Il male assedia le nostre vite. Una guerra in seno all’Europa e una appena fuori. Studenti in crisi e genitori disarmati. Una lettrice mi confida di accarezzare il suicidio. Un amico con un tumore a uno stadio avanzato. Essendo impotente di fronte a tutto questo, potrei diventare cinico, e non fare ciò che il Nobel per la letteratura, il poeta russo Josif Brodskij, condannato ai lavori forzati negli anni ‘60 e poi esiliato dal suo Paese, riteneva essere l’impegno politico di uno scrittore: «Scrivere cose belle».
Questo lo posso fare, non contano le opinioni ma le azioni, conta solo quanta bellezza ho fatto oggi, perché la bellezza è l’origine della speranza, e la speranza è l’origine di nuova bellezza. Questo è il circolo virtuoso del creare, perché la bellezza è amore incarnato (bella è una carezza, una pagina, una cena, una rosa…), compimento di un pezzetto di mondo che invece di morire si salva, e chiunque vuole essere toccato da questa salvezza. Infatti se una cosa bella mi tocca voglio fare altrettanto. Nei paesi un tempo si impediva a una donna incinta di guardare cose brutte: per generare (il) bene bisogna essere prima ri-generati. E allora prendo la penna per provare a costruire uno spazio in cui la bellezza potrebbe magari accadere. Salverà il mondo? No. Ma forse me. Come?
Matthew Perry, trovato morto nella Jacuzzi della sua villa, aveva fatto ridere milioni di persone in una delle serie più fortunate della storia della tv, Friends. In una intervista del 2022 aveva detto: «Quando morirò, non voglio che Friends sia la prima cosa per cui si parli di me, ma per aver aiutato chi soffre di dipendenza dall’alcol». Suo padre non gli aveva trasmesso altro che sbronze e abbandono, e quella contro alcol e droghe è stata la sua lotta per salvarsi e salvare il mondo. Il suo talento straordinario per la recitazione gli dava pace perché poteva essere un altro, uno che dà agli altri la gioia che lui doveva conquistarsi con tutta la pelle. La lotta per trovare la pace, questo era il suo lavoro, per questo voleva essere ricordato.
Gli fa eco l’ultimo premio Nobel per la letteratura, lo scrittore norvegese Jon Fosse, che ha raccontato di essersi liberato dell’alcol solo dopo esserne quasi morto. La scrittura lo ha salvato perché gli ha consentito di «liberarsi» dell’alcolizzato, per lui infatti scrivere si è rivelato ascoltare una voce che lo trascende, e infatti lo ha portato a Dio: «Sono stato un ateo convinto, ma era un modo troppo semplice di vedere le cose, soprattutto per uno scrittore. Prego tutti i giorni, vado a messa una volta a settimana. Mi dà pace, ed è tutta la vita che la cerco».
Cerchiamo la pace, e le nostre scelte autodistruttive sono spesso lenitivi per non sentire disprezzo verso noi stessi o dimenticare che ci stiamo disintegrando: «Quando giravo il mondo – dice Fosse in una recente intervista– con le mie opere teatrali ero quasi sempre solo. La mia unica compagna era una bottiglia di whisky». Salvarsi è trovare integrità, unire i pezzi dell’esistenza, riparare la dis-integrazione di corpo, mente e cuore, le tre dimensioni dell’umano che solo quando vanno insieme danno pace, cioè salvezza.
I primi cristiani per salutarsi si auguravano la pace e non erano sentimentali: augurare la pace è impegnarsi a trovare unità in sé e con gli altri. Non è diverso da «Salve!», cioè «sii salvo», parola antichissima che non significava altro che «integro», «unito». Il contrario di salvarsi è infatti dis-integrarsi e dis-integrare: fare a pezzi. E così dove non c’è pace nel singolo non può essercene tra parenti, vicini, popoli.
La linea che separa il bene dal male non è quella che le guerre impongono, ma è nel nostro cuore. Una linea che separa la vita dalla morte e che decidiamo noi, ogni giorno, dove spostare. Non è possibile eliminare il male dal mondo, ci hanno provato invano tutte le ideologie più sanguinarie perché poi il male lo proiettavano su qualcuno, invece è possibile comprimerlo nel proprio cuore. È il lavoro del Piccolo Principe che ogni mattina deve estirpare i germogli di baobab per evitare che, crescendo, disintegrino il suo pianeta.
Le radici del male sono nel cuore e ci saranno sempre, il nostro compito è tagliarle ogni giorno. Cristo lo ha detto così: «Non c’è nulla fuori dell’uomo che, entrando in lui, possa renderlo impuro. Ma sono le cose che escono dall’uomo a renderlo impuro. Dal cuore degli uomini escono i propositi di male: impurità, furti, omicidi, adulteri, avidità, malvagità, inganno, dissolutezza, invidia, calunnia, superbia, distruzione» (Mc 7).
È inutile voler cambiare il mondo, serve invece cambiare dentro di sé ciò che si vuole vedere cambiare nel mondo: vuoi la pace? Falla dove sei, nella riunione di condominio. Fare la pace è fare qualcosa che rende integro un pezzetto di mondo, fare la guerra è disintegrarlo.
Come mostra Cristopher Nolan nel suo recente film Oppenheimer la bomba atomica è prima nel cuore dei suoi creatori e solo dopo in quello di una testata sganciata sul Giappone. Così è e sarà sempre, da Caino in poi: la pace e la guerra che sono attorno a me escono da me. Basta risalire dal frutto di un’azione sino alla sua radice, il cuore, per scoprire dove ho messo la linea che separa vita e morte, quella vita e quella morte che, dopo, ho dato al mondo. Dall’avanzare di quella linea verso la vita, in ogni cuore, ogni giorno, dove e come posso, dipende la pace del mondo.
Colpito di sorpresa, lo Stato ebraico deve reagire al pogrom jihadista, ripensare la sua sicurezza, affrontare un conflitto brutale e ricostruire la coesione interna. Senza rinunciare alla sfida della pace con gli arabi
di Maurizio Molinari. Produzione Gedi Visual – La Repubblica 29 OTTOBRE 2023AGGIORNATO 30 OTTOBRE
lo Stato ebraico si trova davanti ad uno dei momenti più difficili della sua esistenza (Terza parte)
Un conflitto su tre livelli
Karmon studia la Jihad dal suo studio nel centro di Gerusalemme mentre poco lontano da Tel Aviv vive Jacob Amidror, in una casa dove ospita alcuni rifugiati da villaggi del Nord che sono stati completamente evacuati per proteggerli dal rischio di attacchi degli Hezbollah libanesi. Si tratta di un madre e due figlie. Amidror le ospitò già in occasione della guerra in Libano del 2006: sono passati 17 anni, la madre adesso ha i capelli grigi, le figlie sono cresciute ma dormono nelle stesse stanze che avevano allora.
“La storia per molti versi si ripete – dice Amidror, già consigliere per la sicurezza nazionale di Netanyahu e fra i più apprezzati analisti di strategia israeliani – ma questo conflitto è diverso dagli altri”. E mette l’accento su “diverso” per spiegare: “Si tratta di un conflitto che si sviluppa su tre livelli, il primo e più diretto, è la guerra iniziata da Hamas contro di noi con le atrocità contro i civili, perché ora Israele deve rispondere e cancellare Hamas, è il nostro popolo a chiedere questa risposta. C’è però un secondo livello ovvero la necessità di schiacciare Hamas per ricostruire la capacità di deterrenza israeliana contro simili nemici, a cominciare da Hezbollah in Libano, facendogli capire che ciò che capita ora a Hamas capiterà anche a loro se dovessero mai pensare di attaccarci in maniera simile. Infine, il terzo livello, perché lo scontro fra Hamas e Israele è un tassello del conflitto più ampio fra le democrazie ed i suoi nemici di cui il presidente americano Joe Biden ha parlato nel discorso alla nazione del 19 ottobre”.Sono minacce diverse, ma vogliono annientare le democrazie”
Amidror conosce profondamente Israele ma anche in America si sente a casa. La sua lettura del conflitto iniziato da Hamas tiene assieme più necessità: Israele deve sconfiggere Hamas, impedire a Hezbollah di attaccarci ed aiutare l’America a confrontarsi con un asse di nemici che include l’Iran, fornitore di armi alla Russia di Vladimir Putin come nessun’altra nazione ad eccezione della Corea del Nord.
Si apre dunque un fronte parallelo a quello dell’Ucraina perché anche Kiev da una parte combatte per difendere la propria esistenza dall’aggressione russa e dall’altra fa parte dello schieramento delle democrazie occidentali alle prese con la minaccia della Russia, intenzionata a cambiare a suo vantaggio l’architettura di sicurezza, non solo europea.
“Qui in Medio Oriente, lo scontro fra democrazie e autocrazie dipenderà dalla nostra capacità di sconfiggere Hamas nella Striscia” sottolinea Amidror, secondo il quale la campagna israeliana sarà assai diversa da quanto finora abbiamo visto nei precedenti interventi di terra a Gaza – l’ultimo risale al 2014 – perché ora il fine è sradicare completamente l’organizzazione jihadista. “Per tentare di capire cosa potrà avvenire dobbiamo guardare al precedente del 2002, quando Israele intervenne nella West Bank e pose fine alla Seconda Intifada scatenata da Yasser Arafat dopo aver rifiutato a Camp David da Bill Clinton ed Ehud Barak la più ampia e seria offerta di far nascere uno Stato palestinese in Cisgiordania e Gaza”.
L’attacco di terra
Le parole di Amidror spiegano perché c’è una convergenza fra gli analisti militari in Israele sulla tipologia di intervento che l’esercito sta preparando a Gaza.
La sconfitta della Seconda Intifada avvenne infatti con un’operazione anche allora di terra che Ariel Sharon, allora premier, coordinò meticolosamente per eliminare le cellule più violente – soprattutto Hamas ma non solo – che bersagliavano le città israeliane con attentati e attacchi suicidi. “Si trattò di identificare ed eliminare tutti i gruppi terroristi in uno spazio urbano altamente popolato – ricostruisce Amidror – fu molto difficile e servirono quattro anni di tempo, ma i soldati caduti passarono da un numero molto alto nei primi due anni a molto meno in seguito, fino a diminuire in maniera decisiva”.
La situazione nella Striscia di Gaza
Ora Israele non ha quattro anni di tempo per liquidare Hamas, ma quando il premier Netanyahu parla di “tutto il tempo necessario” lascia intendere che non sarà una campagna breve. La richiesta ai civili di Gaza di spostarsi verso Sud lascia intendere che gli israeliani vogliono entrare da Nord, per crearvi la base da cui operare dentro Gaza City, dove ritengono si trovino la maggior parte delle infrastrutture militari di Hamas. “Avremo molto morti, sarà un’operazione difficile in presenza della popolazione civile, dobbiamo aspettarci giorni molto difficili” ammette Amidror, aggiungendo però che “c’è una grande coesione nel Paese sulla necessità di entrare e distruggere Hamas perché non possiamo vivere avendo accanto dei terroristi che operano come facevano i nazisti”.
Colpito di sorpresa, lo Stato ebraico deve reagire al pogrom jihadista, ripensare la sua sicurezza, affrontare un conflitto brutale e ricostruire la coesione interna. Senza rinunciare alla sfida della pace con gli arabi
di Maurizio Molinari. Produzione Gedi Visual – La Repubblica 29 OTTOBRE 2023 AGGIORNATO 30 OTTOBRE
lo Stato ebraico si trova davanti ad uno dei momenti più difficili della sua esistenza (Seconda parte)
Il nemico ibrido
L’attacco del Sabato Nero ha rivoluzionato l’idea di terrorismo da cui Israele deve proteggersi. Fino al giorno prima c’era un consenso, fra militari e intelligence, sul fatto che Hamas fosse un’organizzazione terroristica simile alle molte che Israele ha dovuto combattere nella sua storia – da Settembre Nero autore della strage di atleti alle Olimpiadi di Monaco nel 1972 all’Olp responsabile dell’attentato di Zion Square a Gerusalemme nel 1975, dall’assalto all’asilo del kibbutz di Maalot nel 1976 firmato dal Fronte per la liberazione della Palestina al massacro di Natanya nel marzo 2002 compiuto proprio da Hamas – con in più la caratteristica di dover amministrare dal 2007 la Striscia di Gaza e quindi le conseguenti responsabilità oggettive nei confronti di oltre due milioni di abitanti palestinesi.
“Si è trattato di un grave errore perché Hamas non è solo tutto ciò ma anche qualcosa di più” afferma Yigal Karmon, direttore del centro studi “Memri” sul Medio Oriente e unico analista ad aver previsto – in settembre – l’attacco del 7 ottobre. “Questo qualcosa in più è l’ideologia che muove Hamas, la stessa che ha generato Al Qaeda e Isis – spiega – e nasce dalla genesi del movimento dei Fratelli musulmani nella prima metà del Novecento” con l’obiettivo di fondere tutti gli Stati arabi per dare vita ad un grande Califfato. È un’ideologia che predica la Jihad, persegue la distruzione degli infedeli – ebrei e cristiani – e la sottomissione dei musulmani “corrotti” nonché la sottomissione del mondo intero ad una versione fondamentalista dell’Islam che “si propone di riportare il mondo intero a XV secoli fa”.
“L’errore di Israele è stato umano – sottolinea Karmon – perché ha creduto che con questa ideologia si potesse convivere”. A dispetto di una Costituzione di Hamas che prevede, in maniera esplicita, la distruzione di Israele e l’uccisione degli ebrei, ed ignorando ciò che l’intelligence israeliana ha continuato a raccogliere negli ultimi mesi: prove evidenti, concrete, su ciò che si stava preparando. Se però sono state “non considerate, ignorate, sottovalutate” aggiunge Karmon “è perché non solo il premier Benjamin Netanyahu ma anche i suoi predecessori e l’intero establishment della sicurezza, da anni, credeva nella politica di far leva sui fondi del Qatar per Hamas al fine di “pagare la pace””.
Proprio così: Israele si è fidata dell’Emiro Al-Thani del Qatar, in ragione dei legami fra Doha ed i Fratelli musulmani, ed ha consentito agli inviati qatarini di far arrivare, ogni mese, valige con milioni di dollari in contanti a Gaza. Hamas assicurava al Qatar, e dunque indirettamente ad Israele ed agli Stati Uniti, che quei soldi servivano ad amministrare la Striscia e a pagare gli stipendi dei dipendenti pubblici ma “la realtà era ben diversa perché ogni razzo, mitra, esplosivo, motocicletta, tunnel e arma di Hamas è stata pagata con quei fondi”.
Se dunque l’Iran è il più importante alleato militare di Hamas, la fonte di armi, intelligence e addestramento, “è invece il Qatar l’origine delle sue maggiori entrate economiche” sottolinea Karmon, aggiungendo che “l’errore strategico di Netanyahu e dell’apparato di sicurezza nazionale è stato credere alla tesi del Qatar che la pace poteva essere acquistata”.
Così come la Casa Bianca, prima con Donald Trump e poi con Joe Biden, si è fidata del Qatar come mediatore con i talebani afghani – venendo sorpresa dal blitz con cui si impossessarono di Kabul il 15 agosto 2021 – adesso è il turno di Israele a dover prendere atto che la mediazione qatarina con Hamas, ha consentito ai jihadisti di Gaza di avere le risorse necessarie per attaccarla. “Ciò non significa – precisa Karmon – che Doha sapesse in anticipo dei piani di Hamas ma pone un problema politico gigantesco sulla credibilità di Doha come garante dell’affidabilità dei gruppi jihadisti”.
A questo bisogna aggiungere che Hamas riceve, ogni mese, donazioni “caritatevoli” raccolte da una vasta rete di moschee e centri di cultura islamica controllati dai Fratelli musulmani – anzitutto negli Usa, in Gran Bretagna ed in Turchia – nel pieno rispetto delle leggi vigenti in questi Paesi. “È questo network di finanziamenti che sostiene imam e moschee che diffondono l’ideologia dei Fratelli musulmani, della Jihad Islamica, di Al Qaeda, di Isis e di Hamas” sottolinea Karmon, il cui obiettivo “non è politico di ottenere questo o quel risultato ma strategico, sottomettere il mondo alla Jihad”.
Le immagini di oltre 1.000 persone rapite, scomparse o uccise nell’attacco di Hamas sono esposte sui posti vuoti dell’Auditorium Smolarz dell’Università di Tel Aviv. 22 ottobre 2023
C’è questa radice ideologica del nemico alla genesi della difficoltà di combatterlo perché l’obiettivo di sottomettere con la violenza il mondo alla Jihad può rinnovarsi, da un secolo all’altro, da un Paese all’altro, anche solo con la diffusione di un testo, un video o l’audio di un sermone. A conferma della difficoltà della sfida contro questa ideologia, quando nel 2014 gli Stati Uniti hanno deciso di creare una coalizione internazionale – con la partecipazione di Paesi europei, mondo arabo, guerriglia curda, Iran e Russia – per sconfiggere Isis di Abu Bakr al-Baghdadi hanno avuto bisogno di ben quattro anni per smantellare lo Stato jihadista che era stato creato a cavallo dei confini fra Iraq e Siria.
Hamas, al pari di Isis, è dunque un nemico ibrido che somma al controllo militare di territori anche amministrazione, cibo, moschee e scuole coraniche per le popolazioni sottomesse. La brutalità dei suoi seguaci nasce da un’ideologia che recluta facendo leva su messaggi pseudo-religiosi disseminati grazie all’uso delle più moderne tecnologie, per finanziarsi come per diffondere la cultura della morte
Il sacrificio eucaristico, le elemosine e le opere di penitenza
Le rivelazione riguardo al purgatorio interessa in primo luogo ognuno personalmente, perché riguarda lo sbocco della propria vita. L’esistenza nel tempo è passeggera, ma nel medesimo tempo è decisiva per quanto riguarda il destino eterno. Infatti ciò che saremo dipende dalle scelte in rapporto a Dio che vengono fatte nel pellegrinaggio terreno. “Ogni uomo, fin dal momento della propria morte riceve nella sua anima immortale la retribuzione eterna, in un giudizio particolare che mette la sua vita in rapporto a Cristo, per cui o passerà attraverso una purificazione, o entrerà immediatamente nella beatitudine del cielo, oppure si dannerà immediatamente per sempre” (Catechismo C. C. 1022). E’ essenziale, per l’impostazione stessa della vita, sapere verso dove stiamo andando e che cosa ci attende dopo che l’anima avrà lasciato il corpo. L’uomo procede verso il futuro, oltre i confini del tempo, ma l’approdo del suo cammino è determinato dalle sue scelte. Il purgatorio, il paradiso e l’inferno non sono uno sbocco casuale della vita, ma la conseguenza di un orientamento. Dove andremo, dipende da come avremo vissuto e in particolare dalle scelte finali. La conoscenza dei novissimi non è un’inutile curiosità, ma il desiderio legittimo di sapere dove conducono le strade che decidiamo di percorrere. Ciò che la Chiesa insegna sul purgatorio è un ammonimento e un’esortazione a decidersi di amare Dio con tutto il cuore, pentendosi dei propri peccati e facendo penitenza, perché non potremo entrare nel Regno di Dio se non avremo un cuore purificato.
La carità verso le anime del purgatorio è una componente fondamentale dell’amore del prossimo. La Chiesa, nel Concilio Vaticano II, l’ha collocata opportunamente nella Comunione dei santi, che unisce in Cristo tutte le membra del suo mistico Corpo. Il cristiano, che vive la carità di Dio nel suo cuore, non si preoccupa soltanto della salvezza eterna della propria anima, ma anche di quella degli altri. Portare le anime a Dio, con l’esempio, la preghiera e le varie forme di apostolato è uno degli impegni irrinunciabili di ogni credente. Se è vero, come afferma S. Giovanni della Croce, che “Alla sera della nostra vita, saremo giudicati sull’amore”, ciò riguarda in primo luogo i bisogni spirituali dei nostri fratelli. L’amore di Cristo, diffuso nei nostri cuori, non può lasciare indifferenti di fronte alla sofferenza di molte anime che si stanno purificando e che possono essere efficacemente aiutate dalle preghiere della Chiesa e da quelle di ognuno di noi. Ciò deve riguardare non solo le persone care e quelle conosciute, ma tutte le anime, specialmente quelle più abbandonate, per le quali nessuno prega.
Aiutare le anime del purgatorio perché le loro sofferenze siano alleviate e abbreviate è un debito di amore per ogni cristiano. Si tratta di un campo di apostolato che in passato ha coinvolto innumerevoli fedeli e che deve essere rinnovato e rilanciato. A loro volta le anime del purgatorio ci possono aiutare con le loro preghiere e le loro benedizioni. Non possono aiutare se stesse, ma possono efficacemente intercedere per i nostri bisogni spirituali e materiali. La devozione alle anime purganti è una eredità che non deve andare dispersa. Chi aiuta le anime del purgatorio si fa degli amici che non si dimenticheranno del bene ricevuto e che potranno ricambiare, in modo speciale quando entreranno nella vita eterna. E’ uno scambio di amore che la divina Misericordia ha reso possibile perché tutti fossimo cooperatori nell’opera della redenzione. Questo debito di amore riguarda sopratutto i nostri cari e le persone dalle quali abbiamo ricevuto del bene. Quale migliore occasione per ricambiare a nostra volta, manifestando così la nostra gratitudine? Noi non possiamo immaginare quanto sia importante e apprezzato l’aiuto che possiamo dare loro. A che serve piangere e lamentarsi per la loro dipartita quando non le soccorriamo nel loro bisogno? Ognuno di noi dovrebbe provvedere a liberare nel più breve tempo possibile almeno le anime delle persone care.
La Chiesa ci indica autorevolmente i mezzi con i quali possiamo aiutare le anime purganti: “Fin dai primi tempi la Chiesa ha onorato la memoria dei defunti e ha offerto per loro suffragi, in particolare il sacrificio eucaristico, affinché, purificati, possano giungere alla visione beatifica di Dio. La Chiesa raccomanda anche le elemosine, le indulgenze e le opere di penitenza a favore dei defunti” ( Catechismo C. C. 1032). Per quanto riguarda le preghiere sono valide quelle nostre personali, quelle specifiche per i defunti ereditate dalla tradizione, ma ha un valore inestimabile la S. Messa. Infatti il sacrificio eucaristico è la fonte della rimessione dei peccati e di ogni purificazione. Le anime dei defunti, non potendo meritare personalmente, vengono soccorse dalla Chiesa che presenta i meriti di Gesù Cristo, l’Agnello immolato che espia i peccati del mondo. Nella S. Messa la Chiesa prega per tutti i defunti, e, su richiesta dei fedeli, anche per alcuni in particolare. Tuttavia i fedeli che fanno celebrare le S. Messe per intenzioni specifiche, dovrebbero parteciparvi personalmente, per dare il proprio apporto personale all’efficacia del sacrificio eucaristico. Più grande è l’amore che muove a pregare per i defunti e più grande è l’efficacia della preghiera.
La Chiesa raccomanda altre pratiche con le quali possiamo aiutare le anime che si purificano. Sono innanzi tutto l’elemosina, con la quale possiamo purificare anche noi stessi. Infatti l’elemosina è un atto di carità, mosso dall’amore per Cristo presente nei fratelli. La carità si diffonde in tutto il corpo mistico e noi possiamo rivolgerla in favore dei nostri fratelli che sono nel purgatorio. Accanto all’elemosina la Chiesa pone le opere di penitenza, che comprendono i sacrifici, le rinunce i digiuni, i fioretti, le sofferenze fisiche e spirituali, e ogni forma di partecipane alla Croce per amore di Gesù Cristo. La penitenza fa bene innanzi tutto a chi la compie e lo purifica già nella vita presente. Ma può essere nel medesimo tempo offerta a favore dei defunti per la loro purificazione. Nessuno può pensare che il bene che facciamo agli altri non porti innanzi tutto vantaggi a chi lo compie. Tutto ciò che noi facciamo per le anime del purgatorio, per la legge della carità, torna a nostro vantaggio al cento per uno.
Le indulgenze
La dottrina e la pratica delle indulgenze nella Chiesa sono strettamente legate agli effetti del sacramento della Penitenza. La riflessione teologica sul valore delle indulgenze per i vivi e per i defunti si è approfondita nella controversia con i Protestanti. Il Magistero della Chiesa nel Nuovo Catechismo offre al riguardo una straordinaria sintesi dottrinale che è di grande aiuto per la vita spirituale dei fedeli.
1471. La dottrina e la pratica delle indulgenze nella Chiesa sono strettamente legate agli effetti del sacramento della Penitenza.
L’indulgenza è la remissione dinanzi a Dio della pena temporale per i peccati, già rimessi quanto alla colpa, remissione che il fedele, debitamente disposto e a determinate condizioni, acquista per intervento della Chiesa, la quale, come ministra della redenzione, autoritativamente dispensa ed applica il tesoro delle soddisfazioni di Cristo e dei santi.
L’indulgenza è parziale o plenaria secondo che libera in parte o in tutto dalla pena temporale dovuta per i peccati” [Paolo VI, Cost. ap. Indulgentiarum doctrina, Normae 1-3, AAS 59 (1967), 5-24]. Le indulgenze possono essere applicate ai vivi o ai defunti.
1472. Per comprendere questa dottrina e questa pratica della Chiesa bisogna tener presente che il peccato ha una duplice conseguenza. Il peccato grave ci priva della comunione con Dio e perciò ci rende incapaci di conseguire la vita eterna, la cui privazione è chiamata la “pena eterna” del peccato. D’altra parte, ogni peccato, anche veniale, provoca un attaccamento malsano alle creature, che ha bisogno di purifica zione, sia quaggiù, sia dopo la morte, nello stato chiamato Purgatorio. Tale purificazione libera dalla cosiddetta “pena temporale” del peccato. Queste due pene non devono essere concepite come una specie di vendetta, che Dio infligge dall’esterno, bensì come derivanti dalla natura stessa del peccato. Una conversione, che procede da una fervente carità, può arrivare alla totale purificazione del peccatore, così che non sussista più alcuna pena [Cf Concilio di Trento: Denz. -Schönm., 1712-1713; 1820].
1473. Il perdono del peccato e la restaurazione della comunione con Dio comportano la remissione delle pene eterne del peccato. Rimangono, tuttavia, le pene temporali del peccato. Il cristiano deve sforzarsi, sopportando pazientemente le sofferenze e le prove di ogni genere e, venuto il giorno, affrontando serenamente la morte, di accettare come una grazia queste pene temporali del peccato; deve impegnarsi, attraverso le opere di misericordia e di carità, come pure mediante la preghiera e le varie pratiche di penitenza, a spogliarsi completamente dell’“uomo vecchio” e a rivestire “l’uomo nuovo” [Cf Ef 4,24 ].
1474. Il cristiano che si sforza di purificarsi del suo peccato e di santificarsi con l’aiuto della grazia di Dio, non si trova solo. “La vita dei singoli figli di Dio in Cristo e per mezzo di Cristo viene congiunta con legame meraviglioso alla vita di tutti gli altri fratelli cristiani nella soprannaturale unità del Corpo mistico di Cristo, fin quasi a formare una sola mistica persona” [Paolo VI, Cost. ap. Indulgentiarum doctrina, 5].
1475. Nella comunione dei santi “tra i fedeli, che già hanno raggiunto la patria celeste o che stanno espiando le loro colpe nel Purgatorio, o che ancora sono pellegrini sulla terra, esiste certamente un vincolo perenne di carità ed un abbondante scambio di tutti i beni” [Paolo VI, Cost. ap. Indulgentiarum doctrina, 5]. In questo ammirabile scambio, la santità dell’uno giova agli altri, ben al di là del danno che il peccato dell’uno ha potuto causare agli altri. In tal modo, il ricorso alla comunione dei santi permette al peccatore contrito di essere in più breve tempo e più efficacemente purificato dalle pene del peccato.
1476. Questi beni spirituali della comunione dei santi sono anche chiamati il tesoro della Chiesa, che non “si deve considerare come la somma di beni materiali, accumulati nel corso dei secoli, ma come l’infinito ed inesauribile valore che le espiazioni e i meriti di Cristo hanno presso il Padre ed offerti perché tutta l’umanità fosse liberata dal peccato e pervenisse alla comunione con il Padre; è lo stesso Cristo redentore, in cui sono e vivono le soddisfazioni ed i meriti della sua redenzione” [Paolo VI, Cost. ap. Indulgentiarum doctrina, 5].
1477. “Appartiene inoltre a questo tesoro il valore veramente immenso, incommensurabile e sempre nuovo che presso Dio hanno le preghiere e le buone opere del la beata Vergine Maria e di tutti i santi, i quali, seguendo le orme di Cristo Signore per grazia sua, hanno santificato la loro vita e condotto a compimento la missione affidata loro dal Padre; in tal modo, realizzando la loro salvezza, hanno anche cooperato alla salvezza dei propri fratelli nell’unità del Corpo mistico” [Paolo VI, Cost. ap. Indulgentiarum doctrina, 5].
1478. L’indulgenza si ottiene mediante la Chiesa che, in virtù del potere di legare e di sciogliere accordatole da Gesù Cristo, interviene a favore di un cristiano e gli dischiude il tesoro dei meriti di Cristo e dei santi perché ottenga dal Padre delle misericordie la remissione delle pene temporali dovute per i suoi peccati. Così la Chiesa non vuole soltanto venire in aiuto a questo cristiano, ma anche spingerlo a compiere opere di pietà, di penitenza e di carità [Cf Paolo VI, Cost. ap. Indulgentiarum doctrina, 8; Concilio di Trento: Denz. -Schönm. , 1835].
1479. Poiché i fedeli defunti in via di purificazione sono anch’essi membri della medesima comunione dei santi, noi possiamo aiutarli, tra l’altro, ottenendo per loro delle indulgenze, in modo tale che siano sgravati dalle pene temporali dovute per i loro peccati.
Colpito di sorpresa, lo Stato ebraico deve reagire al pogrom jihadista, ripensare la sua sicurezza, affrontare un conflitto brutale e ricostruire la coesione interna. Senza rinunciare alla sfida della pace con gli arabi
di Maurizio Molinari. Produzione Gedi Visual- La Repubblica 29 OTTOBRE 2023AGGIORNATO 30 OTTOBRE
lo Stato ebraico si trova davanti ad uno dei momenti più difficili della sua esistenza ( Prima parte)
GERUSALEMME – A tre settimane dall’attacco a sorpresa subito da Hamas, lo Stato ebraico si trova davanti ad uno dei momenti più difficili della sua esistenza. Il motivo è la sovrapposizione fra molteplici sfide, tutte con ben pochi precedenti. La prima e fondamentale riguarda la garanzia della propria sicurezza: la violenza medioevale di Hamas ha polverizzato una dottrina basata su prevenzione, intelligence ed alta tecnologia, riportando in prima fila il ruolo dell’esercito tradizionale che negli ultimi anni era stato ridimensionato. In secondo luogo, c’è la necessità di ricostruire la deterrenza di Israele rispetto ai vicini più minacciosi – non solo Hamas ma anche Hezbollah e Jihad islamica – ottenendo dei risultati sul campo in grado di allontanarli in maniera decisiva dai propri confini.
“Pensavamo di poter convivere con una tigre feroce davanti alla finestra, ma il Sabato Nero ci ha brutalmente ricordato che ciò espone a rischi drammatici” afferma Yuli Eldestein, capo della commissione Esteri e Sicurezza della Knesset. E come se non bastasse c’è anche l’incertezza sulle dimensioni del campo di battaglia: l’assedio da parte delle milizie filoiraniane presenti in Libano, Siria, Cisgiordania, Iraq, Gaza, Yemen e dallo stesso Iran espone ogni angolo di Israele al rischio di subire attacchi di qualsiasi tipo.Da qui la situazione di “emergenza nazionale” che ha ben pochi precedenti da quando nel 1948, al momento di nascere, Israele si trovò ad affrontare con ben pochi mezzi l’invasione simultanea degli eserciti di sei nazioni arabe. Come se non bastasse, di mezzo c’è una crisi degli ostaggi con un numero tale – almeno 220 – da aprire una profonda ferita nella società israeliana, anche perché si sovrappone a racconti e testimonianze sui dettagli delle atrocità commesse da Hamas il 7 ottobre scorso che hanno risvegliato in milioni di cittadini gli incubi delle persecuzioni subite dagli ebrei nel corso della Storia. E ancora: a fronte della solidarietà arrivata dai governi di Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Germania, Italia e molte altre democrazie occidentali, gli israeliani si sentono feriti dalle proteste filo-Hamas negli atenei americani come nelle piazze di Londra, Parigi e Milano perché sembrano ignorare il dolore causato dalla morte violenta di oltre 1400 connazionali – molti dei quali mutilati, decapitati, bruciali e violentati – ed il ferimento di almeno altri 5400 a causa di un’operazione terroristica pianificata nei minimi dettagli dai jihadisti di Gaza al fine di uccidere il più alto numero di civili in maniere talmente brutali da far impallidire il ricordo delle stragi di Isis.
E non è ancora tutto perché “la resilienza sociale di Israele è indebolita a causa delle 40 settimane di proteste popolari contro la riforma della Giustizia del premier Benjamin Netanyahu – spiega l’accademico Manuel Trajtenberg – a cui ora si somma la sfiducia nella leadership di un capo politico che porta la responsabilità di aver subito il più grave attacco a sorpresa dalla guerra del Kippur del 1973”. Per non parlare dello scenario di una pace regionale con l’Arabia Saudita congelato dall’attacco di Hamas e di un orizzonte di convivenza con l’Autorità nazionale palestinese di Mahmoud Abbas (Abu Mazen) che, come assicura l’analista Yigal Karmon, “si potrà riprendere a considerare solo quando questa profonda ferita sarà rimarginata”.
C’è però anche un altro scenario ed a tratteggiarlo è David Meidan, l’ex negoziatore israeliano che trattò per cinque anni con i fondamentalisti di Gaza riuscendo ad ottenere nel 2011 la liberazione del soldato Gilad Shalit: innescare dall’eliminazione di Hamas una scossa tale per l’intera regione da far nascere “una nuova architettura di sicurezza”, basata sulla normalizzazione israelo-saudita e sulla formula dei “Due popoli per due Stati”, proprio come avvenne nel 1978 quando, appena cinque anni dopo la guerra del Kippur, Anwar Sadat e Menachem Begin siglarono a Camp David l’accordo di pace israelo-egiziano che resta il più strategico perno della stabilità in Medio Oriente.
Insomma, assediato dall’esterno, lacerato all’interno ed obbligato a ridefinire in fretta la strategia di sicurezza, Israele va incontro ad uno dei momenti più difficili dei propri 75 anni di esistenza, le cui conseguenze possono ridefinire gli equilibri dell’intera regione.
Il ferma-maniglia
Ognuno se lo costruisce in casa, come può. C’è chi usa un manico di scopa, altri preferiscono una trave di legno, altri ancora un ferro. Ciò che conta è che sia lungo quanto una porta del proprio appartamento e ad un’estremità abbia un foro per incastrarsi alla maniglia. Stiamo parlando del ferma-maniglia ovvero l’oggetto rudimentale di cui ogni famiglia israeliana sente di aver bisogno dopo il “Sabato Nero”.
Il ferma-maniglia serve per chiudere dall’interno il “mamad” – la stanza di sicurezza che ogni israeliano ha dovuto costruirsi in casa per proteggersi dai razzi – per trovare rifugio in caso di pericolo. Le testimonianze dei sopravvissuti al pogrom di Hamas sono inequivocabili sul “mamad”: quando i terroristi non sono riusciti a sfondarlo o a bruciarlo, i civili hanno avuto la possibilità di salvarsi. Da qui l’importanza di porte e finestre blindate ma soprattutto di un blocca-maniglia che renda impossibile forzarlo da fuori. Ci sono mariti e mogli che fanno a turno per verificare la capacità di chiudere in fretta il “mamad” “a prova di Hamas”.
Così come ci sono bambini che dal 7 ottobre vogliono dormire solo dentro il “mamad” – e non più nelle loro camerette – perché si sentono più protetti. Per i genitori è solo una delle conseguenze del pogrom avvenuto nelle comunità del Negev Occidentale: c’è chi non fa più uscire i figli da soli e chi ha ripensato in fretta orari di lavoro e tragitti urbani. La possibilità di incontrare un terrorista come quelli che hanno fatto strage di civili è diventata una feroce variabile della vita quotidiana. Se durante la Seconda Intifada il pericolo arrivava salendo su un autobus o entrando in un locale pubblico – perché i terroristi entravano in abiti civili, mischiandosi alla gente per farsi saltare in aria – e se negli anni Settanta gli israeliani impararono a temere i dirottamenti aerei o i pacchi abbandonati nelle strade, oggi le vite di milioni di persone si ridefiniscono con nuovi comportamenti quotidiani per proteggere la propria sicurezza dentro le pareti di casa. Perché Hamas ha dimostrato con la ferocia che intende raggiungere ovunque ed uccidere, mutilare e bruciare ogni singolo abitante di Israele, solo in quanto tale.
A svolgere un ruolo importante per coordinare la difesa del fronte interno è Yuli Edelstein, presidente della commissione Esteri e Sicurezza della Knesset, a cui spetta mettere a punto tutti i relativi interventi legislativi: dalla chiusura delle scuole alla sospensione delle rate dei mutui, dal versamento di una percentuale importante degli stipendi ai riservisti fino alle macro-misure per sostenere il sistema economico.
“È la prima volta nella nostra Storia recente che l’emergenza per un conflitto investe l’intero territorio nazionale, neanche un piccolo centro è escluso – spiega Edelstein, seduto nel suo ufficio a Gerusalemme – e questo significa che dobbiamo pianificare una miriade di attività”. Come, ad esempio, spostare oltre 150 mila cittadini dai villaggi lungo i confini con Gaza e Libano trovandogli alloggi ed accoglienza altrove nel Paese, incluse le tendopoli a fianco di Eilat. A sostenere Edelstein è l’esperienza maturata contro il Covid-19 quando era ministro della Salute: “Ci sono molti aspetti comuni con quanto avvenuto allora perché anche adesso è l’intero Paese a fermarsi e bisogna considerare ogni tipo di impatto sociale”.
Per avere un’idea di cosa intende basta osservare il via vai di automobili private nei centri di raccolta dove migliaia di cittadini arrivano per far arrivare ai soldati qualsiasi cosa possa servirgli: dai beni alimentari agli indumenti, ai caricatori cellulari. Una imponente catena umana, tutta a base volontaria, che si auto-gestisce – per telefono o con appositi siti web – ed ogni singolo giorno pensa a come sostenere gli oltre 360 mila riservisti richiamati per affiancare le truppe di leva così come le famiglie sfollate dal Sud e dal Nord del Paese. (Continua)
Oggi abbiamo la gioia di incontrarci nella solennità di Tutti i Santi. Questa festa ci fa riflettere sul duplice orizzonte dell’umanità, che esprimiamo simbolicamente con le parole “terra” e “cielo”: la terra rappresenta il cammino storico, il cielo l’eternità, la pienezza della vita in Dio. E così questa festa ci fa pensare alla Chiesa nella sua duplice dimensione: la Chiesa in cammino nel tempo e quella che celebra la festa senza fine, la Gerusalemme celeste. Queste due dimensioni sono unite dalla realtà della «comunione dei santi»: una realtà che comincia quaggiù sulla terra e raggiunge il suo compimento in Cielo. Nel mondo terreno, la Chiesa è l’inizio di questo mistero di comunione che unisce l’umanità, un mistero totalmente incentrato su Gesù Cristo: è Lui che ha introdotto nel genere umano questa dinamica nuova, un movimento che la conduce verso Dio e al tempo stesso verso l’unità, verso la pace in senso profondo. Gesù Cristo – dice il Vangelo di Giovanni (11,52) – è morto «per riunire insieme i figli di Dio dispersi», e questa sua opera continua nella Chiesa che è inseparabilmente «una», «santa» e «cattolica». Essere cristiani, far parte della Chiesa significa aprirsi a questa comunione, come un seme che si schiude nella terra, morendo, e germoglia verso l’alto, verso il cielo.
I Santi – quelli che la Chiesa proclama tali, ma anche tutti i santi e le sante che solo Dio conosce, e che oggi pure celebriamo – hanno vissuto intensamente questa dinamica. In ciascuno di loro, in modo molto personale, si è reso presente Cristo, grazie al suo Spirito che opera mediante la Parola e i Sacramenti. Infatti, l’essere uniti a Cristo, nella Chiesa, non annulla la personalità, ma la apre, la trasforma con la forza dell’amore, e le conferisce, già qui sulla terra, una dimensione eterna. In sostanza, significa diventare conformi all’immagine del Figlio di Dio (cfr Rm 8,29), realizzando il progetto di Dio che ha creato l’uomo a sua immagine e somiglianza. Ma questo inserimento in Cristo ci apre – come avevo detto – anche alla comunione con tutti gli altri membri del suo Corpo mistico che è la Chiesa, una comunione che è perfetta nel «Cielo», dove non c’è alcun isolamento, alcuna concorrenza o separazione. Nella festa di oggi, noi pregustiamo la bellezza di questa vita di totale apertura allo sguardo d’amore di Dio e dei fratelli, in cui siamo certi di raggiungere Dio nell’altro e l’altro in Dio. Con questa fede piena di speranza noi veneriamo tutti i santi, e ci prepariamo a commemorare domani i fedeli defunti. Nei santi vediamo la vittoria dell’amore sull’egoismo e sulla morte: vediamo che seguire Cristo porta alla vita, alla vita eterna, e dà senso al presente, ad ogni attimo che passa, perché lo riempie d’amore, di speranza. Solo la fede nella vita eterna ci fa amare veramente la storia e il presente, ma senza attaccamenti, nella libertà del pellegrino, che ama la terra perché ha il cuore in Cielo.
La Vergine Maria ci ottenga la grazia di credere fortemente nella vita eterna e di sentirci in vera comunione con i nostri cari defunti.
Il 25 ottobre il leader supremo di “tutte le Russie” ha convocato due gruppi sinodali, per affrontare e risolvere i problemi del mondo intero. La prima sessione conciliare ha riunito i responsabili militari e tecnici dell’armamentario nucleare. Subito dopo ha raggiunto la sessione dei capi religiosi, che lo hanno pazientemente atteso nelle sale più solenni del Cremlino
La reazione della Russia agli avvenimenti tragici del Medio Oriente è quanto mai ambigua, essendo in gioco fattori locali e globali, che alimentano lo scontro di civiltà e religioni già innestato dall’invasione dell’Ucraina. Per questo, oltre ad appelli e iniziative diplomatiche in cui Mosca cerca di mostrare la sua centralità geopolitica, il presidente Vladimir Putin ha deciso di elevarsi al di sopra di tutti anche nella dimensione religiosa, con un Sobor (Concilio) del Cremlino, convocando i capi delle “religioni tradizionali” con un piglio grottesco, che tanto ha ricordato l’assemblea dell’Anticristo immaginata dal grande filosofo russo Vladimir Solov’ev, alla vigilia del Novecento e delle grandi guerre mondiali.
Il 25 ottobre il leader supremo di “tutte le Russie” ha convocato due gruppi sinodali, per affrontare e risolvere i problemi del mondo intero. La prima sessione conciliare ha riunito i responsabili militari e tecnici dell’armamentario nucleare, che si occupano in particolare dei missili balistici e tattici, per valutare le possibili risposte a un attacco atomico dell’Occidente collettivo contro la Santa Russia. Subito dopo ha raggiunto la sessione dei capi religiosi, che lo hanno pazientemente atteso nelle sale più solenni del Cremlino, quelle dove poco più di quattro secoli fa venne tenuto in cattività dorata il patriarca di Costantinopoli Ieremias II, costretto infine a firmare il decreto di istituzione del patriarcato di Mosca – Terza Roma, a cui veniva affidata la missione universale di difendere la vera fede contro ogni nemico.
La pattuglia conciliare era formata da un gruppo di personalità molto vicine al presidente russo da anni, a cominciare ovviamente dal patriarca Kirill (Gundjaev), il profeta del sovranismo ortodosso e della “guerra metafisica”, insieme ad altri metropoliti e alti gerarchi del patriarcato di Mosca. Lo affiancava il rabbino capo di Russia, Berl Lazar, detto anche il “rabbino di Putin”, molto festeggiato in quanto reduce da un grave incidente durante una “danza della Torah” nella festa di Simkhat: un altro ballerino gli è rovinato addosso facendogli sbattere la testa per terra, proprio nel giorno in cui i terroristi di Hamas stavano attaccando Israele. Si è temuto per la sua vita, ma dopo alcuni giorni di coma, in sintonia spirituale con il suo popolo sottoposto a dure prove, il rabbino di Russia è tornato in tempo per riabbracciare il padre delle religioni e dei popoli della Russia, insieme al fedele Aleksandr Boroda, presidente della Federazione delle comunità ebraiche di Russia e membro della Camera sociale di Mosca.
La terza religione rappresentata era ovviamente l’Islam, in realtà la più ricca di fedeli dopo l’Ortodossia e quella dominante nella regione uralo-caucasica, con la coppia storica dei muftì Ravil Gajnutdin, il tataro da trent’anni presidente dell’amministrazione dei musulmani di Russia, e Ismail Berdiev della Karačaevo-Circassia nel Caucaso settentrionale, anch’egli ai vertici dell’islam russo dal 1991. In seconda fila stavano i leader delle religioni “un po’ meno” tradizionali: il lama buddista siberiano Damba Ajušeev, il vescovo Ezras (Nersisyan) della Chiesa apostolica degli armeni di Russia, il metropolita Kornilij (Titov), capo dei Vecchio-Credenti ortodossi tanto apprezzati da Putin, e in rappresentanza dei cristiani “occidentali” (protestanti e cattolici) c’era il vescovo Sergej Rjakhovskij, immarcescibile leader dei pentecostali russi fin dai tempi sovietici, passato anche attraverso le persecuzioni degli ultimi anni brezneviani. L’assise era completata da altri “padri sinodali” di grado inferiore.
Il presidente-pontefice si è rivolto ai membri della sobornost russa ringraziando anzitutto per “il sostegno alle Forze armate della Russia e l’accompagnamento dei nostri combattenti, stando vicini ai soldati sul campo e ai membri delle loro famiglie, a tutti coloro che si sacrificano per la nostra patria nell’ambito dell’operazione militare speciale… Tutti, e specialmente coloro che sono qui presenti, devono capire che siamo sulla stessa barca, nessuno si può separare dallo Stato, e anche se qualcuno lo volesse, che Dio ce ne scampi”, alludendo alle possibili spinte centrifughe delle etnie e comunità regionali. Subito dopo Putin ha spiegato il vero motivo del “concilio”: “dobbiamo parlare degli avvenimenti nel Vicino Oriente e in altre zone del mondo, perché ci riguardano tutte, e noi le viviamo con la sofferenza nel cuore” (tutti hanno sospirato, pensando alle recenti notizie di una crisi cardiaca del capo, ovviamente subito smentite).
Il pastore supremo del Cremlino ha ricordato che “la Terra Santa ha un significato sacrale per i cristiani, per i musulmani e per gli ebrei, per i fedeli delle principali religioni tradizionali mondiali”, quindi esiste un legame ideale tra Gerusalemme e Mosca. Esprimendo le “nostre condoglianze alle famiglie degli israeliani e ai cittadini di altri Paesi, che hanno perso i loro cari o hanno subito gravi ferite”, Putin ha evitato di nominare i palestinesi, ma in ogni caso ha ammonito che “per i crimini commessi dai colpevoli non devono rispondere le persone innocenti”, ovviamente senza neppure accennare alle situazioni dell’Ucraina, perché “la lotta al terrorismo non si deve condurre in base al famigerato principio della responsabilità collettiva”. Egli ha ricordato la posizione ufficiale della Russia nel conflitto israeliano-palestinese, quella dei “due Stati e due popoli” approvata dall’Onu e “sostenuta già dall’Unione Sovietica fin dal 1948”, in questo dichiarandosi erede di Stalin, e concludendo che “il nostro compito principale è fermare la violenza e lo spargimento di sangue”.
Naturalmente non sono mancate le accuse non tanto velate ai “tentativi di alcune forze di provocare un’ulteriore escalation del conflitto, coinvolgendo altri Stati e popoli da usare per i propri interessi egoistici, sollevare un’ondata di caos e odio reciproco per sostenere la propria egemonia nel nuovo ordine mondiale”. E soprattutto la Russia, hanno sostenuto tutti i membri del Sobor, deve impedire la “guerra delle religioni”, “musulmani contro ebrei, sciiti contro sunniti, ortodossi contro cattolici”, anche perché nei riguardi della guerra “l’Europa chiude un occhio”, permettendo le azioni “vandaliche e sacrileghe” contro i simboli della religione islamica e “glorificando i nazisti e antisemiti dell’Ucraina, le cui mani sono sporche del sangue della Shoah”, e dove si è arrivati addirittura alla soppressione della “Chiesa ortodossa canonica”.
Il patriarca Kirill ha lodato l’iniziativa conciliare, “molto attuale e necessaria” nel contesto del nuovo conflitto nel “Mediterraneo orientale”, come egli chiama il Medio Oriente, richiamando la terminologia dei tempi dell’impero romano. In questa regione “nel corso dei secoli si sono concentrate le attenzioni di tutte le religioni abramitiche”, ha ricordato Kirill, è il luogo della “comunicazione tra Dio e l’uomo”, attorcigliandosi poi su “questi tempi difficili, in cui per alcuni le cose facili diventano difficili, per altri quelle difficili diventano facili”, cercando di evitare di esporsi troppo su argomenti esplosivi. Non si è fatto problemi invece l’altro grande muftì Talgat Tadžuddin, che ha esplicitamente denunciato come “le fondamenta di questo conflitto risalgono alle ingiustizie nei confronti del popolo palestinese di oltre 70 anni fa, che non sono mai state risolte da nessuno… non è un problema di oggi, ma le sofferenze hanno ormai superato il limite”, e questo ha causato la crisi iniziata con gli attacchi del 7 ottobre.
Se era prevedibile il “colpo al cerchio” filo-palestinese dei musulmani russi, tanto più lo è stato quello “alla botte” del rabbino Lazar, che però è intervenuto con passione totale non tanto per difendere la causa israeliana, ma per lodare la “saggezza” del capo. Berl Lazar era arrivato in Russia ancor prima della fine dell’Urss, dopo l’infanzia milanese e la giovinezza americana, consacrandosi totalmente alla causa della “nuova Russia” con l’ascesa al potere di Putin, e ha esordito affermando di “sottoscrivere ogni parola, da ripetere ovunque” di quanto esposto dal presidente. Il rabbino è stato l’unico a ricordare che “non è un caso che ci siamo riuniti alla vigilia del 4 novembre, la Festa dell’Unità nazionale” (neanche Putin l’aveva accennato), spiegando che “questo è un momento simbolico, che esalta l’unicità della Russia!”. Come se non bastasse, Lazar ha lodato la guida putiniana anche perché “è cosa molto buona che nessuno scenda a fare manifestazioni per la strada, sappiamo tutti che si finisce col favorire l’estremismo”. Putin ha sorriso e lo ha ringraziato affettuosamente, “grazie, Rebe!”, chiamandolo con complicità “semitica”, dimostrando così che la vera religione russa non conosce confini etnici, confessionali o teologici, ma è la vera “unione sobornica” che i popoli aspettano da sempre, e che nell’apocalisse della Russia, estesa al mondo intero, trova oggi il suo compimento
Celebrazione a San Pietro al termine della Giornata di digiuno e preghiera indetta oggi, 27 ottobre, per invocare la pace in un mondo segnato dalle violenze. Francesco si rivolge alla Madonna e Le affida le sorti dell’umanità: “Scuoti l’animo di chi è intrappolato dall’odio, converti chi fomenta conflitti. Asciuga le lacrime dei bambini, apri spiragli di luce nella notte dei conflitti”
Salvatore Cernuzio – Città del Vaticano
“Pacem in Terris”. Pace in un mondo “in subbuglio”, dilaniato dalle lacerazioni provocati dalle divisioni e dal veleno dell’odio. Dilaniato dalla “follia della guerra” che “cancella il futuro”. Ancora una volta Francesco torna ai piedi di Maria, Regina della Pace, e come già in passato per la Siria, per l’Africa e l’Ucraina, guardando ora al fiume di violenze che si consumano in Terra Santa, implora dalla “Madre” il dono della pace. Una urgenza in “questi tempi lacerati dai conflitti e devastati dalle armi”.
Il Papa presiede nella Basilica di San Pietro la celebrazione conclusiva della Giornata di digiuno e preghiera da lui stesso indetta nell’Angelus di domenica 15 ottobre. Un’occasione per riunire il popolo di Dio sparso in tutto il mondo nell’unica intenzione di far tacere le armi e ispirare “vie di pace ai responsabili delle nazioni”.
In preghiera con il popolo
Giunto in Basilica in sedia a rotelle, con il sottofondo del canto della Schola Cantorum, Francesco subito si dirige dinanzi all’icona mariana per soffermarvisi per alcuni istanti. Poi si unisce alla recita dei Misteri dolorosi del Rosario intervallati da momenti di silenzio e dalle meditazioni dei Padri della Chiesa.
Appare solo il Successore di Pietro, seduto a capo chino sulla poltrona bianca, con a fianco l’effigie illuminata dalla penombra di San Pietro. Ma, come un pastore sempre seguito dal gregge, alle sue spalle ci sono centinaia di fedeli, di vescovi, cardinali e partecipanti al Sinodo. Idealmente, stretti al Vescovo di Roma, ci sono poi i credenti di ogni continente che hanno assicurato l’adesione al suo invito. Si prega a Gerusalemme, si prega a Gaza, si prega a Kyiv, si prega nei villaggi del nord Africa e dell’Africa subsahariana. Nelle terre bagnate dal sangue, spesso innocente, i popoli invocano da Dio la “pace in terra, anelito profondo degli esseri umani di tutti i tempi”, come scriveva Giovanni XXIII nell’incipit della storica enciclica che dà il titolo all’evento di oggi.
Guerre che dilaniano il mondo
Francesco, si fa portavoce delle loro sofferenze e di speranze quando, con lo sguardo e il pensiero rivolti alla Vergine, inizia il suo discorso: “Maria, guarda a noi! Siamo qui davanti a te”, scandisce. Al richiamo segue una supplica alla Madonna che ben conosce “le nostre fatiche e le nostre ferite”.
Tu, Regina della pace, soffri con noi e per noi, vedendo tanti tuoi figli provati dai conflitti, angosciati dalle guerre che dilaniano il mondo. In quest’ora buia – è un’ora buia, Madre – ci immergiamo nei tuoi occhi luminosi e ci affidiamo al tuo cuore, sensibile ai nostri problemi.
Curare ogni vita umana
Sono tempi, quelli odierni, di “inquietudini” e “paure”. Le stesse che la Madre di Dio ha provato nella sua vita e davanti alle quali non si è tirata indietro: “Nei momenti decisivi hai preso l’iniziativa”, dice il Papa. E anche ai piedi della Croce sulla quale era appeso il Figlio, “hai “tessuto di speranza pasquale la notte del dolore”.
“Ora, Madre, prendi ancora una volta l’iniziativa per noi”, prega il Papa. “Volgi il tuo sguardo di misericordia sulla famiglia umana, che ha smarrito la via della pace, che ha preferito Caino ad Abele e, perdendo il senso della fraternità, non ritrova l’atmosfera di casa”.
Intercedi per il nostro mondo in pericolo e in subbuglio. Insegnaci ad accogliere e a curare la vita – ogni vita umana! – e a ripudiare la follia della guerra, che semina morte e cancella il futuro.
Responsabili per la pace
Tante volte la Madonna ha chiesto preghiera e penitenza. “Noi, però, presi dai nostri bisogni e distratti da tanti interessi mondani, siamo stati sordi ai tuoi inviti”, confessa Francesco, “ma tu, che ci ami, non ti stanchi di noi”. “Prendici per mano, prendici per mano”, ripete due volte, “aiutaci a custodire l’unità nella Chiesa e ad essere artigiani di comunione nel mondo”.
Richiamaci all’importanza del nostro ruolo, facci sentire responsabili per la pace, chiamati a pregare e ad adorare, a intercedere e a riparare per l’intero genere umano.
Nelle mani della Madonna, il Papa pone tutte le debolezze dell’uomo: “Da soli non ce la facciamo”. “Noi – assicura – veniamo a te, cerchiamo rifugio nel tuo Cuore immacolato”. Il Cuore a cui aveva consacrato nel marzo 2022, ad un anno dallo scoppio della guerra, la Russia e l’Ucraina.
Invochiamo misericordia, Madre di misericordia; pace, Regina della pace! Scuoti l’animo di chi è intrappolato dall’odio, converti chi alimenta e fomenta conflitti. Asciuga le lacrime dei bambini, a quest’ora piangono tanto… Assisti chi è solo e anziano, sostieni i feriti e gli ammalati, proteggi chi ha dovuto lasciare la propria terra e gli affetti più cari, consola gli sfiduciati, ridesta la speranza.
“Apri spiragli di luce nella notte dei conflitti”
Alla Madonna il Papa consacra infine “ogni fibra del nostro essere, quello che abbiamo e siamo, per sempre”. Consacra la Chiesa perché “sia segno di concordia e strumento di pace”. Consacra il mondo, “specialmente i Paesi e le regioni in guerra”.
“Tu – dice alla Madre di Dio -, aurora della salvezza, apri spiragli di luce nella notte dei conflitti. Tu, dimora dello Spirito Santo, ispira vie di pace ai responsabili delle nazioni”.
Tu, Signora di tutti i popoli, riconcilia… riconcilia i tuoi figli, sedotti dal male, accecati dal potere e dall’odio.
«Vedo la Chiesa del terzo millennio afflitta da una piaga mortale, si chiama islamismo. Invaderanno l’Europa. Ho visto le orde provenire dall’Occidente all’Oriente: dal Marocco alla Libia, dall’Egitto fino ai paesi orientali». Questa è la scioccante visione di San Giovanni Paolo II, mai pubblicata prima d’ora. Testimone della confessione è monsignor Mauro Longhi, della Prelatura dell’Opus Dei.
– Valerio Pece – La Nuova Bussola – 18 Novembre 2017
«Vedo la Chiesa del terzo millennio afflitta da una piaga mortale, si chiama islamismo. Invaderanno l’Europa. Ho visto le orde provenire dall’Occidente all’Oriente: dal Marocco alla Libia, dall’Egitto fino ai paesi orientali». Questa è la scioccante visione di San Giovanni Paolo II, mai pubblicata prima d’ora. Testimone della confessione destinata a far rumore è monsignor Mauro Longhi, del presbiterio della Prelatura dell’Opus Dei, molto spesso a stretto contatto con il Papa polacco durante il suo lungo pontificato. Il monsignore triestino ha rivelato l’episodio nell’eremo “Santi Pietro e Paolo” di Bienno, in Val Camonica, in una conferenza organizzata in ricordo di Giovanni Paolo II lo scorso 22 ottobre, giorno in cui la Chiesa festeggia la memoria liturgica del santo.
Per fare la necessaria chiarezza e inquadrare la visione profetica di Karol Wojtyla così come riportata da un sacerdote al di sopra di ogni sospetto (monsignor Longhi ha goduto della stima personale non solo di Giovanni Paolo II ma anche di Benedetto XVI, tanto da essere chiamato nel ’97 al Dicastero vaticano della Congregazione del clero) sono necessari alcuni riferimenti geografici e temporali.
Dal 1985 al 1995 l’allora giovane economista bocconiano Mauro Longhi (sarà ordinato sacerdote nel ’95) ha accompagnato e ospitato Papa Wojtyla nelle sue proverbiali sciate e passeggiate in montagna. Regolarmente, quattro-cinque volte l’anno per dieci anni, e lo ha fatto in quella che oggi è la sede estiva del Seminario internazionale della prelatura dell’Opus Dei, ma che allora era una semplice casa di campagna per chi, nell’Opera, voleva prepararsi al sacerdozio e alla docenza di teologia. Siamo in provincia dell’Aquila, a circa 800 metri, in direzione della Piana delle Rocche, frazione di Ocre. «Il Santo Padre usciva con molta riservatezza da Roma, accompagnato su una modesta vettura dal suo segretario Mons. Stanislaw Dziwisz e da qualche amico polacco, e al casello autostradale – unico posto in cui qualcuno poteva riconoscerlo – era solito fingersi intento nella lettura e mettersi un giornale davanti alla faccia». Così mons. Longhi, inaugurando una sfilza infinita di aneddoti succosissimi (spesso accompagnati – da scrupoloso pastore qual è – da opportune spiegazioni teologiche).
Ma è senz’altro il Karol Wojtyla mistico quello su cui il monsignore ha intrattenuto i fortunati uditori saliti a Bienno; quello che pochissimi conoscono, quello segreto e misterioso, grande protagonista di uno dei pontificati più lunghi della Chiesa. È il Papa che monsignor Longhi incontrava di notte nella cappella della casa di montagna inginocchiato per ore sugli scomodi banchi di legno davanti al Tabernacolo. Ed è il Papa che, sempre di notte, chi abitava la casa abruzzese sentiva dialogare, a volte anche animatamente, con il Signore o con la sua amata madre, la Vergine Maria.
Per indagare il mistico Karol Wojtyla (cosa che fece magistralmente Antonio Socci nel suo ben documentato “I segreti di Karol Wojtyla”, edito da Rizzoli nel 2008) monsignor Longhi ha raccontato quanto gli confidò Andrzej Deskur, cardinale polacco che di Giovanni Paolo II è stato compagno di seminario, quello clandestino di Cracovia. Deskur, per anni Presidente della Pontificia Commissione per le Comunicazioni sociali (1973-1984), può senz’altro considerarsi il più grande amico di Wojtyla, colui che per sostenere il pontificato dell’amico Lolek si era offerto come vittima – accogliendo la volontà divina dell’ictus e la conseguente paralisi – dentro quel mistero profondissimo che è la “sostituzione vicaria” (sarà proprio per andare a trovare in ospedale l’amico sofferente che la sera stessa dell’elezione Giovanni Paolo II farà la sua prima, incredibile e “clandestina” fuga dal Vaticano).
Così racconta Mons. Longhi: «“Lui ha il dono della visione”, mi confidò Andrzej Deskur. Al che gli chiesi cosa significasse. “Lui parla con Dio incarnato, Gesù, vede il suo volto e vede anche il volto di sua madre”. Da quando? “Dalla sua prima Messa, il 2 novembre 1946, durante l’elevazione dell’ostia. Era nella cripta di San Leonardo della cattedrale di Wawel, a Cracovia, è lì che ha celebrato la sua prima messa, offerta in suffragio dell’anima di suo padre». Monsignor Longhi aggiunge che il segreto svelatogli dal cardinal Deskur – quegli occhi di Dio che si fissano su Wojtyla ogni volta che questi eleva il calice e l’ostia – si può paradossalmente intuire leggendo l’ultima enciclica di Giovanni Paolo II, Ecclesia de Eucharistia. Qui, al numero 59 della “Conclusione”, proprio mentre il papa polacco ricorda il momento della sua prima messa, lui stesso finisce per svelare il mistero che lo ha accompagnato tutta la vita: «I miei occhi si sono raccolti sull’ostia e sul calice in cui il tempo e lo spazio si sono in qualche modo “contratti” e il dramma del Golgota si è ripresentato al vivo, svelando la sua misteriosa “contemporaneità”».
Tra i tanti raccontati, però, l’episodio che più ha colpito la platea dell’eremo di Bienno, e che si inserisce nella cornice di una delle tante passeggiate sul Massiccio del Gran Sasso, è senza dubbio quello che ha come fuochi l’islam e l’Europa. Monsignor Longhi fa precedere le parole del santo polacco – oggettivamente impressionanti – da un prologo molto umano, a tratti inaspettatamente ilare, fatto di battute, di panini scambiati, di rimproveri teatrali sulla pubblicazione anticipata di quel Catechismo della Chiesa Cattolica fortissimamente voluto da Wojtyla (il non attendere l’editio typica latina, infatti, innesterà errori a cui si dovrà rimediare con precipitose correzioni).In quell’occasione il Santo Padre e il monsignore, evidentemente più veloci degli altri, avevano staccato il gruppo, nel quale – come sempre quando il Papa usciva da Roma – c’era il suo segretario particolare, quel fidatissimo Stanislao Dziwisz, che nel 2006 Benedetto XVI creerà cardinale e che oggi è arcivescovo emerito della Diocesi di Cracovia. Il passaggio di mons. Longhi (con le sue tappe di avvicinamento alla terribile visione mistica del Papa) va dunque riportato interamente(la conferenza è su YouTube, dal minuto 48 è possibile guardare il passaggio che stiamo raccontando).
I due sono appoggiati ad una roccia, l’uno di fronte all’altro, mangiando un panino e aspettando l’arrivo del gruppo. Questo il racconto testuale del monsignore: «Avevo posato lo sguardo su di lui pensando che poteva aver bisogno di qualcosa, lui però si accorge che io lo guardo, aveva il fremito nella mano, era l’inizio del Parkinson. “Caro Mauro, è la vecchiaia..”, ed io subito: “Ma no, Santità, lei è giovane!”. Quando lo si contraddiceva in certi colloqui familiari diventava una belva. “Non è vero! Dico che sono vecchio perché sono vecchio!”». A parere del monsignore è proprio lo scorrere del tempo insieme all’incedere della malattia a portare il Papa polacco a sentire la necessità impellente di trasmettergli quella visione mistica. «Ecco allora che Wojtyla cambia tono e voce – continua il monsignore – e facendomi partecipe di una delle sue visioni notturne, mi dice: “Ricordalo a coloro che tu incontrerai nella Chiesa del terzo millennio. Vedo la Chiesa afflitta da una piaga mortale. Più profonda, più dolorosa rispetto a quelle di questo millennio”, riferendosi a quelle del comunismo e del totalitarismo nazista. “Si chiama islamismo. Invaderanno l’Europa. Ho visto le orde provenire dall’Occidente all’Oriente”, e mi fa una ad una la descrizione dei paesi: dal Marocco alla Libia all’Egitto, e così via fino alla parte orientale. Il Santo Padre aggiunge: “Invaderanno l’Europa, l’Europa sarà una cantina, vecchi cimeli, penombra, ragnatele. Ricordi di famiglia. Voi, Chiesa del terzo millennio, dovrete contenere l’invasione. Ma non con le armi, le armi non basteranno, con la vostra fede vissuta con integrità”».
Questa la preziosa testimonianza di chi per anni è stato a stretto contatto con il Santo Padre, e con questi ha concelebrato molte volte. Inutile sottolineare poi come la confessione di Papa Wojtyla risalga al marzo del 1993, e 24 anni fa molto diversi erano sia il quadro sociale che i numeri della presenza islamica in Europa. Non è un caso, forse, che nell’ormai dimenticata esortazione apostolica del 2003, Ecclesia in Europa, Giovanni Paolo II parlasse chiaramente di un rapporto con l’islam che doveva essere «corretto», condotto con «prudenza, con chiarezza di idee circa le sue possibilità e i suoi limiti», avendo coscienza del «notevole divario tra la cultura europea, che ha profonde radici cristiane, e il pensiero musulmano» (n.57). Pur con il linguaggio proprio di un documento magisteriale, per sua natura trattenuto, sembrava che il santo Padre implorasse l’instaurarsi di una conoscenza dell’islam «obiettiva» (n.54). Un paradigma e una sensibilità, dunque, chiari e inequivocabili, specie se si considera un altro passaggio di Ecclesia in Europa, quello in cui in cui Papa Wojtyla – dopo aver stigmatizzato «la frustrazione dei cristiani che accolgono» e che invece in molti paesi islamici «si vedono interdire l’esercizio del culto cristiano» (n.57) – parlando dei flussi migratori arrivava addirittura ad auspicare una «ferma repressione degli abusi» (n.101).
C’è da prendere atto che siamo di fronte alla lettura polically uncorrect del fenomeno islam da parte di un Papa canonizzato dalla Chiesa cattolica; una lettura prima “profetica” e poi magisteriale (non è difficile ipotizzare che la scioccante visione profetica giovanpaolina abbia influenzato la sua scrittura di Ecclesia in Europa). «L’islam ci invaderà». Forse lo sta già facendo. Mentre, inesorabile, si va spegnendo la luce sull’Europa cristiana, ridotta a una cantina piena solo di vecchi cimeli e ragnatele. “Karol il Grande” ha parlato, ancor più oggi ci invita a resistere all’invasione con la fede vissuta integralmente.
È una guerra che si combatte su tutti i fronti, tutti sono coinvolti, nessuno resta con le mani in mano. La resistenza dello stato ebraico in guerra
Ra’anana. Spade di ferro è il nome che è stato dato all’inizio alla guerra che Israele sta combattendo contro Hamas, in seguito al massacro del 7 ottobre, ma è un nome inadeguato alla portata dell’evento, come inadeguate sono le parole con cui, dopo i primi momenti di choc, si sta provando ora a costruire la narrazione dei fatti. Sì, perché anche termini come pogrom, trucidare, bruciare vivi, all’inizio sono stati usati con titubanza, in punta dei piedi, come se fosse vietato attingere dal vocabolario della Shoah per raccontare l’eccidio avvenuto all’interno dei confini dello stato sorto affinché eventi del genere non si ripetessero. Adesso, di fronte ai numeri e alle modalità del massacro perpetrato da Hamas al sud d’Israele, anche la parola pogrom va stretta. I sopravvissuti accolti nelle strutture alberghiere al centro del paese non hanno niente in comune con i sopravvissuti ai pogrom di un tempo, perché anche se gli allarmi antimissile suonano in tutto il paese, anche se i funerali susseguono senza sosta e i nomi e i volti della tragedia piano piano vengono alla luce, i sopravvissuti di oggi hanno un privilegio che i sopravvissuti di allora non hanno avuto: quello di guardare al futuro con ottimismo, malgrado tutto.
Anche la parola solidarietà è stata abusata in questi giorni, perché quello che spinge i civili fuori dalle case, nei centri di raccolta di beni per i soldati al fronte, ad organizzare attività per i bambini sfollati del Sud, a dare supporto al personale negli ospedali, non è solidarietà, ma una mobilitazione di massa della società civile a supporto dello sforzo bellico. È una guerra che si combatte su tutti i fronti, tutti sono coinvolti, nessuno resta con le mani in mano. La gamma delle attività in cui sono occupati i civili si ispira al senso pratico e alla creatività tipica degli israeliani: oltre a servizio babysitter ai figli dei riservisti, ai pasti caldi per i soldati al fronte, ci sono giovani mamme che si offrono di allattare i neonati rimasti orfani, camper con parrucchieri che tagliano i capelli ai soldati al fronte e addirittura una campagna di raccolta di donazioni di sangue di cani per i cani dell’esercito.
Anche la parola diserzione, minacciata come strumento di protesta contro la riforma giudiziaria, ora è una parola vuota: la percentuale della mobilitazione dei riservisti è del 130%, il richiamo della coscienza ha anticipato quello dell’esercito, anche chi non è stato convocato per problemi di salute si è offerto come volontario. I racconti di combattimenti e salvataggi eroici avvenuti nel corso del sabato nero, narrano di gente comune che ha imbracciato le armi ed è accorsa a combattere. Non è vero che in questi giorni ognuno fa quello che può, quando è la propria casa a essere in pericolo, si fa l’impossibile.
È una guerra di sopravvivenza quella che ha seguito il massacro del 7 ottobre, paragonabile a quella del 1948, ma che ha in comune con tutte le altre guerre d’Israele la determinazione a vincere. Anche se vittoria è un’altra parola inadeguata, perché con 1300 morti, migliaia di feriti e più di 200 prigionieri, questa è una guerra che Israele già ha perso ma che in fondo, nello stesso respiro, già ha vinto sul campo morale, perché la società israeliana si è rivelata più compatta e più forte che mai. È lo spirito del popolo ebraico in Israele la vera arma segreta di questo conflitto, sembra impossibile che una Nazione che ha subito un massacro di queste dimensioni, in sole ventiquattro ore si sia rimessa in piedi e si sia messa al lavoro. Israele lo sa, davanti a questa risolutezza e a questo spessore morale nessuno potrà farcela.
Quando sono le parole a venire a mancare forse soltanto le metafore ci possono aiutare a raccontare quello che sta succedendo. Nel mio giardino crescono delle bellissime siepi di bouganville, che ora splendono al sole di ottobre nella loro fioritura viola. Hanno oltre trent’anni, superano i due metri e mezzo di altezza, ogni anno in primavera sono costretta a farle potare, perdono i fiori e il fogliame, si riducono a una massa di rami spogli e intricati. Ogni primavera sembra che non debbano più rifiorire. Poi, dopo qualche settimana appaiono i primi germogli, poi tornano le foglie e infine la fioritura viola. Ogni anno quando le mie siepi di bouganville vengono potate, tornano a essere più belle e più forti di prima