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La Russia e il mondo degli illusi

di Stefano Caprio- Asia News 3 Marzo 2024

Medveded vorrebbe mandare gli žduny alla rieducazione nei lager siberiani. In Russia  gli strali contro i “traditori” non sono solo tentativi di incutere terrore nella popolazione, già da tempo assuefatta al consenso passivo. Sono appelli a “farsi avanti”, per la necessità spasmodica di individuare un nemico interno, chiunque esso sia. Perché senza nemici non esiste l’identità del potere.

Ha prodotto un certo effetto in Russia la frase dell’ex-presidente Dmitrij Medvedev, pronunciata come suo solito con l’enfasi esasperata dal carattere instabile e dal largo consumo di liquidi eccitanti: “bisogna mandare gli žduny delle nuove regioni alla rieducazione nei lager siberiani”, utilizzando un termine molto in voga attualmente in Russia. Žduny deriva dal verbo ždat, “aspettare”, e la minaccia si rivolge a “quelli che aspettano” senza ulteriori precisazioni, gli illusi di ogni categoria. Possono essere gli abitanti delle regioni occupate che aspettano la liberazione dall’invasione, o i relokanty che sperano di poter tornare a casa, o le donne che attendono con ansia il ritorno di padri e mariti mobilitati alla guerra, o anche quelli che sognano l’inizio di una nuova fase di proteste dopo il clamoroso assassinio e il tanto contrastato funerale di Aleksej Naval’nyj: sono i moltissimi illusi della Russia, dell’Ucraina e di altri Paesi in tutto il mondo, che non aspettano altro che il ritorno a una vita pacifica.

Come ricordano i redattori della rubrica Signal del sito di Meduza, il termine è diventato popolare in Russia grazie alla scultura apparsa nel 2016 per opera dell’artista olandese Margriet van Breevort, Homunculus loxodontus, realizzata per il Centro medico universitario di Leida, per rappresentare le emozioni delle persone che aspettano nell’anticamera dello studio del dottore. In tutta l’Europa orientale l’immagine è diventata virale sui meme di internet, trasformata in vari dipinti, fotografie, video e altri media visivi, chiamata in russo appunto ždun, počekun in ucraino o pačakun in bielorusso, sempre col senso della fremente e illusoria attesa di un esito positivo delle proprie sofferenze.

Gli žduny russi, secondo varie interpretazioni, ricordano le “mogli dei decabristi”, i rivoltosi inviati in Siberia dallo zar Nicola I dopo il tentativo di insurrezione del dicembre (dekabr) 1825, che iniziò la fase più repressiva della Russia imperiale, e quindi tutti coloro che dai tempi sovietici fino a quelli putiniani attendono la fine delle condanne, intrattenendo con i propri cari perseguitati una corrispondenza dettata dalla disperazione. Immagini degli žduny sono esposte nel parlamento, negli uffici postali, nelle stazioni della metro di Mosca e San Pietroburgo e altre città, considerate simboli ironici, ma non troppo offensivi, della pazienza da esercitare di fronte alle difficoltà della vita. Ora il proclama di Medvedev attribuisce ad esse un ben più sinistro significato.

Gli illusi sono oggi comparati ai dissidenti, o in generale a tutti coloro che sono “restii a collaborare” con le necessità delle operazioni speciali militari e “morali”, per la salvaguardia dei valori tradizionali. Dalla primavera del 2021 i principali žduny sono diventati gli ucraini, che vedevano ammassarsi le armate russe ai propri confini, sperando che fosse soltanto una scenata intimidatoria, e poi dal febbraio 2022 hanno dovuto imparare a vivere la frustrante attesa come principale esperienza della propria vita. La repressione del dissenso diventa quindi repressione della passività, condizione che accomuna anche la maggioranza dei russi, la “politica dello struzzo” (politika štraussa) che si sottomette alla volontà del potere, come nella buia galleria di una notte senza fine, dove non appare mai la luce di un nuovo giorno.

La minaccia di condanna degli illusi risuona anche nei proclami della propaganda pre-elettorale, come ha spiegato la presidente del Comitato elettorale Ella Pamfilova, mettendo in rilievo i pericoli che derivano dalla žduščaja oppozitsija, la “opposizione in attesa”, che aspetta soltanto il momento adatto per “gettare discredito sulle elezioni presidenziali del 2024”, magari usando “argomenti pretestuosi” come l’eliminazione di Naval’nyj per evitare un rischioso scambio di prigionieri. Lo speaker della Duma di Mosca, Vjačeslav Volodin, ha definito žduny e traditori quelli che “si mangiano i biscottini dello Stato”, sfruttando vari sussidi senza muovere un dito in sostegno delle necessità belliche e politiche, proponendo di privarli della cittadinanza russa (comunque meglio della Siberia di Medvedev). Il deputato Andrej Gurulev aveva invece proposto di eliminarli fisicamente, “farli fuori in qualche modo”, parlando del 20% di russi che secondo le statistiche non hanno fiducia nel presidente Vladimir Putin.

In tutte le versioni, gli žduny sono la nuova versione della “quinta colonna” dei tempi sovietici, quando si sospettava di qualunque cittadino che non partecipasse attivamente alla edificazione del paradiso comunista, oggi sostituito da quello del mondo russo putiniano. Come dicevano allora i propagandisti di partito, si tratta di coloro che “cercano di debilitare il Paese, facendolo diventare debole e dipendente dall’estero”, attentando alla sua integrità territoriale e magari cercando di smembrarlo e disintegrarlo. Il timore che “tra di noi ci siano dei collaboratori del nemico” è all’origine delle leggi contro gli “agenti stranieri”, sul discredito delle forze armate, fino alle accuse di estremismo anche solo per le preghiere private nelle case dei pentecostali o dei testimoni di Geova, o addirittura per alto tradimento e “propaganda del nazismo”, tutte accuse che procurano condanne a decenni di lager, riducibili solo con trombi improvvisi di origine misteriosa. Se il corpo di Naval’nyj è stato restituito alla madre, soddisfacendo almeno una delle illusioni dei suoi sostenitori, sono sempre più numerose le morti inattese dei detenuti nei lager russi, non importa per quale articolo fosse condannati, sepolti come cani dietro le mura.

Durante l’occupazione delle zone invase dell’Ucraina in questi due anni, non sono pochi i cittadini ucraini che hanno partecipato alle azioni partigiane, “in attesa” della controffensiva ucraina poi fallita. Sono questi, in senso più stretto, gli žduny di Medvedev, rimasti intrappolati dalle nuove offensive russe degli ultimi mesi nel Donbass, come gli abitanti di Avdeevka a cui è stata immediatamente concessa la cittadinanza russa, “con tutti i diritti e i doveri connessi”. La fase deludente della guerra, passato il secondo anniversario dell’invasione, si estende comunque a tutti, ucraini e russi, occidentali e orientali, nell’attesa di una fine che non si riesce a vedere.

Il fondatore del canale televisivo super-patriottico Tsargrad, Konstantin Malofeev, spiega che gli illusi sono “coloro che cercano di inculcarci il pensiero che siamo tutti stanchi, che non vale la pena di continuare a combattere”, anche se non si capisce a chi o a che cosa esattamente si riferisca. Lo “sterminatore” Gurulev insiste sul fatto che “gli žduny sono i cittadini cosiddetti scontenti, esseri sazi e abituati ad abbuffarsi, educati dalla cultura occidentale ad odiare in modo lussurioso tutto quanto è veramente russo”. Questa spiegazione è condivisa dal blogger putiniano Jurij Turkul, per cui “l’unica cosa che conta per queste persone sono i soldi, meglio se sono sempre di più; se ne fregano altamente dei loro avi, del loro Paese e della sua storia, amano soltanto i Paesi occidentali”.

In tutte queste dichiarazioni c’è qualcosa di comune: non si riesce a capire quanti siano effettivamente gli žduny della Russia, come valutare la “carenza di patriottismo” e che cosa sia necessario fare in concreto per eliminare questo pericolo. Le minacce volano senza riuscire ad eliminare il “nemico” sotterraneo, una dimensione dell’anima, più che una categoria di attivisti o combattenti segreti. In Russia gli strali contro i “traditori” non sono semplicemente dei tentativi di incutere terrore nella popolazione, già da tempo assuefatta al consenso passivo, ma in un certo senso sono appelli a “farsi avanti”, per la necessità spasmodica di individuare un nemico interno, chiunque esso sia: senza nemici non esiste l’identità del potere, la “ortodossia” politica e religiosa che si definisce solo grazie ai “diversamente pensanti”. La sparizione di Naval’nyj oggi crea un nuovo problema al Cremlino: chi è il vero nemico da combattere?

Ecco quindi l’assalto ai passivi e agli illusi, a quelli che non si esprimono e non prendono posizione, una categoria che oggi appare come la stragrande maggioranza non solo dei russi, ma dei cittadini di quasi tutti i Paesi del mondo. Le elezioni non si valutano più per le percentuali dei consensi, ma per quelle dei votanti: lo zar ha bisogno dell’80% dei consensi, purché si dichiari una percentuale analoga di partecipanti al voto, altrimenti si pensa che gran parte del popolo sia incline al tradimento.

La partecipazione alla vita politica, e in generale a quella della società in Russia e in qualunque Paese, è stimolata da un fattore che le dittature non possono sopportare: l’attesa del cambiamento. L’unità del popolo non deriva dall’amore al sovrano, ma dalla ricerca comune di un mondo migliore, anche quando sembra che questo non sia possibile, anzi proprio quando tutto sembra impossibile. E proprio la storia della Russia, con le sue frequenti cadute e rinascite, testimonia questa insopprimibile attesa di un mondo nuovo. Del resto, i più famosi žduny della storia erano Maria e Giovanni sotto la croce di Cristo, insieme a Maria Maddalena e agli apostoli che si recavano al sepolcro, o ai discepoli di Emmaus, i più grandi illusi del Vangelo: “Noi speravamo che fosse Lui a liberare Israele”.

Yulia Navalnaya: «Putin è a capo di un’organizzazione criminale. Per batterlo date la caccia ai suoi amici»

di Yulia Navalnaya- Corriere della sera – 29 Febbraio 2024

Il discorso della vedova del dissidente Aleksei Navalny al Parlamento Europeo: «Per sconfiggere Putin occorre diventare innovatori. Basta dichiarazioni di protesta, date la caccia ai suoi soci mafiosi nei vostri Paesi. Decine di milioni di russi sono contro di lui: non bisogna perseguitarli, ma occorre lavorare con loro»

Signora Presidente, signore e signori,
Vi ringrazio per l’occasione concessami di essere qui oggi. Dopo il primo tentativo di assassinio di Aleksei, per mano di Putin, siamo vissuti per diversi mesi nel sud della Germania. Aleksei si stava riprendendo dall’avvelenamento, imparando di nuovo a camminare e a scrivere. Facevamo lunghe camminate, talvolta dei brevi viaggi. Nel corso di uno di questi, abbiamo visitato Strasburgo con i nostri ragazzi. È una delle nostre città preferite, mia e di Aleksei. Ci eravamo stati diverse volte noi due, e poi, tre anni fa, abbiamo deciso di farla conoscere ai nostri figli. Oggi mio marito non c’è più. Mi ritrovo ancora una volta a Strasburgo, ma non vado più a spasso con la mia famiglia. Sono qui davanti a voi, mi rivolgo a voi, e attraverso le vostre persone mi rivolgo all’Europa intera.

Ero convinta che nei dodici giorni intercorsi dalla morte di Aleksei avrei avuto il tempo di preparare questo discorso. Ma innanzitutto c’è voluta una settimana per riavere il corpo di Aleksei e organizzare il suo funerale. Poi ho scelto io il cimitero e il feretro. Il funerale si terrà domani e non so dire se sarà una cerimonia tranquilla o se la polizia interverrà per arrestare coloro che si presenteranno per dare l’ultimo saluto ad Aleksei.

Ad ogni modo, oggi sono qui davanti a voi perché i vostri elettori hanno una domanda importante da fare. A voi chiedono una risposta, e voi stessi la chiedete a me. La domanda è questa: «Come possiamo aiutarvi nella vostra battaglia?».

Sabato scorso ha marcato il secondo anniversario dall’inizio della guerra di aggressione che Putin ha scatenato contro l’Ucraina. Una guerra perfida e brutale. Il mondo intero è accorso in aiuto all’Ucraina. Ma sono trascorsi già due anni, tra lo sfinimento generale, nel sangue e nella delusione, e Putin non ha raggiunto i suoi scopi. Tutto è già stato messo in campo: armi, denaro, sanzioni… nulla ha funzionato. Ed è accaduto il peggio: ci siamo abituati alla guerra. La gente ha cominciato a dire: «Ebbene, bisognerà scendere a patti con lui…».

E poi Putin ha ucciso mio marito, Aleksei Navalny . Dietro suo ordine, Aleksei è stato torturato per tre anni: costretto a patire la fame rinchiuso in una minuscola cella di pietra, tagliato fuori dal mondo esterno, privato di qualsiasi contatto umano, telefonate, e persino lettere. E poi lo hanno ucciso. E anche dopo, hanno dissacrato il suo corpo e tormentato sua madre.

Se da un lato questo omicidio del regime ha ancora una volta dimostrato a tutti che Putin è capace di qualunque cosa e che è impossibile negoziare con lui, dall’altro capisco benissimo fino a che punto tutti siano rimasti sconvolti e addolorati. Molti pensano che Putin non potrà mai essere sconfitto e nella loro disperazione mi chiedono: «Che cosa possiamo fare per aiutarti?».

In questo frangente, penso a come Aleksei avrebbe risposto alla domanda. Proverò io a rispondere, ma per farlo dovrò prima spiegarvi com’era fatto lui.

Aleksei era un innovatore. Escogitava in continuazione nuove idee su qualunque argomento, ma soprattutto in politica.

Le vostre elezioni sono previste per i primi di giugno. Molti di voi saranno impegnati in campagne elettorali, a incontrare il pubblico, a rilasciare interviste, a girare spot elettorali. Immaginate per un attimo che tutto questo vi sia negato. Nessuna rete televisiva vi offrirà un’intervista. Non c’è denaro al mondo che contribuirà a realizzare i vostri spot elettorali. E tutti i sostenitori che si presenteranno ai comizi verranno arrestati, assieme al candidato.

Benvenuti nella Russia di Putin. Eppure, Aleksei Navalny è riuscito a diventare il politico più famoso nel suo Paese, capace di infiammare gli animi di milioni di persone con le sue idee.

Come ha fatto? Non smetteva mai di congetturare, immaginare e sperimentare. Non ti vogliono in televisione? Impariamo a girare i video su YouTube, in modo da farci conoscere dal Paese intero. Non ti permettono di votare? Escogitiamo una strategia di voto tattico per sottrarre seggi al partito al potere. Persino nel gulag di Putin, Aleksei era riuscito a trasmettere le sue idee su progetti che avrebbero gettato nel panico il Cremlino. Aleksei era l’antitesi della noia e della mediocrità.

Ecco la risposta alla vostra domanda. Se volete davvero sconfiggere Putin, occorre diventare innovatori. E smetterla di accontentarsi della banalità. Putin non verrà scalfito da un’ennesima risoluzione né da un nuovo pacchetto di sanzioni, indistinte dalle precedenti. Non verrà sconfitto se continuiamo a considerarlo un uomo di principi e regole morali.

Non è fatto così, e Aleksei lo aveva capito sin dall’inizio. Non abbiamo a che fare con un politico, bensì con un mafioso sanguinario. Putin è il capo di una vera e propria organizzazione criminale, che include assassini e avvelenatori. Ma costoro sono soltanto sicari e burattini. I veri responsabili appartengono alla cerchia più vicina a Putin: sono i suoi amici, i suoi soci, e gli amministratori dei soldi della mafia.

Voi dovete stanare questa organizzazione criminale, assieme a tutti noi. E l’innovazione politica in questo caso consiste nell’attivare i metodi più efficaci per combattere il crimine organizzato, non la concorrenza politica. Mettiamo da parte le note diplomatiche, e andiamo a indagare sulle macchinazioni finanziarie. Basta con le dichiarazioni di protesta, e diamo la caccia ai suoi soci mafiosi nei vostri Paesi, gli avvocati e i finanzieri che lavorano nell’ombra per aiutare Putin e i suoi amici a nascondere le loro fortune.

In questa lotta potrete contare su alleati fedeli: decine di milioni di russi sono contro Putin, contro la guerra, contro il male da lui causato. Non bisogna perseguitarli, al contrario, occorre lavorare con loro. Con tutti noi.

Putin dovrà rispondere di quello che ha fatto al mio Paese. Putin dovrà rispondere di quello che ha fatto a una nazione vicina e pacifica. E Putin dovrà rispondere di tutto quello che ha fatto ad Aleksei.

Mio marito non vedrà la Russia del futuro, ma noi sì. E io farò tutto il possibile per realizzare il suo sogno, per accelerare la caduta del male e spianare la strada a un domani luminoso.

L’Olocausto sconsacrato. Effetto 7 ottobre: il massacro degli ebrei non è più un tabù

PIERLUIGI BATTISTA  26 FEB 20224 -Il FOGLIO

La normalizzazione che ci porta indietro nel passato. Per la prima volta dalla fine della Seconda guerra mondiale e dalla liberazione di Auschwitz la Shoah viene banalizzata, con Israele destinato a smarrire la sua aura che lo faceva “caro a una parte del mondo”

Non si era mai visto un Giorno della Memoria così scialbo e sbiadito, e insincero. E così paradossalmente atroce, con le vittime messe sul banco degli imputati come carnefici, in una dozzinale rappresentazione del teatro dell’assurdo. La liturgia stanca del Binario 21. Le ovvietà istituzionali di circostanza. Liliana Segre svillaneggiata da una Basile qualunque. I cortei dove la stella di David è proibita come simbolo di oppressione e dove ululano minacciosi con postura squadristica all’indirizzo del coraggioso ragazzo che aveva esposto un cartello con su scritto “Free Gaza from Hamas” (ma perché, cosa li fa indignare? Non dovrebbero essere d’accordo, se davvero volessero due popoli per due stati? O ne vogliono soltanto uno, senza Israele, dal fiume al mare?). Un tabù infranto. Una frontiera che sembrava inespugnabile violata. Per la prima volta dalla fine della Seconda guerra mondiale e dalla liberazione di Auschwitz la Shoah, come ha giustamente scritto Adriano Sofri (che da questa riga in poi dubito possa darmi a sua volta ragione), appare “sconsacrata”, normalizzata, banalizzata, con Israele destinato a smarrire la sua aura che lo faceva “caro a una parte del mondo”. La sconsacrazione dell’Olocausto. Una barriera sgretolata. Un’intimazione al silenzio e al rispetto per gli ebrei sterminati oramai venuta meno, risucchiata nell’indifferenza, e stavolta non nelle solite bande di neonazi decerebrati, tra negazionisti compulsivi e parate di saluti romani, ma nel cuore delle classi dirigenti (tra i miei amici, tra i nostri amici, tra i vostri amici, se posso dire). Un sottile e oramai irrefrenabile sentimento antiebraico imbevuto di furore antisionista che se non lo vogliamo chiamare antisemitismo per non apparire così inopportunamente grossolani potremmo definirlo diffidenza, antipatia, insopportazione per gli ebrei che reagiscono sempre in modo “sproporzionato”. Ebrei, beninteso, non solo israeliani. Non c’è più nemmeno l’ombra dell’indignazione e dello sgomento se in un aeroporto del Daghestan parte la caccia ai viaggiatori ebrei inseguiti fino dentro i cessi tra le urla della folla scatenata. E neanche le donne ebree massacrate e stuprate sembrano meritevoli di una solidale e corale indignazione: violentate di un dio minore. Ebree, colpite e trucidate come ebree: e l’occidente buono fischietta. Il tabù è a pezzi. E il suo atto di morte ha una data precisa: il 7 ottobre del 2023, il giorno in cui tutto è cambiato (in peggio).


Chissà, se oggi uscisse “La vita è bella”, si verserebbero tante lacrime come se ne sono versate quando il tabù della Shoah era ben conficcato nelle coscienze dell’occidente democratico? E con “Schindler’s List” come la metteremmo, magari fischierebbero pure per protesta il regista Steven Spielberg che sta girando, nel silenzio assoluto dei media e del mondo del cinema che di solito ne incensa le tante e meravigliose opere, un docufilm sull’orrore del 7 ottobre, il più grande pogrom dal 1945. E siamo certi che persino un film come “Exodus”, da denuncia commovente dell’insensibilità con cui ai profughi ebrei sopravvissuti allo sterminio fu impedito di scendere da una nave, non verrebbe oggi vissuto come un reportage sui colonialisti ebrei destinati a uccidere e depredare i palestinesi? Lia Levi, sopravvissuta allo sterminio, ha scritto in un articolo bellissimo di “Shalom” con il titolo bellissimo “Voi non meritate il nostro dolore”: ma come, ci invitate sempre nelle scuole a parlare di Auschwitz e adesso tutta questa attenzione “ha fatto presto a volar via”? Quando crolla la diga, del resto, le acque limacciose della normalizzazione della Shoah scorrono senza argini. Gli studenti ebrei bullizzati non impressionano più. Le sinagoghe prese d’assalto, anche. Le pietre d’inciampo divelte, anche. Le case contrassegnate e con la stella di David come minaccia permanente, anche. La banalizzazione e la normalizzazione narcotizzano gli stati d’animo. “La parola ‘genocidio’”, ha scritto già tempo fa profeticamente Alain Finkielkraut, ha fatto “una carriera trionfale nel linguaggio corrente. Col risultato di morire d’inflazione”. Se José Saramago parlava di Israele come della “nuova Auschwitz” veniva lasciato solo nel suo delirio, o al massimo in compagnia dei suoi fanatizzati accoliti. Oggi invece l’identificazione di svastica e stella di David è moneta corrente, corrosa anch’essa da un’inflazione semantica devastante. Ho chiesto a un fiero giovane democratico, progressista, colto, cosa ne pensasse del fatto che il Diario di Anne Frank sia vietato nella Gaza sequestrata da Hamas per non diffondere “l’infezione della menzogna sionista”. Mi ha guardato come se lo stessi provocando con una fake news. Ed è passato ad altro: usurpazione, 75 anni di oppressione, genocidio, eccetera. Stop

La morte di Navalnyj e il trionfo della propaganda

di Stefano Caprio –Asia news – 24 Febbraio 2024

La smania di inserirsi nelle lotte per il potere in tutto il mondo non è soltanto una propensione personale di Putin, ma in qualche modo un carattere tipico della natura russa, sempre bisognosa di trovare altrove la conferma della sua stessa esistenza, per non disperdersi tra i boschi e le steppe del suo territorio smisurato.

Il secondo anniversario dell’invasione dell’Ucraina viene celebrato da Vladimir Putin con la mossa propagandistica più radicale e definitiva, quella dell’azzeramento di ogni forma di opposizione. Con la morte in lager di Aleksej Naval’nyj, l’unico vero avversario degli ultimi vent’anni, si è inaugurato il mese della campagna elettorale per la quinta rielezione del 17 marzo, da cui è stato opportunamente eliminato anche l’unico candidato non allineato, Boris Nadeždin. Entrambe le rimozioni erano ampiamente previste e non necessarie per la buona riuscita del trionfo della dittatura, ampiamente consolidata fin dalla seconda-terza rielezione dello zar, ma appaiono decisamente utili all’unica Vittoria che interessa al Putin collettivo, quella della Grande Guerra del Mondo russo.

La guerra mondiale elettorale del 2024 si era palesata già il 13 gennaio a Taiwan, segnando un punto contro gli storici nemici della Cina continentale. Il 7 febbraio l’Azerbaigian ha invece aperto la serie delle ri-elezioni farsa dei tiranni, con il quinto mandato di Ilham Aliev al 92% delle preferenze, un rito esplicitamente legato alla vittoria sul campo, la riconquista del Nagorno Karabakh a spese degli armeni. A seguire, il 25 febbraio, si ha ora la rielezione scontata di Aleksandr Lukašenko in Bielorussia, che per sicurezza ha fatto sequestrare tutti i beni dei suoi avversari di quattro anni fa, ormai in prigione o all’estero, mettendo all’asta le loro case, vedi mai qualcuno pensi di tornarci. I due leader post-neo-sovietici del resto sono soltanto i valletti che aprono le tende del palco regale dello zar Putin, che raggiungerà il quarto di secolo senza appunto doversi confrontare con avversari neanche di facciata, visto che al povero Nadeždin hanno contestato le firme delle registrazioni, in quanto scritte con calligrafia indegna, e accompagnate da pronostici ancor più vergognosi, quasi volesse prendersi il 20% dei voti e ridurre il consenso plebiscitario al padrino del Cremlino.

Il primo marzo si “rinnoverà” l’Assemblea degli esperti, il parlamento iraniano, sempre per aggiungere un coro laudativo alla rielezione putiniana del 17 marzo, per cui si prevedono grandi feste popolari e proclami di Vittoria universale. Tra aprile e maggio sarà la volta di Narendra Modi a raccogliere in India la gran parte dei voti di quasi un miliardo di elettori, nella “più grande democrazia del mondo” sempre più simile ai regimi dei suoi grandi vicini eurasiatici. A giugno arriva il turno di quattrocento milioni di europei per il rinnovo del parlamento di Bruxelles, e sarà uno dei momenti in cui cominciare a tirare le somme della grande guerra, per arrivare alla battaglia finale degli anglosaksy tra novembre e dicembre, con lo scontro dei “patriarchi” americani Biden e Trump, e le probabili elezioni anticipate in Inghilterra.

Dall’esito delle grandi elezioni dipenderà in buona parte anche l’evoluzione degli scenari bellici, in Ucraina e in Israele soprattutto, a seconda del prevalere di schieramenti più o meno pacifisti e dell’orientamento sulle parti da sostenere o condannare. Il Cremlino non si limita quindi a guardare da lontano, ma considera questi appelli formali della democrazia come vere e proprie chiamate alla mobilitazione, in una guerra sempre più ibrida e multiforme a livello universale. Un esempio viene dall’Indonesia, dove si è fatto uso dell’intelligenza artificiale per ripulire l’immagine dei candidati, e mobilitare politici defunti a inviare messaggi agli elettori. Nei giorni scorsi l’agenzia francese di controllo Viginum, specializzata nella difesa dalle ingerenze digitali straniere, ha evidenziato una rete di quasi duecento siti web russi impegnati nella propaganda delle tesi del Cremlino in Occidente, chiamata Portal Kombat, strutturata e coordinata per rivolgersi al pubblico di internet in Europa e negli Usa, e in tutti i Paesi che sostengono l’Ucraina. Putin non vuole soltanto conquistare l’Ucraina, o la Moldavia che tra poco potrebbe essere a sua volta invasa, ma intende dominare (“salvare”) il mondo intero.

L’intelligence ucraina ha poi raccolto informazioni sull’inizio di una fase attiva di guerra informatica della Russia che sarebbe già iniziata, chiamata Perun con il nome della più grande divinità pagana dell’antica Rus’, il cui idolo fu gettato nel Dnepr dal principe Vladimir come gesto simbolico del Battesimo del 988. In questo modo la Russia ribadisce la sua “santa battaglia” per la vera fede, rifiutando i falsi valori dell’Occidente idolatrico. Questa campagna prevede il coinvolgimento di giornalisti stranieri, personaggi mediatici e blogger per sostenere, a tutte le latitudini e in tutte le applicazioni, le ragioni dell’aggressione all’Ucraina e della missione salvifica della Russia nel mondo. L’inizio clamoroso del Perun è stata l’intervista concessa da Vladimir Putin all’americano Tucker Carlson, in cui non a caso il presidente russo è andato a rimembrare le gesta dei condottieri della Rus’ fin dal secolo precedente al Battesimo di Kiev, a cominciare da Oleg “il veggente” che attribuì a Kiev il titolo di “madre delle città russe”, e siccome era un veggente, sapeva che tale onore era destinato a giungere fino a Mosca.

Lo stesso Putin ha poi confidato di essere “rimasto deluso” dall’eccessiva condiscendenza di Carlson, che non gli ha posto domande quasi su nulla, o tanto meno obiezioni. Bisogna fare in modo che si creda all’esistenza di un “vero dibattito” mondiale, per non cadere nel ridicolo come nel caso dell’intervista, in cui la servile sottomissione dell’americano ha evidenziato la goffaggine del leader, che si è fatto prendere dalla smania di identificare i personaggi della storia antica con i suoi nemici attuali, i “neonazisti” ucraini che hanno iniziato nel 2014 la “guerra civile”, tanto da rammaricarsi di non aver iniziato prima l’invasione per ristabilire l’unità originaria. Il paradosso è che Putin è arrivato a solidarizzare perfino con Hitler, attribuendo ai polacchi la colpa dell’inizio della seconda guerra mondiale a cui il capo del nazismo sarebbe “stato costretto”, come del resto Stalin “doveva correggere” il grave errore di Lenin, presentato come “l’inventore dell’Ucraina”.

La smania di inserirsi nelle lotte per il potere in tutto il mondo, del resto, non è certo soltanto una propensione personale di Putin, ma in qualche modo un carattere tipico della natura russa, sempre bisognosa di trovare altrove la conferma della sua stessa esistenza, per non disperdersi tra i boschi e le steppe del suo territorio smisurato. Pietro il grande intendeva fare della Russia la “vera Europa”, proclamandosi re di Svezia e Polonia, e spiando da giovane le sedute della Camera dei Lord di Londra, su invito di Guglielmo III d’Orange. A metà dell’Ottocento lo zar Nicola I, chiamato “il gendarme d’Europa”, fece di tutto per difendere il principio dell’autocrazia perfino tra i suoi nemici, come la Turchia ottomana, o il “grande eretico latino”, il papa di Roma Gregorio XVI, che lo zar andò a visitare privatamente al Quirinale nel 1846, chiedendogli di non cedere alle suggestioni liberali. Uno dei russi più appassionati alle elezioni straniere fu poi il grande scrittore Lev Tolstoj, rappresentante dell’anima liberale e pacifista della Russia, ma non per questo meno coinvolto nei grandi giochi della Guerra e della Pace.

A fine Ottocento, il sommo romanziere russo esprimeva continuamente il suo desiderio che l’America scegliesse “il giusto presidente”, e i repubblicani statunitensi erano molto preoccupati del grande influsso che il conte Tolstoj poteva avere sull’elettorato americano, pubblicando articoli contro le sue esortazioni, considerate “degradazioni morali”. Il futuro presidente Theodor Roosevelt, che nel 1886 era il capo della polizia di New York, girava sempre con una copia di Anna Karenina da rileggere durante appostamenti e operazioni, scrivendo in una lettera alla moglie che Tolstoj “non commenta mai le azioni dei suoi personaggi, se siano buone o cattive… è un modo di raccontare senza morale, se non direttamente immorale”. Tutta l’America leggeva avidamente i romanzi di Tolstoj, ogni suo libro diventava un best-seller e provocava roventi discussioni. Si parlava allora della “questione femminile”, e russi e americani erano scandalizzati dall’eccesso di aperture nei Paesi europei, mentre Tolstoj si poneva all’avanguardia delle rivendicazioni dei nuovi diritti, tanto da venire ufficialmente scomunicato in patria, e negli Usa venne proibita la pubblicazione della Sonata a Kreuzer secondo una legge del 1873 che condannava i libri “indecenti, perversi o lussuriosi”. Anche Resurrezione, il romanzo più anticlericale di Tolstoj, fu ammesso con forti tagli della censura americana, “secondo i principi della morale borghese”, come si avvisava nella prefazione, suscitando forti proteste da parte dell’autore.

I lettori americani sommersero di lettere lo scrittore, anticipando le valanghe di commenti dei social attuali, e alla tenuta di Jasnaja Poljana giungevano gruppi di visitatori e pellegrini dall’America. Tolstoj era il personaggio più “americanofilo” della storia russa, e si è certamente rivoltato nella tomba sentendo il suo bis-bis-nipote, l’attuale deputato russo Petr Tolstoj, definire il periodo di studi della figlia in America un suo “terribile peccato” e una specie di “colpa globale”, in un rovesciamento totale del fronte della “guerra eterna dei valori”. Nel 1903 a visitare il conte si era recato anche William Jennings Bryan, il candidato democratico sconfitto nel 1896 dal repubblicano William McKinley. Bryan era un famoso oratore populista, detto il “Grande Uomo Comune” a cui oggi viene paragonato lo stesso Donald Trump, e nel 1900 tentò di nuovo di vincere le elezioni opponendosi alle banconote di carta “in mano alle banche” per difendere lo “standard dell’oro”, ma perse di nuovo nonostante i grandi raduni in cui si metteva nella posa del crocifisso “per la difesa del popolo”.

Più di centoventi anni dopo, la Russia, l’America e l’Europa sono di nuovo a confronto, alla ricerca dell’oro e dei valori perduti. Lo sdegno per l’assassinio di Naval’nyj obbliga tutti i leader, i partiti e le fazioni dell’opinione pubblica di tutti i Paesi a schierarsi, facendo della Russia l’unica patria globale, in cui decidere quale futuro vogliamo costruire.

Navalny è diventato un martire della resistenza al regime. Grazie a Putin

Navalny è diventato un martire della resistenza al regime. Grazie a Putin

L’oppositore politico assassinato il 16 febbraio ha guidato dal 2011 al 2024 la protesta di popolo contro il sistema corrotto e oligarchico che si è consolidato attorno a Putin. Con la sua morte si conclude il trentennio post-sovietico

Stefano Caprio 21/02/2024 – 6:00

Esteri – TEMPI

Manifestazione a Roma in memoria di Aleksej Navalny, oppositore di Vladimir Putin, ucciso in Russia (Ansa)

La morte di Aleksej Navalny segna uno spartiacque nella storia recente della Russia, nonostante non sia certo la prima e purtroppo neanche l’ultima vittima del regime totalitario putiniano. Si conclude definitivamente il trentennio post-sovietico, che ha visto un confronto tra forze politiche, ideologie e personalità diverse, in modalità tempestose e contraddittorie negli anni Novanta, e in forme sempre più fortemente riduttive e repressive a partire dal 2000, anno della prima presidenza Putin. Navalny ha guidato dal 2011 al 2024 la protesta di popolo contro il sistema corrotto e oligarchico che si è consolidato attorno allo stesso Vladimir Putin, considerato dal suo avversario ora deceduto il “padrino supremo” della mafia al potere.

Vittima sacrificale sull’altare putiniano

Le proteste interne e internazionali di questi giorni si concentrano sulle circostanze che hanno provocato la morte improvvisa del dissidente nel lager di Kharp, nella regione Jamalo-Nenetskaja all’estremo nord della Russia europea e ai confini dell’Asia. La mancata concessione del corpo del defunto alla madre, impedendo lo svolgimento di autopsia e analisi immediate, rafforza l’ipotesi di un nuovo avvelenamento con il Novichok, il veleno a lui somministrato già nel 2020 a Tomsk in Siberia, da cui si era miracolosamente salvato. Allora la sua eliminazione si collegava alle celebrazioni della nuova Costituzione putiniana e a quelle per i 75 anni della vittoria sui nazisti, mentre questa volta egli appare la vittima sacrificale sull’altare della quinta rielezione di Putin alla presidenza, che si terrà nelle elezioni-farsa del prossimo 17 marzo. Per la logica della divinizzazione del potere del nuovo zar, il rito appare una necessità liturgica paragonabile ai sacrifici di Aronne nelle pratiche veterotestamentarie, o magari a quelle del film di Mel Gibson Apocalypto, per invocare l’assistenza degli dèi dei Maya sulle fortune dei popoli sanguinari.

Il corpo non verrà concesso alla madre e agli avvocati per almeno 14 giorni, durante i quali verrà compiuta una “analisi chimica”, e comunque alla madre è stato comunicato che la verifica sulle circostanze della sua morte in lager «verrà condotta a tempo indefinito», e il corpo rimarrà quindi “secretato” per almeno un mese. Secondo l’avvocato Kira Jarmiš, la dirigenza del lager sta soltanto cercando di «occultare le prove, sappiamo bene che stanno mentendo, e che l’assassinio è stato programmato da tempo». Navalny ancora giovedì mattina, 15 febbraio, sorrideva e scherzava davanti ai giudici, e la sua morte il giorno successivo non può essere naturale in alcun modo.

L’eredità di Navalny in Russia

La morte diventa ora l’occasione per ricordare Navalny al di fuori di ogni altra considerazione sulle responsabilità del suo martirio o delle possibilità per lui di poter uscire dal lager e condurre un’attività di opposizione dall’estero, magari salvandosi attraverso uno scambio di prigionieri come ipotizzato da alcune fonti. In ogni caso, sia dal lager che dall’esilio, il suo influsso sulla vita della società russa non avrebbe mai potuto risultare così incisivo come la sua tragica scomparsa, che lo rende un vero simbolo della resistenza al potere a livello universale.

Chi era veramente Aleksej Navalny? Questa è la domanda che dobbiamo porci per capire dove sta andando il mondo russo, e il mondo intero. Raccogliendo le tante testimonianze a lui dedicate in questi giorni da tanti mezzi d’informazione, possiamo ricordare con il giornalista Andrej Lomaš che «egli apparve quando la politica sembrava ormai priva d’interesse, rimettendo al centro gli interessi della gente». I partiti liberali, discendenti dal dissenso sovietico, avevano perso il contatto con il popolo e il regime era ancora più distaccato dalla realtà, quando Aleksej seppe trovare il modo di dire quello che molti pensavano, usando i nuovi canali offerti da internet.

Dopo aver lasciato le formazioni politiche di opposizione, ormai prive di ogni capacità comunicativa, egli divenne uno dei primi blogger che esprimeva le sensazioni del patsan, il “ragazzo di strada” che lancia le sue sfide al cinismo dei potenti. Egli ha sempre detto e fatto quello che pensava, dote piuttosto insolita nella Russia delle grandi ipocrisie, attirando i giovani attraverso Youtube e mostrando le vergogne dei potenti. Ha saputo attirare i ragazzi e le ragazze alla politica, protestando contro le sneakers dell’ex presidente Dmitrij Medvedev, che per il jogging ne comprava un paio al giorno: «Non è il nostro Dimon», era lo slogan che usava sarcasticamente il vezzeggiativo analogo al Vovan, diminutivo di Putin, come si trattasse dei bulli della scuola.

Una donna commemora Aleksej Navalny a San Pietroburgo, in Russia (Ansa)

La lotta alla corruzione e al regime

Il Fondo per la lotta alla corruzione (Fbk) è stato un movimento straordinario, ancora vivo nonostante tutti i suoi esponenti siano ormai in lager o all’estero. L’apoteosi delle denunce contro i potenti è stato il video sulla villa faraonica di Putin sul Mar Nero, pubblicato in contemporanea al ritorno di Navalny a Mosca dopo l’avvelenamento tre anni fa, consegnandosi consapevolmente al suo destino di repressione e di morte. Da maestro delle campagne di protesta, Aleksej si è trasformato in uno degli eroi delle Byline, le favole epiche dell’antica Russia, un Lancillotto che si lancia all’assalto dei nemici del popolo indifeso. Egli credeva nel popolo russo, evidentemente sopravvalutandolo.

Navalny aveva cercato di presentare la sua candidatura alle elezioni presidenziali del 2018, come leader del movimento di protesta, contro il quarto mandato di Putin. Girò tutta la Russia, cominciando dalla città di Murmansk, sopra il Circolo polare artico, ma alla fine gli fu negata la registrazione alla competizione. Putin lo aveva fatto liberare da una precedente detenzione, sottolineando più volte che la sua attività pubblica era un suo merito, ma Navalny non volle mai riconoscere al grande nemico questo favore, non concedendosi allo schema dell’oppositore di facciata, e Putin non gliel’ha più perdonata. Nei comizi diceva che «ho passato metà di questa campagna in cella d’isolamento, e questo mi ha fatto capire che vale la pena di soffrire un poco per avere il coraggio di dire la verità».

Egli aveva il coraggio di dire che «Putin è un ladro e un corrotto, anzi il vero autore dell’intero sistema di corruzione. Il suo cognato più giovane è un miliardario, la figlia comanda le compagnie petrolifere, pensate che sia un caso? Tutti i suoi vicini nel villaggio delle dacie sono miliardari, compreso il patriarca ortodosso… vi prometto che li metteremo sul banco degli imputati». La sua efficacia oratoria «non aveva paragoni con nessun altro», assicura la nota pubblicista Ekaterina Šulman, «lui era in grado di parlare con le persone più diverse… i veri leader non si creano in laboratorio, ma vengono riconosciuti dalle aspirazioni del popolo». Oggi non c’è più spazio per queste aspirazioni: la Russia di Putin non ha futuro, se non ci saranno cambiamenti sarà l’ennesima “stagnazione”, un paese immobilizzato nelle sue illusioni e nei sogni di una grandezza riconosciuta solo dalle proprie fantasie maniacali.

Navalny è un martire autentico

La morte di Navalny ripropone il Grande Terrore di Stalin, il “padre dei popoli” a cui Putin esplicitamente si ispira. Dopo il decennio di persecuzioni e assassinii di massa degli anni Trenta, lo stalinismo dovette affrontare la Grande Guerra, uscendone vittorioso nel 1945, con un ritorno di sterminio nei lager per un altro decennio.

Con la rielezione di marzo, Putin raggiunge Stalin per la longevità al potere, emulandolo anche nelle fasi della rovina completa della vita sociale. Come Stalin, anche Putin è un essere mediocre e anonimo, che esprime la nullità del potere, comandando dal bunker senza mostrarsi veramente al popolo, se non in occasioni appositamente predisposte per alimentare il culto della personalità, come avverrà il mese prossimo dopo la rielezione “canonizzatrice”.

Ora si dovrà confrontare con la memoria di un martire autentico, il cui testimone è stato raccolto dalla moglie, Julia Navalnaja, che ha promesso di portare avanti il sogno del marito: dire la verità, condannare l’ingiustizia, far rinascere la speranza nel futuro

L’oppositore politico assassinato il 16 febbraio ha guidato dal 2011 al 2024 la protesta di popolo contro il sistema corrotto e oligarchico che si è consolidato attorno a Putin. Con la sua morte si conclude il trentennio post-sovietico

Stefano Caprio  21/02/2024 – 6:0 – Esteri – TEMPI

La morte di Aleksej Navalny segna uno spartiacque nella storia recente della Russia, nonostante non sia certo la prima e purtroppo neanche l’ultima vittima del regime totalitario putiniano. Si conclude definitivamente il trentennio post-sovietico, che ha visto un confronto tra forze politiche, ideologie e personalità diverse, in modalità tempestose e contraddittorie negli anni Novanta, e in forme sempre più fortemente riduttive e repressive a partire dal 2000, anno della prima presidenza Putin. Navalny ha guidato dal 2011 al 2024 la protesta di popolo contro il sistema corrotto e oligarchico che si è consolidato attorno allo stesso Vladimir Putin, considerato dal suo avversario ora deceduto il “padrino supremo” della mafia al potere.

Vittima sacrificale sull’altare putiniano

Le proteste interne e internazionali di questi giorni si concentrano sulle circostanze che hanno provocato la morte improvvisa del dissidente nel lager di Kharp, nella regione Jamalo-Nenetskaja all’estremo nord della Russia europea e ai confini dell’Asia. La mancata concessione del corpo del defunto alla madre, impedendo lo svolgimento di autopsia e analisi immediate, rafforza l’ipotesi di un nuovo avvelenamento con il Novichok, il veleno a lui somministrato già nel 2020 a Tomsk in Siberia, da cui si era miracolosamente salvato. Allora la sua eliminazione si collegava alle celebrazioni della nuova Costituzione putiniana e a quelle per i 75 anni della vittoria sui nazisti, mentre questa volta egli appare la vittima sacrificale sull’altare della quinta rielezione di Putin alla presidenza, che si terrà nelle elezioni-farsa del prossimo 17 marzo. Per la logica della divinizzazione del potere del nuovo zar, il rito appare una necessità liturgica paragonabile ai sacrifici di Aronne nelle pratiche veterotestamentarie, o magari a quelle del film di Mel Gibson Apocalypto, per invocare l’assistenza degli dèi dei Maya sulle fortune dei popoli sanguinari.

Il corpo non verrà concesso alla madre e agli avvocati per almeno 14 giorni, durante i quali verrà compiuta una “analisi chimica”, e comunque alla madre è stato comunicato che la verifica sulle circostanze della sua morte in lager «verrà condotta a tempo indefinito», e il corpo rimarrà quindi “secretato” per almeno un mese. Secondo l’avvocato Kira Jarmiš, la dirigenza del lager sta soltanto cercando di «occultare le prove, sappiamo bene che stanno mentendo, e che l’assassinio è stato programmato da tempo». Navalny ancora giovedì mattina, 15 febbraio, sorrideva e scherzava davanti ai giudici, e la sua morte il giorno successivo non può essere naturale in alcun modo.

L’eredità di Navalny in Russia

La morte diventa ora l’occasione per ricordare Navalny al di fuori di ogni altra considerazione sulle responsabilità del suo martirio o delle possibilità per lui di poter uscire dal lager e condurre un’attività di opposizione dall’estero, magari salvandosi attraverso uno scambio di prigionieri come ipotizzato da alcune fonti. In ogni caso, sia dal lager che dall’esilio, il suo influsso sulla vita della società russa non avrebbe mai potuto risultare così incisivo come la sua tragica scomparsa, che lo rende un vero simbolo della resistenza al potere a livello universale.

Chi era veramente Aleksej Navalny? Questa è la domanda che dobbiamo porci per capire dove sta andando il mondo russo, e il mondo intero. Raccogliendo le tante testimonianze a lui dedicate in questi giorni da tanti mezzi d’informazione, possiamo ricordare con il giornalista Andrej Lomaš che «egli apparve quando la politica sembrava ormai priva d’interesse, rimettendo al centro gli interessi della gente». I partiti liberali, discendenti dal dissenso sovietico, avevano perso il contatto con il popolo e il regime era ancora più distaccato dalla realtà, quando Aleksej seppe trovare il modo di dire quello che molti pensavano, usando i nuovi canali offerti da internet.

Dopo aver lasciato le formazioni politiche di opposizione, ormai prive di ogni capacità comunicativa, egli divenne uno dei primi blogger che esprimeva le sensazioni del patsan, il “ragazzo di strada” che lancia le sue sfide al cinismo dei potenti. Egli ha sempre detto e fatto quello che pensava, dote piuttosto insolita nella Russia delle grandi ipocrisie, attirando i giovani attraverso Youtube e mostrando le vergogne dei potenti. Ha saputo attirare i ragazzi e le ragazze alla politica, protestando contro le sneakers dell’ex presidente Dmitrij Medvedev, che per il jogging ne comprava un paio al giorno: «Non è il nostro Dimon», era lo slogan che usava sarcasticamente il vezzeggiativo analogo al Vovan, diminutivo di Putin, come si trattasse dei bulli della scuola.

La lotta alla corruzione e al regime

Il Fondo per la lotta alla corruzione (Fbk) è stato un movimento straordinario, ancora vivo nonostante tutti i suoi esponenti siano ormai in lager o all’estero. L’apoteosi delle denunce contro i potenti è stato il video sulla villa faraonica di Putin sul Mar Nero, pubblicato in contemporanea al ritorno di Navalny a Mosca dopo l’avvelenamento tre anni fa, consegnandosi consapevolmente al suo destino di repressione e di morte. Da maestro delle campagne di protesta, Aleksej si è trasformato in uno degli eroi delle Byline, le favole epiche dell’antica Russia, un Lancillotto che si lancia all’assalto dei nemici del popolo indifeso. Egli credeva nel popolo russo, evidentemente sopravvalutandolo.

Navalny aveva cercato di presentare la sua candidatura alle elezioni presidenziali del 2018, come leader del movimento di protesta, contro il quarto mandato di Putin. Girò tutta la Russia, cominciando dalla città di Murmansk, sopra il Circolo polare artico, ma alla fine gli fu negata la registrazione alla competizione. Putin lo aveva fatto liberare da una precedente detenzione, sottolineando più volte che la sua attività pubblica era un suo merito, ma Navalny non volle mai riconoscere al grande nemico questo favore, non concedendosi allo schema dell’oppositore di facciata, e Putin non gliel’ha più perdonata. Nei comizi diceva che «ho passato metà di questa campagna in cella d’isolamento, e questo mi ha fatto capire che vale la pena di soffrire un poco per avere il coraggio di dire la verità».

Egli aveva il coraggio di dire che «Putin è un ladro e un corrotto, anzi il vero autore dell’intero sistema di corruzione. Il suo cognato più giovane è un miliardario, la figlia comanda le compagnie petrolifere, pensate che sia un caso? Tutti i suoi vicini nel villaggio delle dacie sono miliardari, compreso il patriarca ortodosso… vi prometto che li metteremo sul banco degli imputati». La sua efficacia oratoria «non aveva paragoni con nessun altro», assicura la nota pubblicista Ekaterina Šulman, «lui era in grado di parlare con le persone più diverse… i veri leader non si creano in laboratorio, ma vengono riconosciuti dalle aspirazioni del popolo». Oggi non c’è più spazio per queste aspirazioni: la Russia di Putin non ha futuro, se non ci saranno cambiamenti sarà l’ennesima “stagnazione”, un paese immobilizzato nelle sue illusioni e nei sogni di una grandezza riconosciuta solo dalle proprie fantasie maniacali.

Navalny è un martire autentico

La morte di Navalny ripropone il Grande Terrore di Stalin, il “padre dei popoli” a cui Putin esplicitamente si ispira. Dopo il decennio di persecuzioni e assassinii di massa degli anni Trenta, lo stalinismo dovette affrontare la Grande Guerra, uscendone vittorioso nel 1945, con un ritorno di sterminio nei lager per un altro decennio.

Con la rielezione di marzo, Putin raggiunge Stalin per la longevità al potere, emulandolo anche nelle fasi della rovina completa della vita sociale. Come Stalin, anche Putin è un essere mediocre e anonimo, che esprime la nullità del potere, comandando dal bunker senza mostrarsi veramente al popolo, se non in occasioni appositamente predisposte per alimentare il culto della personalità, come avverrà il mese prossimo dopo la rielezione “canonizzatrice”.

Ora si dovrà confrontare con la memoria di un martire autentico, il cui testimone è stato raccolto dalla moglie, Julia Navalnaja, che ha promesso di portare avanti il sogno del marito: dire la verità, condannare l’ingiustizia, far rinascere la speranza nel futuro.

Gli smemorati che non capiscono cosa vuol dire essere uccisi in quanto ebrei 

FIAMMA NIRENSTEIN  19 FEB 2024-IL FOGLO

Veri genocidi. La furia di Hamas è odio antisemita e in occidente si nasconde dietro lo slogan “From the river to the sea”. Falsificazione della storia di Israele, estremismo su cui siamo diventati ciechi e resistenze eroiche

La mattina del 7 di ottobre il sole era bellissimo sulla sabbia gialla, sull’erba dei kibbutz, le poltrone a dondolo sotto la loggia, le sculture sbilenche, le biciclette da bambini, le auto elettriche per i nonni, le conchiglie infilate su spaghi che dondolano al vento tintinnando di fronte alle case. Il mare non è lontano. Tutti dormono, sono le sei di mattina di Shabbat. Poco lontano, una folla di migliaia di giovani balla nella musica battente del rave, a una festa chiamata “Nova”, ci si stordisce di gioventù e di pace fino a crollare di sonno.


Nei kibbutz del Sud, nelle famiglie d’Israele, si preparava una giornata di festa, senza sapere che la realtà ruggiva sui pick-up bianchi e tagliava le reti e le mura per entrare. Gli abitanti di Be’eri o di Kfar Aza avevano voluto rappresentare al Sud un disegno della patria del popolo ebraico fra i più sognanti, alla maniera del primo XXI secolo, un po’ socialista, molto amorosa, ecologica, pacifica, anche tecnologica, persino disegnando con gli abitanti di Gaza, vicini di casa al di là dello spazio giallo, un dialogo quotidiano, con regali ai bambini, biscotti, cure mediche condivise.


Alle 6:30 dorme la miriade di bambini, circa tre per famiglia, principi e principesse padroni di tutto, verso un nuovo risveglio regale di baci e biscotti; i nonni hanno lasciato la tavola del venerdì sera mezza apparecchiata, con le tracce delle grandi famiglie che hanno mangiato i cibi del passato polacco o marocchino; dormiranno ancora un po’ anche i ragazzi post-esercito coi capelli lunghi, la chitarra appoggiata nell’angolo, il telefonino che già ronza di molti TikTok che cercano invano di avvertire: “Svegliatevi, succede qualcosa”. Ma è già troppo tardi. Nelle case i molti libri, i molti fiori, i molti ideali di pace saranno
bruciati con le granate termobar speciali, grossi fusi neri, quelli inesplosi li abbiamo visti lasciati a decine dopo la strage che sviluppano 2000 gradi e carbonizzano qualsiasi cosa, rendendo irriconoscibili le vittime e privi di identità case, oggetti e persone. Così è stato. Ho visto le vittime carbonizzate in fotografia, sembrano quelle di Pompei.


Mentre cominciano a piovere i missili ovunque, molto oltre la solita routine delle città del Sud, sempre come bombardate da Hamas, mi telefona la mia amica Ruthie, stupita: “Sai per caso come mai ci sparano tanto e dappertutto?”. Non lo so, nessuno lo sa, nessuno se l’aspettava, Israele – come nel 1973, quando la Guerra del Kippur fece 11.656 vittime – ha creduto che la sua superiorità morale, tecnologica, la sua mitica forza di sopravvivenza contro tutto e tutti cancelli ogni avvertimento, ogni pronostico: e invece tutto sarà in breve cenere e sangue.


Negli anni Venti e Trenta, in Europa, Gershom Scholem, Franz Rosenzweig, Walter Benjamin e tanti altri dormivano sulla raffinatezza dei pensieri tedeschi più sofisticati, col sentore che qualcosa si stesse preparando. Si permettevano, su questo, contrasti e tristezza. Ma non sapevano, proprio a causa della loro sofisticata superiorità, della loro speranza nella vita unita a prosopopea, che lavorava nell’ombra un mostro che pianificava come uccidere tutti gli Ebrei, a uno a uno, e seppellirli sotto le rovine d’Europa.


Così Be’eri riposa fino alle 6:30 fra i sogni israeliani più ambiziosi; è uno dei kibbutz di confine noti per il suo pacifismo, vuole curare il mondo, cerca laicamente il “tikkun olam”, la riparazione del mondo con cui l’uomo aiuta Dio a perfezionare la creazione. Ma poi la verità si è tinta di un solo colore, quello del sangue degli Ebrei, e il pogrom è arrivato sui pick-up. Batia Olik, che aveva fatto con cinque fotografi di Gaza in incognito una mostra di grande successo, ne ha visti eclissarsi quattro mentre si preparava l’eccidio, e il quinto, durante la strage, ha cominciato a chiamarla sul telefonino per chiederle, da dentro il confine dove evidentemente si era introdotto con i mostri, dove fosse, se intorno a lei c’erano soldati, se era con tutta la famiglia. “Solo allora, mentre ci cercavano per ammazzarci nel nostro nascondiglio, ho capito che era un terrorista”.


Per credere che quello che è accaduto è realtà, ho dovuto guardare diverse volte il footage raccolto dagli uomini stessi di Hamas con le loro telecamere, ho dovuto ascoltare e riascoltare cento storie di orrore, visitare le rovine, incontrare i sopravvissuti… e ancora è difficile credere ai propri occhi e alle proprie orecchie. All’ombra delle gallerie sotto le case di Gaza, o su e giù per la “no man land” fra Gaza e Israele, gli uomini di Hamas avevano ricevuto per mesi un allenamento preciso e istruzioni dettagliate. La loro preparazione, come quella siriana e egiziana per la Guerra a sorpresa del ‘73, non era ignota: si erano tenute riunioni, erano stati distribuiti foglietti con istruzioni e piante.


Gli ordini erano: “Mentre da qui partono i missili e tutti si rifugiano in casa, irrompete, uccidete, violentate, fatte a pezzi, bruciate, tagliate le teste e gli arti”. Di chi? Di tutti. Compresi neonati, mamme, bambini, vecchi, ragazze e ragazzi. E una parte, sempre con la più svariata campionatura di Ebrei perché il gioco del ricatto sia perfetto, portatela in ceppi dentro Gaza. 


Sinwar ha esercitato bene la sua fantasia strategica, ordinando di uccidere e fare a pezzi i figli in braccio alle madri e le madri di fronte ai figli, inventando ogni possibile modo per dettagliare la cannibalica decisione di terrorizzare più dell’ISIS, di sterminare nel modo più crudele possibile; la tecnica per cui ha comandato di mettere i neonati vivi nel forno acceso, di violentare le donne di qualsiasi età, anche le bambine, sia da vive che da morte, e in modo tale da spezzare il bacino e le gambe, di evirare gli uomini e i bambini, di decapitare, di bruciare vive intere famiglie insieme al rogo dei loro oggetti, di tutti i simboli della loro vita, doveva per sempre rappresentare la legittima ira del suo movimento e renderlo il leader assoluto dell’odio contemporaneo. Sinwar ha messo Hamas alla testa di un movimento mondiale di destrutturazione della storia che legittima la rabbia come bandiera di vita, l’unica che ritiene possibile contro la civiltà. È un movimento che ha deciso che il frutto della storia e della religione del nostro tempo, compresa la civiltà ebraico-cristiana ma anche la cultura dei diritti umani, è un vantaggio solo per chi l’ha inventata e uno strumento di oppressione da fare a pezzi per chiunque altro: così la scelta demoniaca di radere al suolo la civiltà può usare qualsiasi mezzo per distruggere i “colonialisti”, gli “imperialisti”, i “razzisti”, i ricchi, i bianchi, e soprattutto, certo, gli Ebrei.


Questo concetto, e così è di fatto accaduto, trova consenso molto lontano da Gaza, prima di tutto nel mondo musulmano che fra gli oppressori mette gli “islamofobi”, e fra gli studenti i movimenti LGTBQ, i movimenti ecologisti che pensano che la terra sia stata rovinata dagli interessi capitalisti e anche dagli Ebrei. Le atrocità di Sinwar non sono ancora state condannate dall’ONU, così come non lo sono state dall’Autonomia Palestinese, e neanche dalle Università dell’IVY League americane. È “il contesto” che conta, e nessuno si aspettava che fosse così marcato da approvare dopo una strage come quella del 7 di ottobre la distruzione della civiltà contemporanea in nome dell’atrocità antisemita.


Il piano, a differenza di quello dei nazisti a suo tempo, era di distruggere gli Ebrei pubblicizzando il più possibile la determinazione a farli soffrire a uno a uno. Quindi, una minaccia di sterminio generale, un ordine di sgomberare, sparire, diventare fumo, una promessa che infatti poi è stata ripetuta a parole: “L’abbiamo fatto e lo rifaremo ancora e ancora”. (…) Ciò che è accaduto il 7 di ottobre sfida la questione stessa di che cosa sia un essere umano, e forse proprio per questo un evento di chiarezza accecante viene poi addirittura rovesciato fino a colpevolizzare le vittime; si disegna il destino masochistico cui si consegna volontariamente la nostra civiltà rinunciando a condannare, a capire, a combattere con Israele.


Quando ero piccola, mia nonna mi giurava che ciò che aveva passato la mia famiglia con le leggi razziali e la Shoah non sarebbe mai più accaduto. Mi prometteva una vita dolce, il suo cibo accurato e gentile sulla tavola, la luce azzurrina di Firenze la mattina presto, la cupola verde della sinagoga fatta per giocare su e giù per le scale. Ebrei liberi, eguali. Mio padre mi rafforzava con la sua sfacciata, dura scapigliatura di soldato d’Israele: così era venuto a combattere a Firenze con la Brigata Ebraica in tempo di guerra. Mia madre era la garanzia vivente della vita nuova, la bella partigiana e giornalista. “Never again” era nelle cose, era la mia vita quotidiana. Era dentro di me. Già sapevo che gli Ebrei avevano una Terra, e che viverne lontani era solo questione di tempo. Adesso, un soldato appena uscito da dentro Gaza mi ha detto: “Certo è difficile, rischiamo la vita, ma mio nonno è sopravvissuto ad Auschwitz, mio padre ha combattuto nella guerra del Kippur, adesso tocca a me. Never again sono io”. Ma con la nonna ballavamo la hora nel corridoio davanti all’arazzo della Regina Esther che salva gli Ebrei con la sua bellezza, la festa della vittoria sul nazismo era quella della nascita dello Stato d’Israele. Per noi, era chiaro che un patto con Dio, ovvero con la nostra passione per la vita, ci aveva salvato dalla Shoah, e che adesso, oltre l’Europa che ci aveva tradito, la nostra base nazionale era costituita dalla nostra invincibile identità, il Popolo del Libro e della Terra di Israele.


La mia casa di via Marconi 16 era il nostro nido in un curioso sentimento di temporaneità, i coinquilini borghesi e certo antisemiti forse si chiedevano come mai i nonni fossero tornati a viverci, gli occhi delle compagne di scuola chiedevano come mai ero là, e io ero fiera di guardarle in faccia, sfidandole; temporanea era stata la sofferenza, anche se parte della mia famiglia era stata massacrata nei campi di sterminio. Eppure ero felice, già da bambina sentivo che la nostra vita era un segnale in sé di trascendenza della civiltà, che per gli Ebrei vivere è una missione. Gli Ebrei vivono, hanno vissuto sempre, ovunque sia possibile, e sempre hanno portato con sé la civiltà, la resistenza contro il buio dell’aggressione e della prepotenza antidemocratica, da quando il concetto di democrazia è esistito. Israele è la somma di questo destino. Il contrario filosofico e politico del woke, la difesa della vita di tutti coloro che credono nella civiltà e nel rispetto umano. Nei diritti umani.


Questo ho fatto. Vivere in Italia con orgoglio e tornare poi a casa a Gerusalemme, ma mentre cercavo di descrivere nei miei libri come l’antisemitismo si stesse trasformando in “israelofobia”, confidavo nell’idea che la memoria l’avrebbe contenuto. Non è così. L’Europa che ha annaspato verso la sistemazione della Shoah negli anfratti del “Never again”, compiacendosi di un pentimento mai completato, non ce l’ha fatta di fronte alla verità di Israele, un Paese negato dagli stati arabi, e con un successo miracoloso. Due caratteristiche imperdonabili. Oggi, ci siamo di nuovo. Il castello che doveva sconfiggere l’antisemitismo avrebbe avuto a disposizione istituzioni formidabili come l’ONU e l’Unione europea: tutte si sono pregiate di disegnare la loro imbattibile fedeltà alla memoria ebraica e al suo rappresentante collettivo, Israele, fino a sfasciarsi gorgogliando sulla ripresa della strada ben conosciuta dell’antisemitismo.


Gli intellettuali, i campus universitari, l’ONU, anche l’Unione Europea, il 7 ottobre, hanno avuto di fronte un’occasione speciale di verifica: gli Ebrei erano stati uccisi senza pietà, l’antisemitismo urlava dai video e dalle testimonianze dei sopravvissuti. Ma subito è stato proposto da parte di Antonio Guterres segretario delle Nazioni Unite come spiegazione di tutto questo, il ghiotto proscenio dei diritti umani, l’occupazione, i palestinesi che soffrono da 75 anni, due stati per due popoli, “Ci sono delle ragioni per questo. Non avviene nel vuoto”, ha detto Guterres, il segretario dell’ONU, e più avanti il presidente francese ha graziosamente aggiunto, come se Israele non lo sapesse benissimo e non facesse di tutto per evitarlo, che non si uccidono donne e bambini. In realtà Israele è stato l’unico Paese che nel corso di una guerra giusta come questa si è preoccupato di avvertirli e di creare corridoi di salvezza, ma Hamas ne ha bloccato i movimenti per seguitare a usarli come scudi umani. Donne e bambini dovevano rimanere sul terreno a salvaguardare gli uomini di Hamas e gli enormi quantitativi di armi nascoste in case, moschee, ospedali, scuole, armi che l’esercito israeliano ha trovato lì e ovunque. Gaza è questo: una casamatta trivellata di gallerie la cui ratio urbanistica è la copertura di Hamas, incurante di qualsiasi vita umana e, al contrario, desiderosa di sacrificarne per suscitare il consenso delle folle.


Con la strage, è arrivata l’ondata di antisemitismo. Un autentico via libera al genocidio. Noi Ebrei siamo rimasti di nuovo impietriti. Sinceramente, io avevo da poco scritto Jewish lives matter, in cui si disegnava proprio il passaggio dai diritti umani all’antisemitismo, eppure non mi aspettavo le folle eccitate alla ricerca di Ebrei in tutto il mondo. La stessa prosopopea intellettuale che ci ha impedito di prevedere quello che si andava preparando a Gaza ci ha accecato di fronte allo tsunami di odio contro gli Ebrei che si è rovesciato sia su Israele che sulle comunità ebraiche in tutto il mondo e con cui abbiamo a che fare adesso. (…)


Il segno giallo dell’ignominia non l’ha inventata Hitler: fu papa Innocenzo III a imporre una fascia che poi divenne una stella, a sua volta copiata da Abu Yusef Al Mansur, un principe marocchino del XIII secolo. Già mentre i Crociati facevano a pezzi gli Ebrei in Terra Santa, l’Arcivescovo di Canterbury emanava un decreto che impediva agli Ebrei l’accesso al cibo. L’Inquisizione ha bruciato gli Ebrei con i loro figli dentro le case e sulle piazze, tutte le nazioni europee hanno gareggiato in persecuzioni dove le tecniche che ho visto usare da Hamas erano già disegnate. Bruciare vivi gli Ebrei è una replica.


Ai tempi nostri, insieme con la Shoah sistematica, curata, molto ben riuscita, impresa collettiva del popolo più colto d’Europa, si è verificata la disordinata ma massiccia persecuzione sovietica degli Ebrei, e Vasilij Grossman ne fu testimone meraviglioso e disperato, proprio perché non poteva e non voleva crederci. La decimazione, le torture, le prigioni, le fucilazioni, le deportazioni, la censura delle sue parole lo spinsero a capire per forza.

  
La Shoah è stata la conseguenza della passione ideologica e quasi fisica di Hitler, della sua dedizione estatica all’uccisione degli Ebrei, tale che persino quando ormai tutto era perduto seguitava a usare i treni dalla Grecia, invece che per spostare l’esercito, per portare gli Ebrei a morire nelle camere a gas. La sua scelta era anche segretamente condivisa da una folla in cui, come un bubbone inesploso, la febbre aspettava solo la situazione ottimale per mostrarsi. La Germania era un Paese quasi per intero nazificato, e così è Gaza: le sue organizzazioni militari ed elettive, le scuole, gli ospedali, le strutture di controllo, l’uso della società civile, la repressione di ogni libertà e l’uso della violenza sono alcune delle similitudini di quei mondi in cui il diktat primario è uccidere gli Ebrei. I giornalisti di Gaza sono in parte agenti di Hamas, vengono arruolati a volte dalla Reuter e dalla CNN. Li si è visti nel ruolo di “groupie” dei nazisti sulle motociclette mentre venivano aggrediti i kibbutz.


Tuttavia, Hamas batte i nazisti di Hitler e le SS, la cui propaganda della decisione dello sterminio era meno esplicita; vi si accennava solo in Germania e in Italia, senza esposizione di trofei, senza un tentativo palese di mostrare nel mondo la propria esaltazione. Qui invece una delle novità è l’esplicitazione assoluta e senza veli dell’odio più razzista che c’è, dell’antisemitismo radicale. Non solo si deve mostrare, ma si deve esserne fieri. I nazisti, mentre insegnavano al popolo le ragioni per odiare gli Ebrei, non ostentavano la violenza inaudita che si stava compiendo, non si pavesavano con fotografie di camere a gas, di madri con i bambini in braccio sull’orlo della fossa comune da loro stesse scavata in cui cadranno, abbattuti le une e gli altri dalle armi naziste. I nazisti la sera si ubriacavano, racconta Douglas Murray, perché i comandanti li consolavano con l’alcool per ciò che avevano fatto. Qui invece i giovani terroristi ridevano contenti gli uni con gli altri, in piena forma, a bordo delle moto, marciando coi pick-up, sventrando le donne con la violenza carnale e poi sparando loro in testa.


Anche il comunismo scelse la strada di un antisemitismo in parte travestito. Le deportazioni e le fucilazioni degli Ebrei sotto Stalin non hanno preso una svolta genocida solo perché il dittatore è morto mentre con “la congiura dei medici Ebrei” stava ancora mettendo a punto un progetto per la loro distruzione, ma li vedeva come un pericolo essenziale al suo potere. Tuttavia, i comunisti non hanno mai teorizzato che fosse indispensabile per il mondo deportare o uccidere tutti gli Ebrei. Erano traditori, spie, cosmopoliti, capitalisti e per questo, non in quanto Ebrei, dovevano essere destinati allo sterminio.


Invece per Hamas il fine dello sterminio degli Ebrei è lo sterminio degli Ebrei. Allah ne sarà contento e si avvicinerà il giorno in cui l’Islam dominerà il mondo. Il giubilo del 7 di ottobre è stato formidabile, la gioia dell’esecuzione quanto più efferata possibile, e primitiva quanto l’ordine dello stupro di massa come arma,  un’esperienza che ai nostri giorni non era mai stato dato di vedere. L’ordine è stato terrorizzare: un ordine che era anche quello dell’ISIS e di Al Qaeda. Un ordine islamista, che appartiene a un’interpretazione estatica di una religione di cui esistono svariate versioni, e occorre dire con decisione che non tutte sono così. Ma nessuno può spiegare come si possa decidere di tagliare le braccia di una bambina di otto anni e di lasciarla tremare per ore immersa nel suo sangue finché muoia se non spinti da un folle ambizione trascendentale. Nessuno può spiegare come si possa uccidere la madre e il padre di fronte a una bambina di tre anni e poi caricarla su un’auto per rapirla, da sola. Eppure tutto questo è successo. Né si può spiegare come si possa fare una strage di un gruppo di ragazzine sedute tutte insieme in un nascondiglio mentre si tengono le mani l’una con l’altra per farsi coraggio. Eppure anche questo è accaduto. Noi siamo qui a cercare di farne per sempre testimonianza, perché il negazionismo, come quello della Shoah, è la forma più classica di riabilitazione dei mostri e lo sfondo, anche odierno, al più agguerrito antisemitismo.


Eppure l’onda dell’antisemitismo è arrivata inaspettata, sugli Ebrei morti e sui vivi. Non è più vero nemmeno che a molti piacciono gli Ebrei morti e non quelli vivi. Non piacciono, e basta. 1400 morti in modo atroce non sono bastati. Il negazionismo è caduto a pioggia subito sulla strage più comprovata del mondo e Guterres a nome dell’ONU ha detto e insiste che lo sfondo era costituito dalle colpe degli Ebrei, un elenco su cui il mondo si è infinitamente esercitato, e che si è molto arricchito da quando gli Ebrei hanno una nazione, un Paese e un esercito. Perché esiste una necessità che a tutti viene riconosciuta ma non agli Ebrei: sopravvivere.


La storia degli Ebrei e di Israele resta sconosciuta alla grande maggioranza, non riesce a emergere, è un insieme di date e notizie da obliterare e sostituire con miti di crudeltà. Su questo c’è stato un lavoro scientifico e ben costruito dall’URSS fino a Arafat, dagli Ayatollah ai campus americani. Come diceva Lenin? “Le parole devono essere calcolate non per convincere ma per distruggere, non per correggere gli errori dell’avversario, ma per annichilirlo”. E devono essere tali da “provocare odio, disgusto, disprezzo”.


Parole urlate nelle piazze come quella di Bari, il 14 ottobre (settimo giorno dalla strage) quando la studentessa Marina Caldarulo ha detto: “Siamo in piazza perché siamo con il popolo palestinese, vogliamo portare loro tutto il supporto possibile. Se consideriamo Israele uno stato terrorista? Quello che accade in quelle terre va avanti da 75 anni, tutti possono vedere cosa succede e farsi un’opinione”, spiegano benissimo l’antisemitismo dei nostri tempi: ignoranza e pura menzogna. Israele, lo stato degli Ebrei, ha, sì, la colpa di esistere da 75 anni, ma non ha niente a che fare con la storia che l’Unione Sovietica ha tessuto insieme ad Arafat nella coscienza antiamericana e occidentale, definendolo un Paese colonialista, imperialista, capitalista, e oggi, nel postcomunismo, di apartheid. Anche dopo lo sgombero totale di Israele, nel 2005, non è mai mancato il ritornello su Gaza “prigione a cielo aperto”: ma l’occupazione non esiste ormai da 16 anni e, persino a suo tempo, nel ‘67, fu forzatamente applicata a Israele dopo un’occupazione egiziana che durava dal ‘48 e su cui nessuno aveva avuto nulla da ridire. Gaza cadde nelle mani di Israele dopo una guerra di difesa, e certo non per la decisione di prendersi quel maledetto pezzo di terra che Il Cairo a sua volta non ha mai voluto.


Anche gli antisemiti dei campus, se pure sanno qualcosa, sanno solo cose sbagliate. Falsa l’idea che sia da 75 anni, ovvero dalla sua fondazione, che Israele occupa lo “Stato Palestinese”, in realtà mai esistito. Falsa l’idea che gli Ebrei non abbiano niente a che fare, originariamente, con Israele: chiunque abbia letto un po’ di storia sa innanzitutto che Israele è la terra del popolo ebraico, che Gerusalemme è la sua vita, per tradizione storica, poiché questo è il Paese di origine dove gli Ebrei hanno la loro radice, una comprovata geografia Biblica, le loro fondamentali rovine archeologiche che i palestinesi seguitano a picconare, e un grande amore vivo come non mai, Gerusalemme, su cui poggia l’intera morale del mondo monoteista e civilizzato, specie di quello giudaico-cristiano, sempre che non si sia disposti a dimenticare che Gesù fosse un bravo ebreo.


Nel caso invece si sia pronti a spendere cinque minuti per studiare, è  facile capire che Israele fa parte del processo di decolonizzazione del Medio Oriente, che in quell’area era occupato dalla Turchia con l’Impero Ottomano, e poi dall’Inghilterra, con un mandato temporaneo, il Mandate for Palestine, che aveva lo specifico compito, certificato da promesse e conferenze internazionali, di porre fine al colonialismo, affidando la sua area e anche di più di quella, oltre il fiume Giordano, a Israele. Gli Ebrei peraltro avevano sempre mantenuto una presenza che nell’Ottocento già dava loro la maggioranza a Gerusalemme e in altre città della Palestina. Lo stesso nome Palestina è una invenzione dei romani che non ha niente a che fare con la parola “palestinesi” nel senso musulmano del termine, ma fu escogitata dopo la cacciata degli Ebrei a opera di Tito, nel 70 d.C., una volta conquistato il Tempio e la capitale stessa, utilizzando la definizione greca del territorio fra l’Egitto e la Siria. Dal 1948, quando il riconoscimento dell’ONU ha sancito il ritorno del popolo ebraico a casa e disegnato una partizione con gli arabi, si assiste a una continua offerta di condivisione da parte israeliana e a una infinita insistenza nel ripetere l’opzione pacifica del sionismo: essa comincia con l’accettazione della partizione fissata dall’ONU, rifiutata dagli arabi, e si è ripetuta da Oslo in poi con l’offerta ai palestinesi di accettare l’esistenza del popolo ebraico come legittimo abitante dello Stato d’Israele in cambio di metà della terra. Offerta ribadita altre tre volte, e sempre rifiutata mentre già di fatto Israele sgomberava da tutti i centri abitati dai Palestinesi, da Betlemme a Hevron a Jenin… ovunque.


L’occupazione della West Bank nel 1967, di terre giordane e comunque tutte disegnate nella storia biblica, è stata dovuta alla guerra su più fronti, l’ennesima sferrata da Egitto, Giordania, Siria per cancellare lo Stato degli Ebrei. La vera storia è quella del rifiuto reiterato di offerte clamorose, che includono anche metà di Gerusalemme e di cui l’esempio più noto è quello opposto a Ehud Barak da Yasser Arafat a Camp David. Nelle piazze, nei campus, per le strade delle capitali europee e delle grandi città americane, la folla che scandisce From the river to the sea Palestine will be free grida uno slogan genocida che glorifica il pogrom del 7 ottobre e ne conferma l’obiettivo. Quella folla sta con Hamas. In Gran Bretagna, dopo la strage di Hamas, solo l’11 per cento dei giovani pensa che Israele abbia ragione e in America il 50 per cento dei giovani fra i 18 e i 25 anni pensa che la Shoah sia un mito. Più del 70 per cento dai ragazzi fino a 24 anni vuole dare tutto a Hamas cancellando Israele. Non sanno quanto questo possa costare in termini di violenza, di legittimazione dell’odio antioccidentale rivolto a loro stessi, del disprezzo della libertà a fronte di ideologie che, quando gridano in piazza l’odio per Israele, distruggono la propria appartenenza al mondo della democrazia e dei diritti umani. Hamas e l’Islam radicale perseguitano le donne, gli omosessuali, la democrazia, insegnano ai bambini a odiare e a uccidere, disprezzano e cancellano, ormai senza pudore, la nostra cultura, la musica, l’arte (non dimenticherò mai come Roma abbia coperto le sue statue in onore, o forse per soggezione, di una visita iraniana), la bellezza.

La recente grande ondata di immigrazione ha portato con sé anche un grande disprezzo del nostro mondo, ed esso suggerisce che la destrutturazione postmoderna dei nostri valori, del nostro modo di vivere, può mettere la società in ginocchio, cambiarla, convertirla. Chi ha immaginato che un bianco sia senza scampo di per sé razzista, e un maschio uno stupratore, può associare a questo l’idea che un ebreo sia un colonialista seviziatore di palestinesi. E questa idea metterà insieme tutte le parti, oppressi contro oppressori. L’antisemitismo ha già distrutto il mondo, può distruggerlo di nuovo.


Un soffice manto socialdemocratico europeo, e l’Unione Europea, sulle tracce dell’ONU, hanno costruito un credo devoto alla falsa versione della società dei diritti che di fatto li violenta e li cancella minacciandoli uno per uno, rendendo accettabili tutte le istanze illiberali del Terzo mondo già sponsorizzato dall’URSS, un potentissimo blocco, una minaccia strategica ed economica per tutto il mondo che nel tempo diviene teoria del “popolo oppresso” di cui si è servito Arafat. Basta pensare alla legittimazione della subalternità femminile e della violenza contro le donne nel mondo islamico, trasferita nelle grandi città europee, intimidite. A Colonia, nel 2016, nessuno osò denunciare la violenza di massa subita dalle ragazze che la notte di capodanno, durante i festeggiamenti in piazza, furono aggredite sessualmente da gruppi di giovani immigrati. Si temeva l’accusa di “islamofobia” più delle violenze sessuali. Non ho mai sentito una condanna dei matrimoni di massa delle bambine di Gaza con degli uomini di età matura, vera pedofilia sotto il sole.


Oggi è interessante notare che gli assassini di Hamas godono in modo particolare del sostegno dei luoghi della cultura, che sono anche quelli in cui più si è delineata e definita la religione dei nostri tempi, quella dei diritti umani. E, tuttavia, questa religione rischia adesso di frantumarsi sulla demenza del doppio standard che non sa vedere la conclamata violazione di quei diritti umani da parte della Russia, della Cina e dell’Iran, diventato, per la vergogna del mondo intero, presidente della Commissione per i diritti umani dell’ONU. Un appello come quello firmato in Italia da 4000 docenti universitari, che dopo la strage del 7 ottobre chiedono di interrompere qualsiasi collaborazione con gli atenei israeliani, brillerà per sempre nella storia dell’ignoranza e dell’ignominia. Il rifiuto delle organizzazioni femministe di riconoscere il dolore senza rimedio degli stupri multipli accompagnate da sfregi, fratture, ferite, omicidi, usati in serie come armi di terrorismo collettivo e dominio, resterà sulla coscienza delle Nazioni Unite per sempre, anche se una debole condanna è stata nel tempo registrata.
La reazione della piazza woke e delle istituzioni culturali come l’accademia e le sue varie associazioni ha dimostrato come sia profondo e radicato, e quindi pericoloso per i giovani e per la civiltà stessa in cui viviamo, l’abbraccio acritico e ignorante col terzomondismo. Lo sfondo culturale del nuovo antisemitismo, condiviso anche da Ebrei, è disegnato su una nuova sofisticata bugia, quella che ha trasformato il popolo ebraico in una massa di “oppressori”, decisi a “dominare”, “occupare”, “sfruttare”: in un popolo “genocida”. Sulla base di questo nulla osta (subdolamente avallato dall’Unione Europea, che ha costruito negli anni su ogni voto antisraeliano una sua inesistente unità di fondo, sbagliando con intenzione l’interpretazione delle risoluzioni del 1967 che prevedono la soluzione su accordi che i palestinesi hanno sempre rifiutato) Hamas ha sterminato il maggior numero di Ebrei in un solo giorno dal tempo della Shoah e ne ha rapiti 240, fra cui neonati e vecchietti.


In una Palestina immaginaria, che non essendo mai esistita può essere immaginata a piacimento – ovvero come quella entità “from the river to the sea” – finalmente, secondo il più perfetto sogno antisemita, vengono cancellati tutti gli Ebrei. 1400 morti corrispondono, rispetto ai numeri di un piccolo Paese come Israele, a 50.000 cittadini negli Stati Uniti, e gli ostaggi, sempre comparati a quei numeri, a circa 5000 persone. Nessuno potrebbe mai pensare che gli Stati Uniti o persino qualche pusillanime stato europeo accetterebbe di essere “umanitario” come Israele, che invece di uccidere bombardando in una giornata tutti gli assassini, ha intrapreso un’operazione che consenta ai civili (quelli che non sono trattenuti per il collo e sotto la minaccia delle armi da Hamas come scudi umani) di sgomberare la zona belligerante. Nessuno, sapendo che sotto una struttura ospedaliera può nascondersi la testa del ragno Yahiya Sinwar, entrerebbe in punta di piedi invece di bombardare la struttura. Israele invece ha cercato di portare medicine, incubatrici, cibo dopo aver favorito i malati, i medici e, in tutti i modi, lo sgombero.


Le odierne accuse antisemite a Israele sono né più né meno che le antiche accuse di deicidio, il blood libel, l’accusa del sangue che ha consentito il lasciapassare ideologico dell’antisemitismo al tempo della Shoah. Non ha nessuna importanza che le persone gay vengano soppresse da Hamas e che a Gaza le bambine vengano date in moglie a infami adulti pedofili, o che l’oppressione delle donne sia fatta di botte, di poligamia, di segregazione. Negli anni, ho visto vignette in cui Sharon mangia bambini palestinesi col petto coperto del loro sangue, e ho sentito un ambasciatore francese chiamare Israele “that sheetty little country”, quel piccolo squallido Paese, quando i terroristi suicidi facevano saltare per aria gli autobus carichi di bambini che andavano a scuola e di vecchi in pantofole. L’ho già guardata tante volte la conseguenza del chiamare, rovesciando la storia vera, gli Ebrei colonizzatori e i palestinesi colonizzati, gli Ebrei aggressori e i palestinesi aggrediti, gli Ebrei guerrafondai e i palestinesi pacifisti… ho visto la negazione di ogni semplice verità storica e non mi è mancato neppure lo spettacolo delle folle occidentali che a ogni crescere della crudeltà verso i pacifici cittadini di Israele e a ogni modesto tentativo di reazione degli Ebrei di nuovo aggrediti dal terrorismo e dai missili, facevano registrare ai giornali la condanna di Israele, perché la Moschea di Al Aqsa era in pericolo! Questa è la chiamata preferita di Hamas, il suo grido di guerra. Eppure, quando Hamas ha bombardato Gerusalemme durante questa ultima guerra, mi è parso che di Al Aqsa gli importasse assai meno di quanto gli valga cercare di colpire le case degli Ebrei.


Onestamente, non avevo mai capito l’hybris, l’ubriacatura felice, il contenuto di negazione di ogni grano di conoscenza e di coscienza che è contenuto nel nocciolo dell’antisemitismo. Vi si trova una negazione generale dell’obiettivo condiviso che ha condotto l’uomo dov’è, o dove crede di essere: a convivere civilmente, a costruire case e scuole, a mettere in piedi relazioni, a badare ai bambini con amore, a leggere e a scrivere. Questo sembrava essere concluso quando mia nonna mi prendeva per le mani nel corridoio della casa di via Marconi e ballava con me la hora, felice e stupefatta che il massacro fosse quasi passato accanto alla sua famiglia.


Adesso, Israele sa di essere molto solo, la sua illusione che la grande famiglia postmoderna occidentale o quella dei Patti d’Abramo, degli arabi sunniti filoccidentali, volessero fare scudo contro l’Iran insieme, non esiste più. L’ostilità e la paura vanno spesso insieme, e dietro Hamas un oscuro schieramento i cui confini arrivano in Turchia, in Siria, in Russia, in Libano, in Yemen, in Cina, ormai suscita una nuova consapevolezza, un allarme che non è destinato a finire neppure con la guerra di Gaza.


Ma per chi è in Israele, c’è una grande consolazione che la illumina: nel giorno della strage, da ogni angolo, ragazzi e ragazze quasi del tutto disarmati sono accorsi ad aiutare in numero e con generosità sconcertanti. Un cittadino di Be’eri, uno dei kibbutz rasi al suolo dalla crudeltà di Hamas, era sulla spiaggia di Tel Aviv a prendere il sole, ma arrivò comunque, affannato, sulle strade vicino alla sua casa due ore e mezzo più tardi, quando oramai era vietato attraversarle: erano infestate da terroristi che stavano compiendo le loro stragi. Quell’uomo si mise alla testa di un drappello di eroi che si unirono a caso e si avventurarono nelle vie ormai incenerite di Be’eri, dove, cercando di liberare le persone asserragliate nella sala da pranzo, hanno trovato la morte. Ho parlato con decine di ragazzi che hanno afferrato quello che hanno trovato, un coltello, un bastone a fronte dei mitra degli invasori e sono usciti fuori delle case assediate per difendere madri e bambini dai terroristi; un padre che da una distanza di centinaia di chilometri si è precipitato al kibbutz dove viveva la figlia e l’ha strappata alla morte come un pazzo, riuscendo a farla fuggire dalla finestra posteriore della casa dove era assediata; una madre che, mentre i terroristi sparavano e torturavano, ha seguito ovunque il figlio che nel kibbutz si avventurava cercando di salvare chi poteva, e dietro di lui c’era lei a raccogliere i feriti; e quando il figlio è stato colpito lui stesso, l’ha trasportato a casa ed è uscita di nuovo a salvare altri ragazzi; una donna anziana che in casa ha tenuto a bada, dandogli da mangiare, una banda di terroristi, salvando con la sua calma tutta la famiglia finché sono arrivati gli aiuti; ho intervistato un uomo che, con una gamba ormai staccata dal corpo, ha resistito per una decina di ore facendo da scudo alla sua famiglia fino a che non ha visto morire il figlio e la moglie crivellati di colpi; quasi del tutto dissanguato, ha resistito, determinato a salvare almeno la figlia. Dal giorno stesso dell’aggressione, a centinaia fra poliziotti e soldati sono entrati a Gaza per combattere, e vi hanno dato la vita. In guerra gli episodi di eroismo si sono moltiplicati: nella stessa famiglia dell’ex capo di stato maggiore e ora membro del Gabinetto di guerra Gadi Eisenkot sono stati uccisi in battaglia il figlio Gal di 25 anni e il nipote Mahor Cohen di 19. Gadi ha ringraziato distrutto dal dolore ma testimoniando l’onore di essere stato il padre e lo zio dei due giovani combattenti, e il giorno dopo era già sul campo di nuovo. Il presidente della Repubblica Isaac Herzog aspetta come tutti segni di vita, rari perché è in genere proibito l’uso del telefono, da parte del figlio che è in guerra dentro Gaza. Tutta Israele ha i figli, i nipoti, il marito, il padre, costretti a una guerra di difesa contro i terroristi che hanno tagliato la testa ai neonati. Il 7 di ottobre 300.000 ragazzi e uomini delle riserve sono tutti corsi a salvare il Paese, e da allora combattono fino all’ultimo respiro e fino alla vittoria che sanno indispensabile perché Israele sia salvo.


Israele è un Paese di eroi. Alla festa “Nova” i ragazzi che ballavano hanno cercato di difendersi a vicenda a prezzo della vita, ragazze disperate hanno cercato di proteggere le loro amiche dalla violenza sessuale accompagnata dalla tortura e dall’assassinio, e ne sono cadute esse stesse vittime. A centinaia si sono sacrificati i soldati che, saltando ancora svestiti fuori dalle caserme assediate, hanno lottato contro la furia inaspettata a mani nude, o i poliziotti che senza sapere cosa avrebbero trovato si lanciavano nella battaglia e spesso venivano sopraffatti da numeri impensabili di terroristi. Hanno dato la vita le ragazze che nei luoghi di osservazione hanno visto e avvertito della marea nera che si avventava su Israele, e hanno seguitato a servire al loro posto mentre si rendevano conto che non si voleva accettare la loro verità e le si lasciava sole.


Adesso, se si va a trovare i soldati che dormono nel fango e mangiano scatolette di tonno dal 7 di ottobre, chiamati come riserve, laici e religiosi, ashkenaziti e sefarditi, si scopre, dopo gli scontri politici passati, lo specchio di un’unità e di una dedizione assoluta che in Europa e in USA è sormontata dall’interesse e dalla comodità personale. Israele è l’esperimento non riconosciuto di quello che uno stato democratico (e persino di immigrazione!) può essere quando si è di fronte a una sfida, a un pericolo effettivo; quello che i giovani possono diventare quando si hanno una fede e uno scopo comune, quando si conoscono i doveri oltre ai diritti, e occorre persino accettare l’idea terribile che anche coloro che sono stati cresciuti come principi possono morire in battaglia, e che va messa questa possibilità nel conto, a venti così come a trent’anni.


E, intanto, non è solo l’antisemitismo ma anche l’ignoranza ad aver posto Israele in vetta alla piramide del male mentre combatte per il bene di tutti. La costruzione postmoderna delle idee radicali sul colonialismo, la cornice woke per capire il mondo, la trasformazione dei terroristi e dei violenti in combattenti per la libertà, l’abbraccio accademico all’orientalismo di Edward Said, la cui folle ridefinizione del rapporto fra Occidente e mondo islamico è di fatto un invito alla sottomissione dell’Occidente all’Islam, ancora una volta hanno scelto come nemico supremo gli Ebrei. E non ci si può illudere: si tratta di una minaccia non solo per il sionismo ma contro l’intero progetto occidentale dello Stato di diritto e di società democratica.


Ma Israele non lascerà che si ripresenti traccia dell’appeasement, fra cui tipico quello del premier inglese Neville Chamberlain, il quale lasciò che la passione antisemita di Hitler diventasse Seconda Guerra Mondiale. Da quando esiste Israele, è naturale e seguiterà a esserlo ricordarsi che è bello essere ebreo, si è fortunati per questo, si deve combattere per affermarlo, mai piegarsi all’odio e alla paura. Dopo il 7 di ottobre Israele lo sa ancora, lo senti in tutti gli orgogliosi splendenti discorsi di ricordo dei soldati caduti a Gaza, nelle incredibili parole di gloria che senza piangere i genitori sanno ancora dire: parole semplici, in cui si parla di bambini che ridono sempre, di sportivi meravigliosi, di amore immortale, della pace che la società israeliana desidera sopra ogni cosa. Come dice Tocqueville, nessuna democrazia vuole la guerra, ma quando la deve combattere è una scelta condivisa, sa come fare, e ce la mette tutta.


Io, nel guardare senza distogliere lo sguardo quello che era accaduto proprio quel giorno, proprio in quelle 24 ore che iniziarono alle 6:20 di mattina, quando la mia amica Ruthie Blum mi telefonò per dirmi “Ci bombardano all’impazzata”, voglio mettere questa pietra della memoria sulla mia terra d’origine, l’Italia, proprio per concludere con le parole che sento ripetere tanto spesso dagli israeliani, che cercano, uniti, di sconfiggere il mostro che mette in pericolo il mondo: Am Israel Hai. Siate contenti per questo, voi che amate la democrazia, è il vostro scudo di difesa, di cui il mondo intero ha bisogno più di quanto Israele abbia bisogno di un Occidente traditore.


E tuttavia voglio finire con una nota personale: il capitolo dell’attacco agli Ebrei è in pieno svolgimento, e noi ne siamo l’oggetto fisico immediato, oltre agli Ebrei della diaspora. Non leggete questo volume come una collezione di scritti che riguarda il passato. Tutta la macchina di preparazione all’odio e alla guerra che per anni ha costruito a Gaza nei particolari l’attacco del 7 di ottobre è in moto in maniera quasi identica nell’Autonomia Palestinese. Sin dai primi momenti in cui un bambino ambisce a conoscere e ad agire, quello che gli viene insufflato, insegnato, imposto senza un attimo di sosta è l’odio per gli Ebrei e per l’Occidente, l’aspirazione suprema di un ragazzo è divenire uno shahid. Non gli importa di trovare benessere, pace, conoscenza, e tantomeno di costruire uno Stato Palestinese. Men che mai se dovesse essere creato secondo la formula “Due Stati per Due Popoli”. Israele è solo un’entità sionista senza nome né patria, un’accozzaglia di apartheid e di colonialismo. E gli Ebrei sono tutti destinati alla morte, compresi i bambini. Fatah è oggi quasi identica a Hamas, tanto che le percentuali di chi approva e rifarebbe l’impresa dell’orrore sono intorno all’80 per cento certificato: il suo aspetto laico è declinato, ormai “Allah hu Akbar” è il motto di ogni shahid. Anche nelle metropoli occidentali le periferie islamiche indottrinano i loro figli nello stesso segno, il loro obiettivo primo è sempre l’Yehud che il giovane di Hamas a Be’eri si vantava con la madre al telefono di stare sgozzando. Gli esempi di attacchi antisemiti in Europa e in America, attacchi fisici, ormai si contano a migliaia.


Accanto a questo, l’ignoranza nega che la violenza è appannaggio specifico di chi odia l’Occidente, non dell’Occidente stesso: un esempio evidente è proprio nel West Bank, dove le tanto vituperate violenze dei “coloni” ammontano al 10 per cento lo scorso anno, e quelle dei terroristi al 90. Del resto come un vulcano attivo e pronto a scoppiare, ogni giorno qui l’odio ci mostra il suo florilegio di spari, accoltellamenti, agguati con pietre contro le auto. E anche in Europa e in America agisce ovunque.


Quello che è cambiato dal 7 di ottobre è che adesso sappiamo che il terrorismo può trasformarsi in un agguato con un valore strategico mondiale, prima uccidendo masse ignare di cittadini, di poliziotti, di militari, mentre chiama a raccolta potenze mondiali, in primis l’Iran e la Russia, interessate a fiancheggiare, non importa con quale vessillo, chi corrobori le loro conquiste del Medio Oriente e dell’Occidente.


Io, dalla mia finestra, guardo la strada nella notte e temo, per la prima volta nella mia vita, in cui ho visto tanti attacchi terroristici, di vedere spuntare dei pick-up bianchi provenienti da Ramallah, o da Bethlehem. So che adesso le forze dell’ordine sono pronte, ma anche loro lo sanno. Fido immensamente nel valore dei soldati, che vinceranno, ne parlo nelle pagine del libro. Ma penso che la battaglia è lunga, che impegna tutti, che non consente distrazioni o sciocchezze, e tantomeno interpretazioni pacifiste del significato della parola “tregua”, bellissima quando non vuol dire “tempo in cui chi vuole ucciderti si organizza”. Penso anche che nelle città italiane l’eccitazione dimostrata nelle manifestazioni quando gridano “Hamas uccidi tutti gli Ebrei”, arriverà a bruciare ogni bandiera che non rispecchi le loro ambizioni di dominio, e che se una azione di deterrenza psicologica e pratica non si definirà presto in tutto il mondo, un autentico disastro globale, come quello di 75 anni fa, può cadere su tutte le democrazie.

 
Dunque, questo libro è un diario perché la memoria sia subito appuntata prima di essere esorcizzata, ma anche un invito a difenderci, a difendervi. Torno chiudendo queste pagine su ciò che appare come il concetto più difficile da accettare, come si capisce dall’insistenza con cui le istituzioni, i colleghi, gli amici che si incontrano al lavoro e a cena, seguitano a chiedere un “cessate il fuoco” con mozioni, articoli, discorsi. Quando si continua ad augurarsi che presto tacciano le armi, o si augura che la pace torni a regnare in Medio Oriente, non è un buon augurio, né un desiderio che si realizzerà.

 
L’augurio di pace è solo quello che comprende la pazienza, cioè un lungo e difficile sostegno nella dolorosa ma necessaria guerra contro Hamas. Così fu con Al Qaeda e con l’Isis. Dovrebbe peraltro essere facile capire che, come per raggiungere la pace si dovette combattere, fino a cancellarlo, il potere nazista eliminando Hitler e i suoi ufficiali, così oggi deve accadere per chi ha dimostrato di nuovo che la crudeltà può superare i limiti della più viziosa fantasia.
Auguriamoci dunque una vittoria sul male, una vittoria di ciò che amiamo e in cui crediamo, la democrazia, il buon senso, non un cessate il fuoco prima del tempo, ma quando il male sarà debellato. La pace sarà raggiunta solo con la pazienza e il coraggio dei soldati oggi sul campo di battaglia.

Domande scomode su Israele

di Ernesto Galli della Loggia| 18 febbraio 2024- Correre della –Sera

La formula «due popoli due Stati» comporta una serie di garanzia a cominciare dall’assoluta sicurezza dello Stato ebraico

  • Nella discussione politica italiana una merce sempre assai rara è il realismo: cioè la conoscenza dei fatti e della loro storia, l’analisi obiettiva degli interessi in gioco, la valutazione delle soluzioni concretamente possibili fondata sui due fattori ora detti. Da noi, invece, specialmente quando si tratta di politica estera, al realismo si preferisce di gran lunga il tifo. Avviene così che quando a proposito della questione israelo-palestinese ci si trova tutti d’accordo nell’idea che la soluzione da perseguire dovrebbe essere quella dei «due popoli due Stati», pochissimi però si fermino a riflettere circa ciò che davvero implica tale formula, le reali condizioni che possono renderla praticabile. Che è innanzi tutto una: la garanzia assoluta della sicurezza di Israele. Senza di che è del tutto impensabile che lo Stato ebraico possa mai accettare l’esistenza di uno Stato palestinese.

Tanto più oggi, dopo quanto è accaduto il 7 ottobre quando Israele, cioè, ha dovuto rendersi conto della fragilità di quello che fino ad allora era un caposaldo assoluto della propria strategia politico-militare: vale a dire la convinzione della propria sostanziale invulnerabilità rispetto a un attacco convenzionale da parte araba. Il pogrom di quel sabato ha dimostrato, viceversa, che a determinate condizioni Israele può essere attaccata con successo da forze convenzionali. Proprio per ciò uno Stato arabo ai propri confini — quale per l’appunto era di fatto Gaza e sarebbe qualunque Stato palestinese — rappresenta comunque per essa una minaccia mortale e dunque inaccettabile.

Questo è il fatto nuovo e gravissimo accaduto quel giorno: ma quanti sono in Italia coloro che se ne sono accorti? Stando così le cose, oggi il solo modo per l’Occidente di essere dalla parte della formula «due popoli due Stati», di crederci realmente e non a chiacchiere, è quello: a) di informare solennemente i palestinesi per primi e il mondo arabo in generale che il riconoscimento senza se e senza ma dell’esistenza di Israele, cioè la rinuncia a cancellare quella che essi chiamano «l’entità sionista», costituisce una condizione sine qua non: sia per la nascita di uno Stato palestinese, sia per ogni accordo generale riguardante la regione. Tutto il resto può essere discusso ma questo no; e b) eventualmente di farsi esso per primo, l’Occidente, garante dell’esistenza di Israele nel solo modo che conta, cioè sul piano militare: ad esempio sottoscrivendo qualcosa di vincolante come l’art. 5 del Patto Atlantico, in forza del quale un attacco a Israele equivarrebbe a un attacco a noi tutti. Sarebbe interessante sapere quanti sono qui e in Europa, e anche negli Usa, coloro disposti a dirsi d’accordo. Anche perché in realtà in tutti questi anni l’Occidente, sia pure senza rendersene ben conto, ha indirettamente alimentato la minaccia anti israeliana. Lo ha fatto finanziando massicciamente l’agenzia delle Nazioni Unite per i profughi palestinesi, l’Unrwa.

Ora, i cosiddetti profughi palestinesi sono cresciuti da sei settecento mila al momento della nascita di Israele a oltre cinque milioni oggi. Ciò è accaduto perché è considerato tale — cito dai documenti dell’Unrwa — anche «chi discende dalle persone divenute profughe nel 1948 indipendentemente dalla loro residenza nei campi profughi». Cioè, se capisco bene, si è considerato «profugo palestinese» con relativo diritto all’assistenza da parte delle Nazioni unite anche se, mettiamo, si abita tranquillamente con la propria famiglia in un appartamento di Beirut o di Amman. Come si legge su Wikipedia, «si tratta di una grande eccezione alla normale definizione di rifugiato». Non c’è dubbio. Una grande eccezione e direi anche una vera bizzarria: è come se in Italia esistessero ancora i «profughi giuliani» e fossero considerati tali e assistiti dallo Stato i figli o i nipoti di quelli cacciati dall’Istria o dalla Dalmazia nel 1947-50. Tanto più la cosa appare bizzarra in quanto in grande maggioranza questi «profughi palestinesi» sono nati e oggi vivono in territori (come Gaza o la Cisgiordania) retti da un’amministrazione anch’essa palestinese e quindi territori sostanzialmente palestinesi.

È evidente però il fortissimo e insidioso significato politico che hanno avuto e continuano ad avere questi milioni di «profughi», una parte consistente dei quali ammassati in campi come quelli presenti a Gaza. La loro semplice esistenza serve, infatti, a tenere aperta, e ad alimentare la «questione palestinese». Serve esplicitamente a mantenere viva l’idea della possibilità/necessità di un ritorno di codesti «profughi» nei luoghi d’origine o presunti tali. E dunque a giustificare nei decenni la lotta per ottenere un tale ritorno delegittimando con ciò stesso l’esistenza di Israele, ponendo un’ipoteca continua su tale esistenza. Altro che «due popoli due Stati»! Come può mai essere compatibile la soluzione della quale da sempre si fa paladino l’Occidente con il fatto di continuare a finanziare in ogni modo l’attore della scena che con la sua sola esistenza contraddice tale soluzione, alimenta incessantemente ogni azione per renderla impossibile dal momento che dei due Stati in questione si prefigge la scomparsa di uno di essi? Un’altra domanda scomoda destinata ad attendere inutilmente una risposta.

«LA MORTE DI NAVALNY SEGNA UNA DERIVA STALINISTA MA PUTIN È PIÙ FORTE CHE MAI»

 L’analista ed esperto don Stefano Caprio: «Il suo destino era segnato. Il sistema di potere non finirà con lo Zar. Non è la sua personalità ad essere forte ma un sistema collettivo. Dovesse morire domani al suo posto ce ne sarebbero duecento uguali, o anche peggio»

Francesca Fiocchi, Famiglia Cristiana – 17 – 02 – 24

La morte di Alexei Navalny inevitabilmente apre a riflessioni e interrogativi che riportano altrettanto inevitabilmente a un’altra storica, indimenticabile dissidente, la giornalista russa Anna Politkovskaja, la cui fine urla ancora vendetta (e non solo sotto il cielo di Mosca). In gioco, democrazia e libertà di pensiero: cosa si è disposti a perdere in nome di questi valori e ideali che oggi non dovrebbero essere più terreno di conquista ma diritti civili universalmente acquisiti, quindi inalienabili, non solo sulla carta? L’oppositore russo a Putin è morto in carcere a 47 anni, dopo anni di persecuzioni in cui non ha mai smesso di opporsi, con grande coraggio e non senza fierezza, all’autocrazia e alla corruzione dilagante nel regime putiniano. L’Ue: “Il regime russo è l’unico responsabile di questa tragica morte”. Per il ministero degli Esteri russo l’Occidente ha già tratto le sue conclusioni. Ne parliamo con don Stefano Caprio, docente di Storia, filosofia, teologia e cultura russa che ha vissuto a lungo a Mosca.

Don Caprio, lei come legge la morte del dissidente russo Navalny? Si sarebbe sentito male durante una passeggiata, a quanto riferito dal dipartimento regionale del servizio penitenziario federale.

«Ora è difficile commentare. Vediamo se sarà possibile fare l’autopsia, se ci sarà un’indagine sull’accaduto per capire se sia stato ucciso o colto da morte naturale improvvisa. In queste ore sta girando un video realizzato ieri in cui Navalny interviene online in uno dei tanti processi nei suoi confronti. Il suo avvocato l’altro ieri lo aveva sentito e stava bene. Questo ci dovrebbe portare a escludere un nuovo avvelenamento, come successo quattro anni fa, i cui segni si sarebbero manifestati prima. Alla morte, comunque, ci era già andato vicino: tornando in Russia sapeva che sarebbe andato incontro a un destino amaro. Ha rischiato la libertà e l’ha persa. Sicuramente immaginava che non sarebbe più uscito di prigione sotto il regime putiniano. A questo punto la morte non stupisce rispetto a questi ultimi anni in cui si è quasi concesso alle persecuzioni con un atteggiamento da martire, che ha effettivamente esaltato la sua figura ben al di là della popolarità raggiunta come animatore del dissenso popolare. Il suo destino era segnato».

Chiunque si mette contro Putin finisce male.

«Si era visto anche l’anno scorso con Evgeny Prigozhin, fondatore del Gruppo Wagner, sulla cui effettiva morte sono rimasti dei dubbi. Di fatto quello di Putin è un regime di tipo staliniano che elimina completamente gli oppositori destinandoli al lager, o meglio facendoli quasi perdere nel lager, basti pensare a Navalny stesso, che per un mese non si sapeva che fine avesse fatto, qualcuno addirittura pensava fosse morto, invece era stato trasferito all’estremo Nord».

Cosa significa questa morte dal punto di vista umano e politico?

«Navalny era un personaggio popolare, molto amato, e non solo per le sue proteste all’inizio contro la corruzione del regime e poi contro l’oppressione del regime stesso. Il suo messaggio era sotto certi aspetti alquanto populista. Navalny si era staccato dai liberali e aveva iniziato le sue contestazioni di piazza. Dal 2012 era forte in lui il sentimento populista, simile a quello conosciuto in Italia con il Movimento Cinque Stelle o in Ucraina con Zelensky, contro la corruzione, che è anche un’eredità del regime sovietico. Lui era un personaggio particolare: le sue idee non avevano grandissimi contenuti ideologici, ma la sua figura era estremamente efficace, aveva spirito dell’umorismo, si mostrava superiore a qualsiasi forma di attacco nei suoi confronti. Con lui non è solo un’idea ma un’anima della Russia che viene a mancare. Ci sono anche altri personaggi anti-Putin, come Kara-Murza, Ilya Yashin, diversi politici, giornalisti, persone di grande valore che dal punto di vista politico, in una ipotesi di grande cambiamento, sarebbero probabilmente più credibili di Navalny, però Navalny era un fenomeno che andava al di là della politica, che sapeva “svegliare” la presa di coscienza nei giovani».

Dopo di lui il suo movimento di protesta avrà un altro leader?

«No, perché era molto legato alla sua persona. Più in generale, fra le opposizioni di ogni genere a Putin ci sono personalità di grande valore nei lager, in prigione e all’estero che però, come accade spesso in Russia, non riescono a unirsi, ad andare d’accordo tra di loro. Credo che una di queste personalità avrebbe molto da dire e potrebbe riprendere la memoria di Navalny nel momento, peraltro molto improbabile, in cui dovesse esserci un cambio di regime, penso a Khodorkovsky o Kasparov, che stanno all’estero, o a Kara-Murza o Yashin, confinati nel lager. Il movimento di Navalny anche all’estero non si unisce alle altre opposizioni proprio perché è populista, anti ideologico. Navalny dal lager sapeva dire cose che toccavano nervi scoperti».

Quali le conseguenze di questa morte sulla guerra tra Russia e Ucraina in corso?

«La guerra è in una fase di stallo che i russi vogliono interpretare come momento di proclamazione della loro superiorità. Siamo nell’anno delle elezioni di Putin e lui deve brillare come l’apostolo della vittoria. I russi non hanno più grande interesse alle conquiste in Ucraina, semmai ne hanno di più ad alimentare conflitti in varie parti del mondo, compresa l’Europa orientale. Da vari segnali dell’Intelligence, si pensa che stiano preparando qualcosa di simile anche in Moldavia, paese più piccolo, confinante con l’Ucraina, che però ha tanti punti deboli, nevralgici. Ai russi interessa il conflitto tra israeliani e palestinesi, sono molto attivi in alcune zone dell’Africa, hanno molti riferimenti in America Latina. E non dimentichiamoci, sullo sfondo, il pericolo del conflitto della Cina con Taiwan. Alla Russia interessa una guerra permanente e universale».

Questa vicenda ricorda la morte di Anna Politkovskaja.

«La Politkovskaja era andata in Cecenia per documentarne la corruzione, che era collegata alla corruzione del Cremlino. Questo era un tema analogo a quello di Navalny, e dell’amico di Navalny, Boris Nemtsov, ucciso nel centro di Mosca, a pochi passi dal Cremlino. Sono casi collegati. Con la Politkovskaja eravamo in una situazione in cui Putin sembrava ancora accettabile per la comunità internazionale. Con Nemtsov, invece, cominciava a diventare evidente un aspetto pericoloso e montante da parte della Cecenia, dei guerriglieri e dell’apparato più radicale. Con l’ultimo caso la situazione è dilagata ed è in mano ai padroni della guerra».

Il regime di Putin ha inesorabilmente virato verso una deriva autoritaria?

«Sicuramente. Un precedente analogo è Stalin. Purtroppo non c’è la possibilità di tornare indietro».

Il regime finirà solo con la morte di Putin o ha ragione Vera Politkovskaja, figlia della giornalista uccisa nel 2006, quando dice che Putin non cadrà, che il suo sistema di potere è ancora solido, che la sua ossessione per l’Occidente che vuole distruggere la Russia è un’idea che deriva dall’Urss e resta molto popolare?

«Non finirà con lui. Non è la personalità di Putin ad essere forte ma un sistema collettivo. Putin è un personaggio mediocre e anonimo, ed è lì proprio per questo, per impersonare un’immagine collettiva. Dovesse morire domani al suo posto ce ne sarebbero duecento uguali, o anche peggio. La Russia dopo brevi periodi di apertura, come negli anni ’90, si congela in una lunga stagnazione. Putin è al potere da un quarto di secolo, c‘è una sorta di divinizzazione. Ormai non contano più i suoi mandati, ma una prospettiva apocalittica. Il regime non sta mostrando segni di cedimento, anzi si alimenta dell’ostilità del mondo occidentale e cerca di appoggiarsi sulla Cina, sul mondo orientale. Il regime entrerebbe in crisi semmai la Russia dovesse subire gravi sconfitte militari, che sono improbabili, o attraversare fasi di crisi economica».

Bisogna chiamare le cose con il loro nome, contro qualsiasi divieto: è questa la lezione spiegata ai giovani che hanno davanti un futuro ancora da scrivere? Se sì, qual è il prezzo?

«La situazione è complicata perché oggi c’è un’enorme guerra d’informazione con strumenti che prima non c’erano. Non basta fare un’indagine o un servizio: bisogna saper contrastare anche la guerra ibrida che la Russia sta portando avanti proprio quest’anno in cui sono le elezioni in tutto il mondo per condizionare l’opinione pubblica. Bisogna non solo trovare persone come Navalny e la Politkovskaja, ma anche reti di solidarietà più grandi. L’Europa dovrebbe riuscire a creare più ancora che un’unione politica o economica o militare un’unione volta a contrastare la falsità dell’ideologia della propaganda. I ragazzi devono sentirsi liberi dai bombardamenti di notizie che gli arrivano in mille modi e imparare a guardare personaggi con la schiena dritta per immaginare un mondo più libero. In fondo, Navalny nel suo modo non convenzionale è stato anche testimone di uno spirito religioso: si sentiva cristiano ma era aperto alle altre religioni, non ha mai fatto un uso politico della religione ma ha vissuto nel lager leggendo la Bibbia. Bisogna tornare a cercare valori più grandi, più veri».

Le parole del Card. Ratzinger sul diavolo

“Checché ne dicano certi teologi superficiali, il diavolo è, per la fede cristiana, una presenza misteriosa ma reale, personale, non simbolica. Ed è una realtà potente (“il Principe di questo mondo”, come lo chiama il Nuovo Testamento, che più e più volte ne ricorda l’esistenza), una malefica libertà sovrumana opposta a quella di Dio: come mostra una lettura realistica della storia, con il suo abisso di atrocità sempre rinnovate e non spiegabili soltanto con l’uomo. Il quale da solo non ha la forza di opporsi a Satana; ma questo non è un altro dio, uniti a Gesù abbiamo la certezza di vincerlo. E Cristo il “Dio vicino” che ha forza e volontà di liberarci: per questo il Vangelo è davvero “buona notizia”. E per questo dobbiamo continuare ad annunciarlo a quei regimi di terrore che sono spesso le religioni non cristiane. Dirò di più: la cultura atea dell’Occidente moderno vive ancora grazie alla libertà dalla paura dei demoni portata dal cristianesimo. Ma se questa luce redentrice del Cristo dovesse spegnersi, pur con tutta la sua sapienza e con tutta la sua tecnologia il mondo ricadrebbe nel terrore e nella disperazione. Ci sono già segni di questo ritorno di forze oscure, mentre crescono nel mondo secolarizzato i culti satanici”.

(Joseph Ratzinger/Benedetto XVI – da “Rapporto sulla fede”, Vittorio Messori a colloquio con Joseph Ratzinger)

«Io non ho paura. Non abbiatene neanche voi!»

In memoria di Aleksej Naval’nyj, morto il 16 febbraio 2024.

ADRIANO DELL’ASTA – di Russia Cristiana

Nella tragedia che si è consumata in una prigione del suo estremo nord, la Russia ha dimostrato il meglio e il peggio di sé.
Il meglio è evidente e ha un nome: Aleksej Naval’nyj.

Quali che fossero le sue idee politiche, ormai da tempo la sua persona e la sua azione le eccedevano ampiamente, essendo lui diventato il concentrato di quello che un popolo civile considera le coordinate della democrazia, della libertà e della dignità.

Esempio di democrazia, aveva mostrato in atto la disponibilità a battersi per una causa non strettamente personale: era infatti tornato in patria dopo che era stato oggetto di un tentato avvelenamento, ben sapendo di essere destinato alla galera, ma convinto di dover dare un esempio di coraggio civile che potesse scuotere un’opinione pubblica troppo accomodante con il potere, in patria ma, non dimentichiamolo, ancor più gravemente accomodante nel resto del mondo. Ora a morire è Naval’nyj, ma non dimentichiamo, appunto, gli avversari politici, gli oppositori e i giornalisti eliminati in questo primo ventennio del XXI secolo.

Esempio di libertà, non aveva smesso di essere libero, continuando a difendere la causa di tutta l’opposizione persino in carcere e persino quando vedeva che ogni sua azione scatenava le reazioni più odiose e assurde da parte dei suoi aguzzini.

Esempio di dignità, col suo ritorno e con la sua resistenza, aveva mostrato cosa significhi essere uomini in questa nuova versione del «secolo lupo», come la moglie del grande poeta Mandel’štam aveva chiamato i tempi di Stalin.

Il peggio della Russia non è meno evidente anche se non ha un nome unico ma, come si addice di fronte a certi omicidi, un nome collettivo perché il suo nome è legione, ed è omicida e mentitore sin dall’inizio.

Il potere, che ha rinchiuso Naval’nyj in una delle sue geenne, ha avuto infatti l’impudenza di assicurare che saranno eseguiti gli opportuni «accertamenti medici», là dove si dovrebbe parlare di accertamenti penali; questo stesso potere ha osato rimproverare l’Occidente di aver già trovato un colpevole, là dove non si tratta di cercare nulla, ma solo di vedere perché un uomo normale, invece che vivere e lavorare tranquillamente a casa sua, stava a duemila chilometri da Mosca, in una prigione di massima sicurezza, sottoposto a ogni forma di angheria e di arbitrio; questo potere ha osato, ancora, osservare, per bocca di un suo portavoce apparentemente autorevole (un rappresentante del senato russo): «Penso che sia un incidente, succede».

«Penso che sia un incidente, succede». Merita un nome collettivo il responsabile di una simile dichiarazione e di quanto sta accadendo, perché questo «succede» richiama in maniera troppo sinistra e istruttiva l’inizio del regime, quando, dopo l’affondamento del Kursk, a chi gli chiedeva cosa ne fosse del sommergibile perduto, Putin rispose nella maniera sprezzante di chi sa di non dover rendere conto a nessuno: «È affondato».

E oggi continua con questo disprezzo, avendo ancora la protervia di dire, quasi contemporaneamente, che non attaccherà mai la Polonia se non per «rispondere a un suo attacco» e che se la Polonia era stata invasa da Hitler era solo perché aveva «tirato troppo la corda»

Affermazioni di propaganda, ci siamo sbrigati a commentare, per evitare di spaventarci troppo ma, in fondo, anche cadendo in un tranello che rischia di distrarci dall’essenziale; perché quello che voleva il potere era forse proprio spaventarci e allontanarci dalla vera prospettiva di liberazione. Ma in rete circola una foto che è da sola la risposta più compiuta a queste e altre azioni o intimidazioni: è una foto di Naval’nyj con un cartello che reca la scritta: «Io non ho paura. Non abbiatene neanche voi!».

Sbaglieremmo a credere che si tratti di retorica o di una sfida irresponsabile: Naval’nyj ne è morto; si badi: è morto lui e non altri; e non è morto perché ha sfidato il potere, ma perché ha fatto la cosa che meno di tutte questo potere può tollerare dai suoi sudditi: che uno si assuma la propria responsabilità di uomo.

E al di là del significato letterale e politico di questo messaggio, ma secondo la modalità più classica della resistenza al totalitarismo (un tempo sovietico e oggi putiniano), sta proprio qui il lascito più profondo e impegnativo di questo sacrificio: Naval’nyj ci ha mostrato – ripeto, al di là di ogni dimensione politica – cosa significhi essere uomini oggi: agire in prima persona, non per un interesse personale ma, anzi, al di là e persino contro ogni interesse personale; come diceva uno dei primi commenti della Russia libera, non l’ha fatto per «prendere il posto del drago».

Naval’nyj non agiva per prendere il posto del drago ma, in prima persona, agiva per fare spazio a una forza davanti alla quale tutti siamo responsabili e alla quale tutti dobbiamo rendere conto se vogliamo essere degni del nostro nome di uomini e averne la forza altrimenti impensabile.

È un’altra cosa sulla quale bisognerà tornare, ma che colpisce nei primi commenti russi: lo spirito di sacrificio di cui Naval’nyj ha dato prova aveva delle fonti religiose, fonti di cui Naval’nyj stesso non ha mai fatto mistero e che erano state forse oscurate dalla religione ufficiale nel suo sconcertante e chiassoso asservimento al potere.

Così come bisognerà ritornare su un’altra cosa cui rischiamo di non prestare più la dovuta attenzione, snervati da questa ennesima tragedia: minoritaria fin che si vuole (come sempre del resto), questa Russia libera non si lascia mai abbattere sino in fondo e continua a sperare, come nel caso di Aleksandra Skočilenko che, condannata a sette anni e mezzo di campo, continua a dire che «la vita umana è un miracolo»; come nel caso di Il’ja Jašin che, di fronte alla prospettiva di poter essere liberato in uno scambio di prigionieri, la respinge per poter restare in patria ed essere pronto alla sua ricostruzione; e quanti altri casi potremmo ricordare in questo senso.

Tutti sconfitti, per il momento, ma questo non ha mai turbato la prospettiva del dissenso ai tempi dell’Unione Sovietica, come nel caso di Anatolij Marčenko, uno degli ultimi prigionieri di coscienza, morto in prigione nel 1986 durante uno sciopero della fame, anche in quel caso proclamato non per difendere un interesse personale, ma per chiedere la liberazione di tutti i prigionieri politici detenuti in Unione Sovietica.
Marčenko morì e il suo sacrificio sembrò inutile; ma al funerale la moglie lasciò il marito con queste parole: «Non avere paura Tolja, saranno tutti liberi». Qualche mese dopo, le pressioni internazionali costrinsero Gorbačëv a varare un’amnistia che fu poi uno dei capisaldi del futuro cambiamento di regime.

I tempi e gli uomini sono certo cambiati, ma la nostra coscienza non può perdere la propria memoria e il senso delle proprie responsabilità.

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