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L’identità di genere della Russia

di Stefano Caprio-Asia News  – 1 Ottobre  2022

Il problema della Russia è l’incertezza della sua collocazione, in una fluidità irrisolta tra Oriente e Occidente, tra Settentrione e Mezzogiorno. Incapace di esprimere una vera unità, come risulta evidente dalle sue istituzioni, ma anche dalle diatribe tra i dissidenti sovietici e i pacifisti di oggi.

Il neo-rieletto sindaco di Mosca, Sergej Sobjanin, fedelissimo di Putin in carica dal 2010 (confermato già nel 2013 e nel 2018), nativo di una regione di confine tra Europa e Asia, il distretto di Khanty-Mansi, è intervenuto al Forum economico di Mosca nei giorni scorsi, affermando che “la Russia non può confidare nei Paesi asiatici sul mercato delle tecnologie contemporanee, in quanto essi agiscono in modo ancora più rigido di quelli occidentali, quando si tratta dei loro interessi”. Sobjanin fu prelevato da Putin mentre era governatore della regione siberiana di Tjumen, ai confini con il Kazakistan, per sostituire l’ultimo grande avversario della precedente stagione eltsiniana, il sindaco Jurij Lužkov, che reggeva la capitale sul principio della pax mafiosa, lasciando ad ogni cosca il proprio spazio. La sua defenestrazione fu l’ultimo mattone della costruzione putiniana della “verticale del potere”: ogni gruppo, politico, economico o criminale, può sopravvivere in Russia solo come vassallo del Cremlino.

La tesi ribadita da Sobjanin che anche l’Asia stia conducendo “una guerra economica contro la Russia” al pari dell’America e dell’Europa, avanzata da chi ha rappresentato la grande sottomissione di tutte le latitudini nella “città-madre” dell’Eurasia, mette a nudo la condizione attuale di un Paese che non sa più da che parti girarsi. A sottolineare ulteriormente questo disagio, proprio mentre il sindaco di Mosca esternava le sue preoccupazioni, è stato il video del ricevimento al Cremlino del presidente del Sudan meridionale, Salva Kir Mayardit, apparso con il suo tipico cappello a tesa larga e il bastone, davanti a Putin che gli metteva gli auricolari cercando goffamente di insegnare come usarli. La scena ha rappresentato la totale incomprensione e distanza etno-culturale, in una deriva della Russia verso terre esotiche e al di fuori di ogni contesto geopolitico, economico e militare, visto che l’unico legame russo con il Sudan era la compagnia Wagner ormai dissolta nella tragicommedia della “morte di Prigožin”.

La Russia africanizzata deve constatare quanto l’Oriente agognato “cerchi di trarre il massimo vantaggio dalla situazione che si è creata”, spiega Sobjanin, vale a dire dalla folle guerra contro l’Ucraina e l’Occidente intero. Se le sanzioni americane ed europee gravano sulla società russa, privandola di soldi e materiali, “gli asiatici usano contro di noi il dumping rovesciato, vendendoci a prezzo raddoppiato non ciò che ci serve, ma ciò che fa comodo a loro, mentre loro ci comprano il petrolio a metà prezzo”, aggiunge il vassallo moscovita. O perdere tutto, o prendere tutto a condizioni capestro: questa sembra essere la prospettiva dell’economia russa per i prossimi decenni.

Il problema, del resto, non è soltanto l’economia, per quanto possa essere decisiva per la vita delle persone, o per la conclusione delle guerre. Il problema della Russia è l’incertezza della sua collocazione, paradossalmente la sua “identità di genere”, in una fluidità irrisolta tra Oriente e Occidente, tra Settentrione e Mezzogiorno. La scelta di quale parte assumere cambia di giorno in giorno, a seconda del capo “amico”, “fraterno” o “nemico” o soltanto “non amichevole” da abbracciare o da assalire, all’Onu o al G20, ai Forum europei di San Pietroburgo o a quelli asiatici di Vladivostok. È un problema originario dell’unico popolo bi-continentale, sparso sul territorio più vasto del mondo per unirlo in una nuova rivelazione di amore universale, ma incapace da sempre di andare d’accordo con i vicini, dal confine ucraino a quello giapponese, tanto per ricordare le due guerre russe che hanno aperto gli ultimi due secoli.

I russi sono un popolo incapace di esprimere una vera unione, come risulta evidente sia dalla diaspora, sia dalle sue istituzioni. All’estero i dissidenti sovietici, e quelli pacifisti di oggi, non sono mai riusciti a trovare alcuna forma di coordinamento. E all’interno va ancora peggio, come risulta dall’ultimo biglietto fatto uscire nei giorni scorsi dal lager dal principale oppositore a Putin, Aleksej Naval’nyj: “Andate al diavolo voi e le vostre coalizioni, non ci servono i vostri coffee-break con le brioche… da noi le opposizioni congiunte sono pure perdite di tempo, tra quelli che sanno solo boicottare come Garri Kasparov, o che dicono di votare ovunque se sembra utile come Maksim Kats, o noi che cerchiamo un voto utile, partecipando solo alle elezioni che possano dare fastidio a Putin”. Secondo Naval’nyj “ci abbiamo provato tante volte, e non abbiamo ottenuto alcun risultato, adesso basta, è solo una recita, un’imitazione della vera attività politica, quando sarà il momento noi sceglieremo il nostro candidato per le elezioni presidenziali”, chiudendo in questo modo la porta in faccia a tutti gli “amici”.

Anche nel campo del potere putiniano la “grande unità” si fonda sulla divisione, unica ragione dell’uso della forza come sistema di governo. In Russia tutti sanno bene che il consenso del popolo allo zar è pura finzione e conformismo, non è l’amore reciproco della narodnost vagheggiata dagli slavofili in forma verticale come quella putiniana odierna, o della sobornost in senso orizzontale predicata dai monaci di Optina Pustyn, come quella dell’attuale patriarca Kirill. È l’imposizione dei siloviki, gli uomini della forza come Putin e tutti i suoi sgherri, per annientare i nemici interni e i traditori, e se serve anche gli amici, come Prigožin o Kadyrov. È lo stesso Putin a ribadire questa motivazione, come quando affermò al Forum Economico d’Oriente del 2022 che “in Russia c’è una grande polarizzazione, e questo è soltanto un vantaggio, perché così tutto ciò che non serve, che ci procura danni e ci impedisce di andare avanti, verrà gettato via”.

Dal punto di vista religioso è l’interpretazione letterale della “Ortodossia”, intesa come distinzione dalla “eterodossia”, dagli eretici da condannare ai tempi dei Concili dell’epoca patristica, quando venne coniato il termine. I veri ortodossi hanno bisogno del nemico per affermare la propria fede, come nella profezia medievale della Terza Roma, che salva il mondo da “eretici, invasori e sodomiti”. Dichiarare eretico lo stesso patriarca Kirill, come vorrebbero fare da tante parti affibbiandogli l’accusa di “filetismo”, nazionalismo religioso, è in realtà la migliore definizione a cui i russi aspirano: essere da soli contro tutti, sia nella guerra reale sia in quella spirituale, è la vera garanzia della propria superiorità morale, politica e religiosa.

A questo punto non serve spiegare quale sia veramente la propria identità, in che cosa consistano i propri “valori tradizionali”: basta dire che noi “siamo contro l’Occidente collettivo”, che cerca di “imporre i suoi pseudo-valori”. Tanto è vero che la “svolta ad Oriente” non è mai stata accompagnata da alcuna segnalazione di “valori comuni” con gli asiatici, siano essi la coesione intorno al capo, la capacità di sacrificio o chissà quale sintonia tra il cristianesimo ortodosso, l’islamismo moderato o il comunismo confuciano. Il russo non vuole la guerra, ma non vuole darla vinta ai nemici; disprezza il potere dittatoriale, ma non sopporta le divisioni tra partiti diversi; aborrisce l’omosessualità e la fluidità di genere, ma cambia orientamento ogni giorno su tutto. La democrazia è un inganno, l’ecumenismo è un complotto, il liberalismo è il dominio dei poteri forti… e la Russia rimane un enigma della storia.

La questione del gender rivela una condizione che la Russia rende paradossalmente evidente con la somma delle sue contraddizioni, ma è forse l’ora di riconoscere che si tratta di una questione epocale e universale, e non certo soltanto a livello di orientamenti personali e sessuali. Il mondo di oggi è caratterizzato soprattutto dalla perdita dell’identità, individuale e collettiva, politica e culturale, morale e religiosa: è in crisi la democrazia in tutte le sue varianti e latitudini, è in crisi l’economia globalizzata, è in crisi il sistema di valori che si riteneva fondamentale per lo sviluppo sociale, e si potrebbe allungare di molto la lista delle crisi.

La Russia esalta la famiglia, la natalità e la difesa della vita nascente, mentre è il Paese con più divorzi e aborti al mondo in percentuale, e con una crisi demografica che appare sempre più irreversibile. Del resto, perfino la Cina sta cercando di correre ai ripari contro il calo degli abitanti in tutte le sue megalopoli, e l’Europa non è certo messa meglio, respingendo le masse di migranti che potrebbero essere speranza per il futuro. Come spesso accaduto in passato, la Russia si sacrifica per il mondo intero, non certo con le sue vittorie e i suoi sogni di conquista, ma con la sua impotenza a raggiungere i propri sogni, svegliando in questo modo tutti gli uomini e i popoli da Oriente a Occidente.

La storia riscritta da Putin come la raccontava Stalin

 di Paolo Mieli – Corriere  della Sera 10 Agosto 2023

I ragazzi russi studieranno su un libro di testo che rivisita gli ultimi cinquant’anni fino alle vicende attuali del conflitto in Ucraina. Come era già accaduto con l’Holodomor

Illustrazione di Doriano Solinas

Mikhail Gorbaciov fu un incompetente, sedotto dagli Stati Uniti, sostanzialmente un povero sciocco che per la sua pochezza consentì lo sfascio del proprio Paese. Colpa anche sua se Mosca è stata costretta il 24 febbraio del 2022 ad avviare l’ormai famosa «operazione speciale» contro lo «Stato nazista» che si è dato il nome di Ucraina. Le sanzioni occidentali contro la Russia, successive a quell’«operazione», sono paragonabili all’invasione napoleonica del 1812. Questo e altre cose dello stesso genere apprenderanno gli studenti russi da un libro di testo, redatto «in soli cinque mesi», che, da settembre, dovranno portare sui banchi di scuola (al momento, solo le ultime classi delle superiori). Il nuovo manuale, ha annunciato il ministro dell’Istruzione Sergei Kravtsov, ricostruisce la storia degli ultimi cinquant’anni. Di modo che — ma questo Kravtsov non lo ha detto — i diciassettenni, cioè quelli che prima o poi potrebbero essere chiamati alle armi, saranno indottrinati sui motivi per cui li si manderà probabilmente a combattere. E a morire.

Che il capo del Cremlino dia grande importanza ad una sua personalissima rivisitazione del secolo scorso, è noto fin dalla pubblicazione (luglio 2021) del saggio per molti versi sorprendente L’unità storica di russi e ucraini.

Le sue tesi sono state ben illustrate da Nicolas Werth in un documentato libro, Putin storico in capo (Einaudi), di cui si è già occupato su queste pagine Marco Imarisio. Fondamentalmente Putin ha gettato a mare Lenin stabilendo una continuità tra la stagione degli zar che hanno fatto grande la Russia (Caterina II, Alessandro III) e quella di Stalin. Il quale, dopo aver stipulato nel ’39 un patto con Hitler, una volta aggredito (nel ’41) dalla Germania nazista, l’ha combattuta riuscendo — ed è questo il suo merito — ad ampliare i confini dell’Unione sovietica. Tutti i riconoscimenti — dell’epoca gorbacioviana e del decennio successivo alla caduta del comunismo — delle responsabilità staliniane in piccoli e grandi misfatti (clausole segrete del patto Molotov-Ribbentrop, fosse di Katyn, organizzazione sistematica del terrore, soppressione, in dimensioni inaudite, di dissidenti anche solo potenziali, l’arcipelago gulag) tutte queste ammissioni di colpa in alcuni tra i più efferati crimini del XX secolo, sono scomparse. Putin — eccezion fatta per Lenin — recupera in toto la storia come veniva raccontata ai tempi di Stalin e di Breznev.

Per parte loro, prima ancora di quel che saranno costretti a fare gli studenti russi, gli storici occidentali che guardano con simpatia al Presidente della Federazione russa, si sono adeguati. In pochi hanno trovato qualcosa da ridire sulle svariate pubblicazioni in cui, nell’ultimo anno e mezzo, sono state riproposte versioni della storia russa ricalcate su quelle degli anni Cinquanta. Persino di quelle antecedenti il XX congresso del Pcus (1956) in cui Chruscev denunciò i crimini di Stalin. Nessuno ha fiatato quando per minacciare Varsavia Putin ha sfacciatamente sostenuto che «i confini occidentali dell’attuale Polonia sono un dono di Stalin ai polacchi».

Di questa generale disattenzione s’è avuta riprova, qui da noi, quando, a fine luglio, il Senato italiano è stato chiamato a discutere del riconoscimento della natura genocida dell’Holodomor (milioni di ucraini sterminati per fame tra il ’32 e, soprattutto, l’inverno-primavera del ’33). Un riconoscimento già ottenuto dal Parlamento europeo e da 18 Paesi tra cui Stati Uniti, Germania e Canada. Intendiamoci: tra gli storici ancora si discute sul vero motivo per cui Stalin decise di lasciar morire gli ucraini nelle dimensioni (ripetiamo) di milioni e milioni. Mancano (a nostro avviso) prove definitive che lo abbia fatto per dare un colpo mortale alla «nazione ucraina». Probabilmente con quella «fame sterminatrice» voleva «soltanto» prevenire la resistenza dei contadini ucraini alla politica di collettivizzazione forzata decisa dall’Urss gli inizi degli anni Trenta. Politica che consisteva nell’accaparramento del grano — a un certo punto dell’intero raccolto — per sfamare gli operai delle città impegnate nell’industrializzazione. Ma, al di là delle intenzioni, i comportamenti del leader georgiano furono, nell’occasione, «genocidi». Ed è un fatto che lo stesso inventore del termine «genocidio», il giurista Raphael Lemkin, nel 1953 spiegò, in riferimento a quel neologismo, quanto fossero appropriati i riferimenti alla tragedia ucraina di novant’anni fa.

Per questa ragione ci saremmo aspettati una generale sollevazione degli storici italiani allorché il nuovo ambasciatore russo in Italia, Alexej Paramonov, si rivolse alle nostre Camere con una lettera in cui metteva la terribile carestia del ’32- ’33 nel conto di «errori gestionali» e di «condizioni climatiche sfavorevoli». Accusando i sostenitori della «tesi dell’Holodomor-genocidio» di aver fatto ricorso a «manipolazioni, distorsioni e falsificazione dei dati sui numeri dei morti» allo scopo di «massimizzare la disunione dei popoli uniti da plurisecolari legami storici, culturali e spirituali».

A parte ogni altra considerazione si trattava di un’impropria e antipatica ingerenza in un nostro dibattito parlamentare. Quasi nessuno tra i più illustri intellettuali italiani, però, trovò qualcosa da ridire (tra i pochissimi che lo fecero, va ricordato, per lucidità argomentativa, Andrea Graziosi in un’intervista a Maurizio Stefanini del Foglio). Per il resto, silenzio.

A nostro avviso è uno sbaglio considerare le divagazioni storiografiche di Putin come cose marginali. A maggior ragione adesso che le tesi dell’autocrate moscovita si accingono a diventare cardine formativo di una generazione di giovani russi. Trascurarle è un imperdonabile errore. Di sottovalutazione.

IL PAPA: “Preghiamo per la pace!”

In questo momento, la guerra in Ucraina ci ha drammaticamente chiamato ad aprire gli occhi e il cuore verso tante popolazioni che soffrono a causa della guerra, memori delle parole del Concilio Vaticano II: 

“Ogni atto di guerra, che mira indiscriminatamente alla distruzione di intere città o di vaste regioni e dei loro abitanti, è delitto contro Dio e contro la stessa umanità e va condannato con fermezza e senza esitazione”, sottolinea Papa Francesco rilanciando le parole della Gaudium et Spes.

Poco fa in un messaggio ai partecipanti al Simposio Ecumenico nell’Abbazia di Pannonhalma, Ungheria, a poche ore dalla sua partenza per Marsiglia

🔴 Monsignor Paul Richard Gallagher interviene al dibattito aperto del Consiglio di Sicurezza  delle  Nazioni Unite.

“Il mondo rischia di sprofondare se la guerra in Ucraina non verrà fermata….E’ innegabile che  l’attacco russo all’Ucraina  abbai messo a repentaglio l’intero  ordine  globale sorto  dopo la seconda Guerra mondiale”

VATICAN NEWS – Salvatore Cernuzio – Città del Vaticano

Contro chi si combatte la guerra in Ucraina? Perché a pagare il prezzo più alto di questo conflitto, in corso ormai da oltre un anno e mezzo sono solo “i civili, la gente semplice e, soprattutto, i bambini, i giovani e gli anziani”. Monsignor Paul Richard Gallagher interviene al dibattito aperto del Consiglio di Sicurezza di New York e pone davanti agli occhi del mondo un interrogativo cruciale circa questa guerra “crudele” e “insensata” che, afferma, se non viene frenata, rischia di scatenare una crisi ancora più profonda e, soprattutto globale.

“L’aggressività può solo generare nuova aggressività. Se questa guerra non verrà fermata e la pace non sarà cercata ad ogni passo, il mondo intero rischia di sprofondare in crisi ancora più profonde”, ha detto Gallagher. Come ha detto tante volte il Papa, tutto oggi è interconnesso; quindi “la soluzione alla guerra in Ucraina non è una questione che riguarda solo l’Ucraina stessa”.

Questo richiede un contributo da parte di tutti, a partire da un personale esame di coscienza: “Cosa sto facendo oggi per il popolo ucraino?”. Un popolo “che, con grande sacrificio, difende la propria sovranità e la inviolabilità dei suoi confini internazionalmente riconosciuti”, ha detto il delegato vaticano. “La guerra è un grande male – ha affermato nel suo intervento – e attualmente vediamo che si espande sempre più, oltre i confini ucraini, coprendo con la sua fitta ombra non solo l’Europa, ma anche altri continenti e, soprattutto, infiltrandosi nei cuori umani, rendendoli contenitori di una ‘logica di guerra’”.

Anche in questo ha ragione il Papa: siamo realmente davanti ad una “Terza Guerra Mondiale… combattuta frammentariamente”. “È innegabile – ha sottolineato l’arcivescovo Gallagher – che l’attacco russo all’Ucraina abbia messo a repentaglio l’intero ordine globale”, sorto dopo la Seconda Guerra mondiale. Le “conseguenze negative” si intravedono nei vari ambiti: “Umanitario, demografico, alimentare, socio-politico, legale, economico, ecologico, militare, nucleare, energia, salute, istruzione, religione, migrazione”. Tutti “elementi fondamentali dell’architettura della sicurezza mondiale”.

Una cosa è certa: “Il male è incapace di generare il bene”. Allora, “la comunità internazionale – è l’appello di monsignor Gallagher – più che mai, non può arrendersi e lasciare che tale questione passi sotto silenzio. Per avere un futuro pacifico e sicuro, tutti gli Stati membri delle Nazioni Unite, e soprattutto quelli di questo Consiglio di Sicurezza, sono chiamati a unire gli sforzi nella ricerca di una soluzione giusta e pace duratura per l’Ucraina”. È un “elemento importante della pace globale di cui il mondo ha sete” ed “è meglio e più economico per tutti investire nella pace invece che nella guerra!”.

Il prelato, infine, esprime la piena vicinanza della Santa Sede all’Ucraina di cui “sostiene pienamente l’integrità territoriale”, continuando a impegnarsi “in iniziative umanitarie volte ad alleviare le sofferenze della popolazione ucraina, soprattutto quella parte più debole e vulnerabile”. Da qui, l’invito a governi e organizzazioni internazionali “a diventare creativi e coraggiosi artigiani di pace e tessitori di dialogo costruttivo”.

U disuguaglianze. Per Gallagher resta infatti “preoccupante il fatto che la percentuale di persone nei Paesi a basso reddito che hanno ricevuto almeno una dose di vaccino contro il Covid-19 sia circa la metà del tasso nei Paesi ad alto reddito”. Anche in questo caso è necessario “mettere in pratica la solidarietà globale” e dunque “dare priorità all’accesso universale alle tecnologie sanitarie, in particolare per i più vulnerabili”.

Una risposta equa alle future pandemie

È un problema da risolvere anche “per le future pandemie”: serve pertanto “un approccio evolutivo, che rifletta i legami profondi tra povertà e cattiva salute”, ha detto Gallagher, così come è necessario “lo sviluppo di capacità nei Paesi in via di sviluppo per promuovere la ricerca, l’innovazione, la produzione e la distribuzione a livello locale”. Al di là di una “soluzione rapida”, è necessario garantire “una risposta equa alle future pandemie”, ha affermato il rappresentante della Santa Sede. “Non abbiamo tempo da perdere”, ha aggiunto, rimarcando che “tutte le risposte affidabili alle emergenze sanitarie devono rispettare i diritti umani e i principi fondamentali libertà, compresa la libertà di opinione e di espressione, la libertà di coscienza e la libertà di religione o credenza”. Quindi “devono includere meccanismi di solidarietà volti ad aiutare i Paesi a fornire medicinali e un’assistenza sanitaria adeguata alle loro popolazioni, nel rispetto della loro sensibilità culturale e sovranità”. Infine, dall’arcivescovo un appello a “incoraggiare e facilitare coordinamento e cooperazione” tra le organizzazioni internazionali nella condivisione di informazioni.

FATIMA

Il più grande mistero della Guerra Fredda

“La consacrazione del 1984 ha evitato una guerra atomica che sarebbe accaduta nel 1985”. Così disse l’anziana Suor Lucia, veggente di Fatima. Il 1985 è ora ricordato come l’anno in cui iniziò il disgelo. Ma dalla fine del 1983 fino a tutto l’anno successivo il mondo era realmente sull’orlo della guerra. Lo scoppio improvviso della pace, semmai, è il più grande mistero della Guerra Fredda.

Stefano Magni – La nuova bussola – 19 – 05 – 2017

“Madre degli uomini e dei popoli, dalla fame e dalla guerra liberaci! Da una guerra nucleare, da un’autodistruzione incalcolabile, da ogni genere di guerra liberaci!” Così pregava la Madonna Suor Lucia, la veggente di Fatima. Non una preghiera contro la guerra in generale, ma contro una in particolare. La guerra definitiva, quella atomica, che sarebbe potuta scoppiare. L’anziana Suor Lucia, il 14 ottobre 1993, lo disse a un suo intervistatore portoghese, in una trasmissione che un decennio dopo venne ritrasmessa dal giornalista Antonio Socci nel suo programma Excalibur. “La consacrazione del 1984 ha evitato una guerra atomica che sarebbe accaduta nel 1985”. Si riferiva alla consacrazione della Russia al Cuore Immacolato di Maria, che Giovanni Paolo II fece il 25 marzo 1984. Ma a quale pericolo di guerra si riferiva Suor Lucia? Il 1985 è ricordato da tutti come l’anno di Gorbachev, l’inizio del disgelo fra Usa e Urss dopo anni di grande tensione. Eppure…

Fonti interne all’Urss, come l’ex colonnello del Kgb Oleg Gordievskij (che defezionò in Gran Bretagna nel 1985, con una fuga rocambolesca), affermano tuttora che la Terza Guerra Mondiale stesse per scoppiare nel novembre del 1983. Un anno prima, Jurij Andropov, direttore del Kgb, era diventato prima segretario del Pcus e poi anche presidente dell’Urss succedendo a Brezhnev. Dal momento della sua ascesa, i sovietici stavano conducendo una vasta operazione di spionaggio, l’Operazione Ryan, perché convinti che la Nato stesse preparando la guerra contro l’Urss. L’Operazione Ryan serviva a monitorare i sintomi di un attacco imminente. L’autunno del 1983 venne caratterizzato da quattro incidenti gravi. Il primo fu l’abbattimento del volo di linea sudcoreano Kal 007 da parte dei sovietici, il 1 settembre. Il secondo, il 26 settembre, fu dovuto a un errore dei satelliti sovietici di sorveglianza. A causa di quell’errore tecnico (riflessi del sole scambiati per vampe dei missili sullo spazio aereo americano), scattò l’allarme generale e fu solo per la lucidità e la fermezza dell’ufficiale di guardia, Stanislav Petrov, che i sovietici non lanciarono tutto il loro arsenale per rappresaglia. Il terzo incidente, il 23 ottobre, fu l’attentato alla caserma dei marine a Beirut, dove erano presenti come forza di pace. L’esplosione, non riconducibile alla logica del confronto Est-Ovest, provocò una forte allerta nella Nato che venne interpretata dal Kgb come un’ulteriore preparazione al conflitto, ormai ritenuto prossimo. Infine, il 25 ottobre, gli americani invasero di sorpresa l’isola di Grenada, per rovesciare il locale bellicoso regime comunista. In mezzo a tutta questa tensione, la prima settimana di novembre le forze nucleari della Nato iniziarono la loro esercitazione Able Archer 83, per testare i centri di comando e controllo. La guerra simulata, a Mosca, venne scambiata per giorni interi come la preparazione di una guerra vera.  I sovietici erano quasi del tutto persuasi che la Nato stesse per attaccare. Secondo Gordievskij, che allora era colonnello del Kgb nella rezidentura di Londra, i vertici del Cremlino non lanciarono un attacco preventivo solo perché le manovre della Nato finirono un giorno prima del previsto, l’11 novembre.

Lo stesso Gordievskij, però, scrive nelle sue memorie che, dal novembre 1983 in poi, la tensione continuò ad aumentare. All’inizio del 1984 il livello di allarme nell’Urss era stato addirittura innalzato. Con la morte di Andropov (9 febbraio 1984), tuttavia, l’operazione Ryan perse slancio. L’allerta rimase molto alta fino a luglio, ma da agosto iniziò a scemare. Il che vuol dire che gli eredi di Andropov, Chernenko, Ustinov, Gromyko e Gorbachev, non ebbero il coraggio o la volontà di proseguire con la politica del loro ingombrante predecessore. Una possibile interpretazione (data dallo stesso Gordievskij) è la “paranoia” di Andropov, realmente terrorizzato da un attacco occidentale. Ma è anche possibile dare un’altra interpretazione: probabilmente Andropov stava deliberatamente innalzando la tensione con gli Usa. In caso di guerra avrebbe scaricato la colpa sul blocco occidentale. L’operazione Ryan, insomma, gli sarebbe servita per crearsi un alibi di ferro.

Un’altra fonte interna all’Urss, il defunto generale Akhromejev (suicidatosi dopo il fallito golpe del 1991), dichiarava che l’anno più pericoloso della Guerra Fredda fosse, non il 1983, ma il 1984. Non si sa che cosa intendesse, considerando che, per tutto il 1984 le diplomazie occidentali fecero il possibile per convincere i sovietici a tornare al tavolo negoziale. Forse il 1984 era “pericoloso”, perché erano i sovietici intenti a pianificare un attacco per quell’anno? E per quale motivo avrebbero cambiato idea? Secondo fonti tecniche americane come William T. Lee (analista della Cia), Andropov aveva tutta l’intenzione di lanciare una guerra in Europa entro la fine del primo piano quinquennale degli anni ’80. Dunque: nel 1985. La morte di Andropov, anche per l’analista americano, può aver contribuito a evitare il conflitto. Lo studioso di strategia Edward Luttwack rilevava allora come la propaganda bellicista sovietica avesse continuato a crescere fino all’estate del 1984, per poi scemare nell’autunno successivo. Luttwack non ha mai saputo dire se quello sovietico fosse un bluff (sgonfiatosi quando rischiava di andare troppo oltre) o una vera escalation in preparazione di una guerra. Lo storico militare Alberto Leoni ipotizza che a far cambiare atteggiamento ai sovietici sia stato soprattutto un grave incidente: proprio il 13 maggio 1984 (anniversario della prima apparizione a Fatima) esplose un grande deposito di missili della marina militare sovietica a Severomorsk, nella penisola di Kola, estremo Nord della Russia. L’incidente avrebbe privato per mesi la Flotta del Nord della sua scorta di armamenti. Difficile determinare, però, quanto abbia cambiato i rapporti di forze fra Nato e Patto di Varsavia, in un periodo in cui i sovietici avevano una netta superiorità convenzionale sulla Nato.

Stando alla mera osservazione delle manovre militari sovietiche, quel che si riscontra è un aumento di esercitazioni segrete (senza la presenza di osservatori occidentali) con una frequenza anomala (una al mese) dal gennaio al settembre del 1984. Il periodo delle grandi manovre segrete si concluse con l’esercitazione Scudo84 (9-14 settembre 1984), la più grande dell’esercito sovietico dalla Seconda Guerra Mondiale. La manovra era stata preceduta, tra l’altro, da consultazioni al vertice fra i leader del Patto di Varsavia, della Romania (fino a quel momento dissenziente), di Cuba e della Mongolia. Curiosamente, il maresciallo Ogarkov, considerato un ultra-falco, venne epurato dal comando 3 giorni prima della manovra Scudo84.

Tuttavia, finché non avremo la possibilità di consultare i documenti del Cremlino, noi non potremo mai sapere se i sovietici avessero o meno l’intenzione di scatenare la Terza Guerra Mondiale. Sappiamo, dai piani desecretati dagli ex satelliti sovietici, soprattutto dalla Germania orientale e dalla Polonia, come si sarebbe combattuta. E non possiamo che restare allibiti di fronte a piani che prevedevano un ampio uso di armi nucleari contro l’Europa occidentale e un’invasione che avrebbe dovuto portare le divisioni del Patto di Varsavia fino al Reno in sette giorni e fino all’Atlantico in due settimane. Li avrebbero realmente messi in pratica? Andropov è morto e si è portato i suoi segreti nella tomba. Il 1985 resta il più grande mistero della Guerra Fredda. E un mistero irrisolto legato a Fatima.

TESTI E DOCUMENTI

La “deriva orientale” russa nell’abbraccio mortale di Putin a Kim

di Stefano Caprio – Asia News – 17 Settembre 2023

Il leader del Cremlino ha accolto il dittatore di Pyongyang per trattare armi e tecnologia di basso livello. La distanza di Xi Jinping dai due “teppisti” e il gergo da “malavita” usato dal presidente russo nell’incontro. Il sostegno “materiale e spirituale” alla guerra santa del patriarca Kirill. 

Il Forum economico orientale di Vladivostok voleva essere, nelle intenzioni di Vladimir Putin, l’esaltazione del nuovo ruolo geopolitico della Russia, la celebrazione della “svolta verso Oriente” per dichiarare vittoria nella guerra contro l’Occidente e la globalizzazione, vero obiettivo dietro il fragile paravento della povera Ucraina. L’evento si è però rivelato assai meno simbolico e apocalittico, evidenziando piuttosto una “deriva orientale” del mondo russo e del suo leader, sceso sotto il livello perfino del “paria mondiale” per eccellenza, il dittatore nord-coreano Kim Jong-un.

La narrazione dell’incontro tra Kim e Putin ha superato anche le leggende del viaggio del 1950 in Russia di Mao Zedong, quando il “quattro volte grande” Maestro, Capo, Comandante e Timoniere percorse quasi diecimila chilometri nel vagone blindato per incontrare Iosif Stalin, il Padre dei Popoli, in una fusione dei culti della personalità, a tre mesi dalla rivoluzione cinese e a cinque anni dalla vittoria dell’Unione Sovietica sul nazismo. Fu quello il solenne inizio della Guerra Fredda tra Oriente e Occidente, anche se Pechino e Mosca cominciarono presto a guardarsi in cagnesco tra di loro, evidenziando una competizione ben più globale di quella della Russia con la stessa Europa.

Il treno di Kim ha percorso meno di settecento chilometri a 60 all’ora per coprire la distanza tra Pyongyang e Vladivostok, mentre il vero padrone dell’Asia, Xi Jinping, si è ben guardato dal farsi vedere in mezzo ai due “teppisti”, che dovevano parlare di scambi di armi e tecnologie a basso livello. L’occasione in effetti ha tirato fuori tutto lo spirito del gopnik che è in Putin, il quale girava per le strade di Leningrado per affermarsi tra gli altri piccoli delinquenti, e oggi probabilmente voleva vantarsi con il “compagno Kim” di aver fatto fuori perfino “l’amico Ženja”, quell’Evgenij Prigožin che aveva cercato di fare lo sbruffone ancora più di lui.

Il capetto coreano ha cercato di elevarsi alla solennità della “guerra santa della Russia contro l’Occidente globalista”, ma le dichiarazioni di Putin lo hanno trascinato fino ai bassifondi del gergo da malavita, con cui il padrino del Cremlino si esprime quando si sente a suo agio. Sui capitali che fuggono dalla Russia, egli ha ammonito a “non pestare sempre i piedi sullo stesso rastrello”, un’espressione minacciosa nei confronti di coloro che “hanno fregato i soldi onestamente guadagnati” con varie sanzioni e macchinazioni, ma rassicurando che “sistemeremo tutto, so che mi capiscono quelli a cui mi rivolgo”.

Agli imprenditori Putin rivolge assicurazioni tipicamente “di famiglia”: “non ci sarà nessuna de-privatizzazione, la procura farà il suo lavoro con chi se lo merita, ma nessuno si deve spaventare, basta osservare le regole”. Infatti i passaggi di varie aziende e compagnie alla proprietà dello Stato sono soltanto “procedure previste dalla legge”. Anche le dichiarazioni contro la guerra, come quella del fondatore di Yandex Arkadij Volož, sono solo “tentativi di questi personaggi per salvare il proprio business, tanto più che hanno preso e se ne sono andati, decidendo di legare il proprio destino ad altri Paesi… che Dio conservi loro la salute e una buona vita in Israele!”. La “deriva putiniana” si rende particolarmente evidente nelle espressioni di sapore antisemita, che sono per lui l’esempio tipico di “tradimento della patria”.

Secondo il leader russo infatti “ogni uomo decide dentro di sé che cosa vuole essere, se ha qualche senso di autocoscienza nazionale, o se vuole soltanto imitare altri modelli, rinunciando ad essere un russo nato in Unione Sovietica, e cercando di diventare una maschera di altri”. E qui l’ira di Putin ha preso improvvisamente la direzione dei tempi in cui egli stesso è salito al potere, favorito da un nume tutelare che oggi diventa il “traditore per eccellenza”, il politico ed economista Anatolij Čubajs. Fuggito all’estero poco dopo l’invasione dell’Ucraina, sopravvissuto anche a un tentativo di avvelenamento, il grande tessitore del sistema eltsiniano ha pubblicato di recente un articolo scientifico in cui viene presentato come “osservatore indipendente di Glasgow”, mandando Putin su tutte le furie: “Non capisco perché Anatolij Borisovič cerchi di nascondersi, mi hanno fatto vedere delle sue foto in cui si presenta come un Moiša Izrailevič”, intendendo con questo “un ebreo in fuga”, e deridendolo per i suoi scarsi successi nel campo delle nano-tecnologie, settore che Čubajs ha curato negli ultimi anni della sua eclettica e trentennale partecipazione al potere.

La fuga di Čubajs ha ispirato il padrino a prendersela anche con gli “operatori della cultura”, quei “circa 160-170 che se ne sono andati all’estero” dimenticando qualche zero, naturalmente soltanto per “le cose materiali da comprare allo shopping, case e appartamenti nelle zone turistiche”. Putin assicura che “nessuno da noi disturba quelli che non sono d’accordo con le autorità russe, ma loro hanno preferito andare, Dio sia con loro”, tanto più che almeno eviteranno di “scavare nel cervello di milioni di nostri cittadini, proponendo qualche loro valore non tradizionale”. Anche la legge russa sugli “agenti stranieri” non è una minaccia per nessuno, “è un calco di quella in vigore negli Usa dal 1938, solo molto più liberale”, e se qualche dettaglio va sistemato “ascoltiamo i suggerimenti degli attivisti umanitari, e alla fine ci atteniamo alle sentenze dei tribunali”.

Infine, sulla guerra in Ucraina ribadisce che “non possiamo smettere di combattere quando il nemico scatena la controffensiva, noi non siamo dei trozkisti, che non hanno uno scopo finale”. In questo può contare sul sostegno morale e spirituale del patriarca Kirill, che negli stessi giorni ha presieduto le solenni celebrazioni in onore del santo principe Aleksandr Nevskij, vincitore sugli svedesi e teutonici e amico degli invasori mongoli. Le sue spoglie nella Lavra a lui dedicata, in fondo alla Prospettiva Nevskij che attraversa i palazzi scenografici di San Pietroburgo, sono state di nuovo collocate nel sarcofago d’argento restituito dal Museo dell’Ermitage, senza tante proteste dei colleghi della Galleria Tretjakov come era invece avvenuto per l’icona della Trinità di Rublev.

Ispirandosi al condottiero duecentesco, ha proclamato il patriarca, “i cittadini della Russia devono ergersi a difesa della Patria, affinché possa uscire vittoriosa dalla lotta iniziata dalle forze dal male”. Bisogna essere pronti “nell’ora decisiva”, ha ricordato Kirill durante il sacro corteo per le vie della “capitale del nord”, città natale del presidente e del patriarca stesso, che lui vorrebbe fosse proclamata anche “capitale della cultura” russa. Il capo della Chiesa ortodossa incita alla nuova mobilitazione generale, per risolvere definitivamente la guerra: “Si devono mobilitare i soldati e le forze politiche, e anche la Chiesa dev’essere mobilitata, anzitutto per offrire le preghiere a sostegno dei nostri capi, dell’esercito, e per essere in prima linea accanto a loro”, magari con nuovi cappellani militari, anche perché qualcuno di essi è già caduto eroicamente al fronte.

Il patriarca ricorda ai fedeli ortodossi che “bisogna difendere la patria non soltanto dai nemici esterni, ma anche da quelli interni… la fede è quella forza che può mobilitare tutte le altre energie della persona!”. Mentre l’inviato del papa, il cardinale Zuppi, cercava a Pechino qualche sostegno per le missioni umanitarie, la distribuzione mondiale del grano e in qualche modo fermare la guerra; dalla Russia – dove presto potrebbe tornare – giungono solo proclami roboanti di conflitto globale e “metafisico” su tutti i fronti, dall’Ucraina a Vladivostok, al posto dell’unione dei popoli “dall’oceano Atlantico all’oceano Pacifico”, come auspicavano in passato i papi e i politici più sognatori. La speranza è che non si possa andare più in basso di quanto abbiano mostrato i compagni Kim, Volodja e Kirill, e che da questo livello si cominci a risalire, un poco per volta.

TESTI E DOCUMENTI

Il papa e l’Ucraina, la Chiesa e l’Impero

di Stefano Caprio-Asia News 10 Settembre 2023

Dietro alle incomprensioni tra Francesco e i greco-cattolici ucraini non c’è semplicemente una questione personale legata al contesto di oggi. La ricerca della sintonia del Vaticano con la “Terza Roma” degli zar e degli imperatori moderni (fino ai segretari di partito e ai presidenti federali) è una costante della storia da oltre un millennio. Come le relazioni complicate tra la Santa Sede e gli “uniati” della frontiera di Kiev.

Il Sinodo della Chiesa greco-cattolica ucraina si è aperto a Roma il 3 settembre, mentre papa Francesco era in viaggio in Mongolia, creando un curioso effetto di rovesciamento dei poli. Il leader cattolico dell’Occidente era ai confini dell’Oriente, mentre la principale espressione cattolica dell’Oriente cristiano si è riunita nella capitale spirituale dell’Occidente: forse proprio questa è la spiegazione del termine “cattolico”, sia esso greco o romano, mongolo, russo e ucraino (termine che a sua volta indica il “confine”).

L’arcivescovo maggiore di Kiev, Svjatoslav Ševčuk, ha ricordato i tanti morti per la guerra degli “assassini di Dio”, come egli ha definito gli aggressori russi, che uccidendo gli innocenti annientano la stessa presenza di Dio. La tragedia dell’invasione e dell’infinita contrapposizione tra le due rive del fiume Dnipro è certamente il tema principale del confronto tra i 55 vescovi ucraini, giunti da varie parti del mondo. Non è la prima volta che il Sinodo degli “uniati” si raccoglie a Roma; anzi fino a 30 anni fa, ai tempi dell’Urss, la capitale papale era la sede della stessa Chiesa greco-cattolica, con la cattedrale di S. Sofia sulla via Boccea a ricordare la grande Kiev, oppressa dal potere ateo della “religione comunista”.

Gli ucraini perseguitati hanno creato una grande diaspora in tutto il mondo, dall’Europa all’America, in Australia e in Sudamerica. Lo stesso Ševčuk ha servito per anni la sua Chiesa in Argentina, dove ha stretto un legame affettuoso con l’allora arcivescovo di Buenos Aires, Jorge Mario Bergoglio, un rapporto che rimane un punto di riferimento importante anche in questi tempi difficili e pieni di contraddizioni. Il Sinodo è stato infatti segnato anche da una polemica, molto ampliata mediaticamente e diplomaticamente, sulle parole di papa Francesco in collegamento video con i giovani cattolici russi riuniti a San Pietroburgo, quando li ha esortati ad essere “eredi della grande madre Russia”, parole che avevano suscitato rammarico e “delusione” nell’animo degli stessi vescovi cattolici ucraini.

Nel corso dell’incontro di mercoledì 6 settembre, durato quasi due ore, Ševčuk ha comunque ringraziato il papa per l’affetto dimostrato in tanti modi e in tante occasioni, e l’incomprensione è stata superata anche grazie all’interpretazione data dallo stesso pontefice delle sue vere intenzioni, che erano quelle di non cancellare la grande cultura russa, confondendola con le strumentalizzazioni politiche. La preghiera e il sostegno del papa all’Ucraina “martoriata” non è in discussione, anzi è stato sottolineato usando il neologismo della “martirialità” come essenza stessa della vita del popolo ucraino e della sua Chiesa, sia ortodossa sia cattolica, nelle versioni greca e latina.

La vocazione al martirio, del resto, è la caratteristica originaria della Chiesa intera, risalente ai primi secoli del cristianesimo. E lo è in modo speciale per l’Ucraina, una terra chiamata al sacrificio fin dalle sue origini, non solo in seguito alle manie di grandezza di Putin o delle presunte simpatie filo-russe del papa argentino. È una terra di mezzo tra Oriente e Occidente fin dal Battesimo del 988 imposto dal principe Vladimir a Kiev, per evitare lo scontro totale con l’impero bizantino, e continuamente assalita dai tanti popoli asiatici, caucasici, nordici e occidentali, per contendersi il dominio dell’Europa e del mondo. È la terra devastata dall’invasione tataro-mongola, rievocata con sfumature altrettanto ambigue dallo stesso papa Francesco nel suo viaggio a Ulan-Bator.

Proprio nella desolazione duecentesca i papi cercarono di inviare messaggeri e mediatori, frati francescani e cardinali, per trovare vie di riconciliazione con i russi e i mongoli, che proteggessero il mondo latino e fermassero le stragi. Questa ricerca della sintonia di Roma con la “Terza Roma” degli zar più antichi e degli imperatori moderni, fino ai segretari di partito e ai presidenti federali, è una costante della storia da oltre un millennio, e la stessa Ucraina nacque nel contesto di questo “dialogo imperiale”. Quando nel 1596 fu proclamata l’Unione di Brest-Litovsk, che diede origine alla Chiesa greco-cattolica “ruthena”, il papato volle assumere anche le dimensioni orientali del patriarcato, dando adito fin da allora a numerose contraddizioni. Gli ucraini sono stati sottoposti a ondate di “russificazione” da parte di Mosca, ma anche di “latinizzazione” da parte di Roma, attraverso Varsavia, Vilnius e Budapest, per ricordare solo alcune delle capitali occidentali che ebbero in parte il controllo sul territorio oggi difeso dai Paesi Nato contro il mostro eurasiatico.

I vescovi latini della Polonia sono stati spesso tra i principali avversari dei “confratelli” greco-cattolici fino a tempi recenti. Ad esempio quando il card. Wyszynski, primate di Varsavia e maestro di Karol Wojtyla, si era opposto nel 1958 alla canonizzazione dell’arcivescovo Andrej Šeptickij, metropolita di Lvov dei greco-cattolici, morto nel 1944 quando l’Ucraina era in bilico tra tedeschi e russi, nel dramma della seconda guerra mondiale tanto rievocato dalla guerra attuale. Il santo papa Giovanni Paolo II, che ben conosceva queste drammatiche vicende, cercò in ogni modo di aiutare la Chiesa in Ucraina a risorgere, visitando Kiev con le ultime forze rimaste prima della malattia e della morte, quasi presentendo quello che sarebbe accaduto meno di due decenni dopo.

Non meno complicate furono le relazioni tra Roma e i greco-cattolici negli anni sovietici, quando la Ostpolitik vaticana inaugurata ai tempi di Giovanni XXIII, e perseguita da Paolo VI e dai suoi collaboratori fino alla fine dell’Urss: sembrava voler ignorare il martirio degli ucraini, dei preti, vescovi e fedeli uccisi e imprigionati nei lager. Ne fu esempio clamoroso il destino del primate Josif Slypyj, l’arcivescovo di Leopoli liberato nel 1963 dopo 18 anni di detenzione in cambio del “silenzio vaticano”, evitando la condanna del comunismo durante il Concilio. Slypyj fu nominato cardinale “in pectore” nel 1965 e reso pubblico solo quando questo non avrebbe irritato i dirigenti moscoviti, e il capo degli uniati si dedicò proprio alla cura pastorale della diaspora mondiale degli ucraini.

Non è quindi una questione personale tra Bergoglio e i greco-cattolici, anche se i motivi di incomprensione non sono mancati fin dal 2016, quando il papa incontrò il patriarca di Mosca Kirill all’aeroporto dell’Avana, evitando di condannare le azioni belliche dei russi nel Donbass, che erano in corso già da due anni prima. Certo, la spontaneità di papa Francesco in alcune occasioni, come quella del discorso ai giovani russi, rivelano una sua profonda simpatia per la “grande Russia”, che tanto innervosisce gli ucraini. Nel commentare le sue stesse dichiarazioni, il pontefice ha chiarito che non intendeva certo difendere l’imperialismo, e il suo richiamo agli imperatori Pietro il grande e Caterina II erano solo “reminiscenze scolastiche”, mentre lui aveva in mente la cultura di Dostoevskij e di Borodin, il compositore ottocentesco citato durante il viaggio in Mongolia. Il papa ha poi ammesso che forse queste citazioni non erano del tutto appropriate, appellandosi agli storici per rendere più efficaci i riferimenti.

Gli storici in effetti sanno bene che Pietro e Caterina sono due modelli di Russia “occidentalizzata”, e non è quindi strano che vengano in mente per primi a un amante della Russia in Occidente. Oggi sono anche tra i modelli preferiti di Putin per ispirare l’ideologia del “mondo russo”, cosa che ha provocato la delusione dei vescovi ucraini, ma certo non era questa l’intenzione del papa. Semmai si potrebbe ricordare che i gesuiti, ordine a cui appartiene lo stesso papa Bergoglio, iniziarono ad agire apertamente in Russia sotto Pietro (erano i principali “propagandisti” della cultura occidentale nella nuova capitale di San Pietroburgo), e furono “salvati” da Caterina a fine Settecento, quando erano stati soppressi nel resto del mondo. Oltre agli studi liceali, il papa ne avrà sicuramente sentito parlare durante la sua formazione gesuitica.

Eppure c’è una dimensione innegabile di “imperialismo papale”, nell’associare la cultura ai grandi sovrani che facevano la guerra a tutte le latitudini (Caterina invase e russificò la Crimea, per questo è tanto amata da Putin). E la spiegazione non sta nemmeno nel discorso ai giovani russi, ma in un’altra frase di papa Francesco, non ripresa dai media perché assai meno spendibile nelle polemiche di giornata. Il 2 settembre, durante l’incontro con il presidente e le autorità della Mongolia, il papa ha ricordato “l’impero mongolo, che nel protrarsi di tanti secoli ha saputo raggiungere tante terre lontane e diverse tra loro… che il Cielo ci doni oggi di ricreare le condizioni di quella che era la pax mongolica, cioè l’assenza di conflitti”.

Di certo il papa non voleva esortare a sentirsi eredi di Gengis Khan o del Khan Batu, l’invasore della Russia, e probabilmente alludeva all’antica pax augustea dei romani, ai tempi della nascita di Cristo. Un’eredità di pace assunta dai cristiani dopo l’impero romano, proprio nella figura del papa di Roma, e nella comunione cattolica dei popoli del mondo intero.

San Pio X e l’imponderabile che ci aspetta

di Roberto de Mattei– 23 Agosto 2023

Corrispondenza Romana

La mattina di domenica 2 agosto 1903 iniziava nella Cappella Sistina del Vaticano il terzo scrutinio per eleggere il successore di papa Leone XIII. Il cardinale Mariano Rampolla del Tindaro, ex-segretario di Stato del defunto pontefice, poteva contare sulla maggioranza dei voti e si apprestava ad essere eletto, quando il cardinale Ian Puzyna, arcivescovo di Cracovia, chiese la parola e, a nome di Sua Maestà Apostolica Francesco Giuseppe, Imperatore d’Austria e Re d’Ungheria, dichiarò di opporre il veto di esclusione contro la sua candidatura. Il veto di esclusione, abolito dopo questo conclave, era un antico privilegio riconosciuto, oltre che all’Impero austriaco, ai regni cattolici di Francia e di Spagna. L’elezione di Rampolla naufragò e la sera di lunedì 3 agosto, al settimo scrutinio, il patriarca di Venezia Giuseppe Sarto, venne eletto Papa con il nome di Pio X. Il nuovo Pontefice pregò il segretario del conclave mons. Rafael Merry del Val di rimanere al suo fianco come segretario di Stato. Sotto la loro guida, per undici anni, la Chiesa cattolica conobbe una delle epoche più feconde della sua storia, interrotta da un altro evento imprevedibile: l’uccisione dell’arciduca d’Austria Francesco Ferdinando il 28 giugno 1914.

Quella domenica mattina l’arciduca e sua moglie arrivarono a Sarajevo, capitale della Bosnia, e salirono a bordo di un’autovettura scoperta, imboccando il lungofiume Appel per raggiungere il municipio al centro della città. Un primo attentatore entrò in azione lungo il percorso affollato di gente, ma la bomba mancò l’obiettivo ed esplose sotto la macchina successiva, ferendo diversi degli ufficiali che vi si trovavano. L’arciduca invece di lasciare immediatamente la zona a rischio, rimase ad assistere alle cure prestate ai feriti e ordinò che il corteo di auto continuasse fino al municipio per svolgere la cerimonia. Poi la fila di automobili lasciò il palazzo e attraversò nuovamente la città, ma l’autista sbagliò strada e si trovò di fronte all’osteria nella quale uno degli attentatori, Gavrilo Princip si stava ubriacando. Il cospiratore si trovò inaspettatamente a pochi metri dalla sua vittima e due colpi di rivoltella scatenarono la Prima guerra mondiale. I cannoni cominciarono a tuonare in Europa e san Pio X, con il cuore schiantato dal dolore per la catastrofe, venne a mancare il 20 agosto 1914.

Il veto del cardinale Puzyna, come l’assassinio dell’erede al trono austriaco, furono fatti imprevedibili che cambiarono il corso delle vicende umane. L’imponderabile fa parte della vita degli uomini, come ognuno di noi può testimoniare anche con la propria esperienza personale. L’imponderabile, l’imprevedibile, è ciò che non può essere previsto e programmato dagli uomini. Esso esiste, fa parte della nostra vita, ma non è il caso. Il caso, che è l’assenza di significato degli eventi, non esiste. Tutto ciò che accade, infatti, nella nostra vita e in quella dell’universo intero, ha un significato. Solo Dio conosce il significato di ogni cosa, e solo Lui attribuisce a ogni cosa il suo significato, ma la storia come afferma san Bonaventura, nasconde in sé luci e intelligenze spirituali.

Può succedere che eventi apparentemente imprevedibili non lo siano, perché organizzati da forze occulte che cercano di dirigere la storia, ma spesso anche questi eventi hanno conseguenze impreviste, perché solo Dio è il padrone della storia e per quanto l’uomo si affanni a governarla, non riesce mai nel suo intento.

Centoventi anni dopo l’elezione di san Pio X, il caos in cui siamo immersi è l’esito ultimo di un processo rivoluzionario che ha origine remote e un suo dinamismo plurisecolare. Mons. Jean-Joseph Gaume (1802-1879) individuava l’anima di questo processo nel nichilismo. «Se, strappando alla Rivoluzione la maschera, le chiederete: Chi sei? essa vi dirà: Io sono l’odio per ogni ordine religioso e sociale che l’uomo non ha stabilito e nel quale egli non è re e Dio insieme. Io sono la filosofia della rivolta, la politica della rivolta, la religione della rivolta: io sono la negazione armata (nihil armatum); sono la fondazione dello stato religioso e sociale sulla volontà dell’uomo al posto della volontà di Dio! In una parola sono l’anarchia, perché sono Dio detronizzato e l’uomo al posto di lui. Ecco perché mi chiamo Rivoluzione, cioè rovesciamento».

L’anarchia planetaria è voluta dalle forze rivoluzionarie per distruggere in radice l’ordine naturale e cristiano. Questo disordine non è limitato al piano politico e sociale, ma oggi si estende al modo di essere e di pensare degli individui, provocando contraddizioni, irrazionalismo e squilibrio nel pensiero e nei comportamenti. Chi ha le massime responsabilità di governo, sul piano, politico od ecclesiastico, non sfugge a questo processo di destabilizzazione psicologica che moltiplica l’imponderabilità degli eventi.

Le forze rivoluzionarie cercano oggi di dominare il processo che hanno generato affidandosi agli algoritmi dell’intelligenza artificiale, ma ogni tentativo di questo genere è destinato al fallimento. La matematica può, sulle base di calcoli, costruire rappresentazioni convenzionali del mondo, ma è incapace di comprendere la natura metafisica della realtà. La scienza degli algoritmi non serve a capire il mondo e non cancella l’imponderabilità del futuro.

La nostra previsione di un’imminente conflagrazione bellica non si fonda sulle scienze matematiche, ma sulla logica, che ci dice che la violazione pubblica e sistematica della legge morale porta con sé la distruzione globale. Nessuno può prevedere però dove e come scoppierà il conflitto. Allo stesso modo è la logica a dirci che, se la Chiesa ha sempre conosciuto grandi scismi ed eresie, nell’epoca di apostasia liquida in cui siamo immersi, c’è da aspettarsi l’esplosione di una miriade di scismi e di conflitti al suo interno, anche se non si può prevedere quale sarà l’evento che li farà detonare in maniera visibile.

L’uso della logica però non è sufficiente senza l’esercizio della fede. Dio, infatti, come osserva il padre Calmel, si manifesta negli avvenimenti storici, ma a condizione che portiamo nei nostri cuori quella luce soprannaturale che li trascende e li giudica.

Centoventi anni dopo l’elezione di san Pio X, la sua prima enciclica E supremi apostolato, del 4 ottobre 1903, proietta sulla nostra epoca confusa la luce soprannaturale necessaria a comprendere gli eventi contemporanei. Mirando le funestissime condizioni in cui versava il genere umano, Pio X affermava: «Chi non scorge che la società umana, più che nelle passate età, si trova ora in preda a un malessere gravissimo e profondo che, aggravandosi ogni giorno di più e corrompendola in ogni fibra la conduce allo sfacelo? Voi comprendete, o venerabili Fratelli, quale sia questo morbo: l’apostasia di Dio alla quale è inesorabilmente associata la rovina, secondo le parole del Profeta: “Ecco, coloro che si allontanano da te periranno” (Salmi 72, 27). 

Ma nessuno sano di mente – aggiungeva san Pio X – può mettere in dubbio l’esito della battaglia condotta dai mortali contro Dio. È concesso infatti all’uomo, che abusa della propria libertà, di violare il diritto e l’autorità del Creatore dell’universo; tuttavia è da Dio che dipende sempre la vittoria: ché anzi è tanto più prossima la sconfitta, quanto più l’uomo, sperando nel trionfo, si ribella con maggiore audacia». Con questa fiducia nella Divina Provvidenza e per l’intercessione di san Pio X, cerchiamo di discernere e di affrontare con coraggio l’imponderabile che ci aspetta.

Teresa Musco (1943-1976)

Autore: Giacometti Giulio – Sessa Piero

Fonte: Mimep-Docete ©

E’ la grande mistica di Caserta. Muore a 33 anni come S. Faustina Kowalska. Gesù la vuole “vittima in mezzo al mondo”, le preme sul capo la sua corona di spine.
Descrive la flagellazione di Gesù e l’esperimenta nella propria carne che viene ferita, mentre partecipa attivamente a quel momento difendendo Gesù: è una visione reale ma anche simbolica che esprime il suo desiderio di compartecipazione al dolore del Signore.
Riceve anche il dono della ferita del costato e delle altre stimmate.
Chiese un tale favore, e Gesù l’accontentò. “Fece – dice Teresa – come aveva fatto altre volte. Mi si avvicinò, prese la corona di spine dal suo capo e la passò sul mio, e con le sue luminose mani la pigiò nelle tempie… Sono veramente momenti dolorosi, ma altrettanto felici”. E “per due ore”, rimase a “soffrire con Gesù”. “È bello – esclamava – amare Gesù. Ma è ancora più bello trovarsi sulla sua stessa croce” (“Diario”, pp. 1967-1968).
Il 30 novembre 1969 fu, per Teresa, un giorno di particolari sofferenze fisiche e morali; aveva una gran voglia di piangere. Quand’ecco sente bussare alla porta, corre ad aprire e vede Gesù dinanzi a sè il quale, presala fra le sue braccia, le dice: “Figlia, amor mio, piangi sul mio cuore!… Io voglio tenerti stretta al mio cuore. Voglio che tu provi un po’ di quell’amore che ho per te”. “A questo punto – scrive Teresa – mi sono trovata con un fuoco, come già avevo avvertito un’altra volta”. E concludeva: “Grazie, Gesù mio, (perché) Tu tanto mi ami” (“Diario”, p. 1978).
Il 10 dicembre il gonfiore delle mani arrossate e il dolore era talmente acuto da non permetterle di lavorare. I dolori le causavano persino vomito e mal di testa fortissimo. “Mi vedo avvilita – scriveva Teresa – perché non so cosa fare”. Va a Caiazzo, presso il medico che l’aveva curata per 15 anni; ma non appena il medico vede le mani, esplode in queste parole: “Ma sì, lo dicevo io, che ci doveva essere qualcosa di divino! … Per questo non sapevo spiegarmi”. Teresa, ingenuamente, gli chiede una cura…Ma dovette ritornarsene a Caserta portando nel cuore una grande pena e, nello stesso tempo, “una grande gioia” (“Diario”, p. 1941-1942).
Rientrata in casa, a causa delle sofferenze insopportabili, si vide costretta a mettersi a letto. Dopo dieci giorni, il giorno di Natale del 1969, riuscì ad alzarsi per rassettare la casa e per cucinare. Mette sul fuoco una pentola nuova, acquistata tre giorni prima, per cuocere la pasta. Ma non appena la ritira dal fuoco – cosa inspiegabile! – il manico si stacca dalla pentola e questa, con tutta l’acqua bollente, le cade sopra l’addome, causandole gravi ustioni e forti dolori. Teresa attribuisce quel brutto scherzo al demonio. Ma non si perde d’animo: offre le sue sofferenze per le anime attraverso le mani di Maria. “Tale è il dolore – scriveva – da non riuscire a formulare nessun pensiero, tranne quello di offrire tutto e tutta me stessa e quello che mi capita, per le anime” (“Diario”, pp. 1942-1943).
Nel “Diario”, al giorno 20 novembre, Teresa annotava: “Ogni giovedì, venerdì e martedì (Gesù) mi ha fatto un regalino a me caro: mi ha fatto provare qualche colpo della sua flagellazione in tutto il corpo. È stato dolorosissimo!… Ma è nulla in confronto dei dolorosissimi colpi che provò il mio amato Gesù. Posso dire però che questa volta il dolore è stato maggiore delle altre volte, (tale) che io non avrei neppure immaginato. O amor mio Gesù, donami la forza di amarti e di soffrire sempre per amor tuo!…” (“Diario”, p. 1981).
È il 15 gennaio 1970. Gesù si presenta a Teresa e le dice: “Figlia mia Teresa, voglio offrirti la ferita del mio costato. Tu che ne dici? … Te la offro per la salvezza delle anime”. Teresa, immediatamente risponde: “Sì, amor mio Gesù, l’accetto, e voglio tutto ciò che hai avuto Tu per i miei peccati. Sì sì, la voglio!… E Tu, come mai ti abbassi ad un simile verme? Grande Amore mio, ho sete del tuo amore. Voglio bere alla sorgente del tuo costato per gustare il dolore che hai provato Tu. Me lo fai questo grande regalo? … Che ne dici? …”.
Quattro giorni dopo, il 19 gennaio, giovedì, mentre stava “in ginocchio pregando”, Teresa ode una voce che la chiama. Si gira di scatto, e pensa tosto che sia Gesù, poiché in casa non vi è nessuno. Vede infatti Gesù il quale, col dito, le indica il suo Cuore. Teresa posa lo sguardo su quel Cuore e vede che da esso “uscivano fiamme di tutti i colori”. “Vedi, figlia mia – le dice – guardami!”. Teresa posa su di esso il suo sguardo e si sente – dice – “come incantata, come se la testa non l’avesse più”. Le pare di trovarsi “sopra una collina molto alta” e si vede “inchiodata sulla croce… con dolori indescrivibili”. Ad un tratto “un uomo come un mostro” prende la lancia e le ferisce il cuore. “Ho sentito – dice – lo strappo della carne, e poi un dolore ancora più forte, e non ho capito (più) nulla. Quando mi sono svegliata, mi sono trovata distesa sul letto e tutta insanguinata”.
Tre giorni dopo (il 22 gennaio) scriveva: “Nella mia mente vedo ancora (come in) uno specchio, l’accaduto. Ma il cuore, così debole, quasi si rifiuta di accettare quel quadro che, di tanto in tanto, (mi) si affaccia alla mente. La mia mammina spirituale piangendo, dice: “Ci vuole un Prete!… Non è possibile (rimanere) così. Tu hai bisogno di qualcuno che ti guidi. Io posso far poco perché in queste cose ci vuole un Sacerdote”. Ma due sue amiche, alle quali zia Antonietta aveva comunicato, imprudentemente, lo straordinario fenomeno, sconsigliarono Teresa a mettere in esecuzione il consiglio. Venne così a trovarsi tra due fuochi. In preda ad un tale stato d’animo, si rivolge al suo Gesù e gli dice: “O Gesù mio adorato, Tu sai cosa voglio chiederti in questa S. Messa: “Fammi conoscere il mio Padre spirituale, il quale mi aiuti a portare la croce, perché altrimenti io, da sola, non ce la faccio più”. A questo punto una voce che viene dal profondo del mio cuore mi assicura che, non a lungo, lo conoscerò il Padre spirituale”. Ma Teresa replica: “O amore mio Gesù, Tesoro dell’anima mia, dimmi dove lo posso trovare: ho bisogno di farmi una santa Confessione. Ora non ne posso più! Dimmi Tu, Gesù, cosa debbo fare”. Ma la voce le risponde e le dice: “Non (andrà) a lungo l’incontrerai. È lui che ti cercherà” (“Diario”, pp. 1985-1989).
Il venerdì 2 febbraio (1970), Teresa, ad un certo momento, vede Gesù legato alla colonna, mentre lo stanno flagellando. “Ad ogni colpo – così si esprime Teresa – la carne se ne salta a brandelli. Nel vedere trattare Gesù, il mio Sposo, il mio Signore, così, mi sento mancare le forze. È stata una cosa che non so ridire: piaghe da per tutto, ed erano fonde un centimetro. E mentre lo percuotevano, Gesù disse: “Teresa, Teresa, aiutami! aiutami!…”. A questa voce – continua a dire Teresa – “mi buttai (nella mischia) ed ebbi la forza di strappare la frusta (il “flagellum”) che aveva uno di quei boia e gliele suonai di santa ragione. Tutti scapparono via. Ed io, in compagnia di una donna, prendemmo Gesù e lo adagiammo in un lettino. Era tutto una piaga. Lo medicai, gli rimboccai le coperte e mi sedetti accanto, come se quelle ferite le avessi sentite io. Nel riprendermi da questa visione, ho trovato le mie carni così ferite come quelle che avevo visto in Gesù” (“Diario”, p. 1991).
Il martedì santo, 6 aprile, Teresa, nel suo “Diario” annota: “Dolori fortissimi alle mani, ai piedi e al costato: un dolore che mi lascia impazzire: non trovo pace, quasi non capisco più nulla; la febbre sale fortissima; non so dove poggiare la testa; il cuore è come se battesse per conto suo; sulla testa poi mi sento come un cappello di spine, come se trapanassero la nuca e il cervello; tanto, ma tanto sangue vedo davanti ai miei occhi…”. Rimane in tale stato per cinque giorni, ossia, fino all’11 aprile. Ma la mattina di Pasqua Teresa si sente “come se fosse in Paradiso”. Ed aggiunge: “anche se, nel mio cuore, sento la mancanza dei miei genitori” (Diario pp. 2061-2062)

(pubblicato su CulturaCattolica.it)

Mosca, l’Asia Centrale e i talebani due anni dopo il ritorno a Kabul

di Stefano Caprio- Asia News –  20 Agosto 2023

Nella mente di Putin la fuga degli americani dalla capitale afghana fece scattare la molla della “grande rivincita”. La Russia invita ormai regolarmente i rappresentanti di Kabul a Mosca per consultazioni, nonostante i talebani siano tuttora considerati “organizzazione terroristica” sgradita. E anche gli altri Paesi ex sovietici sono solidali con il Cremlino nel condannare ufficialmente il governo afghano, considerandolo allo stesso tempo un partner necessario.

Sono passati due anni dalla fuga precipitosa degli americani dall’Afghanistan, vent’anni dopo l’attentato alle Torri Gemelle di New York, che avevano provocato la reazione contro l’estremismo islamico nel mondo intero, a partire dalle montagne asiatiche in cui si nascondeva Bin Laden. Il ritiro era iniziato a maggio del 2021, e a ferragosto i talebani rientravano clamorosamente a Kabul, costringendo l’Occidente a rinunciare al proprio ruolo di “esportazione della democrazia” nel mondo, insieme ai diritti civili e al progresso politico, economico e morale dei valori basati sulla libertà della persona.

I giorni drammatici dell’abbandono dell’aeroporto della capitale afghana sembrano ormai svaniti nel grigiore e nella dimenticanza, senza che il ritorno all’islam medievale asiatico interroghi veramente la coscienza del “mondo civile”, se non fosse per l’ancor più drammatica invasione russa dell’Ucraina, conseguenza simbolica del tramonto dell’Occidente, che dagli altipiani centrasiatici sposta nel cuore dell’Europa la “guerra dei valori”. La rinuncia degli Stati Uniti al ruolo dominante a livello mondiale si era già palesata qualche anno prima in Siria, quando gli americani avevano di fatto lasciato campo libero ai russi e ai turchi nel controllo dei territori occupati dai terroristi dell’Isis, l’islamismo radicale “globalizzato” che ora evapora di fronte al radicalismo sovranista sempre più arrembante a tutte le latitudini.

Anche allora, tra il 2014 e il 2016, la coincidenza tra Asia ed Europa era piuttosto evidente, nella mobilitazione dei russi verso il Vicino Oriente (dove nacque la compagnia Wagner di Prigožin) e verso il vicino occidente dell’Ucraina, con l’inizio “ibrido” della guerra del Donbass dopo la riconquista della Crimea, simbolo della Russia che si impone agli imperi nemici, come era accaduto alle origini della sua storia. Dalla Crimea il principe “battezzatore”, Vladimir il Grande, aveva minacciato d’invadere Costantinopoli, e sempre dalle mura di Chersoneso, oggi Sebastopoli, il nuovo zar Vladimir “il Terribile” minaccia di distruggere l’Europa intera, dal mar Baltico al mar Nero, guardando anche alle terre oltre gli oceani.
Quando il 12 febbraio 2016 il patriarca di Mosca Kirill incontrò all’aeroporto dell’Avana il papa Francesco, l’argomento dell’incontro era la difesa dei valori eterni del cristianesimo, insieme con la benedizione della presenza russa in Siria al posto degli americani, e l’ammonimento agli ucraini a non litigare tra loro, per evitare guai peggiori. Pochi mesi dopo la Chiesa russa decise di non partecipare al Concilio Panortodosso di Creta, iniziando la storica rottura con Costantinopoli, ritornando così alle proprie origini medievali.

Nella mente di Putin la fuga da Kabul di due anni fa fece scattare la molla della “grande rivincita”, il momento adatto per riproporre la grandezza perduta della Russia e vendicarsi delle tante offese subite, a partire dalla fine dell’Unione Sovietica. Proprio la sconfitta in Afghanistan era stato uno degli elementi decisivi del “più tragico evento del XX secolo”, come ha più volte ripetuto il leader del Cremlino, salito al potere per contrastare l’estremismo islamico in Cecenia, conseguenza del crollo dell’impero sovietico. La presenza degli americani a Kabul, al di là delle ragioni militari, risultava insopportabile ai russi soprattutto per la diffusione del “veleno occidentale”, quella civiltà moralmente “degradata” che ha cercato infine – sempre secondo la versione russa più radicale – di insinuarsi nelle menti e nel cuore delle persone in tutto il mondo con l’invenzione del coronavirus, la pandemia che ha preceduto e a sua volta ispirato l’operazione speciale per la “difesa dei valori tradizionali”.

Non sono casuali i collegamenti tra Covid, Afghanistan e Ucraina, non è la sfortuna dei “sette anni di guai” di sapore veterotestamentario, che dall’esplosione del virus a fine 2019 rischiano oggi di trasformarsi in una nuova era senza fine di contrapposizione tra i diversi schieramenti del XXI secolo. L’estremismo talebano si sovrappone oggi all’estremismo ortodosso, in una “rinascita della religione” dal sapore satanico e disumano, con bombe, carri e droni benedetti che neanche si potevano sognare ai tempi delle Crociate e delle guerre per la riconquista della Terra Santa. La Russia invita ormai regolarmente i rappresentanti di Kabul a Mosca per consultazioni, nonostante i talebani siano tuttora considerati “organizzazione terroristica” sgradita, mentre è evidente ormai che il loro ritorno è stato molto gradito dal “mondo russo” putiniano. Anche i Paesi dell’Asia centrale, che grazie alla guerra in Ucraina si stanno gradualmente allontanando da Mosca e avvicinando a Pechino, sono solidali con il Cremlino nel condannare ufficialmente il governo afghano, considerandolo allo stesso tempo un partner necessario, sia per gli affari sia per lo stile di vita. Pur senza arrivare agli eccessi dei talebani, che hanno escluso del tutto le donne dall’educazione scolastica, l’orgogliosa difesa dei “valori” vede grande sintonia nel condannare ogni forma di espressione dell’individuo, soprattutto l’omosessualità e la “propaganda Lgbt”, come nella legge approvata in questi giorni in Kirghizistan, copiata letteralmente da quella della Russia dello scorso anno.

Si sta confermando sempre più la motivazione proclamata dal patriarca Kirill, una settimana dopo l’invasione dell’Ucraina, che sembrava in un primo tempo averlo negativamente sorpreso: “Dobbiamo difenderci dall’Occidente, altrimenti ci costringeranno ad andare alle parate gay”. Quella che sembrava una forzatura polemica era in realtà il cuore del problema: la guerra “metafisica”, di cui l’Ucraina e l’Afghanistan sono i poli opposti di una diversa visione del mondo, tendente alla rovina apocalittica. Sia Putin sia Xi Jinping hanno ormai superato i settant’anni di età, e non hanno più timori nell’innalzare i muri che potrebbero rendere tutta la terra un grande cimitero.

Anche nei Paesi ex-sovietici si moltiplicano gli incontri per parlare dell’Afghanistan e con gli afghani, la settimana scorsa in un “forum economico” in Kazakistan, e poco tempo prima a Samarcanda in Uzbekistan. Non si tratta di raduni ispirati direttamente dalla Russia, ma tendenze parallele di movimenti geopolitici, per cui Mosca non teme di perdere il controllo militare ed economico sui suoi ex-sudditi, mettendo al primo posto la continuità ideologica di un nuovo mondo eurasiatico. L’unico Paese di fatto ancora ostile ai talebani è il Tagikistan, per una ragione molto evidente: i tagichi sono parenti degli afghani, e vorrebbero essere loro stessi a guidare il governo di Kabul. Il Turkmenistan, luogo per antonomasia delle trasformazioni simboliche di ogni forma di estremismo, sia esso islamico, omofobico, russofilo o sinofilo, era stato il primo a riconoscere come legittima la presa del potere dei talebani, mascherando la soddisfazione con la cinica proclamazione della propria “neutralità”. L’Uzbekistan, anch’esso molto coinvolto etnicamente nel rapporto con le tribù afghane, si è sua volta adattato abbastanza presto alla nuova realtà insieme al Kirghizistan, per non parlare del Kazakistan, che non confinando con l’Afghanistan si permette di esaltare la sua vastità come grande via per l’unione di tutti i popoli, se solo i russi non arriveranno ad invaderlo in una possibile replica dell’operazione in Ucraina.

La Russia deve fare i conti con la galoppante crisi economica provocata dalle sanzioni occidentali, che solo ora comincia veramente a farsi sentire con l’irrefrenabile svalutazione del rublo; e l’Asia centrale insieme al Caucaso partecipa a questi scossoni per i legami economici di eredità sovietica, oggi riattivati al massimo come aggiramento delle sanzioni. L’Armenia rischia addirittura la “malattia olandese”, la crescita eccessiva di alcuni settori dell’economia a scapito di altri, per un rafforzamento anomalo della sua moneta, il dram, dovuto al flusso enorme di valuta nel 2022 proveniente dalla Russia, mentre a sua volta cerca di sciogliere i nodi della frontiera tra oriente e occidente con il suo storico nemico, l’Azerbaigian. Eppure la “sete di vittoria” della Russia non riguarda principalmente l’economia: il popolo è abituato a soffrire da sempre, gli oligarchi sanno sempre dove attingere per i propri lussi, e nei torridi giorni di Ferragosto molti di loro se li godono serenamente nella “colonia russa” di Forte dei Marmi, in barba a qualunque sanzione.

L’Afghanistan dei talebani, il Paese precipitato due anni fa in un suo oscuro passato, rischia invece di diventare il modello del Paese del futuro. La “talebanizzazione” della Russia e dell’intera Eurasia, lo scontro di civiltà tra modelli antropologici prima ancora che politici o economici, si estende dai territori di confine alle dimensioni dell’anima nel mondo intero. Quando Mosca e Pechino riconosceranno ufficialmente il governo di Kabul, allora la guerra in corso troverà la sua vera soluzione: non nelle trattative di pace tra russi e ucraini, che dureranno secoli senza risultato, ma nella grande Vittoria sul nemico interiore, la paura e la vergogna di sentirsi esclusi dal resto del mondo.

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