per i malati, ma una forza mobilitante offerta alla libertà umana, affinché gli orizzonti della coscienza e le strade della libertà seguano la traiettoria, sempre più grande, dei disegni di Dio.
La Dichiarazione, mentre allarga l’orizzonte, invita altresì ad un discernimento, per verificare se sussistano le condizioni affinché si possa conferire una benedizione paterna e non ritualmente fissata: vale a dire, non la pretesa legittimazione morale di uno stato o di relazioni, bensì il riconoscersi umilmente peccatori (cf. FS 33), bisognosi di un cambiamento e disposti ad aprirsi ed a seguire la volontà di Dio (cf. FS 20). Questa è la evidente e più importante precondizione, per poter ricevere il dono di una benedizione nel senso indicato dalla Dichiarazione.
Oggi, il grande rischio è che perfino i gesti e le parole della fede divengano degli schemi precostituiti il cui significato originario e congenito veda prevalere le forme che, di volta in volta, la storia ecclesiale usa per esprimere quel significato.
Il magistero ecclesiale – che scrive dritto anche attraverso linee che ad alcuni sembrano oblique – riscoprendo i significati originari espressi nelle parole e nei gesti della fede, ci sorprende e ci invita ad allargare gli orizzonti, verso quel di più di verità e di amore a cui il Signore, nella fedeltà all’insegnamento di sempre, ci sospinge, incamminandoci verso quel Destino immenso e buono a cui tutti siamo chiamati, nessuno escluso.

don Riccardo Bollati

Francesco alla Curia: solo chi ama non smette di camminare verso la verità

Nel tradizionale discorso per gli auguri di Natale il Papa riflette su tre verbi che devono costituire l’essenza della missione di chi lavora a servizio della Chiesa universale: ascoltare come Maria “in ginocchio”, discernere come Giovanni Battista lasciando spazio a Dio oltre i pregiudizi, camminare come i Magi senza perdersi nei labirinti della rigidità e mediocrità

Alessandro De Carolis – Città del Vaticano– 21 Dicembre 2023

Un labirinto dentro il quale perdersi per conformismi, paura, inerzie di vario tipo, di quelli che trasformano la missione della Chiesa universale in un ufficio con relativa burocrazia. Oppure un cammino, e un servizio, rinnovati ogni volta con “coraggio”, in cui la differenza la fa non il “tirare a campare” ma l’“amore”. La fa il “ripartire da Dio” e la determinazione a “guardare in alto”, perché “dai labirinti si esce solo ‘da sopra’. Il Papa riunisce come ogni anno in vista del Natale i suoi più diretti collaboratori della Curia romana impostando i suoi auguri su tre verbi – ascoltare, discernere, camminare – e su un neologismo, “labirintare”, che diventa l’ago della bilancia per verificare in che modo si stia servendo la causa del Vangelo.

Il Papa parla alla Curia romana

Il Papa parla alla Curia romana

Maria, donna dell’“ascolto in ginocchio”

Francesco personifica i verbi con tre figure centrali della storia della salvezza, ricordando subito che la culla del mondo in cui Gesù nasce quest’anno è circondata dalle ferite di un tempo di violenze e guerra, di “rischi epocali” tra cambiamenti climatici, povertà, sofferenze, fame. Il primo personaggio che incarna l’ascolto ideale è Maria. Ascoltare, afferma, “è sempre l’inizio di un cammino” purché, come la mamma di Gesù, sia fatto “con il cuore”, lei che all’annuncio dell’angelo “si coinvolge con disponibilità” davanti a Dio che l’ha scelta. Si mette, dice, in ascolto “in ginocchio”.

Ascoltare “in ginocchio” è il modo migliore per ascoltare davvero, perché significa che non stiamo davanti all’altro nella posizione di chi pensa di sapere già tutto, di chi ha già interpretato le cose prima ancora di ascoltare, di chi guarda dall’alto in basso (…) Una cosa è semplicemente udire, un’altra cosa è mettersi in ascolto, che significa anche “accogliere dentro”.

Questo tipo di ascolto, prosegue il Papa, sa fare spazio interiore alle parole dell’altro evitando che si diventi, stigmatizza, come “lupi rapaci” che cercano “subito di divorare le parole dell’altro, senza ascoltarle davvero”, rovesciandogli immediatamente “addosso le nostre impressioni e i nostri giudizi”. È urgente allora “recuperare uno spirito contemplativo, che ci permetta di riscoprire ogni giorno che siamo depositari di un bene che umanizza”.

Un momento dell'udienza del Papa alla Curia Romana

Un momento dell’udienza del Papa alla Curia Romana

Giovanni Battista, discernere con umiltà

Il personaggio emblematico del secondo verbo, il discernimento, è per Francesco quello di Giovanni Battista. Ricorda che quando Gesù comincia il suo ministero, il Precursore vive una “drammatica crisi di fede” perché il Messia atteso non appare quel Dio potente e dominatore che aveva immaginato. E dunque il Battista dal carcere fa chiedere a Gesù se sia lui il salvatore, ovvero cerca di capire, di discernere.

Per noi è importante il discernimento, questa arte della vita spirituale che ci spoglia della pretesa di sapere già tutto, dal rischio di pensare che basta applicare le regole, dalla tentazione di procedere, anche nella vita della Curia, semplicemente ripetendo degli schemi, senza considerare che il Mistero di Dio ci supera sempre e che la vita delle persone e la realtà che ci circonda sono e restano sempre superiori alle idee e alle teorie.

I tre libri donati dal Papa ai membri della Curia romana

I tre libri donati dal Papa ai membri della Curia romana

I Magi, camminare guidati da Dio e fuori dai labirinti

Come terzo esempio per il terzo verbo, camminare, Francesco porta i Magi. “La gioia del Vangelo, quando la accogliamo davvero, innesca in noi – osserva il Papa – il movimento della sequela, provocando un vero e proprio esodo da noi stessi”. Ed è qui che entra in gioco il rischio e la tentazione del “labirintare”, quel “girare a vuoto”, sostiene, “dentro i nostri recinti e nelle nostre paure” che penalizzano “il servizio che siamo chiamati a offrire alla Chiesa e al mondo intero”.

Perciò, quando il servizio che svolgiamo rischia di appiattirsi, di “labirintare” nella rigidità o nella mediocrità, quando ci troviamo ingarbugliati nelle reti della burocrazia e del “tirare a campare”, ricordiamoci di guardare in alto, di ripartire da Dio, di lasciarci rischiarare dalla sua Parola, per trovare sempre il coraggio di ripartire. Dai labirinti si esce solo “da sopra”.

In definitiva, riassume Francesco, “ci vuole coraggio per camminare, per andare oltre. È questione di amore”. E ricorda la riflessione di un sacerdote che disse “che si fa fatica a riaccendere le braci sotto la cenere della Chiesa”. La fatica, oggi, per Francesco “è quella di trasmettere passione a chi l’ha già persa da un pezzo”.

A sessant’anni dal Concilio, ancora si dibatte sulla divisione tra “progressisti” e “conservatori”, mentre la differenza centrale è tra “innamorati” e “abituati”. Questa è la differenza. Solo chi ama cammina.

La riflessione. Benedizione delle coppie omosessuali, solo Gesù ci può salvare tutti


Don Maurizio Patriciello – Avvenire martedì 19 dicembre 2023

Complice l’influenza che mi costringe a casa, trovo più tempo per leggere e riflettere. Questione “benedizione fratelli e sorelle omosessuali”. C’è chi la prende alla leggera, chi tira un sospiro di sollievo e chi ne fa un dramma. Il dolore – palpabile, sincero, vero – di tanti credenti che temono e tremano per questa decisione, mi stringe il cuore.

Cerco di capire. Passo in rassegna ricordi e incontri fatti. Gino è mio vecchio amico. Una sera arriva in parrocchia. È disperato. Marco, suo figlio, il giorno prima, gli ha confessato di essere omosessuale. Da quel momento, in casa, il sole si è spento. Capisco. Taccio. Sono lacerato tra il mio essere uomo e il mio essere prete.

Guardo quest’uomo ancora giovane, distrutto, poi, come attingendo a un deposito nascosto: « Mi ha i fatto impaurire, Gino; dimmi, ma tu, a Marco, il mese scorso, gli volevi bene? Si? E continua a volergli bene. Ha bisogno di te e tu di lui». Gino, però, è un credente. « Ma la Chiesa? Che cosa dice la Chiesa?» Ci sono momenti in cui devi prendere in mano la situazione e lasciarti guidare dallo Spirito. Come un chirurgo che su un campo di battaglia deve agire senza consultare i vecchi libri di medicina. «Gesù e la Chiesa sono più grandi dei nostri striminziti cuori, Gino».

Mi ritorna in mente Viola. Egidio, suo figlio, 29 anni, è colto, ricco ma depresso. Lei gli sta accanto. Esce sul balcone a stendere la biancheria. Un attimo. Ed Egidio ha già messo fine alla sua vita. Il terrore della credente Viola per la sorte eterna del figlio supera il dolore della mamma. Non fa che chiedermi:« Il Signore lo avrà perdonato?» L’omelia a volte pesa più di uno zaino trascinato da un vecchio claudicante. Prego. La luce arriva: « Viola, tu a Egidio da quando gli vuoi bene? Da 30 anni? Bene, ricorda che Dio gli vuole bene da sempre di un amore che supera di gran lunga quello di tutti noi messo insieme». Di certo non ho risolto il problema della depressione, non ho cancellato il dolore di questa donna straziata, le ho però dato un pizzico di consolazione. Suo figlio è nelle mani misericordiose del Padre, che meglio e più di noi, sa pesare e giudicare i cuori. Che il Signore ci ami di un amore folle non sono certo io a dirlo.

Ritorniamo alle persone omosessuali. Ci sono. Come tutti hanno pregi e difetti, diritti di cui godere e doveri cui far fronte. Qualche domanda, senza l’ ipocrito timore di essere blasfemi, a riguardo, potremmo rivolgerla a Dio stesso: «Perché, Signore, tanti nostri fratelli e sorelle vivono questa situazione?» La scienza ha le sue risposte, le varie società le loro. Le religioni un po’ si difendono, un po’ si aprono, un po’ temono.

Ma la Chiesa, la nostra Santa Madre Chiesa che cosa dovrà fare? Certo, può fingere di non vederli e tirare avanti. La cosa non le farebbe onore. Può vederli e condannarli. Peggio che andar di notte. Può accoglierli e mettersi in ascolto. Bene, rispetto, ascolto, accoglienza, ma poi? Quando spezziamo il Pane e la Parola? Continueremo a trattarli come ospiti – più o meno graditi, ma pur sempre ospiti – o come commensali a tutti gli effetti? Al banchetto della vita e della fede c’è spazio per tutti. Finanche i cagnolini, disse la donna Cananea a Gesù che fingeva di ignorarla, mangiano le briciole che cadono dalla tavola del padrone. Attenzione, il “cagnolino” posso essere io, tu, chiunque. Dio, ricco di misericordia, ha solo figli, non figliastri.

La Chiesa, che sgorga dal costato di Cristo, deve continuamente sforzarsi di imitarlo. A noi, figli di Dio e della Chiesa, bisognosi continuamente di comprensione e di perdono non è dato alcun diritto di giudicare e condannare. La Chiesa cammina con il Vangelo in mano e i piedi nel fango di questo mondo bello e drammatico. Attraversa i secoli e le culture. Ma avendo sempre a cuore l’uomo. Se una sua parola, un suo gesto, una sua benedizione può portare un pizzico di serenità e di gioia in qualche cuore, che ben venga. Senza che nessuno ne abbia paura. Non sono entrati i ladri in casa. Nessuno sta svendendo il deposito immenso che le fu lasciato in dono ma solo tentando di tirare a lucido vecchi gioielli anneriti dal tempo e dall’ incuria. E, non dimentichiamolo mai, in quello scrigno, la pietra più brillante, più preziosa, l’unica di un valore inestimabile, incommensurabile, capace di salvare tutti gli uomini, di tutti i luoghi, di tutti i tempi si chiama Gesù. Il quale di se stesso ha detto: « lo sono la verità». La Verità dell’amore.

IL PARTO VERGINALE DELLA MADONNA

(Nella descrizione di Maria Valtorta)

 Maria riprende la sua posa. Giuseppe, per non cedere più al sonno, si pone in ginocchio presso il fuoco e prega. Prega con le mani strette sul viso. Le leva ogni tanto per alimentare il fuoco e poi torna alla sua fervente preghiera. Meno il rumore delle legna che crepitano e quello del ciuchino, che di tanto in tanto batte uno zoccolo sul suolo, non si ode niente.

Un poco di luna si insinua da una crepa del soffitto e pare una lama di incorporeo argento che vada cercando Maria. Si allunga, man mano che la luna si fa più alta in cielo, e la raggiunge, finalmente. Eccola sul capo della orante. Glielo innimba di candore.

Maria leva il capo come per una chiamata celeste e si drizza in ginocchio di nuovo. Oh! come è bello qui! Ella alza il capo, che pare splendere nella luce bianca della luna, e un sorriso non umano la trasfigura. Che vede? Che ode? Che prova? Solo Lei potrebbe dire quanto vide, sentì e provò nell’ora fulgida della sua Maternità. Io vedo solo che intorno a Lei la luce cresce, cresce, cresce. Pare scenda dal Cielo, pare emani dalle povere cose che le stanno intorno, pare soprattutto che emani da Lei.

La sua veste, azzurra cupa, pare ora di un mite celeste di miosotis, e le mani e il viso sembrano farsene azzurrini come quelli di uno messo sotto il fuoco di un immenso zaffiro pallido. Questo colore, che mi ricorda, benché più tenue, quello che vedo nelle visioni del santo Paradiso e anche quello che vidi nella visione della venuta dei Magi, si diffonde sempre più sulle cose, le veste, le purifica, le fa splendide.

La luce si sprigiona sempre più dal corpo di Maria, assorbe quella della luna, pare che Ella attiri in sé quella che le può venire dal Cielo. Ormai è Lei la Depositaria della Luce. Quella che deve dare questa Luce al mondo. E questa beatifica, incontenibile, immisurabile, eterna, divina Luce che sta per esser data, si annuncia con un’alba, una diana, un coro di atomi di luce che crescono, crescono come una marea, che salgono, salgono come un incenso, che scendono come una fiumana, che si stendono come un velo…

La volta, piena di crepe, di ragnatele, di macerie sporgenti che stanno in bilico per un miracolo di statica, nera, fumosa, repellente, pare la volta di una sala regale. Ogni pietrone è un blocco di argento, ogni crepa un guizzo di opale, ogni ragnatela un preziosissimo baldacchino contesto di argento e diamanti. Un grosso ramarro, in letargo fra due macigni, pare un monile di smeraldo dimenticato là da una regina; e un grappolo di pipistrelli in letargo, una preziosa lumiera d’onice. Il fieno che pende dalla più alta mangiatoia non è più erba, sono fili e fili di argento puro che tremolano nell’aria con la grazia di una chioma disciolta.

La sottoposta mangiatoia è, nel suo legno scuro, un blocco d’argento brunito. Le pareti sono coperte di un broccato in cui il candore della seta scompare sotto il ricamo perlaceo del rilievo, e il suolo… che è ora il suolo? È un cristallo acceso da una luce bianca. Le sporgenze paiono rose di luce gettate per omaggio al suolo; e le buche, coppe preziose da cui debbano salire aromi e profumi.

E la luce cresce sempre più. È insostenibile all’occhio. In essa scompare, come assorbita da un velano d’incandescenza, la Vergine… e ne emerge la Madre.

Sì. Quando la luce torna ad essere sostenibile al mio vedere, io vedo Maria col Figlio neonato sulle braccia. Un piccolo Bambino, roseo e grassottello, che annaspa e zampetta con le manine grosse quanto un boccio di rosa e coi piedini che starebbero nell’incavo di un cuore di rosa; che vagisce con una vocina tremula, proprio di agnellino appena nato, aprendo la boccuccia che sembra una fragolina di bosco e mostrando la linguetta tremolante contro il roseo palato; che muove la testolina tanto bionda da parere quasi nuda di capelli, una tonda testolina che la Mamma sostiene nella curva di una sua mano, mentre guarda il suo Bambino e lo adora piangendo e ridendo insieme e si curva a baciarlo, non sulla testa innocente, ma su, centro del petto, là dove sotto è il cuoricino che batte, batte per noi… là dove un giorno sarà la Ferita. Gliela medica in anticipo, quella ferita, la sua Mamma, col suo bacio immacolato.

Il bue, svegliato dal chiarore, si alza con gran rumore di zoccoli e muggisce, e l’asinello volge il capo e raglia. È la luce che li scuote, ma io amo pensare che essi hanno voluto salutare il loro Creatore, per loro e per tutti gli animali.

Anche Giuseppe, che, quasi rapito, pregava così intensamente da esser isolato da quanto lo circondava, si scuote, e dalle dita strette al viso vede filtrare la luce strana. Leva le mani dal viso, alza il capo, si volge. Il bue ritto in piedi nasconde Maria. Ma Ella chiama: «Giuseppe, vieni».

Giuseppe accorre. E quando vede si arresta, fulminato di riverenza, e sta per cadere in ginocchio là dove è. Ma Maria insiste: «Vieni, Giuseppe» e punta la mano sinistra sul fieno e, tenendo con la destra stretto al cuore l’Infante, si alza e si dirige a Giuseppe, che cammina impacciato per il contrasto fra il desiderio di andare e il timore di essere irriverente.

Ai piedi della lettiera i due sposi si incontrano e si guardano con un pianto beato.

«Vieni, ché offriamo al Padre Gesù» dice Maria.

E, mentre Giuseppe si inginocchia, Ella, ritta in piedi fra due tronchi che sostengono la volta, alza la sua Creatura fra le braccia e dice: «Eccomi. Per Lui, o Dio, ti dico questa parola. Eccomi a fare la tua volontà. E con Lui io, Maria, e Giuseppe, io sposo. Ecco i tuoi servi, Signore. Sia fatta sempre da noi, in ogni ora e in ogni evento, la tua volontà, per tua gloria e per amor tuo».

Poi Maria si curva e dice: «Prendi, Giuseppe» e offre l’Infante.

«Io? A me? Oh, no! Non sono degno!». Giuseppe è sbigottito addirittura, annientato all’idea di dover toccare Iddio.

Ma Maria insiste sorridendo: «Tu ne sei ben degno. Nessuno più di te lo è, e per questo l’Altissimo ti ha scelto. Prendi, Giuseppe, e tienilo mentre io cerco i panni». (…)

(Maria Valtorta – Il Vangelo come mi è stato rivelato- Libro 1 – cap. 29)

Guerra Russia-Ucraina, il prezzo dell’invasione

di Francesco Battistini e Milena Gabanelli – Corriere della Sera  – 18 Dicembre 2023

Dopo più di due mesi concentrati su Gaza, s’è tornati a parlare di Ucraina. Ma a che punto è la guerra? Quanto è costata in vite e soldi? Fino al 2022, oltre alla Crimea annessa nel 2014, in mano ai separatisti filorussi c’erano solo le province di Donetsk e di Lugansk, ovvero il Donbass: il 7,04% del Paese, circa 42 mila km quadrati.

Il 24 febbraio 2022 doveva essere un’invasione lampo: Putin voleva arrivare fino a Kiev e dopo un mese era già riuscito a conquistare il confine bielorusso, Sumy, Kharkiv, aveva preso Mariupol. L’obbiettivo iniziale di «denazificare» il governo di Kiev era però fallito quasi subito, gli ucraini avevano resistito e a fine 2022 erano riusciti a riprendersi l’area della capitale e di Kharkiv, Kherson e la sponda orientale del fiume Dnipro: in totale 60 mila km quadrati, una regione più grande della Sicilia e della Sardegna messe insieme.

Lo stallo

Il 2023 doveva essere l’anno della controffensiva di Zelensky. La grande rivincita. Invece poco è cambiato e dopo ventidue mesi la guerra s’è congelata. Siamo allo stallo. Oggi Mosca controlla più o meno lo stesso territorio di fine 2022: 100 mila km quadrati, il 17,48%, una porzione che corrisponde all’intera Estonia. Putin s’è tenuto Lugansk, parte del Donetsk, il sud di Kherson e la centrale nucleare di Zaporizhzhia, gran parte del Mar Nero: punta a trasformare il fiume Dnipro in un confine di fatto. Gli ucraini hanno ripreso a fatica Bakhmut e la sponda orientale del Dnipro, combattono per Avdiivka e vogliono fortificare una testa di ponte per arrivare al Mare d’Azov e sfondare in Crimea, riprendendo il controllo del Mar Nero e delle esportazioni di grano bloccate dai russi. La controffensiva però è stata un disastro militare. Negli ultimi sei mesi l’esercito ucraino è avanzato solo di 12 km e ha riconquistato 518 km quadrati, meno della provincia di Lodi.

Il conto delle vittime

Non ci sono cifre attendibili. Mosca minimizza i caduti che sarebbero da 35 a 43 mila, per il Pentagono sono 315 mila con l’80% delle perdite solo nel Donetsk. Kiev copre le cifre col segreto di Stato e fa passare il dato di 17.500 soldati morti, ma per il Pentagono sono almeno 120 mila. Secondo il New York Times, che incrocia diverse fonti incluse quelle Onu e d’intelligence Usa, la guerra sui due fronti, a fine agosto, aveva fatto già più di mezzo milione fra soldati morti, feriti, e vittime civili. Il doppio che nelle tre guerre balcaniche degli anni ’90. E tutto questo per avere una mappa di territori conquistati e difesi pressoché identica a quella di un anno fa.

Le forze russe in campo

Putin ha firmato due decreti di mobilitazione popolare parziale. Dispone di 2,2 milioni di arruolati, ne ha mobilitati 1,320 e ha comunque pronti altri 880 mila riservisti. Combattere in Ucraina conviene economicamente, e non solo ai mercenari di Wagner: un soldato russo guadagna in media 2.135 euro al mese, contro i 560 di un professore universitario. Se il soldato muore alla famiglia arriva l’equivalente di 55.000 dollari (32.500 in caso di ferimento grave).

 Non si sa con esattezza quanti russi siano fuggiti all’estero per evitare l’arruolamento: il governo ne ammette 155 mila, ma lo scorso maggio per il governo inglese erano 1,3 milioni. Scappano soprattutto in Georgia, Armenia, Serbia e dove non serve il visto. Il Kazakistan, dopo una prima invasione di disertori, ha ridotto i permessi. La Ue ha ricevuto 17 mila richieste d’asilo politico, ma ne ha accettati solo duemila. Fino al 17 marzo, quando verrà rieletto presidente per la quinta volta, Putin eviterà nuovi reclutamenti ed eventuali proteste: dall’inizio della guerra 5.844 contestatori sono stati arrestati in 60 città. La legge permette allo Zar di farsi rieleggere fino al 2036, quando avrà compiuto 83 anni. Non ha oppositori: il più pericoloso, Aleksej Navalny, è stato imprigionato in Siberia dopo un tentativo di avvelenamento. Dal gennaio 2022 sono almeno 20 gli oligarchi e i manager di Stato morti misteriosamente, dopo essersi messi contro lo Zar: il più famoso è Evgeny Prigohzin, il capo di Wagner. L’ultimo è il presidente di Lukoil Vladimir Nekrasov.

Le forze di Kiev

Gli ucraini sono un terzo dei russi e dispongono di 700 mila soldati. All’inizio della guerra avevano 10 milioni d’arruolabili, anche se l’esercito era fatto solo di 250 mila uomini. Pure qui s’affronta la questione di chi scappa dalla guerra: fra gli 8 milioni di profughi in Europa, ci sono anche 650mila richiamabili. È aumentata la renitenza alla leva, con 200 mila «imboscati» e fenomeni di corruzione. Per questo Zelensky ha cambiato le regole di reclutamento e ha aperto ancora di più alle donne: oggi sono 43 mila (più 40% rispetto al 2021) e sono state ammesse ai ruoli di mitragliere, cecchino e comandante di tank.

Chi sta pagando il conto?

La Commissione europea sostiene che «le sanzioni stanno funzionando». Alla Banca centrale russa sono stati congelati 400 miliardi in riserve valutarie all’estero e, nella sola Ue, i patrimoni sequestrati agli oligarchi amici del Cremlino valgono 228 miliardi di dollari. L’isolamento economico è evidente quanto quello politico: la Russia è esclusa dal sistema Swift che regola i pagamenti bancari internazionali, quasi tutti gli investitori occidentali hanno chiuso le rappresentanze a Mosca, i Paesi europei hanno ridotto drasticamente le importazioni russe di gas e carbone. Embargo sull’export di beni e servizi strategici e all’import di petrolio. E la produzione petrolifera è precipitata: da due milioni di barili al giorno, in ottobre s’è passati a 300 mila. In quasi due anni l’inflazione è rimasta al 6%, ma il rublo ha perso un quarto del suo valore sul dollaro e la Banca centrale di Mosca ha innalzato di due punti (al 15%) il tasso d’interesse.

 L’economia di Mosca però sembra tenere: grandi Paesi come Cina, India, Turchia, Messico, Brasile e Sudafrica non hanno aderito al boicottaggio, sostenendo Putin attraverso le triangolazioni. Su Mosca, San Pietroburgo, Kazan e Sochi si può ancora volare da Serbia, Turchia, Bielorussia, Cina, Israele, Emirati arabi, India, Arabia Saudita, Uzbekistan, Dubai, oltre che da quattro Paesi africani: Egitto, Algeria, Marocco e Sudafrica. A perderci però sono anche le economie occidentali: con le sanzioni, dice il Financial Times, la guerra ha bruciato più di cento miliardi di 600 grandi e medie imprese europee che facevano affari a Mosca, senza contare i costi derivanti dall’aumento dell’energia e delle materie prime.

Pedoni davanti al municipio distrutto di Okhtyrka, città di 48 mila abitanti nella regione di Sumy

Spesa militare russa

Secondo l’Economist, la spesa militare annua è di 60 miliardi di dollari, mentre la spesa pubblica è aumentata del 40% e ai russi la guerra costa 67 miliardi di dollari l’anno di deficit pubblico – un 3% di Pil che se ne va per sostenere la produzione, reggere il welfare, mantenere le famiglie che mandano gli uomini al fronte –. Una stima della rivista militare Sofrep, però, parlava già nel 2022 d’un costo complessivo ben più alto: 900 milioni di dollari al giorno. E d’un aggravio per i russi, secondo l’ucraina Kyiv School of Economics, che varrebbe fra l’8 e il 10% del Pil.

Ucraina: quanto costa difendersi

Per Kiev la guerra costa 10 miliardi di dollari al mese. Bisogna però aggiungere tutto quello che è arrivato in aiuti. L’Ue ha finora versato agli ucraini 85 miliardi così ripartiti: 25 in attrezzature tecniche e militari, 60 in finanziamenti. Stando ai tedeschi del Kiel Institute for the World Economy, gli Usa hanno dato 47 miliardi in armamenti e la Gran Bretagna 18. Secondo i conti di Banca mondiale dall’Occidente sono arrivati in totale 17 miliardi mensili, fra armi e sostegno a un’economia che non produce più reddito e in quasi due anni ha bruciato 200 miliardi tra industrie collassate e grandi investitori stranieri che sono scappati. La spesa pubblica ucraina per pagare la pubblica amministrazione, per tenere aperti scuole e ospedali, per far funzionare i trasporti, solo nel 2022 è stata di 75 miliardi: i prestiti occidentali ne hanno coperti 32.

Il prezzo della ricostruzione

Una futura ricostruzione, dice l’Economist, è già stimata oltre i 500 miliardi: Borodyanka, Bakhmut, Ochtyrka, Kupyansk, Kyrylivka sono alcune delle città più distrutte. Oltre alla grande diga di Kakhovka, vanno rimessi in piedi 18 aeroporti, 344 ponti, 25mila km di strade, 426 stabilimenti industriali. Mentre i danni ambientali fin qui prodotti nel suolo, nell’acqua e in emissioni di CO2 sono incalcolabili.

Nuovi aiuti: chi frena e chi ricatta

Negli ultimi due mesi, da quando è riesplosa la crisi di Gaza, le forniture americane a Kiev sono calate del 30%. Il Senato americano sta bloccando una seconda tranche di 61 miliardi e Biden, se dovrà vedersela in campagna elettorale con l’isolazionista Donald Trump, faticherà sempre più a ottenere altri soldi. Zelensky ripete ogni giorno che senza munizioni, missili e F-16 sarà impossibile resistere a lungo. E anche lui, finora leader indiscusso, è criticato in patria per avere ritardato troppo la controffensiva. Gli aiuti europei, dice il Kiel Institute, da agosto sono calati del 90% rispetto al 2022.

Per sbloccare la nuova rata Ue di 50 miliardi invece bisogna fare i conti con i ricatti di Orban che, per ora, ha ceduto sull’adesione dell’Ucraina all’Unione in cambio dei 10 miliardi di Pnrr congelati un anno fa da Bruxelles per violazione dello Stato di diritto. «Di questo Paese – dice – non sappiamo nemmeno quanto sia grande e quanta gente ci viva». Proviamo a ricordarglielo: ha un’estensione di 600 mila km quadrati (quasi il doppio della Germania), 47 milioni di abitanti ed è uno Stato sovrano europeo. Questa mappa è stata deturpata dall’invasione russa.

La Costituzione russa garante della monarchia universale dello zar Putin

di Stefano Caprio- Asia News – 17 Dicembre 2023

Il 12 dicembre festeggiato il trentennale della Costituzione post-sovietica, approvata da Eltsin. Carta ricondotta da Putin al totalitarismo staliniano, pur senza imporne una nuova a suo nome. Anche nella grande revisione del 2020 (oltre 200 modifiche) resta la farsa della “Russia democratica”. Con il voto del 17 marzo il presidente intende inaugurare “l’anno zero della nuova era”. 

Il 12 dicembre in Russia è stato festeggiato il trentennale della Costituzione post-sovietica, approvata da Boris Eltsin nel momento del grande entusiasmo per le riforme democratiche e liberali dei primi anni dopo la fine del regime comunista. In realtà, già in quell’anno le aperture al nuovo sistema economico e politico avevano cominciato ad andare in crisi con la rivolta dei parlamentari, che costrinse Eltsin a bombardare la Casa Bianca moscovita per difendere la “nuova democrazia”; ma la legge fondamentale divenne un simbolo di cambiamento non solo formale, per la costruzione di un futuro che la Russia non aveva mai veramente conosciuto.

Il primo contatto con il “potere del popolo” per i russi era avvenuto quando lo zar “occidentalista” Pietro il Grande: poco più che ventenne, nel 1698 egli volle girare l’Europa con la “grande ambasciata” per visitare i cantieri navali di Danimarca, Olanda e Gran Bretagna essendo attratto dalla costruzione delle navi. A Londra fu accolto calorosamente dal re Guglielmo III d’Orange, primo monarca al mondo a cedere parte dei poteri alla Camera dei Lord, alla cui sessione assistette il giovane zar, spiando da una finestrella. Alla fine, Pietro commentò eccitato che “è molto affascinante quando il popolo dice la verità al suo re, ma tanto poi è lui che decide”. Sulla via del ritorno a Mosca, Pietro volle anche incontrare il filosofo Gottfried Leibnitz, che gli spiegò che doveva costituire il Senato e le altre istituzioni di un vero Stato europeo.

Pietro il Grande portò con sé in patria molte novità, a partire fumo e vodka che gli meritarono la qualifica di “Anticristo” da parte della Chiesa ortodossa, oltre a tecniche navali e architettoniche che volle concentrare nella nuova capitale San Pietroburgo. La “Città di San Pietro”, in suo onore e soprattutto “nuova Roma”, edificata in pochi anni e inaugurata nel 1703, con canali e palazzi simili a Venezia e Copenaghen. Nella “capitale del nord” volle esaltare i simboli della nuova nobiltà russa europeizzata e soprattutto il magnifico palazzo del Senato, in cui sedevano gli oberprokurory, i ministri russi così chiamati secondo gli appunti di Leibnitz. Essi non contavano nulla, tranne il “ministro del Culto” che controllava la Chiesa al posto del patriarca soppresso, l’unico che conservò fino alla rivoluzione il titolo di oberprokuror, detto anche oko gosudarevo, “l’occhio del sovrano”.

L’illusione delle istituzioni democratiche è rimasta tale per i due secoli dell’impero pietroburghese, con un tentativo di istituire un Parlamento, la Duma (“pensamento”) di Stato solo agli inizi del Novecento, pochi anni prima della rivoluzione, senza comunque ottenere risultati credibili. Anche nei mesi che intercorsero tra le due rivoluzioni di febbraio e di ottobre del 1917, dopo l’abdicazione dello zar, i politici russi non riuscirono a mettersi d’accordo per riunire l’assemblea costituente, e iniziare una nuova era democratica. Lo fece Vladimir Lenin agli inizi del 1918, ma siccome l’assemblea vide la sua netta sconfitta nelle votazioni, decise di scioglierla e passare direttamente alla “dittatura del proletariato”, di fatto del partito e dei suoi capi, come aveva capito meglio di tutti il segretario Iosif Stalin.

La Costituzione pseudo-liberale di Eltsin è stata quindi ricondotta da Putin al totalitarismo staliniano, avendo peraltro l’accortezza di non imporne una nuova a suo nome come facevano i leader sovietici, ma di procedere con successive “modifiche e correzioni”. Anche nella grande revisione del 2020, con oltre 200 modifiche, si è voluto rimanere nella farsa della “Russia democratica”, anzi l’unico Paese veramente democratico del mondo, come lo stesso Putin ha ribadito in questi giorni nella conferenza stampa auto-celebrativa, prima dall’inizio della guerra in Ucraina. In verità il testo revisionato nello sfortunato anno del Covid, che aveva offuscato la glorificazione del nuovo zar, è la magna charta dell’ideologia putiniana, e viene chiamata la “Costituzione dell’azzeramento”, in quanto si associa alla ripartenza da zero dei mandati presidenziali ed è premessa del tentativo di consacrazione di Putin alle elezioni del 17 marzo.

Se non scoppierà una nuova epidemia oscura, che comunque i russi vedrebbero come complotto del demonio occidentale, e gli ucro-nazisti non riusciranno a riconquistare la Crimea e il Donbass, come ha assicurato Putin al pubblico adorante con un beffardo sorriso, allora il trentennale post-sovietico verrà finalmente archiviato, proclamando l’anno zero della nuova era. Agli alunni delle scuole russe viene quindi in questi giorni imposto di imparare a memoria gli articoli della Costituzione, il vangelo della superiorità e della vittoria della Russia su ogni nemico, da ripetere durante le “conversazioni sulle cose importanti”, le ore di religione del credo putiniano.

La legge di Mosè-Putin garantisce la libertà di parola, anche se per conoscere qualcosa di diverso dalla propaganda di Stato bisogna saper usare sofisticati sistemi Vpn. Anche la libertà di movimento è funzionale alla missione comune, quindi se una persona serve per fare la guerra, gli si ritira il passaporto per evitare che fugga. La libertà religiosa è garantita al massimo livello, cioè se si crede nella Ortodossia di Stato, e si disgrega scendendo sui gradini delle religioni “meno tradizionali” per disperdersi totalmente nelle inaccettabili “sette distruttive”, come i poveri Testimoni di Geova, di cui oltre 500 languono in galera come “estremisti”.

La carta propone quindi una “democrazia etica”, un nuovo modello di cui la Russia è portatrice per il bene dell’umanità, che assicura la superiorità dei “valori tradizionali” – Dio, Patria, Famiglia e Guerra Santa – contro tutte le degradazioni morali e le devianze sessuali che l’Occidente voleva inoculare anche nella carne dei russi. Il contagio era arrivato fino all’Ucraina, ma come ha ribadito il supremo garante della costituzione, presto la terra del Battesimo di Kiev verrà definitivamente de-nazificata e riconsacrata. Del resto una delle modifiche approvate nel 2020 stabilisce che il presidente della Russia debba essere residente stabilmente in Russia da almeno 25 anni, mentre quando fu eletto nel 2000 Putin era tornato dalla Ddr solo da una decina d’anni, ma quella Germania sovietica non era un Paese straniero, era una parte del Mondo Russo liberata dai vincitori sul nazismo, e oggi attende la nuova redenzione.

Un difetto già presente nella costituzione eltsiniana del 1993 era l’ambiguità nella definizione dei mandati presidenziali, che non si capiva se dovessero limitarsi a due in assoluto, o solo ai due consecutivi. Così alla fine del secondo mandato, nel 2008, Putin decise di provare la “monarchia dualista”, mettendo sul trono il delfino Dmitrij Medvedev e occupando la poltrona di premier, poi restituita al delfino stesso per i due mandati successivi dal 2012 al 2018, almeno finché il fido “Dimon” non ha ceduto all’ebbrezza del potere fino a sostituirlo con altri figuranti. La modifica “azzerante” del 2020 ha messo fine ai problemi della successione al trono, quelli che impedirono a Pietro il Grande di garantire lo sviluppo dell’impero settecentesco, che s’impantanò nei “regni degli amanti” delle zarine. Almeno fino all’arrivo di Caterina la Grande, tedesca profeticamente “de-nazificata” e russificata più dei russi stessi, che celebrò a fine ‘700 la vera grandezza della Russia invadendo la Crimea e inghiottendo Polonia, Bielorussia e Ucraina, spartite con Austria e Prussia.

Ora non serve più trovare eredi e discendenti: la legge fondamentale stabilisce la continuità del potere “senza separazione né confusione”, come recita il dogma di Calcedonia sull’unione delle due nature di Cristo, nel Concilio (Sobor in russo) in cui la Chiesa universale si attribuì la definizione della “Ortodossia”. Non ci sarà altro che Putin, qualunque sia l’incarnazione e rivelazione, confortata dall’esegesi autentica del patriarcato ortodosso, immune da ogni contagio esterno.

Già nel 1993 l’approvazione della Costituzione non avvenne con un “referendum”, ma fu chiamata “votazione di tutto il popolo”, vsenarodnoe golosovanie, anche se in realtà a votare andò circa il 30%. Ugualmente le prossime presidenziali di marzo non saranno vere elezioni, se non per dimostrare al mondo la superiorità “democratica” della Russia anche e soprattutto in tempi di guerra. L’Ucraina ha infatti deciso di rimandare il voto a tempi più pacifici, e dalle elezioni in Europa e in America si prevedono buone notizie per i russi, dando ad ogni popolo della terra il Putin che attende, o almeno quello che si merita.

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