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LA SPETTACOLARIZZAZIONE DEL MALE

MAURO MAGATTI – Avvenire 18 Ottobre 2023

La spettacolarizzazione del male è una tecnica sistematicamente usata dai gruppi terroristici. Atti atroci, compiuti contro civili inermi, ripresi e fatti circolare come trofei. Con un obiettivo chiaro: lo sfregio del corpo dell’altro come modo non solo per creare un discrimine netto tra l’amico e il nemico, tra chi sta di qua e chi sta di là, ma per umiliare e annichilire chi sta dall’altra parte.

Moltiplicare l’impatto della violenza attraverso il sistema dei media che – dalle televisioni ai social, come è accaduto anche per l’attentatore di Bruxelles con il suo video inneggiante l’Isis – fanno da cassa di risonanza, sfruttando l’ondata emotiva e lo sdegno generati da atti così scioccanti è un modo per allargare l’identificazione attorno a una causa comune, ma anche per radicalizzare il conflitto, qualsiasi conflitto, allontanando qualunque possibilità di mediazione e negoziazione. Da un lato si sfrutta la propaganda politica delle autocrazie amiche, gestita attraverso i media tradizionali (giornali e tv) e dall’altro si amplificano le azioni, tramite la proliferazione incontrollata delle fake news e dei commenti senza filtro rilanciati dai social. Il tutto nell’ipotesi che la spettacolarizzazione della violenza possa costruire il collante per l’identità di un nuovo popolo che dovrebbe ritrovarsi nella volontà di lottare contro “l’oppressore”. Una tecnica che ha trovato nell’attacco della Torri Gemelle dell’11 settembre 2001 il suo apice di crudeltà e spettacolarità.

Il calcolo però è sempre sbagliato.

Mostrare il male in modo esplicito suscita sgomento e indignazione. Il male non si regge da solo, ma ha sempre bisogno di nascondersi dietro una qualche giustificazione di bene. Quando mostra il suo vero volto – brutale e disumano – esso non può che suscitare un profondo senso di rifiuto. Sono ormai innumerevoli i casi in cui questa strategia si è rivelata fallimentare proprio per chi l’ha pensata.

La violenza mostrata si ritorce regolarmente contro chi l’ha compiuta.

Così il barbaro attacco e le azioni di pura crudeltà

che sono state compiute dagli uomini di Hamas non giovano affatto alla causa palestinese. Al contrario la indeboliscono, minando i pur fragili percorsi di pace che si è cercato di tenere aperti in questi ultimi anni. E a cui, prima o poi, si dovrà tornare.

Colpito al cuore, adesso Israele – comprensibilmente sotto choc – risponde.

Ma c’è da continuare a sperare che la risposta di Israele non si faccia trascinare, come ha scritto anche Edith Bruck – ebrea deportata a Auschwitz e Dachau – nel gorgo della vendetta. La più arcaica delle leggi, quella del taglione, non serve per risolvere i problemi intricati che abbiamo davanti. Al contrario, la sua cecità finisce per rimescolare i torti e le ragioni, in un girone infernale su cui rischia di avvitarsi l’intero pianeta. È la storia che ci insegna che non è questa la via per rendere onore ai tanti ragazzi che sono stati trucidati dall’attacco di Hamas; né tanto meno per risolvere quell’intrico ormai secolare che strozza e avvelena queste terre.

Il punto è un altro. L’attacco di Putin in Ucraina è stato sferrato nel momento in cui gli Stati Uniti avevano abbandonato senza gloria l’Afghanistan. Israele è stato attaccato in un momento di profonda divisione interna. E tutto questo accade quando in giro per il mondo si rafforza la convinzione che il progetto perseguito negli ultimi decenni – andato sotto il nome di globalizzazione – è ormai fallito. E dalle sue rovine sgorgano ora fiotti di odio che rischiano di trascinare il mondo in una spirale distruttiva di cui non si riesce a vedere la fine.

Serve un’altra idea di mondo che non sia quella che oggi si fa strada da tutte le parti, e cioè che le controversie possono essere risolte dallo scontro armato. Dalla guerra.

È questo che vogliono i terroristi e i dittatori, da sempre: trascinare con i loro disegni criminali il mondo intero nella spirale bellica.

Creare caos, distruggere la legalità, suscitare inimicizie, cancellare l’umanità. Il punto solido di resistenza che va cercato sta tra la capacità di non accettare il dilagare della violenza – e quindi respingere questi atti illegali, immorali e inumami – e il riconoscimento della necessità di trovare soluzioni che finora sono mancate per i tanti focolai di tensione che ci sono in giro per il mondo.

Questa capacità spetta alla politica, che è chiamata in causa per immaginare soluzioni laddove fino ad adesso abbiamo fallito. « La politica è l’arte dell’impossibile», diceva Vaclav Havel. E oggi più che mai ne abbiamo bisogno.

L’Italia, gli ebrei e la nostra memoria perduta

Da molti segni appare evidente che l’antisemitismo non è morto affatto. Che il pregiudizio e l’odio antiebraico sono più vivi che mai. Anche nel nostro Paese.


Ottant’anni fa, in questi stessi giorni, gli italiani non si comportarono tutti allo stesso modo con i compatrioti ebrei, cui i nazisti davano la caccia. Alcuni italiani rischiarono la vita per proteggerli. Altri, per ideologia o per denaro, li vendettero. Un sacerdote bresciano, Giovanni Battista Montini, diede ordine ai seminari e ai conventi romani di nasconderli; preti e frati porsero ai perseguitati le loro tonache e i loro sai. Ma altri italiani fecero irruzione nei seminari e nei conventi, e costrinsero gli ebrei a recitare le preghiere cristiane.

Qualcuno aveva imparato il Padre Nostro e l’Ave Maria; altri ebrei furono scoperti e portati a morire ad Auschwitz. «Un turpe sacrilegio» l’ha definito Andrea Riccardi, in risposta ai relativizzatori e ai contestualizzatori di professione. Perché contestualizzare bisogna sempre; ma ci sono crimini che nessun contesto può giustificare. Crimini che impongono, in ogni luogo e in ogni tempo, una condanna morale.

Siamo certi che questa condanna morale sia oggi unanime? Oppure la memoria della Shoah è come un vaccino che dopo tanto tempo non funziona più, perché gli anticorpi sono tutti morti? Da molti segni appare evidente che l’antisemitismo non è morto affatto. Che il pregiudizio e l’odio antiebraico sono più vivi che mai. Anche nel nostro Paese.

Intendiamoci: criticare il governo di Israele non significa essere antisemiti. Chi sostiene il contrario compie un ricatto morale inaccettabile. Netanyahu è criticato pure in patria, anche se più per la corruzione e la torsione allo Stato di diritto che per la sua politica verso i palestinesi. In realtà, Netanyahu non ha mai creduto nella pace. Vince le elezioni nel 1996, contro gli accordi di Oslo. Torna al potere dopo la malattia di Sharon e il crollo delle speranze, e ci resta prima assicurando che con lui non nascerà mai uno Stato palestinese, poi promettendo l’annessione della Cisgiordania. Il suo sostegno agli insediamenti ha aumentato la tensione. Però è anche vero che Netanyahu non ha mai scatenato una guerra, a differenza dei suoi predecessori laburisti e del successore di Sharon, Olmert, che nel 2006 intervenne in Libano, dove perse la vita Uri Grossman, il figlio di David, il grande scrittore. Semplicemente, Netanyahu si è illuso che la questione palestinese potesse essere rimossa.

Ma non prendiamoci in giro: coloro che sui social giustificano Hamas, quando non esultano apertamente per l’assassinio dei civili ebrei, sanno a malapena chi sia Netanyahu. Da tempo il conflitto israelo-palestinese è entrato nel cono d’ombra dell’opinione pubblica. Quasi nessuno tra coloro che oggi pontificano è mai stato in un kibbutz israeliano o in un campo profughi palestinese. Quasi nessuno ha mai parlato con una madre israeliana o palestinese che ha perso un figlio. Un sacerdote di Orbassano, Carlo Maria Martini, fondò un’associazione proprio per far incontrare i genitori delle vittime, affinché trovassero un senso al loro dolore. Ma agli odiatori tutto questo non importa. Non ne sanno nulla, il che sarebbe anche rimediabile; soprattutto, nulla ne vogliono sapere.

Quello che conta per loro, a parte il narcisismo da talk show o da social, è l’ideologia, e prima ancora l’istinto. Lo mettono anche per iscritto: se gli ebrei sono così odiati, sempre e dappertutto, un motivo ci sarà. Per gli odiatori, in Medio Oriente non ci sono due ragioni contrapposte, e neppure torti inflitti e subìti; c’è solo un nemico da detestare.

Ogni Paese fa storia a sé. In Francia, dove vive una comunità ebraica molto più ampia della nostra, ci sono stati attacchi a scuole, insegnanti, allievi ebrei. La Francia è il Paese del caso Dreyfus e del Vel d’Hiv, il Velodromo d’Inverno dove la polizia di Vichy chiuse gli ebrei parigini: e il responsabile, il collaborazionista René Bousquet, era uno dei migliori amici — mai rinnegato — del primo presidente socialista della Quinta Repubblica, François Mitterrand. Eppure è stato un tribunale francese a condannare Jean-Marie Le Pen, il padre di Marine, per aver definito le camere a gas «un dettaglio della storia». L’Inghilterra non ha una storia di antisemitismo se non marginale, molti ebrei francesi si rifugiarono oltre Manica, ma la sua politica estera è tradizionalmente filoaraba: gli arabi combatterono con gli inglesi durante la prima guerra mondiale, al tempo di Lawrence d’Arabia e Glubb Pascià; e fino al 1948 gli ebrei dell’Irgun e della banda Stern ammazzavano e addirittura impiccavano i soldati britannici. La Germania è divisa, anche a sinistra, tra chi come il cancelliere Scholz è consapevole della macchia incancellabile della Shoah, e chi come il penultimo cancelliere socialdemocratico Schröder sostiene che sia tempo di liberarsi dal senso di colpa; forse anche per questo la Germania ha per la prima volta un partito non anti-nazista al 20 per cento.

In America, nonostante la presenza di un’influente comunità ebraica, l’antisemitismo è esistito eccome, anche tra le élite, da Henry Ford a Joseph Kennedy, il padre di John e Bob. E l’altro giorno il comico Bill Maher ha twittato: «La buona notizia è che l’estrema sinistra e l’estrema destra hanno trovato un terreno comune; la cattiva è che entrambe odiano gli ebrei».

E l’Italia? Dall’antisemitismo noi ci autoassolviamo in nome della nostra asserita bontà: siamo, com’è noto, brava gente. Ed è vero che i nostri nonni vissero le leggi razziali come un’ingiustizia; tuttavia furono applicate. E mentre a Torino, la città meno fascista, Edgardo Sogno passeggiava sotto i portici di via Po con la stella gialla sul petto, gli studenti ebrei venivano cacciati dalle scuole, gli impiegati ebrei della Toro Assicurazioni ricevevano la lettera di licenziamento.

Oggi anche in Italia le estreme si saldano in una curiosa e inquietante alleanza rosso-bruna. Ma l’odio o almeno l’antipatia verso gli ebrei non sono soltanto un fatto ideologico, e neppure politico. Certo, Israele è l’avamposto a Est dell’Occidente, quindi siamo noi; e l’Occidente non ama se stesso. Ma il sentimento anti-ebraico non coincide solo con il sentimento anti-israeliano. Nasce prima e ne prescinde.

Perché molti nostri compatrioti odiano o comunque non amano gli ebrei? Perché gli ebrei sono «diversi»? Perché hanno un’identità talmente definita da sopravvivere a oltre tremila anni di storia e a tante persecuzioni?

Vale la pena ricordarlo: parlare di «razza ebraica» non è solo un abominio, è un errore. Molti ebrei vengono dal Sud Africa, dall’Etiopia, dallo Yemen, dall’Algeria, dalla Libia, dal Marocco; altri dalla Polonia, dall’Ucraina, dalla Russia. Ma l’ebraismo non è soltanto una religione o una cultura. Gli ebrei sono un popolo. Il popolo di Israele, come scrisse Primo Levi, entrava inerme nella camere a gas dei campi di sterminio; ma lo stesso popolo di Israele, come disse il maggiore Yosef Salat, sedeva nella cabina di pilotaggio della prima squadriglia che annientò al suolo l’aviazione egiziana, all’alba della guerra dei Sei Giorni. Nasser voleva distruggere Israele; ne fu distrutto. Il suo successore Sadat con Israele fece la pace, ottenne la restituzione del Sinai, fu ammazzato dagli estremisti islamici; proprio come Rabin, capo di Stato maggiore nella guerra del Kippur e premio Nobel per la pace, fu assassinato da un estremista israeliano.

Il popolo di Israele hanno provato a cancellarlo in ogni modo. Non ci è riuscito Nabucodonosor, non ci è riuscito Hitler; non ci riuscirà Hamas. Paragonare epoche diverse è sempre sbagliato: la storia non si ripete allo stesso modo. «Non ritorna mai più niente, e finalmente accetteremo il fatto come una vittoria» ha scritto Francesco De Gregori. Anche la Chiesa cattolica conosceva l’antigiudaismo; poi venne un prete bergamasco, Angelo Roncalli, a cancellarne ogni traccia. Dopo di lui divenne Papa con il nome di Paolo VI il sacerdote bresciano che aveva salvato centinaia di ebrei romani. E dopo Paolo VI venne Giovanni Paolo II, nato in Polonia — terra che pure conobbe l’antisemitismo e i pogrom —, che per primo visitò la sinagoga di Roma e definì gli ebrei «i nostri fratelli maggiori».

(Aldo Cazzullo – Corriere della Sera – 17 Ottobre 2023)

La Russia tra Israele e Palestina

di Stefano Caprio- 14 Ottobre 2023

La “guerra mondiale a pezzi” evocata per anni da papa Francesco si sta effettivamente sviluppando in modalità sempre più globale, e la Russia vede in questo il realizzarsi della sua “missione” nel contestare il dominio dell’Occidente “collettivo”. E tornano alla mente le parole di Solženitsyn sul rapporto tormentato tra russi ed ebrei.

La Russia non ha condannato in modo diretto e inequivocabile le azioni dei terroristi di Hamas, che con l’attacco improvviso del 7 ottobre hanno dato inizio al tremendo conflitto di questi giorni tra Israele e Gaza, con migliaia di morti da entrambe le parti e massacri tali da far scolorire anche gli orrori di Buča e Mariupol. Soltanto due giorni dopo l’inizio del conflitto, il ministro degli esteri Sergej Lavrov ha dichiarato che “lo scontro armato palestino-israeliano va assolutamente fermato, bisogna risolvere il problema con le autorità civili, che sono anch’esse vittime della situazione”, e in particolare “ponendo l’attenzione sulle ragioni del conflitto”, alludendo alla necessità di riconoscere lo Stato palestinese.

Dalle varie dichiarazioni di questi giorni convulsi traspare comunque una malcelata soddisfazione dei russi più “belligeranti”, per uno spostamento dell’attenzione dalla guerra in Ucraina che obbliga l’Occidente a fare scelte drammatiche, compresa quella di mettere in secondo piano il sostegno all’Ucraina stessa. Al di là delle ipotesi complottiste che vedono la mano di Mosca dietro le azioni dei terroristi palestinesi, vale per tutti la dichiarazione dell’esagitato ex-presidente russo Dmitrij Medvedev: “e allora, amici della Nato, avete finito di giocare!”.

Non è del resto difficile comprendere quanto sia vantaggioso per la Russia il moltiplicarsi delle guerre da tutte le parti del mondo, da quelle che la vedono più coinvolta come nel Caucaso a quelle in Asia e Medio Oriente, o in Africa dove i russi sono molto attivi, e quasi stupisce che ancora non si siano riattivati i conflitti in Sudamerica, magari l’eterna contesa delle foreste amazzoniche tra Perù ed Ecuador, in attesa dell’invasione di Taiwan da parte della Cina. La “guerra mondiale a pezzi” evocata per anni da papa Francesco si sta effettivamente sviluppando in modalità sempre più globale, e la Russia vede in questo il realizzarsi della sua “missione” nel contestare il dominio dell’Occidente “collettivo”.

La propaganda di Stato in Russia, sia da parte dei politici sia degli agitatori dei media, ribadisce che qualunque conflitto è di aiuto alla Russia, a volte senza nemmeno il pudore di nasconderlo dietro dichiarazioni apparentemente neutrali. Tigran Keosayan, uno dei conduttori del canale Ntv, lo ha ripetuto più volte, e un altro dei principali “tromboni” televisivi, Vladimir Solov’ev, ha esplicitamente accusato su Russia-1 la Ue e gli Usa di essere colpevoli dell’escalation del conflitto israelo-palestinese, aggiungendo che “io sono ebreo, ma non israelitiano, non appoggio Israele”. La direttrice del canale Russia Today, Margarita Simonyan, ha osservato che “un Paese che non fa la guerra ai suoi vicini, sta facendo la guerra ai suoi vicini, ora dobbiamo aspettarci l’esodo dei pacifisti russi da Israele… anzi, è meglio che non lo aspettiamo, che se ne vadano in Paesi ancora più lontani”. L’allusione è ai tanti russi rifugiati in Israele criticando la guerra in Ucraina e che ora cercano di tornare a casa, come il miliardario Mikhail Friedman di Alfa-Bank, che rischia l’incriminazione per alto tradimento, avendo dato soldi agli ucraini.

Perfino sul sito del Consiglio russo per la politica estera e la difesa è apparsa un commento dal titolo “Ogni guerra oggi è a favore della Russia”, in cui si spiega che le guerre ormai sono una cosa normale, bisogna farci l’abitudine: “Guardate, tutti sono in guerra: l’Azerbaigian ha aggredito l’Armenia e ha conquistato il Karabakh, Hamas si è scagliato contro Israele, e la Russia risolve i suoi problemi in Ucraina”. Questa “normalizzazione della guerra” non è quindi solo una mania dei russi, è una dimensione del mondo intero, “siamo entrati nell’epoca dell’instabilità e dobbiamo farci l’abitudine”, si specifica sul sito non senza un certo compiacimento. Abituarsi alla guerra vuol dire anche rendersi conto che non ci saranno rapide soluzioni dei conflitti, la guerra ci accompagnerà per molti anni, ci assicurano i russi: “non finirà domani, e neanche tra un anno… ahi ahi, gli uomini combattono, ormai sarà sempre così”.

Non deve stupire la sfacciataggine con cui sempre più i russi si vantano del conflitto globale, di cui si sentono i veri ispiratori: ormai non c’è più nulla di cui vergognarsi, si è andati troppo oltre. La Russia comunica soltanto con un gruppo ristretto di Paesi alleati e “amichevoli”, ai margini della comunità internazionale e con regimi apertamente autoritari e aggressivi, come l’Iran e la Corea del nord, quindi non ha più niente da perdere a livello di reputazione. La popolazione russa, per sua abitudine, non contesta “la dirigenza”, e di fronte a tutto questo sprofonda sempre più nell’indifferenza e nell’apatia, tanto che ormai da più parti si suggerisce di semplificare le prossime elezioni presidenziali senza neanche andare a votare, e limitandosi all’acclamazione dello zar. La gente in Russia sa bene che prevale la propaganda sulla realtà, sia all’interno sia all’esterno del Paese, e quindi non vale la pena di credere a nessuno e non “prendersela in testa”, nie brat v golovu, per evitare di farsela mozzare.

Uno dei commentatori più espliciti è l’ideologo del putinismo estremo, il filosofo Aleksandr Dugin, secondo cui “Israele è un vassallo degli Usa e non ha sostenuto la Russia durante l’operazione militare speciale, nonostante la nostra sia una guerra contro i nazisti banderovstsy ucraini [seguaci di Stepan Bandera, collaborazionista degli anni Trenta], che sono colpevoli di aver partecipato all’Olocausto degli ebrei”. Il profeta dell’eurasismo spiega che “qualunque siano le nostre opinioni su ebrei e musulmani, è una questione di principio: l’Iran è nostro amico, alleato e fratello, ci ha sostenuto nel momento più difficile, mentre Israele no”. A suo parere “ora diventa più comprensibile anche la logica di Stalin: egli era a favore di Israele finché Israele stava dalla nostra parte, e poi si è messo contro”.

Dugin paventa che l’escalation in Israele possa portare alla conseguenza di una reazione collettiva del mondo arabo, visto che “i palestinesi in questa guerra non hanno alcuna chance, non possono distruggere Israele e neanche infliggergli una sconfitta”. Del resto anche Israele ha poche speranze di riconquistare i territori palestinesi, che stanno all’interno dei suoi confini, né può sterminare fisicamente tutti i cittadini palestinesi. Si attende dunque la reazione dell’Iran, della Turchia, dell’Arabia Saudita, degli altri Stati del Golfo e dell’Egitto, guarda caso tutti più o meno allineati con la Russia. Per questo, conclude l’ideologo, “nel conflitto israeliano-palestinese per la Russia è difficile scegliere da che parte stare, dobbiamo fare molta attenzione al corso degli avvenimenti”, consapevoli che “la multipolarità si sta rafforzando, mentre l’intensità dell’egemonia dell’Occidente collettivo si indebolisce”.

Al di là delle strategie politiche e militari, in Russia riemerge comunque un sentimento antisemita piuttosto radicato, che ha conosciuto varie fasi nella storia passata più antica e recente. Gli ebrei perseguitati in tutta Europa hanno percorso l’itinerario dall’Atlantico fino alle coste del mar Nero tra Russia e Ucraina, in quella zona chiamata la Novorossija, “nuova Russia” in cui furono cacciati per staccarli dai mercati bielorussi, e che costituisce una parte della Malorossija, la “piccola Russia” come viene chiamata l’Ucraina, proprio le terre dell’attuale conflitto “speciale”. C’è quindi un senso contraddittorio di parentela tra russi e israeliani, alimentato da flussi di emigrazione da Mosca a Tel Aviv anche ai tempi sovietici, che fanno di Israele uno dei Paesi più russofoni del mondo, una particolare espressione del “mondo russo”. I padri fondatori dell’Israele moderno, da Ben Gurion a Netanyahu, provengono da famiglie in cui si parla polacco, russo o ucraino, e il russo è familiare perfino ai tassisti arabi di Gerusalemme.

L’ultima fatica letteraria del grande dissidente sovietico e scrittore Aleksandr Solženitsyn, pubblicata nel 2001 pochi anni prima della morte, si intitolava “Duecento anni insieme”, la convivenza tra russi ed ebrei, da lui descritta in due fasi, 1795-1916 e poi negli anni sovietici, 1917-1995. Come egli scriveva nella prefazione, “ho cercato a lungo qualcuno che spiegasse diffusamente e in modo equilibrato questo rapporto così rovente, ma mi sono sempre imbattuto in pareri unilaterali: da una parte la colpa dei russi davanti agli ebrei, con tutte le contumelie contro la degradazione del popolo russo, dall’altra le colpe degli ebrei verso i russi; tutte e due espresse in modo passionale e indiretto, senza nemmeno cercare di vedere che cosa deve essere attribuito agli uni e agli altri come merito”.

Molti accusarono lo stesso Solženitsyn di antisemitismo, e di essersi infilato in un argomento storico molto buio, lontano dalle sue grandi visioni della “Ruota Rossa” in cui aveva cercato di spiegare le ragioni profonde della rivoluzione e dei cambiamenti epocali del Novecento. L’autore di Arcipelago Gulag era certamente poco allineato con i pensieri dominanti di Oriente e Occidente, ma era spesso profetico nelle sue visioni: oggi siamo di nuovo davanti al dilemma, dopo “secoli insieme” e decenni di illusioni, e torniamo alla divisione e alla guerra, di cui non si riescono a comprendere le ragioni.

Hamas non ha mai risparmiato donne e bambini

Hamas non ha risparmiato nemmeno i bambini, nell’eccidio che ha commesso in Israele. Non li ha mai rispettati, né i suoi né quelli del nemico. Ha usato i bambini come terroristi suicidi, indottrinandoli sin da subito. Così come ha usato le donne nei suoi attentati. 

Anna Bono – La Nuova Bussola –  13_10_2023

I militanti di Hamas non hanno risparmiato neanche i bambini. Ne hanno uccisi decine, persino dei neonati, alcuni decapitati. Le notizie che arrivano da Israele in questi giorni suscitano orrore. Apparteniamo a un mondo in cui non si ammette che si possa infierire così su dei bambini. Chi lo fa è un mostro che non ha giustificazioni e che non merita pietà.

Ma dovremmo ormai sapere che invece c’è un mondo in cui l’infanzia non dà diritti né tutele, in cui si possono considerare nemici da abbattere anche i bambini degli avversari, in cui addirittura si concepisce di sacrificare i propri figli: in guerra, mandati a morire, e in pace, uccisi in nome dell’onore famigliare. Quasi ce ne siamo dimenticati, ma quanti bambini sono morti in Israele, straziati dalle esplosioni, all’epoca degli attentati dinamitardi suicidi. Chi più di un bambino poteva passare inosservato i controlli di sicurezza e così ai piccoli palestinesi facevano indossare dei giubbotti pieni di esplosivi, poi li facevano saltare in aria alle fermate degli autobus e sui mezzi di trasporto. Per questo i genitori israeliani non lasciavano viaggiare i figli sugli stessi mezzi e per questo nel 2002 è iniziata la costruzione quella barriera anti-terrorismo che mezzo mondo ha condannato chiamandola “muro dell’apartheid” o “muro della vergogna”, e invece ha salvato la vita di centinaia, forse migliaia di bambini palestinesi e israeliani.

I giovani attentatori palestinesi reclutati da terroristi si chiamavano shahid, martiri testimoni della fede, combattenti della guerra santa, il jihad. “Gli shahid costituiscono la forza fondamentale e vittoriosa del nostro popolo – aveva detto nel 2002 il leader dell’Anp, Yasser Arafat, durante un discorso rivolto a dei bambini – il bimbo che afferra un sasso, che fronteggia un tank, non è il miglior messaggio per il mondo quando quell’eroe diventa shahid?”. I filmati mandati in onda dalla televisione palestinese mostravano bambini eroi che lasciavano mamma, casa e giocattoli per andare a morire, madri di piccoli shahid in lacrime, ma fiere e felici della decisione dei loro figli. I piccoli palestinesi imparavano a scuola, sui libri di testo e dalle parole dei loro insegnanti, che il martirio è glorioso, apre la strada del Paradiso.

Trasformare i bambini in combattenti, educarli all’odio è una gravissima violazione dei loro diritti. L’estrema perversione è trasformarli in strumenti di guerra. I terroristi di Hamas li usano tuttora come scudi umani, li mandano  in avanscoperta lungo i confini con Israele, esposti in prima linea mentre loro restano al sicuro, oltre il raggio d’azione dei militari israeliani. L’esempio è partito dall’Iran, dal regime sciita degli ayatollah. Furono loro a ricuperare l’antica idea del sacrificio di sé come arma di guerra.

Durante il conflitto con l’Iraq, dal 1980-1988, i militari, convincendo le famiglie a cederli o sequestrandoli per strada, hanno arruolato decine di migliaia di bambini e ragazzini e ne hanno fatto degli shahid. A tutti veniva data una chiave dorata di plastica da appendere al collo o da stringere in mano. Si dice che ne avessero acquistate centinaia di migliaia. Se fossero morti, assicuravano ai ragazzi e ai loro genitori, con quella chiave avrebbero aperto la porta del Paradiso.

In questo modo li convincevano al sacrificio di sé, per la causa suprema della vittoria in nome di Allah. Poi li facevano camminare sui campi minati, per renderli sicuri prima del transito delle truppe, oppure marciare contro il nemico, davanti a tutti. Sul fronte opposto, a volte i militari iracheni, sconvolti, abbandonavano le mitragliatrici e fuggivano piuttosto che sparare su dei bambini che avevano l’età dei loro figli.

Hamas però ha usato anche delle donne, delle mamme, per compiere i suoi attentati dinamitardi. Una delle prime mamme palestinesi a farsi esplodere è stata Reem Salah al-Rayashi, nel gennaio del 2004. Aveva 23 anni, apparteneva a una famiglia benestante e laica, residente a Gaza, aveva due bambini, uno di tre anni e uno di 18 mesi. Ha ucciso quattro israeliani al valico di Erez. Quella di Reem in realtà è stata una esecuzione.

La  donna aveva avuto un amante, doveva morire per restituire onore alla sua famiglia. Fu il marito, militante di Hamas, a portarla in auto in prossimità del valico e il suo amante fornì la cintura esplosiva. Con ciò quest’ultimo, anch’esso un comandante di Hamas, potrebbe essersi riscattato, evitando la morte che a seconda dei casi i musulmani infliggono anche al seduttore.

Altre donne invece hanno scelto spontaneamente di diventare shahid. A una di queste, Hanadi Jaradat, 28 anni, che nell’ottobre del 2003 ha provocato una strage ad Haifa nel ristorante Maxim dove era entrata portando un neonato in un passeggino, il cantautore italiano Roberto Vecchioni ha dedicato una canzone, Marika. “Canta Marika canta – dicono i versi – come sei bella l’ora del destino, ora che stringi la dinamite come un figlio in seno… canta Marika canta siamo i tuoi occhi siamo il tuo sorriso, canta che Dio ti guarda che anche sulla terra c’è il paradiso, stringiti forte il fiore che porti sotto il vestito nero”. Il “fiore” è la carica di esplosivo che uccise 21 israeliani, tra cui tre bambini di 11, 4 e 1 anno, e ne ferì 60.

Alle origini della guerra tra Israele e Hamas

Di Paolo Mieli- Corriere della Sera – 14 Ottobre 2023

Lo storico ed editorialista Paolo Mieli, già direttore del Corriere della Sera, analizza la situazione a una settimana dall’attacco di Hamas a Israele: in queste condizioni «predire che lo Stato palestinese sarà pacifico è un’allucinazione»

Il 7 ottobre del 2023 resterà alla storia come il giorno dell’orrore. Le immagini degli oltre duecento giovani fatti a pezzi o rapiti mentre partecipavano a un pacifico rave party, nonché – e dovremmo dire soprattutto – quelle dei quaranta bambini sgozzati a Kfar Aza sono destinate a rimanere impresse nella memoria del mondo intero. Come quelle delle donne e degli uomini costretti a gettarsi dalle Twin Towers l’11 settembre del 2001.

La controversia tra arabi e israeliani prima, palestinesi e israeliani poi data dal 1947 quando l’Onu stabilì che su quella terra dovessero nascere due stati, quello di Israele e quello della Palestina. Israele nacque (nel 1948), mentre le terre destinate ai palestinesi furono occupate dagli Stati arabi confinanti che le trasformarono in basi per le aggressioni contro Israele che si era costituita dopo un lungo conflitto durato fino al ’49. Poi ci fu una seconda guerra, quella di Suez, nel 1956. E al termine della terza guerra, detta “dei sei giorni” Israele occupò i “territori” da cui partivano le spedizioni contro i suoi kibbutz e ogni tanto qualche iniziativa militare più aggressiva. Da allora la posizione di Israele è stata: ve li restituiremo quando vi impegnerete a riconoscerci e a non aggredirci mai più. Sono trascorsi cinquantasei anni e questo impegno non è mai venuto.

In seguito, Israele ha prodotto più volte soprusi a danno dei palestinesi, ha cercato in ogni modo di dividerli, ha impiantato colonie sulle loro terre. Potremmo occupare questo intero fascicolo a descrivere i torti di Israele. Ma è un fatto che appena qualche Stato arabo si è dichiarato disposto a riconoscerne il diritto ad esistere si è fatta la pace. Amos Oz, David Grossman, Abraham Yehoshua, il 7 dicembre 2014 firmano un appello per il riconoscimento della Palestina. Si aggiunsero altri 850 intellettuali. C’era scritto: «Israele dovrebbe riconoscere lo Stato di Palestina e questo dovrebbe riconoscere lo Stato di Israele basato sui confini del 4 giugno 1967». Purtroppo, non c’è stato nessun leader palestinese (eccezion fatta per un’esigua minoranza) a sottoscrivere la seconda parte di quell’appello, cioè l’impegno a riconoscere – e a lasciar vivere in pace – lo Stato d’Israele. Neanche entro i confini del 1967.

Nel 2005, di sua iniziativa, Israele ha lasciato libera la striscia di Gaza. Ha fatto osservare

Francesco Battistini che quello di questi giorni è il settimo conflitto in diciotto anni, cioè da quando la striscia di Gaza fu resa libera e autonoma. Il primo prese il nome di “Piogge estive” (2006) dopo l’uccisione di due miliziani palestinesi e il rapimento del soldato israeliano Gilad Shalit. Shalit rimase prigioniero fino all’ottobre del 2011 allorché, in seguito a un accordo tra Hamas e Israele fu rilasciato in cambio della liberazione di oltre mille palestinesi. Poi, nel 2008, venne l’operazione “Piombo fuso” e nel 2012 fu la volta di “Pilastro di difesa”. Nel 2014 Israele provò a interrompere i rifornimenti tramite tunnel tra Gaza e Egitto con “Linea di protezione”. Trascorsero quindi sette anni di relativa calma e nel 2021 ci furono undici giorni di conflitto. E nel maggio scorso altri cinque giorni. Israele rinunciò a quelle denominazioni enfatiche ma il risultato fu sempre lo stesso: giorni e giorni di conflitto per poi tornare al punto di partenza.

Un’ipotesi assai accreditata e che dietro l’aggressione di questi giorni ci sia l’Iran. E dietro l’Iran in qualche modo la Russia. La diplomazia filo Putin «alla quale ha aderito Netanyahu durante tutti gli anni al potere e che rappresentava un’assicurazione politica agli occhi della Repubblica islamica, soprattutto nello spazio aereo siriano», ha scritto su queste pagine Gilles Kepel, il massimo conoscitore di cose arabe, «si è rivelata fallimentare». Lo «sgretolamento morale di Israele, conseguenza di una coalizione governativa tenuta in ostaggio dai ministri dell’estrema destra, gli attacchi contro la Costituzione, le manifestazioni massicce» e soprattutto «la disobbedienza civile di numerosi riservisti, che si erano rifiutati di addestrarsi come forma di protesta contro la deriva politica», sempre secondo Kepel, sono tutti fattori che hanno contribuito a indebolire il Paese e che la Repubblica islamica ha saputo sfruttare.

E adesso? Purtroppo, ha ammesso sconsolato lo scrittore israeliano Assaf Gavron (assai critico nei confronti di Netanyahu), «la nostra storia è piena di eventi “mai avvenuti prima’”». Intervistato da Giulio Meotti (Il Foglio) Mordechai Kedar, uno dei principali esperti di geopolitica mediorientale, ha azzardato la previsione che lo Stato palestinese a questo punto si potrebbe evolvere in un Hamas-stan. Hamas, ha ricordato, ha vinto le elezioni legislative in Cisgiordania nel 2006 e detiene la maggioranza dei seggi palestinesi fino ad oggi. Poi, a giugno 2007, hanno preso Gaza con la forza. Adesso stanno già pensando a prendere l’intero stato palestinese. Con le elezioni o con la forza. In queste condizioni «predire che lo Stato palestinese sarà pacifico è un’allucinazione ». Speriamo tornino presto i tempi dell’ottimismo.

Cosa è successo nel kibbutz di Kfar Aza, in Israele: 40 bambini tra i 200 morti, «alcuni decapitati». «È come entrare nei lager»

di Francesco Battistini- Corriere della sera – 11 Ottobre 2021

Un viaggio nell’orrore lungo la 234 che costeggia la Striscia: «Siamo all’inizio, vogliono un Medio Oriente senza ebrei». Intorno al luogo del rave non è finita: «I terroristi sono arrivati una seconda volta, molti corpi non riusciamo a recuperarli»

Soldati israeliani spostano i cadaveri dei civili uccisi nel kibbutz di Kfar Azza (Epa)

DAL NOSTRO INVIATO
RE’IM — Marciscono al sole. Ci passano i cani bradi, ad annusarli. Sono rovesciati a faccia in giù nei campi di maggese, buttati sulla scarpata, stracci sul bordo della strada 234. Tre corpi gonfi, viola. Denudati, le mutande abbassate. Un altro più avanti è torto come un tronco seccato, la postura innaturale. E ancora uno, vicino a una Peugeot traforata di spari, i finestrini frantumati. Quanti sono? Undici. No, dodici… Guarda, ce n’è altri due là sopra… Le auto scorrono veloci sulla statale. Qualcuno rallenta e li guarda come vedesse un gatto spiaccicato sull’asfalto. Nessuno che li raccolga, li porti via, li seppellisca. Passa un militare, ma solo per esaminare una sacca nera: «Certo che sono terroristi!…». Sono quelli del rave, che han fatto 260 morti? Il soldato non dà informazioni. Ma perché restano qui? La risposta è negli occhi: che restino a marcire dove sono.

Per arrivare ai kibbutz della morte, al Bataclan degli ulivi, nelle terre conquistate per qualche notte da Hamas, si sorpassano colonne di tank assetati di vendetta, si scruta l’Iron Dome che fa esplodere nel cielo i razzi da Gaza, si va per un’autostrada che si chiama Rabin e un tempo lontanissimo, con quel nome, faceva perfino sperare nella pace. Non ora, non qui. Il quarto giorno, è l’inventario delle stragi. Un Horror Tour lungo la 234 che costeggia la Striscia e in pochi chilometri si fa scia d’immagini mostruose. Prima tappa: Kfar Azza, casette spoglie e vialetti ordinati stile kibbutz anni ’50. Fuori, ci piantavano i girasoli. Dentro, un fetore insopportabile che spira dai body bag messi in fila: duecento morti, e quaranta erano neonati e bambini. Kfar Azza è peggio perfino di Be’eri coi suoi 108 ammazzati. «Una cosa mai vista in vita mia — si stropiccia gli occhi il generale Itai Veruv, che s’aggira per il mattatoio —. M’è venuto in mente Eisenhower, quando entrò nei lager nazisti e vide i corpi ammassati». I soldati trasportano i morti sulle barelle e camminano su un terriccio impregnato di sangue, fra lavatrici ancora piene di bucato e tavole pronte per la colazione, tricicli ribaltati nelle aiuole e caschetti rosa: una tv israeliana parla di bimbi dai 2 ai 5 anni trovati decapitati. Yossi Landau, necroforo di Zaka, conferma di averli visti. Alcune salme sono irriconoscibili e il generale Veruv è incaricato di ricomporle: «Hanno incendiato le case, per costringere la gente a scappar fuori e poi ammazzarla: le cose che si fanno nelle peggiori guerre! Ma questa non è una guerra, questo non è un campo di battaglia. È un massacro».

Si spara ancora. Un camion trascina un tank perforato da un mortaio sulla fiancata e proprio sul numero di matricola: 836687. I pullman scaricano i riservisti pronti al Grande Assedio. E il confine con Gaza sarà anche sigillato, come assicura Tsahal, ma dietro la rotonda di Saad c’è un terrorista abbattuto e col sangue fresco. A Re’im, scavalcati i cadaveri abbandonati sulla 234, il campo del rave è sbarrato al cancello giallo. I soldati vorrebbero aprire, far vedere, ma è meglio di no: intorno si stavano scavando le trincee per preparare l’assedio della Striscia, finché domenica non si sono sentite le nuove mitragliate. «Non è ancora finita», ci dice un ufficiale druso: «I terroristi sono arrivati una seconda volta. E molti corpi dei ragazzi uccisi non riusciamo a recuperarli». Una fonte rivela che per raggiungere gli obbiettivi, sino ai kibbutz e al party, Hamas ha preparato per mesi dei tunnel sotterranei: questo spiegherebbe la rapidità dei terroristi, anche nel dileguarsi. Oltre la rete del free party si vedono sedie di plastica bianca rovesciate, il tavolo delle birre spaccato, tutt’intorno una Ford con le portiere spalancate, un suv nero bloccato nella fuga e col cofano che affonda in un fossato, una moto lasciata in mezzo agli uliveti. Su una pensilina per il bus, i ragazzi delle feste notturne avevano graffitato un vecchio furgone Volkswagen decorato a fiori, di quelli che usava la generazione peace&love: è scrostato e quasi invisibile. «Mi emoziona — dice Gedalya Fendel, 35 anni, medico con kippah e mitra a tracolla, organizzatore della difesa dei kibbutz — vedere che sono venuti ad aiutarci anche molti ebrei laici: nell’emergenza, siamo un popolo unito».

L’ottobre nero di Hamas sta sfondando tutti i record del più lungo dei conflitti: la peggiore mattanza mai vista di civili israeliani, il più grande eccidio islamico d’occidentali dall’11 Settembre , la più pesante rappresaglia israeliana su Gaza, l’esodo più massiccio di gazali dai tempi della Nakba 1948… «È come un pogrom», dice Moshe, 31 anni, in testa il Borsalino nero degli ultraortodossi e una certezza: «Siamo solo all’inizio. Vogliono un Medio Oriente senza ebrei. Oggi attaccano noi, domani tocca a voi europei». Moshe è in coda al supermercato di Netivot e come tutti compra scatolame e acqua per le prossime 72 ore, «il governo dice di prepararci a una lunga guerra»: ci mostra il video postato da Bibi Netanyahu, i due terroristi ammazzati sabato alle porte della città, «viviamo a 12 km da Gaza e siamo abituati a fare scorta di cibo, ma stavolta è diverso». La signora Lea Hadad, cuoca in pensione, abita qui da 32 anni: «È la prima volta che esco di casa da sabato mattina…».

I thailandesi

Chi può, va lontano. Negli hotel del Mar Morto, a Tel Aviv, all’estero. Sulla via Shamir di Sderot, nel deserto d’una città stremata da vent’anni di razzi e scioccata da tre giorni di terrore, due thailandesi ci chiedono un passaggio: lavoravano nei campi, se ne vorrebbero scappare. Alle cinque del pomeriggio, quando Hamas lancia l’ultimatum agli abitanti di Ashkelon, «andatevene o sarà l’inferno!», non c’è in giro nessuno: «Ma non sono scappati — si fa forza Leon Bakman, 40 anni, mentre ramazza i vetri spaccati della sua scuola guida — stanno tutti in casa a pregare. Noi siamo rimasti sempre qui, e qui rimaniamo!». Lui è pronto ad andare a combattere: «Non vedo l’ora». Arrivando fin dove? «Bisogna chiudere la questione di Gaza». Ci sono già quasi mille morti. E quattromila feriti. E in queste ore, per identificare le centinaia di morti per i bombardamenti, negli ospedali della Striscia scrivono i nomi a pennarello sulle pance dei cadaveri…«Noi siamo meglio di loro. E abbiamo avuto fin troppa pazienza. Mi dispiace per i loro bambini. Ma l’hanno fatto anche ai nostri. E la guerra è così».

IMPRESSIONANTI PROFEZIE RIVELATE DALLA MADONNA A TERESA MUSCO

10 Ottobre 1973: “Sta per iniziare una nuova guerra nella terra dove è nato il Salvatore, cioè il Mio amatissimo Figlio e non si fermerà.
Sembra che fanno la pace ma non è vero, PERCHÈ DA LÌ NASCERA’ LA GRANDE GUERRA, DA LÌ VIENE IL GRANDE CASTIGO DAL CIELO E DALLA TERRA”.

Stralci dal libro di Padre Gabriele M. Roschini dal titolo: “Crocifissa col Crocifisso” e dal libro di Padre Antonio Gallo dal titolo: “Studio biografico su Teresa Musco”

13 Giugno 1950: La “Bella Signora” entra, a porta chiusa, nella cameretta di Teresa e le presenta carta e penna dicendo: “Sapessi quanti peccati si commettono nel mondo!… Molti uomini, trafiggono il cuore già tanto lacerato di MIO FIGLIO”. Se gli uomini non si ravvedranno, IL PADRE INFLIGGERÀ AL MONDO UN GRANDE CASTIGO E TUTTO SARÀ DISASTRO.

20 Maggio 1951: “Salvami i sacerdoti dai loro peccati e santificali col Mio Dolore e lavali col Mio Sangue. Vedrai molti cambiamenti nella Mia Chiesa. Cristiani che pregano ne rimarranno pochi, molte anime vanno all’inferno. Pudore, vergogna non ci sarà più per le donne: satana si veste di esse per far cadere molti sacerdoti. Crisi comuni ci saranno nel mondo. I preti, vescovi, cardinali sono tutti disorientati, cercano di aggrapparsi alla politica per aiutarsi, ma ancora una volta sbagliano; il governo cadrà, il Papa passa ore di agonia, alla fine Io sarò lì per condurlo in Paradiso. Una grande guerra succederà. Morti e feriti ce ne saranno tanti. Satana grida la sua vittoria e quello è il momento che: TUTTI VEDRANNO MIO FIGLIO APPARIRE SULLE NUBI e allora giudicherà quanti hanno calpestato il Suo Sangue innocente e divino. E allora il Mio Cuore trionferà.

NOTA: Teresa Musco ricevette questo messaggio all’età di 8 anni.
13 Agosto 1951: “Io sono la Madonna, Maria Immacolata, dal Cuore ferito di lancia e flagellato, alla fine coronato e poi tanto calpestato. Figlia Mia, Io sono qui per dirti che il Padre manderà un grande castigo sull’intero genere umano, nella seconda metà del secolo. Sappi, figlia, che satana regna nei più alti posti. Quando satana giungerà alla sommità della Chiesa, sappiate che allora riuscirà a sedurre gli spiriti dei grandi scienziati e quello sarà il momento che essi intervengono con armi potentissime che è possibile distruggere gran parte dell’umanità. E neanche ora piangono i loro sbagli, perché la preghiera per molti non esiste più, e Dio Padre allora mostrerà ancora una volta la Potenza DEL SUO GRANDE CASTIGO, ma non lo farà ancora, aspetta che loro chiedano realmente perdono. Le spine che vedi attorno al Mio Cuore sono per riparare tanti gravi colpe che si scagliano di continuo verso il Cuore di Mio Figlio. Figlia Mia, chiedo a te d’offrirti per amore di Gesù e per riparare le colpe dei peccatori.
Dal 1972 comincerà il tempo di satana e il tempo delle grandi prove. Figlia, si è in un momento molto delicato, i cardinali si opporranno ai cardinali, i vescovi ai vescovi; fra di loro non c’é amore e tanti figli prediletti si trovano senza amore e sono sbandati, non sanno più come prendere le anime ma non arrivano alla preghiera”.

13 Settembre 1951:
NOTA: Teresa vede Gesù, ha una visione. Non potendo rivelare per iscritto, racconta ciò che vede.
“Raccomando solo ai sacerdoti di STARE ATTENTI AL MOMENTO DELLA CONSACRAZIONE DELLA MESSA, PERCHÉ GESÙ E’ LÌ IN PERSONA E SI IMPRESTA (1) LE MANI, LA BOCCA, LA LINGUA del SACERDOTE. È LÌ ACCANTO A LORO E OSSERVA LA SUA MENSA, IL SUO MISTERO. Questo è quanto posso dire”.
NOTA: (1) Prende in prestito.

30 Settembre 1951: “GRANDI FLAGELLI SONO DIRETTI SULL’ITALIA E SOLO I PARAFULMINI SONO QUELLI CHE CENTRANO IN PIENO IL CUORE DI MIO FIGLIO E QUELLO DEL PADRE, POICHÉ VOI REGGETE (Tratterrete?…) la loro ira e sorreggerete il mondo con i vostri sacrifici”… “Voi sacerdoti non esponete alle tentazioni di disperazione le anime scelte da Me, poiché per voi sarà il fuoco eterno. Molte anime si perdono per causa vostra. Pensate al vostro dovere, perché un giorno piangerete. PENSATE A INCORAGGIARLE, NON A SCORAGGIARLE…”

1 Ottobre 1951: “FIGLIA MIA, SONO PRONTI I FLAGELLI CHE IL PADRE HA DIRETTO SULL’ITALIA E SOLO LE ANIME CHE SI OFFRONO VITTIME POSSONO CENTRARE IN PIENO IL CUORE DI MIO FIGLIO E FERMARE L’IRA DEL PADRE”.

3 Gennaio 1951: “Voglio dirti che il mondo è così cattivo. Sono apparsa nel Portogallo dando messaggi, e NESSUNO MI HA ASCOLTATO, e a Lourdes, alla Salette, ma pochi cuori duri si sono ravveduti. Anche a te voglio dire tante cose che affliggono il Mio Cuore. Voglio parlarti del terzo segreto di Fatima che diedi a Lucia e ti dico che DA TEMPO È STATO LETTO, MA NESSUNO SI È PRONUNCIATO”.

NOTA: La Madonna, di seguito poi predice il pellegrinaggio del Santo Padre Paolo VI a Fatima, ove inviterà tutto il mondo alla preghiera ed alla penitenza. Aggiunge poi che il Papa NON OSERA’ PARLARE DEL SEGRETO, perché è SPAVENTOSO.

“Il mondo cammina verso una grande rovina […] il popolo si sbizzarrisce sempre di più […] FUOCO E FUMO SCONVOLGERA’ IL MONDO LE ACQUE DEGLI OCEANI DIVENTERANNO FUOCO E VAPORE, LA SCHIUMA SI INNALZERA’, SCONVOLGENDO L’EUROPA, E AFFONDERA’ TUTTO IN UNA LAVA DI FUOCO, E MILIONI DI UOMINI E BAMBINI PERIRANNO NEL FUOCO, E I POCHI ELETTI RIMASTI INVIDIERANNO I MORTI, PERCHÈ DA QUALUNQUE PARTE SI VOLGERA’ LO SGUARDO, NON SI VEDRA’ ALTRO CHE SANGUE E MORTI E ROVINE IN TUTTO IL MONDO”. (Diario, pag. 370).
Figlia Mia, offri tutto quello che ti capita di soffrire per i sacerdoti, perché non capiscono più quale sia la volontà di Dio. Quei pochissimi che sono rimasti fedeli a Me, hanno tanta paura di esporsi, e così continueranno a vivere fin quando Mio Figlio deciderà.
La Mia Casa sta percorrendo un brutto momento: quelli che vi comandano si avviano verso le tenebre, perché la comodità che hanno è tanta…danno troppo retta alla carne, e mettono a tacere lo spirito. Io ti raccomando, figlia, prega per loro, che tanto ne hanno bisogno! E se nella tua vita passerà un’ora della giornata senza aver pregato per i figli miei prediletti, sappi che è una giornata perduta nella tua vita!…
“Parla Gesù”: Io sanguinerò per i sacerdoti, lascerò cadere su di loro il Mio Sangue e quello della Mamma Mia adoratissima. Mi basta la fedeltà di uno di loro per far conoscere loro il medicamento divino.
“Parla la Madonna”: Vedrai quanti sacerdoti, figli prediletti del Mio diletto Figlio, CHE RINNEGANO LA PRESENZA DI LUI, MOLTI SI SVESTONO PER ANDARSENE VIA. Sappi, figlia, che ci vogliono molte anime che si offrono vittime per i sacerdoti. Molti di loro si oppongono ai loro vescovi, e molti non ammettono neanche di aver sbagliato. Offri, soffri, prega per loro.

31 Agosto 1953: “Figlia, quanti peccati nel mondo! Mille volte ogni momento crocifiggono Mio Figlio sulla Croce. Il Padre è stanco e pieno d’ira nel vedere il Figlio Suo sempre così trafitto e calpestato da tanti uomini crudeli. Figlia Mia, prega e fà penitenza perché il popolo corre veloce verso un orribile precipizio. Parla hai piccoli affinché preghino, perché le preghiere degli innocenti valgono molto più di quelle delle persone grandi. Solo pregando si può placare l’ira di Dio. E tu, con le tue pene e preghiere, puoi cambiare tanti cuori duri. Prega molto, specie per i figli a Me cari, i sacerdoti, prediletti di Mio Figlio. Voglio un fervore vivo e vero nella preghiera, e non una cosa imparata e detta per abitudine, specie le preghiere davanti a Gesù Sacramentato. Così tu obblighi a tornare da Me tanti e tanti sacerdoti”.

23 Luglio 1973: “Figlia Mia Teresa, sappi che molti sacerdoti, figli Miei prediletti e tanto amati da Me, dicono che Io, Mamma, OSCURO LA GLORIA E L’ONORE DI MIO FIGLIO…
Oh, poveri figli Miei insensati!… Quanto sono ciechi!… Come si sono fatti prendere dal demonio!… A quanta cecità sono giunti per non aver ascoltato né Gesù né Me. Ma Io sono pronta ad accoglierli fra le Mie braccia, perdonando loro ogni offesa”. (Diario pag. 2227)
“DICONO CHE IO OSCURO LA GLORIA E L’ONORE DI MIO FIGLIO!… MA NON SONO IO STATA CREATA PER SERVIRE MIO FIGLIO? Non mi ha dato a voi tutti, ai piedi della Sua croce?… Ed ora sono Io che oscuro il culto a Gesù?… Poveri figli Miei, quanto sono insensati, quanto son ciechi!… E come il demonio si serve proprio di loro, figli prediletti: li ha saputi prendere, raggirandoli come ha voluto…
Vi siete lasciati condurre, da soli, per mano, da satana… E voi, figli a Me cari, VOLETE ARRIVARE A CANCELLARMI DAI CUORI DELLE CREATURE.
Di a tutti che Io ho bisogno di sacerdoti umili e coraggiosi, pronti ad essere ammazzati, derisi e calpestati, perdere la propria vita, il proprio sangue, affinché per mezzo di loro Io possa risplendere nella Chiesa dopo la grande purificazione”.
“TANTI SCIENZIATI STANNO INVENTANDO ARMI CON LE QUALI SARA’ POSSIBILE DISTRUGGERE, IN POCHI ATTIMI, GRAN PARTE DELL’UMANITÀ’… DIO CASTIGHERA’ L’UMANITÀ’ CON MAGGIORE SEVERITA’ CHE NON ABBIA FATTO COL DILUVIO. Se tutto dovesse procedere come ora, e se l’umanità non si convertirà, vedrete come i gradi e i potenti, i piccoli e i deboli periranno insieme. (1)
NOTA: (1) Qui a Teresa in visione in breve, gli viene mostrata una sanguinosa guerra che dovrà venire.

10 Ottobre 1973: “Sta per iniziare una nuova guerra nella terra dove è nato il Salvatore, cioè il Mio amatissimo Figlio e non si fermerà.
Sembra che fanno la pace ma non è vero, PERCHÈ DA LÌ NASCERA’ LA GRANDE GUERRA, DA LÌ VIENE IL GRANDE CASTIGO DAL CIELO E DALLA TERRA”.

13 Ottobre 1973:”Il Mio grande dolore è nel vedere che molti miei figli prediletti si danno addirittura al diavolo rinnegando Mio Figlio. Sai figlia Mia, celebrano le Messe con la particola già consacrata, la oltraggiano, la sputano, facendo tante ingratitudini.

15 Settembre 1974: (Durante questo messaggio in casa di Teresa cominciano a piangere lacrime di sangue quadri, statuette ed immagini sacre).
“Figlia Mia, queste Mie lacrime inietteranno un risveglio nel cuore di tante anime che vogliono essere fredde e di tante altre che non hanno volontà. Ma per coloro che non pregano e dicono che la preghiera è fanatismo, sappi, figlia Mia, che per loro queste lacrime, se non si ravvedono, saranno la condanna”.
“Figlia Mia, il mondo va in rovina. Mio Figlio ha deciso che se gli uomini continueranno ad odiarsi così, Egli distruggerà l’odio e il mondo.

2 Novembre 1975: (Parla Gesù) “LA GUERRA TRA I POPOLI È COMINCIATA E NON FINISCE PIU’ FIN QUANDO SI SONO DISTRUTTI L’UN L’ALTRO”.
ESSI MI HANNO RESPINTO, SCACCIATO DALLA LORO VITA: NON MI RESTA CHE ATTENDERE ED ESSERE SPETTATORE, VEDERE FINO A CHE PUNTO ARRIVINO. L’ORA È GRAVE, GRAVE IL PERICOLO.

14 Febbraio 1976: (Parla la Madonna) “VEDRAI UNA GRANDE RIVOLUZIONE NELLA MIA CASA: I COMUNISTI AL POTERE, E NELLA MIA CASA A ROMA, GIA’ CI SONO, ma si manifesteranno solo quando possono comandare liberamente, senza ostacoli, ALLORA CI SARA’ LO SPARGIMENTO DI SANGUE INNOCENTE”.
“IN VATICANO GIA’ CI SONO AL POTERE I COMUNISTI, ASPETTANO L’ORA E IL TEMPO GIUSTO… Figlia Mia, ho scelto te misera e povera perchè tu Mi capisci, i dotti ed i sapienti non potranno mai capire il Mio linguaggio, fin quando non vengono in ginocchio con animo contrito”.

Fonte: mariadinazareth.it

PS. Padre Roschini era una personalità indiscussa della materia. Filosofo e teologo di fama internazionale, autore di innumerevoli pubblicazioni scientifiche, professore della Pontificia Facoltà Teologica di Roma, esperto al Concilio Vaticano II, per 27 anni consultore della Sacra Congregazione dei Santi, mai si sarebbe messo a sostenere quella vicenda se non avesse avuto la certezza assoluta di trovarsi di fronte a una vicenda di grandissima importanza.  Nessuna però può paragonarsi alla vita e ai fenomeni straordinari di Teresa Musco. Essi rappresentano il più grande complesso di fenomeni mistici di ogni tempo e luogo». Giudizio straordinario. Da allora sono passati tanti anni. Di Teresa si è parlato e scritto poco. Ma so che in questi anni il fenomeno Musco è stato soppesato e valutato meticolosamente, e dovrebbe, ora, riemergere in tutto il suo stupefacente splendore”.

BEATA VERGINE MARIA DEL ROSARIO

Il Rosario aveva conosciuto uno straordinario impulso già nel XIII secolo grazie ai domenicani. Le apparizioni di Fatima hanno poi fatto aumentare la consapevolezza sull’importanza del Rosario nel disegno salvifico di Dio, come arma contro Satana.

 

Il 7 ottobre 1571, nelle acque greche di Lepanto, la flotta musulmana dell’Impero Ottomano si scontrò con la flotta cristiana della Lega Santa, che riuniva le repubbliche di Venezia e Genova, lo Stato Pontificio, l’Impero spagnolo, i maggiori ducati italiani e i Cavalieri di Malta. Lo stendardo della Lega Santa, benedetto prima della partenza da san Pio V, raffigurava il Crocifisso tra gli apostoli Pietro e Paolo, sormontato dal motto In hoc signo vinces. Fu l’unico simbolo a sventolare nello schieramento cristiano, assieme a un’immagine della Madonna con la scritta Sancta Maria succurre miseris, mentre il vessillo della flotta turca riportava migliaia di volte il nome di Allah. Prima della battaglia, i cristiani recitarono il Rosario e chiesero l’intercessione di Maria.

Quel 7 ottobre segnò la prima grande vittoria di un’armata cristiana dell’Europa – allora consapevole delle proprie radici e della necessità di difenderle – contro l’Impero ottomano e il suo espansionismo che aveva già islamizzato molti territori. I messaggeri informarono Roma solo 23 giorni dopo, ma il giorno stesso della battaglia san Pio V aveva avuto una visione e ordinato: «Sono le 12, suonate le campane, abbiamo vinto a Lepanto per intercessione della Vergine Santissima». Così nacque la festa di Santa Maria della Vittoria, chiamata poi Madonna del Rosario, fino alla denominazione attuale che nasce dalla riforma del calendario del 1969. Nel 1883, intanto, Leone XIII aveva «consacrato e dedicato alla celeste Vergine del Rosario» tutto ottobre, incoraggiando la recita quotidiana dell’orazione per l’intero mese.

Il Rosario aveva conosciuto uno straordinario impulso già nel XIII secolo grazie ai domenicani (san Domenico, che aveva pregato per capire come sconfiggere l’eresia catara, vide la Vergine che gli consegnava la coroncina) e alle varie confraternite nate proprio con lo scopo di diffondere questa preghiera, che pure nei secoli precedenti stava pian piano prendendo forma. Le apparizioni di Fatima hanno poi fatto aumentare la consapevolezza sull’importanza del Rosario nel disegno salvifico di Dio, come arma contro Satana. La Madonna ne raccomandò ai pastorelli la recita quotidiana già nella prima apparizione del 13 maggio 1917, «per ottenere la pace nel mondo e la fine della guerra».

Suor Lucia ne spiegò ulteriormente la potenza in un’intervista con padre Fuentes: «La Santissima Vergine ha voluto dare, in questi ultimi tempi in cui viviamo, una nuova efficacia alla recita del Santo Rosario. Ella ha talmente rinforzato la sua efficacia che non esiste problema, per quanto difficile, di natura materiale o specialmente spirituale, nella vita privata di ognuno di noi o in quella delle nostre famiglie, delle famiglie di tutto il mondo, delle comunità religiose o addirittura nella vita dei popoli e delle nazioni, che non possa essere risolto dalla preghiera del Santo Rosario. Non c’è problema, vi dico, per quanto difficile, che non possa essere risolto dalla recita del Santo Rosario. Con il Santo Rosario ci salveremo, ci santificheremo, consoleremo Nostro Signore e otterremo la salvezza di molte anime».

(Ermes Dovico – la Nuova Bussola – 7 Ottobre 2023)

Mattarella a Porto, sostenere l’Ucraina o rischio di un nuovo conflitto mondiale

di Francesco Battistini- Corriere della Sera 6 Ottobre 2023

L’auspicio del capo dello Stato, in Portogallo con 15 omologhi europei: arrivare a una pace giusta e non effimera

PORTO (Portogallo) – Una pace giusta e non effimera. A poche ore dalla strage di Kharkivi, a pochi giorni dal Consiglio dei ministri Ue che s’è tenuto a Kiev, nel pieno del dibatti (in Europa come in America) sulla necessità di continuare ad armare Zelensky, ecco che dalle rive del Douro arrivano spunti dal vertice annuale del Gruppo Arraiolos, i sedici capi di Stato “uniti per l’Europa” che in un panel a porte chiuse parlano del conflitto.

A esprimere un “auspicio” è il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che nel suo intervento ha ribadito come l’Ue abbia reagito compatta e fedele ai suoi valori: è stata assicurata assistenza militare all’Ucraina, assieme a notevoli risorse finanziarie, nella prospettiva d’una ricostruzione. Mattarella riceve le congratulazioni per questo 6 ottobre che, nel suo mandato, non è una data qualsiasi: proprio oggi – 3.167 giorni, nove anni – diventa l’inquilino del Quirinale più longevo nella storia repubblicana e supera il record di Giorgio Napolitano (3.166 giorni).

Non c’è spazio per troppe celebrazioni, però, e a metà mattina ci si mette al lavoro sul dossier più urgente, quello della guerra. La solidarietà va bene, hanno detto i capi di Stato riuniti, dal bulgaro Radev al polacco Duda, passando per rappresentanti di Paesi meno disponibili come l’Ungheria o la Slovacchia. E il sostegno militare e politico a Zelensky rimane necessario, dice Mattarella, altrimenti si rischierebbe un nuovo conflitto mondiale: assisteremmo a una deriva di aggressioni ad altri Paesi ai confini con la Russia e questo – un po’ come già accadde nel ’38 e nel ’39 – condurrebbe a uno scontro totale e devastante.

Al Palacio do Freixo, stile barocco italiano, affreschi illusionistici, non ci s’illude: è motivo di tristezza vedere tante vite stroncate, è il pensiero del presidente italiano, assistere a tanta distruzione e a un’immane quantità di risorse bruciate in armamenti, ma al momento non c’è altra via. E quanto sta facendo l’Europa, dice, serve a tutelare la pace mondiale.

Fino a quando? L’ “auspicio” di Mattarella è naturalmente che tutti questi sforzi creino quanto prima le condizioni per intraprendere un processo di pace. Ma una pace che sia giusta e non effimera, che non cancelli le ragioni e tenga conto anche dei torti.

Il Papa risponde ai Dubia di cinque cardinali

I cardinali Brandmüller, Burke, Sandoval Íñiguez, Sarah e Zen Ze-kiun hanno presentato al Papa 5 domande con la richiesta di un chiarimento su alcune questioni relative alla interpretazione della Divina Rivelazione, sulla benedizione delle unioni con persone dello stesso sesso, sulla sinodalità come dimensione costitutiva della Chiesa, sulla ordinazione sacerdotale delle donne e sul pentimento come condizione necessaria per l’assoluzione sacramentale

Vatican News 2 Ottobre 2023

Papa Francesco ha risposto a 5 Dubia che gli avevano fatto pervenire nel luglio scorso i cardinali Walter Brandmüller e Raymond Leo Burke con l’appoggio di altri tre cardinali, Juan Sandoval Íñiguez, Robert Sarah e Joseph Zen Ze-kiun. Le domande dei porporati, in italiano, e le risposte del Papa, in spagnolo, sono state pubblicate oggi sul sito del Dicastero per la Dottrina della Fede. Di seguito il testo con una nostra traduzione in italiano delle risposte del Papa:

1) Dubium circa l’affermazione che si debba reinterpretare la Divina Rivelazione in base ai cambiamenti culturali e antropologici in voga.

Dopo le affermazioni di alcuni vescovi, che non sono state né corrette né ritrattate, si chiede se nella Chiesa la Divina Rivelazione debba essere reinterpretata secondo i cambiamenti culturali del nostro tempo e secondo la nuova visione antropologica che questi cambiamenti promuovono; oppure se la Divina Rivelazione sia vincolante per sempre, immutabile e quindi da non contraddire, secondo il dettato del Concilio Vaticano II, che a Dio che rivela è dovuta “l’obbedienza della fede”(Dei Verbum 5); che quanto è rivelato per la salvezza di tutti deve rimanere “per sempre integro” e vivo, e venire “trasmesso a tutte le generazioni” (7) e che il progresso della comprensione non implica alcun mutamento della verità delle cose e delle parole, perché la fede è stata “trasmessa una volta per sempre” (8), e il Magistero non è superiore alla parola di Dio, ma insegna solo ciò che è stato trasmesso (10).

Risposte di Papa Francesco

Cari fratelli,

benché non sempre mi sembri prudente rispondere alle domande rivoltemi direttamente, e sarebbe impossibile rispondere a tutte, in questo caso ho ritenuto opportuno farlo data la vicinanza del Sinodo.

Risposta alla prima domanda

a) La risposta dipende dal significato che attribuite alla parola “reinterpretare”. Se è intesa come “interpretare meglio”, l’espressione è valida. In questo senso, il Concilio Vaticano II affermò che è necessario che, con il lavoro degli esegeti – e aggiungo, dei teologi – “maturi il giudizio della Chiesa” (Concilio Ecumenico Vaticano II, Costituzione dogmatica Dei Verbum, 12).

b) Pertanto, se è vero che la divina Rivelazione è immutabile e sempre vincolante, la Chiesa deve essere umile e riconoscere di non esaurire mai la sua insondabile ricchezza e di avere bisogno di crescere nella sua comprensione.

c) Di conseguenza, cresce anche nella comprensione di ciò che essa stessa ha affermato nel suo Magistero.

d) I cambiamenti culturali e le nuove sfide della storia non modificano la Rivelazione, ma possono stimolarci a esprimere meglio alcuni aspetti della sua traboccante ricchezza che offre sempre di più.

e) È inevitabile che ciò possa portare a una migliore espressione di alcune affermazioni passate del Magistero, ed è infatti successo così lungo la storia.

f) D’altra parte, è vero che il Magistero non è superiore alla Parola di Dio, ma è anche vero che sia i testi delle Scritture che le testimonianze della Tradizione necessitano di un’interpretazione che permetta di distinguere la loro sostanza perenne dai condizionamenti culturali. Questo è evidente, ad esempio, nei testi biblici (come Esodo 21, 20-21) e in alcuni interventi magisteriali che tolleravano la schiavitù (Cfr. Niccolò V, Bolla Dum Diversas, 1452). Non è un argomento secondario dato il suo intimo legame con la verità perenne della dignità inalienabile della persona umana. Questi testi hanno bisogno di un’interpretazione. Lo stesso vale per alcune considerazioni del Nuovo Testamento sulle donne (1 Corinzi 11, 3-10; 1 Timoteo 2, 11-14) e per altri testi delle Scritture e testimonianze della Tradizione che oggi non possono essere ripetuti così come sono.

g) È importante sottolineare che ciò che non può cambiare è ciò che è stato rivelato “per la salvezza di tutti” (Concilio Ecumenico Vaticano II, Costituzione dogmatica Dei Verbum, 7). Perciò la Chiesa deve discernere costantemente ciò che è essenziale per la salvezza e ciò che è secondario o è meno direttamente connesso a questo obiettivo. Mi interessa ricordare ciò che San Tommaso d’Aquino affermava: “quanto più si scende ai particolari, tanto più aumenta l’indeterminatezza” (Summa Theologiae 1-1 1, q. 94, art. 4).

h) Infine, una sola formulazione di una verità non potrà mai essere adeguatamente compresa se viene presentata solitaria, isolata dal ricco e armonioso contesto dell’intera Rivelazione. La “gerarchia delle verità” implica anche collocare ciascuna di esse in adeguata connessione con le verità più centrali e con l’insieme dell’insegnamento della Chiesa. Ciò può infine portare a diversi modi di esporre la stessa dottrina, anche se “a quanti sognano una dottrina monolitica difesa da tutti senza sfumature, ciò può sembrare un’imperfetta dispersione. Ma la realtà è che tale varietà aiuta a manifestare e a sviluppare meglio i diversi aspetti dell’inesauribile ricchezza del Vangelo (Evangelii gaudium, 40). Ogni corrente teologica ha i suoi rischi, ma anche le sue opportunità.

2) Dubium circa l’affermazione che la diffusa pratica della benedizione delle unioni con persone dello stesso sesso, concorderebbe con la Rivelazione e il Magistero (CCC 2357).

Secondo la Divina Rivelazione, attestata nella Sacra Scrittura, che la Chiesa “per divino mandato e con l’assistenza dello Spirito Santo piamente ascolta, santamente custodisce e fedelmente espone” (Dei Verbum 10): “In principio” Dio creò l’uomo a sua immagine, maschio e femmina li creò e li benedisse, perché fossero fecondi (cfr Gen l, 27-28), per cui l’Apostolo Paolo insegna che negare la differenza sessuale è la conseguenza della negazione del Creatore (Rom l, 24-32). Si chiede: può la Chiesa derogare a questo “principio”, considerandolo, in contrasto con quanto insegnato da Veritatis splendor 103, come un semplice ideale, e accettando come “bene possibile” situazioni oggettivamente peccaminose, come le unioni con persone dello stesso sesso, senza venir meno alla dottrina rivelata?

Risposta di Papa Francesco alla seconda domanda

a) La Chiesa ha una concezione molto chiara del matrimonio: un’unione esclusiva, stabile e indissolubile tra un uomo e una donna, naturalmente aperta a generare figli. Solo a questa unione si può chiamare “matrimonio”. Altre forme di unione lo realizzano solo “in modo parziale e analogico” (Amoris laetitia 292), per cui non possono essere chiamate strettamente “matrimonio”.

b) Non è solo una questione di nomi, ma la realtà che chiamiamo matrimonio ha una costituzione essenziale unica che richiede un nome esclusivo, non applicabile ad altre realtà. Senza dubbio è molto di più di un mero “ideale”.

c) Per questa ragione, la Chiesa evita qualsiasi tipo di rito o sacramentale che possa contraddire questa convinzione e far intendere che si riconosca come matrimonio qualcosa che non lo è.

d) Tuttavia, nel rapporto con le persone, non si deve perdere la carità pastorale, che deve permeare tutte le nostre decisioni e atteggiamenti. La difesa della verità oggettiva non è l’unica espressione di questa carità, che è anche fatta di gentilezza, pazienza, comprensione, tenerezza e incoraggiamento. Pertanto, non possiamo essere giudici che solo negano, respingono, escludono.

e) Pertanto, la prudenza pastorale deve discernere adeguatamente se ci sono forme di benedizione, richieste da una o più persone, che non trasmettano un concetto errato del matrimonio. Perché quando si chiede una benedizione, si sta esprimendo una richiesta di aiuto a Dio, una supplica per poter vivere meglio, una fiducia in un Padre che può aiutarci a vivere meglio.

f) D’altra parte, sebbene ci siano situazioni che dal punto di vista oggettivo non sono moralmente accettabili, la stessa carità pastorale ci impone di non trattare semplicemente come “peccatori” altre persone la cui colpa o responsabilità può essere attenuata da vari fattori che influenzano l’imputabilità soggettiva (Cfr. san Giovanni Paolo II, Reconciliatio et Paenitentia, 17).

g) Le decisioni che, in determinate circostanze, possono far parte della prudenza pastorale, non devono necessariamente diventare una norma. Cioè, non è opportuno che una Diocesi, una Conferenza Episcopale o qualsiasi altra struttura ecclesiale abiliti costantemente e ufficialmente procedure o riti per ogni tipo di questione, poiché tutto “ciò che fa parte di un discernimento pratico davanti ad una situazione particolare non può essere elevato al livello di una norma”, perché questo “darebbe luogo a una casuistica insopportabile” (Amoris laetitia 304). Il Diritto Canonico non deve né può coprire tutto, e nemmeno le Conferenze Episcopali con i loro documenti e protocolli variati dovrebbero pretenderlo, poiché la vita della Chiesa scorre attraverso molti canali oltre a quelli normativi.

3) Dubium circa l’affermazione che la sinodalità è “dimensione costitutiva della Chiesa” (Cost.Ap. Episcopalis Communio 6), sì che la Chiesa sarebbe per sua natura sinodale.

Dato che il Sinodo dei vescovi non rappresenta il collegio episcopale, ma è un mero organo consultivo del Papa, in quanto i vescovi, come testimoni della fede, non possono delegare la loro confessione della verità, si chiede se la sinodalità può essere criterio regolativo supremo del governo permanente della Chiesa senza stravolgere il suo assetto costitutivo voluto dal suo Fondatore, per cui la suprema e piena autorità della Chiesa viene esercitata, sia dal Papa in forza del suo ufficio, sia dal collegio dei vescovi insieme col suo capo il Romano Pontefice (Lumen gentium 22).

Risposta di Papa Francesco alla terza domanda

a) Sebbene riconosciate che l’autorità suprema e piena della Chiesa sia esercitata sia dal Papa a motivo del suo ufficio, sia dal collegio dei vescovi insieme al loro Capo, il Romano Pontefice (Cfr. Concilio Ecumenico Vaticano II, Costituzione dogmatica Lumen gentium, 22), con queste domande stesse manifestate il vostro bisogno di partecipare, di esprimere liberamente il vostro parere e di collaborare, chiedendo così una forma di “sinodalità” nell’esercizio del mio ministero.

b) La Chiesa è un “mistero di comunione missionaria”, ma questa comunione non è solo affettiva o eterea, bensì implica necessariamente una partecipazione reale: non solo la gerarchia, ma tutto il Popolo di Dio in modi diversi e a diversi livelli può far sentire la propria voce e sentirsi parte del cammino della Chiesa. In questo senso possiamo dire che la sinodalità, come stile e dinamismo, è una dimensione essenziale della vita della Chiesa. Su questo punto ha detto cose molto belle san Giovanni Paolo II nella Novo millennio ineunte.

c) Altra cosa è sacralizzare o imporre una determinata metodologia sinodale che piace a un gruppo, trasformarla in norma e percorso obbligatorio per tutti, perché ciò porterebbe solo a “congelare” il cammino sinodale ignorando le diverse caratteristiche delle diverse Chiese particolari e la variegata ricchezza della Chiesa universale.

4) Dubium circa il sostegno di pastori e teologi alla teoria che “la teologia della Chiesa è cambiata” e quindi che l’ordinazione sacerdotale possa essere conferita alle donne.

In seguito alle affermazioni di alcuni prelati, che non sono state né corrette né ritrattate, secondo cui col Vaticano II sarebbe cambiata la teologia della Chiesa e il significato della Messa, si chiede se è ancora valido il dettato del Concilio Vaticano II, che “il sacerdozio comune dei fedeli e quello ministeriale differiscono essenzialmente e non solo di grado” (Lumen Gentium IO) e che i presbiteri in virtù del “sacro potere dell’ordine per offrire il sacrificio e perdonare i peccati” (Presbyterorum Ordinis 2), agiscono in nome e nella persona di Cristo mediatore, per mezzo del quale è reso perfetto il sacrificio spirituale dei fedeli? Si chiede, inoltre, se è ancora valido l’insegnamento della lettera apostolica di san Giovanni Paolo II Ordinatio Sacerdotalis, che insegna come verità da tenere in modo definitivo l’impossibilità di conferire l’ordinazione sacerdotale alle donne, per cui questo insegnamento non è più soggetto a cambiamento né alla libera discussione dei pastori o dei teologi.

Risposta di Papa Francesco alla quarta domanda

a) “Il sacerdozio comune dei fedeli e il sacerdozio ministeriale differiscono essenzialmente” (Concilio Ecumenico Vaticano II, Costituzione dogmatica Lumen gentium, 10). Non è opportuno sostenere una differenza di grado che implichi considerare il sacerdozio comune dei fedeli come qualcosa di “seconda categoria” o di minor valore (“un grado più basso”). Entrambe le forme di sacerdozio si illuminano e si sostengono reciprocamente.

b) Quando san Giovanni Paolo II insegnò che bisogna affermare “in modo definitivo” l’impossibilità di conferire l’ordinazione sacerdotale alle donne, in nessun modo stava denigrando le donne e conferendo un potere supremo agli uomini. San Giovanni Paolo II affermò anche altre cose. Ad esempio, che quando parliamo della potestà sacerdotale “siamo nell’ambito della funzione, non della dignità e della santità”. (san Giovanni Paolo II, Christifideles laici, 51). Sono parole che non abbiamo accolto a sufficienza. Affermò anche chiaramente che sebbene solo il sacerdote presieda l’Eucaristia, i compiti “non danno luogo alla superiorità di alcuni sugli altri” (san Giovanni Paolo II, Christifideles laici, nota 190; Cfr. Congregazione per la Dottrina della Fede, Dichiarazione Inter Insigniores, VI). Affermò anche che se la funzione sacerdotale è “gerarchica”, non deve essere intesa come una forma di dominio, ma “è totalmente ordinata alla santità delle membra di Cristo” (san Giovanni Paolo II, Mulieris dignitatem, 27). Se questo non viene compreso e non si traggono le conseguenze pratiche di queste distinzioni, sarà difficile accettare che il sacerdozio sia riservato solo agli uomini e non potremo riconoscere i diritti delle donne o la necessità che esse partecipino, in vari modi, alla guida della Chiesa.

c) D’altra parte, per essere rigorosi, riconosciamo che non è stata ancora sviluppata esaustivamente una dottrina chiara e autorevole sulla natura esatta di una “dichiarazione definitiva”. Non è una definizione dogmatica, eppure deve essere accettata da tutti. Nessuno può contraddirla pubblicamente e tuttavia può essere oggetto di studio, come nel caso della validità delle ordinazioni nella Comunione anglicana.

5) Dubium circa l’affermazione “il perdono è un diritto umano” e l’insistere del Santo Padre sul dovere di assolvere tutti e sempre, per cui il pentimento non sarebbe condizione necessaria per l’assoluzione sacramentale.

Si chiede se sia ancora vigente l’insegnamento del Concilio di Trento, secondo cui, per la validità della confessione sacramentale è necessaria la contrizione del penitente, che consiste nel detestare il peccato commesso con il proposito di non peccare più (Sessione XIV, Capitolo IV: DH 1676), cosicché il sacerdote deve rimandare l’assoluzione quando sia chiaro che questa condizione non è adempiuta.

Risposta di Papa Francesco alla quinta domanda

a) Il pentimento è necessario per la validità dell’assoluzione sacramentale e implica l’intenzione di non peccare. Ma qui non c’è matematica e devo ricordare ancora una volta che il confessionale non è una dogana. Non siamo padroni, ma umili amministratori dei Sacramenti che nutrono i fedeli, perché questi doni del Signore, più che reliquie da custodire, sono aiuti dello Spirito Santo per la vita delle persone.

b) Ci sono molti modi di esprimere il pentimento. Spesso, nelle persone che hanno l’autostima molto ferita, dichiararsi colpevoli è una tortura crudele, ma il solo atto di avvicinarsi alla confessione è un’espressione simbolica di pentimento e di ricerca dell’aiuto divino.

c) Voglio anche ricordare che “a volte ci costa molto dare spazio nella pastorale all’amore incondizionato di Dio” (Amoris laetitia 311), ma si deve imparare. Seguendo san Giovanni Paolo II, sostengo che non dobbiamo richiedere ai fedeli propositi di correzione troppo precisi e sicuri, che alla fine finiscono per essere astratti o addirittura narcisisti, ma anche la prevedibilità di una nuova caduta “non pregiudica l’autenticità del proposito” (san Giovanni Paolo II, Lettera al Card. William W. Baum e ai partecipanti al corso annuale della Penitenzieria Apostolica, 22 marzo 1996, 5).

d) Infine, deve essere chiaro che tutte le condizioni che di solito si pongono nella confessione generalmente non sono applicabili quando la persona si trova in una situazione di agonia o con le sue capacità mentali e psichiche molto limitate

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