"VI SUPPLICO: CONVERTITEVI!" (REGINA DELLA PACE-MEDJUGORJE)

Categoria: TESTI E DOCUMENTI Pagina 124 di 156

Parolin: «La prima condizione per la pace in Ucraina è mettere fine all’aggressione»

di Gian Guido Vecchi Corriere della Sera 12 Marzo 2024

Il cardinale più stretto collaboratore del Papa spiega le parole di Francesco sul conflitto: ovvio che tocchi a Mosca il primo passo

CITTÀ DEL VATICANO — È «ovvio» che creare le condizioni di un negoziato spetti a entrambe le parti in conflitto, Russia e Ucraina, che la «prima condizione» sia di «mettere fine all’aggressione» e a cessare il fuoco debbano essere «innanzitutto gli aggressori», cioè Mosca. Il cardinale Pietro Parolin, 69 anni, Segretario di Stato vaticano, è il collaboratore più stretto del Papa e guida la diplomazia della Santa Sede. Chiaro che ne abbia parlato con Francesco, dopo le polemiche planetarie seguite all’intervista nella quale il Pontefice, alla radiotelevisione svizzera, in risposta a una domanda sull’Ucraina e il «coraggio della bandiera bianca», aveva detto che bisognava avere quel coraggio nel senso di «negoziare».

Eminenza, pare evidente che il Papa chieda un negoziato e non una resa. Ma perché rivolgersi solo a una delle due parti, l’Ucraina e non la Russia? Ed evocare la «sconfitta» dell’aggredito, come motivazione per il negoziato, non rischia di essere controproducente?
«Come ricordato dal direttore della sala stampa vaticana, citando le parole del Santo Padre del 25 febbraio scorso, l’appello del Pontefice è che “si creino le condizioni per una soluzione diplomatica alla ricerca di una pace giusta e duratura”. In tal senso è ovvio che la creazione di tali condizioni non spetta solo ad una delle parti, bensì ad entrambe, e la prima condizione mi pare sia proprio quella di mettere fine all’aggressione. Non bisogna mai dimenticare il contesto e, in questo caso, la domanda che è stata rivolta al Papa, il quale, in risposta, ha parlato del negoziato e, in particolare, del coraggio del negoziato, che non è mai una resa. La Santa Sede persegue questa linea e continua a chiedere il “cessate il fuoco” — e a cessare il fuoco dovrebbero essere innanzitutto gli aggressori — e quindi l’apertura di trattative. Il Santo Padre spiega che negoziare non è debolezza, ma è forza. Non è resa, ma è coraggio. E ci dice che dobbiamo avere una maggiore considerazione per la vita umana, per le centinaia di migliaia di vite umane che sono state sacrificate in questa guerra nel cuore dell’Europa. Sono parole che valgono per l’Ucraina come per la Terra Santa e per gli altri conflitti che insanguinano il mondo».

Ci sono ancora possibilità di arrivare ad una soluzione diplomatica?
«Trattandosi di decisioni che dipendono dalla volontà umana, rimane sempre la possibilità di arrivare a una soluzione diplomatica. La guerra scatenata contro l’Ucraina non è l’effetto di una calamità naturale incontrollabile ma della sola libertà umana, e la stessa volontà umana che ha causato questa tragedia ha anche la possibilità e la responsabilità di intraprendere passi per mettervi fine e aprire la strada a una soluzione diplomatica».

La preoccupazione della Santa Sede è una escalation? Lei stesso ne parlava dicendo che «fa paura» l’ipotesi di un coinvolgimento dei Paesi occidentali.
«La Santa Sede è preoccupata per il rischio di un allargamento della guerra. L’innalzamento del livello del conflitto, l’esplodere di nuovi scontri armati, la corsa al riarmo sono segnali drammatici e inquietanti in questo senso. L’allargamento della guerra significa nuove sofferenze, nuovi lutti, nuove vittime, nuove distruzioni, che si aggiungono a quelli che il popolo ucraino, soprattutto bambini, donne, anziani e civili, vive nella propria carne, pagando il prezzo troppo caro di questa guerra ingiusta».

Francesco ha parlato anche del conflitto israelo-palestinese, evocando la «responsabilità» dei contendenti. Che cosa hanno in comune le due situazioni?
«Le due situazioni hanno certamente in comune il fatto che si sono pericolosamente allargate oltre ogni limite accettabile, che non si riesce a risolverle, che hanno dei riflessi in diversi Paesi, e che non possono trovare una soluzione senza un negoziato serio. Mi preoccupa l’odio che stanno generando. Quando mai si potranno rimarginare ferite così profonde?»

Sempre in tema di escalation: il Papa ha parlato più volte del pericolo di un conflitto nucleare, «basta un incidente», è questa la paura di fondo della Santa Sede? Un «incidente» come a Sarajevo nel ’14?
«Il rischio di una fatale “deriva” nucleare non è assente. Basta vedere la regolarità con la quale certi rappresentanti governativi ricorrono a tale minaccia. Non posso che sperare che si tratti di una propaganda strategica e non di un “avvertimento” di un fatto realmente possibile. Quanto alla “paura di fondo” della Santa Sede, credo che essa sia piuttosto quella che i vari attori di questa tragica situazione arrivino a chiudersi ancora di più nei propri interessi, non facendo ciò che possono per arrivare a una pace giusta e stabile».

L’OMBRA DI NAVALNY SUL VOTO DI PUTIN

di Carlo Bonini (coordinamento editoriale). Dalla nostra inviata Rosalba Castelletti. Coordinamento multimediale Laura Pertici. Produzione Gedi Visual

La Repubblica 10 Marzo 2024

MOSCA – È una coda ordinata. Che ha la solennità di una processione e la forza di un corteo. La “bella Russia del futuro” venuta a salutare il suo eroe. A una settimana dal funerale diventato protesta, la marcia non si ferma. Anche a costo di essere arrestati, migliaia di russi continuano a rendere omaggio all’oppositore che, pur da dietro le sbarre, li incitava a “non arrendersi” e a “non aver paura”. Restano in fila anche quando il cimitero Borisovskoe chiude. Lanciano rose oltre le cancellate serrate verso il tumulo di fiori che è oramai la tomba di Aleksej Navalny. Un’intifada non violenta. A volto scoperto. Petali, non pietre. La coda, ochered in russo, è già il simbolo del 2024, sostiene il politologo Andrej Shalimov. La nuova protesta. L’unica forma legale di dissenso rimasta dopo due anni di Operazione militare speciale in Ucraina e di dura repressione in patria. “Persone che aspettano il loro turno”, osserva Shalimov. “Seguono rigorosamente norme, leggi e regolamenti. Non urlano, non gridano, non intralciano il traffico, non organizzano raduni o provocazioni, non si lasciano coinvolgere, non dicono troppo. Idealmente, tacciono: se parlano, è d’altro, non di politica. Ma allo stesso tempo svolgono un’importante azione civica e umana”.

Persone in fila per sostenere con la loro firma la candidatura a presidente del pacifista Boris Nadezhdin. Persone in fila davanti a un tribunale per contestare la condanna del dissidente Oleg Orlov a due anni e mezzo di carcere per un’idea. Persone in fila da settimane per deporre fiori davanti ai monumenti alla repressione politica ed esprimere così il loro dolore dopo la morte di Navalny, un “estremista e terrorista” per la legge russa. Persone in fila da dieci giorni per visitare la sua tomba. E persone in fila ai seggi alle 12 del 17 marzo per il “Mezzogiorno contro Putin” nell’ultimo giorno di presidenziali, almeno così spera la dispersa opposizione.

“Sì, può sembrare che non ci siano ancora abbastanza persone in coda, ma questa è la minoranza intollerante che alla fine diventerà maggioranza”, confida Shalimov. Una massa critica che pesa sulle elezioni della prossima settimana che, in assenza di rivali, riconfermeranno Vladimir Putin per un quinto mandato. Il popolo di Navalny contro il regime dell’ex agente del Kgb. Come nel 2018 quando l’oppositore fu escluso dalle presidenziali, ma fu l’unico a fare una vera e propria campagna elettorale e a mobilitare la gente in piazza. Un’ombra sul voto.

Nello studio di Navalny sei anni fa

Camicia tartan rimboccata al gomito e jeans, col suo continuo gesticolare o sorseggiare un caffè, l’oppositore più famoso di Russia ostentava normalità quel marzo di sei anni fa. “Sono una persona semplice, non sono un dissidente”, ci diceva nel suo studio al quinto piano di un business center a Sud di Mosca. In una stanza accanto, quasi spoglia, ragazzi ticchettavano sulle tastiere, mentre in uno studio televisivo si lavorava all’ultima video-inchiesta sull’élite putiniana. Sulla sua scrivania fogli sparsi, una Moleskine, un pc e libri affastellati alla rinfusa, tra cui spiccava un tomo su Tony Blair. “Ma l’ultimo libro che mi ha colpito è stato “Non lasciarmi” di Kazuo Ishiguro. Irritante a tratti, ma bellissimo”. Alle sue spalle, su una parete nero lavagna, un foro. “C’era un quadro. Solo che di recente è caduto. Mi chiedete spesso quale forza abbia alle mie spalle. Ed, ecco, vi faccio vedere. È la famosa foto del V Congresso di Solvay, il più importante ritrovo dei fisici quantistici e dei migliori cervelli della storia dell’umanità. Sono loro a ispirarmi”.

Mancavano dieci giorni alle presidenziali 2018. Per oltre un anno, Navalny aveva viaggiato per tutta la Federazione, aperto uffici in 84 città, portato avanti una campagna porta a porta e raccolto oltre un milione di euro in donazioni. Una missione donchisciottesca, dal momento che la legislazione russa vieta a un cittadino con precedenti penali di candidarsi e lui, già allora, aveva alle spalle due condanne al carcere con la condizionale per reati finanziari. Tutti inventati e costruiti ad arte, sosteneva, ma quanto bastava per estrometterlo dalla scheda elettorale.

Escluso dalla corsa, Navalny aveva invitato gli elettori allo “sciopero del voto”, un boicottaggio, e a registrarsi come osservatori. Ma soprattutto aveva indetto un’ondata di proteste che per la prima volta non si era limitata a Mosca, ma aveva attraversato la Russia lungo tutti i suoi 11 fusi orari. “Ma non sono un dissidente”, insisteva con noi. “I dissidenti sovietici erano isolati. Io so di certo di rappresentare milioni di cittadini che vogliono una vita migliore in Russia. Lo so, può suonare patetico, ma so di stare dalla parte del bene. E con me, dalla parte del bene, c’è tantissima gente”. Oggi Aleksej Navalny è entrato a pieno titolo nel mito dell’eroe del bene. Avvelenato, partito dalla Russia in coma, chiuso in un box di rianimazione, e miracolosamente guarito in Germania, nel gennaio del 2021 era tornato in patria pur consapevole di andare incontro al carcere. È morto a 47 anni il 16 febbraio in circostanze tutte da chiarire in una remota colonia penale dell’Arcipelago Gulag artico dove stava scontando condanne per un totale di 19 anni. “Ucciso da Vladimir Putin”, ha accusato la vedova Yulia Navalnaya rivendicandone il testimone. I russi: “Il 17 marzo tutti alle urne alle 12”.

Il primo marzo, giorno del funerale, migliaia di russi si sono messi in marcia per salutare l’uomo che per loro incarnava un’alternativa a Putin. Una folla mai vista negli ultimi due anni di conflitto in Ucraina che scandiva slogan proibiti: “Putin assassino”, “Ucraini brava gente” o “No alla guerra”. Una “terribile minaccia per la dittatura personalistica”, secondo Andrej Kolesnikov, politologo del Carnegie Russia Eurasia Center, che ha paragonato i russi in lutto per Navalny agli otto cittadini che manifestarono in Piazza Rossa contro l’invasione della Cecoslovacchia nel 1968. “Hanno salvato l’onore del Paese. Sono pericolosi per il regime perché mettono in discussione il principale mito attuale del Cremlino: il consolidamento assoluto della nazione attorno a Putin e ai suoi sforzi”, ha scritto Kolesnikov su Novoe Vremja mettendo a confronto le “due Russie”. La cosiddetta “élite” del Paese che il 29 febbraio, ora addormentandosi, ora rallegrandosi con applausi di routine, ha ascoltato il discorso sullo stato della nazione di Vladimir Putin alle Camere riunite dell’Assemblea Federale. E i “patrioti” che, il giorno dopo, hanno vinto la paura per accomiatarsi con dignità da una persona che incarnava la speranza di cambiamento.

Oggi, come nel 2018, lo scontro si ripropone. Putin contro Navalny, morto, ma vivo grazie al martirio. Ancora una volta convitato di pietra delle presidenziali. Era stato lui, con un appello dal carcere a inizio febbraio, a promuovere l’idea del “Mezzogiorno contro Putin” proposta da un ex deputato pietroburghese. La vedova Yulia Navalnaya l’ha rilanciata. E tutta l’opposizione dispersa si è unita.

La mostra-evento “Rossija”

È un viaggio nel Paese delle meraviglie e quel Paese è la Russia. Incentivi per le famiglie numerose. Trasporti rapidi. Internet ancora più veloce. Nuove infrastrutture. Tecnologie all’avanguardia. Una moltitudine di etnie e culture. E quattro nuove regioni che allargano i confini. La scenografia della mostra Rossija, “Russia”, è quella maestosa di Vdnkh, il parco espositivo voluto da Iosif Stalin nel Nord di Mosca con una statua di Vladimir Lenin impettito e falci e martello in bassorilievo. Un’ambientazione che gioca con la nostalgia della Russia odierna per l’era sovietica, ma soprattutto con l’ambizione di Putin di riportare il Paese ai fasti di una grande superpotenza. Si attraversa un tunnel caleidoscopico: un racconto per immagini dei successi della Federazione che si scompongono e si moltiplicano in un gioco di specchi. Poi ci si avventura tra i vari padiglioni dispersi nei nove ettari di Vdnkh, come il nuovissimo “Atom” con la “Bomba Zar”, il più potente ordigno all’idrogeno mai sperimentato, o l’auditorium con i missili intercontinentali. Le esperienze immersive sono le più disparate: da una crociera virtuale sul fiume Jenisej a un tour digitale delle cantine e dei caseifici della soleggiata regione di Krasnodar fino a una discesa in snowboard dalle vette del Caucaso. Infine, il padiglione dedicato agli 89 territori russi, compresa la Crimea rivendicata nel 2014 e le altre quattro regioni ucraine unilateralmente annesse due anni fa. Con concerti di balalajka e balli in costumi tradizionali, trovate come il “passaporto del turista” da riempire di timbri dopo aver superato dei quiz. Ovunque la scritta Rossija, incorniciata in un cuore. È stato proprio il leader del Cremlino a volere per decreto la mostra-evento che di fatto ha lanciato la sua pseudo-campagna elettorale in vista delle presidenziali che per la prima volta dureranno tre giorni, dal 15 al 17 marzo, e prevederanno il voto elettronico in 29 regioni, Mosca inclusa.

Un’elezione dall’esito scontato tanto che il leader ceceno Ramzan Kadyrov aveva proposto di annullarla del tutto. Una foglia di fico per mascherare la “democratura”, con gli esponenti dell’opposizione e della società civile sistematicamente imprigionati, esiliati o eliminati. Putin, però, ne ha bisogno per legittimare il suo potere eterno.

La posta in gioco il 17 marzo

Dopo aver trascorso al potere quasi un quarto di secolo e aver “azzerato” i suoi precedenti mandati grazie alla riforma costituzionale del 2020, Putin potrebbe teoricamente restare al potere fino al 2036, quando avrà 83 anni.

Ma il voto della prossima settimana – dice bene Abbas Galljamov, il politologo in esilio che un tempo scriveva i discorsi del presidente – è anche “un referendum” sull’Operazione militare speciale. Per questo l’amministrazione presidenziale ha lavorato alla campagna più impegnativa e costosa di sempre. Ha speso, scrivono i media indipendenti, quasi 1,1 miliardi di euro per creare film, videogiochi e canali Telegram, condurre sondaggi segreti, promuovere eventi come la mostra Rossija o il Festival della Gioventù di Sochi, organizzare concerti e concorsi a premi. Un investimento che si somma ai consueti stratagemmi per costringere migliaia di dipendenti pubblici ad andare alle urne. Il partito al potere Russia Unita ha persino sviluppato un’app che dovrebbe permettere di monitorare la loro affluenza. Tutto pur di rastrellare centinaia di migliaia di voti in più. E laddove non bastasse, avverte l’ong di osservatori Golos, la manipolazione del voto elettronico farà la sua parte. Si punta, scrive la redazione in esilio di Meduza, a percentuali record di voti e affluenza tra il 70% e l’80%. Un plebiscito che non ammette veri avversari. Perciò la Commissione elettorale ha escluso le uniche due candidature pacifiste: ha rigettato i documenti presentati dalla giornalista Ekaterina Duntsova e ha invalidato le firme raccolte a sostegno del cauto liberale Boris Nadezhdin.

Sono soltanto tre i rivali ammessi, esponenti dei partiti della cosiddetta “opposizione sistemica”, appendice del Cremlino: il comunista Nikolaj Kharitonov; il nazionalista Leonid Slutskij, Partito liberaldemocratico; il quarantenne Vladislav Davankov, Gente Nuova. Mere comparse. La coda alla tomba di Navalny è una sfida non calcolata.

Ljaskin, l’ex collaboratore di Navalny rimasto in Russia

“Da vivo, Navalny aveva insegnato alla società a uscire in piazza, a portare il suo dissenso fuori dalla “cucina”. Da morto, è riuscito a mobilitarla di nuovo. Nonostante tutte le paure, il rischio di essere identificati, arrestati, perdere soldi o la libertà”. Nikolaj Ljaskin, 41 anni, parla con foga. Da entusiasta. Ispirato dal fervore che anima i locali di Otkritoe Prostranstvo (Open Space): un mercatino, un corso di collage, letture di poesie, tatuaggi e, infine, un’asta i cui proventi andranno alle 50 detenute politiche russe. Un’iniziativa promossa per l’8 marzo da un “gruppo di ragazze che si sono conosciute a diversi processi”. Liquidata l’organizzazione per i diritti umani premio Nobel Memorial, chiusi il Gruppo Helsinki e il Centro Sakharov, i tribunali sono diventati l’ultimo luogo di ritrovo per la dissidenza. Un posto per contarsi e incontrarsi. Ljaskin contribuisce all’asta con “I dialoghi” tra Aleksej Navalny e Adam Michnik, uno dei leader del movimento polacco Solidarnost. “Un libro introvabile”, si vanta. Viene battuto per 22.500 rubli, 225 euro. “Non me l’aspettavo”.

Nikolaj Ljaskin: il braccio destro di Navalny durante la campagna elettorale

Nikolaj è l’unico stretto collaboratore di Navalny a non avere lasciato la Russia. Aveva conosciuto Aleksej per la prima volta nel 2005 tra le file del movimento giovanile Democratica Alternativa (Da!) di Maria Gajdar, ma aveva cominciato a collaborare alle sue diverse iniziative anti-corruzione soltanto nel 2010 fino a diventare il capo del quartier generale moscovita della campagna elettorale “Navalny 2018” e a essere eletto nel marzo 2019 nel direttivo del partito – mai registrato dalle autorità – “Russia del futuro”. Un sodalizio che Ljaskin ha pagato, oltre che con fermi e detenzioni, con un’aggressione con una sbarra di ferro che nel 2017 gli provocò una commozione celebrale. Quando Navalny venne arrestato nel gennaio 2021 al suo rientro in Russia dalla Germania, Ljaskin era sceso in piazza insieme a tutta Fbk, la Fondazione anti-corruzione. Ed era finito sotto processo col fratello di Aleksej, Oleg Navalny, con la portavoce Kira Jarmish, l’avvocata Ljubov Sobol e il braccio destro Leonid Volkov. Uno degli imputati eccellenti del cosiddetto “caso sanitario”, la raffica di procedimenti penali lanciati contro i manifestanti pro-Navalny con il pretesto della violazione delle norme anti-Covid. Era stato condannato a un anno di “libertà vigilata”. “L’affare sanitario è stato una svolta. Per la prima volta, per essere scesi in piazza, le autorità non ci condannavano a qualche settimana di carcere amministrativo, ma a un anno intero di domiciliari. Un chiaro segnale”. Quando nel giugno 2021 Fbk è stata dichiarata “estremista” e perciò fuorilegge, i suoi ex compagni di lotta hanno lasciato il Paese. Ljaskin no. Ha finito di scontare i suoi domiciliari nell’agosto di due anni fa, nel pieno dell’offensiva di Mosca contro Kiev, e ha tagliato i ponti con Fbk, ma continuato il suo attivismo. “Il mio obiettivo è creare rapporti orizzontali. Sostenere iniziative come quest’asta per l’8 marzo. Anche se ultimamente mi dedico di più ad animali ed ecologia. Sono giunto alla conclusione che la paura ti fa impazzire. E io ho deciso di smettere d’impazzire. Naturalmente conosco i rischi. Non sono stupido. Vedo la gente finire in galera o ammazzata. Ma voglio continuare la mia lotta perché in Russia siamo in tanti a voler contrastare “quello che sta succedendo””. Si autocensura. È lui stesso a dirlo. “Bisogna filtrare i pensieri perché oramai le autorità ti sbattono dentro anche per una parola”.

L’abisso tra il 2018 e il 2024

La Russia al voto nel 2018 e nel 2024, dice Ljashin, sono due Paesi diversi. Già sei anni fa, il Paese aveva imboccato una deriva autoritaria. Ma allora, almeno, dice, “Navalny era vivo, faceva campagna elettorale, gli altri oppositori non erano stati tutti arrestati o costretti all’esilio, c’erano giornalisti indipendenti e tanti corrispondenti stranieri e migliaia di russi non morivano per motivi incomprensibili in Ucraina”. Eppure Ljaskin non rinuncia all’ottimismo: “Il Paese è cambiato, sì, ma la gente è la stessa. Ricorda quegli anni in cui si sperava in un futuro migliore. E vuole continuare a coltivare quella speranza. Il prezzo è elevato, ma il dovere di un vero patriota è stare qui, adesso. Dipende anche da me se la Russia proseguirà in questa deriva o diverrà un Paese democratico”. Anche Ljaskin si è messo in fila quest’anno. A fine gennaio ha messo la sua firma per sostenere Nadezhdin. Il 27 febbraio era in aula per sostenere Orlov. E l’1 marzo ha deposto un mazzo di rose bianche sulla tomba dell’amico Aleksej.

“La fila – dice – non è soltanto protesta. È unione, compattezza. L’obiettivo principale del governo è atomizzare la società russa. La fila sfonda l’isolamento. Crea legami. Unisce la gente che la pensa allo stesso modo. Ti fa capire che non siamo soli a desiderare la bella Russia del futuro. Mobilita la società. Vale anche per le file che si spera si creeranno ai seggi il 17 marzo a mezzogiorno. Persone che vivono nello stesso quartiere, che normalmente vivono il loro dissenso in casa, potranno guardarsi in faccia e comunicare. Il Mezzogiorno contro Putin non sarà soltanto una protesta, ma l’opportunità di conoscere i vicini che la pensano allo stesso modo”. Ljaskin sostiene con forza che non è vero che “il Paese sostenga il regime”. Per lui “la maggioranza dei russi vuole soltanto mandare avanti la baracca. Ma, in realtà, sono in tanti a non essere d’accordo con “quello che sta succedendo”. E la morte di Navalny li ha portati allo scoperto”.

La minoranza che si illude

Aleksej Levinson, capo del dipartimento di ricerca socioculturale del Levada Tsentr, l’istituto di sondaggi indipendente tanto da essersi guadagnato l’etichetta di agente straniero, è oramai abituato a questo genere di contestazioni. Le commenta con una certa accondiscendenza. “Ancora oggi non si può fare a meno di comprendere la difficile esperienza di quanti hanno scoperto che quasi “tutto il Paese” è in diretta opposizione alle posizioni che la loro coscienza e ragione dicono loro. Alcuni di loro ne hanno preso atto e si sono separati dal loro Paese. Qualcuno ha espresso la speranza che col tempo i russi cambino il loro atteggiamento nei confronti dell’attuale politica del loro Paese. Ma altri – come Ljaskin – hanno deciso che i dati riportati dal Centro Levada sul sostegno alle azioni delle forze armate russe e sull’approvazione delle attività del presidente non sono corretti. È chiaro che un simile punto di vista allevia in una certa misura l’amarezza della consapevolezza che così tanti russi non la pensano come te e che ci sono pochissime persone che la pensano allo stesso modo. Comprendiamo la loro amarezza, ma non vediamo motivo di dubitare dei risultati delle nostre ricerche. E le nostre ricerche parlano chiaro”, spiega. Tre quarti dei cittadini russi in un modo o nell’altro hanno espresso e continuano a esprimere sostegno alle azioni dell’esercito russo in Ucraina.

Se è vero che poco più della metà degli intervistati è favorevole ai negoziati di pace, il loro numero negli ultimi tre mesi è leggermente diminuito, e lo è purché la Russia non rinunci ai territori ucraini annessi. La loro disponibilità a sedere al tavolo è dunque aleatoria. Il sentimento principale per l’Operazione militare speciale è “orgoglio per la Russia”. L’umore di due terzi della popolazione è costantemente “piatto, calmo”, per un altro 15% è semplicemente “meraviglioso”, solo un quinto si lamenta. Levinson smentisce uno scontento per lo scenario economico. La partenza di alcuni al fronte e di altri all’estero ha creato una certa carenza di personale, ammette, ma che si traduce in un aumento dei salari per la maggioranza rimasta. “Durante tutto il periodo post-sovietico, abbiamo registrato lo sconforto dei cittadini per il fatto che le imprese industriali legate al complesso militare fossero chiuse. Ora queste industrie sono in ripresa, i lavoratori sono richiesti, i loro stipendi stanno crescendo. E i pagamenti ai combattenti e il denaro per i feriti e i morti sono arrivati in quantità tali che si può parlare di un notevole miglioramento della situazione delle fasce più povere della popolazione”, scrive sulla rivista Gorby. La società si è consolidata attorno a Putin già a febbraio e marzo del 2022. Da allora la situazione non è cambiata. La curva è rimasta orizzontale. Il tasso di approvazione del presidente è rimasto intorno all’80%. Il suo merito, dice Levinson, sta nell’aver presentato l’Operazione militare speciale in Ucraina come una parte del conflitto contro l’Occidente e la Nato a guida Usa. “Questa spiegazione ha diversi meriti importanti. In primo luogo, inserisce la situazione attuale in una narrazione già ben sviluppata sullo scontro quasi eterno tra Russia e Occidente, che non è iniziato oggi. In secondo luogo, permette di non pensare al fatto che c’è un conflitto armato con un “popolo fratello”, perché siamo in guerra con il male mondiale. Infine, elimina la questione delle ragioni delle azioni militari. Il confronto con l’Occidente è iniziato in tempi immemorabili e ha assunto forme diverse, oggi la sua forma è questa qui. Ancora più importante, ha fissato un obiettivo per il futuro. E l’obiettivo non è piccolo: cambiare l’ordine mondiale, ricreare il mondo “nostro” e “vostro” delineato da Stalin, Roosevelt e Churchill. O almeno riconquistare in parte ciò che Gorbaciov ha “perso””.

Il falco Markov senza censure

Si capisce bene perché Sergej Markov esulti. Direttore dell’Istituto di Ricerche politiche di Mosca, già deputato e uomo di fiducia di Vladimir Putin dal 2011 al 2018, falco irremovibile, vicinissimo ai circoli del potere, la pensa proprio come Levinson. Opposti che si incontrano. “La società si sta consolidando attorno al potere, o, usando un termine americano, attorno alla bandiera”, ci dice. “Perché l’attuale guerra in Ucraina viene vista dalla maggioranza come una guerra contro gli Usa e i loro alleati Nato”. Markov non ha remore ad ammettere che, in vista delle presidenziali, il Cremlino ha sgombrato il campo da ogni minaccia. “Gli altri candidati non lavorano per sé, ma per la legittimità di Putin. È evidente che esistano certi accordi segreti. L’unico che avrebbe potuto togliere voti a Putin era il leader del Partico Comunista Gennadij Zjuganov, o un nuovo comunista, giovane ed energico. Ma al posto di Zjuganov è stato candidato un comunista ancora più anziano, Kharitonov. E Slutskij ha detto chiaramente che non intende rivaleggiare con Putin. Quanto all’opposizione filo-occidentale è stata praticamente annientata. Si è ritirata all’estero o sta in galera”. Se il potere di Putin è così forte, gli chiediamo, allora perché escludere Duntsova e Nadezhdin dalla corsa? Il Cremlino non dà l’idea di temere il potenziale di queste voci contrarie all’offensiva in Ucraina? Markov ancora una volta ci disarma con la sua onestà. “Viviamo sotto una sorta di legge marziale. Duntsova è un progetto di Mikhail Khodorkovskij. Ammetterla alle elezioni sarebbe stato come invitare a un party un criminale. Un mafioso, per usare una metafora familiare a voi italiani. Lo stesso vale per Nadezhdin. Aveva iniziato la sua campagna in accordo con l’amministrazione presidenziale, ma non stava raccogliendo abbastanza firme e ha avuto bisogno dell’endorsement di un uomo associato a Khodorkovskij, Maksim Katz. Quindi non si poteva più ammetterlo”. Anche per Markov, come per Galljamov, le presidenziali sono un referendum. Ma in un altro senso: “Qui nessuno fa niente. Putin non svolge nessuna campagna elettorale, ma i suoi elettori sono completamente d’accordo con questo. Anche gli altri candidati non svolgono nessuna campagna elettorale e gli elettori sono d’accordo con questo. Sanno che in tempi di guerra il leader deve pensare a vincere”. Il Mezzogiorno contro Putin e la coda alla tomba di Navalny non lo spaventano. “Fino al 2014 Navalny aveva un elettorato notevole. Sopra il 10%. Ma da allora è diminuito. Oggi sarà al massimo intorno al 3%. E dal momento che i suoi sostenitori sono oramai pochissimi, per farsi vedere, si devono riunire nello stesso giorno e nello stesso posto e lo faranno. Ma non cambierà nulla”.

Russia, tra i moscoviti in fila per sostenere il candidato presidente Nadezhdin: “Una firma per dire ‘no’ al conflitto in Ucraina”

E Nadezhdin guarda al futuro

In un altro corto circuito tra opposti, anche Boris Nadezhdin ridimensiona il seguito di Navalny. “I suoi sostenitori si aggirano tra uno e due milioni, vale a dire circa 10-20 persone a seggio, magari il doppio a Mosca. Perciò non prevedo file il 17 marzo a mezzogiorno”, ci dice il candidato pacifista che ha galvanizzato i russi che non sostengono Putin né la sua offensiva in Ucraina. Il sessantenne Nadezhdin smentisce però la ricostruzione di Markov. “Mi sospettano tutti di qualcosa. L’opposizione radicale pensa che sia un fantoccio del Cremlino, mentre i propagandisti di Stato come Markov o Vladimir Soloviov sostengono che sia sponsorizzato da Khodorkovskij o che sia un agente dei servizi ucraini. Nessuno riesce a immaginare che in Russia possa davvero esserci una persona libera che vuole semplicemente partecipare alle elezioni. Non sono un messia, né un eroe. Sono soltanto una persona normale che si occupa di politica da trent’anni”. Nadezhdin è grato ai collaboratori di Navalny e a tutti gli oppositori che dall’esilio hanno invitato a sostenere la sua candidatura con una firma, ma non è pronto a collaborare con loro. “I miei sostenitori sono molti di più: 10-15 milioni. Adesso il mio prossimo obiettivo sono le parlamentari del 2026. Punto a portare il mio partito, Iniziativa Civica, dentro la Duma. La Commissione elettorale ha potuto respingere un Nadezhdin, ma non potrà respingerne cento. I miei progetti non sono legati al 17 marzo, ma al futuro”. Alla “minoranza intollerante”, però, per il momento, non resta che mettersi in coda.

Il momento “Armageddon”: quella notte a casa Murdoch in cui Biden avvertì di un imminente attacco nucleare russo

di Enrico Franceschini- La Repubblica- 10 Marzo 2024

In un libro, la ricostruzione di un incontro drammatico in cui il presidente Biden informò l’establishment di un’intercettazione secondo cui Mosca avrebbe fatto ricorso ad armi nucleari nel giro di settimane. 

  • LONDRA – Il pericolo di un Armageddon nucleare durante la guerra in Ucraina è apparso più vicino di quanto era trapelato ufficialmente fino ad ora. Nell’ottobre 2022, mentre la controffensiva di Kiev aveva raggiunto considerevoli risultati e sembrava in grado di riprendere anche la Crimea, gli Stati Uniti ottennero informazioni di intelligence secondo cui la Russia discuteva concretamente l’ipotesi di usare un’arma atomica tattica contro le forze ucraine. E Washington considerava con crescente preoccupazione in che modo avrebbe reagito dal punto di vista militare.

L’allarme di Biden a casa di Murdoch

“Per la prima volta dalla crisi dei missili a Cuba, se le cose in Ucraina continuano nel modo in cui stanno andando, siamo davanti alla diretta minaccia dell’uso di un’arma nucleare”, confidò Joe Biden a una serata di esponenti dell’establishment politico ed economico americano nella casa newyorchese di James Murdoch, il figlio liberal e ribelle del magnate dell’editoria mondiale, rivela “New cold wars”, un libro dell’ex corrispondente dalla Casa Bianca David Sanger, di cui il New York Times pubblica un estratto. Era il 6 ottobre 2022, per coincidenza sessant’anni dopo la crisi che nel 1962 portò Usa e Urss sull’orlo della guerra nucleare a causa dell’installazione di missili atomici sovietici nella Cuba di Fidel Castro.

Le intercettazioni ottenute dallo spionaggio americano avevano riscontrato vari accenni, tra cui conversazioni top secret fra comandanti militari russi, al possibile impiego contro l’Ucraina di una cosiddetta arma nucleare “tattica”, un ordigno meno potente dei missili balistici intercontinentali ma comunque decine di volte più potente delle bombe atomiche sganciate dagli Stati Uniti su Hiroshima e Nagasaki per sconfiggere il Giappone verso la fine della Seconda guerra mondiale. Fortunatamente, riferì Biden ai suoi interlocutori, la Cia non segnalava che il lancio di un’arma nucleare del genere fosse imminente, ma avvertiva che, se i progressi delle forze ucraine fossero proseguiti fino a ipotizzare la riconquista della penisola di Crimea, il rischio di un attacco atomico sarebbe potuto crescere del 50 per cento o più.

Rischio Armageddon

Il libro di Sanger rivela che la Casa Bianca e il Pentagono prepararono urgentemente piani contingenti su come rispondere a uno scenario simile. “Non penso”, affermò il presidente americano all’evento a casa di Murdoch junior, “sia possibile usare un’arma nucleare tattica senza finire con un’Armageddon”, il termine con cui si indica comunemente una guerra fra le due maggiori superpotenze nucleari della terra in grado di distruggere buona parte dell’umanità. Biden aggiunse che secondo lui Vladimir Putin sarebbe stato pronto a premere il pulsante di un attacco atomico: “Lo conosco piuttosto bene” disse il capo della Casa Bianca secondo la ricostruzione del libro. “Il presidente russo non scherza quando parla della possibilità di utilizzare armi nucleari tattiche o armi biologiche o chimiche come ultima risorsa perché il suo esercito sta comportandosi molto peggio del previsto”.

La prima reazione di Washington fu sul piano diplomatico, attraverso una serie di contatti tra i vertici dell’amministrazione americana e i corrispettivi alti responsabili russi, tra cui un colloquio fra William Burns, il direttore della Cia, con il capo dello spionaggio di Mosca, Sergej Naryshkin.

Il contatto tra capi dei servizi

“Gli dissi chiaramente che, se la Russia avesse usato armi non convenzionali, ci sarebbero state serie conseguenze da parte nostra”, racconta lo stesso Burns nel libro. “Lui mi giurò di avere capito e assicurò che Putin non intendeva usare armi nucleari”. Ma nei giorni scorsi Putin ha riaffermato una minaccia di questo tipo, affermando che, se la Nato fornirà a Kiev missili capaci di colpire il territorio russo o forze Nato parteciperanno direttamente al conflitto, i leader occidentali “devono capire che questo minaccerebbe un conflitto con armi nucleari e perciò la distruzione della nostra civiltà”. Un bluff o una reale minaccia di Armageddon?

Tentativi diplomatici e ansia per l’escalation, cosa c’è dietro le parole del Papa sull’Ucraina: «Non si parla di resa»

Di Gian Guido Vecchi- Corriere della sera – 10 Marzo 2024

Le parole di papa Francesco sulla guerra in Ucraina, consegnate alla tv svizzera, hanno scatenato polemiche.  Il timore per le posizioni espresse da Macron e per un possibile conflitto nucleare: «Il pericolo esiste veramente»

CITTÀ DEL VATICANO – L’espressione «bandiera bianca», quando si parla di guerre, ha il sapore amaro della resa: in fondo qualcosa di vile, soprattutto se si è stati aggrediti. 

Non è però questo di cui parla il Papa, che risponde a una domanda sulla «bandiera bianca» ma parla di negoziato, come ha fatto fin dall’inizio dell’invasione russa dell’Ucraina, e piuttosto afferma il contrario: negoziare «non è mai una resa» e anzi «è una parola coraggiosa».

Non a caso il portavoce vaticano Matteo Bruni ha fatto notare che Francesco «ha ripreso l’immagine proposta dall’intervistatore» per indicare «la cessazione delle ostilità, la tregua raggiunta con il coraggio del negoziato». 

Il Papa, del resto, invoca la stessa cosa anche a proposito del conflitto tra Israele e Palestina perché lo dice di ogni guerra, sempre: è una «pazzia» che arricchisce i produttori di armi e precipita nella morte e nel dolore la povera gente. La soluzione peggiore è andare avanti. 

Verso la fine del primo anno di guerra aveva detto, riferendosi a Putin: «A volte il dialogo “puzza”, ma si deve fare».

I tentativi di riappacificazione

Sono due anni che Bergoglio chiede «una soluzione diplomatica alla ricerca di una pace giusta e duratura». All’indomani dell’invasione si precipitò all’ambasciata russa, un gesto inaudito perché di regola è il Papa a ricevere i diplomatici.

L’anno scorso ha tentato una «missione di pace» inviando il cardinale Matteo Zuppi a Kiev, Mosca, Washington e Pechino. Non è stata possibile una mediazione diretta, rifiutata anzitutto da Zelensky, ma almeno l’iniziativa ha ottenuto dei risultati umanitari sottotraccia, tra scambi di prigionieri e la restituzione di alcuni dei bimbi ucraini deportati in Russia. «Che non ci siano altre prospettive di negoziato è molto triste», commentava di recente il cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato. Ma Francesco va avanti. 

Il Vaticano preoccupato dalle parole di MacronSi parla di un prossimo viaggio del cardinale Zuppi a Parigi, per incontrare il presidente francese Macron. 

La Santa Sede è molto preoccupata dell’ipotesi, ventilata dal presidente francese, di un intervento militare dell’Occidente a sostegno dell’Ucraina. Il cardinale Parolin ha parlato di «uno scenario che fa veramente paura, l’escalation che abbiamo sempre cercato di evitare». Per questo Francesco invoca un negoziato. 

Dall’inizio del pontificato denuncia una «terza guerra mondiale a pezzi» e teme un conflitto nucleare: «Questo pericolo esiste veramente. Basta un incidente».


 Il capo della Chiesa ucraina: «Non abbiamo la possibilità di arrenderci»

«L’Ucraina è ferita ma imbattuta. L’Ucraina è esausta, ma resta in piedi. In Ucraina nessuno ha la possibilità di arrendersi! E tutti quelli che guardano con scetticismo alla nostra capacità di stare in piedi, diciamo: venite in Ucraina e vedrete!». Lo dice il Capo della Chiesa greco-cattolica ucraina, Sviatoslav Shevchuk, rilanciando sui social le parole pronunciate nella chiesa di San Giorgio a New York dove si trova in visita pastorale.

 Kiev risponde al Papa: «Non alzeremo mai bandiera bianca, la nostra bandiera è gialla e blu

«La nostra bandiera è gialla e blu. Questa è la bandiera con la quale viviamo, moriamo e vinciamo. Non alzeremo mai altre bandiere». Lo scrive su X il ministro degli Esteri ucraino, Dmytro Kuleba, dopo le parole del papa sulla «bandiera bianca». «Ringraziamo Sua Santità Papa Francesco per le sue costanti preghiere per la pace, e continuiamo a sperare che dopo due anni di guerra devastante nel cuore dell’Europa, il Pontefice trovi l’opportunità di compiere una visita apostolica in Ucraina per sostenere oltre un milione di ucraini cattolici, oltre cinque milioni di greco-cattolici, tutti cristiani e tutti ucraini».

I funerali della Russia da Sakharov a Naval’nyj

di Stefano Caprio- Asia News – 10 Marzo 2024

Naval’nyj è riuscito ancora una volta a vincere sulla repressione e con la sua morte ha portato in strada una nuova “rivoluzione dei fiori”. Portano un fiore alla piccola tomba in uno dei cimiteri più periferici e trascurati della capitale dove c’è oggi il cuore della Russia, il contraltare del mausoleo di Lenin sulla piazza Rossa, davanti al quale sfilano le armi e i cannoni.

La montagna di fiori che sovrasta la tomba di Aleksej Naval’nyj, subito dietro l’ingresso del cimitero Borisovo in periferia di Mosca, ha ormai superato i due metri di altezza e i dieci di lunghezza, dopo un pellegrinaggio ininterrotto da oltre dieci giorni, in cui secondo le stime più riduttive sono giunte a onorare il dissidente morto in lager oltre 30mila persone. Non si vedevano esequie così partecipate dai funerali di Andrej Sakharov, morto a 68 anni nel dicembre del 1989, alla vigilia dei cambiamenti epocali della Russia dopo settant’anni di regime sovietico. Sembrava allora un triste scherzo del destino che il principale leader del dissenso morisse prematuramente a soli tre anni dalla liberazione dal confino ventennale, ma la scomparsa del 47enne Naval’nyj dopo tre anni di lager ripropone in modo ben più tragico il destino degli uomini liberi nel buio della inesorabile repressione che caratterizza ogni forma di regime in Russia, dal giogo tartaro allo zarismo, dal comunismo al putinismo.

Se Sakharov era stato commemorato in modo solenne e ufficiale, con esposizione della salma nel palazzetto della Sportivnaja vicino al centro di Mosca, con lunghe code di persone che attendevano nel gelo invernale il proprio turno, la processione per Naval’nyj è stata esaltata dalle condizioni restrittive che hanno impedito di celebrare esequie pubbliche, liquidando la cerimonia ecclesiastica in pochi minuti e solo per i parenti stretti, e obbligando le tantissime persone giunte alla chiesa dell’icona della Madre di Dio del “Soccorso dei miei dolori” a recarsi poi a piedi fino al piccolo cimitero, di nuovo in mezzo alla neve e al gelo dell’inverno ancora imponente. In questi giorni i custodi di Borisovo hanno faticato a rispettare gli orari di chiusura, resi ancora più rigidi dalle disposizioni giunte dall’alto, ma le persone hanno continuato a giungere giorno e notte gettando i fiori anche al di sopra delle inferriate, incuranti delle mille telecamere che riprendevano ogni avventore e che hanno portato all’arresto di centinaia di persone. Come hanno commentato alcuni dei fermati, “una settimana in cella per Naval’nyj è come stare qualche minuto con lui in paradiso”, e molti ancora si recheranno a onorarlo, per giorni e anni a venire.

Naval’nyj è riuscito ancora una volta a vincere sulla repressione, che da due anni impediva in Russia qualunque manifestazione di protesta, e con la sua morte ha portato in strada una nuova “rivoluzione dei fiori”, un evento che non sarà più dimenticato nella storia russa. Portare un fiore alla tomba senza nascondere il proprio volto, rispondendo alle domande dei giornalisti o semplicemente dei passanti, sono azioni di enorme valore simbolico in un Paese dove si cerca in modo esasperato di celebrare il patriottismo militante insieme all’odio universale. La piccola tomba in uno dei cimiteri più periferici e trascurati della capitale è oggi il cuore della Russia, il contraltare del mausoleo di Lenin sulla piazza Rossa, davanti al quale sfilano le armi e i cannoni invece dei fiori e delle candele. A Borisovo non ci sono eroi della patria e militi ignoti, c’è solo un giovane uomo che sorride nelle foto portate dalla madre, e dalle migliaia di fratelli e sorelle.

Al funerale di Naval’nyj si può accostare la memoria di quello di Anna Politkovskaja, sepolta nell’importante cimitero moscovita di Troekurovo il 10 ottobre 2006, con un migliaio di persone che pure riversavano i fiori. Allora intervenne il garante dei diritti dell’uomo, Vladimir Lukin, invitando le autorità a difendere i giornalisti e la libertà d’informazione. Quella morte fu in qualche modo il vero inizio del putinismo dopo qualche anno in sordina, mettendo fine alle illusioni di costruire un Paese libero dopo tante oppressioni. Nello stesso cimitero è stato sepolto il politico liberale Boris Nemtsov, il 3 marzo 2015, dopo una cerimonia al centro Sakharov, ricollegandosi alle memorie del dissenso. L’ex-delfino di Eltsin e amico di Naval’nyj era stato assassinato da killer ceceni come la Politkovskaja, ma in modo ancora più spettacolare sul ponte dietro il Cremlino, appena uscito dalla redazione della radio Ekho Moskvy. Oggi sia la radio che il centro Sakharov sono stati chiusi. Anche alle esequie di Nemtsov c’era la coda lunga centinaia di metri, e si presentò perfino un rappresentante delle autorità, il vice-premier Arkadij Dvorkovič, cercando di attenuare lo spirito di protesta della folla.

Meno di due anni fa, il 3 settembre 2022, nel cimitero monumentale più importante di Mosca a Novodeviči è stato poi sepolto l’ex-segretario e presidente Mikhail Gorbačev, giunto in pace alla fine dei suoi giorni dopo aver acceso quasi quarant’anni prima una luce di speranza, poi diventata sempre più tenue e infine sotterrata in periferia. Perfino i funerali del padre della perestrojka possono in qualche modo essere accostati a quelli dei dissidenti anti-putiniani, con l’immagine simbolica del premio Nobel per la pace Dmitrij Muratov, sodale ed erede della Politkovskaja e oggi dannato come “agente straniero”, che regge davanti alla tomba la fotografia del leader defunto. Anche allora sfilarono tantissime persone con i fiori, e la commemorazione assunse un chiaro carattere di protesta contro la guerra di Putin, che l’anziano Gorbačev aveva commentato con una domanda assai esplicita: “ma a che cosa gli serve?”. Putin infatti non si presentò alle esequie, perché “aveva troppo da fare”.

Quando morì Gorbačev, Naval’nyj era ancora nel lager “morbido” di Vladimir, da cui poteva diffondere più facilmente i suoi commenti, e spiegava che “il mio rapporto con Gorbačev si è molto evoluto nel tempo, da una profonda antipatia fino a un doloroso rispetto”. Ricordava che l’ultimo segretario del Pcus, e primo presidente della “nuova” Urss, era stato l’unico uomo di potere che non aveva cercato di arricchirsi, lasciando la sua carica in modo volontario e pacifico, e soprattutto “era stato lui a liberare Sakharov e i prigionieri di coscienza”. Si torna dunque a Sakharov in una storica inclusione del dissenso anti-sovietico e di quello odierno, che segnano il passaggio delle epoche: con la morte di Sakharov era finita l’opposizione al regime comunista, perché sembrava che non fosse più necessaria, con quella di Naval’nyj si è conclusa l’opposizione al regime putinista, perché non c’è più alcuna possibilità di opporsi, e rimane soltanto quella di portare un fiore sulla tomba.

Dal ventennio brezneviano, durante il quale accanto ai dissidenti crescevano e si formavano a Leningrado i giovani Vladimir, oggi presidente Putin e patriarca Kirill, si è passati al ventennio putiniano nello stesso spirito del neo-stalinismo, soffocando ogni forma di dissenso e imponendo la guerra come unica forma di espressione dell’identità del popolo, e di relazione con il mondo intero. La retorica della Vittoria e dell’Unità (la sobornost) impongono l’identificazione del nemico, interno ed esterno, e la celebrazione del Potere unico ed eterno, come avverrà tra una settimana nel plebiscito presidenziale putiniano. Le feste e le fanfare che attendono la Russia per l’inizio dell’ennesimo mandato del presidente aumenteranno a dismisura la grottesca sensazione del ritorno ad epoche passate, quando le votazioni erano fasulle e puramente decorative, e in realtà assomigliavano molto di più a dei funerali della coscienza umana e della verità storica.

La rielezione di Putin è in realtà il suo ennesimo funerale, la conferma che non c’è più vita al Cremlino, che la Russia attuale si associa soltanto con la morte, come avviene ogni giorno in Ucraina. Mentre la morte è un concetto che non si riesce ad applicare ad Aleksej Naval’nyj, al suo sorriso e alla sua allegria perfino nel lager più terrificante dai tempi di Auschwitz, dove le passeggiate sottozero ricordano le camere a gas e le peggiori torture. Il volto macabro di Putin, cadavere ambulante che declama la guerra mondiale davanti agli esseri inanimati raccolti nel salone del Senato, viene oggi cancellato dallo sguardo solare di Naval’nyj, eternamente giovane e sempre più vivo, che rifiorisce ogni giorno grazie all’amore del vero popolo russo, quello che vive nella periferia e non nei palazzi del potere, che invoca la Madre di Dio nei dolori, invece di usare la Trinità come bandiera della guerra. Un’epoca è finita, una nuova Russia deve nascere, e il seme è stato gettato: la terra russa è stata fecondata, anche sotto il gelo, sotto la montagna dei fiori di un piccolo cimitero ai margini di tutto.

“Il Papa chiede per l’Ucraina il coraggio del negoziato”

Il direttore della Sala Stampa vaticana, Matteo Bruni, risponde ai giornalisti in merito alle dichiarazioni del Pontefice nell’intervista alla Radio Televisione Svizzera (RSI): “Il Papa riprende l’immagine della bandiera bianca proposta dall’intervistatore, per indicare la cessazione delle ostilità, la tregua raggiunta con il coraggio del negoziato. Suo auspicio è una soluzione diplomatica per una pace giusta e duratura”

Salvatore Cernuzio – Città del Vaticano- 10 Marzo 2024

Il Papa con le sue parole sull’Ucraina ha inteso chiedere il cessate il fuoco e rilanciare il coraggio del negoziato. Il direttore della Sala Stampa, Matteo Bruni, risponde alle domande di alcuni giornalisti a proposito dell’anticipazione dell’intervista alla Radio Televisione Svizzera (RSI), pubblicata oggi, spiegando che l’auspicio di Francesco per il Paese, da sempre definito “martoriato”, è tutto racchiuso nelle parole già espresse all’Angelus del 25 febbraio, all’indomani del drammatico doppio anniversario dello scoppio del conflitto, in cui ribadiva il suo “vivissimo affetto” alla popolazione. E cioè di “creare le condizioni di una soluzione diplomatica alla ricerca di una pace giusta e duratura”.

“Il Papa – specifica Bruni – usa il termine bandiera bianca, e risponde riprendendo l’immagine proposta dall’intervistatore, per indicare con essa la cessazione delle ostilità, la tregua raggiunta con il coraggio del negoziato. Altrove nell’intervista, parlando di un’altra situazione di conflitto, ma riferendosi a ogni situazione di guerra, il Papa ha affermato chiaramente: ‘Il negoziato non è mai una resa’”.

Nell’intervista in questione l’intervistatore Lorenzo Buccella domanda al Papa: “In Ucraina c’è chi chiede il coraggio della resa, della bandiera bianca. Ma altri dicono che così si legittimerebbe il più forte. Cosa pensa?”. E Francesco risponde: “È un’interpretazione. Ma credo che è più forte chi vede la situazione, chi pensa al popolo, chi ha il coraggio della bandiera bianca, di negoziare. E oggi si può negoziare con l’aiuto delle potenze internazionali. La parola negoziare è una parola coraggiosa. Quando vedi che sei sconfitto, che le cose non vanno, occorre avere il coraggio di negoziare. Hai vergogna, ma con quante morti finirà? Negoziare in tempo, cercare qualche Paese che faccia da mediatore. Oggi, per esempio nella guerra in Ucraina, ci sono tanti che vogliono fare da mediatore. La Turchia, si è offerta per questo. E altri. Non abbiate vergogna di negoziare prima che la cosa sia peggiore”.

Dunque, parole quelle del Papa riprese da una immagine proposta dall’intervistatore per ribadire, tra l’altro, quanto già affermato in questi due anni di continui appelli e pronunciamenti pubblici, ovvero l’importanza del dialogo contro la “follia” della guerra e la prioritaria preoccupazione per la sorte della popolazione civile. “L’auspicio del Papa – ribadisce infatti il portavoce vaticano – è e resta quello sempre ripetuto in questi anni, e ripetuto recentemente in occasione del secondo anniversario del conflitto: ‘Mentre rinnovo il mio vivissimo affetto al martoriato popolo ucraino e prego per tutti, in particolare per le numerosissime vittime innocenti, supplico che si ritrovi quel po’ di umanità che permetta di creare le condizioni di una soluzione diplomatica alla ricerca di una pace giusta e duratura’”

Antisemitismo in Italia: gli ebrei tornano nel mirino (e Israele è solo una scusa)

di Goffredo Buccini- Corriere della Sera – 10 Marzo

Dopo il 7 ottobre, i casi di aggressioni fisiche e danneggiamenti ai memoriali si sono moltiplicati. E per un ebreo o un israeliano, parlare in pubblico è diventato pericoloso

Lo scorso maggio Roger Waters ha suonato alla Mercedes Benz Arena di Berlino vestito da nazista. Quando i giudici lo hanno indagato per istigazione all’odio, ha sostenuto che «si vogliono mettere a tacere» le sue idee scomode. Quali siano di preciso queste idee è apparso più chiaro poche settimane fa, quando l’ex Pink Floyd se l’è presa con Bono, colpevole di avere ricordato in uno show le vittime israeliane del 7 ottobre al rave nel Negev: «Chiunque lo conosca, dovrebbe andare a prenderlo per le caviglie e scuoterlo finché non smette di essere una m…». Applausi su Al Jazeera.

L’antisemitismo sta diventando cool. Ma non è solo roba da attempate rockstar. Le agenzie di sicurezza ebraiche che monitorano il fenomeno hanno rilevato come fra il giorno del pogrom e la fine di dicembre gli episodi in tutto il mondo siano aumentati «di sei volte rispetto ai nove mesi precedenti del 2023». La Germania, con 29 atti di antisemitismo al giorno, l’Inghilterra, col 60% di ebrei britannici bersaglio di insulti o attacchi, e la Francia, con un aumento del 430% tra gli ebrei francesi inclini a espatriare per paura, sono le nazioni europee più problematiche. Ma nei campus americani dove le rettrici suggerivano di «contestualizzare» l’antisemitismo, gli episodi di intolleranza sono aumentati addirittura del 700%.

La fondazione Cdec

Effetto della dura risposta di Israele all’aggressione di Hamas? Non è del tutto esatto. All’Osservatorio sull’antisemitismo della Fondazione Cdec di Milano, si fa notare che la prima impennata nei dati è compresa tra l’8 e il 28 ottobre, giorno d’inizio dell’invasione di terra a Gaza e dunque della vera escalation nell’operazione Iron Sword. E anche il rapporto del gruppo israeliano Sdema colloca il picco europeo a fine ottobre. In tutto il 2023 in Italia le aggressioni verbali o fisiche e le discriminazioni contro gli ebrei sono state 454 nel 2023, contro le 241 dell’anno precedente: di queste, 216 dopo il pogrom del 7 ottobre con un incremento netto degli attacchi fisici, delle minacce di morte, dei danneggiamenti ai luoghi della comunità (il 64% degli italiani pensa che nel nostro Paese vivano due milioni di ebrei, quando la cifra reale è trentamila).

A infiammare le piazze islamiste e quelle occidentali che appoggiano il fondamentalismo parrebbe essere stato, per paradosso, prima il massacro dei 1.200 cittadini del Sud di Israele (con l’aggiunta di seimila feriti, la cattura di 250 ostaggi e lo stupro di decine di donne) ad opera dei miliziani di Yahya Sinwar: una sorta di rivendicazione della ferocia. Le settimane successive, con i pesanti bombardamenti sulla Striscia e lo strazio della popolazione palestinese in mondovisione, hanno infine fatto sgorgare un fiume carsico che scorreva da sempre, poi smuovendo l’area di mezzo degli indecisi.

I risultati li abbiamo sotto gli occhi. Prendere la parola in pubblico, per un ebreo o un israeliano, o solo ricordare le ragioni di Israele, è diventato difficile, quando non pericoloso, nelle nostre città. L’altro giorno alla Sapienza un gruppo di ragazzi ha impedito di parlare a David Parenzo (conduttore dell’Aria che Tira, da sempre critico con Netanyahu) al grido di «fascista» e «sionista di m…». Scena non troppo diversa due giorni prima a Firenze, dove i contestatori hanno preso di mira la presentazione del libro su Golda Meir di Elisabetta Fiorito: «Hanno costretto i presenti a uscire dal retro come topi, ormai siamo alla Notte dei Cristalli», ha detto Marco Carrai, console onorario di Israele e bersaglio di gruppuscoli estremisti. Ancora a Firenze, la giovane Sara è stata buttata fuori dal corteo femminista dell’8 marzo quando ha esibito il cartello «Non una parola sugli stupri di Hamas, le donne israeliane se la sono cercata?». «Vai via, provocatrice, non sei gradita», le hanno risposto, mimose alla mano.

Il presidente dell’Organizzazione sionista mondiale, Yaakov Hagoel, sottolinea che dopo il 7 ottobre , a causa dell’enorme aumento di antisemitismo, «ottomila ebrei sono immigrati in Israele da tutte le parti del mondo»: un dato che impressiona ancor di più se si pensa quanto poco al sicuro sia Israele oggi. E il rapporto di intelligence dello Sdema Group descrive il mese di febbraio appena trascorso nel segno di gravi criticità in tutta Europa, effetto del miscuglio tra l’antico odio antiebraico dell’estrema destra e il nuovo rancore delle seconde e terze generazioni di immigrati d’ascendenza musulmana, soprattutto nelle grandi città (al mix è il caso di aggiungere le pulsioni della sinistra radicale, ancora in scena ieri pomeriggio al corteo di Roma).

Le svastiche

La Germania patria dei neonazisti è un problema nel problema. Il rapporto contiene dodici cartelle fitte di danneggiamenti a memorial ebraici, svastiche su monumenti, manifestazioni violente, aggressioni dirette, da Berlino ai piccoli centri di provincia: come in un tempo lontano, Hitler e l’Islam integralista si prendono a braccetto. Ma dall’Olanda alla Svezia, dal Portogallo alla Svizzera, dalla Lituania alla Spagna, non c’è luogo in Europa non toccato dalla grande ondata antisemita, nel mondo reale come in quello web. Ed è una faccenda tutta prepolitica, a essere onesti. Stia col governo estremista di Netanyahu e Ben Gvir o con la sinistra pacifista (cui appartenevano quasi tutte le vittime del 7 ottobre), non c’è ebreo che non senta sulla pelle oggi il peso delle tre D con cui Nathan Sharansky definiva già vent’anni fa la formula del nuovo e antico odio antisemita: demonizzazione, delegittimazione, doppio standard.

Lettera di Giovanni Paolo 2° alle donne

A voi, donne del mondo intero,
il mio saluto più cordiale!

1. A ciascuna di voi e a tutte le donne del mondo indirizzo questa lettera nel segno della condivisione e della gratitudine, mentre si avvicina la IV Conferenza Mondiale sulla Donna, che si terrà a Pechino nel prossimo mese di settembre.

Desidero innanzitutto esprimere il mio vivo apprezzamento all’Organizzazione delle Nazioni Unite, che ha promosso una iniziativa di così grande rilievo. Anche la Chiesa intende offrire il suo contributo a difesa della dignità, del ruolo e dei diritti delle donne, non solo attraverso lo specifico apporto della Delegazione ufficiale della Santa Sede ai lavori di Pechino, ma anche parlando direttamente al cuore e alla mente di tutte le donne. Recentemente, in occasione della visita che la Signora Gertrude Mongella, Segretaria Generale della Conferenza, mi ha fatto proprio in vista di tale importante incontro, ho voluto consegnarle un Messaggio nel quale sono raccolti alcuni punti fondamentali dell’insegnamento della Chiesa in proposito. È un messaggio che, al di là della specifica circostanza che lo ha ispirato, si apre alla prospettiva più generale della realtà e dei problemi delle donne nel loro insieme, ponendosi al servizio della loro causa nella Chiesa e nel mondo contemporaneo. Per questo ho disposto che fosse trasmesso a tutte le Conferenze Episcopali, per assicurarne la massima diffusione.

Rifacendomi a quanto scrivevo in tale documento, vorrei ora rivolgermi direttamente ad ogni donna, per riflettere con lei sui problemi e le prospettive della condizione femminile nel nostro tempo, soffermandomi in particolare sul tema essenziale della dignità e dei diritti delle donne, considerati alla luce della Parola di Dio.

Il punto di partenza di questo ideale dialogo non può che essere il grazie. La Chiesa – scrivevo nella Lettera apostolica Mulieris dignitatem – « desidera ringraziare la santissima Trinità per il “mistero della donna”, e, per ogni donna, per ciò che costituisce l’eterna misura della sua dignità femminile, per le “grandi opere di Dio” che nella storia delle generazioni umane si sono compiute in lei e per mezzo di lei » (n. 31).

2. Il grazie al Signore per il suo disegno sulla vocazione e la missione delle donna nel mondo, diventa anche un concreto e diretto grazie alle donne, a ciascuna donna, per ciò che essa rappresenta nella vita dell’umanità.

Grazie a te, donna-madre, che ti fai grembo dell’essere umano nella gioia e nel travaglio di un’esperienza unica, che ti rende sorriso di Dio per il bimbo che viene alla luce, ti fa guida dei suoi primi passi, sostegno della sua crescita, punto di riferimento nel successivo cammino della vita.

Grazie a te, donna-sposa, che unisci irrevocabilmente il tuo destino a quello di un uomo, in un rapporto di reciproco dono, a servizio della comunione e della vita.

Grazie a te, donna-figlia e donna-sorella, che porti nel nucleo familiare e poi nel complesso della vita sociale le ricchezze della tua sensibilità, della tua intuizione, della tua generosità e della tua costanza.

Grazie a te, donna-lavoratrice, impegnata in tutti gli ambiti della vita sociale, economica, culturale, artistica, politica, per l’indispensabile contributo che dai all’elaborazione di una cultura capace di coniugare ragione e sentimento, ad una concezione della vita sempre aperta al senso del « mistero », alla edificazione di strutture economiche e politiche più ricche di umanità.

Grazie a te, donna-consacrata, che sull’esempio della più grande delle donne, la Madre di Cristo, Verbo incarnato, ti apri con docilità e fedeltà all’amore di Dio, aiutando la Chiesa e l’intera umanità a vivere nei confronti di Dio una risposta « sponsale », che esprime meravigliosamente la comunione che Egli vuole stabilire con la sua creatura.

Grazie a te, donna, per il fatto stesso che sei donna! Con la percezione che è propria della tua femminilità tu arricchisci la comprensione del mondo e contribuisci alla piena verità dei rapporti umani.

3. Ma il grazie non basta, lo so. Siamo purtroppo eredi di una storia di enormi condizionamenti che, in tutti i tempi e in ogni latitudine, hanno reso difficile il cammino della donna, misconosciuta nella sua dignità, travisata nelle sue prerogative, non di rado emarginata e persino ridotta in servitù. Ciò le ha impedito di essere fino in fondo se stessa, e ha impoverito l’intera umanità di autentiche ricchezze spirituali. Non sarebbe certamente facile additare precise responsabilità, considerando la forza delle sedimentazioni culturali che, lungo i secoli, hanno plasmato mentalità e istituzioni. Ma se in questo non sono mancate, specie in determinati contesti storici, responsabilità oggettive anche in non pochi figli della Chiesa, me ne dispiaccio sinceramente. Tale rammarico si traduca per tutta la Chiesa in un impegno di rinnovata fedeltà all’ispirazione evangelica, che proprio sul tema della liberazione delle donne da ogni forma di sopruso e di dominio, ha un messaggio di perenne attualità, sgorgante dall’atteggiamento stesso di Cristo. Egli, superando i canoni vigenti nella cultura del suo tempo, ebbe nei confronti delle donne un atteggiamento di apertura, di rispetto, di accoglienza, di tenerezza. Onorava così nella donna la dignità che essa ha da sempre nel progetto e nell’amore di Dio. Guardando a Lui, sullo scorcio di questo secondo millennio, viene spontaneo di chiederci: quanto del suo messaggio è stato recepito e attuato?

Sì, è l’ora di guardare con il coraggio della memoria e il franco riconoscimento delle responsabilità alla lunga storia dell’umanità, a cui le donne hanno dato un contributo non inferiore a quello degli uomini, e il più delle volte in condizioni ben più disagiate. Penso, in particolare, alle donne che hanno amato la cultura e l’arte e vi si sono dedicate partendo da condizioni di svantaggio, escluse spesso da un’educazione paritaria, esposte alla sottovalutazione, al misconoscimento ed anche all’espropriazione del loro apporto intellettuale. Della molteplice opera delle donne nella storia, purtroppo, molto poco è rimasto di rilevabile con gli strumenti della storiografia scientifica. Per fortuna, se il tempo ne ha sepolto le tracce documentarie, non si può non avvertirne i flussi benefici nella linfa vitale che impasta l’essere delle generazioni che si sono avvicendate fino a noi. Rispetto a questa grande, immensa « tradizione » femminile, l’umanità ha un debito incalcolabile. Quante donne sono state e sono tuttora valutate più per l’aspetto fisico che per la competenza, la professionalità, le opere dell’intelligenza, la ricchezza della loro sensibilità e, in definitiva, per la dignità stessa del loro essere!

4. E che dire poi degli ostacoli che, in tante parti del mondo, ancora impediscono alle donne il pieno inserimento nella vita sociale, politica ed economica? Basti pensare a come viene spesso penalizzato, più che gratificato, il dono della maternità, a cui pur deve l’umanità la sua stessa sopravvivenza. Certo molto ancora resta da fare perché l’essere donna e madre non comporti una discriminazione. È urgente ottenere dappertutto l’effettiva uguaglianza dei diritti della persona e dunque parità di salario rispetto a parità di lavoro, tutela della lavoratrice-madre, giuste progressioni nella carriera, uguaglianza fra i coniugi nel diritto di famiglia, il riconoscimento di tutto quanto è legato ai diritti e ai doveri del cittadino in regime democratico.

Si tratta di un atto di giustizia, ma anche di una necessità. I gravi problemi sul tappeto vedranno, nella politica del futuro, sempre maggiormente coinvolta la donna: tempo libero, qualità della vita, migrazioni, servizi sociali, eutanasia, droga, sanità e assistenza, ecologia, ecc. Per tutti questi campi, una maggiore presenza sociale della donna si rivelerà preziosa, perché contribuirà a far esplodere le contraddizioni di una società organizzata su puri criteri di efficienza e produttività e costringerà a riformulare i sistemi a tutto vantaggio dei processi di umanizzazione che delineano la « civiltà dell’amore ».

5. Guardando poi a uno degli aspetti più delicati della situazione femminile nel mondo, come non ricordare la lunga e umiliante storia – per quanto spesso « sotterranea » – di soprusi perpetrati nei confronti delle donne nel campo della sessualità? Alle soglie del terzo millennio non possiamo restare impassibili e rassegnati di fronte a questo fenomeno. È ora di condannare con vigore, dando vita ad appropriati strumenti legislativi di difesa, le forme di violenza sessuale che non di rado hanno per oggetto le donne. In nome del rispetto della persona non possiamo altresì non denunciare la diffusa cultura edonistica e mercantile che promuove il sistematico sfruttamento della sessualità, inducendo anche ragazze in giovanissima età a cadere nei circuiti della corruzione e a prestarsi alla mercificazione del loro corpo.

A fronte di tali perversioni, quanto apprezzamento meritano invece le donne che, con eroico amore per la loro creatura, portano avanti una gravidanza legata all’ingiustizia di rapporti sessuali imposti con la forza; e ciò non solo nel quadro delle atrocità che purtroppo si verificano nei contesti di guerra ancora così frequenti nel mondo, ma anche con situazioni di benessere e di pace, viziate spesso da una cultura di permissivismo edonistico, in cui più facilmente prosperano anche tendenze di maschilismo aggressivo. In condizioni del genere, la scelta dell’aborto, che pur resta sempre un grave peccato, prima di essere una responsabilità da addossare alle donne, è un crimine da addebitare all’uomo e alla complicità dell’ambiente circostante.

6. Il mio grazie alle donne si fa pertanto appello accorato, perché da parte di tutti, e in particolare da parte degli Stati e delle istituzioni internazionali, si faccia quanto è necessario per restituire alle donne il pieno rispetto della loro dignità e del loro ruolo. In proposito non posso non manifestare la mia ammirazione per le donne di buona volontà che si sono dedicate a difendere la dignità della condizione femminile attraverso la conquista di fondamentali diritti sociali, economici e politici, e ne hanno preso coraggiosa iniziativa in tempi in cui questo loro impegno veniva considerato un atto di trasgressione, un segno di mancanza di femminilità, una manifestazione di esibizionismo, e magari un peccato!

Come scrivevo nel Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace di quest’anno, guardando a questo grande processo di liberazione della donna, si può dire che « è stato un cammino difficile e complesso, e, qualche volta, non privo di errori, ma sostanzialmente positivo, anche se ancora incompiuto per i tanti ostacoli che, in varie parti del mondo, si frappongono a che la donna sia riconosciuta, rispettata, valorizzata nella sua peculiare dignità » (n. 4).

Occorre proseguire in questo cammino! Sono convinto però che il segreto per percorrere speditamente la strada del pieno rispetto dell’identità femminile non passa solo per la denuncia, pur necessaria, delle discriminazioni e delle ingiustizie, ma anche e soprattutto per un fattivo quanto illuminato progetto di promozione, che riguardi tutti gli ambiti della vita femminile, a partire da una rinnovata e universale presa di coscienza della dignità della donna. Al riconoscimento di quest’ultima, nonostante i molteplici condizionamenti storici, ci porta la ragione stessa, che coglie la legge di Dio inscritta nel cuore di ogni uomo. Ma è soprattutto la Parola di Dio che ci consente di individuare con chiarezza il radicale fondamento antropologico della dignità della donna, additandocelo nel disegno di Dio sull’umanità.

7. Consentite dunque, carissime sorelle, che insieme con voi io rimediti la meravigliosa pagina biblica che presenta la creazione dell’uomo, e che tanto dice sulla vostra dignità e la vostra missione nel mondo.

Il Libro della Genesi parla della creazione in modo sintetico e con linguaggio poetico e simbolico, ma profondamente vero: « Dio creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò: maschio e femmina li creò » (Gn 1, 27). L’atto creativo di Dio si sviluppa secondo un preciso progetto. Innanzitutto, è detto che l’uomo è creato « ad immagine e somiglianza di Dio » (cfr Gn 1, 26), espressione che chiarisce subito la peculiarità dell’uomo nell’insieme dell’opera della creazione.

Si dice poi che egli, sin dall’inizio, è creato come « maschio e femmina » (Gn 1, 27). La Scrittura stessa fornisce l’interpretazione di questo dato: l’uomo, pur trovandosi circondato dalle innumerevoli creature del mondo visibile, si rende conto di essere solo (cfr Gn 2, 20). Dio interviene per farlo uscire da tale situazione di solitudine: « Non è bene che l’uomo sia solo: gli voglio fare un aiuto che gli sia simile » (Gn 2, 18). Nella creazione della donna è inscritto, dunque, sin dall’inizio il principio dell’aiuto: aiuto – si badi bene – non unilaterale, ma reciproco. La donna è il complemento dell’uomo, come l’uomo è il complemento della donna: donna e uomo sono tra loro complementari. La femminilità realizza l’« umano » quanto la mascolinità, ma con una modulazione diversa e complementare.

Quando la Genesi parla di « aiuto », non si riferisce soltanto all’ambito dell’agire, ma anche a quello dell’essere. Femminilità e mascolinità sono tra loro complementari non solo dal punto di vista fisico e psichico, ma ontologico. È soltanto grazie alla dualità del « maschile » e del « femminile » che l’« umano » si realizza appieno.

8. Dopo aver creato l’uomo maschio e femmina, Dio dice ad entrambi: « Riempite la terra e soggiogatela » (Gn 1, 28). Non conferisce loro soltanto il potere di procreare per perpetuare nel tempo il genere umano, ma affida loro anche la terra come compito, impegnandoli ad amministrarne le risorse con responsabilità. L’uomo, essere razionale e libero, è chiamato a trasformare il volto della terra. In questo compito, che in misura essenziale è opera di cultura, sia l’uomo che la donna hanno sin dall’inizio uguale responsabilità. Nella loro reciprocità sponsale e feconda, nel loro comune compito di dominare e assoggettare la terra, la donna e l’uomo non riflettono un’uguaglianza statica e omologante, ma nemmeno una differenza abissale e inesorabilmente conflittuale: il loro rapporto più naturale, rispondente al disegno di Dio, è l’« unità dei due », ossia una « unidualità » relazionale, che consente a ciascuno di sentire il rapporto interpersonale e reciproco come un dono arricchente e responsabilizzante.

A questa « unità dei due » è affidata da Dio non soltanto l’opera della procreazione e la vita della famiglia, ma la costruzione stessa della storia. Se durante l’Anno internazionale della Famiglia, celebrato nel 1994, l’attenzione s’è portata sulla donna come madre, l’occasione della Conferenza di Pechino torna propizia per una rinnovata presa di coscienza del molteplice contributo che la donna offre alla vita di intere società e nazioni. È un contributo di natura innanzitutto spirituale e culturale, ma anche socio-politica ed economica. Veramente molto è quanto devono all’apporto della donna i vari settori della società, gli Stati, le culture nazionali e, in definitiva, il progresso dell’intero genere umano!

9. Normalmente il progresso è valutato secondo categorie scientifiche e tecniche, ed anche da questo punto di vista non manca il contributo della donna. Tuttavia, non è questa l’unica dimensione del progresso, anzi non ne è neppure la principale. Più importante appare la dimensione socio-etica, che investe le relazioni umane e i valori dello spirito: in tale dimensione, spesso sviluppata senza clamore, a partire dai rapporti quotidiani tra le persone, specie dentro la famiglia, è proprio al « genio della donna » che la società è in larga parte debitrice.

Vorrei a tal proposito manifestare una particolare gratitudine alle donne impegnate nei più diversi settori dell’attività educativa, ben oltre la famiglia: asili, scuole, università, istituti di assistenza, parrocchie, associazioni e movimenti. Dovunque c’è l’esigenza di un lavoro formativo, si può constatare l’immensa disponibilità delle donne a spendersi nei rapporti umani, specialmente a vantaggio dei più deboli e indifesi. In tale opera esse realizzano una forma di maternità affettiva, culturale e spirituale, dal valore veramente inestimabile, per l’incidenza che ha sullo sviluppo della persona e il futuro della società. E come non ricordare qui la testimonianza di tante donne cattoliche e di tante Congregazioni religiose femminili che, nei vari continenti, hanno fatto dell’educazione, specialmente dei bambini e delle bambine, il loro principale servizio? Come non guardare con animo grato a tutte le donne che hanno operato e continuano ad operare sul fronte della salute, non solo nell’ambito delle istituzioni sanitarie meglio organizzate, ma spesso in circostanze assai precarie, nei Paesi più poveri del mondo, dando una testimonianza di disponibilità che rasenta non di rado il martirio?

10. Auspico dunque, carissime sorelle, che si rifletta con particolare attenzione sul tema del « genio della donna », non solo per riconoscervi i tratti di un preciso disegno di Dio che va accolto e onorato, ma anche per fare ad esso più spazio nell’insieme della vita sociale, nonché di quella ecclesiale. Proprio su questo tema, già affrontato peraltro in occasione dell’Anno Mariano, ebbi modo di intrattenermi ampiamente nella menzionata Lettera apostolica Mulieris dignitatem, pubblicata nel 1988. Quest’anno poi, in occasione del Giovedì Santo, alla consueta Lettera che invio ai sacerdoti ho voluto unire idealmente proprio la Mulieris dignitatem, invitandoli a riflettere sul significativo ruolo che nella loro vita svolge la donna, come madre, come sorella e come collaboratrice nelle opere di apostolato. È questa un’altra dimensione – diversa da quella coniugale, ma anch’essa importante – di quell’« aiuto » che la donna, secondo la Genesi, è chiamata a recare all’uomo.

La Chiesa vede in Maria la massima espressione del « genio femminile » e trova in Lei una fonte di incessante ispirazione. Maria si è definita « serva del Signore » (Lc 1, 38). È per obbedienza alla Parola di Dio che Ella ha accolto la sua vocazione privilegiata, ma tutt’altro che facile, di sposa e di madre della famiglia di Nazaret. Mettendosi a servizio di Dio, Ella si è posta anche a servizio degli uomini: un servizio di amore. Proprio questo servizio le ha permesso di realizzare nella sua vita l’esperienza di un misterioso, ma autentico « regnare ». Non a caso è invocata come « Regina del cielo e della terra ». La invoca così l’intera comunità dei credenti, l’invocano « Regina » molte nazioni e popoli. Il suo « regnare » è servire! Il suo servire è « regnare »!

Così dovrebbe essere intesa l’autorità tanto nella famiglia quanto nella società e nella Chiesa. Il « regnare » è rivelazione della vocazione fondamentale dell’essere umano, in quanto creato ad « immagine » di Colui che è Signore del cielo e della terra, chiamato ad essere in Cristo suo figlio adottivo. L’uomo è la sola creatura sulla terra « che Iddio abbia voluta per se stessa », come insegna il Concilio Vaticano II, il quale significativamente aggiunge che l’uomo « non può ritrovarsi pienamente se non attraverso il dono sincero di sé » (Gaudium et spes, n. 24).

In questo consiste il materno « regnare » di Maria. Essendo stata, con tutto il suo essere, dono per il Figlio, dono Ella diventa anche per i figli e le figlie dell’intero genere umano, destando la profondissima fiducia di chi si rivolge a Lei per essere condotto lungo le difficili vie della vita al proprio definitivo, trascendente destino. A questo finale traguardo ciascuno giunge attraverso le tappe della propria vocazione, un traguardo che orienta l’impegno nel tempo tanto dell’uomo quanto della donna.

11. In questo orizzonte di « servizio » – che, se reso con libertà, reciprocità ed amore, esprime la vera « regalità » dell’essere umano – è possibile accogliere, senza conseguenze svantaggiose per la donna, anche una certa diversità di ruoli, nella misura in cui tale diversità non è frutto di arbitraria imposizione, ma sgorga dalle peculiarità dell’essere maschile e femminile. È un discorso che ha una sua specifica applicazione anche all’interno della Chiesa. Se Cristo – con libera e sovrana scelta, ben testimoniata nel Vangelo e nella costante tradizione ecclesiale – ha affidato soltanto agli uomini il compito di essere « icona » del suo volto di « pastore » e di « sposo » della Chiesa attraverso l’esercizio del sacerdozio ministeriale, ciò nulla toglie al ruolo delle donne, come del resto a quello degli altri membri della Chiesa non investiti del sacro ministero, essendo peraltro tutti ugualmente dotati della dignità propria del « sacerdozio comune » radicato nel Battesimo. Tali distinzioni di ruolo, infatti, non vanno interpretate alla luce dei canoni di funzionalità propri delle società umane, ma con i criteri specifici dell’economia sacramentale, ossia di quella economia di « segni » liberamente scelti da Dio per rendersi presente in mezzo agli uomini.

Del resto, proprio nella linea di questa economia di segni, anche se fuori dell’ambito sacramentale, non è di poco conto la « femminilità » vissuta sul modello sublime di Maria. C’è infatti nella « femminilità » della donna credente, e in specie di quella « consacrata », una sorta di « profezia » immanente (cfr Mulieris dignitatem, n. 29), un simbolismo fortemente evocativo, si direbbe una pregnante « iconicità », che si realizza pienamente in Maria e ben esprime l’essere stesso della Chiesa in quanto comunità consacrata con l’assolutezza di un cuore « vergine », per essere « sposa » del Cristo e « madre » dei credenti. In questa prospettiva di complementarietà « iconica » dei ruoli maschile e femminile vengono meglio poste in luce due dimensioni imprescindibili della Chiesa: il principio « mariano » e quello « apostolico-petrino » (cfr ibid., n. 27).

D’altra parte – lo ricordavo ai sacerdoti nella menzionata Lettera del Giovedì santo di quest’anno – il sacerdozio ministeriale, nel disegno di Cristo, « non è espressione di dominio, ma di servizio » (n. 7). È compito urgente della Chiesa, nel suo quotidiano rinnovarsi alla luce della Parola di Dio, metterlo sempre più in evidenza, sia nello sviluppo dello spirito di comunione e nella attenta promozione di tutti gli strumenti tipicamente ecclesiali della partecipazione, sia attraverso il rispetto e la valorizzazione degli innumerevoli carismi personali e comunitari che lo Spirito di Dio suscita ad edificazione della comunità cristiana e a servizio degli uomini.

In tale ampio spazio di servizio, la storia della Chiesa in questi due millenni, nonostante tanti condizionamenti, ha conosciuto veramente il « genio della donna », avendo visto emergere nel suo seno donne di prima grandezza che hanno lasciato larga e benefica impronta di sé nel tempo. Penso alla lunga schiera di martiri, di sante, di mistiche insigni. Penso, in special modo, a santa Caterina da Siena e a santa Teresa d’Avila, a cui il Papa Paolo VI di v.m. attribuì il titolo di Dottore della Chiesa. E come non ricordare poi le tante donne che, spinte dalla fede, hanno dato vita ad iniziative di straordinaria rilevanza sociale a servizio specialmente dei più poveri? Il futuro della Chiesa nel terzo millennio non mancherà certo di registrare nuove e mirabili manifestazioni del « genio femminile ».

12. Voi vedete, dunque, carissime sorelle, quanti motivi ha la Chiesa per desiderare che, nella prossima Conferenza, promossa a Pechino dalle Nazioni Unite, si metta in luce la piena verità sulla donna. Si ponga davvero nel dovuto rilievo il « genio della donna », non tenendo conto soltanto delle donne grandi e famose vissute nel passato o nostre contemporanee, ma anche di quelle semplici, che esprimono il loro talento femminile a servizio degli altri nella normalità del quotidiano. È infatti specialmente nel suo donarsi agli altri nella vita di ogni giorno che la donna coglie la vocazione profonda della propria vita, lei che forse ancor più dell’uomo vede l’uomo, perché lo vede con il cuore. Lo vede indipendentemente dai vari sistemi ideologici o politici. Lo vede nella sua grandezza e nei suoi limiti, e cerca di venirgli incontro e di essergli di aiuto. In questo modo, si realizza nella storia dell’umanità il fondamentale disegno del Creatore e viene alla luce incessantemente, nella varietà delle vocazioni, la bellezza – non soltanto fisica, ma soprattutto spirituale – che Dio ha elargito sin dall’inizio alla creatura umana e specialmente alla donna.

Mentre affido al Signore nella preghiera il buon esito dell’importante appuntamento di Pechino, invito le comunità ecclesiali a fare dell’anno corrente l’occasione per un sentito rendimento di grazie al Creatore e al Redentore del mondo proprio per il dono di un così grande bene qual è la femminilità: essa, nelle sue molteplici espressioni, appartiene al patrimonio costitutivo dell’umanità e della stessa Chiesa.

Vegli Maria, Regina dell’amore, sulle donne e sulla loro missione al servizio dell’umanità, della pace, della diffusione del Regno di Dio!

Con la mia Benedizione.

Dal Vaticano, 29 giugno 1995, Solennità dei Santi Pietro e Paolo.

GIOVANNI PAOLO II

La Francia vuole auto-distruggersi con l’aborto nella Costituzione

Fabio Fuiano – Corrispondenza Romana – 6 Marzo 2024

Il 4 marzo l’Assemblea Nazionale francese (le due Camere riunite), ha approvato a schiacciante maggioranza (780 favorevoli, 72 contrari), la modifica della Costituzione inserendo «la libertà garantita» all’aborto. E’ il primo caso al mondo in cui un Paese inserisce il diritto all’aborto nella propria Costituzione, in quanto, pur essendo materia di legislazione positiva in diversi paesi del mondo, l’aborto non era mai arrivato a toccare esplicitamente il vertice dell’ordinamento giuridico.

La discussione su questo punto era stata innescata nel giugno 2022, dopo il rovesciamento della storica sentenza Roe v. Wade che aveva liberalizzato la pratica abortiva negli Stati Uniti nel 1973. Infatti, il 24 novembre 2022, l’Assemblea nazionale francese aveva già approvato una proposta di legge costituzionale volta a modificare l’articolo 66 della Costituzione, presentata dalla deputata Mathilde Panot. Si tratta, dunque, di una levata di scudi del mondo abortista, che si arrocca intorno a quel che gli rimane, a mo’ d’esercito che si trincera in una fortezza assediata. Si può constatare in primis che l’abortismo ha paura di perdere ciò che ha ottenuto dopo aspre lotte in cui minoranze determinate sono riuscite a plasmare maggioranze tiepide. Di più, tutti hanno avuto l’evidenza plastica che la tanto paventata “irreversibilità del processo storico” è in realtà null’altro che un artificio volto a scoraggiare chi dovrebbe opporvisi con tutte le forze.

In secundis, questi sono gli ultimi tentativi per preservare l’iniquo status quo che tale artificio ha contribuito a generare. Il processo rivoluzionario, così ben descritto dal dott. Plinio Corrêa de Oliveira nel suo saggio Rivoluzione e Contro-rivoluzione, sta scoprendo le sue ultime carte prima di giungere ad esaurimento. E poiché, come scrive il filosofo, «la quintessenza dello spirito rivoluzionario consiste nell’odiare per principio e sul piano metafisico qualsiasi disuguaglianza e qualsiasi legge, specialmente la legge morale» (Rivoluzione e Contro-rivoluzione, tr. it. Sugarco, Milano 2009, p. 130), l’ultima carta è quella di cristallizzare un anti-principio (cioè che compiere un male intrinseco, come l’aborto, è un “diritto”, ovvero un bene) nella massima espressione moderna della legge umana positiva. D’altro canto, non riconoscendo alcuna legge superiore a questa, per i rivoluzionari relativisti, ciò significa ergere la trasgressione dell’ordine morale naturale a legge che deve essere osservata da tutti e ciascuno. Si tratta di una vera e propria anti-legge, che però contraddice il postulato relativista e nichilista, per il quale non dovrebbe esistere legge alcuna. Era questo, infatti, il significato che Friedrich Nietzsche (1844-1900) attribuiva all’ultima metamorfosi dello spirito in “Così parlò Zarathustra”: il fanciullo, ultima fase della trasfigurazione dell’uomo, rappresenta l’oltre-uomo, colui che andrebbe “oltre” l’uomo cristiano (simboleggiato dal cammello) e quello moderno (simboleggiato dal leone) in quanto supererebbe l’esigenza di vivere secondo un principio, una logica. L’oltre-uomo nietzscheano interiorizza a tal punto la “morte di Dio” che non sostituisce la Sua legge con la propria, ma va al di là di qualsiasi legge, in una indeterminazione assoluta del bene e del male (Così parlò Zarathustra, tr. it. Fratelli Bocca, Roma 1915, parte prima, Delle tre metamorfosi, p. 23 e ss.). D’altra parte, il medesimo autore ardiva d’affermare «quel che si fa per amore, è sempre al di là del bene e del male» (Al di là del bene e del male, aforisma 153, capitolo IV “Sentenze e intermezzi”). Oggi, si arriva persino alla convinzione che uccidere un innocente nel grembo materno può essere “un atto d’amore”.

Il corpo dell’Occidente, di quell’Occidente un tempo plasmato dalla Civiltà cristiana, sembra oggi arrancare, fa fatica a reagire davanti ai suoi aggressori interni ed esterni. Ciononostante, il processo rivoluzionario, pur essendo una malattia che momentaneamente affligge questo corpo, è tanto più vicino al suo fallimento, quanto più si avvicina al perseguimento del suo obiettivo: infatti, la malattia può esistere soltanto finché c’è un corpo da aggredire. Morto questo corpo, essa cesserebbe inevitabilmente. Osserva perspicacemente san Dionigi Aeropagita: «se il disordine fosse completo, non ci sarebbe nemmeno la malattia. Rimane e c’è la malattia in quanto ha come sostanza l’ordine minimo e in esso sussiste» (De Divinis Nominibus, IV, 20, 720c).

Se la Francia, come anche l’Occidente, non torneranno sui propri passi, ciò che non rendono volontariamente per giustizia a Dio, dovranno renderlo in altro modo: questo male reclama infatti un castigo che ha lo scopo di soddisfare la giustizia, ma allo stesso tempo è un medicinale. Sant’Agostino osservava: «Colui che non rende a Dio ciò che gli deve, glielo rende soffrendo quel che deve. Non vi è altra via di mezzo […]. La bellezza dell’ordine universale è tale che non può tollerare nemmeno un istante di essere macchiata dalla bruttezza del peccato, senza essere ripassata dalla bellezza della vendetta» (S. Agostino, De libero arbitrio, 3, 44).

Tuttavia, la reazione a questo male può venire anche dagli uomini di buona volontà, a patto che si spendano unicamente per un bene integrale, senza compromessi. Bisogna ricordare a pieni polmoni che qui non si tratta meramente di “diritti umani” violati, ma soprattutto di una contrapposizione al sovrano dominio che solo Dio ha sulla vita umana. L’uomo non riceve dai genitori il diritto alla vita, né dalla società, ma direttamente da Dio, creatore immediato dell’anima, principio vitale del corpo. La vita umana innocente è pertanto intangibile e nessuno ha titoli giuridici per disporne direttamente. Se l’autorità comanda in tale senso non può e non deve essere obbedita. In modo magistrale si rivolgeva il Sommo Pontefice Pio XII alle Ostetriche cattoliche in un discorso a loro indirizzato il 29 ottobre 1951, meritevole d’esser letto nella sua interezza: «ogni essere umano, anche il bambino nel seno materno, ha il diritto alla vita immediatamente da Dio, non dai genitori, né da qualsiasi società o autorità umana. Quindi non vi è nessun uomo, nessuna autorità umana, nessuna scienza, nessuna “indicazione” medica, eugenica, sociale, economica, morale, che possa esibire o dare un valido titolo giuridico per una diretta deliberata disposizione sopra una vita umana innocente, vale a dire una disposizione, che miri alla sua distruzione, sia come a scopo, sia come a mezzo per un altro scopo, per sé forse in nessun modo illecito».

E conchiudeva: «la vita di un innocente è intangibile, e qualunque diretto attentato o aggressione contro di essa è violazione di una delle leggi fondamentali, senza le quali non è possibile una sicura convivenza umana. — Non abbiamo bisogno d’insegnare a voi nei particolari il significato e la portata, nella vostra professione, di questa legge fondamentale. Ma non dimenticate: al di sopra di qualsiasi legge umana, al disopra di qualsiasi “indicazione”, si leva, indefettibile, la legge di Dio». Custodiamo e meditiamo queste parole, frutto di profonda sapienza. Solo così potremo sperare in un ritorno a quei principi della Civiltà cristiana che hanno fatto grande l’Occidente.

Cessate il fuoco contro i nascituri

GIULIANO FERRARA  06 MAR 2024 IL FOGLIO

L’aborto come diritto è ora iscritto nella Costituzione francese. Ma è la vita il primo diritto di un individuo, e il concepito è un individuo. Aborto? No, grazie, diciamo di fronte all’umanitarismo falso per i bambini di Gaza

Cessate il fuoco, parola d’ordine che incanta, dilaga senza senso, e che andrebbe usata sì, e senza circospezione, per quanto la Costituzione francese oggi considera un diritto assoluto, l’aborto. La dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, votata dalla comunità internazionale tranne il Sudafrica dell’apartheid, l’Unione sovietica della dittatura del proletariato e l’Arabia Saudita, dice che il primo diritto dell’individuo è la vita. Bisogna accertarsi che un individuo sia un individuo, non si può negargli una personalità giuridica, e a quel punto il diritto alla vita è assoluto. Il concepito è per la scienza un individuo.

Lo è per statuto cromosomico, individuo differente da tutti gli altri e irripetibile nella struttura. È un individuo in atto, non solo in potenza, dotato di tutto quel che fa di un maschio un maschio e di una femmina una femmina. Lo si fotografa abitualmente attraverso tecniche visualmente perfette. C’è, incontestabilmente, e risiede per un atto di concepimento nel corpo di una donna. Agisce e patisce, come sapevano per tradizione le donne incinte, dunque si segnala, batte colpi, prova piacere e dolore. Degradarlo, torturarlo, annientarlo è contrario alla concezione della vita, e poi e solo poi della libertà e del resto, che definimmo all’uscita della Seconda guerra mondiale con le eccezioni dette tra i firmatari, sulla scia della dichiarazione di Indipendenza americana e della dichiarazione seguita alla Rivoluzione francese e scritta dal marchese La Fayette. Insomma, i diritti naturali.

Quando provammo a fare una campagna contro l’aborto, con pochi mezzi e tra le provocazioni e i fraintendimenti, nel 2008, fummo sconfitti. Eravamo partiti dal rigetto di quella che ci sembrava un’oscenità morale, una contraddizione etica devastante: l’esibizione vanitosa del diritto alla vita quando si parlava di pena di morte, e si invocava una moratoria delle esecuzioni capitali, combinata con l’aborto come diritto: nell’obiettivo nostro era la vocalità umanitaria di Emma Bonino, che riciccia ora.  Chiedemmo una moratoria per l’aborto, facendo scandalo, combattendo per una breve stagione culminata in una bruciante sconfitta elettorale della lista di scopo “Aborto? No, grazie”, e prima ancora in una disfatta culturale. Dopo qualche incertezza sulla legislazione abortista, che peraltro in Italia si intitolava alla “tutela sociale della maternità” (legge 194), sostenemmo che non era in questione la punibilità dell’aborto, ma l’orientamento contrario all’aborto da manifestare e inverare nelle politiche pubbliche, nella coscienza etica della società: bisognava offrire un’alternativa all’aborto moralmente sordo, una possibilità diversa a chi ricorreva al cosiddetto aborto di necessità, finanziare i programmi di assistenza e aiuto di eroici gruppi volontari che quell’alternativa cercavano in dialogo con le donne incinte e i loro partner, censurare l’aborto degradato da dramma a scelta di carriera o affermazione volitiva generica, proponemmo la sepoltura e catalogazione dei non nati ancora oggi considerati “rifiuti speciali ospedalieri” eccetera.

Unico impotente alleato strategico di una campagna laica e fatta da laici con metodi laici, alleanza esperita con tutte le cautele dell’istituzione, fu la Chiesa di Ratzinger e Ruini. Le mille testimonianze ideologiche, letterarie, poetiche a favore del no all’aborto, dal mitico Pasolini a Natalia Ginzburg a molti altri non solo italiani, furono considerate eccentricità e anticaglie.

Oggi quell’impresa sarebbe da riproporre, con tutto il suo carico di disperazione e fallimento, di fronte all’umanitarismo falso per i bambini di Gaza. Oggi dovremmo dire, come fu per la moratoria, “cessate il fuoco” contro i nascituri abortiti o in via di aborto, cioè annientati, nel segno del diritto costituzionale ormai iscritto nella Costituzione francese all’unanimità o quasi. Un mondo in cui si viaggia verso il miliardo e mezzo di aborti legali e condivisi dai primi anni Settanta, epoca delle leggi abortiste, non ha il diritto di assumere pose sconvolgenti di compassione, empatia o quel che volete voi verso la strage dei bambini a Gaza e, se è per questo, in molte altre parti del mondo.

Pagina 124 di 156

Radio Maria ETS - Via Milano 12, 22036 Erba (Co) - CF 94023530150

Privacy policy