"VI SUPPLICO: CONVERTITEVI!" (REGINA DELLA PACE-MEDJUGORJE)

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Messa a Verona, il Papa: lo Spirito Santo è il protagonista, dà coraggio e fa l’armonia

La visita di Francesco nella città veneta si chiude con la celebrazione eucaristica nello Stadio Bentegodi, alla presenza di 32 mila fedeli, tra i quali moltissimi ragazzi e giovani. A loro il Pontefice affida una riflessione sullo Spirito Santo alla vigilia della solennità di Pentecoste, invitando a riscoprire e valorizzare l’azione del Paraclito nella vita cristiana. Perché quando non lo si lascia agire, avverte, si dà spazio alle guerre e alle lotte tra fratelli

Nicola Gori – Città del Vaticano- 18 Maggio 2024

Lo Spirito Santo è il Protagonista, dà il coraggio per vivere cristianamente e fa l’armonia. In un mondo in cui lo Spirito Santo è sconosciuto anche per tante comunità cristiane, Papa Francesco ricorda la sua azione nella vita del cristiano. Ad ascoltarlo 32 mila persone, in maggioranza giovani e adolescenti, che fin dal primo pomeriggio di oggi, sabato 18 maggio, lo hanno atteso sotto il sole nello stadio Bentegodi di Verona. Tra canti, balli e cori, si sono preparati a partecipare alla celebrazione eucaristica della vigilia della solennità di Pentecoste, a conclusione della visita pastorale nella città scaligera.

Omelia interamente a braccio 

Nell’omelia, tutta improvvisata a braccio, il Papa ricorda quanto narrato negli Atti degli Apostoli, quando l’apostolo Paolo si reca nella comunità cristiana di Efeso e chiede se hanno ricevuto lo Spirito Santo. La risposta è un’ulteriore domanda: “Cos’è lo Spirito Santo?”. Ignoravano chi fosse, fa notare Francesco. E lo stesso avverrebbe forse in tante comunità cristiane se venisse posta la domanda: “cosa è lo Spirito Santo?”.

Il Pontefice ricorda anche un aneddoto simpatico. In una messa con circa 200 bambini nel giorno di Pentecoste, egli domandò: “Chi è lo Spirito Santo?”. I piccoli volevano rispondere tutti, ma invitato a farlo, uno di loro disse candidamente: “È il paralitico”. Aveva sentito “Paraclito” ma aveva detto “paralitico”.

Il Protagonista della nostra vita Tornando alla riflessione spirituale, Papa Francesco definisce lo Spirito come il “Protagonista della nostra vita”:

È quello che ci porta avanti, che ci aiuta ad andare avanti, che ci fa sviluppare la vita cristiana. Lo Spirito Santo è dentro di noi. State attenti: tutti abbiamo ricevuto, con il Battesimo, lo Spirito Santo, e anche con la Cresima, di più! Ma io ascolto lo Spirito Santo che è dentro di me? Ascolto lo Spirito che muove il cuore e mi dice: “Questo non farlo, questo sì”? O per me non esiste lo Spirito Santo?

Poi Francesco ricorda che gli apostoli erano riuniti a porte chiuse nel cenacolo perché avevano paura. Ed è in quel momento che lo Spirito Santo con la sua venuta ha cambiato loro il cuore. Così hanno avuto il coraggio di andare a predicare. Infatti, lo Spirito dà il coraggio di vivere la vita cristiana e, in questo modo, cambia l’esistenza.

Per Bergoglio non c’è età per cambiare vita: ogni momento è quello buono, perché lo Spirito può agire anche in un istante. Non serve scoraggiarsi per i propri peccati; importante è ascoltarlo affidarsi a Lui. Da qui, l’invito alla fiducia: “con un solo giorno, lo Spirito ti può cambiare la vita. Ti può cambiare il cuore”. Per questo, Francesco incoraggia i fedeli presenti a ripetere: “lo Spirito ci cambia la vita”.

Gli apostoli, che erano in preda alla paura, quando hanno ricevuto lo Spirito Santo sono andati avanti con coraggio a predicare il Vangelo. E questa è una “lezione” per tutti: tante volte, ricorda Francesco, ci sono cristiani che sono come l’acqua tiepida, né caldi né freddi, perché gli manca il coraggio. Ma non esistono altre strade per trovare coraggio: solo l’affidamento e la preghiera allo Spirito. Ancora una volta il Papa coinvolge l’assemblea dello stadio facendo ripetere: “Lo Spirito ci dà coraggio”

E poi, una cosa molto bella fece lo Spirito quel giorno della Pentecoste. C’era gente di tutte le nazioni, di tutte le lingue, di tutte le culture, e lo Spirito, con quella gente, edifica la Chiesa. Lo Spirito edifica la Chiesa. Cosa vuol dire? Che fa tutti uguali? No! Tutti differenti, ma con un solo cuore, con l’amore che ci unisce. Lo Spirito è Colui che ci salva dal pericolo di farci tutti uguali.

Siamo tutti redenti, afferma Bergoglio: tutti amati dal Padre, tutti istruiti da Gesù Cristo. E lo Spirito che fa? “C’è una parola – risponde – che spiega bene questo: lo Spirito fa l’armonia. L’armonia della Chiesa. Ognuno differente dall’altro, ma in un clima di armonia. Insieme, lo Spirito ci fa l’armonia”. Lo ripete ancora insieme con i presenti: “Lo Spirito ci fa l’armonia”.

Il miracolo di Pentecoste

Il Papa evidenzia che questo è il miracolo della Pentecoste: “prendere uomini codardi, impauriti e farli coraggiosi; prendere uomini e donne di tutte le culture e farne un’unità di tutti, fare la Chiesa”. È importante comprendere che lo Spirito unisce queste persone senza farle uguali. E così Francesco chiede ai presenti di scandire: “lo Spirito fa l’armonia”.

Del resto, fa presente, tutti hanno bisogno dell’armonia. Da qui l’auspicio che lo Spirito dia armonia alla nostra anima, alle famiglie, alle città, alle società, al mondo del lavoro.

D’altra parte, avverte, il contrario dell’armonia è la guerra, è lottare uno contro l’altro. E quando si fa la guerra e si lotta tra fratelli, non è lo Spirito che agisce. Da ultimo Francesco ricorda che con gli apostoli nel giorno di Pentecoste c’era la Vergine Maria. E rivolge, quindi, un invito a chiedere a lei che “ci dia la grazia di ricevere lo Spirito Santo” e che, come Madre, ci insegni a riceverlo.

Il programma di Putin: riscrivere la storia

di Stefano Caprio-  Asia News – 19  Maggio 2024

Il primo decreto approvato appena finita la cerimonia di inizio del quinto mandato riguarda i “Fondamenti della politica di formazione storica”. L’ansia di riscrivere la storia è il sentimento che agita più di tutti la coscienza di Putin e di tutta la generazione afflitta dal risentimento della fine dell’Unione Sovietica. Ed è questa visione globale ed escatologica che Putin cerca oggi di impersonare anche accanto a Xi Jinping in piazza Tiananmen.

Molti commenti di questi giorni sono stati dedicati ai cambiamenti della squadra di governo di Mosca decisi dal neo-rieletto presidente Vladimir Putin, su tutti la sostituzione del ministro della difesa Sergej Šojgu con l’economista Andrej Belousov, che prelude a scenari sempre più apocalittici di conflitto mondiale. In realtà il governo di Mikhail Mišustin è rimasto pressappoco invariato, con l’inserimento di parenti e amici del presidente per avere ancora più garanzie di fedeltà, ma non sembra che si prospetti una grande rivoluzione: le marionette e i “sosia di Putin” si spostano da una poltrona all’altra per questioni di immagine, come il repulisti in atto al ministero della difesa per celebrare la “fine della corruzione”, mentre i vari Šojgu, Patrušev, Medvedev e tanti altri rimangono a fare da suppellettili o ventilatori del “Putin collettivo”, indipendentemente dalla carica che ricoprono al momento.

Quello che veramente indica il senso del “quinto mandato” di Putin, tra le tanti roboanti promesse sulla guerra e sull’economia, è il primo decreto da lui approvato appena finita la cerimonia d’incoronazione, intitolato “Fondamenti della politica di formazione storica”, usando per la “formazione” il termine prosveščenie, “illuminazione” da parte dello Stato verso il popolo per diffondere e impiantare definitivamente nelle menti e nelle anime “le conoscenze storiche corrispondenti alla verità e scientificamente dimostrate”. L’ansia di riscrivere la storia è il sentimento che agita più di tutti la coscienza di Putin, del patriarca Kirill e di tutta la generazione afflitta dal risentimento della fine dell’Unione Sovietica, che doveva essere la “società perfetta” che mette fine alla storia, e ha fatto invece precipitare la Russia fino all’anno zero. Illuminare la storia significa quindi farla ricominciare daccapo, riassumendo tutto quanto è stato perduto in una nuova-antica identità collettiva che dia un senso all’esistenza stessa della Russia nel mondo.

Gli storici sanno bene che i fatti passati non possono essere “scientificamente dimostrati” più di tanto, al di là dei documenti, delle testimonianze e dei resti archeologici, in quanto nella storia conta sempre molto l’interpretazione dei fatti stessi. Di solito la storia la fanno i vincitori, e viene riscritta a seconda del cambio delle posizioni dominanti; quanto più si pretende di imporre una visione definitiva e “illuminata”, tanto più risulta evidente la distorsione ideologica di chi detiene il potere. L’esempio più clamoroso, a cui evidentemente cerca di rifarsi oggi la Russia putiniana, è la Storia del Partito Comunista (Bolscevico) dell’Urss, che Stalin fece scrivere a una commissione incaricata dal Comitato Centrale e da lui presieduta nel 1938, che anche Mao Tse-Tung imponeva come lettura obbligatoria ai comunisti cinesi. Il dittatore georgiano intendeva dimostrare che il comunismo russo era proprio la realizzazione di tutte le aspirazioni dei popoli fin dalle origini della storia, e le scienze stesse venivano messe al servizio di questa definizione: la geografia e la chimica, la fisica e la letteratura erano ugualmente al servizio di questa visione globale ed escatologica, che Putin cerca oggi di impersonare accanto a Xi Jinping in piazza Tiananmen nella sua prima “storica” visita del nuovo mandato.

Il decreto putiniano afferma che la Russia è un “Paese-civiltà”, strana-tsivilizatsija, intendendo non più il sistema “scientifico” del marxismo-leninismo-stalinismo, ma il corifeo dei “valori tradizionali morali e spirituali”, il ritornello degli ultimi anni che accompagna e giustifica tutte le guerre a tutte le latitudini. Il più grande peccato dell’“Occidente collettivo” non è infatti nemmeno la negazione dei principi della famiglia e del genere, la “propaganda Lgbt” o la democrazia affidata ai “poteri forti”, ma è la “negazione dei fatti storici”, cioè il mancato riconoscimento della salvezza del mondo da parte della Russia. Lo scenario evocato è sempre la grande Vittoria sul nazismo, che oggi si intende replicare in Ucraina, e che gli alleati anglosaksy della seconda guerra mondiale pretendono di attribuirsi invece di glorificare il sacrificio escatologico delle armate staliniane. Dietro questi eventi del secolo scorso si “illuminano” tutte le grandi svolte del passato, dell’Europa difesa dagli slavi contro i tartari, dell’Asia conquistata dai cosacchi contro i popoli mongolici, del Medio Oriente protetto dagli zar contro i turchi, dell’Africa colonizzata e dell’America latina rivoluzionaria, fino agli imperi di Roma e Bisanzio, la cui gloria si riversa sulla Terza Roma moscovita.

Non si tratta soltanto della megalomania di un despota che vuole iscrivere il suo nome negli annali, anche se Putin fa di tutto per accentrare su di sé il paragone con i grandi zar e imperatori, risultando peraltro una copia piuttosto grottesca di personaggi già abbastanza mostruosi del passato. È il segnale di un cambiamento della concezione dello Stato nel mondo globale contemporaneo, che non risulta più essere affermata dal libero consenso dei singoli popoli e rappresentata dalle sue istituzioni, ma cerca di ridefinirsi in funzione di una diversa dimensione spazio-temporale. Oggi si annullano le distanze e si disperdono le memorie, mancano punti di riferimento reali e non virtuali, e non a caso le disposizioni di Putin non riguardano soltanto i libri e i manuali, i film e i documentari, ma impongono di regolare perfino i video-giochi e le applicazioni digitali alla “autentica visione” del mondo e della storia.

Si istituiscono le commissioni per “controllare i contenuti della letteratura storica”, per evitare non solo le falsità sul ruolo storico della Russia, ma anche per estirpare ogni altro genere di contenuto “eretico” e sgradito all’ideologia ufficiale, proprio come ai tempi di Stalin. Il decreto putiniano sulla storia si colloca in qualche modo al di sopra della stessa costituzione, già riformata nel 2020 in senso estremamente “sovranista”, in quanto si dichiara che i “Fondamenti” sono “i valori a cui si ispirano tutti i principi e le norme del diritto internazionale, e gli accordi a tutti i livelli accettati dalla Federazione russa”, nonostante le tante contraddizioni che introducono proprio a livello giuridico.

L’articolo 13 della costituzione russa afferma, almeno sulla carta, il principio della “molteplicità ideologica” introdotto ai tempi della prima versione eltsiniana per affrancarsi dall’eredità totalitaria, proibendo di stabilire una “ideologia di Stato”. Evidentemente il dettaglio è sfuggito alle ultime modifiche putiniane, in quanto i “fondamenti della politica statale” ristabiliscono i dettami dell’idea unica a cui sottomettersi, “illuminando” la storia per oscurare ogni versione divergente. Il presidente del Comitato Investigativo centrale della Russia, Aleksandr Bastrykin, aveva in effetti suggerito già qualche tempo fa di cancellare l’indigesto articolo eltsiniano, ma al Cremlino hanno pensato che bastasse calpestarlo senza rimorsi, approvando i decreti presidenziali senza inutili discussioni.

La definizione ufficiale della storia, come recita appunto il decreto, ha lo scopo di “formare una comprensione scientifica del passato e del presente della Russia”, laddove “scientifica” significa propriamente “ideologica”, non solo nelle valutazioni su eventi o protagonisti della storia, ma anche riguardo alla sua stessa metodologia. Si tratta di “comprendere la storia della Russia nello sviluppo del suo autonomo cammino di civilizzazione”, escludendo ogni tipo di influenza esterna, ciò che in realtà non è pensabile per alcun Paese al mondo; tutti siamo “contaminati” dai nostri vicini, tranne la Russia, che per secoli ha cercato in ogni modo di imitare l’Europa e l’Occidente, per poi rifiutare tali influssi all’inizio di ogni secolo, come affermava nei primi anni del Settecento il più occidentale degli zar, Pietro il Grande: “Prenderemo dall’Europa tutto quello che ci serve, e poi gli mostreremo le terga”. Chi oggi in Russia osa soltanto pensare con criteri “occidentali”, viene immediatamente inserito nella lista degli “agenti stranieri”.

Putin proclama la “illuminazione storica” per contrastare la “guerra informativa”, il vero fronte su cui schierare tutte le truppe nelle mobilitazioni, ben più dei chilometri di terreno da conquistare nel Donbass; perché è da quelle armi che potrebbe derivare la “distruzione dell’integrità della società e dello Stato russo”, come si legge al n.6 del decreto. Al n.5 si precisa invece che “la Russia è un grande Paese con una storia millenaria, che ha riunito a sé tutti i rami del popolo russo e molti altri popoli sulle grandi distese dell’Eurasia, in un’unica comunione storico-culturale”. Oltre ai tatari, ai baškiri e ai ciuvasci, è ora il turno non solo degli ucraini, dei kazachi o dei moldavi, ma di ogni popolo al mondo in cerca della sua “illuminazione”.

La Chiesa cambia le norme su «apparizioni» e «messaggi divini»: ecco i criteri e i 6 gradi di valutazione. «Solo il Papa può dire “soprannaturale”

di Gian Guido Vecchi – Corriere della Sera 17 Maggio 2924

Le nuove norme approvate da papa Francesco rappresentano una stretta dopo gli eccessi del «caso Medjugorje»: sei i gradi di giudizio che entreranno in vigore domenica, giorno di Pentecoste

CITTÀ DEL VATICANO – Non più una dichiarazione impegnativa di «soprannaturalità» ma, al massimo, un più prudente «nihil obstat», un nulla osta della Santa Sede di fronte a presunte apparizioni della Madonna, messaggi divini o simili: significa che i fedeli «sono autorizzati a dare ad esso in forma prudente la loro adesione», come diceva Benedetto XVI, ma «non sono obbligati a prestarvi un assenso di fede».

Il Dicastero per la Dottrina della Fede ha pubblicato le nuove norme per «il discernimento di presunti fenomeni soprannaturali», firmate dal cardinale prefetto Víctor Manuel Fernández e approvate da Papa Francesco il 4 maggio: entreranno in vigore domenica, giorno di Pentecoste. 

Le nuove norme erano attese perché le ultime risalivano al 1978, tre anni prima che iniziassero le «apparizioni» di Medjugorje, e nel frattempo la Rete e la moltiplicazione delle informazioni in tempo reale richiedevano alla Chiesa delle regole che rispondessero con maggiore agilità, senza dover attendere decenni, per evitare che i fedeli fossero confusi o magari ingannati. Le segnalazioni sono ricorrenti e ci sono casi più sottili e complicati della moltiplicazione di gnocchi e pizza raccontate di recente dalla presunta «veggente» di Trevignano, Gisella Cardia, una vicenda nella quale il vescovo di Civita Castellana, Marco Salvi, ha concluso l’indagine diocesana stabilendo che non c’è stato nulla di sovrannaturale.

La vicenda Medjugorje

 Proprio la vicenda di Medjugorje è esemplare di quanto un caso possa essere complesso. La commissione d’indagine voluta da Benedetto XVI e affidata al cardinale Camillo Ruini aveva ritenuto credibili le prime sette apparizioni, ma lo stesso Papa Francesco spiegò che, se su quelle si diceva di «continuare a investigare», sulle altre che proseguirebbero ogni giorno c’erano molti dubbi e «non hanno tanto valore» perché «la Madonna non è un postino o il capo di un ufficio telegrafico». D’altra parte, però, il fenomeno Medjugorje ha generato milioni di pellegrini, «gente che va lì e si converte, incontra Dio, cambia vita», ha riconosciuto Francesco, pure un teologo raffinato come il cardinale Schönborn ha parlato di «fiumi di grazia». E allora, come si fa? 

Le nuove norme e i 6 livelli di giudizio

Le nuove norme offrono una via d’uscita a dilemmi simili. E definiscono sei livelli di giudizio o «dichiarazioni prudenziali», dal «Nihil obstat» – il riconoscimento massimo, ma senza impegno – alla «Declaratio de non supernaturalitate» per i casi evidenti di inganno. Ma prima è bene chiarire di che si tratta, per la Chiesa cattolica.

Che cos’è una «apparizione», per la Chiesa?

Cosa sono, per la Chiesa, le cosiddette apparizioni? Come premessa generale, le parole più lucide e chiare sono quelle che l’allora cardinale Joseph Ratzinger, da prefetto dell’ex Sant’Uffizio, scrisse nel commento teologico che accompagnava la pubblicazione, nel 2000, della terza parte del «segreto di Fatima». 

La Chiesa, anzitutto, distingue tra la «rivelazione pubblica» e le «rivelazioni private». La «rivelazione pubblica» è quella di Dio all’umanità e trova la sua espressione letteraria nella Bibbia, ovvero le due parti che per i cristiani sono l’Antico e il Nuovo Testamento. È la «Rivelazione» propriamente detta ed è «compiuta», definitiva e completa: «In Cristo Dio ha detto tutto, cioè sé stesso».

Le «rivelazioni private», invece, sono quelle visioni e quei messaggi che si presumono accaduti dopo la conclusione del Nuovo Testamento. Alcune, ad esempio Fatima, sono state riconosciute come autentiche dalla Chiesa. Ma la loro autorità resta «essenzialmente diversa» rispetto alla «rivelazione pubblica». 

Solo la «rivelazione pubblica» espressa nella Bibbia «esige la nostra fede», se uno si dice cristiano. Nessun fedele è invece obbligato a credere alle «rivelazioni private» che non possono aggiungere né completare nulla, anche se riconosciute autentiche, e vengono considerate solo un «aiuto» per la fede: sono «credibili» quando e perché rimandano «all’unica rivelazione pubblica». Nelle parole di Ratzinger c’era già la regola essenziale per valutare presunte apparizioni: «Il criterio per la verità e il valore di una rivelazione privata è il suo orientamento a Cristo stesso. Quando essa ci allontana da lui, quando essa si rende autonoma o addirittura si fa passare come un altro e migliore disegno di salvezza, più importante del Vangelo, allora essa non viene certamente dallo Spirito Santo, che ci guida all’interno del Vangelo e non fuori di esso».

Come farà la Chiesa a decidere su un’apparizione

D’ora in poi l’ex Sant’Uffizio «deve essere consultato e intervenire sempre per dare un’approvazione finale a quanto deciso dal Vescovo, prima che quest’ultimo faccia pubblica una determinazione su un evento di presunta origine soprannaturale». 

Le notizie delle presunte «apparizioni» ormai si diffondono subito ben oltre una diocesi, per quanto remota. Il punto fondamentale è che la Santa Sede eviterà, di norma, il riconoscimento della «soprannaturalità». In passato è accaduto che alcuni fenomeni fossero riconosciuti e poi negati, o viceversa. Tutti questi giudizi «erano in contrasto con la convinzione della Chiesa che i fedeli non sono obbligati ad accettare l’autenticità di questi eventi», si legge nel testo che introduce le nuove norme. Così «queste situazioni complicate, che producono confusione nei fedeli, debbano essere sempre evitate». Così si eviterà che «il discernimento punti verso una dichiarazione di “soprannaturalità”, con forti aspettative, ansie e persino pressioni al riguardo».

 La dichiarazione di «soprannaturalità» viene «sostituita o da un Nihil obstat, che autorizza un lavoro pastorale positivo, o da un’altra determinazione adatta alla situazione concreta», i sei casi definiti dalle nuove regole. Solo il Papa può intervenire «autorizzando, in via del tutto eccezionale, a intraprendere una procedura al riguardo di un’eventuale dichiarazione di soprannaturalità degli eventi: si tratta di un’eccezione, che di fatto è avvenuta negli ultimi secoli solo in pochissimi casi».

Quali sono i criteri positivi e quali quelli negativi

Le norme definiscono una serie di criteri per valutare ogni caso. 

Tra quelli «positivi» c’è «la credibilità e la buona fama» di chi afferma di essere coinvolto, l’ortodossia del messaggio, il «carattere imprevedibile» dell’evento «da cui appare chiaramente che non sia frutto dell’iniziativa delle persone coinvolte» e i «frutti» delle apparizioni o dei messaggi, «spirito di preghiera, conversioni, vocazioni sacerdotali e alla vita religiosa, testimonianze di carità, una sana devozione e frutti spirituali abbondanti e costanti» e «la crescita della comunione ecclesiale». 

E poi ci sono i criteri «negativi», a cominciare dagli «errori» evidenti o dagli «errori dottrinali», non necessariamente in malafede: «Occorre tenere conto della possibilità che il soggetto che afferma di essere destinatario di eventi di origine soprannaturale abbia aggiunto – anche inconsciamente – , ad una rivelazione privata, elementi puramente umani oppure qualche errore d’ordine naturale non dovuto a una cattiva intenzione, ma alla percezione soggettiva del fenomeno». 

Altri segni negativi sono «uno spirito settario che genera divisione nel tessuto ecclesiale», la «ricerca evidente di lucro, potere, fama, notorietà sociale, interesse personale», «atti gravemente immorali compiuti nel momento o in occasione del fatto dal soggetto o dai suoi seguaci» e «alterazioni psichiche o tendenze psicopatiche nel soggetto, che possano aver esercitato un’influenza sul presunto fatto soprannaturale, oppure psicosi, isteria collettiva o altri elementi riconducibili a un orizzonte patologico».

Quali sono i 6 livelli di valutazione su una apparizione

«Nihil obstat»: «Anche se non si esprime alcuna certezza sull’autenticità soprannaturale del fenomeno, si riconoscono molti segni di un’azione dello Spirito Santo “in mezzo” a una data esperienza spirituale, e non sono stati rilevati, almeno fino a quel momento, aspetti particolarmente critici o rischiosi. Per questa ragione si incoraggia il Vescovo diocesano ad apprezzare il valore pastorale e a promuovere pure la diffusione di questa proposta spirituale, anche mediante eventuali pellegrinaggi a un luogo sacro».
 
Secondo, «Prae oculis habeatur»: «Sebbene si riconoscano importanti segni positivi, si avvertono altresì alcuni elementi di confusione o possibili rischi che richiedono un attento discernimento e dialogo con i destinatari di una data esperienza spirituale da parte del Vescovo diocesano. Se ci fossero degli scritti o dei messaggi, potrebbe essere necessaria una chiarificazione dottrinale»

Terzo, «Curatur»: «Si rilevano diversi o significativi elementi critici, ma allo stesso tempo c’è già un’ampia diffusione del fenomeno e una presenza di frutti spirituali ad esso collegati e verificabili. Si sconsiglia al riguardo un divieto che potrebbe turbare il Popolo di Dio. Ad ogni modo, il Vescovo diocesano è sollecitato a non incoraggiare questo fenomeno, a cercare espressioni alternative di devozione ed eventualmente a riorientarne il profilo spirituale e pastorale». 

Quarto, «Sub mandato»: « Le criticità rilevate non sono legate al fenomeno in sé, ricco di elementi positivi, ma a una persona, a una famiglia o a un gruppo di persone che ne fanno un uso improprio. Si utilizza un’esperienza spirituale per un particolare ed indebito vantaggio economico, commettendo atti immorali o svolgendo un’attività pastorale parallela a quella già presente nel territorio ecclesiastico, senza accettare le indicazioni del Vescovo diocesano. In questo caso, la guida pastorale del luogo specifico in cui si verifica il fenomeno è affidata o al Vescovo diocesano o a un’altra persona delegata dalla Santa Sede, la quale, quando non sia in grado di intervenire direttamente, cercherà di raggiungere un accordo ragionevole».

Quinto, «Prohibetur et obstruatur»: «Pur in presenza di legittime istanze e di alcuni elementi positivi, le criticità e i rischi appaiono gravi. Perciò, per evitare ulteriori confusioni o addirittura scandali che potrebbero intaccare la fede dei semplici, il Dicastero chiede al Vescovo diocesano di dichiarare pubblicamente che l’adesione a questo fenomeno non è consentita e di offrire contemporaneamente una catechesi che possa aiutare a comprendere le ragioni della decisione e a riorientare le legittime preoccupazioni spirituali di quella parte del Popolo di Dio».

E infine, sesto, la «Declaratio de non supernaturalitate»: «In questo caso il Vescovo diocesano è autorizzato dal Dicastero a dichiarare che il fenomeno è riconosciuto come non soprannaturale. Questa decisione si deve basare su fatti ed evidenze concreti e provati. Ad esempio, quando un presunto veggente dichiara di aver mentito, o quando testimoni credibili forniscono elementi di giudizio che permettono di scoprire la falsificazione del fenomeno, l’intenzione errata o la mitomania».

Nuove norme sui presunti fenomeni soprannaturali

Dal nulla osta al giudizio negativo: sono 6 i diversi voti per discernere i casi contenuti nel documento del Dicastero per la Dottrina della Fede approvato dal Papa. Di norma, né il vescovo né la Santa Sede si pronunceranno per definire la natura soprannaturale del fenomeno, limitandosi ad autorizzare e promuovere devozione e pellegrinaggi.

“Tuttavia – recita la prefazione del Prefetto – rimane ferma la possibilità che il Santo Padre intervenga autorizzando, in via del tutto eccezionale, ad intraprendere una procedura al riguardo di un’eventuale dichiarazione di soprannaturalità degli eventi”.

( Nota di P. Livio: questo passaggio particolare del Documento lascia aperta la possibilità che il Papa, dopo il segno sul Podbrdo riguardante il terzo segreto, riconosca la soprannaturalità delle apparizioni di Medjugorje.

Per quanto riguarda Medjugorje non cambia nulla rispetto al passato. I pellegrini possono credere alle apparizioni della Regina della pace, fare i pellegrinaggi e seguire i messaggi)

Vatican News 17 Maggio 2024 (Sintesi del Documento)

Vengono aggiornate le norme per il discernimento dei presunti fenomeni soprannaturali: è quanto stabilisce il nuovo documento del Dicastero per la Dottrina della Fede, pubblicato venerdì 17 maggio, che entrerà in vigore domenica 19, festa di Pentecoste. Il testo è preceduto da una articolata presentazione del cardinale prefetto Víctor Manuel Fernández, a cui segue l’introduzione, con l’individuazione di 6 diverse possibili conclusioni. Saranno possibili pronunciamenti più rapidi nel rispetto della devozione popolare e, di norma, non si impegnerà più l’autorità della Chiesa nel definire ufficialmente la soprannaturalità di un fenomeno che potrebbe richiedere molto tempo per essere approfonditamente studiato. L’altra novità è rappresentata dal coinvolgimento più esplicito del Dicastero per la Dottrina della Fede che dovrà approvare la decisione finale del vescovo e avrà la facoltà di intervenire motu proprio in qualunque momento. In molti dei casi degli ultimi decenni sui quali si sono espressi i singoli vescovi è stato coinvolto l’ex Sant’Uffizio, ma quasi sempre l’intervento rimaneva dietro le quinte e si richiedeva di non renderlo pubblico. A motivare ora questo coinvolgimento esplicito del Dicastero c’è anche la difficoltà nel circoscrivere a livello locale fenomeni che in qualche caso raggiungono dimensioni nazionali e persino mondiali, «per cui una decisione relativa ad una diocesi ha delle conseguenze anche altrove».

Le ragioni delle nuove norme

All’origine del documento c’è la lunga esperienza dell’ultimo secolo, con casi in cui il vescovo locale (o i vescovi di una regione) hanno in tempi rapidissimi dichiarato la soprannaturalità, poi il Sant’Uffizio si è espresso diversamente. Oppure casi in cui un vescovo si è espresso in un modo, il suo successore in modo opposto (sullo stesso fenomeno). Ci sono poi i tempi lunghi, necessari per valutare tutti gli elementi per arrivare a una decisione sulla soprannaturalità o la non soprannaturalità dei fenomeni. Tempi che a volte contrastano con l’urgenza di dare risposte pastorali per il bene dei fedeli. Il Dicastero ha dunque iniziato nel 2019 a revisionare le norme e si è arrivati al testo attuale approvato dal Papa lo scorso 4 maggio. Un testo del tutto nuovo che introduce, come detto, 6 diverse conclusioni possibili.

Frutti spirituali e rischi

Il cardinale Fernández nella presentazione spiega che «tante volte queste manifestazioni hanno provocato una grande ricchezza di frutti spirituali, di crescita nella fede, di devozione e di fraternità e servizio, e in alcuni casi hanno dato origine a diversi santuari sparsi in tutto il mondo che oggi sono parte del cuore della pietà popolare di molti popoli». Esiste però anche la possibilità che «in alcuni casi di eventi di presunta origine soprannaturale» si rilevino «delle criticità molto serie a danno dei fedeli»: casi in cui dai presunti fenomeni si trae «lucro, potere, fama, notorietà sociale, interesse personale» (II, art. 15, 4°), arrivando addirittura a «esercitare un dominio sulle persone o a compiere degli abusi (II, art. 16)». Vi possono essere «errori dottrinali, indebiti riduzionismi nella proposta del messaggio del Vangelo, la diffusione di uno spirito settario». Come pure esiste la possibilità che «i fedeli siano trascinati dietro a un evento, attribuito ad un’iniziativa divina», ma che è solo frutto di fantasia, mitomania o della tendenza alla falsificazione di qualcuno.

Gli orientamenti generali

Secondo le nuove norme la Chiesa potrà discernere: «se sia possibile scorgere nei fenomeni di presunta origine soprannaturale la presenza dei segni di un’azione divina; se negli eventuali scritti o messaggi di coloro che sono coinvolti nei presunti fenomeni in parola non vi sia nulla che contrasti con la fede e i buoni costumi; se sia lecito apprezzarne i frutti spirituali, o risulti necessario purificarli da elementi problematici o mettere in guardia i fedeli dai pericoli che ne derivano; e sia consigliabile una loro valorizzazione pastorale da parte dell’autorità ecclesiastica competente» (I, 10). Inoltre «in via ordinaria, non si dovrà prevedere un riconoscimento positivo da parte dell’autorità ecclesiastica circa l’origine divina di presunti fenomeni soprannaturali» (I, 11). Di norma, pertanto «né il Vescovo diocesano, né le Conferenze episcopali, né il Dicastero dichiareranno che i fenomeni sono di origine soprannaturale, e solo il Santo Padre può autorizzare una procedura in tal senso» (I, 23).

I possibili voti sul presunto fenomeno

Segue dunque l’elenco dei 6 possibili voti finali al termine del discernimento.

Nihil Obstat: non viene espressa certezza sull’autenticità soprannaturale, ma si riconoscono segni di un’azione dello Spirito. Si incoraggia il vescovo a valutare il valore pastorale e a promuovere la diffusione del fenomeno, compresi i pellegrinaggi.

Prae oculis habeatur: si riconoscono segni positivi, ma ci sono anche elementi di confusione o rischi che richiedono discernimento e dialogo con i destinatari. Potrebbe essere necessaria una chiarificazione dottrinale se ci sono scritti o messaggi associati al fenomeno.

Curatur: sono presenti elementi critici, ma c’è una diffusione ampia del fenomeno con frutti spirituali verificabili. Si sconsiglia un divieto che potrebbe turbare i fedeli, ma si invita il vescovo a non incoraggiare il fenomeno.

Sub mandato: le criticità non sono legate al fenomeno stesso, ma all’uso improprio fatto da persone o gruppi. La Santa Sede affida al vescovo o a un delegato la guida pastorale del luogo.

Prohibetur et obstruatur: Nonostante alcuni elementi positivi, le criticità e i rischi sono gravi. Il Dicastero chiede al vescovo di dichiarare pubblicamente che l’adesione non è consentita e di spiegare le ragioni della decisione.

Declaratio de non supernaturalitate: il vescovo è autorizzato a dichiarare che il fenomeno non è soprannaturale basandosi su prove concrete, come la confessione di un presunto veggente o testimonianze credibili di falsificazione del fenomeno.

Le procedure da seguire

Vengono quindi indicate le procedure da mettere in atto: spetta al vescovo esaminare i casi e sottoporlo al Dicastero per l’approvazione. Al vescovo è chiesto di astenersi dal fare pubbliche dichiarazioni relative all’autenticità o soprannaturalità, e anche di vigilare affinché non vi sia confusione e non si alimenti il sensazionalismo. Nel caso gli elementi raccolti «sembrino sufficienti», il vescovo costituirà una commissione d’indagine annoverando tra i suoi membri almeno un teologo, un canonista e un perito scelto in base alla natura del fenomeno.

Criteri positivi e negativi

Tra i criteri positivi, «La credibilità e buona fama delle persone che affermano di essere destinatarie di eventi soprannaturali o di essere direttamente coinvolte in tali fatti, così come dei testimoni ascoltati… l’ortodossia dottrinale del fenomeno e dell’eventuale messaggio ad esso connesso, il carattere imprevedibile del fenomeno da cui appare chiaramente che non sia frutto dell’iniziativa delle persone coinvolte, i frutti di vita cristiana» (II, 14). Tra i criteri negativi, la «presenza di un errore manifesto circa il fatto, eventuali errori dottrinali…, uno spirito settario che genera divisione nel tessuto ecclesiale, una ricerca evidente di lucro, potere, fama, notorietà sociale, interesse personale collegata strettamente al fatto, atti gravemente immorali…, alterazioni psichiche o tendenze psicopatiche nel soggetto, che possano aver esercitato un’influenza sul presunto fatto soprannaturale, oppure psicosi, isteria collettiva o altri elementi riconducibili a un orizzonte patologico» (II, 15). Infine «è da considerarsi di particolare gravità morale l’uso di esperienze soprannaturali asserite o di elementi mistici riconosciuti come mezzo o pretesto per esercitare un dominio sulle persone o compiere degli abusi» (II, 16). Qualunque sia la determinazione finale approvata, il vescovo «ha il dovere di continuare a vigilare sul fenomeno e sulle persone coinvolte» (II, 24).

Universitari inginocchiati ad Allah.

L’alleanza tra Islam e ideologia woke

 15 Maggio 2024 ore 14:42 – di Roberto de Mattei- Corrispondenza Romana

Universitari americani inginocchiati ad Allah: il video del 1° maggio 2024 (diffuso da Al Jazeera, è simbolico e ha fatto il giro del mondo. Centinaia di studenti della University of California (UCLA), a Los Angeles, dopo aver pregato Allah hanno protestato contro il “regime sionista”, al grido di “Free, free Palestine!” e “La resistenza [di Hamas] è giusta!”.

La UCLA è una delle capofila di una vasta protesta pro-Hamas che vede coinvolti prestigiosi atenei degli Stati Uniti, come Harvard, Yale e Columbia.  Quali sono le ragioni di questo allineamento di una cospicua parte di studenti e di docenti delle università americane alle parole d’ordine dell’Islam radicale? Una prima risposta è possibile: l’interesse economico. Le principali università americane ricevono massicci finanziamenti da Fondi islamici, in particolare dal Qatar e dall’Arabia Saudita. Il Qatar ha il nono fondo sovrano più grande del mondo e l’Arabia il sesto. Con simili ricchezze non è difficile influenzare le università occidentali. Va sottolineato che quest’opera di condizionamento economico non si svolge in maniera sotterranea, ma legalmente, alla luce del sole, attraverso le facilitazioni fiscali offerte alle organizzazioni che godono dello status giuridico non profit identificato dalla legge Usa 501C3. E molte di queste organizzazioni sono legate direttamente o indirettamente all’Islam.

Secondo Alberto Simoni, su “La Stampa” del 4 maggio, un quarto dei fondi ricevuti dagli atenei americani. provengono da Qatar, Arabia Saudita ed Emirati. In un ampio articolo su “Il Foglio” del 12 maggio, Giulio Meotti documenta a sua volta l’esistenza di una guerra economica tra Qatar e Arabia Saudita non solo per la supremazia del mondo islamico, ma anche per conquistare ideologicamente l’Occidente. Uno dei campi di battaglia è il sistema universitario. Ciò spiegherebbe perché, dopo il 7 ottobre, i canti a sostegno di Hamas sono stati, come scrive, «la colonna sonora di tutte le proteste nei campus americani».

Dal 2001 al 2023, ricorda Meotti, il Qatar ha donato 4,7 miliardi di dollari alle università americane. Una delle più beneficate è stata la Georgetown University, un ateneo che ha un valore strategico non solo perché è la più antica università cattolica d’America, ma anche per la vicinanza alla capitale e la produzione di politici, e diplomatici, attraverso la sua rinomata School of Foreign Service. Tra il 2001 e il 2021, la Carnegie Mellon ha ricevuto dal Qatar 1,4 miliardi di dollari, Harvard 894 milioni, il Mit 859 milioni, la Texas A&M 500 milioni, Yale poco meno di 500 milioni e la Johns Hopkins 402 milioni.

Il denaro saudita, non meno ambiguo di quello del Qatar, fluisce verso tutti i tipi di scuole americane di élite come Harvard, Yale e Stanford; pubbliche come il Michigan e Berkeley, statali come la Eastern Washington University e la Ball State University. I sauditi hanno donato 270 milioni a 144 università americane in un anno. L’Università di Toledo ha ricevuto 23 milioni; la George Washington University, 19 milioni; il Massachusetts Institute of Technology, 16 milioni. A Yale, l’Arabia Saudita ha donato dieci milioni per un “Centro di studi della sharia”. 

In Italia, dove non sono possibili le donazioni private, ci pensano gli accordi pubblici, soprattutto con l’Iran. La Sapienza ha 54 accordi con gli ayatollah iraniani. L’Università di Trieste ha più accordi con l’Iran (cinque) che con gran parte degli altri paesi. L’Università di Torino ha sedici accordi con l’Iran, il doppio di quelli con Israele.

In America, come in Europa, i finanziamenti non sono a fondo perduto, ma legati alla creazione di centri di studi, corsi di laurea e master dedicati alla promozione della cultura islamica e all’assunzione di docenti favorevoli alla religione di Allah, che viene praticata in moschee costruite negli immediati dintorni delle università. La Georgetown University, lo scorso 18 marzo, ha ufficialmente aperto la Yarrow Mamout Masjid, la prima moschea in un campus universitario degli Stati Uniti.      

E tuttavia sarebbe sbagliato fare del problema una pura questione di petrodollari. Andrea Indini, su “Il Giornale” del 9 maggio 2024 osserva che le università americane più islamizzate sono anche quelle dove più radicata è l’ideologia woke e LGBTQ+. La UCLA, ad esempio, è una delle università più woke degli Stati Uniti.  Che significato ha, si chiede il giornalista, unire la bandiera palestinese ai vessilli Lgbt, quando è noto che in terra d’Islam non c’è spazio per la cultura femminista o pro-gay? In realtà la contraddizione è solo apparente e aiuta a comprendere la dimensione ideologica che sottende, come sempre, a quella economica del problema.

Il progetto islamico di conquista dell’Occidente ben si combina con il suicidio della cultura occidentale di cui è espressione l’ideologia woke. Paradigmatico è il caso della docente all’università di Berkeley, Judith Butler, un’attivista LGBTQ+ che ora difende la causa dei terroristi di Hamas sostenendo che l’attacco del 7 ottobre è un atto di “resistenza armata”.  Dopo essere stata una delle fondatrici dell’ideologia del gender, Butler lo ha demolito, in nome di un individualismo assoluto (“Io sono il gender”). Islamismo e nichilismo woke sono accomunati dall’odio per l’impero americano e la civiltà “eurocentrica”. Ciò spiega come allo spazio un tempo occupato dalla sinistra giovanile si sostituisce oggi una presenza “anarco-islamica”, intellettualmente alimentata dal relativismo culturale ed economicamente sostenuta dai paesi islamici. Mohamed Abdou, un sociologo musulmano dell’Università americana del Cairo, ex-visiting professor alla Columbia, parla di un «anarchismo islamico de-coloniale» (Islam And Anarchism – Relationships And Resonances Pluto Press, 2022), che sfida filosoficamente e teologicamente l’Occidente. Dietro le accuse al colonialismo in Africa, alla conquista europea delle Americhe, alle responsabilità del capitalismo occidentale per il degrado ambientale, c’è in realtà il rifiuto per tutta la storia, la cultura e l’identità dell’Occidente.

Il linguaggio utilizzato dagli islamisti, come spiega Lorenzo Vidino, studioso della George Washington University (https://www.hudson.org/node/44718), è quello woke  dell’antirazzismo   e della teoria postcoloniale. Lo stesso Vidino, su “La Repubblica” dell’8 marzo, ci informa che dal 2013, l’Università degli Studi di Palermo ha un accordo di cooperazione scientifica con la “al Mustafa International University”, un’istituzione teologica dell’Islam sciita sanzionata dal governo degli Stati Uniti come longa manus della Forza Quds, il ramo dei Guardiani della Rivoluzione specializzato in intelligence e guerriglia (in sostanza, un tutt’uno di servizi segreti e forze speciali).Ogni giorno a Palermo si svolgono assemblee e laboratori contro gli accordi con Israele da parte di studenti pro-Hamas.Ma, allo stesso tempo, l’Università di Palermo è una delle più “inclusive” e aperte all’ideologia arcobaleno.

Non c’è bisogno di studi approfonditi per comprendere l’esistenza di una “vis destructiva”, che vorrebbe sopprimere tutto ciò che rimanda ai princìpi e alle istituzioni dell’Occidente cristiano. Per contrastare questa forza distruttiva la politica non è sufficiente. E’ necessario un cristianesimo militante che all’odio e al nichilismo contrapponga un profondo amore per la Civiltà cristiana, assumendo come programma le parole del Signore: «Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore» (Gv 15, 9-11). L’amore di Gesù Cristo è inseparabile dall’osservanza dei suoi comandamenti e questi comandamenti, che costituiscono una filosofia e una pratica di vita, sono l’unico fondamento per la rinascita dell’Occidente nel XXI secolo.

Ghiaie di Bonate, 80 anni di grazie dalla Regina della Famiglia

Il 13 maggio 1944, a Ghiaie (Bergamo), la Madonna appare a una bambina di 7 anni, Adelaide Roncalli. È la prima di 13 apparizioni, ancora non riconosciute, con un messaggio centrale: la necessità di famiglie sante. Tra i miracoli anche danze del sole, come a Fatima. La Bussola intervista Lucia Amour, medico e mamma miracolata per intercessione di Maria

La Nuova Bussola 13_05_2024 – Riccardo Caniato

Un parto traumatico, un miracolo straordinario ottenuto per l’intercessione di Maria: un bimbo, Alessandro, nato morto che inizia a respirare, la sua mamma, Lucia, che ritorna alla vita quando l’emorragia le aveva prosciugato le forze. Da quel prodigio, avvenuto il 18 aprile 1985, la mamma decide che la sua esistenza sarà un atto di ringraziamento alla Madonna, e il suo grazie si incarnerà prima di tutto nella professione di medico, sempre a difesa della vita in cui lei ora più che mai riconosce il dono prezioso di Dio; ma anche in altre forme per lei allora inaspettate. Tutto ha inizio quando una suora la conduce alle Ghiaie di Bonate (provincia di Bergamo) dove la Vergine nel maggio 1944 si è presentata come Regina della Famiglia a una bimba, Adelaide Roncalli.

Lucia Amour, questo il nome completo della mamma, resta incantata da quella mariofania, divenendone, con 13 libri all’attivo, formidabile conoscitrice e testimone. La incontriamo a 80 anni dalla prima apparizione.

13 maggio 1944, la Madonna appare in un paese della bassa bergamasca…
Nel pomeriggio, verso le ore 18, quattro bambine stavano raccogliendo margherite per un altarino dedicato alla Madonna. Tra loro vi era Adelaide, di 7 anni, quinta di otto figli di una famiglia contadina. È solo lei a vedere nel cielo, a oriente, un puntino luminoso che avvicinandosi alla terra e ingrandendosi in tre cerchi di intensissima luce dorata delinea la presenza di «una Bella Signora con Gesù Bambino in braccio e alla sua sinistra san Giuseppe». La Signora indossa un abito bianco e un manto azzurro, ha la corona del rosario al braccio destro e due rose bianche sui piedi. La piccola rimane come pietrificata: «L’Adelaide l’è morta in piè!», dirà la sorellina Palmina alla mamma. La Bella Signora la tranquillizza, rivolgendosi a lei in dialetto bergamasco: «Scapa mia, che mé sò la Madòna» (Non scappare, sono la Madonna), poi le dona i primi insegnamenti: «Devi essere buona, ubbidiente, rispettosa col prossimo e sincera. Prega bene», invitandola a tornare in quel luogo alla stessa ora per altre nove sere. Le apparizioni alla fine saranno tredici.

Perché la Madonna ha scelto una bambina che neppure sapeva l’italiano?
La Madonna ha scelto spesso dei bambini, perché sono semplici e non potrebbero inventare i messaggi di alto valore teologico che Lei, apparendo, comunica. I bambini sono garanzia di veridicità; ma poi penso che Le piacciano tanto, per la loro freschezza. Adelaide, per esempio, si rivolgeva alla Vergine con un franco «Tè, Madòna…» (Ehi, ascolta, Madonna).

Qual è il cuore del messaggio delle Ghiaie?
Maria vuole insegnare la pazienza, la mitezza, la fedeltà, la fortezza e formare donne e uomini «buoni, obbedienti» alla Parola del Signore, «rispettosi verso il prossimo e sinceri», persone di preghiera. Donne e uomini così daranno corpo a famiglie «sante, tra le sue mani materne». La Vergine indica nella famiglia cristiana il nucleo generativo di nazioni e di società sante. Nella 10a apparizione confida: «Al mio cuore materno preme quella pace mondiale in cui tutti si amino come fratelli»; e aggiunge: «Solo così il Papa avrà meno da soffrire». Ora che tutti noi vediamo quanto il Papa soffra per le guerre possiamo comprendere meglio le parole della Bella Signora.

Questo 13 maggio cade anche il 117° anniversario della 1a apparizione di Fatima: c’è un nesso tra le due mariofanie?
Entrambe le apparizioni iniziano lo stesso giorno, in entrambe si verifica il prodigio della danza del sole davanti a folle oceaniche: a Fatima il 13 ottobre 1917, a Ghiaie ben sei volte nel maggio ’44. Entrambe portano messaggi di grande importanza. L’invito alla preghiera e a offrire ogni sofferenza per i peccatori è un aspetto comune; e mi colpisce che nell’ultima visione a Fatima si presenti nel cielo la Sacra Famiglia, proprio come nella prima a Ghiaie e addirittura con gli stessi abiti: quasi un ponte tra le due epifanie!

Suor Lucia di Fatima disse al futuro cardinale Carlo Caffarra che satana vuole distruggere la famiglia cristiana. Ci vedi una consonanza con i messaggi delle Ghiaie?
Se ogni società umana ha come nucleo fondante la famiglia, una società composta da famiglie sane non potrà che essere sana. È pertanto evidente che il maligno miri a distruggere la società nel suo insieme partendo dalla famiglia. Ma il messaggio delle Ghiaie si spinge oltre: per rifondare la famiglia e la società, la Vergine desidera formare in modo completo la persona umana. I già citati suggerimenti offerti ad Adelaide vanno in questa direzione, sono semplici ma decisivi. «Devi essere buona»: pensiamo a Madre Teresa di Calcutta, era certamente buona, quanto bene e amore e aiuto spirituale e concreto ha sparso nel mondo! «Ubbidiente»: se noi cristiani comprendessimo l’efficacia della Parola, l’essere ubbidienti a essa sarebbe il nostro primo impegno. «Sincera»: la falsità che regna nel mondo è causa di incomprensioni, dolori, rivalse e cattiverie a catena. «Rispettosa verso il prossimo»: da qui nasce l’accoglienza dell’altro.

L’autorità della Chiesa, a partire da Adriano Bernareggi, vescovo al tempo delle apparizioni, ha fatto resistenza all’evento, nonostante il sostegno di illustri personaggi come mons. Angelo Bramini e padre Agostino Gemelli. Come te lo spieghi?
Mons. Bernareggi, nel suo Diario di guerra, scrisse in data 21 maggio 1944: «Alle 18 ero al Patronato per la festa di san Giovanni Bosco […] ma la maggior parte della folla rimase fuori perché diceva di avere osservato fatti strani nel sole. Il mio segretario dice di aver osservato per lo spazio di 10 minuti circa il sole girare su se stesso, cangiando anche repentinamente di colore, giallo, rosso, bleu. Anche le persone e le cose si colorivano per il riverbero del sole in giallo, rosso, bleu…». Nonostante questi segni il vescovo un giorno si spinse a chiedere ad Adelaide di dire alla Madonna di non comparire più. Le folle accorse a Ghiaie crearono non pochi problemi di ordine pubblico in un tempo dilaniato dal conflitto. Il discernimento sui fatti di ordine sovrannaturale si spinge oltre la sfera razionale e comporta un grande senso di responsabilità: forse il vescovo rimase spaventato. Ma anche in seguito la Chiesa si è dimostrata restia ad accogliere la grazia di questo luogo… Perché questo? Non lo so. Adelaide diceva: «Si vede che il Signore ha voluto così». Ma il suo direttore spirituale, padre Bonaventura Raschi, aggiungeva: «Il fuoco cova sotto la cenere, l’incendio sarà grandioso!».

Alla fine Bernareggi, nel ’48, emise un decreto di Non constat…
L’attuale vescovo di Bergamo, Francesco Beschi, pur riaffermando la validità di quel decreto, ha precisato che il Non constat è un giudizio sospensivo, non definitivo sulla veridicità delle apparizioni. L’aspetto per me altamente positivo è che dalle mie fonti ho tratto certezza che tale giudizio si sia basato sulle negazioni che la bambina fu costretta a fare sotto forzatura, ma che mai nessuno abbia mai potuto rinvenire degli errori dottrinali nel messaggio consegnato ad Adelaide dalla Vergine. Perciò il caso potrebbe essere riaperto in qualsiasi momento.

Ci dici qualcosa delle grazie qui concesse?
Dal 1944 Maria ha tenuto fede alla promessa pronunciata nella 13a apparizione: «Voglio essere premurosa per tutti in questo luogo». Vi sono state grazie di guarigione fisica e spirituale, di ricomposizione delle famiglie, per donne con difficoltà ad avere figli. A molti è noto che la Madonna aveva promesso di salvaguardare Bergamo dal conflitto e di fatto la città fu inspiegabilmente esentata dal bombardamento già deciso dagli Alleati per il 14 agosto 1944, che avrebbe dovuto raderla al suolo.

Persone che frequentano Bonate mi hanno riferito di una grazia recente per l’attuale parroco, don Welman. Ne sei a conoscenza?
I giornali hanno scritto di un terribile incidente occorso al parroco durante il maxi-tamponamento di lunedì 5 febbraio sulla A22. Il sacerdote ne è uscito in condizioni gravissime. Così scriveva L’Eco di Bergamo il 7 febbraio: «Si trova ora ricoverato all’ospedale di Bologna in coma farmacologico, dopo l’intervento a cui è stato sottoposto martedì mattina per i traumi riportati nell’incidente». Il nostro carissimo don, molto amato dalla sua Comunità e da tutti noi che lo conosciamo, è uscito dall’ospedale dopo soli 16 giorni e poco dopo era già attivissimo, al punto che ha guidato la Luminata (processione con i lumini accesi in onore della Madonna delle Ghiaie, ndr) cantando e pregando! Il suo decorso clinico meriterebbe uno studio da parte di specialisti, ma noi che abbiamo supplicato la Regina della Famiglia per lui siamo in cuore certi che a Bonate si sia compiuto un nuovo grande miracolo.

Il regno eterno dello zar vittorioso

di Stefano Caprio- Asia News 11 Maggio 2024

In passato Putin aveva dichiarato più volte di non avere intenzione di rimanere al potere a vita, ma questo tema è stato ormai da tempo accantonato. E in occasione dell’inaugurazione dell’ennesimo mandato presidenziale il patriarca Kirill ha invocato su di lui “la benedizione di Dio fino alla fine della vostra esistenza e fino alla fine dei tempi, come usiamo dire”.

Il patriarca di Mosca Kirill (Gundjaev) ha rivolto un saluto al presidente Vladimir Putin, in occasione dell’inaugurazione-incoronazione dell’ennesimo mandato presidenziale e dell’anniversario della Vittoria su ogni nemico, augurandogli di rimanere al potere do skončanija veka, un’espressione presa dalla liturgia analoga a quella latina in saecula saeculorum. Forse il patriarca intendeva semplicemente indicare un “mandato a vita” per lo zar-presidente, che mai come quest’anno ha esaltato la solennità dell’autocrazia con i tappeti e le fanfare del Cremlino, ma l’eccesso di zelo è stato talmente evidente che la sala stampa del patriarcato ha tagliato la frase dal comunicato che riportava il testo del patriarca.

La benedizione imperitura è risuonata la sera del 7 maggio al Cremlino nella cattedrale dell’Annunciazione, la cappella privata degli zar davanti al cui altare si stagliano le splendide serie di sacre immagini dei più grandi iconografi della storia russa, Teofane il Greco e Andrej Rublev, dove il presidente ha presenziato al Moleben, la litania augurale del patriarca. La preghiera di Kirill ha invocato l’intera schiera celeste e “la benedizione di Dio, la protezione della Regina del cielo siano con voi fino alla fine della vostra esistenza e fino alla fine dei tempi, come usiamo dire, e ho l’ardire di aggiungere che, a Dio piacendo, la fine del secolo significhi anche la fine della vostra permanenza al potere, poiché voi avete tutto quanto serve per compiere a lungo e con successo il vostro servizio alla Patria”. Nel testo diffuso dalla sala stampa la frase è stata ridotta alla “fine della esistenza” del presidente, e anche dal video del Moleben su YouTube è stata tolta la profezia escatologico-presidenziale.

In ogni caso Kirill si è rivolto al presidente con il titolo di vaše prevoskhoditelstvo, “vostra eminenza”, come era consuetudine riguardo ai membri della famiglia regale, aggiungendo che “per la grande misericordia di Dio il nostro tempo è stato gratificato dal fatto che a capo dello Stato russo c’è una persona di fede ortodossa, che non si vergogna della propria fede”. Secondo il patriarca, molti russi vedono in Putin “una persona molto buona, intelligente e di cuore”, anche se lo ha esortato a “non essere soltanto buono, ma anche severo, poiché il capo dello Stato deve prendere a volte decisioni fatidiche e groznye”, che si può tradurre con “clamorose” o meglio con “minacciose”, ribadendo l’analogia tra Putin e Ivan Groznyj, il “terribile” o appunto il “minaccioso”. Aggiungendo che “se non si assumono queste scelte drammatiche, le conseguenze potrebbero essere estremamente pericolose per il popolo e per lo Stato, e spesso si tratta di decisioni che comportano anche delle vittime”. Oltre all’accenno al primo zar cinquecentesco, il discorso patriarcale ha richiamato le gesta eroiche del principe Aleksandr Nevskij, che “non ebbe paura dei nemici ed è stato glorificato come santo”, senza peraltro aggiungere riferimenti diretti alla guerra in Ucraina.

A questo punto, secondo le nuove regole costituzionali approvate in modalità decisamente “poco ortodossa” nel 2020, Putin potrà guidare la Russia fino al 2036, quando compirà 84 anni, in caso di ulteriore rielezione nel 2030. La maggioranza dei sovrani della storia russa, principi, zar o segretari di partito, sono rimasti in sella fino alla fine della loro esistenza, ad esclusione dell’ultimo imperatore-martire Nicola II e del segretario Nikita Khruščev, spodestato da Brežnev e compagni per restaurare l’ordine staliniano. Dopo la fine dell’Urss si sono succeduti gli infelici governi di Mikhail Gorbačev (1985-1991) e di Boris Eltsin (1992-1999), per non parlare della presidenza “transitoria” di Dmitrij Medvedev tra il 2008 e il 2012, dove di fatto Putin governava come primo ministro, anche in questo imitando lo zar Ivan il Terribile che “designava” altri personaggi quando si ritirava nei possedimenti intorno a Mosca. In passato Putin aveva dichiarato più volte di non avere intenzione di rimanere al potere a vita, ma questo tema è stato ormai da tempo accantonato.

L’assunzione alla dimensione eterna ha spinto invece il presidente russo a sentirsi totalmente padrone della storia, tanto che il primo ukaz firmato dopo l’incoronazione è stato proprio “Sulla giusta determinazione e trasmissione della storia”, riducendo ogni espressione della scienza storica a pura propaganda. In tutte le scuole del Paese, a cominciare dagli asili, anzi dalle favole dei genitori per addormentare i neonati, si dovranno inculcare le immagini dei santi principi e degli zar ortodossi, senza trascurare “l’eroismo sovietico” così spesso oltraggiato dai barbari occidentali, che non vogliono riconoscere a Stalin e al maresciallo Žukov l’intero merito di aver liberato il mondo dal nazismo di Hitler. Questa è infatti la grande motivazione della Festa della Vittoria del 9 maggio, ricordando le armate che entrarono a Berlino il giorno dopo la firma dell’armistizio tra i tedeschi e gli alleati, senza aspettare il trionfo dei russi; per questo nel resto d’Europa si ricorda l’8 maggio, tranne la “liberazione” italiana del 25 aprile.

Nel resto d’Europa e del mondo questa non è certo l’occasione per le parate militari sulle piazze, piuttosto quella di accendere un cero alla memoria dei milioni di caduti, come quest’anno hanno fatto perfino i “fedelissimi” sudditi dell’Asia centrale, i cui presidenti hanno fatto da contorno a Putin con i suoi generali nella contemplazione dei carri armati, mentre nelle loro capitali le grottesche parate erano state annullate. Molto inquietanti sul palco che nascondeva il mausoleo di Lenin, al fianco o alle spalle degli asiatici, erano i volti di alcuni tra i più mostruosi protagonisti degli assalti in Ucraina, come il generale Vladislav Volodin che affiancava Putin insieme al giovane presidente-figlio del Turkmenistan, Serdar Berdymukhamedov, “ospite d’onore” alla sua prima volta sulla piazza Rossa. Volodin era il comandante che ha assaltato Mariupol a marzo 2022, conquistando il record del massimo numero di vittime civili, e dietro a lui si mostrava trionfante il comandante ceceno Ramil Ibdatullin, che incitava i suoi soldati a marcare la vittoria stuprando le donne, dando il buon esempio violentando personalmente una ragazza incinta, che ha quindi perso il bambino.

Il giorno dopo la sfilata degli orrori, il capo supremo ha compiuto invece un gesto che dimostra la “superiorità democratica” della Russia rispetto al mondo intero: ha proposto alla Duma la candidatura del primo ministro, che è poi lo stesso Mikhail Mišustin già in carica da gennaio del 2020, l’anno della nuova costituzione escatologica che ha affidato ai deputati l’approvazione del governo. Prima era direttamente la presidenza a decidere, oggi il sovrano si rivolge ai “rappresentanti del popolo”, perché così appunto funziona la “democrazia ortodossa”: tutti per uno e uno per tutti, in una comunione mistica che difende il popolo dalle deviazioni delle minoranze, che trascinerebbero la Santa Russia nelle dipendenze dai poteri oscuri come avviene nel derelitto Occidente.

Il nuovo-vecchio governo dovrà anzitutto occuparsi della realizzazione dei majskye ukazi, i “decreti di maggio” emanati dal presidente, a cominciare dalla diffusione capillare della giusta versione della storia. Secondo tradizione, questi proclami del giorno più solenne indicano “gli scopi nazionali dello sviluppo della Federazione russa”, in questo caso “per il periodo fino al 2030 e su una prospettiva più ampia, fino al 2036”. Il padrino del Cremlino ha promesso ai russi di innalzare la quota dello stipendio minimo, portandolo da 20 mila rubli a 35 mila (circa 350 euro), assicurando che entro il 2030 la Russia salirà almeno al quarto posto mondiale per il volume del suo prodotto interno lordo. Egli ha inoltre annunciato che i russi non soltanto saranno sempre più ricchi, ma vivranno più a lungo, portando l’età media a 78 anni entro il 2026 e a 81 nel 2036. I giovani devono quindi essere grati del luminoso futuro che li aspetta, e dimostrarlo “occupandosi sempre più attivamente delle iniziative sociali e di volontariato”, naturalmente condendo il tutto con una salsa patriottica sempre più densa e distribuita nelle mille iniziative di sostegno alla Madre Patria. Del resto, tutti saranno premiati anche con l’allargamento dei metri quadri di casa, 33 a testa nel 2030 e 38 mq nel 2036, una promessa che Putin ripete dal 2007 senza che sia stato aggiunto un centimetro.

La vuota retorica dei majskye ukazi riprende quella dei roboanti piani quinquennali di sovietica memoria, con 7 scopi principali e 84 progetti da realizzare, più 6 grandi indicatori affidati al nuovo governo, tra cui l’inserimento della Russia “tra i 25 Paesi del mondo più avanzati nella robotizzazione e nel corretto uso dell’intelligenza artificiale”, esaltando la sua “leadership tecnologica” e abolendo definitivamente la povertà. In fondo non serve neppure indicare le date di realizzazione di questi disegni provvidenziali, essendo ormai affidati al regno dell’eternità.

Papa Francesco legge la Bolla di indizione del Giubileo 2025

di Gian Guido Vecchi – Corriere ella sera – 10 Maggio 2024

Nel giorno dell’Ascensione, Francesco indica ufficialmente l’inizio e la fine del Giubileo 2025:  la Porta Santa  di San Pietro si aprirà 24 dicembre di quest’anno e sarà chiusa il 6 gennaio 2026. L’attenzione all’attualità

Città del Vaticano – «Ora è giunto il tempo di un nuovo Giubileo, nel quale spalancare ancora la Porta Santa per offrire l’esperienza viva dell’amore di Dio, che suscita nel cuore la speranza certa della salvezza in Cristo». Il tono è solenne, come si conviene ad una Bolla di indizione firmata dal Papa e letta in San Pietro il giorno dell’Ascensione. Ma il testo nel quale Francesco indica ufficialmente l’inizio e la fine del Giubileo 2025 – la Porta Santa della basilica di San Pietro si aprirà 24 dicembre di quest’anno e sarà chiusa il 6 gennaio 2026 – ripercorre i problemi del presente, come un invito a rintracciare «segni di speranza» nel tempo presente, nonostante tutto. La pace in un mondo «ancora una volta immerso nella tragedia della guerra», l’entusiasmo per la vita e la necessità di una «alleanza sociale» che sia «inclusiva e non ideologica» contro la «perdita del desiderio di trasmettere la vita» e il relativo «calo della natalità». 

«Aprire la Porta Santa in carcere»

E ancora l’attenzione alle situazioni di disagio, dai giovani agli anziani, dai malati ai migranti, a cominciare dai detenuti: «Per offrire un segno concreto di vicinanza, io stesso desidero aprire una Porta Santa in un carcere», annuncia. Il Papa richiama il Levitico e le radici bibliche del Giubileo, «dichiarerete santo il cinquantesimo anno e proclamerete la liberazione nella terra per tutti i suoi abitanti», e come tradizione chiede ai governi del mondo «forme di amnistia o di condono della pena», percorsi di «reinserimento nella comunità a cui corrisponda un concreto impegno nell’osservanza delle leggi» e «condizioni dignitose per chi è recluso, rispetto dei diritti umani e soprattutto l’abolizione della pena di morte, provvedimento contrario alla fede cristiana e che annienta ogni speranza di perdono e di rinnovamento».

La storia dei Giubilei 

L’ultima volta, alle 17,13 del 29 novembre 2015, il Papa aprì battenti della Porta Santa e diede inizio al Giubileo della Misericordia a Bangui, nella capitale della Repubblica centrafricana in guerra civile, non era mai accaduto fuori Roma. Il precedente Giubileo «ordinario» fu quello di Giovanni Paolo II nel 2000. Certo le cose sono cambiate, dall’inizio. Il primo Giubileo fu indetto il 22 febbraio 1300 da Bonifacio VIII, al secolo Benedetto Caetani. Dante Alighieri lo detestava, con ottime ragioni, e ne annunciò l’arrivo all’Inferno tra i simoniaci della terza bolgia, canto XIX, con Niccolò III infilato a testa in giù in una buca che crede stia arrivando il successore e si stupisce, «Se’ tu già costì ritto, / se’ tu già costì ritto, Bonifazio?»; nel Paradiso, canto XXVII, fa dire a San Pietro che quell’occupante abusivo del trono papale ha ridotto il Vaticano, dov’è sepolto il Pescatore di Galilea, a una fogna sanguinosa e puzzolente: «Quelli ch’usurpa in terra il luogo mio, / il luogo mio, il luogo mio, che vaca / ne la presenza del Figliuol di Dio, / fatt’ha del cimitero mio cloaca / del sangue e de la puzza…». Eppure, nonostante tutto, pare che anche Dante abbia voluto partecipare: quando nel XVIII dell’Inferno descrive la congestione di Malebolge, la paragona alla marea di pellegrini che attraversava in due flussi opposti ponte Sant’Angelo «l’anno del giubileo», una descrizione così vivida da far pensare a un testimone oculare. Anche stavolta, del resto, si attendono folle: la previsione è che a Roma arrivino oltre trenta milioni di pellegrini.

Guerra e pace

Il primo pensiero di Francesco è la pace nel mondo «che ancora una volta si trova immerso nella tragedia della guerra», scrive: «Immemore dei drammi del passato, l’umanità è sottoposta a una nuova e difficile prova che vede tante popolazioni oppresse dalla brutalità della violenza. Cosa manca ancora a questi popoli che già non abbiano subito? Com’è possibile che il loro grido disperato di aiuto non spinga i responsabili delle Nazioni a voler porre fine ai troppi conflitti regionali, consapevoli delle conseguenze che ne possono derivare a livello mondiale? È troppo sognare che le armi tacciano e smettano di portare distruzione e morte?». L’esigenza della pace «interpella tutti e impone di perseguire progetti concreti», prosegue: «Non venga a mancare l’impegno della diplomazia per costruire con coraggio e creatività spazi di trattativa finalizzati a una pace duratura».

Natalità 

Il motto del Giubileo 2025 è «Pellegrini di speranza». E «guardare al futuro con speranza equivale anche ad avere una visione della vita carica di entusiasmo da trasmettere», scrive il pontefice. «Purtroppo, dobbiamo constatare con tristezza che in tante situazioni tale prospettiva viene a mancare. La prima conseguenza è la perdita del desiderio di trasmettere la vita». E così, «a causa dei ritmi di vita frenetici, dei timori riguardo al futuro, della mancanza di garanzie lavorative e tutele sociali adeguate, di modelli sociali in cui a dettare l’agenda è la ricerca del profitto anziché la cura delle relazioni, si assiste in vari Paesi a un preoccupante calo della natalità». Ma «l’apertura alla vita con una maternità e paternità responsabile è il progetto che il Creatore ha inscritto nel cuore e nel corpo degli uomini e delle donne, una missione che il Signore affida agli sposi e al loro amore». Per Francesco, quindi, «è urgente che, oltre all’impegno legislativo degli Stati, non venga a mancare il sostegno convinto delle comunità credenti e dell’intera comunità civile in tutte le sue componenti, perché il desiderio dei giovani di generare nuovi figli e figlie, come frutto della fecondità del loro amore, dà futuro ad ogni società ed è questione di speranza: dipende dalla speranza e genera speranza». Venerdì mattina Francesco parteciperà agli Stati generali della natalità  e già nella bolla avverte che non bisogna farne una questione ideologica: «La comunità cristiana non può essere seconda a nessuno nel sostenere la necessità di un’alleanza sociale per la speranza, che sia inclusiva e non ideologica, e lavori per un avvenire segnato dal sorriso di tanti bambini e bambine che vengano a riempire le ormai troppe culle vuote in molte parti del mondo». Del resto «tutti, in realtà, hanno bisogno di recuperare la gioia di vivere», l’essere umano non può accontentarsi «di sopravvivere o vivacchiare, di adeguarsi al presente lasciandosi soddisfare da realtà soltanto materiali», perché «ciò rinchiude nell’individualismo e corrode la speranza, generando una tristezza che si annida nel cuore, rendendo acidi e insofferenti».

Condonare i debiti

Nella bolla di Francesco, oltre all’appello in favore di detenuti, c’è un altro appello ripetuto, perché sempre inascoltato, in vista dell’anno Giubilare: «Un invito accorato desidero è destinato alle nazioni più benestanti, perché riconoscano la gravità di tante decisioni prese e stabiliscano di condonare i debiti di Paesi che mai potrebbero ripagarli». È una questione di giustizia, spiega Francesco, prima che di magnanimità «C’è un vero debito ecologico, soprattutto tra il Nord e il Sud, connesso a squilibri commerciali con conseguenze in ambito ecologico, come pure all’uso sproporzionato delle risorse naturali compiuto storicamente da alcuni Paesi». Del resto la Bibbia insegna che la terra appartiene a Dio e noi tutti vi abitiamo come «forestieri e ospiti», fa notare Bergoglio. Il Giubileo ricorda che «i beni della Terra non sono destinati a pochi privilegiati, ma a tutti». Per questo «è necessario che quanti possiedono ricchezze si facciano generosi, riconoscendo il volto dei fratelli nel bisogno», scrive: «Penso in particolare a coloro che mancano di acqua e di cibo: la fame è una piaga scandalosa nel corpo della nostra umanità e invita tutti a un sussulto di coscienza». Il Papa rinnova il suo appello «affinché con il denaro che si impiega nelle armi e in altre spese militari costituiamo un Fondo mondiale per eliminare finalmente la fame e per lo sviluppo dei Paesi più poveri».

Le date

«Stabilisco che la Porta Santa della Basilica di San Pietro in Vaticano sia aperta il 24 dicembre del presente anno 2024, dando così inizio al Giubileo Ordinario. La domenica successiva, 29 dicembre 2024, aprirò la Porta Santa della mia cattedrale di San Giovanni in Laterano, che il 9 novembre di quest’anno celebrerà i 1700 anni della dedicazione», si legge nella Bolla di Francesco. «A seguire, il primo gennaio 2025, Solennità di Maria Santissima Madre di Dio, verrà aperta la Porta Santa della Basilica papale di Santa Maria Maggiore. Infine, domenica 5 gennaio sarà aperta la Porta Santa della Basilica papale di San Paolo fuori le Mura. Queste ultime tre Porte Sante saranno chiuse entro domenica 28 dicembre dello stesso anno». Inoltre, «stabilisco che domenica 29 dicembre 2024, in tutte le cattedrali e concattedrali, i vescovi diocesani celebrino la santa Eucaristia come solenne apertura dell’Anno giubilare, secondo il rituale che verrà predisposto per l’occasione». Il Giubileo ordinario «terminerà con la chiusura della Porta Santa della Basilica papale di San Pietro in Vaticano il 6 gennaio 2026, Epifania del Signore».

Nell’Europa senza Dio è record di battesimi adulti in Francia e Belgio

Il paradosso è che nell’èra più interconnessa che il pianeta abbia mai conosciuto, con uno smartphone capace di dare subito tutte le risposte che si cercano, alla fine ci si sente più soli che prima. Il bisogno di un senso – anche religioso – che si fa largo nei più giovani

MATTEO MATZUZZI  08 MAG 2024- IL FOGLIO

Piano con le campane a morto. Percentuali in crescita soprattutto fra gli adolescenti, anche fra quelli nati in famiglie non cattoliche. Un dato definito “sorprendente”

Ibattesimi nel Tamigi, i templi buddisti affollati di giovani, le sinagoghe con millennial tra i banchi. “Il liberalismo secolare è formidabile nell’attrarre convertiti (tutte quelle deliziose libertà…) ma incapace di riprodursi. Le coppie religiose hanno molti più figli degli atei”, ha scritto sul Times James Marriott, impressionato dal risveglio del sacro nella multietnica e  distratta Londra. Ma non dovevamo morire tutti atei, senza Dio e senza santi? Perfino gli amish sono passati da cinquemila unità nel 1900 al quarto di milione di oggi, nota il demografo Eric Kaufmann nel suo Shall the Religious Inherit in the Earth?. Il Pew Research Center stima che – in base alle tendenze attuali – i non religiosi caleranno sempre di più di qui al 2025. L’islam cresce a un ritmo doppio rispetto alla popolazione globale e la Cina – per quel che valgono stime indipendenti e giocoforza limitate dal particolare contesto locale – avrebbe almeno cento milioni di cristiani. L’Africa, poi, il grande serbatoio del cristianesimo, con le sue Chiese giovani e martiri. E tutti i discorsi sul tramonto della fede, sulle vocazioni in calo, sulla secolarizzazione? Valgono per l’Europa, con le vecchie cattedrali gotiche messe in vendita (in Olanda) o semplicemente chiuse perché non c’è più nessuno che possa viverle, affollarle e – meno aulicamente parlando – mantenerle. 

Ma siamo sicuri che il discorso sia valido ovunque, da nord a sud e che le generalizzazioni siano opportune? Che il futuro sia quello delineato da Joseph Ratzinger, e cioè appannaggio delle “minoranze creative”, è assodato. Ma che l’orizzonte sia quello del deserto è quantomeno esagerato pensarlo. Il paradosso è che nell’era più interconnessa che il pianeta abbia mai conosciuto, con uno smartphone capace di dare subito tutte le risposte che si cercano, alla fine ci si sente più soli che prima. Il bisogno di un senso – anche religioso – che si fa largo nei più giovani. In quelli, cioè, che sono stati privati di un’educazione religiosa e non hanno vissuto i riti propri della cristianità, routine per i loro nonni e forse (ma non dappertutto) per i loro genitori. I dati che giungono dalla Francia, patria incontrastata della  laïcité, impressionano: settemila adulti hanno ricevuto il sacramento del battesimo durante la Veglia pasquale, il 31 per cento in più rispetto al 2023. Un anno fa, il 23 per cento dei neobattezzati aveva tra i 18 e i 25 anni, percentuale cresciuta quest’anno e arrivata al 36 per cento. In più, sono stati battezzati più di cinquemila adolescenti tra gli undici e i 17 anni, il 50 per cento in più rispetto all’anno scorso. I numeri sono ufficiali e sono stati diffusi nelle scorse settimane dalla Conferenza episcopale francese. Il direttore del Servizio giovani e vocazioni, padre Vincent Breynaert, ha detto che “nella società francese contemporanea, l’80 per cento dei giovani non ha ricevuto alcuna educazione religiosa. Questi ragazzi hanno ben poche idee preconcette sulla Chiesa. Ciò che hanno in comune coloro che chiedono il battesimo è l’aver fatto un’esperienza spirituale e un incontro personale con Cristo. Alcuni dicono di essere stati toccati dalla bellezza di una liturgia (a cui è capitato di partecipare), dal silenzio rilassante di una chiesa, dalla testimonianza di un amico. Hanno sete di formazione, di punti di riferimento, di fraternità e di senso di appartenenza”.

“Tutte le fasce di età registrano aumenti, ma la crescita maggiore è tra i giovani di età compresa tra i 18 e i 25 anni”, ha detto mons. Olivier Leborgne, responsabile dell’Ufficio per la catechesi. L’aumento di battesimi è evidente nelle grandi città, come a Parigi, dove la percentuale è cresciuta del 27 per cento rispetto al 2023: qui i battesimi saranno 1.861, a fronte dei 1.461 del 2023. Ma anche nelle zone più rurali le stime sono positive. Quel che rileva, è che aumentano le persone che si dichiarano “provenienti da famiglie senza religione” e il cinque per cento addirittura da famiglie musulmane. I nuovi battezzati, adulti o adolescenti, non sono in grado di compensare numericamente il deficit dei neonati che ricevono il primo sacramento, ma il fatto che con la consapevolezza si decida di farsi battezzare fa ben sperare l’episcopato francese in vista del futuro: oggi solo l’otto per cento di quanti si dichiarano cattolici – non esiste un censimento circa l’affiliazione religiosa, ma solo sondaggi d’opinione – partecipa alla messa domenicale. Famille chrétienne ha definito i dati “sorprendenti”, soprattutto perché l’eco del Rapporto Sauvé sui casi di abusi presentato nel 2021 si fa ancora sentire, tra abiure pubbliche di vescovi, risarcimenti milionari e mea culpa collettivi. Nonostante la metodologia scelta per stilare il dossier – ammessi i questionari in forma anonima – abbia lasciato perplesso più d’un osservatore.

Un trend analogo, ancor più sorprendentemente, si registra in Belgio, dove il numero di battesimi adulti è raddoppiato in un decennio, passando dai 186 del 2014 ai 362 del 2024. Un ventinovenne nativo del Belgio fiammingo, ha detto al portale ufficiale della Chiesa belga che “la morte di mio nonno ha sollevato domande esistenziali che mi hanno portato alla Chiesa. Ho iniziato a leggere libri e ho scoperto che il cristianesimo faceva parte della mia identità. E’ stato come riscoprire la mia cultura, una rinascita. Dio e la fede cattolica mi hanno accolto a braccia aperte. Il mio interesse continuava a crescere e ho pensato: meglio una vita significativa che un’esistenza senza senso”.

La Pasqua della Vittoria

di Stefano Caprio- Asia News 5 Maggio 2024

Durante la funzione del Giovedì Santo il patriarca Kirill ha recitato una speciale preghiera “per la vittoria della santa Rus’”, che intensifica le litanie belliche imposte ai sacerdoti, pena la privazione dello stato clericale di fronte al rifiuto di pronunciarle. Le celebrazioni pasquali devono ricompattare il popolo dei credenti per mostrare che la Russia ha sconfitto il male al suo interno, ritrovando la giusta via per la sobornost.

La Pasqua ortodossa in Russia quest’anno cade in una data particolarmente adatta alle celebrazioni della religione bellica, la “guerra santa” che da oltre due anni si estende dall’Ucraina agli estremi confini del pianeta, tra la domenica della Risurrezione del 5 maggio e la festa della Vittoria del 9 maggio. Tutto il centro di Mosca viene chiuso al traffico dopo le liturgie domenicali, per lasciare libere le strade alle ripetizioni delle grandi parate che culmineranno nella Piazza Rossa, in realtà la “Piazza Bella” (Krasnaja Ploščad vuol dire entrambe le cose) dove il presidente Vladimir Putin dominerà la scena insieme al patriarca Kirill, in un tripudio di proclami del trionfo sul “nazismo ucraino” dal palco sovrastante al mausoleo di Lenin, un relitto del passato da cui non ci si riesce a liberare.

In realtà la grande vittoria si limita a registrare l’avanzata russa nella metà occidentale della regione ucraina di Donetsk, che Mosca controlla in varie modalità fin dal 2014, e che dopo l’invasione del 2022 rischiava di essere ripresa dagli ucraini nella controffensiva del 2023. Nel 2024 invece ricomincia la grande avanzata delle truppe di Putin, che tra gennaio e maggio sono riuscite a riprendere una fetta di territorio veramente imponente tra Avdeevka e Časov Yar, che se fossimo nel Lazio sarebbe come dire tra Guidonia e Rieti, o negli Stati Uniti tra New York e Somerville. In queste poche decine di chilometri, dove ormai non sussiste più anima viva, si giocano i destini dell’umanità nel confronto epico tra Occidente e Oriente globale, tra visioni del mondo contrapposte, tra la Storia e l’Apocalisse: se la Vittoria contro il nazismo della Grande Guerra Patriottica interessava il fronte più ampio di tutte le guerre, i duemila chilometri della “Operazione Barbarossa” tra Leningrado e Stalingrado, la riduzione ai settanta chilometri del Donbass nella “Operazione Militare Speciale” dimostra quanto si sia ridotta ormai la visione del mondo, al di là dei proclami e delle parate.

La guerra in Ucraina non è una guerra di conquista, ma soltanto di distruzione e desolazione, come dimostrano i continui bombardamenti su Kharkiv, la seconda città dell’Ucraina dopo Kiev, anch’essa ormai ridotta a uno spettrale cumulo di rovine. Il Cremlino afferma di volerla ridurre a “zona neutra” de-militarizzata, anche per evitare le incursioni nella regione russa di Belgorod al confine, e il destino dell’intera Ucraina sembra essere quello di diventare uno “Stato neutro” tra Oriente e Occidente, dove la vita viene ridotta al minimo per indicare la nullità delle reciproche relazioni. Del resto, anche in Medio Oriente si sta andando verso una prospettiva analoga, con distanze simili tra Gaza e Gerusalemme nel conflitto tra israeliani e palestinesi, che coinvolgono l’intera comunità internazionale in uno scenario di devastazione apocalittica.

In questo contesto risulta quanto meno paradossale il Forum del 1° maggio nel Centro congressi di Baku tra i capi di Stato e delle religioni, sul tema del “Dialogo per la pace e la sicurezza globale”, organizzato dalla presidenza dell’Azerbaigian e dall’Amministrazione dei musulmani del Caucaso insieme alla “Alleanza delle civiltà” dell’Onu, dell’Unesco e di altre istituzioni internazionali. Ad esso ha partecipato anche il metropolita Antonij (Sevrjuk), il 39enne direttore del dipartimento per le relazioni esterne del patriarcato di Mosca, per sottolineare “l’importanza dell’idea di riunire i rappresentanti delle comunità religiose e delle organizzazioni di diversi Paesi, sullo sfondo della profonda crisi delle relazioni internazionali”. Il giovane braccio destro del patriarca Kirill ha rivendicato alla Chiesa russa l’idea di creare un organo consultivo dei leader religiosi di tutto il mondo, unendo in particolare cristiani e musulmani, per trovare “una risposta efficace delle religioni tradizionali a questa sfida distruttiva e disumana”, cercando di “consolidare tutte le forze sociali di orientamento tradizionale” per evitare “la vittoria del male e l’istituzione del culto internazionale del peccato e dell’egoismo”, a cui è necessario “dare un’adeguata risposta spirituale, perché soltanto l’unione degli sforzi potrà salvare il mondo dall’autodistruzione”.

Il fronte comune dei veri credenti contro l’assalto dell’Anticristo è il cavallo di battaglia del patriarca Kirill fin dalla sua intronizzazione nel 2009, mentre da vescovo e metropolita preferiva, ancora nei tempi sovietici, l’apertura al dialogo ecumenico. La svolta verso la “ortodossia sovranista” è poi iniziata nel 1997, quando Kirill ha ispirato la nuova legge sulla libertà religiosa, proposta alla Duma dal risorto partito comunista contro l’occidentalismo del presidente Eltsin. Si imponeva in essa la superiorità “sovrana” dell’Ortodossia sulle altre religioni tradizionali “minori”, l’islam, il buddismo, l’ebraismo e il cristianesimo, inteso nelle varianti cattolica e protestante. Queste confessioni devono allinearsi in una gerarchia di ruoli per arginare le “false fedi”, non soltanto le sette e i gruppi di formazione più o meno moderna, ma soprattutto le interpretazioni errate della verità religiosa: c’è un’ortodossia scismatica (quella di Costantinopoli) e un islam radicale (quello dell’Isis) da respingere e sostituire, e c’è il “culto internazionale del peccato e dell’egoismo”, secondo la definizione di Antonij, che indica l’inaccettabile stile di vita dell’Occidente immorale, da cui difendere il popolo santo.

La Santa Alleanza non è riuscita ad amalgamarsi, lasciando spazio alla deriva eretica e globalista, fino a costringere la Russia a scendere in campo con le bombe e i carri armati, visto che le armi della preghiera apparivano impotenti. Quindi oggi si prega per i soldati e la guerra, senza più distinzioni tra il campo spirituale e quello militare; durante la funzione del Giovedì Santo, il patriarca ha recitato una speciale preghiera “per la vittoria della santa Rus’”, che intensifica le litanie belliche imposte ai sacerdoti, pena la privazione dello stato clericale di fronte al rifiuto di pronunciarle, come accaduto già a diversi preti russi. Le celebrazioni pasquali devono quindi ricompattare il popolo dei credenti, e Kirill ha insistito sulla comunione eucaristica frequente, possibilmente quotidiana, che non è una pratica molto abituale per gli ortodossi: “Bisogna pentirsi ogni giorno dei nostri peccati, non soltanto nella confessione, ma nella richiesta di perdono orante, per non cadere preda delle tentazioni del Maligno ed unirsi a Cristo formando un unico corpo”.

Già nell’omelia della Domenica delle Palme, all’inizio della Settimana Autentica, il patriarca aveva tuonato che “non si può sradicare la fede dal cuore e dalla mente degli uomini”, come hanno tentato di fare nei primi secoli gli imperatori pagani e quindi molti altri politici, come “nel nostro recente passato, quando era stato annunciato lo scopo terribile della costruzione di una società perfetta senza Dio, senza la componente spirituale”. Oggi la Russia ha sconfitto il male al suo interno, ritrovando la giusta via per la sobornost, la comunione invece del comunismo, ma deve “resistere agli assalti dall’esterno” ricordando a tutti “il vero senso della vita, educando nella fede i nostri figli, amandoci l’un l’altro e amando la nostra Patria vittoriosa”.

Le omelie di Kirill e le dichiarazioni di Antonij sono state confermate in un’intervista “pre-pasquale” dell’ideologo presidenziale Aleksandr Dugin, concessa al giornalista americano-putiniano Tucker Carlson. A Dugin si vorrebbe ora affidare una “Scuola superiore di politica” a Mosca per formare le nuove classi dirigenti nello spirito del sovranismo eurasiatico, una decisione contestata da molti per i richiami alla filosofia di Ivan Il’in, il pensatore preferito da Putin che nel secolo scorso esprimeva la sua ammirazione per Hitler e Mussolini. Anche Dugin ammonisce sul “pericolo dell’autodistruzione dell’intera umanità”, se non si porrà un argine alla deriva degli Stati anglosassoni, da lui esplicitamente elencati: Usa, Canada, Gran Bretagna, Australia e Nuova Zelanda (ammiccando all’Europa più addomesticabile), tutti affetti dal “contagio dell’individualismo” che li porta a “rivolgersi contro sé stessi”. La libertà individuale, secondo l’ideologo, è una “errata comprensione della natura umana, che separa il singolo da tutta la comunità”, una piaga diffusa fin dalla riforma protestante e dalla filosofia nominalista, risalendo ai tempi medievali per indicare l’inizio della “scomparsa dell’identità collettiva”.

Secondo i russi l’Occidente è rimasto senza identità, “ha rifiutato anche di riconoscersi nella Chiesa cattolica”, spiega Dugin, e oggi non riconosce più nemmeno le specificità degli Stati e delle nazioni, “esiste solo il fantasma della società civile” da cui vengono eliminati gli ultimi residui identitari, quelli del genere e dell’umano, che “scompariranno nel trans-umanesimo e nell’intelligenza artificiale”. La risurrezione e la vita eterna saranno però garantite dalla Russia, nella Vittoria dell’Ortodossia in un mondo ormai ridotto a una grande Ucraina o una grande Gaza, uno sterminato cumulo di macerie.

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