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Padre Pio, i miracoli e i sospetti (dentro la Chiesa): la confessione di Wojtyla, i microfoni per registrare gli «atti carnali», l’acido fenico

di Gian Guido Vecchi – Corriere della Sera 3 Maggio 2025

Sono passati venticinque anni da quando Padre Pio salì agli altari, beato dal 1999 e poi, nel 2002, santo. Eppure ci sono scaffali di libri nei quali la sua immagine continua ad alternarsi ai sospetti che lo hanno braccato per tutta la vita, anche e soprattutto dentro la Chiesa: tutta la storia, dall’inizio

CITTÀ DEL VATICANO – Tutto considerato, il miracolo più stupefacente di Padre Pio è la capacità di sfuggire a ogni schema, infrangere allegramente ogni griglia interpretativa. 

Provate a immaginare, da un lato, un frate contadino, un francescano che da bambino non aveva potuto fare studi regolari perché lavorava la terra dei genitori a Pietrelcina, sulle colline del beneventano, alla fine dell’Ottocento, e già allora si sentiva in lotta con il Male, una lotta dolorosa sostenuta per decenni da una fede granitica e arcigna, per alcuni arcaica o antimoderna, stigmate e bilocazioni, guarigioni inspiegabili e precognizioni, profumo di gigli o di rose e febbre a 48 gradi, dialetto e mistero. 

E dall’altra parte un cardinale domenicano poliglotta e cosmopolita, rampollo di un’antica famiglia dell’aristocrazia boema, teologo finissimo con studi nella sua Vienna, alla Sorbona di Parigi e a Ratisbona, forse il migliore allievo di Joseph Ratzinger, uno che cita Tommaso d’Aquino, Kierkegaard o Wittgenstein con la stessa naturalezza. 

Ecco, quando il cardinale Christoph von Schönborn riuscì finalmente a tornare sul Gargano, a San Giovanni Rotondo, ancora ricordava la volta che a sedici anni aveva assistito a una celebrazione di quell’uomo ormai anziano: «Non ho mai visto nessuno, né prete, né vescovo, né Papa, celebrare la Messa come faceva padre Pio: non come rito ma come realtà…Indimenticabile il momento della Consacrazione: Cristo stesso offerto nelle sue mani. Per tutta la Chiesa è stato e rimane un grande dono. In questa Europa un po’ indebolita nella sua vita cristiana, è una sorgente alla quale ancora ci abbeveriamo».

Non che adesso sia tutto ormai pacifico, anzi. Sono passati venticinque anni da quando salì agli altari, beato dal 1999 e poi, nel 2002, santo. Eppure ci sono scaffali di libri nei quali l’immagine del santo più amato del Novecento, venerato da milioni di persone in tutto il mondo, continua ad alternarsi ai sospetti che lo hanno braccato per tutta la vita, anche e soprattutto dentro la Chiesa.

Non ha avuto una vita facile, Francesco Forgione. Nato nel 1887, il 25 maggio, era entrato come novizio dei frati minori cappuccini a sedici anni e ne aveva trentuno quando, il 20 settembre 1918, apparvero le stimmate che avrebbero segnato il suo corpo per mezzo secolo, attirandogli devozione e disprezzo incondizionati. 

Quando Giovanni Paolo II lo proclamò beato, il 2 maggio 1999, ricordò «le prove che dovette sopportare in conseguenza, si direbbe, dei suoi singolari carismi: nella storia della santità talvolta accade che l’eletto, per una speciale permissione di Dio, sia oggetto di incomprensioni». Di più Wojtyla non poteva dire, agli oltre trecentomila fedeli che riempivano piazza San Pietro, via della Conciliazione e pure piazza San Giovanni in Laterano, anche perché molte delle «incomprensioni» erano state dei predecessori.

Per cinque volte Padre Pio venne messo sotto inchiesta dal Sant’Uffizio. Subì perquisizioni, interrogatori, intercettazioni, restrizioni e divieti di celebrare messa in pubblico. Pio XI e Giovanni XXIII lo consideravano con sospetto, diciamo così. «Un falso mistico, una colossale truffa», tuonava ancora nel 1961 il domenicano francese Paul-Pierre Philippe, poi vescovo e cardinale, inviato da Papa Roncalli a interrogare il vecchio frate settantaquattrenne, «un disgraziato sacerdote che approfitta della sua reputazione di santo per ingannare le sue vittime», fino a scrivere nella relazione al Sant’Uffizio che si trattava della «più colossale truffa nella storia della Chiesa». 

Avevano pure forato le pareti delle stanze dove Padre Pio riceveva la gente per piazzare dei microfoni e registrare «il rumore di baci», accusandolo di «atti carnali» con le fedeli, e il vecchio frate si era dovuto difendere: «Non ho mai baciato una donna in vita mia, anzi dico davanti al Signore che neppure davo baci alla mamma». 

Papa Giovanni temeva «un immenso inganno», un «disastro di anime», come annotava nei diari del 1960, ma si dice che poi si fosse lasciato convincere dal suo vecchio amico Andrea Cesarano, arcivescovo di Manfredonia, il quale gli aveva spiegato come i fedeli in effetti baciassero con fervore devoto le mani stigmatizzate del frate («chisto è o’ guanto mio!», lo si sente del resto dire in una registrazione) e insomma erano «tutte calunnie». Pochi anni dopo la morte del frate, Paolo VI si interrogava sulla fama di padre Pio con parole che erano già un riconoscimento: «Ma perché? Perché diceva la Messa umilmente, confessava dal mattino alla sera, ed era rappresentante stampato delle stimmate di Nostro Signore».

Karol Wojtyla non aveva mai avuto dubbi. Era un giovane prete che studiava a Roma, quando nel 1947 era andato a San Giovanni Rotondo e si era confessato da Padre Pio. Ne era nata la leggenda, più volte smentita da Giovanni Paolo II, che il frate gli avesse predetto l’elezione a Papa e l’attentato di Ali Agca, «non è vero niente». Ma non era questo il punto, per Wojtyla. È curioso come la fama dei prodigi, più che dai fedeli, sia stata talvolta enfatizzata dai detrattori, per deriderla, o magari alimentata da chi sfruttava l’immagine del frate per business da rotocalco o battaglie ideologiche. 

Perché l’essenziale stava altrove, come diceva Giovanni Paolo II nel giorno della beatificazione, attingendo alla propria esperienza personale: «Chi si recava a san Giovanni Rotondo per partecipare alla sua Messa, per chiedergli consiglio o confessarsi, scorgeva in lui un’immagine viva del Cristo sofferente e risorto». 

Tre anni più tardi, il 16 giugno 2002, fu lo stesso Wojtyla a proclamarlo santo: in piazza c’era anche Matteo Pio, un bambino di nove anni che due anni prima era arrivato in condizioni disperate alla Casa Sollievo della sofferenza di San Giovanni Rotondo – l’ospedale voluto e inaugurato da Padre Pio nel 1956 -, poche ore di vita come diagnosi dei medici, meningite fulminante, arresto cardiaco, complicanze in nove organi che dopo qualche giorno riprendono a funzionare finché il bimbo si sveglia e dice «voglio il gelato»: la guarigione inspiegabile, riconosciuta dalla Chiesa come miracolo per intercessione del beato, che ha portato alla canonizzazione.

Per il popolo dei fedeli era santo da decenni. Tutto era cominciato in quella fine d’estate del 1918, poche settimane prima che finisse la Grande Guerra, nel convento di San Giovanni Rotondo, dov’era arrivato nel 1916 e sarebbe rimasto tutta la vita. Padre Pio si era segnato quel giorno: 20 settembre. Tre anni più tardi lo aveva dovuto raccontare nei dettagli agli inquisitori del Sant’Uffizio. Otto giorni di indagini e interrogatori al frate e ai confratelli, nel giugno 1921. La Messa, il tremore, la visione del Crocifisso. 

«Udii questa voce: ti associo alla mia Passione… E ho visto questi segni qui, dai quali gocciolava sangue». Gli inquisitori gli chiesero tutto: le febbri a temperature letali, i dolori e le lotte notturne col diavolo, il profumo di fiori, le bilocazioni che lo facevano essere in convento, raccontava, e insieme accanto al letto di un malato, «io non so come sia, né di che natura la cosa, né molto meno ci do peso, ma mi è occorso di avere presente questa o quell’altra persona, questo luogo o quell’altro luogo; non so se la mente si sia trasportata lì o qualche rappresentazione del luogo o della persona si sia presentata a me, non so se col corpo o senza il corpo io sia stato presente…». 

I fedeli avevano cominciato ad affluire nel Gargano, attirati dalla fama di santità. Le gerarchie osservavano con sospetto. Un’autorità come padre Agostino Gemelli, frate minore francescano e medico, che nel 1921 aveva fondato l’università Cattolica e l’anno prima era andato un giorno ad incontrare padre Pio, arrivò a scrivere al Sant’Uffizio che si trattava di «uno psicopatico ignorante che induce in automutilazione e si procura artificialmente le stigmate allo scopo di sfruttare la credulità della gente». 

Pure gli inquisitori avevano chiesto al frate della boccetta di acido fenico che si era procurato in farmacia, gli stessi dubbi che lo storico Sergio Luzzatto avrebbe riproposto nella sua biografia del 2007. Ma già allora il frate aveva spiegato che l’acido in convento era usato per disinfettare le siringhe, erano i mesi in cui l’influenza spagnola faceva strage, e del resto anche ai sospetti degli scettici sono state opposte obiezioni, a cominciare dal fatto che né l’acido fenico né la polvere veratrina avrebbero potuto procurare quel tipo di lesioni, durate cinquant’anni.

In tutto questo tempo, il frate di Pietrelcina ha continuato a dormire pochissimo, svegliarsi nel cuore della notte per pregare e prepararsi alla Messa prima dell’alba, passare fino a sedici ore al giorno a confessare i fedeli. Papa Francesco lo ha definito un «apostolo del confessionale». Nel 2018, a cent’anni dalla comparsa delle stimmate e cinquanta dalla morte del frate, andò nello stesso giorno a Pietrelcina e a San Giovanni Rotondo: «Questo umile frate cappuccino ha stupito il mondo con la sua vita tutta dedita alla preghiera e all’ascolto paziente dei fratelli, sulle cui sofferenze riversava come balsamo la carità di Cristo».

Padre Pio non era un confessore facile, «sciagurato, tu vai all’inferno!, ma la gente restava in coda dalla notte. Il primo Papa ad andare a San Giovanni Rotondo, nel 2009, era stato Benedetto XVI. Bisognava vederlo, Joseph Ratzinger, un gigante della teologia del Novecento, lo studioso che ha scritto «Introduzione al cristianesimo», mentre restava a pregare in silenzio nella cella numero 1 del convento dei Cappuccini, il luogo dove padre Pio morì il 23 settembre 1968: un cubicolo intonacato di bianco largo quanto il lettuccio di metallo contro la parete di fondo, una Madonna con Bambino sopra la testiera, un lavello di smalto, un tavolino di legno, una sedia.

Quel giorno, Benedetto XVI parlò del Getsemani e della Passione: «Alcuni Santi hanno vissuto intensamente e personalmente questa esperienza di Gesù. Padre Pio da Pietrelcina è uno di loro. Un uomo semplice, di origini umili, “afferrato da Cristo” – come scrive di sé l’apostolo Paolo – per farne uno strumento eletto del potere perenne della sua Croce: potere di amore per le anime, di perdono e di riconciliazione, di paternità spirituale, di solidarietà fattiva con i sofferenti. Le stigmate, che lo segnarono nel corpo, lo unirono intimamente al Crocifisso-Risorto. Autentico seguace di san Francesco d’Assisi, fece propria, come il Poverello, l’esperienza dell’apostolo Paolo, così come egli la descrive nelle sue Lettere: «Sono stato crocifisso con Cristo, e non vivo più io, ma Cristo vive in me».

Fatima e gli errori della Russia nel mondo

 Corrispondenza romana – 1 Maggio 2024 ore 15:30

di Maria Madise

Il ruolo del gigante russo sulla scena geopolitica non può essere ignorato. Ma da quando è scoppiata la guerra con l’Ucraina, nel febbraio 2022, anche chi in Occidente si trova ben oltre i confini della Russia è consapevole della sua presenza, in un modo o nell’altro.

Nel corso degli ultimi due anni, un numero crescente di conservatori occidentali, e di cattolici, è diventato più simpatizzante della Russia e della sua attuale leadership che dei propri governanti. Queste persone, che tengono in giusta considerazione la morale, essendo insoddisfatte dei loro leader liberali, sia politici che ecclesiastici, vedono in Putin almeno un uomo autorevole con idee chiare per la propria nazione, a prescindere dai suoi difetti. Di fronte agli attacchi incessanti alla fede e alla morale cristiana in Occidente, sono pronti a mettere da parte quasi mille anni di scisma russo, concentrandosi invece sulla riserva di valori cristiani che vedono nella religione “ortodossa”. Ma è la debolezza dell’Occidente, non la forza dell’Oriente, a favorire queste inclinazioni.

Inoltre, l’Ortodossia orientale sembra soffrire proprio del medesimo tipo di dolorosa tensione interna vissuta anche dai cattolici in Occidente. In un recente saggio, “Chi custodisce i guardiani?” (Rev. Dr. John Behr, Public Orthodoxy, 24 April 2024) il dottor John Behr, Professore Regio di Umanistica presso l’Università di Aberdeen, ha descritto le ragioni della riluttanza dei leader ortodossi a sfidare l’idea del Russkii mir (Mondo Russo ndt.), promossa il 27 marzo al Consiglio Mondiale del Popolo Russo dal Patriarca di Mosca Kirill attraverso una “guerra santa”. Citando l’arcidiacono John Chryssavgis, il dottor Behr si chiede se la loro riluttanza derivi da «un’angosciosa, anche se non dichiarata, presa d’atto che anche loro sono fondamentalmente afflitti dalle stesse vulnerabilità e dagli stessi difetti». L’arcidiacono Chryssavgis si chiede poi: «Quante Chiese ortodosse tendono alla glorificazione della nazione e dello Stato? Quante nazioni a maggioranza ortodossa confondono l’adorazione di Dio con il saluto alla bandiera? È possibile che la maggior parte, se non tutte, le Chiese ortodosse siano in realtà molto più vicine di quanto possano ammettere alla perversa ideologia russa?».

Mentre si va delineando una situazione sempre più complessa a livello mondiale, siamo chiamati ad elevarci dal punto di vista meramente geopolitico ad una prospettiva soprannaturale. L’apparizione della Madonna a Fatima, alla vigilia della Rivoluzione d’Ottobre del 1917, non può essere disgiunta da tale prospettiva.

A Pasqua, nel maggio 1917, la Prima Guerra Mondiale aveva reso l’Europa simile a un’anticamera dell’inferno, come ha osservato lo storico americano Warren Carroll in un eccellente libretto intitolato (1917: Red Banners, White Mantle, Christendom Press, 1981). Papa Benedetto XV parlò di un “suicidio dell’Europa civile” e il 5 maggio 1917 si appellò alla Regina della Pace con le seguenti parole: «A Maria, dunque, che è la Madre della Misericordia e onnipotente per grazia, salga l’appello amorevole e devoto da ogni angolo della terra – dai nobili templi e dalle più piccole cappelle, dai palazzi reali e dalle dimore dei ricchi come dalle capanne più povere – dalle pianure e dai mari insanguinati. Che porti a Lei il grido angoscioso delle madri e delle mogli, il lamento dei piccoli innocenti, i sospiri di ogni cuore generoso: affinché la Sua tenerissima e benigna sollecitudine sia commossa e la pace che chiediamo sia ottenuta per il nostro mondo agitato».

Otto giorni dopo, il 13 maggio, la Madonna venne di persona, apparendo in un campo di Cova da Iria, in Portogallo, a tre pastorelli, Lucia e i suoi due cugini, Giacinta e Francesco. La Santissima Vergine diede loro istruzioni per far trionfare il Suo Cuore Immacolato, affinché fosse concesso un periodo di pace al mondo devastato dalla guerra. In primo luogo, la preghiera – in particolare il Santo Rosario; in secondo luogo, la riparazione per i peccati e gli oltraggi perpetrati contro i Santi Cuori di Gesù e di Maria; in terzo luogo, la Madonna chiese che la Russia fosse consacrata al Suo Cuore Immacolato.

«Se le mie richieste saranno ascoltate, – disse– la Russia si convertirà e ci sarà la pace; altrimenti, diffonderà i suoi errori in tutto il mondo, causando guerre e persecuzioni della Chiesa. I buoni saranno martirizzati, il Santo Padre avrà molto da soffrire, varie nazioni saranno annientate».

La consacrazione della Russia in modo tempestivo si è rivelata un compito difficile che ha portato a notevoli controversie negli anni successivi. A prescindere dai meriti che si possono attribuire ai tentativi di consacrazione apparentemente incompleti o ritardati, non si può negare che la Russia abbia diffuso i suoi errori in tutto il mondo e che, a tutt’oggi, non si sia convertita.

L’errore principale della Russia si rivelò essere il comunismo, un progetto rivoluzionario per costruire un mondo senza Dio, che ha conquistato territori più a ovest di quanto l’Armata Rossa abbia mai potuto fare. La diffusione dell’ateismo materialista, il crollo delle norme morali e la legalizzazione dell’aborto e dell’omosessualità – peccati che gridano vendetta al cielo – sono tutte prove del suo successo. Il suo affronto a Dio è dimostrato dall’intervento stesso della Madonna, che nel 1917, non è scesa dal cielo per condannare la massoneria, il globalismo o l’Islam. È apparsa per condannare il comunismo.

L’obiettivo del comunismo era quello di ridefinire tutte le strutture sociali per escludere Dio. E per farlo doveva innanzitutto abolire la famiglia, che riflette l’ordine divino.

La famiglia è il luogo in cui la vita umana viene generata, nutrita e protetta. A livello naturale, dà uno scopo alla vita umana. Il modo più efficace per controllare una nazione è attaccare i suoi figli. Catturando i loro cuori e le loro menti, si decide il futuro di un Paese. I comunisti sono stati i primi a bramare il diritto dei genitori di educare i propri figli.

Nel Manifesto del Partito Comunista (1848), Karl Marx e Friedrich Engels difesero il loro slogan “Abolizione della famiglia!” con queste parole: «Ci accusate di voler fermare lo sfruttamento dei bambini da parte dei loro genitori? Di questo crimine ci dichiariamo colpevoli». (Manifesto del Partito Comunista, capitolo II, 1848).

L’approccio “scientifico” dei marxisti alla famiglia negava la legge naturale a cui è soggetta la natura umana. Secondo loro, la materia, animata dal movimento e dal progresso, è tutto ciò che esiste. La famiglia è quindi un assetto sociale transitorio che, col tempo, lascerà il posto a una forma superiore di società – una società di veri eguali che godono di risorse comuni, dove le donne non sono più oppresse dagli uomini né i bambini “sfruttati” dai genitori.

Non appena i bolscevichi presero il potere in Russia nell’ottobre 1917, poche settimane dopo l’ultima apparizione di Nostra Signora a Fatima, lanciarono il loro programma di abolizione della famiglia.

Nel dicembre 1917 fu introdotto il divorzio, sancito dal Codice di Famiglia del 1918, che poteva essere facilmente ottenuto “senza motivo”. Nel 1920, la Russia sovietica divenne il primo Paese al mondo a legalizzare l’aborto, scatenando un flagello che ha distrutto più vite di tutte le guerre della storia umana.  L’istituzionalizzazione totale dell’istruzione costituiva una parte cruciale del programma comunista. Nel 1920, Aleksandra Kollontai, una donna molto influente nel partito bolscevico e primo Commissario del Popolo per il benessere, scrisse in Kommunistka: «La società comunista si assumerà tutti gli oneri legati all’educazione di un bambino» (Alexandra Kollontai, “Communism and the Family”, Kommunistka, n. 2, 1920).

Nel 1922, la prostituzione e l’omosessualità furono eliminate dal Codice penale.

La rivoluzione politica del regime bolscevico fu accompagnata dalla preparazione della rivoluzione culturale, che fin dall’inizio fu soprattutto una rivoluzione sessuale. L’obiettivo era quello di ridefinire non solo la società, ma la stessa natura umana.

Come ha sottolineato il prof. Roberto de Mattei, l’Istituto Marx-Engels di Mosca aveva legami con organismi analoghi in Germania, come ad esempio l’Istituto per la ricerca sessuale (Institut für Sexualwissenschaft) del dottor Magnus Hirschfeld, fondato nel 1919, con l’obiettivo di normalizzare l’omosessualità ( “A history of revolutions and their consequences for the family”, discorso tenuto in occasione del Rome Life Forum, 18 maggio 2017).

Nel 1929, la leadership sovietica invitò Wilhelm Reich a Mosca per tenere una serie di conferenze. Reich era un allievo di Sigmund Freud, la cui piattaforma ideologica contrapponeva alla morale cristiana – basata sul sacrificio e sulla carità verso il prossimo – l’edonismo basato sul piacere individuale. Reich sosteneva la “cancellazione” della famiglia e il passaggio da atteggiamenti “sessuo-negativi” ad atteggiamenti “sessuo-positivi” nella società.

Reich era anche un ammiratore di Vera Schmidt, la cui Detkski Dom – “casa dei bambini” – a Mosca conduceva esperimenti psicoanalitici e sessuali con bambini piccoli. Reich lodò questo lavoro come una conferma della sessualità infantile. Tali “scoperte”, sviluppate dagli esperimenti criminali di Alfred Kinsey negli Stati Uniti un paio di decenni più tardi (Riportati nei cosiddetti Kinsey Reports: Sexual Behavior in the Human Male, 1948 e Sexual Behavior in the Human Female, 1953), hanno contribuito a formare l’idea fondamentale dei programmi di educazione sessuale, promossi dai governi nazionali e dalle agenzie delle Nazioni Unite in tutto l’Occidente odierno, ovvero che i bambini hanno inclinazioni sessuali fin dalla nascita (Si vedano, ad esempio, Judith Reisman, Kinsey, Crimes & Consequence, 2004 e Stolen Honor, Stolen Innocence 2013).

Mentre gli architetti della rivoluzione sessuale avevano potenti alleati tra i dirigenti del regime comunista (come Leon Trotsky), Joseph Stalin vide in essa una minaccia al suo potere politico. Aveva bisogno di una Russia forte e per questo motivo ribaltò molte delle leggi anti-familiari introdotte dal regime: il divorzio divenne complicato e l’aborto illegale; le relazioni omosessuali tornarono a essere un reato.

Respinti da Stalin, gli ideologi della rivoluzione sessuale fuggirono nella Germania di Weimar, dando vita alla cosiddetta Scuola di Francoforte, dove continuarono il loro lavoro come think tank di scienziati sociali marxisti. Da lì, questi intellettuali si diressero negli Stati Uniti, dove occuparono posizioni chiave in università come Harvard, Columbia, Princeton, Berkeley e altre istituzioni che da allora hanno formato la maggior parte dei leader civili e politici americani.

È per questo motivo che le politiche promosse oggi in Occidente ricalcano il comunismo. Questi sono gli errori della Russia, non il patrimonio dell’Occidente.

Gli ideologi sessuali dell’Occidente oggi continuano fedelmente a portare avanti l’ideale comunista della società senza Dio. Si tratta di una rivoluzione culturale continua e paziente, che si concentra sull’istruzione, sui media e sulla cultura popolare. Tuttavia, rimane comunista: cerca ancora di distruggere l’ordine naturale ridefinendo la natura umana; continua ad annullare le strutture sociali basate sulla famiglia e sulle norme morali della legge naturale; i diritti dei genitori come educatori primari dei loro figli sono minati e attaccati; l’innocenza dei bambini è sistematicamente distrutta nelle scuole da un indottrinamento sessuale che mira a rompere la loro riserva naturale attraverso la volgarità e la promozione di pratiche immorali, soprattutto l’omosessualità.

L’odierno “politically correct” può essere ricondotto alla Scuola di Francoforte. Il suo obiettivo era quello di conformare tutto il linguaggio, i pensieri e i comportamenti ai principi del marxismo culturale, creando un nuovo codice morale che etichettasse qualsiasi espressione della morale cristiana come “crimine d’odio”. In questo modo il problema è rappresentato da chi non accetta l’omosessualità, piuttosto che da chi cerca di imporla al pubblico; la minaccia è costituita dai genitori che non accettano l’idea che il proprio figlio sia nato in un corpo sbagliato, piuttosto che da chi indottrina i bambini con l’ideologia gender, e così via.

Gli autori della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani (UDHR) del 1948 hanno riconosciuto molti dei problemi del marxismo culturale a livello naturale e hanno cercato di offrire una risposta laica. La UDHR difende la vita e i diritti dei genitori, poiché alla fine della Seconda Guerra Mondiale era evidente che un padre di famiglia non può essere un cittadino libero se non governa la propria casa e deve competere con lo Stato per la formazione delle coscienze dei propri figli.

Nell’ONU di oggi si tiene poco conto dei suoi documenti fondativi e si promuove invece la visione marxista dell’educazione da parte dello Stato. La lobby del controllo demografico ha assunto un ruolo di primo piano nella definizione dei programmi di educazione sessuale e delle politiche familiari internazionali. Gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile, l’Agenda globale 2030, ad esempio, esercitano una pressione schiacciante sugli Stati membri affinché «garantiscano l’accesso universale ai servizi di assistenza sanitaria sessuale e riproduttiva, compresi quelli per la pianificazione familiare, l’informazione e l’educazione, e l’integrazione della salute riproduttiva nelle strategie e nei programmi nazionali» (Obiettivo 3.7).

Ciò significa accesso universale alla contraccezione, all’aborto, alla promozione dell’omosessualità e all’indottrinamento dei bambini nelle scuole – in altre parole, la distruzione istituzionalizzata della famiglia.

Naturalmente ogni cattolico deve opporre resistenza a tutto questo. Ma non si può farlo abbracciando una falsa alternativa. Non si tratta di preferire un’agenda globale a un’altra o di schierarsi con una di esse, rifiutando l’altra. Si tratta piuttosto di scegliere la dottrina della Chiesa cattolica rispetto alla quale tutte le visioni del mondo devono essere giudicate.

L’Occidente non è i suoi leader né i valori liberali che essi proclamano. Il vero Occidente è la cristianità, la fede e la cultura plasmate dagli insegnamenti della Chiesa cattolica, dei suoi santi e martiri. Attualmente, questo Occidente sembra essere stato cancellato, ma è stato solo eclissato. Dietro le ombre, il sole rimane. Non dobbiamo cercare di sfuggire all’eclissi a costo di rinunciare al sole.

La necessità di ricostruire la Russia dopo la devastante perdita di manodopera e lo sconvolgimento sociale della guerra rese inevitabile l’introduzione da parte di Stalin di leggi per incoraggiare il matrimonio e la natalità. Tuttavia, nonostante queste “buone politiche”, la storia non lo considera un leader favorevole alla famiglia. Al contrario, lo ricorda come un dittatore responsabile di un sanguinoso terrore che è costato milioni di vite umane. Questo esempio dovrebbe far suonare un campanello d’allarme per coloro che esaltano gli attuali leader russi per la promozione di politiche a favore della vita e della famiglia rifiutate dalle loro controparti occidentali.

Analizzando le conseguenze del comunismo, David Satter sostiene che «la Russia di oggi è perseguitata da atti non esaminati e parole non dette, da siti che non sono stati riconosciuti e da fosse comuni che sono state commemorate parzialmente o per niente […]. L’incapacità di affrontare le implicazioni morali dell’esperienza comunista, tuttavia, ha fatto sì che non fosse possibile un vero cambiamento in Russia. La psicologia del dominio statale è rimasta intatta per influenzare la nuova Russia post-comunista» (It Was A Long Time Ago And It Never Happened Anyway: Russia and the Communist Past, Yale, 2012, p. 300). Finché la Russia rimarrà perseguitata dai suoi errori – finché la Russia sarà scismatica, anticattolica e comunista – non potrà guarire le ferite che i suoi errori hanno inflitto all’Occidente.

San Pio X diceva: «Il desiderio di pace è certamente un sentimento comune a tutti, e non vi è alcuno che non la invochi ardentemente. La pace, tuttavia, una volta che si rinneghi la Divinità è assurdamente invocata: dove è assente Dio, la giustizia è esiliata; e tolta di mezzo la giustizia, invano si nutre la speranza della pace» (Pio X, E Supremi, n. 7). Il mondo secolarizzato, che oggi avvolge sia l’Occidente che l’Oriente, dice di volere la pace ma dimentica di aver dichiarato guerra a Dio sfidando le leggi che Egli ha scritto nel cuore dell’uomo. Il messaggio di Fatima ci ricorda che non ci sarà pace se prima non ci sarà la conversione. L’avvertimento che valeva per la Russia nel 1917 deve ora essere ascoltato in tutto il mondo, che ha adottato gli errori comunisti come propri. Non ci può essere pace duratura senza giustizia, ma questo significa che non ci può essere vera pace prima che le nazioni tornino a essere cattoliche.

Fonte: https://voiceofthefamily.com/the-errors-of-russia/

«LA CHIESA ORTODOSSA È PEGGIO DI PUTIN E VI SPIEGO PERCHÉ»

Intervista a Don Stefano Caprio

30/04/2024  – Famiglia Cristiana

La sospensione di due sacerdoti “dissidenti” è solo l’ultimo atto di una Chiesa sempre più contigua al regime dello “zar”, come ci racconta don Stefano Caprio, che parla anche della morte di Navalny, di come potrebbe finire il conflitto in Ucraina e di quanto sia urgente una nuova rinascita religiosa per Mosca

Matteo Menegol

L’ultimo atto è stata la sospensione, decisa dal patriarca di Mosca Kirill, di due sacerdoti, Dmitry Safronov, con l’accusa di aver celebrato una funzione in memoria di Alexei Navalny a 40 giorni dalla morte del dissidente russo, e Alexander Vostrodymov, reo di aver condiviso sui propri profili social alcune riflessioni cristiane sulla pace. Da questi “capi d’imputazione” si evince non soltanto quali siano i tabù del governo russo, ma anche quanto marcata sia la contiguità della Chiesa ortodossa col regime di Vladimir Putin. Ne abbiamo parlato con don Stefano Caprio, docente di storia, filosofia, teologia e cultura russa che ha vissuto per diverso tempo a Mosca.

Don Stefano, partiamo dall’attualità: la sospensione dei due sacerdoti può sfociare in un arresto?

«Nel caso di Dmitry Savfronov, che ha celebrato una Messa in memoria di Navalny, si tratta di una misura puramente ecclesiastica, la cui durata, peraltro, è ancora imprecisa, ma potrebbe arrivare fino a tre anni. Al momento, parliamo di un trasferimento in un’altra parrocchia dove non potrà celebrare alcuna funzione, ma soltanto fare il cantore o il lettore. Il significato, semmai, sta nel fatto che quella preghiera era rivolta a Navalny. Per quanto riguarda Vostrodymov, essendo stata avviata anche un’indagine, potrebbe ricevere una multa, ma non credo che si arriverà all’arresto».

C’è la possibilità che a entrambi venga tolto il sacerdozio?

«Sul piano ecclesiastico, sì. Lo stesso patriarca Kirill ha minacciato l’utilizzo di questa misura per coloro che si rifiutano di recitare la preghiera per la vittoria russa nella guerra in Ucraina. Vostrodymov si è limitato ad alcune riflessioni sulla pace, ma nel caso di Safronov l’essersi rifiutato di recitare quella preghiera, peraltro in una funzione in memoria di Navalny, credo che gli faccia correre questo rischio».

Quanti casi di dissidenza all’interno della Chiesa russa si sono registrati dall’inizio dell’invasione dell’Ucraina?

«All’inizio del conflitto, ci fu la lettera sottoscritta da 300 sacerdoti contrari all’invasione. Diverse decine di loro vennero posti sotto osservazione».

Questo cosa implica?

«Si apre un procedimento presso il Tribunale ecclesiastico della singola diocesi. In certi casi si arriva direttamente al Tribunale di Mosca del patriarcato, come nel caso di Aleksei Uminsky, immediatamente ridotto allo stato laicale e costretto a fuggire in Lituania, dov’è stata aperta una sezione del patriarcato di Costantinopoli, che accoglie tutti i preti russi contrari alla guerra».

Ci sono stati altri preti costretti alla fuga?

«Alcuni sono andati all’estero, altri ci hanno provato. Altri ancora, invece, sono in bilico: preferiscono non esporsi troppo perché hanno una famiglia…».

E il governo russo quanto incide su questo?

«In Russia esiste un vero e proprio gemellaggio, una “sinfonia” come la chiamano loro, tra lo zar e il patriarca. E nonostante le proteste e i dissidi, ormai è diventato impossibile rovesciare il sistema. Anche a livello ecclesiastico. C’è una forte manipolazione delle coscienze per cui la Chiesa ortodossa sostiene la propaganda di Stato per dimostrare che la Russia è il bersaglio dell’Occidente e, per questo, tutti devono contribuire alla causa per difendere i valori tradizionali».

Nemmeno con la morte di Navalny, che pure ha scosso parecchie coscienze, c’è stato un sussulto nella Chiesa russa?

«Assolutamente no. Peraltro, a differenza di Putin, che a un certo punto si è trovato costretto a giustificare l’accaduto, senza ovviamente assumersene la responsabilità,  il patriarcato moscovita ha ignorato tutta la vicenda. Non ha mai detto una parola, neanche dopo la morte di Navalny».

Vuole dire che, da questo punto di vista, la Chiesa ortodossa è peggio di Putin?

«Certo che sì. Parliamo di una struttura che vigila ormai sull’aspetto ideologico e, dunque, anche per non dare segnali di cedimento, non può né deve dire alcunché a riguardo».

Possiamo quindi affermare che la Chiesa ortodossa è la cassa di risonanza della propaganda putiniana?

«In un certo senso, sì. Con l’avvento di Putin al potere, la Chiesa ispirò la popolazione russa attraverso concetti come difesa, sovranità e identità. Poi, quando Putin ha deciso di prendere in mano la situazione in modo aggressivo, prima con l’invasione della Georgia e poi dell’Ucraina, si è limitata a fare da eco alla sua propaganda, aggiungendo giustificazioni di natura religiosa».

E non è mai stato possibile ribellarsi a quella violenza?

«A dire il vero, Kirill inizialmente non appoggiò Putin. Il momento più clamoroso fu l’annessione della Crimea nel 2014: il patriarca non partecipò ai festeggiamenti. Questa sua contrarietà derivava dal fatto che capì il rischio, in quel frangente, di inimicarsi l’Ucraina, dove la Chiesa ortodossa è molto più popolare e radicata. Anche all’inizio dell’invasione del 2022 sembrava non volersi esporre più di tanto, optando per il silenzio. Una settimana più tardi, però intervenne per ribadire la difesa contro l’Occidente».

A proposito del conflitto in Ucraina, come pensa che si potrà risolvere la questione?

«Ci sono tre possibilità. La prima è che la Russia riesca a sfondare e a vincere del tutto: non credo che riuscirà a conquistare l’intera Ucraina, ma sicuramente a rivendicare i territori occupati perché, in questo momento, la guerra è a suo favore. Una seconda opzione è che, messa alle strette, decida di scatenare la Terza guerra mondiale utilizzando armi nucleari, cosa che, tuttavia, mi pare gli stessi russi vogliano evitare. La terza variante è che non ci saranno vinti o vincitori, ma una situazione di stallo, una specie di guerra fredda che potrà durare decenni come accadde con Breznev alla fine della Seconda guerra mondiale».

Per un cambiamento nella Russia del futuro, pensa che sarà la Chiesa ortodossa dall’interno o quella cattolica da fuori a giocare un ruolo decisivo?

«Temo che la Chiesa cattolica avrà un ruolo molto ridotto, perché rappresenta una minoranza in Russia. Non ha grande capacità d’influenza e, per sopravvivere, è costretta talvolta a sottomettersi un po’a quella ortodossa. Quest’ultima, sebbene completamente squalificata così com’è, ha un grandissimo peso. Per cambiare occorrerebbe tornare alla situazione che c’era alla fine dell’Urss, quand’era guardata male proprio per l’appoggio che dava alle politiche sovietiche. Bisogna attendere una nuova rinascita religiosa, perché, ad oggi, non esiste alcuna alternativa in Russia».

San Giuseppe Lavoratore

Pio XII istituì la festa di «San Giuseppe artigiano» per aiutare i lavoratori a non perdere di vista il senso cristiano del lavoro.

L’1 maggio 1955, Pio XII istituì la festa di «San Giuseppe artigiano» per aiutare i lavoratori a non perdere di vista il senso cristiano del lavoro, così pienamente incarnato nell’umile falegname di Nazareth e glorioso padre putativo di Gesù. Nel discorso con il quale istituì la festa liturgica, oggi memoria di «San Giuseppe lavoratore», papa Pacelli metteva in guardia da un pensiero distorto sulla festa del lavoro, un pensiero allora legatissimo alla visione marxista della lotta di classe e privo di qualsiasi riferimento a Dio Creatore. Il pontefice ricordò che «il nemico di Cristo semina zizzania nel popolo italiano […]. Specialmente nel ceto dei lavoratori esso ha fatto e fa di tutto per diffondere false idee sull’uomo e il mondo, sulla storia, sulla struttura della società e dell’economia».

Pio XII aveva ben chiaro il principio che il lavoro deve essere mezzo per la salvezza eterna, non inciampo che «contrasta con l’ordine di Dio». Perciò spiegava che la Chiesa non può limitarsi alla richiesta di «un più giusto ordine sociale», bensì deve primariamente assicurare al lavoratore una retta formazione cristiana, sollecitare legislatori e datori di lavoro, indicare i princìpi fondamentali, che poi non sono altro che il riconoscimento di Cristo (vero e giusto) e della sua regalità sulla storia. È quanto Giovanni Paolo II chiamerà il «Vangelo del lavoro», un concetto altissimo e magistralmente definito nella sua Laborem Exercens: «Questa verità, secondo cui mediante il lavoro l’uomo partecipa all’opera di Dio stesso suo Creatore, è stata in modo particolare messa in risalto da Gesù Cristo, quel Gesù del quale molti dei suoi primi uditori a Nazareth rimanevano stupiti e dicevano: Donde gli vengono queste cose? E che sapienza è mai questa che gli è stata data? … Non è costui il carpentiere?».

Già l’Antico Testamento era pieno di riferimenti al lavoro umano («Mangerai del lavoro delle tue mani», dice per esempio il Salmo 127) e il Nuovo – dove Dio è simboleggiato di volta in volta come vignaiolo, seminatore, pastore – completa la pedagogia divina sul significato del lavoro. E ci indica come sommo esempio l’opera silenziosa ma provvidenziale di Giuseppe, che con il lavoro delle sue mani assicurò il sostentamento a Gesù Bambino e alla Vergine Maria, (anche) così partecipando straordinariamente al disegno di salvezza. Scrive ancora Giovanni Paolo II, stavolta nella Redemptoris Custos: «Il lavoro umano e in particolare il lavoro manuale trovano nel Vangelo un accento speciale. Insieme all’umanità del Figlio di Dio esso è stato accolto nel mistero dell’Incarnazione, come anche è stato in particolare modo redento. Grazie al banco di lavoro presso il quale esercitava il suo mestiere insieme con Gesù, Giuseppe avvicinò il lavoro umano al mistero della Redenzione».

A Dio piacque che l’eterno Figlio venisse chiamato «il figlio del falegname» (Mt 13, 55). Lo stesso Gesù imparò il mestiere da Giuseppe e lo esercitò nel nascondimento, mentre cresceva in sapienza e grazia, fino all’inizio della sua attività pubblica. Nobilitò quindi enormemente il lavoro manuale, che nel mondo romano era considerato indegno (vedi Cicerone), affiancandolo in dignità al lavoro intellettuale e operando un’elevazione di entrambi: sempre Gesù esalta lo scriba umile che si fa «discepolo del Regno dei cieli» (Mt 13, 52) e gli Atti degli Apostoli ricordano che Lui «fece e insegnò».

Ermes Dovico – La Nuova Bussola – 1 Maggio 2024

Il cardinale Simoni: ho celebrato in celle e fogne, Dio mi ha salvato dalla morte

Intervista al porporato albanese che Francesco ha citato nell’udienza generale come “martire vivente”, ringraziandolo per la sua testimonianza e il servizio alla Chiesa: “L’omaggio del Santo Padre è un fiore per tutta la Chiesa”. A 95 anni gira il mondo per celebrare Messe, visitare Santuari e praticare esorcismi: “Mi chiamano anche 50 volte al giorno”. Ai credenti oggi perseguitati assicura: “La sofferenza diventerà gioia. Siamo viaggiatori, di passaggio”

Salvatore Cernuzio – Città del Vaticano – 14 Febbraio 2024

Mentre parla con i media vaticani in una stanza di Casa Santa Marta dove è ospite, il telefono del cardinale Ernest Simoni – il porporato albanese sopravvissuto alle persecuzioni del regime comunista e oggi citato dal Papa all’udienza generale come “martire vivente” – squilla almeno una decina di volte. “Ho due cellulari”, racconta, “uno per l’Europa, uno per l’America. Mi chiamano da tutto il mondo… Quasi 120 telefonate al giorno”. Una cinquantina sono richieste di esorcismi o preghiere di liberazione. Le pronuncia in latino, lo stesso che usava per celebrare la Messa clandestinamente dalla cella in cui era stato rinchiuso perché “nemico” di quello che l’allora presidente Enver Hoxha aveva dichiarato il “primo Stato ateo del mondo”.

Il porporato di 95 anni per circa 28 ha subito prigionia, persecuzione e minacce di morte durante il regime comunista. Oggi era presente all’udienza generale in Aula Paolo VI…

Di quei giorni il cardinale, francescano conventuale, ha un ricordo vivido: le Messe alle 2 di notte o dietro le sbarre con il pane cotto ai fornelli e il vino spremuto dai grappoli d’uva, le liturgie nei canali delle fogne e gli “amici” musulmani che piangevano perché “attratti dallo Spirito Santo”. Oggi, a 95 anni, Simoni “continua a lavorare per la Chiesa”, come ha detto il Papa. Lo fa pregando – continuamente -, praticando esorcismi, girando in Santuari (ieri la Messa con le Guardie Svizzere, domani sarà ad Arezzo per la Madonna del Conforto) in Italia, in Europa, negli Stati Uniti. Non è stanco e non si attribuisce alcun merito: “È tutto grazia e protezione divina”. Gli piace parlare e raccontare, gesticola nel farlo o stringe le dita nodose come in preghiera. A volte sembra parlare a fatica, mai conclude una frase che non contenga un ringraziamento a Gesù e alla Madonna o una citazione letterale della Bibbia.

Eminenza, oggi il Papa l’ha salutata e ringraziata davanti a tutti i fedeli in Aula Paolo VI, definendola un “martire vivente”. Che effetto le fanno queste parole?

Con il Santo Padre ci siamo visti ieri sera a cena, qui, per un saluto, e abbiamo discusso di questioni di fede. Oggi, in una forma che non credevo, questo omaggio… Ma è stato un fiore per la Chiesa, il popolo e Gesù che è padre di tutti gli uomini. È Lui che mi ha salvato dalla morte in modo speciale. Sono vivo per merito di Dio. Anche quando ero parroco nelle montagne dell’Albania, lontano lontano, per quattro volte ho rischiato di rovesciarmi per il ghiaccio per mille metri dall’abisso. E mi sono salvato… Tutto è provvidenza divina, tutto è grazia divina.

Lei ha vissuto l’orrore della prigionia, dell’isolamento, delle persecuzioni e torture. Cosa ricorda di quel periodo, di quel lungo periodo?

Non voglio prolungarmi, ma tante cose… Due volte prima di arrestarmi abbiamo celebrato la Messa alle 2 di notte, ad esempio, e tutte e due le volte tanti fedeli hanno visto una statua di Sant’Antonio piangere. Poi, sempre grazie al Signore che mi ha custodito e protetto, ho potuto celebrare clandestinamente in prigione la Messa, a memoria, in latino. So il latino come la lingua albanese, avevamo un metodo in stile tedesco per cui abbiamo imparato le lingue classiche. Alle Messe c’erano dei musulmani che piangevano: amici, ottimi amici, con lacrime grosse perché lo Spirito Santo li attraeva. Proprio un professore musulmano, gentilissimo, con la moglie prendeva l’uva dal frigo. E noi la spremevamo per fare il vino per l’Eucarestia.

E il pane?

Avevamo dei fornelli piccoli per mangiare in prigione e con il pane che ci davano facevamo le ostie. Celebravamo secondo le condizioni possibili… Ho celebrato Messe anche nei canali delle fogne, davanti a 200 persone. Se qualcuno mi avesse accusato, mi avrebbero impiccato. È stata la protezione divina, in tutte le forme. Nessun mio merito.

Lei ha subito perdonato i suoi aguzzini. Perché?

La fede cattolica! Gesù con amore infinito ha amato e ama tutti gli uomini e dice che la gioia più grande in Paradiso sarà per un peccatore che si converte e si salva e non per miliardi di angeli e santi. “Sono venuto per i peccatori…”. Chi ha un cervello puro deve mettere Gesù al primo posto.

Alle persone che, come lei, oggi soffrono la persecuzione – il Papa parlava questa mattina di tanti martiri – quale incoraggiamento vorrebbe dare?

Ha detto Gesù: “Come hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi”. Ma, attenzione, la vostra sofferenza sarà convertita nella gioia. La vostra gioia nessuno potrà allontanarla da voi. È tutto qui, siamo viaggiatori, passeggeri…

Invece in questo momento storico del mondo ferito dalle guerre cosa sente di dire?

Fratellanza, fratellanza, fratellanza, amore fraterno. Predicare l’amore estremo per gli uomini. A tutti ci aspetta il Paradiso. Parlo dell’amore infinito di Dio e Gesù per tutti gli uomini, di ogni fede, di ogni popolo del mondo. È padre di tutti, ha versato il sangue per tutti.  

Lei ha 95 anni e continua a servire la Chiesa, come ha detto il Papa…

È sempre per grazia di Dio che posso andare in Italia, in Europa, in America. Ci sono stato 25 volte in America, ho celebrato tante Messe, ci vivono 700 mila albanesi cattolici. Sono da 55 anni ordinato, non credevo mai che sarei stato cardinale, ringrazio il Signore perché mi ha dato la grazia speciale di essere vicino alle anime, di riconciliarle spiritualmente. Ringrazio sempre pure la Madonna, Padre Pio e Giovanni Paolo II che mi aiuta negli esorcismi: alcuni mi hanno detto di averlo visto… Come dice Sant’Agostino non passi nessun giorno senza una linea, un dito, per la vita eterna. Per la salute? L’età si conta con gli anni ma la salute è nelle mani del Signore. Si piange quando qualcuno muore ma muore la materia, lo spirito è immortale.

Mosca e ‘deoccidentalizzazione’: nella ‘svolta’ a Oriente il futuro incerto della Russia

di Stefano Caprio-Asia News – 28 Aprile 2024

La guerra in Ucraina porta il Paese nell’era della negazione e presa di distanza dal “nemico”, per affermare la “ortodossia” spirituale, morale, politica ed economica. Oggi si impongono nuovi “modelli globali” non facilmente digeribili non solo in Russia o in Oriente, ma anche in Europa e nei Paesi anglosassoni. La figura del presidente si sovrappone ormai agli zar del passato. 

Con la guerra della Russia in Ucraina siamo entrati nell’era della de-trazione o de-clinazione, in quanto la de-finizione dell’identità dei popoli e delle nazioni sembra di-pendere dal prefisso, più che dal contenuto. La Russia si è sentita in dovere di di-fendere l’Ucraina assalita dalla de-gradazione occidentale, per raggiungere la sua de-militarizzazione e de-nazificazione; in tutta risposta, l’Ucraina sente ora il bisogno della de-russificazione e de-colonizzazione, indicando in questo la strada agli altri popoli ex-sovietici, già da 30 anni impegnati appunto nella de-sovietizzazione dei loro Paesi.

La negazione e la presa di distanza dal “nemico”, dall’estraneo o “traditore”, è la via maestra per affermare la propria “ortodossia” spirituale, morale, politica ed economica. Il termine più dogmatico e risolutivo di questo dramma dell’identità negata per la Russia è ormai la de-occidentalizzazione, annunciata con il neologismo della de-westernizatsija. La propaganda russa, soprattutto in questi giorni di preparazione alla Pasqua di liberazione e alla Vittoria di de-nazificazione, insiste sul concetto che “la Russia non ha mai fatto parte dell’Occidente”, una realtà demoniaca e russofobica, che cerca di imporre al mondo un dominio globale che staglia la sua ombra su tutti i continenti, facendo brillare sempre più la luce della Santa Eurasia.

La de-occidentalizzazione o “purificazione dall’influsso occidentale” è il vero contenuto delle leggi contro gli “agenti stranieri”, gli inoagenty che non possono essere altro che occidentali, in quanto gli influssi della Cina, dell’India o della Turchia sono invece da considerarsi “amichevoli”. Per questo i russi fanno pressioni sulla Georgia, sul Kirghizistan e su tutti i territori ancora poco de-colonizzati per far approvare leggi analoghe, anche a costo di provocare rivolte di piazza come sta avvenendo in questi giorni per le vie di Tbilisi. La “svolta verso Oriente” non è specificamente “pro” Oriente, ma è principalmente “anti” e “de” Occidente. I sociologi filo-putiniani affermano che “più della metà dei russi non vede alcuna utilità nella civilizzazione e nella cultura occidentale, in quanto è sempre stata estranea alla Russia e ha un carattere distruttivo”, come riportato dalla rubrica Signal di Meduza.

Tali affermazioni del resto non sono una novità per la Russia, anzi attraversano tutta la sua storia e le oscillazioni della sua autocoscienza. Nell’Ottocento, dopo la grande vittoria su Napoleone e la sua Grande Armée dell’intera Europa occidentale, si è sviluppato in Russia per decenni un grande dibattito tra “slavofili” e “occidentalisti”: i primi ritenevano che la Russia avesse una propria “idea” da esprimere nel mondo, i secondi che non ci fosse nei russi nulla di originale, e tutto era dovuto alle culture provenienti dall’Occidente. La storia in effetti ha dato ragione ai secondi, imponendo nel Novecento un sistema pensato dagli occidentali, quello del comunismo marxista, pur reinterpretato come “leninismo” e “stalinismo”, le varianti russe del “socialismo reale” imposto al mondo intero.

Il dibattito ottocentesco era a sua volta frutto della precedente occidentalizzazione dell’Impero di San Pietroburgo, voluta da Pietro il grande per fare della Russia una “finestra sull’Europa”, e conclusa da Caterina la grande come spartizione dell’Europa orientale insieme ad Austria e Prussia, con la de-portazione di massa dei polacchi nei territori siberiani. Lo stesso Pietro aveva voluto disfarsi degli eccessi di torbidi conflitti interni generati dalle scorribande nei territori “ucraini” di confine, ma anche dal fanatismo degli ortodossi “vecchio-credenti” che non volevano accettare la superiorità nei riti e nelle devozioni da parte dei greci, anch’essi da considerare “agenti stranieri” occidentali. Il Battesimo bizantino, che ha dato origine alla storia antica della Rus’, è in effetti l’importazione dall’Occidente di una tradizione che viene considerata del “cristianesimo orientale” rispetto a quello latino occidentale, a riprova che l’identità non corrisponde alla realtà neppure geografica, quando serve un de- per affermarla. La stessa ideologia cinquecentesca di “Mosca-Terza Roma”, la principale definizione della missione della Russia nella storia, si basa sull’eliminazione delle due Rome precedenti, e la profezia si conclude precisando che “una Quarta non ci sarà”.

La retorica della de-westernizatsija, al di là degli archetipi contrastanti dell’anima russa, impone una riflessione che riguarda il futuro non soltanto della Russia. Che cos’è “Occidente”, e che cosa significa essere “sotto l’influsso occidentale”? L’approvazione del Congresso americano dei nuovi aiuti all’Ucraina è stata salutata dal presidente Biden come “affermazione della supremazia americana e occidentale nel mondo”, ma il modello di questa superiorità non è certo limitato alle armi o ai droni d’assalto. Occidente vuol dire democrazia liberale ed economia di mercato, o quanto meno la scelta di un regime comprensibile e organizzato secondo regole accettabili da parte degli occidentali. L’epoca coloniale degli europei ha in effetti imposto in tutto il mondo sistemi analoghi a quelli degli imperi e poi delle democrazie, nella relazione tra le parti sociali e le classi di padroni e lavoratori, i meccanismi finanziari e le istituzioni politiche ed educative, risolvendo l’ispirazione religiosa nella separazione tra Chiesa e Stato.

Oggi queste dimensioni si accompagnano a un frenetico processo di modernizzazione e ridefinizione tecnologica, che rendono vetuste molte componenti fondamentali come il pluralismo politico e gli equilibri parlamentari, perfino la terzietà della legge e della magistratura, imponendo nuovi “modelli globali” non facilmente digeribili non soltanto in Russia o in Oriente, ma negli stessi Paesi europei e anglosassoni, gli “occidentali” per eccellenza. In questo senso diventano più che occidentali nazioni come il Giappone e l’Arabia Saudita, di tradizioni assolutiste o addirittura teocratiche, e dominano l’Occidente le innovazioni pensate in Cina o nella stessa Russia, sciogliendo tutti i confini nella polverizzazione digitale. Non c’è una definizione esaustiva di “Occidente collettivo” o soltanto parziale, neanche alle latitudini attribuite ai “padroni del mondo” produttivo e finanziario.

La de-occidentalizzazione non porta dunque verso la scelta di un sistema rispetto a un altro, né a livello economico, né politico e culturale, e ormai neppure religioso. Si tratta di una reazione identitaria anti-globalista, un tentativo di sottrarsi al coinvolgimento nei processi di cambiamento e di contaminazione, come nell’ideologia della de-crescita e della de-modernizzazione. Essendo però irreversibile la crescita economica e tecnologica, la differenza con il “mondo ostile” può avvenire soltanto nella contrapposizione e nella competizione, ciò che di fatto comporta un legame ancora più stretto e inevitabile: più si cerca di de-occidentalizzarsi, più ci si occidentalizza. Questo era vero perfino all’epoca della Guerra Fredda dei regimi “opposti”, socialista contro liberale, che per imporsi scatenavano la gara alla conquista dello spazio e al controllo delle nazioni, nutrendosi comunque di continui conflitti armati in ogni angolo del mondo.

Non ha alcun senso la de-occidentalizzazione della Russia, per quanto siano prevedibili dei “salti all’indietro” anche nel controllo della proprietà privata, come affermato da Vladimir Putin al congresso degli imprenditori e investitori per “evitare danni allo Stato”, oltre all’evidente ritorno al controllo totalitario delle coscienze. La figura del presidente ormai si sovrappone a quella degli zar del passato, e le leggi stesse sembrano regredire al livello delle uloženja, i decreti seicenteschi che tentavano di comporre i “torbidi” delle varie anime della Russia in bilico tra presente e futuro. Si possono rompere le relazioni diplomatiche con gli Stati occidentali e ogni tipo di accordo internazionale fino alla disgregazione dell’Onu e al disprezzo del tribunale dell’Aja, o dichiarare lo scisma ortodosso tra Mosca e Costantinopoli, ma tutto questo appare più una scena teatrale che una vera “ridefinizione” della posizione del Paese nelle relazioni globali. Se la Russia intende rifiutare il mondo intero, il problema non è che diventerà inaccettabile per l’Occidente, ma che diventerà incomprensibile per sé stessa.

MONSIGNOR HOSER MEDJUGORJE: L’APOCALISSE E’ INIZIATA

⭐Ripubblichiamo un’intervista a Monsignor Hoser realizzata dalla giornalista polacca Alina Petrowa – Wasilewicz e diffusa sui nostri socials nel 2020

Mons. Hoser (1942-2021), precedente Delegato apostolico a carattere speciale presso la Parrocchia di Medjugorje, aprendo il suo cuore, attraverso numerosi e deliziosi episodi, prima di lasciarci ha letto per noi la situazione odierna del mondo e della Chiesa: situazione APOCALITTICA ma nel suo significato più profondamente biblico e nella prospettiva dei segreti .


Qui le meraviglie straordinarie non vengono offerte alle persone. Si recita insieme il rosario, si celebra l’Eucaristia, cioè si offre il pane quotidiano che la Chiesa da secoli dà alle persone. Dopo l’Eucaristia c’è una preghiera per la guarigione, ma è una preghiera ordinaria – I veggenti parlano con una tale sicurezza che è difficile negare la loro esperienza, afferma l’Arcivescovo Henryk Hoser, Visitatore Apostolico a Medjugorje.

Alina Petrowa-Wasilewicz: Come tutto è cominciato?

MONSIGNOR HENRYK HOSER: Nel 2017 la Santa Sede mi ha chiesto di indagare su quanto stava accadendo a Medjugorje. Sono venuto qui a cavallo tra marzo e aprile, ho scritto una relazione introduttiva a maggio e il testo completo in autunno. Pesava cinque chili con aggiunte e allegati. Presto sono stato convocato in Vaticano, ho parlato con il cardinale Pietro Parolin, segretario di stato della Santa Sede, e mi ha fatto un’offerta che non potevo rifiutare …

Alina: Quindi lei, padre arcivescovo è l’ambasciatore speciale del Santo Padre…

MONS. HOSER – Sì, e non dovrei solo fare ricerca, ma anche plasmare la situazione e sviluppare questo luogo da una prospettiva pastorale. Questo è un grosso problema e un compito, mi sono state date istruzioni scritte su quattro pagine A4.

Alina: Cosa sta realmente accadendo a Medjugorje? Tre anni sono sufficienti per conoscere in dettaglio il fenomeno di questo luogo.

MONS. HOSER – Vengono pellegrini da tutto il mondo, molti polacchi. Ci sono circa due milioni di pellegrini ogni anno. I confessori dicono che quando qualcuno si confessa a lungo, quasi sempre avviene perché è una conversione radicale. Viene qualcuno, ha sessant’anni, l’ultima volta che si è confessato è stato prima di ricevere la Prima Comunione. Tutta la vita fuori dalla Chiesa con un destino contorto. E queste confessioni sono molto estenuanti. 

Recentemente mi hanno segnalato che ci sono sempre più problemi bioetici nella vita delle persone. Fanno scelte di cui si pentiranno in seguito e alla fine non sanno come uscirne…

I sacerdoti devono essere educati in modo che sappiano cosa rispondere a queste persone. Supponiamo che una donna arrivi, dica di aver avuto una fecondazione in vitro, che abbia abortito più volte dopo queste fecondazioni, che ci siano ancora 6-9 embrioni nel laboratorio che hanno creato. Questi sono problemi, e bisogna sapere cosa consigliare a tali penitenti. E questo appare sempre più spesso, perché le tecniche di fecondazione in vitro sono già utilizzate ovunque. E le persone che vi hanno partecipato scoprono ex post , [cioè dopo il fatto], che non era la strada giusta.

I pastori prestano molta attenzione alle persone dipendenti da droghe, alcol e attività criminogene. Dopotutto, non sono i chierichetti o i cantori della chiesa.

Alina: Medjugorje sembra essere la capitale mondiale dei figli prodighi. Ma intendo anche i giovani, ad esempio gli inglesi con tre o quattro figli che vengono qui…

MONS. HOSER – E qui scoprono una spiritualità che non hanno a casa e nelle Chiese locali. Vanno a confessarsi, cosa che non hanno, perché in Occidente i sacerdoti hanno smesso di confessare. E lo dico con tutta la responsabilità, da quando ho lavorato sette anni a Parigi e tre anni a Bruxelles. I sacerdoti non confessano più i fedeli perché credono che la confessione sia “senso di colpa”, cioè alle persone viene detto che dovrebbero andare da uno psichiatra, quindi essere trattati in modo che non si sentano in colpa. 

E qui a Medjugorje le persone riconoscono che non tutto nella loro vita è andato bene, chiedono perdono e scoprono la spiritualità. 

È molto semplice e allo stesso tempo, grazie ad esso, accadono grandi cose, avvengono conversioni spettacolari. 

Una volta che stavo attraversando il cortile davanti alla chiesa, mi si avvicina un prete, quarantenne forse quarantacinquenne. Dall’Australia. E dice che qui si è convertito. “Ero un alcolizzato e un tossicodipendente. Sono venuto qui e qui sono stato guarito. E ora sono un prete felice e lavoro a casa “. E abbiamo molti di questi casi, il che significa che c’è una grazia straordinaria al lavoro qui. Perché non è umano – trasformare le persone in quel modo.

Anche persone dello spettacolo, celebrità … Quando abbiamo tenuto il Festival della Gioventù alcuni anni fa a luglio, una croata, Blanka Vlasić, alta 1,93 m, campionessa mondiale di salto in alto, è arrivata da Spalato. E ha raccontato come, da atleta, si è convertita qui e ha riacquistato il senso della vita, dell’azione e della preghiera. Ne ha parlato davanti a migliaia di persone e ha fatto una grande impressione.

Non solo vengono offerte alle persone qui le meraviglie straordinarie. Qui si recita insieme il rosario, si celebra l’Eucaristia, cioè si offre il pane quotidiano, quello che la Chiesa da secoli dà alle persone. Dopo l’Eucaristia c’è una preghiera per la guarigione, ma è una preghiera ordinaria.

Alina: Non ci sono stranezze, basta ascoltare l’appello della Gospa ai veggenti: torna al pane che hai buttato via. Può confermarlo?

MONS. HOSER – Sì. Qui le persone scoprono un’adorazione che nemmeno loro conoscevano. Dopotutto, quante volte è così che adorano per un’ora, le persone si siedono, nessuno se ne va, c’è silenzio completo. Quando finisce, la gente applaude. Agli italiani piace applaudire e qui tutti applaudono. Dopo l’adorazione della croce, la gente applaude. E queste sono le cose che mancano agli occidentali. Le nostre chiese sono spesso un deserto spirituale, soprattutto in Occidente. C’è sociologia lì. E lo psicologismo.

Alina: Qual è il futuro di una simile Chiesa?

MONS. HOSER – Ci saranno ciuffi d’erba. Perché al momento l’ultima generazione di preti che lavora lì, in Occidente, sta morendo. Ecco perché non vedo prospettive. Sì, ci sono élite, ci sono comunità zelanti, ma queste sono frammenti. La Francia è un paese speciale sotto questo aspetto. Ma in Germania si sta sviluppando il movimento di Medjugorje, anche in Spagna, estremamente secolarizzata, e in Portogallo, anch’esso molto secolarizzato. E stanno iniziando a riprendersi, ma allo stesso tempo abbiamo un afflusso di Islam senza precedenti.

Alina: Quali sono le esperienze di p. Arcivescovo con i veggenti?

MONS. HOSER –  Questi sono adulti. Hanno creato famiglie, hanno figli, alcuni di loro hanno nipoti. Prima di tutto, sono persone normali. Non ho avuto la sensazione che fossero mentalmente disturbati, con sintomi psicotici o nevrotici. Queste persone camminano coi piedi per terra, hanno la loro famiglia, il lavoro e altre responsabilità, e parlano in un modo che non è per niente esaltato. Ma parlano con una tale sicurezza che è difficile negare la loro esperienza. La prima volta che ho parlato con loro, uno di loro ha gridato e ha detto che erano passati trentasette anni dalle apparizioni sul Podbrdo nel 1981, “e continuano ad accusarci di essere imbroglioni, di essere manipolatori”.

Il culto mariano qui è cristocentrico, Maria si riferisce sempre a Gesù, come lo era a Cana in Galilea.

Ci sono varie cose da fare qui, tutti hanno notato che le infrastrutture a Medjugorje sono modeste, e per un tale numero di pellegrini, la Chiesa di san Giacomo è troppo piccola. Troppo piccola in estate e in inverno. E le strutture di ritiro e catechesi sono molto deboli, molto povere. Mi occupo di questo tipo di questioni, ma anche se la liturgia è appropriata o qualcosa deve essere cambiato, credo che la liturgia sia generalmente corretta, tranne che per alcuni dettagli minori. Ciò che mi rende felice è il fatto che, come è con Luigi Grignion de Montfort, il culto mariano locale è cristocentrico, Maria si riferisce sempre a Gesù, come lo era a Cana in Galilea. E così è qui: al centro c’è la Parola di Dio, c’è l’Eucaristia, c’è la Via Crucis, il rosario, ci sono i misteri di Gesù Cristo e la Madre di Dio. Attrae le persone.

Alina: Rispettando i segreti vaticani: qual è la possibilità che la Chiesa parli ufficialmente delle apparizioni? La posizione finora era ed è tuttora scettica. P. Arcivescovo ha detto che l’atmosfera intorno a Medjugorje è almeno favorevole e che questo ha un effetto positivo sul numero di pellegrini che vengono qui. O forse p. Arcivescovo vuole svelare qualche segreto?

MONS. HOSER – Nel valutare le apparizioni, è importante conoscerne il contenuto. Questo è stato esaminato da tutte le parti, una commissione speciale del card. Camillo Ruini, nominato da Benedetto XVI. Ha discusso fino al 2014 e ha presentato tutti i documenti, lo hanno fatto in modo abbastanza dettagliato, sono anche venuti qui per la ricerca. Erano già molte le équipe mediche che hanno visitato i veggenti anche durante le apparizioni, e non hanno riscontrato patologie.

La sig.ra prof.ssa Alina Midro, membro del team di bioetica della Conferenza episcopale polacca, ha un’amica qui a Mostar, una professoressa di medicina. E ha detto che portavano questi giovani all’ospedale di Mostar per gli esami, e lì non trovavano patologie, né fisiche né psicologiche. Ed è stato durante l’era comunista. E qui il comunismo era molto duro, molto più che in Polonia.

Questa professoressa di Mostar era atea, sebbene fosse battezzata, apparteneva alla gioventù comunista, era un’attivista. E per curiosità, è venuta a Medjugorje durante le apparizioni sul Podbrdo, e c’era Vicka, una delle veggenti. E chiede a Vicka se può avvicinarsi. Così Vicka ha chiesto alla Madre di Dio, e la Madre di Dio dice che la professoressa può venire. E quando è venuta su, ha chiesto se poteva toccare la Madre di Dio? E ancora Vicka dice che chiederà alla Madre di Dio se puoi toccarla. E la risposta è stata sì. E allungò le braccia, non sentì alcun corpo, ma si sentì come se fosse cambiata completamente. Da quel momento in poi, è diventata una credente. Ho sentito questo racconto a Białystok, durante un seminario di bioetica con la partecipazione di un professore di Mostar.

Alina: Qualche anno fa è stato realizzato un documentario polacco di Leszek Dokowicz e Maciej Bodasiński: L’ultima sfida. Il film si conclude con una scena in cui Vicka durante la Santa Messa legge un estratto dall’Apocalisse di S. Giovanni, in cui c’è una forte allusione che si tratti della fine dei tempi, e il film parla dei dieci segreti che la Madonna ha dato a Mirjana, dopo averli manifestati a un sacerdote il quale deve annunciare in anticipo il contenuto di questi segreti al mondo. Credere nella veridicità di queste rivelazioni non è obbligatoriamente necessario per la salvezza, ma stanno accadendo cose insolite e come le affrontiamo?

MONS. HOSER – Le apparizioni mariane del XX secolo sono apocalittiche. Questa è Fatima, e Kibeho in Ruanda. In entrambi i casi, c’era una visione dell’inferno. Anche in Ruanda i bambini hanno visto l’inferno. Questa è una specie di campanello d’allarme sulle pessime condizioni dell’umanità. 

Quanto all’Apocalisse, non è che si realizzerà solo alla fine del mondo, perché si sta già realizzando in vari episodi. Ventesimo secolo, due guerre mondiali: queste furono esperienze apocalittiche, milioni di persone innocenti morirono, inauditi e incredibili crimini sono accaduti. [Questo] succede e continua [a succedere anche oggi]. 

Vedo queste rivelazioni da una prospettiva escatologica. La Madonna ci chiama prima di tutto alla conversione a Dio. 

Al momento, la situazione nel mondo sta peggiorando. 

La terza guerra mondiale non è ancora arrivata, perché non paga nessuno, perché non ci saranno vincitori, saranno sconfitti da soli, ci sarà un deserto. 

Le superpotenze non vogliono usare armi nucleari, ma stanno ricominciando a pensarci. 

E quindi tutto il contesto è in bilico.

E anche la decadenza, il degrado dei rapporti umani, sta peggiorando. Ad esempio, i matrimoni che stanno cadendo a pezzi. Dopo la fine del Festival della Gioventù, sono stato avvicinato da una ragazza spagnola sulla ventina di Barcellona. Ha parlato di una nuova categoria di giovani e di persone segnate a vita, stigmatizzate dal divorzio dei genitori. Li ferisce così profondamente, sconvolge così le loro prospettive di vita che non sono più in grado di stabilire famiglie permanenti perché non ci credono. E ha detto che era tempo che la Chiesa si prendesse cura di questi bambini, perché solo Dio poteva guarirli. 

La Madre di Dio è la nostra madre; il nome più antico della Chiesa è Ecclesia Mater – Madre della Chiesa. Ma oggi abbiamo un’atmosfera, simboleggiata dal film “Clergy”, che mostra che tutta la Chiesa è delinquenziale, completamente degenerata, e questa è l’immagine della Chiesa che si vende, e la gente ci crede. 

Tutta questa situazione odora di Apocalisse.

Ma la speranza non è da perdere. “Dio è più grande”, questo è il mio motto episcopale. Dio è più grande e può gestire tutto. 

Stiamo aspettando l’iniziativa di Dio. 

Ora le varie profezie si sono moltiplicate, si dice che siano numerose circa i tre giorni di tenebre che avvolgeranno la terra. Santa Faustina ha avuto una tale rivelazione. Per noi credenti significa mobilitazione, non possiamo guardare il male in modo passivo, dobbiamo reagire.

16-09-2020

Incoronata Boccia: una giornalista che ha tutto il nostro plauso

 24 Aprile 2024 ore 12:41

di Roberto de Mattei – Corrispondenza Romana

Mentre divampava la polemica per un emendamento al decreto PNRR proposto da “Fratelli d’Italia”, che potrebbe aprire la strada all’ingresso delle associazioni pro-vita nei consultori, una giornalista della Rai ha avuto il coraggio di esprimersi sull’aborto con parole che nessun esponente politico della maggioranza ha osato pronunciare.   

La giornalista è la vicedirettrice del Tg1 Incoronata Boccia, apprezzata da tutti per il suo talento professionale. Quando, il 20 aprile, nel corso della puntata di Che sarà, il programma di Rai 3 condotto da Serena Bortone, si è aperta una discussione sul tema controverso dell’applicazione della legge 194 sull’aborto, la vicedirettrice del Tg1, presente nello studio con altri ospiti, ha affermato: «Sto per pronunciare parole che mi rendo conto sono forti, e lungi da me giudicare le persone, le storie. Ma si giudica il principio. Stiamo scambiando un delitto per un diritto. Qua si ha paura di dire – persino la politica ce l’ha – che l’aborto è un omicidio». Tra il disorientamento generale, la giornalista ha così continuato: «C’è poco da sorridere. Non l’ho detto io. Quando è stato conferito il Premio Nobel per la Pace a Madre Teresa di Calcutta hanno tremato i potenti della Terra perché quando le fu fatta la domanda su quale fosse il più grande peccato, il più grande dramma dell’umanità, con coraggio quella piccola donna disse “L’aborto”, e non la guerra o la fame nel mondo, come tutti si aspettavano».

Le parole di Incoronata Boccia hanno rotto la cappa di omertà che regna tra destra e sinistra sulla legge 194, da tutti difesa, malgrado il suo contenuto criminale. Feroci sono state le accuse mediatiche nei confronti della coraggiosa giornalista e scarsa la solidarietà da lei ricevuta, soprattutto da parte del mondo cattolico. Eppure, applicando all’aborto i termini di “delitto” e “peccato”, Incoronata Boccia non ha fatto che ripetere quanto hanno ripetutamente affermato due tra i più popolari pontefici degli ultimi decenni, Giovanni Paolo II e Francesco.   

Nella Dichiarazione del Dicastero per la Dottrina della fede Dignitas infinita dell’8 aprile 2024, approvata da papa Francesco, leggiamo che, quanto riguarda l’aborto, «la Chiesa non cessa di ricordare che “la dignità di ogni essere umano ha un carattere intrinseco e vale dal momento del suo concepimento fino alla sua morte naturale…”» (n. 47). Citando l’enciclica Evangelium Vitae di Giovanni Paolo II (25 marzo 1994), papa Francesco afferma che «nessuna parola vale a cambiare la realtà delle cose: l’aborto procurato è l’uccisione deliberata e diretta, comunque venga attuata, di un essere umano nella fase iniziale della sua esistenza, compresa tra il concepimento e la nascita» (ivi).Nell’Evangelium Vitae Giovanni Paolo II, canonizzato da papa Francesco, definisce l’aborto «peccato di particolare gravità» (n. 55), «omicidio» (n. 58), «delitto abominevole» (n. 58), «crimine», «che nessuna legge umana può pretendere di legittimare» (n. 73).

Gli abortisti rifiutano di considerare il frutto del concepimento come un essere umano, ma la Sacra Congregazione per la Dottrina della Fede nella sua Dichiarazione sull’aborto procurato del 18 novembre 1974, approvata da Paolo VI, ricorda che «dal momento in cui l’ovulo è fecondato, si inaugura una nuova vita che non è quella del padre o della madre, ma di un nuovo essere umano che si sviluppa per proprio conto. Non sarà mai reso umano se non lo è stato fin da allora.  A questa evidenza di sempre (perfettamente indipendente dai dibattiti circa il momento dell’animazione), la scienza genetica moderna fornisce preziose conferme. Essa ha mostrato come dal primo istante si trova fissato il programma di ciò che sarà questo vivente: un uomo, quest’uomo individuo con le sue note caratteristiche già ben determinate. Fin dalla fecondazione è iniziata l’avventura di una vita umana, di cui ciascuna delle grandi capacità richiede tempo, per impostarsi e per trovarsi pronta ad agire».  

L’Istruzione Donum Vitae del 22 febbraio 1987, approvata da Giovanni Paolo II, dopo aver richiamato gli insegnamenti contenuti nella Dichiarazione sull’aborto procurato del 1974, afferma che nello zigote derivante dalla fecondazione si è già costituita l’identità biologica di un nuovo individuo umano. «Certamente nessun dato sperimentale può essere per sé sufficiente a far riconoscere un’anima spirituale; tuttavia le conclusioni della scienza sull’embrione umano forniscono un’indicazione preziosa per discernere razionalmente una presenza personale fin da questo primo comparire di una vita umana: come un individuo umano non sarebbe una persona umana? Il Magistero non si è espressamente impegnato su un’affermazione d’indole filosofica, ma ribadisce in maniera costante la condanna morale di qualsiasi aborto procurato. Questo insegnamento non è mutato ed è immutabile. Pertanto il frutto della generazione umana dal primo momento della sua esistenza, e cioè a partire dal costituirsi dello zigote, esige il rispetto incondizionato che è moralmente dovuto all’essere umano nella sua totalità corporale e spirituale. L’essere umano va rispettato e trattato come una persona fin dal suo concepimento e, pertanto, da quello stesso momento gli si devono riconoscere i diritti della persona, tra i quali anzitutto il diritto inviolabile di ogni essere umano innocente alla vita».

L’aborto è un delitto aggravato dal fatto che l’essere innocente, massimamente indifeso, che viene messo a morte, è ucciso da chi lo ha messo al mondo e avrebbe il dovere di difenderlo e di aiutarlo a sviluppare la sua vita naturale e soprannaturale. Questa è la dottrina morale della Chiesa, che non contraddice la scienza, ma la rispetta e trova conferma in essa. Incoronata Boccia ha avuto il merito di ricordarlo e ha tutto il nostro plauso.

Perché Trump sta cambiando posizione sull’Ucraina

Sono iniziate le grandi manovre tra i repubblicani tradizionali perché un Trump II non diventi troppo destabilizzante per l’ordine mondiale, la sicurezza dell’Occidente e la protezione degli alleati 

diFederico Rampini| 23 aprile 2024- Correre della Sera -24 Aprile 2024

Oggi Joe Biden firma la legge già votata al Congresso, che rifinanzia gli aiuti americani a tre paesi: Ucraina, Israele, Taiwan. Il più bisognoso nell’immediato è l’Ucraina, in gravi difficoltà di fronte all’avanzata russa e a corto di tutto: munizioni, pezzi di ricambio, armi di ogni tipo. Questo sostegno americano è in ritardo di mesi, perché era tenuto in ostaggio al Congresso dalle resistenze del partito repubblicano. 

Perché queste resistenze sono venute meno di colpo? Perché lo Speaker of the House, cioè il presidente della Camera Mike Johnson, repubblicano, ha sbloccato il pacchetto di aiuti ed ha accettato un compromesso coi democratici? 

I retroscena di questa schiarita bipartisan sono importanti, anche perché forniscono qualche elemento per prevedere quale politica estera farà l’America dopo il 5 novembre, qualora dovesse vincere Donald Trump.

La prima spiegazione per la svolta di Johnson la riassumo così: l’establishment esiste ancora. Il presidente della Camera è stato sottoposto a un assedio incessante da parte dei vertici militari e dei servizi segreti. Dai capi del Pentagono alla Cia alle altre agenzie di intelligence, c’è stato un lavoro sistematico di informazione, persuasione e pressione nei suoi confronti: gli hanno spiegato come e perché quel supporto andava fornito all’Ucraina, cosa sarebbe successo in mancanza di quegli aiuti, quali sarebbero le conseguenze nefaste di una vittoria finale di Putin sulla sicurezza degli stessi Stati Uniti, oltre che di tutti gli alleati europei. 

L’establishment militare, di intelligence e di politica estera è per lo più bipartisan o indipendente. Ha forti e storici agganci con la base repubblicana, dove si trovano bacini di reclutamento tradizionali delle forze armate. Insomma Johnson si è trovato di fronte a un fuoco di sbarramento imponente, gli è stato messo a disposizione un arsenale di argomenti a favore degli aiuti all’Ucraina, che lo ha convinto. Di fronte a una pressione così efficace Johnson ha perfino messo in conto la possibilità di essere sfiduciato dai suoi parlamentari dell’ala isolazionista, ha accettato di far passare la legge con un contributo determinante dei democratici.

E il problema Trump? L’ex presidente aveva ostacolato gli aiuti all’Ucraina cavalcando la corrente isolazionista dell’opinione pubblica. Anche quando era alla Casa Bianca – cioè prima dell’invasione russa del 2022 – lui aveva espresso diffidenza e riserve nei confronti della causa ucraina. Ma se Trump avesse voluto ostacolare apertamente Johnson, poteva fomentare tra i suoi fedelissimi alla Camera una rivolta ben più ampia di quella che c’è stata, fino alle dimissioni dello Speaker of the House, ieri invece l’ex presidente lo ha anche difeso definendolo «una brava persona che si sta impegnando al massimo» e, anzi, puntando il dito contro l’Europa che secondo Trump «per l’Ucraina deve fare di più».

Johnson ha avuto l’accortezza di visitare l’ex presidente nella sua tenuta di Mar-a-Lago in Florida, e ne ha ottenuto una sorta di tacita neutralità sul provvedimento da votare alla Camera. Con l’avvicinarsi delle elezioni quindi Trump sembra essere diventato meno ostile a Kiev. 

Dall’entourage dell’ex presidente sono trapelate varie spiegazioni sui media americani. Da un lato anche Trump è stato sottoposto alla pressione dell’establishment militare – a cui lui ha sempre tributato rispetto e stima – che gli ha illustrato i danni di una vittoria russa. L’establishment militare e dell’intelligence gli ha anche spiegato che, se l’Ucraina resiste, toccherà proprio a Trump (in caso di rielezione il 5 novembre) fare da mediatore fra Putin e Zelensky per un cessate-il-fuoco o addirittura un accordo di pace. Questo lusinga Trump, gli prospetta la possibilità di un ruolo “storico”, e al tempo stesso rende indispensabile un prolungamento della resistenza ucraina. 

Infine qualcuno ha fatto balenare a Trump la possibilità che i generosi e costosi aiuti americani a Kiev possano in futuro trasformarsi in prestiti. L’Ucraina nonostante le devastazioni della guerra rimane un paese ricco di risorse naturali, una volta cessato il conflitto e avviata la ricostruzione potrebbe ripagare chi l’ha sostenuta. Un Trump bis alla Casa Bianca potrebbe dunque passare dalla pratica delle donazioni a quella dei prestiti, gratificando la sua base elettorale che si aspetta coerenza con lo slogan America First: gli interessi americani prima di tutto. 

Trump avrebbe perfino usato i servizi di un suo vecchio amico-rivale, il senatore repubblicano Lindsey Graham, che in una recente visita a Kiev ha sottoposto l’idea dei prestiti a Zelensky e lo ha trovato d’accordo. 

Tutto ciò conduce a una conclusione, provvisoria: sono cominciate le grandi manovre tra i repubblicani tradizionali per garantire che un Trump II non sia eccessivamente destabilizzante per l’ordine mondiale, la sicurezza dell’Occidente, la protezione degli alleati. Al tempo stesso un Trump II a differenza di Biden offrirebbe una veloce apertura di negoziati a Putin. 

Sono elementi da tenere d’occhio, che hanno già attirato l’attenzione in tutte le capitali del mondo, fra governi amici o nemici che cercano di fare simulazioni sugli scenari del dopo 5 novembre.  

Beatrice ed Enrica, suore di clausura a Milano: «In questa città c’è bisogno di un’oasi di silenzio. Molti ci chiedono ascolto»

diGiampiero Rossi – Corriere della sera – 23 Aprile 2024

L’intervista al convento di Gorla: «Non siamo angeli, anche tra noi capita di litigare. Vengono in tanti, anche non credenti: oggi è richiesto a tutti di essere performanti e facilmente si perdono pezzi di umanità»

«Vorrei sfatare l’idea che noi siamo fuori dal mondo. Non siamo angeli, non siamo speciali, invisibili o meno umane, non siamo migliori o diverse, viviamo “qui dentro” felicità, tristezze, gioie, dolori fatiche, fragilità e tutto ciò che vivono gli uomini e le donne nel mondo. Siamo nell’assoluta normalità, anche perché essere altro significherebbe il contrario di ciò che ci hanno insegnato Chiara e Francesco. E, soprattutto, contrario alla logica della fede nostra cristiana».

Sorridono molto mentre parlano, anzi spesso ridono proprio di gusto: per le domande formulate con lunghi e cauti giri di parole (che loro interrompono per sintetizzare in modo diretto e crudo) sia per le battute che loro stesse si concedono raccontandosi. Nella sala arredata in modo essenziale, si coglie l’eco di un silenzio padrone di casa, ma la conversazione lievita come in un qualsiasi salotto. Sono suore, Clarisse di clausura. Chiara e Francesco sono i loro riferimenti costanti, la guida della loro scelta di vivere la fede cristiana in modo totalizzante, li nominano più volte come se li incontrassero spesso nel corso delle loro giornate silenziose e indaffarate. Però non siamo in un eremo lontano da tutto, ma nel mezzo di un popoloso quartiere della periferia Nord di Milano. Zona Gorla, nella piazza dedicata ai Piccoli Martiri del bombardamento alleato del 1944. Pochi mesi prima di quel tragico 20 ottobre il primo gruppo di «Sorelle povere», come si chiamano davvero le Clarisse, si insediò qui.

Hanno accettato di lasciarsi intervistare, ma volevano «esprimere l’idea di fraternità, di comunità, non di individualità» e così a parlare sono in due: suor Beatrice, 51 anni, originaria di Lecco e suor Enrica Serena, nata a Melegnano 52 anni fa. Al citofono rispondono dicendo «pace e bene», al portone salutano stringendo la mano e per parlare hanno disposto tre sedie attorno a un tavolo, non sono dietro alla grata che sta su un lato del salone: ma da una dozzina d’anni non la usano più (come era in passato, anche per incontrare i parenti), proprio per non segnare una loro distanza dal mondo. «Ma questa è la nostra scelta – sottolineano – ogni monastero, ogni comunità fa le sue». Rispondono alternativamente alle domande, si sovrappongono, una integra la risposta dell’altra, ma chiedono che le loro voci siano riportate come una sola.

Quante suore vivono qui?
«La nostra fraternità è composta, al momento, da 17 sorelle, di età che varia dai 29 ai 102 anni».

Centodue?
«Sì, suor Maria Consolata, che fece parte del primo gruppo di sorelle che arrivò qui nel 1944. Soffre gli acciacchi dell’età, ma è lucidissima. Non sa usare il computer ma detta le sue e-mail».

Quali sono le vostre regole?
«Siamo qui per vivere il Vangelo, come San Francesco. La nostra fraternità si ispira a Santa Chiara, la prima donna nella storia della Chiesa che abbia composto una Regola scritta per le donne, approvata dal Papa. Gli elementi costitutivi della nostra forma di vita sono la fraternità, la povertà e la centralità della relazione con Dio, nella preghiera, e la stabilità che, soprattutto nel passato, era espressa attraverso forme di separazione materiale. Come vede alle mie spalle c’è una grata, fino a circa dodici anni fa ricevevamo le nostre visite, anche quelle dei parenti, rimanendo là dietro, poi abbiamo deciso che non fosse necessaria. E queste sono regole che variano in ogni comunità, molto dipende anche dal contesto sociale, dalle domande che arrivano dall’esterno, ma noi decidiamo comunque tutto insieme».

Cioè, si va ai voti e prevale una maggioranza?
«Diciamo che ci confrontiamo, discutiamo anche, ciascuna esprime il suo parere, a volte sono processi molto lunghi».

Litigate?
«Ma guardi che siamo umane! Vivere insieme è molto bello, anche se è difficile condividere tutto 24 ore su 24. Ciascuna di noi ha risposto a una sua chiamata, non ci siamo scelte, magari fuori di qui non ci sceglieremmo. Quindi sì, ci sono anche i conflitti, ma abbiamo il Vangelo come riferimento e guida e allora pratichiamo l’ascolto, il dialogo, il perdono, la comprensione dell’altro, la ricerca di un’armonia al di là delle difficoltà. Per noi la fraternità è anche testimonianza di questo. E la presenza del nostro piccolo monastero in un quartiere di una città vuole essere anche questo: una testimonianza. Io, per esempio, sono stata inizialmente in un altro monastero in un posto bellissimo, ma un po’ separato: quando ho conosciuto questa comunità, immersa nel quartiere, circondata da case, segno evidente che la nostra presenza è accanto alla gente, in mezzo alla vita di tutti, ecco, ho intuito che qui io ero chiamata. Ed eccomi qui, da 29 anni, in un luogo nato per testimoniare la pace proprio dove ha colpito la guerra».

Com’è la giornata-tipo qui dentro?
«Sveglia alle 5.15 e preghiera personale e liturgica, alle 6.30 le Lodi tutte insieme e alle 7 la messa. Poi la colazione, in silenzio, tutti i pasti li consumiamo nel silenzio. Alle 8.30 l’Ufficio delle letture, cioè preghiera fino alle 9.15 circa. Poi inizia il tempo del lavoro, un caposaldo degli insegnamenti di Chiara: ciascuna ha il suo compito, gestione della casa, pulizie, cucina portineria, cura delle anziane – facciamo tutto noi, qui non ci sono collaboratori esterni – e poi lavori di confezionamento di prodotti artigianali, come la decorazione di ceri e candele, creazione di calendari, correzione di bozze di testi religiosi, creazioni in cuoio… Alle 12.15 c’è l’Ora sesta della liturgia e poi il pranzo, con una sorella che, a turno, legge per le altre articoli che lei stessa ha selezionato».

Ecco, appunto, come vi informate? Cosa arriva dal mondo esterno?
«Televisione, radio, Internet, giornali e riviste cattoliche. Siamo informate, non siamo tagliate fuori dal mondo, magari abbiamo imparato a selezionare, con un esercizio disciplinato dell’uso del nostro tempo: meno quantità ma più qualità, non ci lasciamo sommergere dalle notizie ma le seguiamo, facciamo in modo che non ci scivolino addosso, ne discutiamo anche fra noi. Per esempio, abbiamo approfondito il tema della transizione ecologica e delle conseguenze sull’economia, a partire dalla protesta dei trattori, oppure proprio oggi è stato davvero interessante ascoltare l’intervista a un dottore di Medici senza frontiere».

E durante il pranzo una legge e le altre stanno in silenzio?
«Sì, è un momento di riflessione, risponde al bisogno di fermarsi e lasciar sedimentare. Fuori di qui è più difficile gestire i tempi e le situazioni».

Torniamo all’agenda quotidiana: dopo il pranzo?
«Riordiniamo, e a quel punto chiacchieriamo tra noi, per poi tornare al silenzio alle 14, quando la campana annuncia il tempo personale per ciascuna di noi, dedicato al riposo, alla preghiera persona dell’Ora Nona, allo studio. Alle 16.30 riprendiamo i lavori in casa, a volte facciamo formazione o riceviamo visite dall’esterno, alle 18 recitiamo i Vespri e poi dopo un altro momento di preghiera personale, alle 19 ceniamo. E dopo per circa un’oretta viviamo la nostra “ricreazione”, parliamo, qui attorno al tavolo, ascoltiamo anche della musica, scelta a turno da una per le altre».

Di cosa parlate?
«Di tutto, magari ci raccontiamo la giornata, per esempio stasera probabilmente racconteremo alle altre di quest’intervista (ridono). Diciamo, non temi che richiedano discernimento. Poi, verso le 21.15 c’è l’ultima preghiera, la Compieta, e dopo ciascuna va nella sua cella».

Cella, non stanza?
«Ma sì, noi la chiamiamo così, comunque è una stanzetta con un letto, un tavolino, un armadio e un lavandino con acqua fredda».

Ricevete molte visite dall’esterno?
«Sì, arrivano qui gruppi, per esempio giornate di ritiro, e di solito lasciano un’offerta che ci aiuta per il mantenimento del monastero. Sono soprattutto occasioni di condivisione, noi offriamo ciò che abbiamo: la nostra testimonianza, questo spazio per fermarsi, l’accompagnamento a chi sente il bisogno di nutrire la propria relazione con Dio e anche – tanto – a chi chiede ascolto. Sa che riceviamo tante richieste di ascolto personale? Anche da parte di persone non credenti. In una città come questa c’è un bisogno enorme di ascolto, di fermarsi, di un’oasi di silenzio, anche perché dalle domande vere spesso si scappa. Ecco, noi questo possiamo offrirlo, non abbiamo le risposte ma possiamo affiancarci al cammino di vita delle persone».

A proposito di non credenti. Ma a chi, come voi, ha scelto di dedicare l’intera vita alla fede, non viene mai il pensiero…
«…che Dio non esista? Ma figuriamoci se no! (ridono). Come diceva il cardinale Carlo Maria Martini, in ogni cristiano convivono un credente e un non credente. E noi non abbiamo alcuna prova scientifica dell’esistenza di Dio. Ma ciascuna di noi ha sentito questa chiamata della fede e ha scelto di viverla pienamente. Però, a prescindere da questo, sfatiamo il luogo comune: noi non siamo fuori dal mondo, non siamo speciali o diverse, non siamo migliori perché siamo qui dentro: felicità, tristezze, gioie, dolori fatiche, fragilità e tutto ciò che succede agli esseri umani. E come tutti attraversiamo dubbi, fatiche, anche nel credere. Siamo nell’assoluta normalità, anche perché essere altro significherebbe il contrario di ciò che ci hanno insegnato Chiara e Francesco. La differenza, semmai, è la ricerca su come abitare le cose che vivono tutti, per esempio come evitare che un conflitto sfoci in violenza, su come vivere la tristezza e la fragilità».

Allora affrontiamo un’altra domanda ricorrente quando si parla delle suore di clausura: una volta compiuta la grande scelta di dedicare la propria vita alla fede, perché proprio in un monastero e non in qualche missione sociale là dove c’è bisogno di aiuto e conforto?
«Quando mi sono innamorata del Signore studiavo per gli ultimi esami di medicina e ho vissuto due anni di lotta interiore attorno a questa domanda: “Con tutto quello che c’è da fare, tu vuoi andare a rinchiuderti in preghiera in un monastero?”. Poi ho elaborato la convinzione che vedo con nitidezza ancora oggi: questa mia, nostra testimonianza risponde a un bisogno non meno importante degli esseri umani, quanto il pane e la salute. La mia missione è qui, con la pratica quotidiana di un gesto minimo, per dire a tutti che la vita non si esaurisce in “cose”, la vita custodisce un vuoto, uno spazio di ristoro, l’inutile, il gratuito. E questo è molto più vero in una città come Milano, dove è richiesto a tutti di essere performanti e facilmente si perdono pezzi di umanità».

Le vocazioni sono in calo costante da anni. Come immaginate il futuro di questo monastero?
«Eravamo quasi trenta, quando siamo arrivate e adesso siamo in 17, con una sola novizia. Sappiamo che la realtà è questa, ma siamo anche convinte che possa essere un’opportunità, perché, come dice un salmo, “l’uomo nella prosperità non comprende”, e in fondo – per noi che crediamo nella bellezza del sine proprio, cioè del vivere senza appropriarci di nulla, cioè di nessuna proprietà personale – non ci appartiene neanche questa forma di vita. Quindi seguirà l’evoluzione che sarà necessaria, i numeri non esprimono il valore, la qualità non ha un criterio unico, figuriamoci quella di una vita di fede. L’importante è che viva il Vangelo».

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