"VI SUPPLICO: CONVERTITEVI!" (REGINA DELLA PACE-MEDJUGORJE)

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La lunga notte di Prigozhin. Occupa Rostov e lancia l’ultimatum: “Datemi Shojgu e Gerasimov o marcio su Mosca”. Putin schiera i tank. Tutto quello che sappiamo

di Rosalba Castelletti . La Repubblica – 24 Giungo

Il capo dei mercenari Wagner lancia la “marcia della giustizia”. Fsb e procura lo incriminano per “incitamento alla rivolta”. Il comandante Surovikin lo invita alla resa. Nella capitale massima allerta

23 GIUGNO 2023 – AGGIORNATO 24 GIUGNO 2023 ALLE 08:24 

È l’inizio del conflitto civile in Russia? Di un golpe? Di un ammutinamento? La risposta arriva dall’Fsb e dalla procura generale: per loro è “incitamento alla rivolta armata”.

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In un crescendo di audio virulenti pubblicati sul canale Telegram del suo ufficio stampa, il capo della compagnia militare privata Wagner Evgenij Prigozhin prima accusa le forze armate russe di aver bombardato i suoi accampamenti, poi annuncia di aver preso una decisione insieme al Consiglio dei comandanti dei mercenari: “Il male che porta la leadership militare del Paese dev’essere fermato. Coloro che oggi hanno fatto ammazzare i nostri ragazzi, coloro che hanno distrutto decine, molte decine di migliaia di vite dei soldati russi, saranno puniti”.

Un attacco diretto al ministro della Difesa Sergej Shojgu che, a suo dire, sarebbe fuggito “da vigliacco” da Rostov-sul-Don. Di più, una vera e propria dichiarazione di guerra. Seguita da un invito a “tutti quelli che ne hanno voglia” a “unirsi” ai suoi 25mila uomini per “porre fine a questa porcheria”. Poi la precisazione: “Questo non è un golpe militare, ma una marcia della giustizia”.

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Ma alle autorità russe la puntualizzazione non basta. Le accuse del sedicente “macellaio di Putin” sono senza fondamento. Lo dice il ministero della Difesa in uno scarno comunicato che per la prima volta nomina Prigozhin su cui da mesi era calato il silenzio di organi governativi e media di stampa: “Tutto falso. Si tratta di una provocazione informativa”.

E lo dice anche il Comitato antiterrorismo. Per l’Fsb Prigozhin ha “incitato alla rivolta armata” e va messo sotto processo penale. La procura lo incrimina. Rischia vent’anni di carcere.

Seguono gli appelli alla resa. Ne lancia uno anche il generale Sergej Surovikin vicino ai wagneriti: “Fermatevi prima che sia tardi”. Vladimir Alekseev si accoda. L’Fsb incalza: “Arrestate Prigozhin”. Ne prendono tutti le distanze. Il leader dei mercenari non ha alleati.

Tank nelle strade ma la tv tace

Vladimir Putin è stato informato. Si stanno prendendo le misure necessarie”, assicura il suo portavoce Dmitrij Peskov. A Rostov-sul–Don viene attivato il “Piano Fortezza”. Nelle strade del capoluogo del Sud e di Mosca appaiono i tank. Nella capitale vengono rafforzate le misure di sicurezza. 

Eppure la popolazione per un po’ resta all’oscuro dell’escalation. La tv non ne parla. Nessuno manda in onda il balletto del Lago dei Cigni come avvenne per tre giorni consecutivi durante il putsch dell’agosto del 1991.

Solo a notte fonda Pervyj Kanal, il Primo Canale, lancia due edizioni straordinarie per rilanciare l’incriminazione e poi l’appello di Surovikin. 

Tutto corre in Rete dov’è difficile dire dove finisca il virtuale e inizi il reale. La politologa Tatiana Stanovaja avverte: “Calmatevi tutti. Finora non si hanno prove convincenti che ci sia stato un golpe dei wagneriti e che Prigozhin stia guidando le sue colonne da qualche parte”.

La presa di Rostov-sul-Don

A tarda notte arriva un nuovo audio di Prigozhin: “Abbiamo attraversato il confine tra Ucraina e Russia. Le guardie di frontiera hanno abbracciato i nostri combattenti. Stiamo entrando a Rostov”. Ma non ci sono foto, video. Non c’è nessuna prova.

Resta l’incertezza, ma viene fugata nelle prime ore del mattino quando Wagner diffonde un video di Prigozhin nel quartier generale del Distretto meridionale delle forze armate russe che dice al viceministro della Difesa Junus-Bek Evkurov e al vice capo dello staff Vladimir Alekseev che “bloccherà la città di Rostov” e “andrà a Mosca” finché non “prenderà” il ministro Shojgu e il capo dello staff Valerij Gerasimov.

Rivendica anche il controllo di tutte le strutture militari, compreso l’aeroporto, ma soltanto per assicurarsi che l’aviazione venga usata contro gli ucraini e non contro i suoi uomini.

Prigozhin se la prende soltanto con la “leadership militare”, e non con Vladimir Putin, come se questo gli garantisse una scappatoia. Ma ha di fatto sfidato il regime stesso. L’autoproclamatosi “macellaio di Putin” ha firmato da sé la sua condanna a morte.

I silenzi di Putin

Per mesi il leader del Cremlino aveva taciuto dinanzi alle sue invettive. Come il video diffuso in mattinata in cui Prigozhin aveva accusato il ministro Shojgu di avere “ingannato” il Paese e lo stesso Putin trascinando la Russia nel conflitto contro l’Ucraina. 

Prigozhin smontava pezzo per pezzo i pretesti strombazzati dalla propaganda, e dal presidente, per giustificare l’intervento in Ucraina: non c’era stata nessuna “pazza aggressione” da parte dell’Ucraina, nessun suo tentativo “di pianificare un attacco con l’intera Nato”, nessun bisogno di “denazificare” e “smilitarizzare”.

L’operazione militare speciale, a suo dire, era “cominciata per ragioni completamente differenti”. Serviva innanzitutto a Shojgu “per entrare nella storia come un grande condottiere di Tuva, per diventare maresciallo e due volte Eroe della Russia”, e agli oligarchi che avevano “rubato alla grande nel Donbass, ma volevano di più”, ossia spartirsi l’Ucraina e nominare come presidente Viktor Medvedchuk.

Fin lì l’ennesima provocazione, la terza in tre giorni, dettata dal rifiuto di siglare entro il primo luglio il contratto che dovrebbe assoggettare i suoi “volontari” alla Difesa. Poi in serata l’escalation a cui nessuno riesce al momento a trovare una logica.

I motivi di Prigozhin

Neppure i suoi sostenitori. Tutti smarriti e confusi. Come l’ex consigliere di Putin Sergej Markov. Soltanto poche ore prima aveva assicurato più e più volte: “Prigozhin è assolutamente fedele a Putin”. Davanti alle notizie, prova a giustificare il leader di Wagner arrivando a ipotizzare un’operazione della Difesa ucraina, dello Sbu o dell’intelligence britannica per innescare il conflitto civile. Poi inizia a parlare di “presunto” Prigozhin e “presunto” Wagner.

Il politologo Sam Greene, ex direttore del Russia Institute del King’s College di Londra, dopo aver passato al vaglio le più svariate ipotesi si arrende: “Forse Prigozhin ha soltanto perso la testa”. Quel che è certo è che, se non l’ha persa, la sua testa potrebbe cadere presto.

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Suor Lucia di Fatima disse: ‘Sarà molto triste per tutti, se il mondo non prega e si pente

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I nostri tempi sono gli ultimi? Suor Lucia di Fatima risponde.

Suor Lucia, 1957: “Per tre ragioni la Santa Vergine mi ha dato per capire che siamo alla fine dei tempi.”

Il 26 dicembre 1957 Padre Agustin Fuentes, un sacerdote della diocesi di Veracruz (Messico) e vice-postulatore della causa di beatificazione di Santa Giacinta Marto e San Francisco, ha parlato a lungo con Suor Lucia nel convento di Coimbra in Portogallo . Al suo ritorno in Messico, ha tenuto una conferenza su questo incontro, riferendosi alle parole di Suor Lucia.

Padre Joaquin Maria Alonso ha sottolineato che il rapporto della conferenza è stato pubblicato “con tutte le garanzie di autenticità e con l’approvazione vescovile a causa , tra cui il Vescovo di Fatima”

Di seguito, per esteso , come pubblicato sul sito web portoghese Apelos de Nossa Senhora , le parole pronunciate da Suor Lucia a p. Agustín. A quel tempo, il prete dice di aver trovato la veggente di Fatima “molto triste, molto pallida e depressa”. Questo è ciò che lei gli ha rivelato.

“Caro Padre, la Vergine Santissima è molto rattristata, nessuno dà ascolto al tuo Messaggio, né i buoni né i cattivi: i buoni, perché continuano nella loro via di bontà, ma senza prestare attenzione a questo Messaggio; i malvagi, perché, non vedendo che la punizione di Dio già aleggia su di loro a causa dei loro peccati, continuano anche nella loro via del male, ignorando questo Messaggio. Ma credimi, Padre, Dio punirà il mondo e ti punirà in modo tremendo . La punizione del Cielo è imminente.

Padre, cosa manca per il 1960? E cosa succederà allora? Sarà una cosa molto triste per tutti, non una cosa gioiosa, se il mondo non prega e si pente . Non posso entrare nel dettaglio, dal momento che è ancora un segreto. Secondo la volontà della Beata Vergine, solo il Santo Padre e il Vescovo di Fatima sono autorizzati a conoscere il Segreto, ma hanno deciso di non conoscerlo per non essere influenzati. Questa è la terza parte del Messaggio della Madonna, che resterà segreta fino al 1960.

Dite loro, Padre, che la Beata Vergine ci ha ripetutamente detto, sia ai miei cugini Francesco e Giacinta, sia a me, che molte nazioni scompariranno dalla faccia della terra. Ha detto che la Russia sarebbe stata lo strumento della punizione del Cielo per il mondo intero , se non avessimo raggiunto la conversione di questa povera nazione

Padre, il diavolo sta combattendo una battaglia decisiva contro la Vergine Maria . E poiché sa che è lui colui che offende di più Dio e che, in meno tempo, vincerà un numero maggiore di anime, cerca di conquistare per sé le anime consacrate a Dio , poiché in questo modo anche il diavolo lascia il campo di anime dei fedeli abbandonati e più facilmente li afferrano.

Il diavolo fa tutto ciò che è in suo potere per distrarci e ritirare il nostro amore per la preghiera; saremo tutti salvati o saremo tutti condannati.

Ciò che affligge il Cuore Immacolato di Maria e il Sacro Cuore di Gesù è la caduta delle anime dei Religiosi e dei Sacerdoti. Il diavolo sa che i religiosi e i sacerdoti che cadono dalla loro bellissima vocazione trascinano molte anime all’inferno . Il diavolo vuole impossessarsi delle anime consacrate. Cerca di corromperli per intorpidire le anime dei laici e quindi portarli alla definitiva impenitenza.

Usa tutti i trucchi, fino al punto di suggerire un ritardo nell’entrare nella vita religiosa. Da ciò deriva la sterilità della vita interiore e tra i laici una freddezza (mancanza di entusiasmo) da rinunciare ai piaceri e dedicare totalmente a Dio.

Padre, non aspettiamoci da Roma una chiamata alla penitenza dal Santo Padre per tutto il mondo; né speriamo che un tale appello venga dai vescovi per ciascuna delle diocesi; nemmeno delle congregazioni religiose. No. Nostro Signore ha già usato molti di questi mezzi e nessuno li ha ascoltati . Così ora … ora che ognuno di noi inizia la propria riforma spirituale : deve salvare non solo la sua anima ma anche tutte le anime che Dio ha messo sulla sua strada …

Il diavolo fa tutto ciò che è in suo potere per distrarci e ritirare il nostro amore per la preghiera ; saremo tutti salvati o saremo tutti condannati.

Ciò che affligge il Cuore Immacolato di Maria e il Sacro Cuore di Gesù è la caduta delle anime dei Religiosi e dei Sacerdoti.

Il primo perché mi ha detto che il diavolo sta combattendo una battaglia decisiva contro la Vergine Maria e una battaglia decisiva è una battaglia finale, dove sapremo quale squadra vincerà e quale squadra sconfiggerà . Così ora, o siamo di Dio o siamo del diavolo: non c’è via di mezzo.

Il secondo, perché mi ha detto, sia ai miei cugini che a me, che c’erano due degli ultimi rimedi che Dio ha donato al mondo: il Santo Rosario e la devozione al Cuore Immacolato di Maria; e se sono gli ultimi rimedi, significa che sono davvero gli ultimi, che non ci saranno altri .

E il terzo perché sempre nei piani della Divina Provvidenza, quando Dio punirà il mondo, prima esaurisce tutti gli altri mezzi; allora, vedendo che il mondo non ha prestato attenzione a nessuno di loro, solo allora (come diremmo nel nostro modo imperfetto di parlare) la sua Beata Madre ci presenta, in un certo timore, il mezzo supremo di salvezza. Perché se disprezziamo e respingiamo quest’ultimo, non otterremo più il perdono del Cielo : perché commettiamo un peccato che è chiamato nel Vangelo “peccato contro lo Spirito Santo” e che consiste nel rifiutare apertamente, con tutta la conoscenza e la volontà, la salvezza che ci è data nelle nostre mani; e anche perché Nostro Signore è un Figlio molto buono, e non ci permette di offendere e disprezzare la Sua Santissima Madre testimoniando la storia di diversi secoli della Chiesa che, con terribili esempi, ci mostra come nostro Signore ha sempre lasciato in difesa dell’onore della sua Santissima Madre.

Nessun problema, per quanto difficile possa essere, che ora non possiamo risolvere con la preghiera del Santo Rosario.

Ci sono due modi per salvare il mondo: la preghiera e il sacrificio. Guarda, Padre, la Beata Vergine, in questi ultimi tempi in cui viviamo, ha dato una nuova efficacia alla preghiera del Santo Rosario. In tal modo che ora nessun problema, per quanto difficile possa essere, è temporale o, soprattutto, spirituale, che si riferisce alla vita personale di ognuno di noi; o alle vite delle nostre famiglie, siano le famiglie del mondo, siano le Comunità religiose; o alla vita di popoli e nazioni. Nessun problema, ripeto, per quanto difficile possa essere, che ora non possiamo risolvere con la preghiera del Santo Rosario . Con il Santo Rosario ci salveremo, ci santificheremo, consoleremo il nostro Signore e otterremo la salvezza di molte anime.

E poi, la devozione al Cuore Immacolato di Maria, la Madre, ci vedendo in esso la sede di misericordia, di bontà e di perdono, e la porta della cassaforte per entrare in cielo. Dite loro anche, Padre, i miei cugini Francisco e Giacinta si sacrificarono perché videro la Beata Vergine sempre molto triste in tutte le sue apparizioni. Non ci ha mai sorriso ; e questa tristezza e questo dolore che abbiamo notato nella Vergine, a causa di reati contro Dio e le punizioni che minacciavano i peccatori, li ho sentiti per l’anima. E non sapevamo nemmeno cos’altro inventare per trovare nella nostra immaginazione infantile mezzi di preghiera e sacrificio.”

Fonte:  PAPABOYS –  1 Febbraio 2019

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Cuore Immacolato di Maria

La devozione al Cuore Immacolato di Maria ha superato vari ostacoli, radicandosi anche attraverso alcune delle più grandi manifestazioni mariane della storia, con in testa Fatima. Dove la Madonna chiese la Comunione riparatrice nei primi sabati del mese

Il giorno dopo la solennità del Sacro Cuore di Gesù, la Chiesa celebra la memoria liturgica del Cuore Immacolato di Maria, attendendo con salda speranza il compimento della promessa fatta dalla Madre Celeste ai tre pastorelli di Fatima: “Infine, il mio Cuore Immacolato trionferà”. Sarà questo trionfo il preludio al tempo di pace “per quanti diranno di  a mio Figlio”, prima dell’ultimo combattimento escatologico che si concluderà con il secondo, definitivo e glorioso avvento dell’Agnello, Nostro Signore Gesù Cristo, come profetizzato da san Giovanni Evangelista nell’Apocalisse. La Madre e il Figlio, dunque, i cui Sacri Cuori sono così intrecciati e perfettamente uniti nello stesso mistero di salvezza da non poter essere separati. Lo insegnava già san Giovanni Eudes (1601-1680), fondatore della Congregazione di Gesù e Maria, il quale fu il primo a celebrare con i suoi confratelli le feste del Sacro Cuore e del Cuore Immacolato.

Le rivelazioni di Gesù a santa Margherita Maria Alacoque (1647-1690) furono poi il più potente impulso alla devozione al Sacro Cuore, che si diffuse nonostante l’ostilità dell’eresia giansenista. Il radicamento del culto al Cuore Immacolato di Maria passerà, anch’esso superando vari ostacoli, attraverso alcune delle più grandi manifestazioni mariane della storia. Come l’apparizione del 27 novembre 1830 a santa Caterina Labouré, che dopo aver contemplato la figura radiosa dell’Immacolata vide apparire i Sacri Cuori di Gesù e Maria, il primo coronato di spine, il secondo trafitto da una spada, oltre a una M intersecata dalla I di Iesus e sormontata da una croce, con tutto intorno 12 stelle. È l’immagine divenuta celebre con la diffusione della Medaglia Miracolosa, lo straordinario compendio di simboli disseminati in tutte le Sacre Scritture e che ricordano in particolare la partecipazione di Maria all’opera redentrice del Figlio. Questa mirabile partecipazione, che fa di Maria la Corredentrice, è già implicita nelle parole rivolte da Dio a Satana subito dopo il peccato originale (Gn 3, 15), è espressa poi nella profezia di Simeone (“E anche a te una spada trafiggerà l’anima”; Lc 2, 35) e culmina nel segno grandioso della Donna vestita di sole (Ap 12).

Questo disegno divino, in cui il dolore acquista senso e diventa tutt’uno con l’Amore, è proseguito con Fatima. Qui, il 13 giugno 1917, la Madonna comunicò alla piccola Lucia dos Santos (1907-2008) la sua missione: “Gesù vuole servirsi di te per farmi conoscere e amare. Egli vuole stabilire nel mondo la devozione al mio Cuore Immacolato”. Il 10 dicembre di otto anni più tardi, Lucia, già in convento, vide Maria e al suo fianco Gesù Bambino, che le disse: “Abbi compassione del Cuore Immacolato della tua Santissima Madre, ricoperto delle spine che gli uomini ingrati in tutti i momenti vi infiggono, senza che ci sia chi faccia un atto di riparazione per strapparle”. Fu allora che la Vergine fece a Lucia la solenne promessa sulla Comunione riparatrice dei cinque sabati: “A tutti coloro che per cinque mesi, al primo sabato, si confesseranno, riceveranno la santa Comunione, reciteranno il Rosario e mi faranno compagnia per 15 minuti meditando i Misteri, con l’intenzione di offrirmi riparazioni, prometto di assisterli nell’ora della morte con tutte le grazie necessarie alla salvezza”.

Nel 1944 la memoria liturgica venne estesa da Pio XII a tutta la Chiesa, a ricordo della consacrazione del mondo al Cuore Immacolato di Maria, operata due anni prima dallo stesso pontefice su invito della beata Alexandrina Maria da Costa. La celebrazione, inizialmente stabilita al 22 agosto, nell’Ottava dell’Assunta, venne spostata al giorno attuale (il primo sabato dopo il Sacro Cuore di Gesù) dalla riforma del 1969, con il grado di memoria facoltativa, poi resa obbligatoria da san Giovanni Paolo II. La liturgia ci ricorda che Maria, sede della Sapienza, meditava nel silenzio quotidiano la volontà divina e “custodiva tutte queste cose nel suo cuore”. La Madre Celeste ha assecondato ogni ispirazione della Grazia. Proprio per questo è necessario imitarla e combattere al suo fianco contro il male, affinché Lei e il Figlio possano regnare – come diceva san Massimiliano Maria Kolbe – “in ogni cuore che batte sulla terra”. In vista della gloria eterna. (Ermes Dovico – la Nuova Bussola – 17 Giugno 2923)

Per saperne di più:

La devozione dei cinque sabati del mese

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La missione rutena del papa di Roma

Francesco cerca di costruire ponti proprio mentre la “terza guerra mondiale a pezzi” li distrugge, elevando muri e scavando trincee o addirittura annegando paesi e città sotto il diluvio bellico. L’iniziativa affidata al card. Zuppi è anche un’ottima “copertura” dei tanti sforzi umanitari di tutte le istituzioni della Chiesa cattolica in Ucraina e in Russia. E tra Roma, Mosca e Kiev è un nuovo capitolo di una lunga storia.

Di: Stefano Caprio – Asia News
Data di pubblicazione: 11 Giugno 2023

Molte speranze, anche se ben poche illusioni, sono riposte nei tentativi della Santa Sede di far ragionare di pace la Russia e l’Ucraina, dopo oltre quindici mesi di guerra insensata e di resistenza strenua. La visita del cardinale Matteo Maria Zuppi a Kiev, che potrebbe presto proseguire con un analogo viaggio a Mosca, non aveva lo scopo di proporre misure concrete per iniziare trattative assai improbabili, mentre sono in corso scontri apocalittici che hanno portato alla devastazione della zona di Kherson, con l’esplosione della diga di Nova Khakovka, quanto di più simile al Diluvio Universale.

Zuppi è certamente la figura più rappresentativa del desiderio di papa Francesco di porre un freno alla follia della guerra. Unico cardinale romano, amico personale di Bergoglio, tanto da figurare spesso nelle liste dei “papabili”, membro storico della Comunità di S. Egidio, la struttura di “diplomazia parallela” della Chiesa cattolica, già negoziatore in Mozambico e in altri contesti, egli è anche il presidente della Conferenza episcopale italiana, rappresentando quindi la comunità di un Paese tradizionalmente amico della Russia, pur essendo nettamente schierato per la difesa dell’Ucraina dall’invasione.

La missione dell’arcivescovo di Bologna, città “di confine” tra nord e sud della stessa Italia, è anche un’ottima “copertura” dei tanti sforzi di tutte le istituzioni della Chiesa cattolica in Ucraina e in Russia, i nunzi e i vescovi locali, le associazioni caritative e le stesse parrocchie. L’attenzione primaria della Chiesa è sempre alle persone, prima che alle strategie politiche, militari ed economiche: è la cura dei profughi, dei bambini abbandonati e deportati, dei prigionieri (tra gli ostaggi dei russi ci sono anche dei preti cattolici) e delle famiglie, spesso devastate dalla perdita della casa e degli uomini uccisi in combattimento, oltre alle tante vittime dei bombardamenti e dei disumani massacri perpetuati in molte città. Non a caso Zuppi si è recato in visita a Buča, luogo dell’orrore più straziante di questa guerra.

Papa Francesco cerca di costruire ponti fin da prima dell’inizio dell’invasione putiniana (come recita il suo stesso titolo di pontefice) proprio mentre la “terza guerra mondiale a pezzi”, ormai saldati in un unico grande fronte mondiale, sta distruggendo tutti i ponti, elevando muri e scavando trincee, addirittura annegando paesi e città sotto il diluvio bellico. Nella letteratura russo-ucraina dei tempi antichi, sotto l’invasione tataro-mongola dei secoli medievali, spiccava la leggenda della città di Kitež, affondata nel lago Svetlojar al di là del Volga, che riemerge a intervalli regolari per affermare l’eternità del popolo russo, nonostante le devastazioni.
La leggenda fu ripresa in un’opera musicale dal grande compositore ottocentesco Nikolaj Rimskij-Korsakov, membro del gruppo di musicisti che cercavano di ritrovare l’anima russa. Egli esaltava la figura della santa Fevronia, una ragazza che stava per celebrare il suo matrimonio al momento dell’invasione, diventando poi immagine spirituale di una città invisibile, di un “popolo nuovo” inaffondabile. Sembra che russi e ucraini debbano rileggere meglio i tesori della propria cultura, senza cercare di appropriarsene soltanto per la propaganda, come ha fatto nei giorni scorsi il patriarcato di Mosca con l’icona della Trinità di Rublev.

Il Vaticano non dimentica mai le storie passate, neanche quelle dei Paesi lontani, e guarda alla Russia e all’Ucraina che dovranno risorgere dopo l’invasione e la devastazione, dal lago di sangue e vergogna in cui sono affondate per l’ennesima volta nella storia. La missione di pace riguarda il futuro, sperando che non sia troppo lontano, anche perché a tutti appare evidente che nessuna delle due forze in campo ha davvero le risorse per annientare definitivamente il nemico, per quanto si sforzino gli alleati, gli eserciti e i mercanti d’armi di aumentare il loro volume di fuoco.
Il papa di Roma offre il suo sostegno alla pace in queste terre fin dai tempi antichi, ritenendolo uno snodo cruciale per tutto il cristianesimo universale. L’invio di cardinali e ambasciatori a Mosca e a Kiev è un classico delle relazioni con quella che nel linguaggio curiale veniva chiamata la Ruthenia, nome latino dell’antica Rus’, che oggi viene riservato agli slavi “di mezzo” tra le terre settentrionali e quelle balcaniche. Si ricordano due lettere del papa Innocenzo IV (quello dello scontro con l’imperatore svevo Federico II) al principe Aleksandr Nevskij, colui che cercava di salvare la Rus’ sotto la dominazione mongola, in cui il pontefice proponeva di riunirsi alla sede romana, o almeno di rappacificarsi con i Cavalieri teutonici, gli eredi dei Templari che Aleksandr aveva sconfitto, facendoli annegare nei ghiacci estoni del lago Peipus. Il papa suggeriva di costruire una grande cattedrale “unitaria” nella libera città di Pskov, dove insediare l’arcivescovo cattolico dei Prussiani per mediare con tutti i popoli in lotta, tartari compresi. Nel 1251 si presentarono addirittura davanti al principe due cardinali con una bolla papale, dopo una missione di successo nelle terre della Galizia (attuale Ucraina) e della Lituania, attirate alla comunione latina. Il principe Aleksandr, che da Novgorod si era insediato a Vladimir, da cui aveva avuto origine anche Mosca, preferì tenersi stretto il suo metropolita ortodosso, che per i ricorsi della storia si chiamava Kirill, inviandolo dai tartari sul Volga per difendere gli interessi dei russi, rifiutando la mano tesa del papa di Roma. Rispose: “La Rus’ non ha bisogno di voi”.

Molte altre missioni possono essere ricordate, a cominciare da quella del compagno di sant’Ignazio di Loyola, il gesuita Antonio Possevino, che cercò invano di convincere Ivan il Terribile ad accordarsi con Roma. La più creativa risale alla metà del Quattrocento, quando il papa Paolo II propose al gran principe Ivan III una fidanzata bizantina di stirpe imperiale, Zoe Paleologa, che si era rifugiata a Roma dopo la caduta di Costantinopoli nelle mani dei turchi. La speranza del papa era che il matrimonio avrebbe messo fine al dissidio tra i russi e il mondo cattolico occidentale, e la fece accompagnare a Mosca proprio dall’allora arcivescovo di Bologna, Antonio Bonombra, che guidava il corteo con la croce latina, ma fu subito pregato di farsi da parte dalle guardie del granduca. La principessa divenne moglie di Ivan (e nonna di Ivan il Terribile), tornando all’Ortodossia e cambiando il nome con uno che i russi consideravano proprio, quello di Sofia.
Un altro grande dei gesuiti di prima generazione, il polacco Petr Skarga, convinse i russi ortodossi del regno di Polonia ad accettare l’Unione con Roma nel 1596, come risposta alle pretese del patriarcato di Mosca, istituito sette anni prima. Fu di fatto l’inizio della storia moderna dell’Ucraina, poi confermato dalle rivolte dei cosacchi, e per un secolo in quelle terre il passaggio dall’Ortodossia al Cattolicesimo (e ritorno) fu la norma delle relazioni ecclesiastiche, con momenti drammatici e rappacificazioni “eterne”, anche se presto smentite. L’imperatore “occidentalista” Pietro il grande, che condusse campagne belliche per venticinque dei suoi quasi trent’anni di regno, si considerava ortodosso quand’era a Mosca e cattolico quando visitava la sottomessa Polonia, facendo anche la comunione alla Messa latina. Non riuscì a recarsi a Roma nella sua “Grande ambasciata” di fine Seicento, limitandosi a una visita notturna a Venezia prima di tornare a Mosca, ma poi pensò di fondare nel 1703 una nuova capitale simile alla città lagunare, San Pietroburgo che significa “città di San Pietro”, la nuova Roma, la città natale di Putin e del patriarca Kirill.

Nell’Ottocento la Santa Sede riuscì perfino a concludere un Concordato con gli zar di Russia, che però non venne mai attivato, anche per la contrapposizione degli stessi cattolici di Russia, Ucraina e Bielorussia, che preferivano vedersela da soli con la corte di San Pietroburgo. Un nuovo tentativo avvenne nel 1917, dopo la rivoluzione di febbraio, con un accordo stilato insieme al Governo provvisorio del socialista democratico Aleksandr Kerenskij, anch’esso poi affondato dal colpo di Stato dei bolscevichi di ottobre. Neppure questa volta il Vaticano si arrese: per iniziativa del visionario gesuita Michel d’Herbigny, venne istituita la Commissione Pro Russia, formalmente mai soppressa, per valutare tutte le possibili vie per il dialogo e la penetrazione cattolica nello Stato ateo sovietico. Pure questa iniziativa rimase senza risultati pratici, e quando Stalin decise di sopprimere la Chiesa greco-cattolica in Ucraina, con lo Pseudo-Sinodo di Leopoli del 1947, si cercò di salvare il salvabile nella clandestinità e nella sofferenza del lager.
Il cardinale greco-cattolico ucraino di Leopoli Josif Slipyj, dopo anni di detenzione, fu liberato grazie a lunghe trattative e sistemato a Roma, dove rimase come capo silenzioso della Chiesa-martire fino al 1983, quando morì nella cattedrale di Santa Sofia, costruita sulla via Boccea per ricordare quanto i sovietici avevano soppresso o addirittura distrutto in patria. Le trattative proseguirono fino al Concilio Vaticano II, in cui a sorpresa si presentarono i rappresentanti del patriarcato di Mosca, e papa Giovanni XXIII riuscì perfino a mettersi in mezzo tra Kennedy e Khruščev, che a Cuba avevano sfiorato la guerra nucleare. Esistono ancora oggi le immaginette, e perfino i gruppi scultorei con i tre “araldi della pace” di America, Russia e Vaticano, che aprirono la fase apparentemente “pacifica” della Guerra fredda novecentesca.

La cattedrale della via Boccea è oggi uno dei centri più attivi nell’assistenza ai fratelli della patria ucraina, accogliendo i profughi e raccogliendo i soccorsi da inviare. Anche questa è missione di pace, anzi soprattutto questa, a cui partecipano non solo papi e cardinali, ma preti e laici, semplici fedeli e famiglie, uomini e donne di buona volontà. In questo la Chiesa cattolica è impegnata da sempre, senza attendere gli incontri al vertice e le trattative ufficiali. E nel sorriso del card. Zuppi si esprime la certezza che, con l’aiuto di Dio, l’Ucraina e la Russia riemergeranno dalle acque del male come la leggendaria città di Kitež, per cominciare insieme una vita nuova

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Corpus Domini

I tanti miracoli eucaristici aiutano a ricordare la grandezza del mistero che la solennità del Corpus Domini onora in modo speciale. È il mistero dell’Eucaristia, il cuore della nostra fede e il sacramento dei sacramenti istituito da Gesù nell’Ultima Cena, come cibo e bevanda di salvezza

«Come avete fatto a estrarre da una persona un pezzo di cuore vivente?», è la domanda che pose nel 2005 Frederick Zugibe (1928-2013), esperto di medicina legale e docente alla Columbia University, dopo aver analizzato un frammento di Ostia consacrata, che nel 1996 si era tramutata in carne sanguinante nella parrocchia di Santa Maria, a Buenos Aires. Il professor Zugibe aveva ricevuto un campione della Sacra Particola, ma senza che gli fosse rivelato di cosa si trattasse. Ad anni di distanza le analisi, condotte in precedenza da altri scienziati e sempre con gli stessi esiti, mostravano che quel campione era in tutto e per tutto un frammento vitale di cuore umano. In particolare si manifestava la presenza di globuli bianchi intatti e gruppo sanguigno AB, lo stesso riscontrato dalle ricognizioni (l’ultima delle quali svolta negli anni Settanta del XX secolo) sulle reliquie del miracolo eucaristico di Lanciano, avvenuto nell’VIII secolo.

Questi fatti aiutano a ricordare la grandezza del mistero che la solennità del Corpus Domini onora in modo speciale. È il mistero dell’Eucaristia, il cuore della nostra fede e il sacramento dei sacramenti istituito da Gesù nell’Ultima Cena, come cibo e bevanda di salvezza. Sono proprio le parole solenni di Nostro Signore, scolpite in tutti e quattro i Vangeli e trasmesse pure da san Paolo (Mt 26, 26-29; Mc 14, 22-25; Lc 22, 19-20; Gv 6, 53-58; 1 Cor 11, 23-29), a non lasciare dubbi sulla sua presenza reale nell’Eucaristia. A questo miracolo, che attualizza il sacrificio di Cristo ogni volta che viene celebrata una Messa, la Chiesa ha dato il nome di transustanziazione, per esprimere quanto avviene all’atto della consacrazione: le specie del pane e del vino, pur mantenendo inalterate le loro caratteristiche sensibili, si convertono interamente nel Corpo e Sangue di Gesù.

La solennità del Corpus Domini fu celebrata per la prima volta nel 1247 nella diocesi di Liegi. Alla sua origine vi furono le esortazioni di santa Giuliana di Cornillon (c. 1192-1258), una monaca agostiniana che intorno ai 16 anni ebbe una prima visione, poi ripetutasi altre volte, mentre adorava il Santissimo Sacramento. Giuliana vide una luna nel suo pieno splendore, simboleggiante la Chiesa pellegrina sulla terra, attraversata da una striscia scura, a indicare la mancanza di una festa. Come le spiegò poi lo stesso Gesù, la festa sarebbe servita per accrescere la fede e riparare le offese al Santissimo Sacramento. Per diversi anni la santa non parlò a nessuno di queste rivelazioni. Si decise poi a rivolgersi ad alcuni dei maggiori teologi ed ecclesiastici dell’epoca (tra cui l’arcidiacono di Liegi, Jacques Pantaléon, futuro Urbano IV), esortandoli a istituire la festa, come farà per primo il vescovo di Liegi, Roberto di Thourotte.

Nel 1263 avvenne il celebre miracolo eucaristico di Bolsena. Un sacerdote boemo, Pietro da Praga, giunse in pellegrinaggio in Italia perché assalito dai dubbi sulla presenza reale di Gesù nell’Eucaristia. Questi dubbi svanirono solo dopo che ebbe celebrato Messa nella chiesa di Santa Cristina, a Bolsena: qui, al momento della consacrazione, l’Ostia iniziò a sanguinare sul corporale. Urbano IV, che si trovava nella vicina Orvieto, fece subito verificare l’accaduto. L’anno successivo lo stesso pontefice incaricò san Tommaso d’Aquino di scrivere l’ufficio liturgico del Corpus Domini, dando al Doctor Angelicus l’occasione di comporre sublimi inni eucaristici, come l’Adoro Te devote, il Pange Lingua, il Sacris Solemniis e il Verbum supernum prodiens. Inoltre, con la bolla Transiturus de hoc mundo (11 agosto 1264), estese la solennità a tutta la Chiesa, fissandola al primo giovedì dopo l’Ottava di Pentecoste. In Italia, nel 1977, la Cei ne ha spostato la celebrazione alla domenica seguente.

Così scrisse Urbano IV nella bolla: «Sebbene l’Eucaristia ogni giorno venga solennemente celebrata, riteniamo giusto che almeno una volta l’anno se ne faccia più onorata e solenne memoria. Le altre cose di cui facciamo memoria, noi le afferriamo con lo spirito e con la mente, ma non otteniamo per questo la loro reale presenza. Invece, in questa sacramentale commemorazione del Cristo, anche se sotto altra forma, Gesù Cristo è presente con noi nella propria sostanza. Mentre stava infatti per ascendere al cielo disse: Ecco, io sono con voi tutti i giorni fino alla fine del mondo».

Per questo il beato Carlo Acutis (1991-2006) chiamava l’Eucaristia «la mia autostrada per il Cielo». E, sapendo di poter adorare Gesù in qualsiasi momento nel silenzio del tabernacolo, insegnava che siamo più fortunati delle persone vissute duemila anni fa in Terrasanta, perché loro dovevano continuamente spostarsi per seguirlo, mentre noi no, perché «Gerusalemme ce l’abbiamo sotto casa»

(Ermes Dovico – La Nuova Bussola – 11 Giugno 2023)

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Il “Guerrone” e il “miracolo della Vistola”

Di: Roberto de Mattei – Corrispondenza Romana
Data di pubblicazione: 31 Maggio 2023

San Pio X, che dal 1903 governava la Chiesa, preannunciò ripetutamente lo scoppio della Grande Guerra molto tempo prima che la bufera si scatenasse in Europa. «Le cose vanno male – affermava spesso – viene la grande guerra, il “Guerrone”!» Egli soffriva per la carneficina, ma soprattutto per gli sconvolgimenti spirituali e morali che la guerra avrebbe portato. Il Pontefice aveva un grande piano di riconquista religiosa della società, che aveva iniziato con il suo Catechismo e con la diffusione della comunione frequente, anche ai bambini. Questo progetto venne in parte vanificato dalla Grande Guerra in cui i “ragazzi” nati nel 1898 e nel 1899, cresciuti sotto il suo pontificato e arruolati giovanissimi alle armi, versarono il loro sangue sui campi di battaglia.

La Prima guerra mondiale fu la prima guerra mossa da un feroce odio ideologico tra le parti in conflitto. Lo stesso mondo cattolico fu frantumato dalle polemiche interne. In Italia i cattolici erano divisi tra i neutralisti e gli interventisti e questi ultimi a loro volta si dividevano tra i fautori della “Triplice Alleanza”, di cui l’Italia faceva parte con gli Imperi di Austria e Germania, e i sostenitori della “Triplice Intesa”, che comprendeva Francia, Russia e Inghilterra.

I cattolici tedeschi, austriaci, italiani, francesi ed inglesi si affrontarono sui campi di battaglia. Era una grande tragedia, ma i cattolici fecero il loro dovere di buoni soldati, cercando di vincere i sentimenti di odio che la propaganda alimentava con la pietà che nutrivano verso un nemico a cui davano, o da cui ricevevano, la morte.

Pio X morì, affranto dal dolore, il 20 agosto 1914, mentre in tutta Europa tuonavano i cannoni. Il suo successore, il cardinale Giacomo Della Chiesa, fu eletto il 3 settembre con il nome di Benedetto XV. Come Pio X, anche Benedetto XV vedeva le ragioni profonde della guerra nel disordine morale, ma egli affermatosi alla scuola “politica” di Leone XIII, riteneva che le armi della diplomazia sarebbero riuscite a fermare il conflitto. Il suo principale atto diplomatico fu l’Esortazione Dès le début, inviata il 1 agosto 1917 ai capi delle potenze belligeranti, nella quale invitava ad aprire trattative di pace per a far cessare l’« inutile strage ». Il Papa proponeva a tal fine l’opera mediatrice della Santa Sede, sostituendo alla forza materiale delle armi la forza morale del diritto. «Quindi un giusto accordo di tutti nella diminuzione simultanea e reciproca degli armamenti secondo norme e garanzie da stabilire, nella misura necessaria e sufficiente al mantenimento dell’ordine pubblico nei singoli Stati; e, in sostituzione delle armi, l’istituto dell’arbitrato con la sua alta funzione pacificatrice, secondo le norme da concertare e la sanzione da convenire contro lo Stato che ricusasse o di sottoporre le questioni internazionali all’arbitro o di accettarne la decisione».

La proposta cadde nel vuoto. In quello stesso 1917 a Fatima, in Portogallo, in un angolo d’Europa risparmiato dalla guerra, la Madonna apparve tra maggio ed ottobre a tre pastorelli, rivelando loro che la causa della guerra erano i peccati dell’umanità e i soli mezzi per ottenere la pace nel mondo erano la preghiera e la penitenza. La Madonna chiedeva anche che il Papa consacrasse la Russia al Cuore Immacolato di Maria e promuovesse la diffusione della devozione dei primi sabati del mese.

 La guerra mondiale si concluse ma aprì la strada ai totalitarismi del XX secolo e ad una seconda guerra ancora più spaventosa della precedente. La Russia, come aveva annunciato la Madonna a Fatima, diffuse i suoi errori nel mondo. Suor Lucia, l’unica sopravvissuta dei tre pastorelli, entrata in convento, ricevette altre comunicazioni celesti, in cui la Beatissima Vergine rinnovava le sue richieste per scongiurare altri flagelli. Gli atti di consacrazione e di affidamento alla Russia di Pio XII nel 1942 e di Giovanni Paolo II nel 1984 corrisposero solo in parte alle richieste della Madonna e parziali furono i loro risultati: l’abbreviamento della Seconda Guerra mondiale e il crollo del Muro di Berlino, che però non segnò la fine del comunismo. La consacrazione della Russia e dell’Ucraina al Cuore Immacolato di Maria, fatta da papa Francesco il 25 marzo 2022, sembra essere stata valida, ma non è stata accompagnata da un appello alla penitenza e da una diffusione della pratica dei primi sabati del mese. Tuttavia alcuni effetti non sono mancati.

Nel suo video-discorso del 13 maggio 2023 al convegno della Fondazione Lepanto, Sua Beatitudine Sviatoslav Shevchuk, arcivescovo maggiore della Chiesa greco-cattolica ucraina, ha affermato che il suo popolo ha sperimentato il patrocinio della Beata Vergine Maria e del suo Cuore Immacolato sin dall’inizio dell’invasione russa. «Quando le truppe russe hanno assediato la città di Kyiv, praticamente a poche decine di chilometri dalla nostra cattedrale, in data 25 marzo 2022, il Santo Padre Francesco ha consacrato l’Ucraina e la Russia al Cuore immacolato di Maria. Qualche giorno dopo l’esercito ucraino ha respinto l’esercito russo dalla nostra capitale. Vorrei definire questo fatto come il “Miracolo sulle rive del Dnipro”, facendo il paragone con un simile evento storico del 16 agosto 1920, e cioè la Battaglia di Varsavia.

Proprio quella battaglia ha avuto un ruolo decisivo nella guerra polacco-bolscevica. Il testimone d’eccezione di quello, che da uno dei protagonisti, il generale Haller, è stato definito come il “Miracolo della Vistola”, fu il nunzio apostolico in Polonia, Achile Ratti, il futuro Pio XI: uno dei pochissimi diplomatici che non abbandonò la capitale polacca davanti all’avanzata dell’Armata rossa».

Il 10 marzo del 1920, a Smolensk, vi fu una riunione dei capi dell’Armata Rossa in cui venne deciso l’attacco alla Polonia e l’invasione dell’Europa occidentale. Il nunzio Achille Ratti, che rappresentava Benedetto XV, malgrado la grave minaccia, non lasciò Varsavia: partecipava alle preghiere organizzate durante la battaglia e si recò sulla linea del fronte. Divenuto Papa, nel 1922, con il nome di Pio XI, fece decorare la cappella pontificia di Castel Gandolfo con un dipinto sul Miracolo della Vistola, in cui è ritratto padre Ignacy Skorupka, cappellano di un reggimento di fanteria, che con la talare e con la croce in mano come unica arma, guida i giovani volontari al contrattacco, trovando coraggiosamente la morte. La ricerca della pace non significa mai cieco “pacifismo”.

Il miracolo della Vistola salvò non solo la Polonia ma l’intero Occidente e portò l’indipendenza all’Estonia, alla Lettonia e alla Lituania. Oggi l’Occidente è ancora minacciato, un nuovo “guerrone” è alle porte, e la sofferenza che fu di Pio X deve essere anche la nostra. La responsabilità della catastrofe che si avvicina è primariamente dei peccati e dell’infedeltà dell’Occidente cristiano. Ma se la guerra è sempre un castigo, il dovere dei cattolici rimane quello di difendere con coraggio le loro nazioni e la loro civiltà, come accadde sulla Vistola, chiedendo alla Madonna di abbreviare i tempi della sofferenza e di accelerare quelli del trionfo del suo Cuore Immacolato-

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Il   sogno di Don Bosco sul futuro  della  Chiesa

DON Bosco il 26 maggio aveva promesso ai giovani di raccontar loro qualche bella cosa nell’ultimo o nel penultimo giorno del mese. Il 30 maggio a dunque raccontò alla sera una parabola o similitudine come egli volle appellarla. Vi voglio raccontare un sogno.

 È vero che chi sogna non ragiona, tuttavia io, che a voi racconterei persino i miei peccati, se non avessi paura di farvi scappar tutti e far cadere la casa, ve lo racconto per vostra utilità spirituale. Il sogno l’ho fatto sono alcuni giorni.

Figuratevi di essere con me sulla spiaggia del mare, o meglio, sopra uno scoglio isolato e di non vedere altro spazio di terra, se non quello che vista sotto i piedi. In tutta quella vasta superficie delle acque si vede una moltitudine innumerevole di navi ordinate a battaglia, le prore delle quali sono terminate da un rostro di ferro acuto a mo’ di strale, che ove è spinto ferisce e trapassa ogni cosa.

 Queste navi sono armate di cannoni, cariche di fucili, di altre armi di ogni genere, di materie incendiarie, e anche di libri, e si avanzano contro una nave molto più grossa e più alta di tutte loro, tentando di urtarla col rostro, di incendiarla o altrimenti di farle ogni guasto possibile.

A quella maestosa nave arredata di tutto punto, fanno scorta molte navicelle, che da lei ricevono i segnali di comando ed eseguiscono evoluzioni per difendersi dalle flotte avversarie. Il vento è loro contrario e il mare agitato sembra favorire i nemici.

 In mezzo all’immensa distesa del mare si elevano dalle onde due robuste colonne, altissime, poco distanti l’una dall’altra. Sovra di una vi è la statua della Vergine Immacolata, a’ cui piedi pende un largo cartello con questa iscrizione: – Auxilium Christianorum; – sull’altra, che è molto più alta e grossa, sta un’Ostia di grandezza proporzionata alla colonna e sotto un altro cartello colle parole: Salus credentium.

Il comandante supremo sulla gran nave, che è il Romano Pontefice, vedendo il furore dei nemici e il mal partito nel quale si trovano i suoi fedeli, pensa di convocare intorno a se i piloti delle navi secondarie per tener consiglio e decidere sul da farsi.

Tutti i piloti salgono e si adunano intorno al Papa. Tengono consesso, ma infuriando il vento sempre più e la tempesta, sono rimandati a governare le proprie navi. Fattasi un po’ di bonaccia, il Papa raduna per la seconda volta intorno a se i piloti, mentre la nave capitana segue il suo corso.

Ma la burrasca ritorna spaventosa. Il Papa sta al timone e tutti i suoi sforzi sono diretti a portar la nave in mezzo a quelle due colonne, dalla sommità delle quali tutto intorno pendono molte ancore e grossi ganci attaccati a catene.

Le navi nemiche si muovono tutte ad assalirla e tentano ogni modo per arrestarla e farla sommergere. Le une cogli scritti, coi libri, con materie incendiarie di cui sono ripiene e che cercano di gettarle a bordo; le altre coi cannoni, coi fucili e coi rostri: il combattimento si fa sempre più accanito.

Le prore nemiche l’urtano violentemente, ma inutili riescono i loro sforzi e il loro impeto. Invano ritentano la prova e sciupano ogni loro fatica e munizione: la gran nave procede sicura e franca nel suo cammino. Avviene talvolta che, percossa da formidabili colpi, riporta ne’ suoi fianchi larga e profonda fessura, ma non appena è fatto il guasto spira un soffio dalle due colonne e le falle si richiudono e i fori si otturano.

E scoppiano intanto i cannoni degli assalitori, si spezzano i fucili, ogni altra arma ed i rostri; si sconquassan molte navi e si sprofondano nel mare. Allora i nemici furibondi prendono a combattere ad armi corte; e colle mani, coi pugni, colle bestemmie e colle maledizioni.

 Quand’ecco che il Papa, colpito gravemente, cade. Subito coloro, che stanno insieme con lui, corrono ad aiutarlo e lo rialzano. Il Papa è colpito la seconda volta, cade di nuovo e muore. Un grido di vittoria e di gioia risuona tra i nemici; sulle loro navi si scorge un indicibile tripudio.

 Sennonché appena morto il Pontefice un altro Papa sottentra al suo posto. I Piloti radunati lo hanno eletto così subitamente, che la notizia della morte del Papa giunge colla notizia dell’elezione del successore. Gli avversari incominciano a perdersi di coraggio.

Il nuovo Papa sbaragliando e superando ogni ostacolo, guida la nave sino alle due colonne e giunto in mezzo ad esse, la lega con una catenella che pendeva dalla prora ad un’ancora della colonna su cui stava l’Ostia; e con un’altra catenella che pendeva a poppa la lega dalla parte opposta ad un’altra ancora appesa alla colonna su cui è collocata la Vergine Immacolata.

Allora succede un gran rivolgimento. Tutte le navi che fino a quel punto avevano combattuto quella su cui sedeva il Papa, fuggono, si disperdono, si urtano e si fracassano a vicenda. Le une si affondano e cercano di affondare le altre.

Alcune navicelle che hanno combattuto valorosamente col Papa vengono per le prime a legarsi a quelle colonne. Molte altre navi che, ritiratesi per timore della battaglia si trovano in gran lontananza, stanno prudentemente osservando, finché dileguati nei gorghi del mare i rottami di tutte le navi disfatte, a gran lena vogano alla volta di quelle due colonne, ove arrivate si attaccano ai ganci pendenti dalle medesime, ed ivi rimangono tranquille e sicure, insieme colla nave principale su cui sta il Papa.

 Nel mare regna una gran calma. D. Bosco a questo punto interrogò D. Rua: – Che cosa pensi tu di questo racconto? D. Rua rispose: – Mi pare che la nave del Papa sia la Chiesa, di cui esso è il Capo: le navi gli uomini, il mare questo mondo.

Quei che difendono la grossa nave sono i buoni affezionati alla santa Sede, gli altri i suoi nemici, che con ogni sorta di armi tentano di annientarla. Le due colonne di salute mi sembra che siano la divozione a Maria SS. ed al SS. Sacramento dell’Eucarestia.

 D. Rua non parlò del Papa caduto e morto e D. Bosco tacque pure su di ciò. Solo soggiunse: – Dicesti bene. Bisogna soltanto correggere un’espressione. Le navi dei nemici sono le persecuzioni. Si preparano gravissimi travagli per la Chiesa.

Quello che finora fu, è quasi nulla a petto di ciò che deve accadere. I suoi nemici sono raffigurati nelle navi che tentano di affondare, se loro riuscisse, la nave principale. Due soli mezzi restano per salvarsi fra tanto scompiglio! Divozione a Maria SS. – frequenza alla Comunione, adoperando ogni modo e facendo del nostro meglio per praticarli e farli praticare dovunque e da tutti.

Buona notte! Le congetture che fecero i giovani intorno a questo sogno furono moltissime, specialmente riguardo ai Papa; ma Don Bosco non aggiunse altre spiegazioni. Intanto i chierici Boggero, Ruffino, Merlone e il signor Chiala Cesare descrissero questo sogno e ci rimangono i loro manoscritti.

 Due furono compilati il giorno dopo la narrazione di D. Bosco, e gli altri due trascorso maggior tempo: ma vanno perfettamente d’accordo e variano solamente per qualche circostanza, che l’uno omette e l’altro nota. (Memorie biografiche di San Giovanni Bosco, Vol. VII, Capitolo 18, pp. 169-172),

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Le super-intelligenze artificiali possono decidere di eliminarci

La stupefacente progressione dell’IA dice che presto potrebbe superare sé stessa, mentre l’umanità non è preparata e i filosofi morali sono in disaccordo sui principi etici. Grandi rischi per i lavoratori

MATHIAS RISSE – Avvenire 30 Maggio 2023

Viviamo nel secolo digitale e dobbiamo riflettere su come abitare questa fase della vita umana, che potrebbe essere per tutti noi particolarmente favorevole. Gran parte dell’innovazione nel settore digitale è guidata dall’apprendimento automatico (Machine Learning), un insieme di metodi che analizzano la miriade di dati disponibili (Big Data) per individuare tendenze e fare deduzioni. A differenza dei programmi convenzionali, gli algoritmi di apprendimento automatico imparano da soli, attingendo ai dati disponibili.

Questi algoritmi si basano sulle cosiddette “reti neurali”, programmi che imitano il modo in cui le cellule cerebrali interagiscono tra loro. In genere, sono il cuore degli sforzi per creare l’intelligenza artificiale (IA). Grazie alla loro sofisticazione e alle loro vaste applicazioni, queste tecniche sono destinate a modificare radicalmente il nostro mondo. Un modo per capire perché tutto questo potrebbe essere un momento di svolta o di rottura è offerto dal paradosso di Fermi, dal nome del fisico italiano Enrico Fermi. Da un lato, è estremamente probabile che esista vita intelligente nell’universo oltre a quella sulla Terra. Ma allora: dove sono tutti? Nonostante il continuo interesse per gli UFO, non abbiamo prove conclusive dell’esistenza di vita extraterrestre. Questo è il paradosso.

Una possibile spiegazione è che la vita intelligente muoia ovunque esiste prima di potersi mettere in contatto con la vita intelligente su altri pianeti. Ciò, a sua volta, potrebbe essere dovuto al fatto che la tecnologia (un prodotto dell’intelligenza) genera dinamiche che finiscono con il cancellare del tutto la vita intelligente.

 O vviamente, non è necessario che sia così. Molti ingegneri e scienziati sociali che adottano un atteggiamento meno speculativo si spazientiscono di fronte a ipotesi apocalittiche. Ma l’elemento da considerare è che le basi dell’era digitale sono state gettate solo alcuni decenni fa, con il progetto di “intelligenza artificiale”, che risale solo alla metà degli anni Cinquanta. Nel complesso, il ritmo del cambiamento è straordinario.

La produzione di modelli di intelligenza artificiale sembra ora entrare in una sorta di era industriale, ben oltre le fasi precedenti in cui questi modelli erano più artigianali e sperimentali. Questi progressi si fondano sulle scoperte avvenute intorno al 2010, quando i computer sono diventati sufficientemente potenti per eseguire modelli di apprendimento automatico di grandissima portata e Internet ha iniziato a fornire l’enorme quantità di dati per l’addestramento che tali algoritmi richiedono per addestrarsi. Da allora, i progressi concettuali nella programmazione hanno portato alla creazione di software sempre più complessi e sofisticati.

I supercomputer necessari per consentire ai modelli di IA più avanzati di dispiegare tutta la loro potenza sono diventati così costosi che, a meno di strategie governative per finanziare l’IA nei Paesi più ricchi, è probabile che il settore finisca con l’essere dominato dall’agenda di ricerca di poche aziende private con amplissime risorse.

Per quanto riguarda l’IA specializzata, all’estremo più alto vi sono gli algoritmi che vincono a scacchi o a Go. Qui il punto non è solo che l’intelligenza artificiale batte i giocatori umani, ma la stupefacente progressione di come ciò sia avvenuto. Inizialmente l’IA ha tratto lezioni dalla storia del gioco condotto da persone, poi ha giocato contro sé stessa, ma in seguito ha imparato da sola le regole e infine ha creato sistemi in grado di apprendere e vincere in diversi giochi (tutto ciò è avvenuto nel giro di pochi anni).

Sempre nella fascia alta sono compresi il riconoscimento vocale e l’elaborazione del linguaggio naturale, con l’emergere di modelli linguistici di grandi dimensioni in grado di generare prodotti simili a quelli umani (più recentemente Chat-GPT). Ma lasciando da parte queste tecnologie di alto livello, l’IA specializzata opera già in numerosi dispositivi di uso quotidiano.

A differenza delle operazioni specializzate descritte, l’IA generale si avvicina alle prestazioni umane in tutti i settori. Una volta che l’IA generale sarà più intelligente di noi, potrebbe produrre qualcosa di più intelligente di sé stessa, e così via, forse molto rapidamente. Quel momento è noto come la singolarità, un’esplosione di intelligenza che sarebbe probabilmente il più grande evento della storia umana.

 Certo, la possibilità, la natura e la probabilità di una singolarità sono ancora molto controverse e non siamo affatto vicini a qualcosa di simile. Ma “non siamo vicini” potrebbe significare in termini di capacità ingegneristiche piuttosto che di tempo. Alcune scoperte importanti potrebbero trasformare radicalmente il campo. Il nostro cervello si è evoluto per operare in piccoli gruppi di esseri umani che devono cooperare per procurarsi le risorse naturali per sopravvivere. Nel corso del tempo l’innovazione tecnologica ci ha fornito possibilità di gestione per le quali i nostri cervelli non si sono mai evoluti. Anche dal punto di vista filosofico, siamo tristemente impreparati per questo nuovo mondo.

 I filosofi morali continuano a essere in profondo disaccordo sui principi fondamentali dell’etica, al punto che non possiamo essere sicuri che le super-intelligenze troverebbero qualcosa di sbagliato nell’eliminarci. Anche la relazione tra mente e corpo è poco compresa, tanto che non abbiamo una risposta generalmente accettata alla domanda se le macchine, oltre a essere intelligenti, saranno anche coscienti. Inoltre, non è chiaro se una combinazione di intelligenza e coscienza possa dare loro anche un’altra cosa che gli esseri umani apprezzano molto: la razionalità pratica, la capacità di esprimere giudizi validi in modo sensibile al contesto.

In un’epoca di innovazioni tecnologiche è difficile fare previsioni che vadano oltre una finestra di cinque anni. Immaginiamo che le menti più intelligenti dell’epoca si siano riunite nel 1900 per prevedere come sarebbe stato il mondo nel 1920. Alla luce di tutti i cambiamenti provocati dalla Prima guerra mondiale, dobbiamo presumere che si sarebbero sbagliati clamorosamente.

Immaginate come nel 1920 le menti più intelligenti avrebbero previsto il mondo del 1940, quelle del 1940 il mondo del 1960 e così via. Pensare a previsioni di questo tipo è un’esperienza frustrante. Il futuro del lavoro è un argomento molto sentito in questo periodo e probabilmente ci impegnerà molto prima dell’ulteriore esplosione dell’intelligenza artificiale. La maggior parte degli esperti ritiene che, come per le precedenti ondate di innovazione, i cambiamenti sul luogo di lavoro modificheranno molte linee produttive e ne elimineranno alcune – ma tutto sommato, una volta raggiunta la fine del tunnel, le cose andranno meglio di adesso. 

Le persone lavoreranno meno e le occupazioni che rimarranno appannaggio degli esseri umani saranno più interessanti. Ma questa volta potrebbe essere diverso?

Una risposta è che le forme precedenti di creazione di ricchezza sono sempre dipese da un ampio sottoproletariato economico. La proprietà della terra è redditizia solo se le persone affittano la terra per lavorarci. La proprietà delle macchine è redditizia solo se la gente compra gli oggetti che le macchine producono.

Con la creazione di ricchezza sempre più basata sul controllo dei dati, l’esistenza di una tale sottoclasse economica potrebbe cessare di servire il suo scopo a favore dei ricchi. Molti Paesi europei hanno un sistema di welfare tale da non doversi preoccupare troppo di questo aspetto. Ma negli Stati Uniti la solidarietà a livello sociale è poco sviluppata, e questi progressi, insieme alle guerre culturali in corso, potrebbero spaccare il Paese.

U no dei principali creatori e sostenitori della tecnologia nel Ventesimo secolo è stato il matematico John von Neumann. Poco prima di morire, nel 1957, pubblicò “Can We Survive Technology?”, un articolo in cui rifletteva – in qualità di membro della Commissione statunitense per l’energia atomica – sul mondo che la tecnologia stava creando e al cui inarrestabile progresso egli aveva tanto contribuito.

Von Neumann cominciava osservando che il nostro Pianeta è ormai troppo piccolo per assorbire gran parte di ciò che potrebbe andare storto con la diffusione della tecnologia e politicamente troppo decentralizzato per gestire bene il suo avanzamento. E concludeva affermando che tutto ciò che sappiamo con certezza è che per andare avanti abbiamo bisogno di “pazienza, flessibilità e intelligenza”. E aveva ragione anche per la situazione attuale di fronte all’Intelligenza artificiale.

Le forme precedenti di creazione di ricchezza sono dipese da un ampio sottoproletariato economico. Se ora è decisivo il controllo dei dati, l’esistenza di una tale sottoclasse potrebbe cessare di servire il suo scopo a favore dei ricchi

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L’invasione russa della Trinità di Rublev

Per rafforzare lo spirito del patriottismo ortodosso Putin ha rotto ogni indugio, decidendo di restituire a titolo definitivo la celebre icona alla Chiesa di Kirill. Non importa se l’esposizione nel monastero della Santissima Trinità potrebbe ridurla in polvere. Ma l’idea di usare un’icona per giustificare la santità del potere assoluto non è affatto nuova.

Di: Stefano Caprio – Asia News
Data di pubblicazione: 20 Maggio 2023

Il patriarca Kirill lo aveva ben spiegato fin dai primi giorni dopo l’invasione putiniana dell’Ucraina: “Questa è una guerra metafisica”, che va oltre ogni confine geografico e spirituale. Dopo un anno e tre mesi di guerra sfibrante e infruttuosa, che procura solo morte e distruzione senza spostare di un centimetro la grandezza dell’impero, Putin e Kirill hanno finalmente raggiunto il vero obiettivo: hanno invaso il regno dei cieli, occupando lo spazio della Santissima Trinità. Al posto del Padre e del Figlio ora ci sono il Patriarca e il Presidente, e lo Spirito Santo è impersonato a turno dal Paese soggiogato, oggi l’Ucraina, ieri la Georgia, domani magari il Kazakistan o il Sudan, o qualunque altra ipostasi del “mondo russo”.

L’icona della Trinità di Andrej Rublev, la più famosa immagine sacra dell’Oriente cristiano, composta agli inizi del Quattrocento, era già stata agitata qualche mese fa come bandiera della guerra santa, spostandola per qualche giorno dal museo della Galleria Tretjakov di Mosca per i festeggiamenti alla Lavra di San Sergio di Radonež, profeta della rinascita della Russia dopo i due secoli del giogo tartaro. Dopo quella esibizione, i curatori e i critici d’arte avevano messo la tavola sacra sotto tutela, affermando che il suo spostamento aveva procurato diversi danni, e per almeno tre anni non si sarebbe più potuta esporre. Ma come alcuni dicono: “Abbiamo sconfitto i nazisti, sconfiggeremo anche gli specialisti”.

Il patriarca Kirill è così tornato alla carica pochi giorni fa, pretendendo nuovamente di usare l’icona per rafforzare lo spirito del patriottismo ortodosso, in fase decisamente calante dopo inutili e devastanti mobilitazioni, che stanno mettendo a dura prova la pazienza dei russi, pur disposti a sostenere sempre le battaglie sacre dell’impero. E qui Putin ha voluto rompere ogni indugio, decidendo di restituire a titolo definitivo l’immagine trinitaria alla Chiesa, per riporla nuovamente nel luogo per cui era stata realizzata: il monastero della Santissima Trinità a settanta chilometri da Mosca dove riposano le spoglie del santo, a cui si prostrano incessantemente i fedeli provenienti da tutto il Paese. Il patriarca ha proposto per questo di “elevare al presidente l’inno Mnogaja Leta”, la variante slavo-ecclesiastica di Ad multos annos, augurio quanto mai profetico in vista delle nuove elezioni del prossimo anno.

Non importa se l’esposizione dell’icona potrebbe ridurla in polvere; come alcuni hanno suggerito, si potrebbe “metterla direttamente nel Mausoleo della piazza Rossa al posto di Lenin”, dove già esiste un laboratorio specializzato nel mantenere la salma del dittatore in stato di “purezza perenne”, trasformandola di fatto in un pupazzo grottesco di una falsa religione. Anche il Mausoleo, del resto, doveva espandersi fino al livello trinitario: accanto al Padre-Lenin si era adagiato il suo Figlio-Stalin, salvo che poi lo Spirito Santo di Khruščev interruppe la liturgia sovietica della divinizzazione del potere, riducendo la sacra tomba a un inutile scatolone delle paccottiglie di un passato, di un trasloco mai riuscito.

L’icona diventa la vera “arma finale” che risolve a favore della Russia ogni conflitto, scatenando l’entusiasmo e l’ironia della popolazione, che sta subissando siti e piattaforme social con ogni tipo di aneddoto sulla “tattica bellica trinitaria”. Una battuta gioca sulla pronuncia dei termini, ricordando quando i russi cercavano aiuto all’estero, ai tempi del crollo economico del 1998: “Amici americani, suggerite a noi russi: come fare a superare la crisi? Economy, just economy”, affermavano supponenti gli anglosassoni oggi tanto odiati, ma la risposta sembrava allora di pieno gradimento. Il fatto è che la parola economy in russo si pronuncia ikonami, cioè “con le icone”, quindi “siamo tranquilli, quelle migliori le abbiamo noi”.

I russi possiedono davvero le icone più straordinarie e famose di tutta la tradizione bizantina, nonostante l’arte della “scrittura sacra” (le icone si scrivono, non si dipingono) sia di origine greca, senza che la tradizione russa l’abbia potuta modificare, essendo normata addirittura da dogmi conciliari, come quello di Nicea nel 787. Dalle solenni decorazioni in affreschi e mosaici delle chiese, l’iconografia si era poi concentrata sulle tavole di legno con i soggetti biblici prescritti e le figure dei santi, dopo oltre un secolo di lotta contro l’eresia dell’iconoclasmo. I monaci costretti a nascondersi e fuggire dovevano portare e conservare le immagini, trasformando la rappresentazione liturgica in devozione privata.

Gli iconoclasti erano sostenuti dagli imperatori della dinastia Isaurica, di origine persiana, che intendeva fare di Bisanzio il vero impero mondiale, e non volevano che le immagini di Cristo e dei santi mettessero in ombra lo splendore dell’autocrate. Già allora le icone assumevano un chiaro significato “politico”, essendo di fatto all’origine della lotta per l’immagine del potere, oggi quanto mai estesa e amplificata dalle moderne tecnologie; non è un caso se i contenuti digitali si aprono “cliccando sull’icona”. La lotta tra cultori e detrattori dell’icona si concluse verso la fine del IX secolo, con la festa del “Trionfo dell’Ortodossia” in cui si elencano i nemici da maledire. Non stupisce dunque che l’antica Rus’ abbia fatto propria questa valenza universale dell’arte sacra, dando alle icone un significato ancora più decisivo e taumaturgico.

Il primo a usare l’icona per giustificare la santità del potere assoluto fu uno degli ultimi principi russi prima dell’invasione mongola, Andrej Bogoljubskij, che nella seconda metà del XII secolo distrusse la città di Kiev per “salvare Kiev”, da antenato dell’odierno zar. Con la scusa dell’invasione dei Bogomili, uno dei tanti popoli che prima dei tatari insidiavano la Rus’, Andrej sottomise tutti i suoi parenti e concorrenti, spostando addirittura la capitale ancor più ad Oriente, nella città di Vladimir (in onore del capostipite), sulle cui “Porte d’Oro” dell’ingresso appese l’icona della Madonna della Tenerezza. Si trattava di un’antica icona greca d’importazione (i monaci russi allora non avevano ancora raggiunto livelli eccelsi nell’arte iconografica), attribuita come altre allo stesso san Luca evangelista, diventata però il primo vero simbolo della “Santa Russia”. Secondo la leggenda, l’icona era custodita in un piccolo monastero in cui Andrej si era fermato a pregare, chiedendo a Dio di indicargli la strada per salvare il regno; e allora la Madonna col Bambino si staccò dalla parete, conducendo il principe fino alla nuova capitale, da cui poi è nata la stessa città di Mosca.

Anche la Madonna di Vladimir è custodita nella Galleria Tretjakov, ma per favorire la devozione è stata tolta dalla sala, e collocata in una cappella appositamente costruita nel cortile del museo, anche qui una specie di mausoleo. Chi la vuole ammirare deve conoscere e ripetere le litanie ortodosse, ma per lo meno i curatori museali possono accertarsi che non venga danneggiata, mentre la Trinità di Rublev rischia di rimanere alla mercé dei fumi d’incenso, usato in grande quantità nelle liturgie. E l’incenso russo è una resina pestifera, non certo simile ai delicati aromi dell’incenso greco.

Del resto la Trinità è un soggetto su cui i russi dibattono da secoli, proprio in merito alla sua rappresentazione iconografica: tra il Quattrocento e il Seicento su questo argomento si sono convocati diversi Concili di Mosca, proprio mentre si formava l’ideologia imperiale della “Terza Roma”. Si discuteva su quale immagine fosse consona ai dogmi, se quella dei tre pellegrini in visita ad Abramo alle tende di Mamre (il soggetto di Rublev) o quella del Padre come “Antico dei secoli” del profeta Daniele, con il Figlio dell’Uomo che discende dalle nubi accompagnato dalla colomba dello Spirito. Oppure quella della fine del Diluvio e del Battesimo al Giordano, o altri simboli più o meno biblici. Ogni dettaglio della pittura veniva sottoposto a disquisizioni teologico-canoniche molto contorte e appassionate, fino alla dimensione dei riccioli sui capelli dei pellegrini o ai colori e le pieghe delle vesti, gli alimenti sulla tavola o gli oggetti sullo sfondo. Gli eretici proclamati in questi concili venivano duramente puniti, e in qualche caso anche giustiziati.

Ora la nuova Ortodossia di Putin e Kirill, come alcuni hanno affermato, “si riversa sui tesori della nostra cultura, con la quasi certezza di riuscire a distruggerli tutti”. La Trinità di Rublev, come altre icone russe del periodo “sacro” della Terza Roma tra XV e XVII secolo, esprime davvero la specificità della cultura russa: una forma di arte dell’Oriente bizantino, perfetta ed eterea nelle proporzioni e nelle linee, in cui artisti come Rublev e altri (solo gli iconografi russi si conoscono per nome) hanno infuso la capacità espressiva tipica dei pittori rinascimentali d’Occidente, da Michelangelo a Caravaggio. Gli sguardi, i colori, i dettagli, l’energia vitale delle icone russe costituiscono davvero l’esaltazione della sintesi delle anime cristiane di tutte le latitudini; usare queste armi simboliche per contrapporre un mondo all’altro, è la via per la completa dissoluzione dell’anima russa.

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La BBC sdogana i satanisti. Perché sono mainstream

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 Stefano Magni  -La Nuova Bussola  – 23-05-2023

“Pensi di conoscere i satanisti? Probabilmente no”, titola la BBC il suo servizio sulla convention della Satanic Temple (legale negli Usa) a Boston. Con un titolo così, cosa potrebbe andare storto? Invece che limitarsi a documentare, finisce per sdoganare il Male, che usa temi ormai mainstream, dai diritti Lgbt all’aborto.

“Pensi di conoscere i satanisti? Probabilmente no”, titola la BBC il suo servizio sulla convention della Satanic Temple (chiesa satanista, legale negli Usa) a Boston. Con un titolo così, cosa potrebbe andare storto? Tutto, è la risposta. Il sito della Tv pubblica britannica, invece che limitarsi a documentare, finisce per sdoganare il Male conclamato ed esplicito di questo culto.

Nell’articolo si scopre che il satanismo è già mainstream, anche se non ce ne siamo accorti. Si spiega che nelle cerimonie di iniziazione si pratica lo “sbattezzo”. E in tutto il mondo cristiano le associazioni atee e razionaliste incoraggiano lo sbattezzo. Il primo intervistato nel servizio della BBC è un gay fuggito da una famiglia cristiana che “lo faceva sentire un abominio”, mentre nella setta satanica ha ritrovato la sua “dignità”. E questo rientra dunque nella classica narrazione contemporanea, progressista, dell’emancipazione dei gay dal cristianesimo.

Tutti, nel culto, portano la mascherina, anche a pandemia finita. E anche questo comportamento è premiato. I satanisti intervistati affermano di non credere a Satana, non credere all’Inferno, ma solo nella Scienza. E chi, nel mondo dell’accademia e della stampa, non si proclama seguace della Scienza? L’impegno maggiore nella società che i Satanic Temple vantano è l’aiuto alle donne per l’accesso alla “salute riproduttiva”, leggasi aborto. Apprendiamo anche che eseguano un rito durante l’aborto: è un espediente per aggirare la legge, perché così, nel nome della libertà di culto, si potrà abortire anche negli Stati in cui è vietato. Nei riti di iniziazione, in compenso, vengono strappate Bibbie, ma non è profanazione, bensì parte dei riti di una chiesa legale e riconosciuta. D’altra parte, vorrai mica reagire come un musulmano quando viene strappato un Corano? Sempre nel nome della libertà di religione, vengono organizzati dei doposcuola dei Satanic Temple. Ci sono programmi con giocattoli a tema e libri per l’infanzia per educare sin dalla tenera età ai precetti del culto. E anche dei cartoni animati.

Letto con occhiali laicisti, parrebbero quasi dei benefattori: proteggono i diritti Lgbt, difendono i “diritti riproduttivi”, dunque anche i diritti delle donne, partecipano all’educazione, hanno come principio quello della libertà di culto e del rispetto per il credo altrui. Sono sempre giocherelloni e pronti a scherzare, non prendono mai nulla sul serio. Semmai risultano rigidi, aggressivi e ottusi quei gruppi di cristiani, intervistati dalla BBC, che protestano fuori dall’hotel in cui si svolge la convention. Tutto il pezzo, consapevolmente o meno, finisce per riabilitare un culto da una cattiva nomea, come dimostrano le interviste a chi ha perso il lavoro o è stato minacciato quando ha palesato la sua fede satanista. O gli argomenti dei nuovi adepti: “A quel punto mi sono informata. Un po’ spaventata, credo, come molti lo sarebbero. E volevo davvero assicurarmi che non facessero sacrifici dei bambini! Poi ho iniziato a entrare nella cultura e nell’ambiente, ho iniziato a partecipare alle riunioni… e alla fine ho capito che no, non è così, è solo un simbolo che usano e sono davvero brave persone”.

Poche righe sopra, si legge che questa “religione” pratica riti durante l’aborto. “Ha anche sviluppato un rituale per l’aborto per le persone che interrompono la gravidanza, progettato per dare conforto, che comporta la recita di un’affermazione prima dell’aborto”. E la signora intervistata non nota alcuna contraddizione. Solo una cultura profondamente laicista non considera un feto come un essere umano. Un rito celebrato mentre si uccide un nascituro è, a tutti gli effetti, un sacrificio umano di un bambino. Strappare copie della Bibbia è un atto profondamente anti-religioso (non solo contro il cristianesimo). Domandiamoci perché vi fosse così tanta ossessione per la mascherina, in certi ambienti atei e scientisti, anche quando e dove non era necessaria. Domandiamoci poi che cosa significhi “seguire la Scienza”, considerando che la scienza non può mai costituire un’alternativa alla fede, sempre che non diventi una religione a sua volta. I debunker si sono precipitati a negare l’esistenza di doposcuola satanisti, ma ci sono, i Satanic Temple li vantano: dunque abbiamo a che fare anche con l’indottrinamento dei bambini, sin dalla tenera infanzia.

E non è ateismo, è ben diverso, come sottolinea l’ultimo degli intervistati che “si è convertito dall’ateismo al satanismo solo di recente” e che afferma con chiarezza: “Ho scoperto che il satanismo afferma tutto ciò che io sostengo”. La convinzione che Satana non esista, sia solo un simbolo e che soprattutto l’Inferno non esista è la vera chiave di volta per le conversioni al culto. Ma è il vecchissimo trucco demoniaco quello di far credere di non esistere. Di indurre a non credere a nulla e di non prendere mai nulla sul serio. Se si ha fede in Dio, ci si può accorgere del pericolo e resistere, smontando queste dissimulazioni. Ma se la predicazione satanista viene letta con gli occhiali della cultura laicista, immersi come siamo in una cultura relativista, non si hanno più difese nei suoi confronti. Le cifre sono lì a dimostrarlo: i membri di Satanic Temple erano 10mila nel 2019, sono 700mila oggi.

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