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Gli utili idioti degli ayatollah: pseudo pacifisti, onusiani, beghine e accademici

” Lo schiaffo” della Fallaci a Khomeini: alla fine dell’incontro si tolse il Chador

GIULIO MEOTTI  20 APR 2024-Il Foglio

Dopo l’attacco dell’Iran a Israele, la lobby del “cessate il fuoco a Gaza” si è trasformata in “non cessate il fuoco su Israele”: così la solidarietà alla Palestina è mutata in una solidarietà diretta a Teheran e ai mullah. Una rassegna

Subito dopo il lancio di cinquecento missili dall’Iran contro Israele, un messaggio si è diffuso rapidamente sui social e sui feed delle sezioni di “Studenti per la Giustizia in Palestina” dei campus americani, da dove dopo il 7 ottobre era già partito il coro pro Hamas: gli ayatollah avevano vendicato il “genocidio” di Israele a Gaza. La Palestine Solidarity Alliance dell’Hunter College di New York ha offerto “solidarietà” all’Iran. Intanto, a Chicago, trecento pacifisti si erano incontrati per discutere come interrompere la convention democratica di agosto: un attivista è salito sul palco per annunciare che l’Iran aveva colpito Israele e la folla ha esultato. La lobby del “cessate il fuoco a Gaza” si era trasformata in “non cessate il fuoco su Israele”. Non appena l’Iran aveva iniziato il suo bombardamento su Israele, i pacifisti saltavano già di gioia. Dalla solidarietà alla Palestina alla solidarietà ai mullah.

Moshe Dayan dichiarò: “Credo sia inconcepibile che l’ayatollah Khomeini prenda a Parigi decisioni che riguardano la sicurezza dell’intero occidente, senza che l’occidente reagisca”. Ma accadde proprio questo, uno strano uccello iraniano aveva nidificato per centododici giorni nella culla dell’illuminismo per covare una rivoluzione che, una volta schiusa, avrebbe seminato morte e oscurantismo.

Nel suo esilio di Neauphle-le-Chateau, fuori Parigi, Khomeini fu omaggiato da giornalisti, attivisti e intellettuali. C’erano lo storico Claude Manceron e il filosofo Louis Rougier che paragonò Khomeini a Davide che trionfa su Golia. Andrew Young, l’ambasciatore americano all’Onu, disse che Khomeini era “un santo socialdemocratico” e accostò la sua rivoluzione islamica all’opera di Martin Luther King. L’ambasciatore americano a Teheran, William Sullivan, paragonò l’imam a Gandhi (questo prima che i dipendenti dell’ambasciata americana venissero tenuti in ostaggio per 444 giorni). Richard Falk, giurista di Princeton e futuro inviato dell’Onu in medio oriente con la fissa per Israele, guidò la missione americana in visita nel sobborgo di Parigi per incontrare Khomeini e sul New York Times si scaldò al fuocherello sciita dei mullah: “L’Iran può rappresentare per noi un modello”. C’era il filosofo comunista, poi cattolico e infine islamico Roger Garaudy, curatore dell’edizione francese delle opere di Lenin, innamorato del khomeinismo (“night club e cinema che hanno mostrato le produzioni più bestiali dell’occidente”, scriveva nell’omaggiare i mullah), che torna dal pellegrinaggio alla Mecca con il nome di “Ragaa Garaudy”, autore de “I miti fondatori della politica israeliana” (il libro ebbe l’appoggio dell’Abbé Pierre) e invitato ad assistere alle parate militari per le strade di Teheran accanto a Khatami e Khamenei.

Libération, il giornale della sinistra, titolava: “Insurrezione vittoriosa a Teheran”. Tutta la prima pagina a gloria di Khomeini. Marc Kravetz, inviato del quotidiano ed ex leader del Maggio ‘68, racconta la “prima grande notte” della rivoluzione iraniana: “Alle 21 abbiamo sentito le prime grida. Un urlo lungo e modulato proveniente dal profondo della gola. Allahu Akbar. Non era più uno slogan, un grido d’allarme, ma una musica pura, bella come il canto dei lupi. Allahu Akbar. Su tutti i tetti della città, le voci si rispondevano. Allahu Akbar. Il grido della guerra santa trovava la sua energia liberatoria nella notte, rotto dalle raffiche delle mitragliatrici”. André Fontaine, direttore del Monde, paragonò Khomeini a Giovanni Paolo II in un articolo dal titolo “Il ritorno del divino”, mentre il filosofo Jacques Madaule si domandava se “il suo movimento (di Khomeini) non aprirà le porte del futuro dell’umanità”. Michel Foucault, il filosofo, sul Corriere della Sera e sull’Obs parlò di quella di Khomeini come della “prima grande insurrezione contro i sistemi globali”.

L’Unità riuscì a trovare spiegazioni anche per le stragi: “Fucilazioni e processi sommari rispondono in qualche modo all’esigenza di rompere radicalmente con il passato. Il puritanesimo e l’integrismo islamico all’esigenza di farla finita con il degrado morale di un’intera epoca”. Paolo Patruno sulla Stampa: “La giornata dell’ayatollah comincia alle 3 per la prima preghiera; poi un riposo fino alle 9, quando iniziano le visite, interrotte dalla preghiera. Il pranzo è frugale”. Sul Corriere Renato Ferraro: “Gli erano state offerte ville lussuose, ma aveva rifiutato: ‘Voglio una casa semplice’”. Sul Manifesto Lidia Campagnano garantiva che sotto i mullah ci sarebbe stata una ventata di liberazione delle donne, che non sarebbero state più trattate alla stregua di “prostitute dello scià”. “Un plebiscito di popolo depone lo scià”, il titolo del Manifesto diretto da Valentino Parlato. E Francesco Alberoni, sempre sul Corsera: “La liberazione cessa di essere un prodotto della dominazione culturale dell’occidente e diventa una autoliberazione nel nome del Corano”.

Impossibile oggi ripetere quella sbornia indecente, troppe le esecuzioni iraniane delle donne e degli omosessuali, troppe le prigioni piene di giornalisti e scrittori, troppe le fosse comuni dove è finito il dissenso, troppi i rastrellamenti e le torture degli studenti. Così l’ubriacatura ha lasciato il passo al cinismo.

Ci sono le università. La Sapienza ha 54 accordi con gli ayatollah. L’Università di Trieste è un caso da manuale: ha più accordi con l’Iran (cinque) che con gran parte degli altri paesi. L’Università di Torino ha sedici accordi con Teheran, il doppio di quelli con Israele. In generale, le università italiane hanno 186 accordi con la teocrazia iraniana. E pensare che nel 2017 l’Italia è stata ospite d’onore alla Fiera del libro di Teheran. Questo ovviamente prima che da Teheran partisse l’ordine di uccidere uno scrittore su un palco a New York soltanto per aver scritto un libro. Le università occidentali e i think tank sono pieni di cinici come John Mearsheimer, professore di scienze politiche all’Università di Chicago, che afferma che “un Iran dotato di armi nucleari porterebbe stabilità alla regione”.

Poi ci sono i partiti europei, come Podemos in Spagna, che flirtano non poco con gli ayatollah. Basta leggere la dichiarazione della segretaria di Unidas Podemos, Ione Belarra, dopo l’attacco dell’Iran a Israele: “La complicità degli Stati Uniti e dei paesi europei con il genocidio del popolo palestinese sta portando a una totale destabilizzazione della regione con conseguenze imprevedibili”. Non una parola sui cinquecento missili su Israele. “Podemos, propagandista dell’Iran in Spagna”, titola ABC.

“Dal fiume al mare”, ruggisce lo scozzese George “Gaza” Galloway, l’amico di Saddam Hussein che faceva il bagno con Fidel Castro, che non disdegna gli abiti firmati mentre oggi guida i suoi seguaci come un religioso islamico. Il populista è appena tornato a Westminster togliendo al Labour vent’anni di dominio a Rochdale, l’ex città tessile di Manchester. Antimperialista che dice di “servire il popolo”, Galloway ha ricevuto il passaporto di Hamas, lavorato per il canale televisivo dell’Iran a Londra Press TV e per al Mayadeen, il canale libanese filo Hezbollah. Se è un giullare, Galloway è uno di quelli che ci rivelano l’assurdità della nostra situazione.

“Una delle armi di Hamas è l’apertura di un fronte in Europa”, dice Hugo Micheron, uno dei massimi esperti francesi di islamismo. Parlamentari inglesi e francesi sono andati a incontrare uno dei leader di Hamas Khaled Meshaal. Esponenti dei libdem inglesi sono andati a Gaza a stringere la mano a Ismail Haniyeh, quando il capo di Hamas era ancora nella Striscia.

Dopo Parigi, gli ayatollah intanto facevano il nido alle Nazioni Unite grazie alla burocrazia transnazionale, il letto caldo dei nemici dell’occidente. Mentre lanciava i missili sullo stato ebraico, Teheran si preparava ad assumere la guida del Forum sul disarmo dell’Onu, per citare soltanto una commissione di cui fa parte. Gli ayatollah hanno ottenuto un seggio quadriennale alla Commissione Onu per i diritti delle donne, sebbene il regime iraniano sia uno dei più spietati al mondo verso il sesso femminile, che vive in uno stato di semi segregazione. Di diritti femminili si occupa anche la maggiore organizzazione dell’Onu, l’Undp, il Programma per lo Sviluppo, di cui Teheran è stato a pieno titolo uno dei membri e addirittura presidente. C’è stato un delegato iraniano all’Unifem, il fondo di sviluppo per le donne. E Teheran è stato vicepresidente dell’Opcw, l’organizzazione per la proibizione delle armi chimiche, e  nell’Unodc, l’ufficio Onu per la droga. Non male per un paese che all’Onu dovrebbe promuovere la legalità ma che, dopo la Cina, figura come leader mondiale nel numero di condanne a morte. E se non bastasse, l’Iran è stato nel board dell’Unicef, l’agenzia Onu per  l’infanzia, nonostante Teheran spedisca sulla forca  i minorenni (anche in questo caso con numeri da record mondiale).

Poi ci sono le beghine intabarrate. Come Nadine Oliveri Lozano, nuova ambasciatrice svizzera in Iran, che si è vestita di nero dalla testa ai piedi al santuario di Qom, a sud di Teheran. Si arriva a città occidentali, come la capitale canadese Ottawa, che celebrano la “Giornata del velo islamico”, il fantastico coniglio uscito dal turbante di Khomeini, spingendo la dissidente iraniana Shabnam Assadollahi, che ha lavorato a lungo per aiutare migranti e rifugiati a integrarsi in Canada, a dire: “Avevo tredici anni quando Khomeini arrivò al potere in Iran e durante la notte tutte le donne, comprese le ragazze delle scuole elementari, furono costrette a coprire i loro corpi dalla testa ai piedi. Ora la giornata dell’hijab si svolgerà sotto gli auspici della città di Ottawa, che equivale ad accettare un sistema giuridico completamente in contrasto con i valori democratici del Canada”.

Intanto, gli ayatollah incassavano l’autocensura occidentale. Sooreh Hera è un’artista iraniana che in un museo dell’Aia doveva esporre una serie di opere fotografiche che ritraevano coppie gay, fra cui Maometto e Alì. Dopo le minacce di attacchi e di morte anche da Teheran, la mostra è stata annullata. D’altronde Khomeini lo aveva detto: “Non c’è niente da ridere nell’islam”.

Al Macalester College, nel freddo Minnesota, è censurata la mostra di un’artista iraniana, Taravat Talepasand, che aveva realizzato una scultura che recita “Donna, vita, libertà” in inglese e farsi (lo slogan delle donne iraniane) e una satira di Khomeini e donne che indossano il niqab mentre si tirano su le vesti. Nelle stesse ore, un professore iraniano alla San Francisco State University veniva indagato dopo che studenti musulmani si sono lamentati contro l’accademico per aver mostrato un’immagine di Maometto durante una lezione. “Questa è la prima volta che succede”, ha detto Maziar Behrooz. “Non ero preparato che qualcuno si offendesse, in un’università laica, parlando di storia piuttosto che di religione”. Senza contare la dissidente iraniana Maryam Namazie bandita da alcune università inglesi, come il Goldsmiths e il Warwick. La sua difesa del free speech avrebbe “offeso” gli studenti di fede islamica.

Anche l’artista iraniana Sadaf Ahmadi in Svezia è stata censurata. Ahmadi ha creato dieci teste velate appese come fantasmi a una corda. Ahmadi, nata a Teheran, a Euronews dice: “Mi è successa la stessa cosa che in Iran”. Il responsabile della cultura dell’Expressen, Victor Malm, scrive: “Se i manager della cultura che hanno potere cominciano a ragionare così, i mullah hanno già ottenuto ciò che vogliono”. Ma va tutto alla grande, perché a Venezia gli artisti sono liberi di scandire slogan contro il padiglione vuoto di Israele, mentre il presidente della Biennale cita l’Imam al Sadr come esempio di tolleranza. Khomeini non aveva bisogno di liberalizzare il riso nell’islam: da 45 anni sono occupati a ridere di noi. Noi, unidas podemos; loro pasaràn.

La de-colonizzazione della Russia

di Stefano Caprio – Asia News – 21 Aprile 2024

La questione del post-colonialismo in Russia è il grande tema di sottofondo imposto dalla guerra russa in Ucraina. Dietro le pretese del “mondo russo” ci sono le aspirazioni dei tanti popoli che da secoli sono sottoposti alla dominazione imperiale di diverse ideologie, da quella zarista a quella sovietica, e oggi dalla visione eurasiatica kirill-putiniana, che prendendosela con l’Ucraina ha di fatto scoperchiato il vaso di Pandora di tutta la storia russa.

A metà aprile si è concluso il primo corso di “de-colonizzazione” della Russia, tenuto on-line da professori di varie parti del mondo, a cui hanno partecipato decine di “studenti” e attivisti dei movimenti indipendentisti di Buriazia, Calmucchia, Udege (un popolo indigeno del sud-est della Siberia), Cecenia, Inguscezia, Carelia e molti altri. Tra i “docenti” vi sono lo storico ucraino Sergyj Gromenko, la culturologa ucraina Oksana Litvinenko, il dissidente polacco Petr Mintser, lo storico dell’arte russo-ucraino Konstantin Akinša, la critica letteraria americana Eva Tompson e vari esperti dell’argomento, come Aleksandr Etkind (famoso psicologo sovietico, poi culturologo americano) e Sergej Abašin, un antropologo moscovita. Tra gli organizzatori del corso vi è il filosofo russo Mikhail Judanin, nato e cresciuto a Novosibirsk al centro della Siberia, poi trasferitosi in Israele e quindi in America, dove insegna all’università della Georgia. È “l’altra Russia” di cui parla lo scrittore russo-georgiano Boris Akunin, quella al di fuori dei confini, che però ha un ruolo importante anche per chi vive nella Russia imperiale putiniana, e spera in una ricostruzione completamente diversa di “tutte le Russie” negli anni a venire.

La questione del post-colonialismo in Russia è il grande tema di sottofondo imposto dalla guerra russa in Ucraina, uno degli effetti contrari ottenuti dalle manie di grandezza del “Putin collettivo”. Dietro le pretese del “mondo russo” ci sono le aspirazioni del “mondo non russo”, dei tanti popoli che da secoli sono sottoposti alla dominazione imperiale di diverse ideologie, da quella zarista a quella sovietica, e oggi dalla visione eurasiatica kirill-putiniana, che prendendosela con l’Ucraina ha di fatto scoperchiato il vaso di Pandora di tutta la storia russa. Nessuno può prevedere come andrà a finire la guerra mondiale scatenata dal Cremlino, ma molti immaginano che al posto della Federazione russa e delle sue cento regioni potranno crearsi molti Stati diversi, chi dice dieci e chi cinquanta. Su 145 milioni di cittadini, i russi sono al massimo 80 milioni (di etnia molto mista), e il resto varia dagli ugro-finnici ai caucasici, dai turanici ai mongoli, passando per gli europei orientali di vario ceppo fino ai cinesi, che sempre di più occupano i territori estremo-orientali.

Da sempre in queste terre si verifica un confronto tra oppressi e oppressori, in dimensioni che non hanno uguali al mondo: se negli Stati Uniti solo oggi emergono i sensi di colpa per l’emarginazione dei nativi da parte dei coloni giunti dall’Europa, in Russia fin dalle origini il popolo dominante si afferma a scapito delle etnie minori, come narrano le cronache medievali fin dai tempi della Rus’ di Kiev. Allora la scelta del battesimo bizantino fu il risultato del confronto tra l’islam dei Bulgari di Volga, l’ebraismo dei Khazari del Caucaso e il cattolicesimo latino dei nemtsy, i “muti” privi dello slovo, la “parola” degli slavi, un termine che oggi si applica ai tedeschi e che allora indicava tutti gli occidentali. Queste varianti scartate, per poi scegliere la “grande bellezza” del cristianesimo di Santa Sofia di Costantinopoli, sono però sempre rimaste legate alla Russia nei secoli successivi, aggiungendo poi le varianti asiatiche del “giogo tartaro” e della conquista della Siberia, tra la fine del Medioevo e i secoli moderni e contemporanei.

Il colonialismo, del resto, non è un’invenzione dei russi, anzi è in un certo senso la vera radice di tutti gli imperi e gli Stati del Mediterraneo e dell’Europa, dai greci di Alessandro Magno ai romani di Giulio Cesare, per poi darsi il cambio tra i vari tentativi della translatio imperii di quasi tutti i popoli europei e americani. La Grecia antica cercava terre fertili da coltivare, mentre nei tempi moderni si affermano le metropoli dei padroni che controllano vasti territori da sfruttare economicamente e controllare militarmente, e la Russia è rimasta in questo senso alle varianti del secondo millennio. A parte i due secoli pietroburghesi di tendenza occidentale, in Russia permane il dominio della capitale eurasiatica di Mosca, un altro mondo rispetto al resto del Paese, e gli anni putiniani hanno in gran parte rilanciato questo modello: a Mosca si vive nel lusso, nella pace e nella concordia, e il resto del Paese e del mondo intero può soltanto alimentare la sua superbia, solo in parte condivisa con San Pietroburgo, Nižnij Novgorod, Novosibirsk e poche altre metropoli.

Secondo Judanin, il colonialismo si produce “non dalla concorrenza dei commercianti, ma quando un brigante incontra l’uomo d’affari nel cortile, gli spacca la testa con un’asta e gli ruba tutti i soldi… la colonizzazione è un effetto dell’uso della forza”. Poi col tempo i colonizzatori cominciano a credere di meritarsi la posizione dominante per alcune loro qualità particolari, e così “nasce il mito della gerarchia mondiale dei popoli, ritenendo normale e legittimo che chi ha in mano il fucile debba comandare su quelli che hanno solo l’arco e le frecce”, come nella narrativa del Far West americano e prima ancora del Far East siberiano, dove i cosacchi già rappresentavano nel Cinquecento quelli che saranno i cowboys dell’Ottocento, e oggi sono le armate russe in Ucraina. La retorica dei “combattenti superiori”, del resto, ha alimentato la ferocia delle varie squadre di invasori, dalla compagnia Wagner del “cuoco arrostito” Evgenij Prigožin alla divisione Akhmat dei ceceni, agli ordini del colonizzatore caucasico Ramzan Kadyrov, gli eroi putiniani della “operazione speciale”.

Il filosofo spiega che “l’economia coloniale va sempre a braccetto con varie forme di razzismo”, come ad esempio l’obbligo imposto all’Uzbekistan e al Turkmenistan di coltivare soltanto il cotone, escludendo tutte le altre colture, ciò che ancora oggi impone raccolte schiavistiche a cui sono costretti anche gli studenti di questi Paesi. La suddivisione dei settori di produzione era un progetto iniziato già durante l’impero degli zar, e poi perfezionato dal regime sovietico per realizzare la “partecipazione dei popoli” al grande progetto del socialismo universale, senza pensare alle disastrose conseguenze sull’ecologia di tutta l’Asia centrale e di altri territori. Non è un caso che oggi gli uzbeki, i turkmeni e i tagichi organizzino grandi “festival della tessitura” per rifarsi delle umiliazioni secolari, quando il cotone raccolto veniva portato in Bielorussia per comporre i “capolavori” di cui gli asiatici erano ritenuti incapaci.

Per giustificare la propria visione coloniale, oggi i russi ritrovano argomenti antichi e ne immaginano di nuovi. La Russia ha da sempre un complesso da elaborare, quello di essere un impero di terra senza sbocchi sul mare, invidiando i domini britannici, spagnoli, olandesi e altri che spaziavano per gli oceani; nell’attuale guerra in Ucraina, più che il Donbass ai russi interessava la Crimea (luogo simbolico da sempre) e le rive del mar Nero, e più che la conquista di Kiev si cerca di arrivare a Odessa, per imporsi poi fino al Mediterraneo. Un altro sogno che preannuncia future catastrofi è quello del controllo del Mar Glaciale Artico, che con il riscaldamento globale è sempre meno glaciale, e potrebbe liberare nuove “colonie” da conquistare; del resto, fin dal Seicento i russi avevano attraversato lo stretto di Bering per conquistare l’Alaska, giungendo fino alla California poi venduta agli americani, in un corto circuito degli imperi d’Oriente e Occidente.

Secondo le classiche impostazioni del colonialismo russo, oggi ravvivate dall’idea del “mondo russo” ortodosso, la Russia non opprime i popoli minori, anzi li protegge e li fa crescere nell’integrazione economica, culturale e religiosa. Nel recente Nakaz, il decreto del Concilio mondiale ispirato dal patriarca Kirill, si sottolinea l’importanza dell’opera della Chiesa ortodossa anche nei rapporti con l’islam, il buddhismo e le altre religioni locali fino allo sciamanesimo asiatico, che grazie al cristianesimo patriarcale si assimilano alla grande sobornost patriottica, l’educazione dei popoli alla difesa dalle invasioni e dalle eresie. La resistenza alla “degradazione morale” occidentale, motivo spirituale della guerra in Ucraina, esalta la superiorità dei “valori tradizionali” proclamati dal patriarca anche per le altre religioni, essendo “valori universali” che i russi hanno il diritto e il dovere di affermare a tutte le latitudini. Colonizzazione che diventa evangelizzazione, sobornost ecumenica della de-nazificazione e russificazione, questi sono i ritornelli della rinascita imperiale della Russia.

Un altro termine utilizzato nei tempi sovietici era la korenizatsija (da koren = radice), una politica etnica imposta sotto Stalin, il dittatore georgiano che voleva essere più russo dei russi, anche se parlava con forte accento caucasico. Allora vigeva l’ideologia anti-religiosa, e invece di metropoliti e muftì si aggregavano i segretari di partito e gli alti funzionari, per costituire una élite di “uomini nuovi” di nazionalità sovietica e non più legata alle origini di sangue. Le “radici” oggi sembrano però non avere più il terreno fertile delle colonie antiche, e i tanti popoli dell’Eurasia sopportano sempre di meno la dittatura imperiale dei russi: dopo aver invaso l’Ucraina e minacciato gli altri Paesi dell’Europa orientale, del Caucaso, della Siberia e di tutta l’Asia, c’è il rischio che la Russia sia costretta a invadere sé stessa, rimanendole soltanto la possibilità della auto-colonizzazione.

La guerra nucleare e gli ultimi 72 minuti prima della fine del mondo

di Elena Tebano – Corriere della sera 20 Aprile 2024

Con il conflitto in Ucraina e tra Israele e Iran, torna centrale la paura delle armi nucleari, oggi ci sono nove potenze che le posseggono. Rischi e paura di un tempo incerto: ne parla il libro di Annie Jacobson

«La guerra nucleare è una follia. Se un’arma nucleare venisse lanciata contro gli Stati Uniti, anche da una nazione canaglia dotata di armi nucleari come la Corea del Nord, la politica americana impone un contrattacco nucleare. Questa risposta darebbe quasi certamente il via a una serie di eventi che andrebbero rapidamente fuori controllo. “Il mondo potrebbe finire nelle prossime due ore”, mi ha detto in un’intervista il generale Robert Kehler, ex comandante del Comando strategico degli Stati Uniti». Annie Jacobson, giornalista investigativa americana, già finalista per il premio Pulitzer, in un intervento sul sito Mother Jones descrive così i rischi delle armi nucleari. L’articolo è un estratto del suo nuovo libro, appena pubblicato negli Stati Uniti e in Germania, Nuclear War: A Scenario («Guerra nucleare. Uno scenario». Il titolo tedesco, 72 minuti all’annientamento, è più inquietante) e ha dato vita a un ampio dibattito sui rischi della deterrenza nucleare. Cioè di quella strategia militare che «consiste nel predisporre misure tali per cui il nemico, in vista delle conseguenze di un suo attacco, sia dissuaso dal metterlo in opera. In tal senso essa si lega alla corsa agli armamenti iniziata nel secondo dopoguerra, e ne costituisce l’impalcatura concettuale e la giustificazione ideologica» (la definizione è della Treccani).

Negli anni 80, quando si è registrato il picco di 70.481 armi nucleari al mondo, i rischi di una guerra atomica erano ben presenti e ampiamente discussi dall’opinione pubblica. Con la fine della guerra fredda, il disgelo e la riduzione degli armamenti (oggi al mondo ci sono circa 12.500 armi nucleari divise tra nove Paesi) il pericolo di un conflitto nucleare è iniziato a sembrare sempre più remoto. Oggi non è più così: la guerra russa in Europa contro l’Ucraina e la minaccia di un conflitto tra Israele e Iran hanno reso quel rischio tremendamente più attuale. Anche se finora la deterrenza ha funzionato contro la Russia.

La cosa interessante e spaventosa del libro di Jacobsen è che mostra che basterebbe la decisione di una singola persona per scatenare l’apocalisse nucleare, non importa se è un dittatore imprevedibile e paranoico come Kim Jong-un, o dedito alle prove di forza come Vladimir Putin, o un presidente democraticamente eletto. È un fatto ben not0 agli addetti ai lavori: «Durante la crisi del Watergate, il Segretario alla Difesa James Schlesinger, preoccupato che un Richard Nixon ubriaco e pensieroso potesse decidere di lanciare un attacco nucleare, avrebbe detto ai dirigenti del Pentagono di consultare lui o il Segretario di Stato Henry Kissinger prima di seguire una direttiva della Casa Bianca» ricorda il New York Times nella sua recensione del libro. Jacobsen dal canto suo è convinta che molti esperti militari le abbiano parlato perché pensano che l’opinione pubblica debba sapere che una cosa del genere può accadere.

«Gli Stati Uniti mantengono una politica di lancio nucleare chiamata “Launch on Warning”. Ciò significa che se un satellite militare indica che la nazione è sotto attacco nucleare e un secondo radar di preallarme conferma tale informazione, il presidente lancia missili nucleari in risposta. L’ex segretario alla Difesa William Perry mi ha detto: “Una volta che siamo avvertiti di un attacco nucleare, ci prepariamo a lanciare. Questa è la politica. Non aspettiamo”. Il Presidente degli Stati Uniti ha l’autorità esclusiva di lanciare armi nucleari. Non chiede il permesso a nessuno. Né il segretario alla Difesa, né il presidente del capo di stato maggiore congiunto, né il Congresso degli Stati Uniti», spiega Jacobsen in un intervento su The New Scientist. 

«Quando il Presidente viene a sapere che deve rispondere a un attacco nucleare, ha solo 6 minuti per farlo. Sei minuti sono un tempo irrazionale per “decidere se scatenare l’Armageddon”, lamentava il presidente Ronald Reagan nelle sue memorie. “Sei minuti per decidere come rispondere a un segnale di disturbo su un radar… Come si può applicare la ragione in un momento come quello?”. Eppure, il Presidente deve rispondere. Perché un missile balistico intercontinentale impiega circa 30 minuti per arrivare da una rampa di lancio in Russia, Corea del Nord o Cina a qualsiasi città degli Stati Uniti, e viceversa. I sottomarini con armamento nucleare possono ridurre il tempo di lancio al bersaglio a 10 minuti o meno. Oggi ci sono nove potenze nucleari, con un totale di oltre 12.500 armi nucleari pronte per essere utilizzate. Gli Stati Uniti e la Russia hanno circa 1.700 armi nucleari ciascuno: armi che possono essere lanciate in pochi secondi o minuti dopo che i rispettivi presidenti hanno dato il comando», dice ancora Jacobsen. Gli Stati Uniti però hanno solo 44 missili per intercettare e far esplodere le testate nemiche. E il prossimo presidente americano potrebbe essere Donald Trump.

«Ho fatto una serie di interviste con il fisico Richard Garwin, che ora ha 95 anni. È probabilmente la persona più esperta di armi nucleari del pianeta, e probabilmente ne sa di più sulla politica nel lungo arco della storia, perché aveva 23 o 24 anni quando progettò la prima bomba termonucleare. Nel test “Ivy Mike”, la bomba esplose con una potenza di 10,4 megatoni, circa 1.000 Hiroshima. Garwin mi disse che la sua più grande paura era , ed era sempre stata, la teoria del pazzo. Ha usato l’espressione francese Après moi, le déluge – dopo di me, il diluvio – riferendosi all’idea che un leader pazzo, maniacale, egoista e narcisista possa lanciare un’arma nucleare per ragioni che nessuno potrà mai conoscere» dice ancora Jacobsen a Mother Jones. 

Nel 1983 gli Stati Uniti hanno fatto una simulazione dei possibili scenari di guerra in un gioco chiamato Proud Prophet, a cui hanno partecipato vari esperti. Tra questi c’era un professore di Yale Paul Bracken che, racconta Jacobsen, è stato autorizzato a parlarne in termini generali: «Ha scritto nel suo libro che tutti se ne sono andati molto depressi, perché non importa come inizia lo scenario nucleare — se la Nato è coinvolta o meno, se la Cina è coinvolta o meno — finisce sempre allo stesso modo, il modo più terribile, perché l’America ha una politica di “lancio su allarme”. Non aspettiamo di assorbire un colpo nucleare. Una volta che un missile è in arrivo e c’è una conferma secondaria dai radar di terra, al presidente viene chiesto di lanciare un contrattacco». 

Il punto è che non è possibile sapere se il missile contiene una testata nucleare. Ma il presidente deve comunque decidere subito se rispondere. E se decide di farlo con le testate nucleari l’apocalisse atomica diventa inevitabile. Partendo da questo assunto Nuclear War: A Scenario racconta nel dettaglio e momento per momento cosa succederebbe se la Corea del Nord lanciasse un missile contro gli Stati Uniti.

«Il libro lascia aperta la questione di cosa abbia spinto la Corea del Nord a commettere questo atto di follia. Il dittatore Kim Jong-un sarebbe davvero così pazzo da attaccare gli Stati Uniti? Sta forse immaginando di sopravvivere all’inevitabile contrattacco? Secondo i servizi segreti americani, la Corea del Nord ha costruito per decenni il più grande sistema di bunker sotterranei del mondo. Si presume che la leadership del Paese abbia cibo, acqua e medicine sufficienti per trincerarsi sottoterra per anni. Oppure è solo un malinteso, un terribile incidente? Si tratta di un test missilistico sfuggito al controllo? In questo scenario fittizio, non è chiaro perché il missile sia stato lanciato. Pyongyang rimane in silenzio, proprio come nella realtà. Tra il gennaio 2022 e il maggio 2023, la Corea del Nord ha effettuato circa 100 test missilistici. Il Paese non ne ha annunciato nemmeno uno in anticipo. La cosa sconvolgente: per il resto dello scenario, non importa se il lancio sia stato intenzionale o accidentale» nota lo Spiegel.

Uno dei punti più problematici è che i leader hanno solo pochi minuti di tempo per decidere in caso che venga rilevato un potenziale attacco. È una responsabilità così gravosa che sia George W. Bush, che Barack Obama, che Joe Biden volevano cambiare la politica di «lancio su allarme». Ma non lo hanno fatto perché nessuno ha mai trovato un’alternativa alla politica di deterrenza nucleare. Un altro elemento problematico è il «sistema di allerta precoce» russo che è «inaffidabile»: secondo gli esperti americani c’è il pericolo che segnali come reali attacchi inesistenti, innescando una reazione a catena (un problema aggravato dal fatto che i presidenti degli Stati Uniti e la Russia attualmente non comunicano).

La descrizione della reazione a catena della deterrenza nucleare fatta da Jacobsen è così terrificante che Denis Villeneuve, il regista di Dune, ha comprato i diritti per farne un film. Paradossalmente potrebbe essere l’unica buona notizia portata dal libro. Il perché lo racconta Jacobsen, sempre nell’intervista a Mother Jacobsen: ha a che fare con il più famoso film di sempre sull’apocalisse nucleare,The Day After, che —uscito nel 1983, ha fatto capire a tutto il mondo i rischi della guerra nucleare. «Si tratta di una storia fittizia di una guerra nucleare tra l’America e la Russia sovietica, e metà del Paese lo guardò. È interessante notare che, dietro le quinte, la Abc ricevette molte pressioni per non mandarlo in onda — ricorda Jacobsen —. Ebbene, un americano molto importante lo guardò: Reagan assistette a una proiezione privata a Camp David. Il suo capo di gabinetto cercò di suggerirgli di non guardarlo, ma lo fece. Nel suo diario scrisse di essere “molto depresso”, prese il telefono e chiamò l’allora presidente sovietico Mikhail Gorbaciov, e i due leader si parlarono, il che è davvero l’unica soluzione a tutto questo. Grazie a quelle comunicazioni, alla loro conferenza e al trattato, l’arsenale nucleare folle è stato ridotto ai circa 12.500 esemplari attuali, una riduzione considerevole. Il Presidente prima di vedere “The Day After” aveva un approccio molto più duro e aggressivo. Ha cambiato posizione ed è diventato molto più prudente».

Il marito di Azzurra, morta per dare alla luce il figlio: «Era come un giorno di sole». Diceva: «Sono fortunata, intorno ho tanto amore»

di Marianna Peluso – Corre della sera – 17 Aprile

Treviso, Azzurra Carnelos, uccisa dal cancro a 34 anni dopo le cure sospese per il parto, nel ricordo del marito: «Il bambino era l’unico pensiero. Stringeva i denti e sorrideva». La madre: «Era luminosa». A Oderzo il funerale .


«Azzurra, di nome e di fatto, luminosa come il cielo di una giornata di sole». Con queste parole Antonella Furlan ricorda sua figlia, morta di tumore dopo aver coronato il sogno di diventare mamma. Originaria di Oderzo (in provincia di Treviso), Azzurra Carnelos aveva già combattuto e vinto contro un tumore al seno, nel 2019, «e già all’epoca, la sua prima preoccupazione era di non poter diventare mamma» spiega il marito Francesco Favero. Sembrava acqua passata quella diagnosi, superata con cicli chemioterapici, «tanto che abbiamo subito ricominciato a fare progetti per il nostro futuro insieme – continua Francesco -: ci siamo sposati il 2 giugno 2022 e a inizio 2023 abbiamo scoperto di aspettare un bambino». 

«Sono fortunata, ho tanto amore intorno»

Un periodo bellissimo, interrotto bruscamente da una visita di rito della gravidanza. «A luglio è tornata l’angoscia, perché il tumore era tornato, sotto forma di lesioni secondarie. Abbiamo avviato le cure compatibili con lo stato di gravidanza per poter arrivare alla 32esima settimana di gestazione. L’unico pensiero di Azzurra era il bambino che stava crescendo dentro di lei: stringeva i denti e sorrideva». Il 2 agosto nasce il piccolo Antonio, con cesareo programmato. Un nome dato come omaggio a Sant’Antonio da Padova, di cui era devota. Come da indicazione medica, la neomamma segue il protocollo e sospende le cure a cavallo del parto, per poi riprenderle dopo il primo mese del figlio. «Francesco è sempre stato al suo fianco – precisa Antonella – quando la malattia si è riacutizzata, ha lasciato il lavoro per stare al suo fianco, accompagnarla allo Iov (Istituto Oncologico Veneto) per le terapie e riportarla a casa, dispensando forza ed energia». Seppur provata, Azzurra trovava il lato positivo anche in quel frangente, notando nella coesione delle famiglie d’origine nuovi motivi per essere felice. «Mi diceva di sentirsi fortunata ad avere tanto amore intorno – fa una pausa il marito – quando era lei il nostro esempio d’amore».

Dal punto di vista medico, «la gravidanza è una fase in cui le neoplasie si presentano con caratteristiche di maggiore aggressività – spiega la dottoressa Antonella Brunello, direttrice nella Uoc Oncologia 1 dello Iov di Padova e membro del consiglio direttivo nazionale Aiom -. Laddove possibile si cerca di salvaguardare il benessere sia del nascituro che della madre». Azzurra si spegne domenica 14 aprile, alle prime ore del giorno. «Qualche giorno fa le ho ricordato che esattamente 34 anni prima, suo padre e io la stavamo aspettando – aggiunge la madre -. Sarebbe dovuta nascere proprio il 14 aprile, invece alla fine ci ha fatto attendere fino al 18. Giovedì avrebbe compiuto gli anni». Studentessa modello, si era laureata all’Università di Udine con il massimo dei voti, trovando subito lavoro in banca. «Intelligente, educata, studiosa, gentile con tutti – conclude – attaccata alla famiglia e agli amici. Ringraziava sempre medici e infermieri e non si è mai arrabbiata, nemmeno in quest’ultimo periodo. Doti dal profumo di santità». Il funerale sarà celebrato domani, mercoledì 17 aprile, alle 15, nel duomo San Giovanni Battista di Oderzo. Per volontà della famiglia, tutte le offerte raccolte durante la cerimonia saranno destinate alla terapia intensiva neonatale dell’Ospedale Cà Foncello di Treviso

“Abbattere il regime iraniano prima che abbia l’atomica”.

 Parla Boualem Sansal

GIULIO MEOTTI  16 APR 2024 – Il FOGLIO

“Teheran pensa che se riuscirà a distruggere Israele, tutti i paesi musulmani passeranno sotto la sua bandiera e formerà il più grande impero del mondo con due miliardi di seguaci”, dice lo scrittore algerino al Foglio

“L’Iran è convinto che se riuscirà a distruggere Israele, tutti i paesi musulmani passeranno sotto la sua bandiera e formerà il più grande impero del mondo con due miliardi di seguaci”. Parla così al Foglio Boualem Sansal, il più famoso romanziere algerino, autore di 2084 (Neri Pozza). Ci fu Disintegrazione del mito dell’Olocausto, il titolo del libro dell’allora presidente iraniano, Mahmoud Ahmadinejad, che parlava della Shoah come di un “mito” e di Israele come un “tumore”. Nel 2015, la Guida suprema Ali Khamenei ordinò un video in cui si vedono soldati musulmani che guardano Gerusalemme e si preparano a conquistarla. La clip porta il titolo “Preparazione alla completa distruzione di Israele da parte delle Guardie rivoluzionarie islamiche”.
 

Poi l’inaugurazione di un orologio in una piazza di Teheran che conta i giorni che mancano alla distruzione di Israele. Khamenei ha anche condiviso sul suo sito web un poster: una bandiera palestinese che si alza sulla moschea di al Aqsa e la frase “soluzione finale”, l’espressione usata dai nazisti alla Conferenza di Wannsee che pianificò lo sterminio degli ebrei. La Guida suprema ha pubblicato un libro intitolato Palestine nel quale spiega che Israele, “tumore canceroso”, sarà spazzato via con una guerra di attrito per costringere gli israeliani ad andarsene e sottrarsi alle minacce che incombono su di loro e l’occidente si renderà conto che sostenere il “progetto sionista” è troppo oneroso e lo abbandonerà a se stesso.
 

Questi esempi  spingono Sansal, 74 anni, grande scrittore algerino da sempre in lotta contro l’islamismo radicale, vicino agli ebrei e a Israele, a spiegare così al Foglio il progetto iraniano: “L’Iran è sempre stato un grande paese e una grande civiltà. Non c’è dubbio che sia uno stato razionale e strategicamente efficiente. Nonostante l’embargo occidentale, è riuscito a mantenere un alto livello di sviluppo scientifico, industriale e militare, grazie al quale è diventato un ricercato venditore di armi moderne. Il problema è che, con la rivoluzione di Khomeini, è diventato una teocrazia con la missione messianica di governare l’islam, unificarlo e lanciarlo alla conquista del mondo. Il suo progetto nucleare è specificamente concepito per raggiungere questo obiettivo. È anche un deterrente perché si sente in pericolo, circondato com’è dalle potenze nucleari di India, Pakistan e Israele”.
 

L’ultimo romanzo di Sansal per Gallimard ha un titolo evocativo: Vivre: le compte à rebours, una specie di apocalisse in cui restano solo 780 giorni di vita. “L’occidente lavora ormai solo per il breve termine, mentre la Repubblica islamica dell’Iran ha affidato al governo il breve termine e ora si occupa esclusivamente del medio e lungo termine”, continua Sansal al Foglio. “L’islamizzazione del mondo viene pianificata e organizzata nell’arco di un secolo. L’unica soluzione è abbattere questo regime prima che si doti di armi nucleari, che lo renderebbero completamente immune da qualsiasi minaccia, come è riuscita a fare la Corea del nord, che ora deride l’occidente mentre la Corea del sud spende tutte le sue energie per scimmiottare l’occidente e produrre gadget. È nell’interesse dell’occidente ritrovare il senso di responsabilità, che è sempre a lungo termine”.
 

Sansal ha definito Israele il “villaggio gallico”.  “Asterix racconta l’eroica e interminabile lotta di un piccolo villaggio gallico nel centro della Gallia, conquistato dalla potente Roma”, dice Sansal. “Allo stesso modo, Israele è circondato da paesi arabi che cercano di farlo sparire. Il suo scandalo è  quello di esistere e di aver sconfitto gli eserciti arabi uniti contro di lui. Questo è considerato un’umiliazione suprema per gli arabi, i musulmani, Maometto e Allah stesso. Israele è il vettore di una terribile contraddizione: quella dell’unicità dell’islam. Israele è dunque come il villaggio gallico che resiste in una terra che impedisce di essere islamica dall’inizio alla fine. Va oltre la politica e la religione. È ontologico”. 
 

Sansal si rammarica della passività europea. “L’Europa è un grande scandalo”. “È la prima potenza economica e culturale del mondo, ma l’ultima potenza diplomatica e militare. Oggi sta cadendo come un frutto maturo nelle braccia di due pericolose dittature, Russia e Cina, e dell’islamismo. Delenda Europa è il loro programma comune”.

L’attacco flop coi droni è una cosa. Ma se “i pazzi” ayatollah sviluppassero l’atomica?

GIULIANO FERRARA  16 APR 2024 – IL FOGLIO

L’attacco iraniano contro Israele ha avuto l’effetto sperato: mera dimostrazione. Ma l’ipotesi che l’Iran arrivi a sviluppare tecnologie nucleari è ben diverso e molto più pericoloso

Anche senza informazioni particolari si capisce che gli ayatollah non vogliono la guerra generale ora e limitano le operazioni dirette contro Israele perché invece vogliono la bomba nucleare domani. Si sono portati avanti quanto possibile con il lavoro, nonostante le attenzioni dell’intelligence israeliana, e non desiderano essere disturbati. Tuttavia la bomba in costruzione è protetta da una deterrenza che si distende sui numerosi fronti del Libano, della Siria, dell’Iraq e dello Yemen, sopra tutto dalla resistenza di Hamas all’offensiva israeliana a Gaza dopo il pogrom del 7 ottobre.

L’asse della resistenza di ispirazione iraniana ha inoltre un forte retroterra politico e diplomatico nei rapporti rinnovati e rinsaldati con Russia e Cina, e la sua capacità di deterrenza si misura anche dalla riluttanza americana a passare dalla difesa territoriale di Israele e dei suoi cieli a una fase di controffensiva strategica. Missili da crociera, balistici e droni a sciame hanno puntato senza grande successo su Israele, direttamente dal territorio iraniano, “per dimostrare che siamo più pazzi di quanto possiate immaginare”, secondo il Financial Times che cita una fonte iraniana a commento di una iniziativa militare senza precedenti.
 Nel mondo

Don Gianfranco Macor, esorcista: «Il demonio è intelligente. Chiunque comandi gli interessa e Milano è una città di potere…»

di Francesco Battistini.- Corriere della Sera – 14 Aprile 2024

«La possessione diabolica è molto rara. I segnali sono chiari: il primo è l’avversione al sacro. Poi il fatto che una persona fa cose che da sola non potrebbe fare, o parla lingue che non conosce»

Due piccole stanze in sagrestia. Un lettino con un lenzuolo viola, qualche sedia, alle pareti un crocefisso, la Madonna e San Michele Arcangelo. Sul tavolo, una tovaglia verde con la scritta «avec Marie, rendons grâce a Dieu» e un quadretto: «È la beata Eustochio, la protettrice di chi è nella tribolazione spirituale». Gli esorcismi dei milanesi si fanno nella chiesa di San Tommaso, quello che non credeva se non vedeva, tra i palazzi del lusso e della finanza di via Broletto. Ogni tanto squilla il cellulare e don Gianfranco Macor deve rispondere: voci angosciate, aiuto, non so che fare, sto male… «Vedo una decina di persone alla settimana. Ma quelle da seguire costantemente, in questo periodo, sono molto poche: sette-otto in tutto». Don Macor è un ottantatreenne friulano di Codroipo. Uno dei nove sacerdoti della diocesi «ornati di pietà, scienza, prudenza, integrità» ai quali l’arcivescovo Scola, dodici anni fa, chiese aiuto per «i fedeli che si sentano in qualche modo posseduti dal male».

Esercita la prudenza, innanzi tutto: «Il mio è un servizio di consolazione per la persona che soffre. E la prima cosa è capire se possa trattarsi d’un problema psichiatrico o psicologico. In quel caso, la mando da uno specialista. Anche se non è sempre facile. Molti psichiatri sono aperti verso di noi. Ma l’Ordine degli psicologi, no: chi di loro affronta il problema del demonio, potrebbe finire sotto processo». Se il nodo è spirituale, dice don Macor, i segnali sono chiari: «Uno, è l’avversione al sacro. La persona non riesce a pregare, a entrare in chiesa, al momento della comunione si sente bloccata, o bestemmia. Durante l’esorcismo ti grida ‘prete di m…a, chi credi di essere!’, oppure ti lusinga. A volte il fedele fa cose che normalmente non sa fare, sa di fatti che non può sapere, parla lingue che non conosce».

Proprio a Milano, in una causa di divorzio del 2017, i testimoni riferirono d’una donna esile che sollevava panche pesantissime e il giudice alla fine scrisse nella sentenza d’una «forza particolare, qualcosa che esorbita dalla realtà naturale», l’ammissione d’una realtà superiore agli uomini. Don Gianfranco è attento a non banalizzare: «Nella mentalità di molti, passa l’idea che sia tutta e sempre colpa del demonio. Le fatture, le maledizioni, i riti. Ma quelle sono quasi sempre superstizioni, cose da Wanna Marchi. Pericolose, sia chiaro: le persone vi s’affidano perché non credono in Gesù e – dai oggi, dai domani – certe pratiche rischiano davvero d’aprire le porte del male. Il demonio però ha modi suoi per manifestarsi. Con le tentazioni quotidiane, che giocano in genere sulla nostra fragilità. E poi con vere vessazioni, che provocano disturbi notturni, senso d’oppressione, inspiegabili dolori fisici. O con ossessioni, che portano al disprezzo di sé e dell’altro, al desiderio del suicidio. Infine, ci sono le possessioni. Le più rare».

Milano non è ostaggio di Satana, dice don Macor. «E non somiglia certo ad alcuni luoghi della Sardegna, delle Marche, della Sicilia. O a Torino, che ha una grande tradizione anticlericale. Io ho seguito una coppia giovane che ha avuto a che fare coi satanisti milanesi. Sono un mondo chiuso, come le società segrete. Hanno vari luoghi, modalità diverse: una libreria in centro che fa corsi esoterici, migranti che hanno portato un mondo fatto di stregonerie, a Busto Arsizio c’è una scuola di sciamanesimo sudamericano… Molte attività poi nascono come movimenti olistici, per dare benessere, ma sotto sotto c’è altro: qualcosa che parte dallo yoga e in realtà spinge a meditazioni trascendentali che t’illudono di poterti liberare, d’eliminare Gesù e i sacramenti dalla tua vita». Da sei anni, ogni mese, un gruppo con tre psicologhe e una psichiatra esamina assieme a don Macor i casi più seri. Nessun esorcismo al telefono: «C’è chi li fa. Io no. Perché se c’è una reazione particolare, violenta, nessuno contiene il fedele che può causare del male a sé o agli altri. Con uno bello grosso, una volta convocai sei persone perché fossero pronte ad aiutarmi».

Tantissimi, i racconti di quel che accade nelle due stanzette di via Broletto. Esorcismi che possono durare pochi incontri o mesi. La pia donna che chiede una grazia, non la ottiene e allora si scatena nell’odio per il sacro: le urla sulla tomba d’un santo, gli sputi sulle reliquie, la necessità di preghiere potenti. Oppure la signora che sul lettino «s’agita come una serpe»; l’universitaria che una notte di Halloween sta in giro, torna e da quel momento desidera solo suicidarsi; il quattordicenne che finisce in un giro di satanisti: «Una sera alle dieci viene e mi dice: stia attento, don, perché sanno che vengo da lei…». C’è anche un tizio che durante gli esorcismi s’alza e prova ad avventarsi su don Gianfranco: «Ma ogni volta si ferma a distanza. Non riesce a raggiungermi, a mettermi le mani addosso. Non mi spavento. Perché io sono autorizzato dal mio vescovo e quindi ho la garanzia della protezione del Signore».

Diceva don Gabriele Amorth, il più famoso degli esorcisti, che pochissimi nella Chiesa credono all’esistenza del diavolo: pure il generale dei gesuiti, due anni fa, l’aveva liquidato come una semplice «realtà simbolica». Ma se non ci credono molti preti, perché dovrebbero crederci gli altri? «Perché i laici, l’esistenza del demonio, la provano sulla loro pelle. Fra i sacerdoti, il tema non è molto approfondito. Però Paolo VI disse nel 1972 che il male non è un concetto: è una persona. E anche papa Francesco parla di un’azione straordinaria del demonio». Dal 2014 è riconosciuta l’Aie, l’Associazione internazionale degli esorcisti – 900 nel mondo, 240 in Italia – che ha un sito, i numeri di cellulare su internet, cinque giorni all’anno di formazione, dossier mensili d’aggiornamento. 

E ai vescovi, che sono i titolari dell’attività esorcistica, indirizza chiunque chieda aiuto. Ma chi? «Non vedo solo signore o studentesse. Anche avvocati, professionisti. È venuto perfino un astrologo». Qualche politico? «No. Però il problema c’è». La Lega che s’ispirava ai druidi e faceva cerimonie pagane sul dio Po? «Non mi riferisco solo all’ampolla di Bossi. Compare una rete di neopaganesimo internazionale, più estesa, che va studiata. Sta sia a destra, sia a sinistra. Perché il demonio è intelligente. Milano è una città di potere. E chiunque comandi, gli interessa».

L’apatia politica dei russi tra guerre e attentati

di Stefano Caprio- 14 Aprile 2024

Secondo il capo del centro Levada, il principale istituto russo di indagine sociologica, “solo il 10% dei russi si interessa attivamente di politica, e la guerra comporta una super-politicizzazione di una minoranza a fronte della de-politicizzazione delle masse”. Mentre solo il 30% è disposto a concedere fiducia alle persone esterne alla sempre più ristretta cerchia di parenti e amici.

Una delle conseguenze della strage del Krokus City Hall ad opera dei terroristi dell’Isis-Khorasan, oltre al rigurgito di intolleranza verso i migranti dell’Asia centrale presenti in tutta la Russia, è lo sprofondamento ulteriore della popolazione russa nell’apatia e nelle depressione, causata dalla perdita di ogni speranza in un futuro di relazioni normali con il mondo intero per via della guerra, e dall’incertezza della stessa convivenza interna sempre più sottoposta alle repressioni dall’alto, e ora anche agli attentati e ai pericoli nei luoghi di aggregazione. L’11 aprile è stato sventato per un pelo il tentativo di un centrasiatico di far saltare in aria una sinagoga di Mosca.

La reazione dei russi all’invasione iniziata il 24 febbraio 2022 era già segnata dalla presa di distanza dalla politica, come se la questione riguardasse soltanto “i vertici” che evidentemente “avranno le loro ragioni” per decidere azioni così radicali. In quel momento, del resto, lo scetticismo e l’indifferenza verso tutto quanto accade nel mondo e all’interno del Paese erano già fortemente alimentati dal biennio della pandemia di Covid-19, ritenuto in buona parte un “complotto mondiale” deciso da qualche potere oscuro, in America o in Europa, per impadronirsi delle coscienze dei popoli più indifesi, e questo complesso di persecuzione è rimasto molto radicato nell’animo dei russi, come anche di tanti altri popoli.

Oggi la “politica dello struzzo” non si giustifica soltanto con la volontà di preservare il proprio spazio privato, in quanto ormai la guerra penetra profondamente la vita e il mondo dell’informazione, con tutti i condizionamenti della propaganda di Stato da una parte, e della condanna universale dall’altra. Il capo del Levada-centr, il principale istituto di indagine sociologica della Russia, Denis Volkov, spiega sulla rubrica Signal di Meduza che “solo il 10% dei russi si interessa attivamente di politica, e la guerra comporta una super-politicizzazione di una minoranza a fronte della de-politicizzazione delle masse”. La reazione alle questioni drammatiche della società e delle relazioni esterne è la frase russa davaite nie ob etom, “non parliamo di questo”, per preservare sé stessi ed evitare qualunque forma di repressione, soprattutto in seguito alle possibili delazioni di qualunque persona circostante, non potendo più ripetere “non ne so niente” o “non capisco nulla di queste cose”, visto che ormai le tragedie sono sotto gli occhi di tutti.

Del resto, l’indifferenza e il rifiuto sono anche una conseguenza dei conflitti sociali del decennio eltsiniano, che avevano distrutto il senso di “reciproca fiducia” che rimaneva dall’eredità sovietica, almeno nelle generazioni meno giovani. La politica del “mondo liberale” è stata vista come “una cosa sporca”, senza ideologie o principi in cui riconoscersi, strumento di manovre da parte dei potenti e degli oligarchi più spregiudicati. Sempre secondo i sociologi, i russi nell’era post-sovietica sono sempre meno disposti a fidarsi anche degli amici e dei conoscenti, e su questo si è costruita la “verticale del potere” putiniana: ognuno si occupi dei fatti suoi, che alla cosa pubblica ci pensiamo noi per tutti, e del resto del mondo è meglio non fidarsi proprio. La fiducia reciproca aumenta nei momenti di crisi, quando si ha paura di non farcela da soli e ci si sente dipendenti dagli altri, cercando qualcuno che sia credibile; se ci si chiude al mondo e si proclama che tutti i problemi sono risolti “dall’alto”, il bisogno di guardarsi intorno si dissolve sempre più.

Il massimo teorico della “sociologia della quotidianità”, il polacco Piotr Sztompka, spiega che “solo la fiducia può permettere di uscire dalla frustrazione di non farcela di fronte ai problemi sociali”, ma da tutte le indagini risulta che negli ultimi trent’anni solo il 30% dei russi è disposto a concedere fiducia alle persone esterne alla sempre più ristretta cerchia di parenti e amici, e la percentuale era ulteriormente scesa tra il 2018 e il 2020, in seguito alla riforma che ha elevato l’età pensionistica, facendo crollare anche la certezza dell’assistenza materiale da parte dello Stato, per non parlare poi degli anni successivi di pandemia e di guerra. Le pubbliche dichiarazioni di lealtà al capo dello Stato, come quelle del plebiscito elettorale di Putin lo scorso 17 marzo, o quelle rivolte all’esercito e ai servizi di sicurezza, appaiono in realtà una vera cortina fumogena per nascondere la propria volontà di non credere a nessuno, di evitare qualunque tipo di coinvolgimento o di conflitto nella vita di tutti i giorni. Meglio andare di corsa a omaggiare lo zar, soprattutto dopo tragedie come la morte dell’ultimo dissidente Aleksej Naval’nyj, prima che qualcuno se la prenda direttamente con noi.

La verità è che la sfiducia reciproca è ormai la norma della vita sociale russa, ciò che risulta visibile dall’ipocrita consenso all’interno e specularmente dall’impossibile accordo tra i russi all’estero, che non riescono mai a creare un polo compatto di opposizione, come invece hanno dimostrato di saper fare i bielorussi. La solidarietà ideologica dell’era sovietica è stata del resto sostituita dal miraggio del successo personale nell’era degli oligarchi, poi riassunta dall’autocrazia dell’oligarca supremo nel nuovo millennio. Perfino nella Chiesa ortodossa si è imposta la dittatura patriarcale, in una tradizione che dovrebbe essere prevalentemente “conciliare”, ma la sobornost teologica è stata sostituita da quella politico-ideologica rappresentata dalla figura di Vladimir-Kirill Gundjaev, l’alter ego ecclesiastico dello zar Vladimir V. Il recente Nakaz, documento di proclamazione della guerra santa, è stato propagandato come dogma religioso, pur essendo l’ennesimo delirio ideologico che nulla dovrebbe avere a che fare con la Chiesa, anche se è stato presentato dal patriarca nella cattedrale di Cristo Salvatore a Mosca, all’ombra del Cremlino.

L’apoteosi dell’apatia si dimostra nella finzione entusiastica dei “valori tradizionali morali e religiosi”, che tutti celebrano e nessuno pratica, dalla famiglia “naturale” alla difesa della vita nascente, fino all’educazione dell’infanzia, a cui si pretende di insegnare fin dall’asilo a scagliare droni d’assalto contro il nemico. Il falso collettivismo patriottico si risolve in realtà nell’individualismo più cinico e radicale, ben di più del narcisismo digitale delle società occidentali: in chiesa in Russia non va quasi nessuno, tranne quando si fanno benedire nel cortile le uova e il kulič, il panettoncino pasquale, un gesto apotropaico analogo a quello di recarsi al seggio a votare per Putin. Un altro importante sociologo, Grigorij Judin, definisce la società russa come un “popolo su richiesta”: tutti comunisti poi tutti ortodossi, tutti pacifisti e poi guerrafondai, a seconda di quello che viene imposto dall’alto, tutti omofobi e tradizionalisti laddove il divertimento più diffuso sono i sexy-bar e gli spettacoli notturni di ogni tipo di orientamento, che oggi la polizia chiude dimostrativamente (uno su cento) per esaltare la “conversione patriottica” del popolo.

“Non parliamo di questo”, cioè della guerra e della mobilitazione, che si deve lasciare solo alla černota, la “negritudine” come si usa nel gergo russo chiamare i caucasici, a cui si associano gli asiaty, i popoli minori della Siberia, i criminali e perfino i politici accusati di corruzione e altri reati, che si fanno qualche settimana al fronte in Ucraina per rifarsi una verginità. Dalla guerra sono arrivate le sanzioni, che dovevano far crollare l’economia russa che invece continua a reggere, e se non arriva il vino francese ci beviamo quello georgiano, al posto della Maremma e della Costa Azzurra si va in vacanza ad Antalya o Bali.
Certo, gli indicatori economici dimostrano chiaramente che la Russia sta andando verso un nuovo zastoj, una “stagnazione” economica simile a quella brezneviana; quella che Putin magnifica come “la quinta economia del mondo e la prima in Europa” in realtà non cresce ormai da un decennio, e le prospettive sono tutt’altro che rosee, con la perdita dei mercati occidentali e le spese abnormi per proseguire la guerra a tutte le latitudini. Ci si dovrà accontentare, come quando sotto Brežnev non mancavano mai il salame e la vodka, e non sarà facile per una popolazione ormai abituata al lusso sfrenato, soprattutto a Mosca e a San Pietroburgo, le metropoli che ora vivono nel terrore degli assalitori tagichi. E i tagli alle spese sociali si fanno sempre più sentire, dalle gelate senza riscaldamento dell’inverno che si allontana, alle alluvioni senza argini né protezione in fondo agli Urali, per cui si accusano i malvagi kazachi di non aver svuotato per tempo i pozzi, un’altra buona ragione per organizzare quanto prima una nuova “operazione militare speciale” per riportare all’ordine tutti i vassalli dell’Asia centrale.
Un cantautore italiano scomparso prematuramente, Francesco Puccioni in arte Mike Francis, fece uscire nel 1984 il suo primo album, Let’s Not Talk About It, una musica di genere “disco-funky” che ottenne un certo successo anche in Unione Sovietica, dove tutto il Paese si fermava per guardare le puntate registrate del Festival di Sanremo e si adoravano i cantanti italiani, alcuni dei quali calcano ancora oggi i palcoscenici della Russia putiniana. “Non parliamo di questo”, allora era la voglia di dimenticare i conflitti degli anni di piombo per cominciare a godersi la vita, e in Russia iniziava a diffondersi la voglia di farla finita col sistema totalitario, a cui oggi è tristemente tornata. Il mondo va a rotoli, le guerre si moltiplicano, perfino le acque si riversano come un nuovo diluvio universale; ma di questo, in Russia e in tanti altri posti al mondo, è meglio non parlare.

 “LA RUSSIA SARA’ CATTOLICA”

 7 Giugno 2017 ore 18:38

di Roberto de Mattei – Corrispondenza Romana

 “La Russia sarà cattolica”. Il sogno di tanti convertiti russi dell’Ottocento, come il padre Šuvalov, costituì anche il titolo di un libro che fece scalpore nella sua epoca: La Russie sera-t-elle catholique del padre Ivan Gagarin della Compagnia di Gesù. Ivan Sergeevič Gagarin nacque a Mosca il 20 luglio 1814 da una illustre casata principesca, discendente dai principi di Kiev.

Fu addetto alla legazione russa a Monaco di Baviera e poi all’ambasciata di Parigi, dove partecipò alla vita intellettuale francese, frequentando il salotto di Sophie Swetchine. Sotto l’influenza della stessa Swetchine e di autori come Pëtr Jakovlevič Čaadaev (1794-1856), maturò la sua conversione al cattolicesimo. Il 7 aprile 1842 abiurò la religione ortodossa e abbracciò la fede cattolica, nelle mani del padre Francesco Saverio de Ravignan (1795-1858) che già aveva raccolto la conversione del conte Šuvalov. Ivan Gagarin rinunciava, a 28 anni, non solo ad un brillante avvenire politico e diplomatico, ma alla speranza di poter rientrare in patria.

Nella Russia degli Zar infatti, le conversioni al cattolicesimo costituivano un delitto paragonabile alla diserzione o al parricidio. L’abbandono dell’ortodossia per un’altra religione, anche cristiana, era punito con la perdita di tutti i beni, dei diritti civili e dei titoli nobiliari e prevedeva la reclusione a vita in un monastero o l’esilio in Siberia.

Un anno dopo Ivan, divenuto Jean Xavier Gagarin, sollecitò la sua ammissione nella Compagnia di Gesù e fu ammesso nel noviziato di St. Acheul. Iniziò un periodo di lunghi studi che si conclusero con l’ordinazione sacerdotale e la professione dei voti religiosi nell’ordine di sant’Ignazio di Loyola. Per il padre Gagarin, in cui uno zelo ardente si univa ad una viva intelligenza e ad un’educazione da gran signore, iniziò una nuova vita. Durante la guerra di Crimea, partecipò con il celebre matematico Augustin Cauchy (1789-1857) alla fondazione dell’opera della École d’Orient.

Verso la fine del 1856 fondò la rivista quadrimestrale Études de théologie, de philosophie et d’histoire che diventò la celebre rivista Études. Quando però, nel 1862, la pubblicazione fu rilevata dai gesuiti francesi, subì una trasformazione radicale. Mentre si apriva il Concilio Vaticano I, Études, a differenza della consorella romana Civiltà Cattolica, prese una posizione filo liberale che avrebbe conservato nel secolo successivo.

Il governo russo, che si proponeva di estirpare il cattolicesimo dalle provincie occidentali dell’Impero, considerò il principe Gagarin un nemico da eliminare. Fu accusato di avere scritto al poeta Aleksandr Sergeevič Puškin (1799-1837) delle lettere anonime che lo avrebbero esasperato, spingendolo a un duello in cui avrebbe trovato la morte. Recentemente una giovane storica polacca Wiktoria Sliwowska ha dimostrato che si trattava di una campagna di calunnie organizzata dalla Terza Sezione della Cancelleria Imperiale (L’Affaire Gagarine, Institutum Historicum Societatis Iesu, Roma 2014, pp. 31-72).

La Russie sera-t-elle catholique? Apparve a Parigi nel 1856. In quest’opera, il padre Gagarin si richiama alla solenne bolla di Benedetto XIV Allatae sunt del 26 luglio 1755,con la quale il Santo Padre manifestando «la benevolenza con la quale la Sede Apostolica abbraccia gli Orientali», «ordina che si conservino i loro antichi Riti che non si oppongono né alla Religione Cattolica né all’onestà; né chiede agli Scismatici, che tornano all’Unità Cattolica, di abbandonare i loro Riti, ma solo che abiurino le eresie, desiderando fortemente che i loro differenti popoli siano conservati, non distrutti, e che tutti (per dire molte cose con poche parole) siano Cattolici, non Latini».

Per ricondurre i popoli slavi all’unità – commenta padre Gagarin – bisogna rispettare i riti orientali, chiedere l’abiura degli errori contrari alla fede cattolica, ma soprattutto combattere la concezione politico-religiosa degli ortodossi. Per il gesuita russo, lo scisma ortodosso è in gran parte il risultato del “bizantinismo”, un concetto con cui egli intende la differenza di rapporti tra Chiesa e Stato che esistono nel mondo bizantino e in quello occidentale. Per Bisanzio non esiste la distinzione tra i due poteri.

La Chiesa viene di fatto subordinata all’Imperatore che se ne ritiene il capo, in quanto delegato di Dio sia nel campo ecclesiastico che in quello secolare. Gli autocrati russi, come gli imperatori bizantini, vedono nella Chiesa e nella religione un mezzo di cui servirsi per garantire e dilatare l’unità politica. Questo sciagurato sistema è fondato su tre pilastri: la religione ortodossa, l’autocrazia e il principio di nazionalità, all’insegna del quale sono penetrate in Russia le idee di Hegel e dei filosofi tedeschi. Ciò che si nasconde sotto le parole pompose di ortodossia, autocrazia e nazionalità, «non è altro che la forma orientale dell’idea rivoluzionaria del XIX secolo» (p. 74).

Gagarin intravede la ferocia con cui le idee rivoluzionarie saranno applicate nel suo Paese. Le pagine di Proudhon e di Mazzini appaiono ai suoi occhi gentili ed educate in confronto alla violenza degli agitatori russi. «È un contrasto che può servire a misurare la differenza tra come si comprende in Europa il principio rivoluzionario e come esso sarebbe messo in pratica in Russia» (pp. 70-71).

In una profetica pagina, il padre Gagarin scrive: «più si va a fondo delle cose, più si è portati a concludere che l’unica vera lotta è quella che esiste tra il Cattolicesimo e la Rivoluzione. Quando nel 1848 il vulcano rivoluzionario terrorizzava il mondo con i suoi ululati e faceva tremare la società, estirpandone le fondamenta, il partito che si dedicò a difendere l’ordine sociale e a combattere la Rivoluzione non ha esitato a scrivere sulla sua bandiera: Religione, Proprietà, Famiglia, e non ha esitato ad inviare un esercito per riportare sul trono il Vicario di Cristo, costretto dalla Rivoluzione a prendere la via dell’esilio. Aveva perfettamente ragione; non ci sono che due princìpi uno di fronte all’altro: il principio rivoluzionario, che è essenzialmente anti-cattolico e il principio cattolico, che è essenzialmente anti-rivoluzionario. Nonostante tutte le apparenze contrarie, nel mondo non ci sono che due partiti e due bandiere, Da una parte la Chiesa cattolica innalza lo stendardo della Croce, che conduce al vero progresso, alla vera civiltà, e alla vera libertà; dall’altra si leva lo stendardo rivoluzionario, attorno a cui si raccoglie la coalizione di tutti i nemici della Chiesa. Ora, che fa la Russia? Da una parte essa combatte la Rivoluzione, dall’altra combatte la Chiesa cattolica. Sia all’esterno che all’interno, ritroverete la stessa contraddizione. Non esito a dire che ciò che fa il suo onore e la sua forza è di essere l’avversario incrollabile del principio rivoluzionario. Ciò che fa la sua debolezza è di essere, allo stesso tempo, l’avversario del Cattolicesimo. E se essa vuole essere coerente con sé stessa, se vuole veramente combattere la Rivoluzione, non ha che da prendere una decisione, schierarsi dietro lo stendardo cattolico e riconciliarsi con la Santa Sede» (La Russie sera-t-elle catholique?, Charles Douniol, Paris 1856, pp. 63-65).

La Russia non raccolse l’appello e la Rivoluzione bolscevica, dopo aver sterminato i Romanov, diffuse i suoi errori nel mondo. La cultura abortista e omosessualista che oggi conduce l’Occidente alla morte ha le sue radici nella filosofia marx-hegeliana, affermatasi in Russia nel 1917. La sconfitta degli errori rivoluzionari non potrà essere portata a termine, in Russia e nel mondo, che sotto gli stendardi della Chiesa cattolica.

Le idee del padre Gagarin colpirono il barone tedesco August von Haxthausen (1792-1866), che con l’appoggio dei vescovi di Münster e di Paderborn fondò una Lega di preghiere, chiamata Petrusverein, Unione di San Pietro. per la conversione della Russia. Un’associazione analoga sotto l’impulso dei Padri barnabiti Šuvalov e Tondini nacque in Italia e in Francia. Agli iscritti di queste associazioni veniva raccomandato di pregare per la conversione della Russia tutti i primi sabati del mese.

Il 30 aprile 1872 Pio IX accordò con un suo Breve l’indulgenza plenaria a tutti coloro che, confessati e comunicati, assistevano il primo sabato del mese, alla Messa celebrata per il ritorno della Chiesa greco-russa all’unità cattolica. La Madonna gradì certamente questa devozione, perché a Fatima, nel 1917, raccomandò la pratica riparatrice dei primi cinque sabati del mese come strumento dell’instaurazione del suo Regno in Russia e nel mondo. (Roberto de Mattei)

🌟🖋️CI SCRIVONO🖋️🌟

Buongiorno Padre Livio carissimo e Buona Pasqua

Ho trovato per caso su YouTube una Lectio Magistralis del 13/05/2004 del Card. Ratzinger… sull’Europa… sono arrivato al minuto 24.56… e il Nostro Futuro Papa Benedetto parla di Mosca e della terza Roma…

Le stesse cose che dice anche Lei Padre!!!!

Se ha tempo lo ascolti… troverà sicuramente spunti importanti da proporci la mattina in radio e soprattutto ai nostri amici filorussi…

Preghiamo la Vergine Maria, affinché venga presto a salvarci tutti

Le allego il link

Ave Maria

Alessandro Torino

Omaggio a Papa Benedetto XVI – La Lectio Magistralis del 13 maggio 2004

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