Di Paolo Mieli- Corriere della Sera – 14 Ottobre 2023

Lo storico ed editorialista Paolo Mieli, già direttore del Corriere della Sera, analizza la situazione a una settimana dall’attacco di Hamas a Israele: in queste condizioni «predire che lo Stato palestinese sarà pacifico è un’allucinazione»

Il 7 ottobre del 2023 resterà alla storia come il giorno dell’orrore. Le immagini degli oltre duecento giovani fatti a pezzi o rapiti mentre partecipavano a un pacifico rave party, nonché – e dovremmo dire soprattutto – quelle dei quaranta bambini sgozzati a Kfar Aza sono destinate a rimanere impresse nella memoria del mondo intero. Come quelle delle donne e degli uomini costretti a gettarsi dalle Twin Towers l’11 settembre del 2001.

La controversia tra arabi e israeliani prima, palestinesi e israeliani poi data dal 1947 quando l’Onu stabilì che su quella terra dovessero nascere due stati, quello di Israele e quello della Palestina. Israele nacque (nel 1948), mentre le terre destinate ai palestinesi furono occupate dagli Stati arabi confinanti che le trasformarono in basi per le aggressioni contro Israele che si era costituita dopo un lungo conflitto durato fino al ’49. Poi ci fu una seconda guerra, quella di Suez, nel 1956. E al termine della terza guerra, detta “dei sei giorni” Israele occupò i “territori” da cui partivano le spedizioni contro i suoi kibbutz e ogni tanto qualche iniziativa militare più aggressiva. Da allora la posizione di Israele è stata: ve li restituiremo quando vi impegnerete a riconoscerci e a non aggredirci mai più. Sono trascorsi cinquantasei anni e questo impegno non è mai venuto.

In seguito, Israele ha prodotto più volte soprusi a danno dei palestinesi, ha cercato in ogni modo di dividerli, ha impiantato colonie sulle loro terre. Potremmo occupare questo intero fascicolo a descrivere i torti di Israele. Ma è un fatto che appena qualche Stato arabo si è dichiarato disposto a riconoscerne il diritto ad esistere si è fatta la pace. Amos Oz, David Grossman, Abraham Yehoshua, il 7 dicembre 2014 firmano un appello per il riconoscimento della Palestina. Si aggiunsero altri 850 intellettuali. C’era scritto: «Israele dovrebbe riconoscere lo Stato di Palestina e questo dovrebbe riconoscere lo Stato di Israele basato sui confini del 4 giugno 1967». Purtroppo, non c’è stato nessun leader palestinese (eccezion fatta per un’esigua minoranza) a sottoscrivere la seconda parte di quell’appello, cioè l’impegno a riconoscere – e a lasciar vivere in pace – lo Stato d’Israele. Neanche entro i confini del 1967.

Nel 2005, di sua iniziativa, Israele ha lasciato libera la striscia di Gaza. Ha fatto osservare

Francesco Battistini che quello di questi giorni è il settimo conflitto in diciotto anni, cioè da quando la striscia di Gaza fu resa libera e autonoma. Il primo prese il nome di “Piogge estive” (2006) dopo l’uccisione di due miliziani palestinesi e il rapimento del soldato israeliano Gilad Shalit. Shalit rimase prigioniero fino all’ottobre del 2011 allorché, in seguito a un accordo tra Hamas e Israele fu rilasciato in cambio della liberazione di oltre mille palestinesi. Poi, nel 2008, venne l’operazione “Piombo fuso” e nel 2012 fu la volta di “Pilastro di difesa”. Nel 2014 Israele provò a interrompere i rifornimenti tramite tunnel tra Gaza e Egitto con “Linea di protezione”. Trascorsero quindi sette anni di relativa calma e nel 2021 ci furono undici giorni di conflitto. E nel maggio scorso altri cinque giorni. Israele rinunciò a quelle denominazioni enfatiche ma il risultato fu sempre lo stesso: giorni e giorni di conflitto per poi tornare al punto di partenza.

Un’ipotesi assai accreditata e che dietro l’aggressione di questi giorni ci sia l’Iran. E dietro l’Iran in qualche modo la Russia. La diplomazia filo Putin «alla quale ha aderito Netanyahu durante tutti gli anni al potere e che rappresentava un’assicurazione politica agli occhi della Repubblica islamica, soprattutto nello spazio aereo siriano», ha scritto su queste pagine Gilles Kepel, il massimo conoscitore di cose arabe, «si è rivelata fallimentare». Lo «sgretolamento morale di Israele, conseguenza di una coalizione governativa tenuta in ostaggio dai ministri dell’estrema destra, gli attacchi contro la Costituzione, le manifestazioni massicce» e soprattutto «la disobbedienza civile di numerosi riservisti, che si erano rifiutati di addestrarsi come forma di protesta contro la deriva politica», sempre secondo Kepel, sono tutti fattori che hanno contribuito a indebolire il Paese e che la Repubblica islamica ha saputo sfruttare.

E adesso? Purtroppo, ha ammesso sconsolato lo scrittore israeliano Assaf Gavron (assai critico nei confronti di Netanyahu), «la nostra storia è piena di eventi “mai avvenuti prima’”». Intervistato da Giulio Meotti (Il Foglio) Mordechai Kedar, uno dei principali esperti di geopolitica mediorientale, ha azzardato la previsione che lo Stato palestinese a questo punto si potrebbe evolvere in un Hamas-stan. Hamas, ha ricordato, ha vinto le elezioni legislative in Cisgiordania nel 2006 e detiene la maggioranza dei seggi palestinesi fino ad oggi. Poi, a giugno 2007, hanno preso Gaza con la forza. Adesso stanno già pensando a prendere l’intero stato palestinese. Con le elezioni o con la forza. In queste condizioni «predire che lo Stato palestinese sarà pacifico è un’allucinazione ». Speriamo tornino presto i tempi dell’ottimismo.