"VI SUPPLICO: CONVERTITEVI!" (REGINA DELLA PACE-MEDJUGORJE)

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La scienza non può dimostrare l’esistenza di Dio, perché su Dio non è in grado di indagare

MARCO BERSANELLI  30 MAR 2024 –Il Foglio

Fede e scienza, un antico dibattito segnato spesso da un errore metodologico di fondo. Un libro

Una volta tradotto in italiano il libro di Michel-Yves Bolloré e Olivier Bonnassies è balzato ai primi posti delle vendite anche nel nostro paese. Con un titolo che promette le prove scientifiche dell’esistenza di Dio c’era da aspettarselo: è una questione che interessa tutti, non solo gli accademici. Salvatore, il mio barbiere, sapendo che mi occupo di scienza e che sono credente, ogni volta mi riempie di domande, spesso tutt’altro che banali. Il libro raccoglie molti elementi utili per chi vuole approfondire questi temi, tuttavia a mio parere soffre di un errore metodologico. Fin dall’incipit, infatti, la “creazione” viene esplicitamente trattata come una “teoria scientifica”, e poi passo dopo passo viene messa in competizione con “altre” teorie e valutata secondo i canoni tipici delle scienze fisiche. Ma ogni metodo si presta a rispondere a certe domande, e non ad altre. Confondere i piani può condurre a errori con dolorose conseguenze, come mostrano la nota vicenda di Galileo e le meno note e più tragiche persecuzioni nell’Urss contro la nascente cosmologia evoluzionista, ben documentate in quel libro.
 

Dove sta il problema? Le due principali argomentazioni cosmologiche che vengono trattate non sono né nuove né banali. La prima è basata sull’evidenza, scientificamente solidissima, che l’universo è in espansione. Estrapolando lo spazio e il tempo nel passato secondo la teoria della relatività generale ci si avvicina a un punto di singolarità, databile a circa 13,8 miliardi di anni fa, dove la densità e la temperatura tendono all’infinito e il tempo giunge a un termine. Non possiamo osservare quell’istante iniziale, ma abbiamo una traccia diretta di una fase immediatamente successiva (su scala cosmica), quando l’età dell’universo era appena lo 0,003 per cento dell’età attuale. Ecco dunque la prima “prova teologica”: poiché la scienza ha dimostrato che il tempo ha avuto un inizio, si dice, essa ha anche provato che l’universo è stato creato da Dio, e ha persino stabilito la data della creazione.
 

Dal punto di vista di un credente però, così posto, l’argomento è scivoloso. Anzitutto, le nostre attuali conoscenze scientifiche non ci permettono di concludere definitivamente che il tempo cosmico abbia avuto un inizio assoluto. Non abbiamo infatti una comprensione sufficiente dell’universo nelle sue primissime frazioni di secondo, quando gli effetti quantistici, non inclusi nella relatività generale, giocavano un ruolo determinante. Non possiamo quindi escludere che in futuro l’indagine scientifica giunga a una visione più ampia, compatibile con tutto ciò che oggi sappiamo, in cui quell’inizio sia riconosciuto come parte di una realtà più vasta. Tutto ciò è ad oggi altamente ipotetico, ma mi dispiacerebbe se qualcuno, avendo appoggiato la sua fede in Dio su questo appiglio, un domani la perdesse a causa di una meravigliosa scoperta scientifica.
 

Ma c’è un motivo più profondo per cui quell’approccio è inadeguato. Anche ammettendo che la scienza arrivi a dimostrare che l’universo proviene da una singolarità unica e assoluta, identificare la “creazione” con quell’istante iniziale sarebbe riduttivo. Un episodio legato a uno dei padri della cosmologia contemporanea, Georges Lemaître, è illuminante a questo proposito. Lemaître fu il primo a interpretare le osservazioni di Slipher e Hubble come indice dell’espansione dell’universo e a proporre una prima versione di quella che oggi è nota come teoria del “big bang”. Lemaître era anche un sacerdote cattolico e presidente della Pontificia Accademia delle Scienze. Nel 1951 papa Pio XII in un discorso all’Accademia identificò con entusiasmo il Fiat Lux del libro della Genesi con l’ipotesi scientifica dell’inizio incandescente dell’universo. Lemaître chiese subito udienza al Papa e lo convinse che quella sua uscita era stata quanto mai inopportuna. Il teologo-scienziato voleva salvaguardare la distinzione tra i diversi livelli del pensiero e della conoscenza. Come in seguito ebbe a dire: “Ho troppo rispetto per Dio per poterne fare un’ipotesi scientifica”.
 

Limitare l’atto creativo di Dio a un istante del lontano passato significa sminuirne la portata. Come disse Benedetto XVI, “Dio non è un’ipotesi distante, uno sconosciuto che si è ritirato dopo il Big Bang”. Se un Dio esiste, la sua azione creatrice non si esaurisce nel dare un “colpo iniziale” al mondo, ma permane nel “far essere” l’universo in ogni istante, nel colmare lo iato infinito tra il non-essere e l’essere di ogni cosa e di noi stessi. Se c’è stato un inizio del tempo, quel primo drammatico istante è creato tanto quanto lo è l’istante presente. Con le parole di Lemaître, il Creatore “sostiene ogni essere e ogni avvenimento”.
 

La seconda “prova teologica” parte da un altro fatto scientificamente consolidato, e cioè l’osservazione che le leggi fisiche che regolano l’universo appaiono finemente predisposte per produrre le condizioni necessarie alla comparsa della vita. In particolare certe costanti presenti fin dall’inizio della storia cosmica, come la carica e la massa delle particelle elementari, i parametri cosmologici, e così via, appaiono accuratamente sintonizzate: basterebbe modificare anche di pochissimo il valore di alcuni di quei parametri e l’universo sarebbe completamente privo di strutture e incapace di ospitare qualunque forma di vita. Questo “fine-tuning” potrebbe sembrare un’ovvietà: se una cosa esiste, ad esempio la farfallina che si è posata sulla pietra qui davanti a me, significa che nella storia dell’universo una combinazione di circostanze casuali e di leggi universali ha prodotto le condizioni necessarie perché quel piccolo insetto potesse esistere. Ma la cosa tutt’altro che ovvia è proprio l’esistenza della farfalla: in un ipotetico universo in cui le condizioni iniziali fossero state leggermente diverse, quell’animaletto sarebbe impossibile. A dire il vero quasi tutte le condizioni di “fine tuning” si applicherebbero anche per la pietra sulla quale la farfalla si è posata.

Perché allora sottolineiamo il nesso con la possibilità della vita? Forse perché noi stessi siamo esseri viventi, e non abbiamo ancora perso il vizio di metterci al centro di tutto? Non proprio. Esiste infatti un senso oggettivo, indipendente da noi, per cui la materia vivente è qualcosa di assolutamente “speciale” nel panorama cosmico: il suo vertiginoso grado di complessità. Una singola cellula vivente da questo punto di vista surclassa qualunque sistema fisico non-biologico: un pianeta (privo di vita…), una stella, una galassia. Se per assurdo la nostra coscienza non fosse legata ad alcun tessuto vivente, guardando l’universo noi continueremmo a stupirci di come mai esista un nesso così profondo e delicato tra le leggi fisiche universali e quegli straordinari oggetti – gli organismi biologici – di cui noi non siamo parte.
 

Che cosa ha fatto sì che le leggi fisiche assumessero la forma che hanno? Chi o che cosa ne ha fissato i parametri? E’ la prova scientifica che Dio esiste? Anche qui è bene non far confusione. Il “fine-tuning” non ha spiegazione nell’ambito della fisica nota, ma di nuovo esiste la possibilità che quello che conosciamo oggi sia troppo poco. In futuro potremmo scoprire, ad esempio, che l’universo è molto più grande e vario di quel che oggi riteniamo, e quelle che consideriamo costanti universali in realtà non lo sono, ma cambiano leggermente su scale oggi ignote; questo darebbe ragione del fatto che nella regione di universo che ci circonda quelle costanti sono accordate con la vita e con la nostra esistenza. Queste linee di pensiero – le varie forme di “multiverso” – vanno molto di moda, e va sottolineato che al momento si tratta di speculazioni più metafisiche che fisiche, non sottoponibili a verifiche sperimentali, a volte ideologicamente enfatizzate da una cattiva divulgazione. D’altra parte l’esistenza di Dio è certamente un’ipotesi di ordine metafisico, e lo sarà sempre: non si vede perché la si debba costringere a competere sul piano delle teorie scientifiche, attuali o eventualmente future.
 

La scienza non può dimostrare l’esistenza di Dio semplicemente perché Dio non è il “tipo di cosa” che la scienza è in grado di indagare con i suoi metodi. Naturalmente vale anche il viceversa: quelle posizioni che pretendono di usare la scienza per escludere la fede in Dio sono del tutto fuori luogo. 
 

Significa che domanda religiosa e indagine scientifica sono due mondi separati, tra i quali non esiste alcun nesso? Tutt’altro, a mio parere. Il contributo della scienza è portare alla luce visuali inedite su quello stesso universo che nell’ipotesi religiosa è creazione di Dio. In esso la presenza del Creatore non si impone attraverso le vie irrevocabili della prova scientifica, piuttosto provoca la nostra ragione e si offre alla nostra libertà con discrezione, “ri-velandosi” attraverso il segno della natura. In questo modo quella che viene chiamata in causa non è solamente la nostra razionalità scientifica, essenziale per dimostrare un teorema o per scoprire una legge fisica, ma la ragione umana in tutta la sua ampiezza. Così via via che il cammino della scienza fa emergere la varietà dei fenomeni e l’unità sottostante che li lega, ci troviamo immancabilmente davanti a nuovi tratti di una bellezza sorprendente, che si propone alla nostra contemplazione e ci invita a riflessioni di ordine diverso, quelli propri della filosofia e della teologia.
 

Consideriamo ad esempio i due aspetti ora menzionati. Il fatto che l’universo osservabile sia indiscutibilmente una realtà dinamica e mutevole, protagonista di una storia particolare, è quasi una pedagogia che ci aiuta a cogliere la radicale contingenza della realtà, abituando il pensiero all’evidenza che ogni cosa proviene da “Altro”, non solo in senso temporale, ma anche in senso ontologico. E il profondo radicamento della vita nella vastità nell’universo a noi accessibile allontana l’idea ottocentesca di una natura estranea alla nostra esistenza, riproponendo l’antica percezione di una misteriosa provvidenzialità dell’ordine cosmico. Da sempre sappiamo che il nostro piccolo pianeta ci offre ospitalità con il giorno e la notte, l’aria e la pioggia, l’avvicendarsi delle stagioni, e così via; oggi vediamo anche che la nostra “oasi cosmica” ci assiste con l’evoluzione stellare, l’espansione dell’universo, le leggi della fisica, le costanti universali, e molto altro; e ci regala un meraviglioso panorama cosmico che si estende per miliardi di anni luce. Oltre, non sappiamo. La scienza non dimostra Dio, ma ci mette davanti agli occhi un universo che è segno di un mistero che ci supera infinitamente. Questo credo che Salvatore, il mio amico barbiere, lo apprezzerebbe.

LA SINDONE: ICONA DEL SABATO SANTO

Meditazione di Benedetto XVI_ Domenica 2 Maggio 2010

Cari amici,

questo è per me un momento molto atteso. In diverse altre occasioni mi sono trovato davanti alla sacra Sindone, ma questa volta vivo questo pellegrinaggio e questa sosta con particolare intensità: forse perché il passare degli anni mi rende ancora più sensibile al messaggio di questa straordinaria Icona; forse, e direi soprattutto, perché sono qui come Successore di Pietro, e porto nel mio cuore tutta la Chiesa, anzi, tutta l’umanità. Ringrazio Dio per il dono di questo pellegrinaggio, e anche per l’opportunità di condividere con voi una breve meditazione, che mi è stata suggerita dal sottotitolo di questa solenne Ostensione: “Il mistero del Sabato Santo”.

Si può dire che la Sindone sia l’Icona di questo mistero, l’Icona del Sabato Santo. Infatti essa è un telo sepolcrale, che ha avvolto la salma di un uomo crocifisso in tutto corrispondente a quanto i Vangeli ci dicono di Gesù, il quale, crocifisso verso mezzogiorno, spirò verso le tre del pomeriggio. Venuta la sera, poiché era la Parasceve, cioè la vigilia del sabato solenne di Pasqua, Giuseppe d’Arimatea, un ricco e autorevole membro del Sinedrio, chiese coraggiosamente a Ponzio Pilato di poter seppellire Gesù nel suo sepolcro nuovo, che si era fatto scavare nella roccia a poca distanza dal Golgota. Ottenuto il permesso, comprò un lenzuolo e, deposto il corpo di Gesù dalla croce, lo avvolse con quel lenzuolo e lo mise in quella tomba (cfr Mc 15,42-46). Così riferisce il Vangelo di san Marco, e con lui concordano gli altri Evangelisti. Da quel momento, Gesù rimase nel sepolcro fino all’alba del giorno dopo il sabato, e la Sindone di Torino ci offre l’immagine di com’era il suo corpo disteso nella tomba durante quel tempo, che fu breve cronologicamente (circa un giorno e mezzo), ma fu immenso, infinito nel suo valore e nel suo significato.

Il Sabato Santo è il giorno del nascondimento di Dio, come si legge in un’antica Omelia: “Che cosa è avvenuto? Oggi sulla terra c’è grande silenzio, grande silenzio e solitudine. Grande silenzio perché il Re dorme … Dio è morto nella carne ed è sceso a scuotere il regno degli inferi” (Omelia sul Sabato Santo, PG 43, 439). Nel Credo, noi professiamo che Gesù Cristo “fu crocifisso sotto Ponzio Pilato, morì e fu sepolto, discese agli inferi, e il terzo giorno risuscitò da morte”.

Cari fratelli e sorelle, nel nostro tempo, specialmente dopo aver attraversato il secolo scorso, l’umanità è diventata particolarmente sensibile al mistero del Sabato Santo. Il nascondimento di Dio fa parte della spiritualità dell’uomo contemporaneo, in maniera esistenziale, quasi inconscia, come un vuoto nel cuore che è andato allargandosi sempre di più. Sul finire dell’Ottocento, Nietzsche scriveva: “Dio è morto! E noi l’abbiamo ucciso!”. Questa celebre espressione, a ben vedere, è presa quasi alla lettera dalla tradizione cristiana, spesso la ripetiamo nella Via Crucis, forse senza renderci pienamente conto di ciò che diciamo. Dopo le due guerre mondiali, i lager e i gulag, Hiroshima e Nagasaki, la nostra epoca è diventata in misura sempre maggiore un Sabato Santo: l’oscurità di questo giorno interpella tutti coloro che si interrogano sulla vita, in modo particolare interpella noi credenti. Anche noi abbiamo a che fare con questa oscurità.

E tuttavia la morte del Figlio di Dio, di Gesù di Nazaret ha un aspetto opposto, totalmente positivo, fonte di consolazione e di speranza. E questo mi fa pensare al fatto che la sacra Sindone si comporta come un documento “fotografico”, dotato di un “positivo” e di un “negativo”. E in effetti è proprio così: il mistero più oscuro della fede è nello stesso tempo il segno più luminoso di una speranza che non ha confini. Il Sabato Santo è la “terra di nessuno” tra la morte e la risurrezione, ma in questa “terra di nessuno” è entrato Uno, l’Unico, che l’ha attraversata con i segni della sua Passione per l’uomo: “Passio Christi. Passio hominis”. E la Sindone ci parla esattamente di quel momento, sta a testimoniare precisamente quell’intervallo unico e irripetibile nella storia dell’umanità e dell’universo, in cui Dio, in Gesù Cristo, ha condiviso non solo il nostro morire, ma anche il nostro rimanere nella morte. La solidarietà più radicale.

In quel “tempo-oltre-il-tempo” Gesù Cristo è “disceso agli inferi”. Che cosa significa questa espressione? Vuole dire che Dio, fattosi uomo, è arrivato fino al punto di entrare nella solitudine estrema e assoluta dell’uomo, dove non arriva alcun raggio d’amore, dove regna l’abbandono totale senza alcuna parola di conforto: “gli inferi”. Gesù Cristo, rimanendo nella morte, ha oltrepassato la porta di questa solitudine ultima per guidare anche noi ad oltrepassarla con Lui. Tutti abbiamo sentito qualche volta una sensazione spaventosa di abbandono, e ciò che della morte ci fa più paura è proprio questo, come da bambini abbiamo paura di stare da soli nel buio e solo la presenza di una persona che ci ama ci può rassicurare.

Ecco, proprio questo è accaduto nel Sabato Santo: nel regno della morte è risuonata la voce di Dio. E’ successo l’impensabile: che cioè l’Amore è penetrato “negli inferi”: anche nel buio estremo della solitudine umana più assoluta noi possiamo ascoltare una voce che ci chiama e trovare una mano che ci prende e ci conduce fuori. L’essere umano vive per il fatto che è amato e può amare; e se anche nello spazio della morte è penetrato l’amore, allora anche là è arrivata la vita. Nell’ora dell’estrema solitudine non saremo mai soli: “Passio Christi. Passio hominis”.

Questo è il mistero del Sabato Santo! Proprio di là, dal buio della morte del Figlio di Dio, è spuntata la luce di una speranza nuova: la luce della Risurrezione. Ed ecco, mi sembra che guardando questo sacro Telo con gli occhi della fede si percepisca qualcosa di questa luce. In effetti, la Sindone è stata immersa in quel buio profondo, ma è al tempo stesso luminosa; e io penso che se migliaia e migliaia di persone vengono a venerarla – senza contare quanti la contemplano mediante le immagini – è perché in essa non vedono solo il buio, ma anche la luce; non tanto la sconfitta della vita e dell’amore, ma piuttosto la vittoria, la vittoria della vita sulla morte, dell’amore sull’odio; vedono sì la morte di Gesù, ma intravedono la sua Risurrezione; in seno alla morte pulsa ora la vita, in quanto vi inabita l’amore. Questo è il potere della Sindone: dal volto di questo “Uomo dei dolori”, che porta su di sé la passione dell’uomo di ogni tempo e di ogni luogo, anche le nostre passioni, le nostre sofferenze, le nostre difficoltà, i nostri peccati – “Passio Christi. Passio hominis” -, da questo volto promana una solenne maestà, una signoria paradossale.

Questo volto, queste mani e questi piedi, questo costato, tutto questo corpo parla, è esso stesso una parola che possiamo ascoltare nel silenzio. Come parla la Sindone? Parla con il sangue, e il sangue è la vita! La Sindone è un’Icona scritta col sangue; sangue di un uomo flagellato, coronato di spine, crocifisso e ferito al costato destro. L’immagine impressa sulla Sindone è quella di un morto, ma il sangue parla della sua vita. Ogni traccia di sangue parla di amore e di vita. Specialmente quella macchia abbondante vicina al costato, fatta di sangue ed acqua usciti copiosamente da una grande ferita procurata da un colpo di lancia romana, quel sangue e quell’acqua parlano di vita. E’ come una sorgente che mormora nel silenzio, e noi possiamo sentirla, possiamo ascoltarla, nel silenzio del Sabato Santo.

Cari amici, lodiamo sempre il Signore per il suo amore fedele e misericordioso. Partendo da questo luogo santo, portiamo negli occhi l’immagine della Sindone, portiamo nel cuore questa parola d’amore, e lodiamo Dio con una vita piena di fede, di speranza e di carità. Grazie.

Il Papa non partecipa alla Via Crucis «per conservare la salute per la messa di Pasqua»

di Gian Guido Vecchi- Corriere 29 Marzo 2024

Il Papa firma di persona (ed è un fatto raro) le meditazioni per la Via Crucis al Colosseo: «Tanti cristi umiliati dalla prepotenza, serve compassione. Preghiamo per le donne che subiscono oltraggi e violenze, i bimbi non nati, i giovani, gli anziani scartati»

CITTÀ DEL VATICANO — «Viviamo un tempo spietato, e abbiamo bisogno di compassione». La notte intorno al Colosseo è rischiarata da migliaia di fiaccole e il Papa non c’è, ma ci sono le sue parole. La presenza di Francesco era prevista ancora nel tardo pomeriggio ma si sapeva che si sarebbe deciso all’ultimo momento e alla fine, come l’anno scorso, ha prevalso la prudenza: a Roma in questo periodo le serate sono ancora abbastanza fredde, l’aria intorno al Palatino è umida, non era il caso di restare seduto all’aperto. Così, «per conservare la salute in vista della Veglia di sabato e della Santa Messa della domenica di Pasqua», ha spiegato la Santa Sede, il pontefice è rimasto a seguire la Via Crucis da Casa Santa Marta.

È molto raro che il pontefice scriva di persona i testi della Via Crucis, una tradizione iniziata nel 1750, conclusa con l’Unità d’Italia e infine ripresa da Paolo VI a partire dal 1964. Lo fece un paio di volte Giovanni Paolo II e una volta le scrisse anche Joseph Ratzinger, ma quand’era ancora cardinale e prefetto dell’ex Sant’Uffizio. Francesco lo ha voluto fare nell’Anno della preghiera che ha indetto alla vigilia del Giubileo del 2025, senza riferimenti diretti all’attualità ma con un approccio contemplativo che la riassume e riassume i dolori del mondo: «Gesù, tu sei la vita e sei condannato a morte; sei la verità e subisci un falso processo. Ma perché non reclami? Perché non alzi la voce e non spieghi le tue ragioni? Perché non confuti i dotti e i potenti come hai sempre fatto con successo? La tua reazione stupisce, Gesù: nel momento decisivo non parli, taci. Perché più il male è forte, più la tua risposta è radicale. E la tua risposta è il silenzio. Ma il tuo silenzio è fecondo: è preghiera, è mitezza, è perdono, è la via per redimere il male, per convertire ciò che soffri in un dono che offri».

Il male quotidiano, anche in Rete

Le stazioni della via Crucis scandiscono una riflessione sul male, anche quello quotidiano che si incontra in Rete: «Gesù, tanti seguono il barbaro spettacolo della tua esecuzione e, senza conoscerti e senza conoscere la verità, emettono giudizi e condanne, gettando su di te infamia e disprezzo. Accade anche oggi, Signore, e non serve nemmeno un macabro corteo: basta una tastiera per insultare e pubblicare sentenze». La riposta a tutto questo sta nell’atteggiamento delle donne nel racconto evangelico: «Chi ti segue fino alla fine lungo la via della croce? Non i potenti, che ti aspettano sul Calvario, non gli spettatori che stanno lontano, ma le persone semplici, grandi ai tuoi occhi e piccole a quelli del mondo. Sono le donne, a cui hai dato speranza: non hanno voce ma si fanno sentire. Aiutaci a riconoscere la grandezza delle donne, loro che a Pasqua sono state fedeli e vicine a te, ma che ancora oggi vengono scartate, subendo oltraggi e violenze».

I «cristi umiliati da guadagni iniqui fatti sulla pelle degli altri»

Al centro, come Francesco dice dall’inizio del suo pontificato, c’è il capitolo 25 del Vangelo di Matteo, le parole di Gesù sul Giudizio Universale e il comportamento che distinguerà i giusti dai dannati: «Ora capisco questa tua insistenza nell’immedesimarti coi bisognosi: tu sei stato carcerato; tu straniero, condotto fuori della città per esser crocifisso; tu sei nudo, spogliato delle vesti; tu, malato e ferito; tu, assetato sulla croce e affamato d’amore. Fa’ che ti veda nei sofferenti e che veda i sofferenti in te, perché tu sei lì, in chi è spogliato di dignità, nei cristi umiliati dalla prepotenza e dall’ingiustizia, da guadagni iniqui fatti sulla pelle degli altri nell’indifferenza generale».

Il supplizio, il perdono. «Gesù, ti trapassano braccia e gambe coi chiodi lacerandoti le carni e proprio ora, mentre il dolore fisico è più atroce, dalle tue labbra sgorga la preghiera impossibile: perdoni chi ti sta mettendo i chiodi nei polsi…Allora con te, Gesù, anch’io posso trovare il coraggio di scegliere il perdono, che libera il cuore e rilancia la vita. Signore, non ti basta perdonarci, ci giustifichi pure davanti al Padre: non sanno quello che fanno».

La «sofferenza insopportabile»

Il Papa nomina le tante situazioni di sofferenza insopportabile. «Gesù, portiamo anche noi delle croci, a volte molto pesanti: una malattia, un incidente, la morte di una persona cara, una delusione affettiva, un figlio che si è perso, il lavoro che manca, una ferita interiore che non guarisce, il fallimento di un progetto, l’ennesima attesa andata a vuoto… Gesù, come si fa a pregare lì». Il Papa prega per i «bimbi non nati e quelli abbandonati», i «tanti giovani in attesa di chi ascolti il loro grido di dolore», e ancora «gli anziani scartati», i detenuti, i «popoli sfruttati e dimenticati». La risposta, dice, sta nelle parole di Gesù nel Vangelo: «Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro». Prima di morire, il Crocifisso sospira: tutto è compiuto. «Io, nella mia incompiutezza, non potrò dirlo; ma confido in te, perché sei la mia speranza, la speranza della Chiesa e del mondo», conclude Francesco: «Custodisci la Chiesa e il mondo nella pace».

I CONTI DA SALDARE SEMINATI DALLO ZAR

FABIO CARMINATI – 24 Marzo 2024 -Avvenire

Il 7 marzo scorso l’ambasciata americana a Mosca aveva lanciato l’allarme: «Gli estremisti hanno piani imminenti per colpire grandi raduni nella capitale russa». Vladimir Putin aveva respinto tutto questo come una «provocazione occidentale» a una settimana dal voto che lo ha poi visto incoronato di nuovo zar incontrastato al Cremlino. Nel primo venerdì dopo le presidenziali russe è arrivata la sanguinosa conferma. E la rabbia del piccolo dittatore cresce perché non può che prendersela con se stesso. Il nuovo (o purtroppo

il primo) bersaglio politico del nuovo Daesh, di quell’Isis frettolosamente sepolto nelle sabbie del deserto siriano, è stato proprio lui. Anche se la rivendicazione del massacro di Mosca è ormai confermata (l’attribuzione è all’Isis-k afghana che ha “firmato” il video) partendo però dalla Siria – li esattamente 5 anni fa cadde il Califfato in quel Paese – si può comprendere perché il ritorno in grande stile dei successori di Abubakr al-Baghdadi tragga origine proprio da Damasco. Lì lo zar fa fare il bello e il cattivo tempo al suo “burattino” Bashar al-Assad. Lì continua a mantenere truppe e mezzi militari. Lì incalza Israele, lì fa i suoi affari di petrolio e traffici.

Si è detto più volte che il sedicente Stato islamico non fosse defunto e che si stava solo riorganizzando: stava cambiando pelle, stabilito nei metaforici quartieri d’inverno dopo la lunga battaglia degli anni scorsi.

Recenti rapporti di intelligence ricordavano questo, proprio all’inizio dell’anno più “elettorale” da decenni a questa parte: Russia, India, Unione Europea per finire con il voto per la Casa Bianca del 5 novembre.

Chi non credeva alla narrazione dell’idra domata aveva anche, in più occasioni, identificato il bacino di carenaggio del gruppo terroristico e della sua

galassia, protagonista di stagioni di sangue e di atti estremi come quello degli attacchi a Parigi e al Bataclan, città dove fra tre mesi l’intelligence sarà messa di nuovo a dura prova. La terra di rinascita è chiaramente l’Africa, più precisamente quella mezzaluna disegnata sulle ultime dune meridionali del deserto del Sahara, che parte dall’Oceano Atlantico e finisce in quello stretto all’imbocco del Mar Rosso dove gli Houthi stanno dando problemi alle rotte marittime mondiali: il Sahel. Lì Mosca è entrata con prepotenza, fomentando golpe, fornendo truppe che un tempo si chiamavano Wagner e ora hanno solo cambiato tuta mimetica.

Mali, Ciad, Burkina Faso, solo per citarne alcuni.

Scalzati i francesi, lo zar Vladimir è tornato come novello colonialista.

Usando armi sofisticate, come vetrina di vendite future a nuovi “amici” della politica.

Con tanta ferocia e sulla pelle di intere popolazioni che vivono da un golpe all’altro senza soluzione di continuità. E forse anche lì i servizi russi in queste ore stanno scavando per capire se i segni che qualcosa sta cambiando sono stati invece male interpretati. In un momento di alta disattenzione mondiale anche a causa delle due concomitanti guerre in Ucraina e Palestina, si sono messi al lavoro nella notte per dare all’uomo che si sta aggirando furioso nei corridoi del Cremlino una risposta che invece forse solo lui e la sua smania di ricostruire il passato possono dare.

Australia. A Sydney è boom di conversioni: a Pasqua ci saranno 266 battesimi

Andrea Galli – Avvenire – sabato 23 marzo 2024

Sono 266 i catecumeni che verranno battezzati durante la Veglia pasquale del Sabato Santo. Rispetto a quattro anni fa significa più 60%. L’omaggio al cardinale Pell sepolto in Cattedrale

I catecumeni davanti alla Cattedrale lo scorso 18 febbraio – Arcidiocesi di Sydney

«Un tempo eravate un popolo straniero… ma Dio vi ha portato a casa con misericordia, cittadini del cielo». Sono le parole di un inno composto da un missionario anglicano, James Edward Seddon (1915-1983), che è stato cantato lo scorso 18 febbraio dal coro della Cattedrale di Santa Maria di Sydney, durante il Rito di elezione, ovvero la presentazione dei catecumeni che la notte di Pasqua riceveranno il Battesimo e gli altri sacramenti dell’iniziazione cristiana.

Erano 266 in tutto, in Cattedrale, accompagnati dai familiari e dai padrini, alla presenza dell’arcivescovo di Sydney, il domenicano Anthony Fisher. Un numero che rappresenta un boom per l’arcidiocesi australiana, che conta circa 590mila fedeli su 2milioni 700mila abitanti, poco meno di un quarto della popolazione. Si tratta di un aumento del 60% rispetto al 2021, quando è stato adottato dall’arcidiocesi un piano pastorale che ha segnato un deciso cambio di passo. «In quell’anno, per volontà dell’arcivescovo è stato lanciato il piano Go Make Disciples – spiega Simon Yeak, laico, 37 anni, responsabile dell’Iniziazione cristiana degli adulti – centrato su cinque punti: evangelizzazione, leadership, comunità, formazione e culto.

A coordinarlo è il Centro di Sydney per l’Evangelizzazione. Sosteniamo e incoraggiamo le parrocchie con iniziative per aiutarle a rinnovarsi in senso missionario, con l’Eucaristia al centro di tutto. Abbiamo anche creato un centro di ascolto dove chi è interessato a diventare cattolico può contattare l’arcidiocesi con facilità e in modo che la sua richiesta di non vada perduta o subisca lungaggini.

Io rispondo alle chiamate dei richiedenti e ascolto le loro storie. Dopo di che attivo il referente nella parrocchia in cui si trova la persona interessata e trasmetto le informazioni che ho raccolto. In questo modo il candidato viene accompagnato nel primo contatto con la comunità e poi viene seguito da vicino nel suo cammino verso la piena iniziazione alla vita cristiana».

I catecumeni di quest’anno vengono da 46 parrocchie, sono per metà autoctoni e per metà immigrati. Le storie di conversione sono le più disparate e spesso sorprendenti. «Mi ha molto colpito una giovane donna che viene dall’Indonesia, da un ambiente musulmano – racconta sempre Simon Yeak – cresciuta seguendo la preghiera e i riti islamici. Questo fino a quando ha iniziato a sentire dentro un vuoto e il desiderio di un legame più profondo e più intimo con Dio.

Durante il suo pellegrinaggio alla Mecca ha chiesto a Dio cosa avrebbe dovuto fare nella sua confusione interiore. E ha sentito una voce che le diceva: “Diventa mia figlia”. Non sapeva cosa significasse, finché ha capito che era una chiamata a diventare figlia di Dio, cristiana. Quello che cercava era l’Amore che viene dal Padre. Nel Rito di elezione, il 18 febbraio, ha detto di sentirsi abbracciata, quasi sopraffatta dalla grande famiglia della Chiesa in cui stava entrando. Ha accettato tutte le sfide che si sono presentate nel suo viaggio dall’islam al cristianesimo ed è convinta che ne sia valsa la pena».

In questo speciale e a tratti misterioso momento di fecondità che sta vivendo l’arcidiocesi di Sydney, Simon Yeak vede anche il dono postumo di un pastore che lì ha lasciato un segno profondo, il cardinale George Pell, morto per i postumi di un banale intervento a Roma il 10 gennaio 2023, dopo un calvario giudiziario conclusosi con il riconoscimento della sua innocenza. Pell è sepolto proprio nella Cattedrale di Sydney, di cui occupò la cattedra dal 2001 al 2014. «Il suo esempio e la sua testimonianza di fede hanno toccato il cuore di chi vive la missione evangelica – dice Yeak – e le persone che qui si avvicinano alla Chiesa ne conosco la figura e parlano di lui.

La sua presenza continua a farsi sentire e l’arcivescovo Anthony lo ha giustamente definito un “leone della Chiesa”. Ha sempre creduto nell’autentico messaggio del Vangelo e che l’incontro con la persona di Gesù Cristo è la chiave per portare gli altri alla sorgente di Dio. I referenti in diocesi per l’Iniziazione cristiana degli adulti spesso dicono di rifarsi al suo messaggio, alla sua forza, nell’affrontare il loro ministero. Inoltre, il modo in cui il cardinale Pell ha difeso gli insegnamenti della Chiesa, anche sulle questioni etiche, continua a dare alla nostra gente una solida base di fede su cui crescere».

Perché l’Europa non può fare la guerra alla Russia

risponde Aldo Cazzullo – Corriere della Sera – 21 marzo 2024

Caro Aldo,
lei ha scritto che l’Europa non farebbe mai la guerra alla Russia. E se fossimo costretti? Come faremmo a tirarci indietro?
Franco Russo, Roma

Caro Franco,
Senza gli Stati Uniti, l’Europa occidentale non sarebbe assolutamente in grado di fare la guerra alla Russia, per almeno tre motivi. Primo. L’Italia ha un esercito di circa 90 mila uomini, in linea con quello spagnolo e quello francese (che ha in più 25 mila riservisti). La Germania ne ha circa il doppio. Sono soldati spesso bene addestrati e abbastanza bene armati; ma la grande maggioranza di loro ha sparato solo al poligono. Gli eserciti europei hanno una cultura di peacekeeping: presidio del territorio, dialogo con le autorità e la popolazione, contrasto di bande armate locali. Non sono assolutamente preparati a uno scontro in campo aperto con l’esercito russo, che sarà certo logorato dalle battaglie in Ucraina ma è anche temprato da vent’anni di guerre di fatto sempre vittoriose, in Cecenia, in Georgia, in Crimea, in Libia, e in particolare in Siria. L’unico Paese europeo ad avere oggi una cultura militare e un’organizzazione efficiente, il Regno Unito, non fa più parte dell’Unione europea. La Francia può pensare a una piccola spedizione che avrebbe un prezioso valore simbolico, ma uno scarso effetto sul terreno. Secondo. L’Ue dispone di una sola potenza nucleare, la Francia, la cui «force de frappe», per usare le parole di De Gaulle, è incomparabilmente inferiore a quella russa. Ovviamente è auspicabile che nessuno usi l’arma nucleare; ma in termini di deterrenza non c’è confronto. Terzo. La Russia di Putin, purtroppo, non è un Paese isolato. Dialoga con le medie potenze, a cominciare dalla Turchia. Fa parte dei Brics, con il Brasile di Lula vergognosamente prono a Mosca, di cui sono entrati a far parte dal gennaio di quest’anno pure gli arcinemici Iran e Arabia Saudita. Soprattutto, la Russia ha buoni rapporti con altre due potenze nucleari da tre miliardi complessivi di abitanti: la Cina, che non ha mai aderito alle sanzioni occidentali, e l’India, che è il più grande importatore di armi al mondo, e negli ultimi vent’anni ha comprato il 65% dei suoi armamenti proprio dalla Russia. A essere isolata è semmai l’Europa occidentale; soprattutto se ci capiterà la disgrazia della rielezione di Trump, il cui unico beneficio potrebbe essere costringere gli europei ad accelerare il processo di unificazione, in particolare su due punti: il fisco, con la fine della concorrenza sleale, in particolare di Olanda e Irlanda; e appunto la difesa comune

Cavo Dragone: «I missili a lungo raggio sono un rischio. Non invieremo soldati ma sarebbero pronti»

di Fabrizio Caccia – Corriere della Sera – 17 Marzo 2023

Con l’ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone, 67 anni, il capo di stato maggiore della Difesa, è arrivato il momento di fare un punto sulla grave situazione internazionale e sui rischi che corre il nostro Paese.

Partiamo da qui, ammiraglio: la Russia sta davvero vincendo la guerra?

«Direi proprio di no. Quello che Putin voleva ottenere, cioè una vittoria in tre giorni, arrivare a Kiev e sovvertire la governance ucraina, non è accaduto. Sono passati due anni e tutti i suoi obiettivi strategici sono falliti. Addirittura Finlandia e Svezia sono entrate nell’Alleanza atlantica che ora può contare su 32 Paesi.

È vero, adesso è in corso un contro-contrattacco di Mosca, ma fa parte della dinamica degli eventi. L’importante è che non si affievolisca il sostegno internazionale, perché la resistenza e il coraggio del popolo ucraino non sono cambiati, sono gli stessi di due anni fa».

Vuole dire che l’Europa dovrebbe fare di più per aiutare l’Ucraina?

«Sì, lo deve fare per aiutare gli ucraini ma non solo, anche per difendere i nostri valori, il nostro stesso modo di vivere. Perciò è necessario potenziare gli investimenti, essere coesi e lavorare sul multidominio, attrezzarci cioè per essere pronti su un ventaglio di arene: lo spazio, il cyber, la disinformazione. Sono queste le nuove frontiere».

Il presidente francese Macron ha offerto di inviare le sue truppe a Kiev, il ministro Crosetto lo ha escluso. C’è preoccupazione tra i nostri militari?

«No, il governo è stato chiaro, i nostri militari non andranno, anche se — fatemelo dire con orgoglio — sarebbero preparati a intervenire in un simile scenario».

Nel vertice di Weimar si è parlato di missili a lunga gittata da mandare in Ucraina: quanto sarebbero importanti per raddrizzare le sorti del conflitto?

«Non c’è dubbio che sarebbero importanti, ma andrebbero utilizzati con criterio. Occorre evitare il rischio di un effetto escalatorio e il coinvolgimento indiscriminato della popolazione».

Il ministro Tajani ha sottolineato il pericolo nucleare. Quant’è grande?

«Beh, io credo che lo stesso Putin sia consapevole che l’uso del nucleare sarebbe una sconfitta anche per lui. Il mondo intero non avrebbe un domani».

E per questo, forse, papa Francesco ha parlato del «coraggio della bandiera bianca»…

«La bandiera bianca nel mondo militare significa resa, ma penso che il Papa avesse in mente altro: il suo era un vero e proprio appello alla diplomazia per trovare una via negoziale che porti alla pace e salvaguardi l’essenza stessa della vita umana».

Il ministro Crosetto nei giorni scorsi ha escluso il ritorno della naja obbligatoria ma ha parlato anche del problema dell’età media sempre più alta tra le nostre forze armate. Ne potrebbe risentire l’operatività?

«Lo escludo, anche perché il governo sta già lavorando a un nuovo modello di sistema difesa-sicurezza integrato. L’ipotesi dei riservisti per esempio ha una sua validità».

E, da ammiraglio, che pensa della missione Ue Aspides ma soprattutto del ruolo guida dell’Italia?

«La situazione nel Mar Rosso è degenerata e la missione quindi è necessaria: ricordo che il 40% delle nostre merci passa per il canale di Suez. Per quanto riguarda la guida italiana credo sia il riconoscimento al valore e all’impegno negli anni delle nostre missioni: in Iraq, in Kosovo, in Libano, nel Golfo Persico».

La preoccupano le minacce degli Houthi all’Italia?

«Fanno parte della narrazione, ma non ci fanno paura. Abbiamo già reagito due volte ai loro attacchi, se capiterà la terza reagiremo ancora. Quando la nave Duilio ha abbattuto il drone, nel primo attacco, ho provato l’orgoglio di essere stato un marinaio e di essere un militare italiano. Il comandante Quondamatteo e il suo equipaggio sono stati bravi».

Come vede il futuro?

«L’Italia ha bisogno che l’Alleanza atlantica faccia attenzione non solo al fianco Est ma anche al Sud, dove i cambiamenti climatici, i fenomeni migratori incontrollati, il rischio di infiltrazioni terroristiche, le mire di Russia e Cina, perfino gli idrocarburi e le terre rare dell’Africa usate come armi di ricatto, costituiscono una minaccia alla stabilità dell’area. Guai ad abbassare la guardia».

L’apatia del consenso popolare in Russia

di Stefano Caprio Asia news – 16 Marzo 2024

L’esito delle elezioni presidenziali e la stessa percentuale dei votanti sono già di fatto decise mentre la gente si reca ai seggi. Il consenso al regime putiniano è stato definito dal dissidente Vladimir Kara-Murza – sepolto in un lager siberiano – soltanto un effetto “del terrore e dell’apatia”. E l’eterno zar è solo l’apparenza di un sistema che esclude l’anima umana.

Sono ancora in corso le elezioni presidenziali in Russia, ma il Comitato elettorale nazionale (Vits) ha praticamente già diffuso da qualche giorno i risultati, che vedono il presidente (mai) uscente Vladimir Putin vincitore con circa l’80%, su una cifra analoga di partecipanti al voto. L’affluenza è il dato più intensamente ricercato e garantito, nonostante la scarsa propensione degli elettori a recarsi alle urne, con la precettazione obbligatoria degli impiegati statali e dei dipendenti delle ditte che vogliono ancora avere un futuro in Russia, oltre alla manipolazione del voto elettronico, un meccanismo regalato dal Covid e ormai imprescindibile per arrotondare le cifre delle presenze “a distanza”, dimensione del mondo virtuale che sempre più sta sostituendo quello reale.

Il consenso al regime putiniano è stato definito dal dissidente Vladimir Kara-Murza – sepolto in un lager siberiano in attesa del colpo di grazia della “morte improvvisa” in stile navalnista – soltanto un effetto “del terrore e dell’apatia”, i sentimenti che caratterizzano l’attuale popolazione russa, in ossequio alle sue tradizioni secolari, i cosiddetti “valori morali e spirituali”: il terrore è la morale, l’apatia lo spirito di cui si nutrono i russi da oltre mille anni. In realtà secondo il Vits il consenso a Putin può essere tranquillamente calcolato al 100% e oltre, assommando i risultati degli altri candidati di contorno, essendo stato eliminato il possibile pallido oppositore Boris Nadeždin.

All’80% di Putin infatti si può tranquillamente assommare il 4% di Nikolaj Kharitonov, il candidato dei comunisti del Kprf, il partito rinato nel 1996 contro Eltsin e che ha fatto da apripista alla Russia Unita di Putin. Negli anni passati gli appelli al “voto utile” di Aleksej Naval’nyj avevano tentato di coinvolgere almeno in parte i comunisti in un’alternativa “ideologica”, se non proprio in una vera opposizione, appellandosi all’orgoglio di una formazione legata ai fasti del lungo dominio sovietico.

Ma il 76enne Kharitonov non è certo un esponente dell’ala più interventista del partito, presiedendo dal 2021 il comitato della Duma per lo sviluppo dell’Estremo oriente e dell’Artico, e avendo ricevuto da Putin l’onorificenza di “Eroe del lavoro” soltanto lo scorso anno. Tanto meno appare in qualche modo attraente la candidatura del 56enne Leonid Slutskij accreditato al 3%, esponente dei liberal-nazionalisti del partito Ldpr fondato negli anni eltsiniani dal massimo populista russo degli ultimi trent’anni, Vladimir Žirinovskij, che è stato privato dalla morte prematura della gioia da lui tanto invocata, quella di assistere alla rivincita della Russia contro il mondo intero nella guerra in Ucraina.

Potrebbe forse considerarsi in qualche modo distaccata dall’apoteosi putiniana la presenza alle elezioni di Vjačeslav Davankov, quarantenne di Smolensk presentato dal partito “Uomini nuovi”, una formazione creata nel 2020 di orientamento “comunitario, liberale e progressista”, in realtà accusata di essere un progetto sponsorizzato dal Cremlino con l’obiettivo di sottrarre voti ai navalnisti. Davankov è attualmente vice-presidente dell’assemblea federale, una struttura sovra-parlamentare che appare meno coinvolta nella retorica bellica, ed è stato indicato da alcuni come possibile nome alternativo rispetto al consenso plebiscitario putiniano, dopo l’eliminazione di Nadeždin. Per questo le sue percentuali oscillano tra il 5 e il 7%, e rimane uno spazio valutato tra il 6 e il 9% di indecisi; se si attribuiscono anche queste cifre al sostegno del presidente, di fatto Putin vince con oltre il 100% dei consensi. Altri sondaggi meno ufficiali vedono Kharitonov e Slutskij davanti a Davankov, ma la differenza dei fattori non cambia le somme complessive.

La lotta per il secondo posto, nella raccolta delle briciole rispetto al consenso incontrastato allo zar regnante, non ha certo un grande significato per il futuro della politica in Russia, tanto più che anche alle elezioni precedenti di terzo-quarto mandato erano stati messi in campo altri candidati di facciata per abbellire la consacrazione “democratica” del presidente. Queste però sono elezioni speciali, sia per lo stato bellico che impone alla Russia di rianimare il patriottismo militante, sia per la grande manifestazione della “fine di ogni dissenso” legata alla morte di Aleksej Naval’nyj giusto un mese fa, seguita dalla processione funebre dei fiori deposti alla tomba come espressione muta e plateale della solidarietà popolare ai perseguitati dal regime. Lo stesso Naval’nyj aveva proposto il “mezzogiorno contro Putin”, recandosi tutti insieme alle urne alla stessa ora, gesto impossibile da proibire ufficialmente, anche se facile da confondere con orari controllati da parte degli scrutatori e delle forze dell’ordine; per ogni evenienza, le autorità hanno ammonito chi intende partecipare ad “assembramenti sediziosi di mezzogiorno”. Per il resto c’è confusione tra i seguaci del politico ucciso nel lager di Kharp: la moglie di Naval’nyj, Julia, ha proposto di scrivere il nome del marito sulla scheda, o comunque di annullarla scrivendo frasi in favore della pace e di condanna dell’oppressione di regime. Molti hanno però obiettato che le frasi estranee alla lista dei candidati possono essere ignorate, assegnando il voto allo stesso Putin, e per questo hanno proposto di annullare la scheda votando due o tre candidati contemporaneamente, oppure di votare Davankov per far vedere con qualche punto di percentuale il desiderio di un’alternativa.

Di fronte a queste incertezze, risuonano ancora più acute le parole dello stesso Naval’nyj dal lager, pochi giorni prima della sua morte: “Voi vi state angosciando, mentre io me la godo. Io non ho il vostro problema, perché i condannati non possono votare, ma ho un altro problema: mi preoccupa la vostra angoscia, perché non sapete che fare a mezzogiorno del 17 marzo. Io vi ho invitato a votare contro Putin, cioè per qualunque altro candidato, ma per quanto ripeta che non conta né politicamente, né matematicamente per chi voi votiate, vi toccherà comunque entrare nella cabina elettorale e prendere in mano la scheda… il voto utile è solo contro Putin, non a favore di nessun altro, mettete un nome a caso”. L’unico voto che non si può esprimere è quello “contro tutti”, una variante che esisteva negli anni ’90 ed è scomparsa con l’avvento di Putin nel 2000. Probabilmente gli ricordava il vote blanc della rivoluzione francese, che veniva calcolato come percentuale non di astensione, ma di rifiuto di tutti i candidati, e nemmeno questa modalità si può accettare nella Russia putiniana, perché aprirebbe uno spiraglio a inammissibili sentimenti di insoddisfazione.

In ogni caso, la processione dei fiori alla tomba di Naval’nyj, che prosegue incessante anche dopo i giorni delle esequie, rimane una manifestazione di protesta ben più efficace di qualunque minima strategia elettorale, tanto che la procura generale ha istituito il nuovo crimine di tsvetopoloženje, la “deposizione di fiori” davanti a monumenti e luoghi pubblici. Non si riesce comunque a vietarla al cimitero di Borisovo, soprattutto in questo periodo di inizio delle celebrazioni quaresimali, quando diventa sempre più frequente la visita al cimitero ai propri cari nell’avvicinarsi del disgelo primaverile e dell’annuncio pasquale, quando tutti i fedeli ortodossi sono invitati a recarsi presso le spoglie dei defunti per comunicare la Radonitsa, la gioia della risurrezione di Cristo.

 L’espressione del pensiero alternativo rimane un fattore importante, non solo nella partecipazione emotiva alla tragedia di Naval’nyj, ma in tante altre manifestazioni di dissenso represse con i metodi del terrore, arresti e multe per frasi e sorrisi sgraditi, fino alle torture e agli assassini nei lager. Ci sono i preti pacifisti scomunicati, gli intellettuali emarginati e gli attivisti di qualunque associazione impediti di proseguire le proprie iniziative, comprese quelle ecologiste o animaliste. C’è il milione di russi fuggiti all’estero, e seguiti con apprensione dai propri familiari rimasti in balia del mostro statale. Più del terrore e delle persecuzioni, rimane però la questione veramente angosciosa circa le condizioni del popolo russo, costretto a inchinarsi alla divinizzazione zarista che minaccia il mondo con la guerra nucleare: rimane l’apatia, l’assenza di un qualunque desiderio di esprimere sé stessi e il proprio spirito, la notte dell’anima che caratterizza la Russia di Putin.

I russi hanno la memoria dei tempi antichi e di quelli sovietici, quando le motivazioni per qualunque iniziativa erano predefinite dall’ideologia dello Zar o dello Stato, e la condizione di pace e benessere della vita sociale non prevedeva l’assunzione personale di alcuna responsabilità, né da parte dei singoli, né delle famiglie o di qualunque altro gruppo, ufficiale o spontaneo. Il trauma del decennio “liberale” eltsiniano, con la prevaricazione di ogni principio e di ogni diritto da parte dei più violenti, dei più arroganti e dei più sfrontati, gli oligarchi e i banditi fino ai politici in cerca soltanto di potere, ha generato il desiderio di consegnarsi nuovamente nelle mani di un “sistema” stabile e garantito, più ancora che in quelle di un “uomo forte” autoritario o carismatico. L’eterno Putin è solo l’apparenza di un sistema che esclude l’anima umana, e non cambierebbe nulla se al suo posto ci fosse soltanto un sosia o uno spettro, che getta ombra sulla Russia e sul mondo intero.

Le tante prove del “Disegno intelligente” che ha creato l’Universo

www.diolascienzaleprove.com – www.sonda.it

Per quasi cinque secoli si sono accumulate scoperte scientifiche che hanno suggerito che fosse possibile spiegare l’Universo senza la necessità di un Dio creatore. Inaspettatamente, il pendolo della scienza ha oscillato nella direzione opposta.

Dopo aver definito cosa sia una prova nella scienza e le implicazioni delle due tesi opposte dell’esistenza o meno di un Dio creatore, il libro affronta le scoperte scientifiche degli ultimi 150 anni, che hanno portato a una vera rivoluzione concettuale.

Solo 100 anni fa tutti gli scienziati pensavano che l’Universo fosse eterno e stabile, mentre oggi sappiamo che ha avuto un inizio, avrà una fine, è in espansione e proviene da un Big Bang. Questo punto solleva la questione di un Dio creatore.

La scoperta della regolazione fine dell’Universo, che rende possibile l’esistenza degli atomi, delle stelle e della vita complessa, è un secondo punto chiave che solleva anche la questione della sua origine.

In un linguaggio accessibile a tutti, gli autori offrono un’affascinante panoramica delle prove scientifiche dell’esistenza di Dio.

Vengono così portate alla luce evidenze razionali convergenti, in campi indipendenti, che gettano una luce nuova sulla questione, forse, decisiva.

Con i commenti finali di Vincenzo Balzani, Noemi Di Segni, Roberto Giovanni Timossi, John C. Lennox, Andrew Briggs, Denis Alexander, Luc Jaeger, Cardinale Robert Sarah, e Monsignor André Léonard.


LE TANTE PROVE DI “UN DISEGNO INTELLIGENTE CHE HA CREATO L’UNIVERSO

FRANCESCO DE MARTINI  13 MAR 2024 Il FOGLIO

Accettare razionalmente l’esistenza di un Dio creatore e regolatore si può, basta dare retta alla scienza. Un libro scientifico dove di fede e religione non si parla

In uno dei suoi ultimi (non facili) libri di divulgazione il matematico Roger Penrose ricorda di essere balzato sulla sedia per la sorpresa, e con lui i suoi colleghi dell’University College di Londra, ascoltando nel 1950 una conferenza nell’ambito di un ciclo radiofonico  sulla Bbc, del notissimo professore di Cosmologia a Cambridge, Fred Hoyle sul tema: “La natura dell’Universo”.

 La parola inattesa era lo scandaloso aggettivo “provvidenziale attribuito dal conferenziere, ateo convinto e universalmente dichiarato, a quanto in quei mesi nelle sue ricerche stava scoprendo circa la struttura sorprendentemente ordinata nei più remoti dettagli, delle costanti e delle condizioni iniziali che presiedono la dinamica dell’Universo. Attorno agli anni 50, in una fase adolescenziale della cosmologia moderna, si veniva scoprendo infatti, che il valore di queste costanti e di queste condizioni iniziali appariva “provvidenzialmente” in favore della vita dell’uomo e della Natura in cui viviamo.

 Quella fase  era l’inizio di una concezione della dinamica dell’Universo che porterà in anni successivi alla formulazione del “Principio antropico” entro un contesto dinamico detto di fine tuning. Una citazione di Leonard Susskind, professore di Fisica a Stanford chiarisce: “La maggior parte delle costanti è regolata con uno scarto dell’uno per cento, il che significa che se il valore differisce dell’uno per cento tutto collassa. I fisici possono certo affermare che si tratta di un colpo di fortuna ma bisogna riconoscere che questa costante cosmologica è regolata con una precisione di 1/10120. Nessuno pensa che si tratti unicamente di un caso. E’ l’esempio più estremo di regolazione iperfine…”.  

L’astrofisico della École Normale di Parigi, Trinh Xuan Thuan, aggiunge: “Una delle scoperte più sorprendenti della cosmologia moderna è la constatazione che le condizioni fisiche dell’Universo hanno dovuto essere calibrate con estrema precisione (fine tuning) per permettere la comparsa di un osservatore consapevole…Cambiate solo lievemente le condizioni iniziali o le costanti e l’Universo sarebbe vuoto e sterile: e non saremmo qui a discuterne… Questo è il Principio antropico”.

Queste sono solo due tra le centinaia di multiformi, estese testimonianze di insigni fisici e cosmologi, tra cui moltissimi premi Nobel, raccolte, ordinate e pubblicate in un grosso libro (600 pagine) appena uscito in edizione italiana a opera di due autori francesi: l’ingegnere Michel-Yves Bolloré (fratello del più famoso Vincent, patron di Vivendi), e Olivier Bonnassies, imprenditore, diplomato dell’École Polytechnique.

Il titolo del libro è, a prima vista un terrorizzante colpo al cuore: Dio, la scienza, le prove. L’alba di una rivoluzione (Sonda editore). Niente paura, perché non è affatto un libro di teologia, né viene proposto un qualsiasi accenno a un “Dio personale” o una qualsiasi forma di misticismo religioso: di religione o di Chiesa o di “fede” qui non si parla. Ma solo ed esclusivamente di scienza, con un linguaggio molto semplice e ben comprensibile.

Sembra un miracolo, ma l’assenza nel testo di una qualsiasi equazione matematica non sembra impedire la chiarezza e la precisione dei concetti entro una impostazione chiaramente didascalica. La precisione è garantita dall’uso frequente delle stesse testimonianze autentiche degli scienziati. La scienza è qui rappresentata dalla Fisica quantistica, dalla Cosmologia moderna e dalla moderna Biologia.

In proposito ben 40 pagine del libro (la cui prefazione è del premio Nobel Robert W. Wilson, lo scopritore nel 1964 della Radiazione elettromagnetica di fondo cosmico (Cmbr) raccolgono centinaia di dichiarazioni scritte e testimonianze di famosi scienziati premi Nobel. Ancora nel contesto della Cosmologia, è raccontata con dovizia di particolari la drammatica e anche tragica contesa attorno all’origine dell’Universo.

Qui ancora l’influente ateo Fred Hoyle, in accesa e dichiarata opposizione alla narrazione biblica, sviluppò e sostenne per anni la teoria dello “stato stazionario” con creazione spontanea di materia nell’Universo malgrado fin dal 1929 le osservazioni di Edwin P. Hubble ne avessero previsto l’espansione. Tutto finì con il fallimento clamoroso di quella ipotesi con la scoperta sperimentale della radiazione (Cmbr) nel 1964 che confermò l’esistenza di un Big Bang iniziale e quindi anche di una futura fine dell’Universo.

 Il versante tragico di quella lunga vicenda è raccontato nel libro con dovizia di particolari storici. Il regime sovietico di Stalin e quello nazional-socialista di Hitler che sostenevano accanitamente l’eterna stazionarietà dell’Universo accesero per anni una opposizione feroce alla “fisica ebrea” di Einstein arrivando alla fucilazione e all’internamento di molti scienziati. Nel libro lo stesso processo di analisi delle “prove”, unito a una accurata discussione e valutazione delle tesi opposte, è applicato ai processi della moderna Biologia, anche qui con dovizia di lunghe citazioni. Un esempio da Sir Francis Crick, premio Nobel scopritore della struttura del Dna: “Attualmente il divario tra il ‘brodo primordiale’ e il primo sistema a Rna capace di selezione naturale appare di un’ampiezza insormontabile… Un uomo onesto munito di tutte le conoscenze attuali, può solo affermare che, per ora, in un certo senso, l’origine della vita appare quasi un miracolo tante sono le condizioni che debbono essere soddisfatte perché il meccanismo si metta in moto…”. 

La tesi del libro è semplice, ma per molti versi è sorprendente e perfino rivoluzionaria se considerata nel contesto di una cultura moderna che nella prima metà del XX secolo era ancora condizionata dai dominanti determinismo e materialismo imposti dalla fisica classica. Materialismo che è stato trasmesso per osmosi ad altre scienze (quali ad esempio la psicoanalisi freudiana) e alle ideologie di natura sociologica e politica di origine ottocentesca. Ancora oggi, in Italia, data la generale ignoranza dei (spesso impervi) risultati raggiunti ogni giorno in modo tumultuoso dalla Scienza moderna, la cultura condivisa dagli intellettuali non-scienziati (uomini di lettere, giornalisti, filosofi, giuristi, economisti, etc.) appare intrisa degli stanchi pregiudizi del materialismo positivista di fine Ottocento.  In questa ottica appare quindi convincente l’ambizioso sottotitolo del libro: “L’alba della Rivoluzione”.  Infatti si dimostra qui che, negli ultimi decenni, con l’avanzare tumultuoso delle scoperte scientifiche, segnatamente agli sviluppi sperimentali nei campi della biologia e della fenomenologia quantistica in ambito cosmologico, il paradigma materialistico si è progressivamente attenuato in modo inatteso, mentre molte e multiformi “prove” di un “Disegno intelligente” sono venute a imporsi in modo indiscutibile. In questo quadro, l’irrazionale atto di “fede” consiste, se mai, per ognuno di noi, nella promozione della “prova”, ossia del risultato fenomenico, a “prova assoluta”, ossia alla finale personale accettazione di una verità raggiunta.

Quindi, prescindendo da ogni aspetto religioso, la scienza appare oggi come il più naturale e semplice sentiero che conduce alla accettazione razionale di un Dio creatore e regolatore dello sviluppo temporale dell’Universo. Quel sentiero è infatti oggi percorso da una stragrande moltitudine di uomini di scienza.

Il libro, di lettura molto semplice e appassionante, organizzato con argomentazioni al possibile esatte e comprensibili, in assenza di equazioni matematiche, è destinato ambiziosamente a un pubblico molto vasto. E quindi è destinato a incidere profondamente nella cultura contemporanea.

Francesco De Martini, Accademia dei Lincei

I «grazie» che dobbiamo a Kiev

 Corriere della Sera – 12 Marzo 2024 di Goffredo Buccini|

Zelensky ha rubato due anni ai disegni imperiali dello zar di Mosca e li ha regalati a noi

Al di là delle rassicurazioni formali, è dura credere alla casualità dell’attacco missilistico russo piovuto giorni fa su Odessa a poche centinaia di metri da Zelensky e dal premier greco Mitsotakis in visita: un’azione dalle conseguenze potenzialmente assai gravi anche per il coinvolgimento della Nato, di cui la Grecia è membro. Il segnale è chiaro, comunque. Il piccolo comico di Kiev, divenuto eroe popolare, resta bersaglio principe di Putin, perché ha fatto qualcosa che difficilmente lo zar di Mosca potrà perdonargli. Ha rubato due anni ai suoi disegni imperiali e li ha regalati a noi. E, nonostante il crollo nei consensi internazionali e gli autorevoli inviti ad alzare bandiera bianca, continua a farci guadagnare tempo prezioso.

Lungo è l’elenco degli scenari sui quali la resistenza ucraina ha bloccato le lancette nell’interesse delle democrazie. L’ultimo è la Transnistria, tornata a infiammarsi a fine febbraio, quando il parlamento della autoproclamata repubblica filorussa ha chiesto «aiuto» a Mosca contro la pretesa invadenza della Moldavia (di cui la Transnistria è parte). La Russia sta scaldando i muscoli ma fatica a impegnarsi adesso su un altro fronte (che passerebbe peraltro proprio dal corridoio di Odessa). Si va riproponendo in fotocopia lo schema che ha condotto Putin in Donbass e prima ancora in Crimea, ed è mutuato dal canonico pretesto sovietico per invadere Ungheria e Cecoslovacchia: l’aiuto «fraterno». Il popolo russo e le entità russofone sono assai più grandi degli attuali confini della Federazione e dunque tocca… riallargare quei confini. Chi in buonafede predica pace dovrebbe partire da questa semplice constatazione.

 La Transnistria è in mano a una gang finanziata e armata da Mosca ed è un museo a cielo aperto del comunismo sovietico. Ma non è folclore. È un monito. Gli eventi laggiù sarebbero precipitati già nel 2022 senza la sorprendente risposta dell’Ucraina all’invasione. Dunque, la sedicente repubblichetta putiniana ci dice molto sul grado di riconoscenza che dovremmo a Zelensky per avere rifiutato il famoso «passaggio aereo» offertogli da Biden all’indomani dell’aggressione russa. E non è certo la sola né la maggiore casella geopolitica in questione. Cosa sarebbe successo se il leader ucraino fosse scappato e i suoi si fossero arresi in quei giorni di fine febbraio 2022? Almeno altri nove scenari sarebbero mutati sul campo e nelle cancellerie.

Avremmo visto in una settimana i soldati russi sfilare nelle piazze di Kiev con le uniformi da parata che avevano negli zaini, alimentando la balla retorica della «denazificazione» e dando in realtà una grossa mano alla causa delle autocrazie che guardano a Putin. E avrebbe trovato consacrazione pratica il Russkij Mir, la teoria dello spazio russo alla base del putinismo che tanto somiglia al Lebensraum, quello sì, nazista. Svezia e Finlandia non avrebbero fatto in tempo ad attivare il loro meccanismo di adesione alla Nato, che ha rilanciato l’Alleanza Atlantica, prima del febbraio 2022 data in stato comatoso da Macron e ora impegnata in imponenti esercitazioni a poca distanza dalla Russia. 

La Lituania e la Polonia, membri Nato con l’exclave di Kaliningrad incuneata tra loro, si sarebbero trovate Putin immediatamente alle porte. A causa della Transnistria, il destino sacrificale della Moldavia si sarebbe compiuto per primo: di conseguenza il Paese soggiogato giammai avrebbe avanzato richiesta di entrata nella Ue (e men che meno l’avrebbe fatto l’Ucraina, s’intende).

Soprattutto, Putin avrebbe avuto ancora la sua forza militare pressoché intatta da puntare sull’Europa (si stima oggi che abbia perso 300 mila uomini e per rimpinguare il proprio arsenale militare è stato costretto a trasformare la Russia in un’economia di guerra, scelta che alla lunga peserà non poco sulla tenuta interna).

E L’Europa non avrebbe attivato i propri meccanismi di solidarietà verso l’Ucraina, i tredici pacchetti di sanzioni alla Russia: non ci sarebbe stata nessuna risposta comune, nemmeno simbolica. Neppure sarebbe mai stata abbozzata la politica di difesa europea che adesso comincia a delinearsi, benché fra mille tentennamenti residui: riforma dell’European Peace Facility; spesa comune o almeno coordinata e dibattito aperto sugli eurobond con cui finanziare una forza armata continentale; un supercommissario alla Difesa e il passaggio di Ursula von der Leyen dall’«European green deal» a un «European security deal». Da ultimo, ma non meno importante, sarebbe cresciuto l’impatto delle forze sovraniste e russofile che nei Paesi democratici avrebbero così influenzato più pesantemente di quanto già non facciano le scelte dei governi europei all’avvicinarsi delle elezioni del 2024.

Sono giorni duri, questi, a Kiev. Passata l’epopea resistenziale, è il tempo delle divisioni, dei renitenti e degli imboscati, dell’assenza di una strategia motivazionale prima ancora che dei denari per metterla in atto. Da generale Della Rovere ucraino, Zelensky s’è mutato secondo molti in una specie di cupo Macbeth che rimuove chi intralcia il suo potere (il popolarissimo generale Zaluzhny, in primis). Ma le ragioni per ringraziarlo sono scritte nella storia e in fondo anche nei persistenti tentativi dei russi di eliminarlo. La ragione più forte è che ci ha mostrato come la libertà non sia un pasto gratuito ma una conquista quotidiana. Rammentarlo ogni tanto sarebbe il minimo per onorare i due anni di respiro che quell’eroe per caso ci ha concesso.

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