"VI SUPPLICO: CONVERTITEVI!" (REGINA DELLA PACE-MEDJUGORJE)

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CHIESA CATTOLICA | CR 1791

I castighi divini sul mondo secondo la Beata Elena Aiello (1° parte)

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 19 Aprile 2023 ore 15:03

di Roberto de Mattei – Corrispondenza Romana

Nel 1977 mons. Francesco Spadafora (1913-1997), un eminente biblista, allora docente alla Pontificia Università Lateranense, mi consegnò un dattiloscritto di 42 pagine contenente le “Rivelazioni di Gesù e della Madonna alla Madre Generale Suor Elena Aiello, fondatrice delle suore minime della Passione di N.S.G.C”, ricevute da questa suora tra il 15 aprile 1938 e il 22 agosto 1960. Mons. Spadafora, era stato vicino alla veggente, per oltre venticinque anni, assistendola in punto di morte e le aveva dedicato un libro dal titolo Suor Elena Aiello ‘a monaca santa (Città nuova, Roma 1964). Pubblicai una parte di queste rivelazioni private, in un articolo dal titolo Castighi divini sull’Italia e sul mondo, che apparve il 30 gennaio 1978, sul numero 33 dellarivista Cristianità.  Padre Livio Fanzaga ha ripubblicato e commentato questo testo a Radio Maria il 23 febbraio 2022 (https://www.youtube.com/watch?v=x5liFDdU9F0). Anche il mensile Catolicismo, pubblicato a San Paolo del Brasile, ha dedicato recentemente alle visioni di suor Elena Aiello un articolo di Luis Dufaur (Mensagens para um mundo em conflagração, in Catolicismo, n. 866, febbraio 2023, pp. 26-35).

Suor Elena Aiello, nacque a Montalto Uffugo, in provincia di Cosenza, il 10 aprile 1895. La sua vita si intreccia con quella della congregazione religiosa da lei fondata nel 1928, allo scopo di raccogliere ed educare cristianamente le bambine abbandonate: le Suore Minime della Passione di N.S. Gesù Cristo, sulla scia spirituale di san Francesco di Paola, il santo taumaturgo calabrese nato a pochi chilometri dal paesino natale di suor Elena.

Il 2 gennaio 1948, vent’anni dopo la fondazione, la congregazione ottenne l’approvazione ecclesiastica. Incontrando il papa Pio XII, durante il Giubileo del 1950, suor Elena gli chiese se ritenesse che questa opera fosse secondo il cuore della Chiesa. Il Sommo pontefice le rispose: «La sua opera non finirà perché è fondata sulla Provvidenza». Suor Elena Aiello morì a Roma il 19 giugno 1961. Giovanni Paolo II l’ha dichiarata venerabile il 22 gennaio 1991 e Benedetto XVI l’ha promulga beata il 14 settembre 2011. Il decreto di beatificazione ricorda che Elena Aiello amò profondamente il Santo Padre e la Chiesa. Anima eminentemente eucaristica, soleva dire: «L’Eucarestia è l’alimento essenziale della mia vita, il respiro profondo della mia anima, il Sacramento che dà senso alla mia vita, a tutte le azioni della giornata»Il suo carisma si trova sintetizzato nella frase che Ella ripeteva quasi in maniera di litania: «non c’è amore senza sofferenza».

Dal 2 marzo 1923 fino alla morte, ogni venerdì di quaresima, in particolare ogni Venerdì Santo, suor Elena riviveva la passione di Nostro Signore, con sofferenze, sudore di sangue, visioni, rivelazioni. Il tema ricorrente di queste rivelazioni è l’annuncio di un castigo divino sull’umanità immersa nel peccato. Il 16 marzo 1951 Gesù le dice: «Gli uomini hanno scagliato contro Dio un uragano di odio. Il mio Cuore sanguina, perché gli uomini mi oltraggiano. Ovunque cerco il peccatore: Essi sono accecati dal peccato. Il mondo vive fuori del cristianesimo. (…) Il flagello è vicino; è grande il castigo; troppi sono i delitti; tremendi sono i pericoli che minacciano l’umanità: la guerra con le sue spaventevoli armi porterà rovina e morte per ogni singolo popolo. Aiutami a soffrire… devi essere la vittima per il mondo dissoluto».

Il destino della Chiesa e della città di Roma è al centro delle rivelazioni della veggente. Il 7 agosto 1954, la Madonna le dice: «Roma sarà molto travagliata, perché è macchiata di peccati molto gravi. Il fango del peccato è arrivato al colmo e [Roma] è resa una scena di delitti e di mercenari. Roma deve molto soffrire, perché è la città santa profanata e perciò sarà travagliata, ma non distrutta, dal flagello della guerra. Non permetto mai che la sede del vicario di Cristo sia in battaglia: starò curva con te mie braccia in segno di protezione; e tutti lo dovranno riconoscere negli avvenimenti che si presenteranno. Compirò la mia opera. Mentre in ogni città, in ogni luogo, pochi resteranno salvi, perché il flagello della guerra è vicino».

Il 4 marzo 1955 la Madonna rivela: «La Chiesa sarà molto travagliata: una terza parte degli uomini si salverà: il flagello della guerra è vicino: il tempo non è lontano e il mondo diventerà un vulcano di fuoco e un torrente di sangue». L’8 aprile 1955: «Guarda: gli angeli, con in mano recipienti pieni di fuoco, sono come tante fiaccole. Ogni due angeli porteranno queste fiaccole (erano come tanti tronchi d’albero). Servono per rovesciarle sul mondo. Il castigo sarà spaventoso. Scenderanno sul mondo; come tante saette di fuoco, buttate dagli angeli sulla terra. Il fuoco cadrà a pezzi. Un solo colpo, però, non cagiona la morte di tutti. Gli uomini saranno puniti secondo i debiti contratti con la giustizia divina».

Le assonanze con il messaggio di Fatima sono impressionanti. Il 7 ottobre 1956 suor Elena riporta: «La Russia spanderà i suoi errori su tutto il mondo, con persecuzioni contro la Chiesa, i sacerdoti e contro il Cristo in terra muoverà tremende rivoluzioni; la tragedia sarà terrificante, gli uomini saranno annientati (…) Verrà una guerra mai vista; tutte le nazioni scenderanno in campo di battaglia! ». E il 5 aprile 1957: «La Russia scaglierà tutte le forze del male su tutte le nazioni; la parte migliore dei ministri di Dio passerà per la purificazione come il più grande flagello mai visto nella storia del mondo».

La salvezza del mondo sta nel Cuore Immacolato di Maria. Il 22 agosto 1957 la Madonna afferma: «Per salvare le anime dall’inferno, si deve diffondere la mia devozione al Cuore Immacolato di Maria, mediatrice fra gli uomini e Dio, con la consacrazione delle famiglie al mio Cuore e a quello di Gesù». E l’8 dicembre dello stesso anno: «Bisogna formare una legione di anime, un apostolato al Cuore Immacolato di Maria, mediatrice e regina dell’universo».

L’11 febbraio 1958, la Madonna ribadisce: «Il mondo cristiano è in pericolo, perché è minacciato dal materialismo: il fango dei peccati, specie nella Città Eterna è arrivato al colmo. (…) Il mio Figlio, Pastore Angelico, dovrà tanto soffrire in questi giorni; e saranno agonie di morte…Bisogna che si facciano tanti atti di fede, pieni di fervore, per essere pronti all’attacco, per difendere i diritti del Cuore Immacolato di Maria mediatrice tra gli uomini e Dio, perché la mia ora è prossima».

Le profezie di suor Elena Aiello si diffusero soprattutto dopo la sua morte, ma non furono prese in considerazione, per il loro carattere apocalittico, mal tollerato dall’ottimismo di quegli anni.  L’11 ottobre 1962 nella celebre allocuzione Gaudet mater ecclesia con cui apriva il Concilio Vaticano II, papa Giovanni XXIII condannava i «profeti di sventura»E“profezie di sventura”dovevano apparire quelle di suor Elena Aiello nell’epoca del dialogo, della distensione e della Pacem in terris. Oggi il clima è cambiato, ma la possibilità di un castigo divino continua ad essere rimossa dalle menti degli uomini. Una delle più fragili ragioni che possono essere addotte per rifiutare gli avvisi della beata Aiello è che sono passati sessant’anni dalla sua morte e le sue profezie, che non si sono realizzate, appartengono ormai al passato. Si dimentica però che i tempi degli uomini sono diversi da quelli di Dio, che tutto misura alla luce dell’eternità. Quando un castigo annunciato dal Signore ritarda non significa che non verrà, ma che sarà tanto più pesante quanto maggiore è il ritardo. La durezza del castigo è infatti in proporzione della gravità del peccato, ma anche della lunghezza del tempo che Dio concede per convertirsi. Il tempo viene concesso agli uomini per pentirsi e se questo non avviene alla Misericordia si sostituisce la Giustizia divina.

Gli scettici scrolleranno le spalle, ma la Chiesa ha beatificato la veggente calabrese, senza trovare nulla di riprovevole nei suoi scritti. Nessuno ha l’obbligo di credere alle rivelazioni della beata Elena Aiello, ma il cattolico prudente applica il suo discernimento a ogni voce che potrebbe venire dal Cielo, perché di queste voci la Divina Provvidenza si serve per orientare le anime nei tempi più oscuri della storia. (Continua)

Il Papa difende san Giovanni Paolo II “oggetto di illazioni offensive e infondate”

Dopo il Regina Caeli Francesco ha parlato del predecessore dicendosi “certo di interpretare i sentimenti dei fedeli di tutto il mondo” e rivolgendo “un pensiero grato” alla sua memoria

VATICAN NEWS-16 Aprile 2023

Dopo la recita del Regina Caeli, Papa Francesco ha difeso il predecessore san Giovanni Paolo II, la cui figura negli ultimi giorni è stata al centro di accuse infamanti legate al caso Orlandi, mosse sulla base di anonimi “si dice”, senza testimonianze o indizi. Accuse che il Pontefice ha definito “illazioni offensive e infondate”

Accuse assurde e infamanti

Ecco le parole di Francesco, che dopo aver salutato i gruppi della Divina Misericordia presenti in piazza San Pietro ha aggiunto: “Certo di interpretare i sentimenti dei fedeli di tutto il mondo, rivolgo un pensiero grato alla memoria di san Giovanni Paolo II, in questi giorni oggetto di illazioni offensive e infondate”.

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Accuse assurde e infamanti

A proposito delle presunte rivelazioni su Papa Wojtyla e il caso Orlandi

ANDREA TORNIELLI- Vatican  News  14 Aprile 2023

Pensate che cosa sarebbe accaduto se qualcuno fosse andato in televisione ad affermare, sulla base di un “sentito dire” proveniente da una fonte anonima e senza lo straccio di un riscontro o testimonianza anche soltanto di terza mano, che vostro padre o vostro nonno di notte usciva di casa e insieme a qualche “compagno di merende” andava in giro a molestare ragazze minorenni. E immaginate che cosa sarebbe successo se il vostro parente, ormai defunto, fosse universalmente conosciuto e da tutti stimato, a motivo di qualche importante ruolo ricoperto. Non avremmo forse letto commenti ed editoriali indignati per il modo inqualificabile con cui è stata lesa la buona fama di questo grande uomo, amato da tanti?

È accaduto davvero, purtroppo, con san Giovanni Paolo II, Pontefice della Chiesa cattolica dal 16 ottobre 1978 al 2 aprile 2005. L’accusa è stata lanciata da Pietro Orlandi, fratello di Emanuela, la ragazza scomparsa nel centro di Roma in un pomeriggio di giugno del 1983. Pietro, in presenza del suo avvocato Laura Sgrò che annuiva, ha raccontato nel corso della trasmissione Di martedì condotta su La7 in prima serata da Giovanni Floris, che papa Wojtyla la notte usciva in compagnia di qualche monsignore per andare a cercare ragazzine. Il tutto è stato presentato come indiscrezione credibile, accompagnata da qualche sorrisino ammiccante, come si si parlasse di un segreto di Pulcinella. Prove? Nessuna. Indizi? Men che meno. Testimonianze almeno di seconda o terza mano? Neanche l’ombra. Solo anonime accuse infamanti.

Parole che Pietro Orlandi ha accompagnato all’audio attribuito ad un sedicente membro della Banda della Magliana il quale asserisce – anche lui senza prove, indizi, testimonianze, riscontri o circostanze – che Giovanni Paolo II “pure insieme se le portava in Vaticano quelle”, intendendo Emanuela e altre ragazze: per porre fine a questa “schifezza” il segretario di Stato di allora si sarebbe rivolto alla criminalità organizzata per risolvere il problema. Una follia. E non lo diciamo perché Karol Wojtyla è santo o perché è stato Papa.

Anche se questo massacro mediatico intristisce e sgomenta ferendo il cuore di milioni di credenti e non credenti, la diffamazione va denunciata perché è indegno di un Paese civile trattare in questo modo qualunque persona, viva o morta, che sia chierico o laico, Papa, metalmeccanico o giovane disoccupato. È giusto che tutti rispondano degli eventuali reati, se ne hanno commessi, senza impunità alcuna o privilegi.

È sacrosanto che si indaghi a 360 gradi per cercare la verità sulla scomparsa di Emanuela. Ma nessuno merita di essere diffamato in questo modo, senza neanche uno straccio di indizio, sulla base dei “si dice” di qualche sconosciuto personaggio del sottobosco criminale o di qualche squallido anonimo commento propalato in diretta Tv.

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Il cardinale Dziwisz: accuse ignobili e farneticanti su San Giovanni Paolo II

L’arcivescovo emerito di Cracovia, per quarant’anni segretario di Wojtyla, interviene sulle recenti dichiarazioni di Pietro Orlandi, fratello di Emanuela cittadina vaticana scomparsa nel 1983, circa presunti comportamenti inopportuni del Papa polacco. Il porporato auspica che l’“angosciante vicenda” si affranchi da “depistaggi, mitomanie e sciacallaggi” e che “l’Italia saprà con il suo sistema giuridico vigilare sul diritto alla buona fama di chi non c’è più”

Salvatore Cernuzio – Città del Vaticano

“Ignobili insinuazioni”, “accuse farneticanti”, “irrealistiche” e “risibili”. Il cardinale Stanislaw Dziwisz interviene in difesa di San Giovanni Paolo II, il Papa che ha servito per oltre quarant’anni come segretario particolare, dopo le dichiarazioni del fratello di Emanuela Orlandi, la cittadina vaticana scomparsa nel 1983, su presunti comportamenti inopportuni da parte del Pontefice polacco.

Sul caso irrisolto della giovane Emanuela, sparita a 15 anni dopo una lezione di musica nel pieno centro di Roma, è stato riaperto nel gennaio di quest’anno un fascicolo dal promotore di Giustizia, Alessandro Diddi, anche sulla base delle richieste fatte dalla famiglia in varie sedi. Una decisione dell’Ufficio del Promotore che conferma la volontà della Santa Sede di fare chiarezza sulla vicenda, intraprendendo ogni azione possibile al fine di giungere ad una ricostruzione accurata degli eventi, per quanto di propria competenza.

Le dichiarazioni di Pietro Orlandi

Lo scorso martedì 11 aprile, subito dopo Pasqua, il fratello Pietro Orlandi, accompagnato dall’avvocato Laura Sgrò, è stato ricevuto da Diddi per rendere proprie dichiarazioni e offrire eventuali informazioni in suo possesso. Il colloquio con il promotore è durato quasi 8 ore, come reso noto dallo stesso Orlandi, il quale, tra le diverse interviste, ha partecipato la sera stessa ad una trasmissione televisiva italiana riportando le affermazioni di un membro della Banda della Magliana – organizzazione criminale da sempre citata nel caso Orlandi – su presunte uscite serali di Giovanni Paolo II e altri comportamenti inopportuni. Affermazioni, queste, riportate in un audio depositato all’Ufficio del Promotore di Giustizia, che non hanno alcun riscontro di prova e che hanno suscitato un’ondata di indignazione generale.

Depistaggi e mitomanie

In testa il cardinale Dziwisz che, in una nota diffusa in giornata, parla di “avventatissime affermazioni, ma sarebbe più esatto subito dire ignobili insinuazioni” da parte di Pietro Orlandi sul conto di Wojtyla “in connessione all’amara e penosa vicenda della sorella Emanuela”. Vicenda che il cardinale emerito di Cracovia giudica “angosciante” e che auspica possa affrancarsi “dal gorgo dei depistaggi, delle mitomanie e degli sciacallaggi” che l’hanno caratterizzata in questi quattro decenni.

Criminale lucrare sulla vicenda

“È appena il caso di dire che suddette insinuazioni, che si vorrebbero all’origine scaturite da inafferrabili ambienti della malavita romana, a cui viene ora assegnata una parvenza di pseudo-presentabilità sono in realtà accuse farneticanti, false dall’inizio alla fine, irrealistiche, risibili al limite della comicità se non fossero tragiche, anzi esse stesse criminali”, afferma Dziwisz.  Il cardinale riconosce che è “un crimine gigantesco” ciò che è stato fatto a Emanuela e alla sua famiglia, ma parimenti “criminale è lucrare su di esso con farneticazioni incontrollabili, volte a screditare preventivamente persone e ambienti fino a prova contraria degni della stima universale”.  

Vicini al dolore della famiglia

Ciò non toglie, scrive Dziwisz, che “il dolore incomprimibile di una famiglia che da 40 anni non ha notizie su una propria figlia meriti tutto il rispetto, tutta la premura, tutta la vicinanza”. A fronte di certe affermazioni che “hanno trovato eco sui social e in taluni media anzitutto italiani”, il cardinale si sente in dovere di testimoniare, come segretario particolare del Papa, “senza il timore di smentite”, che “fin dal primo momento il Santo Padre si è fatto carico della vicenda, ha agito e fatto agire perché essa avesse un felice esito, mai ha incoraggiato azioni di qualsiasi occultamento, sempre ha manifestato affetto, prossimità, aiuto nei modi più diversi alla famiglia di Emanuela”.

Auspicio del cardinale è la “correttezza da parte di tutti gli attori” e la speranza che “l’Italia, culla universale del diritto, saprà con il suo sistema giuridico vigilare sul diritto alla buona fama di chi oggi non c’è più ma che dall’alto veglia e intercede”.

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La dimensione religiosa di Putin nella dissoluzione dell’Ucraina

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PASQUALE ANNICCHINO  11 APR 2023-Il Foglio

La guerra in corso non mette in gioco soltanto l’arsenale militare, ma anche quello identitario. Bisogna comprendere tutte le manifestazioni del totalitarismo russo per evitare di esserne travolti

Chi ha bisogno dell’Ucraina? “L’Ucraina scomparirà perché nessuno ne ha bisogno”. La sintesi offerta da Dmitry Medvedev qualche giorno fa è utile a comprendere perché, oltre alla dimensione militare, la guerra in corso ha anche una potente dimensione religiosa.

Per Medvedev “abbiamo bisogno della Grande Russia” e non della “sotto-Ucraina”. Dall’inizio della guerra il Cremlino ha mobilitato, oltre all’arsenale militare, anche quello identitario e religioso funzionale alla decostruzione dell’Ucraina come paese distinto e diverso dalla Russia.

Questa mobilitazione risponde a una delle più grandi paure di Vladimir Putin: la possibilità che i russi si rendano conto che a pochi chilometri dal loro confine non ci sono (solo) le truppe della Nato, ma la possibilità di esistere di un paese che funzioni secondo le regole della democrazia e dello stato di diritto.

Per questo motivo la decisione del Patriarca di Costantinopoli del dicembre 2018 di concedere l’autocefalia alla Chiesa ortodossa dell’Ucraina ha fatto infuriare il Cremlino. Da quel momento in poi l’Ucraina avrebbe avuto in mano anche il suo destino religioso senza dipendere da Mosca.

Non è un caso che Lavrov, all’epoca, ebbe a criticare le “provocazioni” del Patriarca di Costantinopoli organizzate, a suo dire, “con il supporto aperto e diretto” degli Stati Uniti. Nonostante non fosse stata pienamente percepita all’inizio del conflitto (spesso anche per miopia da secolarizzazione delle élite occidentali), la dimensione religiosa del conflitto viene sottolineata anche nel report dell’Institute for the Study of War pubblicato il 9 aprile

Papa al Regina Caeli: Gesù si incontra davvero quando lo annunciamo

La riflessione di Francesco sulle donne al sepolcro nel Lunedì dell’Angelo: “Se teniamo per noi la sua gioia, forse è perché non lo abbiamo ancora incontrato veramente”.

Città del Vaticano (AsiaNews) – Gesù si incontra testimoniandolo. Lo ha detto oggi papa Francesco rivolgendosi ai fedeli riuniti in piazza San Pietro per la preghiera del Regina Caeli nel Lunedì dell’Angelo, il giorno che per i cristiani prolunga la gioia dell’annuncio della Pasqua.

Commentando il brano di Vangelo delle donne al sepolcro il mattino di Pasqua il pontefice ha sottolineato come l’incontro con Gesù risorto avvenga mentre stavano già andando con gioia a portare ai discepoli l’annuncio della tomba trovata vuota.

“Gesù le incontra mentre vanno ad annunciarlo – ha spiegato il papa -. È bello questo: quando noi annunciamo il Signore, il Signore viene a noi. A volte pensiamo che il modo per stare vicini a Dio sia quello di tenerlo ben stretto a noi; perché poi, se ci esponiamo e ci mettiamo a parlarne, arrivano giudizi, critiche, magari non sappiamo rispondere a certe domande o provocazioni, e allora è meglio non parlarne. Invece il Signore viene mentre lo si annuncia. Questo ci insegnano le donne”.

È quanto avviene per tutte le buone notizie, ha osservato il papa facendo l’esempio della nascita di un bambino: “Una delle prime cose che facciamo è condividere questo lieto annuncio con gli amici. E, raccontandolo, lo ripetiamo anche a noi stessi e in qualche modo lo facciamo rivivere ancora di più in noi.

Se questo succede per una bella notizia, accade infinitamente di più per Gesù, che non è solo una bella notizia, e nemmeno la notizia più bella della vita, ma la vita stessa”.

E poi le donne del Vangelo annunciano Gesù vivo nonostante una città intera lo avesse visto in croce. “Quando si incontra Gesù – ha osservato Francesco – nessun ostacolo può trattenerci dall’annunciarlo. Se invece teniamo per noi la sua gioia, forse è perché non lo abbiamo ancora incontrato veramente”.

Di qui l’invito a domandarsi: “quand’è stata l’ultima volta che ho testimoniato Gesù? Oggi, che cosa faccio perché le persone che incontro ricevano la gioia del suo annuncio? E ancora: qualcuno, pensando a me, può dire: questa persona è serena, è felice, è buona perché ha incontrato Gesù? Chiediamo alla Madonna – ha concluso il papa – che ci aiuti ad essere gioiosi annunciatori del Vangelo”.

Al termine della preghiera il papa ha ricordato la ricorrenza dei 25 anni dagli Accordi del Venerdì Santo per la pace in Irlanda. E – rinnovando il suo augurio pasquale – ha invitato a continuare a pregare per la pace nel mondo, in particolare nella martoriata Ucraina.

Lunedì dell’Angelo

Oggi, per la liturgia della Chiesa, è in senso proprio il Lunedì dell’Ottava di Pasqua. Ma tale giorno, in Italia, viene più comunemente chiamato «Lunedì dell’Angelo» e associato, per tradizione, al ricordo dell’annuncio angelico della Risurrezione di Gesù.

Oggi, per la liturgia della Chiesa, è in senso proprio il Lunedì dell’Ottava di Pasqua. Ma tale giorno, in Italia, viene più comunemente chiamato «Lunedì dell’Angelo» e associato, per tradizione, al ricordo dell’annuncio angelico della Risurrezione di Gesù.

Si ricorda cioè tradizionalmente quanto avvenuto al sepolcro il giorno prima, al mattino della domenica (il primo giorno della settimana nel calendario ebraico, quindi il primo giorno dopo la Pasqua ebraica), quando le pie donne – Maria Maddalena, Salome e Maria madre di Giacomo – si recarono al sepolcro con l’intenzione di cospargere di oli aromatici il corpo di Gesù. Arrivate presso la tomba, trovarono il grande masso che la chiudeva rotolato via. Il loro stupore, misto a tremore, si accrebbe quando apparve loro un angelo in vesti sfolgoranti, che si premurò di rassicurarle e diede loro il lieto annuncio: «Non abbiate paura, voi! So che cercate il Crocifisso. Non è qui. È risorto, come aveva detto; venite a vedere il luogo dove era deposto». E aggiunse: «Presto, andate a dire ai suoi discepoli: è risuscitato dai morti, e ora vi precede in Galilea; là lo vedrete» (Mc 16,1-7).

«Oggi siamo nella seconda giornata dell’Ottava di Pasqua. Ieri è stata la solennità di Pasqua, oggi è il lunedì di Pasqua. In Italia c’è la bella tradizione di chiamare questa giornata “Pasquetta”, ma io non voglio parlare di “Pasquetta”. C’è anche un altro nome per indicare questo giorno: il giorno, o la festa “dell’Angelo”», disse Giovanni Paolo II nel Regina Coeli dell’1 aprile 1991, aggiungendo: «È questa una tradizione molto bella che corrisponde profondamente alle fonti bibliche sulla Risurrezione. Ci ricordiamo della narrazione dei Vangeli Sinottici, quando le donne vanno al Sepolcro e lo trovano aperto. Esse temevano di non poter entrare perché la tomba era chiusa da una grande pietra. Invece è aperta e, dall’interno, sentono le parole: “Gesù Nazareno non è qui”. Per la prima volta vengono pronunciate le parole: “È risorto”. Gli evangelisti ci dicono che queste parole sono state pronunciate dagli Angeli».

Secondo il santo polacco, «vi è un profondo significato in questa presenza angelica e in questa proclamazione angelica: come per annunciare l’Incarnazione del Verbo, Figlio di Dio, non poteva essere che un Angelo, Gabriele, così anche per esprimere per la prima volta le parole “è risorto”, la Risurrezione, non era sufficiente un soggetto umano, non era sufficiente una parola umana. Ci voleva un essere superiore, perché per l’essere umano questa verità e le parole che comunicano la verità, “è risorto”, questa verità stessa è così sconvolgente, talmente incredibile, che forse nessun uomo avrebbe osato pronunciarla».

Aggiunse Giovanni Paolo II: «Dopo questo primo annuncio si comincia a ripetere: “Il Signore è risorto e si è rivelato a Pietro, a Simone”, ma il primo annuncio richiedeva un’intelligenza superiore a quella umana. Così questa festa dell’Angelo, almeno io la intendo in questo modo, è un completamento dell’Ottava pasquale. Nelle letture bibliche, nei brani dei Vangeli si legge sempre di questi Angeli, ma la festa italiana sottolinea il momento di questa presenza angelica, non solo la sottolinea, ma spiega anche il perché di questo momento della Risurrezione. Al di sopra dell’umana costatazione che il sepolcro era vuoto, ci voleva un’altra, sovrumana costatazione: “È risorto”».

Erms Dovico – La Nuova Bussola

Urbi et Orbi, il Papa: Dio poni fine a tutte le guerre che insanguinano il mondo

Nel tradizionale messaggio per la benedizione di Pasqua, Francesco invoca il dono della pace per l’Ucraina e che i prigionieri possano tornare a casa. Quindi chiede a Dio: “Effondi la luce pasquale sul popolo russo”. Preghiere per Siria, Libano e Terra Santa e l’appello per la giustizia ai Rohingya e il conforto per le vittime del terrorismo in Africa. Il Pontefice affida al Signore “i cristiani che oggi celebrano la Pasqua in circostanze particolari, come in Nicaragua e in Eritrea”

Salvatore Cernuzio – Città del Vaticano

Pace per l’Ucraina e la preghiera perché i prigionieri possano tornare “sani e salvi dalle loro famgilie” e perché Dio effonda “la luce pasquale sul popolo russo”. Poi dialogo tra israeliani e palestinesi, vicinanza a chi è stato colpito dal terremoto in Siria e Turchia, aiuti ad Haiti sofferente e giustizia per i “martoriati” Rohingya in Myanmar, conforto alle vittime del terrorismo in Africa occidentale, sostegno alle comunità cristiane che celebrano la Pasqua “in circostanze particolari”, come in Nicaragua ed Eritrea e in altri luoghi in cui è impedita la libera professione della fede. Affacciato dalla Loggia delle Benedizioni, dinanzi a una moltitudine di fedeli divenuti 100 mila in tutta l’area di San Pietro, Francesco nella benedizione Urbi et Orbi invoca da Dio doni di pace per un mondo troppe volte avvolto nelle “tenebre” e nell’“oscurità”.

Cari fratelli e sorelle, Cristo è risorto!

Il passaggio dalla morte alla vita

L’annuncio della salvezza risuona dagli altoparlanti. Il Papa si affaccia alle 12 in punto, mentre nella assolata Piazza San Pietro risuona la fanfara con l’inno dello Stato della Città del Vaticano, seguito da un cenno dell’inno nazionale italiano. Gli onori militari, il picchetto della Guardia Svizzera, poi il Vescovo di Roma pronuncia, da seduto, il suo messaggio non solo ai fedeli presenti ma anche tutti coloro che seguono via radio, web e tv, ai quali il Pontefice ricorda il senso della Pasqua:

In Gesù si è compiuto il passaggio decisivo dell’umanità: quello dalla morte alla vita, dal peccato alla grazia, dalla paura alla fiducia, dalla desolazione alla comunione

La benedizione Urbi et Orbi del Papa

La benedizione Urbi et Orbi del Papa

Presente il cardinale albanese Simoni

A fianco al Papa c’è il cardinale James Michael Harvey, arciprete della Basilica di San Paolo fuori le Mura, che annuncia l’indulgenza plenaria. Presente pure il cardinale albanese Ernest Simoni, 94 anni, venuto a Roma per accompagnare i tre giovani albanesi che hanno ricevuto dal Pontefice il Battesimo nella veglia di ieri notte a San Pietro. Vittima di prigionia e torture da parte del regime comunista albanese, il cardinale è un eroico testimone della forza della fede nonostante le persecuzioni. Le stesse che ancora oggi, nel 2023, tanti credenti subiscono nel mondo.

Un ponte verso la vita

Il Papa ricorda questi testimoni nel corso della sua benedizione, durante la quale rivolge un pensiero pure ad ammalati, poveri, anziani e “chi sta attraversando momenti di prova e di fatica”. “Non siamo soli – rassicura – Gesù, il Vivente, è con noi per sempre”.

Gioiscano la Chiesa e il mondo, perché oggi le nostre speranze non si infrangono più contro il muro della morte, ma il Signore ci ha aperto un ponte verso la vita.

Francesco affacciato dalla Loggia delle benedizioni della Basilica di San Pietro

Francesco affacciato dalla Loggia delle benedizioni della Basilica di San Pietro

Affrettarsi verso la pace

“La speranza non è un’illusione, è verità!”, afferma poi Francesco. “Il cammino dell’umanità da Pasqua in poi, contrassegnato dalla speranza, procede più spedito”. Anzi, “diventa corsa”. E l’umanità è chiamata ad “affrettarsi”.

Affrettiamoci anche noi a crescere in un cammino di fiducia reciproca: fiducia tra le persone, tra i popoli e le Nazioni […] Affrettiamoci a superare i conflitti e le divisioni e ad aprire i nostri cuori a chi ha più bisogno. Affrettiamoci a percorrere sentieri di pace e di fraternità.

Preghiera per l’Ucraina

In questo cammino ci sono però ancora “tante pietre di inciampo”, che rendono il percorso “arduo e affannoso”. Sono tutte quelle guerre, divisioni fratricide, ingiustizie e violenze che “insanguinano” il mondo. Il Papa le elenca una a una, a cominciare dalla “martoriata” Ucraina.

Aiuta l’amato popolo ucraino nel cammino verso la pace, ed effondi la luce pasquale sul popolo russo.

Il Vescovo di Roma invoca conforto per i feriti e per quanti hanno perso i propri cari a causa della guerra, poi prega: “Fa’ che i prigionieri possano tornare sani e salvi alle loro famiglie”.

Apri i cuori dell’intera Comunità internazionale perché si adoperi a porre fine a questa guerra e a tutti i conflitti che insanguinano il mondo, a partire dalla Siria, che attende ancora la pace.

Un soldato in Ucraina

Un soldato in Ucraina

Vicinanza alle vittime del terremoto in Siria

Sempre guardando alla Siria, il Papa chiede sostegno – da Dio e dal mondo – per le vittime del violento terremoto di febbraio che ha devastato anche la Turchia: “Preghiamo per quanti hanno perso familiari e amici e sono rimasti senza casa: possano ricevere conforto da Dio e aiuto dalla famiglia delle nazioni”.

Dialogo in Terra Santa e Libano

Il pensiero va poi a Gerusalemme, “prima testimone” della Risurrezione di Gesù. Papa Francesco manifesta “viva preoccupazione per gli attacchi di questi ultimi giorni che minacciano l’auspicato clima di fiducia e di rispetto reciproco, necessario per riprendere il dialogo tra Israeliani e Palestinesi, così che la pace regni nella Città Santa e in tutta la Regione”. Con uguale vigore, il Pontefice lancia un appello per il Libano “ancora in cerca di stabilità e unità”, perché “superi le divisioni e tutti i cittadini lavorino insieme per il bene comune del Paese”.

Azioni militari in Terra Santa

Azioni militari in Terra Santa

Un pensiero ad Haiti e alla Tunisia

Non dimentica il Papa il “caro popolo della Tunisia”, in particolare i giovani e chi soffre a causa dei problemi sociali ed economici: “Non perdano la speranza e collaborino a costruire un futuro di pace e di fraternità”. “Volgi il tuo sguardo ad Haiti che sta soffrendo da diversi anni una grave crisi socio-politica e umanitaria”, è poi la supplica del Papa, “sostieni l’impegno degli attori politici e della Comunità internazionale nel ricercare una soluzione definitiva ai tanti problemi che affliggono quella popolazione tanto tribolata”.

Armi in Africa

Armi in Africa

Processi di riconciliazione in Africa

Lo sguardo si sposta all’Africa, in particolare Etiopia e Sud Sudan con l’auspicio che si consolidino i processi di riconciliazione intrapresi e cessino le violenze nella Repubblica Democratica del Congo. Francesco chiede conforto pure per le vittime del terrorismo internazionale, specialmente in Burkina Faso, Mali, Mozambico e Nigeria. Subito dopo eleva un’altra preghiera a Dio:

Sostieni, Signore, le comunità cristiane che oggi celebrano la Pasqua in circostanze particolari, come in Nicaragua e in Eritrea, e ricordati di tutti coloro a cui è impedito di professare liberamente e pubblicamente la propria fede.

Aiuto per il Myanmar, giustizia per i Rohingya

“Aiuta il Myanmar a percorrere vie di pace e illumina i cuori dei responsabili perché i martoriati Rohingya trovino giustizia”, aggiunge ancora il Papa. “Conforta i rifugiati, i deportati, i prigionieri politici e i migranti, specialmente i più vulnerabili, nonché tutti coloro che soffrono la fame, la povertà e i nefasti effetti del narcotraffico, della tratta di persone e di ogni forma di schiavitù”.

Rohingya rifugiati in Indonesia

Rohingya rifugiati in Indonesia

Nessuno sia discriminato

Al Signore, infine, Francesco chiede di ispirare i responsabili delle nazioni, “perché nessun uomo o donna sia discriminato e calpestato nella sua dignità” e “perché nel pieno rispetto dei diritti umani e della democrazia si risanino queste piaghe sociali”.

Si cerchi sempre e solo il bene comune dei cittadini, si garantisca la sicurezza e le condizioni necessarie per il dialogo e la convivenza pacifica

“Pace a voi”

“Vorrei dire a tutti, con la gioia nel cuore: buona Pasqua a tutti”, è l’augurio finale del Papa, che conclude messaggio Urbi et Orbi ripetendo per tre volte le parole di Cristo apparso dopo la resurrezione ai discepoli: “Pace a voi, Pace a voi, Pace a voi”.

La benedizione Urbi et Orbi del Papa

La benedizione Urbi et Orbi del Papa

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Pasqua, o la grazia definitiva per chi sconta la pena di vivere. Cioè tutti

PIERLUIGI BANNA  08 APR 2023 –il Foglio

Da quando Cristo è risorto, non c’è atto in questo mondo che possa decretare un giudizio definitivo sulla vita di nessuno. Come le farfalle di Hirst cerchiamo in alto, ma “non stiamo bene”

“Non stiamo bene, ci è sempre più complicato vivere, come se gestire la vita diventasse sempre più difficile” (Jón Kalman Stefánsson). Parole lapidarie, che alzano il sipario su una condizione di pesantezza e noia che è sempre più diffusa e condivisa. Non la si può ormai scansare, rubricandola tra le singole eccezioni del disagio giovanile o del disturbo psichico. Abbiamo possibilità di studiare, viaggiare, usare tecnologie, possiamo reperire informazioni su ogni argomento, ma ci sentiamo confusi sul nostro futuro, vuoti di parole nostre, pieni di angosciato silenzio per la paura di non farcela. Non convince del tutto quell’antica sapienza per cui la virtù dell’uomo consisterebbe nella capacità di sapersi accontentare, sapendo rinunciare alla propria pretesa di essere originali a tutti i costi.

Per fortuna (o purtroppo, per qualcuno), c’è qualcosa che ancora ostinatamente ci attacca al blu del cielo, come le farfalle di Love is great di Damien Hirst. Sono quasi “costrette” ad aspirare a cose dannatamente alte, troppo alte, per le loro forze. Aspirazione insoddisfatta di questa terra, che di tutto sente imperterrita la povertà: non è più scontato che questa aspirazione sia il segno della grandezza dell’essere umano. Per molti, costituisce la “condanna” di questa pena che è il vivere. Proprio a questa “umanità sfinita per la sua debolezza mortale” (Liturgia), viene annunciata dai cristiani, anche quest’anno, la grazia propria di Gesù di Nazareth. Lui, da condannato, libera da ogni forma di prigionia.

A te, che, come Giuda, hai tradito e infranto il rapporto più caro della vita, chiama ancora e nuovamente “amico”. Tu, che, come i suoi crocifissori, ti sei scoperto complice silenzioso dei complotti dei potenti, vieni abbracciato con una simpatia sconfinata che lascia ancora un margine alla tua libertà: “Perdonali, perché non sanno quello che fanno”. Tu che, come il buon ladrone, agli occhi del mondo sei un fallito senza appello, condannato pubblicamente dalla legge, puoi ancora ricevere il più bell’invito della vita: “Oggi sarai con me in Paradiso”.

Questa tenace affermazione della bontà originaria del mio, del tuo essere, della positività ultima di ogni essere a questo mondo, è possibile a Cristo perché egli ha avuto questo sguardo anzitutto su di sé. Non si è lasciato misurare dagli occhi di chi lo giudicava, lo abbandonava o lo crocifiggeva. Non ha aggiunto condanna a condanna, ma ha caricato su di sé il dolore di tutti, consegnandosi nelle mani del Padre. Ha così percorso il tunnel della condanna e al fondo del buio di morte ha ritrovato la luce dell’abbraccio del Padre che gli ha dato nuova vita, la vita nello Spirito.

Da quando Cristo è risorto, non c’è atto in questo mondo che possa decretare un giudizio definitivo sulla vita di nessuno. Senza discriminazione, il condannato a morte e l’aguzzino, l’amico rinnegato e il traditore, la vittima del sistema e il governante di turno, insomma, tutti coloro che si lasciano coinvolgere ancora oggi dalla vita contemporanea del Risorto, possono iniziare un nuovo cammino che cambia il modo di guardare sé e il volto dell’altro, generando una amicizia nuova, indistruttibile. Lo si è visto qualche giorno fa nell’incontro commosso tra i genitori della piccola Angelica, morta a cinque anni, e Papa Francesco all’uscita dell’ospedale. Quell’abbraccio e quella preghiera non sono la fine, ma il segno di una vita nuova, in questo mondo. 

Persino la colpa che sa già di morte può essere l’occasione per ripartire. Scriveva s. Ambrogio: “Non mi glorierò perché sono stato d’aiuto a qualcuno, né perché qualcuno mi è stato d’aiuto, ma perché Cristo… ha debellato la morte. E’ più produttiva la colpa dell’innocenza. L’innocenza mi aveva reso arrogante, la colpa mi ha reso umile! Il senso di condanna per questa vita cede il passo allo stupore e alla tenerezza “di questa oggettività che è il mio soggetto, la meraviglia di questa cosa che chiamo ‘io’” (Giussani). Dalla pena del vivere allo stupore di esserci perché immortalmente amati: questa è la grazia definitiva della Pasqua che spezza per sempre ogni forma di solitudine.

Veglia pasquale, il Papa: ricorda e cammina, per tornare al primo incontro con Gesù

Nella celebrazione della Notte Santa, con l’annuncio della Risurrezione di Cristo, Francesco invita tutti a riscoprire “lo stupore e la gioia” della nostra Galilea, il momento nel quale è iniziata “la nostra storia d’amore con Gesù”, e “lo abbiamo proclamato Signore della nostra vita”. Per riprendere coraggio di fronte al male, “e ai venti gelidi di guerra”, guardiamo non ad un Risorto astratto, ideale, ma alla “memoria concreta” di quell’incontro. Battezzati e cresimati otto catecumeni

Alessandro Di Bussolo – Città del Vaticano

“Ricorda e cammina! Se recuperi il primo amore, lo stupore e la gioia dell’incontro con Dio, andrai avanti”. È l’invito che Papa Francesco fa a se’ stesso e a tutti i fedeli nell’omelia della Veglia di Pasqua, la Notte Santa, che presiede nella Basilica vaticana, accompagnato da quaranta cardinali, 25 vescovi e duecento sacerdoti. Perché, spiega, la Pasqua del Signore “invita a rotolare via i massi della delusione e della sfiducia” e “ci riporta al nostro passato di grazia, ci fa riandare in Galilea, là dov’è iniziata la nostra storia d’amore con Gesù”, quando “lo abbiamo proclamato Signore della nostra vita”. Infatti, per togliere la polvere depositata nei nostri cuori e “riprendere il cammino” non dobbiamo guardare “a un Gesù astratto, ideale, ma alla memoria viva, concreta e palpitante del primo incontro con Lui”.

La “madre di tutte le vigilie”

La Basilica vaticana è immersa nel buio, quando alle 19.30, nell’atrio, al portone centrale, il Papa dà inizio alla “madre di tutte le vigilie” come l’ha definita sant’Agostino, guidando il rito del Lucernario, con la benedizione del fuoco nuovo e l’accensione del cero pasquale. Poi, all’ingresso in Basilica della processione di tutti i concelebranti, alla terza intonazione del “Lumen Christi” del diacono, dopo le candele di Francesco e dei fedeli, vengono accese tutte le luci.  Al canto dell’Exultet che annuncia la Risurrezione, segue la Liturgia della Parola con letture dell’Antico e del Nuovo Testamento, e la Liturgia battesimale. Otto i catecumeni di età adulta ai quali vengono amministrati prima il battesimo e poi la confermazione, sacramenti dell’iniziazione cristiana: tre vengono dall’Albania, due dagli Stati Uniti e gli altri da Italia, Nigeria e Venezuela. Il Pontefice presiede la Veglia rimanendo seduto davanti all’altare che raggiunge per pronunciare l’omelia, mentre successivamente raggiungerà il fonte battesimale per amministrare i sacramenti. A celebrare all’altare, il cardinale Artur Roche, prefetto del Dicastero del Culto Divino e della Disciplina dei Sacramenti, con i cardinale Giovanni Battista Re e Leonardo Sandri, decano e vicedecano del Collegio cardinalizio.

Papa Francesco benedice il cero pasquale nel rito del lucernario

Papa Francesco benedice il cero pasquale nel rito del lucernario

Entrare nel cammino dei discepoli 

Nella sua rilettura del Vangelo di Matteo sulla Resurrezione, offerta nell’omelia, Papa Francesco guarda al cammino delle donne, che alle prime luci dell’alba vanno verso la tomba di Gesù. “Avanzano incerte, smarrite – spiega – con il cuore lacerato dal dolore per quella morte che ha portato via l’Amato”. Ma, nel vedere la tomba vuota, “invertono la rotta, cambiano strada; abbandonano il sepolcro e corrono ad annunciare ai discepoli un percorso nuovo: Gesù è risorto e li attende in Galilea”. Così, chiarisce il Papa, “nella vita di queste donne è avvenuta la Pasqua, che significa passaggio”, e passano “dal mesto cammino verso il sepolcro alla gioiosa corsa verso i discepoli”, per dire che il Signore è risorto, ma anche che l’appuntamento col Risorto è in Galilea. “La rinascita dei discepoli, la risurrezione del loro cuore passa dalla Galilea”. Così Francesco invita tutti ad entrare “nel cammino dei discepoli che va dalla tomba alla Galilea”. Tutti, all’inizio, “pensano che Gesù si trovi nel luogo della morte e che tutto sia finito per sempre”.

A volte succede anche a noi di pensare che la gioia dell’incontro con Gesù appartenga al passato, mentre nel presente conosciamo soprattutto delle tombe sigillate: quelle delle nostre delusioni, delle nostre amarezze e della nostra sfiducia, quelle del “non c’è più niente da fare”, “le cose non cambieranno mai”, “meglio vivere alla giornata” perché “del domani non c’è certezza”.

Andare in Galilea vuol dire aprirsi alla missione

Quando il dolore ci ha attanagliato, spiega il Pontefice, o la tristezza, il peccato, il fallimento e la preoccupazione ci hanno assillato, anche noi “abbiamo sperimentato il gusto amaro della stanchezza e abbiamo visto spegnersi la gioia nel cuore”. Abbiamo avvertito “la fatica di portare avanti la quotidianità, stanchi di rischiare in prima persona davanti al muro di gomma di un mondo dove sembrano prevalere sempre le leggi del più furbo e del più forte”.

“Altre volte, ci siamo sentiti impotenti e scoraggiati dinanzi al potere del male, ai conflitti che lacerano le relazioni, alle logiche del calcolo e dell’indifferenza che sembrano governare la società, al cancro della corruzione – ce ne è tanta – al dilagare dell’ingiustizia, ai venti gelidi della guerra”

Papa Francesco nel corso dell'omelia

Papa Francesco nel corso dell’omelia

La notizia che cambia la storia: Cristo è risorto!

Oppure, “ci siamo forse trovati faccia a faccia con la morte”, dei nostri cari o la nostra, che ci ha sfiorato nella malattia o nelle calamità, e così “siamo rimasti preda della disillusione e si è disseccata la sorgente della speranza”. Sono tutte situazioni, chiarisce Papa Francesco, nelle quali “i nostri cammini si arrestano davanti a delle tombe e noi restiamo immobili a piangere e a rimpiangere”. Invece, le donne a Pasqua non restano paralizzate davanti a una tomba ma, come dice il Vangelo, “abbandonato in fretta il sepolcro con timore e gioia grande, corsero a dare l’annuncio ai suoi discepoli”.  Portano la notizia che cambierà per sempre la vita e la storia: Cristo è risorto! E con essa, l’invito del Signore ai discepoli: che vadano in Galilea, perché là lo vedranno. Andare in Galilea, sottolinea il Papa, significa due cose:

Da una parte uscire dalla chiusura del cenacolo per andare nella regione abitata dalle genti, uscire dal nascondimento per aprirsi alla missione, evadere dalla paura per camminare verso il futuro. Dall’altra parte, e questo è molto bello, significa ritornare alle origini, perché proprio in Galilea tutto era iniziato.

Tornare alla grazia originaria

Lì, infatti, ricorda Francesco, “il Signore aveva incontrato e chiamato per la prima volta i discepoli”. E andare in Galilea “è tornare alla grazia originaria, è riacquistare la memoria che rigenera la speranza, la ‘memoria del futuro’ con la quale siamo stati segnati dal Risorto”. Questo fa la Pasqua del Signore:

Ci spinge ad andare avanti, a uscire dal senso di sconfitta, a rotolare via la pietra dei sepolcri in cui spesso confiniamo la speranza, a guardare con fiducia al futuro, perché Cristo è risorto e ha cambiato la direzione della storia.

Il battesimo di una catecumena venezuelana

Il battesimo di una catecumena venezuelana

Non guardare ad un Gesù ideale, ma ad un incontro concreto

Ma, per farlo il Signore “ci riporta al nostro passato di grazia, ci fa riandare in Galilea, là dov’è iniziata la nostra storia d’amore con Gesù”. Ci chiede, cioè, spiega il Pontefice, di rivivere quel momento, quell’esperienza “in cui abbiamo incontrato il Signore, abbiamo sperimentato il suo amore e abbiamo ricevuto uno sguardo nuovo e luminoso su noi stessi, sulla realtà, sul mistero della vita”. Insomma, per ricominciare, per riprendere il cammino, abbiamo sempre bisogno…

Di riandare non a un Gesù astratto, ideale, ma alla memoria viva, concreta e palpitante del primo incontro con Lui. Sì, fratelli e sorelle, per camminare dobbiamo ricordare; per avere speranza dobbiamo nutrire la memoria. Questo è l’invito: ricorda e cammina! Se recuperi il primo amore, lo stupore e la gioia dell’incontro con Dio, andrai avanti.

Ricostruire il primo incontro con Cristo

“Ricorda la tua Galilea e cammina verso la tua Galilea”, ribadisce Papa Francesco, perchè è il “luogo” nel quale “hai conosciuto Gesù di persona, dove per te Egli non è rimasto un personaggio storico come altri, ma è divenuto la persona della vita: il Dio vicino, “che ti conosce più di ogni altro e ti ama più di chiunque altro”. Quello del Papa è un invito a fare memoria “della tua chiamata, di quella Parola di Dio che in un preciso momento ha parlato proprio a te; di quell’esperienza forte nello Spirito”, della grande gioia del perdono “provata dopo quella Confessione”, di quel “momento indimenticabile di preghiera”, di quella luce che “ha trasformato la tua vita, di quell’incontro, di quel pellegrinaggio…”

“Ognuno sa dov’è la propria Galilea. Ciascuno di noi conosce il proprio luogo di risurrezione interiore, quello iniziale, quello fondante, quello che ha cambiato le cose. Non possiamo lasciarlo al passato, il Risorto ci invita ad andare lì per fare la Pasqua. Ricorda la tua Galilea, fanne memoria, ravvivala oggi”

Fedeli nella Basilica vaticana durante il rito del lucernario, prima parte della Veglia Pasquale

Fedeli nella Basilica vaticana durante il rito del lucernario, prima parte della Veglia Pasquale

Riprova quelle sensazioni, togli polvere dal cuore

Francesco chiede ad ognuno di noi di tornare “a quel primo incontro. Chiediti come è stato e quando è stato, ricostruiscine il contesto, il tempo e il luogo, riprovane l’emozione e le sensazioni”. Perché “è quando hai dimenticato quel primo amore”, che è cominciata “a depositarsi della polvere sul tuo cuore”. Così hai sperimentato la tristezza e, come per i discepoli, “tutto è sembrato senza prospettiva”, senza speranza. Ma oggi, conclude il Pontefice, “la forza di Pasqua invita a rotolare via i massi della sfiducia”. E il Signore, “esperto nel ribaltare le pietre tombali del peccato e della paura, vuole illuminare la tua memoria santa, il tuo ricordo più bello, rendere attuale il primo incontro con Lui”. Ricorda e cammina: ritrova la grazia della risurrezione di Dio in te! Torna in Galilea!

Fratelli, sorelle, seguiamo Gesù in Galilea, incontriamolo e adoriamolo lì dove Egli attende ognuno di noi. Ravviviamo la bellezza di quando, dopo averlo scoperto vivo, lo abbiamo proclamato Signore della nostra vita. Torniamo in Galilea, alla Galilea del primo amore, ognuno torni alla propria Galilea, quella del primo incontro, e risorgiamo a vita nuova!

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