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Vittorio Messori: ” Maria accompagna sempre i mei giorni, sarà Lei a venirmi incontro dopo la morte”

20/01/2024  L’intensa testimonianza del giornalista e scrittore autore di tanti libri sulla Vergine, raccolta da un amico. «Maria ci attrae per la speranza che la pervade. Se ci affidiamo a lei prima di presentarci al giudizio che ci attende dopo la morte, possiamo ben sperare nella benevolenza di Dio». Quella volta che venne convocato per parlare di lei con i rabbini di Gerusalemme e uno di loro gli diede una risposta che lo lasciò di stucco

Riccardo Caniato– Maria con Te – 21 gennaio 2024

In una lunga intervista – quasi un testamento spirituale – rilasciata in esclusiva al settimanale dei Paolini “Maria con te” lo scrittore cattolico più tradotto al mondo spiega la sua devozione per la Madonna e si racconta al giornalista Riccardo Caniato dopo la morte della moglie: «So che questo distacco sarà solo temporaneo». La pubblichiamo integralmente per concessione dell’editore e della direzione del periodico.

«La Madonna? Ce l’ho davanti. Ce l’ho sempre davanti». Vittorio distoglie lo sguardo dai miei occhi e lo fissa su uno spazio vuoto come se veramente ci fosse qualcuno, visibile soltanto a lui. «Quanto è presente Maria, nelle tue giornate?», gli avevo chiesto, e questa risposta silenziosa e assorta mi ha restituito la misura e la sostanza di un rapporto. Messori mi ha dato appuntamento all’abbazia di Maguzzano, nei cui terreni ha dedicato alla Madonna degli Olivi un santuario a cielo aperto. A 82 anni, dopo una delicata operazione al cuore da cui è uscito bene, l’ho trovato un po’ affaticato, con la voce fioca ma sereno, con lo spirito proiettato nel futuro, quando, e lo dice con un velo di lacrime sugli occhi, «potrò riabbracciare la mia Rosanna», la moglie mancata lo scorso anno, e vedere finalmente «la piccola Bernadette di Lourdes, Gesù e la Madonna».

L’occasione dell’incontro è stata la ripubblicazione de Il Miracolo a cura delle Edizioni Ares, che stanno riportando in libreria tutte le sue opere maggiori – da Ipotesi su Gesù a Dicono che è risorto, da Patì sotto Ponzio Pilato? a Scommessa sulla morte – dello scrittore cattolico più tradotto al mondo, firma storica della Periodici San Paolo.

 Il miracolo, in particolare, riporta a galla lo straordinario prodigio che si verificò il 29 marzo 1640, a Calanda, un piccolo villaggio dell’Aragona: a un giovane contadino, devoto alla Vergine del Pilar, fu restituita di colpo la gamba destra, amputata due anni prima. Un evento, oggi quasi caduto nell’oblio, che ebbe all’epoca una grande risonanza e fu subito vagliato e confermato da uno accuratissimo processo, ricostruito con rara precisione documentale da Messori. Ma quello che doveva essere solo uno scambio di battute su un singolo titolo è divenuta una chiacchierata ampia, la testimonianza di un uomo che, per dirla con san Paolo, ha combattuto la buona battaglia e non ha perduto la fede.

Mi hai detto che per la nuova edizione del tuo libro spingevi per un titolo ancora più forte…

«Il Maggiore fra i Miracoli. Il libro indaga la grazia più straordinaria che la Madonna abbia concesso. Si è mai sentito, infatti, che un uomo abbia riavuto attaccata la gamba amputata e sepolta al cimitero, in presenza di numerosissimi testimoni?».

Alla Madonna hai dedicato anche Ipotesi su Maria e la biografia della Soubirous, oltre a centinaia di articoli…

«Per questo mi definiscono «un Madonnaro», della qual cosa oggi vado fiero, ma non è stato sempre così. Nel mio avvicinamento al cristianesimo fui affascinato prima di tutto dalla Parola di Dio, da Gesù, poi dalla sua presenza eucaristica, dalla liturgia. La Madonna rimaneva sullo sfondo. Nel mio approccio razionale si poteva rinvenire un’indole più protestante che cattolica per cui l’enfasi posta sul ruolo della Vergine nell’economia della salvezza viene letta come un eccesso. A sostegno di questa tesi alcuni si richiamano al nascondimento di Maria nelle Scritture o evidenziano come Gesù, nei Vangeli, dopo la Risurrezione, scelga di apparire ad altre donne e ai discepoli. Ma noi sappiamo che dalla croce Gesù ha affidato il suo popolo alla Madonna e da qui si spiegano le sue apparizioni che costellano la storia del cristianesimo dopo l’Ascensione e, in accordo con numerosi mistici, possiamo dirci certi che la prima preoccupazione del Risorto sia stata quella di visitare sua Madre. E che lo abbia fatto in privato, nella più totale e desiderata intimità, mentre in seguito si è reso visibile pubblicamente per dare testimonianza della verità della Risurrezione».

 Hai fatto cenno a un percorso di conversione. Non sei nato cattolico?

«Ho avuto un’educazione figlia di quella parte dell’Emilia atea e concreta. In casa si guardava alla Chiesa e ai preti con il fumo negli occhi e se finivano nei discorsi era per parlarne male. All’Università sono stato allievo di un’intellighenzia laica che rifiutava il pensiero religioso. Ero uno studente dotato e mi attirai le simpatie dei professori: Alessandro Galante Garrone e Norberto Bobbio mi volevano avviare alla carriera universitaria. Ma durante la tesi iniziai a leggere la Bibbia, a lasciarmi incuriosire dalla religione, dagli assunti teologici e del magistero».

Com’è maturata questa svolta?

«All’epoca non sapevo perché ciò accadde. Non me lo ero cercato. La religione non mi aveva mai interessato, avevo vissuto benissimo fino ad allora prendendo la vita come veniva, senza farmi domande che mi proiettassero al di fuori della comprensione empirica. Fui come costretto a diventare cattolico, rimasi affascinato dai Sacramenti, presi a frequentare la Messa, inizialmente di nascosto, senza clamori, anche perché quando mia mamma lo scoprì chiamò il dottore preoccupata: “Corra”, gli disse, “che Vittorio sta male”. Solo dopo ho capito di essere stato scelto, proprio per la mia formazione così razionale e antitetica, per dare prova mediante i miei scritti che i Vangeli sono attendibili, che Gesù è realmente esistito e che, se è così, è Dio, vive qui e ora, è il Signore della storia e vale la pena seguirlo».

I tuoi maestri come l’hanno presa?

«Male, come i miei genitori del resto. La conversione è stata un nuovo inizio. Ho dovuto rivedere le mie posizioni, ricominciare da capo, le mie sicurezze sono cambiate. I professori che mi incensavano non volevano crederci: “Ma è vero che sei diventato cattolico?”. Ma, vedendomi irremovibile, mi hanno ripudiato. Bobbio però lo rividi…».

Racconta…

«Ho avuto un incontro profondo nel periodo in cui curavo per la San Paolo una serie di interviste sul senso religioso e della vita con figure anche laiche di grande rinomanza nel contesto culturale di allora. Interviste poi in parte confluite nel volume Inchiesta sul cristianesimo. Bobbio umanamente provava ancora affetto per me, ma durante l’intervista ebbi la sensazione che le mie domande, gli argomenti con cui ribattevo alle sue ferree convinzioni lo infastidissero e che non vedesse l’ora di congedarmi. Ma dopo la sua morte è accaduta una cosa curiosa: mi ha telefonato la moglie per dirmi che suo marito le aveva imposto di distruggere le interviste e gli scambi epistolari intrattenuti con giornalisti e intellettuali, raccomandandole di conservare unicamente quel confronto sulla fede che aveva avuto con me. Non so, forse è stato un modo estremo per ribadire le sue convinzioni, o forse è stata la sua apertura ugualmente definitiva per una lettura altra dell’esistenza».

Rosanna Brichetti, moglie di Vittorio Messori (1939-2022).

Torniamo al «Madonnaro»…

«In principio vivevo con disagio certe manifestazioni devozionistiche che accompagnano il culto mariano e che liquidavo alla voce sentimentalismo. Poi finii col capitolare, del resto posso testimoniare che nessuno può rimanere indifferente al fascino di Maria. Se torniamo al mondo protestante, pochi sanno che in Gran Bretagna i luoghi di culto più visitati anche dagli anglicani sono le chiese cattoliche dedicate alla Vergine, come la Santa Casa della Madonna di Walsingham, nel Norfolk. Ma Maria esercita un grande fascino anche fra i musulmani che vedono in lei la Madre buona di un profeta, e lo stesso accade fra gli ebrei».

Gli ebrei…?

«Dopo l’enorme, per me inaspettato successo di Ipotesi su Gesù fui invitato a Gerusalemme. Mi attendeva un comitato di rabbini e professori cui dovetti dare conto di alcuni concetti che avevo espresso nei miei scritti sul popolo ebraico e il suo ruolo nella storia. Lì per lì rimasi spiazzato da questa sorta di esame, ma ne seguì un confronto pacato nel rispetto delle reciproche posizioni. Del resto, ho sempre parlato bene degli ebrei, che Dio ha posto al centro delle vicende umane. In quell’occasione fui introdotto a un rabbino molto influente che mi diede una testimonianza straordinaria che coinvolge Maria di Nazaret. Mi presentò suo figlio e poi mi disse che sia lui, sia quella che sarebbe divenuta la sua sposa erano scampati miracolosamente dai campi di concentramento. La coppia per lungo tempo aveva pensato di non poter avere figli, e di fatto non era riuscita ad averne, perché la futura moglie, durante la detenzione, era stata sottoposta a mutilazioni parziali ai fini di sperimentazioni scientifiche, come era d’uso in quei luoghi dell’orrore».

Ciò nonostante ebbero un figlio e tu l’hai visto!

«Un loro amico, cristiano, di nazionalità austriaca, li invitò a recarsi con fiducia al santuario di Pietralba, assicurandogli che in quel luogo la Madonna ha vinto molti casi di sterilità. I due coniugi ebrei non persero tempo e subito dopo quella visita comparvero i segni della gravidanza. Stupito, domandai: “Ma lei è un ebreo, un capo religioso per giunta, ed è andato a bussare da una Madonna cattolica?”. Mi rispose con un’altra domanda: “Perché la sua Madonna cattolica non è forse prima di tutto un’ebrea? Non poteva deludere la nostra speranza e ci ha fatto un favore, da ebrea a ebrei”».

Che cosa rende Maria così attraente?

«Maria ci attrae per la speranza che la pervade. Fa parte del sensus fidei, ma Lei stessa, talvolta, si è definita la nostra «Avvocata» in Cielo. Se ci affidiamo a lei prima di presentarci al giudizio che ci attende dopo la morte, possiamo ben sperare nella benevolenza di Dio. Quando uno si trova nel bisogno chiama sempre la mamma. Anche quando lei non è più qui. Lo fanno i bambini, lo fanno i soldati sul campo di battaglia, lo fanno gli anziani lasciati soli nei ricoveri. E la Madonna è la Mamma che ci è data da Gesù Crocifisso, la Madre che ci dona la vita nella fede, ci guarda, ci cresce, ci accompagna, ci protegge. E spero che mi venga incontro Lei quando sarà il momento. Così come sono certo abbia fatto con Rosanna».

Vuoi dirci qualcosa di tua moglie?

«Rosanna è morta il 16 aprile 2022 nel Sabato di Maria che in quel giorno ha coinciso col Sabato Santo. Ma è anche la data del mio compleanno che condividevo con Joseph Ratzinger-Benedetto XVI e in cui è passata in Cielo nel 1879 Bernadette Soubirous, la santa che mi è più cara al mondo. Con mia moglie ho vissuto una comunione di vita che misteriosamente perdura tuttora. Recitavamo il Rosario insieme tutte le sere e fra l’altro, in peno accordo, chiedevamo che fossi io il primo a morire. Questo perché sono uomo di studi e mi vedevo impreparato a rimanere da solo: alla gestione pratica della nostra vita pensava Rosanna. Il Cielo ha disposto diversamente, ma grazie a Dio tiro avanti con l’aiuto di Rosy, una persona che è di casa da oltre trent’anni e si è dimostrata come una figlia per noi».

Che cosa hai pensato dopo questo distacco? Come lo hai superato?

«Mi sono chiesto perché sono sopravvissuto a Rosanna e mi conforta pensare che questo distacco sarà solo temporaneo. Non è stato facile, anche perché nel frattempo ho terminato la mia collaborazione col Corriere della sera e ho perso la mia capacità di scrittura. Avevo una memoria ferrea, non ce l’ho più: ora, nel bel mezzo di un discorso, mi dimentico nomi, date, situazioni… Ma sono grato di questo al Signore e alla Madonna perché, togliendo questo e quello, mi fanno sentire precario e mi spronano a confidare di più in loro, a staccarmi dal mio io, dalle mie sicurezze, da ciò che mi ha fatto vivere su questa terra e a desiderare sempre di più il compimento che avverrà dopo la morte. E mi insegnano a vivere i giorni con la stessa pazienza dimostrata da Maria, a rispettare con calma i tempi di Dio, che non sono i nostri. Tuttavia, un poco alla volta ho realizzato che, se sono ancora qui, è perché ho ancora qualcosa da fare. E ho compreso che devo cercare di ultimare il santuario di Maguzzano».

Com’è nata questa impresa?

«Circa vent’anni fa, camminando con l’amico architetto Emilio Cupolo su un sentiero secondario nell’oliveto della basilica, ci siamo imbattuti in una statua della Madonna che giaceva per terra fra le sterpaglie. Era caduta dal piedistallo da chissà quanto tempo perché era in pessime condizioni ed era rotta in frantumi. Rimasi scosso per il fatto che fra quelle sacre mura l’immagine potesse essere rimasta trascurata. Così proposi a Cupolo di aiutarmi a restaurarla e a realizzare per lei un’edicola, che l’architetto ha trasformato in un progetto ambizioso, ricco di simboli cristiani. Un’opera costosa, sostenuta da numerosi donatori che sono intervenuti con puntualità provvidenziale ogni volta che non ho avuto le forze per provvedere da solo. Pochi sanno che, davanti a quella Madonna, quando ancora giaceva a terra, una sera io stesso mi sono ritrovato bocconi, colpito da un principio di infarto».

Che cosa è accaduto? Eri da solo?

«C’era Lei con me. Da terra guardavo il suo viso, in lei ho confidato prima di perdere conoscenza. E Lei è intervenuta: mi ha dato la forza di riprendermi, di guidare fino a casa, da dove mi hanno trasportato con urgenza in ospedale. Esattamente come avvenuto per la mia conversione nemmeno questo santuario avevo cercato, eppure la Vergine ha voluto che mi imbattessi nel suo simulacro, ha permesso che cadessi quasi morto, mi ha rialzato e ora ha fatto di questo luogo lo scopo ultimo della mia vita. Chi viene qui trova un tronco grosso tagliato. Nel 1999 Maguzzano è stata colpita da una tromba d’aria; una vecchia conifera, altissima, si è sradicata e cadendo, secondo la fisica avrebbe dovuto colpire la Madonna degli Olivi ma, inspiegabilmente, ha deviato di qualche centimetro, lasciandola intatta».

Che significato ne hai tratto?

«Il demonio insidia sempre Maria, ma Lei non può essere sconfitta e alla fine schiaccerà la testa del serpente».

Un Giorno della Memoria particolarmente doloroso

di Paolo Mieli|  – Corriere della Sera . 21 gennaio 2024

La strage del 7 ottobre, le equiparazioni dello Stato israeliano a quello hitleriano, gli slogan ostili contro gli ebrei, le amnesie, i silenzi. E un celebre oratorio cancellato

Quest’anno il Giorno della Memoria (cadrà sabato prossimo) rischia di essere particolarmente doloroso per gli eredi diretti della Shoah. Doloroso perché sarà impossibile evitare l’associazione mentale con quanto è accaduto in Israele il 7 ottobre scorso, una strage di ebrei senza precedenti novecenteschi — eccezion fatta per la Notte dei cristalli del ’38 in Germania — se non in tempo di guerra. Con l’evidenza del presagio che entrambi gli avvenimenti, eccidio nel kibbutz di Kfar Aza e Kristallnacht, portano con sé. Ma sarà angoscioso e ancor più straziante a causa del tentativo, già in atto, di far ricadere sugli ebrei del mondo intero la «colpa» per la successiva ritorsione israeliana su Gaza. Che ripropone l’equiparazione — in voga da anni, a destra come a sinistra — tra lo Stato hitleriano e quello fondato nel 1948 da Ben Gurion.

Tale equiparazione l’ha già fatta in modo esplicito l’Associazione nazionale dei partigiani d’Italia di Bagno a Ripoli, un piccolo Comune in provincia di Firenze. Questo Comune ha convocato per il 27 gennaio una manifestazione dal titolo: «Mai più. Ottant’anni fa lo sterminio del popolo ebraico da parte dei nazisti; oggi il genocidio del popolo palestinese da parte dello Stato di Israele». Relatori: l’imam di Firenze Izzedin Elzir e il rappresentante della Comunità Palestinese toscana Bilal Murar. Senza che nel manifesto di convocazione venisse, sia pur accidentalmente, menzionato l’orribile eccidio iniziale nei kibbutz. Senza poi che fosse invitata una qualche personalità del mondo israelitico (e, volendo, se ne sarebbero trovate) disponibile con la sua presenza a legittimare il tutto. Prontamente l’Anpi nazionale ha preso le distanze dall’iniziativa ma, nonostante ciò, è arduo immaginare che qualcosa di analogo non possa venir fuori da altre parti del nostro Paese.

Persino il quotidiano più filopalestinese d’Italia,il manifesto, qualche giorno fa ha riconosciuto (per la penna di Bruno Montesano) che da anni, «e oggi ancora di più», il Giorno della Memoria viene «usato come una clava contro gli ebrei». Tant’è che l’Unione delle comunità israelitiche aveva preso in considerazione l’idea di sottrarsi a qualsiasi evento pubblico. E di ricordare i sei milioni di ebrei sterminati nella Shoah all’interno delle proprie comunità, «con le nostre preghiere, in modo lineare, rispettoso della loro sofferenza e memoria, delle nostre cicatrici come seconda e terza generazione». Lontano «dal clamore dei media». Poi invece, Noemi Di Segni e i dirigenti che sono a capo delle suddette comunità, hanno deciso di presenziare, come gli anni passati, alle manifestazioni pubbliche.

Consapevoli di ritrovarsi in un mondo che nei loro confronti ha via via cambiato atteggiamento. In peggio. Anno dopo anno, sempre di più. L’altro ieri alcune centinaia di persone hanno aggredito la fiera VicenzaOro provocando scontri con la polizia. Il loro scopo dichiarato era quello di solidarizzare con il popolo palestinese. Urlavano slogan assai critici nei confronti di Tel Aviv (e fin qui…) accompagnati da altri ostili tout court agli ebrei. L’obiettivo del corteo era l’inesistente stand di Israele. Secondo il sindaco della città veneta, Giacomo Possamai (Pd), su 1.300 espositori, quelli provenienti dallo Stato ebraico erano tre. Tre. Qualche esponente del partito di Elly Schlein (in primis Piero Fassino) ha intravisto nell’accaduto i danni prodotti dalla «criminalizzazione di Israele» e dalla «diffusione delle pulsioni antisemite». Quelli più in sintonia con la segretaria si sono momentaneamente distratti.

Ripetiamo ancora una volta — ove mai ce ne fosse bisogno — che riteniamo del tutto legittima ogni critica persino la più estrema a qualsiasi atto del governo presieduto da Benjamin Netanyahu, così come di tutti quelli che lo hanno preceduto e di quelli che verranno. Del resto, un’eco possente di proteste dello stesso genere giunge anche da Israele. Ma qui è di altro che si sta parlando. Di mezze frasi (talvolta frasi intere) che, in manifestazioni a carattere mondiale, inneggiano al «lavoro che Hitler non ha avuto il tempo di portare a termine» e che adesso meriterebbe di essere «completato».

Nei Paesi mediorientali e in quelli sotto l’influenza iraniana, russa o cinese tutto ciò accade senza che le autorità pubbliche se ne diano pena. Talvolta approvano con convinzione. Ma anche nell’universo occidentale, dove pure i governi si pronunciano criticamente nei confronti di questo fenomeno, le istituzioni culturali si affrettano a mettersi al passo con i tempi nuovi. L’università di Cagliari ha anticipato le altre (quantomeno quelle italiane) nell’interrompere, su sollecitazione di studenti e corpo docente, ogni rapporto con quelle di Israele. E il solerte rettore, Francesco Mola («mai andato in Israele, nel mio piccolo…», è il suo vanto), si è dovuto sorbire qualche rimbrotto per non aver stracciato all’istante l’ultimo accordo, quello con l’ateneo di Haifa. È «prossimo alla scadenza», si è giustificato Mola, e cancellarlo di punto in bianco «non è così semplice».

In Germania, il Kammerchor di Berlino, uno dei cori più famosi del mondo, all’improvviso ha eliminato dal proprio programma l’oratorio di Georg Friedrich Händel «Israele in Egitto». Scritto e cantato per la prima volta nel 1739. Il celebre oratorio ripercorre, come si evince dal titolo, la storia biblica della liberazione degli israeliti dal giogo del faraone. Non era opportuno, si sono giustificati i responsabili del coro, iniziare il nuovo anno con una rappresentazione di questo genere. Meglio mettere in scena qualcosa che abbia maggior sintonia con la «richiesta di pace». È la prima volta che accade nei quasi tre secoli di vita di questa composizione. Brutti tempi per la celebrazione del Giorno della Memoria.

Il Battesimo della Russia sovrana

di Stefano Caprio- Asia news 21 Gennaio 2024

La festa conclusiva del ciclo natalizio, che gli ortodossi hanno celebrato in queste ore, in Russia ha volto dell’immersione nell’acqua ghiacciata come esperienza di rinascita fisica e spirituale insieme. Un rito celebrato mentre il filosofo Aleksandr Šipkov in un saggio delinea i tratti dell'”educazione ai valori morali”, cuore del connubio tra religione e politica in voga oggi a Mosca.

Nella notte tra il 18 e il 19 gennaio in Russia si è celebrato il Battesimo del Signore, la festa conclusiva del ciclo natalizio secondo il calendario giuliano. Oltre alla particolarità della data, la Chiesa russa esalta in questa solennità dell’Epifania la superiorità specifica dell’Ortodossia nella versione slava-orientale, con il rito dell’immersione nell’acqua ghiacciata, una variante della memoria del Giordano che solo i russi possono riprodurre, essendo questo il tempo del gelo più profondo delle terre eurasiatiche.

Le eparchie e le parrocchie ribadiscono le norme da osservare per vivere fino in fondo questa esperienza di rinascita fisica e spirituale insieme, e tornare a casa con la scorta di acqua benedetta per tutto l’anno. Come ricorda il protoierej Evgenij Ivanov, addetto stampa dell’arcieparchia di Almaty in Kazakistan, “immergersi nell’acqua santa risana il corpo e l’anima; alcuni pensano erroneamente che il bagno liturgico lavi via i peccati, ma non è così, il peccati si purificano con un pentimento autentico e si correggono con le buone azioni”. A queste esortazioni si aggiunge di “non scordarsi le norme di sicurezza”, scendendo nell’acqua solo nei luoghi designati, sotto l’osservanza di medici e bagnini liturgici, forniti di ciabatte di resina, asciugamano, cambio d’abito e un thermos con il tè caldo. Prima dell’immersione “bisogna fare qualche esercizio di riscaldamento”, scendere fino alle spalle e non bagnarsi il capo, “per evitare contrazioni dei vasi cerebrali”, e ovviamente evitare di bere alcolici. I bambini possono scendere nel ghiaccio solo insieme ai genitori, e i malati cronici non sono ammessi.

Il rito battesimale assomiglia più a un’esercitazione militare che a un gesto ascetico, connotazione che risulta particolarmente opportuna e simbolica in questi tempi di guerra. Lo scorso anno il clima era gelido non soltanto per le temperature abbondantemente sottozero, ma anche per le preoccupazioni della controffensiva nemica, che sembravano interrompere la marcia trionfale della riconquista delle terre ucraine e della rigenerazione dei peccatori in tutto il mondo, la “buona azione” ortodosso-patriottica che redime il popolo umiliato e offeso. Quest’anno invece il sacro Battesimo annuncia una stagione di gloria e orgoglio nazionale e universale, a due mesi dalla prossima ri-consacrazione dello zar e in mezzo a un turbinio di guerre e rivolte in ogni parte del mondo, segni dell’apocalisse salvifica iniziata due anni fa, distruggendo le barriere dei confini per innalzare nuove mura di difesa dagli assalti del demonio.

Più che le omelie patriarcali o i messaggi presidenziali, risaltano in questi giorni i proclami dei profeti e degli ideologi, come quello pubblicato sulla “Gazzetta parlamentare” da uno dei massimi interpreti del sovranismo escatologico, il filosofo Aleksandr Šipkov, rettore dell’università ortodossa di San Giovanni il Teologo di Mosca e vice-presidente del Concilio Popolare Russo Universale, al cui vertice siede lo stesso patriarca di Mosca Kirill (Gundjaev). Il saggio s’intitola “Educazione ai valori morali e sovranità dello Stato”, formulando in modo esplicito il connubio tra la religione e la politica che caratterizza il regime kirill-putiniano.

Šipkov osserva “il periodo di turbolenza che sta attraversando il mondo intero”, in cui “la Russia in forza di una serie di circostanze storiche è diventata l’epicentro di ogni processo di trasformazione”. La stabilità e la “determinazione” (ustoičivost) dello Stato ortodosso rappresentano il modello della sovranità, contro cui si moltiplicano “le sfide e le minacce” a cui è necessario dare una risposta adeguata e definitiva. A questo ovviamente servono “l’organizzazione difensiva”, a partire dall’industria bellica, e il “risanamento dell’ambito informativo”, la guerra militare e la guerra ibrida, senza dimenticare la “normalizzazione della politica culturale” e la “regolazione delle dinamiche demografiche”, riscrivendo la storia ed incitando alla fecondità familiare. A questi importanti elementi, per ottenere una sovranità veramente efficace si deve aggiungere la “difesa dei valori morali”, che non si deve limitare alla “ripetizione di definizioni già pronte”, trattandosi di un compito ben più globale e dinamico.

Lo scopo del processo formativo deve portare a “educare la prossima generazione di russi nello spirito di una partecipazione senza condizioni al destino del proprio Paese”, e agli eventi più critici e importanti della sua storia. Un aspetto decisivo è quello “interiore e psicologico” di questa partecipazione, guardando ad esempio alla “fuga dei cervelli” che ha fatto andare all’estero una gran parte degli esperti informatici russi, oggi quanto mai necessari alla nuova economia autarchica. Gli specialisti sono attirati dagli alti stipendi delle aziende straniere, e se anche le ditte russe provano a offrire aumenti, allora gli avversari rilanciano l’offerta, in una “gara folle e infinita del mercato internazionale del lavoro”. Per uscire da questo vicolo cieco, insiste il filosofo, bisogna “superare gli interessi puramente materiali”, formando dei cittadini, compresi gli informatici, che vedano nel lavoro non soltanto un “servizio a sé stessi”, ma un vero servizio alla Patria.

La formula proposta da Šipkov prevede quindi la “sottomissione del processo formativo al sistema dei valori morali, risolvendo in questo modo anche il problema dell’identità nazionale”. Un problema che la Russia ha ereditato dalle tante interruzioni della sua tradizione, i cosiddetti “cronoclasmi” della sua storia, come quelli dei torbidi di inizio Seicento, della rivoluzione di inizio Novecento, a cui il politologo aggiunge la crisi degli anni Novanta dopo il crollo del regime sovietico. Queste fratture hanno avuto riflessi anche a livello ecclesiastico, con gli scismi e le dittature occidentalizzanti e ateiste, ma preoccupa in particolare proprio quello post-sovietico, quando “vi furono molti tentativi di realizzare una specie di riforma dell’Ortodossia”, una vera “erosione della nostra identità nazionale”.

Se è vero che la rivoluzione bolscevica aveva annullato la tradizione precedente, nel saggio si difende comunque la “cultura sovietica”, considerandola “una parte integrante della storia e dell’intera cultura russa”, pur in un contesto “pieno di contraddizioni”, ma che va tenuto insieme a tutto il resto, perché “l’esperienza della nostra nazione e del nostro popolo non si può fare a pezzi, e noi non lo permetteremo”. Oggi bisogna ricostruire in Russia il “consenso storico-culturale”, un compito quanto mai opportuno in apertura della campagna elettorale presidenziale, rimettendo insieme i suoi pezzi e i suoi “codici culturali e religiosi: ortodosso, sovietico, pre-rivoluzionario, vecchio-credente, nazional-popolare, e i codici etnici e confessionali minori”. E che cosa può rimettere insieme tutte queste dimensioni, spesso tra loro contrapposte? “È possibile solo sul fondamento di un’unica piattaforma etica, che è sempre rimasta immutabile in tutte le fasi convulse della nostra storia”, risponde Šipkov.

Il sistema socialista sovietico, ad esempio, secondo questa interpretazione esaltava il senso popolare della giustizia, era un “socialismo dal basso” che si basava sulla concezione della sobornost, della comunitarietà vissuta, quello che i sovietici chiamavano “collettivismo”. Questo oggi va recuperato a un livello più universale, quello della “missione storica della Russia e del mondo russo, quella di formare ovunque uno spazio di comunione, per la salvezza dell’anima”. Il rafforzamento dell’impero, da Ivan il Terribile a Pietro il Grande fino a Stalin, è proprio la finalità religiosa della salvezza spirituale, quindi si tratta principalmente di un “impero morale”, non di un’affermazione del potere di un singolo o di una casta, e nemmeno di una singola nazione. È questo il contenuto degli interventi dell’attuale imperatore (spesso elaborati proprio da Šipkov), che costituiscono il “programma del nostro futuro, il sistema di vita dei cittadini della Russia almeno per i prossimi 30-40 anni”. Il filosofo si associa quindi all’invito natalizio del patriarca Kirill, che aveva esortato i russi all’estero a tornare in Patria, dove verranno perdonate le loro azioni dettate dalla paura o dall’avidità.

In Russia troveranno un mondo nuovo, dove “i valori non sono delle astrazioni, ma si realizzano nell’esperienza di vita dell’uomo russo”, eliminando le illusioni “neo-liberali e mercantili” e sostituendole con l’amore patriottico, “di cui non dovremo più vergognarci”. Si mette fine alle competizioni interne per primeggiare in politica o nell’economia, tanto “il leader deve essere uno solo, al massimo due o tre”, e tutti gli altri si devono adeguare: “nel Vangelo si dice di amare gli altri e difendere i deboli, da nessuna parte nelle Scritture si invita a sostenere i forti”. Una volta scelta la guida, ci si può mettere tranquilli per il resto dell’esistenza. Pur con tutte le necessarie cautele, insomma, ci si deve immergere nella croce ghiacciata senza timori, per rinascere alla luce dell’Ortodossia sovrana, la nuova sintesi della storia e dei valori morali. Quello che conta nella morale non sono i codici di comportamento, ma i “codici culturali”, che giustificano anche le guerre più terribili e i sentimenti di odio verso gli estranei, come avviene ormai in ogni parte del mondo, per la gloria della Russia.

Nato, annuncio choc del Presidente del Comitato militare: “Guerra totale con la Russia nei prossimi 20 anni”

«I civili devono prepararsi per una guerra totale con la Russia nei prossimi 20 anni», ha avvertito un alto funzionario militare della Nato. Se le forze armate sono pronte per lo scoppio della guerra, i privati ​​cittadini devono essere pronti per un conflitto che richiederebbe un cambiamento radicale nelle loro vite, ha detto il Presidente del Comitato militare Rob Bauer. In caso di scoppio di una guerra sarà necessario mobilitare un gran numero di civili e i governi dovrebbero mettere in atto sistemi per gestire il processo, ha proseguito Bauer nell’incontro di giovedì a Bruxelles.

Pace «non scontata»

Le opinioni pubbliche dei Paesi che compongono la Nato «devono capire» che non si può più dare la pace per «scontata» nei prossimi anni e che la guerra è un fenomeno che coinvolge tutta la società, che deve sostenere i militari «con uomini e mezzi». Lo ha detto il Presidente del Comitato militare della Nato, l’ammiraglio Rob Bauer, al termine della riunione dei capi di Stato Maggiore alleati. Commentando la pubblicazione dei piani militari tedeschi di un possibile scontro con la Russia a est, Bauer ha detto: «non mi pare una novità, Mosca per noi è una minaccia e proprio per questo abbiamo sviluppato contromisure».

La paura di Berlino

«Sentiamo minacce quasi ogni giorno dal Cremlino di recente di nuovo contro i nostri amici degli Stati baltici» e «dobbiamo quindi tenere conto del fatto che Vladimir Putin potrebbe un giorno attaccare perfino un Paese della Nato». Lo ha detto il ministro tedesco della Difesa, Boris Pistorius, in un’intervista a Tagesspiegel riportata da Dpa. «I nostri esperti prevedono un periodo di cinque-otto anni», prima che «questo potrebbe essere possibile», spiega Pistorius, secondo cui un attacco russo non è invece probabile oggi. Il ministro tedesco ribadisce inoltre la necessità che le Forze Armate tedesche diventino «adatte alla guerra» e spiega di voler rendere consapevole e «svegliare» la società tedesca in merito

La Svezia si prepara alla guerra

Adml Bauer, un ufficiale della marina olandese che è presidente del comitato militare della NATO, ha elogiato la Svezia per aver chiesto a tutti i suoi cittadini di prepararsi alla guerra prima che il paese aderisca formalmente all’alleanza. La mossa di Stoccolma, annunciata all’inizio di questo mese, ha portato ad un aumento dei volontari per l’organizzazione di protezione civile del paese e ad un picco nelle vendite di torce e radio alimentate a batteria.

Il piano

La prossima settimana circa 90.000 soldati della Nato inizieranno la più grande esercitazione militare del blocco dai tempi della Guerra Fredda. L’operazione Steadfast Defender 2024 ha più che raddoppiato le sue dimensioni da quando è stata annunciata lo scorso anno ed è esplicitamente progettata per preparare l’alleanza a un’invasione russa. La Gran Bretagna ha impegnato circa 20.000 soldati, oltre a carri armati, artiglieria e aerei da combattimento nelle esercitazioni che si svolgeranno in tutta Europa fino a maggio. Ma gli alti funzionari della Nato sono sempre più preoccupati che i governi e i produttori privati ​​di armi restino indietro nei preparativi sul fronte interno.

Le armi

Le scorte di armi e munizioni sono state prosciugate dal conflitto in Ucraina e ci vorranno anni per ricostituirle all’attuale ritmo di produzione. Nel frattempo, la Russia ha triplicato le spese militari portandole al 40% dell’intero bilancio nazionale, accelerando drasticamente le linee di produzione. “Dobbiamo essere più pronti su tutto lo spettro”, ha detto Adml Bauer. “Bisogna avere un sistema in atto per trovare più persone in caso di guerra, che lo faccia o meno. Allora si parla di mobilitazione, riservisti o coscrizione. “Bisogna poter contare su una base industriale in grado di produrre armi e munizioni abbastanza velocemente da poter continuare un conflitto se ci si trova dentro”

La minaccia russa

Le opinioni pubbliche dei Paesi che compongono la Nato «devono capire» che non si può più dare la pace per «scontata» nei prossimi anni e che la guerra è un fenomeno che coinvolge tutta la società, che deve sostenere i militari «con uomini e mezzi». Lo ha detto il Presidente del Comitato militare della Nato, l’ammiraglio Rob Bauer, al termine della riunione dei capi di Stato Maggiore alleati. Commentando la pubblicazione dei piani militari tedeschi di un possibile scontro con la Russia a est, Bauer ha detto: «non mi pare una novità, Mosca per noi è una minaccia e proprio per questo abbiamo sviluppato contromisure».

(Il Messaggero – Sabato 20 Gennaio – 2024)

Sono 365 milioni i cristiani perseguitati nel mondo. «Mai così tanti»

Nel 2023 sono stati uccisi 4.998 cristiani per la loro fede, 13 al giorno. L’epicentro dei massacri è ancora la Nigeria. La Nord Corea si conferma il paese più pericoloso, sale il Nicaragua. La World Watch List 2024 di Open Doors

I cristiani perseguitati nel mondo non sono mai stati così tanti, secondo l’ultimo rapporto annuale di Open Doors. Sono ben 365 milioni (contro i 360 del 2022), un cristiano su sette, i fedeli che soffrono un livello alto di persecuzione e discriminazione per la propria fede.

Se aumentano i paesi, da 76 a 78, dove la persecuzione è alta o estrema, diminuiscono i cristiani uccisi per la loro fede: sono stati 4.998 l’anno scorso, 13 al giorno, contro i 5.621 del 2022.

Sono cresciuti invece a dismisura gli attacchi contro le chiese e altre proprietà cristiane (distrutte, chiuse o confiscate): da 2.110 a 14.766.

La Nigeria è l’epicentro dei massacri Anche quest’anno la Nigeria si conferma l’epicentro dei massacri: nel gigante africano l’anno scorso sono stati uccisi per la loro fede 4.118 cristiani, l’82 per cento del totale.

Il dato, se possibile, è da considerarsi leggermente positivo se si considera che nel 2022 in Nigeria erano stati uccisi 5.014 cristiani e forse, secondo la World Watch List 2024, la diminuzione si deve al periodo di calma preceduto alle elezioni presidenziali.

Diminuisce anche il numero dei cristiani rapiti, dai 5.259 del 2022 ai 3.906 dell’anno scorso, e anche in questo caso il calo si deve al leggero miglioramento della situazione in Nigeria.

La situazione nel paese africano resta comunque gravissima, come dimostrano i massacri avvenuti il giorno di Natale, soprattutto nella Middle Belt.

È proprio qui, nell’area più colpita, che Tempi l’anno scorso ha condotto un reportage per indagare le complesse cause della strage, che sono religiose, economiche, tribali e politiche.

Nord Corea, incubo dei cristiani perseguitati La Corea del Nord si conferma il paese dove la persecuzione dei cristiani è più estrema, seguito da Somalia, Libia, Eritrea, Yemen, Nigeria, Pakistan, Sudan, Iran e Afghanistan.

Il fatto che nelle prime posizioni ci siano prevalentemente nazioni musulmane dimostra che «l’oppressione islamica rimane una delle fonti principali di intolleranza anticristiana», si legge nel rapporto della Ong.

Da segnalare, stabile all’undicesimo posto della classifica, l’India, dove non si ferma il deterioramento del rispetto della libertà religiosa soprattutto a causa dell’estremismo indù e dove nel 2023 sono stati arrestati 2.332 cristiani (il 56% del totale mondiale).

La persecuzione è estrema anche in Siria e Arabia Saudita. Matrimoni forzati come mezzo di pressione «Impressionante» anche il dato degli attacchi o delle chiusure di chiese e altre proprietà pubbliche cristiane (ospedali, scuole e simili): si è passati dai 2.110 casi del 2022 ai 14.766 del 2023, soprattutto a causa dell’oppressione portata avanti dal Partito comunista in Cina, dove sono avvenuti circa 10 mila casi.

I cristiani nel mondo non patiscono soltanto una persecuzione fatta di violenza. Esiste anche la realtà della discriminazione che in molti paesi, come il Pakistan, si esprime in molte forme: discriminazione sul lavoro, mancato accesso alla sanità e all’istruzione, pressioni e minacce per far rinunciare alla propria fede, negazione di soccorsi dopo calamità naturali e burocrazia che impedisce l’autorizzazione alla costruzione di edifici per il culto.

Un altro metodo di persecuzione è quello della violenza e degli abusi contro le donne soprattutto in paesi a maggioranza musulmana come il Pakistan. Stime molto conservative raccolte da Open Doors parlano di 2.622 casi di abusi, «ai quali si sommano oltre 609 matrimoni forzati. Questi sono la punta di un iceberg ben più imponente».

«Anno record per i cristiani perseguitati» «Il 2023 è un anno record per i cristiani perseguitati, ecco perché è necessario tornare a parlare di libertà religiosa nel dibattito pubblico», ha dichiarato Cristian Nani, direttore di Open Doors Italia, che stamattina presenta il rapporto presso la sala stampa della Camera dei Deputati.

«Non solo i massacri e i rapimenti, ma le oltre 14.000 chiese, cliniche e scuole cristiane attaccate o chiuse, le oltre 27.000 attività economiche saccheggiate o distrutte, costringono alla fuga famiglie e intere comunità cristiane, dando vita a esodi inumani e a una “Chiesa profuga” che grida aiuto».

Estremismo religioso e paranoia dittatoriale L’aumento della persecuzione anticristiana è dovuto soprattutto all’estremismo religioso, in particolare quello islamico nell’Africa subsahariana e nel Medio oriente, e alle paranoia delle dittature comuniste, a partire da quella che governa il Nicaragua, che l’anno scorso è salito dal 50mo al 30mo posto della classifica.

Va infine sottolineato l’inquietante fenomeno della «persecuzione digitale», modello sviluppato dalla Cina soprattutto durante la pandemia di Covid-19 e poi esportato ad altri paesi come Myanmar, India, Vietnam e Russia.

Di: Leone Grotti – Tempi
Data di pubblicazione: 17 Gennaio 2024

CENTO GIORNI DI DOLORE

Il 7 ottobre i miliziani di Hamas entravano in Israele facendo 1.200 morti e 240 ostaggi. E provocando una tremenda risposta su Gaza, dove finora le vittime sono oltre 23mila

La repubblica . 14 Gennaio 2024

Lo shock del 7 ottobre e la rabbia di Israele

di Rossella Tercatin

GERUSALEMME – L’incredulità, la delusione, le lacrime, la consapevolezza che nulla sarà mai più come prima ma anche la determinazione a prevalere, a continuare ad affermare «Am Israel Chay», «il popolo d’Israele vive».

Sono trascorsi cento giorni da quando migliaia di terroristi di Hamas hanno sferrato un attacco senza precedenti, riuscendo a conquistare e controllare per ore una fetta importante del Sud di Israele, comprese alcune basi militari, distruggendo e massacrando migliaia di persone, in maggioranza civili, e trascinandone centinaia nella Striscia come ostaggi.

Da quel giorno, gli incubi degli israeliani sono popolati dalle immagini dei miliziani in nero che che atterrano nel deserto al rave party vicino al Kibbutz Re’im con i deltaplani, delle case bruciate o ricoperte di sangue dei kibbutz vicino al confine con la Striscia, piccoli angoli di paradiso trasformati in inferno, di corpi torturati, dello sguardo terrorizzato di Shiri Bibas mentre stringe i suoi piccoli dai capelli rossi Ariel e Kfir, di soli nove mesi, portata via dai terroristi, della cui sorte non si sa nulla. Incubi che riecheggiano quelli del popolo ebraico nel corso dei millenni.

Lo ripete spesso il presidente Isaac Herzog: dal 7 ottobre la collettività israeliana si trova «in uno stato di trauma». Trauma che il dramma degli ostaggi continua a rinnovare ogni giorno. Ma, in questi poco più di tre mesi, non è solo l’orrore a segnare lo stato d’animo collettivo di Israele. Il Paese si è infatti ritrovato unito nella percezione di essere sotto attacco e di dover combattere per sopravvivere come tante volte nella sua storia, un sentimento che nel passato più recente pareva aver superato.

Così molte delle spaccature politiche che fino al giorno prima dell’attacco stavano dilaniando la sua società sono state messe da parte. La rete delle proteste anti-Netanyahu si è trasformata in network di solidarietà per vittime e sfollati dalle comunità sotto attacco a Nord e Sud (circa 200mila), risvegliando un senso di appartenenza alla nazione senza precedenti persino nel settore ultraortodosso e arabo.

Certo, le divisioni non sono state superate e crescono man mano che prosegue la guerra lunga e difficile, che vede peraltro la morte di tanti soldati – giovanissimi diciottenni impegnati nel servizio di leva, riservisti padri di famiglia. Anche perché se c’è un altro impulso che ha accompagnato gli israeliani negli ultimi cento giorni e che si acuisce man mano che emergono le prove di come i piani di Hamas fossero conosciuti, è la rabbia, per uno Stato che non ha saputo proteggerli, per un governo e un primo ministro che hanno fallito nel loro primo dovere. E che per questo, secondo i più, devono andarsene.


Alla ricerca dell’exit strategy dopo la furia sulla Striscia

dal nostro inviato Fabio Tonacci

GAZA CITY – Cento giorni di bombe hanno ridotto la Striscia di Gaza a simulacro di se stessa, per metà macerie e per metà ricovero per due milioni di sfollati, eppure a Israele manca ancora una exit strategy. Una via di uscita per dichiarare missione compiuta, cessare il fuoco e attenuare le critiche della comunità internazionale, che biasima lo Stato ebraico per l’enorme numero di vittime civili palestinesi (oltre 23 mila persone, secondo le autorità locali) sacrificate in nome della caccia a Hamas e Jihad Islamica.

Bibi Netanyahu non bluffava. Dopo le atrocità del 7 ottobre, promise che la reazione d’Israele sarebbe stata la più brutale e avrebbe ridefinito il Medio Oriente. Si stavano ancora recuperando i cadaveri nei kibbutz quando sono cominciati i raid aerei sulla Striscia, prima fase di un conflitto che fin da subito è apparso lungo e sanguinoso. Il 27 ottobre gli stivali dei soldati israeliani hanno calpestato la sabbia di Gaza come non accadeva dal 2005, e i carri armati hanno percorso in senso opposto le strade seguite dai terroristi la mattina il cui l’odio è esondato.

In superficie il confronto è impari: l’esercito è troppo più potente, equipaggiato, coperto dall’aviazione e dall’artiglieria, rispetto a 30mila miliziani che si riparano dietro mura sgarrupate e, talvolta, combattono in ciabatte. Sotto la Striscia, invece, è un’altra storia.

I cinquecento chilometri di tunnel che affondano nelle viscere di Gaza e Khan Yunis, dipanandosi a 50 metri di profondità sotto ospedali, moschee e palazzi dell’amministrazione, sono l’arma in più di Hamas. Quel che rende pericoloso un quartiere anche dopo che è stato raso al suolo, come ha potuto documentare Repubblica, primo giornale italiano a entrare nella Striscia nel dicembre scorso: c’è sempre un buco, un pertugio da cui salta fuori qualcuno con un lanciarazzi sulla spalla, per poi sparire inghiottito dalla “metropolitana”. Ad oggi sono stati uccisi 180 soldati israeliani, a fronte di qualche migliaio di combattenti palestinesi (il numero non è certo) morti nei bombardamenti e negli scontri a fuoco. 

Con l’anno nuovo è cominciata la terza fase, “a bassa intensità”, come vuole il presidente americano Biden, impegnato nell’anno elettorale a tenere a bada le polemiche interne sul sostegno a Israele. Quindi meno raid e più azioni mirate per eliminare i leader di Hamas. A ben vedere, è anche l’unica exit strategy possibile per Israele: catturare o uccidere i due uomini che hanno pensato e realizzato il 7 ottobre, Yahya Sinwar, capo politico della Striscia, e Mohammed Deif, il comandante delle brigate al-Qassam. Fino a quel momento, la guerra andrà avanti.


Bring them home: l’angoscia di un Paese per la sorte degli ostaggi

dalla nostra inviata Francesca Caferri

TEL AVIV – Cento giorni fa Hersh Goldberg-Polin, 23 anni, alle 8.11 mandava un ultimo messaggio alla madre da un rifugio anti-missile lungo la strada 232, che corre lungo il confine fra Israele e Gaza: «Ti voglio bene. Mi dispiace». Danielle Aloni, 44 anni, teneva stretta a sé la figlia di 5 anni sul retro di un pick up, pistola alla tempia, viaggiava verso Gaza: «Tieni gli occhi chiusi, Emilia». Hanna Katzir, 76, lasciava dietro di sé Rami, il marito, sanguinante, mentre dalla sua casa veniva caricata su una motocicletta a furia di botte: non sapeva che non l’avrebbe rivisto mai più, perché l’uomo sarebbe morto poco dopo.

Il 7 ottobre circa 240 persone, dagli otto mesi agli 85 anni, per lo più civili, per lo più israeliani, sono state rapite dalle loro case o dalle loro caserme e portate con la forza a Gaza. La loro assenza è uno degli elementi che ha fermato l’orologio di questo Paese al 7 ottobre, tenendolo prigioniero della bolla di angoscia e di dolore creata da Hamas quella mattina.

I loro volti sorridenti, immobili, sempre uguali, che spuntano ovunque, sui muri, lungo le strade, all’aeroporto, contribuiscono ad accentuare l’impressione che il tempo qui si sia fermato. Ma a ben vedere fra il Sabato nero e oggi è passato un mondo: la manifestazione di un unico uomo davanti al ministero della Difesa si è trasformata in un fiume in piena, il comitato di parenti e amici degli ostaggi nato in poche ore è diventato una macchina da guerra in grado di muovere ministri, ambasciatori, agenti segreti, star di Hollywood e premi Nobel, di portare in strada decine di migliaia di persone in Israele e nel mondo, di arrivare alle Nazioni Unite, da papa Francesco e da Elon Musk. E di spingere il governo a una pausa dei combattimenti che ha consentito di riportare a casa 105 ostaggi, nella grandissima maggioranza donne e bambini, oltre alle cinque donne liberate nelle settimane precedenti.

Ma non è ancora finita. La sorte dei 136 ancora a Gaza – 110 vivi, 26 morti, secondo le ultime stime ufficiali che non possono però essere considerate del tutto certe – è l’ossessione che accompagna la vita di Israele in ogni momento. In aeroporto, i loro volti sono la prima cosa che il viaggiatore si trova davanti. In televisione e sui giornali gli appelli per la loro liberazione sono continui. I cartelloni con scritto a caratteri cubitali in ebraico e in inglese Bring them home, “riportateli a casa”, sono ovunque. Ogni giorno, qui si trema per loro: per le donne che potrebbero essere stuprate, per gli anziani senza medicine, per gli uomini portati via feriti e per i militari che rischiano la tortura a causa della loro uniforme. È uno shock profondissimo quello con cui Israele si sveglia ogni mattina: destinato ad accompagnarlo per anni anche se, e quando, le persone rapite torneranno a casa.


Noi abitanti di Gaza e un’unica missione: sopravvivere

di Sami al-Ajrami

RAFAH – Ogni notte mi sveglio per i rumori assordanti degli attacchi aerei che scuotono il vecchio edificio in cui mi rifugio nella città di Rafah, nel Sud della Striscia di Gaza, insieme alle mie figlie gemelle e ad altre 23 persone sfollate anch’esse dalla città di Khan Yunis. Abbiamo 10 bambini spaventati e traumatizzati di età diverse, cerchiamo di calmarli per farli tornare a dormire e preghiamo che l’edificio non crolli, e speriamo di sopravvivere.

Vivevo a Jabalia, nel Nord della Striscia di Gaza. Sono un giornalista che lavora per l’agenzia di stampa Ansa da 12 anni. Sabato 7 ottobre alle 06:15 mi sono svegliato spaventato: sentivo il rumore di centinaia di razzi lanciati da Gaza verso Israele. Erano giorni “tranquilli”, nessuno si aspettava un altro round di guerra. Mi ci è voluta un’ora per rendermi conto che Hamas stava attaccando Israele. Guardando le immagini che circolavano sui social, ho avuto subito paura: sapevo che non sarebbe stata una guerra come le altre. 

La prima settimana è stata piena di attacchi aerei che hanno ucciso persone e distrutto case e strutture vitali, poi sono arrivati gli ordini di evacuare l’intera area settentrionale e Gaza City. Venerdì, alle 2 di notte, non riuscivo ancora a dormire, ho ricevuto un messaggio registrato che diceva che tutti i residenti del Nord e di Gaza City avrebbero dovuto trasferirsi a Sud per la loro sicurezza. Ho iniziato a preparare i miei documenti e alcuni vestiti insieme alle mie figlie, a mio padre e a mia madre, e mi sono trasferito nella zona centrale della città di Deir al Balah.

Svolgendo il mio lavoro, mi sono trovato a coprire l’uccisione di 14 membri della mia stessa famiglia che era sfollata da Gaza City a Deir al Balah, Israele ha preso di mira un edificio con una bomba da 6 tonnellate, causando la distruzione di altri 6 edifici che ospitavano rifugiati e altre persone innocenti.

Successivamente ho dovuto trasferirmi nella città di Khan Yunis a casa di amici. Sono tornato a Gaza City e nel Nord diverse volte. Nell’ospedale Al-Ahli e nella chiesa nella città vecchia ho visto tantissimi cadaveri, e la sensazione più dolorosa è quando vedo i corpi lacerati dei bambini: credo di essere stato spezzato dall’interno così tante volte. La mia missione più importante in questi mesi è stata essere vicino agli amici più cari, sostenersi a vicenda, provare a fornire alla famiglia cibo e acqua e legna per accendere il fuoco, e dare ai bambini l’atmosfera più sicura possibile.

Il 2 dicembre mi sono trasferito a Rafah, vicino al confine con l’Egitto, nel quartiere di Al-Salam, insieme alla famiglia che mi ha ospitato: abbiamo legato molto, abbiamo pianificato insieme l’intero sfollamento e la missione di sopravvivenza. Spero che la guerra finisca presto senza più vittime e senza perdere più persone care.


La scommessa di Biden: ridisegnare il Medio Oriente

dal nostro corrispondente Paolo Mastrolilli

NEW YORK – L’ultima cosa di cui aveva bisogno il presidente americano Joe Biden in questo anno elettorale era la guerra a Gaza, ma ora cerca di usarla a vantaggio di tutti, Netanyahu e Stati arabi permettendo.

Prima che scoppiasse, la sua strategia per il Medio Oriente era chiara: avendo fallito il tentativo di resuscitare l’accordo nucleare con l’Iran, perché Teheran aveva dimostrato di non essere seria al tavolo negoziale, stava puntando sull’allargamento degli Accordi di Abramo per normalizzare i rapporti tra Arabia Saudita e Israele. L’intesa era vicina, avrebbe isolato la Repubblica islamica, e molti analisti sono convinti che gli ayatollah abbiano favorito l’assalto di Hamas proprio per farla saltare.

Joe Biden siede con il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, all’inizio della riunione del gabinetto di guerra israeliano. Tel Aviv, 18 ottobre 2023

 Dopo il 7 ottobre Biden ha appoggiato Israele perché riteneva che fosse la cosa giusta, e non si potesse lasciare Gaza in mano all’organizzazione terroristica Hamas, determinata a cancellare lo Stato ebraico e sterminare ovunque gli ebrei. Però ha cercato di frenare l’offensiva di Netanyahu per limitare le vittime civili, evitare l’allargamento del conflitto e togliere ad autocrazie come Russia e Cina un argomento da usare per aizzare il Sud globale contro l’Occidente.

Ma anche perché alle presidenziali rischia di perdere i voti della sinistra democratica, e di minoranze chiave come quella araba, che nello Stato decisivo del Michigan ha una popolazione superiore alla differenza percentuale con cui aveva battuto Trump nel 2020, e quindi può determinare la sua sconfitta. L’attacco agli Houthi appare un’escalation, ma ha lo scopo opposto, ossia frenare Teheran.

Biden ora cerca di usare la crisi per trasformare il Medio Oriente. Vuole che Netanyahu cambi tattica, puntando su operazioni mirate contro Hamas. Questo potrebbe aprire lo spiraglio per riprendere i negoziati con l’Arabia, che secondo il segretario di Stato Antony Blinken è ancora interessata a normalizzare le relazioni con Israele, a patto che finisca la guerra a Gaza e venga definito un percorso per lo Stato palestinese. Hamas verrebbe così eliminato ed espulso dalla Striscia, riunificata con la Cisgiordania sotto l’Autorità di Ramallah.

Se a Biden riuscisse questa difficile operazione, la grave crisi potrebbe trasformarsi nell’occasione per entrare nella storia, ridisegnando il Medio Oriente. Risolverebbe la questione palestinese, avvicinerebbe il riconoscimento di Israele da parte di tutti gli Stati arabi e isolerebbe l’Iran, creando opportunità per una stabilità senza precedenti. Così recupererebbe o aumenterebbe anche i voti persi in vista delle presidenziali.

Papa Francesco: “Il Signore benedice tutti, tutti, tutti”

Francesco intervistato da Fabio Fazio a “Che tempo che fa” sul canale televisivo Nove parla del recente documento “Fiducia supplicans”: “Le persone devono entrare in colloquio con la benedizione e vedere la strada che il Signore propone”. Sulla guerra in corso: “Mi fa paura l’escalation bellica”. Torna sul tema della rinuncia: “Per il momento non è al centro dei miei pensieri”. E annuncia un viaggio in Polinesia ad agosto e in Argentina entro fine anno

Vatican News – 14 Gennaio 2024

Dio è buono e benedice tutti. Papa Francesco interviene a Che tempo che fa e dialogando con Fabio Fazio parla per la prima volta in pubblico di Fiducia supplicans, la Dichiarazione del Dicastero per la Dottrina della Fede sulle benedizioni alle coppie irregolari, un testo che ha suscitato molte discussioni nelle scorse settimane. Francesco ha risposto a una domanda sulle polemiche e ha detto: «All’ora di prendere una decisione, c’è un prezzo di solitudine che tu devi pagare e delle volte le decisioni non sono accettate ma la maggior parte, quando non si accettano le decisioni, è perché non si conosce. Io dico quando a te non piace questa decisione vai a parlare e dì i tuoi dubbi e porta avanti una discussione fraterna e così va avanti una cosa. Il pericolo è che non mi piace e me lo metto nel cuore e così divengo con una resistenza e faccio delle conclusioni brutte. Questo è successo con queste ultime decisioni sulla benedizione a tutti».

“Prendere per mano e aiutare”

Quindi il Papa ha aggiunto: «Il Signore benedice tutti, tutti, tutti, che vengono. Il Signore benedice tutti coloro che sono capaci di essere battezzati, cioè ogni persona. Ma poi le persone devono entrare in colloquio con la benedizione del Signore e vedere cosa è la strada che il Signore gli propone. Ma noi dobbiamo prendere per mano e aiutarli ad andare in quella strada non condannarli dall’inizio. E questo è il lavoro pastorale della Chiesa. Questo è un lavoro molto importante per i confessori. Io sempre dico ai confessori: voi perdonate tutto e trattate la gente con molta bontà come il Signore ci tratta a noi e poi se tu vuoi aiutare la gente, poi puoi parlare portarli sempre avanti e aiutarli ad andare avanti, ma perdonare tutti. In 54 anni di prete che io ho – questa è una confessione – 54 anni che sono prete, io sono vecchio! In questi 54 anni ho soltanto negato una sola volta il perdono, per la ipocrisia della persona. Una volta. Sempre ho perdonato tutto ma anche dirò con la consapevolezza che quella persona forse ricadrà ma il Signore ci perdona, aiutare a non ricadere, o a ricadere meno, ma perdonare sempre. Un grande confessore, che l’ho fatto cardinale nell’ultimo Concistoro, è un uomo di 94 anni, un frate cappuccino dell’Argentina. E lui è un grande perdonatore, come diciamo noi, “manica larga”, perdona tutto. E una volta è venuto all’episcopio quando io ero arcivescovo lì e mi ha detto: “Senti Giorgio, io ho questo problema, io perdono troppo e delle volte mi viene la sensazione che non sta bene” – E cosa fai Luigi? – Vado in cappella e chiedo perdono al Signore: Signore scusami, ho perdonato troppo – Ma sei stato tu a darmi il cattivo esempio!”. Questo è vero noi dobbiamo perdonare tutto perché Lui ci ha perdonato. Lui ci ha dato questo “cattivo esempio”».

 “Tutti dentro, tutti a casa”

La Chiesa, ha detto ancora Francesco nell’intervista, «ha questa dimensione cordiale: che viene dal cuore, tutti, tutti a casa, tutti dentro. Lo dice il Signore, quella parabola del Signore mi piace tanto, quando gli invitati alle nozze del Figlio non sono venuti perché ognuno aveva i propri interessi, cosa dice il Signore ai suoi aiutanti: “Andate agli incroci delle strade e portate tutti, buoni e cattivi, sani e ammalati, giovani e vecchi…”. Tutti, tutti, tutti. Tutti dentro. Questo è l’invito del Signore. E ognuno con il proprio fardello, perché ognuno ha il proprio e il Signore dice: “Tutti”. Questo lo dice il Signore, non lo dico io. Il problema è quando noi facciamo delle selezioni: questo sì, questo no… Faccia Lui. Noi, tutti. Poi dentro vediamo.

Dio non si stanca di perdonare

«Il perdono è per tutti – ha detto ancora Francesco nell’intervista con Fabio Fazio –  Una cosa che mi piace, e che una volta mi ha detto una persona molto saggia, semplice: “Dio non si stanca di perdonare, mai. Dio perdona sempre perché è da Lui il perdono, ma siamo noi a stancarci di chiedere perdono. E questo è il problema. Il cuore aperto al perdono viene subito preso dal cuore di Gesù che perdona tutto, perdona tutto, ma il cuore indurito nostro diviene incapace di chiedere perdono e questa è una cosa molto brutta, la incapacità di chiedere perdono. E da lì viene una certa incapacità ad essere perdonato ma non perché il Signore non perdona, no, perdona tutto. In questo è un “pazzo di amore”, diciamo così. Ma noi, siamo noi a stancarci di chiedere perdono e delle volte il Signore aspetta, bussa alla porta di tanti cuori perché abbiano questa capacità di riconoscere il male che stanno facendo. Pensa a questi fabbricanti di armi, che sono fabbricanti di morte. Il Signore è vicino a loro, tocca il cuore per portarli a un cambio di vita e il Signore non si stanca di perdonare. Ricordiamo questo. Dio mai si stanca di perdonare. Siamo noi a stancarci di chiedere perdono. Questo non dimenticarlo mai.

Il Signore corregge con amore

Francesco nell’intervista con Che tempo che fa ha quindi parlato delle due direzioni, quella «di avvicinarci al Signore» e quella di «lasciare che il Signore si avvicini». «Delle volte, per le circostanze, per la guerra per esempio, abbiamo rabbia nel cuore e ce la pigliamo con il Signore: “Ma perché tu permetti queste cose, perché tu lasci che noi ci distruggiamo così?”. Ma il Signore è vicino. E noi, la strada vera, anche gridando così il nostro dolore, è lasciare che il Signore si avvicini.  E non dimentichiamo questo: delle volte ci presentano il Signore come il giudice implacabile… È vero è giudice, è vero. Ma Lui è vicino, compassionevole e misericordioso, questo è il Signore. Non è il Dio che freme per castigare, così lo presenta la Bibbia, sempre. Il problema è che noi abbiamo paura di chiedere perdono».

A proposito dei castighi, il Papa ha spiegato che quella di Dio «è la punizione di papà e mamma con il bambino, quando gli danno qualche castigo, qualche penitenza per correggerlo. Il Signore, diciamo così, castiga per correggere, castiga con amore. È una mamma o un papà quando danno qualcosa a un bambino “bum bum” (mima con la voce un gesto) se è un bel papà o una bella mamma, gli duole più la mano, ha più dolore nelle mani che il dolore nel sedere, è così. Guai al papà e alla mamma che non sentono dolore quando bacchettano un po’ il bambino, qualcosa non va lì».

Francesco ha quindi osservato a proposito della frase dell’Atto di Dolore che recita «perché peccando ho meritato i tuoi castighi»: «Se una persona fa una cosa brutta il giudice lo mette in carcere. Le cose brutte vanno castigate. Ma è un’espressione troppo dura dell’amore di Dio. A me piace più dire: “perché peccando ho rattristato il tuo cuore”. A me piace più questo. Perché il cuore di Dio è anche un cuore umano, Lui si è fatto uomo e Lui si rattrista quando vede la nostra durezza di cuore, il nostro piano di andare avanti con i nostri egoismi… Ma una cosa bella che a me piace pensare, che Dio ci castiga carezzando, perché Lui ci mette in difficoltà della vita perché noi pensiamo le cose brutte che abbiamo fatto e cambiamo vita. A Lui interessa cambiare vita, Lui è il grande perdonatore, non si stanca di perdonare. “E quante volte devo perdonare?” – 80 volte? – Sempre – 8? 80? 800 volte? Sempre”. Perché dice il Signore che noi dobbiamo perdonare così perché Lui è così, Lui perdona sempre, non si stanca di perdonare».

“Non penso alla rinuncia”

Alla domanda di Fazio sulla sua salute e sulle possibili dimissioni, Papa Francesco ha risposto così: «Non è né un pensiero né una preoccupazione e neppure un desiderio. È una possibilità, aperta, a tutti i Papi, ma per il momento non è al centro dei miei pensieri e delle mie inquietudini, dei miei sentimenti. Nel tempo che io mi sento con capacità di servire vado avanti. Quando non ce la farò più sarà il momento di pensarci».

Mi fa paura l’escalation bellica

«Questa escalation bellica mi fa paura, perché questo portare avanti passi bellici nel mondo, uno si domanda come finiremo. Con le armi atomiche adesso, che distruggono tutto. Come finiremo. Come l’Arca di Noè? Questo mi fa paura. La capacità di autodistruzione che oggi ha l’umanità».

Il Papa ha poi detto: «È difficile fare la pace, non so perché c’è qualcosa di autodistruttivo dentro. Quando nel 2014 sono andato a Redipuglia ho visto il risultato di quella strage, e ho pianto. Ho pianto. Ogni primo novembre vado in un cimitero a celebrare. Quando sono andato ad Anzio, erano i ragazzi che sono entrati (il Papa si riferisce ai giovani soldati morti durante lo sbarcondr), di poca età, tutti morti. L’ultima volta sono andato al cimitero inglese, guardavo le età. E pensavo alle mamme, che ricevono quella lettera: “Signora, ho l’onore di dire che lei ha un figlio eroe…” E la mamma sente, e: “No, io voglio il figlio non l’eroe”. Perdono i figli… E pensiamo cosa significa una guerra. Pensiamo allo sbarco in Normandia… Sulla spiaggia sono rimasti 20 mila ragazzi! Questa è la guerra. Questa è la guerra. Dobbiamo pensarci».

“Dobbiamo aggrapparci alla speranza”

Francesco ha quindi osservato: «La speranza è come la forza che ci porta avanti. La speranza non delude. C’era la Turandot che diceva che deludeva. No: adesso la speranza non delude, mai delude. E dobbiamo aggrapparci alla speranza. La speranza – l’immagine, la cosa bella della speranza – è l’ancora, che tu la butti e vai avanti, aggrappato alla corda per arrivare alla spiaggia. Quest’ancora, che è l’immagine di speranza, mai delude. Ma siamo noi a fabbricare delle delusioni – tante – che sono criminali. Tutti i giorni io comunico telefonicamente con la parrocchia di Gaza, e mi dicono le cose che succedono… Terribile quello… Quanti arabi morti lì, e quanti israeliani morti. Due popoli chiamati ad essere fratelli, autodistruggendosi l’un l’altro. Questa è la guerra: distruggere. Dobbiamo pensarci a questo».

Guerra e commercio delle armi

«La guerra – ha detto il Pontefice nell’intervista con Fabio Fazio – è incominciata all’inizio del racconto biblico della Creazione. Caino e Abele. È incominciata l’inimicizia, il crimine di guerra… Poi, nella storia, sempre ci sono state le guerre. Ma la guerra è una opzione egoistica, che ha questo gesto: prendere per me. Invece la pace ha il gesto contrario: dare e dare la mano. È vero che è rischioso fare la pace, ma è più rischiosa la guerra, più rischiosa. Vediamo le due guerre che sono vicine adesso. Ma pensa che, da quando è finita la Seconda Guerra Mondiale ad adesso – l’ho detto – non sono finite le guerre. Adesso, due guerre che, siccome sono vicine a noi, le sentiamo di più: quelle di Ucraina-Russia, e quella Palestina-Israele. Come mai non si può fare la pace. Dietro alle guerre – diciamolo con un po’ di vergogna, ma diciamolo – c’è il commercio delle armi. Mi diceva un economista che, in questo momento, gli investimenti che danno più interessi, più soldi, sono le fabbriche delle armi. Investire per uccidere. Questa è una realtà… questa è una realtà».

Ciò che muove i potenti alla guerra

Parlando delle motivazioni dei potenti che decidono di iniziare i conflitti, Francesco ha detto: «Credo che sia difficile esprimere una motivazione generale. Alcuni un senso di patriottismo, in altri un interesse economico, in altri fare un impero e andare avanti: il potere del dominio. Ognuno ha le motivazioni proprie, ma le guerre sono per distruggere, sempre. Guarda le immagini delle guerre adesso, guarda l’immagine della Striscia di Gaza, guarda l’immagine della Crimea o dell’Ucraina, guarda l’immagine. Distrugge. Un’esperienza che ho avuto poco tempo fa – un paio di anni – sono andato in visita ad un Paese europeo e dovevo fare da una città a un’altra con l’elicottero ma quel giorno c’era la nebbia e ho dovuto farla in macchina, due ore di macchina. La gente, nei villaggi, sapeva grazie alla radio e aspettava che io passassi. Curioso: c’erano bambini e bambine, coppie giovani, coppie di mezza età, ma di una certa età c’erano nonne, signore anziane, raramente qualche anziano… Cosa significa questo? La guerra. Questi uomini non sono arrivati alla vecchiaia. La guerra è così: distrugge, uccide».

I bambini, grandi scartati

Dialogando con l’intervistatore dei bambini, il Papa ha raccontato: «Mercoledì scorso è venuta una delegazione di bambini dell’Ucraina, hanno visto qualcosa della guerra e, dico una cosa Fabio, nessuno di loro sorrideva. I bambini spontaneamente sorridono, io gli davo delle cioccolate e loro non sorridevano. Avevano dimenticato il sorriso e che un bambino dimentichi il sorriso è criminale. Questo fa la guerra: impedisce di sognare».

I bambini, ha aggiunto Francesco, «sono i grandi sfruttati, i grandi scartati. E dimentichiamo che loro sono il futuro. Ma noi togliamo il futuro al bambino. Poi quando arriva, a 20, 22, 23 anni e finisce in carcere, noi diciamo: “Ma, questa generazione sporca, guarda le cose che fa…”. Siamo stati noi! È stata la società a educarli così, no perché gli ha detto: “Tu devi uccidere, tu devi rubare…”. No. Ma li ha messi in condizione, al margine della società e loro si sentono scarto e vivono come scarto e fanno delle cose che li scartano. È terribile, questa è una condanna a morte dei bambini. Nel mese di giugno, si farà il primo incontro mondiale dei bambini, qui a Roma. Un po’ per questo, per attirare l’attenzione. Quando abbiamo fatto l’incontro con i bambini ce n’erano 7.500 da tutto il mondo, Paesi di pace e di guerra. Adesso se ne farà un altro. Ma questo, un primo incontro mondiale, per aiutare ad attirare l’attenzione che i bambini sono il futuro ma sono il futuro con le cose che noi daremo loro. O li faremo crescere bene o li faremo crescere male».

Il male dal cuore

«Il male arriva – ha spiegato il Papa nel corso dell’intervista – dal proprio cuore, sempre, noi abbiamo la possibilità di scegliere: o il bene o il male. Il cuore ha capacità di fare il male, dall’inizio. Pensa alla lite dei fratelli, Caino e Abele. Noi abbiamo quella possibilità. E poi tutte le guerre che si sono susseguite. Dal cuore. Il cuore ha la capacità di fare il bene e il male e qui radica il fatto della propria libertà. L’uomo è libero. E’ vero che tante volte è condizionato da questioni politiche sociali – abbiamo parlato dei bambini condizionati – ma il cuore dell’uomo è libero e quando un capo di Stato decide di fare una guerra, lo fa – generalmente una guerra offensiva non difensiva – lo fa con libertà. E poi, non dimentichiamo, ripeto, che il commercio forse che oggi forse dà di più è il commercio delle armi, il commercio delle armi. E tante volte le guerre si continuano, si fanno più larghe per vendere le armi o provare le armi nuove e la gente che muore è un po’ il prezzo che si paga per provare armi nuove o scambiare lo staff delle armi che io ho».

La riforma più urgente

Rispondendo alla domanda di Fazio su quale sia la riforma più urgente per la Chiesa, il Papa ha detto: «La riforma dei cuori, per tutti i cristiani. Le strutture vanno conservate, cambiare, riformate secondo la finalità. E questo io – oso dire – che anche può essere una cosa meccanica – nel buon senso della parola – ma le strutture vanno sempre aggiornate, usiamo questa parola positiva: cambiare per aggiornare. Ma il cuore va riformato tutti i giorni: cambiare il cuore. E questo è un lavoro di tutti i giorni. Quando noi sentiamo nel cuore qualche cattiveria, l’invidia per esempio, l’invidia che è quel vizio “giallo” – a me piace chiamarlo – è un vizio “giallo” che rovina tutti i rapporti. E dobbiamo pentirci e cambiare il cuore continuamente. E stare attenti: cosa succede nel mio cuore per cambiare. Cambiare il cuore e poi cambiare le strutture. Le strutture vanno cambiate perché la storia va avanti. Le cose che andavano bene nel secolo scorso adesso non vanno bene. Ma la vera libertà è cambiarle, perché non sono cose assolute in sé stesse, sono cose relative al momento storico».

Le crudeltà subite dai migranti

Francesco è poi tornato sul tema dei migranti. «C’è tanta crudeltà nel trattare questi migranti – ha detto – nel momento in cui escono da casa loro fino ad arrivare qui in Europa. C’è un libro molto bello – molto bello – è piccolino, si legge in poche ore – si chiama “Fratellino”. L’originale spagnolo è “Hermanito”. “Fratellino”. Lo scrisse un migrante, che ha speso tre anni per venire dalla Guinea in Spagna. E ha scritto di questi tre anni di schiavitù, le sofferenze, le torture. Questo fa la gente presa da questa mafia, che li sfrutta. È venuto a vedermi l’altro giorno – perché adesso lavora in Spagna – per ringraziarmi del fatto che io avessi parlato del suo libro. Ma tutta una vita come quella di Pato, che ha perso la moglie e la figlia, e tanti altri… L’altro giorno, c’era un caso di una persona torturata, ma i delinquenti avevano chiesto una bella somma per lasciarlo libero. Così succede nelle coste libiche. E grazie a Dio abbiamo trovato il benefattore che ha pagato, e lui è arrivato. I migranti sono trattati tante volte come cose. Penso alla tragedia di Cutro, lì, davanti, annegati per respingere. È vero che ognuno ha il diritto di rimanere nella propria casa e di migrare. È vero che in questo momento in Europa sono cinque i Paesi che ricevono più migranti: Cipro, Grecia, Malta, Italia e Spagna. Non chiudere le porte per favore. E anche alcuni di questi Paesi non fanno figli, e hanno bisogno di manodopera. In alcuni di questi Paesi ci sono villaggi vuoti. Una bella politica della migrazione, bella, ben pensata, aiuta anche i Paesi sviluppati come l’Italia, la Spagna ecc. Dobbiamo prendere il problema dei migranti in mano, togliere tutte queste mafie che sfruttano i migranti, e andare avanti nel risolvere il problema sia della necessità di persone nei paesi, sia dell’emigrazione. Migrare è un diritto e rimanere in patria è un altro diritto. Rispettare ambedue. Una politica, capo di Governo, molto importante dell’Europa una volta ha detto: “Il problema della migrazione africana si risolve in Africa”. Aiutare a sviluppare l’Africa perché non abbiano la necessità di venire. Il problema dei migranti è molto importante. Se avete un po’ di tempo leggete questo libro – “Fratellino” – è la storia dura della migrazione».

Perché chiedo preghiere

Alla domanda di Fabio Fazio sul perché chieda sempre preghiere per lui, il Papa ha risposto: «Perché io sono peccatore, e ho bisogno dell’aiuto di Dio per rimanere fedele alla vocazione che Lui mi ha dato. Ognuno ha la propria vocazione, tu hai la tua – fai tanto bene con la tua professione, che nasce da una vocazione del cuore! – ognuno ha la propria, la propria vocazione, che deve portare avanti. Il Signore mi ha chiamato a fare il prete, a fare il vescovo, e, come vescovo, ho una responsabilità molto grande nei confronti della Chiesa. E conosco le mie debolezze. E per questo io devo chiedere preghiere a tutti, che preghino per me perché io sia rimasto fedele nel servizio del Signore. Che non finisca in un atteggiamento di pastore mediocre che non si prende cura dell’ovile, ma un pastore in mezzo al gregge, per sentire l’odore del gregge e per conoscere. Il Papa deve conoscere come è il gregge. Pastore dietro il gregge, per aiutare, andare avanti, e delle volte per lasciare che il gregge, con il fiuto, cerchi i nuovi pasti. E pastore davanti al gregge per guidare. E per questo ho bisogno di preghiera. E per questo chiedo preghiera, perché io non manchi di essere pastore. Il Signore ci ha chiamato, ha chiamato i pastori ad essere pastori di popolo, e – mi piace dire – non “chierico di Stato”, non un monsieur l’Abbé de l’Ecole française».

A Dio si può chiedere tutto

Al Signore, ha detto Francesco, «si può chiedere tutto e in questo io penso che noi siamo delle volte proprio timidi, non abbiamo il coraggio di chiedere tutto al Signore. Il Signore cosa dice nel Vangelo: “Chiedete e avrete”. Chiedete. Chiedete. Quella saggezza cristiana di imparare a bussare la porta del cuore di Dio».

L’immagine del volto di Dio

Il Pontefice ha detto che nelle sue preghiere usa «immagini del Vangelo. A me piace immaginarlo come il papà generoso, che riceve il figlio che se ne è andato e ha speso una fortuna, e torna ferito… lo riceve. E, dice il Vangelo, che il figlio “aveva preparato il discorso”: “Papa ho peccato contro il Cielo, contro di te…” Ma il papà, con un abbraccio, quasi non lo ha lasciato parlare. A me piace pensare il Signore con questo abbraccio. Quando io vado a dire: “Ma, ho fallito in questo…” mi piace pensarlo, con la mano mi fa così, e mi dice: “Ma vai avanti, vai avanti, continua ad andare avanti”. Il Signore che ci spinge ad andare avanti, che non si scandalizza dei nostri peccati, perché Lui è padre, e ci accompagna. Lui da per scontato che siamo peccatori. Il problema è di Lui: se accompagno il peccatore o lo mando all’inferno subito. E Lui sceglie di accompagnarci. E per questo ha inviato il Suo Figlio, per accompagnarci. Il Signore ha inviato il Figlio al mondo non per condannare il mondo, ma per salvarlo. Così dice la Liturgia». E a proposito dell’inferno, Francesco ha aggiunto: «Questo non è dogma di fede – quello che dirò – è una cosa mia personale, che a me piace: a me piace pensare all’Inferno vuoto. È un piacere: spero che sia realtà. Ma è un piacere».

Viaggi in Argentina e Polinesia

A proposito della situazione dell’Argentina, il Papa ha detto: «Mi preoccupa, perché la gente sta soffrendo tanto lì. È un momento difficile per il Paese. È in piano la possibilità di fare un viaggio nella seconda parte dell’anno, perché adesso c’è un cambio di governo, ci sono cose nuove, e anche io ho qualche impegno. Per esempio, ad agosto devo fare il viaggio in Polinesia, lì lontano, e dopo questo si farebbe quello in Argentina se si può fare. Io voglio andarci. Dopo dieci anni sta bene, va bene, posso andare».

Ricordi di bambino

Parlando della prima cosa che gli viene in mente pensando a casa sua, Francesco ha spiegato: «La prima cosa sono i nonni. Siamo cinque noi. Mamma ha avuto mio fratello, secondo, quando io avevo 13 mesi, ancora ero un bambino da accudire, e i nonni abitavano a 40 metri. E la nonna veniva al mattino, mi portava a casa loro, io passavo tutto il mattino, pranzavo con loro, e poi, dopo pranzo, mi riportava a casa. Questo è un bel ricordo che io ho. E questo spiega perché la prima lingua che ho parlato non è stato lo spagnolo, ma il piemontese, perché loro parlavano piemontese. È stata proprio la mia prima lingua. Ma questo è il primo ricordo, i nonni: ossia il nonno e la nonna che, per mano, mi portavano a casa dopo nel pomeriggio. È un bel ricordo».

Il pubblico in studio

“Ciò che mi fa sorridere”

«La tenerezza dei bambini – ha detto Francesco – questo mi fa sorridere. E poi i nonni, sono i miei coetanei ma a me piace parlare con i nonni, avere questo rapporto con i nonni, hanno saggezza i nonni, hanno saggezza. Non dimenticare queste due capacità che noi dobbiamo avere di parlare con i bambini, ascoltarli, farli ridere, parlare con loro e con i nonni, ascoltare le storie. Qualcuno dice: “Ma sono noiosi, sempre raccontano lo stesso…”, ma sono storie di vita, e questo aiuta pure».

La cosa più importante della vita

«Si può riassumere il cammino della vita con imparare ad amare e sempre si può imparare ad amare di più. E c’è tanta gente che ti ha dato l’esempio di amore eroico, che li ha portati alla morte, a dare la vita per gli altri». Francesco ha concluso l’intervista con il consueto invito: «Vi chiedo di pregare per me: pregare, pregare perché io vada sempre avanti, perché io non fallisca nel mio dovere, ma per favore pregare a favore, non contro! Grazie».

L’assurda accusa di genocidio a Israele

Il triplice paradosso che ha portato il Sudafrica a intentare una causa alla Corte di Giustizia dell’Aia. Ci vorranno settimane per la sentenza e un’eventuale condanna darà fiato alle trombe dell’asse antisraeliano

Giancarlo Giojelli -TEMPI 13/01/2024 – 6:00

Un triplice paradosso si consuma nel cuore dell’Europa. All’Aia si riunisce la Corte internazionale di giustizia. Imputato: Israele. Accusa: genocidio (cioè di voler sterminare tutti i palestinesi). Accusatore: il Sudafrica.

Primo paradosso: il paese accusato di genocidio è nato proprio dopo un genocidio, l’Olocausto, ed ha nella sua stessa ragione di esistenza la protezione degli ebrei dallo sterminio. Questo è chiaro alla coscienza di ogni cittadino israeliano, al di là delle convinzioni pro o contro il governo. È un’accusa che delegittima l’esistenza stessa di Israele.

Secondo paradosso: la convenzione internazionale sul genocidio, che è alla base dell’accusa, è nata dall’intensa battaglia di Raphael Lemkin, un giurista e magistrato ebreo polacco che non solo sintetizzò la fattispecie del reato, ma coniò nel 1944 il termine genocidio per le sterminio nazista degli ebrei, che Winston Churchill aveva definito un «crimine senza nome».

Terzo paradosso: il paese che accusa Israele è stato a sua volta più volte accusato di aver calpestato i diritti umani. Lo ha denunciato due anni fa, durante le celebrazioni per la fine dell’apartheid, padre Russell Pollitt, SJ, direttore dell’Istituto dei gesuiti in Sudafrica. «L’apartheid – ha detto a Vatican News– è stato sostituito da un sistema che sta anche penalizzando i più poveri dei poveri, un sistema di corruzione su larga scala, di saccheggi e di mancanza di fiducia nel governo». Ed elencava una serie di massacri e violazioni dei diritti umani, rimaste inascoltate dalla comunità internazionale, condannando anche il silenzio del paese africano sulla tragedia dell’Ucraina.

L’asse antisraeliano

Le Nazioni Unite, per effetto della rotazione nelle cariche e nei consigli dei vari organismi, non sono nuove a simili paradossi. Il 2 e il 3 novembre del 2023 a presiedere il Forum delle Nazioni Unite sui diritti umani fu l’Iran, scatenando le proteste del mondo democratico. Lo stesso meccanismo di rotazione che ha portato anche l’Arabia Saudita a fare parte del consiglio Onu per i diritti umani. Ma il triplice paradosso non elimina l’accusa e i fatti su cui ha la pretesa di basarsi: la corte di Giustizia su questi si pronuncerà, anche se ci vorranno settimane, e la sentenza, qualunque sia, non potrà avere effetti concreti. Eventuali sanzioni dovrebbero essere approvate dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu e gli Stati Uniti certamente useranno il diritto di veto.

Ma certo una condanna darà fiato all’asse antisraeliano, che ha il suo vertice nell’Iran, indebolendo Israele sul piano diplomatico, minando ancor di più la già praticamente inesistente fiducia che lo stato ebraico ripone nelle istituzioni internazionali, rafforzando la sua convinzione di potersi fidare solo di se stesso e al massimo degli Stati Uniti. Insomma, rendendo sempre più difficili i tentativi di mediazione per risolvere il conflitto e allontanando ogni prospettiva di pace.

di legali del Sudafrica. Da sinistra, John Dugard, Tembeka Ngcukaitobi e Adila Hassim, Aia, Paesi Bassi, il 12 gennaio 2024.

«È Hamas che vuole l’eliminazione di Israele»

Nello specifico, Israele risponde alle accuse accusando a sua volta: «Il Sudafrica – dice uno degli avvocati di Israele, Malcom Shaw – presenta un quadro fattuale e giuridico profondamente distorto. Non c’è alcun intento di distruggere il popolo di Gaza». Le operazioni militari, è la linea di Israele, hanno lo scopo di eliminare i terroristi di Hamas, non i palestinesi, e vengono condotte cercando di prevenire e ridurre le perdite. Ma è Hamas che si fa scudo dei civili e gli stessi missili lanciati dalla Striscia hanno provocato morti tra i palestinesi, come nel caso dell’ospedale anglicano, colpito proprio da un razzo ricaduto all’interno di Gaza.

Un altro avvocato del team di difesa israeliano, Tal Becker, ha descritto il «massacro, le mutilazioni, gli stupri e rapimenti su vasta scala» compiuti da Hamas il 7 ottobre e ha detto che, «se ci sono stati atti di genocidio, sono stati perpetrati contro Israele». Il ministro degli esteri israeliano, Yisrael Katz, ha accusato la comunità internazionale di «un doppio standard» nel momento in cui «processa Israele e viola la Convenzione internazionale sostenendo Hamas che chiede l’eliminazione di Israele».

È questo l’argomento più forte presentato dagli avvocati Israeliani: «Se accoglie la richiesta dell’accusa – dice l’avvocato di Israele Gilad Noam – la Corte cessa di essere uno strumento di prevenzione degli orrori del genocidio e la sentenza diventerà un’arma nelle mani di gruppi terroristi che non hanno riguardo per l’umanità e le leggi». 

Un messaggio a tutto il mondo viene da un altro legale, Christopher Staker: «La guerra dei fondamentalisti non si fermerebbe a Gaza. Misure giudiziarie contro Israele significherebbero che un riconosciuto gruppo terrorista può attaccare uno Stato e una terza parte può impedirgli di difendersi». Intanto la guerra prosegue

Il processo alla Corte dell’Aia e l’antisemitismo eterno

di Goffredo Buccini| 14 gennaio 2024 – Corriere della sera

L’accusa a Israele per «genocidio» mentre l’Osservatorio del Cdec documenta una nuova ondata di rancore contro gli ebrei.

L’atto d’accusa portato all’Aia contro Israele apre, accanto al tentativo di tutelare la popolazione palestinese di Gaza, questioni di coscienza e contraddizioni. È impossibile, certo, non porre in discussione la proporzionalità della risposta israeliana all’aggressione patita per mano di Hamas: il protrarsi e le dimensioni della reazione militare, le sofferenze e i lutti per due milioni di civili. Lo fanno persino gli americani, alleati storici di Gerusalemme.

Ma l’idea stessa di promuovere davanti alla Corte internazionale una causa nei confronti della nazione vittima del pogrom del 7 ottobre (oltre 1.200 ebrei assassinati e 6.000 feriti nel deserto del Negev e nei kibbutzim di confine, 253 rapiti, tra cui numerosi bambini, decine di donne stuprate e mutilate), rovesciandole addosso una parola — genocidio — coniata nel 1944 per la Shoah, ha un effetto straniante e ha indotto il premier Netanyahu a parlare di «mondo alla rovescia» (l’Iran, dante causa dei terroristi islamici giunto infine a rivendicare il massacro del «Sabato nero», è, ad esempio, tra i grandi sostenitori del dossier promosso dal Sudafrica).

Il processo, come inevitabile, tende a radicalizzare le posizioni. Talché, chi crede nel buon diritto di Israele a difendere la propria sopravvivenza si troverà in sgradita compagna della destra ultrareligiosa di Ben-Gvir e Smotrich; e chi è più sensibile ai patimenti dei gazawi può finire per accostarsi alla propaganda di assassini come Yahya Sinwar e Mohammed Deif, capi dei carnefici del 7 ottobre. Inoltre, il giudizio dell’Aia non ha forza cogente ma solo impatto reputazionale: non potrà sortire effetti concreti sul campo. Avrà invece, come sicuro risultato, una nuova ondata di rancore verso gli ebrei: non solo contro i soldati di Tsahal nella Striscia ma contro tutti gli appartenenti alla religione ebraica e in tutto il mondo. Ed è questa, per noi che guardiamo da lontano il conflitto, l’insidia maggiore: un sentimento che scorre da sempre nelle nostre società e si manifesta con andamento carsico, come un veleno sottile, in occasione di ogni grande crisi mediorientale, dalla Guerra dei Sei Giorni del 1967 alla strage di Sabra e Chatila del 1982.

La geopolitica fa da detonatore a una sottocultura che affonda le radici nei luoghi comuni di secoli (per dire: il «Dio cattivo degli ebrei» contrapposto al Dio misericordioso dei Vangeli). Una preziosa finestra per capirlo si trova a Milano, vicino alla Stazione Centrale, proprio accanto a quel Binario 21 celebrato da una commossa Liliana Segre, dal quale i nazisti caricavano le loro vittime sui vagoni piombati diretti ai lager. È l’Osservatorio Antisemitismo, settore del Centro di documentazione ebraica contemporanea (Cdec) che dal 1975 monitora quotidianamente sull’Italia il fenomeno e le sue manifestazioni: aggressioni fisiche o verbali, graffiti, insulti web, discorsi pubblici di odio.

Negli uffici di piazza Safra hanno appena concluso il rapporto 2023 con circa 460 episodi segnalati durante l’anno (erano 241 nel 2022) e con trend triplicato dopo il 7 ottobre: i casi erano 67 tra ottobre e dicembre del 2022, sono stati 221 negli ultimi tre mesi di quest’anno (avvertenza: la categoria presa in esame è ovviamente più ampia dei soli crimini d’odio di cui ha dato conto di recente il ministro Piantedosi su dati Oscad, l’osservatorio del Viminale sulle discriminazioni).

Sono frammenti di vita che rendono un clima. Dai temi di educazione civica «sull’apartheid contro i palestinesi» all’interrogazione subita in un liceo scientifico romano da uno studente ebreo chiamato a «esporre le ragioni di Israele» davanti alla classe, fino alla bambina di una media fiorentina bullizzata dalle compagne («ti buttiamo dalla finestra, speriamo muoiano tutti gli ebrei»); dal rabbino minacciato in strada a Genova al membro della comunità attaccato a Catania per la Stella di Davide al collo da un distinto cinquantenne che gli ha aizzato contro il cane gridando «eccone un altro! Ma quanti ca… siete?». Betti Guetta, responsabile dell’Osservatorio, si domanda dolente «in quale millennio smetteremo di essere un… voi», e parla della solitudine come sentimento prevalente di questi mesi: «Più che spaventata sono depressa», dice, pensando agli amici spariti e anche alle vittime palestinesi di questo orrore. Il livello di violenza è ben lontano dalla Francia, dove gli ebrei hanno intrapreso dagli anni degli attacchi jihadisti un esodo di paura, o dalla Germania dei gruppi neonazisti; ma dopo il 7 ottobre gli episodi si sono «trasferiti dal web al mondo reale» anche qui.

Così reali che nelle università i ragazzi ebrei hanno cominciato a nascondersi. Un report riservato rivela che tre quarti degli studenti israeliani celano in ateneo la propria identità o evitano di parlare in ebraico, uno su tre ha eliminato kippah e Stelle di Davide. Due terzi dei 243 giovani sondati dall’Ugei pensa che essere ebreo possa causare discriminazione sul luogo di lavoro o di studio, la quasi totalità denuncia un aumento di episodi di antisemitismo. Secondo un sondaggio condotto tra 2.579 universitari non ebrei in tre atenei del Nord Italia dal sociologo Asher Colombo, il 38% degli studenti di destra pensa che «gli ebrei non sono italiani fino in fondo» e il 59% di quelli di sinistra che «il governo israeliano si comporta coi palestinesi come i nazisti si comportarono con gli ebrei». La Rete resta il volano più truculento, come sempre. Hitler il criminale più gettonato, talvolta mascherato dietro l’hashtag «pittore austriaco» (300 milioni di visualizzazioni) per evitare restrizioni. Ma basta sfogliare il bel libro di Alessandra Tarquini «La sinistra e gli ebrei» (Il Mulino, 2019) per constatare come il morbo dell’antisemitismo non sia certo esclusiva della destra più cupa.

«Palestina dal fiume al mare», slogan che presuppone la scomparsa di Israele, è stato gridato molte volte in questi mesi da antagonisti e collettivi studenteschi. E il vecchio Proudhon, già a metà del Diciannovesimo secolo, considerava gli ebrei «una razza da sterminare col fuoco o col ferro, con l’espulsione o con qualsiasi mezzo». Che più di centosettanta anni dopo tanti lo prendano alla lettera deve farsi ragione di sollecitudine e solidarietà verso chi diventa un bersaglio: anche di fronte a un processo da cui il mondo uscirà solo più diviso e intossicato.

La Guardia imperiale di Putin

di Stefano Caprio – Asia news – 14 Gennaio 2024

Tutte le compagnie militari private analoghe alla Wagner sono state ormai assimilate dalla nuova opričnina imperiale. Come alla fine del regno di Ivan, anche nel crepuscolo di Putin, dopo l’ultima divinizzazione delle elezioni presidenziali del prossimo mese di marzo, il vero problema sarà quanto le squadre degli uomini di forza del potere saranno in grado di mantenere tra loro un equilibrio interno.

Dagli oscuri meandri del Cremlino, mentre un suo ennesimo sosia serve il caviale nella reggia di Novo Ogarevo a un solenne ricevimento natalizio con alcuni parenti (accuratamente selezionati) dei caduti nella guerra in Ucraina, lo zar Vladimir Putin assiste con soddisfazione all’ennesimo conflitto in corso nel mondo sconvolto dalla sua “ribellione al monopolio americano”. La guerra civile tra narcotrafficanti e governo in Ecuador, completa il quadro della “guerra mondiale non più a pezzi”, a cui l’America Latina ancora mancava all’appello. La definizione bergogliana risulta quanto mai attuale per descrivere il corso degli avvenimenti, vista anche la rivolta interna alla stessa Chiesa cattolica nei confronti della dichiarazione Fiducia supplicans – firmata dal massimo teologo papale, il cardinale argentino “Tucho” Fernandez  – che ha autorizzato la benedizione delle coppie dello stesso sesso. Proprio il motivo proclamato dal patriarca di Mosca Kirill per giustificare l’aggressione in Ucraina, quando affermò che “vogliono imporci le parate gay”.

In realtà, le feste natalizie hanno offerto al patriarcato di Mosca anche l’occasione per mostrare al mondo il nuovo esarca per l’Africa, il 46enne vescovo di Zarajsk e vicario del patriarca, Konstantin (Ostrovskij), ancora “facente funzione” al posto dell’esautorato Leonid (Gorbačev). L’11 gennaio ha iniziato la sua prima visita pastorale in Sudafrica, proprio nel giorno in cui il Paese del presidente Cyril Ramaphosa, grande amico di Putin, denunciava davanti alla Corte internazionale di giustizia dell’Aja il “genocidio dei palestinesi” nella Striscia di Gaza perpetuato dagli israeliani. L’ex-esarca Leonid rimane invece nella parrocchia di Tutti i Santi a Kuliški, in periferia di Mosca, dove in questi giorni sono in completa avaria tutte le tubature dei riscaldamenti, e da cui amministra a distanza l’eparchia russa di Erevan dei relokanty russi emigrati in Armenia.

La defenestrazione di Leonid è stata una conseguenza di uno degli eventi cruciali in Russia nel 2023: la rivolta di Evgenij Prigožin di cui il metropolita era l’assistente spirituale. La vicenda della brigata Wagner, ora disciolta dopo la clamorosa scomparsa del suo fondatore, rivela uno degli aspetti più significativi del sistema politico di Putin, quello della “guardia imperiale” che allo stesso tempo è chiamata a difendere la persona dello zar, il controllo del suo territorio e la purezza della sua fede ideologica. Si tratta di uno schema messo a punto ai tempi del primo zar Ivan il Terribile, o per meglio dire “il Minaccioso”, l’ispirazione originaria dello stesso Putin che minaccia il mondo intero in nome di una missione speciale del “mondo russo”, per la salvezza di tutti i popoli.

Dal 1565 al 1572 lo zar Ivan IV aveva costituito la opričnina, una guardia imperiale speciale a cui aveva concesso il dominio dei territori centrali della Moscovia, affidando la protezione della sua persona e la capacità di intervento nelle zone di crisi intorno al nascente impero, soprattutto verso i Paesi baltici che ambivano all’indipendenza, come l’Ucraina di oggi. Gli opričniki, i guardiani del regno, vestivano un’uniforme monastica e pregavano fin dalle prime ore del mattino insieme allo zar, che vestiva a sua volta i paramenti regali sopra quelli sacerdotali, per indicare la stretta unione del trono con l’altare. Il termine oprič, da cui deriva il titolo della guardia, significa “speciale” e “oltre i confini”, in qualche modo analogo al termine ukraina, “presso i margini”, per indicare l’aspirazione russa di estendersi al di là del suo enorme territorio, che già nel Cinquecento costituiva la metà dell’Europa. La Guardia sostenne il monarca nella guerra di Livonia, un’analogia dell’attuale guerra in Ucraina, dove pure si sono sbizzarrite le brigate speciali dell’ultimo zar.

La rivolta di Prigožin ha messo a nudo i limiti di questa politica militare “oltre i confini” di ogni legislazione e tradizione, facendo seriamente vacillare la stabilità del regime putiniano. L’anno nuovo ha iniziato una ridefinizione dei ruoli, quando il 3 gennaio la Rosgvardija, variante attuale della milizia imperiale, ha assorbito il battaglione Vostok delle armate regionali del Donbass, che godeva di una certa autonomia nelle strategie belliche. Negli scorsi giorni è stato inserito nella Guardia del Cremlino anche un altro gruppo delle armate delle “quasi repubbliche” annesse, la compagnia Kaskad. Questo rafforzamento delle truppe alle dirette dipendenze di Putin dipende da un decreto legge di luglio 2023, in cui si permetteva alla Rosgvardija di utilizzare armi pesanti. Tutto questo è una conseguenza degli errori commessi con la troppa libertà concessa alla compagnia Wagner di Prigožin.

I “musicisti” della Wagner erano stati inizialmente radunati per occuparsi degli interessi della Russia nei territori dell’Africa, aiutando i regimi vicini al Cremlino e arraffando tutte le ricchezze del continente, diventato “territorio canonico” della Russia dopo il tradimento del patriarcato greco-ortodosso di Alessandria, che ha riconosciuto lo “scisma ucraino”. La strategia di Prigožin prevedeva l’arricchimento dei propri conti correnti insieme a quelli offshore dello stesso Putin, oltre a quelli ufficiali della Banca centrale di Russia, accumulando riserve aurifere sempre più ingenti, necessarie a prevenire le nefaste conseguenze delle sanzioni inevitabili con l’invasione dell’Ucraina.

Con l’inizio della guerra aperta a febbraio 2022, i combattenti della Wagner si sono resi necessari direttamente sul fronte ucraino, in quanto dopo il fallimento dei primi assalti si è reso evidente che le forze regolari dell’esercito russo non erano in grado di assolvere ai compiti del blitzkrieg sognato dal presidente. I wagnerovsty erano necessari perché avevano più esperienza nelle azioni militari sporche, e perché erano in grado di convincere i detenuti dei lager ad arruolarsi, una delle mosse decisive nella composizione delle armate russe in Ucraina.

Putin godeva in questo modo del controllo di un gruppo militare alternativo, che soltanto formalmente si sottometteva alla direzione dell’esercito, ma di fatto si regolava secondo i piani dei suoi stessi dirigenti, in particolare del “cuoco” Prigožin, e non erano tenuti neppure a pronunciare il giuramento ufficiale. Questo eccesso di libertà ha portato alla fine alla rivolta dello stesso Prigožin, che ha messo a nudo i limiti del potere putiniano, ritenuto troppo debole nelle azioni militari, ciò che costituisce ancora oggi la vera opposizione (non esplicita) nei confronti del presidente, quella della “guerra finale”, ben più decisa del timido pacifismo del tutto represso dalle misure autoritarie.

Alla fine del 2022 appariva chiaro che l’esercito russo non era in grado di contrastare adeguatamente la controffensiva ucraina, che era riuscita a riconquistare la riva sinistra del Dnepr da Kharkov a Kherson, ciò che portò infine alla “marcia su Mosca” di Prigožin e della Wagner. Putin comprese che non bastava il controllo generale sulle forze impegnate nei combattimenti, ma gli serviva una vera “armata personale”, ora ricompattata nella Rosgvardija guidata dal generale Viktor Zolotov, uno dei principali “comandanti ombra” di tutta la forza bellica russa. Accanto al segretario del Consiglio di sicurezza, Nikolaj Patrušev, Zolotov è una delle figure in grado di controllare tutto il sistema del potere putiniano, sia in vita sia in assenza dello zar rinchiuso nel bunker.

Tutte le compagnie militari private analoghe alla Wagner, moltiplicatesi fin dall’annessione della Crimea nel 2014, vengono ormai assimilate dalla nuova opričnina imperiale. Come alla fine del regno di Ivan, anche nel crepuscolo di Putin il Terribile, dopo l’ultima divinizzazione delle elezioni presidenziali del prossimo mese di marzo, il vero problema sarà quanto queste squadre interne dei siloviki, gli uomini di forza del potere, saranno in grado di mantenere tra loro un equilibrio interno tra Rosgvardija, servizi dell’Fsb, controspionaggio della Gru, ministero dell’interno e patriarcato ortodosso. Il rischio è che la Russia possa crollare per le lotte interne alle strutture del potere, molto più che per sconfitte militari o sollevazioni popolari, senza che da questa mischia possa scaturire alcunché di buono.

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