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“Un mondo senza Israele”. J’accuse del Nobel per la letteratura Herta Müller

GIULIO MEOTTI  11 GIU 2024 – IL FOGLIO

“Hamas voleva evocare la memoria della Shoah e mi ricorda i nazisti. Dal 7 ottobre l’antisemitismo si è diffuso come un grande schiocco di dita collettivo”, scrive sul Frankfurter Allgemeine Zeitung la saggista e poetessa tedesca, unica non ebrea invitata al “Forum del 7 ottobre”

La guerra non è iniziata a Gaza. La guerra è iniziata il 7 ottobre, quando i terroristi palestinesi di Hamas hanno commesso un massacro inimmaginabile. Si sono filmati come eroi e celebrato il loro bagno di sangue. I festeggiamenti per la vittoria sono proseguiti a Gaza, dove i terroristi hanno trascinato ostaggi gravemente maltrattati e li hanno presentati come bottino di guerra alla popolazione palestinese esultante. Questa macabra esultanza si è estesa fino a Berlino, dove si ballava per le strade e distribuivano dolci. Internet era pieno di commenti felici”.
Il premio Nobel per la letteratura Herta Müller ha scritto il più sensazionale atto d’accusa contro il 7 ottobre sulla Frankfurter Allgemeine Zeitung. Era l’unica non ebrea invitata al “Forum del 7 ottobre”, un evento letterario di due giorni organizzato dall’Istituto di cultura ebraica in Svezia, con la partecipazione di accademici, scrittori e giornalisti provenienti da Israele e da altri paesi. Scrittrice, poetessa e saggista nota per la descrizione della vita sotto il regime comunista di Ceausescu, da cui nel 1987 fuggì insieme al marito dopo essere stata licenziata perché si era rifiutata di collaborare con la Securitate, la famigerata polizia segreta del regime, Müller parla del massacro di Hamas come di “un totale deragliamento dalla civiltà”.

“C’è un orrore arcaico in questa sete di sangue che non credevo più possibile ai giorni nostri” avverte Müller. “Questo massacro ha lo schema dello sterminio attraverso i pogrom, schema che gli ebrei conoscono da secoli”. Per questo ha traumatizzato l’intero paese, che ha voluto proteggersi da tali pogrom fondando lo stato di Israele. “E si sono sentiti protetti fino al 7 ottobre”. La carta di fondazione di Hamas era già chiara fin dal 1987: “L’obiettivo era la distruzione degli ebrei” scrive Müller. “Lo sterminio degli ebrei e la distruzione di Israele continuano a essere l’obiettivo e il desiderio di Hamas. È la stessa cosa in Iran. Anche nella Repubblica islamica, lo sterminio degli ebrei è una dottrina di stato sin dalla sua fondazione nel 1979”. Quando si parla del terrore di Hamas, si dovrebbe sempre includere l’Iran. “Perché è per gli stessi principi che il fratello maggiore Iran finanzia, arma e trasforma il fratello minore Hamas in un suo scagnozzo. Entrambi sono dittature spietate. E sappiamo che tutti i dittatori si radicalizzano più a lungo. Oggi il governo iraniano è interamente composto da integralisti. Lo stato dei mullah, con le sue Guardie rivoluzionarie, è una dittatura militare spietata e in espansione”. Non infinge, Müller. “Islam politico significa disprezzo per l’umanità, fustigazione pubblica, condanne a morte ed esecuzioni in nome di Dio. L’Iran è ossessionato dalla guerra, ma allo stesso tempo finge di non costruire armi nucleari. Il fondatore della cosiddetta teocrazia, l’ayatollah Khomeini, ha emesso un decreto religioso, una fatwa, secondo cui le armi nucleari non sono islamiche”. La scrittrice attacca i capi di Hamas. “La popolazione di Gaza è deliberatamente tenuta in povertà, mentre le ricchezze dei dirigenti di Hamas aumentano a dismisura (in Qatar, Ismail Haniye si dice abbia miliardi). E il disprezzo per l’umanità è senza limiti. Alla popolazione non resta quasi nulla se non il martirio. A Gaza non c’è letteralmente un centimetro di spazio per le opinioni dissenzienti all’interno della politica palestinese”.

Hamas ha costruito una rete di tunnel sotto i palestinesi. “Anche tra gli ospedali, le scuole, gli asili finanziati dalla comunità internazionale. Gaza è una caserma militare, uno deep state di odio ebraico. Senza soluzione di continuità, eppure invisibile. C’è un detto in Iran: Israele ha bisogno delle sue armi per proteggere il suo popolo. E Hamas ha bisogno del suo popolo per proteggere le sue armi”. Dal 7 ottobre, Müller ha pensato a un libro sull’era nazista, “Uomini comuni” di Christopher Browning. Descrive lo sterminio dei villaggi ebraici in Polonia da parte del Battaglione 110, quando ancora non esistevano le grandi camere a gas e i crematori di Auschwitz. “Era come la sete di sangue dei terroristi di Hamas al festival della musica e nei kibbutzim” spiega Müller. “In un solo giorno del luglio 1942, i 1.500 residenti ebrei del villaggio di Józefów furono massacrati. I bambini e i neonati furono fucilati davanti alle case, gli anziani e i malati uccisi nei loro letti. Tutti gli altri furono condotti nella foresta, dovettero spogliarsi e strisciare nudi per terra. Furono derisi e torturati, fucilati e lasciati a terra in una foresta insanguinato”. “Uomini comuni” si intitola così perché il battaglione non era composto da uomini delle SS o da soldati della Wehrmacht, ma da civili che non erano più considerati soldati perché troppo vecchi. “Quindi provenivano da lavori normali e si trasformarono in mostri. Solo nel 1962 iniziò un processo su questo crimine di guerra. Il sadismo si spinse a tal punto che un capitano appena sposato portò la moglie ai massacri per festeggiare la loro luna di miele. Perché la sete di sangue continuava in altri villaggi. E la donna, indossando l’abito da sposa bianco che aveva portato con sé, passeggiava tra gli ebrei che venivano radunati nella piazza del mercato. Non era l’unica moglie autorizzata a far loro visita. Possiamo pensare ai massacri del 7 ottobre? Io credo di sì. Perché Hamas ha voluto evocare la memoria della Shoah. E voleva dimostrare che lo stato di Israele non è più una garanzia per la sopravvivenza degli ebrei. Che il loro stato è un miraggio che non li salverà”. Un pudore vieta di abusare della parola Shoah. “Ma perché non dovremmo usarla quando si ritiene che sia impossibile evitare il parallelismo? E quello che mi viene in mente e mi ricorda di nuovo i nazisti: il triangolo rosso della bandiera palestinese. Nei campi di concentramento era il simbolo dei prigionieri comunisti. E oggi? Lo si può vedere nei video di Hamas e sulle facciate delle case a Berlino. Nei video è usato come un invito a uccidere. E segna gli obiettivi sulle facciate delle case che devono essere attaccate”. L’odio verso gli ebrei ha intaccato la vita notturna di Berlino. “Sebbene 364 giovani, raver come loro, siano stati massacrati a un festival techno, i club di Berlino hanno commentato la notizia solo giorni dopo. E anche questo è stato solo un esercizio noioso, perché l’antisemitismo e Hamas non sono stati nemmeno citati”. Riflette la scrittrice: “Una grande utopia sarebbe che l’islam si disarmasse e diventasse una religione pura. Non puoi parlare con un’ideologia distruttiva. Qualsiasi opinione dissenziente verrà schiacciata. I mullah lo dimostrano ogni giorno per le strade. A chi commette un omicidio in nome dell’islam è assicurato il Regno dei Cieli. Quando la morte viene glorificata, l’umanità non esiste più”.

Müller attacca gli studenti che occupano le università per Gaza. “Sono inorridita dal fatto che giovani e studenti in occidente siano così confusi da non essere più consapevoli della loro libertà. Sembrano aver perso la capacità di distinguere tra democrazia e dittatura. È assurdo che omosessuali e queer manifestino per Hamas, come hanno fatto a Berlino. Non è un segreto che non solo Hamas, ma l’intera cultura palestinese disprezzi e punisca le persone Lgbt. Anche solo una bandiera arcobaleno a Gaza è inimmaginabile. L’elenco delle sanzioni previste da Hamas per i gay va da almeno cento frustate alla condanna a morte. Mi chiedo anche se gli studenti di molte università americane sappiano cosa stanno facendo quando manifestano al grido di: ‘Noi siamo Hamas’, o anche ‘L’amato Hamas bombarda Tel Aviv’, o ‘Torniamo al 1948’. Ed è infame quando il 7 ottobre viene addirittura interpretato come una messa in scena di Israele. O se non si chiede una parola per la liberazione degli ostaggi. Se invece la guerra di Israele a Gaza viene dipinta come una guerra arbitraria di conquista e annientamento da parte di una potenza coloniale. E mi chiedo perché non si preoccupino del fatto che Hamas non avrebbe permesso nemmeno la più piccola manifestazione per i diritti delle donne. E che il 7 ottobre le donne stuprate sono state fatte sfilare come bottino di guerra. Celebrano la propria stupidità senza limiti come un collettivo con la coscienza pulita”. Ci si chiede cosa si insegnasse nelle università. “Mi sembra che dal 7 ottobre l’antisemitismo si sia diffuso come un grande schiocco di dita collettivo, come se Hamas fosse l’influencer e gli studenti i seguaci. Anche nella scena artistica è diventato impossibile distinguere tra la difesa del diritto all’esistenza di Israele e la contemporanea critica al suo governo”. Hamas è sordo e cieco alle sofferenze del suo popolo. “Perché altrimenti bombarda il valico di frontiera di Kerem Shalom, da cui arriva la maggior parte degli aiuti? Non una sola parola di compassione per la popolazione di Gaza è stata udita dai signori Sinwar e Haniyeh. E invece di un desiderio di pace, solo richieste massime che sanno che Israele non può soddisfare. Hamas scommette sulla guerra permanente con Israele. Sarebbe la migliore garanzia per la loro esistenza. Hamas spera anche di isolare Israele a livello internazionale, a qualunque costo”. Nel romanzo “Doctor Faustus” di Thomas Mann si dice che il nazionalsocialismo “ha reso intollerabile tutto ciò che è tedesco nel mondo”. Ho l’impressione, scrive Müller, che la strategia di Hamas e dei suoi sostenitori sia quella di rendere tutto ciò che è israeliano, e quindi tutto ciò che è ebraico, intollerabile al mondo. “Hamas vuole mantenere l’antisemitismo come umore globale. Per questo vuole reinterpretare la Shoah. Anche la persecuzione nazista e la fuga salvifica in Palestina dovrebbero essere messe in discussione. E infine il diritto all’esistenza di Israele. Questa manipolazione si spinge fino a sostenere che la commemorazione tedesca dell’Olocausto serve solo come arma culturale per legittimare il ‘progetto di insediamento’ bianco-occidentale di Israele. Con tutti questi costrutti sovrapposti, Israele non dovrebbe più essere visto come l’unica democrazia del medio oriente, ma come uno stato modello colonialista. E come un eterno aggressore contro il quale è giustificato un odio cieco. E persino il desiderio della sua distruzione”. Quando il poeta (rumeno come Herta Müller) Paul Celan visitò Israele nel 1969, Yehuda Amichai tradusse le poesie di Celan e le lesse in ebraico. “Due sopravvissuti si sono incontrati in Israele dopo la Shoah” conclude Müller. “Amichai si chiamava Ludwig Pfeuffer quando i suoi genitori fuggirono da Würzburg. La visita in Israele scosse Celan. Incontrò i compagni di scuola di Czernowitz, in Romania, che, a differenza dei suoi genitori assassinati, erano riusciti a fuggire in Palestina. Dopo la visita e poco prima di morire nella Senna, Celan scrisse ad Amichai: ‘Caro Yehuda, permettimi di ripetere la parola che mi è venuta spontaneamente alle labbra conversando con te: non posso immaginare il mondo senza Israele; non voglio immaginare il mondo senza Israele’”.

La Russia di Naval’nyj senza Naval’nyj

di Stefano Caprio Asia News – 8 – Giugno 2024

Molte persone in Russia hanno cercato di onorare la sua memoria il 4 giugno, il giorno del suo compleanno. E il suo Fondo per la lotta alla corruzione rimane un’eredità importante, al di là delle capacità dei seguaci o del prestigio della moglie Julia, e potrebbe avere ancora un ruolo da svolgere anche in una Russia ormai rinchiusa nel totalitarismo neo-sovietico

Il 4 giugno è stato ricordato il 48° compleanno di Aleksej Naval’nyj, il primo senza la presenza fisica del martire della dissidenza contro la Russia putiniana. La moglie Julia, insieme a diversi amici e collaboratori del Fondo per la lotta alla corruzione, ha partecipato a una Panichida, una liturgia funebre celebrata da un prete ortodosso russo in una chiesa evangelica di Berlino dedicata alla Madonna, in un’inclusione ecumenica del “cristianesimo libero” dell’ultimo eroe della resistenza al nuovo totalitarismo. Molte persone in Russia hanno cercato di onorare la sua memoria, visitando il cimitero di Borisovo dov’è sepolto, o deponendo fiori ai monumenti alle vittime delle repressioni politiche, come a Novosibirsk, a Tomsk e a Khabarovsk, cercando di eludere i cordoni dei poliziotti davanti a questi luoghi della memoria antisovietica. A Perm, la città vicina al lager dove Naval’nyj è morto, è stata impedita qualunque manifestazione pubblica.

Naval’nyj si è consegnato volontariamente al martirio rientrando in Russia tre anni fa dopo l’avvelenamento, da cui era miracolosamente sopravvissuto grazie alle cure ricevute in Germania. Egli era convinto di potersi sacrificare in nome di un cambiamento che credeva possibile prima che iniziasse la “operazione militare speciale” in Ucraina, e che egli chiamava la “meravigliosa Russia del futuro”, nonostante tutti i segnali che già nel 2021 smentivano le speranze degli oppositori al regime del “patriottismo ortodosso”. Il leader del movimento di protesta era per natura ottimista, e continuava a esprimersi con ironia positiva anche durante il suo calvario di 37 mesi nei vari lager in cui è stato sballottato, dalla regione di Vladimir vicino a Mosca fino al grande nord gelido e mortale, sorridendo e scherzando anche nell’ultima seduta del tribunale dello scorso 15 febbraio, a poche ore dalla sua definitiva resa per una misteriosa “trombosi da detenzione”.

Oggi è facile dire che Naval’nyj abbia sbagliato a tornare, soprattutto abbia sbagliato a credere tanto nel suo popolo, che lo ha lasciato in preda all’inferno senza di fatto alcuna reazione. I suoi seguaci rimasti in libertà denunciano dall’esilio i tradimenti dei politici degli anni Novanta, senza riuscire a immaginare alcuna “Russia del futuro”, e non riescono a creare un vero movimento di opposizione dall’estero, secondo tradizione russa, in quanto i russi non riescono a unirsi senza un vero capo. Aleksej aveva iniziato a fare politica nel 2000, quando si era iscritto al partito liberale Yabloko, cercando di muoversi verso una candidatura nelle competizioni elettorali a Mosca, per essere escluso in modo inatteso nel 2007 per “tendenze nazionaliste” dallo stesso segretario Grigorij Javlinskij, un sopravvissuto dei maledetti anni Novanta che ancora oggi predica nel nulla la sua idea di una Russia democratica.

Era il tempo della conversione della Russia all’ideale di una propria specificità nazionale, dopo il decennio di apertura all’Occidente e alla globalizzazione, e in un certo senso Putin e Naval’nyj hanno rappresentato due varianti di una stessa tendenza. Non a caso Putin ha perseguitato il capo degli oppositori in modalità apparentemente tolleranti, facendolo entrare e uscire dal carcere e permettendo le sue manifestazioni di piazza senza mai esprimersi in modo eccessivamente violento nei suoi confronti, e alla sua morte ha lasciato intendere che in fondo se l’era cercata, visto che era sopravvissuto all’avvelenamento in Siberia e poteva godersi la gloria dell’esilio occidentale. Lo stesso atteggiamento riservato all’altro grande oppositore Mikhail Khodorkovskij, graziato dopo dieci anni di lager, che ora lancia proclami di rivoluzione da Berlino, senza creare alcun problema alla casta del Cremlino.

Il “nazionalismo” di Naval’nyj, che lo aveva escluso dalle opposizioni “presentabili” e gli aveva attirato critiche in patria e all’estero (per esempio, in Ucraina è sempre risultato molto indigesto), era una ricerca molto contraddittoria di un’adeguata immagine della Russia, distinguendosi dagli stereotipi di Oriente e Occidente, e in questo senso davvero Putin e Naval’nyj sono espressioni di una stessa esigenza, ora risolta in forma militare e imperiale, ma che poteva essere diversa e più conciliante. Era e rimane un’aspirazione comune del popolo russo, convinto da sempre di dover esprimere una propria “idea”, una variante alternativa capace di influire e modificare il quadro geopolitico globale, sia esso il “multipolarismo” sbandierato nei conflitti mondiali insieme alla Cina, o piuttosto una diversa “fraternità di popoli” ispirata dalla grande Russia, com’era in effetti nella visione di Naval’nyj. Nei primi anni Duemila egli tentò di creare una nuova organizzazione dal titolo Narod, “il Popolo”, insieme allo scrittore oggi ultra-putiniano Zakhar Prilepin, scampato ad un attentato degli ucraini un anno fa, sedendosi alla guida mentre la bomba nella sua auto è esplosa dalla parte del passeggero, in quel caso il suo autista.

In quella fase si cercava di comporre i nazional-bolscevichi nostalgici del passato regime, il movimento contro l’immigrazione illegale e i rappresentanti del campo democratico-liberale, compresi i giovani di Yabloko delusi dalla guida troppo morbida di Javlinskij. Lo slogan del Narod era “Basta sfamare il Caucaso!” ed è stato presto dimenticato, in quanto il tentativo non ebbe successo. Da allora Aleksej si è dedicato soltanto alle proteste di piazza e alla denuncia della corruzione della casta, attirandosi il risentimento di tutte le altre opposizioni, ciò che rende particolarmente complicato anche oggi il rapporto tra i vari esponenti della diaspora russa in Occidente. In realtà nessuno ha mostrato tanto carisma e talento organizzativo come il martire del lager di Kharp, che ha impresso sul partito putiniano Russia Unita il marchio dei “ladri e farabutti”, da cui non riesce a liberarsi in alcun modo, neanche con operazioni di pulizia come quelle attualmente in atto al ministero della Difesa di Mosca. L’ultima grande iniziativa navalnista è stata quella del “voto utile” alle elezioni, che ha creato tanti problemi in varie amministrazioni, e ora viene liquidata da sistemi sempre più controllati e fasulli di meccanismi elettorali come quelli della “presidenza unanime” del quinto mandato di Putin, un mese esatto dopo la morte di Naval’nyj.

Il massimo risultato elettorale in realtà fu ottenuto nell’ormai lontano 2013 alle elezioni comunali di Mosca, dove anche i risultati ufficiali hanno riconosciuto a Naval’nyj oltre un quarto dei voti, certamente molti di più nella realtà; se fosse stato ammesso il ballottaggio col fido putiniano Sergej Sobjanin, la storia sarebbe potuta essere molto diversa. Da allora il Fondo per la lotta alla corruzione si è dedicato alle inchieste della “buona macchina della verità”, come egli stesso la chiamava, attirando milioni di utenti fino ad oggi, quando la sua discepola Maša Pevčik ha denunciato i Predateli, i “traditori” degli anni Novanta. Oltre cento sono state le pubblicazioni e i video, superando tecnologicamente qualunque espressione partitica in Russia, perfino quella della propaganda di Stato. Il suo fondo Fbk rimane un’eredità importante, in Russia e in tutto il mondo, al di là delle capacità dei seguaci o del prestigio della moglie Julia, e potrebbe avere ancora un ruolo da svolgere anche in una Russia ormai rinchiusa nel totalitarismo neo-sovietico.

Se è vero che con il funerale di Naval’nyj è stata sepolta l’illusione della meravigliosa Russia del futuro, è altrettanto vero che la Russia del presente è talmente sprofondata nell’anti-utopia della guerra contro il mondo intero, che la coscienza popolare potrebbe prima o poi risvegliarsi. Non certo per un improbabile rigurgito pacifista, visto che il conflitto escatologico è ormai scolpito nell’anima non solo dei capi, ma di tutto il popolo russo. Allo stesso tempo l’economia di guerra, sancita dalla nomina del banchiere ortodosso Andrej Belousov come ministro della difesa e imposta dalla ghigliottina della nuova riforma fiscale, non suscita nei russi alcun entusiasmo. Si dice che il libro più letto in Russia quest’anno sia il 1984 di George Orwell, scritto nel 1949 ancora sotto l’impressione catastrofica delle guerre mondiali, che dimostra oggi la sua straordinaria attualità. Il politologo russo moscovita Denis Grekov parla di “psico-economia” in cui “il tenore di vita diventa un elemento di manipolazione delle masse”, perché è più semplice controllare chi non riesce a soddisfare tutte le sue esigenze, come avveniva nel regime sovietico che di fatto si sta restaurando in modo sempre più plateale, con una ristretta casta oligarchica sempre più ricca, e una massa di persone ridotte a una vita piuttosto ansiosa e riduttiva, soprattutto in provincia.

La “schiavitù dei crediti e delle imposte”, come la definisce Grekov, rende sempre più difficile ai russi trovare una via d’uscita che non sia la sottomissione all’ordine costituito, o magari il reclutamento volontario alla guerra, unica possibilità per ottenere lauti compensi. Eppure non siamo più ai tempi di Brežnev e neppure nella giungla degli anni Novanta, e non bastano le motivazioni ideali o religiose per tacitare la voglia dei russi di godere di un vero benessere materiale e di viaggiare liberamente per il mondo intero, non solo sulle spiagge di Bali o di Colombo, magari mandando i figli a vedere le “meraviglie” della Corea del nord, come da recenti accordi per le vacanze dalla Siberia orientale. I russi sognano ancora la meraviglia di cui parlava Naval’nyj, che anche dalla tomba può ispirare improbabili e indefinibili cambiamenti, come si addice alla vera anima russa.

ILCUORE IMMACOLATO DELLA BEATA VERGINE MARIA

“Lucia ricorda che «davanti alla palma della mano destra della Vergine si trovava un cuore circondato di spine che vi sembravano conficcate. Comprendemmo che quello era il Cuore Immacolato di Maria, oltraggiato dai peccati dell’umanità, che chiedeva riparazione”.

 5 Aprile 2023 di Roberto de Mattei – Corrispondenza Romana

Tra i titoli che la tradizione della Chiesa attribuisce alla Beata Vergine Maria c’è quello di Addolorata. Tutta la vita di Maria fu un continuo dolore che ebbe il suo culmine nella Passione del suo Divin Figlio, che secondo san Tommaso d’Aquino fu “il massimo di tutti i dolori” (Summa Theologica, III, q. 46, a. 6). 

La devozione all’Addolorata nasce, prima ancora che dalla teologia, dal sensus fidei dei semplici fedeli nella contemplazione di Maria SS. sul Calvario, quando offrì liberamente il proprio Figlio e sé stessa in sacrificio al Padre. Due sono le feste liturgiche che richiamano questa devozione: la Festa dei Sette Dolori del venerdì di Passione e la festa della Beata Vergine Maria Addolorata del 15 settembre.

La Madonna Addolorata è presente, assieme a quella del Carmelo, nel Messaggio di Fatima. Il 13 settembre 1917 la Madonna disse ai tre pastorelli: “Continuate a recitare il rosario per ottenere la fine della guerra. In ottobre verranno anche Nostro Signore, la Madonna Addolorata e quella del Carmelo, san Giuseppe con Gesù Bambino, per benedire il mondo”. Il 13 ottobre 1917, alla Cova da Iria, mentre la moltitudine della folla, assisteva al miracolo del sole, si presentarono agli occhi dei veggenti tre quadri, il primo simboleggiante i misteri gaudiosi del rosario, poi quelli dolorosi e infine quelli gloriosi. Soltanto Lucia vide i tre quadri; Francesco e Giacinta videro soltanto il primo.

Apparvero prima accanto al sole, san Giuseppe con Gesù Bambino e la Madonna del Rosario. Era la Sacra Famiglia. Poi seguì la visione della Madonna Addolorata e di Nostro Signore afflitto dal dolore sulla via del Calvario. Nostro Signore fece un segno di croce per benedire il popolo. Finalmente apparve, in una visione gloriosa, la Madonna del Carmelo, incoronata regina del cielo e della terra, con in braccio Gesù Bambino.

La Madonna Addolorata è quella che soffre nell’ora della Passione, la Madonna del Carmelo è quella che trionfa nell’ora della Resurrezione. Nella drammatica situazione che oggi vive il mondo, la Madonna va venerata soprattutto come Addolorata, nell’attesa di venerarla quanto prima come Madonna del Carmelo, nell’ora del trionfo del suo Cuore Immacolato.

La causa principale dei dolori della Madonna è rappresentata dai peccati del mondo, che sottraggono gloria a Dio e portano tante anime all’infelicità eterna. Per questo la Madonna mostra ai fanciulli di Fatima l’orrore dell’inferno e affida loro un messaggio di salvezza per la Chiesa e l’umanità intera. E per questo Lucia ricorda che «davanti alla palma della mano destra della Vergine si trovava un cuore circondato di spine che vi sembravano conficcate. Comprendemmo che quello era il Cuore Immacolato di Maria, oltraggiato dai peccati dell’umanità, che chiedeva riparazione».

La Madonna, dopo Fatima, manifestò il suo dolore a Siracusa, dove lacrimò nel 1953. Il Papa allora regnante, Pio XII, così commentò il fatto: «Senza dubbio Maria è in cielo eternamente felice e non soffre né dolore né mestizia; ma Ella non vi rimane insensibile, che anzi nutre sempre amore e pietà per il misero genere umano cui fu data per Madre, allorché dolorosa e lacrimante sostava ai piedi della Croce, ove era affisso il Figliolo. Comprenderanno gli uomini l’arcano linguaggio di quelle lacrime? Oh, le lacrime di Maria! Erano sul Golgota lacrime di compatimento per il suo Gesù e di tristezza per i peccati del mondo. Piange Ella ancora per le rinnovate piaghe prodotte nel Corpo mistico di Gesù? O piange per tanti figli, nei quali l’errore e la colpa hanno spento la vita della grazia, e che gravemente offendono la maestà divina? O sono lacrime di attesa per il ritardato ritorno di altri suoi figli, un dì fedeli, ed ora trascinati da falsi miraggi fra le schiere dei nemici di Dio? » (Discorso del 17 ottobre 1954).

In che senso, potremmo chiederci, la Madonna, che è in Cielo, dove è eternamente felice, piange ancora? Per tentare di comprendere questo mistero, dobbiamo ricordare che Dio vede le cose che passano nel tempo alla luce dell’eternità. Per Lui non c’è passato, presente e futuro, c’è solo l’istante dell’eternità, che è un eterno presente. Noi non eravamo nati nel momento storico in cui si svolse la Passione. Noi non esistevamo, ma Dio ci conosceva in tutta la concretezza della nostra realtà, perché nella scienza di Dio non vi è domani, ma tutto – il passato, il presente e il futuro – è perfettamente presente. Questa conoscenza Dio l’aveva, partecipata anche alla Madonna. Nostro Signore sul Calvario soffriva non solo per i peccati del suo tempo, ma anche per i nostri peccati e quelli del nostro tempo e la Madonna che, pur essendo una semplice creatura, partecipava della luce divina, soffriva anch’ella per i nostri peccati di oggi. Era contemporanea ai nostri peccati e in questo senso possiamo dire che soffre ancora, anche se ora è immensamente felice. Ma quell’oggi e quello ieri, non esistono per chi, come Lei, vive nell’eternità, cioè in un momento presente, che è fuori del tempo.

Noi invece, semplici creature, non viviamo nell’eternità, ma siamo immersi nel fluire del tempo e della storia, e riconduciamo tutto a un passato che non c’è più e a un futuro che non c’è ancora. Però ogni istante che passa nel tempo, nel tempo muore, ma nel suo merito o nel suo demerito, si incide nel libro della vita eterna. Ed è in quell’istante situato nel tempo, che è quello in cui, hic et nunc, oggi e ora viviamo, che noi possiamo partecipare a nostra volta al gaudio e al dolore di Gesù e di Maria. La conoscenza della Passione supera lo spazio e il tempo, come la celebrazione della Messa, che è la ripresentazione reale, in maniera incruenta del Santo Sacrificio del Calvario.

Contemplando la Passione, che è avvenuta duemila anni fa, possiamo renderla presente a noi, e la rendiamo tanto più presente quanto più la facciamo nostra, compenetrandoci nei dolori di Gesù e di Maria, che non sono solo quelli sofferti sul Calvario, ma anche quelli del nostro tempo. O meglio sul Calvario Gesù e Maria soffrirono per l’apostasia del nostro tempo e pregarono perché a questa apostasia seguisse un immenso trionfo, che per loro è già presente, mentre per noi, che siamo immersi nel tempo appartiene al futuro. Il messaggio di Fatima ci svela questo futuro ed è per questo che fa parte così intimamente della nostra vita spirituale. Il Cuore Immacolato di Maria è un Cuore addolorato, un Cuore trafitto dalla spada del dolore, ma è un Cuore che trionferà.

Sacro Cuore di Gesù

Attraverso le straordinarie rivelazioni a santa Margherita Maria Alacoque, il Signore stabilì le devozioni dell’Ora Santa e della Comunione riparatrice nei primi venerdì del mese. Quest’ultima pratica è legata alla “Grande Promessa” sulla salvezza eterna.

Ermes Dovico la Nuova Bussola – 7 Giugno 2024

Il 27 dicembre del 1673, nel giorno della festa di san Giovanni Evangelista (l’apostolo che nell’Ultima Cena aveva reclinato il capo sul petto di Nostro Signore per sapere chi lo tradiva), santa Margherita Maria Alacoque (1647-1690) ebbe la prima grande rivelazione sui segreti del Sacro Cuore di Gesù, che la riempì della sua divina presenza mentre la monaca visitandina era raccolta in adorazione eucaristica. Dopo averla fatta riposare sul suo petto, Gesù le disse: “Il mio Cuore divino è tanto appassionato d’amore per gli uomini e per te in particolare, che non potendo più contenere in sé stesso le fiamme del suo ardente Amore sente il bisogno di diffonderle per mezzo tuo e di manifestarsi agli uomini per arricchirli dei preziosi tesori che ti scoprirò e che contengono le grazie in ordine alla santità e alla salvezza, necessarie per ritirarli dal precipizio della perdizione”.

Il Sacro Cuore le apparve come una fornace incandescente, in cui il cuore di Margherita venne immerso e fatto divampare da Gesù. Il Signore le lasciò un dolore nel costato come segno tangibile che tutto quanto aveva vissuto era reale. In una seconda grande rivelazione le si presentò risplendente di gloria “con le sue cinque piaghe sfolgoranti come cinque soli”, le rivelò fino a quale eccesso era arrivato il suo Amore per gli uomini e il suo dolore nel vedersi ricambiato con ingratitudini e indifferenze. In riparazione alle offese e ai peccati, Gesù domandò a Margherita di comunicarsi ogni volta che il sacerdote glielo avesse consentito e in particolare il primo venerdì di ogni mese; le chiese inoltre di pregare, prostrandosi con la faccia a terra, tutti i giovedì sera dalle undici a mezzanotte, dicendole che a quell’ora le avrebbe partecipato la tristezza mortale provata nel Getsemani.

Attraverso la mistica francese, il Signore stabilì dunque le devozioni dell’Ora Santa e della Comunione riparatrice nei primi venerdì del mese. Quest’ultima pratica è legata alla “Grande Promessa” sulla salvezza eterna: il fedele che per nove mesi consecutivi, ogni primo venerdì, si comunicherà in stato di grazia morirà certamente in grazia di Dio perché, come ha promesso Gesù, “il mio Cuore si renderà asilo sicuro in quel supremo momento”. In un’altra rivelazione Gesù disse a Margherita che tra i tanti sacrilegi e freddezze “ciò che più mi amareggia è che ci siano dei cuori a me consacrati che mi trattano così” e le comunicò il desiderio di una nuova festa: “Ti chiedo che il primo venerdì dopo l’ottava del Santo Sacramento [il Corpus Domini] sia dedicato a una festa particolare per onorare il mio Cuore, ricevendo in quel giorno la santa Comunione e facendo un’ammenda d’onore per riparare tutti gli oltraggi ricevuti durante il periodo in cui è stato esposto sugli altari. Io ti prometto che il mio Cuore si dilaterà per effondere con abbondanza le ricchezze del suo divino Amore su coloro che gli renderanno questo onore e procureranno che gli sia reso da altri”.

Margherita, che da molti non era creduta, riuscì poi a diffondere la devozione al Sacro Cuore grazie all’aiuto del gesuita san Claudio de la Colombière, che divenne la sua guida spirituale. Gesù affidò a santa Margherita anche la missione di chiedere a Luigi XIV di consacrare la Francia al suo Sacro Cuore e di rappresentarlo sugli stendardi del regno: ma il re non assecondò la richiesta, ricevuta nel 1689, esattamente cento anni prima dell’inizio della Rivoluzione francese. Il culto del Sacro Cuore – che rivela il vero volto dell’Amore, pronto al sacrificio e alla morte in croce – incontrò inoltre la forte avversione degli eretici giansenisti, ma nonostante ciò si diffuse da un luogo all’altro della cristianità. Nel 1794, con la bolla Auctorem Fidei, Pio VI confutò una volta per tutte gli oppositori del Sacro Cuore, ribadendo che ad esso si deve il culto di latria (cioè di adorazione, dovuta solo a Dio) perché nell’adorare il Cuore di Gesù, segno della sua sacra umanità, i fedeli adorano “il Verbo Incarnato con la propria Carne di Lui”, nella sua unione perfetta di vero Dio e vero uomo.

Fu infine il beato Pio IX, nel 1856, a estendere la solennità liturgica a tutta la Chiesa. Negli anni seguenti si diffusero gli atti di consacrazione al Sacro Cuore di Gesù per le famiglie e le nazioni. Il primo Paese a essere consacrato fu nel 1874 l’Ecuador, grazie al suo presidente Gabriel Garcia Moreno, poi ucciso dalla massoneria. Gli atti di consacrazione ci ricordano la necessità di riconoscere Cristo sia nei nostri cuori sia nella vita pubblica nostra e degli Stati.

Va fatto almeno un cenno ai principali precursori del culto al Sacro Cuore, come le tre sante e mistiche tedesche che vissero nel XIII secolo nel monastero di Helfta – cioè Matilde di Magdeburgo, Matilde di Hackeborn e Gertrude la Grande – e come san Giovanni Eudes (1601-1680), che potrebbe essere proclamato Dottore della Chiesa per i suoi insegnamenti sull’unità mistica tra il Sacro Cuore di Gesù e il Cuore Immacolato di Maria: “Non devi mai separare ciò che Dio ha così perfettamente unito. Gesù e Maria sono così intimamente legati l’uno con l’altro che chi vede Gesù guarda Maria; chi ama Gesù, ama Maria; chi ha la devozione per Gesù, ha la devozione per Maria”.

I russi, le vittime di sé stessi

di Stefano Caprio- Asia News – 2 Giugno 2024

Una serie di video-documentari diffusi a partire da Maša Pevčik, una delle più note collaboratrici di Naval’nyj, scaricano tutte le colpe e le responsabilità di quanto oggi accade sui banditi e i corrotti che hanno impedito negli anni Novanta lo sviluppo di una società libera e democratica. Parlano di quegli anni sia i propagandisti putiniani sia i pubblicisti di opposizione, i più anziani e i più giovani, tutti avviluppati nei sensi di colpa e nei risentimenti. 

In questa delicata fase della guerra mondiale – dall’Ucraina alla Palestina agli scenari legati alle prossime elezioni in Europa, in Inghilterra, in America, in Georgia e nel mondo intero – i russi si sentono sempre più delle vittime e dei “perdenti”, e risuona sempre più nelle discussioni pubbliche, sui social e nelle interviste semiclandestine e dall’estero, una parola che definiva la condizione della popolazione russa negli anni Novanta: i poterpevšie, “quelli che hanno perso”. Allora si riferiva alla frustrazione degli sconfitti della guerra fredda, che aveva condotto alla fine dell’Urss e alla profonda crisi economica degli anni gorbacioviani. Come ricorda l’editorialista di Radio Svoboda Sergej Medvedev, “sentii questa parola la prima volta dal salumiere, quando un pensionato si lamentava della scarsa razione di salame che gli era stata consegnata, e la commessa gli disse rassegnata: ‘smettila di lamentarti come un poterpevšij’, concedendogli benevola una fettina in più, quando il salame scarseggiava perfino a Mosca, e in provincia era ormai soltanto un mito”.

I russi si sentono sconfitti non per la durezza del regime putiniano e le repressioni politiche, non per il corso stagnante della guerra in Ucraina e il sacrificio dei giovani al fronte, e neanche per la riforma fiscale che succhierà valanghe di soldi per mantenere l’industria bellica. Il lamento è ancora per quella umiliazione di oltre trent’anni fa, per le sofferenze “dei Novanta”, il peccato originale che non lascia in pace le coscienze nonostante tutti i successivi sconvolgimenti mondiali. Tutte le colpe risalgono a quell’infelice passaggio storico, e la stura alla nuova ondata di vittimismo è stata data da una serie di video-documentari diffusi a partire da metà aprile da Maša Pevčik, una delle più note collaboratrici del martire Aleksej Naval’nyj, dal titolo Predateli, “Traditori”. Girati con il tipico stile scandalistico del movimento navalnista del “Fondo per la lotta alla corruzione”, i racconti scaricano tutte le colpe e le responsabilità di quanto oggi accade sui banditi e i corrotti che hanno impedito lo sviluppo di una società libera e democratica, finendo per consegnare la Russia allo zar degli oligarchi, il padrino mafioso Vladimir Putin.

Nei giorni scorsi il dibattito è stato rilanciato in modo clamoroso da un’intervista realizzata da uno dei più seguiti video-blogger, Jurij Dud, a uno dei grandi protagonisti del periodo eltsiniano, il petroliere Mikhail Khodorkovskij, divenuto poi oppositore di Putin e sua vittima nel lager per un decennio, per poi essere amnistiato a fine 2013 ed esiliato all’estero, dove rappresenta una delle voci più seguite dell’opposizione liberale. Anch’egli ha ripreso i toni accusatori della Pevčik, soprattutto nei confronti di politici che hanno organizzato la transizione da Eltsin a Putin come Anatolij Čubajs, il “grande burattinaio” che dall’inizio dell’invasione dell’Ucraina ha abbandonato la Russia e ora vive in Israele, dopo essere scampato per miracolo al classico avvelenamento dei servizi segreti. Si è quindi diffuso il detto che i russi “non soffrono per Kharkov, ma per Čubajs”, in un mese di terribili bombardamenti in Ucraina tra Černigov, Odessa e Kharkov con morti e stermini, mentre in Russia si discute delle scelte degli oligarchi di trent’anni fa.

A Kharkov i medici legali prendono dai bambini i campioni di Dna per cercare di riconoscere i corpi dei loro genitori dilaniati dalle bombe russe, mentre i russi si scannano a parole per decidere la verità delle aste finanziarie del 1994, della privatizzazione di Svjazinvest nel 1997 che diede inizio al crollo delle piramidi finanziarie e dei ruoli della “famiglia di Eltsin” che a fine secolo se la spassava nella reggia dell’Osennyj Bulvar a Mosca, per poi lasciare il potere in mano a Putin in cambio dell’immunità totale, di cui tuttora godono le figlie e gli eredi nell’esilio dorato londinese. Il serial della Pevčik in realtà è la realizzazione del “testamento politico” dello stesso Naval’nyj, che egli espresse nel testo diffuso dal lager “Il mio timore e il mio odio” dell’agosto 2023, quando egli per primo si scagliò contro i politici del decennio post-sovietico. Al di là delle ragioni e dei torti, stupisce l’enorme interesse con cui tutti i russi, risvegliandosi dallo stato di totale atarassia e indifferenza rispetto agli eventi in patria e all’estero, si sono messi a “sezionare le ossa” di quegli anni ormai lontani.

Parlano dei Novanta sia i propagandisti putiniani sia i pubblicisti di opposizione, i boomer e gli zoomer, i più anziani e i più giovani, tutti avviluppati nei sensi di colpa e nei risentimenti che fanno sentire vittime di ogni male dei tempi vicini e lontani, dell’Occidente e dell’Oriente, della guerra fredda e di quelle precedenti, dall’invasione napoleonica al giogo tartaro medievale. Medvedev chiama questo atteggiamento “la morale degli schiavi”, l’odio vendicativo della persona “umiliata e offesa”, per richiamarsi ai termini dostoevskiani, di colui che si sente impotente di fronte alla rovina del destino personale e comunitario, e cerca di scaricare ogni colpa sul male proveniente da ogni parte. L’uomo del “sottosuolo” di Dostoevskij, che viveva in uno scantinato di San Pietroburgo dopo una serie di umiliazioni ricevute da parte delle autorità e della società locale, sognava di distruggere il “Palazzo di Cristallo” della lontana Londra, la sede del Maligno su cui riversava le sue pretese di vendetta.

È la domanda maledetta espressa dal padre dei rivoluzionari russi dell’Ottocento, Aleksandr Herzen: kto vinovat?, “di chi è la colpa?”, che si rivolgeva in sequenza ai tatari, ai boiari latifondisti, ai nemtsy (tedeschi o stranieri in generale), agli ebrei, agli anglosaksy, agli zar e ai sovietici, e ora ai “selvaggi anni Novanta” degli oligarchi. I protagonisti di allora sono morti da tempo come Eltsin e Gajdar, o sono dispersi in esilio come Khodorkovskij e Čubajs, eppure la rabbia nei loro confronti non solo non si spegne, ma si alimenta sempre di più, non potendo evidentemente prendersela con la casta attualmente al potere per evitare spiacevoli conseguenze. È una specie di “odio terapeutico”, senza senso ormai e senza conseguenze, ma permette di canalizzare la frustrazione e di riconciliarsi con un presente altrimenti insopportabile, attribuendo un’identità a chi si sente escluso dalla realtà mondiale.

La “retropolitica” del resto è una caratteristica russa tradizionale, che idealizza i brevi periodi di apertura discutendone negli infiniti tempi di “stagnazione”, come avveniva al tempo di Brežnev dopo i pochi anni del “disgelo chrusceviano”, nelle cantine dove si radunavano i dissidenti del samizdat o nei circoli degli intellettuali in esilio che litigavano in continuazione, o si rinchiudevano nell’eremo della loro sdegnata solitudine, come Solženitsyn nel gelo canadese del Vermont. È un ciclo che si ripete da secoli: prima della rivoluzione bolscevica ci fu il “Secolo d’Argento”, un’esplosione di creatività tra il 1905 e il 1917, dopo la vittoria su Napoleone ci fu il “Magnifico Decennio” tra gli anni Trenta e Quaranta dell’Ottocento, con il grande dibattito tra slavofili e occidentalisti, e così risalendo fino allo scisma seicentesco tra i riformatori e i “Vecchio-credenti”, o alla disputa tra i monaci pauperisti e quelli “statalisti” di fine Quattrocento, per ribadire una corrispondenza dell’anima russa con i tempi atmosferici, che prevedono brevi primavere e inverni senza fine.

In queste fugaci aperture e finestre sul mondo esterno, la Russia riesce ad inghiottire le culture, le religioni, le scoperte scientifiche e le trasformazioni sociali dei popoli europei, asiatici e degli altri continenti per poi rigettarle all’improvviso, trattenendo solo una propria versione deformata e isterica, come si può vedere in modo clamoroso con la “rinascita religiosa”, la riscoperta della fede che animava le persone degli anni Novanta in una sincera ricerca di spiritualità e significato, per poi sprofondare nell’Ortodossia patriottica e militante che benedice la guerra e le stragi, con una criminale superbia che fa impallidire anche la predicazione delle Crociate medievali. Questa deriva si applica anche alla politica e all’economia, alla morale e alla cultura, alla scuola e ad ogni istituzione della società russa attuale. In questi giorni è stata perfino pubblicata una nuova rivista dal titolo Politruk, il “dirigente politico” (Političeskij Rukovoditel) di sovietica memoria, un manuale di istruzione militare in cui accanto ad ogni ufficiale e ogni soldato ci deve essere un istruttore e “suggeritore politico”, che “con la sua parola ispirata e l’esempio di dedizione senza riserve al servizio della Patria possa cementare lo spirito dei collettivi militari”, come recita l’introduzione del vice-ministro della difesa, il generale Viktor Goremykin.

Del resto il Politruk era stato reintrodotto già a febbraio dallo stesso Putin in tutti gli organi statali con un decreto “riservato”, per cui ad ogni carica deve corrispondere un “vice-direttore per le funzioni politiche e sociali”, come avveniva appunto ai tempi di Stalin. Lo scopo è sempre quello di “rafforzare il patriottismo e garantire un’adeguata e approfondita comprensione della politica statale”, spegnendo ogni velleità di ritrovare sé stessi, di ritrovare la Russia dispersa negli anni Novanta, e nella nebbia delle storie passate.

A Mosca la retorica atomica sale di livello: «Serve forza»

di Marco Imarisio – Corriere della sera – 31 Maggio 2024

I falchi: «Da Putin l’ultimatum all’Occidente». Ma nel 2014 le linee guida del governo invitavano i media a non disegnare scenari apocalittici. La Terza Guerra Mondiale è già arrivata. Sulle prime pagine dei giornali e nei titoli dei notiziari televisivi russi, per il momento. Anche solo così è una notizia. Perché l’uso di quelle parole, e la loro evocazione, era stato caldamente sconsigliato dal Cremlino fin dai tempi della prima invasione dell’Ucraina e dell’annessione della Crimea.  

Nel 2014, mentre cresceva l’attrito con l’Occidente, le linee guida preparate dal governo invitavano i media a non disegnare scenari apocalittici, secondo quanto rivelò Novaya Gazeta, che da tempo non è più consultabile né disponibile in madre patria.

Invece ieri mattina i lettori del Moskovsky Komsomolets si sono svegliati, e sotto il titolo «Il quieto ultimatum di Putin all’Occidente» hanno scoperto che ci siamo ormai vicini. «Il mondo forse non se n’è accorto» scrive Mikhail Rostovskij, editorialista caro al presidente russo. «Ma la discussione su una Terza guerra potenzialmente possibile in un prossimo futuro, è passata agli aspetti pratici. La recente replica di Putin alla domanda sulla volontà della Nato di permettere a Kiev l’uso di armi occidentali all’interno del territorio russo, non è stata sensazionalistica, ma legata a formulazioni solo in apparenza troppo tecniche. Dietro alla rassegna dei dettagli, si cela invece un ultimatum assolutamente inequivocabile». 

Noi siamo pronti, è questa la chiave di lettura che il Cremlino veicola all’interno di una Russia che si sente sempre più in missione, sola contro tutti. «Durante la crisi di Cuba», continua Rostovskij, «c’erano solo due giocatori chiave: l’Urss di Krusciov e gli Usa di Kennedy. Gli altri svolgevano il ruolo di spettatori. Ora dalla parte dell’Occidente c’è invece una vera e propria folla. Washington è ancora il capo, non ci sono dubbi, ma ci sono altri «capi» che si fanno avanti. 

A quale livello di provocazione reagiremo nella maniera alla quale Putin ha alluso? E dove sta andando il mondo, considerato ad esempio, il cambio della retorica di Trump, che non è più «amico della Russia» e avrebbe «bombardato Mosca in caso dell’ingresso delle truppe russe in Ucraina? Non siamo arrivati al punto di non ritorno e, spero che non ci arriveremo. Ma spero anche che in Occidente diano bene ascolto a Vladimir Vladimirovich, e non pensino che egli stia bluffando».  Mosca guarda con una certa preoccupazione a quel che i «nemici» stanno per decidere, perché da una settimana ovunque non si parla d’altro. Al tempo stesso ci tiene a mostrare il petto in fuori, alimentando timori sulla possibile escalation occidentale, ma facendo anche sapere ai propri

L’EVOLUZIONISMO NON E’ UNA SCIENZA

di Antonino Zichichi – Corrispondenza Romana 29 Maggio 2024

Riportiamo un articolo del famoso scienziato italiano Antonino Zichichi apparso sul numero 184 (aprile-giugno 2024) della rivista Radici Cristiane.

Non esiste alcuna equazione che descriva la teoria dell’origine della vita e dell’Evoluzione Biologica della Specie Umana. Né esistono esperimenti riproducibili in laboratorio che possano essere usati come base matematica per dare credibilità scientifica alle teorie sulle origini della vita.

Una teoria, fino al momento in cui qualcuno non riesce a formularla in modo rigorosamente matematico, resta fuori dalla Scienza. È, pertanto, priva di fondamento scientifico la pretesa che l’origine della vita e l’Evoluzione Biologica della Specie Umana (EBSU) siano verità scientifiche.

Siamo dinanzi a teorie formulate usando le parole, non il linguaggio matematico fatto di formule. E non è tutto. Alla base di queste “parole” non ci sono risultati riproducibili e cioè esperimenti che siano al primo livello di credibilità scientifica come insegnano Archimede e Galilei.

La cultura dominante ha posto il tema dell’evoluzione biologica della specie umana sul piedistallo di una grande verità scientifica in contrasto totale con la Fede. Eppure, l’evoluzione biologica della specie umana non avrebbe mai portato l’uomo sulla Luna. Né a viaggiare con velocità supersoniche. Tanto meno a scoprire la Scienza. L’evoluzione biologica della specie umana ha fatto ben poco. Anzi, assolutamente nulla. L’uomo è esattamente com’era diecimila anni fa.

Gli evoluzionisti dicono che questo è ovvio e che loro hanno sempre detto e ripetuto che i tempi tipici dell’evoluzione umana sono milioni, diecine di milioni di anni. Gli evoluzionisti parlano come se un milione o dieci milioni di anni fossero il risultato di una previsione teorica legata a un’equazione. Se la teoria evoluzionista avesse basi scientifiche serie, essa dovrebbe essere in grado di predire il valore esatto dei tempi che caratterizzano l’evoluzione umana.

L’evoluzionismo pretende di essere scienza

L’evoluzione biologica della specie umana viene usata costantemente per mettere in discussione i valori trascendentali della nostra esistenza. L’atto mistificatorio sta nella presunta esistenza di prove rigorosamente scientifiche che sono lungi dall’essere presenti in questo settore tanto delicato quanto importante della nostra esistenza materiale. Per la cultura dominante è come se la Scienza avesse dimostrato in modo rigorosamente riproducibile che l’uomo discende dalla stessa specie animale che dette poi vita alle scimmie. Si fa assurgere la Teoria della Evoluzione Biologica della specie umana a capitolo fondamentale della Scienza e la si pone in contrasto con l’atto di Fede. Ritorniamo alla domanda fondamentale: come la mettiamo con il passaggio dalla materia inerte alla materia vivente? Problema che, io sostengo, deve essere studiato in modo rigorosamente scientifico. Che abbia ragione lo dimostra il fatto che ci sono, oggi, nel mondo centinaia di laboratori, alcuni dei quali addirittura segreti, in cui si studia “The problem of minimal life”; il problema detto “della vita minima”. Cosa vuol dire? È molto difficile studiare come si fa a passare dalla pietra alla rondine. Pietra e rondine sono realtà estremamente complicate. Passare dalla pietra al gatto, all’uccellino, a forme di vita meno complesse, come sono i moscerini e altri esseri viventi più piccoli è sempre troppo complicato. “The problem of minimal life” è il passaggio da un pezzettino molto piccolo di materia inerte al più semplice tipo di materia vivente. Il problema si riduce a studiare quanti pezzettini di piccolissime cose inerti dobbiamo avere per produrre l’esempio più semplice di cellula vivente. C’è qualcuno che lo sa fare? Nessuno. Ecco perché ci sono centinaia di laboratori che studiano il Secondo Big Bang, detto “The problem of minimal life”. Se l’evoluzionismo biologico fosse Scienza, questo problema sarebbe stato già risolto. E l’EBSU sarebbe Scienza Galileiana di primo livello. Invece alla base dell’EBSU ci sono soltanto “parole”. L’EBSU va messa a confronto con i tempi dell’evoluzionismo culturale. Quanti milioni di anni dovremmo aspettare affinché l’evoluzione biologica porti un’aquila a volare con velocità supersoniche? Un gattino a vedere la faccia nascosta della Luna?

E quanto tempo dovremmo aspettare prima che i nostri posteri possano studiare con altre forme di materia vivente – aquile e gatti – la Logica che regge l’Universo, dal cuore di un protone ai confini del Cosmo? L’evoluzionismo culturale batte quello biologico.

L’uomo non è un animale come gli altri

Gli evoluzionisti affermano di sapere che l’uomo è certamente un animale come tanti altri. Così non è. La specie animale cui noi apparteniamo è dotata di un privilegio unico: la Ragione. È grazie a questo privilegio che siamo riusciti a inventare la memoria collettiva (scrittura), a scoprire la logica rigorosa (matematica), e a scoprire che non siamo figli del caos ma di una struttura logica formidabile. Le cui basi sono: tre colonne e tre forze fondamentali.

Platone, Aristotele, Galilei non sono più con noi. È grazie alla invenzione della scrittura che possiamo sapere cosa pensavano i nostri antenati. I leoni, gli elefanti, le aquile, le scimmie, tanto citate dagli evoluzionisti, non hanno lasciato tracce di memoria collettiva. I leoni non hanno saputo scoprire il Teorema di Pitagora né se esiste il Supermondo.

Un argomento forte dell’evoluzionismo sono le caratteristiche comuni alle innumerevoli specie animali. Ce n’è una di gran lunga più importante. Essa è comune, non solo alle forme di materia vivente, ma anche a quelle di materia inerte. Questa radice comune l’abbiamo scoperta noi fisici. Una pietra, un albero, un’aquila, un uomo sono fatti con le stesse particelle: protoni, neutroni ed elettroni. Non per questo noi fisici traiamo la conclusione che pietre, alberi, aquile e uomo sono realtà identiche. La diversità della nostra specie è straordinariamente unica: nessuno la sa dedurre in modo rigoroso da principi fondamentali legati a equazioni e ad esperimenti riproducibili. Ecco perché nessuno si può arrogare il diritto di avere “scoperto la vera origine della nostra specie”. Nessuno che sappia cosa vuol dire Scienza oserebbe fare simili affermazioni.

C’è chi pretende di avere dimostrato che l’EBSU ha radici nel rigore scientifico. Se io usassi lo stesso rigore di cui parlano gli evoluzionisti, potrei dire che il Supermondo esiste. Infatti, di esso conosco le equazioni e con esse ho saputo scoprire un fenomeno nuovo (in sigla EGM: Evolution of Gaugino Masses) che permette di prevedere tanti dettagli molto importanti sulla struttura del Supermondo.

L’evoluzionismo e la scienza galileiana

Pur avendo elaborato la struttura matematica di questa nuova e formidabile ipotetica realtà, non posso dire se esiste il Supermondo in quanto manca all’appello la prova sperimentale di stampo galileiano. E Galilei insegna che non basta la matematica per sapere com’è fatto il mondo: ci vuole la prova sperimentale riproducibile. L’evoluzionismo biologico della specie umana non si basa su alcuna formulazione matematica, né su alcuna prova sperimentale di stampo galileiano. E Galilei insegna che dove non ci sono né formalismo matematico né risultati riproducibili, non c’è Scienza.

Gli evoluzionisti affermano – come detto in apertura – che l’EBSU è l’ultima frontiera della Scienza galileiana. Essi non sanno che ci sono problemi molto più semplici cui la Scienza galileiana non sa dare risposta. Ho già detto prima che sono impegnato da anni a cercare di dare una risposta certa a questo capitolo fondamentale della ricerca scientifica galileiana. Fintantoché non sappiamo rispondere a domande semplicissime com’è quella sulla esistenza del Supermondo solo i sostenitori della cultura pre-galileiana possono illudersi di avere capito “la vera origine della nostra specie”.

Se Galilei fosse con noi chiederebbe a questi studiosi di scrivere l’equazione in grado di sintetizzare in modo rigoroso questa “vera origine” e di dirgli quali sono i risultati sperimentali “riproducibili” che hanno corroborato la validità della vostra equazione. Ai sostenitori dell’evoluzionismo biologico della specie umana Galilei non farebbe altro che ribadire il suo insegnamento: senza equazioni ed esperimenti riproducibili non c’è Scienza. L’EBSU non è scienza di stampo galileiano esattamente in quanto è priva delle condizioni galileiane indispensabili affinché un’attività di ricerca possa essere qualificata col marchio della Scienza galileiana.

La Cultura Dominante ha fatto credere al grande pubblico che l’origine della vita e l’evoluzione biologica della specie umana siano verità scientifiche di stampo galileiano. Precisiamo che le verità scientifiche di stampo galileiano hanno tre livelli di credibilità e che l’evoluzione biologica della specie umana è sempre stata ed è ancora oggi sotto il livello minimo di credibilità scientifica. Pretendere di avere capito un fenomeno che non riesce ancora a essere formulabile in termini di rigore logico-matematico tale da essere inserito al livello pur minimo (terzo) di credibilità scientifica ed estenderlo alla specie umana – come fanno i fanatici dell’evoluzionismo – è contro tutto ciò che la Scienza galileiana ci ha permesso di scoprire e capire. Galilei insegna che, fino a quando di equazioni non ce n’è nemmeno una, non si può parlare di Scienza. Infatti, se tutto è Scienza nulla è Scienza. Non è un dettaglio banale. Tanto è vero che ci sono voluti tremila anni, dai greci a Galilei, per arrivarci, e ancora oggi c’è chi non l’ha capito e insiste nel confondere le parole con le equazioni. Il dibattito scientifico in prossimità del Giubileo deve trattare temi legati alla vera grande Scienza non a settori della ricerca che ancora oggi non sono riusciti a superare il livello minimo di credibilità scientifica.

I Neo-Templari del Prof. Aleksandr Dugin: Nazional-bolscevismo e la Via della Mano Sinistra…

Concludo, ribadendo che il pensiero di Aleksandr Dugin, fin qui delineato, è gnostico, esoterico, e le sue teorie costituiscono una giustificazione ideologica, folle e diabolica, della guerra, del terrorismo, della devastazione più totale e apocalittica, ecc.. insomma di tutto quanto contemplato dalla “Via della Mano Sinistra” e dai romanzi di Pimen Karpov e Boris Savinkov…. Russi, cristiani ortodossi, e italiani, cattolici romani, non dovrebbero assumere le idee nichiliste, gnostiche ed eversive del Prof. Dugin. Contro la “Via della Mano Sinistra” desiderata da Dugin, ascoltiamo invece, con speranza, le parole dette dalla Madonna ai tre pastorelli di Fatima il 13 luglio 1917,  al termine della terza parte del “segreto”: «Finalmente, il Mio Cuore Immacolato trionferà. Il Santo Padre Mi consacrerà la Russia, che si convertirà, e sarà concesso al mondo un periodo di pace».


Corrspondenza romana – 22 Maggio 2024 ore 15:27

di Padre Paolo Maria Siano

Tra luglio e agosto 2021, su “Corrispondenza Romana”, ho pubblicato uno studio in quattro puntate dal titolo “La metafisica del Caos e il Soggetto Radicale di Aleksandr Dugin” (qui. https://www.corrispondenzaromana.it/la-metafisica-del-caos-e-il-soggetto-radicale-di-aleksandr-dugin-1a-parte/; qui: https://www.corrispondenzaromana.it/la-metafisica-del-caos-e-il-soggetto-radicale-di-aleksandr-dugin-2a-parte/; qui: https://www.corrispondenzaromana.it/la-metafisica-del-caos-e-il-soggetto-radicale-di-aleksandr-dugin-3a-parte/; qui: https://www.corrispondenzaromana.it/la-metafisica-del-caos-e-il-soggetto-radicale-di-aleksandr-dugin-4a-ed-ultima-parte/), poi pubblicato sotto forma di libretto, nel 2022, dalle Edizioni Fiducia con il titolo “La metafisica del Caos di Aleksandr Dugin”. 

Prima e dopo di me, anche il Prof. Roberto de Mattei ha scritto sulla figura di Aleksandr Dugin (qui: https://www.corrispondenzaromana.it/george-soros-e-alexander-dugin-due-facce-di-una-stessa-medaglia/, 9 giugno 2021; qui: https://www.corrispondenzaromana.it/dugin-putin-e-gli-scenari-del-caos/, 24 agosto 2022; qui: https://www.corrispondenzaromana.it/la-russia-diffondera-i-suoi-valori-nel-mondo/, 9 novembre 2022; qui: https://www.robertodemattei.it/papa-francesco-e-il-conflitto-globale-nel-2024/, 10 gennaio 2024).

 In Italia gli scritti del politologo russo sono pubblicati dall’editrice AGA di Maurizio Murelli, un esponente di spicco nella destra radicale italiana (qui: https://www.quotidiano.net/cronaca/la-sponda-nera-italiana-i-seguaci-dellideologo-8be5f120, 22 agosto 2022). In un video del 2020, Murelli e il suo amico Rainaldo Graziani avrebbero dichiarato di chiudere con l’ambiente e la cultura neofascista per radicarsi altrove, in particolare nella Quarta Teoria Politica di Dugin (qui: https://it.wikipedia.org/wiki/Maurizio_Murelli). Sembra che lo “strappo” sia stato confermato dal Murelli anche con un articolo (qui: http://www.fascinazione.info/2022/08/cammerati-addio-lo-strappo-di-murelli.html).

Su “Repubblica” del 15 febbraio 2024, leggiamo che i suddetti Maurizio Murelli, Rainaldo Graziani e sua moglie Ines Pedretti hanno partecipato a un ricevimento dell’Ambasciata Russa in Roma per festeggiare i diplomatici del Cremlino e commemorare la figlia di Aleksandr Dugin, Darya Dugina, a circa un anno e mezzo dalla morte   (qui: https://www.repubblica.it/politica/2024/02/15/news/ambasciata_russa_neofascisti_interrogazione_pd_parlamento-422140144/; qui: https://formiche.net/2024/02/dugina-ricordo-paramonov-cina/#content). Secondo fonti americane (il “Washington Post”, che citerebbe funzionari ucraini e americani), Darya è rimasta vittima di un attentato preparato da agenti di servizi ucraini, il cui vero obiettivo era suo padre Aleksandr (qui: https://www.repubblica.it/esteri/2023/10/23/news/dugina_omicidio_007_ucraini_cia-418593935/; qui: https://www.agi.it/estero/news/2023-10-24/bomba-uccide-dugina-russia-trasportata-gatto-23625227/). È bene precisare, a scanso di equivoci, che, dal punto di vista cristiano, una cosa è la critica scientifica e pacifica all’ideologia di un filosofo come Dugin, ma un’altra cosa è addirittura pianificarne l’eliminazione fisica e questa  è ovviamente da condannare.

 Riassumendo i dati sopra riportati, è possibile concludere che: 1) il Dr. Murelli è persona gradita all’Ambasciata Russa in Italia per la sua opera editoriale pro-Dugin; 2) il Prof. Aleksandr Dugin continua ad essere un punto di riferimento culturale nella Russia odierna e, perciò, una persona rispettabile agli occhi dell’establishment russo (qui: https://centrostudiamericani.org/russia-scoppia-il-caso-ilyin-dugin-imbarazzo-del-cremlino/).

Desidero ritornare sul pensiero del celebre politologo russo, specialmente dopo aver letto di recente il suo libro “I Templari del proletariato. Metafisica del Nazional-bolscevismo” (edizione russa: 1997), edizione italiana di AGA Editrice di Maurizio Murelli, finito di stampare nel 2021.

All’epoca dei miei 4 articoli su “Corrispondenza Romana”, ancora non conoscevo questo libro di Dugin, nel quale trovo ulteriori conferme a quanto ho già scritto e pubblicato nel 2021 e 2022 (vedi sopra). Anche in “I Templari del proletariato. Metafisica del Nazional-bolscevismo”, il Prof. Dugin elogia la Gnosi, la Via della Mano Sinistra, facendosi così promotore di un pensiero che non è affatto cristiano (né cattolico romano, né ortodosso) e che può indurre a una prassi davvero diabolica, eversiva e omicida.

All’inizio del libro c’è la “Nota dell’editore” Maurizio Murelli (pp. 7-12), poi l’ “Introduzione all’edizione italiana. Un documento del passato o un programma per il futuro?”, scritta da Aleksandr Dugin (pp. 13-20). Secondo Dugin, l’estrema Destra e l’estrema Sinistra, dunque il Nazional-Bolscevismo, devono unirsi nella lotta contro il Liberalismo occidentale totalitario (cf. p. 15). Dugin esalta i Templari nel senso inteso da esoteristi (“di destra”) come René Guénon e Julius Evola, ossia quali custodi-guerrieri di una società tradizionale e gerarchica (cf. p. 17)… Già, ma di quale Tradizione sta parlando Dugin? Quella iniziatica, esoterica, gnostica. Non certo quella cattolica e apostolica.

Entriamo nel libro di Dugin e vediamone alcune tesi portanti. Il corsivo è del testo, il grassetto è mio.

Dugin scrive: «Il nazional-bolscevismo è la meta-ideologia comune a tutti i nemici della società aperta. Non solo una delle ideologie ostili a tale società, ma la sua antitesi totale ed essenziale. È una sorta di visione del mondo fondata sulla negazione totale e radicale dell’individuo e del suo ruolo centrale; in essa l’Assoluto, in nome del quale l’individuo viene negato, è inteso nel suo senso più vasto e generale. Possiamo addirittura affermare che il nazional-bolscevismo è all’origine di ogni idea di Assoluto, di ogni rigetto della società aperta» (p. 27).

Nel suo concetto di Assoluto, Dugin si ispira all’Induismo: «Potremmo dire che la massima metafisica suprema del nazional-bolscevismo è la formula induista l’Atman  è il Brahman» (p. 29). Dugin spiega che l’Atman è il Sé, lo Spirito interiore che è nell’uomo, al di là del sé individuale… Il Brahman è l’Assoluto… L’Atman deve congiungersi al Brahman, l’uomo deve superare, oltrepassare, il suo «piccolo sé individuale» (cf. p. 29).

Il pensiero di Dugin trasuda di odio ideologico verso tutto ciò che non è russo : «la Russia ideocratica-terrestre […] contro l’Occidente anglo-sassone plutocratico-insulare. L’orda degli angeli dell’Eurasia contro gli eserciti del capitalismo atlantico» (p. 41).

Dugin condivide il punto di vista di Guénon e di Evola: «[…] In altri termini, dal momento che le istituzioni conservatrici tradizionali – la monarchia, la Chiesa, la gerarchia sociale, il sistema delle caste, eccetera – degenerano, ad acquisire pertinenza sono le pratiche iniziatiche particolari, pericolose e rischiose, legate alla Via della Mano Sinistra» (p. 46).

«Il tradizionalismo proprio del nazional-bolscevismo, in generale, è certamente l’esoterismo di sinistra, le cui caratteristiche ripetono i princìpi del Kaula tantrico e la dottrina della trascendenza distruttrice» (p. 46).

«Il dominio del nazional-bolscevismo, il Regnum, l’Impero della Fine è la realizzazione perfetta della più grande rivoluzione della storia, continentale e universale. È il ritorno degli angeli, la resurrezione degli eroi, la rivolta del cuore contro la dittatura della ragione. Questa Ultima Rivoluzione è il compito dell’Acefalo, il portatore senza testa della croce, della falce e martello, coronato dall’eterno swastika solare» (p. 48).

«La Russia è divenuta il regno eletto, i russi ricevono davvero una missione escatologica da compiere» (p. 56).

Dugin congiunge: «nazional-bolscevismo», «Stato russo come via messianica per gli eletti», «impresa escatologica della comunità ortodossa con tutti gli estremi, tutti gli eccessi e i paradossi […]» (cf. p. 79). Ecco servita la giustificazione ideologico-messianica dell’Eurasia e della guerra (anche atomica) all’Occidente!

In effetti, più avanti, c’è il paragrafo «La legittimazione dell’aggressione nella Tradizione» (pp. 118-119), e non è la Tradizione cristiana, bensì quella pagana, gnostica…

Secondo Dugin, la «Tradizione» considerava l’esistenza stessa dei confini come «espressione dell’incompletezza del cosmo in relazione alla sua causa, pensata come qualcosa di assoluto e unico, al di là da ogni limite» (p. 118). Perciò l’aggressione, ovvero l’estensione oltre i propri confini, era considerata come «l’impulso profondo di un movimento verso il divino […]» (p. 118). Così «tutte le pratiche metafisiche e ascetiche» sono «pure forme di aggressione; in tali pratiche gli iniziati cercano di trasgredire tutti i limiti […]» (p. 118).  L’«adorazione diretta» è il fine del «massimo impulso aggressivo» perché «il divino coincide con la rimozione di tutti i confini e i limiti che costituiscono l’essenza del non-divino, dell’immanente» (p. 118).  Quindi Dugin spiega che «Satana» vuol dire “ostacolo”, “confine”, da ciò scaturisce la «tappa successiva», ossia la «“demonizzazione del nemico”» (cf. p. 118). Ed ecco così giustificata la guerra russa all’Occidente! Pura ideologia, gnostica.

Con un ragionamento contorto, capovolto, ideologico, Dugin rimprovera il mondo moderno, l’umanesimo, l’illuminismo, ecc., di aver rovesciato la Tradizione come intesa sopra, e di aver «inculcato una visione unilaterale dell’aggressione, basata esclusivamente sul punto di vista della vittima» (cf. p. 119).  Dugin rimprovera alla modernità, all’Occidente, al liberalismo, di aver presentato l’aggressione come una trasgressione illegale, e di aver esaltato invece l’individuo, il suo diritto naturale (cf. pp. 119-121)… Dugin ammette che «il terrorismo» diviene «l’ultimo rifugio» di chi aspira «alla totalizzazione di un mondo nel quale quest’ultima è messa fuori legge» (p. 122). È logico affermare che nel nome della sua idea di Tradizione, Dugin, in tal modo, giustifica – o almeno induce altri a giustificare – aggressione, guerra, terrorismo… Ma dalla giustificazione culturale/ideologica alla messa in pratica, il confine è lungo o breve? Dipende dai discepoli di queste teorie duginiane.

Dugin esalta il «“soggetto senza limite”», il «soggetto assoluto», che indica «in modo purissimo il senso metafisico dell’aggressione» e può attuare «l’atto finale del dramma escatologico» (cf. p. 124). Tale Soggetto corrisponde in sostanza alla figura dell’Operaio (“Der Arbeiter”) teorizzata dallo scrittore tedesco Ernst Jünger (cf. pp. 125-128), anche lui punto di riferimento culturale in quella destra radicale italiana la quale elogia il pensiero di Dugin e quindi la sua idea di Russia e di Eurasia…. Più avanti, Dugin scrive: «Prima di morire, lo scrittore fascista francese Robert Brasillach pronunciò una singolare profezia: “A Oriente, in Russia, vedo ascendere il fascismo, il fascismo immenso e rosso”» (p. 145).

Dugin dimostra anche varie conoscenze in campo esoterico. Nel capitolo “Il potere dei bambini incoronati” (pp. 163-169), scrive: «La Tradizione trattava i fanciulli come esseri speciali, direttamente legati al mistero dell’anima universale. […]. La magia operativa cerimoniale richiede la partecipazione dei bambini ai rituali […]» (p. 163).  In «una civiltà sacra», il bambino «era considerato quasi soprannaturale, uguale a sacerdoti e veggenti» (p. 164). «Il bambino incarna il possibile» (p. 165). «Il bambino non appartiene alla terra. Più precisamente, è al di sopra della polarizzazione sessuale, della rigida distribuzione dei ruoli» (p. 165). «Non è un caso che in alchimia – la scienza che afferma come tutti gli oggetti (compresi i minerali) abbiano un’anima e come tutti gli esseri siano occultamente androgini –, il simbolismo dell’infante sia sviluppato al massimo grado» (pp. 165-166). Dugin prosegue: «La Pietra Filosofale – coronamento dell’Opera al Rosso, la rubedo – è raffigurata come un bambino che gioca» (p. 166). Crescendo, i fanciulli perdono «la sottile connessione con i mondi invisibili» (p. 167)… Dugin auspica uno Stato, una società retta da «bambini incoronati» o «da quelli più vicini a uno status fanciullesco: veggenti, santi, profeti, credenti nei miracoli, nei giusti, in contatto con il mondo dell’anima prima della nascita» (p. 168).

Poi Dugin dedica un capitolo al matriarcato (pp. 170-174), elogiando «la venerazione del principio superiore in quanto femminile» (p. 171). «La perdita del matriarcato ha rappresentato una catastrofe nel mondo della Tradizione» (p. 171). «Il tantrismo indù, il mito della Sofia gnostica e l’idea cabalistica della Shekinah, presenze femminili di divinità, sono motivi che risalgono ai più antichi periodi del matriarcato ario» (p. 172). «Pertanto, […], la restaurazione del matriarcato nordico iperboreo, il trionfo tantrico della Shakti, l’enunciazione della grande formula degli iniziati indù “Io sono Lei” (identica all’affermazione “Io sono il Sole”), è la nostra causa sacra, il compito della nostra rivoluzione. Impresa nazionale, messianica della Russia, causa del socialismo» (p. 174).

Molto interessante è anche il capitolo “Lo gnostico” (pp. 181-185). Dugin elogia «la Via della Mano Sinistra», che è «distruttiva, terribile, è il regno della furia e della violenza» (cf. p. 183). «Catene di iniziati» la percorrono e sanno che condurrà a «il trionfo della liberazione totale» (p. 183). «La Via della Mano Sinistra si chiama gnosi, conoscenza» (p. 183).  Essa è seguita dal «rosso» e dal «nero» (nazional-bolscevismo), è la via dello gnostico che «ha tutte le ragioni per trionfare interiormente» (p. 185).

(Circa l’Androgino, il Femmino, il Caos, la Via della Mano Sinistra in Dugin, già ho scritto qui: https://www.corrispondenzaromana.it/la-metafisica-del-caos-e-il-soggetto-radicale-di-aleksandr-dugin-1a-parte/ e qui: https://www.corrispondenzaromana.it/la-metafisica-del-caos-e-il-soggetto-radicale-di-aleksandr-dugin-2a-parte/).

Più avanti Dugin elogia i Templari quali «portatori» di «conoscenza esoterica» (p. 193). Poi dedica un capitolo a “Il pentagramma” (pp. 199-208), ossia la Stella a cinque punte, che «nella Tradizione» indica l’«“esercito angelico”» (p. 200). Dugin si sofferma sulla «stella del mattino», chiamata anche «Venere» o «Lucifero»… Tale stella è simbolo «dell’angelo caduto», della «dea dell’amore e dell’erotismo», e anche di Cristo (cf. pp. 202-203).

Dugin sa bene che la stella a 5 punte, simbolo importante nella Massoneria, nei Rosacroce, nell’occultismo, è diventata simbolo del bolscevismo. Dugin sa che l’umanesimo rivoluzionario ha radici iniziatiche, gnostiche (cf. pp. 207-208). «La stella rossa splende sopra il Cremlino, centro della Terza Roma, della Terza Internazionale. È l’immagine del centro del mondo, del polo» (p. 208). Più avanti, Dugin parla della «“dottrina della Stella”», ossia il superamento di ogni dualismo (cf. pp. 221-222). «L’alto e il basso cambiano di posto, il matrimonio impossibile e impensabile di Paradiso e Inferno, che il brillante William Blake aveva intuito, si realizza. È la cosiddetta “dottrina della Stella”» (p. 222), che è anche dottrina dell’Ordo Templi Orientis di Aleister Crowley (cf. p. 222).

Più avanti, Dugin scrive: «È ora il momento di chiederci: qual è la differenza tra l’iniziazione e il dogma religioso ordinario?» (p. 236). Dugin risponde: «La religione è spiritualmente analoga al mondo newtoniano: tutte le affermazioni sono sorprendentemente simili alla verità, infinitamente vicine ad essa, ma comunque un po’ diverse. […] L’iniziazione segue un percorso radicalmente diverso. È una differenza di capitale importanza. La ricerca dell’assoluto elimina i compromessi. Dobbiamo scendere all’inferno, immergerci nel caos» (p. 236). Poco oltre, Dugin afferma: «Solo attraverso questa esperienza traumatica è possibile emergere dall’altra parte della materia, in modo radicale e irrevocabile. Ecco il grande ideale della liberazione. Il percorso è estremamente pericoloso, ma inevitabile» (pp. 236-237). «La conoscenza del male non è, in fin dei conti, il male. Se non ci fosse, non ci sarebbe nemmeno la salvezza. Felix culpa. Eva ha fatto la cosa giusta. Eva è la vita. […]. Il creazionismo, il razionale sono senza speranza. La loro esattezza è ripugnante» (p. 237).

Il colore «rosso-bruno» non indica solo l’alleanza nazismo-bolscevismo, ma anche il «dio indù Shiva» la cui personalità è vicina all’elemento «rosso-bruno»… Shiva è il protettore del tantrismo (cf. pp. 262-263)… 

Più avanti, Dugin mostra una concezione gnostica della vita cristiana, allorché ritiene superati i 10 Comandamenti per un cristiano (cf. pp. 350-351): «L’umanità del Nuovo Testamento è fondamentalmente diversa da quella antica, giudaica (o pagana). È sotto il segno dell’amore trascendente; quindi, le dicotomie della legge – adorare o non adorare, uno o molti, rubare o non rubare, sedurre o non sedurre, uccidere o non uccidere – in ultima analisi non hanno più senso. […]. In ogni caso, la piena esistenza cristiana non ha nulla a che fare con i dieci comandamenti dell’Antico Testamento, superati una volta per tutte dal santo battesimo. C’è solo la realizzazione della grazia» (p. 350).

Più avanti, Dugin afferma: «Più un uomo è santo, più appare miserabile, peccaminoso, malvagio davanti al volto della Trinità irradiante. […]. Il rispetto dei dieci comandamenti non ha significato decisivo per il cristiano ortodosso. […]. In mancanza d’amore, i dieci comandamenti portano all’inferno. Se l’amore c’è, allora non hanno senso. Tutto ciò è stato compreso chiaramente dagli intellettuali russi radicali» (p. 351).

Poi Dugin dedica un capitolo allo scrittore russo Pimen Karpov (1886-1963) e al suo romanzo gnostico “Fiamma”, pubblicato nel 1913, ripubblicato nel 1924, e poi nel 1991. Dugin scrive: «Il punto è che Pimen Karpov ha codificato nel suo romanzo un messaggio esoterico unico, un grandioso mito gnostico […]. Ha svelato i segreti della profonda sacralità russa, messo a disposizione del pubblico gli insegnamenti nazionali segreti […]» (p. 359).

Il romanzo parla di: «oscurità, crimini sanguinosi, feroce sadomasochismo, perversioni, morti, marciume, messe nere, sacrilegi, bestemmie […], suicidi materni, stupri di gruppo, torture» (p. 359).  Dugin osserva che «le descrizioni cruente e oscene hanno il solo scopo di illustrare alcuni concetti gnostici, che costituiscono la spina dorsale dell’opera» (p. 360).

Dugin fa ben capire che dai principali personaggi di “Fiamma” di Karpov emergono concetti gnostici come: la Necessità del Male, il Male quale via al Bene e al Trascendente, la discesa all’Inferno necessaria per risalire al Cielo (cf. pp. 360-364). Questa è la «tradizione gnostica, la Via della Mano Sinistra (come la chiama l’induismo)» (p. 361). Secondo Dugin, il personaggio Gideonov di “Fiamma”, capo di una setta di satanisti, ricorda Aleister Crowley e Julius Evola (cf. p. 364)…

Nel romanzo “Fiamma” (1913) il satanista Viacheslav dice: «Serviamo tutti l’Oscuro… Insieme prenderemo il mondo … Solo attraverso il dio russo l’Oscuro… Non ha eguali! Presto il mondo crederà in lui! Il pianeta sarà nostro!» (cit. da Dugin, p. 368).  Viacheslav dice anche: «Ora che abbiamo conquistato l’Europa tocca all’America. E perché? Perché l’Europa si è inchinata davanti all’Oscuro. […] E l’Oriente è nostro da molto tempo… Là, il drago e Maometto sono l’essenza dell’ipostasi dell’Oscuro…» (cit. da Dugin, p. 369). Ecco il commento, positivo, di Dugin: «L’Oscuro, dio del sangue e della vita, unisce l’estrema destra e l’estrema sinistra in un fronte unico contro la gelida civiltà liberale. I conservatori rivoluzionari tedeschi degli anni Venti e Trenta e gli eurasisti russi erano giunti alla stessa conclusione» (p. 369).

Al termine del romanzo, non si realizza l’agognata «sintesi nazional-bolscevica» o «il matrimonio tra rosso e bruno» (cf. p. 371), però avviene quanto scrive Dugin: «“L’America sotterranea”, bastione dell’oscurità non-russa, anti-russa, dell’oscurità anti-gnostica, è stata conquistata» (p. 371).

Con il Viacheslav di “Fiamma”, Dugin: a) auspica «una cospirazione globale contro il freddo» (p. 372), ossia contro la civiltà liberale, occidentale e americana (cf. p. 373); b) sostiene la necessità della «Via della Mano Sinistra, la “via del sangue”» per unirsi all’Assoluto (cf. p. 372). Dugin sa che questa «via del sangue» («crocifissione di donne, orge collettive di adepti russi del Tantra, sacrifici redentori di giovani sull’oscuro altare “satanico”», ecc.) è «la dottrina segreta descritta da Pimen Karpov» ed è «molto pericolosa» (cf. pp. 371-373).

Dugin scrive: «La Russia è un paese straordinario e le creature che lo abitano […] sono circondate da un significato metafisico, le “profondità degli abissi”. Questo è avvincente, dà speranza, è terrificante… Le idee di Karpov sono dirette a noi e sono attuali (per quanto possibile) anche oggi: “Tutti noi, fratelli delle tenebre, abbiamo una nostra luce – oscura, invisibile, non scientifica – ultravioletta… Ecco quel che erigeremo sul nostro pianeta comune e sul vostro… Ma per essere governati dai russi…”. Sangue contro freddo. La Russia danza, angelica e folle, contro l’ “America sotterranea”. È un assordante grido nostalgico per la Tradizione, contro la silenziosa degenerazione dei morti gelati. La rivoluzione mondiale è inevitabile. Impossibile sfuggire al Giudizio Universale e alla Comunione del Fuoco» (p. 373).

Nell’ultimo capitolo del suo libro, Dugin tratta del romanzo “Cavallo pallido” di Boris Savinkov (1879-1925), rivoluzionario (terrorista, assassino) e politico russo. Dugin lo ritiene «un testo brillante» (p. 376), «È un testamento. È letteratura. È una guida all’azione» (p. 376). Dugin scrive: «Savinkov è chiaramente dominato da un motivo apocalittico. “Ti donerò la stella del mattino”: questa espressione compare più volte, ipnoticamente, nel diario di un terrorista. “Stella del mattino” indica Lucifero, il giorno. Un angelo caduto ma intatto, prima creazione di Dio, archetipo atemporale del vero rivoluzionario15» (p. 376). Poi nella nota 15, il curatore dell’edizione italiana di questo libro di Dugin, Andrea Scarabelli, scrive circa Lucifero: «Su questa figura, metafisicamente e simbolicamente opposta al Diavolo e al Satana giudeo-cristiani, cfr. Otto Rahn, La Corte di Lucifero, cit.» (p. 376). Dunque Scarabelli sembra accogliere la distinzione esoterica e gnostica tra Lucifero e Satana… Anche Dugin conosce quel libro del nazista Otto Rahn (pubblicato nel 1935) in cui Lucifero viene elogiato (cf. p. 369).

Dugin prosegue, circa la stella del mattino/Lucifero: «“La stella del mattino” è una promessa ambigua, simbolo di una scelta e di una maledizione, che infesta l’arida immaginazione di un uomo che della morte ha fatto una professione, una vocazione, un destino. “La stella del mattino” è la ricompensa per lo spietato castellano, per il portatore del mistero della vendetta assoluta, che deve colpire sia il bene sia il male» (p. 376).

Dugin sembra proprio condividere l’elogio del terrorismo e dell’omicidio che Savinkov fa nel suo romanzo: uccidere diventa addirittura un atto di fede in Dio, in Cristo, un atto nel nome del popolo russo (cf. p. 376)… Poi Dugin scrive: «Il russo uccide in modo diverso. Ha dietro lo strato profondo della metafisica nazionale ortodossa, l’intero dramma tragico dell’Apocalisse […]. Il terrorista russo è la vittima. Compie un atto magico destinato a salvare non solo la società, le persone, la classe, ma tutta la realtà» (p. 377).

Dugin afferma che Boris Savinkov «è attratto dal fascismo, da Mussolini; nella Russia bolscevica , si scopre vicino ai comunisti. Questi cambiamenti politici lo rendono organicamente un nazional-bolscevico. È al di là delle dottrine partitiche. Un eroe devoto a un’idea metafisica. La morte eroica. Un assassino freddo con l’anima di un agnello» (p. 378).

Verso la conclusione del suo libro, Dugin scrive: «Leggiamo Cavallo pallido di Boris Savinkov. Respiriamo la descrizione della sua vita, del suo erotismo, della sua lotta. Vogliamo così tanto la Stella del Mattino – la vogliamo appassionatamente» (p. 379). 

Quella «Stella del Mattino», tanto bramata anche da Dugin, è Lucifero, lo stesso Lucifero del nazista Otto Rahn…

Poi segue la “Postfazione. Il Sole occulto della città luminosa” di Andrea Scarabelli (pp. 381-413) il quale riassume gli elementi salienti del pensiero Dugin, e in particolare di questo suo libro “I Templari del proletariato”: 

  • «nichilismo attivo» (p. 385);
  • la «Via della Mano Sinistra», o «Tantra» quale «metafisica del nazional-bolscevismo» (cf. pp. 393-396), la stessa «Via» in cui converge anche il filosofo neo-nazista Miguel Serrano (cf. p. 396);
  • i “Templari” di Dugin sono dunque adepti della Via della Mano Sinistra, nazional-bolscevichi (cf. pp. 400-403);
  • il Soggetto Radicale, quale incarnazione e compimento dei “Templari del Proletariato” e quindi protagonista assoluto della Via della Mano Sinistra (cf. pp. 406-413). Sul Soggetto Radicale di Dugin, ho scritto qui: https://www.corrispondenzaromana.it/la-metafisica-del-caos-e-il-soggetto-radicale-di-aleksandr-dugin-3a-parte/

Secondo Scarabelli: «è possibile vedere nella Via della Mano Sinistra de I Templari del proletariato il fondamento stesso della Quarta Teoria Politica» (p. 402, nota 56) in cui si riassume, appunto, il cuore del pensiero di Dugin.

Concludo, ribadendo che il pensiero di Aleksandr Dugin, fin qui delineato, è gnostico, esoterico, e le sue teorie costituiscono una giustificazione ideologica, folle e diabolica, della guerra, del terrorismo, della devastazione più totale e apocalittica, ecc., insomma di tutto quanto contemplato dalla “Via della Mano Sinistra” e dai romanzi di Pimen Karpov e Boris Savinkov.

Ho già scritto altrove di una certa somiglianza tra la “Via della Mano Sinistra” e la Gnosi presente nel pensiero del cabalista eterodosso Jakob Frank (https://www.corrispondenzaromana.it/quella-gnosi-tra-sabbatiani-frankisti-e-massoni-la-redenzione-attraverso-il-peccato-o-via-della-mano-sinistra/) e nella Massoneria (qui: https://www.corrispondenzaromana.it/naturalismo-gnosi-in-un-testo-massonico-del-rsaa/; qui: https://www.scuoladieducazionecivile.org/aspetti-esoterici-della-massoneria/). 

Nella Massoneria russa come vengono giudicate le tesi gnostiche di Dugin? La Gran Loggia di Russia e la Gran Loggia di Ucraina sono entrambe Massonerie regolari, riconosciute dalla United Grand Lodge of England (qui: https://www.ugle.org.uk/about-us/foreign-grand-lodges) e sono in rapporti fraterni tra loro visto che hanno inviato rispettive delegazioni alla Gran Loggia del Grande Oriente d’Italia nell’aprile 2022 (qui: https://www.grandeoriente.it/la-massoneria-ucraina-e-quella-russa-si-sono-incontrate-a-rimini-durante-la-gran-loggia-del-grande-oriente-ditalia/).

Russi, cristiani ortodossi, e italiani, cattolici romani, non dovrebbero assumere le idee nichiliste, gnostiche ed eversive del Prof. Dugin. Contro la “Via della Mano Sinistra” desiderata da Dugin, ascoltiamo invece, con speranza, le parole dette dalla Madonna ai tre pastorelli di Fatima il 13 luglio 1917,  al termine della terza parte del “segreto”: «Finalmente, il Mio Cuore Immacolato trionferà. Il Santo Padre Mi consacrerà la Russia, che si convertirà, e sarà concesso al mondo un periodo di pace». (https://www.vatican.va/roman_curia/congregations/cfaith/documents/rc_con_cfaith_doc_20000626_message-fatima_it.html).

Guerra e propaganda: il pensiero della ‘maggioranza’ dei russi al servizio di Putin

di Stefano Caprio- Asia news – 26 Maggio 2024

Un approfondimento della rubrica Signal di Meduza ha valutato la reale consistenza del sostegno alla guerra della popolazione. La differenza fra “la maggioranza dei russi” e il campione degli intervistati nei sondaggi, sempre meno credibili. I rilevamenti mezzo di “manipolazione” e di “informazione”. L’esempio di “maschio russo medio”, amplificatore di slogan patriottici. 

Una delle dimensioni più sconvolgenti della grande guerra della Russia contro il mondo intero è il sostegno della popolazione agli istinti imperiali della casta del Cremlino, difficile da comprendere e decisamente impossibile da accettare: possibile che ad opporsi alla violenza di Stato siano soltanto alcuni sparuti dissidenti, sottoposti a durissime repressioni fino alla morte in lager, nella totale indifferenza della maggioranza dei russi?

Su questo si è soffermata la rubrica Signal di Meduza, cercando di andare oltre alcuni stereotipi sull’apatia e la passività degli abitanti della Russia di oggi e di sempre. Se si dà retta ai sondaggi ufficiali, il 70% dei russi sostiene con entusiasmo la necessità delle parate militari sulla piazza Rossa, il 56% è contrario a qualsiasi cambiamento sociale ed economico, e a questa mitologica “maggioranza” si attribuisce ogni sorta di sentimento negativo o assurdo, dall’allergia alle analisi mediche fino all’approvazione della pena di morte. La maggioranza professa la fede ortodossa, anche se si reca in chiesa solo per far benedire i dolci pasquali.

Ovviamente i sociologi di Stato affermano che la stragrande maggioranza dei russi approva la “operazione militare speciale” in Ucraina, ma la litania dei sondaggi ufficiali sul pensiero della popolazione lascia piuttosto interdetti. Quanto più si cristallizzano opinioni ampiamente condivise, tanto più queste contraddicono quelle che si sentono esprimere nella vita quotidiana da parenti e amici sulle strade e nelle case, suscitando il sospetto che, al di là della propaganda dei vertici e della repressione dei marginali, ci sia un’ampia manipolazione di quella che viene definita “la maggioranza” della gente russa.

Come affermano gli autori di Signal, “quando si parla della maggioranza dei russi bisogna intendere la maggioranza degli intervistati nei sondaggi, e c’è una grande differenza tra gli uni e gli altri”. Perfino la maggioranza plebiscitaria del voto alle elezioni presidenziali per la consacrazione di Vladimir Putin è in realtà piuttosto dubbia, sia sul numero reale dell’affluenza, sia su quello dei voti espressi. Quando si dice che i russi sono contrari alle bevande energetiche per i ragazzi, ci si riferisce solo agli utenti del sito SuperJob, e i panettoni pasquali da benedire in chiesa non li fanno tutti i russi, ma soprattutto i clienti della catena “Cucina locale” presente in molte città. I giornalisti che commentano i sondaggi estrapolano dati e risposte in modo molto arbitrario, come succede anche negli altri Paesi.

È una regola inflessibile di ogni forma di propaganda: se non si riporta “l’opinione della maggioranza” nessuno leggerà l’articolo o il servizio relativo all’argomento che interessa. I sondaggi sono sempre meno credibili, nonostante siano supportati da algoritmi e criteri d’analisi sempre più sofisticati: i rispondenti non dicono quello che pensano, ma quello che ritengono necessario dire pubblicamente, e questa auto-censura è spesso più efficace di qualsiasi repressione. La “pubblica opinione” è una cosa molto diversa dalle opinioni delle persone, in un mondo in cui ogni affermazione è sottoposta a una dimensione in cui “pubblico” significa “alienato”, consegnato al possesso di altri ambiti e altre strutture, che siano esse di potere e di monopolio, o più in generale di gerarchia degli interessi sociali. Ovviamente in tempo di guerra questo meccanismo di sfiducia e presa di distanza diventa dominante: si dice solo quello che serve per evitare coinvolgimenti.

I sondaggisti sanno bene quanto sia sempre più diffuso il rifiuto di rispondere: in media per ottenere mille risposte, bisogna passare dal rifiuto di ventimila persone. In Russia sono al massimo il 5-6% delle persone a partecipare ai sondaggi, poco più di quelli che si recano alle liturgie ortodosse, e con percentuali così basse è quasi inevitabile che a rispondere siano per lo più quelli di cui si prevede un’opinione coerente con le finalità dell’indagine. Si evita di esprimere il proprio pensiero per timore di conseguenze, o per totale disinteresse alla politica, e questo è sicuramente un trend globale e non solo russo: non si crede alla possibilità di incidere sulle situazioni in base alle opinioni. I principali centri sociologici della Russia operano sotto lo stretto controllo del Cremlino, il più famoso Levada-Centr è iscritto al registro degli “agenti stranieri” dal 2016, e non ha grande libertà di manovra per confermare la sua capacità di analisi sul campo. In Bielorussia, il presidente Aleksandr Lukašenko ha risolto il problema in modo radicale proibendo dopo le sommosse del 2020 ogni tipo di sondaggio, anche su internet, e permettendo nel 2021 soltanto un grande “sondaggio ufficiale” che dichiarava il suo livello di consenso tra la popolazione al 66,5%; quelli indipendenti e più o meno clandestini parlavano del 24,1%.

Nelle indagini sociologiche conta molto la metodologia con cui vengono proposte le domande, che spesso riguardano le opinioni altrui piuttosto che quelle della persona intervistata, per evitare di comprometterla. Se si vuole chiedere un parere sulle torture, la domanda non si pone direttamente, ma si chiede l’ammissibilità della tortura di chi rapisce bambini o compie gravi attentati. Questo apre molti spazi alla manipolazione, per cui i sondaggi non servono principalmente a informarsi sulle opinioni degli intervistati, ma a informare gli intervistati su questioni che magari non si erano mai posti; chiedere “sapeva che il candidato X ha problemi con la giustizia?” è un modo per abbassare allo stesso X le chance di elezione, per non parlare dei commenti riassuntivi ai “risultati dei sondaggi”. Si chiede un parere sulle parate della piazza Rossa, non sulla guerra o sulle sanzioni, sull’inflazione o sulle repressioni; la gente è spinta a rispondere secondo parametri già conosciuti a livello sociale, e più che un’espressione di pensiero, il sondaggio diventa un “allenamento ideologico”, come lo definisce Signal. Se si chiede a un russo “che cosa pensa la maggioranza dei russi?”, difficilmente dirà qualcosa che lo distingue dal pensiero della maggioranza dei russi.

Manipolare l’opinione pubblica è più semplice di quanto sembri: lo sanno bene in Russia e in tutto il mondo, a prescindere dal regime al potere o dal sistema più o meno autocratico o democratico, come dimostra l’ondata di cieco antisemitismo che cresce a tutte le latitudini nel contesto del conflitto tra israeliani e palestinesi. I “sondaggi riservati” sulla disponibilità dei russi a sacrificarsi per la vittoria in Ucraina permettono a Putin di ribadire trionfalmente che “l’assoluta maggioranza dei russi mette al primo posto la sua appartenenza alla società russa, allo Stato, piuttosto che alla propria discendenza etnica”, come ha spiegato ancora in questi giorni per disperdere le tendenze autonomiste dei popoli minori. Oppure afferma che “noto in particolare un sostegno senza precedenti da parte del nostro popolo, la stragrande maggioranza dei cittadini del nostro Paese è spinta da un chiaro ideale patriottico”, come ha detto al consiglio ristretto del ministero della Difesa, una delle frasi che ripete fin dall’inizio dell’invasione dell’Ucraina, anche senza bisogno di citare statistiche e analisi sociologiche.

Nessuna statistica, del resto, conferma un altro ritornello della propaganda secondo cui “la maggioranza assoluta di chi ha vissuto in Ucraina, e ancora di più di chi ha vissuto in Russia, ritiene che si tratti dello stesso Paese”, facendo leva semmai su reminiscenze sovietiche di comunanza ideale, riciclate nella mitologia degli eventi in corso. L’agenzia informativa Rbk nel 2017 pubblicò il “ritratto medio” di un abitante della Russia, col nome “statistico” di Elena Smirnova di 40 anni, e il Tinkoff Žurnal ha ripreso di recente questo esempio, modificando il modello del “cittadino medio” nel maschio Aleksandr Ivanov di 37-38 anni, di professione autista e leale al governo, con un reddito medio e alcuni risparmi, che “ama la Patria e non si fida degli americani”, e ascolta solo i cantanti russi. Queste figure convenzionali, sempre più simili a fantocci creati dalle nuove applicazioni di intelligenza artificiale, non rappresentano i russi reali, ma soltanto le marionette utili alla casta del potere.

Un esempio perfetto di “maschio russo medio”, amplificatore di slogan patriottici a buon mercato, è il riconfermato ministro della cultura, Valerij Fal’kov, 46enne ex-rettore dell’università di Tjumen in Siberia, che nel 2020 aveva sostituito Vladimir Medinskij, ora consigliere di Putin e autore dei manuali “rivisitati” della storia russa. Il “maschio siberiano” è il modello preferito dal Cremlino (anche per riassumere le varie etnie riunite a quella russa), come ad esempio il sindaco di Mosca Sergej Sobjanin, anch’egli importato da Tjumen nel 2010, anno della svolta autoritaria e militare di Putin. Quand’era ancora studente nel 2003, Fal’kov scriveva nella sua tesi che la “agitatsija [propaganda] è uno strumento ideologico dei regimi totalitari, per coltivare i valori ad esso più convenienti e controllare la società”, e oggi è il ministro della agitatsija di Stato.

Contemplando “l’amor che move il sole e l’altre stelle”

 Aurora boreale 5 Novembre 2023

22 Maggio 2024 ore 15:30 di Roberto de Mattei . Corrispondenza Romana

Nel corso dell’ultimo anno si sono moltiplicati in tutto il mondo eventi atmosferici eccezionali, tra i quali eclissi e aurore boreali.

 L’8 aprile 2024 c’è stata una grande eclissi di sole in America, visibile dal Messico agli Stati Uniti fino al Canada, 14 giorni dopo un’eclissi lunare che il 25 marzo aveva oscurato i cieli di parte delle Americhe e dell’Europa.

Qualche mese prima, il 5 novembre 2023 i cieli di mezza Europa erano stati illuminati da un’aurora boreale, che in Italia è stata osservata dalle Alpi alla costa del mare Adriatico. Il 25 marzo scorso una nuova tempesta magnetica ha prodotto sul nostro pianeta aurore boreali visibili a diverse latitudini. Una nuova aurora boreale, tra il 10 e l’11 maggio 2024, ha illuminato non solo i cieli dell’emisfero settentrionale ma anche dell’Europa meridionale. L’aurora boreale è molto rara, eppure negli ultimi mesi decine di milioni di persone in Italia e nel mondo hanno avuto modo di assistere per ben tre volte all’impressionante spettacolo. 

Questi eventi insoliti hanno certamente una loro spiegazione naturale. L’aurora boreale è un fenomeno ottico per il quale si possono ammirare nell’atmosfera delle bande in movimento di diversi colori, come frutto dell’incontro fra particelle portate dai venti solari e particelle gassose dell’atmosfera terrestre. Le eclissi lunari si verificano quando la Terra si interpone tra il Sole e la Luna, mentre nell’eclissi solare è la Luna che si posiziona tra il Sole e la Terra oscurando parzialmente o totalmente il sole. Ma, al di là della spiegazione “scientifica”, che riduce i fenomeni naturali a una combinazione di particelle di materia, collegate tra di loro e in moto reciproco, c’è però da chiedersi se non esista un significato profondo e invisibile di questi eventi.

L’insufficienza di un’analisi meramente quantitativa degli eventi naturali fu già rilevata da sant’Agostino che, nel suo Discorso 68, citando il Libro della Sapienza, biasima coloro che, indagando sul cosmo, non furono in grado di trovare Colui dal quale tutto è stato creato. «Se infatti furono capaci di possedere tanta scienza da rendersi conto dell’universo, come mai non trovarono più facilmente il Signore di esso? (Sap 13, 9)».  Essi: «indagarono il moto degli astri, la distanza tra le varie stelle, il percorso dei corpi celesti; in tal modo occupandosi di studi siffatti arrivarono a una tale conoscenza scientifica da predire le eclissi del sole e della luna, e quando le predicevano queste avvenivano nel giorno e nell’ora predetta, nella misura e nel punto dello spazio da loro preannunciati. Grande abilità! Grande capacità! Ma quando si accinsero a cercar di conoscere il Creatore, che stava non lontano da loro, non riuscirono a trovarlo; se lo avessero trovato, lo avrebbero avuto in sé stessi».

Nell’antichità, e nel Medioevo cristiano, si scrutava il cielo cercando di conoscere il significato degli eventi straordinari, come accadde per i Re Magi quando apparve la stella cometa che annunciava la nascita del Salvatore.  E quando Gesù morì sul Calvario, il cielo si oscurò e la terrà tremò (Mt 27, 45-51). Era giusto infatti, commentano i Padri della Chiesa, che calassero le tenebre sulla terra, nel momento in cui fu crocifisso Colui che veniva a portare la luce al mondo.

A Fatima, nel luglio 1917, la Madonna rivelò ai tre pastorelli che il castigo che avrebbe colpito l’umanità, se non avesse corrisposto alle sue richieste, sarebbe stato anticipato da un grande segno del cielo: «Quando vedrete una notte illuminata da una luce sconosciuta, sappiate che è il grande segnale che Dio vi dà del fatto che si appresta a punire il mondo per i suoi delitti, per mezzo della guerra, della fame e delle persecuzioni alla Chiesa e al Santo Padre».

La Seconda guerra mondiale, che scoppiò il 1° settembre 1939, fu preceduta da due aurore boreali, il 25-26 gennaio 1938 e il 23 agosto 1939. Suor Lucia, nell’istituto di Santa Dorotea a Tuy, in Spagna dove allora si trovava, sembrò identificare l’aurora boreale del 1938 con il “grande segno” profetizzato dalla Madonna. «Dio se ne servì per farmi capire che la sua giustizia stava per scaricarsi sulle nazioni colpevoli e cominciai allora a chiedere con insistenza la Comunione riparatrice nei primi sabati e la consacrazione della Russia» (Documentos de Fatima, Porto 1976, p. 231).

Le parole di suor Lucia fanno riflettere, ma dal momento che la Seconda guerra mondiale è stata l’inizio e non la fine dei castighi che avrebbero colpito l’umanità a causa della sua infedeltà, le aurore boreali del 1938 e 1939 devono essere considerate come l’anticipazione e la prefigurazione di altri segni celesti che verranno, senza che di essi sia chiara l’origine, naturale o soprannaturale.

Quale che sia il segno del Cielo predetto dalla Madonna, sembra probabile che esso sarà concesso dalla Divina Provvidenza non tanto per convertire coloro che sono immersi nel peccato, quanto per fortificare la fede e la speranza di coloro che combattono per l’instaurazione del Regno di Maria promesso a Fatima.

Infatti, secondo il Vangelo, nemmeno un resuscitato dai morti avrebbe potuto scuotere l’incredulità dei fratelli del ricco Epulone, che rifiutavano la parola dei profeti (Lc 16, 19-31). Come potrebbero essere convinti da un segno celeste, per quanto spettacolare, coloro che si ostinano a rifiutare il messaggio profetico che la Madonna a Fatima ha dato all’umanità? 

Il 23 agosto 1939, il giorno in cui i ministri degli Esteri sovietico e tedesco, Vjaceslav Molotov e Joachim von Ribbentrop, firmarono il patto di non aggressione fra i due Paesi che portò alla spartizione della Polonia, Hitler riunì i più stretti collaboratori nel suo rifugio sulle Alpi di Salisburgo. «Quella notte – scrive Albert Speer, architetto del regime – ci intrattenemmo sulla terrazza del Berghof ad ammirare un raro fenomeno celeste: per un’ora circa, un’intensa aurora boreale illuminò di luce rossa il leggendario Untersberg che ci stava di fronte, mentre la volta del cielo era una tavolozza di tutti i colori dell’arcobaleno. L’ultimo atto del Crepuscolo degli dèi non avrebbe potuto essere messo in scena in modo più efficace. Anche i nostri volti e le nostre mani erano tinti di un rosso innaturale. Lo spettacolo produsse nelle nostre menti una profonda inquietudine» (Memorie del Terzo Reich, trad. it., Mondadori, Milano 1997 p. 196).   

I gerarchi nazisti rimasero attoniti, ma non seppero cogliere il simbolismo dell’evento, al contrario di quanto era accaduto un secolo prima allo scrittore Adalbert Stifter (1805-1868) che, a Vienna, aveva contemplato la grande eclissi di sole dell’8 luglio 1842. Stifter afferma di non essere mai stato tanto impressionato nella sua vita, vedendovi la mano di Dio: «Mai e poi mai nella via vita intera sono stato così scosso da un terrore sublime, come in quei due minuti» (Eclissi. Lettere invernali dalla foresta bavarese, tr. it, Clueb, Bologna 2006, p. 38).

Dio non solo ha voluto fin dall’eternità che accadessero questi fatti celesti straordinari, ma ha voluto porre nel nostro cuore un profondo sentimento di stupore e di meraviglia che genera il desiderio di scoprirne il significato. Questo spirito che ci permette di contemplare la «sinfonia metafisica dell’universo», di cui ha parlato Plinio Corrêa de Oliveira (Contemplazione sacrale dell’universo, Cantagalli, Siena 2013), va riconquistato per restaurare una società profondamente sacrale e ordinata a Dio.

La perdita del senso trascendente della storia corrisponde alla scomparsa di una visione metafisica della natura. In entrambi i casi Dio, creatore del cielo e della terra, è espulso dall’universo creato. Solleviamo dunque lo sguardo al firmamento celeste, cercando di percepire quei messaggi misteriosi che gli astronomi non colgono, ma che non sfuggono a chi contempla nell’universo «l’amor che move il sole e l’altre stelle» (Dante, Paradiso, 23, 145).

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