Maria riprende la sua posa. Giuseppe, per non cedere più al sonno, si pone in ginocchio presso il fuoco e prega. Prega con le mani strette sul viso. Le leva ogni tanto per alimentare il fuoco e poi torna alla sua fervente preghiera. Meno il rumore delle legna che crepitano e quello del ciuchino, che di tanto in tanto batte uno zoccolo sul suolo, non si ode niente.
Un poco di luna si insinua da una crepa del soffitto e pare una lama di incorporeo argento che vada cercando Maria. Si allunga, man mano che la luna si fa più alta in cielo, e la raggiunge, finalmente. Eccola sul capo della orante. Glielo innimba di candore.
Maria leva il capo come per una chiamata celeste e si drizza in ginocchio di nuovo. Oh! come è bello qui! Ella alza il capo, che pare splendere nella luce bianca della luna, e un sorriso non umano la trasfigura. Che vede? Che ode? Che prova? Solo Lei potrebbe dire quanto vide, sentì e provò nell’ora fulgida della sua Maternità. Io vedo solo che intorno a Lei la luce cresce, cresce, cresce. Pare scenda dal Cielo, pare emani dalle povere cose che le stanno intorno, pare soprattutto che emani da Lei.
La sua veste, azzurra cupa, pare ora di un mite celeste di miosotis, e le mani e il viso sembrano farsene azzurrini come quelli di uno messo sotto il fuoco di un immenso zaffiro pallido. Questo colore, che mi ricorda, benché più tenue, quello che vedo nelle visioni del santo Paradiso e anche quello che vidi nella visione della venuta dei Magi, si diffonde sempre più sulle cose, le veste, le purifica, le fa splendide.
La luce si sprigiona sempre più dal corpo di Maria, assorbe quella della luna, pare che Ella attiri in sé quella che le può venire dal Cielo. Ormai è Lei la Depositaria della Luce. Quella che deve dare questa Luce al mondo. E questa beatifica, incontenibile, immisurabile, eterna, divina Luce che sta per esser data, si annuncia con un’alba, una diana, un coro di atomi di luce che crescono, crescono come una marea, che salgono, salgono come un incenso, che scendono come una fiumana, che si stendono come un velo…
La volta, piena di crepe, di ragnatele, di macerie sporgenti che stanno in bilico per un miracolo di statica, nera, fumosa, repellente, pare la volta di una sala regale. Ogni pietrone è un blocco di argento, ogni crepa un guizzo di opale, ogni ragnatela un preziosissimo baldacchino contesto di argento e diamanti. Un grosso ramarro, in letargo fra due macigni, pare un monile di smeraldo dimenticato là da una regina; e un grappolo di pipistrelli in letargo, una preziosa lumiera d’onice. Il fieno che pende dalla più alta mangiatoia non è più erba, sono fili e fili di argento puro che tremolano nell’aria con la grazia di una chioma disciolta.
La sottoposta mangiatoia è, nel suo legno scuro, un blocco d’argento brunito. Le pareti sono coperte di un broccato in cui il candore della seta scompare sotto il ricamo perlaceo del rilievo, e il suolo… che è ora il suolo? È un cristallo acceso da una luce bianca. Le sporgenze paiono rose di luce gettate per omaggio al suolo; e le buche, coppe preziose da cui debbano salire aromi e profumi.
E la luce cresce sempre più. È insostenibile all’occhio. In essa scompare, come assorbita da un velano d’incandescenza, la Vergine… e ne emerge la Madre.
Sì. Quando la luce torna ad essere sostenibile al mio vedere, io vedo Maria col Figlio neonato sulle braccia. Un piccolo Bambino, roseo e grassottello, che annaspa e zampetta con le manine grosse quanto un boccio di rosa e coi piedini che starebbero nell’incavo di un cuore di rosa; che vagisce con una vocina tremula, proprio di agnellino appena nato, aprendo la boccuccia che sembra una fragolina di bosco e mostrando la linguetta tremolante contro il roseo palato; che muove la testolina tanto bionda da parere quasi nuda di capelli, una tonda testolina che la Mamma sostiene nella curva di una sua mano, mentre guarda il suo Bambino e lo adora piangendo e ridendo insieme e si curva a baciarlo, non sulla testa innocente, ma su, centro del petto, là dove sotto è il cuoricino che batte, batte per noi… là dove un giorno sarà la Ferita. Gliela medica in anticipo, quella ferita, la sua Mamma, col suo bacio immacolato.
Il bue, svegliato dal chiarore, si alza con gran rumore di zoccoli e muggisce, e l’asinello volge il capo e raglia. È la luce che li scuote, ma io amo pensare che essi hanno voluto salutare il loro Creatore, per loro e per tutti gli animali.
Anche Giuseppe, che, quasi rapito, pregava così intensamente da esser isolato da quanto lo circondava, si scuote, e dalle dita strette al viso vede filtrare la luce strana. Leva le mani dal viso, alza il capo, si volge. Il bue ritto in piedi nasconde Maria. Ma Ella chiama: «Giuseppe, vieni».
Giuseppe accorre. E quando vede si arresta, fulminato di riverenza, e sta per cadere in ginocchio là dove è. Ma Maria insiste: «Vieni, Giuseppe» e punta la mano sinistra sul fieno e, tenendo con la destra stretto al cuore l’Infante, si alza e si dirige a Giuseppe, che cammina impacciato per il contrasto fra il desiderio di andare e il timore di essere irriverente.
Ai piedi della lettiera i due sposi si incontrano e si guardano con un pianto beato.
«Vieni, ché offriamo al Padre Gesù» dice Maria.
E, mentre Giuseppe si inginocchia, Ella, ritta in piedi fra due tronchi che sostengono la volta, alza la sua Creatura fra le braccia e dice: «Eccomi. Per Lui, o Dio, ti dico questa parola. Eccomi a fare la tua volontà. E con Lui io, Maria, e Giuseppe, io sposo. Ecco i tuoi servi, Signore. Sia fatta sempre da noi, in ogni ora e in ogni evento, la tua volontà, per tua gloria e per amor tuo».
Poi Maria si curva e dice: «Prendi, Giuseppe» e offre l’Infante.
«Io? A me? Oh, no! Non sono degno!». Giuseppe è sbigottito addirittura, annientato all’idea di dover toccare Iddio.
Ma Maria insiste sorridendo: «Tu ne sei ben degno. Nessuno più di te lo è, e per questo l’Altissimo ti ha scelto. Prendi, Giuseppe, e tienilo mentre io cerco i panni». (…)
(Maria Valtorta – Il Vangelo come mi è stato rivelato- Libro 1 – cap. 29)
di Francesco Battistini e Milena Gabanelli – Corriere della Sera – 18 Dicembre 2023
Dopo più di due mesi concentrati su Gaza, s’è tornati a parlare di Ucraina. Ma a che punto è la guerra? Quanto è costata in vite e soldi? Fino al 2022, oltre alla Crimea annessa nel 2014, in mano ai separatisti filorussi c’erano solo le province di Donetsk e di Lugansk, ovvero il Donbass: il 7,04% del Paese, circa 42 mila km quadrati.
Il 24 febbraio 2022 doveva essere un’invasione lampo: Putin voleva arrivare fino a Kiev e dopo un mese era già riuscito a conquistare il confine bielorusso, Sumy, Kharkiv, aveva preso Mariupol. L’obbiettivo iniziale di «denazificare» il governo di Kiev era però fallito quasi subito, gli ucraini avevano resistito e a fine 2022 erano riusciti a riprendersi l’area della capitale e di Kharkiv, Kherson e la sponda orientale del fiume Dnipro: in totale 60 mila km quadrati, una regione più grande della Sicilia e della Sardegna messe insieme.
Lo stallo
Il 2023 doveva essere l’anno della controffensiva di Zelensky. La grande rivincita. Invece poco è cambiato e dopo ventidue mesi la guerra s’è congelata. Siamo allo stallo. Oggi Mosca controlla più o meno lo stesso territorio di fine 2022: 100 mila km quadrati, il 17,48%, una porzione che corrisponde all’intera Estonia. Putin s’è tenuto Lugansk, parte del Donetsk, il sud di Kherson e la centrale nucleare di Zaporizhzhia, gran parte del Mar Nero: punta a trasformare il fiume Dnipro in un confine di fatto. Gli ucraini hanno ripreso a fatica Bakhmut e la sponda orientale del Dnipro, combattono per Avdiivka e vogliono fortificare una testa di ponte per arrivare al Mare d’Azov e sfondare in Crimea, riprendendo il controllo del Mar Nero e delle esportazioni di grano bloccate dai russi. La controffensiva però è stata un disastro militare. Negli ultimi sei mesi l’esercito ucraino è avanzato solo di 12 km e ha riconquistato 518 km quadrati, meno della provincia di Lodi.
Il conto delle vittime
Non ci sono cifre attendibili. Mosca minimizza i caduti che sarebbero da 35 a 43 mila, per il Pentagono sono 315 mila con l’80% delle perdite solo nel Donetsk. Kiev copre le cifre col segreto di Stato e fa passare il dato di 17.500 soldati morti, ma per il Pentagono sono almeno 120 mila. Secondo il New York Times, che incrocia diverse fonti incluse quelle Onu e d’intelligence Usa, la guerra sui due fronti, a fine agosto, aveva fatto già più di mezzo milione fra soldati morti, feriti, e vittime civili. Il doppio che nelle tre guerre balcaniche degli anni ’90. E tutto questo per avere una mappa di territori conquistati e difesi pressoché identica a quella di un anno fa.
Le forze russe in campo
Putin ha firmato due decreti di mobilitazione popolare parziale. Dispone di 2,2 milioni di arruolati, ne ha mobilitati 1,320 e ha comunque pronti altri 880 mila riservisti. Combattere in Ucraina conviene economicamente, e non solo ai mercenari di Wagner: un soldato russo guadagna in media 2.135 euro al mese, contro i 560 di un professore universitario. Se il soldato muore alla famiglia arriva l’equivalente di 55.000 dollari (32.500 in caso di ferimento grave).
Non si sa con esattezza quanti russi siano fuggiti all’estero per evitare l’arruolamento: il governo ne ammette 155 mila, ma lo scorso maggio per il governo inglese erano 1,3 milioni. Scappano soprattutto in Georgia, Armenia, Serbia e dove non serve il visto. Il Kazakistan, dopo una prima invasione di disertori, ha ridotto i permessi. La Ue ha ricevuto 17 mila richieste d’asilo politico, ma ne ha accettati solo duemila. Fino al 17 marzo, quando verrà rieletto presidente per la quinta volta, Putin eviterà nuovi reclutamenti ed eventuali proteste: dall’inizio della guerra 5.844 contestatori sono stati arrestati in 60 città. La legge permette allo Zar di farsi rieleggere fino al 2036, quando avrà compiuto 83 anni. Non ha oppositori: il più pericoloso, Aleksej Navalny, è stato imprigionato in Siberia dopo un tentativo di avvelenamento. Dal gennaio 2022 sono almeno 20 gli oligarchi e i manager di Stato morti misteriosamente, dopo essersi messi contro lo Zar: il più famoso è Evgeny Prigohzin, il capo di Wagner. L’ultimo è il presidente di Lukoil Vladimir Nekrasov.
Le forze di Kiev
Gli ucraini sono un terzo dei russi e dispongono di 700 mila soldati. All’inizio della guerra avevano 10 milioni d’arruolabili, anche se l’esercito era fatto solo di 250 mila uomini. Pure qui s’affronta la questione di chi scappa dalla guerra: fra gli 8 milioni di profughi in Europa, ci sono anche 650mila richiamabili. È aumentata la renitenza alla leva, con 200 mila «imboscati» e fenomeni di corruzione. Per questo Zelensky ha cambiato le regole di reclutamento e ha aperto ancora di più alle donne: oggi sono 43 mila (più 40% rispetto al 2021) e sono state ammesse ai ruoli di mitragliere, cecchino e comandante di tank.
Chi sta pagando il conto?
La Commissione europea sostiene che «le sanzioni stanno funzionando». Alla Banca centrale russa sono stati congelati 400 miliardi in riserve valutarie all’estero e, nella sola Ue, i patrimoni sequestrati agli oligarchi amici del Cremlino valgono 228 miliardi di dollari. L’isolamento economico è evidente quanto quello politico: la Russia è esclusa dal sistema Swift che regola i pagamenti bancari internazionali, quasi tutti gli investitori occidentali hanno chiuso le rappresentanze a Mosca, i Paesi europei hanno ridotto drasticamente le importazioni russe di gas e carbone. Embargo sull’export di beni e servizi strategici e all’import di petrolio. E la produzione petrolifera è precipitata: da due milioni di barili al giorno, in ottobre s’è passati a 300 mila. In quasi due anni l’inflazione è rimasta al 6%, ma il rublo ha perso un quarto del suo valore sul dollaro e la Banca centrale di Mosca ha innalzato di due punti (al 15%) il tasso d’interesse.
L’economia di Mosca però sembra tenere: grandi Paesi come Cina, India, Turchia, Messico, Brasile e Sudafrica non hanno aderito al boicottaggio, sostenendo Putin attraverso le triangolazioni. Su Mosca, San Pietroburgo, Kazan e Sochi si può ancora volare da Serbia, Turchia, Bielorussia, Cina, Israele, Emirati arabi, India, Arabia Saudita, Uzbekistan, Dubai, oltre che da quattro Paesi africani: Egitto, Algeria, Marocco e Sudafrica. A perderci però sono anche le economie occidentali: con le sanzioni, dice il Financial Times, la guerra ha bruciato più di cento miliardi di 600 grandi e medie imprese europee che facevano affari a Mosca, senza contare i costi derivanti dall’aumento dell’energia e delle materie prime.
Pedoni davanti al municipio distrutto di Okhtyrka, città di 48 mila abitanti nella regione di Sumy
Spesa militare russa
Secondo l’Economist, la spesa militare annua è di 60 miliardi di dollari, mentre la spesa pubblica è aumentata del 40% e ai russi la guerra costa 67 miliardi di dollari l’anno di deficit pubblico – un 3% di Pil che se ne va per sostenere la produzione, reggere il welfare, mantenere le famiglie che mandano gli uomini al fronte –. Una stima della rivista militare Sofrep, però, parlava già nel 2022 d’un costo complessivo ben più alto: 900 milioni di dollari al giorno. E d’un aggravio per i russi, secondo l’ucraina Kyiv School of Economics, che varrebbe fra l’8 e il 10% del Pil.
Ucraina: quanto costa difendersi
Per Kiev la guerra costa 10 miliardi di dollari al mese. Bisogna però aggiungere tutto quello che è arrivato in aiuti. L’Ue ha finora versato agli ucraini 85 miliardi così ripartiti: 25 in attrezzature tecniche e militari, 60 in finanziamenti. Stando ai tedeschi del Kiel Institute for the World Economy, gli Usa hanno dato 47 miliardi in armamenti e la Gran Bretagna 18. Secondo i conti di Banca mondiale dall’Occidente sono arrivati in totale 17 miliardi mensili, fra armi e sostegno a un’economia che non produce più reddito e in quasi due anni ha bruciato 200 miliardi tra industrie collassate e grandi investitori stranieri che sono scappati. La spesa pubblica ucraina per pagare la pubblica amministrazione, per tenere aperti scuole e ospedali, per far funzionare i trasporti, solo nel 2022 è stata di 75 miliardi: i prestiti occidentali ne hanno coperti 32.
Il prezzo della ricostruzione
Una futura ricostruzione, dice l’Economist, è già stimata oltre i 500 miliardi: Borodyanka, Bakhmut, Ochtyrka, Kupyansk, Kyrylivka sono alcune delle città più distrutte. Oltre alla grande diga di Kakhovka, vanno rimessi in piedi 18 aeroporti, 344 ponti, 25mila km di strade, 426 stabilimenti industriali. Mentre i danni ambientali fin qui prodotti nel suolo, nell’acqua e in emissioni di CO2 sono incalcolabili.
Nuovi aiuti: chi frena e chi ricatta
Negli ultimi due mesi, da quando è riesplosa la crisi di Gaza, le forniture americane a Kiev sono calate del 30%. Il Senato americano sta bloccando una seconda tranche di 61 miliardi e Biden, se dovrà vedersela in campagna elettorale con l’isolazionista Donald Trump, faticherà sempre più a ottenere altri soldi. Zelensky ripete ogni giorno che senza munizioni, missili e F-16 sarà impossibile resistere a lungo. E anche lui, finora leader indiscusso, è criticato in patria per avere ritardato troppo la controffensiva. Gli aiuti europei, dice il Kiel Institute, da agosto sono calati del 90% rispetto al 2022.
Per sbloccare la nuova rata Ue di 50 miliardi invece bisogna fare i conti con i ricatti di Orban che, per ora, ha ceduto sull’adesione dell’Ucraina all’Unione in cambio dei 10 miliardi di Pnrr congelati un anno fa da Bruxelles per violazione dello Stato di diritto. «Di questo Paese – dice – non sappiamo nemmeno quanto sia grande e quanta gente ci viva». Proviamo a ricordarglielo: ha un’estensione di 600 mila km quadrati (quasi il doppio della Germania), 47 milioni di abitanti ed è uno Stato sovrano europeo. Questa mappa è stata deturpata dall’invasione russa.
Il 12 dicembre festeggiato il trentennale della Costituzione post-sovietica, approvata da Eltsin. Carta ricondotta da Putin al totalitarismo staliniano, pur senza imporne una nuova a suo nome. Anche nella grande revisione del 2020 (oltre 200 modifiche) resta la farsa della “Russia democratica”. Con il voto del 17 marzo il presidente intende inaugurare “l’anno zero della nuova era”.
Il 12 dicembre in Russia è stato festeggiato il trentennale della Costituzione post-sovietica, approvata da Boris Eltsin nel momento del grande entusiasmo per le riforme democratiche e liberali dei primi anni dopo la fine del regime comunista. In realtà, già in quell’anno le aperture al nuovo sistema economico e politico avevano cominciato ad andare in crisi con la rivolta dei parlamentari, che costrinse Eltsin a bombardare la Casa Bianca moscovita per difendere la “nuova democrazia”; ma la legge fondamentale divenne un simbolo di cambiamento non solo formale, per la costruzione di un futuro che la Russia non aveva mai veramente conosciuto.
Il primo contatto con il “potere del popolo” per i russi era avvenuto quando lo zar “occidentalista” Pietro il Grande: poco più che ventenne, nel 1698 egli volle girare l’Europa con la “grande ambasciata” per visitare i cantieri navali di Danimarca, Olanda e Gran Bretagna essendo attratto dalla costruzione delle navi. A Londra fu accolto calorosamente dal re Guglielmo III d’Orange, primo monarca al mondo a cedere parte dei poteri alla Camera dei Lord, alla cui sessione assistette il giovane zar, spiando da una finestrella. Alla fine, Pietro commentò eccitato che “è molto affascinante quando il popolo dice la verità al suo re, ma tanto poi è lui che decide”. Sulla via del ritorno a Mosca, Pietro volle anche incontrare il filosofo Gottfried Leibnitz, che gli spiegò che doveva costituire il Senato e le altre istituzioni di un vero Stato europeo.
Pietro il Grande portò con sé in patria molte novità, a partire fumo e vodka che gli meritarono la qualifica di “Anticristo” da parte della Chiesa ortodossa, oltre a tecniche navali e architettoniche che volle concentrare nella nuova capitale San Pietroburgo. La “Città di San Pietro”, in suo onore e soprattutto “nuova Roma”, edificata in pochi anni e inaugurata nel 1703, con canali e palazzi simili a Venezia e Copenaghen. Nella “capitale del nord” volle esaltare i simboli della nuova nobiltà russa europeizzata e soprattutto il magnifico palazzo del Senato, in cui sedevano gli oberprokurory, i ministri russi così chiamati secondo gli appunti di Leibnitz. Essi non contavano nulla, tranne il “ministro del Culto” che controllava la Chiesa al posto del patriarca soppresso, l’unico che conservò fino alla rivoluzione il titolo di oberprokuror, detto anche oko gosudarevo, “l’occhio del sovrano”.
L’illusione delle istituzioni democratiche è rimasta tale per i due secoli dell’impero pietroburghese, con un tentativo di istituire un Parlamento, la Duma (“pensamento”) di Stato solo agli inizi del Novecento, pochi anni prima della rivoluzione, senza comunque ottenere risultati credibili. Anche nei mesi che intercorsero tra le due rivoluzioni di febbraio e di ottobre del 1917, dopo l’abdicazione dello zar, i politici russi non riuscirono a mettersi d’accordo per riunire l’assemblea costituente, e iniziare una nuova era democratica. Lo fece Vladimir Lenin agli inizi del 1918, ma siccome l’assemblea vide la sua netta sconfitta nelle votazioni, decise di scioglierla e passare direttamente alla “dittatura del proletariato”, di fatto del partito e dei suoi capi, come aveva capito meglio di tutti il segretario Iosif Stalin.
La Costituzione pseudo-liberale di Eltsin è stata quindi ricondotta da Putin al totalitarismo staliniano, avendo peraltro l’accortezza di non imporne una nuova a suo nome come facevano i leader sovietici, ma di procedere con successive “modifiche e correzioni”. Anche nella grande revisione del 2020, con oltre 200 modifiche, si è voluto rimanere nella farsa della “Russia democratica”, anzi l’unico Paese veramente democratico del mondo, come lo stesso Putin ha ribadito in questi giorni nella conferenza stampa auto-celebrativa, prima dall’inizio della guerra in Ucraina. In verità il testo revisionato nello sfortunato anno del Covid, che aveva offuscato la glorificazione del nuovo zar, è la magna charta dell’ideologia putiniana, e viene chiamata la “Costituzione dell’azzeramento”, in quanto si associa alla ripartenza da zero dei mandati presidenziali ed è premessa del tentativo di consacrazione di Putin alle elezioni del 17 marzo.
Se non scoppierà una nuova epidemia oscura, che comunque i russi vedrebbero come complotto del demonio occidentale, e gli ucro-nazisti non riusciranno a riconquistare la Crimea e il Donbass, come ha assicurato Putin al pubblico adorante con un beffardo sorriso, allora il trentennale post-sovietico verrà finalmente archiviato, proclamando l’anno zero della nuova era. Agli alunni delle scuole russe viene quindi in questi giorni imposto di imparare a memoria gli articoli della Costituzione, il vangelo della superiorità e della vittoria della Russia su ogni nemico, da ripetere durante le “conversazioni sulle cose importanti”, le ore di religione del credo putiniano.
La legge di Mosè-Putin garantisce la libertà di parola, anche se per conoscere qualcosa di diverso dalla propaganda di Stato bisogna saper usare sofisticati sistemi Vpn. Anche la libertà di movimento è funzionale alla missione comune, quindi se una persona serve per fare la guerra, gli si ritira il passaporto per evitare che fugga. La libertà religiosa è garantita al massimo livello, cioè se si crede nella Ortodossia di Stato, e si disgrega scendendo sui gradini delle religioni “meno tradizionali” per disperdersi totalmente nelle inaccettabili “sette distruttive”, come i poveri Testimoni di Geova, di cui oltre 500 languono in galera come “estremisti”.
La carta propone quindi una “democrazia etica”, un nuovo modello di cui la Russia è portatrice per il bene dell’umanità, che assicura la superiorità dei “valori tradizionali” – Dio, Patria, Famiglia e Guerra Santa – contro tutte le degradazioni morali e le devianze sessuali che l’Occidente voleva inoculare anche nella carne dei russi. Il contagio era arrivato fino all’Ucraina, ma come ha ribadito il supremo garante della costituzione, presto la terra del Battesimo di Kiev verrà definitivamente de-nazificata e riconsacrata. Del resto una delle modifiche approvate nel 2020 stabilisce che il presidente della Russia debba essere residente stabilmente in Russia da almeno 25 anni, mentre quando fu eletto nel 2000 Putin era tornato dalla Ddr solo da una decina d’anni, ma quella Germania sovietica non era un Paese straniero, era una parte del Mondo Russo liberata dai vincitori sul nazismo, e oggi attende la nuova redenzione.
Un difetto già presente nella costituzione eltsiniana del 1993 era l’ambiguità nella definizione dei mandati presidenziali, che non si capiva se dovessero limitarsi a due in assoluto, o solo ai due consecutivi. Così alla fine del secondo mandato, nel 2008, Putin decise di provare la “monarchia dualista”, mettendo sul trono il delfino Dmitrij Medvedev e occupando la poltrona di premier, poi restituita al delfino stesso per i due mandati successivi dal 2012 al 2018, almeno finché il fido “Dimon” non ha ceduto all’ebbrezza del potere fino a sostituirlo con altri figuranti. La modifica “azzerante” del 2020 ha messo fine ai problemi della successione al trono, quelli che impedirono a Pietro il Grande di garantire lo sviluppo dell’impero settecentesco, che s’impantanò nei “regni degli amanti” delle zarine. Almeno fino all’arrivo di Caterina la Grande, tedesca profeticamente “de-nazificata” e russificata più dei russi stessi, che celebrò a fine ‘700 la vera grandezza della Russia invadendo la Crimea e inghiottendo Polonia, Bielorussia e Ucraina, spartite con Austria e Prussia.
Ora non serve più trovare eredi e discendenti: la legge fondamentale stabilisce la continuità del potere “senza separazione né confusione”, come recita il dogma di Calcedonia sull’unione delle due nature di Cristo, nel Concilio (Sobor in russo) in cui la Chiesa universale si attribuì la definizione della “Ortodossia”. Non ci sarà altro che Putin, qualunque sia l’incarnazione e rivelazione, confortata dall’esegesi autentica del patriarcato ortodosso, immune da ogni contagio esterno.
Già nel 1993 l’approvazione della Costituzione non avvenne con un “referendum”, ma fu chiamata “votazione di tutto il popolo”, vsenarodnoe golosovanie, anche se in realtà a votare andò circa il 30%. Ugualmente le prossime presidenziali di marzo non saranno vere elezioni, se non per dimostrare al mondo la superiorità “democratica” della Russia anche e soprattutto in tempi di guerra. L’Ucraina ha infatti deciso di rimandare il voto a tempi più pacifici, e dalle elezioni in Europa e in America si prevedono buone notizie per i russi, dando ad ogni popolo della terra il Putin che attende, o almeno quello che si merita.
Nel pervicace sforzo di censurare la memoria degli orrori sovietici, la Russia chiude la stanza-museo dove il grande dissidente scrisse i “Racconti della Kolyma”
Stefano Caprio – Tempi – 16 Dicembre 2023
Proprio nei giorni in cui il “presidente eterno” Vladimir Putin ha annunciato la sua permanenza ad libitum sul trono del Cremlino, che verrà solennemente celebrata il prossimo 17 marzo 2024 alle elezioni presidenziali, un nuovo spiacevole episodio sottolinea quanto la “nuova Russia”, che nasce dalle ceneri dell’Ucraina infiammata da due anni di guerra, non vuole conservare la memoria di se stessa, ma sublimarsi in un regno apocalittico avulso dal tempo e dalla storia.
La Russia cancella la memoria di Salamov
Le autorità della Kolyma, la regione dell’Estremo oriente russo intorno al fiume omonimo tra Jakutsk e Magadan, hanno deciso di chiudere la stanza-museo dove il famoso scrittore Varlam Šalamov scrisse i Racconti della Kolyma, la più intensa narrazione della vita dei lager siberiani ai tempi di Stalin insieme ai libri di Aleksandr Solženitsyn e Vasilij Grossman. Il luogo del memoriale era predisposto nel villaggio di Debin, aperto dal 2005, nel centenario dello scrittore. Šalamov era stato ricoverato nella clinica locale, ormai stremato per la fame e i pesantissimi lavori forzati del lager, posto in una delle zone più fredde di tutta la Russia, dove la temperatura può scendere anche a 60 gradi sottozero. Gli attivisti della memoria dei dissidenti avevano organizzato il mini-museo all’interno della clinica, che ora è stata chiusa d’ufficio dal ministero della Salute della regione di Magadan, anche se la decisione è chiaramente arrivata «da più in alto», come confidano i funzionari locali.
L’edificio era uno dei più imponenti di tutta la Kolyma, e la sua importanza memoriale lo rendeva un “luogo sacro” di una memoria che oggi diventa sempre più fastidiosa per un regime che assomiglia molto a quello staliniano. Šalamov sopravvisse quasi per miracolo dopo il ricovero, quando arrivò come dokhodjaga (“essere infimo”) e ormai quasi “arrivato al socialismo”, le espressioni dei lager per definire una persona ai limiti della morte. Invece si riprese, e nella camera dell’ospedale si mise a scrivere poesie e racconti, pur essendo ancora un detenuto, che si diffusero attraverso i canali del samizdat per tutto il paese, giungendo fino in Occidente. Queste furono proprio quel genere di memorie che permettevano alla Russia di sopravvivere anche al terrore della dittatura, e alla pretesa di costruire un mondo nuovo, una nuova religione (pur ateista), una nuova definizione dell’uomo.
L’«inammissibile» testimonianza di Salamov
Il rumore sulla stampa per le condizioni del memoriale è stato considerato un intralcio alla retorica sempre più roboante che accompagna l’inizio della campagna elettorale per la rielezione della “guida suprema”, e i funzionari locali si sono spaventati per le possibili conseguenze. Il grande tema della rielezione dello zar esprime infatti la devozione obbligatoria per i “valori tradizionali” della Russia, che in realtà non riguardano le persone, ma solo le contrapposizioni ideologiche con il “grande nemico”, l’Anticristo dell’Occidente, come predica incessantemente il cappellano di Putin, il patriarca ortodosso Kirill. Il “valore personale” testimoniato da Šalamov e da tutte le vittime dei lager non è ammissibile laddove si esalta l’unione superiore della sobornost, l’espressione che apre alla contemplazione universale del “mondo russo”, l’unità dei popoli sotto la guida della “Santa Russia”.
Lo stesso edificio dell’ospedale di Debin, del resto, era stato costruito negli anni Trenta come orgoglio staliniano della “Kolyma del futuro”, con corridoi in cemento e batterie di riscaldamento di grande potenza, mobili di lavoro artigianale, e vi lavoravano medici di tutte le specializzazioni, presi tra gli stessi detenuti dei lager, con ben due reparti chirurgici e due per la cura della tubercolosi, e anche un intero settore femminile. Šalamov vi era finito dopo il secondo arresto nel 1937, ricevendo un’altra condanna a 5 anni per “attività controrivoluzionaria trozkista”, un’eresia antistaliniana che credeva nella rivoluzione da realizzare in ogni paese, invece di venerare l’esaltazione della Russia superiore del dittatore georgiano. È passato quasi un secolo, e la mancanza di fede nella Russia continua a essere perseguitata e oppressa.
Putin continua a censurare gli orrori sovietici
La cancellazione della memoria è un processo che si svolge parallelamente alla elevazione progressiva del potere putiniano, dagli inizi degli anni Duemila. Gli archivi del Kgb, e di tutti gli altri luoghi dove si trovano le testimonianze delle persecuzioni sovietiche, che erano stati messi a disposizione negli anni eltsiniani, si sono chiusi già verso la fine degli anni Novanta, e l’insistenza del recupero di queste memorie è stata considerata sempre più “offensiva” per un regime che considera invece necessario mostrare la continuità della Russia sovietica con le sue ipostasi precedenti, risalendo fino al Battesimo della Rus’ di Kiev, la grande motivazione teologica dell’attuale guerra in Ucraina.
Il 28 febbraio 2022, l’associazione umanitaria russa “Memorial”, motore principale della restituzione della dignità degli oppressi, è stata infine liquidata dal tribunale di Mosca, proprio nell’anno in cui ad essa è stato assegnato il premio Nobel per la pace. I suoi attivisti e collaboratori proseguono tuttora l’opera in condizioni di quasi clandestinità e di esilio, senza rinunciare a difendere la memoria dei diritti calpestati, come risulta dalle tante interviste e pubblicazioni recenti. Con questa decisione si è consumato simbolicamente il trentennio “post-sovietico”, per passare in modo esplicito alle condizioni della nuova Russia “neo-sovietica”. La chiusura è stata motivata con la violazione delle norme sugli “agenti stranieri”, che negli ultimi anni esprimono la vera natura del regime isolazionista e anti-occidentale della Russia putiniana.
Secondo tali norme, le organizzazioni che ricevono finanziamenti dall’estero per attività sociali, culturali e informative vengono iscritte in una “lista nera” e sono tenute ad auto-denunciarsi in ogni pubblicazione o manifestazione con la dicitura “questo contenuto è considerato agente straniero”, e i suoi membri sono soggetti a una serie di limitazioni. Alla motivazione ufficiale, la procura generale che sosteneva l’accusa ha aggiunto quelle di “diffamazione della memoria dell’Unione Sovietica, descritta come un paese terrorista” (l’antica accusa di “propaganda antisovietica”), e inoltre della “diffusione di false informazioni” e perfino di “induzione alla depressione” della popolazione, per giungere infine alle accuse oggi più in voga in tempo di guerra, il “discredito delle forze armate della Russia”.
La caccia ai nuovi “traditori”
La depressione dei russi è in effetti il sentimento dominante rimasto come eredità del crollo repentino dell’Unione Sovietica, che ha fatto fuggire tutti i “fratelli” delle altre repubbliche, perdendo lo status di superpotenza mondiale e sprofondando nella crisi economica e sociale. Da allora è rimasto quasi come subcosciente collettivo il desiderio di rivalsa, soprattutto nei confronti degli odiati occidentali e dei “traditori” da loro stipendiati, oggi identificati proprio negli “agenti stranieri” di cui Memorial era il padre putativo. Riemerge qui anche l’antica allergia russa a ogni forma di dissenso, che risale ai tempi del “giogo tartaro” e dei principi che si vendevano ai khan per ottenere dei vantaggi. Ai tempi sovietici, molti disprezzavano i dissidenti non per la loro contrarietà al regime totalitario, ma per la tendenza a “cercare gloria” presso gli occidentali, invece di soffrire insieme al popolo in attesa della redenzione.
Lo stesso Vladimir Putin era asceso al potere nel 1999, alla fine dei convulsi anni di Eltsin che aveva scelto l’Occidente come modello da imitare, finendo per rendere la Russia un paese impaurito dall’aggressività del capitalismo mondiale e umiliato fino alla sensazione di essere ormai ridotto ai minimi livelli economici e politici della comunità internazionale. Le prime parole di Putin da premier furono riassunte nella famosa frase di minaccia rivolta ai terroristi ceceni: «Li faremo fuori andando a prenderli anche al cesso», col gergo di strada (o piuttosto “di galera”, di leniniana memoria) che lo ha contraddistinto nel successivo ventennio di potere.
L’ideologia di Putin
Ora appare chiaro che il nuovo “zar il Terribile” non ce l’aveva solo con i ceceni, ma con tutti i nemici interni ed esterni della Russia, anzi del “Mondo Russo” (Russkij Mir), l’espressione usata da Putin per indicare lo spazio ex-sovietico e la grande comunità dei russi sparsi a tutte le latitudini. Dopo tante vicende drammatiche, e la ricerca spasmodica delle vie di ricostruzione della grandezza della Russia, nel 2020 l’erede degli zar e dei segretari del Pcus ha sintetizzato tutte le conquiste politiche e ideologiche nella nuova Costituzione, approvata nella tempesta mondiale della pandemia di Covid-19, con cui rendeva praticamente eterna la sua presidenza e consacrava le colonne della vera “idea russa”, che dall’antica Rus’ medievale giunge oggi a riprendersi il posto che le compete al mondo senza rinnegare nulla del proprio passato, neanche il secolo rivoluzionario dei lager e delle “grandi guerre patriottiche”, ma cancellando completamente la memoria delle sofferenze umane.
Il sigillo su questo disegno sarebbe la riconquista di Kiev, la prima storica capitale, l’esito che molti vorrebbero che si raggiungesse con la guerra in corso, anche se il risultato ottenuto è stato soltanto lo stato di guerra permanente a tutte le latitudini, che distrugge ogni vero sentimento delle persone.
La disputa alla Sorbona dove trionfò la verità dell’Immacolata
Anno 1305: Duns Scoto si presenta alla Sorbona per la disputa tra lui e tutti i professori avversari dell’Immacolata Concezione. Il beato francescano confuta una a una le 200 obiezioni, presentando argomenti che saranno decisivi per la definizione del Dogma.
Pubblichiamo di seguito ampi stralci dell’articolo “A proposito del culto all’Immacolata Concezione”, scritto nel 1925 da san Massimiliano Maria Kolbe (cfr. Gli scritti di M. Kolbe, Città di Vita, Firenze, 1978, vol. III).
Si era a Parigi nell’anno 1305. Dal convento dei Frati Francescani esce un giovane religioso [il beato Giovanni Duns Scoto (1265 ca – 1308), ndr] e in grande raccoglimento si dirige verso la più celebre scuola di quel tempo, l’università della Sorbona. Pensa all’Immacolata e La invoca con sommesse giaculatorie affinché lo aiuti nel difendere il suo privilegio, a Lei tanto caro, di Immacolata Concezione. Proprio in quel giorno, infatti, per ordine del Papa e di fronte ai suoi legati, si deve svolgere una disputa generale tra i fautori di questo privilegio e i suoi avversari. E la disputa è stata provocata proprio da lui…
Da poco tempo egli si è insediato sulla cattedra universitaria, lasciata libera da Guglielmo Ware, ritiratosi a causa dell’età avanzata. Per ordine del Procuratore Generale ha abbandonato la cattedra universitaria di Oxford, dove aveva parlato pubblicamente e con vero entusiasmo della «Concepita senza peccato». E gli studenti erano accorsi da ogni parte, fino a raggiungere il numero di 30.000.
Ora è giunto a Parigi. Nemmeno qui perde l’occasione di difendere apertamente l’Immacolata Concezione. È solo dal 18 novembre del 1304 che egli si è insediato a Parigi, dopo aver lasciato Oxford; tuttavia a Papa Clemente V, ad Avignone, giungono già lagnanze nei suoi confronti, per il fatto che egli sostiene pubblicamente il privilegio dell’Immacolata Concezione, quasi che egli insegnasse una dottrina contraria alla fede, per una esagerata devozione verso la santissima Vergine. E proprio oggi egli deve giustificarsi davanti a tutti i professori e perfino alla presenza dei legati del Papa. Potrebbe fare diversamente? Lui, francescano, figlio spirituale del santo Patriarca d’Assisi? […]
Il Padre S. Francesco… Egli, in effetti, mandando i primi frati alla conquista delle anime, insegnava loro una preghiera alla Madonna: «Ti saluto, Signora… eletta dal santissimo Padre del cielo, che ti consacrò con il santissimo e dilettissimo Figlio e con lo Spirito Santo Paraclito. In Te vi è e vi fu tutta la pienezza di grazia e ogni bene». […] Sant’Antonio, poi, uno dei primi figli del Padre S. Francesco, non chiamava forse Maria nelle sue prediche con il dolce nome di «Vergine Immacolata»? […] Sì, egli [Scoto] ha il diritto, ha il dovere, come francescano, di lottare in difesa di un privilegio tanto sublime della Genitrice di Dio.
I professori di Parigi asseriscono che si tratta di una dottrina nuova. […] Una dottrina nuova? […] I Padri della Chiesa non proclamano, forse, abbastanza chiaramente la loro fede e quella dei loro secoli nell’Immacolata Concezione di Maria, quando affermano che Ella è purissima sotto ogni aspetto e totalmente senza macchia, sempre pura, che in Lei il peccato non ha mai dominato, che Ella è più che santa, più che innocente, santa sotto ogni aspetto, pura senza macchia, più santa dei santi, più pura degli spiriti celesti, la sola santa, la sola innocente, la sola senza macchia, la senza macchia oltre ogni misura, la sola beata oltre ogni misura? […]
La verità è che non tutti quei signori conoscono con esattezza gli scritti dei Padri della Chiesa, soprattutto di quelli orientali; leggano, quindi, anche quelle pergamene. Essi sostengono che l’affermazione secondo cui la SS. Vergine fu immune dalla macchia del peccato originale, è un oltraggio alla dignità di Cristo Signore, il quale ha redento tutti senza alcuna eccezione ed è morto per tutti. Ma non è proprio per questo, per i meriti della sua futura morte, che Egli non ha permesso neppure che Ella fosse macchiata da qualsiasi colpa? Non è proprio per questo che Egli L’ha redenta nel modo più perfetto? […]
Ho ascoltato tante e tante obiezioni di tipo diverso, ma nessuna può resistere alla critica. Sì, Dio aveva la possibilità di preservare la propria Madre anche dalla macchia del peccato originale. Senza dubbio l’ha voluto fare […].
PIO IX – INEFFABLIS DEUS – Costituzione apostolica
Definizione dogmatica dell’immacolato concepimento della B. V. Maria
Dio ineffabile, le cui vie sono la misericordia e la verità, la cui volontà è onnipotente, e la cui sapienza si estende con potenza da un’estremità all’altra [del mondo] e tutto governa con bontà (cfr Sap 8, 1), avendo previsto da tutta l’eternità la luttuosissima rovina dell’intero genere umano, che sarebbe derivata dal peccato di Adamo, decretò, con disegno nascosto dai secoli, di compiere l’opera prima della sua bontà con un mistero ancor più profondo, mediante l’incarnazione del Verbo. Perché l’uomo, spinto — contro il proposito della divina misericordia — al peccato dall’astuzia e dalla malizia del demonio, non doveva più perire; anzi la caduta della natura nel primo Adamo doveva essere riparata con migliore fortuna nel secondo. Dio quindi, fin da principio e prima dei secoli, scelse e preordinò al suo Figlio una madre, nella quale si sarebbe incarnato e dalla quale poi, nella felice pienezza dei tempi, sarebbe nato; e, a preferenza di ogni altra creatura, la fece segno a tanto amore da compiacersi in lei sola con una singolarissima benevolenza. Per questo mirabilmente la ricolmò, più di tutti gli angeli e di tutti i santi, dell’abbondanza di tutti i doni celesti, presi dal tesoro della sua divinità. Così ella, sempre assolutamente libera da ogni macchia di peccato, tutta bella e perfetta, possiede una tale pienezza di innocenza e di santità, di cui, dopo Dio, non se ne può concepire una maggiore, e di cui, all’infuori di Dio, nessuna mente può riuscire a comprendere la profondità. E certo era del tutto conveniente che una Madre così venerabile risplendesse sempre adorna dei fulgori della santità più perfetta, e, immune interamente dalla macchia del peccato originale, riportasse il più completo trionfo sull’antico serpente; poiché a essa Dio Padre aveva disposto di dare l’unigenito suo Figlio — generato dal suo seno, uguale a se stesso e amato come se stesso — in modo tale che egli fosse, per natura, Figlio unico e comune di Dio Padre e della Vergine; poiché lo stesso Figlio aveva stabilito di renderla sua madre in modo sostanziale; poiché lo Spirito Santo aveva voluto e fatto sì che da lei fosse concepito e nascesse colui, dal quale egli stesso procede.
Tradizione della Chiesa sull’immacolato concepimento di Maria
La Chiesa cattolica, che istruita dallo Spirito di Dio, è colonna e fondamento della verità, ha sempre ritenuto come divinamente rivelata e come contenuta nel deposito della celeste rivelazione questa dottrina circa l’innocenza originale dell’augusta Vergine, che è così perfettamente in armonia con la meravigliosa sua santità e con la sua eminente dignità di Madre di Dio; e come tale non cessò mai di spiegarla, insegnarla e favorirla ogni giorno più, in molti modi, e con atti solenni. Ma questa stessa dottrina, ammessa fin dai tempi antichi, profondamente radicata nell’animo dei fedeli e mirabilmente propagata nel mondo cattolico dalla cura e dallo zelo dei Vescovi, fu nel modo più chiaro professata dalla Chiesa, quando essa non esitò a proporre la concezione della Vergine al culto pubblico e alla venerazione dei fedeli (1). Con tale significativo atto essa, infatti, mostrava che la Concezione di Maria doveva essere venerata come singolare, meravigliosa, differentissima da quella di tutti gli altri uomini e pienamente santa; poiché la Chiesa celebra soltanto le feste dei santi. È perciò costume della Chiesa, sia negli uffici ecclesiastici, sia nella santa liturgia, usare e applicare all’origine della Vergine le medesime espressioni, con le quali le divine Scritture parlano della Sapienza increata e ne rappresentano le eterne origini; avendo Dio prestabilita con un solo e medesimo decreto l’origine di Maria e l’incarnazione della divina Sapienza.
Tutte queste dottrine e questi fatti, da per tutto e generalmente accettati dai fedeli, mostrano con quanta cura la stessa Chiesa romana, madre e maestra di tutte le Chiese, abbia favorito la dottrina dell’immacolata concezione della Vergine. Sembra tuttavia assai conveniente ricordare in particolare gli atti più importanti della Chiesa in questa materia; tanta è infatti la dignità e autorità di questa Chiesa quanta assolutamente le spetta, perché essa è da ritenere il centro della verità e dell’unità cattolica, è la sola che ha custodito inviolabilmente la religione, e da essa tutte le altre Chiese debbono ricevere la tradizione della fede. Ebbene questa Chiesa romana nulla ebbe più a cuore che professare, sostenere, propagare e difendere in tutti i modi più significativi l’immacolata concezione della Vergine, il suo culto e la sua dottrina. Tale premura è apertamente e chiaramente attestata da innumerevoli atti insigni dei romani Pontefici Nostri predecessori, ai quali, nella persona del primo degli apostoli, fu dallo stesso Cristo Signore affidato il compito e l’autorità suprema di pascere gli agnelli e le pecore, di confermare i fratelli e di reggere e governare la Chiesa.
I Papi favorirono il culto dell’Immacolata Concezione
Infatti i Nostri predecessori hanno ritenuto loro gloria l’avere, con la propria apostolica autorità, istituita nella Chiesa romana la festa della Concezione, dotandola e onorandola di un ufficio proprio e di una messa propria, in cui con la massima chiarezza si afferma la prerogativa dell’immunità da ogni macchia originale. Inoltre con ogni cura promossero e accrebbero il culto già stabilito, accordando indulgenze; concedendo a città, province e regni la facoltà di scegliersi per patrona la Madre di Dio sotto il titolo dell’Immacolata Concezione; approvando confraternite, congregazioni e famiglie religiose, istituite in onore dell’Immacolata Concezione; tributando lodi alla pietà di coloro che innalzavano monasteri, ospizi, altari, templi sotto il titolo dell’Immacolata Concezione, oppure si impegnavano con giuramento a difendere a ogni costo l’immacolata concezione della Madre di Dio. Di più, con la più grande gioia ordinarono che la festa della Concezione fosse celebrata in tutta la Chiesa con solennità uguale alla festa della Natività; che fosse celebrata dalla Chiesa universale con ottava, e scrupolosamente osservata da tutti i fedeli come festa di precetto; che ogni anno, nel giorno della festa dell’Immacolata Concezione di Maria, si tenesse, nella Nostra patriarcale basilica Liberiana, cappella papale. Desiderando poi confermare sempre più nell’animo dei fedeli questa dottrina dell’immacolata concezione della Madre di Dio e stimolare la loro pietà al culto e alla venerazione della Vergine concepita senza peccato originale, furono felicissimi di concedere la facoltà di nominare l’immacolata concezione della medesima Vergine nelle litanie lauretane e nello stesso prefazio della messa; in modo che la norma della fede fosse stabilita dalla norma della preghiera. Noi, pertanto, posti sulle orme di predecessori così illustri, non solo abbiamo approvato e accettato le loro piissime e sapientissime disposizioni, ma, memori di ciò che aveva istituito Sisto IV (2), abbiamo ben volentieri confermato con la Nostra autorità l’ufficio proprio dell’Immacolata Concezione e ne abbiamo concesso l’uso a tutta la Chiesa (3).
I Papi precisarono l’oggetto del culto dell’Immacolata Concezione di Maria
Ma siccome tutto ciò che si riferisce al culto è strettamente connesso col suo oggetto e non può avere né consistenza né durata, se questo oggetto è mal definito o incerto, i romani Pontefici Nostri predecessori, mentre premurosamente si studiarono di accrescere il culto della Concezione, si preoccuparono anche di spiegarne e inculcarne con ogni impeto l’oggetto e la dottrina. Infatti essi insegnarono chiaramente e apertamente che, nella festa da loro stabilita, si celebrava la concezione della Vergine, e proscrissero, come falsa e contraria al pensiero della Chiesa, l’opinione di coloro che stimavano e affermavano che la Chiesa onorasse non proprio la concezione di Maria, ma la sua santificazione. Né credettero di dover avere maggiori riguardi verso coloro che, per far vacillare la dottrina dell’immacolata concezione, escogitarono una distinzione fra il primo e il secondo istante della concezione, e pretesero che della concezione si festeggiasse non il primo, ma il secondo momento. E in realtà gli stessi Nostri predecessori stimarono loro preciso dovere non solo sostenere con ogni impegno la festa della concezione della Beatissima Vergine, ma anche asserire che vero oggetto del culto era la concezione, considerata nel suo primo istante. Di qui le parole assolutamente perentorie con cui Alessandro VII, Nostro predecessore, espresse il vero pensiero della Chiesa. Egli dichiarò infatti: «è certamente antica la pietà dei fedeli verso la Beatissima Madre Vergine Maria, i quali ritengono che la sua anima, fin dal primo istante della sua creazione e della sua infusione nel corpo, per una speciale grazia e privilegio di Dio, in vista dei meriti di Gesù Cristo, suo figlio e redentore del genere umano, fu preservata immune da ogni macchia di peccato originale; e in questo senso celebrano solennemente la festa della sua concezione» (4).
I Papi proibirono la dottrina contraria
Ma soprattutto i Nostri predecessori si adoperarono con ogni cura, zelo e sforzo a mantenere intatta la dottrina dell’immacolata concezione della Madre di Dio. Infatti, non solo essi assolutamente non tollerarono che venisse da chiunque in qualunque modo biasimata o censurata, ma andarono ancora molto più oltre, proclamando con chiare e reiterate dichiarazioni che la dottrina, con la quale professiamo l’immacolata concezione della Vergine, è e deve essere a buon diritto ritenuta in tutto conforme al culto della Chiesa; è antica e quasi universale; è tale che la Chiesa romana ha preso a favorirla e difenderla; ed è del tutto degna di avere un posto nella stessa sacra liturgia e nelle preghiere più solenni. E non contenti di ciò, affinché la dottrina circa l’immacolata concezione di Maria si conservasse integra, proibirono severissimamente di sostenere, sia in pubblico sia in privato, l’opinione a essa contraria, che vollero in più modi come ferita a morte. E perché queste ripetute e chiarissime dichiarazioni non tornassero vane, vi aggiunsero anche delle sanzioni. Tutto ciò fu espresso dal già ricordato Nostro predecessore Alessandro VII con le seguenti parole:
«Noi abbiamo ben presente che la santa Chiesa romana celebra solennemente la festa della Concezione della intemerata e sempre Vergine Maria, e ha approvato un tempo un ufficio speciale e proprio per detta festa, secondo le disposizioni che allora furono date da Sisto IV, Nostro predecessore. Desideriamo quindi favorire questa lodevole e pia devozione, la festa e il culto a essa prestato e rimasto immutato nella Chiesa romana fin dalla istituzione della medesima; e, dietro l’esempio dei romani Pontefici Nostri predecessori, difendere questo devoto modo di venerare e onorare la Beatissima Vergine, preservata dal peccato originale, per virtù della grazia preveniente dello Spirito Santo. È inoltre Nostra viva preoccupazione conservare nel gregge di Cristo l’unità dello spirito nel vincolo della pace, col togliere le offese e le contese, e rimuovere gli scandali. Perciò, accogliendo le istanze e le suppliche a Noi presentate dai predetti Vescovi, dai capitoli delle loro chiese, e dal re Filippo e dai suoi regni, rinnoviamo le costituzioni e i decreti emanati dai romani Pontefici Nostri predecessori, e specialmente da Sisto IV, Paolo V e Gregorio XV, a difesa della sentenza che sostiene che l’anima della Beata Vergine Maria, nella sua creazione e infusione nel corpo, ebbe il dono della grazia dello Spirito Santo e fu preservata dal peccato originale, e in favore della festa e del culto della concezione della medesima Vergine Madre di Dio, intesi secondo la pia sentenza sopra esposta; e ordiniamo che tali costituzioni e decreti siano pienamente osservati, sotto pena di incorrere nelle censure e nelle altre sanzioni previste dalle costituzioni stesse.
«Decretiamo altresì che tutti coloro che continueranno a interpretare le costituzioni e i decreti sopra ricordati in modo da rendere vano il favore attribuito dalle costituzioni e dai decreti a quella sentenza, alla festa e al culto; che andranno contro questa sentenza, questa festa e questo culto con dispute; o in qualsiasi modo (direttamente o indirettamente) o sotto qualsivoglia pretesto (di esaminare la sua definibilità, di interpretare la sacra Scrittura o i santi padri, o di commentare i dottori) per iscritto o a voce oseranno parlare, predicare, trattare, disputare, precisando, affermando, adducendo argomenti, lasciati poi insoluti, o in qualsiasi altro modo impensabile, oltre a incorrere nelle pene e censure contenute nelle costituzioni di Sisto IV — alle quali vogliamo che essi siano sottoposti e di fatto con questa costituzione li sottoponiamo — sono da Noi privati della facoltà di predicare, di tenere pubbliche lezioni, di insegnare, e di interpretare; sono privati della voce attiva e passiva in ogni specie di elezioni; incorrono «per il fatto stesso», senza bisogno di alcuna dichiarazione, nella pena dell’inabilità perpetua a predicare, a tenere pubbliche lezioni, a insegnare, e a interpretare. Da tali pene poi non potranno essere assolti o dispensati se non da Noi o dai Sommi Pontefici, Nostri successori. Oltre che a queste pene, Noi li assoggettiamo — e con la presente costituzione li dichiariamo soggetti — a tutte quelle altre pene che potranno essere inflitte ad arbitrio Nostro o dei Sommi Pontefici Nostri successori; confermando, al riguardo, le già ricordate costituzioni di Paolo V e Gregorio XV.
«Da ultimo proibiamo e decretiamo soggetti alle pene e alle censure contenute nell’Indice dei libri proibiti, e ordiniamo che siano “per il fatto stesso” e senza bisogno di alcuna dichiarazione considerati proibiti i libri, le prediche, i trattati, le disquisizioni, pubblicati o ancora da pubblicarsi dopo il ricordato decreto di Paolo V, nei quali la suddetta sentenza, festa e culto siano posti in dubbio, o in qualsiasi modo avversati».
Consensi di dotti, Vescovi e famiglie religiose; il Concilio di Trento in armonia con la tradizione
D’altra parte tutti sanno con quanto zelo la dottrina dell’Immacolata Concezione della Vergine Madre di Dio sia stata tramandata, sostenuta e difesa dalle più illustri famiglie religiose, dalle più celebri accademie teologiche e dai dottori più profondi nella scienza delle cose divine. Tutti parimenti conoscono quanto siano stati solleciti i Vescovi nel sostenere apertamente, anche nelle assemblee ecclesiastiche, che la Santissima Vergine Maria, Madre di Dio, in previsione dei meriti del redentore Cristo Gesù, non fu mai soggetta al peccato originale e fu perciò redenta in una maniera più sublime. A tutto ciò si aggiunge il fatto della massima importanza e autorità che lo stesso Concilio di Trento, quando promulgò il decreto dogmatico sul peccato originale, nel quale, secondo le testimonianze della Sacra Scrittura, dei santi Padri e dei più autorevoli concili, stabilì e definì che tutti gli uomini nascono contagiati dal peccato originale, dichiarò tuttavia solennemente che non era sua intenzione comprendere in detto decreto, e nell’estensione di una definizione così generale, la Beata e Immacolata Vergine Maria, Madre di Dio. Con tale dichiarazione infatti i padri tridentini fecero abbastanza chiaramente comprendere, per quelle circostanze, che la Beatissima Vergine Maria fu esente dalla colpa originale; e dimostrarono perciò apertamente che né dalle divine Scritture, né dall’autorità dei padri si può dedurre alcun argomento che sia in qualunque modo in contraddizione con questa prerogativa della Vergine (5).
E in verità, illustri e venerande testimonianze dell’antica Chiesa orientale e occidentale sono là ad attestare che questa dottrina dell’Immacolata Concezione della Beatissima Vergine, sempre più splendidamente spiegata, chiarita e confermata presso tutte le nazioni del mondo cattolico dall’autorevolissimo sentire, dal magistero, dallo zelo, dalla scienza e dalla sapienza della Chiesa, è sempre esistita nella Chiesa medesima, come ricevuta per tradizione, e rivestita del carattere di dottrina rivelata. Infatti la Chiesa di Cristo, custode e vindice delle dottrine a lei affidate, non le ha mai alterate, né con aggiunte né con diminuzioni; ma tratta con tutti gli accorgimenti e la sapienza quelle che l’antichità ha delineato e i padri hanno seminato; e cerca di limare e affinare quelle antiche dottrine della divina rivelazione, in modo che ricevano chiarezza, luce e precisione. Così, mentre conservano la loro pienezza, la loro integrità e il loro carattere, si sviluppano soltanto secondo la loro propria natura, ossia nello stesso pensiero, nello stesso senso.
Pensiero dei padri e degli scrittori ecclesiastici
Ora, i padri e gli scrittori ecclesiastici, ammaestrati dai divini insegnamenti, nei libri che scrissero per spiegare la Scrittura, per difendere i dogmi e per istruire i fedeli, ebbero soprattutto a cuore di predicare ed esaltare, in molteplice e meravigliosa gara, la somma santità, la dignità e l’immunità della Vergine da ogni macchia di peccato, e la sua piena vittoria sul crudelissimo nemico del genere umano. Per tale motivo, nello spiegare le parole con le quali Dio, fin dalle origini del mondo, annunziò i rimedi preparati dalla sua misericordia per la rigenerazione degli uomini, confuse l’audacia del serpente ingannatore e rialzò mirabilmente le speranze del genere umano: «Porrò inimicizia fra te e la donna, fra la stirpe tua e la stirpe di lei» (Gn 3, 15), essi insegnarono che con questa divina profezia fu chiaramente e apertamente indicato il misericordiosissimo Redentore del genere umano, cioè il Figlio unigenito di Dio, Gesù Cristo; fu designata la sua Beatissima Madre, la Vergine Maria; e fu insieme nettamente espressa l’inimicizia dell’uno e dell’altra contro il demonio. In conseguenza di ciò, come Cristo, mediatore fra Dio e gli uomini, assunta la natura umana, distrusse il decreto di condanna che c’era contro di noi, attaccandolo trionfalmente alla croce; così la Santissima Vergine, unita con Lui da un legame strettissimo e indissolubile, fu insieme con Lui e per mezzo di Lui, l’eterna nemica del velenoso serpente, e ne schiacciò la testa col suo piede immacolato.
Figure bibliche della Vergine Maria
Di questo nobile e singolare trionfo della Vergine, della sua eccellentissima innocenza, purezza e santità, della sua immunità dal peccato originale e dell’ineffabile abbondanza e grandezza di tutte le sue grazie, virtù e privilegi, gli stessi padri videro una figura nell’arca di Noè, che, fabbricata per ordine di Dio, rimase completamente salva e incolume dal comune naufragio; nella scala, che Giacobbe dalla terra vide giungere fino al cielo: scala per i cui gradini gli angeli salivano e scendevano, e alla cui sommità stava il Signore stesso; nel roveto, che sebbene visto da Mosè, nel luogo santo, ardere da ogni parte in mezzo a fiamme crepitanti, tuttavia non si consumava né soffriva alcun danno, ma continuava a essere mirabilmente verde e fiorito; in quella torre inespugnabile, posta di fronte al nemico, dalla quale pendono mille scudi e tutta l’armatura dei forti; in quell’orto chiuso, che non può essere violato o danneggiato da nessuna frode o da nessuna insidia; in quella splendente città di Dio, che ha le sue fondamenta sopra montagne sante; in quell’augusto tempio di Dio che, rifulgente dei divini splendori, è pieno della gloria del Signore; e infine, in tutte quelle altre innumerevoli figure, nelle quali i padri ravvisarono e tramandarono il chiaro preannunzio dell’eccelsa dignità della Madre di Dio, della sua illibata innocenza e della sua santità, mai soggetta a nessuna macchia.
Espressioni dei profeti; l’«Ave Maria » e il «Magnificat »
Gli stessi padri, per descrivere questo meraviglioso complesso di doni divini e l’innocenza originale della Vergine, Madre di Gesù, ricorsero anche agli scritti dei profeti, e celebrarono la stessa augusta Vergine come una colomba monda; come una Gerusalemme santa; come il trono eccelso di Dio; come arca santificata; come la casa, che l’eterna sapienza edificò per se stessa; e come quella Regina, che ricolma di delizie e appoggiata al suo Diletto, uscì dalla bocca dell’Altissimo assolutamente perfetta, bella, carissima a Dio, e mai imbrattata da macchia di colpa. Siccome poi gli stessi padri e gli scrittori ecclesiastici consideravano che l’angelo Gabriele, nel dare alla Beatissima Vergine l’annunzio dell’altissima dignità di Madre di Dio, l’aveva chiamata, per comando di Dio stesso piena di grazia, insegnarono che con questo singolare e solenne saluto, mai udito prima di allora, si dimostrava che la Madre di Dio era la sede di tutte le grazie di Dio, era ornata di tutti i carismi dello Spirito divino; anzi era un tesoro quasi infinito e un abisso inesauribile dei medesimi carismi; così che, non solo non fu mai soggetta a maledizione, ma fu anche, insieme col suo Figlio, partecipe di perpetua benedizione: degna di essere chiamata da Elisabetta, mossa dallo Spirito di Dio: «Benedetta tu tra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo» (Lc 1, 42).
Parallelismo con Eva
Da queste interpretazioni si desume, chiara e concorde, l’opinione dei padri: la Gloriosissima Vergine, per la quale grandi cose ha fatto Colui che è potente, risplendette di tale abbondanza di doni celesti, di tale pienezza di grazia e di tale innocenza che divenne come il miracolo di Dio per eccellenza, anzi il culmine di tutti i suoi miracoli, e degna Madre di Dio; così che collocata, per quanto è possibile a una creatura, il più vicino a Dio, divenne superiore a tutte le lodi degli uomini e degli angeli. Di conseguenza, per dimostrare l’innocenza e la giustizia originale della Madre di Dio, non solo la paragonarono spessissimo a Eva ancora vergine, ancora innocente, ancora incorrotta e non ancora ingannata dalle mortali insidie del serpente menzognero, ma la anteposero lei con una meravigliosa varietà di parole e di espressioni. Eva infatti sventuratamente ascoltò il serpente e decadde dall’innocenza originale e divenne sua schiava; invece la Beatissima Vergine accrebbe continuamente il dono avuto alla sua origine, e, ben lungi dal prestare ascolto al serpente, col divino aiuto ne infranse completamente la violenza e il potere.
Espressioni di lode
Perciò non cessarono mai di attribuire alla Madre di Dio i nomi più belli: di giglio tra le spine; di terra assolutamente intatta, verginale, illibata, immacolata, sempre benedetta e libera da ogni contagio di peccato, dalla quale fu formato il nuovo Adamo; di giardino ordinatissimo, splendido, amenissimo, di innocenza e di immortalità, delizioso, piantato da Dio stesso e difeso da tutte le insidie del serpente velenoso; di legno immarcescibile, che il tarlo del peccato non corrose mai; di fonte sempre limpida e segnata dalla potenza dello Spirito Santo; di tempio divinissimo; di scrigno dell’immortalità, di unica e sola figlia, non della morte, ma della vita; di germoglio non d’ira, ma di grazia, che, sebbene spuntasse da una radice corrotta e infetta, per una divina e provvidenziale eccezione alla legge generale, fu sempre verdeggiante e fiorente. Ma, come se tutti questi modi di dire, benché splendidissimi, non bastassero, essi affermarono inoltre, con espressioni ben chiare e precise, che, quando si tratta di peccati, la Vergine Maria non deve neppure essere nominata; perché a essa fu data una grazia superiore a quella che si concede agli altri, affinché vincesse totalmente ogni specie di peccato. Asserirono anche che la gloriosissima Vergine fu la riparatrice dei suoi progenitori; la vivificatrice dei posteri; colei che l’Altissimo, da tutti i secoli, si era scelta e preparata; che fu da Dio preannunciata, quando disse al serpente: «Porrò inimicizia fra te e la donna»; che senza dubbio schiacciò il capo velenoso dello stesso serpente. Essi perciò affermarono che la medesima Beatissima Vergine fu per grazia immune da ogni macchia di peccato e libera da ogni contagio di corpo, di anima e di intelletto; che, essendo stata unita e congiunta con Dio da un’eterna alleanza, non fu mai nelle tenebre, ma in una luce perenne; e quindi pienamente degna di divenire abitazione di Cristo, non per le disposizioni del suo corpo, ma per la grazia originale.
A queste poi essi aggiunsero altre nobilissime espressioni. Parlando della Concezione della Vergine, attestarono che la natura cedette davanti alla grazia: si fermò tremante e non osò avanzare. La Vergine Madre di Dio non doveva essere concepita da Anna, prima che la grazia affermasse il suo potere: poiché doveva essere concepita quella primogenita, da cui sarebbe stato poi concepito il Primogenito di tutte le creature. Professarono che la carne della Vergine, benché derivata da Adamo, non contrasse le sue macchie; che, perciò, la Beatissima Vergine fu quel tabernacolo fabbricato da Dio, formato dallo Spirito Santo, e veramente di porpora, che quel nuovo Beseleel tessé in oro e con varietà di ricami; che Ella fu di fatto e giustamente celebrata, perché capolavoro di Dio, perché sfuggì agli strali infocati del maligno, e perché, bella per natura e assolutamente immune da ogni macchia, nella sua concezione immacolata comparve nel mondo come un’aurora di perfetto splendore. Infatti non era conveniente che quel vaso di elezione fosse offuscato dal difetto che offusca tutti gli altri, perché esso fu diversissimo dagli altri, e se ebbe con essi comune la natura, non ebbe comune la colpa; conveniva, anzi, che l’Unigenito, come ebbe nei cieli un Padre, dai serafini esaltato come tre volte santo, così avesse sulla terra una Madre, a cui non fosse mai mancato lo splendore della santità. E questa dottrina era così radicata nella mente e nell’animo degli antichi che parlando della Madre di Dio solevano usare termini veramente straordinari e singolari. La chiamavano spessissimo: immacolata, in tutto e per tutto immacolata; innocente, anzi specchio d’innocenza illibata e illibata in ogni senso; santa e lontanissima da ogni macchia di peccato; tutta pura e tutta intemerata, anzi l’esemplare della purezza e dell’innocenza; più bella della bellezza, più graziosa della grazia, più santa della santità; la sola santa; la purissima di anima e di corpo, che sorpassò ogni integrità e ogni verginità; la sola che divenne sede di tutte le grazie dello Spirito Santo; così alta che, dopo Dio solo, fu superiore a tutti; per natura più bella, più graziosa e più santa degli stessi cherubini e serafini e di tutte le schiere degli angeli; superiore a tutte le lodi del cielo e della terra. E nessuno ignora che questo linguaggio fu quasi spontaneamente introdotto anche nelle pagine della santa liturgia e degli uffici ecclesiastici, nei quali ricorre spessissimo con tono quasi dominante. In quelle pagine, infatti, la Madre di Dio è invocata ed esaltata come unica colomba d’incorruttibile bellezza e come la rosa sempre fresca. E invocata e lodata come purissima, sempre immacolata e sempre beata; anzi come l’innocenza stessa che non fu mai lesa, e come la seconda Eva, che diede alla luce l’Emanuele.
Consenso unanime dei Vescovi e petizioni per la definizione del dogma
Nessuna meraviglia perciò, se i Pastori della Chiesa e il popolo fedele si sono sempre compiaciuti di professare con tanta pietà, devozione e amore la dottrina dell’Immacolata Concezione della Vergine Madre di Dio, che, a giudizio dei padri, è contenuta nella sacra Scrittura, è stata tramandata da tante loro importantissime testimonianze, è espressa e celebrata da tanti illustri monumenti della veneranda antichità, ed è proposta e confermata dal più alto e più autorevole magistero della Chiesa. Nessuna meraviglia perciò, se Pastori e fedeli hanno sempre dimostrato di non avere nulla di più dolce e di più caro che onorare, venerare, invocare ed esaltare dappertutto con fervidissimo affetto la Vergine Madre di Dio, concepita senza il peccato originale. Perciò fin dai tempi più antichi, Vescovi, ecclesiastici, ordini regolari e anche imperatori e re presentarono vive istanze a questa Sede apostolica, affinché fosse definita come dogma di fede cattolica l’Immacolata Concezione della Santissima Madre di Dio. Domande che furono ripetute anche ai nostri tempi e presentate specialmente al Nostro Predecessore, di felice memoria, Gregorio XVI, e a Noi stessi dai Vescovi, dal clero secolare, da famiglie religiose, come anche da sovrani e da popoli fedeli.
Lavoro preparatorio
Noi pertanto, ben conoscendo e attentamente considerando tutte queste cose con singolare gioia del Nostro cuore, appena fummo innalzati, per imperscrutabile disposizione della divina provvidenza, a questa sublime cattedra di Pietro, e, sebbene immeritevoli, prendemmo in mano il governo di tutta la Chiesa, nulla certo avemmo più a cuore — data la tenerissima venerazione, pietà e affetto che fin dai primi anni nutriamo verso la Santissima Vergine Maria Madre di Dio — che condurre a compimento tutto ciò che ancora poteva essere nei voti della Chiesa, perché fosse accresciuto l’onore della Beatissima Vergine e risplendessero di nuova luce le sue prerogative. Ma volendo procedere con ogni prudenza, costituimmo una speciale commissione di venerabili Nostri fratelli Cardinali della santa Chiesa di Roma, illustri per pietà, per ponderatezza di giudizio e per scienza delle cose divine, e scegliemmo tra il clero secolare e quello regolare uomini particolarmente versati nelle discipline teologiche, con l’incarico di esaminare con la maggiore diligenza tutto ciò che riguarda l’immacolata concezione della Vergine, e ci riferissero poi il loro parere. E quantunque le istanze a Noi dirette al fine di implorare la definizione dell’Immacolata Concezione, ci avessero già abbastanza dimostrato quale fosse il pensiero di moltissimi Vescovi, tuttavia il 2 febbraio 1849 mandammo da Gaeta un’Enciclica a tutti i venerabili fratelli Vescovi del mondo cattolico, affinché, dopo aver pregato Dio, ci facessero sapere, anche per iscritto, quale fosse la pietà e la devozione dei loro fedeli verso l’immacolata concezione della Madre di Dio; che cosa pensassero, specialmente essi — i Vescovi — della definizione in progetto; e, da ultimo, quali desideri avessero da esprimere, perché il Nostro supremo giudizio potesse essere manifestato con la maggiore solennità possibile.
E in verità assai grande è stata la consolazione che abbiamo provato, quando ci sono giunte le risposte dei medesimi venerabili fratelli. Essi infatti con lettere, dalle quali traspare un incredibile, gioioso entusiasmo, non solo ci hanno nuovamente confermato la loro personale opinione e devozione e quella del loro clero e dei loro fedeli, ma ci hanno anche chiesto con voto, che si può dire unanime, che, col Nostro supremo giudizio e autorità definiamo l’immacolata concezione della stessa Vergine. Né minore è stata la Nostra letizia quando i venerabili Nostri fratelli Cardinali della santa Chiesa di Roma, membri della menzionata particolare commissione e i predetti teologi consultori, da Noi scelti, dopo un diligente esame della questione, ci hanno con uguale sollecitudine e fervore domandato anch’essi la definizione dell’immacolata concezione della Madre di Dio.
Dopo tutto questo, seguendo i chiari esempi dei Nostri predecessori, e desiderando procedere secondo le norme tradizionali, abbiamo indetto e tenuto un concistoro, nel quale abbiamo rivolto un’allocuzione ai venerabili Nostri fratelli Cardinali della santa Chiesa di Roma, e con somma consolazione del Nostro animo li abbiamo uditi pregarCi di voler pronunciare la definizione dogmatica dell’immacolata concezione della Vergine Madre di Dio.
Ci siamo quindi fermamente persuasi nel Signore che sia giunto il tempo opportuno per definire l’immacolata concezione della Vergine Madre di Dio, che la sacra Scrittura, la veneranda tradizione, il costante sentire della Chiesa, il singolare consenso dei Vescovi cattolici e dei fedeli, e gli atti memorabili e le costituzioni dei Nostri predecessori mirabilmente illustrano e spiegano. Pertanto, dopo aver diligentissimamente considerato ogni cosa e aver innalzato assidue e fervorose preghiere a Dio, abbiamo stimato di non dover più tardare a sancire e definire con il Nostro supremo giudizio l’immacolata concezione della medesima Vergine; e così soddisfare i piissimi desideri del mondo cattolico e la Nostra devozione verso la stessa Santissima Vergine, e insieme onorare sempre più in lei il suo Figlio unigenito, nostro Signore Gesù Cristo; poiché sono tutti convinti che tutto l’onore e la gloria, che si rende alla Madre, ridonda sul suo Figlio.
La definizione del dogma
Perciò, dopo aver offerto senza interruzione, nell’umiltà e nel digiuno, le Nostre private preghiere e quelle pubbliche della Chiesa a Dio Padre, per mezzo del suo Figlio, affinché si degnasse di dirigere e sostenere la Nostra mente con la virtù dello Spirito Santo; dopo aver implorato il soccorso di tutta la corte celeste, e invocato con gemiti lo Spirito consolatore, per sua ispirazione, a onore della Santa e indivisibile Trinità, a decoro e ornamento della Vergine Madre di Dio, a esaltazione della fede cattolica, e a incremento della religione cristiana, con l’autorità di nostro Signore Gesù Cristo, dei beati apostoli Pietro e Paolo e Nostra, dichiariamo, pronunziamo e definiamo: La dottrina, che sostiene che la Beatissima Vergine Maria nel primo istante della sua concezione, per singolare grazia e privilegio di Dio onnipotente, in vista dei meriti di Gesù Cristo, salvatore del genere umano, è stata preservata immune da ogni macchia di peccato originale, è stata rivelata da Dio e perciò si deve credere fermamente e inviolabilmente da tutti i fedeli. Quindi, se qualcuno (che Dio non voglia!) deliberatamente presumerà di pensare diversamente da quanto è stato da Noi definito, conosca e sappia di essere condannato dal suo proprio giudizio, di aver fatto naufragio nella fede, di essersi separato dall’unità della Chiesa, e di essere inoltre incorso da sé, «per il fatto stesso», nelle pene stabilite dalle leggi contro colui che osa manifestare oralmente o per iscritto, o in qualsiasi altro modo esterno, gli errori che pensa nel suo cuore.
Sentimenti di speranza ed esortazione finale
La Nostra bocca è piena di gioia e le Nostre labbra di esultanza, e rendiamo e renderemo sempre i più umili e i più vivi ringraziamenti a nostro Signore Gesù Cristo, per averci concesso la grazia singolare di potere, sebbene immeritevoli, offrire e decretare questo onore, questa gloria e questa lode alla sua Santissima Madre. E poi riaffermiamo la Nostra più fiduciosa speranza nella Beatissima Vergine, che, tutta Bella e Immacolata, ha schiacciato il capo velenoso del crudelissimo serpente, e ha portato la salvezza al mondo; in Colei, che è gloria dei profeti e degli apostoli, onore dei martiri, letizia e corona i tutti i santi; sicurissimo rifugio e fedelissimo aiuto di tutti coloro che sono in pericolo; potentissima mediatrice e riconciliatrice di tutto il mondo presso il suo Figlio unigenito; fulgidissima bellezza e ornamento della Chiesa e sua saldissima difesa. Riaffermiamo la Nostra speranza in Colei che ha sempre distrutto tutte le eresie, ha salvato i popoli fedeli da gravissimi mali di ogni genere, e ha liberato Noi stessi da tanti pericoli, che ci sovrastano. Noi confidiamo che Ella voglia, con la sua validissima protezione, fare sì che la nostra santa madre, la Chiesa cattolica, superate tutte le difficoltà e sconfitti tutti gli errori, prosperi e fiorisca ogni giorno più presso tutti i popoli e in tutti i luoghi, dal mare al mare, e dal fiume sino ai confini della terra, e abbia pace, tranquillità e libertà completa; che i rei ottengano il perdono, i malati la salute, i timidi la forza, gli afflitti la consolazione, i pericolanti l’aiuto; che tutti gli erranti, diradata la nebbia della loro mente, ritornino sulla via della verità e della giustizia, e si faccia un solo ovile sotto un solo pastore.
Ascoltino le Nostre parole tutti i carissimi figli Nostri e della Chiesa cattolica, e con sempre più ardente fervore di devozione, di pietà e di amore continuino a venerare, a invocare, a supplicare la Beatissima Vergine Maria Madre di Dio, concepita senza il peccato originale, e ricorrano con ogni fiducia a questa dolcissima Madre di misericordia e di grazia, in tutti i pericoli, in tutte le angustie, in tutte le necessità, in tutti i dubbi e in tutte le trepidazioni. Non vi può essere infatti motivo di timore o di disperazione quando Ella è la nostra guida e il nostro auspicio, quando Ella ci è propizia e ci protegge; poiché Ella ha un cuore materno per noi e, mentre tratta gli affari che riguardano la salvezza di ciascuno di noi, è sollecita di tutto il genere umano. Costituita da Dio Regina del cielo e della terra, ed esaltata al di sopra di tutti i cori degli angeli e di tutte le schiere dei santi, sta alla destra del suo Figlio unigenito, nostro Signore Gesù Cristo, e supplica con le sue potentissime preghiere di Madre; trova ciò che cerca, e non può rimanere inascoltata.
Infine, perché questa Nostra definizione dell’immacolata concezione della Beatissima Vergine Maria possa essere portata a conoscenza della Chiesa universale, stabiliamo che quale perpetuo ricordo della definizione resti questa Nostra Lettera apostolica, e ordiniamo che alle sue trascrizioni o copie, anche a stampa, purché firmate per mano di qualche pubblico notaio e munite del sigillo di qualche dignitario ecclesiastico, si presti assolutamente la stessa fede che si presterebbe alla presente, se essa fosse esibita o mostrata. Nessuno dunque si permetta di infrangere questo testo della Nostra dichiarazione, proclamazione e definizione, né di avversarlo e contravvenirgli. Che se qualcuno poi avesse l’ardire di tentarlo, sappia che incorre nell’indignazione di Dio onnipotente e dei beati Pietro e Paolo, suoi apostoli.
Roma, presso S. Pietro, nell’anno dell’Incarnazione del Signore 1854, 8 dicembre, anno IX del Nostro pontificato.
PIO IX
NOTE
1) Cfr Gregorius XVI, Epist. Summa quidem animi, 23 apr. 1845: Gregorii Pp. XVI Acta. vol. III, p. 392.
2) Sixtus IV, Const. ap. Cum praeexcelsa, 27 febr. 1477: Denz 1400.
3) S. Congregatio Rituum, Decr. 30 sept. 1847.
4) Alexander VII, Const. Sollicitudo omnium Ecclesiarum, 8 dec. 1661: Denz 2015.
5) Concilium Tridentinum, sess. V, Decr. de peccato originali, n. 6: Denz 1516.
Dopo l’omicidio di una giovane donna, Giulia Cecchettin, avvenuto lo scorso 11 novembre, l’Italia ha scoperto di essere minacciata dal “patriarcato”. Il titolo di un dossier del quotidiano La Repubblica del 24 novembre è eloquente: “Femminicidi fermiamo la strage”. La tesi, che è la stessa diffusa dai mass-media, dai social e da ogni tipo di influencer, è che esiste una strage di femminicidi e la responsabilità va attribuita alla cultura del “patriarcato”, ancora dominante. Bisogna combattere il patriarcato per fermare la violenza contro le donne.
Il patriarcato era un sistema sociale che sanciva l’autorità dell’uomo e la divisione dei ruoli all’interno della famiglia. L’autorità paterna è stata sempre considerata, ad eccezione del tempo presente, come uno degli elementi invariabili dell’ordine sociale, necessaria a tutti i popoli e in tutti i tempi. Per secoli, il padre ha esercitato nella famiglia il ruolo che il sovrano esercitava nella società politica (la stessa parola patria deriva da padre) e che il Papa, il “Santo Padre” esercita nella Chiesa. Ancora cinquant’anni fa era questo il modello familiare italiano: il padre doveva guidare la famiglia e provvedere al suo mantenimento economico, la madre si occupava della casa e dell’educazione dei figli, che erano numerosi. Il nucleo familiare comprendeva spesso anche i nonni, depositari di una tradizione che si trasmetteva di generazione in generazione.
Questo sistema sociale è stato distrutto dalla rivoluzione culturale del Sessantotto, e da ciò che ad essa è seguito: leggi come il divorzio, l’aborto e, in Italia, soprattutto la legge sul nuovo diritto di famiglia del 22 aprile 1975, che ha decapitato l’autorità paterna, abolendo la preminenza giuridica del padre contribuendo alla scomparsa dell’autorità e dell’identità nelle famiglie italiane.
Tra gli ideologi del ‘68, ricordiamo anche i teorici della “antipsichiatria”, come David Cooper, autore di un libro più volte ristampato da Einaudi, dal titolo significativo La morte della famiglia. Questa era la convinzione che iniziò a diffondersi alla fine degli anni Sessanta del Novecento: l’estinzione, prossima e inevitabile, dell’istituto famigliare. In quel saggio, Cooper proponeva di cancellare il ruolo paterno sostituendolo con quello fraterno, auspicando quindi una paradossale società di fratelli senza padre, anzi di fratelli perché assassini del Padre: come era successo nel 1793 con l’assassinio del Re di Francia, come auspicava Nietzsche profetizzando l’assassinio di Dio Padre.
Il processo di democratizzazione della Chiesa, della società e della famiglia è un tutt’uno. La distruzione della famiglia doveva far leva particolarmente sulla “liberazione” della donna. Il femminismo ha preteso di abolire la distinzione dei ruoli maschile e femminile, distruggendo la vocazione naturale alla maternità e alla femminilità. La rivendicazione del “diritto” di aborto e di contraccezione è stata avanzata come diritto della donna ad autodeterminare il proprio corpo e la propria sessualità, liberandosi dall’autorità maschile e dal “peso” della maternità. Alla mascolinizzazione della donna ha corrisposto la devirilizzazione dell’uomo, promossa a tutto spiano dalla moda, dalla pubblicità e dalla musica. La teoria del gender è un punto di arrivo, ma gli slogan contro la cultura del patriarcato che oggi risuonano, hanno la loro origine in manifestazioni femministe come quella che si svolse a Roma il 6 dicembre 1975, animata da circa ventimila donne, che ritmavano slogan come questo: «Non più mogli, madri, figlie! Distruggiamo le famiglie!».
E la famiglia è stata distrutta. Si è dissolta l’autorità del padre, si sono soppressi i ruoli di genere e tutti i componenti della famiglia, padre, madre e figli, soffrono una profonda crisi di identità. La famiglia patriarcale non esiste più in Italia, salvo poche isole felici. E in queste poche isole che più che patriarcali dovremmo definire naturali, la moglie rispetta il marito e i figli rispettano i genitori, e la donna non viene uccisa, ma è amata e rispettata. L’assassino di Giulia Cecchettin non è figlio della cultura del patriarcato, ma della cultura sessantottina, relativista e femminista che oggi permea la società intera e di cui tutti sono responsabili e vittime allo stesso tempo.
Ma la crisi della famiglia va oltre la fine della famiglia patriarcale. L’Italia si avvia ad essere una società di “single”, senza più famiglie. Secondo l’ultimo rapporto del CENSIS sulla situazione sociale del paese, nel 2040 solo una coppia su 4, cioè il 25,8% del totale, avrà figli e le famiglie composte da una sola persona saranno il 37%. Il 34% degli italiani saranno anziani e soli. Ciò perché oggi è in crisi non solo la famiglia, ma l’esistenza stessa di una coppia. Non solo ci si sposa sempre di meno, e si mettono al mondo meno figli, ma si convive anche di meno, perché si rifugge dall’idea di avere una qualsiasi responsabilità verso un partner o compagno, che si ha paura di avere troppo a lungo vicino.
Il cosiddetto femminicidio non è frutto della vecchia cultura patriarcale, ma della nuova cultura anti-patriarcale, che confonde le idee, fragilizza i sentimenti, destabilizza la psiche, privata di quel sostegno naturale che, fin dalla nascita, offriva la famiglia, con suoi punti di sicurezza, paterni e materni. L’uomo è solo con i suoi incubi, le sue paure, le sue angosce, sull’orlo di un abisso: l’abisso del vuoto in cui si precipita quando si rinuncia ad essere ciò che si è, quando si abbandona la propria natura immutabile e permanente di uomo, di donna, di padre, di madre, di figlio. E se tutti parlano di femminicidio, nessuno parla di un crimine ben più esteso e diffuso: quello di infanticidio, commesso ogni in giorno in Italia, in Europa e nel mondo, da padri e madri che esercitano la massima delle violenze contro il proprio figlio innocente, prima ancora che egli veda la luce. Una società che uccide i suoi figli è condannata a morte e l’alito della morte, sotto ogni forma, non solo quella del femminicidio, si fa sentire sempre di più. La vita, la restaurazione della società, è possibile solo riconquistando il modello naturale e divino della famiglia. Per fermare la follia che distrugge la nostra società bisogna tornare, con l’aiuto di Dio, al modello di famiglia patriarcale, fondata sull’autorità del padre, capo della famiglia e sulla santità della madre, che ne costituisce il cuore: uniti entrambi nel compito di procreare ed educare dei figli per farne dei cittadini del cielo. L’alternativa è l’inferno, che già inizia su questa terra.
In un messaggio a firma del cardinale segretario di Stato Parolin, in occasione di un incontro nazionale a Parigi, Francesco sottolinea che lo stile pastorale di “vicinanza, compassione, umiltà, gratuità, pazienza” è diventato una necessità “per evitare di non essere credibili né ascoltati”, in una società dove la figura del sacerdote ha perso per molti ogni “autorità naturale” ed è “addirittura infangata”. Ribadito il valore del celibato, “perché Gesù era celibe”
Alessandro Di Bussolo – Città del Vaticano – 1 Dicembre 2023
L’unico modo per portare avanti la nuova evangelizzazione, oggi che anche in Francia la figura sacerdotale ha perso per molti “ogni autorità naturale” ed è “addirittura infangata” è l’adozione “di uno stile pastorale di vicinanza, compassione, umiltà, gratuità, pazienza, dolcezza, dono radicale di sé agli altri, semplicità e povertà”. Insomma, con “l’odore delle pecore”. Innumerevoli santi sacerdoti “hanno adottato questo stile in passato, ma oggi è diventato una necessità per evitare di non essere credibili né ascoltati”. Lo scrive Papa Francesco in un messaggio a firma del cardinale segretario di Stato, Pietro Parolin, indirizzato ai partecipanti all’incontro di oltre 700 seminaristi e formatori di seminari francesi, riuniti, dopo dieci anni, a Parigi dall’1 al 3 dicembre.
Amate Gesù e vincerete ogni crisi
Per vivere questa esigente, “perfezione sacerdotale, e affrontare le sfide e le tentazioni che incontrerete sulla vostra strada”, c’è – sottolinea il Papa – “una sola soluzione: alimentare una relazione personale, forte, viva e autentica con Gesù”. Amate Gesù più di ogni altra cosa, è il suo consiglio ai seminaristi, “che il suo amore vi basti, e uscirete vittoriosi da tutte le crisi, da tutte le difficoltà”. Nel suo messaggio, il Papa “rende grazie per la chiamata singolare” che il Signore ha rivolto ai giovani seminaristi francesi, e anche “per la risposta coraggiosa che desiderate dare a questa chiamata”. È motivo di ringraziamento, di speranza e di gioia, prosegue, “constatare che molti giovani – e meno giovani – osano ancora, con la generosità e l’audacia della fede, e nonostante i tempi difficili che le nostre Chiese e le nostre società occidentali secolarizzate stanno attraversando, impegnarsi nella sequela del Signore per il suo servizio e per quello dei propri fratelli e sorelle”.
Grazie a voi, insiste il Pontefice, “perché donate gioia e speranza alla Chiesa in Francia che vi attende e ha bisogno di voi”. Perché siate ciò che il sacerdote deve essere, partecipe “della autorità con la quale Cristo stesso fa crescere, santifica e governa il proprio corpo”, configurato a Cristo e che quando celebra Messa, rendendone presente il sacrificio, “si offre in unione con Lui sull’altare e vi depone l’offerta di tutto il Popolo di Dio e di ogni fedele”. Al centro della vostra identità, configurata a Gesù, scrive ancora Francesco, “si trova il celibato. Il sacerdote è celibe – e vuole esserlo –semplicemente perché Gesù lo era. L’esigenza del celibato non è anzitutto teologica, ma mistica”.
Le modalità del ministero devono tenere conto della società
Il messaggio a firma di Parolin ricorda che oggi “la figura sacerdotale viene molto spesso distorta in alcuni ambienti, relativizzata, talvolta considerata subalterna”. Ma “non spaventatevi troppo” aggiunge, perché nessuno cambierà mai la natura del sacerdozio, “anche se le modalità del suo esercizio devono necessariamente tener conto delle evoluzioni della società attuale e della situazione di grave crisi vocazionale che stiamo vivendo”. Quindi il Papa sottolinea che per queste evoluzioni, anche in Francia, la Chiesa e la figura del sacerdote, non vengono più riconosciute.
Il prete “ha perso agli occhi della maggior parte della gente ogni prestigio” ed è addirittura infangato. Quindi “per trovare ascolto presso le persone che incontriamo” e procedere con “la nuova evangelizzazione richiesta da Papa Francesco, affinché ognuno abbia un incontro personale con Cristo”, l’unico modo è l’adozione di uno stile pastorale di vicinanza, compassione, umiltà, gratuità, semplicità e povertà. Un sacerdote, perciò, che conosca “l’odore delle pecore”, e che cammini con esse, al loro ritmo. È così che il sacerdote “toccherà il cuore dei suoi fedeli, conquisterà la loro fiducia e farà loro incontrare Cristo”.
Santa Teresa del Bambino Gesù, una maestra di vita spirituale
Per questo amare “Gesù più di ogni altra cosa”, è il consiglio del Vescovo di Roma ai seminaristi, vi farà uscire “vittoriosi da tutte le crisi”. Perché se Gesù mi basta, “non ho bisogno di grandi consolazioni nel ministero, né di grandi successi pastorali, né di sentirmi al centro di vaste reti relazionali”. E nemmeno “di affetti disordinati, né di notorietà, né di avere grandi responsabilità, né di fare carriera”, né di essere migliore degli altri. Se, al contrario, “soccombo a una di queste tentazioni o debolezze, è perché Gesù non mi basta e io vengo meno all’amore”.
Cari seminaristi, conclude Papa Francesco, “abbiate sempre come prima preoccupazione rispondere” alla chiamata alla comunione di Gesù, e “rafforzare la vostra unione con Colui che si degna di fare di voi degli amici”, che è fedele “e vi renderà felici”. E raccomanda loro, come maestra di vita spirituale, Santa Teresa del Bambino Gesù e del Volto Santo, in questo 150° anniversario della sua nascita. Lei che “respira” costantemente il Nome di Gesù, il suo “unico amore”, vi guiderà “sulla via della fiducia che vi sosterrà ogni giorno e vi farà restare in piedi sotto lo sguardo del Signore quando vi chiamerà a sé”. Il Papa invia la sua benedizione e affida all’intercessione e protezione di “Nostra Signora dell’Assunzione, Patrona della Francia, voi e tutti i membri delle vostre comunità di seminari”.
La denuncia contro l’Onu e i movimenti femministi rimasti in silenzio sui crimini di Hamas nei confronti delle donne dei kibbutz.
«Alla vigilia del 25 novembre ci siamo dette che non potevamo aspettare un giorno in più. Era necessario far sentire la nostra voce, la voce delle donne israeliane sopravvissute al massacro del 7 ottobre. E di tutte coloro che, purtroppo, non ce l’hanno fatta».
Sono le parole di Liron Kroll, direttrice creativa della campagna #MeToo_Unless Ur_A_Jew (“MeToo, a meno che tu sia ebrea), organizzata in occasione della Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza sulle donne, istituita nel 1999 dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite.
Proprio grazie alla sua professione di direttore artistico, Liron si è attivata fin dal 7 ottobre nell’aiutare chi è stato più colpito dal massacro di Hamas, a partire delle famiglie degli ostaggi.
«Molte di loro sono donne: madri, figlie, nonne – ci racconta –. E la loro pena è doppia. Non solo per quello che hanno subìto durante quel Sabato Nero, ma anche perché a questo dolore si aggiunge il silenzio del mondo: il fatto che quel dolore non venga riconosciuto all’estero. Che non venga addirittura riconosciuto dall’Onu e da quei gruppi femministi che il 25 novembre sfilavano per le strade delle capitali europee e americane».
Sono trascorsi ormai più di 50 giorni dal 7 ottobre, giorno in cui Hamas, nel commettere il più grande massacro nella storia di Israele, si è macchiato anche di gravissimi crimini e violenze sessuali nei confronti delle donne. Israeliane soprattutto. Ma non solo israeliane: sono, infatti, 28 le nazionalità tra i 239 ostaggi che sono stati rapiti nella Striscia.
Eppure, fuori da Israele, permane una riluttanza nel denunciare le atrocità commesse dal gruppo terrorista nei confronti delle donne. E questo anche se il gruppo Hamas abbia fornito prove fin troppo evidenti delle atrocità di cui si è reso protagonista pubblicando in tempo reale i filmati delle giovani rapite, fatte sfilare per Gaza picchiate, ferite, umiliate, violentate, molte con i pantaloni insanguinati.
Il silenzio caratterizza persino quelle attiviste dedite proprio alla difesa dei diritti delle donne. Nel denunciare tutto questo, Nicole Lampert, firma di Haaretz, mette in luce anche un aspetto che riguarda le donne a Gaza: «Ci si sarebbe aspettati una ferma condanna da parte dei gruppi femministi ben prima del 7 ottobre, quando le credenziali di Hamas in fatto di femminismo non erano certo brillanti visto che il gruppo impone l’uso dell’hijab, ha reso illegale viaggiare senza un tutore maschio e si è rifiutato di vietare gli abusi fisici o sessuali all’interno della famiglia».
Invece, la maggior parte dei movimenti femministi ha taciuto. Addirittura, il 30 ottobre, 140 eminenti studiose americane hanno firmato una petizione «per il cessate il fuoco» dichiarando, però, che essere solidali con le donne israeliane significa cedere al «femminismo coloniale». Come osservato dalla Lampert, nel Regno Unito l’unica organizzazione a denunciare la violenza sessuale del gruppo terrorista è stata “Jewish Women’s Aid”, sottolineando come «il silenzio pubblico di molte organizzazioni ha un ulteriore impatto sull’isolamento e sulla paura delle vittime israeliane».
«Non rimarremo in silenzio. La vita di ogni donna è ugualmente preziosa», sottolinea dunque la campagna #MeToo_Unless Ur_A_Jew. «Istituzioni come la Croce Rossa Internazionale e UN Women non hanno fatto nulla per supportare le nostre vittime», ha scritto – nella campagna Instagram – Keren Sharf Shem, la cui figlia Mia, 21 anni, è stata rapita durante il Festival Nova. Le madri degli ostaggi hanno lanciato anche la campagna #MomToo (“mamma anch’io”) in cui si possono ascoltare le voci delle donne i cui figli sono stati rapiti o uccisi da Hamas. Lo scopo è sensibilizzare le madri di tutto il mondo per creare consapevolezza su quanto è accaduto. E subito dimenticato dal mondo