Il sacrificio eucaristico, le elemosine e le opere di penitenza

Le rivelazione riguardo al purgatorio interessa in primo luogo ognuno personalmente, perché riguarda lo sbocco della propria vita. L’esistenza nel tempo è passeggera, ma nel medesimo tempo è decisiva per quanto riguarda il destino eterno. Infatti ciò che saremo dipende dalle scelte in rapporto a Dio che vengono fatte nel pellegrinaggio terreno. “Ogni uomo, fin dal momento della propria morte riceve nella sua anima immortale la retribuzione eterna, in un giudizio particolare che mette la sua vita in rapporto a Cristo, per cui o passerà attraverso una purificazione, o entrerà immediatamente nella beatitudine del cielo, oppure si dannerà immediatamente per sempre” (Catechismo C. C. 1022). E’ essenziale, per l’impostazione stessa della vita, sapere verso dove stiamo andando e che cosa ci attende dopo che l’anima avrà lasciato il corpo. L’uomo procede verso il futuro, oltre i confini del tempo, ma l’approdo del suo cammino è determinato dalle sue scelte. Il purgatorio, il paradiso e l’inferno non  sono uno sbocco casuale della vita, ma la conseguenza di un orientamento. Dove andremo, dipende da come avremo vissuto e in particolare dalle scelte finali. La conoscenza dei novissimi non è un’inutile curiosità, ma il desiderio legittimo di sapere dove conducono le strade che decidiamo di percorrere. Ciò che la Chiesa insegna sul purgatorio è un ammonimento e un’esortazione a decidersi di amare Dio con tutto il cuore, pentendosi dei propri peccati e facendo penitenza, perché non potremo entrare nel Regno di Dio se non avremo un cuore purificato.

La carità verso le anime del purgatorio è una componente fondamentale dell’amore del prossimo. La Chiesa, nel Concilio Vaticano II, l’ha collocata opportunamente nella Comunione dei santi, che unisce in Cristo tutte le membra del suo mistico Corpo. Il cristiano, che vive la carità di Dio nel suo cuore, non si preoccupa soltanto della salvezza eterna della propria anima, ma anche di quella degli altri. Portare le anime a Dio, con l’esempio, la preghiera e le varie forme di apostolato è uno degli impegni irrinunciabili di ogni credente. Se è vero, come afferma S. Giovanni della Croce, che “Alla sera della nostra vita, saremo giudicati sull’amore”,  ciò riguarda in primo luogo i bisogni spirituali dei nostri fratelli. L’amore di Cristo, diffuso nei nostri cuori, non può lasciare indifferenti di fronte alla sofferenza di molte anime che si stanno purificando e che possono essere efficacemente aiutate dalle preghiere della Chiesa e da quelle di ognuno di noi. Ciò deve riguardare non solo le persone care e quelle conosciute, ma tutte le anime, specialmente quelle più abbandonate, per le quali nessuno prega.

Aiutare le anime del purgatorio perché le loro sofferenze siano alleviate e abbreviate è un debito di amore per ogni cristiano. Si tratta di un campo di apostolato che in passato ha coinvolto innumerevoli fedeli e che deve essere rinnovato e rilanciato. A loro volta le anime del purgatorio ci possono aiutare con le loro preghiere e le loro benedizioni. Non possono aiutare se stesse, ma possono efficacemente intercedere per i nostri bisogni spirituali e materiali. La devozione alle anime purganti è una eredità che non deve andare dispersa. Chi aiuta le anime del purgatorio si fa degli amici che non si dimenticheranno del bene ricevuto e che potranno ricambiare, in modo speciale quando entreranno nella vita eterna. E’ uno scambio di amore che la divina Misericordia ha reso possibile  perché tutti fossimo cooperatori nell’opera della redenzione.  Questo debito di amore riguarda sopratutto i nostri cari e le persone dalle quali abbiamo ricevuto del bene. Quale migliore occasione per ricambiare a nostra volta, manifestando così la nostra gratitudine?  Noi non possiamo immaginare quanto sia importante e  apprezzato l’aiuto che possiamo dare loro. A che serve piangere e lamentarsi per la loro dipartita quando non le soccorriamo nel loro bisogno? Ognuno di noi dovrebbe provvedere a liberare nel più breve tempo possibile almeno le anime delle persone care.

La Chiesa ci indica autorevolmente i mezzi con i quali possiamo aiutare le anime purganti: “Fin dai primi tempi la Chiesa ha onorato la memoria dei defunti e ha offerto per loro suffragi, in particolare il sacrificio eucaristico, affinché, purificati, possano giungere alla visione beatifica di Dio. La Chiesa raccomanda anche le elemosine, le indulgenze e le opere di penitenza a favore dei defunti” ( Catechismo C. C. 1032). Per quanto riguarda le preghiere sono valide quelle nostre personali, quelle specifiche per i defunti ereditate dalla tradizione, ma ha un valore inestimabile la S. Messa. Infatti il sacrificio eucaristico è la fonte della rimessione dei peccati e di ogni purificazione. Le anime dei defunti, non potendo meritare personalmente, vengono soccorse dalla Chiesa che presenta i meriti di Gesù Cristo, l’Agnello immolato che espia i peccati del mondo. Nella S. Messa la Chiesa prega per tutti i defunti, e, su richiesta dei fedeli, anche per alcuni in particolare. Tuttavia i fedeli che fanno celebrare le S. Messe per intenzioni specifiche, dovrebbero parteciparvi personalmente, per dare il proprio apporto personale all’efficacia del sacrificio eucaristico. Più grande è l’amore che muove a pregare per i defunti e più grande è l’efficacia della  preghiera. 

La Chiesa raccomanda altre pratiche con le quali possiamo aiutare le anime che si purificano. Sono innanzi tutto l’elemosina, con la quale possiamo purificare anche noi stessi. Infatti l’elemosina è un atto di carità, mosso dall’amore per Cristo presente nei fratelli. La carità si diffonde in tutto il corpo mistico e noi possiamo rivolgerla in favore dei nostri fratelli che sono nel purgatorio.  Accanto all’elemosina la Chiesa pone le opere di penitenza, che comprendono i sacrifici, le rinunce i digiuni, i fioretti, le sofferenze fisiche e spirituali,  e ogni forma di partecipane alla Croce per amore di Gesù Cristo. La penitenza fa bene innanzi tutto a chi la compie e lo purifica già nella vita presente. Ma può essere nel medesimo tempo offerta a favore dei defunti per la loro purificazione. Nessuno può pensare che il bene che facciamo agli altri non porti innanzi tutto vantaggi a chi lo compie. Tutto ciò che noi facciamo per le anime del purgatorio, per la legge della carità,  torna a nostro vantaggio al cento per uno.

Le indulgenze

La dottrina e la pratica delle indulgenze nella Chiesa sono strettamente legate agli effetti del sacramento della Penitenza. La riflessione teologica sul valore delle indulgenze per i vivi e per  i defunti si è approfondita nella controversia con i Protestanti. Il Magistero della Chiesa nel Nuovo Catechismo offre al riguardo una straordinaria sintesi dottrinale che è di grande aiuto per la vita spirituale dei fedeli.

1471. La dottrina e la pratica delle indulgenze nella Chiesa sono strettamente legate agli effetti del sacramento della Penitenza.

L’indulgenza è la remissione dinanzi a Dio della pena temporale per i peccati, già rimessi quanto alla colpa, remissione che il fedele, debitamente disposto e a determinate condizioni, acquista per intervento della Chiesa, la quale, come ministra della redenzione, autoritativamente dispensa ed applica il tesoro delle soddisfazioni di Cristo e dei santi.

L’indulgenza è parziale o plenaria secondo che libera in parte o in tutto dalla pena temporale dovuta per i peccati” [Paolo VI, Cost. ap. Indulgentiarum doctrina, Normae 1-3, AAS 59 (1967), 5-24]. Le indulgenze possono essere applicate ai vivi o ai defunti.

1472.   Per comprendere questa dottrina e questa pratica della Chiesa bisogna tener presente che il peccato ha una duplice conseguenza. Il peccato grave ci priva della comunione con Dio e perciò ci rende incapaci di conseguire la vita eterna, la cui privazione è chiamata la “pena eterna” del peccato. D’altra parte, ogni peccato, anche veniale, provoca un attaccamento malsano alle creature, che ha bisogno di purifica zione, sia quaggiù, sia dopo la morte, nello stato chiamato Purgatorio. Tale purificazione libera dalla cosiddetta “pena temporale” del peccato. Queste due pene non devono essere concepite come una specie di vendetta, che Dio infligge dall’esterno, bensì come derivanti dalla natura stessa del peccato. Una conversione, che procede da una fervente carità, può arrivare alla totale purificazione del peccatore, così che non sussista più alcuna pena [Cf Concilio di Trento: Denz. -Schönm., 1712-1713; 1820].

1473.  Il perdono del peccato e la restaurazione della comunione con Dio comportano la remissione delle pene eterne del peccato. Rimangono, tuttavia, le pene temporali del peccato. Il cristiano deve sforzarsi, sopportando pazientemente le sofferenze e le prove di ogni genere e, venuto il giorno, affrontando serenamente la morte, di accettare come una grazia queste pene temporali del peccato; deve impegnarsi, attraverso le opere di misericordia e di carità, come pure mediante la preghiera e le varie pratiche di penitenza, a spogliarsi completamente dell’“uomo vecchio” e a rivestire “l’uomo nuovo” [Cf  Ef 4,24 ].

1474.  Il cristiano che si sforza di purificarsi del suo peccato e di santificarsi con l’aiuto della grazia di Dio, non si trova solo. “La vita dei singoli figli di Dio in Cristo e per mezzo di Cristo viene congiunta con legame meraviglioso alla vita di tutti gli altri fratelli cristiani nella soprannaturale unità del Corpo mistico di Cristo, fin quasi a formare una sola mistica persona” [Paolo VI, Cost. ap. Indulgentiarum doctrina, 5].

1475.  Nella comunione dei santi “tra i fedeli, che già hanno raggiunto la patria celeste o che stanno espiando le loro colpe nel Purgatorio, o che ancora sono pellegrini sulla terra, esiste certamente un vincolo perenne di carità ed un abbondante scambio di tutti i beni” [Paolo VI, Cost. ap. Indulgentiarum doctrina, 5]. In questo ammirabile scambio, la santità dell’uno giova agli altri, ben al di là del danno che il peccato dell’uno ha potuto causare agli altri. In tal modo, il ricorso alla comunione dei santi permette al peccatore contrito di essere in più breve tempo e più efficacemente purificato dalle pene del peccato.

1476.  Questi beni spirituali della comunione dei santi sono anche chiamati il tesoro della Chiesa, che non “si deve considerare come la somma di beni materiali, accumulati nel corso dei secoli, ma come l’infinito ed inesauribile valore che le espiazioni e i meriti di Cristo hanno presso il Padre ed offerti perché tutta l’umanità fosse liberata dal peccato e pervenisse alla comunione con il Padre; è lo stesso Cristo redentore, in cui sono e vivono le soddisfazioni ed i meriti della sua redenzione” [Paolo VI, Cost. ap. Indulgentiarum doctrina, 5].

1477.  “Appartiene inoltre a questo tesoro il valore veramente immenso, incommensurabile e sempre nuovo che presso Dio hanno le preghiere e le buone opere del la beata Vergine Maria e di tutti i santi, i quali, seguendo le orme di Cristo Signore per grazia sua, hanno santificato la loro vita e condotto a compimento la missione affidata loro dal Padre; in tal modo, realizzando la loro salvezza, hanno anche cooperato alla salvezza dei propri fratelli nell’unità del Corpo mistico” [Paolo VI, Cost. ap. Indulgentiarum doctrina, 5].

1478.  L’indulgenza si ottiene mediante la Chiesa che, in virtù del potere di legare e di sciogliere accordatole da Gesù Cristo, interviene a favore di un cristiano e gli dischiude il tesoro dei meriti di Cristo e dei santi perché ottenga dal Padre delle misericordie la remissione delle pene temporali dovute per i suoi peccati. Così la Chiesa non vuole soltanto venire in aiuto a questo cristiano, ma anche spingerlo a compiere opere di pietà, di penitenza e di carità [Cf Paolo VI, Cost. ap. Indulgentiarum doctrina, 8; Concilio di Trento: Denz. -Schönm. , 1835].

1479.  Poiché i fedeli defunti in via di purificazione sono anch’essi membri della medesima comunione dei santi, noi possiamo aiutarli, tra l’altro, ottenendo per loro delle indulgenze, in modo tale che siano sgravati dalle pene temporali dovute per i loro peccati.