"VI SUPPLICO: CONVERTITEVI!" (REGINA DELLA PACE-MEDJUGORJE)

Categoria: TESTI E DOCUMENTI Pagina 129 di 156

Biotecnologia, la rivoluzione più pericolosa

diMassimo Sideri| 5 gennaio 2024- Corriere della sera

Scienza e medicina: è stata autorizzata negli Stati uniti la prima terapia con la tecnica Crispr, una sorta di «taglia e incolla» del Dna sul genoma umano

Mentre tutti noi siamo distratti a giocare con ChatGPT e a seguire le sue saghe societarie come se si trattasse di una nuova edizione de «Il Signore degli anelli«, il 2023 ha calato il suo sipario con un’altra profonda rivoluzione che non solo promette di cambiarci la vita — come, certo, accadrà con l’intelligenza artificiale — ma che lo ha già fatto: la genetica. La Federal and Drug Administration Usa, la potente authority che regolamenta il mercato dei farmaci e delle molecole a scopo sanitario, ha autorizzato la prima terapia con la tecnica del Crispr, una sorta di taglia e incolla del Dna che permette di intervenire sul genoma umano. Si tratta, come sintetizzato bene in un bel libro di Anna Meldonesi, della storia delle «due donne che crearono l’uomo». Le due donne sono le scienziate Jennifer Doudna e Emmanuelle Charpentier, entrambe premio Nobel per la Chimica 2020 per aver dato vita alla rivoluzionaria tecnologia di editing genetico Crispr Cas-9. In sostanza — gli scienziati ci perdonino per la semplificazione — una tecnica per tagliare e incollare pezzi di genoma umano come fossero un testo in word.

Le implicazioni etiche non sfuggono: intervenire su un gene malfunzionante in corso è una cosa. Decidere di cambiare a priori il Dna dei propri figli un’altra. Chi deciderà quando si starà camminando su questa sottile lama di rasoio con i piedi scalzi? Forse siamo già sul baratro, perché il solo fatto che la tecnologia lo permetta (per ora i limiti sono solo legati ai tanti misteri che non abbiamo risolto del genoma umano) è di per sé un rischio enorme. Lo dimostra il fatto che in Cina una fuga solitaria ha già portato alla nascita di due (o forse tre) bambini il cui Dna era stato modificato nella fase embrionale, nel 2018, per resistere al virus dell’Hiv. Lo scienziato He Jankui (nel frattempo entrato e uscito di prigione) aveva usato la tecnica Crispr. Di fatto si tratta dei primi esseri umani geneticamente modificati dalla nascita. Ben diverso dalle terapie geniche che intervengono per curare una malattia.

Il mondo ha già vissuto la follia degli esperimenti nazisti, la selezione della specie a priori. Il quadro è molto cambiato, lo spirito è diverso, ma la distanza che separa il santo dal folle, come scriveva Umberto Eco ne Il Nome della rosa, è talvolta invisibile: potremmo ritrovarci a fare del male pensando di fare del bene. Non è sufficiente dirci: non lo faremo. Non saremo così stupidi. Anche perché a dispetto della complessità della doppia elica del Dna la tecnica è insospettabilmente facile da applicare. Senza considerare i nuovi diritti che nascono con la tecnologia: chi decide per i bambini che devono ancora nascere? L’amore dei genitori potrebbe non bastare. Siamo già sulla frontiera della scienza. Solo pochi mesi fa era stato consegnato il Nobel a Katalin Karikó e Drew Weissman per la comprensione dei meccanismi di utilizzo dell’Rna Messaggero nei vaccini, dopo che questi studi avevano contribuito a salvare il mondo dalla pandemia. Si tratta di una strada ormai imboccata su cui l’accelerazione potrebbe superare anche quella a cui ci ha abituati il dibattito sull’AI.

D’altra parte la medicina è rimasta sostanzialmente una variante, o poco più, della magia fino all’Ottocento quando Ignác Semmelweis — un medico ungherese che ne pagò le conseguenze — introdusse l’igiene, il semplice lavaggio delle mani, nei reparti di natalità degli ospedali. Salvò in prospettiva milioni di vite. Fu una delle prime rivoluzioni sociali e culturali, anticipata solo dall’intuizione del concetto di terapia avvenuta con il dottor James Lind che nel Settecento, sulla sua nave, comprese come tenere a bada lo scorbuto. Tra i passaggi epocali non può essere dimenticata l’anestesia introdotta dal dentista Wells (il neologismo venne inventato da un poeta, Oliver Wendell Holmes, a cui sembrò la sconfitta del dolore). Arrivò nel Novecento Alexander Fleming con gli antibiotici e nel 1991 si giunse ai primi esperimenti sulle cellule staminali del sangue (fatti da Claudio Bordignon). Milano, non Boston. Se le prime tre rivoluzioni hanno cambiato per sempre la nostra vita, la quarta, quella delle biotecnologie, non solo la muterà ma, incrociandosi con l’intelligenza artificiale, ci porrà di fronte al rischio di sentirci dei. Un (vecchio) pericolo su cui iniziare a riflettere.

Reazioni a Fiducia supplicans, comunicato del Dicastero per la Dottrina della Fede

Nota stampa a firma del cardinale prefetto Fernández e del segretario monsignor Matteo: la dottrina sul matrimonio non cambia, i vescovi possono discernere l’applicazione a seconda dei contesti, le benedizioni pastorali non sono paragonabili a quelle liturgiche e ritualizzate

Scriviamo questo Comunicato stampa per aiutare a chiarire la ricezione di Fiducia supplicans, raccomandando al contempo una lettura completa e attenta della Dichiarazione per comprendere meglio il significato della sua proposta.

1. Dottrina 

I comprensibili pronunciamenti di alcune Conferenze episcopali sul documento Fiducia supplicans hanno il valore di evidenziare la necessità di un periodo più lungo di riflessione pastorale. Quanto espresso da queste Conferenze episcopali non può essere interpretato come un’opposizione dottrinale, perché il documento è chiaro e classico sul matrimonio e sulla sessualità. Ci sono diverse frasi forti nella Dichiarazione che non lasciano dubbi:

«La presente Dichiarazione resta ferma sulla dottrina tradizionale della Chiesa circa il matrimonio, non ammettendo nessun tipo di rito liturgico o benedizioni simili a un rito liturgico che possano creare confusione». Si agisce, di fronte a coppie irregolari, «senza convalidare ufficialmente il loro status o modificare in alcun modo l’insegnamento perenne della Chiesa sul matrimonio» (Presentazione).

«Sono inammissibili riti e preghiere che possano creare confusione tra ciò che è costitutivo del matrimonio, quale “unione esclusiva, stabile e indissolubile tra un uomo e una donna, naturalmente aperta a generare figli” e ciò che lo contraddice. Questa convinzione è fondata sulla perenne dottrina cattolica del matrimonio. Soltanto in questo contesto i rapporti sessuali trovano il loro senso naturale, adeguato e pienamente umano. La dottrina della Chiesa su questo punto resta ferma» (4).

«Tale è anche il senso del Responsum dell’allora Congregazione per la Dottrina della Fede laddove afferma che la Chiesa non ha il potere di impartire la benedizione ad unioni fra persone dello stesso sesso» (5).

«Dato che la Chiesa ha da sempre considerato moralmente leciti soltanto quei rapporti sessuali che sono vissuti all’interno del matrimonio, essa non ha il potere di conferire la sua benedizione liturgica quando questa, in qualche modo, possa offrire una forma di legittimazione morale a un’unione che presuma di essere un matrimonio oppure a una prassi sessuale extra-matrimoniale» (11).

Evidentemente, non ci sarebbe lo spazio per prendere le distanze dottrinali da questa Dichiarazione o per considerarla eretica, contraria alla Tradizione della Chiesa o blasfema.

2. Ricezione pratica 

Alcuni Vescovi, tuttavia, si esprimono in modo particolare a riguardo di un aspetto pratico: le possibili benedizioni di coppie irregolari. La Dichiarazione contiene la proposta di brevi e semplici benedizioni pastorali (non liturgiche né ritualizzate) di coppie irregolari (non delle unioni), sottolineando che si tratta di benedizioni senza forma liturgica che non approvano né giustificano la situazione in cui si trovano queste persone.

I documenti del Dicastero per la Dottrina della Fede come Fiducia supplicans possono richiedere, nei loro aspetti pratici, più o meno tempo per la loro applicazione a seconda dei contesti locali e del discernimento di ogni Vescovo diocesano con la sua Diocesi. In alcuni luoghi non ci sono difficoltà per un’applicazione immediata, in altri si dà la necessità di non innovare nulla mentre ci si prende tutto il tempo necessario per la lettura e l’interpretazione.

Alcuni Vescovi, ad esempio, hanno stabilito che ogni sacerdote deve compiere un’opera di discernimento e che potrà, tuttavia, eseguire queste benedizioni solo in privato. Nulla di tutto ciò è problematico se viene espresso con il dovuto rispetto per un testo firmato e approvato dallo stesso Sommo Pontefice, cercando in qualche modo di accogliere la riflessione in esso contenuta.

Ogni Vescovo locale, in virtù del suo proprio ministero, ha sempre il potere di discernimento in loco, cioè in quel luogo concreto che conosce più di altri perché è il suo gregge. La prudenza e l’attenzione al contesto ecclesiale e alla cultura locale potrebbero ammettere diverse modalità di applicazione, ma non una negazione totale o definitiva di questo cammino che viene proposto ai sacerdoti.

3. La situazione delicata di alcuni Paesi

Il caso di alcune Conferenze episcopali deve essere compreso nel proprio contesto. In diversi Paesi ci sono forti questioni culturali e perfino legali che richiedono tempo e strategie pastorali che vanno oltre il breve termine.

Se ci sono legislazioni che condannano con il carcere e in alcuni casi con la tortura e perfino con la morte il solo fatto di dichiararsi omosessuale, va da sé che sarebbe imprudente una benedizione. È evidente che i Vescovi non vogliono esporre le persone omosessuali alla violenza. Resta importante che queste Conferenze episcopali non sostengano una dottrina differente da quella della Dichiarazione approvata dal Papa, in quanto è la dottrina di sempre, ma piuttosto che propongano la necessità di uno studio e di un discernimento per agire con prudenza pastorale in un tale contesto.

In verità, non sono pochi i Paesi che in varia misura condannano, proibiscono e criminalizzano l’omosessualità. In questi casi, al di là della questione delle benedizioni, vi è un compito pastorale grande e di largo respiro che include formazione, difesa della dignità umana, insegnamento della Dottrina Sociale della Chiesa e diverse strategie che non ammettono fretta.

4. La vera novità del documento

La vera novità di questa Dichiarazione, quella che richiede un generoso sforzo di ricezione eda cui nessuno dovrebbe dichiararsi escluso, non è la possibilità di benedire coppie irregolari. È l’invito a distinguere tra due forme differenti di benedizioni: “liturgiche o ritualizzate” e “spontanee o pastorali”. Nella Presentazione si spiega chiaramente che «il valore di questo documento è […] quello di offrire un contributo specifico e innovativo al significato pastorale delle benedizioni, che permette di ampliarne e arricchirne la comprensione classica strettamente legata a una prospettiva liturgica». Questa «riflessione teologica, basata sulla visione pastorale di Papa Francesco, implica un vero sviluppo rispetto a quanto è stato detto sulle benedizioni nel Magistero e nei testi ufficiali della Chiesa».

Sullo sfondo si situa la valutazione positiva della “pastorale popolare” che appare in molti testi del Santo Padre. In questo contesto, il Santo Padre ci invita a una valorizzazione della fede semplice del Popolo di Dio, che anche in mezzo ai suoi peccati esce dall’immanenza e apre il suo cuore per chiedere l’aiuto di Dio.

Per questa ragione, più che a riguardo della benedizione di coppie irregolari, il testo del Dicastero ha adottato l’alto profilo di una “Dichiarazione”, che rappresenta molto di più di un responsum o di una lettera. Il tema centrale, che ci invita in modo particolare ad un approfondimento che arricchisca la nostra prassi pastorale, è la comprensione più ampia delle benedizioni e la proposta di accrescere le benedizioni pastorali, che non esigono le medesime condizioni delle benedizioni in un contesto liturgico o rituale. Di conseguenza, al di là della polemica, il testo richiede uno sforzo di riflessione serena, con cuore di pastori, scevro da ogni ideologia.

Sebbene qualche Vescovo consideri prudente per il momento non dare queste benedizioni, resta vero che tutti necessitiamo di crescere nella convinzione che le benedizioni non ritualizzate non sono una consacrazione della persona o della coppia che le riceve, non sono una giustificazione di tutte le sue azioni, non sono una ratifica della vita che conduce. Quando il Papa ci ha chiesto di crescere in una comprensione più ampia delle benedizioni pastorali, ci ha proposto di pensare ad un modo di benedire che non richiede di porre tante condizioni per realizzare questo semplice gesto di vicinanza pastorale, che è un mezzo per promuovere l’apertura a Dio in mezzo alle più diverse circostanze.

5. Come si presentano concretamente queste “benedizioni pastorali”? 

Per distinguersi chiaramente dalle benedizioni liturgiche o ritualizzate, le “benedizioni pastorali” debbono essere soprattutto molto brevi (cfr. n. 28). Si tratta di benedizioni di pochi secondi, senza Rituale e senza Benedizionale. Se si avvicinano insieme due persone per invocarla, semplicemente si chiede al Signore pace, salute e altri beni per queste due persone che la richiedono. Allo stesso tempo si chiede che possano vivere il Vangelo di Cristo in piena fedeltà e che lo Spirito Santo possa liberare queste due persone da tutto ciò che non corrisponde alla sua volontà divina e di tutto ciò che richiede purificazione.

Questa forma di benedizione non ritualizzata, con la semplicità e la brevità della sua forma, non pretende di giustificare qualcosa che non sia moralmente accettabile. Ovviamente non è un matrimonio, ma non è neanche un’“approvazione” né la ratifica di qualcosa. È unicamente la risposta di un pastore a due persone che chiedono l’aiuto di Dio. Perciò, in questo caso, il pastore non pone condizioni e non vuole conoscere la vita intima di queste persone.

Poiché alcuni hanno manifestato la domanda sul come potrebbero essere queste benedizioni, vediamo un esempio concreto: immaginiamo che in mezzo ad un grande pellegrinaggio una coppia di divorziati in una nuova unione dicano al sacerdote: “Per favore ci dia una benedizione, non riusciamo a trovare lavoro, lui è molto malato, non abbiamo una casa, la vita sta diventando molto pesante: che Dio ci aiuti!”.

In questo caso, il sacerdote può recitare una semplice orazione come questa: «Signore, guarda a questi tuoi figli, concedi loro salute, lavoro, pace e reciproco aiuto. Liberali da tutto ciò che contraddice il tuo Vangelo e concedi loro di vivere secondo la tua volontà. Amen». E conclude con il segno della croce su ciascuno dei due.

Si tratta di 10 o 15 secondi. Ha senso negare questo tipo di benedizioni a queste due persone che la implorano? Non è il caso di sostenere la loro fede, poca o molta che sia, di aiutare le loro debolezza con la benedizione divina, e di dare un canale a questa apertura alla trascendenza che potrebbe condurli a essere più fedeli al Vangelo?

A scanso di equivoci, la Dichiarazione aggiunge che, quando la benedizione è chiesta da una coppia in situazione irregolare, «benché espressa al di fuori dei riti previsti dai libri liturgici […] questa benedizione mai verrà svolta contestualmente ai riti civili di unione e nemmeno in relazione a essi. Neanche con degli abiti, gesti o parole propri di un matrimonio. Lo stesso vale quando la benedizione è richiesta da una coppia dello stesso sesso» (39). Resta chiaro, pertanto, che non deve avvenire in un posto importante dell’edificio sacro o di fronte all’altare, perché anche questo creerebbe confusione.

Per questa ragione, ogni Vescovo nella sua Diocesi è autorizzato dalla Dichiarazione Fiducia supplicans ad attivare questo tipo di benedizioni semplici, con tutte le raccomandazioni di prudenza e di attenzione, ma in nessun modo è autorizzato a proporre o ad attivare benedizioni che possano somigliare a un rito liturgico.

6. Catechesi

In alcuni luoghi, forse, sarà necessaria una catechesi che aiuti tutti a intendere che questo tipo di benedizioni non sono una ratifica della vita che conducono coloro che le invocano. Ancora di meno sono una assoluzione, in quanto questi gesti sono lontani dall’essere un sacramento o un rito. Sono semplici espressioni di vicinanza pastorale che non pongono le medesime esigenze di un sacramento né di un rito formale. Dovremo abituarci tutti ad accettare il fatto che, se un sacerdote dà questo tipo di benedizioni semplici, non è un eretico, non ratifica nulla, non sta negando la dottrina cattolica.

Possiamo aiutare il Popolo di Dio a scoprire che questo tipo di benedizioni sono solo semplici canali pastorali che aiutano le persone a manifestare la propria fede, sebbene siano grandi peccatori. Per questo, nel dare queste benedizioni a due persone che insieme si avvicinano per implorarla spontaneamente, non le stiamo consacrando né ci stiamo congratulando con loro né stiamo approvando questo tipo di unione. In realtà lo stesso accade quando si benedicono i singoli individui, in quanto il singolo individuo che chiede una benedizione – non l’assoluzione – potrebbe essere un grande peccatore, ma non per questo gli neghiamo questo gesto paterno nel mezzo della sua lotta per sopravvivere.

Se questo viene chiarito grazie ad una buona catechesi, possiamo liberarci dalla paura che queste nostre benedizioni possano esprimere qualcosa di inadeguato. Possiamo essere ministri più liberi e forse più vicini e fecondi, con un ministero carico di gesti di paternità e di vicinanza, senza paura di essere fraintesi.

Chiediamo al Signore appena nato di riversare su tutti una generosa e gratuita benedizione per poter vivere un santo e felice 2024.

Víctor Manuel Card. Fernández

Prefetto

Mons. Armando Matteo

Segretario per la Sezione Dottrinale

Il Papa e la «correzione» sulle benedizioni per i gay: «Siano velocissime e senza Rituale, non sono matrimoni»

diEster Palma – Corriere della sera – 5 Gennaio

Dopo le proteste sulla pubblicazione del documento «Fiducia Supplicans», dello scorso 18 dicembre, firmato dal cardinale prefetto del Dicastero per la dottrina della fede, l’argentino  «Tucho» Fernández, il Vaticano corre ai ripari 

Non si placano in tutto il mondo cattolico le polemiche e la confusione sulle benedizioni alle coppie gay e irregolari (cioè non sposate in chiesa o formate da divorziati risposati). E ora il Vaticano frena: «Siano molto brevi, di 10-15 secondi, senza l’uso del Rituale e del Benedizionale», proprio per «distinguerle chiaramente dalle benedizioni liturgiche e ritualizzate», proprio per ribadire che la dottrina della Chiesa sul matrimonio non cambia. E aggiunge la nota vaticana: «Sono inammissibili riti e preghiere che possano creare confusione tra ciò che è costitutivo del matrimonio, quale unione esclusiva, stabile e indissolubile tra un uomo e una donna, naturalmente aperta a generare figli e ciò che lo contraddice. Questa convinzione è fondata sulla perenne dottrina cattolica del matrimonio. Soltanto in questo contesto i rapporti sessuali trovano il loro senso naturale, adeguato e pienamente umano. La dottrina della Chiesa su questo punto resta ferma». Arriva quindi un deciso stop a chi sperava che la Chiesa si avviasse a un’apertura verso i matrimoni gay: «Se due persone invocano una benedizione, semplicemente si chiede al Signore pace, salute e altri beni per queste due persone che la richiedono». 

La «rivolta» delle Chiese «periferiche»

Tutto è nato dal documento «Fiducia Supplicans», dello scorso 18 dicembre, firmato dal cardinale prefetto del Dicastero per la dottrina della fede, l’argentino  Victor Manuel «Tucho» Fernández, cui il Papa, di cui è molto amico, ha dato, il 1 luglio 2023, l’incarico che fu anche di Joseph Ratzinger.  Il dicastero, nato nel 1542 per volontà di papa Paolo III col nome di Sant’Uffizio, ha il compito di vigilare sulle questioni della fede e della dottrina. Il Documento fortemente voluto da «Tucho» Fernandez sembrava invece  aprire, se non proprio ai matrimoni gay o irregolari, almeno alla possibilità di una benedizione in chiesa di tali coppie. Ma nel mondo cattolico, non solo quello più tradizionalista, c’è stata una sorta di rivolta, con intere Conferenze episcopali, da quelle africane alle russe, a cardinali, dal Sudamerica, all’Asia, alla Spagna, che hanno affermato che non avrebbero mai permesso tali benedizioni nelle loro diocesi. Insomma, a protestare molto vivacemente sono proprio quelle chiese «periferiche» tanto amate e sostenute dal Papa. Che ora ha evidentemente deciso di frenare e correggere il tiro.

Cosa dice la dottrina sul matrimonio cattolico

Il tema della discordia è proprio quello del matrimonio cattolico, che può celebrarsi solo fra un uomo e una donna, deve essere aperto alla procreazione e, a meno di annullamenti alla Sacra Rota, possibilità su cui peraltro lo stesso Francesco ha più volte raccomandato rigore, per coppie che non sono mai state sposate in precedenza, essendo il matrimonio cattolico indissolubile. Ma non solo: per la Chiesa cattolica i rapporti gay e quelli irregolari sono peccato grave. Ora non si tratta di non benedire un peccatore, sarebbe fuori dalla dottrina e si è sempre fatto (essendo tutti, per lama di non benedire il peccato, come appunto sono considerate le unioni gay e irregolari. In altre parole, secondo la bimillenaria dottrina della Chiesa, si può benedire una coppia omosessuale o di divorziati, ma a patto che si impegni a pentirsi, ravvedersi e a non peccare più, come nel Vangelo stesso Gesù dice all’adultera a rischio di lapidazione. Piaccia o no, questa è la dottrina: ed è questo che ha scatenato le proteste.

IL SOGNO DELLE DUE COLONNE IN MEZZO AL MARE

(Memorie biografiche di San Giovanni Bosco, Vol. VII, Capitolo 18, pp. 169-172)

DON Bosco il 26 maggio 1862 aveva promesso ai giovani di raccontar loro qualche bella cosa nell´ultimo o nel penultimo giorno del mese. Il 30 maggio a dunque raccontò alla sera una parabola o similitudine come egli volle appellarla.

Vi voglio raccontare un sogno. È vero che chi sogna non ragiona, tuttavia io, che a voi racconterei persino i miei peccati, se non avessi paura di farvi scappar tutti e far cadere la casa, ve lo racconto per vostra utilità spirituale. Il sogno l´ho fatto sono alcuni giorni.
Figuratevi di essere con me sulla spiaggia del mare, o meglio, sopra uno scoglio isolato e di non vedere altro spazio di terra, se non quello che vista sotto i piedi. In tutta quella vasta superficie delle acque si vede una moltitudine innumerevole di navi ordinate a battaglia, le prore delle quali sono terminate da un rostro di ferro acuto a mo´ di strale, che ove è spinto ferisce e trapassa ogni cosa. Queste navi sono armate di cannoni, cariche di fucili, di altre armi di ogni genere, di materie incendiarie, e anche di libri, e si avanzano contro una nave molto più grossa e più alta di tutte loro, tentando di urtarla col rostro, di incendiarla o altrimenti di farle ogni guasto possibile.
A quella maestosa nave arredata di tutto punto, fanno scorta molte navicelle, che da lei ricevono i segnali di comando ed eseguiscono evoluzioni per difendersi dalle flotte avversarie. Il vento è loro contrario e il mare agitato sembra favorire i nemici.
In mezzo all´immensa distesa del mare si elevano dalle onde due robuste colonne, altissime, poco distanti l´una dall´altra. Sovra di una vi è la statua della Vergine Immacolata, a´ cui piedi pende un largo cartello con questa iscrizione: – Auxilium Christianorum; – sull´altra, che è molto più alta e grossa, sta un´Ostia di grandezza proporzionata alla colonna e sotto un altro cartello colle parole: Salus credentium.
Il comandante supremo sulla gran nave, che è il Romano Pontefice, vedendo il furore dei nemici e il mal partito nel quale si trovano i suoi fedeli, pensa di convocare intorno a sè i piloti delle navi secondarie per tener consiglio e decidere sul da farsi. Tutti i piloti salgono e si adunano intorno al Papa. Tengono consesso, ma infuriando il vento sempre più e la tempesta, sono rimandati a governare le proprie navi.
Fattasi un po´ di bonaccia, il Papa raduna per la seconda volta intorno a sè i piloti, mentre la nave capitana segue il suo corso. Ma la burrasca ritorna spaventosa.
Il Papa sta al timone e tutti i suoi sforzi sono diretti a portar la nave in mezzo a quelle due colonne, dalla sommità delle quali tutto intorno pendono molte áncore e grossi ganci attaccati a catene.
Le navi nemiche si muovono tutte ad assalirla e tentano ogni modo per arrestarla e farla sommergere. Le une cogli scritti, coi libri, con materie incendiarie di cui sono ripiene e che cercano di gettarle a bordo; le altre coi cannoni, coi fucili e coi rostri: il combattimento si fa sempre più accanito. Le prore nemiche l´urtano violentemente, ma inutili riescono i loro sforzi e il loro impeto. Invano ritentano la prova e sciupano ogni loro fatica e munizione: la gran nave procede sicura e franca nel suo cammino. Avviene talvolta che, percossa da formidabili colpi, riporta ne´ suoi fianchi larga e profonda fessura, ma non appena è fatto il guasto spira un soffio dalle due colonne e le falle si richiudono e i fori si otturano.
E scoppiano intanto i cannoni degli assalitori, si spezzano i fucili, ogni altra arma ed i rostri; si sconquassan molte navi e si sprofondano nel mare. Allora i nemici furibondi prendono a combattere ad armi corte; e colle mani, coi pugni, colle bestemmie e colle maledizioni.
Quand´ecco che il Papa, colpito gravemente, cade. Subito coloro, che stanno insieme con lui, corrono ad aiutarlo e lo rialzano. Il Papa è colpito la seconda volta, cade di nuovo e muore. Un grido di vittoria e di gioia risuona tra i nemici; sulle loro navi si scorge un indicibile tripudio. Senonchè appena morto il Pontefice un altro Papa sottentra al suo posto. I Piloti radunati lo hanno eletto così subitamente, che la notizia della morte del Papa giunge colla notizia dell´elezione del successore. Gli avversarii incominciano a perdersi di coraggio.
Il nuovo Papa sbaragliando e superando ogni ostacolo, guida la nave sino alle due colonne e giunto in mezzo ad esse, la lega con una catenella che pendeva dalla prora ad un´áncora della colonna su cui stava l´Ostia; e con un´altra catenella che pendeva a poppa la lega dalla parte opposta ad un´altra áncora appesa alla colonna su cui è collocata la Vergine Immacolata.
Allora succede un gran rivolgimento. Tutte le navi che fino a quel punto avevano combattuto quella su cui sedeva il Papa, fuggono, si disperdono, si urtano e si fracassano a vicenda. Le une si affondano e cercano di affondare le altre. Alcune navicelle che hanno combattuto valorosamente col Papa vengono per le prime a legarsi a quelle colonne.
Molte altre navi che, ritiratesi per timore della battaglia si trovano in gran lontananza, stanno prudentemente osservando, finchè dileguati nei gorghi del mare i rottami di tutte le navi disfatte, a gran lena vogano alla volta di quelle due colonne, ove arrivate si attaccano ai ganci pendenti dalle medesime, ed ivi rimangono tranquille e sicure, insieme colla nave principale su cui sta il Papa. Nel mare regna una gran calma.

D. Bosco a questo punto interrogò D. Rua: – Che cosa pensi tu di questo racconto?
D. Rua rispose: – Mi pare che la nave del Papa sia la Chiesa, di cui esso è il Capo: le navi gli uomini, il mare questo mondo. Quei che difendono la grossa nave sono i buoni affezionati alla santa Sede, gli altri i suoi nemici, che con ogni sorta di armi tentano di annientarla. Le due colonne di salute mi sembra che siano la divozione a Maria SS. ed al SS. Sacramento dell´Eucarestia.
D. Rua non parlò del Papa caduto e morto e D. Bosco tacque pure su di ciò. Solo soggiunse: – Dicesti bene. Bisogna soltanto correggere un´espressione. Le navi dei nemici sono le persecuzioni. Si preparano gravissimi travagli per la Chiesa. Quello che finora fu, è quasi nulla a petto di ciò che deve accadere. I suoi nemici sono raffigurati nelle navi che tentano di affondare, se loro riuscisse, la nave principale. Due soli mezzi restano per salvarsi fra tanto scompiglio! – Divozione a Maria SS. – frequenza alla Comunione, adoperando ogni modo e facendo del nostro meglio per praticarli e farli praticare dovunque e da tutti.
Buona notte !
Le congetture che fecero i giovani intorno a questo sogno furono moltissime, specialmente riguardo ai Papa; ma Don Bosco non aggiunse altre spiegazioni.
Intanto i chierici Boggero, Ruffino, Merlone e il signor Chiala Cesare descrissero questo sogno e ci rimangono i loro manoscritti. Due furono compilati il giorno dopo la narrazione di D. Bosco, e gli altri due trascorso maggior tempo: ma vanno perfettamente d´accordo e variano solamente per qualche circostanza, che l´uno omette e l´altro nota.

Memorie biografiche di San Giovanni Bosco, Vol. VII, Capitolo 18, pp. 169-172

A proposito della dichiarazione «Fiducia supplicans»

Una benedizione?
Anche per i curatori d’anime!

Stefan Oster – Vescovo di Passau (Germania)

Osservatore Romano 27 dicembre 2023

Un nuovo documento : Fiducia supplicans

1 – “fiducia supplicante”: è questo il titolo di un nuovo documento romano, promulgato dal Dicastero per la dottrina della fede e firmato dal suo Prefetto, il Cardinale Fernández. Riguarda una questione che da anni occupa intensamente l’opinione pubblica sia interna sia esterna alla Chiesa; un’intensità simile, forse, solo a quella relativa alla questione della possibilità di ammettere le donne ai ministeri consacrati. Si tratta della possibilità di benedire l’unione di coppie al di fuori del matrimonio tra uomo e donna, quindi, per esempio, coppie dello stesso sesso o nuove unioni dopo una separazione o un divorzio. La stragrande maggioranza dei cronisti che si sono occupati di questo documento altamente differenziato, dopo la sua pubblicazione lo ha accolto come una sorta di svolta epocale: finalmente il Vaticano consente la benedizione di persone omosessuali!

In contradizione con la recente lettera ai vescovi tedeschi?


E tuttavia, solo di recente il Vaticano, nella persona del cardinale segretario di Stato Parolin, in una lettera aveva comunicato ai vescovi tedeschi che, riguardo al cammino sinodale tedesco, vi sono temi modificabili che possono essere discussi con Roma — e altri che sono immutabili. Il cardinale Parolin aveva allegato alla lettera una “nota” integrativa del Dicastero per la dottrina della fede, sotto la responsabilità del cardinale Fernández, il cui contenuto era stato precedentemente approvato anche da tutti gli altri capi dicastero romani che avevano partecipato al colloquio.

2.Questa nota sottolinea che, per quanto riguarda l’ordinazione presbiterale riservata agli uomini, «non c’è possibilità di pervenire ad altro giudizio» rispetto a quanto stabilito dalla dottrina vigente.

In un secondo punto, poi, la nota afferma: «Un altro tema riguardo al quale la Chiesa locale non ha alcuna possibilità di sostenere un’opinione diversa, riguarda i comportamenti omosessuali. Di fatto, pur riconoscendo che dal punto di vista soggettivo possano esistere diversi fattori che ci esortano a non giudicare le persone, ciò non modifica in alcun modo la valutazione della moralità oggettiva di tali comportamenti. L’insegnamento costante della Chiesa sottolinea che esiste una valutazione precisa e ferma sulla moralità oggettiva delle relazioni sessuali tra persone dello stesso sesso. Un altro aspetto che qui non viene discusso è il grado della imputabilità morale soggettiva di tali relazioni in ogni caso singolo»

3. Fin qui il testo — che ha solo poche settimane di vita — e che esce dalla stessa penna del nuovo testo: Fiducia supplicans.

A cambiare non è l’insegnamento sull’uomo, bensì quello sulla benedizione


Se prima molti media si erano indignati per quella “nota”, ora gran parte degli stessi osservatori mediali accoglie questa nuova dichiarazione come un testo nel quale la Chiesa finalmente ha cambiato idea: adesso anche le coppie omosessuali e di altro genere possono ricevere la benedizione. Ma se è appena stato affermato che «la valutazione morale oggettiva» dei comportamenti omosessuali è stabilita, e se solo nel 2021 l’allora Congregazione per la dottrina della fede aveva ribadito che la Chiesa non ha il «potere» di impartire la benedizione alle «unioni tra persone dello stesso sesso», che cosa è successo? Alla fine la Chiesa ha modificato la sua dottrina? Ora la Chiesa ritiene di avere improvvisamente il «potere» di benedire coppie dello stesso sesso?

La risposta data dal cardinale Fernández nella nuova dichiarazione del suo Dicastero, in realtà non rientra nell’ambito dell’insegnamento sulla persona, e nemmeno in quello che sopra è stato definito «valutazione della moralità oggettiva». Piuttosto, sottolinea in modo chiaro che solo nel contesto del matrimonio tra uomo e donna i rapporti sessuali trovano «il loro senso naturale, adeguato e pienamente umano»

4. La dottrina della fede — prosegue il testo — su questo punto resta ferma.

Non si tratta di una benedizione durante una messa

Pertanto, la novità di fatto sta nella differenziazione di ciò che si può intendere come “benedizione”. Già nella dichiarazione del 2021 era stato detto che si trattava di una benedizione in senso liturgico; una benedizione per una coppia nell’ambito di una messa, una benedizione che potrebbe far pensare, anche solo lontanamente, a un matrimonio. Ciò non è possibile. E su questo rimane fermo anche il nuovo documento. Anche sotto questo aspetto i due testi non si contraddicono: nessuna modifica della dottrina, nessuna forma liturgica — e su questo il cardinale Fernández è ancora più esplicito: non esisteranno modelli rituali da seguire, ovvero non ci sarà un cosiddetto rituale per la messa.

C’è però una cosa che il cardinale Fernández introduce come vera innovazione: sviluppa la dottrina della benedizione espressamente al di fuori delle celebrazioni liturgiche. Per esempio: quando mi muovo pubblicamente, come sacerdote o vescovo, le persone continuano a chiedermi spontaneamente una benedizione: chiedono se posso benedire loro o il loro bambino, i familiari che non sono presenti o qualche oggetto. In questo senso non ho mai negato una benedizione — formulata come preghiera libera — e non mi avrebbe mai nemmeno sfiorato l’idea di informarmi se la persona che chiede tale benedizione ne è degna.

Una preghiera di poter vivere meglio dinanzi a Dio attraverso la sua grazia

Il cardinale Fernández riprende proprio queste situazioni e altre simili — le interpreta teologicamente come una richiesta ascendente di benedizione per ricevere la grazia di Dio e quindi, come supplice, poter vivere meglio. Egli estende questa richiesta di benedizione pure alle coppie che, come si suoi dire, si trovano in “situazioni irregolari”

5. Ad esempio, si può pregare spontaneamente e liberamente perché anche nella loro vita si compia la volontà di Dio. E in questo senso, ora può essere benedetta ogni persona e anche ogni coppia.

Tali benedizioni, prosegue il testo, non devono essere espressamente promosse, né devono dare scandalo o prevedere un rituale. Inoltre, l’occasione, gli abiti o i gesti di chi riceve la benedizione non devono ricordare un matrimonio. Tutto deve essere al servizio dell’accompagnamento pastorale delle persone — affinché Dio possa agire in loro — ma senza che il loro rapporto concreto venga espressamente approvato, o, come dice il testo, «convalidato». Ciò corrisponde alla pia convinzione che è sempre Dio a fare il primo passo per venirci incontro. C’è sempre il primato della grazia — che poi può aiutare le persone a vivere in modo diverso dinanzi a Dio, secondo la sua volontà. In tal senso, sacerdoti, diaconi e altre persone impegnate nella cura delle anime possono andare incontro alle persone e benedirle — senza dover pensare di ritrovarsi in situazioni pastorali contraddittorie. Una semplice benedizione, unita a una preghiera libera per chiedere l’aiuto e la grazia di Dio, può essere offerta da tutti. Per di più: ogni persona, senza eccezioni, ha bisogno della benedizione di Dio, poiché, come dice Paolo, «tutti hanno peccato» (Rm 3, 23) — anche chi impartisce la benedizione.

Una benedizione per chi benedice

Sono quindi grato per questa dichiarazione, poiché sotto molti aspetti può aiutarci nei dibattiti polarizzati su questo tema. Due anni fa, nella diocesi di Passau ho inaugurato un nuovo ufficio per la cura delle anime delle persone queer. Come Chiesa cattolica, nel cammino pastorale con queste persone di norma abbiamo un grande deficit di comprensione, e fin troppo spesso quasi nessuna capacità di comunicare nella cura delle anime. Ora il campo di gioco per il cammino pastorale comune diventa più ampio. Una preghiera per la benedizione di Dio e la sua benevolenza nel senso della Chiesa non deve più necessariamente essere in contraddizione con la Chiesa. E da questo punto di vista, il nuovo documento sulla benedizione può essere una benedizione per tutti coloro che, nella cura delle anime, s’impegnano sinceramente nell’accompagnamento e al tempo stesso vogliono rimanere fedeli alla Chiesa nella sua tradizione.

Chiarimenti per la Germania e per la Chiesa universale

In Germania il testo può essere chiarificatore, poiché in seguito al cammino sinodale nel nostro Paese, da un lato viene incontro alle richieste di benedizione delle suddette coppie da parte di molti partecipanti al sinodo. Dall’altro, vietando espressamente liturgie e riti per tali benedizioni potrebbe arrestare una tendenza che rischia di allontanarsi dalla Chiesa universale. Di fatto, nel frattempo sono state avviate iniziative per formulare testi e liturgie, o che li hanno già elaborati, al fine di dare alle benedizioni un quadro analogo a quello del matrimonio

6. Ma questo è espressamente vietato.

Il testo può essere chiarificatore anche per il processo sinodale universale. Durante il Sinodo dello scorso ottobre, a Roma, la questione della possibilità di benedire persone dello stesso sesso è stata più volte sollevata — da persone sia favorevoli sia contrarie. E sempre era lì sospesa anche la possibilità di una modifica della dottrina, temuta o approvata. Perché di fatto c’è anche una logica interna secondo la comprensione: chi vuole benedire, con quel gesto dovrebbe anche approvare (bene-dire) ciò che da sempre era — e tuttora è — considerato un peccato. Si può fare? E ora si vede: questo nesso non è obbligatorio. Se intendiamo la benedizione secondo quella differenziazione che ci presenta ora il cardinale Fernández e che è stata espressamente approvata dal Papa, allora si può. E se venisse recepito in tal modo, allora forse questo tema rimarrebbe fuori dal Sinodo del prossimo ottobre, e magari smorzato nei contenuti. E i partecipanti al Sinodo potrebbero, secondo il desiderio di Papa Francesco, concentrarsi su quello che è il vero tema principale: diventare una Chiesa più sinodale, missionaria e partecipativa.

di Stefan Oster
Vescovo di Passau

Uno sguardo al Natale con mons. Landucci

20 Dicembre 2023 ore 14:39

di Fabio Fuiano  – Corrispondenza Romana 1826

Ed eccoci, dopo un altro anno, arrivati al Natale. Giova qui proporre alcune riflessioni alla meditazione dei lettori, facendoci aiutare dal Servo di Dio, Pier Carlo Landucci (1900-1986), che ha mirabilmente descritto questo evento nel suo capolavoro Maria SS. nel Vangelo (Edizioni San Paolo, pp. 140-149). Dapprima, descrive il difficoltoso viaggio di san Giuseppe e della Santissima Vergine verso Betlemme per il censimento voluto dall’Imperatore.

L’Evangelista san Luca descrive così il supremo avvenimento dell’universo: «E diede alla luce il suo figliolo primogenito, e lo avvolse in fasce, e lo adagiò in una mangiatoia: poiché non v’era posto per loro nell’albergo» (Lc 2, 7). Mons. Landucci riflette su queste brevi parole, analizzandole puntualmente, a partire dall’inciso «poiché non v’era posto per loro nell’albergo». Per poter rispondere alla domanda sul perché san Giuseppe e Maria SS.ma non trovarono posto è necessario chiarire dapprima cosa sia questo “albergo” di cui parla l’Evangelista. Si trattava di un antico “caravanserraglio”, cioè, secondo la descrizione che ne dà Giuseppe Ricciotti (1890-1964) «un mediocre spazio a cielo scoperto recinto da un muro, piuttosto alto e fornito di un’unica porta; internamente, lungo uno o più lati del muro, correva un portico di riparo […] le bestie erano ricoverate in mezzo, nel cortile a cielo scoperto e i viandanti si ricoveravano sotto il portico o nello stanzone finché c’era posto, altrimenti s’accampavano tra le bestie: le camerette più piccole se esistevano erano riservate a chi poteva permettersi qualche comodità pagando … E là, tra quell’ammasso di uomini e di bestie, tutto alla rinfusa, si cantava, si dormiva, si mangiava … tutto tra quel sudiciume e quel lezzo che appestano ancor oggi gli accampamenti dei beduini palestinesi in viaggio» (Vita di Gesù Cristo, Rizzoli, 1946, § 242).

Continua Landucci, citando sempre il Ricciotti: «san Giuseppe cercò certamente di trovar lì un riparo, ma non c’era posto: non vi era posto “per loro”. […] È difficile ammettere che la Vergine SS. non avesse potuto trovare un posticino in mezzo a quelle persone ammassate con gli animali nel modo suddetto ed è difficile anche pensare che, a suon di buoni denari, in via eccezionale, proprio in vista della sua imminente maternità, non si potesse liberare una di quelle stanzette che forse c’erano. Ma alla prima soluzione ostava il casto riserbo e la soprannaturale segretezza di cui Maria voleva circondare la nascita di Gesù; alla seconda ostava la loro povertà. Povertà e castità celestiale: ecco le cause del diniego di ospitalità».

Seppur nel tremendo dolore di un padre di famiglia che non può assicurare un riparo alla sua Immacolata Sposa e al Divin Redentore, san Giuseppe dovette volgere l’occhio ad una piccola grotta che fungeva da stalla. Afferma mons. Landucci che questo è sicuro «perché san Luca dice una sola parola, ma tremendamente rivelatrice: parla di una mangiatoia! Ora la mangiatoia rivela una stalla. Né v’è ragione di pensare che non servisse, anche attualmente, a tale uso, in un periodo di sì grande affluenza non solo di uomini portati, ma di giumenti portanti. Tanto più che san Luca non avrebbe mancato forse, nel caso contrario, di notarlo, egli che, narrando la morte del Signore, si preoccuperà di rivelare la particolare mondezza del sepolcro ove fu deposto il corpo Divino, perché nuovo: “dove niuno mai era stato ancora messo” (Lc 23, 53). Tale stalla era dunque presumibilmente occupata da bestie, tetra come ogni grotta e sudicia come ogni stalla – salvo quella sistemazione alla buona, che avrà cercato di dargli Giuseppe – ma alquanto discosta dal villaggio e quindi solitaria e tranquilla: ciò bastava alla futura Madre».

Nel sublime momento del parto, san Luca presenta la Vergine SS.ma completamente sola. È Lei a darlo alla luce, ad avvolgerlo in panni, a deporlo nella mangiatoia. La Madonna non aveva infatti bisogno di quegli aiuti che sono soliti darsi alle figlie di Eva colpite dalla sentenza «tra doglie partorirai figlioli» (Gn 3,16). Ricorda mons. Landucci, coerentemente con la Dottrina della Chiesa sulla Immacolata Concezione che «ben diversa dalle altre dovette essere la sublime nascita di Gesù da Maria SS. la quale era preservata dal peccato originale e aveva concepito per opera di Spirito Santo. E inoltre sconveniva che Gesù, sorgente di vita, producesse una qualsiasi cruenta menomazione alla Madre sua, nell’atto di nascere». La Vergine SS.ma conservò dunque una completa integrità: mons. Landucci sottolinea, giustamente, che ella dovette avere una particolare rivelazione da parte di Gesù, del preciso momento del parto verginale, mancando in esso «gli immediati prodromi delle consuete “doglie” e l’ordinario suo sensibile svolgimento». Citando l’illustre teologo Adolphe Tanquerey (1854-1932), Gesù «come risorse dal sepolcro sigillato ed entrò dai discepoli a porte chiuse, così nascendo venne alla luce senza violazione del sigillo verginale; come il raggio di sole traversa il cristallo senza alcuna lesione di esso, così Gesù, dal seno della madre senza alcuna lesione della sua verginità venne alla luce» (Brev. Syn. Th. Dogm., n. 837 b). Si tratta della verginità “nel parto” che, assieme a quella “avanti” e “dopo”, costituiscono la triplice corona della maternità di Maria. In quella nascita divina dunque – dice l’Angelico – «non vi fu alcun dolore né alcuna corruzione bensì massima letizia per il fatto che l’uomo Dio era nato nel mondo» (S. Th. III, 35, 6 c.).

Qui mons. Landucci si ferma a contemplare quel mirabile momento in cui lo sguardo celestiale della Madonna «si posa per la prima volta sulle adorate sembianze del Divino Infante e le sue mani immacolate lo portano al cuore e al primo bacio delle sue materne labbra». Molti santi ebbero il privilegio dell’apparizione del Bambinello (es. san Gaetano di Thiene), di stringerlo realmente fra le braccia (il santo Simeone), o di esultare alla sua presenza seppur celato nel grembo materno (santa Elisabetta). Ma questi avevano il cuore di Santi, mentre la Vergine il Cuore Immacolato della Regina dei Santi! Ella andava a Gesù «non solo con divina carità sospingente al Divino Signore, come i santi – tanto più infiammata però quanto incomparabilmente più abbondante era in Lei la grazia – ma anche con traboccante tenerezza materna verso di Lui, immensamente più grande essa pur d’ogni tenerezza di madre, quanto più sensibile era il suo Immacolato Cuore e più amabile il suo Figliolo: palpiti dolcissimi di figlia dunque per il suo Dio e palpiti tenerissimi di madre per il suo Gesù».

Infatti, ribadisce Landucci, «Gesù era il suo tesoro perché nato da Lei, ma suo in modo tutto speciale ed inimitabile, perché Egli non aveva avuto alcun padre naturale terreno: ed era il tesoro suo, ma di valore veramente infinito perché concepito di Spirito Santo e quindi capolavoro di Dio: anzi Uomo-Dio».

Del supremo dolore che si congiunse nella Vergine all’immenso gaudio della nascita del Redentore, si è già accennato in un articolo precedente, dedicato appositamente alla Madonna Addolorata. Ci soffermiamo quindi sulle ultime parole dell’Evangelista, commentate da mons. Landucci «e lo adagiò in una mangiatoia». Afferma l’autore che la Madonna prese Gesù «tra le sue immacolate mani e lo depose, con inenarrabile e lacerante dolcezza, in quella incredibile culla. Nessuna ribellione suona nelle parole del Vangelo, anzi tutto spira serenità e pace. Sembra che Gesù sia stato deposto nel luogo a Lui più conveniente». Ciò sembra in contrasto con la sua dignità di Re, nato per sedere sul trono di gloria. Ma, a ben vedere, il trono del Signore sarebbe stato la Croce. Osserva Landucci che quella deposizione nella mangiatoia di legno «era il preannuncio della deposizione sulla Croce e del completo olocausto del Calvario. La Vergine SS. – ben consapevole – adagiandovi Gesù con le sue stesse mani, intonava tale tragico preludio, uniformandosi perfettamente al cuore del Divino Bambino che interiormente si offriva: come un giorno sul Calvario, nell’offerta eroica che Ella farà del figlio, spiritualmente lo deporrà sopra la Croce e la divina sinfonia della Redenzione raggiungerà la pienezza».

Ma c’è un’altra bellissima anticipazione di quella mangiatoia! Giustamente, afferma mons. Landucci: «Il dolce Bambino, non era inoltre il pane di vita? Perciò nacque a “Betlemme” che vuol dire “casa del pane” e non fu messo in un mucchietto qualsiasi di paglia, ma nel luogo destinato agli animali per mangiare. Perché anch’Egli sarebbe stato mangiato: si sarebbe dato cioè a tutti, senza riserve, nella sua attività apostolica, fino a consumarsi interamente per noi sopra la Croce; e sacramentalmente ci avrebbe nutrito – Pane di Vita – nella SS. Eucarestia». All’anima pensosa della Vergine SS.ma «non sarà probabilmente sfuggito, nel deporre Gesù lì a Betlemme, nella mangiatoia, il simbolo di Gesù che si sarebbe dato interamente a noi, si sarebbe consumato per noi». Concludendo, Landucci dedica un ultimo sguardo alle virtù dei personaggi della beata triade che occupa la grotta: «la povertà rifulge in S. Giuseppe che non poté trovare i mezzi per un ricovero migliore, la castità nella Vergine SS., l’umiltà in Gesù che, tutto prevedendo e regolando come Dio, elesse la suprema umiliazione di quella miserabile culla. Sono i tre colori del glorioso vessillo del Divino Re. E sopra è una grande parola che li abbraccia tutti e ne è il comune segreto: la parola amore».

IO AMO LA CHIESA PERCHE’ E’ LA NOSTRA DIFESA (3)

La Chiesa nostra  difesa

Cari amici, in questi giorni in cui la Santa Famiglia di Nazareth è più che mai l’immagine della Chiesa, vorrei presentarvi alcuni brani del mio libro “La Chiesa è indistruttibile” che uscirà a fine Gennaio 2024.

Vostro Padre Livio

 Nel  corso del suo cammino bimillenario la Chiesa è sempre  stata perseguitata e c’è da chiedersi per quale motivo. Infatti nella sua missione in  mezzo ai popoli più diversi ha sempre testimoniato l’amore e la  pace.  La Chiesa  non è mai stata  una potenza armata contro la quale fosse  necessario usare  la forza,  ma una   presenza  operosa e pacifica al servizio di tutti, compresi i  suoi nemici. Eppure il suo cammino  è stato una Via Crucis che ha visto scorrere fiumi di  lacrime e di sangue a  causa  del debordare della  violenza che contrassegna la storia umana. Ciò nonostante  non ha esitato  a  porgere  l’altra guancia,  perdonando i suoi nemici. Non si è  mai presentata come un potere umano in competizione con gli altri,  ma  al contrario come un’oasi di pace e di riconciliazione fra  le  persone e i  popoli.

La  presenza  di  Cristo e  della sua Parola ha impedito agli uomini di Chiesa di cedere alla  logica umana del  potere umano, ma li ha sempre  richiamati sulla  via dell’umiltà e del servizio. La  Chiesa, nel  suo cammino fra  i  popoli della terra,  non si è  mai presentata come una  potenza fra  le altre,  ma  come uno strumento al  servizio della riconciliazione e della  pace.  Nel  tempo delle calamità e delle guerre la Chiesa è stato un rifugio dove tutti potevano trovare aiuto e protezione.  Senza  la presenza della Chiesa il male non troverebbe  un ostacolo che lo ferma e riuscirebbe travolgere tutto  Ciò che di vero, di bello e di buono vi è  nel  cuore  dell’uomo e nella  società.

Questo, caro amico è un punto su cui riflettere seriamente,  perché il vento che tira  oggi  è quello di ritenere  la Chiesa e ciò che essa rappresenta un ostacolo verso una umanità  migliore,  come se la storia che  abbiamo alle spalle, anche quella più  recente, non abbia dimostrato fino a quali limiti di iniquità  possa arrivare  il  potere  umano  quando pretende di sostituirsi a Dio. La Chiesa ha sempre  costituito un limite alle pretese del mondo di esercitare  un dominio assoluto. Questo lo ha fatto  pagando un caro prezzo  per il dovere sacrosanto di testimoniare il primato di Dio sulle velleità dei protagonisti della storia. Oggi però siamo arrivati a un punto,  mai toccato prima, di fare tabula rasa del Cristianesimo e del suo  Fondatore, della Chiesa e della  sua storia, spianando così la strada al “mistero di iniquità” che opera  nel  mondo  per  portarlo alla distruzione.

In questa  luce appare chiaro il  motivo per il quale Gesù  ha voluto fondare la Chiesa e assicurare  la sua presenza fino alla fine dei secoli. Il Principe di questo mondo infatti,  anche dopo che il mondo è stato redento dalla Croce, non  ha nessuno intenzione di lasciarsi estromettere o di esercitare un parte  marginale. Al contrario vuole riprendersi il dominio che Cristo gli ha strappato e riportare  il  mondo sotto il suo regno di violenza,  di menzogna e di morte. La  presenza della Chiesa  è quella di una fortezza espugnabile che Dio ha donato all’umanità  perché le porte dell’inferno non  possano prevalere  nonostante  i  loro ripetuti assalti. Oggi  tuttavia siamo entrati in una fase critica, nella quale “Satana sciolto dalle catene” è riuscito col nostro aiuto a costruire un mondo senza Dio, dal  quale cancellare  ogni presenza della Chiesa e quindi ogni ostacolo al dilagare della menzogna e della  violenza.

Non vi è dubbio che nel tempo della modernità la Chiesa abbia perso molto del suo influsso sulla società e sia  stata sempre più  spinta ai margini della storia. Nel frattempo si è  affermato il potere mondano, politico, economico e culturale che, supportato da  ideologie di dominio e di violenza, ha dato via libera a  due conflitti mondiali, che hanno  provocato sofferenze e devastazioni inimmaginabili. La Chiesa stessa ne è stata travolta, divenendo un facile bersaglio da colpire e da umiliare,  quando non si è cercato di annientarla fin dalle fondamenta. Il  secolo alle spalle dimostra che  la pace fra  i popoli, il  progresso economico e sociale e il  livello  morale delle  persone  degrada  con  l’indebolimento della Chiesa e la  marginalizzazione della sua presenza.

Non è un mistero che negli ultimi due secoli le  élites dell’Occidente che,  a  partire dall’Europa, hanno svolto un ruolo egemonico  nel  mondo, hanno progettato  una liquidazione della Chiesa, ritenuta  un ostacolo ai loro progetti di dominio mondiale. Le ideologia del  male, come le ha stigmatizzate Giovanni Paolo II,  si sono succedute come un uragano devastante, cercando di sradicare la Chiesa dal  cuore delle moltitudini e di  sostituire la fede  con  ideologie anticristiane, a supporto del  potere   assoluto dell’uomo. La dittatura ideologica ha guidato un programma di ridimensionamento della presenza della Chiesa nella società, giungendo in molti paesi ad una aperta e sanguinosa persecuzione. La Chiesa  non ha avuto  nella sua storia bimillenaria tanto martiri quanti quelli dell’ultimo secolo.

Nel  medesimo tempo è partito un attacco  all’interno della Chiesa stessa,  volto a colpirne  l’anima,  mediante la dissoluzione della fede e di ogni dimensione soprannaturale,  in modo tale che la Chiesa stessa  si rassegnasse a divenire  una istituzione mondana, manipolabile dagli uomini a seconda delle  esigenze  del  tempo e assimilabile agli ingranaggi del potere umano. Una Chiesa senza Dio, senza Cristo, senza Fede, senza Comandamenti, senza  Morale e  senza Verità,  sarebbe molto gradita e persino finanziata dal “Mondo  nuovo senza  Dio”, come  lo chiama la Regina della  pace.  E’ questo tipo di Chiesa che avrebbe   la cittadinanza nella nuova Era in cui l’uomo si è messo al posto di Dio e si è proclamato l’unico padrone del mondo.  Al  contrario,  alla Chiesa fedele a Cristo viene riservato lo stesso trattamento del Fondatore,  la persecuzione,  la  crocifissione  e la  sepoltura,  con una ferrea sorveglianza perché non  risorga  come già è accaduto il  passato.

Caro  amico ti sarai accorto anche tu quanto sia cambiato il  mondo soprattutto in questo inizio secolo, quando la Regina della  pace ci ha svelato che “Satana è sciolto dalle catene”.  La dissoluzione della fede è un fenomeno di massa che  abbiamo sotto gli occhi,  mentre il paganesimo  ha  preso il  sopravvento, divenendo il  modo di vivere, di pensare  e di comportarsi dell’intera società.  La Chiesa,  in particolare in Occidente, fa fatica a reagire a questa bufera silenziosa e devastante  che  Giovanni Paolo II  ha chiamato “Apostasia”. Non mancano certo minoranze fervorose e attive che  la  Madonna suscita  ovunque, specialmente  grazie  alla sua  lunga e quotidiana presenza  a  Medjugorje,  divenuta  una fonte di grazia universale, alla quale si abbeverano moltitudini di anime. Non vi è dubbio però che il piano satanico di eliminazione del Cristianesimo abbia ottenuto risultati inimmaginabili e che la Chiesa si trovi oggi come il piccolo gregge   del  Venerdì santo,  impaurito e in crisi, benché la presenza di Maria fosse più che sufficiente a tenere  accesa  la  speranza.

Dopo queste considerazioni,  vorrei  che tu guardassi più addentro a questo “mondo nuovo senza Dio” nel  quale non vi è più posto per Cristo e la sua Chiesa, ma  solo per  quelli  che seguiranno la falsa religione umanitaria. Che  mondo  potrebbe esserci senza Dio, senza Croce, senza Comandamenti,  senza  Vita  eterna?  Sarà  un mondo  migliore, grazie alle conquiste della scienza e della tecnica?  Verrà  programmata una  nuova creazione,  una   nuova  umanità, senza  sofferenze, senza il  male, senza  la  morte? Così dicono,  ma intanto che cosa fanno? Come ti sembra sia diventata la vigna dopo  che i vignaioli hanno dato lo sfratto al padrone? E’ ricca di grappoli succulenti o è invece è devastata da cinghiali furiosi? Guardati in  giro e guarda in faccia le  persone. Sono impaurite,  confuse, agitate,  angosciate.  La società  è diventata dura, cattiva,  impietosa. I pesi da  portare aumentano,  le libertà  si restringono, il  futuro si fa   sempre  più nero. Il mondo senza  Dio è un’immagine dell’inferno.

Per  questo abbiamo bisogno che  la  Chiesa  riprenda  la  sua forza, che  si rinnovi nella fede e  nella   preghiera, che  diventi un’immagine viva  di Maria  e  che annunci la salvezza cristiana a un mondo a  rischio di auto-distruzione.   

Urbi et Orbi, il Papa: no alla guerra, follia senza scuse. La gente non vuole armi ma pane

Dalla Loggia delle Benedizioni Francesco pronuncia il tradizionale messaggio per la benedizione di Natale e rivolge un pensiero alla Terra Santa dilaniata dalle violenze: “Cessino le operazioni militari e si apra agli aiuti”. Preghiere per Ucraina, Siria, Libano, Yemen, Corea, Africa. Il Pontefice denuncia le tante stragi di innocenti nel mondo e stigmatizza il commercio delle armi che “muovono i fili delle guerre”: “Quanti soldi pubblici sono destinati agli armamenti”

Salvatore Cernuzio – Città del Vaticano

No alla guerra, “viaggio senza meta”. No alla guerra, “sconfitta senza vincitori”. No alla guerra, “follia senza scuse”. No alle “tante stragi di innocenti nel mondo”. No e ancora no agli armamenti, la cui produzione e commercio muovono i fili di ogni guerra a vantaggio di pochi e scapito di molti che non vogliono armi ma solo “pane”. In una sola sillaba – “no” – il Papa racchiude la volontà di frenare ogni violenza e volontà di distruzione che stanno dilaniando il pianeta, anche in questo tempo di Natale. Come ogni 25 dicembre, Francesco si affaccia dalla Loggia delle Benedizioni e prega insieme a circa 70 mila fedeli riuniti in una uggiosa Piazza San Pietro per la tradizionale benedizione Urbi et Orbi. Al suo fianco ci sono il cardinale James Harvey, arciprete della basilica di San Paolo fuori le Mura, e il cardinale José Tolentino de Mendonça, prefetto del Dicastero per la Cultura e l’Educazione.

Cari fratelli e sorelle, buon Natale!

Supplica di pace

Dagli altoparlanti che poco prima hanno trasmesso la fanfara con l’inno dello Stato della Città del Vaticano, seguito da un cenno dell’inno nazionale italiano, risuona alle 12 in punto la supplica universale che il Papa, seduto ma idealmente in ginocchio, eleva al cielo per la città di cui è vescovo e per il mondo di cui è pastore. Una supplica di pace, quella del Successore di Pietro, per la martoriata Siria, per lo Yemen sofferente, per l’Ucraina devastata, per l’Armenia e l’Azerbaigian in lotta, per il Sahel e il Corno d’Africa teatri di tensioni e conflitti, per la Corea ancora divisa, per tutti i coloro che sono“obbligati a fuggire dalla propria patria in cerca di un avvenire migliore, rischiando la vita in viaggi estenuanti e in balia di trafficanti senza scrupoli”.

Cessino le operazioni militari in Terra Santa 

Pace, soprattutto, per la Terra Santa, la terra di Gesù Cristo bagnata dal sangue di migliaia di vittime, per la quale, ancora una volta come dall’inizio della “esecrabile” brutalità del 7 ottobre, il Vescovo di Roma implora il cessate il fuoco e aiuti umanitari urgenti.

Supplico che cessino le operazioni militari, con il loro spaventoso seguito di vittime civili innocenti, e che si ponga rimedio alla disperata situazione umanitaria aprendo all’arrivo degli aiuti. Non si continui ad alimentare violenza e odio, ma si avvii a soluzione la questione palestinese, attraverso un dialogo sincero e perseverante tra le Parti, sostenuto da una forte volontà politica e dall’appoggio della comunità internazionale.

La notizia che cambia la storia

“Lo sguardo e il cuore dei cristiani di tutto il mondo sono rivolti a Betlemme”, esordisce il Papa all’inizio del suo messaggio, dopo gli onori militari e il picchetto della Guardia Svizzera. A Betlemme in questi giorni “regnano dolore e silenzio”, ma è risuonato ugualmente “l’annuncio atteso da secoli”:

È nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore.

“Oggi a Betlemme tra le tenebre della terra si è accesa questa fiamma inestinguibile, oggi sulle oscurità del mondo prevale la luce di Dio, che illumina ogni uomo”, scandisce il Papa. “La Scrittura rivela che la sua pace, il suo regno”.

La strage degli innocenti oggi nel mondo

Proprio nella Scrittura, ricorda Francesco, al Principe della pace, Gesù, si oppone “il principe di questo mondo” che “seminando morte, agisce contro il Signore”. Lo vediamo in azione a Betlemme quando, dopo la nascita del Salvatore, avviene la strage degli innocenti ordinata da Erode. Lo vediamo in azione oggi con le tante “stragi di innocenti nel mondo”, afferma il Papa: “Nel grembo materno, nelle rotte dei disperati in cerca di speranza, nelle vite di tanti bambini la cui infanzia è devastata dalla guerra. Sono i piccoli Gesù di oggi, questi bambini la cui infanzia è devastata dalla guerra, dalle guerre”.

Allora dire “sì” al Principe della pace significa dire “no” alla guerra. E questo con coraggio: dire “no” alla guerra, a ogni guerra, alla logica stessa della guerra, viaggio senza meta, sconfitta senza vincitori, follia senza scuse. Questo è la guerra: viaggio senza meta, sconfitta senza vincitori, follia senza scuse

La gente non vuole armi ma pane

Ma per dire “no” alla guerra, sottolinea Francesco, bisogna dire “no” alle armi: “Perché, se l’uomo, il cui cuore è instabile e ferito, si trova strumenti di morte tra le mani, prima o poi li userà. E come si può parlare di pace se aumentano la produzione, la vendita e il commercio delle armi?”.

Oggi, come al tempo di Erode, “le trame del male, che si oppongono alla luce divina, si muovono nell’ombra dell’ipocrisia e del nascondimento”: “Quante stragi armate avvengono in un silenzio assordante, all’insaputa di tanti!”, esclama il Pontefice.

La gente, che non vuole armi ma pane, che fatica ad andare avanti e chiede pace, ignora quanti soldi pubblici sono destinati agli armamenti. Eppure dovrebbe saperlo! Se ne parli, se ne scriva, perché si sappiano gli interessi e i guadagni che muovono i fili delle guerre

Liberazione degli ostaggi a Gaza

Il messaggio natalizio del Papa si intreccia con la profezia di Isaia, quella che predice il giorno in cui “una nazione non alzerà più la spada contro un’altra nazione” e in cui gli uomini “non impareranno più l’arte della guerra”. “Diamoci da fare perché quel giorno si avvicini!”, esorta il Pontefice. Chiede che si avvicini soprattutto in Israele e Palestina, “dove la guerra scuote la vita di quelle popolazioni”.

Il Successore di Pietro invia il suo “abbraccio” a quelle terre, in particolare le comunità cristiane di Gaza, la parrocchia della Sacra Famiglia, e dell’intera Terra Santa. “Porto nel cuore il dolore per le vittime dell’esecrabile attacco del 7 ottobre scorso e rinnovo un pressante appello per la liberazione di quanti sono ancora tenuti in ostaggio”.

Fratelli e sorelle, preghiamo per la pace in Palestina e in Israele

Preghiere per Siria, Yemen, Libano e Ucraina

Il pensiero di Papa Francesco va alla “popolazione della martoriata Siria”, come pure a quella dello Yemen “ancora in sofferenza” e al “caro” popolo libanese perché possa ritrovare presto “stabilità politica e sociale”. Con gli occhi fissi sul Bambino Gesù, Francesco implora poi “pace per l’Ucraina”.

Rinnoviamo la nostra vicinanza spirituale e umana al suo martoriato popolo, perché attraverso il sostegno di ciascuno di noi senta la concretezza dell’amore di Dio.

Pace tra Armenia e Azerbaigian

Ancora, il Vescovo di Roma prega perché si “avvicini il giorno della pace definitiva” tra Armenia e Azerbaigian: “La favoriscano la prosecuzione delle iniziative umanitarie, il ritorno degli sfollati nelle loro case in legalità e sicurezza, e il mutuo rispetto delle tradizioni religiose e dei luoghi di culto di ogni comunità”.

Il pensiero all’Africa e alla Corea

Non dimentica, il Papa, “tensioni” e “conflitti” che sconvolgono la regione del Sahel, il Corno d’Africa, il Sudan, come anche il Camerun, la Repubblica Democratica del Congo e il Sud Sudan. E non dimentica neppure le divisioni in Corea: sua speranza è che “si avvicini il giorno in cui si rinsalderanno i vincoli fraterni nella penisola coreana, aprendo percorsi di dialogo e riconciliazione che possano creare le condizioni per una pace duratura”.

Lottare contro la povertà e appello per i migranti

Si rivolge al Figlio di Dio, “fattosi umile Bambino”, infine il Papa pregandolo perché “ispiri le autorità politiche e tutte le persone di buona volontà del continente americano, affinché si trovino soluzioni idonee a superare i dissidi sociali e politici, per lottare contro le forme di povertà che offendono la dignità delle persone, per appianare le disuguaglianze e per affrontare il doloroso fenomeno delle migrazioni”.

Dal presepe, il Bambino ci chiede di essere voce di chi non ha voce: voce degli innocenti, morti per mancanza di acqua e di pane; voce di quanti non riescono a trovare un lavoro o l’hanno perso; voce di quanti sono obbligati a fuggire dalla propria patria in cerca di un avvenire migliore, rischiando la vita in viaggi estenuanti e in balia di trafficanti senza scrupoli

Sguardo al Giubileo

In conclusione, Jorge Mario Bergoglio guarda al futuro, cioè al Giubileo, “tempo di grazia e di speranza” che inizierà tra un anno. Auspica che questo “periodo di preparazione sia occasione per convertire il cuore”, “per dire ‘no’ alla guerra e ‘sì’ alla pace; per rispondere con gioia all’invito del Signore che ci chiama”.

Indulgenza plenaria Segue la preghiera mariana

Natale del Signore

Ermes Dovico – La Nuova Bussola

L’«oggi» dell’angelico annuncio ai pastori, dunque della nascita di Gesù, era proprio il 25 dicembre, come le fonti storiche, l’incrocio tra le Sacre Scritture e i ritrovamenti archeologici del XX secolo hanno contribuito a confermare

«Non temete, ecco vi annunzio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi vi è nato nella città di Davide un salvatore, che è il Cristo Signore. Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, che giace in una mangiatoia» (Lc 2, 10-12). Così l’angelo annunciò ai pastori la nascita del divin Bambino che ci ha sottratti alla schiavitù delle tenebre per rischiararci con la Sua luce, incarnandosi nella pienezza dei tempi, quando sull’Impero romano regnava Augusto e governatore della Siria era Quirinio (Lc 2, 1-2). Dedicheremo questo spazio per ricordare un particolare dell’immensa storia della salvezza e cioè che l’oggi dell’angelico annuncio ai pastori, dunque della nascita di Gesù, era proprio il 25 dicembre.

Sono le fonti storiche e l’incrocio tra la Sacra Scrittura e i ritrovamenti archeologici del XX secolo a confermare la decisione della Chiesa antica di fissare la solennità della nascita di Gesù al 25 dicembre, data che quindi non è affatto una convenzione. Il corollario è il seguente: non è vero che la data sia stata scelta per soppiantare il culto pagano del Sol Invictus e, anzi, può essere vero il contrario (un tentativo degli imperatori non cristiani di ridare vitalità al paganesimo), visto che la celebrazione del «dio Sole» proprio al 25 dicembre è attestata solo nel Cronografo del 354, cioè una raccolta di testi che include pure la Depositio Martyrum, databile già al 336 e dove si ricava che al 25 dicembre si celebrava già una festa speciale: natus Christus in Betleem Iudeae, la nascita di Gesù a Betlemme.

La celebrazione del Natale al 25 dicembre è in sostanza attestata prima di quella del Sol Invictus (celebrato in passato in altri giorni) alla stessa data. In aggiunta alla Depositio Martyrum abbiamo fonti anche più antiche che mostrano come la nascita di Gesù al 25 dicembre fosse un fatto già noto molto tempo prima e, del resto, basta il senso comune per capire che ciò sia normalissimo: Maria e Giuseppe lo hanno visto nascere. Sebbene la data in sé non cambi nulla per la fede, che si fonda sulla Risurrezione di Cristo, non bisogna sottovalutare i tentativi di negare la storicità del 25 dicembre come autentica data del Natale, spesso portati avanti da ambienti scettici e ostili alla Chiesa. Perciò è opportuno citare qualche fatto.

Nel 1947 un giovane pastore ritrovò una giara semisepolta in una grotta nei pressi di Qumran, sulla sponda nord-occidentale del Mar Morto. La scoperta diede inizio a scavi archeologici che si protrassero fino al 1956, condotti da studiosi di tutto il mondo, i quali ritrovarono circa 900 rotoli conservati in 11 grotte e risalenti a un periodo compreso tra il II secolo a.C. e il I secolo d.C., fase storica in cui gli esseni (prima della Grande Diaspora) si erano ritirati a vivere in quel luogo desertico, dedicandosi alla copiatura dei testi sacri e di altri documenti dei loro antenati ebraici. Tra questi manoscritti figura il Libro dei Giubilei, redatto nel II secolo a.C., che ha permesso di ricostruire le date in cui le 24 classi sacerdotali israelite si alternavano nel servizio al tempio, con cicli regolari, da sabato a sabato. In particolare, la classe sacerdotale di Abia, cui apparteneva Zaccaria, cioè il padre di Giovanni Battista, officiava nel tempio per due volte l’anno e una di quelle – nell’anno del concepimento del Battista – fu verosimilmente dal 23 al 30 settembre.

Perché questa informazione è così interessante? Perché incrociandola con il Vangelo secondo Luca consente di risalire al giorno di nascita del Battista e conseguentemente di Gesù, nato sei mesi dopo. Vediamo come. L’evangelista Luca riferisce che Zaccaria, marito di Elisabetta, era della classe sacerdotale di Abia (l’ottava, come già spiegava il Primo Libro delle Cronache; 1 Cr, 24) e ricevette dall’Arcangelo Gabriele l’annuncio della nascita del figlio mentre serviva nel tempio «nel turno della sua classe». Una notizia apparentemente trascurabile, fino agli scavi del XX secolo. Infatti, se Zaccaria è entrato nel tempio il 23 settembre (o comunque a ridosso di quella data) – giorno in cui i cristiani orientali commemorano, fin dal I secolo, l’annuncio della nascita del Precursore – è del tutto plausibile che il Battista sia nato il 24 giugno, nove mesi dopo, anche qui secondo la celebrazione liturgica fissata dalla Chiesa primitiva.

Sempre Luca ci informa poi che l’annuncio a Maria sul concepimento verginale di Gesù avvenne «nel sesto mese» dal concepimento del Battista: un’informazione che l’evangelista ripete due volte (Lc 1, 26 e 36). Non solo. Luca aggiunge che «in quei giorni Maria si mise in viaggio» per visitare Elisabetta: l’Arcangelo Gabriele le aveva infatti comunicato il miracoloso concepimento da parte della cugina, a dispetto della vecchiaia e dell’asserita sterilità. Ancora l’evangelista: «Maria rimase con lei circa tre mesi», che è come il sigillo finale sul quadro cronologico. In sintesi: Annunciazione a Maria il 25 marzo, giorno dell’omonima celebrazione della Chiesa, nascita del Battista tre mesi dopo, cioè il 24 giugno, nascita di Gesù il 25 dicembre.

Da quando la Chiesa festeggia il Natale il 25 dicembre? Lo studioso Michele Loconsole, saggista e dottore di sacra teologia ecumenica, scrive: «La Chiesa primitiva, soprattutto d’Oriente, aveva fissato la data di nascita di Gesù al 25 dicembre già nei primissimi anni successivi alla sua morte. Dato che è stato ricavato dallo studio della primitiva tradizione di matrice giudeo-cristiana, risultata fedelissima al vaglio degli storici contemporanei, e che ha avuto origine dalla cerchia dei familiari di Gesù, ossia dalla originaria Chiesa di Gerusalemme e di Palestina». Chiaramente, il radicamento universale della solennità liturgica non avvenne subito – anche a causa delle persecuzioni dei primi tre secoli cristiani – ma si diffuse da una zona all’altra della cristianità fino alla fissazione definitiva in tutta la Chiesa; della nascita di Gesù al 25 dicembre abbiamo un’attestazione scritta nella Chiesa romana già verso il 203, ossia nel Commentario su Daniele, opera di sant’Ippolito di Roma.

Non regge nemmeno l’obiezione sui pastori che secondo alcuni scettici sul Natale al 25 dicembre non potevano vegliare in inverno«di notte facendo la guardia al loro gregge» (Lc 2, 8): questa obiezione ignora l’importanza delle norme di purità in tutto l’ebraismo, documentata da antichi trattati ebraici in cui si distinguono tre tipi di gregge. Lo spiega sempre Loconsole: «Il primo, composto da sole pecore dalla lana bianca: considerate pure, possono rientrare, dopo i pascoli, nell’ovile del centro abitato. Un secondo gruppo è, invece, formato da pecore la cui lana è in parte bianca, in parte nera: questi ovini possono entrare a sera nell’ovile, ma il luogo del ricovero deve essere obbligatoriamente al di fuori del centro abitato. Un terzo gruppo, infine, è formato da pecore la cui lana è nera: questi animali, ritenuti impuri, non possono entrare né in città né nell’ovile, neppure dopo il tramonto, quindi costretti a permanere all’aperto con i loro pastori sempre, giorno e notte, inverno e estate».

Dopo la nascita del Salvatore, annunciata dai profeti, alla Divina Provvidenza è piaciuto disseminare segni di luce nella storia dell’uomo per guidarlo sul retto sentiero verso il suo vero Bene. Con l’animo pieno di stupore e gratitudine, come i pastori, andiamo ad adorare Dio che si è fatto bambino in mezzo a noi

Il Papa: il cuore a Betlemme, dove Gesù è rifiutato dalla logica della guerra

Nella basilica vaticana, Francesco presiede la Santa Messa della notte di Natale. Il suo pensiero va alla terra dove Dio si è fatto carne e dove “il ruggire delle armi anche oggi gli impedisce di trovare alloggio nel mondo”. Invita ad adorare il Principe della Pace che “non sovverte le ingiustizie dall’alto con forza, ma dal basso con amore; non irrompe con un potere senza limiti, ma si cala nei nostri limiti; non evita le nostre fragilità, ma le assume”

Antonella Palermo – Città del Vaticano 25 Dicembre 2023

L’Incarnazione non è mossa da un’ansia di prestazione da parte di un Dio rigido e controllore, ma dalla volontà di un Padre giusto che viene ad abitare le nostre ingiustizie. È il cuore dell’omelia di Papa Francesco che presiede la Messa solenne nella notte di Natale concelebrata nella basilica vaticana da quasi 250 tra cardinali, vescovi e diaconi. Una liturgia attraversata, fin dall’atto penitenziale, dal pensiero della guerra: “provati dalle tenebre del peccato e dagli orrori della guerra, chiediamo al Padre il dono dello Spirito, artefice di consolazione e di gioia, affinché rinnovi la faccia della terra”. 

Il Re della storia sceglie la piccolezza

È tutta una invocazione di concordia e giustizia la celebrazione eucaristica di questa notte. La liturgia della Parola è costantemente intrisa di questi rimandi avvertiti oggi con un’urgenza particolarmente intensa: dal Libro del profeta Isaia al canto del Salmo 95, dalla Lettera di san Paolo a Tito alle intenzioni della Preghiera universale (“Padre del Verbo, che hai inviato nel mondo il Datore della vera pace, metti fine al rumore delle armi che distruggono, suscita nel cuore dell’uomo un canto nuovo di gioia”). E poi il brano evangelico del secondo capitolo di Luca che spiega il contesto della nascita di Gesù. Il potere di Dio e il potere del mondo. Il confronto tra queste due forme di autorità è ciò su cui si sofferma il Pontefice nell’omelia:

Mentre l’imperatore conta gli abitanti del mondo, Dio vi entra quasi di nascosto; mentre chi comanda cerca di assurgere tra i grandi della storia, il Re della storia sceglie la via della piccolezza. Nessuno dei potenti si accorge di Lui, solo alcuni pastori, relegati ai margini della vita sociale.

Dio entra debole nel mondo

Nell’Antico Testamento, ricorda, si apprende che il ‘censimento’ era stata una pratica rivelatoria di “una malsana pretesa di autosufficienza”: al Re Davide, infatti, permise di conoscere il numero di quanti potevano armarsi. Una operazione che scatenò l’ira del Signore. 

In questa notte, invece, il “Figlio di Davide”, Gesù, dopo nove mesi nel grembo di Maria, nasce a Betlemme, la città di Davide, e non punisce il censimento, ma si lascia umilmente conteggiare. Non vediamo un dio adirato che castiga, ma il Dio misericordioso che si incarna, che entra debole nel mondo.

Il ruggire delle armi impedisce a Gesù di trovare casa

La logica del mondo, sottolinea Francesco, ricerca “il potere e la potenza, la fama e la gloria, dove tutto si misura coi successi e i risultati, con le cifre e con i numeri”. È un meccanismo vizioso che il Papa definisce “l’ossessione della ‘prestazione'”, nella quale è invischiato chi infiamma la terra con il fuoco dei conflitti:

Il nostro cuore stasera è a Betlemme, dove ancora il Principe della pace viene rifiutato dalla logica perdente della guerra, con il ruggire delle armi che anche oggi gli impedisce di trovare alloggio nel mondo.

Dio dell’incarnazione o Dio della prestazione?

Il Papa mette in guardia dal rischio di vivere il Natale avendo in testa un’idea pagana di Dio. È quella che rimanda alla figura di un “padrone potente che sta in cielo, un dio che si sposa con il potere, con il successo mondano e con l’idolatria del consumismo”. Il dio “distaccato e permaloso, che si comporta bene coi buoni e si adira coi cattivi”, è frutto delle proiezioni degli uomini, è “utile solo a risolverci i problemi e a toglierci i mali”, precisa Bergoglio.

Lui, invece, non usa la bacchetta magica, non è il dio commerciale del “tutto e subito”; non ci salva premendo un bottone, ma si fa vicino per cambiare la realtà dal di dentro. Eppure, quanto è radicata in noi l’idea mondana di un dio distante e controllore, rigido e potente, che aiuta i suoi a prevalere contro altri! Ma non è così: Lui è nato per tutti, durante il censimento di tutta la terra

Gli “affetti sdolcinati” e la “tenerezza” di Dio

Francesco prosegue mettendo a fuoco i tratti del Dio che siamo chiamati ad adorare vivendo il mistero del Natale: tenerezza, compassione e misericordia. Li ha ricordati più volte nel Tempo di Avvento. Tratti ben diversi, aggiunge, da quelli che troppo spesso travolgono il clima delle festività: “un miscuglio di affetti sdolcinati e di conforti mondani”:

Guardiamo dunque al «Dio vivo e vero» (1 Ts 1,9): a Lui, che sta al di là di ogni calcolo umano eppure si lascia censire dai nostri conteggi; a Lui, che rivoluziona la storia abitandola; a Lui, che ci rispetta al punto da permetterci di rifiutarlo; a Lui, che cancella il peccato facendosene carico, che non toglie il dolore ma lo trasforma, che non ci leva i problemi dalla vita, ma dà alle nostre vite una speranza più grande dei problemi. Desidera così tanto abbracciare le nostre esistenze che, infinito, per noi si fa finito; grande, si fa piccolo.

Abbandonare ogni tristezza

Il Papa rimarca che Dio non considera gli uomini e le donne un numero, pur avendo Egli stesso, in Gesù, voluto sottoporsi al censimento. A Dio interessa il volto di ciascuno, non il numero che rappresenta. Ed è quindi interessato a trovare un cuore aperto, capace di sentirsi amato e capace di abbandonare le proprie malinconie. Francesco si rivolge a chi ascolta con un “tu”:

[…] Forse vivi male questo Natale, pensando di non andare bene, covando un senso di inadeguatezza e di insoddisfazione per le tue fragilità, per le tue cadute e i tuoi problemi. Ma oggi, per favore, lascia l’iniziativa a Gesù, che ti dice: “Per te mi sono fatto carne, per te mi sono fatto come te”. Perché rimani nella prigione delle tue tristezze?

Adorazione non è perdere tempo

“Stanotte l’amore cambia la storia”, afferma infine il Papa, invitando a porsi in adorazione autentica della Natività, al di là di ogni tentazione che ci porterebbe ad essere invece troppo indaffarati e indifferenti.

Riscopriamo l’adorazione, perché adorare non è perdere tempo, ma permettere a Dio di abitare il nostro tempo. È far fiorire in noi il seme dell’incarnazione, è collaborare all’opera del Signore, che come lievito cambia il mondo. È intercedere, riparare, consentire a Dio di raddrizzare la storia.

Alla fine della Messa, condotto nella sua carrozzina, il Papa porta in processione con alcuni bambini di varie nazionalità l’immagine del Bambino nel presepe allestito in basilica, nella cappella della Pietà. Là sosta ancora in preghiera. I bambini lo salutano e ricevono la sua benedizione. È Natale. 

Pagina 129 di 156

Radio Maria ETS - Via Milano 12, 22036 Erba (Co) - CF 94023530150

Privacy policy