"VI SUPPLICO: CONVERTITEVI!" (REGINA DELLA PACE-MEDJUGORJE)

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Sono 365 milioni i cristiani perseguitati nel mondo. «Mai così tanti»

Nel 2023 sono stati uccisi 4.998 cristiani per la loro fede, 13 al giorno. L’epicentro dei massacri è ancora la Nigeria. La Nord Corea si conferma il paese più pericoloso, sale il Nicaragua. La World Watch List 2024 di Open Doors

I cristiani perseguitati nel mondo non sono mai stati così tanti, secondo l’ultimo rapporto annuale di Open Doors. Sono ben 365 milioni (contro i 360 del 2022), un cristiano su sette, i fedeli che soffrono un livello alto di persecuzione e discriminazione per la propria fede.

Se aumentano i paesi, da 76 a 78, dove la persecuzione è alta o estrema, diminuiscono i cristiani uccisi per la loro fede: sono stati 4.998 l’anno scorso, 13 al giorno, contro i 5.621 del 2022.

Sono cresciuti invece a dismisura gli attacchi contro le chiese e altre proprietà cristiane (distrutte, chiuse o confiscate): da 2.110 a 14.766.

La Nigeria è l’epicentro dei massacri Anche quest’anno la Nigeria si conferma l’epicentro dei massacri: nel gigante africano l’anno scorso sono stati uccisi per la loro fede 4.118 cristiani, l’82 per cento del totale.

Il dato, se possibile, è da considerarsi leggermente positivo se si considera che nel 2022 in Nigeria erano stati uccisi 5.014 cristiani e forse, secondo la World Watch List 2024, la diminuzione si deve al periodo di calma preceduto alle elezioni presidenziali.

Diminuisce anche il numero dei cristiani rapiti, dai 5.259 del 2022 ai 3.906 dell’anno scorso, e anche in questo caso il calo si deve al leggero miglioramento della situazione in Nigeria.

La situazione nel paese africano resta comunque gravissima, come dimostrano i massacri avvenuti il giorno di Natale, soprattutto nella Middle Belt.

È proprio qui, nell’area più colpita, che Tempi l’anno scorso ha condotto un reportage per indagare le complesse cause della strage, che sono religiose, economiche, tribali e politiche.

Nord Corea, incubo dei cristiani perseguitati La Corea del Nord si conferma il paese dove la persecuzione dei cristiani è più estrema, seguito da Somalia, Libia, Eritrea, Yemen, Nigeria, Pakistan, Sudan, Iran e Afghanistan.

Il fatto che nelle prime posizioni ci siano prevalentemente nazioni musulmane dimostra che «l’oppressione islamica rimane una delle fonti principali di intolleranza anticristiana», si legge nel rapporto della Ong.

Da segnalare, stabile all’undicesimo posto della classifica, l’India, dove non si ferma il deterioramento del rispetto della libertà religiosa soprattutto a causa dell’estremismo indù e dove nel 2023 sono stati arrestati 2.332 cristiani (il 56% del totale mondiale).

La persecuzione è estrema anche in Siria e Arabia Saudita. Matrimoni forzati come mezzo di pressione «Impressionante» anche il dato degli attacchi o delle chiusure di chiese e altre proprietà pubbliche cristiane (ospedali, scuole e simili): si è passati dai 2.110 casi del 2022 ai 14.766 del 2023, soprattutto a causa dell’oppressione portata avanti dal Partito comunista in Cina, dove sono avvenuti circa 10 mila casi.

I cristiani nel mondo non patiscono soltanto una persecuzione fatta di violenza. Esiste anche la realtà della discriminazione che in molti paesi, come il Pakistan, si esprime in molte forme: discriminazione sul lavoro, mancato accesso alla sanità e all’istruzione, pressioni e minacce per far rinunciare alla propria fede, negazione di soccorsi dopo calamità naturali e burocrazia che impedisce l’autorizzazione alla costruzione di edifici per il culto.

Un altro metodo di persecuzione è quello della violenza e degli abusi contro le donne soprattutto in paesi a maggioranza musulmana come il Pakistan. Stime molto conservative raccolte da Open Doors parlano di 2.622 casi di abusi, «ai quali si sommano oltre 609 matrimoni forzati. Questi sono la punta di un iceberg ben più imponente».

«Anno record per i cristiani perseguitati» «Il 2023 è un anno record per i cristiani perseguitati, ecco perché è necessario tornare a parlare di libertà religiosa nel dibattito pubblico», ha dichiarato Cristian Nani, direttore di Open Doors Italia, che stamattina presenta il rapporto presso la sala stampa della Camera dei Deputati.

«Non solo i massacri e i rapimenti, ma le oltre 14.000 chiese, cliniche e scuole cristiane attaccate o chiuse, le oltre 27.000 attività economiche saccheggiate o distrutte, costringono alla fuga famiglie e intere comunità cristiane, dando vita a esodi inumani e a una “Chiesa profuga” che grida aiuto».

Estremismo religioso e paranoia dittatoriale L’aumento della persecuzione anticristiana è dovuto soprattutto all’estremismo religioso, in particolare quello islamico nell’Africa subsahariana e nel Medio oriente, e alle paranoia delle dittature comuniste, a partire da quella che governa il Nicaragua, che l’anno scorso è salito dal 50mo al 30mo posto della classifica.

Va infine sottolineato l’inquietante fenomeno della «persecuzione digitale», modello sviluppato dalla Cina soprattutto durante la pandemia di Covid-19 e poi esportato ad altri paesi come Myanmar, India, Vietnam e Russia.

Di: Leone Grotti – Tempi
Data di pubblicazione: 17 Gennaio 2024

CENTO GIORNI DI DOLORE

Il 7 ottobre i miliziani di Hamas entravano in Israele facendo 1.200 morti e 240 ostaggi. E provocando una tremenda risposta su Gaza, dove finora le vittime sono oltre 23mila

La repubblica . 14 Gennaio 2024

Lo shock del 7 ottobre e la rabbia di Israele

di Rossella Tercatin

GERUSALEMME – L’incredulità, la delusione, le lacrime, la consapevolezza che nulla sarà mai più come prima ma anche la determinazione a prevalere, a continuare ad affermare «Am Israel Chay», «il popolo d’Israele vive».

Sono trascorsi cento giorni da quando migliaia di terroristi di Hamas hanno sferrato un attacco senza precedenti, riuscendo a conquistare e controllare per ore una fetta importante del Sud di Israele, comprese alcune basi militari, distruggendo e massacrando migliaia di persone, in maggioranza civili, e trascinandone centinaia nella Striscia come ostaggi.

Da quel giorno, gli incubi degli israeliani sono popolati dalle immagini dei miliziani in nero che che atterrano nel deserto al rave party vicino al Kibbutz Re’im con i deltaplani, delle case bruciate o ricoperte di sangue dei kibbutz vicino al confine con la Striscia, piccoli angoli di paradiso trasformati in inferno, di corpi torturati, dello sguardo terrorizzato di Shiri Bibas mentre stringe i suoi piccoli dai capelli rossi Ariel e Kfir, di soli nove mesi, portata via dai terroristi, della cui sorte non si sa nulla. Incubi che riecheggiano quelli del popolo ebraico nel corso dei millenni.

Lo ripete spesso il presidente Isaac Herzog: dal 7 ottobre la collettività israeliana si trova «in uno stato di trauma». Trauma che il dramma degli ostaggi continua a rinnovare ogni giorno. Ma, in questi poco più di tre mesi, non è solo l’orrore a segnare lo stato d’animo collettivo di Israele. Il Paese si è infatti ritrovato unito nella percezione di essere sotto attacco e di dover combattere per sopravvivere come tante volte nella sua storia, un sentimento che nel passato più recente pareva aver superato.

Così molte delle spaccature politiche che fino al giorno prima dell’attacco stavano dilaniando la sua società sono state messe da parte. La rete delle proteste anti-Netanyahu si è trasformata in network di solidarietà per vittime e sfollati dalle comunità sotto attacco a Nord e Sud (circa 200mila), risvegliando un senso di appartenenza alla nazione senza precedenti persino nel settore ultraortodosso e arabo.

Certo, le divisioni non sono state superate e crescono man mano che prosegue la guerra lunga e difficile, che vede peraltro la morte di tanti soldati – giovanissimi diciottenni impegnati nel servizio di leva, riservisti padri di famiglia. Anche perché se c’è un altro impulso che ha accompagnato gli israeliani negli ultimi cento giorni e che si acuisce man mano che emergono le prove di come i piani di Hamas fossero conosciuti, è la rabbia, per uno Stato che non ha saputo proteggerli, per un governo e un primo ministro che hanno fallito nel loro primo dovere. E che per questo, secondo i più, devono andarsene.


Alla ricerca dell’exit strategy dopo la furia sulla Striscia

dal nostro inviato Fabio Tonacci

GAZA CITY – Cento giorni di bombe hanno ridotto la Striscia di Gaza a simulacro di se stessa, per metà macerie e per metà ricovero per due milioni di sfollati, eppure a Israele manca ancora una exit strategy. Una via di uscita per dichiarare missione compiuta, cessare il fuoco e attenuare le critiche della comunità internazionale, che biasima lo Stato ebraico per l’enorme numero di vittime civili palestinesi (oltre 23 mila persone, secondo le autorità locali) sacrificate in nome della caccia a Hamas e Jihad Islamica.

Bibi Netanyahu non bluffava. Dopo le atrocità del 7 ottobre, promise che la reazione d’Israele sarebbe stata la più brutale e avrebbe ridefinito il Medio Oriente. Si stavano ancora recuperando i cadaveri nei kibbutz quando sono cominciati i raid aerei sulla Striscia, prima fase di un conflitto che fin da subito è apparso lungo e sanguinoso. Il 27 ottobre gli stivali dei soldati israeliani hanno calpestato la sabbia di Gaza come non accadeva dal 2005, e i carri armati hanno percorso in senso opposto le strade seguite dai terroristi la mattina il cui l’odio è esondato.

In superficie il confronto è impari: l’esercito è troppo più potente, equipaggiato, coperto dall’aviazione e dall’artiglieria, rispetto a 30mila miliziani che si riparano dietro mura sgarrupate e, talvolta, combattono in ciabatte. Sotto la Striscia, invece, è un’altra storia.

I cinquecento chilometri di tunnel che affondano nelle viscere di Gaza e Khan Yunis, dipanandosi a 50 metri di profondità sotto ospedali, moschee e palazzi dell’amministrazione, sono l’arma in più di Hamas. Quel che rende pericoloso un quartiere anche dopo che è stato raso al suolo, come ha potuto documentare Repubblica, primo giornale italiano a entrare nella Striscia nel dicembre scorso: c’è sempre un buco, un pertugio da cui salta fuori qualcuno con un lanciarazzi sulla spalla, per poi sparire inghiottito dalla “metropolitana”. Ad oggi sono stati uccisi 180 soldati israeliani, a fronte di qualche migliaio di combattenti palestinesi (il numero non è certo) morti nei bombardamenti e negli scontri a fuoco. 

Con l’anno nuovo è cominciata la terza fase, “a bassa intensità”, come vuole il presidente americano Biden, impegnato nell’anno elettorale a tenere a bada le polemiche interne sul sostegno a Israele. Quindi meno raid e più azioni mirate per eliminare i leader di Hamas. A ben vedere, è anche l’unica exit strategy possibile per Israele: catturare o uccidere i due uomini che hanno pensato e realizzato il 7 ottobre, Yahya Sinwar, capo politico della Striscia, e Mohammed Deif, il comandante delle brigate al-Qassam. Fino a quel momento, la guerra andrà avanti.


Bring them home: l’angoscia di un Paese per la sorte degli ostaggi

dalla nostra inviata Francesca Caferri

TEL AVIV – Cento giorni fa Hersh Goldberg-Polin, 23 anni, alle 8.11 mandava un ultimo messaggio alla madre da un rifugio anti-missile lungo la strada 232, che corre lungo il confine fra Israele e Gaza: «Ti voglio bene. Mi dispiace». Danielle Aloni, 44 anni, teneva stretta a sé la figlia di 5 anni sul retro di un pick up, pistola alla tempia, viaggiava verso Gaza: «Tieni gli occhi chiusi, Emilia». Hanna Katzir, 76, lasciava dietro di sé Rami, il marito, sanguinante, mentre dalla sua casa veniva caricata su una motocicletta a furia di botte: non sapeva che non l’avrebbe rivisto mai più, perché l’uomo sarebbe morto poco dopo.

Il 7 ottobre circa 240 persone, dagli otto mesi agli 85 anni, per lo più civili, per lo più israeliani, sono state rapite dalle loro case o dalle loro caserme e portate con la forza a Gaza. La loro assenza è uno degli elementi che ha fermato l’orologio di questo Paese al 7 ottobre, tenendolo prigioniero della bolla di angoscia e di dolore creata da Hamas quella mattina.

I loro volti sorridenti, immobili, sempre uguali, che spuntano ovunque, sui muri, lungo le strade, all’aeroporto, contribuiscono ad accentuare l’impressione che il tempo qui si sia fermato. Ma a ben vedere fra il Sabato nero e oggi è passato un mondo: la manifestazione di un unico uomo davanti al ministero della Difesa si è trasformata in un fiume in piena, il comitato di parenti e amici degli ostaggi nato in poche ore è diventato una macchina da guerra in grado di muovere ministri, ambasciatori, agenti segreti, star di Hollywood e premi Nobel, di portare in strada decine di migliaia di persone in Israele e nel mondo, di arrivare alle Nazioni Unite, da papa Francesco e da Elon Musk. E di spingere il governo a una pausa dei combattimenti che ha consentito di riportare a casa 105 ostaggi, nella grandissima maggioranza donne e bambini, oltre alle cinque donne liberate nelle settimane precedenti.

Ma non è ancora finita. La sorte dei 136 ancora a Gaza – 110 vivi, 26 morti, secondo le ultime stime ufficiali che non possono però essere considerate del tutto certe – è l’ossessione che accompagna la vita di Israele in ogni momento. In aeroporto, i loro volti sono la prima cosa che il viaggiatore si trova davanti. In televisione e sui giornali gli appelli per la loro liberazione sono continui. I cartelloni con scritto a caratteri cubitali in ebraico e in inglese Bring them home, “riportateli a casa”, sono ovunque. Ogni giorno, qui si trema per loro: per le donne che potrebbero essere stuprate, per gli anziani senza medicine, per gli uomini portati via feriti e per i militari che rischiano la tortura a causa della loro uniforme. È uno shock profondissimo quello con cui Israele si sveglia ogni mattina: destinato ad accompagnarlo per anni anche se, e quando, le persone rapite torneranno a casa.


Noi abitanti di Gaza e un’unica missione: sopravvivere

di Sami al-Ajrami

RAFAH – Ogni notte mi sveglio per i rumori assordanti degli attacchi aerei che scuotono il vecchio edificio in cui mi rifugio nella città di Rafah, nel Sud della Striscia di Gaza, insieme alle mie figlie gemelle e ad altre 23 persone sfollate anch’esse dalla città di Khan Yunis. Abbiamo 10 bambini spaventati e traumatizzati di età diverse, cerchiamo di calmarli per farli tornare a dormire e preghiamo che l’edificio non crolli, e speriamo di sopravvivere.

Vivevo a Jabalia, nel Nord della Striscia di Gaza. Sono un giornalista che lavora per l’agenzia di stampa Ansa da 12 anni. Sabato 7 ottobre alle 06:15 mi sono svegliato spaventato: sentivo il rumore di centinaia di razzi lanciati da Gaza verso Israele. Erano giorni “tranquilli”, nessuno si aspettava un altro round di guerra. Mi ci è voluta un’ora per rendermi conto che Hamas stava attaccando Israele. Guardando le immagini che circolavano sui social, ho avuto subito paura: sapevo che non sarebbe stata una guerra come le altre. 

La prima settimana è stata piena di attacchi aerei che hanno ucciso persone e distrutto case e strutture vitali, poi sono arrivati gli ordini di evacuare l’intera area settentrionale e Gaza City. Venerdì, alle 2 di notte, non riuscivo ancora a dormire, ho ricevuto un messaggio registrato che diceva che tutti i residenti del Nord e di Gaza City avrebbero dovuto trasferirsi a Sud per la loro sicurezza. Ho iniziato a preparare i miei documenti e alcuni vestiti insieme alle mie figlie, a mio padre e a mia madre, e mi sono trasferito nella zona centrale della città di Deir al Balah.

Svolgendo il mio lavoro, mi sono trovato a coprire l’uccisione di 14 membri della mia stessa famiglia che era sfollata da Gaza City a Deir al Balah, Israele ha preso di mira un edificio con una bomba da 6 tonnellate, causando la distruzione di altri 6 edifici che ospitavano rifugiati e altre persone innocenti.

Successivamente ho dovuto trasferirmi nella città di Khan Yunis a casa di amici. Sono tornato a Gaza City e nel Nord diverse volte. Nell’ospedale Al-Ahli e nella chiesa nella città vecchia ho visto tantissimi cadaveri, e la sensazione più dolorosa è quando vedo i corpi lacerati dei bambini: credo di essere stato spezzato dall’interno così tante volte. La mia missione più importante in questi mesi è stata essere vicino agli amici più cari, sostenersi a vicenda, provare a fornire alla famiglia cibo e acqua e legna per accendere il fuoco, e dare ai bambini l’atmosfera più sicura possibile.

Il 2 dicembre mi sono trasferito a Rafah, vicino al confine con l’Egitto, nel quartiere di Al-Salam, insieme alla famiglia che mi ha ospitato: abbiamo legato molto, abbiamo pianificato insieme l’intero sfollamento e la missione di sopravvivenza. Spero che la guerra finisca presto senza più vittime e senza perdere più persone care.


La scommessa di Biden: ridisegnare il Medio Oriente

dal nostro corrispondente Paolo Mastrolilli

NEW YORK – L’ultima cosa di cui aveva bisogno il presidente americano Joe Biden in questo anno elettorale era la guerra a Gaza, ma ora cerca di usarla a vantaggio di tutti, Netanyahu e Stati arabi permettendo.

Prima che scoppiasse, la sua strategia per il Medio Oriente era chiara: avendo fallito il tentativo di resuscitare l’accordo nucleare con l’Iran, perché Teheran aveva dimostrato di non essere seria al tavolo negoziale, stava puntando sull’allargamento degli Accordi di Abramo per normalizzare i rapporti tra Arabia Saudita e Israele. L’intesa era vicina, avrebbe isolato la Repubblica islamica, e molti analisti sono convinti che gli ayatollah abbiano favorito l’assalto di Hamas proprio per farla saltare.

Joe Biden siede con il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, all’inizio della riunione del gabinetto di guerra israeliano. Tel Aviv, 18 ottobre 2023

 Dopo il 7 ottobre Biden ha appoggiato Israele perché riteneva che fosse la cosa giusta, e non si potesse lasciare Gaza in mano all’organizzazione terroristica Hamas, determinata a cancellare lo Stato ebraico e sterminare ovunque gli ebrei. Però ha cercato di frenare l’offensiva di Netanyahu per limitare le vittime civili, evitare l’allargamento del conflitto e togliere ad autocrazie come Russia e Cina un argomento da usare per aizzare il Sud globale contro l’Occidente.

Ma anche perché alle presidenziali rischia di perdere i voti della sinistra democratica, e di minoranze chiave come quella araba, che nello Stato decisivo del Michigan ha una popolazione superiore alla differenza percentuale con cui aveva battuto Trump nel 2020, e quindi può determinare la sua sconfitta. L’attacco agli Houthi appare un’escalation, ma ha lo scopo opposto, ossia frenare Teheran.

Biden ora cerca di usare la crisi per trasformare il Medio Oriente. Vuole che Netanyahu cambi tattica, puntando su operazioni mirate contro Hamas. Questo potrebbe aprire lo spiraglio per riprendere i negoziati con l’Arabia, che secondo il segretario di Stato Antony Blinken è ancora interessata a normalizzare le relazioni con Israele, a patto che finisca la guerra a Gaza e venga definito un percorso per lo Stato palestinese. Hamas verrebbe così eliminato ed espulso dalla Striscia, riunificata con la Cisgiordania sotto l’Autorità di Ramallah.

Se a Biden riuscisse questa difficile operazione, la grave crisi potrebbe trasformarsi nell’occasione per entrare nella storia, ridisegnando il Medio Oriente. Risolverebbe la questione palestinese, avvicinerebbe il riconoscimento di Israele da parte di tutti gli Stati arabi e isolerebbe l’Iran, creando opportunità per una stabilità senza precedenti. Così recupererebbe o aumenterebbe anche i voti persi in vista delle presidenziali.

Papa Francesco: “Il Signore benedice tutti, tutti, tutti”

Francesco intervistato da Fabio Fazio a “Che tempo che fa” sul canale televisivo Nove parla del recente documento “Fiducia supplicans”: “Le persone devono entrare in colloquio con la benedizione e vedere la strada che il Signore propone”. Sulla guerra in corso: “Mi fa paura l’escalation bellica”. Torna sul tema della rinuncia: “Per il momento non è al centro dei miei pensieri”. E annuncia un viaggio in Polinesia ad agosto e in Argentina entro fine anno

Vatican News – 14 Gennaio 2024

Dio è buono e benedice tutti. Papa Francesco interviene a Che tempo che fa e dialogando con Fabio Fazio parla per la prima volta in pubblico di Fiducia supplicans, la Dichiarazione del Dicastero per la Dottrina della Fede sulle benedizioni alle coppie irregolari, un testo che ha suscitato molte discussioni nelle scorse settimane. Francesco ha risposto a una domanda sulle polemiche e ha detto: «All’ora di prendere una decisione, c’è un prezzo di solitudine che tu devi pagare e delle volte le decisioni non sono accettate ma la maggior parte, quando non si accettano le decisioni, è perché non si conosce. Io dico quando a te non piace questa decisione vai a parlare e dì i tuoi dubbi e porta avanti una discussione fraterna e così va avanti una cosa. Il pericolo è che non mi piace e me lo metto nel cuore e così divengo con una resistenza e faccio delle conclusioni brutte. Questo è successo con queste ultime decisioni sulla benedizione a tutti».

“Prendere per mano e aiutare”

Quindi il Papa ha aggiunto: «Il Signore benedice tutti, tutti, tutti, che vengono. Il Signore benedice tutti coloro che sono capaci di essere battezzati, cioè ogni persona. Ma poi le persone devono entrare in colloquio con la benedizione del Signore e vedere cosa è la strada che il Signore gli propone. Ma noi dobbiamo prendere per mano e aiutarli ad andare in quella strada non condannarli dall’inizio. E questo è il lavoro pastorale della Chiesa. Questo è un lavoro molto importante per i confessori. Io sempre dico ai confessori: voi perdonate tutto e trattate la gente con molta bontà come il Signore ci tratta a noi e poi se tu vuoi aiutare la gente, poi puoi parlare portarli sempre avanti e aiutarli ad andare avanti, ma perdonare tutti. In 54 anni di prete che io ho – questa è una confessione – 54 anni che sono prete, io sono vecchio! In questi 54 anni ho soltanto negato una sola volta il perdono, per la ipocrisia della persona. Una volta. Sempre ho perdonato tutto ma anche dirò con la consapevolezza che quella persona forse ricadrà ma il Signore ci perdona, aiutare a non ricadere, o a ricadere meno, ma perdonare sempre. Un grande confessore, che l’ho fatto cardinale nell’ultimo Concistoro, è un uomo di 94 anni, un frate cappuccino dell’Argentina. E lui è un grande perdonatore, come diciamo noi, “manica larga”, perdona tutto. E una volta è venuto all’episcopio quando io ero arcivescovo lì e mi ha detto: “Senti Giorgio, io ho questo problema, io perdono troppo e delle volte mi viene la sensazione che non sta bene” – E cosa fai Luigi? – Vado in cappella e chiedo perdono al Signore: Signore scusami, ho perdonato troppo – Ma sei stato tu a darmi il cattivo esempio!”. Questo è vero noi dobbiamo perdonare tutto perché Lui ci ha perdonato. Lui ci ha dato questo “cattivo esempio”».

 “Tutti dentro, tutti a casa”

La Chiesa, ha detto ancora Francesco nell’intervista, «ha questa dimensione cordiale: che viene dal cuore, tutti, tutti a casa, tutti dentro. Lo dice il Signore, quella parabola del Signore mi piace tanto, quando gli invitati alle nozze del Figlio non sono venuti perché ognuno aveva i propri interessi, cosa dice il Signore ai suoi aiutanti: “Andate agli incroci delle strade e portate tutti, buoni e cattivi, sani e ammalati, giovani e vecchi…”. Tutti, tutti, tutti. Tutti dentro. Questo è l’invito del Signore. E ognuno con il proprio fardello, perché ognuno ha il proprio e il Signore dice: “Tutti”. Questo lo dice il Signore, non lo dico io. Il problema è quando noi facciamo delle selezioni: questo sì, questo no… Faccia Lui. Noi, tutti. Poi dentro vediamo.

Dio non si stanca di perdonare

«Il perdono è per tutti – ha detto ancora Francesco nell’intervista con Fabio Fazio –  Una cosa che mi piace, e che una volta mi ha detto una persona molto saggia, semplice: “Dio non si stanca di perdonare, mai. Dio perdona sempre perché è da Lui il perdono, ma siamo noi a stancarci di chiedere perdono. E questo è il problema. Il cuore aperto al perdono viene subito preso dal cuore di Gesù che perdona tutto, perdona tutto, ma il cuore indurito nostro diviene incapace di chiedere perdono e questa è una cosa molto brutta, la incapacità di chiedere perdono. E da lì viene una certa incapacità ad essere perdonato ma non perché il Signore non perdona, no, perdona tutto. In questo è un “pazzo di amore”, diciamo così. Ma noi, siamo noi a stancarci di chiedere perdono e delle volte il Signore aspetta, bussa alla porta di tanti cuori perché abbiano questa capacità di riconoscere il male che stanno facendo. Pensa a questi fabbricanti di armi, che sono fabbricanti di morte. Il Signore è vicino a loro, tocca il cuore per portarli a un cambio di vita e il Signore non si stanca di perdonare. Ricordiamo questo. Dio mai si stanca di perdonare. Siamo noi a stancarci di chiedere perdono. Questo non dimenticarlo mai.

Il Signore corregge con amore

Francesco nell’intervista con Che tempo che fa ha quindi parlato delle due direzioni, quella «di avvicinarci al Signore» e quella di «lasciare che il Signore si avvicini». «Delle volte, per le circostanze, per la guerra per esempio, abbiamo rabbia nel cuore e ce la pigliamo con il Signore: “Ma perché tu permetti queste cose, perché tu lasci che noi ci distruggiamo così?”. Ma il Signore è vicino. E noi, la strada vera, anche gridando così il nostro dolore, è lasciare che il Signore si avvicini.  E non dimentichiamo questo: delle volte ci presentano il Signore come il giudice implacabile… È vero è giudice, è vero. Ma Lui è vicino, compassionevole e misericordioso, questo è il Signore. Non è il Dio che freme per castigare, così lo presenta la Bibbia, sempre. Il problema è che noi abbiamo paura di chiedere perdono».

A proposito dei castighi, il Papa ha spiegato che quella di Dio «è la punizione di papà e mamma con il bambino, quando gli danno qualche castigo, qualche penitenza per correggerlo. Il Signore, diciamo così, castiga per correggere, castiga con amore. È una mamma o un papà quando danno qualcosa a un bambino “bum bum” (mima con la voce un gesto) se è un bel papà o una bella mamma, gli duole più la mano, ha più dolore nelle mani che il dolore nel sedere, è così. Guai al papà e alla mamma che non sentono dolore quando bacchettano un po’ il bambino, qualcosa non va lì».

Francesco ha quindi osservato a proposito della frase dell’Atto di Dolore che recita «perché peccando ho meritato i tuoi castighi»: «Se una persona fa una cosa brutta il giudice lo mette in carcere. Le cose brutte vanno castigate. Ma è un’espressione troppo dura dell’amore di Dio. A me piace più dire: “perché peccando ho rattristato il tuo cuore”. A me piace più questo. Perché il cuore di Dio è anche un cuore umano, Lui si è fatto uomo e Lui si rattrista quando vede la nostra durezza di cuore, il nostro piano di andare avanti con i nostri egoismi… Ma una cosa bella che a me piace pensare, che Dio ci castiga carezzando, perché Lui ci mette in difficoltà della vita perché noi pensiamo le cose brutte che abbiamo fatto e cambiamo vita. A Lui interessa cambiare vita, Lui è il grande perdonatore, non si stanca di perdonare. “E quante volte devo perdonare?” – 80 volte? – Sempre – 8? 80? 800 volte? Sempre”. Perché dice il Signore che noi dobbiamo perdonare così perché Lui è così, Lui perdona sempre, non si stanca di perdonare».

“Non penso alla rinuncia”

Alla domanda di Fazio sulla sua salute e sulle possibili dimissioni, Papa Francesco ha risposto così: «Non è né un pensiero né una preoccupazione e neppure un desiderio. È una possibilità, aperta, a tutti i Papi, ma per il momento non è al centro dei miei pensieri e delle mie inquietudini, dei miei sentimenti. Nel tempo che io mi sento con capacità di servire vado avanti. Quando non ce la farò più sarà il momento di pensarci».

Mi fa paura l’escalation bellica

«Questa escalation bellica mi fa paura, perché questo portare avanti passi bellici nel mondo, uno si domanda come finiremo. Con le armi atomiche adesso, che distruggono tutto. Come finiremo. Come l’Arca di Noè? Questo mi fa paura. La capacità di autodistruzione che oggi ha l’umanità».

Il Papa ha poi detto: «È difficile fare la pace, non so perché c’è qualcosa di autodistruttivo dentro. Quando nel 2014 sono andato a Redipuglia ho visto il risultato di quella strage, e ho pianto. Ho pianto. Ogni primo novembre vado in un cimitero a celebrare. Quando sono andato ad Anzio, erano i ragazzi che sono entrati (il Papa si riferisce ai giovani soldati morti durante lo sbarco, ndr), di poca età, tutti morti. L’ultima volta sono andato al cimitero inglese, guardavo le età. E pensavo alle mamme, che ricevono quella lettera: “Signora, ho l’onore di dire che lei ha un figlio eroe…” E la mamma sente, e: “No, io voglio il figlio non l’eroe”. Perdono i figli… E pensiamo cosa significa una guerra. Pensiamo allo sbarco in Normandia… Sulla spiaggia sono rimasti 20 mila ragazzi! Questa è la guerra. Questa è la guerra. Dobbiamo pensarci».

“Dobbiamo aggrapparci alla speranza”

Francesco ha quindi osservato: «La speranza è come la forza che ci porta avanti. La speranza non delude. C’era la Turandot che diceva che deludeva. No: adesso la speranza non delude, mai delude. E dobbiamo aggrapparci alla speranza. La speranza – l’immagine, la cosa bella della speranza – è l’ancora, che tu la butti e vai avanti, aggrappato alla corda per arrivare alla spiaggia. Quest’ancora, che è l’immagine di speranza, mai delude. Ma siamo noi a fabbricare delle delusioni – tante – che sono criminali. Tutti i giorni io comunico telefonicamente con la parrocchia di Gaza, e mi dicono le cose che succedono… Terribile quello… Quanti arabi morti lì, e quanti israeliani morti. Due popoli chiamati ad essere fratelli, autodistruggendosi l’un l’altro. Questa è la guerra: distruggere. Dobbiamo pensarci a questo».

Guerra e commercio delle armi

«La guerra – ha detto il Pontefice nell’intervista con Fabio Fazio – è incominciata all’inizio del racconto biblico della Creazione. Caino e Abele. È incominciata l’inimicizia, il crimine di guerra… Poi, nella storia, sempre ci sono state le guerre. Ma la guerra è una opzione egoistica, che ha questo gesto: prendere per me. Invece la pace ha il gesto contrario: dare e dare la mano. È vero che è rischioso fare la pace, ma è più rischiosa la guerra, più rischiosa. Vediamo le due guerre che sono vicine adesso. Ma pensa che, da quando è finita la Seconda Guerra Mondiale ad adesso – l’ho detto – non sono finite le guerre. Adesso, due guerre che, siccome sono vicine a noi, le sentiamo di più: quelle di Ucraina-Russia, e quella Palestina-Israele. Come mai non si può fare la pace. Dietro alle guerre – diciamolo con un po’ di vergogna, ma diciamolo – c’è il commercio delle armi. Mi diceva un economista che, in questo momento, gli investimenti che danno più interessi, più soldi, sono le fabbriche delle armi. Investire per uccidere. Questa è una realtà… questa è una realtà».

Ciò che muove i potenti alla guerra

Parlando delle motivazioni dei potenti che decidono di iniziare i conflitti, Francesco ha detto: «Credo che sia difficile esprimere una motivazione generale. Alcuni un senso di patriottismo, in altri un interesse economico, in altri fare un impero e andare avanti: il potere del dominio. Ognuno ha le motivazioni proprie, ma le guerre sono per distruggere, sempre. Guarda le immagini delle guerre adesso, guarda l’immagine della Striscia di Gaza, guarda l’immagine della Crimea o dell’Ucraina, guarda l’immagine. Distrugge. Un’esperienza che ho avuto poco tempo fa – un paio di anni – sono andato in visita ad un Paese europeo e dovevo fare da una città a un’altra con l’elicottero ma quel giorno c’era la nebbia e ho dovuto farla in macchina, due ore di macchina. La gente, nei villaggi, sapeva grazie alla radio e aspettava che io passassi. Curioso: c’erano bambini e bambine, coppie giovani, coppie di mezza età, ma di una certa età c’erano nonne, signore anziane, raramente qualche anziano… Cosa significa questo? La guerra. Questi uomini non sono arrivati alla vecchiaia. La guerra è così: distrugge, uccide».

I bambini, grandi scartati

Dialogando con l’intervistatore dei bambini, il Papa ha raccontato: «Mercoledì scorso è venuta una delegazione di bambini dell’Ucraina, hanno visto qualcosa della guerra e, dico una cosa Fabio, nessuno di loro sorrideva. I bambini spontaneamente sorridono, io gli davo delle cioccolate e loro non sorridevano. Avevano dimenticato il sorriso e che un bambino dimentichi il sorriso è criminale. Questo fa la guerra: impedisce di sognare».

I bambini, ha aggiunto Francesco, «sono i grandi sfruttati, i grandi scartati. E dimentichiamo che loro sono il futuro. Ma noi togliamo il futuro al bambino. Poi quando arriva, a 20, 22, 23 anni e finisce in carcere, noi diciamo: “Ma, questa generazione sporca, guarda le cose che fa…”. Siamo stati noi! È stata la società a educarli così, no perché gli ha detto: “Tu devi uccidere, tu devi rubare…”. No. Ma li ha messi in condizione, al margine della società e loro si sentono scarto e vivono come scarto e fanno delle cose che li scartano. È terribile, questa è una condanna a morte dei bambini. Nel mese di giugno, si farà il primo incontro mondiale dei bambini, qui a Roma. Un po’ per questo, per attirare l’attenzione. Quando abbiamo fatto l’incontro con i bambini ce n’erano 7.500 da tutto il mondo, Paesi di pace e di guerra. Adesso se ne farà un altro. Ma questo, un primo incontro mondiale, per aiutare ad attirare l’attenzione che i bambini sono il futuro ma sono il futuro con le cose che noi daremo loro. O li faremo crescere bene o li faremo crescere male».

Il male dal cuore

«Il male arriva – ha spiegato il Papa nel corso dell’intervista – dal proprio cuore, sempre, noi abbiamo la possibilità di scegliere: o il bene o il male. Il cuore ha capacità di fare il male, dall’inizio. Pensa alla lite dei fratelli, Caino e Abele. Noi abbiamo quella possibilità. E poi tutte le guerre che si sono susseguite. Dal cuore. Il cuore ha la capacità di fare il bene e il male e qui radica il fatto della propria libertà. L’uomo è libero. E’ vero che tante volte è condizionato da questioni politiche sociali – abbiamo parlato dei bambini condizionati – ma il cuore dell’uomo è libero e quando un capo di Stato decide di fare una guerra, lo fa – generalmente una guerra offensiva non difensiva – lo fa con libertà. E poi, non dimentichiamo, ripeto, che il commercio forse che oggi forse dà di più è il commercio delle armi, il commercio delle armi. E tante volte le guerre si continuano, si fanno più larghe per vendere le armi o provare le armi nuove e la gente che muore è un po’ il prezzo che si paga per provare armi nuove o scambiare lo staff delle armi che io ho».

La riforma più urgente

Rispondendo alla domanda di Fazio su quale sia la riforma più urgente per la Chiesa, il Papa ha detto: «La riforma dei cuori, per tutti i cristiani. Le strutture vanno conservate, cambiare, riformate secondo la finalità. E questo io – oso dire – che anche può essere una cosa meccanica – nel buon senso della parola – ma le strutture vanno sempre aggiornate, usiamo questa parola positiva: cambiare per aggiornare. Ma il cuore va riformato tutti i giorni: cambiare il cuore. E questo è un lavoro di tutti i giorni. Quando noi sentiamo nel cuore qualche cattiveria, l’invidia per esempio, l’invidia che è quel vizio “giallo” – a me piace chiamarlo – è un vizio “giallo” che rovina tutti i rapporti. E dobbiamo pentirci e cambiare il cuore continuamente. E stare attenti: cosa succede nel mio cuore per cambiare. Cambiare il cuore e poi cambiare le strutture. Le strutture vanno cambiate perché la storia va avanti. Le cose che andavano bene nel secolo scorso adesso non vanno bene. Ma la vera libertà è cambiarle, perché non sono cose assolute in sé stesse, sono cose relative al momento storico».

Le crudeltà subite dai migranti

Francesco è poi tornato sul tema dei migranti. «C’è tanta crudeltà nel trattare questi migranti – ha detto – nel momento in cui escono da casa loro fino ad arrivare qui in Europa. C’è un libro molto bello – molto bello – è piccolino, si legge in poche ore – si chiama “Fratellino”. L’originale spagnolo è “Hermanito”. “Fratellino”. Lo scrisse un migrante, che ha speso tre anni per venire dalla Guinea in Spagna. E ha scritto di questi tre anni di schiavitù, le sofferenze, le torture. Questo fa la gente presa da questa mafia, che li sfrutta. È venuto a vedermi l’altro giorno – perché adesso lavora in Spagna – per ringraziarmi del fatto che io avessi parlato del suo libro. Ma tutta una vita come quella di Pato, che ha perso la moglie e la figlia, e tanti altri… L’altro giorno, c’era un caso di una persona torturata, ma i delinquenti avevano chiesto una bella somma per lasciarlo libero. Così succede nelle coste libiche. E grazie a Dio abbiamo trovato il benefattore che ha pagato, e lui è arrivato. I migranti sono trattati tante volte come cose. Penso alla tragedia di Cutro, lì, davanti, annegati per respingere. È vero che ognuno ha il diritto di rimanere nella propria casa e di migrare. È vero che in questo momento in Europa sono cinque i Paesi che ricevono più migranti: Cipro, Grecia, Malta, Italia e Spagna. Non chiudere le porte per favore. E anche alcuni di questi Paesi non fanno figli, e hanno bisogno di manodopera. In alcuni di questi Paesi ci sono villaggi vuoti. Una bella politica della migrazione, bella, ben pensata, aiuta anche i Paesi sviluppati come l’Italia, la Spagna ecc. Dobbiamo prendere il problema dei migranti in mano, togliere tutte queste mafie che sfruttano i migranti, e andare avanti nel risolvere il problema sia della necessità di persone nei paesi, sia dell’emigrazione. Migrare è un diritto e rimanere in patria è un altro diritto. Rispettare ambedue. Una politica, capo di Governo, molto importante dell’Europa una volta ha detto: “Il problema della migrazione africana si risolve in Africa”. Aiutare a sviluppare l’Africa perché non abbiano la necessità di venire. Il problema dei migranti è molto importante. Se avete un po’ di tempo leggete questo libro – “Fratellino” – è la storia dura della migrazione».

Perché chiedo preghiere

Alla domanda di Fabio Fazio sul perché chieda sempre preghiere per lui, il Papa ha risposto: «Perché io sono peccatore, e ho bisogno dell’aiuto di Dio per rimanere fedele alla vocazione che Lui mi ha dato. Ognuno ha la propria vocazione, tu hai la tua – fai tanto bene con la tua professione, che nasce da una vocazione del cuore! – ognuno ha la propria, la propria vocazione, che deve portare avanti. Il Signore mi ha chiamato a fare il prete, a fare il vescovo, e, come vescovo, ho una responsabilità molto grande nei confronti della Chiesa. E conosco le mie debolezze. E per questo io devo chiedere preghiere a tutti, che preghino per me perché io sia rimasto fedele nel servizio del Signore. Che non finisca in un atteggiamento di pastore mediocre che non si prende cura dell’ovile, ma un pastore in mezzo al gregge, per sentire l’odore del gregge e per conoscere. Il Papa deve conoscere come è il gregge. Pastore dietro il gregge, per aiutare, andare avanti, e delle volte per lasciare che il gregge, con il fiuto, cerchi i nuovi pasti. E pastore davanti al gregge per guidare. E per questo ho bisogno di preghiera. E per questo chiedo preghiera, perché io non manchi di essere pastore. Il Signore ci ha chiamato, ha chiamato i pastori ad essere pastori di popolo, e – mi piace dire – non “chierico di Stato”, non un monsieur l’Abbé de l’Ecole française».

A Dio si può chiedere tutto

Al Signore, ha detto Francesco, «si può chiedere tutto e in questo io penso che noi siamo delle volte proprio timidi, non abbiamo il coraggio di chiedere tutto al Signore. Il Signore cosa dice nel Vangelo: “Chiedete e avrete”. Chiedete. Chiedete. Quella saggezza cristiana di imparare a bussare la porta del cuore di Dio».

L’immagine del volto di Dio

Il Pontefice ha detto che nelle sue preghiere usa «immagini del Vangelo. A me piace immaginarlo come il papà generoso, che riceve il figlio che se ne è andato e ha speso una fortuna, e torna ferito… lo riceve. E, dice il Vangelo, che il figlio “aveva preparato il discorso”: “Papa ho peccato contro il Cielo, contro di te…” Ma il papà, con un abbraccio, quasi non lo ha lasciato parlare. A me piace pensare il Signore con questo abbraccio. Quando io vado a dire: “Ma, ho fallito in questo…” mi piace pensarlo, con la mano mi fa così, e mi dice: “Ma vai avanti, vai avanti, continua ad andare avanti”. Il Signore che ci spinge ad andare avanti, che non si scandalizza dei nostri peccati, perché Lui è padre, e ci accompagna. Lui da per scontato che siamo peccatori. Il problema è di Lui: se accompagno il peccatore o lo mando all’inferno subito. E Lui sceglie di accompagnarci. E per questo ha inviato il Suo Figlio, per accompagnarci. Il Signore ha inviato il Figlio al mondo non per condannare il mondo, ma per salvarlo. Così dice la Liturgia». E a proposito dell’inferno, Francesco ha aggiunto: «Questo non è dogma di fede – quello che dirò – è una cosa mia personale, che a me piace: a me piace pensare all’Inferno vuoto. È un piacere: spero che sia realtà. Ma è un piacere».

Viaggi in Argentina e Polinesia

A proposito della situazione dell’Argentina, il Papa ha detto: «Mi preoccupa, perché la gente sta soffrendo tanto lì. È un momento difficile per il Paese. È in piano la possibilità di fare un viaggio nella seconda parte dell’anno, perché adesso c’è un cambio di governo, ci sono cose nuove, e anche io ho qualche impegno. Per esempio, ad agosto devo fare il viaggio in Polinesia, lì lontano, e dopo questo si farebbe quello in Argentina se si può fare. Io voglio andarci. Dopo dieci anni sta bene, va bene, posso andare».

Ricordi di bambino

Parlando della prima cosa che gli viene in mente pensando a casa sua, Francesco ha spiegato: «La prima cosa sono i nonni. Siamo cinque noi. Mamma ha avuto mio fratello, secondo, quando io avevo 13 mesi, ancora ero un bambino da accudire, e i nonni abitavano a 40 metri. E la nonna veniva al mattino, mi portava a casa loro, io passavo tutto il mattino, pranzavo con loro, e poi, dopo pranzo, mi riportava a casa. Questo è un bel ricordo che io ho. E questo spiega perché la prima lingua che ho parlato non è stato lo spagnolo, ma il piemontese, perché loro parlavano piemontese. È stata proprio la mia prima lingua. Ma questo è il primo ricordo, i nonni: ossia il nonno e la nonna che, per mano, mi portavano a casa dopo nel pomeriggio. È un bel ricordo».

Il pubblico in studio

“Ciò che mi fa sorridere”

«La tenerezza dei bambini – ha detto Francesco – questo mi fa sorridere. E poi i nonni, sono i miei coetanei ma a me piace parlare con i nonni, avere questo rapporto con i nonni, hanno saggezza i nonni, hanno saggezza. Non dimenticare queste due capacità che noi dobbiamo avere di parlare con i bambini, ascoltarli, farli ridere, parlare con loro e con i nonni, ascoltare le storie. Qualcuno dice: “Ma sono noiosi, sempre raccontano lo stesso…”, ma sono storie di vita, e questo aiuta pure».

La cosa più importante della vita

«Si può riassumere il cammino della vita con imparare ad amare e sempre si può imparare ad amare di più. E c’è tanta gente che ti ha dato l’esempio di amore eroico, che li ha portati alla morte, a dare la vita per gli altri». Francesco ha concluso l’intervista con il consueto invito: «Vi chiedo di pregare per me: pregare, pregare perché io vada sempre avanti, perché io non fallisca nel mio dovere, ma per favore pregare a favore, non contro! Grazie».

L’assurda accusa di genocidio a Israele

Il triplice paradosso che ha portato il Sudafrica a intentare una causa alla Corte di Giustizia dell’Aia. Ci vorranno settimane per la sentenza e un’eventuale condanna darà fiato alle trombe dell’asse antisraeliano

Giancarlo Giojelli -TEMPI 13/01/2024 – 6:00

Un triplice paradosso si consuma nel cuore dell’Europa. All’Aia si riunisce la Corte internazionale di giustizia. Imputato: Israele. Accusa: genocidio (cioè di voler sterminare tutti i palestinesi). Accusatore: il Sudafrica.

Primo paradosso: il paese accusato di genocidio è nato proprio dopo un genocidio, l’Olocausto, ed ha nella sua stessa ragione di esistenza la protezione degli ebrei dallo sterminio. Questo è chiaro alla coscienza di ogni cittadino israeliano, al di là delle convinzioni pro o contro il governo. È un’accusa che delegittima l’esistenza stessa di Israele.

Secondo paradosso: la convenzione internazionale sul genocidio, che è alla base dell’accusa, è nata dall’intensa battaglia di Raphael Lemkin, un giurista e magistrato ebreo polacco che non solo sintetizzò la fattispecie del reato, ma coniò nel 1944 il termine genocidio per le sterminio nazista degli ebrei, che Winston Churchill aveva definito un «crimine senza nome».

Terzo paradosso: il paese che accusa Israele è stato a sua volta più volte accusato di aver calpestato i diritti umani. Lo ha denunciato due anni fa, durante le celebrazioni per la fine dell’apartheid, padre Russell Pollitt, SJ, direttore dell’Istituto dei gesuiti in Sudafrica. «L’apartheid – ha detto a Vatican News– è stato sostituito da un sistema che sta anche penalizzando i più poveri dei poveri, un sistema di corruzione su larga scala, di saccheggi e di mancanza di fiducia nel governo». Ed elencava una serie di massacri e violazioni dei diritti umani, rimaste inascoltate dalla comunità internazionale, condannando anche il silenzio del paese africano sulla tragedia dell’Ucraina.

L’asse antisraeliano

Le Nazioni Unite, per effetto della rotazione nelle cariche e nei consigli dei vari organismi, non sono nuove a simili paradossi. Il 2 e il 3 novembre del 2023 a presiedere il Forum delle Nazioni Unite sui diritti umani fu l’Iran, scatenando le proteste del mondo democratico. Lo stesso meccanismo di rotazione che ha portato anche l’Arabia Saudita a fare parte del consiglio Onu per i diritti umani. Ma il triplice paradosso non elimina l’accusa e i fatti su cui ha la pretesa di basarsi: la corte di Giustizia su questi si pronuncerà, anche se ci vorranno settimane, e la sentenza, qualunque sia, non potrà avere effetti concreti. Eventuali sanzioni dovrebbero essere approvate dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu e gli Stati Uniti certamente useranno il diritto di veto.

Ma certo una condanna darà fiato all’asse antisraeliano, che ha il suo vertice nell’Iran, indebolendo Israele sul piano diplomatico, minando ancor di più la già praticamente inesistente fiducia che lo stato ebraico ripone nelle istituzioni internazionali, rafforzando la sua convinzione di potersi fidare solo di se stesso e al massimo degli Stati Uniti. Insomma, rendendo sempre più difficili i tentativi di mediazione per risolvere il conflitto e allontanando ogni prospettiva di pace.

di legali del Sudafrica. Da sinistra, John Dugard, Tembeka Ngcukaitobi e Adila Hassim, Aia, Paesi Bassi, il 12 gennaio 2024.

«È Hamas che vuole l’eliminazione di Israele»

Nello specifico, Israele risponde alle accuse accusando a sua volta: «Il Sudafrica – dice uno degli avvocati di Israele, Malcom Shaw – presenta un quadro fattuale e giuridico profondamente distorto. Non c’è alcun intento di distruggere il popolo di Gaza». Le operazioni militari, è la linea di Israele, hanno lo scopo di eliminare i terroristi di Hamas, non i palestinesi, e vengono condotte cercando di prevenire e ridurre le perdite. Ma è Hamas che si fa scudo dei civili e gli stessi missili lanciati dalla Striscia hanno provocato morti tra i palestinesi, come nel caso dell’ospedale anglicano, colpito proprio da un razzo ricaduto all’interno di Gaza.

Un altro avvocato del team di difesa israeliano, Tal Becker, ha descritto il «massacro, le mutilazioni, gli stupri e rapimenti su vasta scala» compiuti da Hamas il 7 ottobre e ha detto che, «se ci sono stati atti di genocidio, sono stati perpetrati contro Israele». Il ministro degli esteri israeliano, Yisrael Katz, ha accusato la comunità internazionale di «un doppio standard» nel momento in cui «processa Israele e viola la Convenzione internazionale sostenendo Hamas che chiede l’eliminazione di Israele».

È questo l’argomento più forte presentato dagli avvocati Israeliani: «Se accoglie la richiesta dell’accusa – dice l’avvocato di Israele Gilad Noam – la Corte cessa di essere uno strumento di prevenzione degli orrori del genocidio e la sentenza diventerà un’arma nelle mani di gruppi terroristi che non hanno riguardo per l’umanità e le leggi». 

Un messaggio a tutto il mondo viene da un altro legale, Christopher Staker: «La guerra dei fondamentalisti non si fermerebbe a Gaza. Misure giudiziarie contro Israele significherebbero che un riconosciuto gruppo terrorista può attaccare uno Stato e una terza parte può impedirgli di difendersi». Intanto la guerra prosegue

Il processo alla Corte dell’Aia e l’antisemitismo eterno

di Goffredo Buccini| 14 gennaio 2024 – Corriere della sera

L’accusa a Israele per «genocidio» mentre l’Osservatorio del Cdec documenta una nuova ondata di rancore contro gli ebrei.

L’atto d’accusa portato all’Aia contro Israele apre, accanto al tentativo di tutelare la popolazione palestinese di Gaza, questioni di coscienza e contraddizioni. È impossibile, certo, non porre in discussione la proporzionalità della risposta israeliana all’aggressione patita per mano di Hamas: il protrarsi e le dimensioni della reazione militare, le sofferenze e i lutti per due milioni di civili. Lo fanno persino gli americani, alleati storici di Gerusalemme.

Ma l’idea stessa di promuovere davanti alla Corte internazionale una causa nei confronti della nazione vittima del pogrom del 7 ottobre (oltre 1.200 ebrei assassinati e 6.000 feriti nel deserto del Negev e nei kibbutzim di confine, 253 rapiti, tra cui numerosi bambini, decine di donne stuprate e mutilate), rovesciandole addosso una parola — genocidio — coniata nel 1944 per la Shoah, ha un effetto straniante e ha indotto il premier Netanyahu a parlare di «mondo alla rovescia» (l’Iran, dante causa dei terroristi islamici giunto infine a rivendicare il massacro del «Sabato nero», è, ad esempio, tra i grandi sostenitori del dossier promosso dal Sudafrica).

Il processo, come inevitabile, tende a radicalizzare le posizioni. Talché, chi crede nel buon diritto di Israele a difendere la propria sopravvivenza si troverà in sgradita compagna della destra ultrareligiosa di Ben-Gvir e Smotrich; e chi è più sensibile ai patimenti dei gazawi può finire per accostarsi alla propaganda di assassini come Yahya Sinwar e Mohammed Deif, capi dei carnefici del 7 ottobre. Inoltre, il giudizio dell’Aia non ha forza cogente ma solo impatto reputazionale: non potrà sortire effetti concreti sul campo. Avrà invece, come sicuro risultato, una nuova ondata di rancore verso gli ebrei: non solo contro i soldati di Tsahal nella Striscia ma contro tutti gli appartenenti alla religione ebraica e in tutto il mondo. Ed è questa, per noi che guardiamo da lontano il conflitto, l’insidia maggiore: un sentimento che scorre da sempre nelle nostre società e si manifesta con andamento carsico, come un veleno sottile, in occasione di ogni grande crisi mediorientale, dalla Guerra dei Sei Giorni del 1967 alla strage di Sabra e Chatila del 1982.

La geopolitica fa da detonatore a una sottocultura che affonda le radici nei luoghi comuni di secoli (per dire: il «Dio cattivo degli ebrei» contrapposto al Dio misericordioso dei Vangeli). Una preziosa finestra per capirlo si trova a Milano, vicino alla Stazione Centrale, proprio accanto a quel Binario 21 celebrato da una commossa Liliana Segre, dal quale i nazisti caricavano le loro vittime sui vagoni piombati diretti ai lager. È l’Osservatorio Antisemitismo, settore del Centro di documentazione ebraica contemporanea (Cdec) che dal 1975 monitora quotidianamente sull’Italia il fenomeno e le sue manifestazioni: aggressioni fisiche o verbali, graffiti, insulti web, discorsi pubblici di odio.

Negli uffici di piazza Safra hanno appena concluso il rapporto 2023 con circa 460 episodi segnalati durante l’anno (erano 241 nel 2022) e con trend triplicato dopo il 7 ottobre: i casi erano 67 tra ottobre e dicembre del 2022, sono stati 221 negli ultimi tre mesi di quest’anno (avvertenza: la categoria presa in esame è ovviamente più ampia dei soli crimini d’odio di cui ha dato conto di recente il ministro Piantedosi su dati Oscad, l’osservatorio del Viminale sulle discriminazioni).

Sono frammenti di vita che rendono un clima. Dai temi di educazione civica «sull’apartheid contro i palestinesi» all’interrogazione subita in un liceo scientifico romano da uno studente ebreo chiamato a «esporre le ragioni di Israele» davanti alla classe, fino alla bambina di una media fiorentina bullizzata dalle compagne («ti buttiamo dalla finestra, speriamo muoiano tutti gli ebrei»); dal rabbino minacciato in strada a Genova al membro della comunità attaccato a Catania per la Stella di Davide al collo da un distinto cinquantenne che gli ha aizzato contro il cane gridando «eccone un altro! Ma quanti ca… siete?». Betti Guetta, responsabile dell’Osservatorio, si domanda dolente «in quale millennio smetteremo di essere un… voi», e parla della solitudine come sentimento prevalente di questi mesi: «Più che spaventata sono depressa», dice, pensando agli amici spariti e anche alle vittime palestinesi di questo orrore. Il livello di violenza è ben lontano dalla Francia, dove gli ebrei hanno intrapreso dagli anni degli attacchi jihadisti un esodo di paura, o dalla Germania dei gruppi neonazisti; ma dopo il 7 ottobre gli episodi si sono «trasferiti dal web al mondo reale» anche qui.

Così reali che nelle università i ragazzi ebrei hanno cominciato a nascondersi. Un report riservato rivela che tre quarti degli studenti israeliani celano in ateneo la propria identità o evitano di parlare in ebraico, uno su tre ha eliminato kippah e Stelle di Davide. Due terzi dei 243 giovani sondati dall’Ugei pensa che essere ebreo possa causare discriminazione sul luogo di lavoro o di studio, la quasi totalità denuncia un aumento di episodi di antisemitismo. Secondo un sondaggio condotto tra 2.579 universitari non ebrei in tre atenei del Nord Italia dal sociologo Asher Colombo, il 38% degli studenti di destra pensa che «gli ebrei non sono italiani fino in fondo» e il 59% di quelli di sinistra che «il governo israeliano si comporta coi palestinesi come i nazisti si comportarono con gli ebrei». La Rete resta il volano più truculento, come sempre. Hitler il criminale più gettonato, talvolta mascherato dietro l’hashtag «pittore austriaco» (300 milioni di visualizzazioni) per evitare restrizioni. Ma basta sfogliare il bel libro di Alessandra Tarquini «La sinistra e gli ebrei» (Il Mulino, 2019) per constatare come il morbo dell’antisemitismo non sia certo esclusiva della destra più cupa.

«Palestina dal fiume al mare», slogan che presuppone la scomparsa di Israele, è stato gridato molte volte in questi mesi da antagonisti e collettivi studenteschi. E il vecchio Proudhon, già a metà del Diciannovesimo secolo, considerava gli ebrei «una razza da sterminare col fuoco o col ferro, con l’espulsione o con qualsiasi mezzo». Che più di centosettanta anni dopo tanti lo prendano alla lettera deve farsi ragione di sollecitudine e solidarietà verso chi diventa un bersaglio: anche di fronte a un processo da cui il mondo uscirà solo più diviso e intossicato.

La Guardia imperiale di Putin

di Stefano Caprio – Asia news – 14 Gennaio 2024

Tutte le compagnie militari private analoghe alla Wagner sono state ormai assimilate dalla nuova opričnina imperiale. Come alla fine del regno di Ivan, anche nel crepuscolo di Putin, dopo l’ultima divinizzazione delle elezioni presidenziali del prossimo mese di marzo, il vero problema sarà quanto le squadre degli uomini di forza del potere saranno in grado di mantenere tra loro un equilibrio interno.

Dagli oscuri meandri del Cremlino, mentre un suo ennesimo sosia serve il caviale nella reggia di Novo Ogarevo a un solenne ricevimento natalizio con alcuni parenti (accuratamente selezionati) dei caduti nella guerra in Ucraina, lo zar Vladimir Putin assiste con soddisfazione all’ennesimo conflitto in corso nel mondo sconvolto dalla sua “ribellione al monopolio americano”. La guerra civile tra narcotrafficanti e governo in Ecuador, completa il quadro della “guerra mondiale non più a pezzi”, a cui l’America Latina ancora mancava all’appello. La definizione bergogliana risulta quanto mai attuale per descrivere il corso degli avvenimenti, vista anche la rivolta interna alla stessa Chiesa cattolica nei confronti della dichiarazione Fiducia supplicans – firmata dal massimo teologo papale, il cardinale argentino “Tucho” Fernandez  – che ha autorizzato la benedizione delle coppie dello stesso sesso. Proprio il motivo proclamato dal patriarca di Mosca Kirill per giustificare l’aggressione in Ucraina, quando affermò che “vogliono imporci le parate gay”.

In realtà, le feste natalizie hanno offerto al patriarcato di Mosca anche l’occasione per mostrare al mondo il nuovo esarca per l’Africa, il 46enne vescovo di Zarajsk e vicario del patriarca, Konstantin (Ostrovskij), ancora “facente funzione” al posto dell’esautorato Leonid (Gorbačev). L’11 gennaio ha iniziato la sua prima visita pastorale in Sudafrica, proprio nel giorno in cui il Paese del presidente Cyril Ramaphosa, grande amico di Putin, denunciava davanti alla Corte internazionale di giustizia dell’Aja il “genocidio dei palestinesi” nella Striscia di Gaza perpetuato dagli israeliani. L’ex-esarca Leonid rimane invece nella parrocchia di Tutti i Santi a Kuliški, in periferia di Mosca, dove in questi giorni sono in completa avaria tutte le tubature dei riscaldamenti, e da cui amministra a distanza l’eparchia russa di Erevan dei relokanty russi emigrati in Armenia.

La defenestrazione di Leonid è stata una conseguenza di uno degli eventi cruciali in Russia nel 2023: la rivolta di Evgenij Prigožin di cui il metropolita era l’assistente spirituale. La vicenda della brigata Wagner, ora disciolta dopo la clamorosa scomparsa del suo fondatore, rivela uno degli aspetti più significativi del sistema politico di Putin, quello della “guardia imperiale” che allo stesso tempo è chiamata a difendere la persona dello zar, il controllo del suo territorio e la purezza della sua fede ideologica. Si tratta di uno schema messo a punto ai tempi del primo zar Ivan il Terribile, o per meglio dire “il Minaccioso”, l’ispirazione originaria dello stesso Putin che minaccia il mondo intero in nome di una missione speciale del “mondo russo”, per la salvezza di tutti i popoli.

Dal 1565 al 1572 lo zar Ivan IV aveva costituito la opričnina, una guardia imperiale speciale a cui aveva concesso il dominio dei territori centrali della Moscovia, affidando la protezione della sua persona e la capacità di intervento nelle zone di crisi intorno al nascente impero, soprattutto verso i Paesi baltici che ambivano all’indipendenza, come l’Ucraina di oggi. Gli opričniki, i guardiani del regno, vestivano un’uniforme monastica e pregavano fin dalle prime ore del mattino insieme allo zar, che vestiva a sua volta i paramenti regali sopra quelli sacerdotali, per indicare la stretta unione del trono con l’altare. Il termine oprič, da cui deriva il titolo della guardia, significa “speciale” e “oltre i confini”, in qualche modo analogo al termine ukraina, “presso i margini”, per indicare l’aspirazione russa di estendersi al di là del suo enorme territorio, che già nel Cinquecento costituiva la metà dell’Europa. La Guardia sostenne il monarca nella guerra di Livonia, un’analogia dell’attuale guerra in Ucraina, dove pure si sono sbizzarrite le brigate speciali dell’ultimo zar.

La rivolta di Prigožin ha messo a nudo i limiti di questa politica militare “oltre i confini” di ogni legislazione e tradizione, facendo seriamente vacillare la stabilità del regime putiniano. L’anno nuovo ha iniziato una ridefinizione dei ruoli, quando il 3 gennaio la Rosgvardija, variante attuale della milizia imperiale, ha assorbito il battaglione Vostok delle armate regionali del Donbass, che godeva di una certa autonomia nelle strategie belliche. Negli scorsi giorni è stato inserito nella Guardia del Cremlino anche un altro gruppo delle armate delle “quasi repubbliche” annesse, la compagnia Kaskad. Questo rafforzamento delle truppe alle dirette dipendenze di Putin dipende da un decreto legge di luglio 2023, in cui si permetteva alla Rosgvardija di utilizzare armi pesanti. Tutto questo è una conseguenza degli errori commessi con la troppa libertà concessa alla compagnia Wagner di Prigožin.

I “musicisti” della Wagner erano stati inizialmente radunati per occuparsi degli interessi della Russia nei territori dell’Africa, aiutando i regimi vicini al Cremlino e arraffando tutte le ricchezze del continente, diventato “territorio canonico” della Russia dopo il tradimento del patriarcato greco-ortodosso di Alessandria, che ha riconosciuto lo “scisma ucraino”. La strategia di Prigožin prevedeva l’arricchimento dei propri conti correnti insieme a quelli offshore dello stesso Putin, oltre a quelli ufficiali della Banca centrale di Russia, accumulando riserve aurifere sempre più ingenti, necessarie a prevenire le nefaste conseguenze delle sanzioni inevitabili con l’invasione dell’Ucraina.

Con l’inizio della guerra aperta a febbraio 2022, i combattenti della Wagner si sono resi necessari direttamente sul fronte ucraino, in quanto dopo il fallimento dei primi assalti si è reso evidente che le forze regolari dell’esercito russo non erano in grado di assolvere ai compiti del blitzkrieg sognato dal presidente. I wagnerovsty erano necessari perché avevano più esperienza nelle azioni militari sporche, e perché erano in grado di convincere i detenuti dei lager ad arruolarsi, una delle mosse decisive nella composizione delle armate russe in Ucraina.

Putin godeva in questo modo del controllo di un gruppo militare alternativo, che soltanto formalmente si sottometteva alla direzione dell’esercito, ma di fatto si regolava secondo i piani dei suoi stessi dirigenti, in particolare del “cuoco” Prigožin, e non erano tenuti neppure a pronunciare il giuramento ufficiale. Questo eccesso di libertà ha portato alla fine alla rivolta dello stesso Prigožin, che ha messo a nudo i limiti del potere putiniano, ritenuto troppo debole nelle azioni militari, ciò che costituisce ancora oggi la vera opposizione (non esplicita) nei confronti del presidente, quella della “guerra finale”, ben più decisa del timido pacifismo del tutto represso dalle misure autoritarie.

Alla fine del 2022 appariva chiaro che l’esercito russo non era in grado di contrastare adeguatamente la controffensiva ucraina, che era riuscita a riconquistare la riva sinistra del Dnepr da Kharkov a Kherson, ciò che portò infine alla “marcia su Mosca” di Prigožin e della Wagner. Putin comprese che non bastava il controllo generale sulle forze impegnate nei combattimenti, ma gli serviva una vera “armata personale”, ora ricompattata nella Rosgvardija guidata dal generale Viktor Zolotov, uno dei principali “comandanti ombra” di tutta la forza bellica russa. Accanto al segretario del Consiglio di sicurezza, Nikolaj Patrušev, Zolotov è una delle figure in grado di controllare tutto il sistema del potere putiniano, sia in vita sia in assenza dello zar rinchiuso nel bunker.

Tutte le compagnie militari private analoghe alla Wagner, moltiplicatesi fin dall’annessione della Crimea nel 2014, vengono ormai assimilate dalla nuova opričnina imperiale. Come alla fine del regno di Ivan, anche nel crepuscolo di Putin il Terribile, dopo l’ultima divinizzazione delle elezioni presidenziali del prossimo mese di marzo, il vero problema sarà quanto queste squadre interne dei siloviki, gli uomini di forza del potere, saranno in grado di mantenere tra loro un equilibrio interno tra Rosgvardija, servizi dell’Fsb, controspionaggio della Gru, ministero dell’interno e patriarcato ortodosso. Il rischio è che la Russia possa crollare per le lotte interne alle strutture del potere, molto più che per sconfitte militari o sollevazioni popolari, senza che da questa mischia possa scaturire alcunché di buono.

Il Papa: fermare ogni guerra, “inutile strage”. Un crimine violare il diritto umanitario

Francesco riceve il Corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede ed elenca tutti i drammi che feriscono oggi il mondo: dalla guerra “incancrenita” in Ucraina alle violenze in Terra Santa, dalla crisi in Nicaragua alle tensioni nel Caucaso e in Africa. Il Pontefice stigmatizza maternità surrogata, gender, antisemitismo e persecuzioni anti-cristiane, esorta a un serio impegno per il fenomeno migratorio e chiede di costruire la pace attraverso il dialogo politico-sociale e l’educazione

Salvatore Cernuzio – Città del Vaticano – Vatican news

È denso di appelli, esortazioni, suppliche e citazioni (a cominciare dalla “guerra inutile strage” di Benedetto XV), il discorso di Francesco ai 184 ambasciatori accreditati presso la Santa Sede, quanto dense sono le nubi che oscurano lo scenario geopolitico mondiale. Con i diplomatici, riuniti oggi, 8 gennaio, nell’Aula delle Benedizioni per i tradizionali auguri di inizio anno, Francesco condivide il dolore per l’Ucraina, dove la guerra va “incancrenendosi”, l’inquietudine per i drammi nel Caucaso Meridionale e in varie regioni dell’Africa, la preoccupazione per la crisi in Nicaragua che investe in particolare la Chiesa cattolica. E condivide lo shock per il conflitto deflagrato in Medio Oriente, dopo le brutalità di Hamas in Israele e la risposta militare nella Striscia di Gaza.

Tutti siamo rimasti scioccati dall’attacco terroristico del 7 ottobre scorso contro la popolazione in Israele, dove sono stati feriti, torturati e uccisi in maniera atroce tanti innocenti e molti sono stati presi in ostaggio. In questo modo non si risolvono le questioni tra i popoli, anzi esse diventano più difficili, causando sofferenza per tutti. Infatti ciò ha provocato una forte risposta militare israeliana a Gaza che ha portato la morte di decine di migliaia di palestinesi, in maggioranza civili, tra cui tanti bambini, ragazzi e giovani, e ha causato una situazione umanitaria gravissima con sofferenze inimmaginabili

Un vero conflitto globale

È insomma un 2024, questo appena avviato, “che vorremmo di pace e che invece si apre all’insegna di conflitti e divisioni”, esordisce Francesco nel suo discorso – uno dei più lunghi e importanti dell’intero anno – in cui elenca uno ad uno i conflitti che sconvolgono il pianeta e piange i milioni di persone che ne fanno le spese: “Uomini, donne, padri, madri, bambini, i cui volti ci sono per lo più sconosciuti e che spesso dimentichiamo”.

Il mondo è attraversato da un crescente numero di conflitti che lentamente trasformano quella che ho più volte definito “terza guerra mondiale a pezzi” in un vero e proprio conflitto globale

Violazioni del diritto umanitario sono crimini di guerra

Sempre con gli ambasciatori, il Papa guarda pure alle sfide dell’attualità come migrazioni, aumento dell’industria delle armi, crisi climatica, intelligenza artificiale, maternità surrogata, teoria del gender, antisemitismo, persecuzioni anti-cristiane. Quindi invoca la pace, “via” raggiungibile attraverso il dialogo politico-sociale e interreligioso, attraverso l’educazione e soprattutto il pieno rispetto del diritto umanitario, “unica via per la tutela della dignità umana in situazioni di scontro bellico”, per cui serve un maggiore impegno della Comunità internazionale.

Non dobbiamo dimenticare che le violazioni gravi del diritto internazionale umanitario sono crimini di guerra, e che non è sufficiente rilevarli, ma è necessario prevenirli

E “anche quando si tratta di esercitare il diritto alla legittima difesa”, afferma il Papa, “è indispensabile attenersi ad un uso proporzionato della forza”.

Cessate il fuoco e liberazione degli ostaggi, aiuti a Gaza

Le parole del Pontefice sono precedute dal saluto del decano del Corpo diplomatico, l’ambasciatore di Cipro George Poulides, e dall’elenco dei passi avanti compiuti dalla Santa Sede a livello diplomatico: l’allacciamento dei rapporti col Sultanato dell’Oman, la nomina di un Rappresentante pontificio residente in Vietnam, l’Accordo col Kazakhstan, gli anniversari delle relazioni con Panama, Iran, Corea, Australia.

Francesco passa poi al fulcro della sua riflessione, la pace, “in un momento storico in cui – rileva – è sempre più minacciata, indebolita e in parte perduta”. Il pensiero è in particolare per Israele e Palestina per cui il Papa, come in ogni intervento pubblico negli ultimi tre mesi, ribadisce la sua preoccupazione e la condanna di “ogni forma di terrorismo ed estremismo”.

Ribadisco il mio appello a tutte le parti coinvolte per un cessate-il-fuoco su tutti i fronti, incluso il Libano, e per l’immediata liberazione di tutti gli ostaggi a Gaza. Chiedo che la popolazione palestinese riceva gli aiuti umanitari e che gli ospedali, le scuole e i luoghi di culto abbiano tutta la protezione necessaria

Al contempo il Papa chiede che “la popolazione palestinese riceva gli aiuti umanitari e che gli ospedali, le scuole e i luoghi di culto abbiano tutta la protezione necessaria”. Si rivolge quindi alla comunità internazionale perché “percorra con determinazione la soluzione di due Stati, uno israeliano e uno palestinese”, come pure di “uno statuto speciale internazionalmente garantito per la Città di Gerusalemme, affinché israeliani e palestinesi possano finalmente vivere in pace e sicurezza”.

La Siria non soffra più per le sanzioni, il Libano abbia un presidente

Il conflitto a Gaza destabilizza una regione già fragile e carica di tensioni, evidenzia ancora il Papa, menzionando la Siria “che vive nell’instabilità economica e politica, aggravata dal terremoto del febbraio scorso”. Per la popolazione martoriata Francesco invoca “un dialogo costruttivo e serio” tra le parti e “soluzioni nuove” perché “non abbia più a soffrire a causa delle sanzioni internazionali”. Eguale sofferenza la esprime per il Libano, auspicando il superamento dello “stallo istituzionale” che lo mette ancora più in ginocchio: “Il Paese dei Cedri abbia presto un presidente”.

Con lo sguardo al continente asiatico, il Papa richiama l’attenzione sul Myanmar e incita a ogni sforzo “per dare speranza a quella terra e un futuro degno alle giovani generazioni”, senza dimenticare l’emergenza umanitaria dei Rohingya. In Asia non mancano tuttavia “segni di speranza” e il viaggio in Mongolia di settembre ne è stato la dimostrazione, afferma il Pontefice.

Porre fine alla guerra incancrenita in Ucraina

Lo è stato pure quello in Ungheria: un viaggio “nel cuore dell’Europa” dove si è avvertita “la vicinanza di un conflitto che non avremmo ritenuto possibile nell’Europa del XXI secolo”. È la guerra “su larga scala della Federazione Russa contro l’Ucraina”; dopo quasi due anni, “la tanto desiderata pace non è ancora riuscita a trovare posto nelle menti e nei cuori, nonostante le numerosissime vittime e l’enorme distruzione”, scandisce Papa Francesco.

Non si può lasciare protrarre un conflitto che va incancrenendosi sempre di più, a detrimento di milioni di persone, ma occorre che si ponga fine alla tragedia in atto attraverso il negoziato, nel rispetto del diritto internazionale

Preoccupazione per il Caucaso e per l’Africa

Ancora, il Papa si dice preoccupato per “la tesa situazione” tra Armenia e Azerbaigian, per cui esorta alla firma di un Trattato di pace, e per la “sofferenza di milioni di persone per le molteplici crisi umanitarie in cui versano vari Paesi sub-sahariani”, a causa di terrorismo, problemi socio-politici, cambiamenti climatici. A questo si sommano “le conseguenze dei colpi di stato militari” in alcuni Paesi (8 in 3 anni, tra cui Mali, Niger e Burkina Faso) e “processi elettorali caratterizzati da corruzione, intimidazioni e violenza”. Il Papa rinnova l’appello per la fine dei combattimenti nel Tigray, delle violenze che assillano l’Etiopia e per la stabilità nel Corno d’Africa. Cita poi il Sudan, dove dopo mesi di guerra civile “non si vede ancora una via di uscita”, e le situazioni degli sfollati in Camerun, Mozambico, Repubblica Democratica del Congo e Sud Sudan. Paesi, questi ultimi due, visitati a inizio 2022.

Appello per il Nicaragua

Lo sguardo del Successore di Pietro si amplia alle Americhe e in particolare alla situazione in Nicaragua che desta grande “preoccupazione”. È una crisi “che si protrae nel tempo con dolorose conseguenze per tutta la società nicaraguense, in particolare per la Chiesa Cattolica”, afferma Francesco.

La Santa Sede non cessa di invitare ad un dialogo diplomatico rispettoso per il bene dei cattolici e dell’intera popolazione

I civili non sono “danni collaterali”

Con gli occhi fissi ai tanti, troppi, moderni conflitti, Jorge Mario Bergoglio deplora gli attacchi indiscriminati alla popolazione civile: “Sembra non essere osservato più il discernimento tra obiettivi militari e civili” dice, citando come “prova evidente” quanto accade in Ucraina e a Gaza. “Forse non ci rendiamo conto che le vittime civili non sono ‘danni collaterali’. Sono uomini e donne con nomi e cognomi che perdono la vita. Sono bambini che rimangono orfani e privati del futuro. Sono persone che soffrono la fame, la sete e il freddo o che rimangono mutilate a causa della potenza degli ordigni moderni”.

Se riuscissimo a guardare ciascuno di loro negli occhi, a chiamarli per nome e ad evocarne la storia personale, guarderemmo alla guerra per quello che è: nient’altro che un’immane tragedia e ‘un’inutile strage’, che colpisce la dignità di ogni persona su questa terra

Salvare vite con le risorse investite per le armi

Ma se queste guerre continuano è anche grazie all’enorme disponibilità di armi, evidenzia il Papa. “Occorre perseguire una politica di disarmo poiché è illusorio pensare che gli armamenti abbiano un valore deterrente”. La disponibilità di armi ne incentiva, anzi, uso e produzione. E le armi “creano sfiducia e distolgono risorse”.

Quante vite si potrebbero salvare con le risorse oggi destinate agli armamenti? Non sarebbe meglio investirle in favore di una vera sicurezza globale?

Il Papa rilancia la proposta di “un Fondo mondiale per eliminare finalmente la fame e promuovere uno sviluppo sostenibile dell’intero pianeta”. Torna poi a puntare il dito contro arsenali nucleari e ordigni sempre più sofisticati e distruttivi, ribadendo per l’ennesima volta “l’immoralità di fabbricare e detenere armi nucleari”. Infine auspica che si giunga presto alla ripresa dei negoziati per il riavvio del cosiddetto Accordo sul nucleare iraniano.

Fame e sfruttamento delle risorse, causa di conflitti

Tutto questo non sarebbe comunque sufficiente per il perseguimento della pace, perché, annota il Papa, “occorre estirpare alla radice le cause delle guerre”. Prima fra tutte la fame, “piaga che colpisce tuttora intere regioni della Terra”. Poi lo sfruttamento delle risorse naturali, “che arricchisce pochi, lasciando nella miseria e nella povertà intere popolazioni”. È vero che ci sono “disastri che la mano dell’uomo non può controllare”, osserva Francesco, come i terremoti in Marocco, Cina, Turchia, Siria o l’alluvione in Libia. “Vi sono però i disastri che sono imputabili anche all’azione o all’incuria dell’uomo e che contribuiscono gravemente alla crisi climatica in atto”.

La Cop28 e il multilateralismo attraverso la questione climatica

Il pensiero, in tal senso, va alla Cop28 di Dubai, alla quale il Papa non ha potuto partecipare a causa di una bronchite acuta. Per Francesco è stato “un passo incoraggiante” l’adozione del documento finale perché “rivela che, di fronte alle tante crisi che stiamo vivendo, vi è la possibilità di rivitalizzare il multilateralismo attraverso la gestione della questione climatica globale”.

I migranti, immane tragedia

I temi di guerre, povertà, abuso della casa comune, introducono quello del fenomeno migratorio: sono queste infatti le principali cause che costringono migliaia di persone “ad abbandonare la propria terra alla ricerca di un futuro di pace e sicurezza”. Il Papa passa in rassegna le frontiere mondiali dei flussi migratori: dal Sahara alla foresta del Darién fino al Mediterraneo, divenuto nell’ultimo decennio “un grande cimitero” con il susseguirsi di tragedie causate anche da “trafficanti di esseri umani senza scrupoli”. Come a Marsiglia, Francesco chiede che il Mare Nostrum diventi “un laboratorio di pace” e che, dinanzi a questa “immane tragedia”, nessuno si trinceri “dietro la paura di una ‘invasione’”.

Dimentichiamo facilmente che abbiamo davanti persone con volti e nomi e tralasciamo la vocazione propria del Mare Nostrum, che non è quella di essere una tomba, ma un luogo di incontro e di arricchimento reciproco fra persone, popoli e culture

Nessun Paese sia solo nella sfida delle migrazioni

Ciò non toglie, chiarisce il Papa, che “la migrazione debba essere regolamentata” nel rispetto della cultura, della sensibilità e della sicurezza dei Paesi che si fanno carico di accoglienza e integrazione. D’altra parte, occorre pure richiamare “il diritto di poter rimanere nella propria Patria”. L’importante, aggiunge il Pontefice, è che dinanzi a questa sfida nessun Paese venga “lasciato solo”

Né alcuno può pensare di affrontare isolatamente la questione attraverso legislazioni più restrittive e repressive, approvate talvolta sotto la pressione della paura o per accrescere il consenso elettorale

In tal senso, il Papa dice di accogliere “con soddisfazione” l’adozione dell’UE del nuovo Patto sulla Migrazione e l’Asilo, del quale comunque rileva “alcuni limiti” specialmente per ciò che concerne “il riconoscimento del diritto d’asilo” e “il pericolo di detenzioni arbitrarie”.

Maternità surrogata, pratica deprecabile

“La via della pace esige il rispetto della vita”, afferma poi Francesco nel discorso, “di ogni vita umana, a partire da quella del nascituro nel grembo della madre, che non può essere soppressa, né diventare oggetto di mercimonio”. Al riguardo, il Papa definisce “deprecabile” la cosiddetta maternità surrogata, “fondata sullo sfruttamento di una situazione di necessità materiale della madre”.

Un bambino è sempre un dono e mai l’oggetto di un contratto

Tale pratica andrebbe proibita “a livello universale”, secondo il Papa. Che esprime rammarico pure per il fatto che, specie in Occidente, si sta persistentemente diffondendo “una cultura della morte, che, in nome di una finta pietà, scarta bambini, anziani e malati”. La vita umana va rispettata sempre, insiste, perché essa è via di pace.

La teoria del gender “pericolosissima”

Via di pace è anche “il rispetto dei diritti umani”, così come chiaramente formulati nella Dichiarazione Universale dei Diritti Umani di cui ricorre il 75° anniversario. “Purtroppo – osserva Papa Bergoglio – i tentativi compiuti negli ultimi decenni di introdurre nuovi diritti, non pienamente consistenti rispetto a quelli originalmente definiti e non sempre accettabili, hanno dato adito a colonizzazioni ideologiche”. Tra queste si annovera la teoria del gender, “pericolosissima perché cancella le differenze nella pretesa di rendere tutti uguali”.

Tali colonizzazioni ideologiche provocano ferite e divisioni tra gli Stati, anziché favorire l’edificazione della pace

Rinvigorire le strutture di diplomazia multilaterale oggi indebolite

Il dialogo, invece, dev’essere l’anima della Comunità internazionale. Il Papa lamenta in tal senso l’“indebolimento” delle strutture di diplomazia multilaterale create dopo il secondo conflitto mondiale per favorire sicurezza e cooperazione e che invece oggi “non riescono più a unire tutti i loro membri intorno a un tavolo”.

C’è il rischio di una “monadologia” e della frammentazione in “club” che lasciano entrare solo Stati ritenuti ideologicamente affini. Anche quegli organismi finora efficienti, concentrati sul bene comune e su questioni tecniche, rischiano una paralisi a causa di polarizzazioni ideologiche, venendo strumentalizzati da singoli Stati

Per rilanciare un comune impegno a servizio della pace occorre “recuperare le radici, lo spirito e i valori che hanno originato quegli organismi”, tenendo conto del mutato contesto.

Importante che i giovani vadano alle urne

In tema di politica, Papa Francesco rammenta che il 2024 vedrà molti Stati sotto elezioni: “Un momento fondamentale della vita di un Paese, poiché consentono a tutti i cittadini di scegliere responsabilmente i propri governanti”. È perciò importante – rimarca – che i cittadini, specialmente i giovani chiamati alle urne per la prima volta, “avvertano come loro precipua responsabilità quella di contribuire all’edificazione del bene comune, attraverso una partecipazione libera e consapevole alle votazioni”.

Libertà religiosa e rispetto delle minoranze:

Spazio anche al tema del dialogo interreligioso, quindi della tutela della libertà religiosa e del rispetto delle minoranze: “Duole, ad esempio, constatare come cresca il numero di Paesi che adottano modelli di controllo centralizzato sulla libertà di religione, con l’uso massiccio di tecnologia”, dice Francesco. Peggio in altri luoghi dove le comunità religiose minoritarie sono “a rischio di estinzione”, a causa di “una combinazione di azioni terroristiche, attacchi al patrimonio culturale e misure più subdole come la proliferazione delle leggi anti-conversione, la manipolazione delle regole elettorali e le restrizioni finanziarie”.

No all’antisemitismo

Situazioni preoccupanti come è “preoccupante” l’aumento degli atti di antisemitismo verificatisi negli ultimi mesi.

Ancora una volta sono a ribadire che questa piaga va sradicata dalla società, soprattutto con l’educazione alla fraternità e all’accoglienza dell’altro

Oltre 360 milioni di cristiani vittime di persecuzioni

Parimenti il Pontefice denuncia la crescita di persecuzione e discriminazione nei confronti dei cristiani, soprattutto negli ultimi dieci anni. Essa riguarda non di rado “fenomeni di lenta marginalizzazione ed esclusione dalla vita politica e sociale e dall’esercizio di certe professioni che avvengono anche in terre tradizionalmente cristiane”. In generale sono oltre 360 milioni i cristiani vittime a causa della propria fede e sempre di più quelli “costretti a fuggire dalle proprie terre d’origine”.

Un uso etico delle nuove tecnologie

Per sanare queste ferite, il Papa chiama in causa l’educazione quale “principale investimento sul futuro e sulle giovani generazioni” e, insieme, l’“uso etico delle nuove tecnologie” che possono facilmente diventare strumenti di divisione o fake news, ma anche “mezzo di incontro” e “scambi reciproci”. Il Papa esorta a “una riflessione attenta” a livello nazionale e internazionale, politico e sociale, perché “lo sviluppo dell’intelligenza artificiale si mantenga al servizio dell’uomo”. In tale prospettiva sono di particolare rilevanza le due Conferenze Diplomatiche dell’Organizzazione Mondiale della Proprietà Intellettuale che avranno luogo nel 2024 e alle quali la Santa Sede parteciperà come Stato membro.

Speciale attenzione va prestata alla tutela del patrimonio genetico umano, impedendo che si realizzino pratiche contrarie alla dignità dell’uomo, quali la brevettabilità del materiale biologico umano e la clonazione di esseri umani

Sguardo al Giubileo

A concludere il discorso uno sguardo al Giubileo che inizierà nel Natale 2024. “Forse oggi più che mai abbiamo bisogno dell’anno giubilare”, chiosa il Papa. Di fronte a sofferenze e disperazione, “di fronte ai nostri giovani, che invece di sognare un futuro migliore si sentono spesso impotenti e frustrati”, di fronte alla “oscurità di questo mondo”, il Giubileo “è l’annuncio che Dio non abbandona mai il suo popolo e tiene sempre aperte le porte del suo Regno”. Magari, conclude il Papa, potrà essere per cristiani e non solo “il tempo in cui una nazione non alzerà più la spada contro un’altra nazione, né si imparerà più l’arte della guerra”.

La seconda nascita della Russia ortodossa

di Stefano Caprio- Asia news – 7 Gennaio 2024

In Russia l’osservanza del 7 gennaio come data del Natale del calendario giuliano esalta in maniera particolare quest’anno la proclamazione del patriarcato di Mosca come “unica vera Chiesa”. Ma rinascita della fede patriottica non è l’unica definizione dell’Ortodossia russa attuale. C’è anche il percorso di chi come il protoierej in esilio Andrej Kordočkin prega con le parole: “Restituiscimi mia madre”.

Le festività natalizie ortodosse di quest’anno rimarcano ulteriormente la contrapposizione tra le Chiese e i popoli della Russia e dell’Ucraina. Dopo che a Kiev è stata presa la decisione di dichiarare il 25 dicembre come giorno ufficiale della festa statale, celebrata dalle giurisdizioni ecclesiastiche della Chiesa ortodossa autocefala e della Chiesa greco-cattolica, l’osservanza del 7 gennaio come data del calendario giuliano esalta la proclamazione del patriarcato di Mosca come “unica vera Chiesa”, in contrapposizione a tutte le depravazioni non solo morali, ma perfino liturgiche, dell’Occidente eretico e scismatico.

In realtà non sono solo i russi a rimanere fedeli al vecchio calendario, una scelta che risale al tempo della stessa creazione del patriarcato di Mosca. Il nuovo calendario fu introdotto dal papa Gregorio XIII nel 1582, e sette anni dopo venne istituito a Mosca il patriarcato, una nuova realtà ecclesiastica che doveva rifulgere come la “Terza Roma” chiamata a salvare il mondo anche con le date “tradizionali”, oltre che con i dogmi antichi e i valori morali e sociali. Oggi celebrano al 7 gennaio (pur sempre il 25 dicembre secondo il calendario giuliano) molte Chiese ortodosse in ordine sparso, secondo il grado di fedeltà alle abitudini locali e di affermazione di una propria identità specifica, magari proprio per distinguersi da altre espressioni della stessa Ortodossia, come è capitato storicamente alle varie giurisdizioni di lingua greca, romena, slava o siriaca, e come oggi ripropone il dramma della rottura tra russi e ucraini.

Per i russi quest’anno è dunque una replica della nascita stessa del patriarcato di Mosca, prima storica identificazione di Chiesa e Popolo, dopo che per un millennio e mezzo le strutture ecclesiastiche avevano sempre cercato di evitare la sovrapposizione etnico-nazionale, sia in Oriente che in Occidente. Paradossalmente, l’analogia con la scelta imposta dallo zar Boris Godunov porterà allo scisma protestante di Martin Lutero e al principio anti-papalino del cujus regio, ejus religio, definito dalla pace di Augusta del 1555 dall’imperatore del Sacro Romano Impero Carlo V d’Asburgo – anch’egli come i russi alla ricerca di una efficace translatio imperii – per determinare la religione imperiale nella coesistenza tra luteranesimo e cattolicesimo. Le popolazioni di confessione diversa da quella dei principi a cui erano sottomesse dovevano adattarsi, oppure emigrare.

La definizione più esplicita di questa riscoperta del patriarcato imperiale l’ha offerta in questi giorni l’arcivescovo di Zelenograd, Savva (Tutunov), fedelissimo del patriarca di Mosca Kirill e suo vicario episcopale. Sul suo canale Telegram Cogito ergo sum egli parla di questo Natale 2024 come “la rinascita della Rus’ Ortodossa e del popolo russo, sotto l’aquila bicipite si rifonde la grande famiglia degli slavi”. Facendo un bilancio dell’anno passato, Savva ricorda anzitutto le perdite, “i nostri militi e le nostre persone pacifiche, anche in questi ultimi giorni”, ma questo non deve gettare nello sconforto, perché “la loro perdita ci rafforza, essi sono testimoni della nostra gloria, della nostra forza e della nostra unità”.

Tutunov non è soltanto l’ennesimo satellite del vulcanico patriarca, abituato a innalzare e disfarsi dei più stretti collaboratori con ritmi frenetici. 46 anni, nato in periferia di Parigi da una famiglia di emigrati russi di origine aristocratica di primo livello (discendenti del principe Golitsyn), Sergej (il suo nome di nascita) cominciò a frequentare la cattedrale russa di S. Aleksandr Nevskij a Parigi, centro della giurisdizione costantinopolitana creata per i russi emigrati dopo la rivoluzione, e soppressa nel 2018 dal patriarca Bartolomeo poco prima di approvare l’autocefalia ucraina, in modo da non avere più legami diretti con la Russia. Dopo aver ottenuto la laurea in matematica superiore all’università di Parigi, Sergej entrò nel seminario ortodosso di Mosca, prendendo nel 2001 i voti monastici con il nome di Savva in onore dell’omonimo “difensore di Mosca” Savva Storoževskij, un monaco che a inizio Quattrocento ispirò le armate del principe Dmitrij Donskoj contro i tatari accampati a Zvenigorod, vicino alla capitale. Tornò a Parigi al servizio dei russi costantinopolitani, ma poco dopo fu richiamato a Mosca entrando nella squadra dell’allora metropolita Kirill (Gundjaev), al dipartimento per le relazioni esterne del patriarcato, diventando archimandrita a soli 30 anni.

Dopo la rottura con Costantinopoli, Savva fu uno dei più decisi nel convincere sacerdoti e vescovi in Europa a confluire nel patriarcato russo, e fu premiato da Kirill nel 2019 con il titolo di vescovo di Zelenograd, creato apposta per lui, e vicario del patriarca di tutte le Russie. Egli quindi rappresenta il modello più evidente di affermazione ecclesiastica del russkij mir, che raduna tutti i propri figli da qualunque parte del mondo: un russo-francese, che non accetta la deriva occidentale degli altri ortodossi e riafferma la sua vera identità. È la variante dogmatico-canonica dell’inno Ja russkij! – Io sono russo! del cantante Šaman, diventato ormai anche il jingle della nuova campagna elettorale dello zar.

Savva scrive nel suo messaggio che “finalmente abbiamo trovato la giusta formulazione della idea russa”, che svela al mondo “chi sono i russi: un etnos formato da coloro che si considerano russi, che lo siano per nascita o per sincera adesione, coloro che amano la cultura russa e la sua storia, adottano i costumi dei russi, conoscono o perlomeno apprezzano la lingua russa, condividono gli ideali spirituali russi, sono ortodossi o hanno rispetto per l’Ortodossia, come nostra fede formativa del popolo”. I russi etnici sono solo l’avanguardia del “popolo multicomposito della Russia”, usando il neologismo mnogosostavnyj, e quindi secondo il giovane arcivescovo “chiunque si riconosce in questi requisiti può dire di sé stesso: Io sono russo!, e un combattente per la causa della Russia può gridare: Noi siamo russi, e Dio è con noi!”.

Per ribadire la sua consonanza con il canto patriottico, Savva allega una composizione profetica rispetto al rock di Šaman, una poesia del 1908 di Jakob Arakin, scritta al tempo dell’occupazione russa di Harbin in Cina, dove il poeta è vissuto ed è morto. In essa si canta proprio l’identità del russo al di fuori di ogni confine: Io sono russo, e pur se nato al settentrione / mi sono care anche le terre del mezzogiorno, / io credo nella mia amata regione / nel regno vittorioso degli slavi! / Io credo che giungerà il tempo / quando sotto l’aquila bicipite / si fonderà la grande famiglia degli slavi (l’augurio di Savva per questo Natale), concludendo con il ritornello Io sono russo, e prego per i giorni senza timore / per la patria da Dio amata / la Rus’ che io amo più della vita / che io amo con tutto il mio cuore!

La rinascita della fede patriottica, peraltro, non è l’unica definizione dell’Ortodossia russa attuale. Molti altri sacerdoti russi sono stati rigettati e anatemizzati per la loro negazione dell’interpretazione bellica della religione, e anch’essi hanno inviato i loro auguri su siti alternativi, per lo più dall’estero, dove continuano a svolgere il loro servizio ecclesiale nelle Chiese che non si allineano al patriarcato di Mosca, non solo in Ucraina, ma in tutto il mondo ortodosso, seguendo l’itinerario diametralmente opposto a quello del vescovo Savva.

Uno di questi è il protoierej Andrej Kordočkin, che racconta sul canale YouTube di Meduza come “un anno fa camminavo per le vie di Belgrado, e ho visto su un muro un graffito con una caricatura malevola del volto di Vladimir Putin, con a fianco una scritta: Restituisci mia madre! È quello che provano molte persone in tutto il mondo, giovani e meno giovani, credenti e non credenti: molti chiedono il ritorno delle persone travolte dalla guerra, ma forse quella scritta chiedeva la restituzione della vera Madre Russia, tradita da chi ora l’ha resa un mostro irriconoscibile”. Padre Andrej riconosce che “la Chiesa, perlomeno io personalmente, non ha una risposta a queste richieste, ma possiamo cercare di avvicinarci, alla luce del vangelo”.

Il sacerdote, ex-segretario dell’esarcato ispano-portoghese del patriarcato di Mosca, da cui è stato cacciato, ricorda l’episodio del cieco nato nel vangelo di Giovanni, a cui i farisei e i sacerdoti fanno l’interrogatorio come se fossero membri dei servizi dell’Fsb, incutendo timore negli stessi genitori del miracolato: “sanno che chiunque manifesterà la sua fede in Cristo verrà espulso dalla sinagoga”. Anche il cieco viene mandato via, perché “quando uno dei ciechi comincia a vedere, egli diventa uno di troppo, diventa pericoloso”. Secondo padre Andrej, è quello che oggi si applica alla “difesa dei valori tradizionali, che non sono sbandierati dal vangelo, perché per il cristianesimo questi valori non vanno difesi e inculcati: essi sono evidenti, e devono semplicemente essere vissuti”.

Questa è la differenza tra la fede “patriottica” e quella “ecumenica”, o semplicemente cristiana, conclude Kordočkin: “non imporre delle risposte, ma ascoltare le domande, e rendersi disponibili al miracolo della guarigione, recuperando la vista”. Il cieco nato è simbolo del battesimo pasquale, il vero contenuto del Natale e la vera rinascita della Russia, la rinascita dell’uomo.

Europa: il valore dell’aiuto a Kiev

di Maurizio Ferrera| 6 gennaio 2024 – Corriere della Sera

Settant’anni e più di pace, democrazia e welfare hanno fatto perdere ai cittadini Ue la consapevolezza che alla base della politica c’è sempre la minaccia della violenza

  • Nell’ultimo mese la guerra in Ucraina si è seriamente inasprita. Gli scontri di terra sono raddoppiati, fra il 29 dicembre e il 2 gennaio Putin ha lanciato una quantità di missili e bombe pari a due mesi di produzione. Le forze armate di Kiev si trovano sotto crescente pressione, dati anche i ritardi degli aiuti occidentali. Intanto le opinioni pubbliche europee sono sempre più tiepide nei confronti dell’ Ucraina. I sondaggi segnalano un calo di attenzione e preoccupazione per la guerra.

In Italia un terzo degli elettori preferirebbe interrompere le forniture belliche. I favorevoli sono ancora in maggioranza (il 47%, quattro punti in meno dello scorso aprile, secondo Swg), ma gran parte di loro ritiene che Kiev dovrebbe negoziare con Putin, anche al prezzo di cedere in tutto o in parte i territori occupati. Crescono anche coloro che si dichiarano equidistanti fra Russia e Ucraina, e circa il 10% si schiera apertamente dalla parte di Putin.

Sappiamo che in democrazia l’attenzione politica segue cicli brevi, il protrarsi di un problema tende a generare fastidio, soprattutto se causa costi per la collettività. Oggi l’unica cosa che sembra contare è la fine delle ostilità, quale che sia l’esito per le parti in gioco. L’impazienza genera un circolo vizioso: la gente si informa meno e così perde sia la memoria sulle responsabilità della guerra sia la percezione della minaccia. Nei primi mesi dopo l’invasione, tutti seguivano giornalmente gli avvenimenti. Ora gli italiani informati sulla guerra sono meno del 40%. La minaccia è però tutt’altro che passata. Il leader del Cremlino continua a lanciare messaggi ostili alla Ue, in particolare alla Finlandia e ai Paesi Baltici. Il ministro della Difesa tedesco ha dichiarato lo scorso 18 dicembre che non si può escludere uno scontro diretto fra Ue e Russia entro la fine del decennio.

Per capire perché, esattamente, Putin rappresenta un pericolo occorre tenere bene a mente qual è la natura del regime da lui instaurato. L’ultimo rapporto di Freedom House (una delle dieci più affidabili istituzioni di valutazione politica occidentali, secondo l’Università di Oxford) fornisce a questo proposito indicazioni inquietanti. Nei territori occupati continua la sequenza di uccisioni di civili, violenze sessuali, saccheggi da parte dei militari russi. I prigionieri sono trattati in modo disumano, in violazione di tutte le convenzioni internazionali. Un numero impressionante di residenti sono sottoposti a umilianti procedure di «filtraggio» per valutare la loro «affinità» con il regime russo. I non affini sono deportati, molti spariscono, le famiglie vengono separate. Il tutto, ricordiamo, per «denazificare» l’Ucraina.

Dopo l’invasione, Putin ha introdotto una vera e propria ondata di leggi repressive che hanno definitivamente soffocato i pochi barlumi di libertà e democrazia rimasti in Russia. In tutto il Paese vige di fatto la legge marziale. I media e le ong non «organiche» sono state chiuse, migliaia di dissidenti (o persone comuni accusate di esserlo) imprigionati, ogni manifestazione di critica è diventata reato. «La violenza di Stato priva di ogni limite è oggi la caratteristica distintiva del regime russo», sostiene Freedom House. Ricordiamo peraltro che, quando parliamo di Russia, possiamo riferirci soltanto a Putin e a una ristretta cerchia di politici e militari che assistono il presidente nel prendere ogni decisione. Il popolo ucraino sta in realtà combattendo contro un manipolo di despoti, che hanno un seguito solo nella misura in cui fanno valere le loro smisurate risorse di coercizione.

Come possiamo assuefarci a tutto questo? Settant’anni e più di pace, democrazia e welfare hanno fatto perdere ai cittadini Ue la consapevolezza che alla base della politica c’è sempre la minaccia della violenza. Come diceva Norberto Bobbio, la pace tiene a bada il massimo dei mali (la morte violenta, appunto) ma non persegue il massimo dei beni. Innanzitutto perché i valori sono tanti e non tutti compatibili fra loro. In secondo luogo, perché quando qualcuno perpetra violenza gratuita (come in una guerra di aggressione) è lecito difendersi, e non lo si può fare solo con i «paternostri». Certo, occorre favorire il negoziato, cercare il compromesso, il quale implica sempre cessioni reciproche fra le parti. In situazioni di guerra, il realismo impone a volte di accettare anche cessioni asimmetriche (la giustizia del più forte) pur di minimizzare il massimo dei mali. Ma anche le scelte basate sul calcolo delle conseguenze, ispirate dall’etica della responsabilità, hanno le loro linee rosse: condizioni su cui non si può transigere. Questo è ben chiaro alla stragrande maggioranza degli ucraini, che non sono disposti a rinunciare all’autodeterminazione e alla propria sovranità. Due anni fa sembravano obiettivi condivisi anche in Europa. Oggi la posta in gioco è ancora più alta: riguarda il confronto a tutto campo tra regimi democratici e autoritari. L’asse fra Russia e Cina si sta infatti allargando alla Corea del Nord e all’Iran che riforniscono Putin di armamenti. Da che parte stanno i cittadini dell’Unione europea, che fra qualche mese avranno il privilegio di esprimere liberamente un voto per il proprio Parlamento democratico?

Biotecnologia, la rivoluzione più pericolosa

diMassimo Sideri| 5 gennaio 2024- Corriere della sera

Scienza e medicina: è stata autorizzata negli Stati uniti la prima terapia con la tecnica Crispr, una sorta di «taglia e incolla» del Dna sul genoma umano

Mentre tutti noi siamo distratti a giocare con ChatGPT e a seguire le sue saghe societarie come se si trattasse di una nuova edizione de «Il Signore degli anelli«, il 2023 ha calato il suo sipario con un’altra profonda rivoluzione che non solo promette di cambiarci la vita — come, certo, accadrà con l’intelligenza artificiale — ma che lo ha già fatto: la genetica. La Federal and Drug Administration Usa, la potente authority che regolamenta il mercato dei farmaci e delle molecole a scopo sanitario, ha autorizzato la prima terapia con la tecnica del Crispr, una sorta di taglia e incolla del Dna che permette di intervenire sul genoma umano. Si tratta, come sintetizzato bene in un bel libro di Anna Meldonesi, della storia delle «due donne che crearono l’uomo». Le due donne sono le scienziate Jennifer Doudna e Emmanuelle Charpentier, entrambe premio Nobel per la Chimica 2020 per aver dato vita alla rivoluzionaria tecnologia di editing genetico Crispr Cas-9. In sostanza — gli scienziati ci perdonino per la semplificazione — una tecnica per tagliare e incollare pezzi di genoma umano come fossero un testo in word.

Le implicazioni etiche non sfuggono: intervenire su un gene malfunzionante in corso è una cosa. Decidere di cambiare a priori il Dna dei propri figli un’altra. Chi deciderà quando si starà camminando su questa sottile lama di rasoio con i piedi scalzi? Forse siamo già sul baratro, perché il solo fatto che la tecnologia lo permetta (per ora i limiti sono solo legati ai tanti misteri che non abbiamo risolto del genoma umano) è di per sé un rischio enorme. Lo dimostra il fatto che in Cina una fuga solitaria ha già portato alla nascita di due (o forse tre) bambini il cui Dna era stato modificato nella fase embrionale, nel 2018, per resistere al virus dell’Hiv. Lo scienziato He Jankui (nel frattempo entrato e uscito di prigione) aveva usato la tecnica Crispr. Di fatto si tratta dei primi esseri umani geneticamente modificati dalla nascita. Ben diverso dalle terapie geniche che intervengono per curare una malattia.

Il mondo ha già vissuto la follia degli esperimenti nazisti, la selezione della specie a priori. Il quadro è molto cambiato, lo spirito è diverso, ma la distanza che separa il santo dal folle, come scriveva Umberto Eco ne Il Nome della rosa, è talvolta invisibile: potremmo ritrovarci a fare del male pensando di fare del bene. Non è sufficiente dirci: non lo faremo. Non saremo così stupidi. Anche perché a dispetto della complessità della doppia elica del Dna la tecnica è insospettabilmente facile da applicare. Senza considerare i nuovi diritti che nascono con la tecnologia: chi decide per i bambini che devono ancora nascere? L’amore dei genitori potrebbe non bastare. Siamo già sulla frontiera della scienza. Solo pochi mesi fa era stato consegnato il Nobel a Katalin Karikó e Drew Weissman per la comprensione dei meccanismi di utilizzo dell’Rna Messaggero nei vaccini, dopo che questi studi avevano contribuito a salvare il mondo dalla pandemia. Si tratta di una strada ormai imboccata su cui l’accelerazione potrebbe superare anche quella a cui ci ha abituati il dibattito sull’AI.

D’altra parte la medicina è rimasta sostanzialmente una variante, o poco più, della magia fino all’Ottocento quando Ignác Semmelweis — un medico ungherese che ne pagò le conseguenze — introdusse l’igiene, il semplice lavaggio delle mani, nei reparti di natalità degli ospedali. Salvò in prospettiva milioni di vite. Fu una delle prime rivoluzioni sociali e culturali, anticipata solo dall’intuizione del concetto di terapia avvenuta con il dottor James Lind che nel Settecento, sulla sua nave, comprese come tenere a bada lo scorbuto. Tra i passaggi epocali non può essere dimenticata l’anestesia introdotta dal dentista Wells (il neologismo venne inventato da un poeta, Oliver Wendell Holmes, a cui sembrò la sconfitta del dolore). Arrivò nel Novecento Alexander Fleming con gli antibiotici e nel 1991 si giunse ai primi esperimenti sulle cellule staminali del sangue (fatti da Claudio Bordignon). Milano, non Boston. Se le prime tre rivoluzioni hanno cambiato per sempre la nostra vita, la quarta, quella delle biotecnologie, non solo la muterà ma, incrociandosi con l’intelligenza artificiale, ci porrà di fronte al rischio di sentirci dei. Un (vecchio) pericolo su cui iniziare a riflettere.

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