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L’Europa perde influenza in Africa dopo gli ultimi colpi di stato. Russia, Cina e Turchia si prendono il continente

di Domenico Affinito e Milena Gabanelli – Corriere della sera – 10 Aprile 2024

Otto colpi di Stato solo negli ultimi tre anni: Sudan, Ciad, Guinea, Gabon, Niger, due in Mali (dopo 20 anni di assoluta pace) e due in Burkina Faso. Il continente africano, che aveva registrato una flessione di casi nei primi anni del terzo millennio, rimane in cima alle classifiche storiche: dal 1950 ad oggi ha subito 220 putsch, di cui 109 riusciti. In pratica 45 dei 54 Paesi hanno registrato almeno un tentativo di presa del potere in maniera violenta (Jonathan Powell, dell’Università della Florida, e Clayton Thyne, dell’Università del Kentucky).

Le cause

Tra le principali micce povertà e fragilità democratica: 12 dei 15 Paesi africani nei primi 20 posti della classifica mondiale degli Stati Fragili 2022 (stilata dal Fondo per la Pace) sono stati, almeno una volta nella loro storia, teatro di un colpo di stato riuscito, a differenza dei paesi con minore povertà e istituzioni più forti (come Sudafrica e Botswana). Nel Sahel, dove si sono registrati tutti gli ultimi eventi, ci sono 6 Paesi fra i più poveri del continente: Gabon, Niger, Burkina Faso, Guinea, Ciad e Mali erano tutti sotto i 22 miliardi di dollari di Pil nel 2022 (qui i dati della Banca Mondiale). L’Italia, giusto per avere un metro di paragone, ha un pil da 2 mila miliardi. Il Sudan (52 miliardi) è quello con più colpi di stato tentati nella sua storia: 18. Aumentano i casi e il grado di successo: dal 36,4% di tentativi riusciti del periodo 2000/2009 si è passati al 64,3% del 2020/2023. Secondo i ricercatori Powell e Thyne nei prossimi anni il numero rimarrà alto perché le cause alla base dei colpi di stato non solo non sono state rimosse, ma stanno peggiorando. E questo è un problema soprattutto per l’Europa. Vediamo perché.

Europa sempre più lontana

Sette degli ultimi otto colpi di stato hanno deposto presidenti che avevano stretti rapporti con l’Europa, con ricadute economiche e politiche. Il Mali ha miniere di litio ed è il terzo produttore di oro dell’Africa. Il Niger è ricco di uranio, oro e petrolio, ed è un crocevia di traffici di ogni tipo da quelli della droga a quelli di essere umani, e da Agadez partono le due principali rotte verso Algeria e Libia con destinazione finale l’Europa. Il Mali è una base dello Stato Islamico e Jamaat Nusrat al Islam wal Muslimeen (Jnim), presente anche in Burkina Faso; mentre in Niger c’è lo Stato Islamico West Africa. Sono tre dei primi sei più pericolosi gruppi terroristici secondo il Global Terrorism Index 2023. L’ultimo a prendere il potere in modo violento, a fine luglio 2023, è stato il generale Tchiani in Niger. Preoccupata del moltiplicarsi dei casi, la Comunità economica degli stati dell’Africa occidentale (Ecowas) ha reagito col blocco di aiuti, finanziamenti, asset bancari, import/export, sorvoli aerei e frontiere al Niger, Mali e Burkina Faso. La reazione è stata quella di accusare l’Ecowas di agire «sotto l’influenza di potenze straniere». Poi, a inizio agosto, il Niger ha revocato gli accordi di cooperazione militare con Parigi e a ottobre l’Eliseo ha annunciato il ritiro delle proprie truppe, già smantellate nel 2022 da Mali e Burkina Faso. A fine ottobre sono arrivate le misure della Ue: congelamento di beni, fondi e divieto di viaggio per le persone. Poche settimane dopo, a inizio dicembre 2023, il generale Tchiani ha chiuso le due missioni dell’Unione Europea nel Paese: una di sostegno alle forze di sicurezza interne e alle autorità nigerine e l’altra, varata a febbraio 2023, di sostegno nella lotta al terrorismo. Il 18 febbraio 2024 Tchiani ha revocato anche l’accordo militare con gli Stati Uniti che dovranno ritirare i 1.000 militari di stanza nella base di Agadez, completata tre anni fa e costata 110 milioni di dollari, e con funzione di controllo antiterrorismo. Fuori la Francia dai Paesi del Sahel, dentro la Russia.

Mosca punta sulle armi, ma non solo

Mosca, negli ultimi 5 anni si è imposta come principale venditore di armi nell’Africa Sub-sahariana – con una quota di mercato che ha raggiunto il 26% – e ha stretto accordi militari con 27 Paesi africani. A Burkina Faso e Mali fornisce armamenti per combattere le milizie jihadiste e i ribelli tuareg, e con il Niger ha avviato a gennaio un programma di cooperazione militare per stabilizzare la regione. La Russia si contende con Cina e Iran lo sfruttamento delle riserve nigerine di uranio, le quinte più grandi del pianeta, fino a ieri venduto a prezzi alla francese Orano, cacciata dai golpisti. Dalla Repubblica Centrafricana ha ricevuto l’offerta, a febbraio, di costruire una base militare per 10.000 soldati a Beringo, a 80 chilometri dalla capitale Bangui. La Russia ha anche stretto intese col Ciad, ultima nazione del Sahel a ospitare una presenza militare francese, e secondo il giornale russo Kommersant, starebbe pianificando la creazione dell’Afrikansky Korpus, una nuova forza che assorbirebbe anche la Wagner, fino ad oggi braccio armato per le operazioni sotto copertura. La compagnia militare privata russa ha partecipato al colpo di stato in Mali in cambio di 10 milioni di dollari al mese in oro; in Sudan la Wagner sostiene il regime golpista e si occupa dell’estrazione dell’oro con una sua controllata in joint venture con una società sudanese; in Repubblica Centrafricana sostiene il governo dal 2018 e come pagamento ha ottenuto in concessione lo sfruttamento della miniera di oro di Ndassima; alla Libia del generale Haftar fornisce piloti militari, truppe di terra, forze di reazione rapida e personale per la manutenzione dei mezzi militari. Contropartita: influenza politica e affari nel settore energetico e nell’edilizia.

Aumenta la presenza della Turchia

Ankara ha avviato una politica di apertura all’Africa fin dal 1998, ma è con l’arrivo al potere di Erdogan che le relazioni decollano. Se nel 2000 gli scambi commerciali erano di 5,4 miliardi di dollari, nel 2021 sono saliti a 35,4 miliardi. Negli ultimi 20 anni sono state aperte 19 nuove ambasciate, e quella in Somalia è la più grande rappresentanza diplomatica turca del mondo. Il governo Erdogan ha creato un’Agenzia per la cooperazione (Tika) e un’Autorità per la gestione delle crisi (Afad), attraverso le quali passano gli aiuti pubblici turchi verso le comunità musulmane presenti in 37 paesi africani: programmi di lotta alla fame, riqualificazione delle infrastrutture sanitarie e borse di studio per gli studenti islamici. L’elemento religioso è una delle linee di penetrazione: ricostruite o rimesse a nuovo moschee e scuole coraniche (soprattutto nell’Africa occidentale) la cui gestione è stata affidata alla fondazione Maarif, politicamente vicina a Erdogan. La Turchia si è assicurata in Senegal la gestione dell’aeroporto internazionale Blaise-Diagne per 25 anni; in Somalia, nel 2017, è stata inaugurata la più grande base militare turca all’estero (Turksom). In Libia ha inviato 2.500 mercenari siriani in soccorso al governo di Al Dabaiba, che lo ha ringraziato includendo la Turchia nel progetto di esplorazione delle acque territoriali. Ma anche la gestione, in Tripolitania, di cinque basi di addestramento, il porto di Misurata e la base aerea al Watiya.

La Cina avanza silenziosa

Dal 2000 al 2020 la Cina ha costruito in Africa 100.000 km di autostrade, 1.000 ponti, 100 porti e 13.000 km di ferrovie. Servono per trasportare fuori dal continente le materie prime necessarie al suo galoppante sviluppo industriale: greggio, rame, cobalto, litio, oro e ferro. Solo dal 2016 al 2020 gli investimenti in progetti infrastrutturali hanno raggiunto quasi i 200 miliardi di dollari: oltre 80 centrali elettriche, installato metà delle reti mobili e dei cavi in fibra per la connessione internet e il servizio di cloud pubblico in Sudafrica. Negli ultimi anni il 31,4% di tutti i progetti infrastrutturali del continente sono stati realizzati da società cinesi. Il porto Doraleh di Giubiti è stato cofinanziato dalla China’s Merchants Holding Company. Cinese è la ferrovia elettrica Etiopia-Gibuti, così come il porto in costruzione a Massaua in Eritrea e quello di Haidab in Sudan. In Niger la China Petroleum Pipeline Engineering Co Ltd ha iniziato la costruzione di 1950 km di oleodotto verso il Benin.

Da almeno 20 anni Pechino è il più grande partner commerciale dell’Africa: ha istituito comitati misti sul commercio e la cooperazione economica con 51 dei 54 Paesi africani e con 21 ha commissioni bilaterali di consultazione diplomatica e dialogo strategico. Oggi oltre il 50% di prodotti meccanici, elettrici e ad alta tecnologia che l’Africa importa sono cinesi e, in tema di trasformazione digitale, ventinove Paesi hanno selezionato soluzioni di servizi di smart government forniti da aziende cinesi. La Cina parallelamente ha aumentato le sue importazioni di risorse naturali. Pechino ha di fatto il monopolio dell’importazione di cobalto dal Congo, fondamentale per le batterie elettriche. La China National Nuclear Corporation ha stretto accordi per sfruttare le riserve di uranio in Niger. La China National Petroleum Company controlla la produzione di greggio in Ciad, mentre la China’s Ganfeng Lithium Co ha acquisito metà delle quote della miniera Goulamina in Mali. Pechino espande anche la sua influenza culturale: in Africa ha fondato 61 Istituti Confucio, finanzia dipartimenti di lingua o corsi di laurea in lingua cinese in più di 30 università. Dal 2004 ha inviato un totale di 5.500 insegnanti di lingua cinese e volontari in 48 nazioni africane. Alla fine l’influenza cinese si estende sulla quasi totalità dei Paesi africani. E questo ha un peso quando si prendono le decisioni nel palazzo di vetro delle Nazioni Unite.

La bomba demografica

Nonostante il continente sia ricco di materie prime indispensabili a tutte le potenze mondiali, metà della sua popolazione vive in estrema povertà. La crescita demografica è costante: nel 1950 gli africani erano 221 milioni, oggi 1,4 miliardi con un’età media di 19 anni, meno della metà di quella europea (44,5 anni). Nel 2050 saranno 2,5 miliardi: il 25% della popolazione mondiale, mentre l’Europa ne ospiterà solo il 5% (fonte Dipartimento Affari economici e sociali delle Nazioni Unite). Due fattori che uniti alla instabilità politica, alle guerre, e desertificazione creano un mix esplosivo alle porte dell’Europa.

«Quello di cui il continente africano ha bisogno oggi – ha dichiarato Maussa Faki, Presidente della Commissione dell’Unione Africana – è di una strategia a sostegno della governabilità: serve consolidare governi, sicurezza, giustizia, sanità e infrastrutture». Bruxelles lo sa, e nel 2022, al sesto summit Ue-Africa, ha annunciato un pacchetto di aiuti di 150 miliardi di euro in sette anni per rinforzare la sanità pubblica, accelerare la transizione ecologica, la trasformazione digitale, la creazione di nuovi posti di lavoro e la formazione (qui i progetti avviati nel 2023). Ma la Ue è formata da 27 Paesi e ogni governo nazionale pensa soprattutto a sé. Nel concreto sborsiamo un po’ di milioni ai dittatori di turno per il controllo delle frontiere. Accordi-ricatto e di breve periodo, giusto il tempo per blindare le campagne elettorali

«Dignitas infinita», il Vaticano: «La maternità surrogata sia proibita a livello universale. Teoria del gender pericolosissima»

Di Gian Guido Vecchi- Corriere della Sera – 8 Aprile 2024

La Santa Sede ha pubblicato la dichiarazione firmata dal cardinale Victor Manuel Fernández,  responsabile dell’ex Sant’Uffizio, temi bioetici e sociali. «Indegno che in alcuni paesi gli omosessuali siano perseguitati. Cambio di sesso solo in caso di anomalie»

L’essenziale è nel titolo: la «dignità infinita» di ogni persona umana, e questo «al di là di ogni circostanza e in qualunque stato o situazione si trovi». La congregazione per la Dottrina della Fede pubblica oggi la Dichiarazione «Dignitas infinita», firmata dal cardinale Victor Manuel Fernández, prefetto dell’ex Sant’Uffizio, e approvata dal Papa, un testo che fa sintesi del magistero di Francesco e ha richiesto cinque anni di lavoro. 

«Violazioni della dignità umana»

Dai principi fondamentali si passa ad «alcune gravi violazioni della dignità umana» del nostro tempo, sollecitate in particolare dal Papa. E qui si vede come Francesco affianchi ai classici temi bioetici quelli sociali: la condanna senza appello dell’aborto accanto a quella della guerra; le povertà crescenti, il dolore dei migranti e la «violenza digitale».

La denuncia del fenomeno del «femminicidio» che «non si condannerà mai abbastanza» e della maternità surrogata che «lede gravemente la dignità della donna e del figlio» ridotto a «mero oggetto».

La critica della teoria del gender «che è pericolosissima perché cancella le differenze nella pretesa di rendere tutti uguali» e il dolore dei migranti, la tratta delle persone, gli abusi sessuali.

Lo «scarto dei diversamente abili» e il «no» a ad ogni eutanasia e suicidio assistito perché «non esistono condizioni mancando le quali la vita umana smette di essere degnamente tale e perciò può essere soppressa». 

Il denunciare come «contrario alla dignità umana» e l’oppressione degli omosessuali, «il fatto che in alcuni luoghi non poche persone vengano incarcerate, torturate e perfino private del bene della vita unicamente per il proprio orientamento sessuale».

Il no «di norma» al cambio di sesso perché «il corpo partecipa alla dignità di immagine di Dio» e insieme il riconoscimento di eccezioni: «Questo non significa escludere la possibilità che una persona affetta da anomalie dei genitali già evidenti alla nascita o che si sviluppino successivamente, possa scegliere di ricevere assistenza medica allo scopo di risolvere tali anomalie». 

Un testo che, su impulso di Francesco, supera la frattura che esiste tra i «difensori della vita» che si stracciano le vesti per l’aborto ma si mostrano indifferenti a chi affoga in mare e viceversa.

Principi

Anzitutto, «alla luce della Rivelazione», la Chiesa «ribadisce e conferma in modo assoluto» la «dignità ontologica della persona umana, creata ad immagine e somiglianza di Dio e redenta in Cristo Gesù», una «dignità inalienabile» che corrisponde «alla natura umana, al di là di qualsiasi cambiamento culturale», è «un dono ricevuto» ed è quindi presente anche «in un bambino non ancora nato, in una persona priva di sensi, in un anziano in agonia». Gli esseri umani hanno pari dignità, tutti, «indipendentemente dalla loro condizione di vita o dalle loro qualità». Senza riconoscere questo, è impossibile una «autentica fraternità». La «dignità ontologica» non significa libertà di fare qualsiasi cosa, la storia insegna che «l’esercizio della libertà contro la legge dell’amore rivelata dal Vangelo può raggiungere vette incalcolabili di male inferto agli altri». Il documento cita l’Antico Testamento e i Vangeli, i pensatori cristiani e il magistero dei predecessori di Francesco da Paolo VI a Giovanni Paolo II a Benedetto XVI, ma anche la visione di filosofi come Cartesio e Kant, l’imperativo categorico per cui l’essere umano è sempre anche un fine e non può essere mai ridotto a un mezzo.

Dignità incondizionata

Un passaggio importante riguarda i «numerosi fraintendimenti del concetto di dignità che ne distorcono il significato». Alcuni «propongono che sia meglio usare l’espressione “dignità personale” (e diritti “della persona”) invece di “dignità umana” (e diritti dell’uomo), perché intendono come persona solo “un essere capace di ragionare”». Di conseguenza, «non avrebbe dignità personale il bambino non ancora nato e neppure l’anziano non autosufficiente, come neanche chi è portatore di disabilità mentale». La Chiesa, al contrario, «insiste sul fatto che la dignità di ogni persona umana, proprio perché intrinseca, rimane “al di là di ogni circostanza”, ed il suo riconoscimento non può assolutamente dipendere dal giudizio sulla capacità di intendere e di agire liberamente delle persone». Inoltre, si legge, «il concetto di dignità umana, a volte, viene usato in modo abusivo anche per giustificare una moltiplicazione arbitraria di nuovi diritti… come se si dovesse garantire la capacità di esprimere e di realizzare ogni preferenza individuale o desiderio soggettivo».

Povertà, guerra, migranti, tratta, abusi

La dignità è «fondamento dei diritti e dei doveri umani». L’elenco delle «gravi violazioni» della dignità umana comincia dal «dramma della povertà, una delle più grandi ingiustizie del mondo contemporaneo», dai migranti che «sono dalle prime vittime delle molteplici forme di povertà» e dalla guerra: «Papa Francesco sottolinea che non possiamo più pensare alla guerra come soluzione. Davanti a tale realtà, oggi è molto difficile sostenere i criteri razionali maturati in altri secoli per parlare di una possibile “guerra giusta”. Mai più la guerra!». Il documento si sofferma poi sulla “tratta delle persone” che sta assumendo «dimensioni tragiche» e viene definita «un’attività ignobile, una vergogna per le nostre società che si dicono civilizzate», e esorta «sfruttatori e clienti» a fare un serio esame di coscienza. Lo stesso vale per «il commercio di organi e tessuti umani, lo sfruttamento sessuale di bambini e bambine, lavoro schiavizzato, compresa la prostituzione, traffico di droghe e di armi, terrorismo e crimine internazionale organizzato». E ancora, gli abusi sessuali, «sofferenze che possono durare tutta la vita e a cui nessun pentimento può porre rimedio».

Violenza contro le donne

Un capitolo a parte è dedicato alla violenza sulle donne, dalle disuguaglianze alla «costrizione all’aborto, che colpisce sia la madre che il figlio, così spesso per soddisfare l’egoismo dei maschi», fino a concludere: «In questo orizzonte di violenza contro le donne, non si condannerà mai a sufficienza il fenomeno del femminicidio».

Aborto, eutanasia e maternità surrogata

Si conferma la condanna netta dell’aborto: «Fra tutti i delitti che l’uomo può compiere contro la vita, l’aborto procurato presenta caratteristiche che lo rendono particolarmente grave e deprecabile», fino a citare la parole del profeta Isaia: «Guai a coloro che fanno decreti iniqui e scrivono in fretta sentenze oppressive, per negare la giustizia ai miseri». Sono poi citati eutanasia e suicidio assistito: «Si designano a volte come “leggi di morte degna”. È assai diffusa l’idea che l’eutanasia o il suicidio assistito siano coerenti con il rispetto della dignità della persona umana. Davanti a questo fatto, si deve ribadire con forza che la sofferenza non fa perdere al malato quella dignità che gli è propria in modo intrinseco e inalienabile, ma può diventare occasione per rinsaldare i vincoli di una mutua appartenenza e per prendere maggiore coscienza della preziosità di ogni persona per l’umanità intera».

Gender e cambio di sesso

Il documento ribadisce che nei confronti delle persone omosessuali va evitato «ogni marchio di ingiusta discriminazione e particolarmente ogni forma di aggressione e violenza» e denuncia «come
contrario alla dignità umana» il fatto che in alcuni luoghi persone «vengano incarcerate, torturate e perfino private del bene della vita unicamente per il proprio orientamento sessuale». Si conferma una dura critica alla teoria del gender, più volte condannata da Francesco, «pericolosissima perché cancella le differenze nella pretesa di rendere tutti uguali… Voler disporre di sé, così come prescrive la teoria del gender… non significa altro che cedere all’antichissima tentazione dell’essere umano che si fa Dio». La teoria del gender «vuole negare la più grande possibile tra le differenze esistenti tra gli esseri viventi: quella sessuale». Si citano le parole di Francesco: «Auspico, pertanto, un impegno della Comunità internazionale per proibire a livello universale tale pratica». Quanto al cambio di sesso, «di norma, rischia di minacciare la dignità unica che la persona ha ricevuto fin dal momento del concepimento», anche se «questo non significa escludere la possibilità che una persona affetta da anomalie dei genitali già evidenti alla nascita o che si sviluppino successivamente, possa scegliere di ricevere assistenza medica allo scopo di risolvere tali anomalie». 

Violenza digitale

L’ultima violazione segnalata è la «violenza digitale», le «nuove forme di violenza si diffondono attraverso i social media, ad esempio il cyberbullismo» e la «diffusione della pornografia e di sfruttamento delle persone a scopo sessuale o tramite il gioco d’azzardo» in Rete. Conclusione: «Anche oggi, davanti a tante violazioni della dignità umana che minacciano seriamente il futuro dell’umanità, la Chiesa incoraggia la promozione della dignità di ogni persona umana quali che siano le sue qualità fisiche, psichiche, culturali, sociali e religiose».

L’ecumenismo della Russia imperiale e le ‘minacce’ da Oriente e Occidente

di Stefano Caprio- Asia News – 7 Aprile 2024

I riflessi dell’attentato a Mosca ombra sui proclami di vittoria in Ucraina. Un testo del Sobordella Chiesa ortodossa va oltre le motivazioni ideologiche della guerra e si spinge a difesa della “purezza” del popolo russo dai “migranti invasori”. La lotta ai “ghetti” stranieri nelle città e il “ritorno” alla suddivisione “tradizionale” tra popolazione e forze produttive sul territorio. 

Ha creato un certo scalpore la dichiarazione del “Concilio popolare russo universale” che ha proclamato la “guerra santa” della Russia come “difesa” dall’assalto del male nel mondo intero. Il termine russo per definire il “Difensore”, Uderživajušij, è stato interpretato da molti come il kathekon biblico, l’ultimo baluardo di fronte all’Anticristo, anche se forse non era proprio questo il senso della solenne dichiarazione. Del resto non si trattava di un Concilio ecclesiastico, e non aveva la pretesa di offrire dichiarazioni dogmatiche, pur limitate al perimetro del territorio canonico della Chiesa ortodossa russa: il Vserossijskij Sobor, “concilio universale”, è soltanto un’associazione teologico-politica, fondata nel 1993 per rilanciare il patriottismo dopo la fine dell’Urss per iniziativa del futuro patriarca, allora metropolita Kirill (Gundjaev) e alimentata da numerosi e variopinti “ideologi”, che da oltre 30 anni profetizzano la fine del mondo, se non si lascia portare a termine la missione universale della Russia. 

Questa sessione del Sobor si è tenuta il 27 marzo nel salone sottostante alla cattedrale di Cristo Salvatore di Mosca, dove si riuniscono le adunate plenarie del Sinodo dei vescovi della Chiesa russa, ed è stato presieduto dal patriarca Kirill, guida suprema dei credenti “di tutte le Russie”, dando l’impressione di una grande assise ecclesiastica. È stato approvato un documento ufficiale, il Nakaz (termine slavo-ecclesiastico per Ukaz, “decreto”, con una nota di maggiore autorità, più simile a “punizione”) dal titolo “Il presente e il futuro del Mondo Russo”. Un testo elaborato da alcuni mesi, che offre le motivazioni ideologiche per la giustificazione religiosa della “operazione militare speciale” in Ucraina, ma che oggi assume un valore ancora più stringente e attuale.

In Russia le date contano molto e assumono un significato sacrale: il documento doveva essere approvato all’inizio di maggio, approfittando della successione della Festa dei lavoratori del 1° maggio, della Pasqua ortodossa del 5 maggio e della festa della Vittoria del 9 maggio, offrendo una “trinità del calendario” perfetta per esprimere la grande idea russa, che nel documento è definita la “tri-unità” che riunisce i popoli (Russia, Bielorussia e Ucraina) e i tempi (passato, presente e futuro). La triade-trinità-triunità è la cifra simbolica preferita del patriarca, che ricorda i tre principi-guida della Russia zarista basata su “autocrazia, ortodossia e popolarismo”, e che viene rappresentata dalla sacra icona della Trinità di Rublev, strappata da Kirill al museo Tretjakov per la gloria della guerra di Putin.

Dopo la solenne incoronazione dello zar lo scorso 18 marzo (data dell’annessione della Crimea) si doveva attraversare la Quaresima per giungere alla definitiva esaltazione della Pasqua-Vittoria. Magari confidando nella nuova offensiva dell’esercito rinforzato dalle mobilitazioni post-elettorali e dal disgelo primaverile, per aiutare l’avanzata dei carri armati contro la sempre più derelitta Ucraina, quasi abbandonata dai suoi incerti alleati occidentali.

E invece il Concilio è stato convocato in fretta e furia, subito dopo il tragico attentato dei terroristi centrasiatici contro il Krokus City Hall alla periferia di Mosca, che ha sconvolto gli animi dei russi e disorientato i presunti vincitori, spingendo i balbettanti Putin e Patrušev (il suo regista occulto, capo dei servizi di sicurezza) a inveire contro i “mandanti ucraini”, quando è evidente che la Russia sconta il ruolo di “pietra d’inciampo” dei piani politici, militari e religiosi d’Oriente e d’Occidente. La strage è avvenuta il 22 marzo, e il Sobor è stato riunito cinque giorni dopo, per ribadire la compatta unità del popolo contro tutti i nemici, soprattutto gli invasori stranieri. Al testo preparato, infatti, è stato aggiunto un lungo capitolo sulla “nuova politica delle migrazioni”, per difendersi dai terroristi tagichi e da ogni altra forma di minaccia alla purezza del popolo russo universale.

Come si legge nel Nakaz, “il flusso di massa senza controllo di forza lavoro straniera conduce all’impoverimento della popolazione nativa della Russia”, riprendendo un leitmotiv di tutti i sovranismi dall’America all’Europa, “facendo sì che i migranti occupino interi settori dell’economia patria”. Questi “invasori”, prima ancora di diventare minacciosi terroristi, “non possiedono la lingua russa e non hanno una corretta visione della storia russa e della sua cultura, e quindi non sono adatti all’integrazione nella nostra società”. Nelle città principali “si formano e si sviluppano dei ghetti etnici chiusi in sé stessi, organizzati dalle bande malavitose che governano i meccanismi illegali”, e quindi appare inevitabile che queste realtà diventino “terreno fertile per ogni forma di estremismo e terrorismo, e comunque diventano fonte di colossali tensioni nella società”. Servono nuovi codici di regolamento del fenomeno migratorio, che “perfezionino la legislazione sulla cittadinanza russa, difendendo i diritti e i legittimi interessi dei nostri compatrioti”. In particolare si rende necessaria “la difesa delle famiglie russe”, magari impedendo matrimoni misti con stranieri, e soprattutto “la difesa dell’identità civilizzatrice della Russia, nell’unità giuridica, culturale e linguistica”, rafforzando i controlli sulla vita sociale e “creando le condizioni per un ritorno di massa dei nostri connazionali residenti all’estero”, permettendo l’ingresso soltanto a stranieri “altamente qualificati, leali verso la Russia e pronti a integrarsi a livello culturale e linguistico”. Alla sicumera per la vittoria, subentra il terrore della propria scomparsa.

Eppure l’enunciato principale del testo, il concetto del Russkij Mir, declama che “i confini del Mondo Russo, come fenomeno spirituale e cultural-civilizzatore, sono più ampi dei confini statali sia dell’attuale Federazione russa, sia della grande Russia storica”. Si arriva a esaltare “i rappresentanti della ecumene russa, dispersi per il mondo intero”, spiegando che “il Mondo Russo comprende tutti coloro per i quali la tradizione russa, i santuari della civiltà russa e la grande cultura russa sono i valori più importanti, quelli che danno un senso alla vita”. Se quindi è necessario proteggersi dai migranti “invasori”, allo stesso tempo “il significato principale dell’esistenza della Russia e del Mondo Russo da essa creato, la loro comune missione spirituale, è quella di essere il Difensore universale del mondo dal maligno”. L’ecumenismo imperiale e senza confini spinge a “rendere inefficaci tutti i tentativi di instaurare nel mondo un’egemonia universale, sottomettendo l’umanità intera all’unico potere del male”.

La missione millenaria si è realizzata nella “riunione della statualità russa nelle forme più elevate di creatività politica”, unendo la tri-unità del popolo nelle “sotto-etnie” dei grandi russi, dei russi bianchi e dei malorossy, i “piccoli russi” ucraini, come modello per l’aggregazione di tutti gli altri popoli e di tutti gli uomini che riconoscono la necessità del Difensore. Ogni volta le forze del male tentano di “dividere, indebolire e disgregare” la mirabile unità della Russia, e anche nel XXI secolo si rende necessaria la “restaurazione del suo potenziale spirituale e vitale”. Questo comprende il ritorno a tutti i “valori morali tradizionali” a cominciare dalla famiglia, unico istituto in grado di “aiutare l’uomo a conoscere il mondo attorno a sé” e di “insegnare l’amore, la bontà e la compassione”, illuminando quindi l’opera educativa dell’intera società ed eliminando i “falsi valori” sulla natura, la sessualità, l’orientamento individuale e collettivo.

Oltre alla guerra contro l’assalto del Maligno, e la custodia dei veri valori nella vita del popolo, il Nakaz indica un altro obbiettivo da raggiungere, superando la crisi demografica e riprendendo un’attiva fertilità nella generazione dei figli della nuova Russia: serve una “trasformazione degli spazi vitali” del Paese, uno sviluppo delle città e dei luoghi da ripopolare. Nel futuro si dovranno ridurre “gli agglomerati urbani di massa” con tutti quegli immensi condomini di minuscoli appartamenti, eredità perversa dell’economia sovietica, in cui si annidano i ghetti dei tagichi e dei kirghisi che poi vanno a distruggere i nuovi templi della civiltà russa. È necessario un “ritorno alla suddivisione tradizionale per la Russia di popolazione e forze produttive su tutto il territorio”, quindi trasferendo masse di persone dalle metropoli in “villaggi ben organizzati e su distanze ragionevoli”, in cui ogni famiglia abbia la propria casa, la izba invernale o la dacia estiva, come nelle favole russe più antiche, le bilyne che narrano degli eroi capaci di difendere i piccoli principati dell’antica Rus’, i bogatyri che da soli, ognuno come il vero Difensore, affrontano i tanti popoli che minacciano i russi da Oriente e da Occidente.

Le fantasie del patriarca e dei suoi consiglieri “ecumenici” ricordano molto gli eccessi dei protagonisti dei romanzi di Dostoevskij, come il principe Myškin dell’Idiota che in preda alle scosse epilettiche (come quelle provocate dalla strage del Krokus) immagina un mondo nuovo da costruire, gridando “mostrate ai russi il mondo russo!”, la prima citazione dell’attuale mito ideologico. Oppure il giovane Arkadij Dolgorukij nell’Adolescente, che nel cognome evoca il mitico fondatore di Mosca e conserva gelosamente nel cuore una “grande idea” di rivincita contro tutti i torti subiti nell’infanzia. Il ragazzo non vuole rivelare a nessuno in che cosa veramente consista questa idea, anche perché lui stesso non sa di che cosa veramente si tratti: è la Russia, eterna adolescente, che vuole salvare tutti senza mai riuscire a capire sé stessa.

Nell’Europa del multiculturalismo c’è una strana febbre di Ramadan

Gliulio Meotti – Il Foglio – 7 Aprile 2024

Ci sono pochi luoghi più prestigiosi e solenni per un cristiano durante la Pasqua della cattedrale gotica di Colonia, che custodisce le reliquie dei re Magi. Ma durante la Settimana Santa, la città di Colonia ha organizzato anche un evento religioso molto diverso. Nello stadio di calcio non lontano dalla cattedrale, c’era il “primo Iftar comunitario”, una cena al tramonto per celebrare la fine del digiuno durante il mese sacro islamico. Intanto un gruppo universitario organizzava una preghiera per il Ramadan all’Università di Gottinga, in Germania. Le leghe di calcio di Inghilterra, Germania e Paesi Bassi si fermavano invece per la cosiddetta “pausa del Ramadan”: durante le partite, gli arbitri hanno il potere di interrompere il gioco, chiedendo al portiere di indugiare in un rinvio, e permettere ai fedeli del Profeta di bere o mangiare. A Oslo, in Norvegia, accanto al municipio, veniva allestita una mostra finanziata con fondi pubblici per celebrare i trenta giorni di digiuno. “Le luci del Ramadan dimostrano che siamo a favore dell’inclusione e della diversità”, declamava il consiglio comunale di Oslo. Le luci del Ramadan erano rimaste accese nel West End di Londra anche durante il fine settimana di Pasqua a Oxford Street, Piccadilly Circus e Leicester Square, illuminate di mezzelune e lanterne, volute dal sindaco Sadiq Khan.

Nel West End di Londra, luci di Ramadan anche durante la settimana pasquale. Poi si sono accese a Francoforte e Colonia


Nell’Europa della secolarizzazione, del multiculturalismo e del relativismo, c’è una strana febbre di Ramadan. Si devono consentire i veli integrali simboli di “libertà”, fermare le scuole e gli stadi per il Ramadan in nome della “tolleranza” e chiudere un occhio, anzi due, per le esenzioni ai corsi di educazione fisica, musica e arte in nome del “rispetto”. E pazienza se in Francia una ragazzina è stata appena picchiata quasi a morte da tre coetanei perché non indossava il velo. Nei giorni scorsi, le stazioni della metropolitana di Londra hanno iniziato a trasmettere l’orario della preghiera islamica con l’Hadith del giorno. Il malcapitato viaggiatore, in cerca dell’orario, trovava un detto del Profeta. Poi l’ente regolatore della metro, travolto dalle polemiche, ha dovuto rimuovere il messaggio. Il Chelsea invece, aveva tutto il diritto di ospitare un “open Iftar”, una cena di rottura del digiuno “aperta a tutti”, fedeli e infedeli. Ramadan anche dai Windsor: la famiglia reale  ha ospitato la prima festività islamica nella storia inglese, perché Carlo III è il primo re multifaith. Ma chi pensa che sia una specialità inglese, come il cielo grigio di Londra, si sbaglia di grosso.


Quando, a Firenze, un preside ha dato un’aula del liceo agli studenti islamici per pregare sotto Ramadan, nessuno scandalo sulla laicità, nessuna mobilitazione dei giornali, niente di niente. Così come a Pioltello va tutto alla grande, altro che parenti serpenti, siamo una grande famiglia multiculturale. Meno bene va in un liceo di Drammen, in Norvegia, dove la preside non ha voluto che gli studenti musulmani lasciassero la classe per pregare durante il Ramadan. C’è pur sempre la neutralità religiosa. Hanne Merete Hagby è la direttrice del liceo, che ha il trenta per cento di studenti musulmani, come a Pioltello. “Non va bene lasciare le lezioni o arrivare in ritardo per questo motivo”, aveva scritto la preside. Ha cancellato il post dopo appena due ore. Sui social era stato pubblicato un appuntamento per “linciare” la preside. A volte anche le migliori feste finiscono a manate. Non è andata meglio a Katharine Birbalsingh, nota come “la preside più severa della Gran Bretagna”, costretta a vietare le preghiere musulmane nella scuola dopo che gli insegnanti hanno subito aggressioni. La dirigente scolastica è finita davanti all’Alta Corte in una causa da parte di studenti musulmani della Michaela School. Birbalsingh ha deciso di interrompere i rituali di preghiera dopo “violenza, intimidazioni e spaventose molestie nei confronti dei nostri insegnanti”. È una scuola gestita dai talebani a Kabul? No, uno dei principali istituti inglesi: minacce di morte al personale per aver impedito agli alunni  di pregare, una ragazza costretta a lasciare il coro perché “la sua religione le vieta di cantare” e un’altra costretta a indossare il velo. La scuola ha ricevuto anche allarmi bomba tramite posta elettronica.

A Pioltello è stata una grande festa multireligiosa, ma dalla Norvegia alla Germania all’Inghilterra, in molte scuole è stato tutto meno fantastico


Anche in Germania una preside ha bandito le preghiere islamiche in una scuola di Wuppertal. Studenti musulmani volevano l’introduzione di rigide regole islamiche nelle scuole, inclusa la segregazione di genere. “Le donne dovrebbero coprirsi. I musulmani dovrebbero poter lasciare la scuola  per la preghiera del venerdì. La segregazione di genere dovrebbe applicarsi alle lezioni di nuoto”. Siamo all’istituto comprensivo Nordstadt di Neuss. La scuola aveva già capitolato a una loro richiesta ma, al posto di una sala per la preghiera islamica, era stata offerta loro una “stanza della tolleranza”.

L’Università di Dortmund aveva aperto una “sala di preghiera interreligiosa” e si era data delle regole, che piacciono sempre molto ai tedeschi. Venti metri quadrati, le pareti dipinte di verde, un tappeto, due divani, due sedie, una libreria Ikea. Studenti di ogni fede, cristiani, ebrei, buddisti e musulmani, potevano trovare lì un punto di raccoglimento, lasciando fuori un po’ della loro identità per far spazio a quella di tutti. Ma gli studenti si sono lamentati di essere stati segregati da altri studenti musulmani nella parte più piccola della stanza, assieme alle donne. Copie del Corano erano disposte nella stanza, quando l’accordo, affisso sulla porta, vietava  i simboli religiosi. Studenti musulmani avevano intimato alle donne di indossare il velo e di rinunciare al profumo. Francoforte sul Meno intanto diventava la prima città della Repubblica federale ad appendere le luci del Ramadan. Il sindaco Verde  le ha chiamate le luci “dell’unione contro le discriminazioni”.  E dopo Francoforte, Colonia: chiunque passeggi per le strade della città-cattedrale in questi giorni vedrà mezzelune, le parole “Kareem” e “Ramadan”. La città dove Benedetto XVI compì il suo primo viaggio pontificio. La rivista svizzera liberal-democratica Neue Zurcher, con un pubblico paneuropeo, ha espresso il suo punto di vista critico: “L’establishment politico è in preda alla febbre del Ramadan”.


Intanto, a Strasburgo, esordivano i “mercatini di Ramadan”, come quelli natalizi, blindati in città da quando furono attaccati dai terroristi dell’Isis che uccisero anche un ragazzo italiano. Il ministro degli Esteri tedesco, Annalena Baerbock, si produceva in un video-discorso: “Ramadan Mubarak!”. La Frankfurter Allgemeine Zeitung titola: “Buon Ramadan”. Per una volta, le preoccupazioni sull’appropriazione culturale non sembrano avere importanza. Si ricorda, ad esempio, un funzionario tedesco per l’integrazione che inviò cartoline di Natale che non contenevano la parola Natale: “Non importa ciò in cui credi… Vi auguriamo un periodo sereno e un buon inizio del nuovo anno”. Ane Breivik, leader giovanile del Partito liberale norvegese, si è spinto fino a chiedere la fine di tutte le festività cristiane, che ha liquidato come “obsolete e sciocche”. Invece, vorrebbe che le persone si prendessero giorni che significano qualcosa per loro, come il giorno musulmano di Eid al Fitr. E l’Unione studentesca cristiana norvegese (che di cristiano ha ormai poco) ha suggerito di regalare alle minoranze alcune festività “secondarie”, come Santo Stefano, il lunedì di Pasqua e il secondo giorno di Pentecoste. La Giornata internazionale della donna, la Giornata mondiale dell’ambiente e l’Eid al Fitr come festività pubbliche alternative.

Dai sindaci verdi di Francia alle università britanniche, c’è chi propone di fare spazio nel calendario, togliendo le ricorrenze cristiane “obsolete”

Intanto, dicevamo, il calcio si fermava per il Ramadan. Il primo caso fu in Premier League tre anni fa, durante una partita tra Crystal Palace e Leicester. Il medico del Crystal Palace, Zafar Iqbal, si rivolse all’arbitro sulla necessità di una pausa. All’ora stabilita, il portiere del Palace ha così indugiato su un calcio di punizione. In Francia sindaci di grandi città stanno proponendo di cancellare Pentecoste, Natale, Pasqua, Ascensione e altre festività cristiane per sostituirle con “feste laiche”. Pierre Bergé, tra gli imprenditori più ricchi e famosi di Francia, fondatore del brand Yves Saint Laurent, disse che “non ci sono solo cristiani in Francia. Io sono per la soppressione integrale di tutte le feste cristiane”. In Belgio, i calendari scolastici della comunità francofona al posto della festa di Ognissanti dicono “congedo di autunno”, di Natale “vacanze d’inverno” e di Pasqua “vacanze di primavera”. Ad Anversa, la seconda città belga, il sindaco ha appena organizzato una cena di Ramadan lunga due chilometri per le strade. I teatri in Belgio hanno invece iniziato a utilizzare pubblicità che avvertono gli spettatori musulmani di “nudità, sesso o violenza” negli spettacoli e per incoraggiarli a partecipare a eventi culturali durante il Ramadan.


Éric Piolle, sindaco ecologista di Grenoble, detta “capitale delle Alpi” prima che “capitale verde europea”, ha tirato fuori un’idea geniale dal cappello woke: “Cancelliamo i riferimenti alle feste religiose nel calendario e dichiariamo giorni festivi le feste laiche che segnano il nostro attaccamento alle rivoluzioni, alla Comune, all’abolizione della schiavitù, ai diritti delle donne e delle persone lgbt”. La London School of Economics ha  cancellato ogni riferimento alla cristianità dal calendario accademico. La Swansea University ha cancellato la Quaresima. Dopo tutto, dicono, le feste cristiane “non risuonano più nel corpo studentesco”. E un college di Oxford – il Magdalen College, fondato dal vescovo William Waynflete nel XV secolo – ha cancellato la festa di San Giorgio per far spazio all’Eid islamico. E anche nella cattedrale di Manchester si è celebrato l’iftar del Ramadan. I musulmani inglesi non hanno abbastanza moschee, evidentemente. La cattedrale ha poi chiesto scusa ai fedeli cristiani per aver consentito l’adhan. E per il primo venerdì di Ramadan, anche il Victoria and Albert Museum di Londra ha organizzato una cena per la fine del digiuno in uno dei principali musei d’arte del mondo. Più di quattrocento persone hanno partecipato  con un muezzin che ha intonato la preghiera. Ma qualcuno doveva pur coprire “le tre grazie” di Antonio Canova, che mettono in mostra tutte le proprie bellezze al Victoria and Albert Museum.

Cena di fine del Ramadan anche al Victoria and Albert Museum, dove si sono dimenticati di coprire le “tre grazie” di Antonio Canova


Ahmed Elmohamady, il difensore egiziano che ha giocato in Inghilterra per un decennio, ha visto un suo compagno di squadra, l’irlandese Paul McShane, unirsi a lui nel digiuno di Ramadan. “E’ stato fantastico”, ha detto Elmohamady, anche se ha ammesso che McShane non è durato. “Lo ha fatto una volta, sarebbe stato troppo difficile per trenta giorni”.
Fantastica, sì, la maschera di questo strano suicidio occidentale.

Ucraina, la guerra “un atto diabolico”. Botta e risposta tra Kyiv e Mosca

Il Consiglio Pan-Ucraino delle Chiese e delle Organizzazioni Religiose di Ucraina ha risposto al Concilio Mondiale del Popolo Russo. La guerra si fa anche sulla ricostruzione storica. Il ruolo delle Chiese

Di Andrea Gagliarducci

Kiev, mercoledì, 3. aprile, 2024 11:00 (ACI Stampa).

La guerra mossa dalla Russia nei confronti dell’Ucraina è “diabolica”, mira a negare “l’esistenza stessa del popolo ucraino”, nonché la sovranità dello Stato ucraino, e giustifica i crimini di guerra. Lo afferma il Consiglio Pan-Ucraino delle Chiese e delle Organizzazioni Religiose, in una nota diffusa il 30 marzo come risposta e condanna del documento del Concilio Mondiale del Popolo Russo pubblicato il 27 marzo.

Il botta e risposta testimonia, in qualche modo, che la guerra in Ucraina non riguarda solo questioni statali, ma una vera e propria percezione culturale.

Da parte russa, l’Ucraina non può che essere parte di una grande entità russa, il “Mondo Russo”, che si divide in Grandi Russi, Piccoli Russi e Bielorussi, e al cui interno non c’è spazio per alcuna russofobia, nemmeno se questa è una risposta ad una invasione o ad una storia di invasioni e di negazioni della storia.

Da parte ucraina, si rivendica invece la sovranità ucraina, il fatto che questa sovranità sia stata messa in discussione da secoli, e la continua opera di influenza, invasione e assorbimento operata da Mosca nei confronti della storia e delle tradizioni ucraine.

Non solo. La questione dalla cultura storica diventa immediatamente religiosa. Se uno dei primi atti del regime sovietico fu quello di dichiarare fuori legge la Chiesa Greco Cattolica Ucraina nello pseudo-sinodo di Lviv del 1946, oggi il Patriarcato di Mosca ha addirittura risposto all’autocefalia ucraina uscendo da tutti i tavoli ecumenici co-presieduti dal Patriarcato Ecumenico di Costantinopoli, e ha per tutta risposta aperto nuovi esarcati in Africa.

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Perché, dunque, il testo del Concilio Mondiale del Popolo Russo è importante? Perché – nota il Consiglio Pan-Ucraino delle Chiese – è stato “principalmente istituito dalla Chiesa ortodossa russa, con il sostegno dello Stato russo”, è sotto la guida del Patriarca Kirill e vede la partecipazione di numerosi leader delle unioni religiose della Federazione Russa.

Inoltre, i suoi ultimi documenti sono stati diffusi attraverso i canali informativi ufficiali del Patriarcato di Mosca, testimoniando non solo una unità di intenti, ma una condivisione dei contenuti dei testi diffusi dal Concilio. Documenti che il Consiglio Pan-Ucraino delle Chiese descrive come “neonazisti”, accusandoli di “contraddire completamente la verità e i principi spirituali e morali del Cristianesimo, dell’Islam e dell’Ebraismo”.

Ma cosa si legge nel decreto del XXV Concilio Mondiale del Popolo Russo? È un documento principalmente politico, che caratterizza la cosiddetta “operazione militare speciale” contro l’Ucraina come una guerra santa, in cui la Russia e il suo popolo stanno difendendo l’unico spazio spirituale della Santa Rus’ e stanno proteggendo il mondo dall’assalto del globalismo e dalla vittoria dell’occidente caduto nel satanismo.

Il decreto sottolinea che, una volta che sarà completata l’operazione militare speciale, tutto il territorio dell’Ucraina dovrà essere nella zona di influenza esclusiva della Russia, e – si legge – “la possibilità dell’esistenza in questo territorio di un regime politico russofobo ostile alla Russia e al suo popolo, nonché di un regime politico controllato da un centro esterno ostile alla Russia, deve essere completamente esclusa”.

Il decreto spiega anche le basi teologiche di questa visione, sottolinea che “la Russia è il creatore, il sostegno e il difensore del mondo russo”, e afferma che i “confini del mondo russo come fenomeno spirituale, culturale e di civiltà sono significativamente più ampi dei confini statali sia dell’attuale Federazione Russa che della grande Russia storica”, comprendendo “tutti coloro per i quali la tradizione russa, i santuari della civiltà russa e la grande cultura russa sono il valore e il significato più alto della vita”.

E la Russia è chiamata a proteggere il mondo dal male, con la “missione storica” di “distruggere ripetutamente i tentativi di stabilire una egemonia universale nel mondo – tentativi di soggiogare l’umanità ad un unico principio malvagio”.

In questo senso, la divisione e l’indebolimento del popolo russo hanno portato all’indebolimento e  alla crisi dello Stato russo. Per questo è necessario ripristinare l’unità del popolo russo e il suo potenziale spirituale: perché la Russia e il mondo russo sopravvivano e si possano sviluppare.

Il decreto parla anche del necessario sviluppo della famiglia affinché ci sia sempre più popolazione russa, ribadisce il no all’aborto, chiede un lavoro sull’educazione perché vengano assimilate le idee e i valori spirituali e morali della civiltà russa, sottolinea che per farlo c’è bisogno di un sistema educativo nazionale sovrano purificato da “concetti e atteggiamenti ideologici” distruttivi ed estranei al popolo russo e che quasi sempre provengono da occidente.

Il testo del Concilio russo chiede un nuovo paradigma socio-umanitario basato sull’identità civile russa. Addirittura, si spinge a guardare lo scacchiere internazionale, e lancia la Russia come uno dei centri principali del mondo multipolare, in particolare come fulcro di equilibrio del quadro geopolitico eurasiatico. La politica estera russa, secondo il Concilio Russo, deve avere come compito principale la riunificazione del popolo russo, considerando che il concetto di “russo” comprende tutti gli slavi orientali discendenti della Russia storica.

Anzi, la Russia deve essere uno Stato rifugio per tutti i russi – e anche per i non russi che condividono gli stessi valori – che soffrono per il globalismo occidentale, per le guerre, per la discriminazione.

Commentando il documento, il Consiglio Pan-Ucraino delle Chiese ha lamentato che in questi termini vengono anche giustificati i crimini di guerra e gli atti di genocidio giù commessi dalla Federazione Russa sul territorio dell’Ucraina.

Ma è evidente che ci si trovi di fronte ad una guerra ibrida, in cui il fatto religioso viene utilizzato per giustificare un potere egemonico. E, sebbene il Concilio si sia tenuto a novembre, il documento russo sembra rispondere al messaggio del Sinodo della Chiesa Greco Cattolica Ucraina in occasione del secondo anniversario dell’aggressione su larga scala della Russia – ma nell’ambito di una guerra che dura da dieci anni, dall’annessione della Crimea.

Facebook interrompe la Via Crucis di Radio Maria per nudo. «Meglio quando non c’era l’intelligenza artificiale»

di Gian Guido Vecchi- Corriere della Sera – 1 Aprile 2024

La diretta prima interrotta e poi «ristretta», con una mail automatica di spiegazione. Nessun commento ufficiale da Meta. Padre Fanzaga ironizza: «Quel Crocifisso lo abbiamo messo su Facebook altre volte in passato, ma si vede che prima non c’era l’intelligenza artificiale»

CITTÀ DEL VATICANO La lettera scarlatta degli algoritmi puritani ha marchiato, implacabile, pure la Passione. Neanche la decenza di coprirlo un po’ di più, quel Gesù di Nazaret, mentre lo inchiodano a una Croce. Bloccato, cancellato. È successo durante la Via Crucis del Venerdì Santo, nel corso della diretta video su Facebook di Radio Maria, quattro milioni di ascoltatori settimanali e quasi due che la seguono sul social media di Menlo Park. L’immagine del Crocifisso non è sfuggita all’intelligenza, si fa per dire, artificiale: «Abbiamo rimosso il tuo contenuto. Sembra che tu abbia condiviso o inviato immagini di nudo o atti sessuali». Padre Livio Fanzaga, che è un uomo di spirito, la prende con ironia: «La cosa strana è che quel Crocifisso lo abbiamo messo su Facebook altre volte, in passato, ma si vede che prima non c’era l’intelligenza artificiale. Adesso invece sì».

Da Facebook non arrivano reazioni ufficiali, lo considerano una sorta di incidente di percorso dei loro sistemi di controllo, ogni tanto capita: la società fa sapere che in effetti il Crocifisso è stato bloccato a causa di una «identificazione errata» del software che valuta in tempo reale le immagini postate su Facebook come su Instagram. Strano, dicono pure loro, perché il Cristo ha genitali coperti e il software si mette in allarme solo con quelli. Un po’ come i mutandoni alle figure di Michelangelo nella Sistina, quasi cinque secoli fa, in piena Controriforma. Può essere, si spiega, che abbia scambiato il petto del Cristo per un petto femminile, cosa che a quanto pare la censura californiana considera con orrore.
Il Cristo in questione, comunque, arriva dalla Val Gardena, celebre per i suoi crocifissi lignei. Padre Livio, 83 anni, direttore-simbolo dell’emittente, racconta che lo donarono qualche decennio fa, quando Radio Maria aveva ancora sede in via Turati, a Milano, e la cappellina stava in un seminterrato: «Ce lo ha portato un camionista che lo ha scaricato e se ne è andato senza altre spiegazioni, era proprio un venerdì a mezzogiorno». Da allora il Crocifisso sta accanto all’altare , nella cappella dell’emittente, e la sua immagine è divenuta familiare al pubblico.

Il Crocifisso ligneo al centro della disputa tra Radio Maria e Facebook (da Radio Maria) Venerdì veniva inquadrato in diretta mentre la radio diffondeva la registrazione di una via Crucis guidata da padre Livio a Medjugorje, qualche anno fa. Finché la caporedattrice Roberta Zappa, che segue anche la Rete, si è accorta che qualcosa non andava: «Il post è sparito, lo avevano eliminato. E intanto gli ascoltatori hanno cominciato a chiamarci per chiedere cosa fosse successo…». Di lì a poco è arrivata la mail di Facebook che comunicava la rimozione. A quel punto Radio Maria ha rimesso il post, ma anche quando finalmente è rimasto le cose non funzionavano, «avevamo seicento persone che seguivano la diretta Facebook e sono diventate una ventina, come se fossero state messe delle restrizioni». Radio Maria ha poi postato una spiegazione per gli ascoltatori: «Chiediamo scusa a tutti gli amici che seguivano la prima parte della Via Crucis in adorazione del Signore in Croce. Facebook ha eliminato il post per “contenuto immagini nudo”. E ha ristretto i parametri di visualizzazione. Forse Facebook non sa che il Cristo fu spogliato delle vesti ma le parti intime coperte con panni . E pensare che è morto in croce anche per loro». L’indomani, il profilo Facebook di Radio Maria ha mostrato il Cristo velato di Giuseppe Sanmartino, capolavoro assoluto custodito nella Cappella Sansevero di Napoli. E almeno lui, nonostante le trasparenze prodigiose del marmo, è riuscito a superare indenne i controlli

La croce della Russia nel crollo del tempio

di Stefano Caprio 31 Marzo 2024

La sala concerti nel centro commerciale sventrata dall’attacco dei terroristi era un simbolo della “ricostruzione” di Mosca dopo il comunismo sovietico. I russi ora hanno paura ad uscire di casa e a salire sul taxi guidato da un tagico, mentre le manifestazioni pubbliche sono sospese (quelle di Stato) o proibite (quelle “diverse”).

Il Krokus City Hall della periferia di Mosca, crollato sotto i colpi dei terroristi islamici dell’Asia centrale e della totale assenza di cura e sorveglianza degli stessi russi, era un tempio della Russia rinata dopo il comunismo sovietico, e anche dopo i primi conflitti del periodo successivo, tra le bande di oligarchi assetati di soldi e le turbe dei popoli dell’impero desiderosi di indipendenza. Gli uni e gli altri erano stati messi a tacere negli anni Duemila dal nuovo-vecchio regime di Vladimir Putin, tanto simile al grigiore sovietico nell’ideologia auto-celebrativa, quanto maestoso nello sfoggio di una grandezza ritrovata, che si mostrava soprattutto nell’enfasi urbanistica e architettonica della sua capitale, da sempre il centro di ogni espressione di “tutte le Russie”.

Negli anni Novanta c’era stata una prima perestrojka, una “ricostruzione” della Russia vagheggiata da Mikhail Gorbačev, il cui programma era miseramente fallito, e realizzata in modo piuttosto caotico dal primo presidente post-sovietico Boris Eltsin. Le riforme gorbacioviane non erano di fatto neanche iniziate, mancando un’idea precisa di come dovesse cambiare la Russia dopo oltre mezzo secolo di economia statale pianificata, che di fatto si interruppe bruscamente, lasciando i russi in piena depressione e carenza di beni di consumo. Alla fine degli anni Ottanta i grandiosi supermercati di stile sovietico, gli Univermag, erano una distesa di scaffali vuoti, e se andava bene una volta al giorno arrivava una partita striminzita di alette di pollo; soprattutto mancava la vodka, la cui produzione era stata bloccata da Gorbačev nel patetico tentativo di risanare il Paese dall’alcolismo diffuso. Quegli anni sono rimasti nella memoria dei russi come gli anni della vergogna, dopo che nel ventennio brezneviano le provviste erano state sempre garantite e sempre agli stessi prezzi; non c’era abbondanza, ma era un sistema che sembrava perfetto per i russi, desiderosi di non dover pensare al domani.

Il brusco passaggio all’economia privata, con le liberalizzazioni eltsiniane del 1992, fu peraltro ancora più sconvolgente, perché al nulla venne sostituito il miraggio di ogni possibilità e di ogni bene materiale, che apparve improvvisamente sulle bancarelle di tutte le strade. Cibi e bevande, indumenti e utensili venivano offerti a prezzi astronomici, con marche di produzione occidentale mai viste prima né in Russia né in Occidente, oppure di produzione propria e improvvisata, costringendo tutti a lasciare il lavoro onorevole e qualificato per ridursi al ruolo di ambulanti e venditori di tutto e di niente. Il libero mercato apparve come un mostro che annulla ogni identità e ogni ideologia, provocando nell’anima dei russi un sentimento di umiliazione ancora più profondo di quello del crollo del precedente regime.

Ancora una volta, come alle sue origini durante il giogo tartaro, fu la grande Mosca a mostrare la via per ritrovare la Russia. A guidare la rinascita non fu nemmeno il presidente Eltsin, ma il sindaco della capitale, Jurij Lužkov. Dopo i primi anni di totale disorientamento, egli fu capace di mettere d’accordo coloro che intendevano partecipare alla divisione della torta che si stava cuocendo, senza bisogno di ammazzarsi e distruggersi a vicenda come capitava quasi quotidianamente, giungendo alla pax oligarchica che egli seppe governare per diversi anni, prima di essere definitivamente esautorato da Putin nel 2010. Iniziò un grandioso lavoro di ristrutturazione della metropoli, dei suoi palazzi e delle sue strade, sfruttando i capitali che si accumulavano nelle mille banche dei “nuovi russi”, e soprattutto i generosi finanziamenti che giungevano dai Paesi occidentali, visti come i modelli a cui ispirarsi: il termine più usato allora per definire il cambiamento in corso era evroremont, la “ricostruzione all’europea”, per rendere la Russia un Paese “civile e moderno” simile alla Germania o agli Stati Uniti.

Diversi furono i cambiamenti simbolici, come l’abbattimento del tetro albergo Inturist, che dominava la ulitsa Gorkovo, il grande viale che parte dal Cremlino per dirigersi verso Leningrado, intitolato al vate staliniano Maksim Gorkij. La ulitsa ritrovò il suo nome originario di Tverskoj Prospekt, la via verso Tver, l’antica avversaria di Mosca sulla tratta settentrionale durante il dominio tartaro, poi sottomessa dal primo gran principe che sognò Mosca come la Terza Roma, Ivan il Grande, il nonno di Ivan il Terribile. Anche Leningrado riprese il titolo occidentalista di “Sankt-Petersburg”, la “città di San Pietro” come l’aveva chiamata il suo fondatore Pietro il Grande, che l’aveva pensata come nuova Roma e “finestra sull’Europa”. Il grande piazzale del Maneggio, che dal viale porta alla piazza Rossa del Cremlino, fu scavato per ospitare un grandioso centro commerciale del tipo delle città nordamericane, dove anche al gelo si può andare a divertirsi e a fare shopping.

Il principale simbolo della rinascita fu però un altro edificio, dalla parte opposta del Cremlino, sulle rive della Moscova. Il fiume in realtà si chiama come la città, Moskva, anzi è la città che prende il nome dal fiume: Mosca era un “incrocio” (questo il significato del nome) tra le vie fluviali per il commercio che si estendeva da nord a sud, l’antica “Via dai Variaghi ai Greci”, la vera ragione economica della nascita della Rus’ di Kiev. Anche il nome della prima capitale, del resto, significa “il ponte di Kyj”, il commerciante variago che pensò di unire le due rive del Dnepr, creando il primo grande legame tra l’Europa e il nord scandinavo e asiatico. E così accanto al Cremlino rinacque la cattedrale di Cristo Salvatore, la grande chiesa costruita lungo i decenni successivi alla vittoria su Napoleone, per celebrare la grandezza della Russia imperiale. Stalin l’aveva fatta saltare in aria per dimostrare la superiorità del comunismo sull’oscurantismo del cristianesimo ortodosso, e infatti al suo posto sarebbe dovuto sorgere il grande palazzo del Partito, sormontato da una suprema statua di Lenin, il nuovo dio della Russia ateista.

Solo che le fondamenta non reggevano accanto al fiume, e al posto della chiesa venne allestita la grande piscina all’aperto Moskva, dove si andava a nuotare con venti gradi sottozero all’aria, e venti sopra lo zero nell’acqua. Era il luogo della spensierata vita sovietica, e l’austera cattedrale ritornò infine a imporre la sottomissione al potere patriarcale. Negli anni di Lužkov, peraltro, il patriarca ortodosso Aleksij II era una figura ieratica, ma assai poco imponente, essendo la Chiesa ortodossa ancora depressa per la scomparsa del suo principale sponsor, il partito comunista. E così la consacrazione venne piuttosto dedicata al sindaco e al presidente, che si professavano “atei ortodossi”, e fu inaugurata nel 1997, anno del solenne giubileo degli 850 anni dalla fondazione della città di Mosca. Il 1147 era stato in effetti l’anno in cui uno dei principi di Kiev e Vladimir, Jurij Dolgorukij (“Giorgio dalla lunga mano”) aprì la stazione di posta all’incrocio dei fiumi, che non sarebbe mai potuta diventare la “città-madre” della Russia senza il florido commercio sostenuto dagli accordi con i Khan tataro-mongoli, i veri padri fondatori della capitale dell’impero eurasiatico.

Quando poi giunse al potere il leningradese Vladimir Putin, l’ansia di gloria fu trasferita alla capitale del nord, e i primi anni putiniani furono dedicati all’evroremont di San Pietroburgo, celebrati nel 2003, a trecento anni dalla fondazione. Solo che Piter (come la chiamano i russi, ricordando la prima variante olandese del nome, Sant Piterburch) è già per sua natura molto occidentale, e non riusciva a rivaleggiare degnamente con il grande miscuglio moscovita di Oriente e Occidente. E così nel 2010, quando già scaricava le prime bombe sulla Georgia, Putin decise di cambiare stile: non più “imitazione” dell’Occidente, ma superamento e “vittoria” sull’Occidente, come ai gloriosi tempi di Stalin, che aveva costruito i palazzi più alti, più minacciosi e più sgradevoli della storia dell’architettura. Al posto del re delle mafie Lužkov, non più necessario di fronte al dominio dell’unica mafia putiniana, venne portato dall’Estremo oriente il fidato Sergej Sobjanin, rieletto sindaco in eterno anche nell’unica competizione in cui si permise la partecipazione dell’ultimo eroe del dissenso, Aleksej Naval’nyj. Il sindaco realizzò il sogno di Putin: una Mosca splendente e ripulita in ogni angolo, con centri commerciali e sale da concerto immensamente più grandi e sontuose (in realtà piuttosto grottesche), dove il popolo russo potesse sentirsi felice di vivere nel Paese più straordinario del mondo, nel Mondo Russo.

Con la guerra in Ucraina e le sanzioni internazionali, quei centri sono stati abbandonati da tutte le ditte straniere, il McDonald’s è stato sostituito dalla sua patetica imitazione russa Vkusno – i Točka! (“Buono – e Basta!”), chiamato come le bancarelle per cibo di strada negli anni sovietici. Nonostante concorsi e feste “patriottiche” senza interruzione, i grandi spazi della nuova Russia negli ultimi due anni erano già diventati spogli e malinconici, usati per andare ad applaudire a comando i cantanti che urlano “Io sono russo e vado in fondo!”. A fondo è andato il Krokus, uno dei più fastosi e ridondanti, al posto della gloria è rimasta la croce.

I russi ora hanno paura ad uscire di casa e a salire sul taxi guidato da un tagico (quasi tutti i tassisti di Mosca sono tagichi), le manifestazioni pubbliche sono sospese (quelle di Stato) o proibite (quelle “diverse”). I cattolici della capitale non hanno potuto celebrare la Via Crucis del 23 marzo, il giorno dopo l’attentato terroristico, nemmeno nel cortile della cattedrale dell’Immacolata Concezione, obbligati dalla polizia a rimanere all’interno. Il patriarca di Mosca Kirill ha iniziato la Quaresima convocando una sessione straordinaria del Concilio Panrusso Universale, l’associazione teologico-politica da lui stesso fondata negli anni Novanta che ha ispirato l’ideologia del russkij mir, per proclamare che “il nazionalismo russo non esiste in natura” e non bisogna prendersela con tutti i tagichi, ma persuadere tutti i popoli che conviene unirsi ai russi, magari recitando più preghiere litaniche per la vittoria nella guerra. Solo che Cristo ha promesso una vittoria diversa, salendo sulla croce, distruggendo il Tempio, e risorgendo nel giardino in cui la Maddalena lo cerca disperata, in cui l’umanità cerca il volto del Signore della pace, e della vita vera.

Lunedì dell’Angelo

Oggi, per la liturgia della Chiesa, è in senso proprio il Lunedì dell’Ottava di Pasqua. Ma tale giorno, in Italia, viene più comunemente chiamato «Lunedì dell’Angelo» e associato, per tradizione, al ricordo dell’annuncio angelico della Risurrezione di Gesù

Oggi, per la liturgia della Chiesa, è in senso proprio il Lunedì dell’Ottava di Pasqua. Ma tale giorno, in Italia, viene più comunemente chiamato «Lunedì dell’Angelo» e associato, per tradizione, al ricordo dell’annuncio angelico della Risurrezione di Gesù.

Si ricorda cioè tradizionalmente quanto avvenuto al sepolcro il giorno prima, al mattino della domenica (il primo giorno della settimana nel calendario ebraico, quindi il primo giorno dopo la Pasqua ebraica), quando le pie donne – Maria Maddalena, Salome e Maria madre di Giacomo – si recarono al sepolcro con l’intenzione di cospargere di oli aromatici il corpo di Gesù. Arrivate presso la tomba, trovarono il grande masso che la chiudeva rotolato via. Il loro stupore, misto a tremore, si accrebbe quando apparve loro un angelo in vesti sfolgoranti, che si premurò di rassicurarle e diede loro il lieto annuncio: «Non abbiate paura, voi! So che cercate il Crocifisso. Non è qui. È risorto, come aveva detto; venite a vedere il luogo dove era deposto». E aggiunse: «Presto, andate a dire ai suoi discepoli: è risuscitato dai morti, e ora vi precede in Galilea; là lo vedrete» (Mc 16,1-7).

«Oggi siamo nella seconda giornata dell’Ottava di Pasqua. Ieri è stata la solennità di Pasqua, oggi è il lunedì di Pasqua. In Italia c’è la bella tradizione di chiamare questa giornata “Pasquetta”, ma io non voglio parlare di “Pasquetta”. C’è anche un altro nome per indicare questo giorno: il giorno, o la festa “dell’Angelo”», disse Giovanni Paolo II nel Regina Coeli dell’1 aprile 1991, aggiungendo: «È questa una tradizione molto bella che corrisponde profondamente alle fonti bibliche sulla Risurrezione. Ci ricordiamo della narrazione dei Vangeli Sinottici, quando le donne vanno al Sepolcro e lo trovano aperto. Esse temevano di non poter entrare perché la tomba era chiusa da una grande pietra. Invece è aperta e, dall’interno, sentono le parole: “Gesù Nazareno non è qui”. Per la prima volta vengono pronunciate le parole: “È risorto”. Gli evangelisti ci dicono che queste parole sono state pronunciate dagli Angeli».

Secondo il santo polacco, «vi è un profondo significato in questa presenza angelica e in questa proclamazione angelica: come per annunciare l’Incarnazione del Verbo, Figlio di Dio, non poteva essere che un Angelo, Gabriele, così anche per esprimere per la prima volta le parole “è risorto”, la Risurrezione, non era sufficiente un soggetto umano, non era sufficiente una parola umana. Ci voleva un essere superiore, perché per l’essere umano questa verità e le parole che comunicano la verità, “è risorto”, questa verità stessa è così sconvolgente, talmente incredibile, che forse nessun uomo avrebbe osato pronunciarla».

Aggiunse Giovanni Paolo II: «Dopo questo primo annuncio si comincia a ripetere: “Il Signore è risorto e si è rivelato a Pietro, a Simone”, ma il primo annuncio richiedeva un’intelligenza superiore a quella umana. Così questa festa dell’Angelo, almeno io la intendo in questo modo, è un completamento dell’Ottava pasquale. Nelle letture bibliche, nei brani dei Vangeli si legge sempre di questi Angeli, ma la festa italiana sottolinea il momento di questa presenza angelica, non solo la sottolinea, ma spiega anche il perché di questo momento della Risurrezione. Al di sopra dell’umana costatazione che il sepolcro era vuoto, ci voleva un’altra, sovrumana costatazione: “È risorto”»

( Ermes Dovico – La Nuova Bussola)

TRE GUERRA IN UNA

Carlo Bonini – Luca caraccolo -Mappe di i Laura Canali. Coordinamento multimediale Laura Pertici. Produzione Gedi Visual

La repubblica – 4 Marzo 2024

In Ucraina si incrociano tre guerre. La calda tra Mosca e Kiev; quella per procura fra America più soci occidentali e Russia, controllata ma tendente al surriscaldamento; la Guerra Grande, ovvero il riflesso delle prime due sulla competizione globale fra Washington, Pechino e Mosca. Per gli amanti dei grandi schemi e della lunga durata, le ribattezziamo nell’ordine terzo tempo della prima guerra mondiale; secondo atto della seconda dopo l’interludio “freddo”; alba del nuovo disordine planetario, segnato dalla crisi dell’Occidente e del suo modello di capitalismo liberaldemocratico che si presumeva universale.

Esploriamo senso e incroci del triplice scontro richiamando i caratteri delle tre guerre.

La prima – russi contro ucraini – verte sul tentativo di una nazione in formazione di emanciparsi dal suo impero di origine. Collisione fra popoli dalle storie talmente intrecciate da averli resi per secoli quasi indistinguibili. Sotto questo profilo, è guerra civile postsovietica. Scatta la battaglia delle narrazioni. Gli ucraini si inventano un più che millenario passato nazionale. I russi agitano la tesi dell’unicità dei tre rami russo, ucraino e bielorusso quali variazioni sul tronco del medesimo popolo e della stessa civiltà – Mondo Russo – in ordine strettamente gerarchico. Manipolazioni strumentali della storia ad uso bellico.

Il conflitto russo-ucraino dura da più di cent’anni, fra lunghi intervalli e incendi catastrofici. Da quando nel 1917-18, durante la prima guerra mondiale, il nascente nazionalismo ucraino sfruttò crollo dello zarismo, interesse tedesco a installare un regime satellite a Kiev e progetto bolscevico di dare veste pseudofederale al proprio Stato per dotarsi di un fatuo abbozzo di sovranità all’ombra del Kaiser. Per finire inghiottito nell’Urss. Il movimento nazionale ucraino si riaccende con l’aggressione nazista all’Unione Sovietica, nel 1941. Una quota rilevante della popolazione ucraina si unisce ai tedeschi nella speranza presto repressa di guadagnarsi l’indipendenza nel contesto dell’Europa dominata dal Terzo Reich.

Al fronte ucraino

di Laura Canali

Fonte: Nato, lnstitute for the Study of War, Bbc, Le Monde, autori di Limes. (al 18 marzo 2024)

La mappa comprende una vasta area geografica. Questo per rendere l’insieme dello spazio interessato più direttamente dal conflitto, allargato dalla profondità con la quale i droni ucraini recentemente colpiscono dentro il territorio della Federazione Russa. Gli obiettivi principali sono le infrastrutture legate alla produzione di idrocarburi. Il 21 gennaio scorso i droni a lunga percorrenza hanno colpito il terminal di Ust’-Luga nella regione di Leningrado. Questo era il punto di partenza anche del secondo ramo del gasdotto Nord Stream. Il primo ramo partiva da Vyborg, dall’altra parte della baia. Il terminal di Ust’-Luga dispone di impianti per la condensazione del gas gestiti dall’azienda statale russa Novatek. Fra gli ultimi attacchi di droni ucraini quello alla raffineria di Slavneft-Yanos.

Scendendo verso la linea del fronte, nell’Ucraina orientale e meridionale, la novità più importante è la costruzione di fortificazioni ucraine che corrono parallelamente a quelle già erette dai russi per assorbire la fallita controffensiva di Kiev. Dopo l’annessione della Crimea, nel 2014, la Russia ha conquistato altri spazi ucraini e continua a premere lungo tutta la zona di contatto fra i due eserciti, profittando della scarsità di uomini, armi e munizioni a disposizione delle forze di Kiev. Nell’area del Mar Nero, alcuni alleati atlantici, come Romania, Bulgaria e Turchia, stanno sminando la parte di mare disegnata con righe bianche orizzontali. Le mine erano state posizionate dai russi tra la penisola della Crimea e l’Ucraina. Molte stanno andando alla deriva.

Nel 1991 il crollo dell’Urss eleva l’Ucraina comunista disegnata da Lenin, poi ritoccata nei suoi confini amministrativi da Stalin e Khruš?ëv, a repubblica indipendente per sottrazione dal cadavere sovietico. Ma non risolve la disputa fra impero russo residuo e residuata nazione ucraina.

A partire dai primi anni Duemila, la tensione fra ucraini filorussi appoggiati da Mosca e filoccidentali sostenuti da americani e britannici riaccende la miccia bellica. Putin tratta la possibile trasformazione del suo cuscinetto anti-Nato in avanguardia atlantica da intollerabile minaccia alla sicurezza imperiale. Sfida alla linea rossa stabilita dalla Russia zarista, sovietica e postsovietica, che impone di tenere Kiev nell’impero o almeno di impedirne l’aggancio all’Occidente. La guerra scoppia nel 2014, con la cacciata del presidente filorusso Janukovi? sull’onda del movimento di Euromaidan e dell’esibito supporto anglo-americano alla piazza contro la mediazione franco-polacco-tedesca (valga il “Fuck the EU!” di Victoria Nuland, avanguardia neocon a Kiev). Seguono ratto russo della Crimea e scoppio della guerra nel Donbas fra filorussi appoggiati da Mosca e resistenza ucraina alimentata da britannici e americani. Fino all’invasione del 24 febbraio 2022. La guerra fra i due massimi Stati postsovietici diventa teatro principale dello scontro indiretto fra Russia e America. Salto di scala dall’Europa orientale al teatro mondiale.

La seconda guerra, fra Mosca e Washington, è derivata strategica dello scontro russo-ucraino. Condizionata dall’impossibilità che una parte distrugga l’altra senza rischiare di distruggere il pianeta. Nel novembre 2021 il capo della Cia Burns si preoccupa di concordare al telefono con Putin i limiti della guerra che il Cremlino si appresta a scatenare contro Kiev e della reazione americana: entrambe sotto la soglia nucleare. Quanto al coinvolgimento atlantico, avverrà per interposti ucraini.

Quando la Russia invade l’Ucraina, l’America con i suoi alleati si trova così vincolata a due scopi strategici contraddittori. Primo: Mosca si deve ritirare dai territori occupati. Secondo: noi non facciamo né faremo la guerra ai russi. A meno di non contare sulla conversione alla pace di Putin sulla via di Kiev, il doppio obiettivo era e resta impossibile. Pur di non ammetterlo e quindi concedere a Mosca di tenersi la parte di Ucraina che riesce a conquistare oppure scatenare la guerra mondiale nucleare, ad americani e soci occidentali resta il classico conflitto per procura. Armiamo e finanziamo Kiev, che in cambio si impegna a una guerra solamente difensiva per evitare il rischio dell’olocausto atomico. Scontro di attrito, in cui di norma prevale chi ha più risorse da consumare: nel caso, la Russia. Disposto a tutto pur di guadagnarsi l’agognato accesso alla Nato, Zelensky accetta la sfida.

Ipotesi scenario caduta di Odessa

Direzione del probabile attacco russo

di Laura Canali

Gli ucraini combattono una guerra che non possono vincere a meno che la Russia non collassi dall’interno. Ma l’amministrazione Biden non vuole distruggere la seconda (forse prima) potenza nucleare del pianeta. Non solo perché ne teme la rappresaglia atomica. Negli apparati di Washington non si è persa la memoria del postulato segreto di Eisenhower, che nel 1953 considerava nefando l’annientamento dell’Urss perché avrebbe costretto gli Stati Uniti a occuparla, involvendo così da liberaldemocrazia a Stato caserma. Sicché Biden punta a indebolire la Federazione Russa non per eliminarla ma per colpire il nemico strategico cui la Russia si è malvolentieri associata proprio in seguito alla perdita di Kiev, la Cina. Il segretario Usa alla Difesa, Austin, è esplicito fin dai primi giorni dell’aggressione russa: l’obiettivo è che Putin ne esca talmente provato da rinunciare a qualsiasi speranza di invadere nuovamente un paese vicino. L’Ucraina funge da carta assorbente dell’imperialismo moscovita per la maggior sicurezza degli atlantici.

Paradossi incrociati: gli ucraini usano gli americani e viceversa per scopi strategici incompatibili; gli americani dissanguano gli ucraini prima e più di quanto infragiliscano i russi; senza sparare un colpo, i cinesi ne profittano per ergersi a promotori di pace mentre penetrano la sfera d’influenza della Russia in Asia centrale e premono sulla Siberia, mirando a controllare la rotta artica fra Estremo Oriente, Nord Europa e America, estrema risorsa di Mosca per restare potenza mondiale.

Eccoci alla terza dimensione del conflitto ucraino: la Guerra Grande, intesa parossistica competizione fra America, Russia e Cina sui più diversi scacchieri e con le più varie modalità, con attuale prevalenza della guerra economica.

Noi euroatlantici restiamo comprimari. Cerchiamo di orientarci in questa giungla, mentre la guerra batte alle porte di casa. Ci muoviamo in ordine rigorosamente sparso: le “avanguardie antirusse”, come Biden definisce i paesi dell’Est a ridosso del nemico – dagli scandinavi ai baltici, dai polacchi ai romeni – riarmano alla grande e virano verso economie di guerra, in stretto coordinamento con i britannici, vicari degli americani per il Nord Europa; francesi, tedeschi, spagnoli e italiani con gradi variabili di (dis)impegno e scarsa coerenza fra retorica e fatti; ungheresi e slovacchi ripiegano sulla neutralità di fatto, mentre i “neutrali” svizzeri si scoprono atlantici e gli “atlantici” turchi giocano in proprio, offrendosi (dis)onesti sensali a Mosca e a Kiev mentre perseguono i propri sogni neoimperiali.

Parola d’ordine di britannici e altri atlantici di punta: sosteniamo gli ucraini con tutte le risorse militari, economiche e politiche disponibili per tutto il tempo necessario. Salvo scoprire, dopo oltre due anni di guerra, che le nostre risorse e il nostro tempo sono quantità limitate. E che l’Ucraina non dispone dei mezzi sufficienti per riprendere e poi controllare le sue province conquistate dalla Russia. Il doppio obiettivo si svela doppio boomerang.

Di qui lo slittamento dal salvare l’integrità territoriale dell’Ucraina al salvare la faccia sulla pelle degli ucraini. Rischiando di perdere l’una e l’altra.

Ecco il rilievo del 24 febbraio, data simbolo nel calendario della storia. Ben più importante dell’11 settembre. Questo segnava l’attacco jihadista al territorio americano, presunto santuario inviolabile. Gli Stati Uniti si facevano trascinare nella “guerra al terrore”, ovvero alla galassia islamista. Duello per definizione invincibile, dato che intendeva liquidare non un nemico ma una modalità bellica. Poco si capisce della riluttanza americana a spedire proprie truppe a protezione dell’Ucraina senza considerare il trauma in quella sconfitta autoinflitta, culminata nell’ingloriosa fuga da Kabul. Il resto del mondo l’ha registrata e classificata sintomo rivelatore del ripido declino americano. Con il Numero Uno in affanno scatta il festival dei revisionismi.

Nella Guerra Grande l’Occidente si scopre minoritario rispetto al “Sud Globale”, l’ex Terzo Mondo della guerra fredda. Certo non un blocco, ma una galassia eterogenea da cui russi e cinesi, in sorda competizione, pescano risorse da impiegare per indebolire l’America e dividere gli occidentali. Mentre antiche e nuove potenze fino a ieri secondarie profittano per coltivare ambizioni forse sproporzionate alla rispettiva taglia: è il caso in Europa della Polonia, che nella guerra di Ucraina si guadagna il rango di riferimento continentale degli Stati Uniti e riscopre ambizioni imperiali, tra Baltico e Nero; in Asia dell’India e del Giappone; all’incrocio di Europa, Asia e Africa si fa largo la Turchia in vena neottomana e panislamista. Siamo in piena transizione egemonica. L’America non è più in grado di mettere ordine nel mondo. Ma non si vede chi possa prenderne il posto. Garanzia di caos prolungato.

Monito per noi italiani ed altri europei, attori sempre meno indiretti sul fronte ucraino e sempre meno influenti sulle altre due scale belliche. Costretti a convivere con le nostre differenze verniciandole di mediatico afflato unitario mentre ci muoviamo ciascuno per sé, al massimo per sottogruppi provvisori. Così subiamo gli effetti combinati delle tre guerre, che ci svelano comprimari destinati a soffrire le conseguenze di questa colossale partita senza davvero incidervi. Con ammirevole tendenza a rimuoverla, perché nel nostro piccolo universo ci era stato insegnato come la guerra fosse orrore del passato. Europa Felix, maestra di pace nel mondo invaso e dominato durante i secoli “nostri”. Lo iato tra ciò che credevamo di essere e ciò che siamo rende più doloroso l’impatto con la realtà, manda fuori giri la nostra retorica, produce qualche isteria. Proprio quando la sobria rilevazione dei fatti assurge a necessità esistenziale. Per non finire nella guerra totale. A che punto siamo?

L’Ucraina fra URSS e indipendenza

Primi Stati ucraini dopo la prima guerra mondiale

di Laura Canali

Se crolla l’Ucraina

“Sappiamo che non finiremo la guerra con una nostra parata della vittoria a Mosca. Ma Mosca non deve mai sperare in una sua parata della vittoria a Kiev”. Così lo scorso settembre Kyrylo Budanov, giovane ed estroverso generale a capo del servizio di intelligence militare ucraino, prefigurava l’esito non trionfale della guerra russo-ucraina. Lo stesso ufficiale che il 4 gennaio aveva festeggiato il trentasettesimo compleanno tagliando una torta che raffigurava la Federazione Russa spezzata in diverse porzioni. Tra cui la Siberia, affidata alla Cina. Paradosso dei paradossi: per il capo dei servizi di Kiev la frammentazione della Russia avrebbe dovuto assegnarne la parte più grande e più ricca in risorse minerarie alla Cina, avversario strategico dell’America, paese da cui il suo dipende.

Al di sotto del chiasso propagandistico, si delinea in teoria un asimmetrico “pareggio” da ciascuno spacciabile per (quasi) vittoria: la Russia perde l’Ucraina e l’Ucraina perde il Donbas insieme alla Crimea, ma continua a rivendicarle proprie, con la benedizione dell’Occidente tutto e di quasi tutti gli altri Stati, Cina inclusa. Si stabilisce una frontiera di fatto lungo l’attuale linea del fronte, via interposizione di contingenti internazionali a garanzia di una tregua illimitata. L’Unione Europea promette di accelerare l’integrazione dell’Ucraina. La Nato non accoglie Kiev ma lascia aperta la porta a questa prospettiva.

Non è la pace, solo il cessate-il-fuoco necessario a porne le premesse, sapendo che non sarà per domani né dopodomani. Sviluppando il doppio slogan di Budanov, Mosca e Kiev organizzeranno le rispettive sfilate celebrative – però ciascuna a casa propria. Mascherando da successo l’esito di uno scontro inconcluso. Guerra congelata in stile coreano, come suggeriscono da tempo alcuni apparati ed esperti americani.

Ipotesi realistica, ma non immediata né priva di alternative. Anche perché contraddetta dalla propaganda, pervasiva, urlata e soprattutto indifferente ai dati sul terreno. Strumento bellico irrinunciabile, tanto più nell’èra dei social media. Come ricordava il barone di Ponsonby nel classico Falsehood in Wartime (1928): “La falsità è un’arma di guerra riconosciuta ed estremamente utile. Ogni paese la usa deliberatamente per ingannare il proprio popolo, attrarre i neutrali e confondere il nemico”. L’importante è non confondere sé stessi. E valutare i fatti, se riusciamo a discernerli, per quel che sono e non per come vorremmo fossero. Anche perché tra i pochi insegnamenti della storia spicca la ricorrente vendetta dei fatti su chi li travisa o traveste. Specialmente nelle società relativamente aperte come le occidentali, dove capita che le verità vengano comunque a galla per chi vuole intenderle, mentre i regimi autocratici, non solo orientali, le coprono fino all’assurdo, al punto di suicidarsi pur di non ammettere la menzogna.

Che cosa ci dicono oggi i fatti nella mischia russo-ucraina, sul piano strettamente militare? In sintesi e per importanza.

Primo: l’Ucraina è uno Stato tecnicamente fallito, perché totalmente dipendente dall’aiuto occidentale, in specie americano. A meno di un miracolo, non pare in grado di riconquistare i territori perduti causa aggressione russa. Se poi perdesse anche Odessa, sarebbe ridotto a satellite di Mosca senza sbocco al mare, tagliato fuori dal resto del mondo. Inoltre, preso il porto sul Mar Nero i russi potrebbero risalire fino alla Transnistria, exclave strappata alla Moldova, per riconnetterla direttamente alla Federazione.

Secondo: la Russia non ha sfondato in profondità il fronte nemico. Dopo la fallita marcia su Kiev si è attestata su una linea ultraforticata che protegge quel 20% circa di territorio ucraino in suo controllo, non molto più di quello su cui aveva già indirettamente messo le mani prima del fatidico 24 febbraio. Anche dopo il fallimento della cosiddetta “controffensiva ucraina” – più propaganda che sostanza – Putin sembra preferire non prendere troppi rischi. Almeno fin quando dall’altra parte della barricata vi saranno uomini e risorse sufficienti a infliggere gravi perdite alle sue truppe. La rivolta di alcuni reparti russi che spinse Prigožin all’avventurosa marcia su Mosca gli è valsa da lezione. Ma un cedimento del fronte interno ucraino potrebbe rovesciare questa logica.

Terzo: per conseguenza dei primi due fattori, Zelensky ha ordinato di fortificare il fronte a poca distanza dalle avanguardie nemiche. Denti di drago, barriere, filo spinato. Esattamente come i trinceramenti russi. Le fotografie satellitari indicano questo parallelismo fra opposte linee difensive. Messaggio in codice: non vengo a cercarti oltre il mio pomerio e tu non provare a penetrare il mio. “Coree” pure.

A questo trittico conviene sommare un elemento trascurato ma dirimente: il fattore umano. Il fronte divide l’Ucraina fra la zona occupata dalle truppe di Mosca, a grande maggioranza abitata da russi o filorussi per vocazione od opportunismo, e il grosso del paese, ucraino o reso tale per reazione all’aggressione russa. Con punte ultranazionaliste nel Nord-Ovest, centrate su Leopoli e sulla Galizia, che i “falchi” russi volentieri assegnerebbero alla Polonia, così come lascerebbero esigui spazi ucraini a romeni e ungheresi. In omaggio al postulato di Putin per cui l’Ucraina non esiste dunque va smaltita fra i suoi vicini. Il recente rientro di parte degli sfollati ucraini nelle zone occupate da Mosca, Mariupol compresa, segnala che vi è chi preferisce vivere sotto i russi ma in casa propria piuttosto che altrove.

Quanto fragile sia il fronte interno ucraino lo conferma il continuo rinvio della molto annunciata legge che promette mezzo milione di coscritti per evitare il crollo del fronte. Sono decine di migliaia i giovani e meno giovani che sfuggono all’obbligo militare perché non vedono più il senso della guerra, certo non incoraggiati dai pronostici di autorevoli esponenti americani. Come il leader dei democratici al Congresso, Schumer, per cui “l’Ucraina potrà resistere ancora un paio di mesi”. Quanto a Macron, che ventila l’invio di soldati sul terreno sapendo che avrebbero munizioni per meno di una settimana, il suo bluff non illude nessuno. Ma spaventa molti in Occidente (meno in Russia). Se la comunicazione prevale sulla realtà, se ragioniamo sulle speranze invece che sui fatti, tutto diventa possibile. Anche perderci dentro una guerra che non vogliamo né possiamo combattere al fronte, mentre proclamiamo di doverla vincere.

Russia e rivoluzione

di Laura Canali

Fonte: Storia Contemporanea – Le Monier Università 2021, The Times Books London – Complete History of the World 2004 e autori di Limes

La mappa storica inquadra il contesto in cui si esprime per la prima volta il tentativo ucraino di emanciparsi dall’impero russo, ovvero quello della prima guerra mondiale (1914-18) e della conseguente guerra civile fra “rossi” bolscevichi e “bianchi” sostenuti da potenze straniere (1918-21). Al centro spiccano due simboli. Quello rotondo, presso Pietrogrado, capitale della Russia zarista, evidenzia il carattere di quel regime, mentre l’altro, con frecce che si dipanano a stella da Mosca, segnala la metropoli che sarà la capitale dell’Unione Sovietica, scelta perché più facile da proteggere.

Già verso l’estate del 1915 l’impero russo aveva perso molti territori, sicché lo zar Nicola II decise di assumere il comando delle Forze armate spostandosi nel quartier generale di Mogilëv, in Bielorussia. Mossa politicamente fatale perché lasciò allo sbando i vertici del governo rimasto a Pietrogrado. L’inadeguatezza dello zar nella gestione della guerra segnò la sua sorte e quella della dinastia Romanov. Il vuoto di potere aprì le porte alla rivoluzione bolscevica. Nella mappa si mette in rilievo le ribellioni in Ucraina. Il gruppo di insorti contadini guidato da Nestor Makhno oppose seria resistenza sia agli austro-tedeschi che ai russi bianchi e ai bolscevichi. Un primo embrione di Stato ucraino ebbe breve vita tra 1917 e 1918, sotto protezione tedesca. L’Armata Bianca, posizionata al Sud e all’Est era composta da controrivoluzionari e zaristi.

Vincere la pace

I manuali insegnano che le guerre si combattono per vincere la pace. Logica fuori moda, visto che i conflitti risultano spesso fini a sé stessi. Precetto però cogente per chi nel conflitto è coinvolto e vorrebbe uscirne vivo, in modo da considerare il prezzo pagato nello scontro quale investimento per un futuro migliore. In questo senso, chi nelle tre scale del conflitto sembra oggi in condizione di uscire vincente dalla cessazione delle ostilità? Visto il grado di logoramento imposto a tutte le potenze coinvolte, precisiamo: chi sta perdendo di meno?

Nella guerra russo-ucraina il provvisorio verdetto è chiaro: prevalgono i russi perché il fronte interno ucraino appare prossimo al collasso. La Russia ha pagato e continuerà a pagare un prezzo alto per l’aggressione del 24 febbraio, ma la sua esistenza non pare minacciata, almeno nel futuro visibile. L’Ucraina invece ha perso non solo territori importanti, che comunque aveva dimostrato di non poter gestire con profitto causa ostilità di buona parte della popolazione, ma soprattutto sostanza demografica. Al momento dell’indipendenza, 33 anni fa, si contavano 51 milioni di ucraini. Oggi le stime si aggirano attorno alla trentina, o meno. Effetto della fuga all’estero e del trasferimento sotto la Russia delle popolazioni di Crimea, Sebastopoli e province del Sud-Est. Sommando questi deflussi al crollo della natalità, se ne trae che nel 2033 abiteranno l’Ucraina al massimo 35 milioni di anime, al minimo 26 (stime dell’Istituto ucraino di demografia e ricerca sociale).

Quanto ai danni materiali sono tali da stimare la ricostruzione in almeno cinquecento miliardi di euro. E’ chiaro che senza il sostegno occidentale il futuro dell’Ucraina sarà amaro. Soprattutto, ogni giorno di guerra in più lo rende meno attraente. Considerando anche come il tempo giochi contro la disponibilità di americani ed europei a impegnare risorse per l’Ucraina.

Sulla scala russo-americana, il verdetto non è scritto ma oggi pende a favore di Mosca. Con qualche bemolle. L’obiettivo strategico di Washington era portare l’Ucraina a bandiere spiegate nella Nato. Prospettiva impossibile con i russi che ne controllano un quinto del territorio e tengono sotto schiaffo il resto. Nel frattempo però la Nato si è allargata a Svezia e Finlandia, sicché il Mar Baltico è ormai Lago Atlantico. E l’Alleanza, seppure divisa, sta spostando uomini, basi e armi a ridosso della frontiera russa. A far pendere la bilancia contro Washington sta un fattore immateriale ma rilevante: ancora una volta gli americani promettono molto più di quanto possano mantenere ai loro associati in pericolo. Salvo poi defilarsi. Dal Vietnam all’Afghanistan, questa è la regola. Le guerre per procura finiscono in sconfitte perché minano la credibilità del Numero Uno. Se poi l’avversario è un rivale storico come la Russia, l’effetto negativo è moltiplicato.

Nel contesto della Guerra Grande, quanto accade sul fronte ucraino gioca a favore della Cina. Se Washington usa Kiev contro Mosca, Pechino usa Mosca contro Washington. E a differenza dell’arcirivale a stelle e strisce lo fa con profitto. Contribuisce infatti a tenere in piedi la Russia senza impegnarsi al fronte, mentre ne infiltra la sfera d’influenza. Guerra per procura soft, molto più redditizia e meno rischiosa della versione hard praticata dagli americani tramite i combattenti ucraini. Russi e cinesi contribuiscono inoltre a suscitare gli umori anti-occidentali del cosiddetto “Sud Globale”, salvo disputarsene diverse aree strategiche, specie in Africa e in Asia.

Chi figura senza ombra di dubbio nella colonna dei perdenti siamo noi europei.

Come può vincere la pace chi pensava di averla acquisita per diritto naturale e si trova invece coinvolto fino al collo nella guerra combattuta nel proprio continente, con la partecipazione delle massime potenze mondiali? Scopriamo di dover dubitare della disponibilità americana a difenderci senza disporre di una deterrenza minimamente paragonabile a quella perduta in seguito al relativo disimpegno della superpotenza protettrice, orientata verso l’Indo-Pacifico. Intanto paghiamo la bolletta delle sanzioni anti-Putin, che ci colpiscono più radicalmente di quanto infieriscano sulla Russia. Con la Germania caso limite: senza gas russo e mentre perde quote del mercato cinese, quel motore economico in esaurimento si volge contro i suoi costruttori. E per conseguenza contro i partner europei, Italia in testa.

Noi italiani abbiamo un problema in più rispetto agli altri. Continuiamo a mettere la testa nella sabbia. Facciamo finta di non vedere che la triplice dimensione della guerra in Ucraina, sommata al surriscaldamento del fronte mediorientale e al rivoluzionamento delle gerarchie internazionali ci costringe alla radicale revisione del nostro modo di (non) stare al mondo. Riusciremo in extremis a raddrizzare la barca? Non sarebbe dolce naufragar in questo mare.

Messa di Pasqua, Papa Francesco: «Scambio dei prigionieri in Ucraina, tutti per tutti, e tregua a Gaza. Bisogna difendere il dono della vita»

di Gian Guido Vecchi- Corriere della Sera – 31 Marzo 2024

Il messaggio di Pasqua di Papa Francesco durante la benedizione urbi et orbi. «Non lasciamo che venti di guerra sempre più forti spirino sull’Europa e sul Mediterraneo»

CITTÀ DEL VATICANO — «Mentre invito al rispetto dei principi del diritto internazionale, auspico uno scambio generale di tutti i prigionieri tra Russia e Ucraina: tutti per tutti! Inoltre, faccio nuovamente appello a che sia garantita la possibilità di accesso agli aiuti umanitari a Gaza, esortando nuovamente a un pronto rilascio degli ostaggi rapiti il 7 ottobre scorso e a un immediato cessate il fuoco nella Striscia». Francesco si affaccia alla Loggia centrale della Basilica di San Pietro per il tradizionale messaggio planetario nel giorno di Pasqua prima della benedizione Urbi et Orbi. Come la sera della Veglia, si schiarisce la voce talvolta un po’ affannata e fioca, ma legge il testo fino alla fine, aggiunge considerazioni e braccio, una riflessione scandita dagli applausi dei fedeli. «Il mio pensiero va soprattutto alle vittime dei tanti conflitti che sono in corso nel mondo, a cominciare da quelli in Israele e Palestina, e in Ucraina», dice.

Il Papa ha celebrato la messa in piazza San Pietro, alla fine ha compiuto diversi giri sull’auto scoperta per salutare le oltre sessantamila persone che riempivano il Colonnato del Bernini e le strade intorno. Ed ora, nel suo messaggio, è inevitabile che il Papa cominci dal luogo dell’evento più importate per i cristiani: «Oggi volgiamo anzitutto lo sguardo verso la Città Santa di Gerusalemme, testimone del mistero della passione, morte e risurrezione di Gesù e a tutte le comunità cristiane della Terra Santa».

E da lì la preoccupazione di Francesco si rivolge alle sorti del Vecchio Continente e quindi del pianeta: «Non permettiamo che le ostilità in atto continuino ad avere gravi ripercussioni sulla popolazione civile, ormai stremata, e soprattutto sui bambini. Quanta sofferenza vediamo nei loro occhi. Hanno dimenticato di sorridere, i bambini, in quella terra di guerra. Con il loro sguardo ci chiedono: perché? Perché tanta morte? Perché tanta distruzione? La guerra è sempre un’assurdità e una sconfitta! Non lasciamo che venti di guerra sempre più forti spirino sull’Europa e sul Mediterraneo. Non si ceda alla logica delle armi e del riarmo. La pace non si costruisce mai con le armi, ma tendendo le mani e aprendo i cuori».

Nel giorno di Pasqua, come la sera della Veglia a San Pietro, Francesco parla di speranza, nonostante «le guerre che dilagano nel mondo» e i «crimini» del «terrorismo», nonostante le violenze e le miserie, nonostante tutto. Perché oggi «la Chiesa rivive lo stupore delle donne che andarono al sepolcro all’alba del primo giorno della settimana», il giorno della Risurrezione: «La tomba di Gesù era stata chiusa con una grossa pietra; e così anche oggi massi pesanti, troppo pesanti chiudono le speranze dell’umanità: il masso della guerra, il masso delle crisi umanitarie, il masso delle violazioni dei diritti umani, il masso della tratta di persone umane, e altri ancora. Anche noi, come le donne discepole di Gesù, ci chiediamo l’un l’altro: “Chi ci farà rotolare via queste pietre?”». Eppure «la pietra, quella pietra così grande, è stata già fatta rotolare, lo stupore delle donne è il nostro stupore: la tomba di Gesù è aperta ed è vuota!», esclama: «Da qui comincia tutto. Attraverso quel sepolcro vuoto passa la via nuova, quella che nessuno di noi ma solo Dio ha potuto aprire: la via della vita in mezzo alla morte, la via della pace in mezzo alla guerra, la via della riconciliazione in mezzo all’odio, la via della fraternità in mezzo all’inimicizia».

Come ogni anno, l’elenco dei dolori è lungo, a cominciare dai conflitti dimenticati. «Non dimentichiamoci della Siria, che da quattordici anni patisce le conseguenze di una guerra lunga e devastante. Tantissimi morti, persone scomparse, tanta povertà e distruzione aspettano risposte da parte di tutti, anche dalla comunità internazionale». E ancora «il mio sguardo va oggi in modo speciale al Libano, da tempo interessato da un blocco istituzionale e da una profonda crisi economica e sociale, aggravate ora dalle ostilità alla frontiera con Israele», considera: «Il Risorto conforti l’amato popolo libanese e sostenga tutto il Paese nella sua vocazione ad essere una terra di incontro, convivenza e pluralismo».

Francesco cita i Balcani Occidentali, «dove si stanno compiendo passi significativi verso l’integrazione nel progetto europeo», e raccomanda: «Le differenze etniche, culturali e confessionali non siano causa di divisione, ma diventino fonte di ricchezza per tutta l’Europa e per il mondo intero». Allo stesso modo, aggiunge, «incoraggio i colloqui tra l’Armenia e l’Azerbaigian, perché, con il sostegno della comunità internazionale, possano proseguire il dialogo, soccorrere gli sfollati, rispettare i luoghi di culto delle diverse confessioni religiose e arrivare al più presto ad un accordo di pace definitivo».

Francesco prega per tutte le persone che nel mondo «patiscono violenze, conflitti, insicurezza alimentare, come pure gli effetti dei cambiamenti climatici» E perché «il Signore doni conforto alle vittime di ogni forma di terrorismo: preghiamo per quanti hanno perso la vita e imploriamo il pentimento e la conversione degli autori di tali crimini». Ricorda il popolo di Haiti e chiede «cessino quanto prima le violenze che lacerano e insanguinano il Paese ed esso possa progredire nel cammino della democrazia e della fraternità». E poi cita i Rohingya, «afflitti da una grave crisi umanitaria», il popolo perseguitato che incontrò nel 2017, e invoca «la riconciliazione in Myanmar, lacerato da anni di conflitti interni, affinché si abbandoni definitivamente ogni logica di violenza». E poi c’è l’Africa, la preghiera perché sia aprano vie di pace «specialmente per le popolazioni provate in Sudan e nell’intera regione del Sahel, nel Corno d’Africa, nella Regione del Kivu nella Repubblica Democratica del Congo e nella Provincia di Capo Delgado in Mozambico» e cessi «la prolungata situazione di siccità che interessa vaste aree e provoca carestia e fame».

Infine, «il Risorto faccia risplendere la sua luce sui migranti e su coloro che stanno attraversando un periodo di difficoltà economica, offrendo loro conforto e speranza nel momento del bisogno», sospira Francesco: «Cristo guidi tutte le persone di buona volontà ad unirsi nella solidarietà, per affrontare insieme le molte sfide che incombono sulle famiglie più povere nella loro ricerca di una vita migliore e della felicità». Nel giorno in cui «celebriamo la vita che ci è donata nella risurrezione del Figlio», il Papa esorta a difendere «il prezioso dono della vita, tanto spesso disprezzato», si chiede: «Quanti bambini non possono nemmeno vedere la luce? Quanti muoiono di fame o sono privi di cure essenziali o sono vittime di abusi e violenze? Quante vite sono fatte oggetto di mercimonio per il crescente commercio di essere umani?». Ed esorta «quanti hanno responsabilità politiche» perché «non risparmino sforzi nel combattere il flagello della tratta di esseri umani, lavorando instancabilmente per smantellarne le reti di sfruttamento e portare libertà a coloro che ne sono vittime». Le ultime parole sono una preghiera universale: «Possa la luce della risurrezione illuminare le nostre menti e convertire i nostri cuori, rendendoci consapevoli del valore di ogni vita umana, che deve essere accolta, protetta e amata».

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