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L’Assunzione: il giorno più bello del tempo e dell’eternità

Corrispondenza Romana -16 Agosto 2023 ore 12:36

di Roberto de Mattei

L’Assunzione in corpo ed anima della Madonna in Cielo è un dogma di fede cattolica, creduto da tempo immemorabile dai cristiani e proclamato solennemente da Pio XII, il 1° novembre del 1950. Dopo aver implorato l’assistenza dello Spirito Santo, Pio XII, nel profondo silenzio della moltitudine, scandì con parole ferme e commosse la formula con cui solennemente definiva «essere dogma da Dio rivelato che: l’Immacolata Madre di Dio sempre vergine Maria, terminato il corso della vita terrena, fu assunta alla gloria celeste in anima e corpo». Erano le 9.45 di mattina, nella piazza di San Pietro, affollata da oltre un milione e mezzo di pellegrini. In serata tutta la città eterna divenne un immenso braciere di luci. Tutte le chiese di Roma i monumenti, il Campidoglio, il Colosseo, Castel Sant’Angelo, si illuminarono in onore della Madonna. Si chiudeva così una giornata memorabile che segnava il culmine dell’Anno Santo del 1950.

L’Assunzione è il quarto dogma mariano finora proclamato dopo la maternità divina di Maria, la sua perpetua verginità e l’Immacolata Concezione. Il grandioso piano che Dio nelle visioni sconfinate della sua mente infinita aveva previsto per Maria ebbe la sua completa attuazione nel giorno in cui la Madonna, lasciata definitivamente la terra, fu collocata anima e corpo in Cielo, sul trono dell’eterna gloria.

Il profeta Elia fu trasportato in cielo da un cocchio di fuoco (IV Reg. II, 11) che, secondo gli interpreti, fu un gruppo di angeli che lo sollevarono da terra. A portare Maria in Cielo non fu solo un gruppo di Angeli ma, come dice sant’Alfonso de’ Liguori, nelle Glorie di Maria, fu lo stesso Re del Cielo, che venne a prenderla e la accompagnò in Paradiso con tutta la corte celeste. Per questo san Pier Damiani definisce la Assunzione di Maria uno spettacolo ancora più glorioso dell’Ascensione di Gesù Cristo, perché al Redentore vennero ad incontrarLo solamente gli Angeli, mentre alla Madonna andò incontro lo stesso Signore, Re del Cielo, con tutto lo stuolo degli Angeli e dei santi. Se mente umana, dice san Bernardo, non può arrivare a capire la gloria immensa che Dio ha preparato in cielo a coloro che in terra l’hanno amato, chi mai giungerà a comprendere, dice sant’Alfonso, quale gloria egli abbia preparato per la sua diletta Madre, che in terra l’ha amato più di tutti gli uomini anzi sin dal primo momento che ella fu creata, l’amò più di tutti gli uomini e tutti gli angeli messi insieme?

Plinio Corrêa de Oliveira afferma che «dev’essere stato, dopo l’Ascensione del Signore, il fatto più splendidamente glorioso della storia terrena, paragonabile soltanto al giorno del Giudizio Finale, in cui Nostro Signore Gesù Cristo verrà in grande pompa e maestà, come dice la Sacra Scrittura, per giudicare i vivi e i morti; e con Lui, tutta splendente della gloria proveniente da Lui, in modo ineffabile, apparirà ai nostri occhi anche la Madonna».

Quel giorno il Cielo fu illuminato da una luce nuova, mai vista e Maria fu innalzata al di sopra di tutti i cori degli angeli e dei santi. Da allora, al di sopra di Maria, nella gloria, c’è soltanto Nostro Signore. La luce di gloria che investe l’anima di Maria e le rivela le grandezze del Figlio in tutta la loro magnificenza e la sua dignità materna, supera di molto la gloria di tutti gli Angeli e di tutti i Santi. Per questo la liturgia afferma, nella festa del 15 agosto, che è stata innalzata al di sopra dei cori angelici: «Elevata est super choros angelorum ad coelestia regna». Un solo trono è superiore al suo, quello di Gesù. Gli altri, secondo il teologo don Emilio Campana, stanno tutti al di sotto, «per splendore, intensità, estensione e pienezza, subito dopo la gloria di Gesù, viene la gloria di Maria, Come di Gesù è detto che siede alla destra di Dio Padre onnipotente, così di Maria si deve ripetere che siede alla destra di Gesù medesimo».

Il giorno dell’Assunzione è lo stesso giorno della gloria e dell’incoronazione di Maria in Cielo. La Vergine Maria si assise quel giorno coronata a fianco di Gesù, Re divino, quale universale Regina, così come Gesù si assise, dopo aver compiuto la sua missione redentrice, alla destra di Dio. Da questo momento la sua partecipazione alla Regalità di Cristo sull’universo diventa ufficiale e solenne. Il padre Réginald Garrigou-Lagrange scrive che «Maria partecipa più di chiunque altro, come Madre di Dio alla gloria di suo Figlio, e poiché in Cielo è assolutamente evidente la divinità di Gesù è allora estremamente manifesto che Maria appartiene, come Madre del Verbo incarnato, all’ordine ipostatico, che ha una speciale affinità con le Persone divine, e che partecipa inoltre più di chiunque altro, alla regalità universale del Figlio suo su tutte le creature».

Il dogma dell’Assunzione è dunque strettamente legato al privilegio della Regalità di Maria, per la quale Maria è incoronata nella gloria celeste e regna sul cielo e sulla terra, come sovrana della Chiesa militante, purgante e trionfante, regina degli Angeli e dei Santi. «Regina della pace», secondo il titolo aggiunto alle litanie lauretane da Benedetto XV nel 1917, ma anche “«Regina delle vittorie, al cui nome potente si rallegrano i cieli e tremano per terrore gli abissi» come dice la Supplica alla Vergine del Rosario di Pompei, redatta dal beato Bartolo Longo.

Dopo aver celebrato le glorie dell’Assunta, Pio XII, con l’enciclica Ad Coeli Reginam del 28 ottobre 1954, istituì la festa di Maria Regina da celebrarsi ogni anno in tutto il mondo il 31 maggio e ordinò che in quel giorno fosse rinnovata la consacrazione del genere umano al Cuore Immacolato di Maria. Questa festa è stata trasferita al 22 agosto per sottolineare il legame della regalità della Madre di Dio con la sua corporea Assunzione. Il trionfo del Cuore Immacolato di Maria annunciato dalla Madonna a Fatima è un evento storico che ha il suo sublime modello nella gloria di Maria assunta in Cielo. Per questo, se nell’eternità si potessero distinguere i giorni, dovremmo dire che non vi è giorno più bello e straordinario dell’Assunzione di Maria.

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Mons. Suetta: ‘”Ai funerali di Michela Murgia espresse convinzioni difformi rispetto alla dottrina cattolica”

Sanremo, 14 Agosto. “Molte persone mi hanno comunicato la loro sofferenza a cui unisco anche la mia, nel vedere che in chiesa, conclusa la celebrazione delle esequie e ancora in un contesto liturgico e di un luogo sacro, è stata data la parola a persone che esprimono convinzioni e pensieri difformi dalla dottrina cattolica e lo hanno fatto in modo anche, a mio parere, un poco sguaiato, suscitando una serie di applausi quasi come tifo da stadio e atteggiamento da festa, che mi pare davvero improprio sia nella circostanza delle esequie che soprattutto nel contesto di un luogo sacro”.

A parlare è il vescovo della diocesi di Ventimiglia e Sanremo, Antonio Suetta, che in un video pubblicato su YouTube pone sotto accusa alcuni aspetti relativi ai funerali della scrittrice Michela Murgia.

“Non intendo parlare della persona, che ha vissuto un’esperienza drammatica e faticosa in relazione alla. malattia e che ora ha compiuto il passaggio della morte ed è nel giudizio di Dio. A lei il rispetto che si deve a ogni persona – afferma il prelato -.

Desidero soltanto fissare l’attenzione sull’aspetto pubblico di Michela Murgia, come scrittrice e soprattutto in relazione ai contenuti del suo contributo culturale. Mi limito a definirla una scrittrice, in quanto considerarla una teologa mi sembra eccessivo.

 Le battaglie, così è stato detto, che Michela Murgia ha portato avanti erano legate a sue convinzioni personali e a esperienze di vita, ma il suo contributo culturale in moltissimi casi è stato stato apertamente in contrasto con l’insegnamento di chiesa e dottrina cattolica, in particolare per la concezione della famiglia e altri argomenti molto importanti come aborto ed eutanasia.

Rimane per ogni persona libertà di pensiero e espressione e anzi questa libertà può essere contributo a un dialogo.

 Diverso – ha concluso il vescovo – è accodarsi a un coro pressoché unanime di approvazione, perché le sue esternazioni e convinzioni corrispondono al pensiero oggi dominante e questo non è corretto farlo anche dal punto di vista cristiano, perché la fede cristiana e la dottrina cattolica su questi argomenti hanno visioni differente”. (ANSA -2023 – 08- 14 – 12:33)

San Massimiliano Maria Kolbe

Il fondatore della Milizia dell’Immacolata fu il «martire dell’amore» che nel bel mezzo della distruzione dell’umano attuata nei lager nazisti ricordò al mondo, sacrificandosi per salvare un padre di famiglia, tutta la fecondità della fede.

 Ermes  Dovico – La  Nuova  Bussola14_08_2023

«Rimettiti in tutto alla Divina Provvidenza attraverso l’Immacolata e non preoccuparti di nulla», è l’insegnamento al centro della spiritualità di san Massimiliano Maria Kolbe (1894-1941). Il «martire dell’amore» ricordò al mondo, nel bel mezzo della distruzione dell’umano attuata nei lager nazisti, tutta la fecondità e potenza della fede, sacrificandosi per salvare un padre di famiglia.

Secondo di cinque figli, era nato in Polonia da due ferventi cattolici, che lo battezzarono il giorno stesso della nascita con il nome di Raimondo. Già da bambino ebbe una visione della Vergine che gli porgeva due corone di fiori, una di gigli, simbolo della verginità, l’altra di rose rosse, simbolo del martirio. Le accettò entrambe. A 16 anni vestì l’abito dei francescani conventuali assumendo il nome di fra Massimiliano; e quattro anni dopo, all’atto della professione perpetua, vi aggiunse quello di Maria.

Era arrivato intanto a Roma, dove si laureò in filosofia e teologia. Il Rosario e l’adorazione eucaristica animavano ogni sua giornata. Già negli anni in collegio alcuni compagni si erano accorti di avere un santo tra loro, come testimonierà padre Giuseppe Pietro Pal: «L’amore fraterno di Massimiliano era davvero come quello del Vangelo. Quando nelle nostre conversazioni parlavamo di quanto poco venissero osservate le regole nel nostro collegio, mi diceva di pregare per i peccatori. Non l’ho mai sentito parlare male di qualcuno. Soffriva nel vedere gli altri trasgredire le regole». Consapevole della piaga del modernismo e dell’odio contro la Chiesa diffuso dalla Massoneria, il 16 ottobre 1917 fondò insieme ad altri sei compagni la Milizia dell’Immacolata. L’idea era di consacrare a Dio, attraverso Maria, quante più anime possibili, aiutandole a guadagnare la salvezza eterna. «Chi ha Maria per madre, ha Cristo per fratello», insegnava.

Il santo sapeva infatti bene che la fede genuina s’incarna nella Chiesa militante, chiamata a combattere il Maligno e far conoscere e amare Dio, lavorando all’instaurazione del Suo Regno con l’aiuto di Maria. A questo fine, già ammalato di tubercolosi, diede inizio a una rivista, Il cavaliere dell’Immacolata. Era convinto della necessità di un apostolato attraverso i mezzi di informazione, per trasmettere la bellezza delle verità di fede e di morale, già all’epoca attaccate da «propagatori senza numero». Diceva: «Un missionario della penna […] forma l’opinione pubblica, attenua l’avversione nei confronti del cattolicesimo, chiarisce e lentamente rimuove dalle menti prevenzioni e obiezioni inveterate, predispone a una graduale lealtà nei confronti della Chiesa e col tempo […] alla fiducia, infine al desiderio di conoscere più a fondo la religione».

Le sue idee e la sua carità accesero di entusiasmo una moltitudine di giovani. La sua rivista giunse a una tiratura di milioni di copie. Nel 1927 fondò in patria un convento chiamato Niepokalanów («Città dell’Immacolata»), che si dotò di una tipografia e di un seminario vocato alla missione: in dieci anni si era formata attorno una cittadella e ospitava oltre 700 frati. Esportò lo stesso modello a Nagasaki, dove il Mugenzai no Sono («Giardino dell’Immacolata») accoglierà gli orfani di guerra. Fondò una stazione radio, la SP3RN (Stazione polacca 3 Radio Niepokalanów), e per questo motivo è patrono dei radioamatori. Dopo l’invasione della Polonia i nazisti lo imprigionarono per quasi tre mesi insieme ad altri 37 confratelli. Una volta rimesso in libertà, il francescano tornò alla «Città dell’Immacolata» trasformandola in un ospedale e rifugio per migliaia di ebrei e feriti.

Fu definitivamente arrestato dalla Gestapo il 17 febbraio 1941 e a maggio venne trasferito ad Auschwitz. La fuga di un prigioniero fece scattare la dura ‘legge’ nazista: dieci prigionieri vennero condannati a morire di fame nel Blocco 13. Tra questi vi era un padre di famiglia, Franciszek Gajowniczek (il 10 ottobre 1982 assisterà alla canonizzazione di padre Kolbe), che parlava disperatamente della moglie e dei figli. Il santo si offrì di prendere il suo posto. «Chi sei tu?», gli chiesero i nazisti. «Un prete cattolico», rispose lui, che per due volte aveva già celebrato segretamente nel lager la Santa Messa, distribuendo il Corpo di Cristo a una trentina di detenuti. I nazisti, sorprendentemente, accettarono lo scambio. La calma del sacerdote polacco li impressionò e, come dirà un testimone, il capo del bunker lo considerava «un eroe addirittura sovrumano».

Nelle due settimane di isolamento senza cibo padre Kolbe non si lamentò mai, confortò gli altri prigionieri, parlò loro del sacrificio e amore di Gesù, li fece pregare ed elevare inni sacri. Il 14 agosto, vigilia dell’Assunta, sopravvivevano ancora lui e altri tre uomini. Le SS decisero di farla finita con un’iniezione di fenolo. Fu allora che al capoblocco dell’infermeria disse: «Lei non ha capito nulla della vita, l’odio non serve a niente… solo l’amore crea!». Porse il braccio al carnefice pronunciando le sue ultime parole terrene: «Ave Maria». Testimonierà il carceriere: «Quando riaprii la porta di ferro, già non viveva più; ma mi si presentava come se fosse vivo. Ancora appoggiato al muro. La faccia era raggiante in modo insolito. Gli occhi largamente aperti e concentrati in un punto. Tutta la figura come in estasi. Non lo dimenticherò mai».

Patrono di: radioamatori, prigionieri, movimenti pro-vita, giornalisti, famiglie; Milizia dell’Immacolata

L’ASSUNZIONE AL CIELO DELLA BEATA VERGINE MARIA

Nella descrizione di Maria valtorta

   8 dicembre 1951.

   Quanti giorni sono passati? È difficile stabilirlo con sicurezza. Se si giudica dai fiori che fanno corona intorno al corpo esanime, si dovrebbe dire che sono passate poche ore. Ma se si giudica dalle fronde d’ulivo su cui posano i fiori freschi, fronde dalle foglie già appassite, e dagli altri fiori vizzi, posati come tante reliquie sul coperchio del cofano, si deve concludere che sono passati dei giorni ormai.
   Ma il corpo di Maria è quale era appena spirata. Nessun segno di morte è sul suo volto, sulle piccole mani. Nessun odore sgradevole è nella stanza. Anzi aleggia in essa un profumo indefinibile che sa d’incenso, di gigli, di rose, di mughetti e di erbe montane, insieme mescolati.
   Giovanni, che chissà mai da quanti giorni veglia, si è addormentato, vinto dalla stanchezza, stando seduto sullo sgabello, con le spalle appoggiate al muro, presso la porta aperta che dà sulla terrazza. La luce della lanterna, posata al suolo, lo illumina da sotto in su e permette di vedere il suo volto stanco, pallidissimo, meno che intorno agli occhi arrossati dal piangere.
   L’alba deve essere ormai incominciata, perché il suo debole chiarore rende visibili all’occhio la terrazza e gli ulivi che circondano la casa, chiarore che si fa sempre più forte e che, penetrando dalla porta, fa più distinti anche gli oggetti della camera, quelli che, per essere lontani dalla lucernetta, prima si intravvedevano appena.

   Ad un tratto una gran luce empie la stanza, una luce argentea, sfumata d’azzurro, quasi fosforica, e sempre più cresce, annullando quella dell’alba e quella della lucerna. Una luce uguale a quella che innondò la grotta di Betlemme al momento della Natività divina. Poi, in questa luce paradisiaca, si palesano delle creature angeliche, luce ancor più splendida nella luce già tanto potente apparsa per prima. Come già avvenne quando gli angeli apparvero ai pastori, una danza di scintille d’ogni colore si sprigiona dalle loro ali dolcemente mosse, dalle quali viene come un mormorio armonico, arpeggiato, dolcissimo.
   Le creature angeliche si dispongono a corona intorno al lettuccio, si curvano su di esso, sollevano il corpo immobile e, con un più forte agitar d’ali, che aumenta il suono già esistente prima, per un varco apertosi prodigiosamente nel tetto, come prodigiosamente s’aprì il Sepolcro di Gesù, se ne vanno, portando seco loro il corpo della loro Regina, santissimo, è vero, ma non ancora glorificato e perciò ancora soggetto alle leggi della materia, soggezione a cui non era più soggetto il Cristo perché già glorificato quando risorse da morte. Il suono dato dalle ali angeliche aumenta, ed è ora potente come un suono d’organo.

   Giovanni, che s’era già, pur rimanendo addormentato, smosso due o tre volte sul suo sgabello, come fosse disturbato dalla gran luce e dal suono delle ali angeliche, si desta totalmente per quel suono potente e per una forte corrente d’aria che, scendendo dal tetto scoperchiato ed uscendo dalla porta aperta, forma come un gorgo che agita le coperture del letto ormai vuoto e le vesti di Giovanni, spegnendo la lucerna e chiudendo con un forte picchio la porta aperta.
   L’apostolo si guarda intorno, ancor mezzo assonnato, per rendersi conto di ciò che avviene. Si accorge che il letto è vuoto e che il tetto è scoperto. Intuisce che un prodigio è avvenuto. Corre fuori sulla terrazza e, come per un istinto spirituale o per un richiamo celeste, alza il capo, facendosi solecchio con la mano per guardare senza avere l’ostacolo del nascente sole negli occhi.

   E vede. Vede il corpo di Maria, ancor privo di vita ed in tutto uguale a quello di persona dormente, che sale sempre più in alto, sostenuto dallo stuolo angelico. Come per un ultimo saluto, un lembo del manto e del velo si agitano, forse per azione del vento suscitato dalla rapida assunzione e dal moto delle ali angeliche, e dei fiori, quelli che Giovanni aveva disposti e rinnovati intorno al corpo di Maria, e certo rimasti tra le pieghe delle vesti, piovono sulla terrazza e sulla terra del Getsemani, mentre l’osanna potente dello stuolo angelico si fa sempre più lontano e quindi più lieve.
   Giovanni continua a fissare quel corpo che sale verso il Cielo e, certo per un prodigio concessogli da Dio, per consolarlo e per premiarlo del suo amore alla Madre adottiva, egli vede, distintamente, che Maria, avvolta ora dai raggi del sole che è sorto, esce dall’estasi che le ha separata l’anima dal corpo, torna viva, sorge in piedi, perché ora Lei pure fruisce dei doni propri ai corpi già glorificati.
   Giovanni guarda, guarda. Il miracolo che Dio gli concede gli dà potere, contro ogni legge naturale, di vedere Maria quale è ora mentre sale ratta verso il Cielo, circondata, ma non più aiutata a salire, dagli angeli osannanti. E Giovanni è rapito da quella visione di bellezza che nessuna penna d’uomo, né parola umana, né opera di artista potrà mai descrivere o riprodurre, perché è di una bellezza indescrivibile.
   Giovanni, stando sempre appoggiato al muretto della terrazza, continua a fissare quella splendida e splendente forma di Dio — perché realmente può dirsi così Maria, formata in modo unico da Dio, che la volle immacolata, perché fosse forma al Verbo incarnato — che sale sempre più in alto. E un ultimo, supremo prodigio concede Iddio-Amore a questo suo perfetto amatore: quello di vedere l’incontro della Madre Ss. col suo Ss. Figlio che, Lui pure splendido e splendente, bello di una bellezza indescrivibile, scende ratto dal Cielo, raggiunge la Madre, se la stringe sul cuore, e insieme, più fulgenti di due astri maggiori, con Lei ritorna da dove è venuto.

   Il vedere di Giovanni è finito. Egli abbassa il capo. Sul suo volto stanco sono presenti e il dolore per la perdita di Maria e il gaudio per la sua gloriosa sorte. Ma ormai il gaudio supera il dolore.
   Egli dice: «Grazie, mio Dio! Grazie! Io presentivo che questo sarebbe accaduto. E volevo vegliare, per non perdere nessun episodio della sua Assunzione. Ma erano ormai tre giorni che non dormivo! Il sonno, la stanchezza, congiunti alla pena, mi hanno abbattuto e vinto proprio quando era imminente l’Assunzione… Ma forse Tu stesso l’hai voluto, o Dio, perché io non turbassi quel momento e non soffrissi troppo… Sì. Certo Tu lo hai voluto, come ora volesti che io vedessi ciò che senza un tuo miracolo non avrei potuto vedere. Mi hai concesso di vederla ancora, benché già tanto lontana, già glorificata e gloriosa, come mi fosse vicina. E rivedere Gesù! Oh! visione beatissima, insperata, insperabile! O dono dei doni di Gesù-Dio al suo Giovanni! Grazia suprema! Rivedere il mio Maestro e Signore! Vedere Lui presso la Madre! Lui simile a sole e Lei a luna, splendidissimi entrambi, e per esser gloriosi e per esser felici d’esser riuniti in eterno! Che sarà il Paradiso ora che Voi vi splendete, Voi, astri maggiori della Gerusalemme celeste?

   Quale il gaudio degli angelici cori e dei santi? È tale la gioia che m’ha dato il vedere la Madre col Figlio, cosa che annulla ogni sua pena, ogni loro pena, anzi, che anche la mia cessa, e in me subentra la pace. Dei tre miracoli che avevo chiesti a Dio, due si sono compiuti. Ho visto tornare la vita in Maria, e la pace la sento tornare in me. Ogni mia angoscia cessa, perché vi ho visti riuniti nella gloria. Grazie di ciò, o Dio.

   E grazie per avermi dato modo, anche per una creatura, santissima ma sempre umana, di vedere quale è la sorte dei santi, quale sarà dopo l’ultimo giudizio, e la risurrezione delle carni, e la loro rincongiunzione, la loro fusione con lo spirito, salito al Cielo all’ora della morte. Non avevo bisogno di vedere per credere. Perché io ho sempre creduto fermamente ad ogni parola del Maestro. Ma molti dubiteranno che, dopo secoli e millenni, la carne, fatta polvere, possa tornare corpo vivente. A costoro io potrò dire, giurandolo sulle cose più eccelse, che non solo il Cristo tornò vivo, per suo proprio potere divino, ma che anche la Madre sua, tre dì dopo la morte, se morte può dirsi tal morte, riprese vita, e con la carne riunita all’anima prese la sua eterna dimora in Cielo, al fianco del Figlio.

   Potrò dire: “Credete, o cristiani tutti, nella risurrezione della carne, alla fine dei secoli, e alla vita eterna e dell’anima e dei corpi, vita beata per i santi, orrenda per i colpevoli impenitenti. Credete e vivete da santi, come da santi vissero Gesù e Maria, per avere la loro stessa sorte. Io ho visto i loro corpi salire al Cielo. Ve lo posso testimoniare. Vivete da giusti per potere un giorno essere nel nuovo mondo eterno, in anima e corpo, presso Gesù-Sole e presso Maria, Stella di tutte le stelle”. Grazie ancora, o Dio!

   Ed ora raccogliamo quanto resta di Lei. I fiori caduti dalle sue vesti, le fronde degli ulivi rimaste sul letto, e conserviamoli. Serviranno… Sì, serviranno a dare aiuto e consolazione ai miei fratelli, invano attesi. Prima o poi li ritroverò…».
   Raccoglie anche i petali dei fiori sfogliatisi nel cadere, rientra nella stanza tenendoli in un lembo della veste.

   Nota allora più attentamente l’apertura del tetto ed esclama: «Un altro prodigio! E un’altra mirabile proporzione nei prodigi della vita di Gesù e Maria! Egli, Dio, da Sé risorse, e col suo solo volere ribaltò la pietra del Sepolcro, e col suo solo potere ascese al Cielo. Da solo. Maria, santissima ma figlia dell’uomo, per aiuto angelico ebbe aperto il varco per la sua assunzione al Cielo e, sempre per aiuto angelico, è stata assunta là. Nel Cristo lo spirito tornò ad animare il Corpo mentre esso era ancora sulla Terra, perché così doveva essere, per far tacere i suoi nemici e per confermare nella fede i suoi seguaci tutti. In Maria lo spirito è tornato quando il Corpo santissimo era già sulle soglie del Paradiso, perché per Lei non era necessario più altro. Potenza perfetta dell’infinita Sapienza di Dio!…».

   Giovanni ora raccoglie in un telo i fiori e le fronde rimasti sul lettuccio, vi unisce quelli raccolti fuori e li depone tutti sul coperchio del cofano. Poi lo apre e vi colloca il guancialetto di Maria, la coperta del lettuccio; scende nella cucina, raccoglie altri oggetti usati da Lei — il fuso e la conocchia, le sue stoviglie — e le unisce alle altre cose.

   Chiude il cofano e si siede sullo sgabello esclamando: «Ora tutto è compiuto anche per me! Ora posso andare, liberamente, là dove lo Spirito di Dio mi condurrà. Andare! Seminare la divina Parola che il Maestro mi ha data perché io la dia agli uomini. Insegnare l’Amore. Insegnarlo perché credano nell’Amore e nella sua potenza. Far loro conoscere cosa ha fatto Dio-Amore per gli uomini. Il suo Sacrificio e il suo Sacramento e Rito perpetui, per cui, sino alla fine dei secoli, noi potremo essere uniti a Gesù Cristo per l’Eucarestia e rinnovare il rito e il sacrificio come Egli comandò di fare.

   Tutti doni dell’Amore perfetto! Far amare l’Amore, perché credano in Esso come noi vi abbiamo creduto e crediamo. Seminare l’Amore perché sia abbondante la messe e la pesca, per il Signore. L’amore tutto ottiene, mi ha detto Maria nel suo ultimo discorso, a me, da Lei giustamente definito, nel collegio apostolico, colui che ama, l’amante per eccellenza, l’antitesi dell’Iscariota che fu l’odio, come Pietro l’irruenza e Andrea la mitezza, i figli d’Alfeo la santità e sapienza congiunta a nobiltà di modi, e così via. Io, l’amoroso, ora che non ho più il Maestro e la Madre da amare in Terra, andrò a spargere l’amore tra le genti. L’amore sarà la mia arma e dottrina. E con esso vincerò il demonio, il paganesimo, e conquisterò molte anime. Continuerò così Gesù e Maria, che furono l’amore perfetto in Ter­ra».

(Maria Valtorta –  L’Evangelo come  mi è stato rivelato-   Vol  X – Capitolo 649-   CEV- 

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La guerra dei droni, zeta-realismo e la fine della ‘terza Roma’

di Stefano Caprio- Asia  News –  6 Agosto 2023

L’operazione di Putin non ha spostato gli equilibri territoriali ma tocca il cuore dell’(ex) impero. I velivoli radiocomandati stanno diventando il fattore decisivo della guerra dei due mondi. Crollata la barriera difensiva nella coscienza dei moscoviti e nel resto del Paese. Per Putin “tutto va secondo i piani”. La versione apocalittica dell’Ortodossia: dopo la Russia il nulla.

La guerra tra la Russia e l’Ucraina sta assumendo tonalità e dimensioni sempre più ampie e contraddittorie, nella pazza estate degli incendi e delle alluvioni, delle trombe d’aria che si alternano ad allagamenti e siccità sempre più estese. Lo scenario apocalittico del cambiamento climatico insiste sempre più sulle colpe degli uomini, siano esse di catastrofi provocate da incuria, indifferenza e inquinamento, sia soprattutto per la rovina delle città bombardate e delle vite sterminate senza alcuna vera ragione.

La cosiddetta “operazione militare speciale” si è rivelata davvero inconsueta e “speciale” per la sua totale mancanza di senso razionale, sconvolgendo il mondo per qualche chilometro di territorio conteso da secoli e mai veramente precisato. Neppure sulle cartine geografiche, a parte il “triangolo magico” della sacra penisola di Crimea, avamposto del mar Nero tra i diversi mondi d’Asia e d’Europa. La prima fase, quella dell’avanzata russa fino alla capitale, sembrava riecheggiare le invasioni hitleriane che diedero inizio alla Seconda guerra mondiale; la guerra di posizione in corso ormai da oltre un anno ha ricordato le linee fangose del fronte antecedente, la Prima guerra mondiale del crollo degli imperi.

Dallo scorso autunno, dopo la riconquista ucraina di Kherson sull’estuario del Dnepr, si è nuovamente materializzata la “cortina di ferro”, diventata un muro d’acqua dopo il crollo della diga di Khakovka. Incessanti i bombardamenti dei russi sulle città ucraine, dalla capitale Kiev all’occidentale Leopoli, fino all’incrocio più straordinario di mondi e culture di Odessa, da cui partirono gli ebrei russo-polacchi per ricostruire Israele, dopo la guerra e l’Olocausto. Fra tutte queste tragedie rievocative del passato, che impongono riflessioni sui motivi ricorrenti delle guerre, c’è un elemento ultramoderno che mai si era visto con tale intensità e frenesia, che scuote le anime prima ancora dei corpi: la guerra dei droni.

Gli aeromobili senza pilota non sono un’invenzione di questi giorni, anzi a loro volta possono rimembrare episodi del passato, da quando gli austriaci attaccarono Venezia nel 1849 con palloni caricati di esplosivo, agli aerei “Target” controllati mediante radiofrequenza nella prima guerra mondiale. Oggi però i droni esprimono più di molti altri strumenti la “digitalizzazione dell’anima” che caratterizza la vita delle società contemporanee, dipendenti in tutto da computer e comunicazioni a distanza, senza la presenza fisica dell’essere umano. Di forme e dimensioni variabili, dalla zanzara-spia alla stazione spaziale aliena, i droni sono quanto di più simile l’uomo abbia creato a quelli che una volta venivano chiamati gli “spiriti maligni”. Oggetti tenebrosi e privi di qualunque sentimento, che penetrano nel cuore di città, case, famiglie, distruggendo l’uomo stesso per fare spazio a un mondo d’intelligenza artificiale, anonima e priva di speranza.

Naturalmente ci sono droni per usi militari, ma anche civili e perfino umanitari, che possono risolvere tanti problemi legati alle distanze e alle comunicazioni. Eppure il terrore del drone che sfugge a ogni radar e piomba sopra le vicende umane sta diventando sempre più il fattore decisivo della guerra dei mondi. Dopo i voli simbolici sopra il Cremlino di inizio maggio, a sfregio delle parate imperiali sulla piazza Rossa, l’uso degli automi volanti si è ampliato e intensificato, come espressione più clamorosa della “controffensiva” ucraina, assai limitata nelle riconquiste territoriali, ma molto efficace nell’occupazione di altre dimensioni dello spazio e della mente.

I droni si producono ormai in Ucraina in numero sempre maggiore, quasi al livello degli smartphone che contengono la vita delle persone. Certo non sarà mai abbastanza per ricoprire l’immensità della Russia, e nemmeno per colpire tutti i quartieri di Mosca, città molto estesa pur nella relativa densità dei suoi abitanti, dove si concentra per tradizione tutta l’attività dei russi da ogni direzione. Se non possono spostare la linea reale del fronte, i malvagi apparecchi hanno però permesso di far crollare la barriera difensiva nella coscienza dei moscoviti e dei russi in generale, per la stragrande maggioranza dei quali la Svo (operazione speciale) era la sigla di eventi lontani, dove “i nostri valorosi soldati” (asiatici e caucasici) lottano con gli alieni “ucro-nazisti”, una specie di film di fantascienza da seguire con passione degradante nel tempo.

Ora invece il mostro della guerra ha mostrato il suo volto spaventoso nella capitale, distruggendo le vetrate e gli uffici dei grattacieli di Moscow-City, orgoglio della ritrovata grandezza economica della Russia dopo le umiliazioni post-sovietiche. Uno dei droni è stato abbattuto ed è crollato proprio in mezzo alla piazza avveniristica di Novaja Moskva, senza distruggere nulla ma ottenendo il vero scopo di tutta la controffensiva ucraina: mostrare ai russi che la guerra non è appunto “ucraina”, di confine o periferia, ma raggiunge il cuore dell’impero, della vita dei popoli e degli uomini. Con grande precisione, i droni d’assalto colpiscono ripetutamente il ministero dell’Economia e quello dell’Informatica, insieme ad altri uffici statali di importanza strategica militare e per la programmazione tecnico-comunicativa di tutta la macchina sociale russa.

Vladimir Putin finge di ignorare questi colpi al cuore dei russi, ripetendo che “tutto sta andando secondo i piani”, e anche le televisioni cercano di non mostrare i danni dei droni, che pure sono visibili a tutti i cittadini della capitale. E forse sono proprio questi i piani, per cui la guerra “speciale” era stata presentata fin dall’inizio come una “difesa dall’invasione occidentale”, non più nelle terre lontane del Donbass, ma nel centro della Russia stessa. San Pietroburgo è stata per ora risparmiata dagli ucraini, evitando il refrain “nazista” dell’assedio di Leningrado, ma l’assalto a Mosca riassume non solo l’invasione tedesca della seconda guerra mondiale: ricorda la furia dei tartari, le aggressioni dei polacchi, l’armata di Napoleone, tutte le tragedie della storia russa, sempre esposta all’avanzata dei popoli nemici.

Se gli ucraini cercano di affermare se stessi, l’identità nazionale, mettendosi alla pari con lo zar e la sua corte che li vorrebbe semplicemente ingoiare e cancellare dalla storia, i russi si esaltano nella resistenza e nella difesa di una “terra sacra” loro affidata da Dio per la salvezza del mondo intero. I russi non vogliono in realtà conquistare l’Ucraina, come si è visto dal corso della guerra: sono arrivati fino a Kiev per tornare indietro, senza di fatto aggiungere nulla di significativo ai territori che già controllavano da anni, da secoli. I russi vogliono soltanto “la Vittoria”, una personificazione divina della propria stessa essenza, e le vittorie storiche della Russia sono sempre state soltanto difensive, mai di conquista vera e propria. La Vittoria da affiancare alla “Trinità” di Russia, Ucraina e Bielorussia, altra figura iconica usata per definire veramente l’operazione teologica speciale.

Con la guerra di Putin la Russia ha mostrato di sapersi rialzare dalla vergogna di essere rimasta ai lati della storia, della politica e dell’economia mondiale, ha costretto a suo modo tutti gli Stati del mondo ad avere timore e rispetto, amici o nemici, fattore che ha per i russi un’importanza relativa. Perdiamo quelli d’occidente, andremo da quelli d’oriente. La mentalità diffusa tra la gente comune sostiene soprattutto questo aspetto psicologico e “spirituale”: non volevamo certo la guerra, ma se il capo ha deciso così bisogna sostenerlo, perfino il patriarca lo benedice. E se ora arrivano a colpirci dentro casa, cerchiamo i traditori di questo “colpo alla schiena”. Spie degli ucraini e degli americani, venduti che gettano “discredito sulle forze armate”, generali che cercano soltanto la propria gloria e il proprio interesse: tutto questo fa stringere ancora di più attorno al nuovo Stalin. Il fatto è che l’Unione Sovietica lenin-staliniana esaltava rivoluzione, guerre e vittorie in nome di un’ideologia, di un’immagine del futuro che oggi manca totalmente alla Russia. La copertura ideologica della Vittoria del russkij mir è la versione apocalittica dell’Ortodossia, che profetizza la Terza Roma siccome “una quarta non ci sarà”, dopo la Russia il nulla, la fine del mondo. La Russia di Putin vive la sua vittoria non nella conquista, forse ancora di più nella gloriosa sconfitta, nel sacrificio salvifico in nome di qualcosa che nessuno sa definire veramente. Lo storico e giornalista Artem Efimov lo chiama lo “Zeta-realismo”, una sottocultura che scimmiotta il Sozrealizm, la realtà ridefinita dall’ideologia comunista; la lettera Zeta, svastica della guerra russa, è l’ultima lettera dell’alfabeto, a cui non seguirà alcun futuro

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La croce dei nuovi martiri

Minacciati, cacciati, uccisi. Dall’Africa profonda all’Asia orientale, per i cristiani è un calvario senza fine

Di: Matteo Matzuzzi – Il Foglio
Data di pubblicazione: 30 Luglio 2023

Il nuovo rapporto di “Aiuto alla Chiesa che soffre” è lunghissimo: la situazione peggiora ovunque nel mondo, per lo più nel silenzio. Il dramma della Nigeria, il caso indiano

Mio Dio, è difficile essere incatenati e picchiati, ma vivo questo momento così come Tu me lo offri. E, nonostante tutto, non vorrei che ad alcuno di questi uomini, cioè i miei rapitori, venisse fatto del male”. Potrebbe sembrare una testimonianza delle grandi persecuzioni dei primi secoli, quando i cristiani, la “setta”, si ritrovavano a pregare di nascosto nelle catacombe e sovente finivano in pasto alle fiere nelle arene, per il divertimento e il godimento del pubblico lì assiepato, ebbro di vino, gioia e sangue altrui. Roba vecchia, insomma, da libri di storia o, più profanamente, da kolossal degli anni Cinquanta.

Invece, a parlare così, di prigionia, catene e botte, è una nostra contemporanea, suor Gloria Cecilia Narváez. Ha reso la sua testimonianza ad Aiuto alla Chiesa che soffre, tre mesi dopo la liberazione in Mali, dove era stata rapita da militanti islamisti e tenuta segregata, fra torture fisiche e psicologiche, per quattro anni e mezzo. I rapitori, racconta, s’infuriavano quando si metteva a pregare. Una volta, uno dei capi jihadisti la picchiò, chiedendole beffardamente “se quel tuo Dio ti fa uscire di qui”. Non aveva letto il Vangelo, non sapeva niente del “Salva te stesso” urlato dal ladrone in croce, evidentemente.

L’ultimo rapporto di Aiuto alla Chiesa che soffre 2020-2022, presentato nelle scorse settimane, è lunghissimo. Centoquarantaquattro pagine dettagliate, paese per paese. Un Calvario che attraversa tutto il mondo: le persecuzioni sono in aumento, e chi è perseguitato lo è per la fede. Ci sono più martiri oggi che nei primi secoli, ha detto tante volte Papa Francesco. Frase che è tutt’altro che uno slogan vuoto, ma che è radicata nell’evidenza dei fatti. Anno dopo anno, la situazione peggiora.

Se nel 2019 il Pew Research Center dimostrava – dati alla mano – che i cristiani erano il gruppo religioso più perseguitato al mondo, la World Watch List del 2022 di “Porte aperte” notava “cambiamenti di portata epocale nel panorama delle persecuzioni” a danno dei cristiani: per la prima volta in ventinove anni, tutti i cinquanta paesi in cui si commettono maggiori violazioni della libertà religiosa sono stati classificati con livelli di persecuzione elevati”. Aiuto alla Chiesa che soffre, intanto, presenta i numeri, che spiegano molto più delle parole: nel 75 per cento dei paesi esaminati, negli ultimi due anni si è registrato un aumento dell’oppressione o della persecuzione dei cristiani. In Africa, soprattutto, la situazione dei cristiani è peggiorata in tutti i paesi esaminati, con prove di forte aumento della violenza genocida da parte di diversi attori militanti non statali (incluse, ovviamente, le formazioni jihadiste). 

In medio oriente, le migrazioni hanno aggravato la crisi che già da tempo minaccia la sopravvivenza delle tre grandi comunità cristiane antiche in Iraq, Siria e Palestina. Più articolato il quadro in riferimento all’Asia orientale, dove l’autoritarismo statale ha rappresentato un fattore chiave nell’inasprimento dell’oppressione contro i cristiani in Myanmar, Cina, Vietnam. In altri contesti asiatici, il nazionalismo religioso ha contribuito all’aumento delle persecuzioni contro i cristiani: Afghanistan, India e Pakistan.

A guardare la mappa dell’Africa, si coglie la portata del dramma: se in Mali, Sudan, Eritrea, Etiopia e Mozambico la situazione peggiora, in Nigeria è lecito adombrare lo spettro del genocidio, pur con tutte le cautele del caso derivanti dai vincoli giuridici che limitano tale definizione. Scrive la Società internazionale per le libertà civili e lo stato di diritto che lì “tra il gennaio 2021 e il giugno 2022, sono stati uccisi oltre 7.600 cristiani”. Più di 5.200 quelli sequestrati.

 Nel solo 2021, sono stati registrati più di quattrocento attacchi a chiese e istituzioni a esse collegate. Il presidente dell’Associazione cristiana della Nigeria, Samson Ayokunle, ha parlato della “esistenza di un’agenda estremista militante per cancellare il cristianesimo”. E’ sufficiente citare due episodi: nel maggio del 2022, la lapidazione e il rogo della venticinquenne Deborah Samuel, rea di aver condiviso su WhatsApp messaggi “blasfemi”; a Pentecoste l’attacco nella chiesa di san Francesco Saverio a Owo, durante la messa: più di quaranta fedeli trucidati. Non si contano gli arresti per adulterio e apostasia. Fino al 95 per cento delle donne rapite e costretto a sposarsi è costituito da cristiane, “il che significa – si legge nel rapporto – che le violenze sono accompagnate dall’obbligo di convertirsi all’islam”.

Negli ultimi tredici anni, “le attività di Boko Haram hanno contribuito in modo significativo a raggiungere un totale di 75.644 nigeriani uccisi, di cui si stima che il 60 per cento sia costituito da cristiani e il 40 per cento da musulmani”. A ciò vanno sommate le violenze commesse dai pastori fulani, comunità a maggioranza islamica, spesso ritratti sbrigativamente come pastori esausti per la scomparsa e l’esaurimento delle terre per i pascoli.

La realtà è un po’ diversa: “Per quanto inizialmente questi scontri non fossero prettamente di natura religiosa, sarebbe tuttavia errato interpretare le violenze come semplici scontri fra pastori e contadini. Si tratterebbe infatti di un’interpretazione ingenua ed eccessivamente semplicistica di una situazione che è cresciuta e si è trasformata”. Significativo quanto detto dal vescovo di Kaduna, mons. Matthew Man-Oso Ndagoso. “Prima i mandriani erano armati di bastoni e archi, ora hanno i fucili Ak-47”. Solo negli ultimi tre mesi, nel silenzio pressoché dominante dei media occidentali, almeno 450 cristiani sono morti in attacchi condotti nella zona centrale del passe. La Nigeria non è, come s’è già visto, un caso isolato. L’Africa vive questa tensione tra un cristianesimo in rapida ascesa – in qualche caso “disordinata” – e l’aumento della violenza settaria, etnica e religiosa.

Di Burkina Faso non si parla mai, la maggior parte delle persone non sa neppure collocare questo paese sulla cartina geografica. Eppure, qui sta accadendo qualcosa che non ha niente da invidiare all’avanzata del Califfato islamico nel vicino oriente, anni fa. “In quasi tutta la nazione è all’ordine del giorno il terrorismo di matrice islamista”, diceva il vescovo di Kaya, mons. Théophile Nare.

 Terrorismo che agisce mediante “espulsioni della gente dai propri villaggi, rapimenti, sequestri, massacri contro la popolazione civile. Il territorio è controllato per quasi il sessanta per cento dagli attori di questa atroce tirannia. Ormai abbiamo un’associazione a delinquere nella quale l’estremismo islamico fa da copertura ai banditi, ladri e malfattori di ogni tipo”.

In Mozambico, il 6 settembre del 2022, la missionaria suor Maria De Coppi (83 anni) è stata assassinata a Chipene, nella diocesi di Nacala. Non contenti, i terroristi hanno distrutto il tabernacolo, incendiato la chiesa, la scuola, il centro sanitario, la biblioteca, i collegi maschile e femminile, i veicoli e le case dei sacerdoti e delle suore. In Eritrea, chi non fa parte delle quattro confessioni ufficialmente riconosciute dallo stato (la Chiesa ortodossa eritrea Tewahedo, l’islam sunnita, la Chiesa cattolica e la Chiesa evangelica luterana dell’Eritrea) può incorrere in arresti immotivati.

Nel carcere di massima sicurezza di Mai Serwa, a pochi chilometri da Asmara, almeno cinquecento persone sarebbero detenute a causa della propria appartenenza religiosa. Il servizio militare (minimo diciotto mesi) è obbligatorio per tutti i cittadini dai 18 ai 50 anni, non è ammessa l’obiezione di coscienza e chi si rifiuta per ragioni legate alla fede, è arrestato. Per ottenere la liberazione, bisogna “rinunciare all’affiliazione religiosa”.

Sono frammenti di una storia, che sarebbe impossibile qui riprodurre nella sua interezza. Tessere che però danno l’idea della tragedia che tanti cristiani soffrono. Anche nelle regioni meno alla ribalta delle cronache, come in certi paesi dell’Asia, dove l’autoritarismo statale limita “o persino soffoca” (sic) la capacità dei credenti di praticare liberamente la propria religione. Quanti sanno, ad esempio, che nelle Maldive “la continua oppressione statale costringe tuttora i cristiani alla clandestinità e che l’esposizione pubblica di simboli cristiani o l’importazione di Bibbie possono comportare l’arresto”? Qui, la Costituzione è chiara: un non musulmano non può diventare cittadino delle Maldive. Risultato: secondo le cifre ufficiali, il cento per cento della popolazione è fedele all’islam, nella realtà c’è “qualche centinaio di cristiani” condannato alla clandestinità. E’ illegale “l’esposizione in pubblico di simboli o slogan appartenenti a una religione diversa dall’islam”. Naturalmente, è vietato importare nell’arcipelago Bibbie e altra letteratura cristiana.

Il rapporto è severissimo con la Cina, con buona pace degli storici nostrani che su quotidiani e canali d’informazione vari spiegano come Pechino tenda mani che solo l’ottusità di quanti sono fedeli al princìpi non sanno toccare. La Cina, infatti, “continua a perseguitare e a tentare di controllare i cristiani e i membri di altri gruppi religiosi che non accettano la linea ufficiale del Partito comunista. Non sorprende pertanto che nell’analisi del Pew Forum sulle restrizioni imposte dalle autorità alla religione il paese abbia ottenuto il punteggio più alto di qualsiasi stato nazionale. Ma in Asia la situazione è resa più complicata dal connubio micidiale tra l’autoritarismo statale e il nazionalismo religioso.

L’India è il caso emblematico. Nel 2021, il Forum cristiano unito per i diritti umani ha registrato qui 505 casi di violenze e atti di odio – erano “solo” 279 nel 2020 – e 302 nei primi sette mesi del 2022. Il nord è l’area dove la violenza è più forte. La causa? Il moltiplicarsi di accuse di conversione; accuse sostenute dalle leggi che appunto sanzionano chi sceglie di convertirsi. Gli stati indiani che hanno progressivamente approvato leggi che vietano la conversione religiosa con l’inganno o la forza sono dieci. Nello stato di Madhya Pradesh, in base a tale legge sono stati arrestati 75 cristiani, solo nel primo mese di applicazione della normativa. Leggi che però non sono reciproche: a essere sanzionato è solo chi passa al cristianesimo o all’islam, chi invece sceglie di convertirsi all’induismo gode addirittura di vantaggi fiscali.

 La retorica anticristiana è determinata in primo luogo dalla narrazione secondo cui gli indù sono destinati a divenire minoranza, e ciò in seguito al censimento del 2015 che dimostrava come fossero scesi sotto la soglia psicologica dell’80 per cento della popolazione, per la prima volta nella storia. Nell’ottobre del 2021, i partecipanti a un raduno di massa sono stati esortati a uccidere i cristiani. Il leader religioso indù locale è stato chiaro: “Decapitate coloro che vengono per convertire”.

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Il turismo estremo della sacra Crimea

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di Stefano Caprio-Asia  News– 23 Luglio 2023

I turisti hanno tardato quest’anno ad arrivare sul mare della Crimea, intimoriti dalle trincee e dai bombardamenti. Il governo russo ha cercato in ogni modo di favorirne e “precettarne” diverse categorie, dai gruppi di bambini e ragazzi fino ai dipendenti di aziende di Stato e di oligarchia. E non c’è dubbio che uno degli scopi degli attacchi ucraini sia diretto a far fallire la stagione, principale attività economica della regione.

Un po’ in tutto il mondo la seconda metà di luglio presenta ondate di caldo torrido e fenomeni atmosferici di consistenza inusitata, ma la località turistica più infuocata è sicuramente la Crimea, terra di storia antica e moderno conforto, oggi ormai terra di trincea e di guerra apocalittica tra Oriente e Occidente. La stagione estiva in Crimea è solitamente un trionfo di allegria e godimenti, quest’anno è invece un esperimento di “turismo estremo”, che spaventa e attrae i russi, almeno quelli che non possono andare in Thailandia, o nemmeno in Turchia, per non parlare delle coste mediterranee tanto amate.

Le azioni belliche delle controffensive incrociate di Russia e Ucraina si concentrano in questa fase proprio sulla penisola che domina il mar Nero, avamposto strategico di ogni possibile vittoria o sconfitta definitiva. I turisti hanno infatti tardato ad arrivare, intimoriti dalle trincee e dai bombardamenti, e il governo russo ha cercato in ogni modo di favorirne e “precettarne” diverse categorie, dai gruppi di bambini e ragazzi fino ai dipendenti di aziende di Stato e di oligarchia. Quando poi gli ucraini hanno di nuovo preso di mira il ponte di Kerč, linea simbolica della “Crimea nostra” putiniana che si collega alla regione “legale” di Rostov e Soči, le code infinite si sono disperse su tutto il territorio del Donbass “illegale”, dove pure gli scontri sono sempre roventi, trasformando il viaggio in Crimea in un’avventura più adrenalinica di qualunque video-gioco bellico. E allora sono arrivati i cultori del turismo extreme.

La “stagione turistica” è stata rinominata “stagione dei botti”, bavovny in ucraino, kloptsy in russo, come una vera attrazione da non perdere: non più fuochi artificiali, ma l’autentica apocalisse, dove anche nei luoghi più sicuri si sentono risuonare i bombardamenti delle zone circostanti. Il capo del parlamento russo-crimeano, Vladimir Konstantinov, ha tacciato coloro che diffondono informazioni sui rischi di queste latitudini come dei diversanty, i “sabotatori” che vogliono incutere il panico ai bravi turisti tradizionali; ma molti cominciano a considerare la guerra come la migliore delle campagne pubblicitarie.

Non c’è dubbio che uno degli scopi degli attacchi ucraini sia diretto a far fallire la stagione, principale attività economica della Crimea, oltre che a separarla dalla Russia per poterla riannettere, dichiarando così il fallimento di tutte le operazioni putiniane dal 2014 a oggi. Il propagandista russo Sergej Veselovskij ammonisce che “la sicurezza della Crimea ci sarà solo quando scomparirà l’Ucraina, quando lo stesso termine ucraino diventerà un insulto”; ma tra i crimeani molti cominciano a chiedersi chi dei due padroni sia il peggiore. I “partigiani ucraini” della Crimea hanno lanciato un sonoro avvertimento a un altro di questi propagandisti, il blogger di Feodosija Aleksandr Talipov, facendo saltare in aria la sua motocicletta, proprio davanti ai suoi occhi.

Come dice un proverbio russo, “la paura ha gli occhi grandi”, ed ecco che si diffondono leggende sui “terroristi kamikaze” filo-ucraini, che verrebbero reclutati non solo in Crimea, ma in tutte le campagne meridionali della Russia, dove la lingua russa e quella ucraina si mescolano da secoli. I servizi segreti russi sono ormai allo sbando in mezzo a queste tempeste di assalti militari e fake news, senza capire se si devono temere di più le bombe a grappolo, i missili a distanza, i droni d’assalto o le tante azioni dei diversanty un po’ in tutte le regioni della Federazione.

Lo stesso generale Zalužnyj, capo di stato maggiore ucraino, ha confermato in più occasioni che “niente e nessuno ci fermerà nella riconquista della Crimea”, e non si tratta certo di un uomo abituato a gettare parole al vento. Putin ha invece insistito che gli attacchi ucraini non fermano il flusso di persone e di turisti dalla Russia verso la Crimea, visto che si possono utilizzare “itinerari alternativi”, cioè quelli dei territori occupati. Un corrispondente di guerra, Dmitrij Stešin, ha addirittura lodato in televisione “i dirigenti della Russia che si sono presi a cuore i propri connazionali, assicurando loro un accesso alla Crimea attraverso i nuovi territori”, come se il turismo crimeano fosse il vero scopo di tutta la guerra.

Gli itinerari consigliati sono effettivamente suggestivi, in mezzo a splendide vallate e colline, con le strade appena rifatte, anche se danneggiate in più punti dai bombardamenti. Anche alcuni dei ponti minori sono interrotti o di difficile transito, se si riescono a schivare gli attacchi ucraini. Il tutto assomiglia a un teatro dell’assurdo degno di Gogol e Cechov, nelle migliori tradizioni russe, una “realtà alternativa” su cui si gioca tutta la credibilità del regime putiniano. Si potrebbe dire che la vacanza in Crimea è la vera cartina di tornasole di vent’anni di politica, prima economica e poi militare: prima del 2014 i russi andavano in massa sulle spiagge della penisola, per mostrare agli ucraini il proprio disprezzo con i portafogli gonfi. Poi hanno cercato di “rifare la Crimea a immagine della Russia”, rendendola quasi proibitiva per i ceti inferiori. Ora vogliono affermare la resistenza dei russi alle invasioni e alle depravazioni occidentali, rimanendo saldi nel baluardo crimeano. La “strada della vita” verso la Crimea diventa la “strada della morte”, ciò che esalta al massimo grado l’ardore patriottico.

Attraversare le strade e i ponti della Crimea è la versione più eccitante della “roulette russa”: la probabilità di saltare in aria o rimanere feriti è molto alta, la gioia per essere arrivati a destinazione è superiore a quella dell’intera vacanza. Le réclame pubblicitarie recitano: “da noi c’è il miglior mare del mondo, e la migliore difesa antiaerea”. Anche tuffarsi in mare è un vero brivido, visto che al posto degli squali ci si può imbattere in droni sottomarini. Gli yacht e tutti i motoscafi acquatici sono ormai dotati di sofisticati sistemi di rilevamento radar e ultrasuoni, come nei migliori film d’avventura. La riparazione dei ponti danneggiati, e la sistemazione capillare delle tecnologie difensive, stanno ingoiando parti sempre più consistenti del bilancio regionale e federale, già di per sé in picchiata deficitaria.

Come se non bastasse, gli altri centri di riviera sul mar Nero come Soči e Tuapse, stracolmi di turisti, sono stati devastati da monsoni e inondazioni, e nella georgiana Batumi i russi fanno a botte con gli esercenti locali, che non sono in grado di offrire servizi all’altezza. I russi non possono fare a meno delle vacanze estive, come e più di tutte le popolazioni europee, anche per esprimere questa “voglia di mare” che caratterizza la natura stessa dello sterminato Paese eurasiatico, senza sbocchi sulle vie d’acqua verso il resto del mondo. Le guerre russe si ripetono incessanti dal mar Baltico al mar Nero, contro turchi e scandinavi, e anche sull’Oceano Pacifico, dove non è ancora stato firmato il trattato di pace con il Giappone dopo la Seconda guerra mondiale. Ora si sta perfino aprendo un nuovo fronte marittimo, quello dell’Artico, dove i ghiacci si ritirano e si preparano future guerre per il dominio della “testa del mondo”, che potrebbero far impallidire quelle attuali.

Ora comunque “c’è la Crimea, la Crimea è nostra, andate in Crimea e riposatevi!”, ripetono gli annunci su tutte le piattaforme. All’estero non si può andare, il dollaro e l’euro sono sopra quota 100 con il rublo, i soldi non bastano neppure per l’Egitto, quindi “in Crimea!”. Sedetevi sulle vostre automobili, fate il pieno di benzina anche se costa il doppio, provate il brivido di rischiare la pelle, e in spiaggia state attenti a non cadere nelle trincee, che comunque vi potranno servire. In famiglia abbiamo tre, quattro bambini, dove li mettiamo se non in macchina, verso la Crimea?

La sensazione è che la guerra abbia suscitato nei russi uno stato d’animo veramente estremo e apocalittico: “tanto ormai non abbiamo più niente da perdere”. La Crimea è il luogo ideale per rappresentare questo modello di vita, non a caso l’ideologia del russkij mir suona meglio come krimnašizm, “crimea-nostrismo”, dal grido putiniano Krym Naš! Sulla piazza Rossa il 18 marzo 2014, quando la storia è cambiata. Tutto il mondo è Crimea, una terra sospesa in cui la Russia si offre in sacrificio di purificazione e gloria eterna. Se si riesce a schivare i pericoli e arrivare a Simferopoli, la capitale della Crimea, si possono visitare gli scavi archeologici, in cui una poderosa squadra di specialisti, protetti da squadroni di forze speciali, scava per trovare le radici dell’anima russa. Si vuole dimostrare che l’antica Chersoneso (in onore della quale fu chiamata Kherson la città sull’estuario del Dnepr) era una terra russa, la slava Korsun, contro tutte le pretese degli altri popoli. Negli ultimi secoli sono stati i tatari a rivendicare la penisola, con scontri e guerre a più riprese, ma prima ancora se la volevano intitolare i greci, i turchi, perfino i tedeschi: anche Hitler fece fare delle ricerche durante l’occupazione, per dimostrare che era una terra gotica. Gli “apostoli degli slavi” Cirillo e Metodio qui ritrovarono le spoglie del santo papa Clemente Romano, a cui aveva imposto le mani lo stesso san Pietro, ma fortunatamente non ci saranno rivendicazioni del Vaticano. Sotto il giogo tartaro, per qualche decennio la Crimea fu anche data in appalto ai genovesi, padroni delle rotte marittime duecentesche, e abili mediatori tra i Khan mongoli e i principi della Rus’. Da Genova si andò a scoprire l’America, oggi si deve ripartire per scoprire la Russia, magari proprio attraverso la Crimea.

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L’EPISODIO

Medjugorje, quando la Madonna pianse per delle parolacce

25 giugno 1981, la Regina della Pace appare per la prima volta al gruppo, al completo, dei sei fanciulli-veggenti di Bijakovići. A un loro amico scappa una volgarità. Quel che succede dopo è un prezioso insegnamento…

21_07_2023.  Guido Villa  –  La   Nuova Bussola

Quando si parla di apparizioni della Madonna, di solito l’attenzione è rivolta quasi esclusivamente ai messaggi che Ella comunica attraverso i veggenti. In realtà, oltre ai messaggi, ogni dettaglio merita di essere sviscerato e fatto oggetto di meditazione, e la storia di ogni apparizione è una miniera senza fine di spunti spirituali utili nella vita quotidiana.

Ad esempio, a Lourdes la Madonna apparve con un Rosario di sei decine sul braccio (cosa che si nota in tutte le statue della Madonna di Lourdes), una vera e propria approvazione del Cielo alla pia abitudine dei fedeli di Lourdes e del suo circondario che in quel tempo pregavano la sesta decina del Rosario per le anime del Purgatorio: con questo particolare, la Madre celeste intende invitarci a una costante e regolare preghiera per le anime del Purgatorio. Sempre a Lourdes la Santissima Vergine si rivolgeva a Bernadette Soubirous dandole del “voi”, segno del suo profondo rispetto nei confronti della povera e ignorante pastorella cui tutti, con malcelato disprezzo, davano del “tu”.

Nel 1944, apparendo come Regina della Famiglia alla piccola Adelaide Roncalli a Ghiaie di Bonate (provincia di Bergamo), la Madonna in un’occasione si presentò vestita in abiti di colore bianco, rosso e verde, mostrando così la sua vicinanza e preghiera per l’Italia e il popolo italiano, che Ella proteggeva nel difficilissimo momento della Seconda Guerra Mondiale allora in corso.

In questo senso, le apparizioni di Medjugorje non rappresentano certo un’eccezione. Vi è un fatto poco conosciuto che risale al 25 giugno 1981, in occasione della prima apparizione della Regina della Pace ai sei ragazzi, al completo, del villaggio di Bijakovići, e che è di notevole importanza per la nostra vita nella Grazia, poiché ci fa comprendere che non solo le bestemmie, ma anche le imprecazioni volgari e le parolacce offendono gravemente Dio. Come riferisce Ivan Ivanković di Bijakovići (da non confondere con il veggente Ivan Dragičević), amico dei sei ragazzi poi diventati veggenti, il giorno della prima apparizione egli, allora giovane nel pieno delle forze, fu il primo che corse dietro ai sei, che, dopo aver visto la Madonna, salirono velocemente verso la cima della collina chiamata Podbrdo (da allora nota come “Collina delle apparizioni”).

Racconta Ivan Ivanković: «Quando la Madonna li chiamò, Ella non si trovava nel posto dove si trova adesso la statua, bensì una trentina di metri più in basso sulle rocce, dove si vede meglio. Tra le persone che quel giorno non videro la Madonna io fui tra i primi ad arrivare in cima, correndo con loro verso la sommità della collina. Essi erano inginocchiati, ed era come se parlassero, ma non sentivo la loro voce. Per questo motivo ero un poco arrabbiato, alzai la voce, imprecai com’ero solito fare, ed essi dissero: “Se ne va”. Se n’era andata a causa della mia rabbia e ne ero un poco imbarazzato. Non erano trascorsi neppure una quindicina di secondi che essi si inginocchiarono di nuovo. “Ecco, sta tornando!”, dissero quasi contemporaneamente. “Ivan, cos’hai detto… Delle lacrime sono scese sul Suo viso, ne siamo addolorati”», disse la veggente Marija Pavlović a Ivan in tono di rimprovero, ed egli, pieno di vergogna, fece il segno della croce.

Il fatto che la Madonna se ne andò, dopo l’imprecazione volgare di Ivan Ivanković, ci fa comprendere che il Cielo si chiude dinanzi al peccato; egualmente, il ritorno della SS. Vergine, dopo alcuni secondi, mostra quanto sia grande la Misericordia di Dio dinanzi al pentimento di chi ha peccato. La presenza della Madonna, infatti, non è scontata né un fatto quotidiano da accogliere con abitudine. È il Paradiso che si apre dinanzi a noi, è un segno di contatto tra ciò che è di Dio e il mondo dell’uomo, tra l’Eternità e la quotidianità. Affinché sia possibile stabilire tale contatto, tuttavia, l’uomo deve liberarsi dal peccato, deve convertirsi.

È vero che in passato la Madonna è apparsa anche a persone lontanissime da Dio, basti pensare all’apparizione al francese di origine ebraica Alphonse Ratisbonne il 20 gennaio 1842 nella chiesa romana di Sant’Andrea delle Fratte, nonché a quella della Vergine della Rivelazione a Bruno Cornacchiola il 12 aprile 1947 alle Tre Fontane a Roma; Cornacchiola apparteneva alla setta degli avventisti, era un vero e proprio apostata, e odiava fieramente la Chiesa cattolica e la Vergine Maria. Tuttavia, subito dopo il primo contatto i protagonisti di queste apparizioni iniziarono un cammino di conversione che li portò rapidamente a riconciliarsi con Dio, e diventarono un segno della Misericordia di Dio verso i peccatori che vengono invitati senza sosta alla conversione.

Naturalmente, la Madonna appare sempre a uomini e donne imperfetti, poiché altrimenti non apparirebbe a nessuno; tuttavia, condizione essenziale è almeno quella di sforzarsi di vivere nella Grazia di Dio.

Il fatto che la Madonna se ne andò e pianse ci mostra che, quantunque sicuramente meno grave della bestemmia, anche l’imprecazione volgare rappresenta un peccato assai serio, e che rimane tale anche se è diventato normalità quotidiana e si continua a commetterlo senza che ci si sforzi di abbandonarlo. Presso i fedeli cattolici croati questo tema è di grande importanza, forse molto più che da noi in Italia. Chi ha occasione di entrare nelle loro case, infatti, spesso noterà sulla porta d’ingresso una scritta incorniciata che recita: «U ovoj kući se ne psuje», che tradotto in italiano significa: «In questa casa non si impreca». Nelle famiglie cattoliche croate coscienti della propria fede, infatti, l’imprecare, cioè il nostro dire parolacce, rappresenta una grave mancanza e una serissima offesa verso Dio, e quando, nella conversazione, a qualcuno scappa appunto una parola volgare, segue una dura e veemente reprimenda da parte dei familiari.

La Regina della Pace a Medjugorje ci chiama a percorrere la strada della santità, cioè a fare uno sforzo di conversione quotidiana a Dio abbandonando il peccato, staccandoci dal mondo e dalle sue seduzioni per volgere lo sguardo verso il Cielo. Quindi, ogni cosa che facciamo e diciamo deve avere sempre lo scopo di convertirci e di aiutare anche gli altri, soprattutto i più lontani, a conoscere l’Amore di Dio. Questo episodio ci mostra chiaramente che tale sforzo deve coinvolgere anche il modo in cui ci esprimiamo, poiché il parlare puro, cristallino e privo di volgarità apre la strada verso il Cielo a noi stessi e agli altri.

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La guerra psicologico-spirituale della Russia

di Stefano Caprio

L’ex premier Sergej Kirienko – delfino eltsiniano riconvertito dal liberalismo filo-occidentale al putinismo – spiega ai giovani politologi russi che oggi non si tratta solo di conquistare terreni o difendere i propri, ma di lottare per il “senso del mondo”. Mentre Kirill non perde occasione per celebrare Aleksandr Nevskij, il grande santo delle vittorie sulla Neva.

Il recente summit della Nato in Lituania ha sancito in modo inequivocabile la sconfitta della Russia nella sua operazione militare speciale, che doveva de-militarizzare e de-nazificare l’Ucraina. Il “nazista ebreo” Zelenskyj, come viene definito dal Cremlino, ha ricevuto la solenne assicurazione dell’ingresso nella Nato, il massimo possibile di re-militarizzazione, accompagnato dalla Finlandia e perfino dalla Svezia, superando le obiezioni della Turchia di Erdogan, il “mediatore” amico di Putin che ha restituito a Kiev i comandanti del battaglione Azov, quanto di più “nazista” si possa immaginare a queste latitudini.

Putin ha ottenuto l’esatto contrario di quello per cui ha mobilitato l’intero Paese, con decine di migliaia di caduti in battaglia, e centinaia di migliaia di cittadini in fuga, i più giovani e preparati, rimanendo con un popolo rassegnato, impoverito e disorientato, soprattutto dopo lo psicodramma della “rivolta di Prigožin”.

 Al di là delle stanche e ripetitive battaglie di posizione, e i continui lanci di bombe su tutte le città ucraine, sarà già un miracolo se la Russia riuscirà a mantenere le posizioni e le regioni occupate e annesse, fino alla Crimea da cui tutto ebbe origine. La guerra ormai trascende la linea del fronte, e si apre a dimensioni ancora tutte da esplorare e definire.

È quanto risulta evidente da un evento minore, legato alla “scuola di propaganda” che inevitabilmente accompagna le azioni belliche. A Nižnij Novgorod, grande città sul Volga a 500 chilometri da Mosca, dove anche durante la Seconda guerra mondiale si mantenevano le riserve di armi, soldati e industria pesante per il timore dell’invasione nazista, si è tenuto il forum dei giovani politologi, dal titolo Digoria, l’antico nome dell’Ossezia.

Il nome evoca la guerra contro la Georgia di 15 anni fa, inizio della “svolta bellica” del putinismo, e la possibilità di creare uno “spazio russo” anche al di là dei confini ufficiali della Federazione. Il forum è stato aperto dal primo vice di Putin nell’amministrazione presidenziale, l’ex-premier Sergej Kirienko, delfino eltsiniano riconvertito dal liberalismo filo-occidentale, oggi in prima fila nella ricerca di motivazioni adeguate al conflitto apocalittico.

Kirienko invita a guardare avanti, avvisando i “giovani politologi” che “chi oggi se ne sta seduto in disparte, non si offenda se non avrà posto in futuro”. Egli ha spiegato che la guerra in corso ha tre livelli, contemporanei e allo stesso tempo successivi: quello “rovente” delle armi, quello economico che impone la “svolta verso Oriente”, e quello “ideologico, o meglio informativo-psicologico, la guerra dei significati”. Se le prime due fasi hanno contorni ormai piuttosto definiti, tra confini da difendere e sanzioni da aggirare, è la grande “battaglia dei significati”, la smyslovaja bitva, che impegnerà i giovani politologi fino all’età più avanzata.

La prima linea del fronte sarà la contrapposizione ai “significati” imposti dai Paesi dell’Occidente, spiega il vice-Putin, rispondendo “con i nostri, che si basano sui valori russi”. Fa effetto che il forum si sia tenuto nel centro culturale Majak intitolato ad Andrej Sakharov, il premio Nobel e leader del dissenso antisovietico, creatore della bomba all’idrogeno e profeta del liberalismo russo, che proprio da queste parti visse al confino imposto da Brežnev. La scelta non è casuale: uno dei “significati” su cui impegnarsi, secondo il Cremlino, è quello della “libertà” che si contrappone al “liberalismo”, e non si basa sull’individualismo, ma sulla comunione dei valori tradizionali condivisi.

Il forum si svolge annualmente, e nell’euforia dell’invasione lo scorso anno si raccomandava di sostenere i sentimenti di orgoglio della popolazione per i successi delle armi e della politica, mentre oggi si tratta di scendere in campo nella nuova dimensione.

 “L’Occidente attacca i valori dei russi, affinché essi rinuncino alla propria storia – spiega Kirienko – e si adagino sugli stereotipi, per cui le persone in Russia sarebbero pigre e indolenti, e quindi ai adagiano nell’assunzione passiva della civiltà occidentale”.

Invece bisogna reagire: “Per vincere questa guerra, per essere in grado di reggere questa sfida, non possiamo accettare nulla da loro, dobbiamo recuperare la nostra tradizione, la nostra storia, la nostra cultura… questa è la vera linea del fronte, sui cui si devono schierare i politologi, i letterati e gli artisti, tutti gli operatori socio-culturali”.

L’ex-premier chiarisce che prima servivano i “polit-tecnologi”, gli esperti di campagne elettorali e politiche, che oggi sono ormai superflui, perché la politologia oggi vuol dire “essere capaci di pensare con le categorie della guerra globale dei significati, di proiettare i significati e le idee nella concorrenza globale di un mondo in rapido cambiamento”.

Non si tratta quindi di conquistare terreni o difendere i propri, ma di lottare per il “senso del mondo”, e questo spiega tutta la dinamica della “operazione speciale”, che non si limita alla parte bellica, tecnica o economica. Kirienko richiama le modifiche costituzionali del 2020, contenitore ideologico dei grandi “significati” come quello dei “valori della famiglia”. E in effetti il senso russo della famiglia è assai originale: difendere a tutti i costi un’istituzione in cui ben pochi credono, visto che il passato sovietico aveva totalmente disgregato il concetto stesso di nucleo familiare (la vera famiglia era lo Stato, al massimo il Partito).

Del resto, perfino la Chiesa ortodossa permette un secondo e un terzo matrimonio, come “benedizioni lenitive” dopo il fallimento delle altre unioni. Il Paese che pratica più aborti al mondo si arrampica oggi sui decreti fasulli contro l’aborto, fingendo di eliminarlo dalla sanità pubblica, quando tutti sanno che l’unica sanità russa che funziona è quella a pagamento, anche in cliniche pubbliche, magari sottobanco.

 La “famiglia” è il bastione contro la “propaganda omosessuale”, laddove le comunità gay sono da sempre così attive e diffuse in Russia, che ogni città conosce perfettamente le loro piazze di riferimento (a Mosca, dietro il teatro Bolšoj).

In realtà i “valori morali” sono soltanto fumo negli occhi, in una Russia dominata da oligarchi campioni di immoralità, a cominciare dai leader del Cremlino. Infatti Kirienko ribadisce il pezzo forte della guerra dei significati, la “vera interpretazione della storia”, dove la morale c’entra assai poco, e tutto si risolve nell’ideologia di riferimento.

“Dobbiamo fare in modo che non ci parlino di Aleksandr Nevskij come di un bandito di strada, che rapinava gli onesti mercanti svedesi”, aggiunge il decano della facoltà di politologia di Mosca, Andrej Šutov. Quella del santo principe del Duecento è una fissa particolarmente sentita, trasformando una figura minore nell’eroe di riferimento nazionale.

Dalla sua città di Novgorod egli vinse un paio di scaramucce con svedesi e teutonici, poi riqualificate come “battaglie epiche” (da cui le secolari polemiche con i baltici), e quindi organizzò il compromesso servile con i mongoli invasori, che lo ricompensarono con il titolo di principe di Kiev. Soltanto che Kiev era stata rasa al suolo, e Aleksandr si spostò a Vladimir, da cui fu fondata Mosca: per questo il “piccolo principe” è diventato il “grande salvatore”, che umilia l’Occidente e si accorda con l’Oriente.

Tra l’altro, egli ricacciò indietro un paio di cardinali inviati da Roma, con l’offerta di una “santa alleanza” tra ortodossi e cattolici per aiutare la Russia a non soccombere ai tatari; Nevskij rispose loro che “noi abbiamo la vera fede, voi siete eretici, e non abbiamo bisogno di voi”.

Anche il patriarca di Mosca Kirill, campione supremo della “polit-teologia” russa, non perde occasione per celebrare il grande santo delle vittorie sulla Neva, come nei giorni scorsi ha fatto nel messaggio inviato in occasione dell’inaugurazione di un monumento ad Aleksandr nella città kazaca di Almaty, visto che il Kazakistan potrebbe essere la prossima Ucraina.

 Il patriarca ricorda che al nome del principe si associano pagine particolari e decisive della storia russa: “Con le sue capacità diplomatiche, egli permise la formazione di un modello unico di mondo interreligioso e interetnico nello spazio eurasiatico”, e quindi “le sue idee benemerite oggi sono in consonanza con la politica della dirigenza della repubblica del Kazakistan, per rafforzare l’unità multiculturale e multiconfessionale”.

Kirill non manca di sottolineare che “le sue imprese eroiche hanno ispirato molte persone negli anni terribili della Grande Guerra Patriottica, per difendere con coraggio e fermezza la sovranità nazionale, la libertà spirituale e gli ideali morali”. Per questo la celebrazione consente di “elevare preghiere ad Aleksandr Nevskij, affinché anche oggi, stando davanti al Signore, egli ci difenda da ogni male e ostilità esterna, e da tutte le possibili deviazioni dello spirito”.

Subito dopo la glorificazione del principe, il patriarca ha rivolto un saluto ai partecipanti di un’altra cerimonia, quella che ricordava gli 80 anni della battaglia di Prokhorovka, il più grande scontro tra carri armati nazisti e sovietici durante la Seconda guerra mondiale nella regione di Belgorod, nuovamente coinvolta oggi nella guerra contro l’Ucraina.

 Il 12 luglio 1943, dopo essere stati cacciati da Mosca e da Stalingrado, i tedeschi si ritiravano dall’invasione “cercando di distruggere le nostre armate”, ricorda il patriarca, “il nemico moriva dalla voglia di prendersi una rivincita, ma l’ardore dei nostri soldati fu più forte, perché essi erano pronti a morire per la Patria, a donare la vita per i propri amici, con un’incrollabile forza dello spirito e il desiderio inarrestabile della Vittoria”.

Il patriarca conclude le sue riflessioni parlando del passato, ma guardando anch’egli al futuro: “Gli eventi storici si sono compiuti, noi oggi siamo testimoni di come il Paese viva in un tempo nuovo, in un’epoca nuova, e alla Chiesa si restituiscono i suoi simboli sacri, i tesori della nostra cultura e della grandezza della nostra storia”.

Kirill ringrazia per la restituzione dell’icona della Trinità di Rublev, sancita in modo solenne dal ministero della cultura, e anche del sarcofago con le reliquie di Aleksandr Nevskij, sperando che il santo medievale sia in grado di fermare anche oggi la “voglia di rivincita” dell’Occidente nei confronti della Russia.

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Il contenuto dei tre segreti della Madonna a Fatima

I tre segreti di Fatima sarebbero un unico messaggio, diviso in tre parti.

La storia dei Segreti di Fatima inizia il 13 luglio 1917, quando i tre bambini incontrarono per la terza volta la Madonna.

Riguardo al primo segreto, Suor Lucia racconta che la Madonna mostrò ai tre pastorelli:

« …un grande mare di fuoco, che sembrava stare sotto terra. Immersi in quel fuoco, i demoni e le anime, come se fossero braci trasparenti e nere o bronzee, con forma umana che fluttuavano nell’incendio […]. I demoni si riconoscevano dalle forme orribili e ributtanti di animali spaventosi e sconosciuti, ma trasparenti e neri. Questa visione durò un momento. E grazie alla nostra buona Madre del Cielo, che prima ci aveva prevenuti con la promessa di portarci in Cielo (nella prima apparizione), altrimenti credo che saremmo morti di spavento e di terrore.»

In pratica, la prima parte del segreto, parlava della visione dell’inferno. Suor Lucia, racconta appunto di “un grande mare di fuoco, con demoni e anime”.


La seconda parte è una specie di continuazione del precedente. Fu la Madonna a parlare durante la seconda parte:

«Avete visto l’inferno dove cadono le anime dei poveri peccatori. Per salvarle, Dio vuole stabilire nel mondo la devozione al Mio Cuore Immacolato. Se faranno quel che vi dirò, molte anime si salveranno e avranno pace. La guerra sta per finire; ma se non smetteranno di offendere Dio, durante il Pontificato di Pio XI ne comincerà un’altra ancora peggiore. Quando vedrete una notte illuminata da una luce sconosciuta, sappiate che è il grande segno che Dio vi dà che sta per castigare il mondo per i suoi crimini, per mezzo della guerra, della fame e delle persecuzioni alla Chiesa e al Santo Padre. Per impedirla, verrò a chiedere la consacrazione della Russia al Mio Cuore Immacolato e la Comunione riparatrice nei primi sabati. Se accetteranno le Mie richieste, la Russia si convertirà e avranno pace; se no, spargerà i suoi errori per il mondo, promuovendo guerre e persecuzioni alla Chiesa. I buoni saranno martirizzati, il Santo Padre avrà molto da soffrire, varie nazioni saranno distrutte. Finalmente, il Mio Cuore Immacolato trionferà. Il Santo Padre Mi consacrerà la Russia, che si convertirà, e sarà concesso al mondo un periodo di pace.»

Nella seconda parte, la Madonna, non solo avvisa dell’inizio di “una guerra ancora peggiore di quella in corso”, ma parla della consacrazione della Russia al Suo Cuore Immacolato. Inoltre dice che Dio manderà un “grande segno”, cioè una notte illuminata da una luce sconosciuta. Suor Lucia disse di riconoscere il “gran segno” nella straordinaria aurora boreale che illuminò il cielo nella notte fra il 25 e il 26 gennaio del 1938 (dalle 20:45 all’1:15, con brevi intervalli).

Suor Lucia identifica il secondo conflitto mondiale con quello previsto dalla visione, descrivendolo come:

«lo scoppio di una guerra atea, contro la fede, contro Dio, contro il popolo di Dio. Una guerra che voleva sterminare il giudaismo da dove provenivano Gesù Cristo, la Madonna e gli Apostoli che ci hanno trasmesso la parola di Dio ed il dono della fede, della speranza e della carità, popolo eletto da Dio, scelto fin dal principio: “la salvezza viene dai giudei”»

La consacrazione della Russia, invece, viene identificata come la consacrazione della Russia al Cuore Immacolato di Maria che il pontefice Giovanni Paolo II fece a Roma il 25 marzo 1984, 42 anni dopo che il secondo segreto fu annunciato.


Il terzo segreto venne scritto a parte da Suor Lucia, nella lettera consegnata nel 1944 al Vescovo di Leiria:

«Dopo le due parti che già ho esposto, abbiamo visto al lato sinistro di Nostra Signora un poco più in alto un Angelo con una spada di fuoco nella mano sinistra; scintillando emetteva fiamme che sembrava dovessero incendiare il mondo; ma si spegnevano al contatto dello splendore che Nostra Signora emanava dalla sua mano destra verso di lui: l’Angelo indicando la terra con la mano destra, con voce forte disse: Penitenza, Penitenza, Penitenza! E vedemmo in una luce immensa che è Dio: “qualcosa di simile a come si vedono le persone in uno specchio quando vi passano davanti” un Vescovo vestito di Bianco “abbiamo avuto il presentimento che fosse il Santo Padre”. Vari altri Vescovi, Sacerdoti, religiosi e religiose salire una montagna ripida, in cima alla quale c’era una grande Croce di tronchi grezzi come se fosse di sughero con la corteccia; il Santo Padre, prima di arrivarvi, attraversò una grande città mezza in rovina e mezzo tremulo con passo vacillante, afflitto di dolore e di pena, pregava per le anime dei cadaveri che incontrava nel suo cammino; giunto alla cima del monte, prostrato in ginocchio ai piedi della grande Croce venne ucciso da un gruppo di soldati che gli spararono vari colpi di arma da fuoco e frecce, e allo stesso modo morirono gli uni dopo gli altri i Vescovi, Sacerdoti, religiosi e religiose e varie persone secolari, uomini e donne di varie classi e posizioni. Sotto i due bracci della Croce c’erano due Angeli ognuno con un innaffiatoio di cristallo nella mano, nei quali raccoglievano il sangue dei Martiri e con esso irrigavano le anime che si avvicinavano a Dio.»

Il terzo segreto, rivelato solo nel 2000, parla della Penitenza e del sacrificio dei martiri della Chiesa secondo l’allora Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede Joseph Card. Ratzinger.

Fonte: Papaboys

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