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Dov’è finita la Russia?

di Stefano Caprio- Asia News  –  8 Luglio 2023

Tutta l’incredibile vicenda degli ultimi giorni, la marcia e la fuga di Prigožin, il ritorno a casa e la vergogna dei generali e dei funzionari, è davvero una replica di tante pagine della letteratura russa. A partire dalle dimensioni grottesche descritte nei personaggi del romanzo più russo della storia, le Anime Morte dell’ucraino di nascita Nikolaj Gogol’

Sono passate due settimane dalla “marcia della giustizia” della compagnia Wagner di Evgenij Prigožin, che ha percorso quasi 800 chilometri da Rostov a Tula, nei pressi di Mosca, con 25mila uomini, mercenari armati pronti a mettere a ferro e fuoco il Cremlino, per poi fare una bella inversione a U, e scomparire nel nulla. Da allora in Russia e nel mondo intero ci si angoscia con domande che manifestano un totale smarrimento geo-psichico, politico e morale: dov’è finito Prigožin? E dove sono i 25mila? E i generali che comandano le grandi armate, da Gerasimov a Surovikin? Prima ancora: dov’era Putin mentre era in corso la marcia su Mosca? Era nel bunker, in una villa di San Pietroburgo, nel castello sul mare, su uno yacht di un amico oligarca? Sono solo alcune delle questioni esistenziali e delle ipotesi metafisiche su cui si arrovellano politici, esperti e commentatori vari, e finora di risposte credibili se ne sono sentite poche, soprattutto rispetto alla domanda di fondo: dov’è finita la Russia?

Non è soltanto una domanda retorica, visto lo sconcerto che i “torbidi wagneriani” hanno provocato nelle anime dei russi e di tutte le persone estenuate da oltre 500 giorni di guerra insensata. È una domanda classica dell’anima russa, della sua storia e della sua cultura. Le vicende di questi ultimi anni stanno riportando sempre più la Russia alle dimensioni grottesche descritte nei personaggi del romanzo più russo della storia, le Anime Morte dell’ucraino di nascita Nikolaj Gogol’ a metà dell’Ottocento. In esse si narra la storia dell’imbroglione Pavel Čičikov, che già allora cercava di mettere insieme la sua “compagnia Wagner” di 25mila anime in realtà inesistenti, da arruolare presso i vari proprietari terrieri, gli oligarchi del tempo. La descrizione macchiettistica di questi possidenti è davvero una profezia della classe dirigente non solo russa, ma di ogni Paese che vive di menzogne e false pretese.

La corrispondenza impressionante sta nella descrizione della famosa trojka, la carrozza a tre cavalli che trasporta Čičikov da un luogo all’altro della Russia. La trojka è una piccola Trinità (Troitsa), riflessa doppiamente nel protagonista insieme ai due servi e ai tre cavalli in giro per la Russia, evocando la sacra immagine che ancora per dieci giorni troneggia nella cattedrale del Salvatore di Mosca, a gloria del patriarca e dello zar. Nel brano della fuga finale, dopo che l’inganno di Čičikov è stato scoperto, Gogol’ descrive la natura russa, la terra, il paesaggio, quelle coordinate geografiche e spirituali sempre indefinite, che aprono nuovi orizzonti e suscitano continue ambizioni, così descrivendo l’anima russa:

 Ma quale russo non ama la velocità? È mai possibile che ad essa non aneli la sua anima, quell’anima che desidera la vertigine, il pazzo godimento, e a cui talvolta piace esclamare: “Vada tutto al diavolo!”. Come dunque potrebbe non amarla, dal momento che essa ci dà una sensazione esaltante e meravigliosa? Sembra che una forza ignota ti abbia afferrato e posato sulle sue ali, e tu voli, e tutto vola; volano le pietre miliari, ti volano incontro i mercanti sui loro carri coperti, vola ai due lati il bosco con le cupe file di pini e di abeti, con il risuonare dei colpi d’ascia e il gracchiare delle cornacchie; vola tutta la strada perdendosi nella lontananza, non si sa dove, e un non so che di pauroso spira da questo rapido balenare che ti lascia appena intravedere l’oggetto che fugge via; solo il cielo sopra la testa, e le nubi leggere, tra le quali traspare la luna, sembrano immobili. Ah, trojka, sei come un uccello! Chi ti ha inventata? Certo potevi nascere solo tra un popolo ardito, in una terra che non ama scherzare, che si è adagiata come un’immensa pianura per mezzo mondo, e puoi contarne di miglia (…) Non calza stivaloni alla tedesca il cocchiere; ha la barba e i guantoni e sta seduto lo sa il diavolo su che cosa; ma si solleva appena, alza la frusta, intona una canzone, e i cavalli scattano, i raggi delle ruote paiono fondersi in un unico, levigato cerchio, trema la strada, grida il pedone che si ferma spaventato, e la trojka alata vola, vola! E ormai, in lontananza, si vede soltanto qualcosa che solleva polvere e fora l’aria …

Non è così, o Russia, che corri anche tu, come una trojka irraggiungibile? Sotto di te fuma la strada, tremano i ponti, tutto rimane indietro e pare fermarsi. Si ferma, stupefatto dal divino miracolo, lo spettatore: non è forse un fulmine lanciato dal cielo? Che cosa significa questa travolgente corsa? E quale forza sconosciuta in quei cavalli, ignoti al mondo? Ah, cavalli, cavalli … che cavalli siete voi! Un turbine si nasconde forse nella vostra criniera? Un sensibile orecchio arde forse in ogni vostra vena? Avete udito scendere dall’alto la nota canzone, e tutti insieme, in accordo perfetto, avete proteso i petti di bronzo e, quasi senza sfiorare con gli zoccoli la terra, apparite come una linea distesa che vola nell’aria, e la trojka pare lanciata nello spazio da un anelito divino! RUSSIA, DOVE CORRI COSÌ? RISPONDI!

Non risponde. Il suono stupendo delle sonagliere si diffonde, l’aria freme e si trasforma in vento; vola a ritroso tutto ciò che si trova sulla terra e, guardando timorosi, si fanno da parte e le danno la strada gli altri popoli e le altre nazioni.

Nessuna pagina descrive l’anima russa in modo più intenso, una trojka sfrenata che divora il mondo. Questa è solo un’ispirazione letteraria, ma certamente molto elevata: la Russia è la novità che suscita la meraviglia o il terrore del mondo, a seconda della strada che prende, da Oriente a Occidente. Lo stesso Gogol’, del resto, rappresenta questa contraddizione nella sua stessa persona: voleva scrivere la storia della Malorossija-Ucraina, le ha dedicato un ciclo di racconti e romanzi come il noto Taras Bul’ba, per poi esaltarsi all’idea della “missione salvifica universale” della Russia. Le Anime morte volevano essere una Divina Commedia russa, narrata in tre parti: dannazione, redenzione, santificazione. Alla fine della redazione della prima parte “infernale”, il suo mentore Aleksandr Puškin gli disse che aveva descritto la Russia com’era veramente, facendo del giovane scrittore l’arbitro delle grandi diatribe tra “slavofili” e “occidentalisti”, che oggi si rinnovano negli scontri tra russi e ucraini; ma Gogol’ si disperò, perché la Russia che lui aveva in mente doveva essere molto più elevata, e cercò conforto nella religione e nella liturgia ortodossa, da lui descritta meglio di tanti teologi e patriarchi.

Per tornare all’attualità, la macchietta gogoliana di Prigožin è stata “redenta” dal suo inganno grazie alla magnanimità dello zar, e gli sono stati restituiti perfino i soldi e le armi che gli avevano sequestrato. Pare che sia tornato tranquillamente a San Pietroburgo, nella residenza principesca della sua città natale, ma forse è di nuovo in fuga per la Russia e per il mondo, con la sua trojka-aereo privato. E l’intero Paese sprofonda di nuovo nell’incertezza sul proprio destino, sulla guerra e sull’economia, mentre il dollaro sfonda di nuovo la barriera dei 100 rubli, come non accadeva da prima dell’avvento di Putin. Questo è infatti il risultato della sbandierata “operazione speciale” che doveva rimettere la Russia al centro del mondo: il ritorno al nulla del passato, alla dispersione e frantumazione di ogni sogno imperiale. La Russia si è persa, disciolta nelle acque della diga del Donbass.

Tutta l’incredibile vicenda degli ultimi giorni, la marcia e la fuga, il ritorno a casa e la vergogna dei generali e dei funzionari, è davvero una replica di tante pagine della letteratura russa, da Gogol’ a Dostoevskij e molti altri. L’aveva intuito anni fa uno dei protagonisti di questa tragicommedia, il ministro della difesa Sergej Šojgu, quando in Siria nel 2016 si era rifiutato di premiare Prigožin e il suo amico Sergej Surovikin, il generale “macellaio di Aleppo”, dicendo che “i gopniki non possono entrare nella storia”. Il gopnik è un termine sovietico, che indica la “vergogna della società cittadina” incarnata nei personaggi che vagabondano per le strade urbane facendo danni, furti e violenze, spesso fuorusciti dalle prigioni, con un linguaggio volgare e atteggiamenti sfrontati.

Prigožin è il gopnik per antonomasia, e Surovikin, anch’egli scomparso nelle nebbie degli ultimi giorni, era diventato suo grande sodale nelle scorribande russe contro l’Isis. Dopo aver perso e ripreso più volte l’antica città di Palmira, la Bakhmut del tempo, i due si dedicarono a quella che di fatto è diventata la specialità della Wagner, usare la guerra per fare soldi: Prigožin comprava le sue “anime morte” e Surovikin lo proteggeva, tanto da ottenere l’iscrizione ad honorem alla compagnia con il numero M-3744, esaltando la coppia del “cuoco” e del “macellaio”. Šojgu concesse poi le onorificenze per la presa di Palmira ad altri due generali, Valerij Gerasimov e Aleksandr Dvornikov, a loro volta attualmente dispersi.

In seguito, grazie anche alle campagne di successo e di guadagno in Africa, Prigožin ottenne comunque un premio da Šojgu, che gli consegnò una pistola Glock in segno di rispetto delle sue capacità di “sparare mirando”, uno slogan che alcuni vogliono usare per lanciare il leader “redento” alle elezioni presidenziali del prossimo anno, in alternativa al sempre più fatiscente gopnik del Cremlino. La Glock è stata restituita con le altre armi, e sembra davvero di tornare ai primi anni post-sovietici, con la guerra tra bande per spartirsi la torta dell’impero crollato, a cui Putin aveva messo fine ripristinando a suo modo la Russia di Stalin. Subito dopo la morte del dittatore georgiano, nei cinque anni che precedettero il XX Congresso del Pcus del 1957 e il rinnegamento di Stalin da parte dell’ucraino Khruščev, in Unione Sovietica era sorto una specie di movimento hippy, gli stiljagi per lo “stile” americaneggiante, che cominciarono a suonare una musica nuova, diffondendo il jazz anche al di qua della Cortina di Ferro. E ora si attendono i suoni della musica del futuro, affidata nuovamente all’improvvisazione.

Un manto per Maria dal carcere di Trani

( Il Manto di Maria è una idea dell’Ufficio Volontari per l’evangelizzazione di Radio Maria, concretizzata a fine Agosto 2o22 in occasione del Meeting di Rimini, e proseguita in tutta Italia con i volontari di Radio Maria, che hanno visitato Parrocchie, Scuole, Ospedali, RSA, Carceri…..Una detenuta del carcere di Trani ha realizzato la scritta di 20 metri con il titolo “Tutti sotto il suo Manto” abbellendola con fiori e decorazioni colorate, tutte in tessuto. In seguito, questo e gli altri 100 metri di manto, provenienti da tutta Italia, sono stati cuciti insieme nel monastero di clausura “Totus tuus” delle suore Clarisse Innocenziane di Gorizia, da dove è uscito, se così possiamo dire, il “prodotto finale” di oltre 200 metri.

L’iniziativa di Radio Maria è arrivata fino alla casa di reclusione femminile di Trani, Bari, dove una detenuta è stata invitata a cucire l’immenso telo con la scritta “Tutti sotto il suo manto”. L’intenzione è donarlo a Papa Francesco in un’udienza privata.

Roberta Barbi – Città del Vaticano – Vatican News

È stato issato a San Pietro durante l’Angelus di domenica 25 giugno, quando il suo bianco abbacinante e le sue stelle dorate sotto il sole di giugno hanno illuminato parte della piazza. Si tratta di un grande manto dedicato a Maria, che riporta proprio la scritta “Tutti sotto il suo manto”, uscita dalle mani e dalla devozione di una detenuta del carcere di Trani, che in sartoria è solitamente impegnata nella confezione dei prodotti del marchio Made in carcere, orgoglio dell’economia carceraria nazionale. Nella stessa domenica, Papa Francesco ha espresso il suo dolore per la tragedia avvenuta qualche giorno prima in una prigione dell’Honduras, dove in uno scontro tra gang sono morte 46 detenute, ha pregato per le vittime e i loro familiari e auspicato che i cuori si aprano alla riconciliazione e facciano spazio a una convivenza fraterna, anche all’interno delle carceri. “Sono stato contattato dall’Ispettore dei cappellani che sapeva dell’esistenza di una sartoria nella nostra casa di reclusione – racconta a Vatican News don Raffaele Sarno, cappellano a Trani – sia la direzione del carcere sia il Tribunale di Sorveglianza hanno detto sì, ma soprattutto l’ha detto con entusiasmo la detenuta che si è sentita in un certo qual modo scelta dalla Madonna per quel compito. Radio Maria ha fornito la stoffa e il resto del materiale e così siamo arrivati fino a qui”

“Tutti sotto il suo manto”, l’atto di affidamento della detenuta

La donna non è stata scelta solo per le sue abilità tecniche, pur eccezionali – il manto, che ha cucito da sola, è lungo 20 metri e largo circa due – ma soprattutto per il cammino personale di rinascita, che include anche una grande maturazione spirituale. “Pur avendo sulle spalle una condanna pesante – spiega ancora il cappellano – ha intrapreso un percorso importante di revisione del suo passato, tagliando i ponti con tutto quello che non andava. Ora viene a Messa tutti i giorni, recitiamo insieme i Vespri e ha fatto molta pratica anche nell’uso del Breviario”. Una detenuta modello che si è totalmente affidata a Maria, dunque, nella preghiera e nell’agire quotidiano. Di lei sappiamo che uscirà dal carcere l’anno prossimo e che ad aspettarla fuori ha figli e nipoti. “L’unico suo desiderio per il futuro – aggiunge don Sarno – è quello di poter coltivare i suoi affetti, viverli giorno dopo giorno, dopo aver provato per tanto tempo il dolore dell’averli lontani, dolore che è comunque stato lenito da questa devozione mariana che l’ha sempre sostenuta”.

Il desiderio di incontrare il Papa

Per ora il suo manto è arrivato in piazza San Pietro, sotto alla finestra di Francesco, ma l’obiettivo dell’iniziativa di Radio Maria è di farne dono direttamente a Francesco. Anche la detenuta ha espresso il desiderio di poter incontrare il Santo Padre, un’idea che la emoziona molto. “Qualora le fosse concesso di incontrarlo da vicino – prosegue il cappellano – mi ha chiesto di accompagnarla, si sentirebbe persa altrimenti, questo manto dimostra che non solo a parole, ma anche con gesti concreti, è pronta a mettersi a disposizione degli altri quando c’è bisogno di lei”. “Ha promesso – è la conclusione di Sarno – che quando uscirà, sarà comunque volontaria accanto a me in tutte le iniziative che promuovo in carcere per i detenuti. Vediamo se sarà possibile, comunque la sua disponibilità c’è ed è segno che se non ancora nel fisico, nello spirito è già una persona libera”.



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Cari amici,

 a complemento  della lettera  di Marco, che trovate  sul    Blog con  la mia risposta,   vengono qui riportate   alcune della  più  attuali rivelazioni profetiche di Bruno Cornacchiola, che    ci  aiutano a comprendere il  tempo dei segreti. … Non si tratta evidentemente  di verità di  fede,  ma di  profezie mariane  a  titolo individuale, che ci aiutano a comprendere  questo  passaggio  storico  di grandi tribolazioni.

Vostro Padre  Livio 


Il Segreto delle “Tre Fontane: le profezie della Vergine della Rivelazione a Bruno Cornacchiola

I fatti di cui parliamo sono avvenuti nella Roma del dopo-guerra, e precisamente nel 1947. La città fu scossa da un evento e da una notizia che si sparse rapidamente: la Madonna è apparsa in località “Tre Fontane”, vicino al monastero dei Trappisti. Era il 12 aprile 1947.

La Rivelazione della Madonna

La Madonna apparve in una grotta ad un anticlericale, militante contro la chiesa cattolica, un tal Bruno Cornacchiola, 34 anni, direttore della gioventù protestante avventista. Oltre a lui, videro “la bella Signora” anche i suoi tre bambini, Isola, Gianfranco e Carlo. Nell’apparizione la Madonna gli aveva detto di andare a parlare con un sacerdote: “Incontrerai un sacerdote che ti rivolgerà questo saluto: Ave Maria, figliolo!”. Bruno Cornacchiola ritornò subito in città e si rivolse ai preti della sua Parrocchia: la parrocchia di Ognissanti. Ne incontrò uno che lo salutò “Ave Maria, figliolo!”. Queste parole gli ridiedero vita e sicurezza sul sacerdote con cui confidarsi. Quel sacerdote era l’orionino Don Albino Frosi, il quale lo affidò a Don Mario Sfoggia, che divenne il suo primo padre spirituale. All’apparizione della Madonna seguirono numerose rivelazioni fatte dalla stessa al veggente. Esse (circa una sessantina) son continuate per tutta la sua vita e Cornacchiola stesso le ha trascritte nei suoi Diari, che rappresentano contatti avvenuti dal 1947 al 2001, anno della sua morte, custoditi presso l’associazione dei fedeli da lui fondata. In questo breve articolo riassumiamo quelle più attuali, che possono aiutarci a capire meglio il terribile periodo che stiamo attraversando. Sono soltanto rivelazioni private. Cornacchiola stesso le ha sottomesse al giudizio dell’Autorità ecclesiastica, che già con Pio XII iniziò ad approvarle.

Gli incontri con Pio XII

Innanzitutto occorre sapere che il primo quaderno dei suoi Diari, contenente il resoconto della prima apparizione della Madonna, Bruno Cornacchiola lo consegnò a papa Pio XII la notte del 22 luglio del 1947 alla presenza di don Sfoggia, di padre Riccardo Lombardi e di padre Felice Maria Cappello, i quali avevano potuto leggere il messaggio del 12 aprile dietro autorizzazione del Papa. A questo incontro privato ne seguì uno pubblico e ufficiale il 9 dicembre del 1949 (Saverio Gaeta, op. cit., p. 62) in cui il Papa incoraggiò Cornacchiola a fare delle conferenze sulle apparizioni da lui avute. Inoltre il 5 ottobre del 1947 Pio XII benedisse la statua della Madonna riproducente la Vergine apparsa a Cornacchiola e nel 1956 papa Pacelli consentì il culto pubblico, affidando ai francescani minori conventuali la custodia della grotta e della cappella adiacente (op. cit., p. 106).

Il contenuto dei messaggi

Il contenuto della prima apparizione non era stato reso noto e si trova negli archivi del Sant’Uffizio, ma Cornacchiola ne aveva fatto una fotocopia, depositata negli archivi presso l’associazione “Schiere Arditi di Cristo Re Immortale” (SACRI) fondata dal Cornacchiola stesso. Gli “Arditi di Cristo” si occupano soprattutto di catechesi e non avevano letto i Diari di Cornacchiola, i quali contengono delle rivelazioni sorprendenti e inedite sino a che non sono state raccolte in un libro.

La prima (12 aprile 1947) si trova scritta a mano in un quaderno di una trentina di pagine. I punti più salienti sono i seguenti:

“I pastori del gregge non fanno il loro dovere. Troppo mondo è entrato nella loro anima per dare scandalo al gregge e sviarlo dalla via. […]. Prima che la Russia si converta e lasci la via dell’ateismo, si scatenerà una tremenda e grave persecuzione. Pregate, si può fermare. […]. Allontanatavi dalle false cose del mondo: vani spettacoli, stampe d’oscenità. […]. Satana è sciolto per un periodo di tempo e accenderà tra gli uomini il fuoco della protesta. Figli siate forti, resistete all’assalto infernale. […]. La Chiesa tutta subirà una tremenda prova, per pulire il carname che si è infiltrato tra i suoi ministri. […]. Sacerdoti e fedeli saranno messi in una svolta pericolosa nel mondo dei perduti, che si scaglierà con qualunque mezzo all’assalto: false ideologie e teologie. […]. Vi saranno giorni di dolori e di lutti. Dalla parte d’oriente un popolo forte, ma lontano da Dio, sferrerà un attacco tremendo, e spezzerà le cose più sacre e sante. […]. Il mondo entrerà in un’altra guerra, più spietata delle precedenti; maggiormente sarà colpita la Rocca eterna (Roma). L’ira di satana non è più mantenuta; lo Spirito di Dio si ritira dalla terra, la Chiesa sarà lasciata vedova, sarà lasciata in balìa del mondo. […]. La colpita maggiormente sarà la Chiesa di Cristo per nettarla dalle sozzure che vi sono dentro. […]. I sacerdoti saranno calpestati e trucidati, ecco la croce rotta vicino alla talare dello spogliamento esteriore sacerdotale” (Saverio Gaeta, op. cit., pp. 80-88).

L’apparizione del 21 febbraio 1948 recita:

“Questo dico ai miei figli sacerdoti: voi state diventando del mondo, spogliandovi del sacro per dissacrare e abbandonare il sacerdozio. […]. Il mondo ha sete di verità, ma voi non gli date più l’acqua che disseta” (op. cit., pp. 89-91).

Apparizione del 15 agosto 1949:

“Perché non vi allontanate dal peccato? Il quale vi condurrà nel più atroce degli smarrimenti. […]. Ciò accadrà specie a coloro che in questi tempi colmi di peccato vi nascondono i miei richiami, nel tempo moderno colmo di falsità” (op. cit., pp. 91-93).

Apparizione del 15 agosto 1958:

“Vi sarà un fortissimo terremoto, che scuoterà tutto il globo terrestre. Non andate in giro, né mettetevi a dormire se siete in peccato mortale, ma confessatevi e pentitevi di averlo fatto, e non fatelo più. […]. Il sole si oscurerà, le stelle cadranno, ma non intendete ciò soltanto nella parte materiale del pensiero: c’è la parte interpretativa e spirituale e saranno i soli dei superbi e le stelle degli orgogliosi che cadranno. […]. Fuori della Chiesa cattolica, apostolica e romana non c’è la salvezza. […]. Amare tutti non significa tenere un atteggiamento sentimentalista. […]. Non spogliatevi dell’abito sacerdotale: l’abito richiama, è un segno celeste” (op. cit., p. 93-95).

Ve ne sono altre ancora. Particolarmente interessante è la visione avuta il 24 febbraio 1968:

“Satana regna oramai in tutti i posti più alti di comando […]. Satana entrerà nei posti guida della Chiesa. […]. Le tentazioni saranno terribili, il mondo vivrà in una confusione tale che gli eletti stessi sosteranno nel dubbio! Non c’è scampo […] tutti vivranno momenti terribili di guerra, distruzione e di caos politico, religioso e culturale. Quanti errori e quante eresie serpeggiano in ogni nazione, in ogni convento. […]. Quello che occorre è l’apostolato individuale non l’apostolato monopolizzato. […]. Bisogna che si lavori tra le anime nell’apostolato individuale: chi conosce e sa fare, senza alcuna previa autorizzazione, deve lavorare” (op. cit., p. 73).

Il 2 febbraio 1960 la Madonna dice:

“Sangue e lacrime, Gesù sangue, io vostra Madre lacrime; si è perduto il senso esatto della verità” (op. cit., p. 78).

Il 16 aprile del 1987:

“Tu devi offrirti vittima per la conversione e la santificazione dei sacerdoti e religiosi, che hanno abbandonato la via della dottrina e della morale perdendo la forza della salvezza e per colpa loro molte anime vanno all’inferno” (op. cit., p. 102).

Il 12 aprile del 1980 (trentatreesimo anniversario dell’apparizione) migliaia di fedeli accorsi alle Tre Fontane poterono assistere dalle 17.50 alle 18.20 al miracolo del sole che si mise a volteggiare come era avvenuto a Fatima il 13 ottobre 1917 (op. cit., p. 119).

Il 1° febbraio 1986 Cornacchiola riceve un altro messaggio severo:

“Preparatevi figli miei: la mano non posso trattenerla più! L’ira della giustizia è sopra di voi ” (op. cit., p. 150).

A pagina 153 del suo libro Saverio Gaeta riporta una annotazione personale di Cornacchiola su un malinteso ecumenismo, che definisce “ecclesiasticamente scorretto”:

“Non posso farmi l’idea che tutte le religioni portano alla redenzione. Tutte le religioni, dicono oggi, danno la salvezza. Ma allora perché Gesù è venuto, se già esistevano tante religioni? Gesù dice: ‘Chi crede in Me sarà salvo’; non chi crede alla sua religione. Se anche i protestanti si salvano, perché la Vergine mi è venuta a chiamare e mi ha detto di rientrare nell’Ovile santo, quando poteva lasciarmi benissimo dov’ero, fra gli avventisti?”.

Il 9 gennaio 1986 Cornacchiola ha un’altra locuzione:

“Oggi gli uomini hanno messo tutte le religioni sullo stesso piano per cui tutte portano a Dio e tutti si salvano. […]. Allora si salvano anche coloro che non accettano Gesù?. […]. Contro la Chiesa satana non può far nulla perché è divina; ma contro le anime che vivono in essa può molto; anzi presenterà il male sotto la veste morale, religiosa, politica e sociale. […]. Chiamo tutti alla conversione, ma per giustizia devo lasciare la mano di mio Figlio: proprio perché si compia la giustizia” (op. cit., p. 165-166).

Impressionante è la visione avuta il 7 aprile 1966:

“Si vede la basilica di San Pietro che ha la faccia tutta rovinata, la guardiamo e piangiamo” (op. cit., p. 169). Il 1° agosto 1966: “Mi son trovato davanti alla chiesa detta della Scala Santa, nella piazza adiacente ove c’è l’obelisco. Vi era allestita come una sala con vescovi e cardinali. D’improvviso crolla sopra molti vescovi, cardinali e altri tutta la facciata della chiesa” (ivi).

Nel messaggio del 1° gennaio 1988 un particolare ammonimento è riservato ai sacerdoti:

“Voi state calpestando le mie pecore e le portate verso la perdizione. Perché non fate più conoscere la mia dottrina? Perché le mie pecorelle le portate dove sono erbe secche e cespugli mortali? […]. Io sono stato ucciso proprio perché la mia dottrina non era la loro (dei farisei) dottrina. Voi avete chiuso la vostra bocca e le orecchie del mio gregge. Avete chiusa la porta della mia Chiesa per non entrarvi voi e non farvi entrare il mio popolo” (op. cit., p. 171).

Nel 1982 la Madonna dà un ulteriore monito ai sacerdoti (che costerà a Cornacchiola tantissime grane):

“Essi miseramente girano sicuri senza segni sacerdotali esterni: non solo vivono nel dubbio della fede, ma attirano altri a lasciare la fede […] si sono ubriacati del mondo e del falso modernismo” (op. cit., pp. 172-173).

Una delle visioni più toccanti è quella del 28 aprile 1986. Cornacchiola si trova in piazza San Pietro e la Madonna gli dice:

“Anche se chi dà un ordine ti sembra che sbagli, tu sei tenuto ad obbedire, a meno che quest’ordine tocchi la fede, la morale e la carità. Allora no!” (op. cit., p. 174).

Il 12 novembre 1986 la Madonna gli mostra una scena terrificante:

“Vedo molti sacerdoti con la loro talare e religiosi e religiose con il loro saio: tutti in fila e degli aguzzini che li spingono e trascinano uno alla volta su un palco di legno. Li facevano inginocchiare e chiedevano loro: ‘Getta l’abito’. Alla risposta ‘No!’ gli prendevano la testa e gliela mettevano su un ceppo e lì venivano decapitati dal boia che aveva una scure” (op. cit., p. 174-175).

Una delle visioni più attuali mi sembra quella del 18 luglio 1996:

“Specialmente tanti miei figli sacerdoti, e anche più in alto, facilmente cadono nella braccia di satana come foglie secche che cadono da un albero al soffio del vento” (op. cit., pp. 181-182).

Il 4 giugno 1964 la Madonna aveva dettato a Cornacchiola una richiesta per

“salvare l’umanità dal diluvio di fuoco” (op. cit., p. 183).

Il 1° gennaio 1988 il veggente riceve una rivelazione che dischiude le porte del futuro:

“Avete degli esempi, Sodoma e Gomorra: non si pentirono, non fecero penitenza e conoscete quello che la giustizia ha fatto di loro. […]. Se non vi convertirete ferro e fuoco scenderà sopra di voi. […]. Quello che voi chiamate pace non è altro che inganno perché manca la conversione e tutto si sta preparando per una satanica guerra” (op. cit., p. 187).

Un’altra apparizione attualissima è quella del 14 agosto 1999:

“La Vergine mi fa vedere religiosi e religiose, sacerdoti, vescovi, cardinali e mi dice: “Sono sordi e stolti! Vedono i segni che sono un richiamo, ma non riflettono sopra questa realtà. […]. Negano Dio uno e trino e si fanno orgogliosamente essi stessi dio” (op. cit., p. 195).

Il 13 marzo del 2000 la Madonna gli dice:

“La salvezza non è riunire tutte le religioni per farne un ammasso di eresie e di errori, ma convertitevi per l’unità di amore e di fede” (op. cit., p. 204).

La notte del 31 dicembre 1984:

“Mi sento trasportare nel centro di Roma e precisamente a piazza Venezia. Lì c’è una folla radunata che gridava: ‘Vendetta!’. Scorreva molto sangue in tutto il mondo, tutto il mondo imbrattato di sangue. Improvvisamente tutta quella gente si mette a gridare: ‘Tutti a San Pietro!’ e continuavano a gridare: ‘Vendetta!’. Sul piazzale all’interno del colonnato c’erano il papa, i cardinali, i vescovi e i sacerdoti. Tutti piangevano. Meraviglia: erano scalzi e la Madonna che grida. ‘Fate penitenza!’ ” (op. cit., p. 207).

Il 21 luglio 1998:

“Ho sognato che musulmani circondavano le chiese e chiudevano le porte e dai tetti gettavano benzina e davano fuoco, con dentro i fedeli in preghiera e tutto andava a fuoco” (op. cit., p. 210).

All’alba del 10 febbraio 2000 un altro sogno angoscioso:

“Mi trovo a San Pietro […] una folla di barbari correva dentro la basilica uccidendo chiunque incontrava. […]. Tutti i sacerdoti presenti erano con l’abito talare, ai lati del sagrato i vescovi erano a sinistra i cardinali a destra e pregavano in ginocchio col viso a terra” (op. cit., p. 210).

11 marzo 1970

“Che brutta notte ho passato. Un sogno mi ha tenuto in apprensione tutta la notte. Il Papa circondato da cardinali e vescovi che gridavano verso di lui dicendogli parole rivoluzionarie. […]. Il Papa viene preso e scaraventato dentro un pozzo” (op. cit., p. 217).

Il 4 gennaio 1992:

“I cristiani si combattono perché non hanno più un capo che li guidi” (op. cit., p. 219).

Il 26 gennaio 1996:

“Questa notte ho visto la basilica di San Pietro andare a fuoco” (op. cit., p. 220).

Il 31 dicembre 1990 Maria gli confida:

“Falsi profeti, che cercano con tutti i mezzi di avvelenare le anime cambiando la dottrina di Gesù in dottrine sataniche; e toglieranno il Sacrificio della croce che si ripete sugli altari del mondo” (op. cit., p. 221).

Il 12 marzo 1983 la Madonna della Rivelazione dice a Cornacchiola:

“Il pericolo è alle porte, una guerra atomica, se non si fa come ho detto, è inevitabile. […]. Parlo a tutti, l’atomica è pronta, gli uomini senza coscienza minacciano di usarla e il pericolo è sempre più vicino di quanto non pensiate” (op. cit., p. 223).

Il 13 luglio 1998:

“Questa notte ho sofferto molto in sogno. C’era la guerra e gli stranieri invadevano l’Italia” (op. cit., p. 226).

FONTE:  Saverio Gaeta – Il Veggente

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Caro Padre Livio, ancora grazie per lo spazio che offre sul blog a noi ascoltatori e per le Sue risposte complete, piene di sapienza pastorale e di sicura dottrina che infondono una grande pace.

Se lo ritiene utile, caro Padre, può aggiungere a quanto inviato dall’ascoltatore Marco anche questi brani, che ho allegato, tratti da un altro libro di Saverio Gaeta dal titolo “Tre Fontane” Edizioni San Paolo.

Ho scelto alcune tra le tante frasi della Madonna che indicano nella Chiesa cattolica, apostolica, romana l’unico “mezzo” di salvezza per l’Umanità.

La saluto, caro Padre Livio, con grande stima e affetto.

Tiziana

In azione i falsi profeti

Di fatto, gli aveva confidato Maria [al veggente Bruno Cornacchiola] il 31 dicembre 1990, sono già in azione “falsi profeti, che cercano con tutti i mezzi di avvelenare le anime, cambiando la dottrina di Gesù, mio amato Figlio, in dottrine sataniche; e toglieranno il sacrificio della croce che si ripete sugli altari del mondo! Questi avvelenatori toglieranno i mezzi della salvezza; e sono già penetrati nella luce della Chiesa, che è divina, che poggia su mio Figlio, pietra angolare, e questa pietra l’ha posata sopra le spalle di Pietro e degli apostoli”. Precisando però nel contempo che “è una promessa che Gesù ha fatto, che i nemici possono si guastare le anime, possono inquinare la speranza, ma non possono guastare la Chiesa e non potranno prevalere e l’inferno con tutta la sua potenza non potrà nulla contro la Chiesa di mio Figlio; e chi vive in lei sarà salvo”.
(Pagine 82 – 83)

Dice con forza la Vergine [ai sacerdoti], il 21 febbraio 1948: ” […] fate conoscere sempre più il cuore amoroso di Gesù. Il sacramento dell’altare, il prigioniero d’amore dimenticato da molti, è il solitario che si dona. Io l’ho donato a voi, voi donatelo agli altri con rispetto e vero amore. Chiamatemi e fatemi chiamare Madre. lo sono Madre del puro clero, Madre del santo clero, Madre del fedele clero, Madre dell’unito clero, Madre del vivente clero”. (Pagina 92)

[…] sollecitazione proposta dalla Madonna il 15 agosto 1958: “[…] fate penitenza in ogni occasione che vi si presenta, è una richiesta di mio Figlio, e la richiesta di Gesù mio Figlio è facile, perché è una richiesta d’amore. La penitenza che vi chiede è d’amare il prossimo e dare buon esempio di vita. Con mio Figlio, in Dio Padre, non odiate nessuno, perdonate sempre, non vendicatevi. Gesù è giudice. Dite questa giaculatoria: “Gesù, Figlio di Maria Vergine, abbi compassione e pietà di noi, salva molte anime!” Fuori dalla Chiesa del vero e del santo, la cattolica apostolica romana, non c’è pace vera, non c’è amore vero e non c’è la vera salvezza. […]” (Pagina 96)

Ancora il 13 marzo 2000, nell’ultimo suo ampio messaggio, la Vergine della Rivelazione ripeté:

“La salvezza non è riunire tutte le religioni per farne un ammasso di eresie ed errori, ma convertirvi per l’unità di amore e di fede. Non si può costituire una chiesa, perché la Chiesa è già costituita, per accogliere il pentito che è nell’errore e nell’eresia. Gli uomini devono vivere la Chiesa, e non la Chiesa vivere di loro. Gli uomini devono essere persuasi della verità.
Se voi tentennate, o vi spogliate o non siete più in odore sacerdotale e avete perduto la sostanza della dottrina, nessuno vi ascolterà più, ma abbandonando la Chiesa vanno nelle assemblee di capanne eretiche, idolatriche. […] La dottrina della Chiesa è di Cristo, il Verbo mio Figlio, e io sono Madre della Chiesa.
[…]”. (Pagine 97 – 98)

1° gennaio 1985: “[…] Ricordatevi che la Chiesa fondata da mio Figlio – che è Dio, e non lo dimenticate – è il mezzo per la salvezza, e non è antropologica: non cambia, non è soggetta al tempo che trasforma e consuma. […] Il Regno di Dio che è nella Chiesa è unione di amore e carità!

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Che succede al Cremlino? Alcuni punti fermi

28 Giugno 2023 ore 11:59

di Roberto de Mattei– Corrispondeza Romana

La nebbia che avvolge il Cremlino è diventata più fitta dopo il bizzarro “ammutinamento”, del capobanda Yevgeny Prigozhin. La comunità degli analisti specializzati nell’osservare gli sviluppi interni in Russia non è ancora in grado di spiegare quanto è accaduto, come, ammette uno dei più noti osservatori, Mark Galeotti, della UCL School of Slavonic and East European Studies (“Il Tempo”, 26 giugno 2023). Ma se la celebre definizione di Winston Churchill, che in un discorso alla BBC del 1° Ottobre 1939, definì la Russia: «un rebus avvolto in un mistero che sta dentro un enigma», sembra mantenere la sua attualità, non bisogna ignorare alcuni punti chiari ed oggettivi, che ci possono aiutare a comprendere gli eventi.

Il primo punto riguarda il modo di governare di Putin. L’antico principio del «divide et impera», che i romani usavano contro i propri nemici esterni, è applicato da Putin per combattere i suoi nemici interni. Il risultato è che oligarchie finanziarie, compagnie di ventura, gruppi mafiosi, servizi segreti ed altri apparati geopolitici e militari detengono ognuno una porzione di potere senza che nessuno sia in grado di imporsi all’altro. Senza dimenticare il ruolo del Patriarcato di Mosca, che costituisce un puntello di Putin finché il dittatore è al potere, ma che è pronto a servire il prossimo padrone del Cremlino, come lascia capire l’archimandrita Tikhon di Pskov, in una sua dichiarazione all’agenzia Novosti del 24 giugno (https://ria.ru/20230624/mitropolit-1880194802.html):

 «Che cosa è necessario per evitare una divisione che è fatale per il Paese e per le persone in situazioni critiche? Mantenere la fede e le convinzioni, mettere da parte le lotte e le discordie, per quanto importanti possano sembrare alle parti in conflitto, ed essere in unità con coloro che la Provvidenza di Dio ha messo a governare la Russia, indipendentemente da come questa persona viene chiamata nella storia: Granduca, Zar, Imperatore o Presidente del Comitato di Difesa dello Stato e Comandante Supremo delle Forze Armate dell’URSS… Oggi il Presidente Vladimir Putin porta questo fardello, questa croce e questa responsabilità». E domani? 

I mezzi di cui Putin si serve per mantenere questo complesso equilibrio di poteri, sono spregiudicati, ma coerenti con la sua esperienza giovanile, che è quella di un ufficiale del KGB, formato alla più rigorosa ortodossia comunista. Nella concezione del mondo marx-leninista la dialettica non è solo un principio filosofico, ma uno strumento per creare contraddizioni e conflitti nella realtà che ci circonda. L’arte di neutralizzare i propri nemici non affrontandoli direttamente, ma mettendoli l’uno contro l’altro, fu utilizzata da Lenin, da Stalin e da tutti i loro successori. Se i mezzi non cambiano, muta però il modello politico che viene proposto come fine. Per Putin non è più l’internazionale proletaria, ma la ricostituzione dell’Impero sovietico entro e oltre i confini precedenti al 1991, l’anno in cui l’Unione Sovietica si dissolse. Questo mito unificatore è tanto più necessario, quanto più il sistema di potere è frammentato e policentrico.

Il mito della “Grande Russia” di Putin è analogo a quello della “Guerra patriottica” di Stalin. In entrambi i casi il richiamo ai valori tradizionali è l’elemento di coagulo per giustificare un appello alle armi, che serve anche a eliminare ogni forma di opposizione interna. Putin in questo senso è costretto a combattere ad oltranza l’Occidente, per evitare la guerra civile. Mentre Putin ritrova in maniera strumentale i simboli della vecchia Russia, l’Occidente abbandona le sue radici per sprofondare nel nichilismo. A meno di non immaginare che la Civiltà cristiana, e con essa la Chiesa cattolica, sia definitivamente tramontata e destinata ad essere sostituita dalla “Terza Roma” moscovita. 

La superiorità tecnologica e militare dell’Occidente sulla Russia è schiacciante, ma Putin conta sulla debolezza culturale e morale del nemico, che contribuisce ad alimentare attraverso una sofisticata campagna di intossicazione psicologica. Le prime vittime di questa guerra “guerra ibrida” sono gli ambienti conservatori e tradizionalisti, che riconoscono in Putin il difensore di quei valori a cui l’Occidente ha voltato le spalle. «Non vogliamo combattere per i disvalori dell’Occidente», ripetono questi ambienti, senza comprendere che l’Occidente merita di essere difeso non in nome dei suoi pseudo-valori liberali, ma a causa dei suoi valori autentici, che sono le sue radici cristiane.

John Lamont, uno studioso a cui si deve un’accurata analisi del conflitto russo-ucraino, ha osservato comel’acceso sostegno all’Ucraina da parte dei liberali ha indotto i conservatori a reagire, per reazione dialettica, contro la causa ucraina. Essendo i conservatori impegnati in una “lotta esistenziale” contro i liberali, essi sospettano istintivamente di tutte le cause, giuste o sbagliate, che i loro nemici abbracciano. E’ su questo accecamento dei conservatori che Putin sta facendo leva per vincere mediaticamente, ciò che perde sul campo di battaglia. In realtà sia i “liberali” occidentali che Putin, si sono trovati invischiati in una guerra di cui non avevano previsto le conseguenze

Ha ragione John Lamont, quando osserva che la strategia della maggior parte delle potenze della NATO è di non far vincere né i russi né gli ucraini, al fine di mantenere lo pseudo-ordine geopolitico in Russia e in Occidente. Infatti, osserva Lamont, «le forniture militari fornite all’Ucraina sono sempre state appena sufficienti per permettere agli ucraini di resistere agli attacchi russi, ma non abbastanza per permettere all’esercito ucraino di espellere i russi dal loro Paese. Questa strategia è stata spiegata con il desiderio di evitare un’escalation della guerra, ma il desiderio di preservare la struttura di base dell’ordine globale è probabilmente una motivazione più importante. Ciò smentisce l’affermazione che la guerra in Ucraina sia una “guerra per procura” tra Stati Uniti e Russia (come l’offerta americana di evacuare Zelensky da Kiev subito dopo l’attacco russo; se questa offerta fosse stata accettata, l’Ucraina sarebbe caduta in mano ai russi). Se gli americani fossero interessati a questa guerra per procura, avrebbero dato agli ucraini armi sufficienti per vincere la guerra sei mesi fa» (https://rorate-caeli.blogspot.com/2023/06/russia-and-invasion-of-ukraine-why-are.html#more). 

La fine dell’Occidente è teorizzata da un gruppo di intellettuali che non si rendono conto che ciò che oggi sta crollando è la modernità, nata dalla Rivoluzione francese. Il futuro non appartiene al liberalismo, al socialismo o al nichilismo post-moderno, ma a coloro che in questo orizzonte di tenebre mantengono la loro fedeltà ai princìpi della Civiltà cristiana, che hanno la loro anima nella Chiesa. Questi princìpi possono conoscere momenti storici di eclissi, ma mai di tramonto

E’ in questo spirito che l’Ucraina va aiutata a vincere la sua battaglia, che è quella del vero Occidente destinato a risorgere, non di quello falso, condannato a perire.

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L’eresia pacifista dell’Ortodossia russa

di Stefano Caprio 24 Giungo 2023

Fa impressione che nelle accuse patriarcali odierne ai preti pacifisti si parli esplicitamente di “eresia tolstojana”. Mentre alla scomunica contro di lui che per Kirill dovrebbe avere “valore universale” p. Viktor Burdin risponde con la domanda “chi può impedire di servire a Dio?”, che ripete spesso nelle sue omelie anche un altro sacerdote ortodosso di Mosca, l’italiano p. Giovanni Guaita.

Nel contesto della piega drammatica della guerra in Ucraina, in bilico tra l’autodistruzione e la riconquista reciproca delle terre contese da secoli, aumenta la tensione anche nel campo bellico-ecclesiale, altra dimensione del confronto senza fine tra i due volti del mondo russo e della stessa Europa. Si segnalano casi sempre più frequenti di sacerdoti insofferenti alla retorica militar-patriottica ammantata di aureole trinitarie, e allo stesso tempo s’irrigidisce la sacra cintola dell’inquisizione patriarcale, che soffoca sempre più spesso l’aspirazione di sacerdoti, monaci e fedeli a professare una religione di pace.

La goccia che sta facendo traboccare il vaso è stato il trasferimento forzato dell’icona della Trinità di Rublev dal museo alla chiesa, non soltanto per i possibili danni al capolavoro dell’arte russa, che sembrano per ora limitati, ma per il contesto di autoritarismo e sfruttamento propagandistico di un simbolo della spiritualità e dell’amore reciproco, trasformato in bandiera dell’unione aggressiva di trono e altare. È uno degli episodi che più dimostra fino a che punto può arrivare lo stravolgimento di tutta l’autentica tradizione della religione e della cultura russa, addirittura nel nome della “difesa dei valori tradizionali”. L’aspetto più indigesto della vicenda, soprattutto per il clero ortodosso, è stato il brutale allontanamento del protoierej Leonid Kalinin, presidente del consiglio di esperti del patriarcato di Mosca per l’arte ecclesiastica e il restauro, una figura molto rispettata e amata, che è stato addirittura sospeso a divinis “per la sua opposizione al trasferimento dell’icona nella cattedrale di Cristo Salvatore”.

Il povero padre Leonid, dopo che la scure dell’iracondo patriarca Kirill si è abbattuta su di lui, si è scusato pubblicamente dichiarando che “evidentemente mi sono sbagliato, se è stata presa questa decisione, significa che ci hanno pensato bene”, suscitando ulteriori reazioni di sdegno verso coloro che hanno così brutalmente eliminato il parere dell’ecclesiastico più competente in materia. Egli stesso ha assicurato di “accogliere in pace la decisione, e chiedo le preghiere di tutti coloro che mi conoscono e mi vogliono bene, io cerco di fare quello che ritengo giusto, ma posso sempre sbagliare”. Alla fine l’icona è stata sistemata in una capsula stagna preparata esattamente secondo le istruzioni di Kalinin, rendendo ancora più paradossale l’anatema patriarcale.

Nel frattempo si moltiplicano le “radiazioni canoniche” di membri del clero russo, con l’accusa di “eresia pacifista”, la risposta di Kirill a chi dal resto del mondo ortodosso lo indica come sostenitore del “filetismo”, l’identificazione della religione ortodossa con la causa nazionale, che Costantinopoli aveva condannato nella prima metà dell’Ottocento per contrastare i movimenti di rivolta contro l’impero ottomano. Allora a essere tacciati di eresia erano stati i greci e i bulgari, che aprirono la strada all’accettazione del principio etnico della “Chiesa nazionale”, poi diventato il sistema organizzativo di tutte le Chiese ortodosse. In realtà il principio era stato introdotto dai russi fin dalla proclamazione del patriarcato della “Terza Roma”, la vera origine dell’eresia filetista.

Non può quindi sorprendere che Kirill si scagli contro il pacifismo “ecumenico”, che nega non soltanto l’appoggio alla “operazione militare speciale” in Ucraina, ma le fondamenta stesse della ideologia ecclesiastica russa. Del resto, questa discussione aveva infiammato gli animi di tutta la Russia agli inizi del Novecento, quando venne lanciato l’anatema contro Lev Tolstoj, lo scrittore più religioso-umanista, e anticlericale allo stesso tempo, di tutta la letteratura russa. Il 22 febbraio 1901 l’autore di Guerra e Pace fu scomunicato dal Sinodo della Chiesa, allora senza patriarca, sotto la presidenza del ministro zarista del culto (oberprokuror) Konstantin Pobedonostsev, il “Torquemada” russo della disperata difesa della Santa Russia poco prima delle rivoluzioni. Si dimise infatti poco dopo, nel 1905, dopo un’insensata guerra della Russia contro il Giappone, che tanto ricorda l’attuale rovinosa campagna in Ucraina: i russi pensavano di sottomettere l’impero del Sol Levante in una settimana, rimanendo bloccati tra le isole e i porti per settimane, prima di soccombere all’intrepida controffensiva giapponese. Anche allora, una buona parte dei soldati e marinai russi era costituita da ex-detenuti inviati a forza dai lager a redimersi nella guerra, che non seppero opporre alcuna resistenza ai samurai, essendo in buona parte in preda ai fumi dell’alcool, come i soldati russi di Bakhmut e Kherson.

Alla guerra rovinosa fece seguito la prima rivoluzione russa, annunciata fin dal mese di gennaio dalla manifestazione popolare guidata dal pope Gapon, un sacerdote di simpatie socialiste che aveva chiesto a tutti i gruppi di togliere le bandiere e le scritte politiche e polemiche, avanzando verso il palazzo d’Inverno innalzando le sacre icone processionali. Gapon voleva che lo zar Nicola II scendesse a incontrare il popolo, e sarebbe bastata una sua apparizione per accontentare le folle, ma i generali e i parenti avevano convinto lo zar a rifugiarsi nel castello di Tsarskoje Selo, lontano da San Pietroburgo, e aprirono il fuoco sulle masse dei pacifici dimostranti disarmati. Il governo dichiarò 130 morti, altre fonti ne contarono tra i 600 e i 2000, e fu l’inizio della fine del regime zarista.

Lo scomunicato Tolstoj alzò la sua voce contro le stragi, affermando anche che “mai le persecuzioni religiose furono così frequenti e feroci come oggi”, e fa impressione che nelle accuse patriarcali odierne ai preti pacifisti si parli esplicitamente di “eresia tolstojana”. Lo scrittore aveva in effetti ispirato una nuova variante di religione pacifista, chiamata appunto tolstojanstvo e spregiativamente tolstovščina, proprio il termine utilizzato in questi giorni da propagandisti e predicatori putiniani per esporre al pubblico ludibrio i preti contrari alla guerra. Lo ieromonaco Afanasij (Bukin), che era in servizio alla missione russa a Gerusalemme, era stato allontanato lo scorso febbraio, quando si era espresso contro l’operazione militare in occasione del suo primo anniversario. In questi giorni ha spiegato su Facebook di essere stato ridotto allo stato laicale dal tribunale ecclesiastico con motivazioni estremamente aggressive, come recita la sentenza: “il chierico ha tradito il giuramento ecclesiastico e le regole apostoliche, con motivazioni ancora più depravate, non solo per le parole espresse, ma per il rifiuto a sottomettersi all’autorità ecclesiastica”.

Un altro ieromonaco, padre Jakov (Vorontsov), ha spontaneamente abbandonato la metropolia ortodossa russa del Kazakistan, prima di essere a sua volta cacciato, affermando delle autorità ecclesiastiche che “il Maligno si è impossessato dei loro cuori, che ormai sono incapaci di distinguere il bene dal male… possibile che i santi russi abbiano compiuto invano i loro grandi miracoli e sacrifici? Possibile che la cultura russa sia diventata terreno fertile per la crescita dell’Anticristo? Io credo di no, e confido nei tanti russi che non vogliono la guerra, anche se non hanno il coraggio di dirlo apertamente”.

Non è un caso che a parlare chiaro siano dei monaci, per lo più in sedi periferiche. La maggior parte dei loro confratelli vive infatti in comunità guidate da fedeli esecutori delle direttive patriarcali, e il clero parrocchiale è frenato dalle numerose famiglie, essendo uxorato per tradizione. La grande maggioranza dei preti deve proteggere i tanti figli, molti dei quali proseguiranno la missione dei genitori, diventando a propria volta popy e popady, preti e mogli di preti, secondo le “tradizioni di casta” restaurate dopo l’inverno sovietico. Del resto, anche sotto il regime ateista erano le poche famiglie sacerdotali a conservare la fede ortodossa, tanto che lo stesso patriarca Kirill è figlio e nipote di preti.

Uno dei pochi sacerdoti che ha avuto il coraggio di rischiare anche i destini della propria famiglia è il parroco di Kostroma, 500 chilometri a nord di Mosca, Viktor Burdin, chiamato anche il “Savonarola di Kostroma”. 51 anni, sacerdote dal 2015, all’inizio era il vicario della chiesa del villaggio di Karabanovo, il cui parroco era uno storico dissidente religioso anti-sovietico, padre Georgij Edelštein, oggi 91enne, con il quale ha firmato diverse lettere di protesta già prima dell’invasione dell’Ucraina, e fu tra i promotori della lettera di 300 sacerdoti dopo l’inizio dell’operazione. Anch’egli è ormai ridotto allo stato laicale, con l’accusa formale di “pacifismo menzognero” o “pseudopacifismo”, da distinguere da quello “autentico” che definisce la pace secondo gli interessi del popolo russo e delle vittime del “genocidio ucraino nel Donbass”, secondo il verbale patriarcale della sua condanna.

Padre Viktor ha fatto ulteriormente infuriare il patriarca Kirill, cercando di trasferirsi al servizio della Chiesa ortodossa in Bulgaria, e la scomunica pretende oggi di avere “valore universale”. Burdin risponde con la domanda “chi può impedire di servire a Dio?”, che ripete spesso nelle sue omelie un altro sacerdote ortodosso di Mosca, l’italiano padre Giovanni Guaita, giunto in Russia trent’anni fa con il movimento dei Focolari e diventato membro del patriarcato, spinto dalle convinzioni ecumeniche e dall’amore per la Russia. Una sua intervista sta spopolando su YouTube, “l’unico peccato che non si può perdonare”, quello di usare la fede per infliggere la morte. La fede non è proprietà di funzionari dello Stato e della Chiesa, neanche dei più illustri e potenti: è la via della pace, come sanno in realtà i sacerdoti e i fedeli del mondo intero.

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Quanto resisterà Putin? Perché ora tutto è davvero possibile, in Russia

di Marco Imarisio-  Corriere della Sera – 25 Giugno 2025

Mai nessuno aveva osato sfidarlo in questo modo, non è stato lui a dettare le mosse per risolvere la crisi. È vero che nelle élite civili nessuno ha scelto di unirsi ai ribelli. Ma il potere di Putin non appare più così monolitico come sembrava finora.

La strada senza ritorno scelta da Evghenij Prigozhin segna l’inizio di una nuova fase della Russia, all’insegna di una maggiore instabilità. L’insurrezione armata decisa dal fondatore della Brigata Wagner, spesso descritta per brevità di sintesi come una milizia di mercenari, in realtà una colonna portante dell’Operazione militare speciale decisa da Vladimir Putin, rappresenta un segnale ben preciso. Mai nessuno aveva sfidato lo Zar in modo così esplicito. E mai nessuno ne era uscito ottenendo così tanto da lui. Un pareggio, se non una vittoria morale. Quel che davvero è accaduto in questa giornata così drammatica è segnato ancora da una notevole ambiguità. L’unico obiettivo degli strali lanciati dall’ex uomo di fiducia erano i vertici dell’Armata russa, dei quali ancora non ci capisce ancora bene quale sarà il destino. Anche nelle ore più concitate, Prigozhin si era ben guardato dal lanciare un attacco verbale diretto al Cremlino. Appare evidente però che l’esito di questa resa dei conti è girato intorno alla figura di Putin, alla sua capacità di mantenere un potere che fino alla notte scorsa sembrava inscalfibile.

L’appello

Nel suo appello alla nazione, avvenuto esattamente sedici mesi dopo un altro discorso dai toni più trionfali che annunciava l’invasione dell’Ucraina, il presidente russo è apparso consapevole dell’entità della posta in gioco. In primo luogo, ha riconosciuto l’esistenza della minaccia, e non era scontato che lo facesse, invitando i soldati della Wagner e chiunque stia combattendo al fronte, «a non commettere l’errore fatale» di unirsi a lui.

Il secolo sovietico

Forse, più del riferimento al fatale 1917 che segnò il destino della storia russa proiettandola nel secolo sovietico, è stato questo passaggio a testimoniare il fatto che non eravamo davanti a un tentato golpe da operetta. È stata una sfida seria, della quale per la prima volta da quando è presidente, Putin non è apparso in pieno controllo, come dimostra anche il mistero sulla sua presenza al Cremlino, la sua presunta sparizione, le voci poi smentite che lo davano su un aereo diretto nella più sicura San Pietroburgo. Non è stato lui a dettare l’agenda degli eventi. Non è stato lui a deciderne la conclusione, avvenuta con la mediazione del presidente bielorusso Lukashenko.

L’appello alla nazione

È stata anche la prima volta in cui Putin ha dovuto fare un altro appello, quello all’unità della nazione. In precedenza, non ne aveva mai avuto bisogno. Prigozhin era consapevole del fatto che per lui non ci sarebbe stato un futuro, neppure alla fine della guerra. La misura era colma ormai da troppi mesi, la corda si sarebbe spezzata.
Ha deciso di farlo lui. Con i suoi fedelissimi, si è lanciato in una marcia su Mosca che è solo uno dei tanti eventi estremi che hanno caratterizzato le vicende della Russia. I ribelli non avevano alcun alleato all’interno del potere putiniano. Non disponevano di nessuna quinta colonna, solo della loro forza militare, che non va comunque sottovalutata. È anche lecito chiedersi cosa sappia lui della situazione bellica che il resto del mondo non conosce, per averlo portato a un simile gesto di ribellione.

La reazione

All’inizio, Putin ha risposto in modo duro, come sempre. Muro contro muro, nessuna concessione. Il presidente sapeva bene di non poter apparire debole agli occhi della nazione, la sua forza è uno degli elementi fondanti del patto che lo lega alla Russia più profonda. Se esita, se appare titubante, se cerca di mediare in momenti che sembrano segnare un crocevia, non è più un vero Zar, con la maiuscola. Conosce la storia, anche se la interpreta a modo suo. L’anima russa non ammette dubbi in chi la guida. Fu l’assenza di leadership che risultò fatale a Michail Gorbaciov, condannandolo a una damnatio memoriae da parte del suo popolo che ancora perdura.

Le porte di Mosca

Ieri, il Cremlino non ha avuto scelta. Ma questo non ha fermato la marcia quasi irridente di Prigozhin, che stava per arrivare alle porte di Mosca. La forza di Putin non è stata sufficiente, non lo ha schiacciato. Non è ancora finita, certo, e pochi conoscono quale sarà l’esito dell’esilio al quale si è auto-assegnato il fondatore della Brigata Wagner. Ma è stato lui a imporre una trattativa. È stato lui a decidere che non ci sarebbe stato il bagno di sangue. Non Putin.

L’illusione occidentale

Questo tentativo di colpo militare non aveva nulla a che vedere con l’illusione occidentale di liberarsi per vie interne di Putin e di arrivare alla fine delle ostilità sfruttando un vento traumatico come questo. Prigozhin è un ultranazionalista, i suoi attacchi ai vertici militari sono quelli di un falco estremista, che rimprovera alle autorità una eccessiva morbidezza sul campo di battaglia.
Cosa pensa di chi anela alla pace lo ha detto più volte nei suoi deliranti messaggi, spesso brandendo un martello macchiato del sangue dei suoi disertori. Le élite civili e militari si sono schierate con Putin. Per fedeltà, per convenienza, e perché l’alternativa non esisteva. Il fondatore della Wagner è un cavaliere dell’Apocalisse che porterebbe la Russia, e forse il mondo, in un caos ancora più pericoloso di quello attuale. Ma la sua marcia su Mosca è stata un segnale che può davvero cambiare il corso della storia. Perché ha rappresentato qualcosa di inimmaginabile finora. Il potere di Putin non appare più così monolitico come sembrava fosse finora. La statua dello Zar mostra alcune crepe evidenti. L’insurrezione è finita. Ma dalla scorsa notte, tutto è possibile in Russia.

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Margelletti: “Il super falco Prigozhin lancia un’Opa sul Cremlino per vincere la guerra”

L’analista geopolitico: «Putin ha creato un Frankenstein, ora l’auspicio di una fine della guerra si allontana»

EMANUELA MINUCCI –La  Stampa

24 Giugno 2023Aggiornato alle 16:27

Professor Margelletti siamo al golpe. Che cosa accadrà adesso a Mosca e in Ucraina?
«È, naturalmente, presto per dirlo. Mentre è chiaro che cosa c’è dietro la scelta di Prigozhin. Sta accadendo quel che successo nell’impero romano: la debolezza del re porta i capi delle legioni romane a sfidare il sovrano per prenderne il potere».

A che cosa mira Prigozhin?
«Putin ha creato un Frankenstein e lui ora mira a sostituirlo o quanto meno ad affiancarlo. All’inizio, ovvero prima che lo zar parlasse alla nazione, si poteva pure pensare che fosse un’azione concertata, ma dalle parole durissime espresse da Putin « sta pugnalando alle spalle una nazione» è evidente che non era a conoscenza del golpe e che Prigozhin sta lanciando un’Opa fortissima sul Cremlino».

Vuole sostituirsi a Putin?
«Quanto meno affiancarlo. Perché ritiene la sua azione troppo debole sul fronte della guerra. Magari si accontenterebbe di diventare ministro della difesa difesa a quel punto non avremmo più i tradizionali livelli tra potere politico e militare ma ci sarebbe una privatizzazione vera dello strumento militare».

E questo quali conseguenze porterebbe sullo scenario della guerra contro l’Ucraina?

«C’è anche un arsenale nucleare da gestire e Prigozhin non è uomo da guanti di velluto. Il capo della Wagner rimprovera a Putin proprio questa debolezza, quindi, traiamone le conclusioni».

A questo punto una riflessione si impone anche nei confronti di tutti i tentativi di mediazione europei (e non) per accelerare il processo di pace. O no?

«Certamente sì. Se con Putin il dialogo risultava impossibile nel vocabolario di Prigozhin questa parola non esiste proprio».

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La rivolta di Prigozhin e i timori americani: una Russia senza Putin sarebbe ancora più pericolosa

A Washington si moltiplicano analisi e riflessioni sulle conseguenze delle mosse del capo dei mercenari. Ma lo Zar per Washington resta imprescindibile

DAL NOSTRO CORRISPONDENTE ALBERTO SIMONI

24 Giugno 2023 alle 07:16 : La Stampa

WASHINGTON. La Casa Bianca «monitora e consulta alleati e partner sugli sviluppi», recita una scarna nota diffusa da Adam Hodge, portavoce del Consiglio per la Sicurezza nazionale, nel tardo pomeriggio americano quando a Mosca le strade sono bloccate e sono schierati i tank a presidiare il Cremlino.

Dietro le parole, però, a Washington si moltiplicano analisi e riflessioni sulle conseguenze delle mosse dello chef di Putin, al secolo Prigozhin, padre padrone della compagnia di mercenari della Wagner.

Sin dall’avvio del conflitto in Ucraina nel febbraio del 2022, l’Amministrazione Biden ha evitato di dare l’idea di voler un cambio della guardia a Mosca e quando Biden a Varsavia nel marzo del 2022 disse che «Putin se ne deve andare», fu ben presto smentito dai solerti funzionari Usa che precisarono che il cambio di regime non è la dottrina americana.

Negli ambienti diplomatici Usa, infatti, l’idea predominante è che con Putin bisognerà prima o poi trattare – e farlo mettendo Zelensky in posizione di forza è lo spirito del sostegno alla controffensiva ucraina – ma una Russia senza Zar Vladimir sarebbe oggi difficile da decifrare e persino più pericolosa. Non è un caso che nelle valutazioni dell’intelligence vi sia chi ricorda che cambiare regime significa essenzialmente due cose: il caos in primo grado e in secondo il rischio di precipitare ancora di più in una spirale nazionalistica. Mark Galeotti, analista e fra i massimi esperti di Russia a livello mondiale, pochi mesi fa in un colloquio con La Stampa ricordò come l’ipotesi di una Russia democratica fosse al momento una chimera tanto che «nemmeno i nipoti di Navalvy vedranno una liberal-democrazia». È in questo schema quindi che Putin resta per gli americani imprescindibile almeno a breve termine. Una Russia in preda al caos innescherebbe diverse reazioni. Il silenzio della Cina è letto, almeno in principio, negli Usa come quello di attesa. Ma non è detto che Mosca con nuovi condottieri o squassata dalle lotte di potere possa giovare agli interessi cinesi. Pechino però potrebbe anche approfittare di questo caos, nella notte infatti otto navi da guerra hanno attraversato lo Stretto di Taiwan.

Le mosse della Wagner – milizia nota già dalle prime azioni in Crimea nel 2014 – sono sotto osservazione da tempo e Washington ha preso contromisure. Anzitutto designando – gennaio 2023 – Wagner come una «organizzazione criminale transnazionale», e così sanzionandola. I dissapori fra vertici dell’esercito e Prigozhin sono noti da tempo all’intelligence Usa che in novembre aveva segnalato come dalla Nord Corea arrivavano armi direttamente a Wagner ma non ai russi. Quindi aveva espresso i timori per il ruolo accresciuto dei miliziani, arrivati a ricoprire ruoli al centro dello scacchiere bellico russo preminenti e superiori a quelli dei soldati regolari. John Kirby portavoce del Consiglio per la Sicurezza nazionale aveva sintetizzato in un briefing in gennaio che Wagner «era un nuovo centro di potere».

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La marcia di Prigozhin: i 3 motivi per i quali la Wagner ha scelto Rostov per sfidare Putin

di Daniele Raineri-La Repubblica – 24 Giugno 2023

Una scelta strategica ma anche un messaggio politico: cosa si nasconde dietro la strategia del capo dei mercenari

24 GIUGNO 2023 ALLE 07:36 3 MINUTI DI LETTURA

Perché il capo del Gruppo Wagner, Evgenij Prigozhin, ha marciato su Rostov, città da un milione di abitanti nel sud della Russia, e non verso Mosca? Ci sono almeno tre motivi.

Il primo si può descrivere così: legittima difesa. La marcia su Rostov è una risposta emergenziale agli attacchi dell’esercito russo, perché Prigozhin sostiene che il ministro della Difesa di Mosca e suo principale nemico, Sergei Shoigu, da lì coordinasse le operazioni cominciate ieri sera contro il Gruppo Wagner.

A Rostov c’è il quartier generale del Distretto militare meridionale, una delle gigantesche sottodivisioni delle forze armate della Russia. Con l’occupazione – quasi senza sparare un colpo – della città i mercenari bloccano i raid con elicotteri e razzi ordinati da Shoigu contro di loro, guadagnano giorni di tempo, prendono l’iniziativa e si dice abbiano costretto il ministro a una rapidissima fuga in elicottero a Mosca. Inoltre con questo spostamento notturno i combattenti del gruppo Wagner si sono piazzati fra le strade e gli edifici di una città russa: un conto è bombardare i loro acquartieramenti isolati nel Donbass, un altro sarebbe ordinare bombardamenti aerei contro Rostov. Il primo ordine era accettabile, il secondo potrebbe creare problemi enormi dal punto di vista politico e del controllo dell’opinione pubblica.

Il secondo motivo si può riassumere così: scacco militare. L’area di Rostov è a ridosso del confine con l’Ucraina, è lo scalo da dove passa la maggior parte della logistica dell’esercito russo, l’invasione ordinata da Putin nel febbraio 2022 non può essere sostenuta per molto – e figurarsi essere vinta – senza il controllo pieno di quel territorio nella Russia meridionale. Con in mano Rostov e venticinquemila combattenti disposti a tutto – come ha dichiarato Prigozhin – può permettersi di negoziare quello che vuole. Il ministero della Difesa russo non ha le risorse pronte e la voglia per una battaglia urbana fratricida nelle strade di una città russa contro migliaia di veterani che hanno appena vinto la battaglia urbana violentissima di Bakhmut e sono sopravvissuti a nove mesi di combattimenti strada per strada. Quello della Wagner potrebbe essere un bluff, ma scoprirlo sarebbe troppo costoso.

La Difesa russa non avrebbe al momento neanche reparti all’altezza del compito, perché in questo momento il meglio delle forze armate è impegnato a tenere le posizioni e ad affrontare la controffensiva ucraina rafforzata da migliaia di mezzi Nato – a soltanto tre ore di automobile da Rostov. Cominciare a combattere contro il gruppo Wagner vorrebbe dire voltare le spalle ai soldati ucraini, un lusso che Shoigu oggi non può permettersi.

Anche su questo si basa l’azzardo di Prigozhin, che è arrivato così in alto anche perché è un calcolatore: il ministero della Difesa russa non può gestire due fronti, uno esterno e uno interno, e rischia una implosione in tempi rapidi in Ucraina. Se non ci sarà un compromesso, i soldati russi potrebbero essere travolti. È possibile che Prigozhin sia stato ispirato in questo suo affondo dalle recenti operazioni dei gruppi di combattenti russi anti-Putin che in questi mesi hanno compiuto incursioni prolungate nelle regioni di confine di Bryansk e Belgorod e che hanno dimostrato quanto è tenue il controllo dei soldati di Mosca in quelle zone. Se ci riescono loro con poche decine di volontari, deve avere pensato il capo della Wagner, cosa potrei fare io con migliaia di veterani armati e veicoli corazzati?

Il terzo motivo è questo: la marcia su Rostov e non verso Mosca, anche dopo avere considerato le evidenti difficoltà logistiche, è un messaggio politico. Prigozhin ha dichiarato guerra ai generali di Putin – che lui incolpa per la decisione catastrofica di cominciare l’invasione dell’Ucraina – ma non al presidente russo. Per ora il capo della Wagner vuole eliminare i generali e prendere il loro posto in un sistema che comunque sarebbe ancora governato da Putin. La sua è una rivolta contro un pezzo del potere moscovita, quello militare, non contro l’insieme. Si tratterebbe di un rozzo cambio della guardia vicino al fronte e non di un attacco al potere principale. In questo mezza rivolta e non rivolta intera c’è tutta la scommessa di Prigozhin: addossare al ministro della Difesa Shoigu e il capo di Stato maggiore, Valery Gerasimov, la responsabilità del fallimento dell’invasione, spazzarli via dalla scena ma non minacciare in via diretta Putin, negoziare una tregua con Kiev (ieri il suo discorso era pieno di allusioni a un compromesso possibile con l’Ucraina). I generali cattivi che hanno messo nei guai la Federazione russa con un conflitto inutile e poco saggio sparirebbero dalla scena, la vita potrebbe ricominciare. Si tratta, come si vede, di un azzardo inaudito

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Scontro totale con i vertici della Difesa: la strategia di Prigozhin e l’ultima carta della marcia su Mosca

di Fabrizio Dragosei-Corriere della Sera-  24 Giungo 2023

Per Putin la crisi più grave dall’insediamento. E i militari regolari simpatizzano con i mercenari

Fino ad ora il capo dello Stato aveva deciso di tenersi fuori dalla disputa in corso tra combattenti. Ora Vladimir Putin parla alla nazione e accusa Prigozhin di tradimento.

Evgenij Prigozhin ha deciso di lanciare i suoi agguerriti mercenari della Wagner in uno scontro totale contro i vertici della Difesa russa e ha capito che la posta in gioco è altissima. Assieme ai miliziani si è scontrato con le forze armate regolari del suo Paese, abbattendo alcuni elicotteri mandati contro di lui. Dall’Ucraina è arrivato a Rostov sul Don, sede del comando di tutta l’Operazione militare speciale, e ne ha preso il controllo: sede del comando dell’Esercito, uffici dei servizi segreti, eccetera. E ora, se non verranno da lui a trattare gli odiati vertici della Difesa, è pronto a marciare su Mosca.

Per Putin è certamente la crisi più grave dal suo insediamento al vertice del Paese nel Duemila. Ma per la Russia si tratta di una situazione che non ha precedenti dai tempi dello scontro a colpi di cannone nel 1993 tra l’allora presidente Eltsin e i ribelli del Soviet Supremo asserragliati alla Casa Bianca di Mosca.

Gli appelli ai miliziani perché si ribellino a Prigozhin non hanno avuto effetti, anzi è successo il contrario. Fino ad ora sono stati i militari regolari a simpatizzare con la Wagner o, addirittura, a passare dalla parte dell’ex cuoco di Putin. I wagneriani godono di una fama particolare. Sono certamente i più temuti combattenti e gli unici che hanno riportato successi in Ucraina. Sono ben armati e motivati. Difficilmente tradiranno il loro capo.

Reparti speciali sono entrati intanto nella sede della Wagner di San Pietroburgo mentre invece i tecnici informatici di Prigozhin nella cosiddetta fabbrica dei Trolls stanno lavorando sul web per appoggiare l’iniziativa del loro capo. Prigozhin aspetta a Rostov l’arrivo dell’odiato ministro della Difesa Shojgu e del capo di Stato Maggiore Gerasimov. Altrimenti potrebbe veramente marciare su Mosca.

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