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Il Papa: fermare ogni guerra, “inutile strage”. Un crimine violare il diritto umanitario

Francesco riceve il Corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede ed elenca tutti i drammi che feriscono oggi il mondo: dalla guerra “incancrenita” in Ucraina alle violenze in Terra Santa, dalla crisi in Nicaragua alle tensioni nel Caucaso e in Africa. Il Pontefice stigmatizza maternità surrogata, gender, antisemitismo e persecuzioni anti-cristiane, esorta a un serio impegno per il fenomeno migratorio e chiede di costruire la pace attraverso il dialogo politico-sociale e l’educazione

Salvatore Cernuzio – Città del Vaticano – Vatican news

È denso di appelli, esortazioni, suppliche e citazioni (a cominciare dalla “guerra inutile strage” di Benedetto XV), il discorso di Francesco ai 184 ambasciatori accreditati presso la Santa Sede, quanto dense sono le nubi che oscurano lo scenario geopolitico mondiale. Con i diplomatici, riuniti oggi, 8 gennaio, nell’Aula delle Benedizioni per i tradizionali auguri di inizio anno, Francesco condivide il dolore per l’Ucraina, dove la guerra va “incancrenendosi”, l’inquietudine per i drammi nel Caucaso Meridionale e in varie regioni dell’Africa, la preoccupazione per la crisi in Nicaragua che investe in particolare la Chiesa cattolica. E condivide lo shock per il conflitto deflagrato in Medio Oriente, dopo le brutalità di Hamas in Israele e la risposta militare nella Striscia di Gaza.

Tutti siamo rimasti scioccati dall’attacco terroristico del 7 ottobre scorso contro la popolazione in Israele, dove sono stati feriti, torturati e uccisi in maniera atroce tanti innocenti e molti sono stati presi in ostaggio. In questo modo non si risolvono le questioni tra i popoli, anzi esse diventano più difficili, causando sofferenza per tutti. Infatti ciò ha provocato una forte risposta militare israeliana a Gaza che ha portato la morte di decine di migliaia di palestinesi, in maggioranza civili, tra cui tanti bambini, ragazzi e giovani, e ha causato una situazione umanitaria gravissima con sofferenze inimmaginabili

Un vero conflitto globale

È insomma un 2024, questo appena avviato, “che vorremmo di pace e che invece si apre all’insegna di conflitti e divisioni”, esordisce Francesco nel suo discorso – uno dei più lunghi e importanti dell’intero anno – in cui elenca uno ad uno i conflitti che sconvolgono il pianeta e piange i milioni di persone che ne fanno le spese: “Uomini, donne, padri, madri, bambini, i cui volti ci sono per lo più sconosciuti e che spesso dimentichiamo”.

Il mondo è attraversato da un crescente numero di conflitti che lentamente trasformano quella che ho più volte definito “terza guerra mondiale a pezzi” in un vero e proprio conflitto globale

Violazioni del diritto umanitario sono crimini di guerra

Sempre con gli ambasciatori, il Papa guarda pure alle sfide dell’attualità come migrazioni, aumento dell’industria delle armi, crisi climatica, intelligenza artificiale, maternità surrogata, teoria del gender, antisemitismo, persecuzioni anti-cristiane. Quindi invoca la pace, “via” raggiungibile attraverso il dialogo politico-sociale e interreligioso, attraverso l’educazione e soprattutto il pieno rispetto del diritto umanitario, “unica via per la tutela della dignità umana in situazioni di scontro bellico”, per cui serve un maggiore impegno della Comunità internazionale.

Non dobbiamo dimenticare che le violazioni gravi del diritto internazionale umanitario sono crimini di guerra, e che non è sufficiente rilevarli, ma è necessario prevenirli

E “anche quando si tratta di esercitare il diritto alla legittima difesa”, afferma il Papa, “è indispensabile attenersi ad un uso proporzionato della forza”.

Cessate il fuoco e liberazione degli ostaggi, aiuti a Gaza

Le parole del Pontefice sono precedute dal saluto del decano del Corpo diplomatico, l’ambasciatore di Cipro George Poulides, e dall’elenco dei passi avanti compiuti dalla Santa Sede a livello diplomatico: l’allacciamento dei rapporti col Sultanato dell’Oman, la nomina di un Rappresentante pontificio residente in Vietnam, l’Accordo col Kazakhstan, gli anniversari delle relazioni con Panama, Iran, Corea, Australia.

Francesco passa poi al fulcro della sua riflessione, la pace, “in un momento storico in cui – rileva – è sempre più minacciata, indebolita e in parte perduta”. Il pensiero è in particolare per Israele e Palestina per cui il Papa, come in ogni intervento pubblico negli ultimi tre mesi, ribadisce la sua preoccupazione e la condanna di “ogni forma di terrorismo ed estremismo”.

Ribadisco il mio appello a tutte le parti coinvolte per un cessate-il-fuoco su tutti i fronti, incluso il Libano, e per l’immediata liberazione di tutti gli ostaggi a Gaza. Chiedo che la popolazione palestinese riceva gli aiuti umanitari e che gli ospedali, le scuole e i luoghi di culto abbiano tutta la protezione necessaria

Al contempo il Papa chiede che “la popolazione palestinese riceva gli aiuti umanitari e che gli ospedali, le scuole e i luoghi di culto abbiano tutta la protezione necessaria”. Si rivolge quindi alla comunità internazionale perché “percorra con determinazione la soluzione di due Stati, uno israeliano e uno palestinese”, come pure di “uno statuto speciale internazionalmente garantito per la Città di Gerusalemme, affinché israeliani e palestinesi possano finalmente vivere in pace e sicurezza”.

La Siria non soffra più per le sanzioni, il Libano abbia un presidente

Il conflitto a Gaza destabilizza una regione già fragile e carica di tensioni, evidenzia ancora il Papa, menzionando la Siria “che vive nell’instabilità economica e politica, aggravata dal terremoto del febbraio scorso”. Per la popolazione martoriata Francesco invoca “un dialogo costruttivo e serio” tra le parti e “soluzioni nuove” perché “non abbia più a soffrire a causa delle sanzioni internazionali”. Eguale sofferenza la esprime per il Libano, auspicando il superamento dello “stallo istituzionale” che lo mette ancora più in ginocchio: “Il Paese dei Cedri abbia presto un presidente”.

Con lo sguardo al continente asiatico, il Papa richiama l’attenzione sul Myanmar e incita a ogni sforzo “per dare speranza a quella terra e un futuro degno alle giovani generazioni”, senza dimenticare l’emergenza umanitaria dei Rohingya. In Asia non mancano tuttavia “segni di speranza” e il viaggio in Mongolia di settembre ne è stato la dimostrazione, afferma il Pontefice.

Porre fine alla guerra incancrenita in Ucraina

Lo è stato pure quello in Ungheria: un viaggio “nel cuore dell’Europa” dove si è avvertita “la vicinanza di un conflitto che non avremmo ritenuto possibile nell’Europa del XXI secolo”. È la guerra “su larga scala della Federazione Russa contro l’Ucraina”; dopo quasi due anni, “la tanto desiderata pace non è ancora riuscita a trovare posto nelle menti e nei cuori, nonostante le numerosissime vittime e l’enorme distruzione”, scandisce Papa Francesco.

Non si può lasciare protrarre un conflitto che va incancrenendosi sempre di più, a detrimento di milioni di persone, ma occorre che si ponga fine alla tragedia in atto attraverso il negoziato, nel rispetto del diritto internazionale

Preoccupazione per il Caucaso e per l’Africa

Ancora, il Papa si dice preoccupato per “la tesa situazione” tra Armenia e Azerbaigian, per cui esorta alla firma di un Trattato di pace, e per la “sofferenza di milioni di persone per le molteplici crisi umanitarie in cui versano vari Paesi sub-sahariani”, a causa di terrorismo, problemi socio-politici, cambiamenti climatici. A questo si sommano “le conseguenze dei colpi di stato militari” in alcuni Paesi (8 in 3 anni, tra cui Mali, Niger e Burkina Faso) e “processi elettorali caratterizzati da corruzione, intimidazioni e violenza”. Il Papa rinnova l’appello per la fine dei combattimenti nel Tigray, delle violenze che assillano l’Etiopia e per la stabilità nel Corno d’Africa. Cita poi il Sudan, dove dopo mesi di guerra civile “non si vede ancora una via di uscita”, e le situazioni degli sfollati in Camerun, Mozambico, Repubblica Democratica del Congo e Sud Sudan. Paesi, questi ultimi due, visitati a inizio 2022.

Appello per il Nicaragua

Lo sguardo del Successore di Pietro si amplia alle Americhe e in particolare alla situazione in Nicaragua che desta grande “preoccupazione”. È una crisi “che si protrae nel tempo con dolorose conseguenze per tutta la società nicaraguense, in particolare per la Chiesa Cattolica”, afferma Francesco.

La Santa Sede non cessa di invitare ad un dialogo diplomatico rispettoso per il bene dei cattolici e dell’intera popolazione

I civili non sono “danni collaterali”

Con gli occhi fissi ai tanti, troppi, moderni conflitti, Jorge Mario Bergoglio deplora gli attacchi indiscriminati alla popolazione civile: “Sembra non essere osservato più il discernimento tra obiettivi militari e civili” dice, citando come “prova evidente” quanto accade in Ucraina e a Gaza. “Forse non ci rendiamo conto che le vittime civili non sono ‘danni collaterali’. Sono uomini e donne con nomi e cognomi che perdono la vita. Sono bambini che rimangono orfani e privati del futuro. Sono persone che soffrono la fame, la sete e il freddo o che rimangono mutilate a causa della potenza degli ordigni moderni”.

Se riuscissimo a guardare ciascuno di loro negli occhi, a chiamarli per nome e ad evocarne la storia personale, guarderemmo alla guerra per quello che è: nient’altro che un’immane tragedia e ‘un’inutile strage’, che colpisce la dignità di ogni persona su questa terra

Salvare vite con le risorse investite per le armi

Ma se queste guerre continuano è anche grazie all’enorme disponibilità di armi, evidenzia il Papa. “Occorre perseguire una politica di disarmo poiché è illusorio pensare che gli armamenti abbiano un valore deterrente”. La disponibilità di armi ne incentiva, anzi, uso e produzione. E le armi “creano sfiducia e distolgono risorse”.

Quante vite si potrebbero salvare con le risorse oggi destinate agli armamenti? Non sarebbe meglio investirle in favore di una vera sicurezza globale?

Il Papa rilancia la proposta di “un Fondo mondiale per eliminare finalmente la fame e promuovere uno sviluppo sostenibile dell’intero pianeta”. Torna poi a puntare il dito contro arsenali nucleari e ordigni sempre più sofisticati e distruttivi, ribadendo per l’ennesima volta “l’immoralità di fabbricare e detenere armi nucleari”. Infine auspica che si giunga presto alla ripresa dei negoziati per il riavvio del cosiddetto Accordo sul nucleare iraniano.

Fame e sfruttamento delle risorse, causa di conflitti

Tutto questo non sarebbe comunque sufficiente per il perseguimento della pace, perché, annota il Papa, “occorre estirpare alla radice le cause delle guerre”. Prima fra tutte la fame, “piaga che colpisce tuttora intere regioni della Terra”. Poi lo sfruttamento delle risorse naturali, “che arricchisce pochi, lasciando nella miseria e nella povertà intere popolazioni”. È vero che ci sono “disastri che la mano dell’uomo non può controllare”, osserva Francesco, come i terremoti in Marocco, Cina, Turchia, Siria o l’alluvione in Libia. “Vi sono però i disastri che sono imputabili anche all’azione o all’incuria dell’uomo e che contribuiscono gravemente alla crisi climatica in atto”.

La Cop28 e il multilateralismo attraverso la questione climatica

Il pensiero, in tal senso, va alla Cop28 di Dubai, alla quale il Papa non ha potuto partecipare a causa di una bronchite acuta. Per Francesco è stato “un passo incoraggiante” l’adozione del documento finale perché “rivela che, di fronte alle tante crisi che stiamo vivendo, vi è la possibilità di rivitalizzare il multilateralismo attraverso la gestione della questione climatica globale”.

I migranti, immane tragedia

I temi di guerre, povertà, abuso della casa comune, introducono quello del fenomeno migratorio: sono queste infatti le principali cause che costringono migliaia di persone “ad abbandonare la propria terra alla ricerca di un futuro di pace e sicurezza”. Il Papa passa in rassegna le frontiere mondiali dei flussi migratori: dal Sahara alla foresta del Darién fino al Mediterraneo, divenuto nell’ultimo decennio “un grande cimitero” con il susseguirsi di tragedie causate anche da “trafficanti di esseri umani senza scrupoli”. Come a Marsiglia, Francesco chiede che il Mare Nostrum diventi “un laboratorio di pace” e che, dinanzi a questa “immane tragedia”, nessuno si trinceri “dietro la paura di una ‘invasione’”.

Dimentichiamo facilmente che abbiamo davanti persone con volti e nomi e tralasciamo la vocazione propria del Mare Nostrum, che non è quella di essere una tomba, ma un luogo di incontro e di arricchimento reciproco fra persone, popoli e culture

Nessun Paese sia solo nella sfida delle migrazioni

Ciò non toglie, chiarisce il Papa, che “la migrazione debba essere regolamentata” nel rispetto della cultura, della sensibilità e della sicurezza dei Paesi che si fanno carico di accoglienza e integrazione. D’altra parte, occorre pure richiamare “il diritto di poter rimanere nella propria Patria”. L’importante, aggiunge il Pontefice, è che dinanzi a questa sfida nessun Paese venga “lasciato solo”

Né alcuno può pensare di affrontare isolatamente la questione attraverso legislazioni più restrittive e repressive, approvate talvolta sotto la pressione della paura o per accrescere il consenso elettorale

In tal senso, il Papa dice di accogliere “con soddisfazione” l’adozione dell’UE del nuovo Patto sulla Migrazione e l’Asilo, del quale comunque rileva “alcuni limiti” specialmente per ciò che concerne “il riconoscimento del diritto d’asilo” e “il pericolo di detenzioni arbitrarie”.

Maternità surrogata, pratica deprecabile

“La via della pace esige il rispetto della vita”, afferma poi Francesco nel discorso, “di ogni vita umana, a partire da quella del nascituro nel grembo della madre, che non può essere soppressa, né diventare oggetto di mercimonio”. Al riguardo, il Papa definisce “deprecabile” la cosiddetta maternità surrogata, “fondata sullo sfruttamento di una situazione di necessità materiale della madre”.

Un bambino è sempre un dono e mai l’oggetto di un contratto

Tale pratica andrebbe proibita “a livello universale”, secondo il Papa. Che esprime rammarico pure per il fatto che, specie in Occidente, si sta persistentemente diffondendo “una cultura della morte, che, in nome di una finta pietà, scarta bambini, anziani e malati”. La vita umana va rispettata sempre, insiste, perché essa è via di pace.

La teoria del gender “pericolosissima”

Via di pace è anche “il rispetto dei diritti umani”, così come chiaramente formulati nella Dichiarazione Universale dei Diritti Umani di cui ricorre il 75° anniversario. “Purtroppo – osserva Papa Bergoglio – i tentativi compiuti negli ultimi decenni di introdurre nuovi diritti, non pienamente consistenti rispetto a quelli originalmente definiti e non sempre accettabili, hanno dato adito a colonizzazioni ideologiche”. Tra queste si annovera la teoria del gender, “pericolosissima perché cancella le differenze nella pretesa di rendere tutti uguali”.

Tali colonizzazioni ideologiche provocano ferite e divisioni tra gli Stati, anziché favorire l’edificazione della pace

Rinvigorire le strutture di diplomazia multilaterale oggi indebolite

Il dialogo, invece, dev’essere l’anima della Comunità internazionale. Il Papa lamenta in tal senso l’“indebolimento” delle strutture di diplomazia multilaterale create dopo il secondo conflitto mondiale per favorire sicurezza e cooperazione e che invece oggi “non riescono più a unire tutti i loro membri intorno a un tavolo”.

C’è il rischio di una “monadologia” e della frammentazione in “club” che lasciano entrare solo Stati ritenuti ideologicamente affini. Anche quegli organismi finora efficienti, concentrati sul bene comune e su questioni tecniche, rischiano una paralisi a causa di polarizzazioni ideologiche, venendo strumentalizzati da singoli Stati

Per rilanciare un comune impegno a servizio della pace occorre “recuperare le radici, lo spirito e i valori che hanno originato quegli organismi”, tenendo conto del mutato contesto.

Importante che i giovani vadano alle urne

In tema di politica, Papa Francesco rammenta che il 2024 vedrà molti Stati sotto elezioni: “Un momento fondamentale della vita di un Paese, poiché consentono a tutti i cittadini di scegliere responsabilmente i propri governanti”. È perciò importante – rimarca – che i cittadini, specialmente i giovani chiamati alle urne per la prima volta, “avvertano come loro precipua responsabilità quella di contribuire all’edificazione del bene comune, attraverso una partecipazione libera e consapevole alle votazioni”.

Libertà religiosa e rispetto delle minoranze:

Spazio anche al tema del dialogo interreligioso, quindi della tutela della libertà religiosa e del rispetto delle minoranze: “Duole, ad esempio, constatare come cresca il numero di Paesi che adottano modelli di controllo centralizzato sulla libertà di religione, con l’uso massiccio di tecnologia”, dice Francesco. Peggio in altri luoghi dove le comunità religiose minoritarie sono “a rischio di estinzione”, a causa di “una combinazione di azioni terroristiche, attacchi al patrimonio culturale e misure più subdole come la proliferazione delle leggi anti-conversione, la manipolazione delle regole elettorali e le restrizioni finanziarie”.

No all’antisemitismo

Situazioni preoccupanti come è “preoccupante” l’aumento degli atti di antisemitismo verificatisi negli ultimi mesi.

Ancora una volta sono a ribadire che questa piaga va sradicata dalla società, soprattutto con l’educazione alla fraternità e all’accoglienza dell’altro

Oltre 360 milioni di cristiani vittime di persecuzioni

Parimenti il Pontefice denuncia la crescita di persecuzione e discriminazione nei confronti dei cristiani, soprattutto negli ultimi dieci anni. Essa riguarda non di rado “fenomeni di lenta marginalizzazione ed esclusione dalla vita politica e sociale e dall’esercizio di certe professioni che avvengono anche in terre tradizionalmente cristiane”. In generale sono oltre 360 milioni i cristiani vittime a causa della propria fede e sempre di più quelli “costretti a fuggire dalle proprie terre d’origine”.

Un uso etico delle nuove tecnologie

Per sanare queste ferite, il Papa chiama in causa l’educazione quale “principale investimento sul futuro e sulle giovani generazioni” e, insieme, l’“uso etico delle nuove tecnologie” che possono facilmente diventare strumenti di divisione o fake news, ma anche “mezzo di incontro” e “scambi reciproci”. Il Papa esorta a “una riflessione attenta” a livello nazionale e internazionale, politico e sociale, perché “lo sviluppo dell’intelligenza artificiale si mantenga al servizio dell’uomo”. In tale prospettiva sono di particolare rilevanza le due Conferenze Diplomatiche dell’Organizzazione Mondiale della Proprietà Intellettuale che avranno luogo nel 2024 e alle quali la Santa Sede parteciperà come Stato membro.

Speciale attenzione va prestata alla tutela del patrimonio genetico umano, impedendo che si realizzino pratiche contrarie alla dignità dell’uomo, quali la brevettabilità del materiale biologico umano e la clonazione di esseri umani

Sguardo al Giubileo

A concludere il discorso uno sguardo al Giubileo che inizierà nel Natale 2024. “Forse oggi più che mai abbiamo bisogno dell’anno giubilare”, chiosa il Papa. Di fronte a sofferenze e disperazione, “di fronte ai nostri giovani, che invece di sognare un futuro migliore si sentono spesso impotenti e frustrati”, di fronte alla “oscurità di questo mondo”, il Giubileo “è l’annuncio che Dio non abbandona mai il suo popolo e tiene sempre aperte le porte del suo Regno”. Magari, conclude il Papa, potrà essere per cristiani e non solo “il tempo in cui una nazione non alzerà più la spada contro un’altra nazione, né si imparerà più l’arte della guerra”.

La seconda nascita della Russia ortodossa

di Stefano Caprio- Asia news – 7 Gennaio 2024

In Russia l’osservanza del 7 gennaio come data del Natale del calendario giuliano esalta in maniera particolare quest’anno la proclamazione del patriarcato di Mosca come “unica vera Chiesa”. Ma rinascita della fede patriottica non è l’unica definizione dell’Ortodossia russa attuale. C’è anche il percorso di chi come il protoierej in esilio Andrej Kordočkin prega con le parole: “Restituiscimi mia madre”.

Le festività natalizie ortodosse di quest’anno rimarcano ulteriormente la contrapposizione tra le Chiese e i popoli della Russia e dell’Ucraina. Dopo che a Kiev è stata presa la decisione di dichiarare il 25 dicembre come giorno ufficiale della festa statale, celebrata dalle giurisdizioni ecclesiastiche della Chiesa ortodossa autocefala e della Chiesa greco-cattolica, l’osservanza del 7 gennaio come data del calendario giuliano esalta la proclamazione del patriarcato di Mosca come “unica vera Chiesa”, in contrapposizione a tutte le depravazioni non solo morali, ma perfino liturgiche, dell’Occidente eretico e scismatico.

In realtà non sono solo i russi a rimanere fedeli al vecchio calendario, una scelta che risale al tempo della stessa creazione del patriarcato di Mosca. Il nuovo calendario fu introdotto dal papa Gregorio XIII nel 1582, e sette anni dopo venne istituito a Mosca il patriarcato, una nuova realtà ecclesiastica che doveva rifulgere come la “Terza Roma” chiamata a salvare il mondo anche con le date “tradizionali”, oltre che con i dogmi antichi e i valori morali e sociali. Oggi celebrano al 7 gennaio (pur sempre il 25 dicembre secondo il calendario giuliano) molte Chiese ortodosse in ordine sparso, secondo il grado di fedeltà alle abitudini locali e di affermazione di una propria identità specifica, magari proprio per distinguersi da altre espressioni della stessa Ortodossia, come è capitato storicamente alle varie giurisdizioni di lingua greca, romena, slava o siriaca, e come oggi ripropone il dramma della rottura tra russi e ucraini.

Per i russi quest’anno è dunque una replica della nascita stessa del patriarcato di Mosca, prima storica identificazione di Chiesa e Popolo, dopo che per un millennio e mezzo le strutture ecclesiastiche avevano sempre cercato di evitare la sovrapposizione etnico-nazionale, sia in Oriente che in Occidente. Paradossalmente, l’analogia con la scelta imposta dallo zar Boris Godunov porterà allo scisma protestante di Martin Lutero e al principio anti-papalino del cujus regio, ejus religio, definito dalla pace di Augusta del 1555 dall’imperatore del Sacro Romano Impero Carlo V d’Asburgo – anch’egli come i russi alla ricerca di una efficace translatio imperii – per determinare la religione imperiale nella coesistenza tra luteranesimo e cattolicesimo. Le popolazioni di confessione diversa da quella dei principi a cui erano sottomesse dovevano adattarsi, oppure emigrare.

La definizione più esplicita di questa riscoperta del patriarcato imperiale l’ha offerta in questi giorni l’arcivescovo di Zelenograd, Savva (Tutunov), fedelissimo del patriarca di Mosca Kirill e suo vicario episcopale. Sul suo canale Telegram Cogito ergo sum egli parla di questo Natale 2024 come “la rinascita della Rus’ Ortodossa e del popolo russo, sotto l’aquila bicipite si rifonde la grande famiglia degli slavi”. Facendo un bilancio dell’anno passato, Savva ricorda anzitutto le perdite, “i nostri militi e le nostre persone pacifiche, anche in questi ultimi giorni”, ma questo non deve gettare nello sconforto, perché “la loro perdita ci rafforza, essi sono testimoni della nostra gloria, della nostra forza e della nostra unità”.

Tutunov non è soltanto l’ennesimo satellite del vulcanico patriarca, abituato a innalzare e disfarsi dei più stretti collaboratori con ritmi frenetici. 46 anni, nato in periferia di Parigi da una famiglia di emigrati russi di origine aristocratica di primo livello (discendenti del principe Golitsyn), Sergej (il suo nome di nascita) cominciò a frequentare la cattedrale russa di S. Aleksandr Nevskij a Parigi, centro della giurisdizione costantinopolitana creata per i russi emigrati dopo la rivoluzione, e soppressa nel 2018 dal patriarca Bartolomeo poco prima di approvare l’autocefalia ucraina, in modo da non avere più legami diretti con la Russia. Dopo aver ottenuto la laurea in matematica superiore all’università di Parigi, Sergej entrò nel seminario ortodosso di Mosca, prendendo nel 2001 i voti monastici con il nome di Savva in onore dell’omonimo “difensore di Mosca” Savva Storoževskij, un monaco che a inizio Quattrocento ispirò le armate del principe Dmitrij Donskoj contro i tatari accampati a Zvenigorod, vicino alla capitale. Tornò a Parigi al servizio dei russi costantinopolitani, ma poco dopo fu richiamato a Mosca entrando nella squadra dell’allora metropolita Kirill (Gundjaev), al dipartimento per le relazioni esterne del patriarcato, diventando archimandrita a soli 30 anni.

Dopo la rottura con Costantinopoli, Savva fu uno dei più decisi nel convincere sacerdoti e vescovi in Europa a confluire nel patriarcato russo, e fu premiato da Kirill nel 2019 con il titolo di vescovo di Zelenograd, creato apposta per lui, e vicario del patriarca di tutte le Russie. Egli quindi rappresenta il modello più evidente di affermazione ecclesiastica del russkij mir, che raduna tutti i propri figli da qualunque parte del mondo: un russo-francese, che non accetta la deriva occidentale degli altri ortodossi e riafferma la sua vera identità. È la variante dogmatico-canonica dell’inno Ja russkij! – Io sono russo! del cantante Šaman, diventato ormai anche il jingle della nuova campagna elettorale dello zar.

Savva scrive nel suo messaggio che “finalmente abbiamo trovato la giusta formulazione della idea russa”, che svela al mondo “chi sono i russi: un etnos formato da coloro che si considerano russi, che lo siano per nascita o per sincera adesione, coloro che amano la cultura russa e la sua storia, adottano i costumi dei russi, conoscono o perlomeno apprezzano la lingua russa, condividono gli ideali spirituali russi, sono ortodossi o hanno rispetto per l’Ortodossia, come nostra fede formativa del popolo”. I russi etnici sono solo l’avanguardia del “popolo multicomposito della Russia”, usando il neologismo mnogosostavnyj, e quindi secondo il giovane arcivescovo “chiunque si riconosce in questi requisiti può dire di sé stesso: Io sono russo!, e un combattente per la causa della Russia può gridare: Noi siamo russi, e Dio è con noi!”.

Per ribadire la sua consonanza con il canto patriottico, Savva allega una composizione profetica rispetto al rock di Šaman, una poesia del 1908 di Jakob Arakin, scritta al tempo dell’occupazione russa di Harbin in Cina, dove il poeta è vissuto ed è morto. In essa si canta proprio l’identità del russo al di fuori di ogni confine: Io sono russo, e pur se nato al settentrione / mi sono care anche le terre del mezzogiorno, / io credo nella mia amata regione / nel regno vittorioso degli slavi! / Io credo che giungerà il tempo / quando sotto l’aquila bicipite / si fonderà la grande famiglia degli slavi (l’augurio di Savva per questo Natale), concludendo con il ritornello Io sono russo, e prego per i giorni senza timore / per la patria da Dio amata / la Rus’ che io amo più della vita / che io amo con tutto il mio cuore!

La rinascita della fede patriottica, peraltro, non è l’unica definizione dell’Ortodossia russa attuale. Molti altri sacerdoti russi sono stati rigettati e anatemizzati per la loro negazione dell’interpretazione bellica della religione, e anch’essi hanno inviato i loro auguri su siti alternativi, per lo più dall’estero, dove continuano a svolgere il loro servizio ecclesiale nelle Chiese che non si allineano al patriarcato di Mosca, non solo in Ucraina, ma in tutto il mondo ortodosso, seguendo l’itinerario diametralmente opposto a quello del vescovo Savva.

Uno di questi è il protoierej Andrej Kordočkin, che racconta sul canale YouTube di Meduza come “un anno fa camminavo per le vie di Belgrado, e ho visto su un muro un graffito con una caricatura malevola del volto di Vladimir Putin, con a fianco una scritta: Restituisci mia madre! È quello che provano molte persone in tutto il mondo, giovani e meno giovani, credenti e non credenti: molti chiedono il ritorno delle persone travolte dalla guerra, ma forse quella scritta chiedeva la restituzione della vera Madre Russia, tradita da chi ora l’ha resa un mostro irriconoscibile”. Padre Andrej riconosce che “la Chiesa, perlomeno io personalmente, non ha una risposta a queste richieste, ma possiamo cercare di avvicinarci, alla luce del vangelo”.

Il sacerdote, ex-segretario dell’esarcato ispano-portoghese del patriarcato di Mosca, da cui è stato cacciato, ricorda l’episodio del cieco nato nel vangelo di Giovanni, a cui i farisei e i sacerdoti fanno l’interrogatorio come se fossero membri dei servizi dell’Fsb, incutendo timore negli stessi genitori del miracolato: “sanno che chiunque manifesterà la sua fede in Cristo verrà espulso dalla sinagoga”. Anche il cieco viene mandato via, perché “quando uno dei ciechi comincia a vedere, egli diventa uno di troppo, diventa pericoloso”. Secondo padre Andrej, è quello che oggi si applica alla “difesa dei valori tradizionali, che non sono sbandierati dal vangelo, perché per il cristianesimo questi valori non vanno difesi e inculcati: essi sono evidenti, e devono semplicemente essere vissuti”.

Questa è la differenza tra la fede “patriottica” e quella “ecumenica”, o semplicemente cristiana, conclude Kordočkin: “non imporre delle risposte, ma ascoltare le domande, e rendersi disponibili al miracolo della guarigione, recuperando la vista”. Il cieco nato è simbolo del battesimo pasquale, il vero contenuto del Natale e la vera rinascita della Russia, la rinascita dell’uomo.

Europa: il valore dell’aiuto a Kiev

di Maurizio Ferrera| 6 gennaio 2024 – Corriere della Sera

Settant’anni e più di pace, democrazia e welfare hanno fatto perdere ai cittadini Ue la consapevolezza che alla base della politica c’è sempre la minaccia della violenza

  • Nell’ultimo mese la guerra in Ucraina si è seriamente inasprita. Gli scontri di terra sono raddoppiati, fra il 29 dicembre e il 2 gennaio Putin ha lanciato una quantità di missili e bombe pari a due mesi di produzione. Le forze armate di Kiev si trovano sotto crescente pressione, dati anche i ritardi degli aiuti occidentali. Intanto le opinioni pubbliche europee sono sempre più tiepide nei confronti dell’ Ucraina. I sondaggi segnalano un calo di attenzione e preoccupazione per la guerra.

In Italia un terzo degli elettori preferirebbe interrompere le forniture belliche. I favorevoli sono ancora in maggioranza (il 47%, quattro punti in meno dello scorso aprile, secondo Swg), ma gran parte di loro ritiene che Kiev dovrebbe negoziare con Putin, anche al prezzo di cedere in tutto o in parte i territori occupati. Crescono anche coloro che si dichiarano equidistanti fra Russia e Ucraina, e circa il 10% si schiera apertamente dalla parte di Putin.

Sappiamo che in democrazia l’attenzione politica segue cicli brevi, il protrarsi di un problema tende a generare fastidio, soprattutto se causa costi per la collettività. Oggi l’unica cosa che sembra contare è la fine delle ostilità, quale che sia l’esito per le parti in gioco. L’impazienza genera un circolo vizioso: la gente si informa meno e così perde sia la memoria sulle responsabilità della guerra sia la percezione della minaccia. Nei primi mesi dopo l’invasione, tutti seguivano giornalmente gli avvenimenti. Ora gli italiani informati sulla guerra sono meno del 40%. La minaccia è però tutt’altro che passata. Il leader del Cremlino continua a lanciare messaggi ostili alla Ue, in particolare alla Finlandia e ai Paesi Baltici. Il ministro della Difesa tedesco ha dichiarato lo scorso 18 dicembre che non si può escludere uno scontro diretto fra Ue e Russia entro la fine del decennio.

Per capire perché, esattamente, Putin rappresenta un pericolo occorre tenere bene a mente qual è la natura del regime da lui instaurato. L’ultimo rapporto di Freedom House (una delle dieci più affidabili istituzioni di valutazione politica occidentali, secondo l’Università di Oxford) fornisce a questo proposito indicazioni inquietanti. Nei territori occupati continua la sequenza di uccisioni di civili, violenze sessuali, saccheggi da parte dei militari russi. I prigionieri sono trattati in modo disumano, in violazione di tutte le convenzioni internazionali. Un numero impressionante di residenti sono sottoposti a umilianti procedure di «filtraggio» per valutare la loro «affinità» con il regime russo. I non affini sono deportati, molti spariscono, le famiglie vengono separate. Il tutto, ricordiamo, per «denazificare» l’Ucraina.

Dopo l’invasione, Putin ha introdotto una vera e propria ondata di leggi repressive che hanno definitivamente soffocato i pochi barlumi di libertà e democrazia rimasti in Russia. In tutto il Paese vige di fatto la legge marziale. I media e le ong non «organiche» sono state chiuse, migliaia di dissidenti (o persone comuni accusate di esserlo) imprigionati, ogni manifestazione di critica è diventata reato. «La violenza di Stato priva di ogni limite è oggi la caratteristica distintiva del regime russo», sostiene Freedom House. Ricordiamo peraltro che, quando parliamo di Russia, possiamo riferirci soltanto a Putin e a una ristretta cerchia di politici e militari che assistono il presidente nel prendere ogni decisione. Il popolo ucraino sta in realtà combattendo contro un manipolo di despoti, che hanno un seguito solo nella misura in cui fanno valere le loro smisurate risorse di coercizione.

Come possiamo assuefarci a tutto questo? Settant’anni e più di pace, democrazia e welfare hanno fatto perdere ai cittadini Ue la consapevolezza che alla base della politica c’è sempre la minaccia della violenza. Come diceva Norberto Bobbio, la pace tiene a bada il massimo dei mali (la morte violenta, appunto) ma non persegue il massimo dei beni. Innanzitutto perché i valori sono tanti e non tutti compatibili fra loro. In secondo luogo, perché quando qualcuno perpetra violenza gratuita (come in una guerra di aggressione) è lecito difendersi, e non lo si può fare solo con i «paternostri». Certo, occorre favorire il negoziato, cercare il compromesso, il quale implica sempre cessioni reciproche fra le parti. In situazioni di guerra, il realismo impone a volte di accettare anche cessioni asimmetriche (la giustizia del più forte) pur di minimizzare il massimo dei mali. Ma anche le scelte basate sul calcolo delle conseguenze, ispirate dall’etica della responsabilità, hanno le loro linee rosse: condizioni su cui non si può transigere. Questo è ben chiaro alla stragrande maggioranza degli ucraini, che non sono disposti a rinunciare all’autodeterminazione e alla propria sovranità. Due anni fa sembravano obiettivi condivisi anche in Europa. Oggi la posta in gioco è ancora più alta: riguarda il confronto a tutto campo tra regimi democratici e autoritari. L’asse fra Russia e Cina si sta infatti allargando alla Corea del Nord e all’Iran che riforniscono Putin di armamenti. Da che parte stanno i cittadini dell’Unione europea, che fra qualche mese avranno il privilegio di esprimere liberamente un voto per il proprio Parlamento democratico?

Biotecnologia, la rivoluzione più pericolosa

diMassimo Sideri| 5 gennaio 2024- Corriere della sera

Scienza e medicina: è stata autorizzata negli Stati uniti la prima terapia con la tecnica Crispr, una sorta di «taglia e incolla» del Dna sul genoma umano

Mentre tutti noi siamo distratti a giocare con ChatGPT e a seguire le sue saghe societarie come se si trattasse di una nuova edizione de «Il Signore degli anelli«, il 2023 ha calato il suo sipario con un’altra profonda rivoluzione che non solo promette di cambiarci la vita — come, certo, accadrà con l’intelligenza artificiale — ma che lo ha già fatto: la genetica. La Federal and Drug Administration Usa, la potente authority che regolamenta il mercato dei farmaci e delle molecole a scopo sanitario, ha autorizzato la prima terapia con la tecnica del Crispr, una sorta di taglia e incolla del Dna che permette di intervenire sul genoma umano. Si tratta, come sintetizzato bene in un bel libro di Anna Meldonesi, della storia delle «due donne che crearono l’uomo». Le due donne sono le scienziate Jennifer Doudna e Emmanuelle Charpentier, entrambe premio Nobel per la Chimica 2020 per aver dato vita alla rivoluzionaria tecnologia di editing genetico Crispr Cas-9. In sostanza — gli scienziati ci perdonino per la semplificazione — una tecnica per tagliare e incollare pezzi di genoma umano come fossero un testo in word.

Le implicazioni etiche non sfuggono: intervenire su un gene malfunzionante in corso è una cosa. Decidere di cambiare a priori il Dna dei propri figli un’altra. Chi deciderà quando si starà camminando su questa sottile lama di rasoio con i piedi scalzi? Forse siamo già sul baratro, perché il solo fatto che la tecnologia lo permetta (per ora i limiti sono solo legati ai tanti misteri che non abbiamo risolto del genoma umano) è di per sé un rischio enorme. Lo dimostra il fatto che in Cina una fuga solitaria ha già portato alla nascita di due (o forse tre) bambini il cui Dna era stato modificato nella fase embrionale, nel 2018, per resistere al virus dell’Hiv. Lo scienziato He Jankui (nel frattempo entrato e uscito di prigione) aveva usato la tecnica Crispr. Di fatto si tratta dei primi esseri umani geneticamente modificati dalla nascita. Ben diverso dalle terapie geniche che intervengono per curare una malattia.

Il mondo ha già vissuto la follia degli esperimenti nazisti, la selezione della specie a priori. Il quadro è molto cambiato, lo spirito è diverso, ma la distanza che separa il santo dal folle, come scriveva Umberto Eco ne Il Nome della rosa, è talvolta invisibile: potremmo ritrovarci a fare del male pensando di fare del bene. Non è sufficiente dirci: non lo faremo. Non saremo così stupidi. Anche perché a dispetto della complessità della doppia elica del Dna la tecnica è insospettabilmente facile da applicare. Senza considerare i nuovi diritti che nascono con la tecnologia: chi decide per i bambini che devono ancora nascere? L’amore dei genitori potrebbe non bastare. Siamo già sulla frontiera della scienza. Solo pochi mesi fa era stato consegnato il Nobel a Katalin Karikó e Drew Weissman per la comprensione dei meccanismi di utilizzo dell’Rna Messaggero nei vaccini, dopo che questi studi avevano contribuito a salvare il mondo dalla pandemia. Si tratta di una strada ormai imboccata su cui l’accelerazione potrebbe superare anche quella a cui ci ha abituati il dibattito sull’AI.

D’altra parte la medicina è rimasta sostanzialmente una variante, o poco più, della magia fino all’Ottocento quando Ignác Semmelweis — un medico ungherese che ne pagò le conseguenze — introdusse l’igiene, il semplice lavaggio delle mani, nei reparti di natalità degli ospedali. Salvò in prospettiva milioni di vite. Fu una delle prime rivoluzioni sociali e culturali, anticipata solo dall’intuizione del concetto di terapia avvenuta con il dottor James Lind che nel Settecento, sulla sua nave, comprese come tenere a bada lo scorbuto. Tra i passaggi epocali non può essere dimenticata l’anestesia introdotta dal dentista Wells (il neologismo venne inventato da un poeta, Oliver Wendell Holmes, a cui sembrò la sconfitta del dolore). Arrivò nel Novecento Alexander Fleming con gli antibiotici e nel 1991 si giunse ai primi esperimenti sulle cellule staminali del sangue (fatti da Claudio Bordignon). Milano, non Boston. Se le prime tre rivoluzioni hanno cambiato per sempre la nostra vita, la quarta, quella delle biotecnologie, non solo la muterà ma, incrociandosi con l’intelligenza artificiale, ci porrà di fronte al rischio di sentirci dei. Un (vecchio) pericolo su cui iniziare a riflettere.

Reazioni a Fiducia supplicans, comunicato del Dicastero per la Dottrina della Fede

Nota stampa a firma del cardinale prefetto Fernández e del segretario monsignor Matteo: la dottrina sul matrimonio non cambia, i vescovi possono discernere l’applicazione a seconda dei contesti, le benedizioni pastorali non sono paragonabili a quelle liturgiche e ritualizzate

Scriviamo questo Comunicato stampa per aiutare a chiarire la ricezione di Fiducia supplicans, raccomandando al contempo una lettura completa e attenta della Dichiarazione per comprendere meglio il significato della sua proposta.

1. Dottrina 

I comprensibili pronunciamenti di alcune Conferenze episcopali sul documento Fiducia supplicans hanno il valore di evidenziare la necessità di un periodo più lungo di riflessione pastorale. Quanto espresso da queste Conferenze episcopali non può essere interpretato come un’opposizione dottrinale, perché il documento è chiaro e classico sul matrimonio e sulla sessualità. Ci sono diverse frasi forti nella Dichiarazione che non lasciano dubbi:

«La presente Dichiarazione resta ferma sulla dottrina tradizionale della Chiesa circa il matrimonio, non ammettendo nessun tipo di rito liturgico o benedizioni simili a un rito liturgico che possano creare confusione». Si agisce, di fronte a coppie irregolari, «senza convalidare ufficialmente il loro status o modificare in alcun modo l’insegnamento perenne della Chiesa sul matrimonio» (Presentazione).

«Sono inammissibili riti e preghiere che possano creare confusione tra ciò che è costitutivo del matrimonio, quale “unione esclusiva, stabile e indissolubile tra un uomo e una donna, naturalmente aperta a generare figli” e ciò che lo contraddice. Questa convinzione è fondata sulla perenne dottrina cattolica del matrimonio. Soltanto in questo contesto i rapporti sessuali trovano il loro senso naturale, adeguato e pienamente umano. La dottrina della Chiesa su questo punto resta ferma» (4).

«Tale è anche il senso del Responsum dell’allora Congregazione per la Dottrina della Fede laddove afferma che la Chiesa non ha il potere di impartire la benedizione ad unioni fra persone dello stesso sesso» (5).

«Dato che la Chiesa ha da sempre considerato moralmente leciti soltanto quei rapporti sessuali che sono vissuti all’interno del matrimonio, essa non ha il potere di conferire la sua benedizione liturgica quando questa, in qualche modo, possa offrire una forma di legittimazione morale a un’unione che presuma di essere un matrimonio oppure a una prassi sessuale extra-matrimoniale» (11).

Evidentemente, non ci sarebbe lo spazio per prendere le distanze dottrinali da questa Dichiarazione o per considerarla eretica, contraria alla Tradizione della Chiesa o blasfema.

2. Ricezione pratica 

Alcuni Vescovi, tuttavia, si esprimono in modo particolare a riguardo di un aspetto pratico: le possibili benedizioni di coppie irregolari. La Dichiarazione contiene la proposta di brevi e semplici benedizioni pastorali (non liturgiche né ritualizzate) di coppie irregolari (non delle unioni), sottolineando che si tratta di benedizioni senza forma liturgica che non approvano né giustificano la situazione in cui si trovano queste persone.

I documenti del Dicastero per la Dottrina della Fede come Fiducia supplicans possono richiedere, nei loro aspetti pratici, più o meno tempo per la loro applicazione a seconda dei contesti locali e del discernimento di ogni Vescovo diocesano con la sua Diocesi. In alcuni luoghi non ci sono difficoltà per un’applicazione immediata, in altri si dà la necessità di non innovare nulla mentre ci si prende tutto il tempo necessario per la lettura e l’interpretazione.

Alcuni Vescovi, ad esempio, hanno stabilito che ogni sacerdote deve compiere un’opera di discernimento e che potrà, tuttavia, eseguire queste benedizioni solo in privato. Nulla di tutto ciò è problematico se viene espresso con il dovuto rispetto per un testo firmato e approvato dallo stesso Sommo Pontefice, cercando in qualche modo di accogliere la riflessione in esso contenuta.

Ogni Vescovo locale, in virtù del suo proprio ministero, ha sempre il potere di discernimento in loco, cioè in quel luogo concreto che conosce più di altri perché è il suo gregge. La prudenza e l’attenzione al contesto ecclesiale e alla cultura locale potrebbero ammettere diverse modalità di applicazione, ma non una negazione totale o definitiva di questo cammino che viene proposto ai sacerdoti.

3. La situazione delicata di alcuni Paesi

Il caso di alcune Conferenze episcopali deve essere compreso nel proprio contesto. In diversi Paesi ci sono forti questioni culturali e perfino legali che richiedono tempo e strategie pastorali che vanno oltre il breve termine.

Se ci sono legislazioni che condannano con il carcere e in alcuni casi con la tortura e perfino con la morte il solo fatto di dichiararsi omosessuale, va da sé che sarebbe imprudente una benedizione. È evidente che i Vescovi non vogliono esporre le persone omosessuali alla violenza. Resta importante che queste Conferenze episcopali non sostengano una dottrina differente da quella della Dichiarazione approvata dal Papa, in quanto è la dottrina di sempre, ma piuttosto che propongano la necessità di uno studio e di un discernimento per agire con prudenza pastorale in un tale contesto.

In verità, non sono pochi i Paesi che in varia misura condannano, proibiscono e criminalizzano l’omosessualità. In questi casi, al di là della questione delle benedizioni, vi è un compito pastorale grande e di largo respiro che include formazione, difesa della dignità umana, insegnamento della Dottrina Sociale della Chiesa e diverse strategie che non ammettono fretta.

4. La vera novità del documento

La vera novità di questa Dichiarazione, quella che richiede un generoso sforzo di ricezione eda cui nessuno dovrebbe dichiararsi escluso, non è la possibilità di benedire coppie irregolari. È l’invito a distinguere tra due forme differenti di benedizioni: “liturgiche o ritualizzate” e “spontanee o pastorali”. Nella Presentazione si spiega chiaramente che «il valore di questo documento è […] quello di offrire un contributo specifico e innovativo al significato pastorale delle benedizioni, che permette di ampliarne e arricchirne la comprensione classica strettamente legata a una prospettiva liturgica». Questa «riflessione teologica, basata sulla visione pastorale di Papa Francesco, implica un vero sviluppo rispetto a quanto è stato detto sulle benedizioni nel Magistero e nei testi ufficiali della Chiesa».

Sullo sfondo si situa la valutazione positiva della “pastorale popolare” che appare in molti testi del Santo Padre. In questo contesto, il Santo Padre ci invita a una valorizzazione della fede semplice del Popolo di Dio, che anche in mezzo ai suoi peccati esce dall’immanenza e apre il suo cuore per chiedere l’aiuto di Dio.

Per questa ragione, più che a riguardo della benedizione di coppie irregolari, il testo del Dicastero ha adottato l’alto profilo di una “Dichiarazione”, che rappresenta molto di più di un responsum o di una lettera. Il tema centrale, che ci invita in modo particolare ad un approfondimento che arricchisca la nostra prassi pastorale, è la comprensione più ampia delle benedizioni e la proposta di accrescere le benedizioni pastorali, che non esigono le medesime condizioni delle benedizioni in un contesto liturgico o rituale. Di conseguenza, al di là della polemica, il testo richiede uno sforzo di riflessione serena, con cuore di pastori, scevro da ogni ideologia.

Sebbene qualche Vescovo consideri prudente per il momento non dare queste benedizioni, resta vero che tutti necessitiamo di crescere nella convinzione che le benedizioni non ritualizzate non sono una consacrazione della persona o della coppia che le riceve, non sono una giustificazione di tutte le sue azioni, non sono una ratifica della vita che conduce. Quando il Papa ci ha chiesto di crescere in una comprensione più ampia delle benedizioni pastorali, ci ha proposto di pensare ad un modo di benedire che non richiede di porre tante condizioni per realizzare questo semplice gesto di vicinanza pastorale, che è un mezzo per promuovere l’apertura a Dio in mezzo alle più diverse circostanze.

5. Come si presentano concretamente queste “benedizioni pastorali”? 

Per distinguersi chiaramente dalle benedizioni liturgiche o ritualizzate, le “benedizioni pastorali” debbono essere soprattutto molto brevi (cfr. n. 28). Si tratta di benedizioni di pochi secondi, senza Rituale e senza Benedizionale. Se si avvicinano insieme due persone per invocarla, semplicemente si chiede al Signore pace, salute e altri beni per queste due persone che la richiedono. Allo stesso tempo si chiede che possano vivere il Vangelo di Cristo in piena fedeltà e che lo Spirito Santo possa liberare queste due persone da tutto ciò che non corrisponde alla sua volontà divina e di tutto ciò che richiede purificazione.

Questa forma di benedizione non ritualizzata, con la semplicità e la brevità della sua forma, non pretende di giustificare qualcosa che non sia moralmente accettabile. Ovviamente non è un matrimonio, ma non è neanche un’“approvazione” né la ratifica di qualcosa. È unicamente la risposta di un pastore a due persone che chiedono l’aiuto di Dio. Perciò, in questo caso, il pastore non pone condizioni e non vuole conoscere la vita intima di queste persone.

Poiché alcuni hanno manifestato la domanda sul come potrebbero essere queste benedizioni, vediamo un esempio concreto: immaginiamo che in mezzo ad un grande pellegrinaggio una coppia di divorziati in una nuova unione dicano al sacerdote: “Per favore ci dia una benedizione, non riusciamo a trovare lavoro, lui è molto malato, non abbiamo una casa, la vita sta diventando molto pesante: che Dio ci aiuti!”.

In questo caso, il sacerdote può recitare una semplice orazione come questa: «Signore, guarda a questi tuoi figli, concedi loro salute, lavoro, pace e reciproco aiuto. Liberali da tutto ciò che contraddice il tuo Vangelo e concedi loro di vivere secondo la tua volontà. Amen». E conclude con il segno della croce su ciascuno dei due.

Si tratta di 10 o 15 secondi. Ha senso negare questo tipo di benedizioni a queste due persone che la implorano? Non è il caso di sostenere la loro fede, poca o molta che sia, di aiutare le loro debolezza con la benedizione divina, e di dare un canale a questa apertura alla trascendenza che potrebbe condurli a essere più fedeli al Vangelo?

A scanso di equivoci, la Dichiarazione aggiunge che, quando la benedizione è chiesta da una coppia in situazione irregolare, «benché espressa al di fuori dei riti previsti dai libri liturgici […] questa benedizione mai verrà svolta contestualmente ai riti civili di unione e nemmeno in relazione a essi. Neanche con degli abiti, gesti o parole propri di un matrimonio. Lo stesso vale quando la benedizione è richiesta da una coppia dello stesso sesso» (39). Resta chiaro, pertanto, che non deve avvenire in un posto importante dell’edificio sacro o di fronte all’altare, perché anche questo creerebbe confusione.

Per questa ragione, ogni Vescovo nella sua Diocesi è autorizzato dalla Dichiarazione Fiducia supplicans ad attivare questo tipo di benedizioni semplici, con tutte le raccomandazioni di prudenza e di attenzione, ma in nessun modo è autorizzato a proporre o ad attivare benedizioni che possano somigliare a un rito liturgico.

6. Catechesi

In alcuni luoghi, forse, sarà necessaria una catechesi che aiuti tutti a intendere che questo tipo di benedizioni non sono una ratifica della vita che conducono coloro che le invocano. Ancora di meno sono una assoluzione, in quanto questi gesti sono lontani dall’essere un sacramento o un rito. Sono semplici espressioni di vicinanza pastorale che non pongono le medesime esigenze di un sacramento né di un rito formale. Dovremo abituarci tutti ad accettare il fatto che, se un sacerdote dà questo tipo di benedizioni semplici, non è un eretico, non ratifica nulla, non sta negando la dottrina cattolica.

Possiamo aiutare il Popolo di Dio a scoprire che questo tipo di benedizioni sono solo semplici canali pastorali che aiutano le persone a manifestare la propria fede, sebbene siano grandi peccatori. Per questo, nel dare queste benedizioni a due persone che insieme si avvicinano per implorarla spontaneamente, non le stiamo consacrando né ci stiamo congratulando con loro né stiamo approvando questo tipo di unione. In realtà lo stesso accade quando si benedicono i singoli individui, in quanto il singolo individuo che chiede una benedizione – non l’assoluzione – potrebbe essere un grande peccatore, ma non per questo gli neghiamo questo gesto paterno nel mezzo della sua lotta per sopravvivere.

Se questo viene chiarito grazie ad una buona catechesi, possiamo liberarci dalla paura che queste nostre benedizioni possano esprimere qualcosa di inadeguato. Possiamo essere ministri più liberi e forse più vicini e fecondi, con un ministero carico di gesti di paternità e di vicinanza, senza paura di essere fraintesi.

Chiediamo al Signore appena nato di riversare su tutti una generosa e gratuita benedizione per poter vivere un santo e felice 2024.

Víctor Manuel Card. Fernández

Prefetto

Mons. Armando Matteo

Segretario per la Sezione Dottrinale

Il Papa e la «correzione» sulle benedizioni per i gay: «Siano velocissime e senza Rituale, non sono matrimoni»

diEster Palma – Corriere della sera – 5 Gennaio

Dopo le proteste sulla pubblicazione del documento «Fiducia Supplicans», dello scorso 18 dicembre, firmato dal cardinale prefetto del Dicastero per la dottrina della fede, l’argentino  «Tucho» Fernández, il Vaticano corre ai ripari 

Non si placano in tutto il mondo cattolico le polemiche e la confusione sulle benedizioni alle coppie gay e irregolari (cioè non sposate in chiesa o formate da divorziati risposati). E ora il Vaticano frena: «Siano molto brevi, di 10-15 secondi, senza l’uso del Rituale e del Benedizionale», proprio per «distinguerle chiaramente dalle benedizioni liturgiche e ritualizzate», proprio per ribadire che la dottrina della Chiesa sul matrimonio non cambia. E aggiunge la nota vaticana: «Sono inammissibili riti e preghiere che possano creare confusione tra ciò che è costitutivo del matrimonio, quale unione esclusiva, stabile e indissolubile tra un uomo e una donna, naturalmente aperta a generare figli e ciò che lo contraddice. Questa convinzione è fondata sulla perenne dottrina cattolica del matrimonio. Soltanto in questo contesto i rapporti sessuali trovano il loro senso naturale, adeguato e pienamente umano. La dottrina della Chiesa su questo punto resta ferma». Arriva quindi un deciso stop a chi sperava che la Chiesa si avviasse a un’apertura verso i matrimoni gay: «Se due persone invocano una benedizione, semplicemente si chiede al Signore pace, salute e altri beni per queste due persone che la richiedono». 

La «rivolta» delle Chiese «periferiche»

Tutto è nato dal documento «Fiducia Supplicans», dello scorso 18 dicembre, firmato dal cardinale prefetto del Dicastero per la dottrina della fede, l’argentino  Victor Manuel «Tucho» Fernández, cui il Papa, di cui è molto amico, ha dato, il 1 luglio 2023, l’incarico che fu anche di Joseph Ratzinger.  Il dicastero, nato nel 1542 per volontà di papa Paolo III col nome di Sant’Uffizio, ha il compito di vigilare sulle questioni della fede e della dottrina. Il Documento fortemente voluto da «Tucho» Fernandez sembrava invece  aprire, se non proprio ai matrimoni gay o irregolari, almeno alla possibilità di una benedizione in chiesa di tali coppie. Ma nel mondo cattolico, non solo quello più tradizionalista, c’è stata una sorta di rivolta, con intere Conferenze episcopali, da quelle africane alle russe, a cardinali, dal Sudamerica, all’Asia, alla Spagna, che hanno affermato che non avrebbero mai permesso tali benedizioni nelle loro diocesi. Insomma, a protestare molto vivacemente sono proprio quelle chiese «periferiche» tanto amate e sostenute dal Papa. Che ora ha evidentemente deciso di frenare e correggere il tiro.

Cosa dice la dottrina sul matrimonio cattolico

Il tema della discordia è proprio quello del matrimonio cattolico, che può celebrarsi solo fra un uomo e una donna, deve essere aperto alla procreazione e, a meno di annullamenti alla Sacra Rota, possibilità su cui peraltro lo stesso Francesco ha più volte raccomandato rigore, per coppie che non sono mai state sposate in precedenza, essendo il matrimonio cattolico indissolubile. Ma non solo: per la Chiesa cattolica i rapporti gay e quelli irregolari sono peccato grave. Ora non si tratta di non benedire un peccatore, sarebbe fuori dalla dottrina e si è sempre fatto (essendo tutti, per lama di non benedire il peccato, come appunto sono considerate le unioni gay e irregolari. In altre parole, secondo la bimillenaria dottrina della Chiesa, si può benedire una coppia omosessuale o di divorziati, ma a patto che si impegni a pentirsi, ravvedersi e a non peccare più, come nel Vangelo stesso Gesù dice all’adultera a rischio di lapidazione. Piaccia o no, questa è la dottrina: ed è questo che ha scatenato le proteste.

IL SOGNO DELLE DUE COLONNE IN MEZZO AL MARE

(Memorie biografiche di San Giovanni Bosco, Vol. VII, Capitolo 18, pp. 169-172)

DON Bosco il 26 maggio 1862 aveva promesso ai giovani di raccontar loro qualche bella cosa nell´ultimo o nel penultimo giorno del mese. Il 30 maggio a dunque raccontò alla sera una parabola o similitudine come egli volle appellarla.

Vi voglio raccontare un sogno. È vero che chi sogna non ragiona, tuttavia io, che a voi racconterei persino i miei peccati, se non avessi paura di farvi scappar tutti e far cadere la casa, ve lo racconto per vostra utilità spirituale. Il sogno l´ho fatto sono alcuni giorni.
Figuratevi di essere con me sulla spiaggia del mare, o meglio, sopra uno scoglio isolato e di non vedere altro spazio di terra, se non quello che vista sotto i piedi. In tutta quella vasta superficie delle acque si vede una moltitudine innumerevole di navi ordinate a battaglia, le prore delle quali sono terminate da un rostro di ferro acuto a mo´ di strale, che ove è spinto ferisce e trapassa ogni cosa. Queste navi sono armate di cannoni, cariche di fucili, di altre armi di ogni genere, di materie incendiarie, e anche di libri, e si avanzano contro una nave molto più grossa e più alta di tutte loro, tentando di urtarla col rostro, di incendiarla o altrimenti di farle ogni guasto possibile.
A quella maestosa nave arredata di tutto punto, fanno scorta molte navicelle, che da lei ricevono i segnali di comando ed eseguiscono evoluzioni per difendersi dalle flotte avversarie. Il vento è loro contrario e il mare agitato sembra favorire i nemici.
In mezzo all´immensa distesa del mare si elevano dalle onde due robuste colonne, altissime, poco distanti l´una dall´altra. Sovra di una vi è la statua della Vergine Immacolata, a´ cui piedi pende un largo cartello con questa iscrizione: – Auxilium Christianorum; – sull´altra, che è molto più alta e grossa, sta un´Ostia di grandezza proporzionata alla colonna e sotto un altro cartello colle parole: Salus credentium.
Il comandante supremo sulla gran nave, che è il Romano Pontefice, vedendo il furore dei nemici e il mal partito nel quale si trovano i suoi fedeli, pensa di convocare intorno a sè i piloti delle navi secondarie per tener consiglio e decidere sul da farsi. Tutti i piloti salgono e si adunano intorno al Papa. Tengono consesso, ma infuriando il vento sempre più e la tempesta, sono rimandati a governare le proprie navi.
Fattasi un po´ di bonaccia, il Papa raduna per la seconda volta intorno a sè i piloti, mentre la nave capitana segue il suo corso. Ma la burrasca ritorna spaventosa.
Il Papa sta al timone e tutti i suoi sforzi sono diretti a portar la nave in mezzo a quelle due colonne, dalla sommità delle quali tutto intorno pendono molte áncore e grossi ganci attaccati a catene.
Le navi nemiche si muovono tutte ad assalirla e tentano ogni modo per arrestarla e farla sommergere. Le une cogli scritti, coi libri, con materie incendiarie di cui sono ripiene e che cercano di gettarle a bordo; le altre coi cannoni, coi fucili e coi rostri: il combattimento si fa sempre più accanito. Le prore nemiche l´urtano violentemente, ma inutili riescono i loro sforzi e il loro impeto. Invano ritentano la prova e sciupano ogni loro fatica e munizione: la gran nave procede sicura e franca nel suo cammino. Avviene talvolta che, percossa da formidabili colpi, riporta ne´ suoi fianchi larga e profonda fessura, ma non appena è fatto il guasto spira un soffio dalle due colonne e le falle si richiudono e i fori si otturano.
E scoppiano intanto i cannoni degli assalitori, si spezzano i fucili, ogni altra arma ed i rostri; si sconquassan molte navi e si sprofondano nel mare. Allora i nemici furibondi prendono a combattere ad armi corte; e colle mani, coi pugni, colle bestemmie e colle maledizioni.
Quand´ecco che il Papa, colpito gravemente, cade. Subito coloro, che stanno insieme con lui, corrono ad aiutarlo e lo rialzano. Il Papa è colpito la seconda volta, cade di nuovo e muore. Un grido di vittoria e di gioia risuona tra i nemici; sulle loro navi si scorge un indicibile tripudio. Senonchè appena morto il Pontefice un altro Papa sottentra al suo posto. I Piloti radunati lo hanno eletto così subitamente, che la notizia della morte del Papa giunge colla notizia dell´elezione del successore. Gli avversarii incominciano a perdersi di coraggio.
Il nuovo Papa sbaragliando e superando ogni ostacolo, guida la nave sino alle due colonne e giunto in mezzo ad esse, la lega con una catenella che pendeva dalla prora ad un´áncora della colonna su cui stava l´Ostia; e con un´altra catenella che pendeva a poppa la lega dalla parte opposta ad un´altra áncora appesa alla colonna su cui è collocata la Vergine Immacolata.
Allora succede un gran rivolgimento. Tutte le navi che fino a quel punto avevano combattuto quella su cui sedeva il Papa, fuggono, si disperdono, si urtano e si fracassano a vicenda. Le une si affondano e cercano di affondare le altre. Alcune navicelle che hanno combattuto valorosamente col Papa vengono per le prime a legarsi a quelle colonne.
Molte altre navi che, ritiratesi per timore della battaglia si trovano in gran lontananza, stanno prudentemente osservando, finchè dileguati nei gorghi del mare i rottami di tutte le navi disfatte, a gran lena vogano alla volta di quelle due colonne, ove arrivate si attaccano ai ganci pendenti dalle medesime, ed ivi rimangono tranquille e sicure, insieme colla nave principale su cui sta il Papa. Nel mare regna una gran calma.

D. Bosco a questo punto interrogò D. Rua: – Che cosa pensi tu di questo racconto?
D. Rua rispose: – Mi pare che la nave del Papa sia la Chiesa, di cui esso è il Capo: le navi gli uomini, il mare questo mondo. Quei che difendono la grossa nave sono i buoni affezionati alla santa Sede, gli altri i suoi nemici, che con ogni sorta di armi tentano di annientarla. Le due colonne di salute mi sembra che siano la divozione a Maria SS. ed al SS. Sacramento dell´Eucarestia.
D. Rua non parlò del Papa caduto e morto e D. Bosco tacque pure su di ciò. Solo soggiunse: – Dicesti bene. Bisogna soltanto correggere un´espressione. Le navi dei nemici sono le persecuzioni. Si preparano gravissimi travagli per la Chiesa. Quello che finora fu, è quasi nulla a petto di ciò che deve accadere. I suoi nemici sono raffigurati nelle navi che tentano di affondare, se loro riuscisse, la nave principale. Due soli mezzi restano per salvarsi fra tanto scompiglio! – Divozione a Maria SS. – frequenza alla Comunione, adoperando ogni modo e facendo del nostro meglio per praticarli e farli praticare dovunque e da tutti.
Buona notte !
Le congetture che fecero i giovani intorno a questo sogno furono moltissime, specialmente riguardo ai Papa; ma Don Bosco non aggiunse altre spiegazioni.
Intanto i chierici Boggero, Ruffino, Merlone e il signor Chiala Cesare descrissero questo sogno e ci rimangono i loro manoscritti. Due furono compilati il giorno dopo la narrazione di D. Bosco, e gli altri due trascorso maggior tempo: ma vanno perfettamente d´accordo e variano solamente per qualche circostanza, che l´uno omette e l´altro nota.

Memorie biografiche di San Giovanni Bosco, Vol. VII, Capitolo 18, pp. 169-172

A proposito della dichiarazione «Fiducia supplicans»

Una benedizione?
Anche per i curatori d’anime!

Stefan Oster – Vescovo di Passau (Germania)

Osservatore Romano 27 dicembre 2023

Un nuovo documento : Fiducia supplicans

1 – “fiducia supplicante”: è questo il titolo di un nuovo documento romano, promulgato dal Dicastero per la dottrina della fede e firmato dal suo Prefetto, il Cardinale Fernández. Riguarda una questione che da anni occupa intensamente l’opinione pubblica sia interna sia esterna alla Chiesa; un’intensità simile, forse, solo a quella relativa alla questione della possibilità di ammettere le donne ai ministeri consacrati. Si tratta della possibilità di benedire l’unione di coppie al di fuori del matrimonio tra uomo e donna, quindi, per esempio, coppie dello stesso sesso o nuove unioni dopo una separazione o un divorzio. La stragrande maggioranza dei cronisti che si sono occupati di questo documento altamente differenziato, dopo la sua pubblicazione lo ha accolto come una sorta di svolta epocale: finalmente il Vaticano consente la benedizione di persone omosessuali!

In contradizione con la recente lettera ai vescovi tedeschi?


E tuttavia, solo di recente il Vaticano, nella persona del cardinale segretario di Stato Parolin, in una lettera aveva comunicato ai vescovi tedeschi che, riguardo al cammino sinodale tedesco, vi sono temi modificabili che possono essere discussi con Roma — e altri che sono immutabili. Il cardinale Parolin aveva allegato alla lettera una “nota” integrativa del Dicastero per la dottrina della fede, sotto la responsabilità del cardinale Fernández, il cui contenuto era stato precedentemente approvato anche da tutti gli altri capi dicastero romani che avevano partecipato al colloquio.

2.Questa nota sottolinea che, per quanto riguarda l’ordinazione presbiterale riservata agli uomini, «non c’è possibilità di pervenire ad altro giudizio» rispetto a quanto stabilito dalla dottrina vigente.

In un secondo punto, poi, la nota afferma: «Un altro tema riguardo al quale la Chiesa locale non ha alcuna possibilità di sostenere un’opinione diversa, riguarda i comportamenti omosessuali. Di fatto, pur riconoscendo che dal punto di vista soggettivo possano esistere diversi fattori che ci esortano a non giudicare le persone, ciò non modifica in alcun modo la valutazione della moralità oggettiva di tali comportamenti. L’insegnamento costante della Chiesa sottolinea che esiste una valutazione precisa e ferma sulla moralità oggettiva delle relazioni sessuali tra persone dello stesso sesso. Un altro aspetto che qui non viene discusso è il grado della imputabilità morale soggettiva di tali relazioni in ogni caso singolo»

3. Fin qui il testo — che ha solo poche settimane di vita — e che esce dalla stessa penna del nuovo testo: Fiducia supplicans.

A cambiare non è l’insegnamento sull’uomo, bensì quello sulla benedizione


Se prima molti media si erano indignati per quella “nota”, ora gran parte degli stessi osservatori mediali accoglie questa nuova dichiarazione come un testo nel quale la Chiesa finalmente ha cambiato idea: adesso anche le coppie omosessuali e di altro genere possono ricevere la benedizione. Ma se è appena stato affermato che «la valutazione morale oggettiva» dei comportamenti omosessuali è stabilita, e se solo nel 2021 l’allora Congregazione per la dottrina della fede aveva ribadito che la Chiesa non ha il «potere» di impartire la benedizione alle «unioni tra persone dello stesso sesso», che cosa è successo? Alla fine la Chiesa ha modificato la sua dottrina? Ora la Chiesa ritiene di avere improvvisamente il «potere» di benedire coppie dello stesso sesso?

La risposta data dal cardinale Fernández nella nuova dichiarazione del suo Dicastero, in realtà non rientra nell’ambito dell’insegnamento sulla persona, e nemmeno in quello che sopra è stato definito «valutazione della moralità oggettiva». Piuttosto, sottolinea in modo chiaro che solo nel contesto del matrimonio tra uomo e donna i rapporti sessuali trovano «il loro senso naturale, adeguato e pienamente umano»

4. La dottrina della fede — prosegue il testo — su questo punto resta ferma.

Non si tratta di una benedizione durante una messa

Pertanto, la novità di fatto sta nella differenziazione di ciò che si può intendere come “benedizione”. Già nella dichiarazione del 2021 era stato detto che si trattava di una benedizione in senso liturgico; una benedizione per una coppia nell’ambito di una messa, una benedizione che potrebbe far pensare, anche solo lontanamente, a un matrimonio. Ciò non è possibile. E su questo rimane fermo anche il nuovo documento. Anche sotto questo aspetto i due testi non si contraddicono: nessuna modifica della dottrina, nessuna forma liturgica — e su questo il cardinale Fernández è ancora più esplicito: non esisteranno modelli rituali da seguire, ovvero non ci sarà un cosiddetto rituale per la messa.

C’è però una cosa che il cardinale Fernández introduce come vera innovazione: sviluppa la dottrina della benedizione espressamente al di fuori delle celebrazioni liturgiche. Per esempio: quando mi muovo pubblicamente, come sacerdote o vescovo, le persone continuano a chiedermi spontaneamente una benedizione: chiedono se posso benedire loro o il loro bambino, i familiari che non sono presenti o qualche oggetto. In questo senso non ho mai negato una benedizione — formulata come preghiera libera — e non mi avrebbe mai nemmeno sfiorato l’idea di informarmi se la persona che chiede tale benedizione ne è degna.

Una preghiera di poter vivere meglio dinanzi a Dio attraverso la sua grazia

Il cardinale Fernández riprende proprio queste situazioni e altre simili — le interpreta teologicamente come una richiesta ascendente di benedizione per ricevere la grazia di Dio e quindi, come supplice, poter vivere meglio. Egli estende questa richiesta di benedizione pure alle coppie che, come si suoi dire, si trovano in “situazioni irregolari”

5. Ad esempio, si può pregare spontaneamente e liberamente perché anche nella loro vita si compia la volontà di Dio. E in questo senso, ora può essere benedetta ogni persona e anche ogni coppia.

Tali benedizioni, prosegue il testo, non devono essere espressamente promosse, né devono dare scandalo o prevedere un rituale. Inoltre, l’occasione, gli abiti o i gesti di chi riceve la benedizione non devono ricordare un matrimonio. Tutto deve essere al servizio dell’accompagnamento pastorale delle persone — affinché Dio possa agire in loro — ma senza che il loro rapporto concreto venga espressamente approvato, o, come dice il testo, «convalidato». Ciò corrisponde alla pia convinzione che è sempre Dio a fare il primo passo per venirci incontro. C’è sempre il primato della grazia — che poi può aiutare le persone a vivere in modo diverso dinanzi a Dio, secondo la sua volontà. In tal senso, sacerdoti, diaconi e altre persone impegnate nella cura delle anime possono andare incontro alle persone e benedirle — senza dover pensare di ritrovarsi in situazioni pastorali contraddittorie. Una semplice benedizione, unita a una preghiera libera per chiedere l’aiuto e la grazia di Dio, può essere offerta da tutti. Per di più: ogni persona, senza eccezioni, ha bisogno della benedizione di Dio, poiché, come dice Paolo, «tutti hanno peccato» (Rm 3, 23) — anche chi impartisce la benedizione.

Una benedizione per chi benedice

Sono quindi grato per questa dichiarazione, poiché sotto molti aspetti può aiutarci nei dibattiti polarizzati su questo tema. Due anni fa, nella diocesi di Passau ho inaugurato un nuovo ufficio per la cura delle anime delle persone queer. Come Chiesa cattolica, nel cammino pastorale con queste persone di norma abbiamo un grande deficit di comprensione, e fin troppo spesso quasi nessuna capacità di comunicare nella cura delle anime. Ora il campo di gioco per il cammino pastorale comune diventa più ampio. Una preghiera per la benedizione di Dio e la sua benevolenza nel senso della Chiesa non deve più necessariamente essere in contraddizione con la Chiesa. E da questo punto di vista, il nuovo documento sulla benedizione può essere una benedizione per tutti coloro che, nella cura delle anime, s’impegnano sinceramente nell’accompagnamento e al tempo stesso vogliono rimanere fedeli alla Chiesa nella sua tradizione.

Chiarimenti per la Germania e per la Chiesa universale

In Germania il testo può essere chiarificatore, poiché in seguito al cammino sinodale nel nostro Paese, da un lato viene incontro alle richieste di benedizione delle suddette coppie da parte di molti partecipanti al sinodo. Dall’altro, vietando espressamente liturgie e riti per tali benedizioni potrebbe arrestare una tendenza che rischia di allontanarsi dalla Chiesa universale. Di fatto, nel frattempo sono state avviate iniziative per formulare testi e liturgie, o che li hanno già elaborati, al fine di dare alle benedizioni un quadro analogo a quello del matrimonio

6. Ma questo è espressamente vietato.

Il testo può essere chiarificatore anche per il processo sinodale universale. Durante il Sinodo dello scorso ottobre, a Roma, la questione della possibilità di benedire persone dello stesso sesso è stata più volte sollevata — da persone sia favorevoli sia contrarie. E sempre era lì sospesa anche la possibilità di una modifica della dottrina, temuta o approvata. Perché di fatto c’è anche una logica interna secondo la comprensione: chi vuole benedire, con quel gesto dovrebbe anche approvare (bene-dire) ciò che da sempre era — e tuttora è — considerato un peccato. Si può fare? E ora si vede: questo nesso non è obbligatorio. Se intendiamo la benedizione secondo quella differenziazione che ci presenta ora il cardinale Fernández e che è stata espressamente approvata dal Papa, allora si può. E se venisse recepito in tal modo, allora forse questo tema rimarrebbe fuori dal Sinodo del prossimo ottobre, e magari smorzato nei contenuti. E i partecipanti al Sinodo potrebbero, secondo il desiderio di Papa Francesco, concentrarsi su quello che è il vero tema principale: diventare una Chiesa più sinodale, missionaria e partecipativa.

di Stefan Oster
Vescovo di Passau

Uno sguardo al Natale con mons. Landucci

20 Dicembre 2023 ore 14:39

di Fabio Fuiano  – Corrispondenza Romana 1826

Ed eccoci, dopo un altro anno, arrivati al Natale. Giova qui proporre alcune riflessioni alla meditazione dei lettori, facendoci aiutare dal Servo di Dio, Pier Carlo Landucci (1900-1986), che ha mirabilmente descritto questo evento nel suo capolavoro Maria SS. nel Vangelo (Edizioni San Paolo, pp. 140-149). Dapprima, descrive il difficoltoso viaggio di san Giuseppe e della Santissima Vergine verso Betlemme per il censimento voluto dall’Imperatore.

L’Evangelista san Luca descrive così il supremo avvenimento dell’universo: «E diede alla luce il suo figliolo primogenito, e lo avvolse in fasce, e lo adagiò in una mangiatoia: poiché non v’era posto per loro nell’albergo» (Lc 2, 7). Mons. Landucci riflette su queste brevi parole, analizzandole puntualmente, a partire dall’inciso «poiché non v’era posto per loro nell’albergo». Per poter rispondere alla domanda sul perché san Giuseppe e Maria SS.ma non trovarono posto è necessario chiarire dapprima cosa sia questo “albergo” di cui parla l’Evangelista. Si trattava di un antico “caravanserraglio”, cioè, secondo la descrizione che ne dà Giuseppe Ricciotti (1890-1964) «un mediocre spazio a cielo scoperto recinto da un muro, piuttosto alto e fornito di un’unica porta; internamente, lungo uno o più lati del muro, correva un portico di riparo […] le bestie erano ricoverate in mezzo, nel cortile a cielo scoperto e i viandanti si ricoveravano sotto il portico o nello stanzone finché c’era posto, altrimenti s’accampavano tra le bestie: le camerette più piccole se esistevano erano riservate a chi poteva permettersi qualche comodità pagando … E là, tra quell’ammasso di uomini e di bestie, tutto alla rinfusa, si cantava, si dormiva, si mangiava … tutto tra quel sudiciume e quel lezzo che appestano ancor oggi gli accampamenti dei beduini palestinesi in viaggio» (Vita di Gesù Cristo, Rizzoli, 1946, § 242).

Continua Landucci, citando sempre il Ricciotti: «san Giuseppe cercò certamente di trovar lì un riparo, ma non c’era posto: non vi era posto “per loro. […] È difficile ammettere che la Vergine SS. non avesse potuto trovare un posticino in mezzo a quelle persone ammassate con gli animali nel modo suddetto ed è difficile anche pensare che, a suon di buoni denari, in via eccezionale, proprio in vista della sua imminente maternità, non si potesse liberare una di quelle stanzette che forse c’erano. Ma alla prima soluzione ostava il casto riserbo e la soprannaturale segretezza di cui Maria voleva circondare la nascita di Gesù; alla seconda ostava la loro povertà. Povertà e castità celestiale: ecco le cause del diniego di ospitalità».

Seppur nel tremendo dolore di un padre di famiglia che non può assicurare un riparo alla sua Immacolata Sposa e al Divin Redentore, san Giuseppe dovette volgere l’occhio ad una piccola grotta che fungeva da stalla. Afferma mons. Landucci che questo è sicuro «perché san Luca dice una sola parola, ma tremendamente rivelatrice: parla di una mangiatoia! Ora la mangiatoia rivela una stalla. Né v’è ragione di pensare che non servisse, anche attualmente, a tale uso, in un periodo di sì grande affluenza non solo di uomini portati, ma di giumenti portanti. Tanto più che san Luca non avrebbe mancato forse, nel caso contrario, di notarlo, egli che, narrando la morte del Signore, si preoccuperà di rivelare la particolare mondezza del sepolcro ove fu deposto il corpo Divino, perché nuovo: “dove niuno mai era stato ancora messo” (Lc 23, 53). Tale stalla era dunque presumibilmente occupata da bestie, tetra come ogni grotta e sudicia come ogni stalla – salvo quella sistemazione alla buona, che avrà cercato di dargli Giuseppe – ma alquanto discosta dal villaggio e quindi solitaria e tranquilla: ciò bastava alla futura Madre».

Nel sublime momento del parto, san Luca presenta la Vergine SS.ma completamente sola. È Lei a darlo alla luce, ad avvolgerlo in panni, a deporlo nella mangiatoia. La Madonna non aveva infatti bisogno di quegli aiuti che sono soliti darsi alle figlie di Eva colpite dalla sentenza «tra doglie partorirai figlioli» (Gn 3,16). Ricorda mons. Landucci, coerentemente con la Dottrina della Chiesa sulla Immacolata Concezione che «ben diversa dalle altre dovette essere la sublime nascita di Gesù da Maria SS. la quale era preservata dal peccato originale e aveva concepito per opera di Spirito Santo. E inoltre sconveniva che Gesù, sorgente di vita, producesse una qualsiasi cruenta menomazione alla Madre sua, nell’atto di nascere». La Vergine SS.ma conservò dunque una completa integrità: mons. Landucci sottolinea, giustamente, che ella dovette avere una particolare rivelazione da parte di Gesù, del preciso momento del parto verginale, mancando in esso «gli immediati prodromi delle consuete “doglie” e l’ordinario suo sensibile svolgimento». Citando l’illustre teologo Adolphe Tanquerey (1854-1932), Gesù «come risorse dal sepolcro sigillato ed entrò dai discepoli a porte chiuse, così nascendo venne alla luce senza violazione del sigillo verginale; come il raggio di sole traversa il cristallo senza alcuna lesione di esso, così Gesù, dal seno della madre senza alcuna lesione della sua verginità venne alla luce» (Brev. Syn. Th. Dogm., n. 837 b). Si tratta della verginità “nel parto” che, assieme a quella “avanti” e “dopo”, costituiscono la triplice corona della maternità di Maria. In quella nascita divina dunque – dice l’Angelico – «non vi fu alcun dolore né alcuna corruzione bensì massima letizia per il fatto che l’uomo Dio era nato nel mondo» (S. Th. III, 35, 6 c.).

Qui mons. Landucci si ferma a contemplare quel mirabile momento in cui lo sguardo celestiale della Madonna «si posa per la prima volta sulle adorate sembianze del Divino Infante e le sue mani immacolate lo portano al cuore e al primo bacio delle sue materne labbra». Molti santi ebbero il privilegio dell’apparizione del Bambinello (es. san Gaetano di Thiene), di stringerlo realmente fra le braccia (il santo Simeone), o di esultare alla sua presenza seppur celato nel grembo materno (santa Elisabetta). Ma questi avevano il cuore di Santi, mentre la Vergine il Cuore Immacolato della Regina dei Santi! Ella andava a Gesù «non solo con divina carità sospingente al Divino Signore, come i santi – tanto più infiammata però quanto incomparabilmente più abbondante era in Lei la grazia – ma anche con traboccante tenerezza materna verso di Lui, immensamente più grande essa pur d’ogni tenerezza di madre, quanto più sensibile era il suo Immacolato Cuore e più amabile il suo Figliolo: palpiti dolcissimi di figlia dunque per il suo Dio e palpiti tenerissimi di madre per il suo Gesù».

Infatti, ribadisce Landucci, «Gesù era il suo tesoro perché nato da Lei, ma suo in modo tutto speciale ed inimitabile, perché Egli non aveva avuto alcun padre naturale terreno: ed era il tesoro suo, ma di valore veramente infinito perché concepito di Spirito Santo e quindi capolavoro di Dio: anzi Uomo-Dio».

Del supremo dolore che si congiunse nella Vergine all’immenso gaudio della nascita del Redentore, si è già accennato in un articolo precedente, dedicato appositamente alla Madonna Addolorata. Ci soffermiamo quindi sulle ultime parole dell’Evangelista, commentate da mons. Landucci «e lo adagiò in una mangiatoia». Afferma l’autore che la Madonna prese Gesù «tra le sue immacolate mani e lo depose, con inenarrabile e lacerante dolcezza, in quella incredibile culla. Nessuna ribellione suona nelle parole del Vangelo, anzi tutto spira serenità e pace. Sembra che Gesù sia stato deposto nel luogo a Lui più conveniente». Ciò sembra in contrasto con la sua dignità di Re, nato per sedere sul trono di gloria. Ma, a ben vedere, il trono del Signore sarebbe stato la Croce. Osserva Landucci che quella deposizione nella mangiatoia di legno «era il preannuncio della deposizione sulla Croce e del completo olocausto del Calvario. La Vergine SS. – ben consapevole – adagiandovi Gesù con le sue stesse mani, intonava tale tragico preludio, uniformandosi perfettamente al cuore del Divino Bambino che interiormente si offriva: come un giorno sul Calvario, nell’offerta eroica che Ella farà del figlio, spiritualmente lo deporrà sopra la Croce e la divina sinfonia della Redenzione raggiungerà la pienezza».

Ma c’è un’altra bellissima anticipazione di quella mangiatoia! Giustamente, afferma mons. Landucci: «Il dolce Bambino, non era inoltre il pane di vita? Perciò nacque a “Betlemme” che vuol dire “casa del pane” e non fu messo in un mucchietto qualsiasi di paglia, ma nel luogo destinato agli animali per mangiare. Perché anch’Egli sarebbe stato mangiato: si sarebbe dato cioè a tutti, senza riserve, nella sua attività apostolica, fino a consumarsi interamente per noi sopra la Croce; e sacramentalmente ci avrebbe nutrito – Pane di Vita – nella SS. Eucarestia». All’anima pensosa della Vergine SS.ma «non sarà probabilmente sfuggito, nel deporre Gesù lì a Betlemme, nella mangiatoia, il simbolo di Gesù che si sarebbe dato interamente a noi, si sarebbe consumato per noi». Concludendo, Landucci dedica un ultimo sguardo alle virtù dei personaggi della beata triade che occupa la grotta: «la povertà rifulge in S. Giuseppe che non poté trovare i mezzi per un ricovero migliore, la castità nella Vergine SS., l’umiltà in Gesù che, tutto prevedendo e regolando come Dio, elesse la suprema umiliazione di quella miserabile culla. Sono i tre colori del glorioso vessillo del Divino Re. E sopra è una grande parola che li abbraccia tutti e ne è il comune segreto: la parola amore».

IO AMO LA CHIESA PERCHE’ E’ LA NOSTRA DIFESA (3)

La Chiesa nostra  difesa

Cari amici, in questi giorni in cui la Santa Famiglia di Nazareth è più che mai l’immagine della Chiesa, vorrei presentarvi alcuni brani del mio libro “La Chiesa è indistruttibile” che uscirà a fine Gennaio 2024.

Vostro Padre Livio

 Nel  corso del suo cammino bimillenario la Chiesa è sempre  stata perseguitata e c’è da chiedersi per quale motivo. Infatti nella sua missione in  mezzo ai popoli più diversi ha sempre testimoniato l’amore e la  pace.  La Chiesa  non è mai stata  una potenza armata contro la quale fosse  necessario usare  la forza,  ma una   presenza  operosa e pacifica al servizio di tutti, compresi i  suoi nemici. Eppure il suo cammino  è stato una Via Crucis che ha visto scorrere fiumi di  lacrime e di sangue a  causa  del debordare della  violenza che contrassegna la storia umana. Ciò nonostante  non ha esitato  a  porgere  l’altra guancia,  perdonando i suoi nemici. Non si è  mai presentata come un potere umano in competizione con gli altri,  ma  al contrario come un’oasi di pace e di riconciliazione fra  le  persone e i  popoli.

La  presenza  di  Cristo e  della sua Parola ha impedito agli uomini di Chiesa di cedere alla  logica umana del  potere umano, ma li ha sempre  richiamati sulla  via dell’umiltà e del servizio. La  Chiesa, nel  suo cammino fra  i  popoli della terra,  non si è  mai presentata come una  potenza fra  le altre,  ma  come uno strumento al  servizio della riconciliazione e della  pace.  Nel  tempo delle calamità e delle guerre la Chiesa è stato un rifugio dove tutti potevano trovare aiuto e protezione.  Senza  la presenza della Chiesa il male non troverebbe  un ostacolo che lo ferma e riuscirebbe travolgere tutto  Ciò che di vero, di bello e di buono vi è  nel  cuore  dell’uomo e nella  società.

Questo, caro amico è un punto su cui riflettere seriamente,  perché il vento che tira  oggi  è quello di ritenere  la Chiesa e ciò che essa rappresenta un ostacolo verso una umanità  migliore,  come se la storia che  abbiamo alle spalle, anche quella più  recente, non abbia dimostrato fino a quali limiti di iniquità  possa arrivare  il  potere  umano  quando pretende di sostituirsi a Dio. La Chiesa ha sempre  costituito un limite alle pretese del mondo di esercitare  un dominio assoluto. Questo lo ha fatto  pagando un caro prezzo  per il dovere sacrosanto di testimoniare il primato di Dio sulle velleità dei protagonisti della storia. Oggi però siamo arrivati a un punto,  mai toccato prima, di fare tabula rasa del Cristianesimo e del suo  Fondatore, della Chiesa e della  sua storia, spianando così la strada al “mistero di iniquità” che opera  nel  mondo  per  portarlo alla distruzione.

In questa  luce appare chiaro il  motivo per il quale Gesù  ha voluto fondare la Chiesa e assicurare  la sua presenza fino alla fine dei secoli. Il Principe di questo mondo infatti,  anche dopo che il mondo è stato redento dalla Croce, non  ha nessuno intenzione di lasciarsi estromettere o di esercitare un parte  marginale. Al contrario vuole riprendersi il dominio che Cristo gli ha strappato e riportare  il  mondo sotto il suo regno di violenza,  di menzogna e di morte. La  presenza della Chiesa  è quella di una fortezza espugnabile che Dio ha donato all’umanità  perché le porte dell’inferno non  possano prevalere  nonostante  i  loro ripetuti assalti. Oggi  tuttavia siamo entrati in una fase critica, nella quale “Satana sciolto dalle catene” è riuscito col nostro aiuto a costruire un mondo senza Dio, dal  quale cancellare  ogni presenza della Chiesa e quindi ogni ostacolo al dilagare della menzogna e della  violenza.

Non vi è dubbio che nel tempo della modernità la Chiesa abbia perso molto del suo influsso sulla società e sia  stata sempre più  spinta ai margini della storia. Nel frattempo si è  affermato il potere mondano, politico, economico e culturale che, supportato da  ideologie di dominio e di violenza, ha dato via libera a  due conflitti mondiali, che hanno  provocato sofferenze e devastazioni inimmaginabili. La Chiesa stessa ne è stata travolta, divenendo un facile bersaglio da colpire e da umiliare,  quando non si è cercato di annientarla fin dalle fondamenta. Il  secolo alle spalle dimostra che  la pace fra  i popoli, il  progresso economico e sociale e il  livello  morale delle  persone  degrada  con  l’indebolimento della Chiesa e la  marginalizzazione della sua presenza.

Non è un mistero che negli ultimi due secoli le  élites dell’Occidente che,  a  partire dall’Europa, hanno svolto un ruolo egemonico  nel  mondo, hanno progettato  una liquidazione della Chiesa, ritenuta  un ostacolo ai loro progetti di dominio mondiale. Le ideologia del  male, come le ha stigmatizzate Giovanni Paolo II,  si sono succedute come un uragano devastante, cercando di sradicare la Chiesa dal  cuore delle moltitudini e di  sostituire la fede  con  ideologie anticristiane, a supporto del  potere   assoluto dell’uomo. La dittatura ideologica ha guidato un programma di ridimensionamento della presenza della Chiesa nella società, giungendo in molti paesi ad una aperta e sanguinosa persecuzione. La Chiesa  non ha avuto  nella sua storia bimillenaria tanto martiri quanti quelli dell’ultimo secolo.

Nel  medesimo tempo è partito un attacco  all’interno della Chiesa stessa,  volto a colpirne  l’anima,  mediante la dissoluzione della fede e di ogni dimensione soprannaturale,  in modo tale che la Chiesa stessa  si rassegnasse a divenire  una istituzione mondana, manipolabile dagli uomini a seconda delle  esigenze  del  tempo e assimilabile agli ingranaggi del potere umano. Una Chiesa senza Dio, senza Cristo, senza Fede, senza Comandamenti, senza  Morale e  senza Verità,  sarebbe molto gradita e persino finanziata dal “Mondo  nuovo senza  Dio”, come  lo chiama la Regina della  pace.  E’ questo tipo di Chiesa che avrebbe   la cittadinanza nella nuova Era in cui l’uomo si è messo al posto di Dio e si è proclamato l’unico padrone del mondo.  Al  contrario,  alla Chiesa fedele a Cristo viene riservato lo stesso trattamento del Fondatore,  la persecuzione,  la  crocifissione  e la  sepoltura,  con una ferrea sorveglianza perché non  risorga  come già è accaduto il  passato.

Caro  amico ti sarai accorto anche tu quanto sia cambiato il  mondo soprattutto in questo inizio secolo, quando la Regina della  pace ci ha svelato che “Satana è sciolto dalle catene”.  La dissoluzione della fede è un fenomeno di massa che  abbiamo sotto gli occhi,  mentre il paganesimo  ha  preso il  sopravvento, divenendo il  modo di vivere, di pensare  e di comportarsi dell’intera società.  La Chiesa,  in particolare in Occidente, fa fatica a reagire a questa bufera silenziosa e devastante  che  Giovanni Paolo II  ha chiamato “Apostasia”. Non mancano certo minoranze fervorose e attive che  la  Madonna suscita  ovunque, specialmente  grazie  alla sua  lunga e quotidiana presenza  a  Medjugorje,  divenuta  una fonte di grazia universale, alla quale si abbeverano moltitudini di anime. Non vi è dubbio però che il piano satanico di eliminazione del Cristianesimo abbia ottenuto risultati inimmaginabili e che la Chiesa si trovi oggi come il piccolo gregge   del  Venerdì santo,  impaurito e in crisi, benché la presenza di Maria fosse più che sufficiente a tenere  accesa  la  speranza.

Dopo queste considerazioni,  vorrei  che tu guardassi più addentro a questo “mondo nuovo senza Dio” nel  quale non vi è più posto per Cristo e la sua Chiesa, ma  solo per  quelli  che seguiranno la falsa religione umanitaria. Che  mondo  potrebbe esserci senza Dio, senza Croce, senza Comandamenti,  senza  Vita  eterna?  Sarà  un mondo  migliore, grazie alle conquiste della scienza e della tecnica?  Verrà  programmata una  nuova creazione,  una   nuova  umanità, senza  sofferenze, senza il  male, senza  la  morte? Così dicono,  ma intanto che cosa fanno? Come ti sembra sia diventata la vigna dopo  che i vignaioli hanno dato lo sfratto al padrone? E’ ricca di grappoli succulenti o è invece è devastata da cinghiali furiosi? Guardati in  giro e guarda in faccia le  persone. Sono impaurite,  confuse, agitate,  angosciate.  La società  è diventata dura, cattiva,  impietosa. I pesi da  portare aumentano,  le libertà  si restringono, il  futuro si fa   sempre  più nero. Il mondo senza  Dio è un’immagine dell’inferno.

Per  questo abbiamo bisogno che  la  Chiesa  riprenda  la  sua forza, che  si rinnovi nella fede e  nella   preghiera, che  diventi un’immagine viva  di Maria  e  che annunci la salvezza cristiana a un mondo a  rischio di auto-distruzione.   

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