di Paolo Mieli – Corriere della Sera 10 Agosto 2023
I ragazzi russi studieranno su un libro di testo che rivisita gli ultimi cinquant’anni fino alle vicende attuali del conflitto in Ucraina. Come era già accaduto con l’Holodomor

Illustrazione di Doriano Solinas
Mikhail Gorbaciov fu un incompetente, sedotto dagli Stati Uniti, sostanzialmente un povero sciocco che per la sua pochezza consentì lo sfascio del proprio Paese. Colpa anche sua se Mosca è stata costretta il 24 febbraio del 2022 ad avviare l’ormai famosa «operazione speciale» contro lo «Stato nazista» che si è dato il nome di Ucraina. Le sanzioni occidentali contro la Russia, successive a quell’«operazione», sono paragonabili all’invasione napoleonica del 1812. Questo e altre cose dello stesso genere apprenderanno gli studenti russi da un libro di testo, redatto «in soli cinque mesi», che, da settembre, dovranno portare sui banchi di scuola (al momento, solo le ultime classi delle superiori). Il nuovo manuale, ha annunciato il ministro dell’Istruzione Sergei Kravtsov, ricostruisce la storia degli ultimi cinquant’anni. Di modo che — ma questo Kravtsov non lo ha detto — i diciassettenni, cioè quelli che prima o poi potrebbero essere chiamati alle armi, saranno indottrinati sui motivi per cui li si manderà probabilmente a combattere. E a morire.
Che il capo del Cremlino dia grande importanza ad una sua personalissima rivisitazione del secolo scorso, è noto fin dalla pubblicazione (luglio 2021) del saggio per molti versi sorprendente L’unità storica di russi e ucraini.
Le sue tesi sono state ben illustrate da Nicolas Werth in un documentato libro, Putin storico in capo (Einaudi), di cui si è già occupato su queste pagine Marco Imarisio. Fondamentalmente Putin ha gettato a mare Lenin stabilendo una continuità tra la stagione degli zar che hanno fatto grande la Russia (Caterina II, Alessandro III) e quella di Stalin. Il quale, dopo aver stipulato nel ’39 un patto con Hitler, una volta aggredito (nel ’41) dalla Germania nazista, l’ha combattuta riuscendo — ed è questo il suo merito — ad ampliare i confini dell’Unione sovietica. Tutti i riconoscimenti — dell’epoca gorbacioviana e del decennio successivo alla caduta del comunismo — delle responsabilità staliniane in piccoli e grandi misfatti (clausole segrete del patto Molotov-Ribbentrop, fosse di Katyn, organizzazione sistematica del terrore, soppressione, in dimensioni inaudite, di dissidenti anche solo potenziali, l’arcipelago gulag) tutte queste ammissioni di colpa in alcuni tra i più efferati crimini del XX secolo, sono scomparse. Putin — eccezion fatta per Lenin — recupera in toto la storia come veniva raccontata ai tempi di Stalin e di Breznev.
Per parte loro, prima ancora di quel che saranno costretti a fare gli studenti russi, gli storici occidentali che guardano con simpatia al Presidente della Federazione russa, si sono adeguati. In pochi hanno trovato qualcosa da ridire sulle svariate pubblicazioni in cui, nell’ultimo anno e mezzo, sono state riproposte versioni della storia russa ricalcate su quelle degli anni Cinquanta. Persino di quelle antecedenti il XX congresso del Pcus (1956) in cui Chruscev denunciò i crimini di Stalin. Nessuno ha fiatato quando per minacciare Varsavia Putin ha sfacciatamente sostenuto che «i confini occidentali dell’attuale Polonia sono un dono di Stalin ai polacchi».
Di questa generale disattenzione s’è avuta riprova, qui da noi, quando, a fine luglio, il Senato italiano è stato chiamato a discutere del riconoscimento della natura genocida dell’Holodomor (milioni di ucraini sterminati per fame tra il ’32 e, soprattutto, l’inverno-primavera del ’33). Un riconoscimento già ottenuto dal Parlamento europeo e da 18 Paesi tra cui Stati Uniti, Germania e Canada. Intendiamoci: tra gli storici ancora si discute sul vero motivo per cui Stalin decise di lasciar morire gli ucraini nelle dimensioni (ripetiamo) di milioni e milioni. Mancano (a nostro avviso) prove definitive che lo abbia fatto per dare un colpo mortale alla «nazione ucraina». Probabilmente con quella «fame sterminatrice» voleva «soltanto» prevenire la resistenza dei contadini ucraini alla politica di collettivizzazione forzata decisa dall’Urss gli inizi degli anni Trenta. Politica che consisteva nell’accaparramento del grano — a un certo punto dell’intero raccolto — per sfamare gli operai delle città impegnate nell’industrializzazione. Ma, al di là delle intenzioni, i comportamenti del leader georgiano furono, nell’occasione, «genocidi». Ed è un fatto che lo stesso inventore del termine «genocidio», il giurista Raphael Lemkin, nel 1953 spiegò, in riferimento a quel neologismo, quanto fossero appropriati i riferimenti alla tragedia ucraina di novant’anni fa.
Per questa ragione ci saremmo aspettati una generale sollevazione degli storici italiani allorché il nuovo ambasciatore russo in Italia, Alexej Paramonov, si rivolse alle nostre Camere con una lettera in cui metteva la terribile carestia del ’32- ’33 nel conto di «errori gestionali» e di «condizioni climatiche sfavorevoli». Accusando i sostenitori della «tesi dell’Holodomor-genocidio» di aver fatto ricorso a «manipolazioni, distorsioni e falsificazione dei dati sui numeri dei morti» allo scopo di «massimizzare la disunione dei popoli uniti da plurisecolari legami storici, culturali e spirituali».
A parte ogni altra considerazione si trattava di un’impropria e antipatica ingerenza in un nostro dibattito parlamentare. Quasi nessuno tra i più illustri intellettuali italiani, però, trovò qualcosa da ridire (tra i pochissimi che lo fecero, va ricordato, per lucidità argomentativa, Andrea Graziosi in un’intervista a Maurizio Stefanini del Foglio). Per il resto, silenzio.
A nostro avviso è uno sbaglio considerare le divagazioni storiografiche di Putin come cose marginali. A maggior ragione adesso che le tesi dell’autocrate moscovita si accingono a diventare cardine formativo di una generazione di giovani russi. Trascurarle è un imperdonabile errore. Di sottovalutazione.