Don Luigi Cortesi, professore di filosofia del Seminario di Bergamo, nel libro “Il problema delle apparizioni di Ghiaie”, descrive il modo con cui riuscì a indurre Adelaide Roncalli (7 anni) a ritrattare le apparizioni. Tipico esempio di mentalità modernista pregiudizialmente ostile a ogni forma di manifestazione del soprannaturale.
Egli scrive (pp. 220-221): “Ranzanico, 23 luglio, ore 22,30 — Siamo bucolicamente sdraiati nel praticello dell’asilo, in faccia al lago sottostante…
La conversazione sfarfalleggia da un argomento all’altro. Ma mi è facile condurla, al momento buono, dove voglio. La fermo sulle paure del buio, dalle quali Adelaide s’è lasciata agitare anche l’altra sera.
– Non devi aver paura, dunque, se quelle immagini non sono vere. Del resto, chi è quieto in coscienza non teme neppure il diavolo. Si direbbe che tu non sia quieta in coscienza.
– Che cosa vuol dire “quieta in coscienza”?
– Non si è quieti quando si prova rimorso, perché si hanno peccati sull’anima. Li hai tu?
– Non so… Chi ha un peccato sull’anima, se dice un’Ave – Maria, il diavolo scappa via, no?
– Lascia stare il diavolo. È sempre bene dire un’Ave Maria, ma non basta: chi è in peccato mortale deve confessarsi. Forse che ce l’hai tu?
– Non so. Che cosa sono i peccati mortali?
– Sono peccati grossi che, se morissimo…
– Per esempio?
– Per esempio…
– E intanto annaspo per trovare l’esempio adatto. Non voglio buttarle in faccia il caso suo, senza averla preparata. La bimba è sulle spine e ripete tre volte:
– Per esempio?
– Ecco per esempio: un tale va in tribunale e dice al giudice: “Questo fascista ha ucciso dieci partigiani”. La cosa non è vera, ma il giudice fa ammazzare il fascista. Ebbene, quel tale ha commesso peccato grave.
– Io non ho mai fatto queste cose. Non ho mai parlato di soldati.
– Lo credo bene. Ma io non dicevo di te… Però anche tu hai fatto delle bugie grossettine, grossettine, colla storia della tua Madonna.
Adelaide non si ribella: pare angustiata della sua colpa e chiede ansiosa:
– È peccato mortale? — È terribile compito il convincere di peccato grave la coscienza di un bambino: ma bisognerà pure illuminarla, quando chessia.
– Adelaide mia, non ti voglio ingannare. Tu sei piccola e forse il tuo non è un peccato grave, perché tu non sapevi bene tutto il male che facevi. Ma se avessi fatto io, io che ho più di trent’anni quello che hai fatto tu, se io avessi detto alla gente che mi era apparsa la Madonna sapendo che non era vero, io avrei commesso un peccato mortale, grosso, grosso, uno dei più grossi… Invece, forse tu non sapevi…
– È più grosso ancora del peccato mortale?
– Eh, no. Tutti i peccati grossi sono mortali.
– No, ci sono dei peccati più grossi dei mortali.
– Quali? Vuoi dire i peccati contro lo Spirito Santo?
– No, un altro.
– Che gridan vendetta al cospetto di Dio?
– No, un altro.
– Me lo dirai quando ti viene in mente. Però, tu l’hai confessato per bene, non è vero?
– Sì, annuisce Adelaide col capo”.
Il 31 luglio (pag. 225) il Cortesi ripete ad Adelaide: “Certo, una bugia, in queste cose della Madonna è peccato grosso… E quindi devi confessarti, chiedere di cuore perdono al Signore e alla Madonna: poi devi fare penitenza…
Domani saremo a Bergamo e ti potrai confessare. Se vuoi, puoi venire da me, perché io so già le cose…”.
Il 13 agosto (pp. 228-229), a Bergamo, don Cortesi, tra l’altro dice alla bambina:
– Io so che non ti sei ancora confessata…
– Sì, mi sono confessata da quell’altro…
– Volevo dire: non ti sei ancora confessata di quella bugia circa la tua Madonna, non è vero?
– No, non ne ho parlato.
– Vedi ascolta: secondo il tuo parere, fu bene o male che tu dicessi di aver visto la Madonna?
– Male.
– Perché fu male?
– Perché è una bugia.
– Se è male devi confessartene…
– Penso che Mons. Vescovo vorrà conoscere questa storia della Madonna: a lui bisogna dirla per bene. Tu certamente avrai vergogna di confessare la tua bugia. Perciò facciamo in questo modo: tu scrivi una lettera e ci metti tutto ciò che il cuore ti detta; io poi la porterò al vescovo. Vuoi?…”.
Gli interrogatori martellanti non potevano che portare alla ritrattazione. La resistenza della bambina, nell’isolamento, durata più di un anno, a una tale coercizione morale, è un prodigio.
Questi fatti procurarono gravi ferite nella psiche e nella coscienza della bambina, e furono la causa principale di altre ritrattazione.
GLI INGANNI E I SOFISMI PER DISTRUGGEREGHIAIE DI BONATE: IL DIAVOLO GENTILE E’ IL PIU’ PERICOLOSO
Don Luigi Cortesi, giovane e brillante professore del Seminario di Bergamo, filosofo, giunse alle Ghiaie il venerdì 19 maggio 1944. Si mosse subito con lo spirito indagatore dello studioso, con signorilità ed affabilità, tanto che non gli risultò difficile prendere in mano la situazione ed entrare nel ruolo dell’inquisitore dei fatti delle Ghiaie. Non entrò con mandato del vescovo ma di propria iniziativa. Assistendo alle visioni, violò il divieto del vescovo ma pensò comunque che l’autorità ecclesiastica dovesse tollerare che qualcuno violasse il divieto per indagare e riferire esattamente i fatti. Il 22 maggio diede un ampio resoconto al vescovo che non lo rimproverò ma lo ringraziò. Interpretò quel ringraziamento come un permesso sottaciuto e continuò a studiare la bambina che nel frattempo era stata portata a Bergamo. Il 27 maggio, il permesso sottaciuto divenne permesso esplicito e da quel giorno Don Cortesi prese in mano la situazione. Dopo le apparizioni, la bambina fu portata via dalle Ghiaie e Don Cortesi diede ordine che nessuno potesse avvicinarla senza il suo permesso.
La ritrattazione Don Cortesi passò presto a fare l’avvocato del diavolo e sottopose la bambina per molto tempo a dure prove, con forti pressioni sulla psiche e la coscienza della bimba. Il 15 settembre 1945 riuscì finalmente a farla ritrattare facendole scrivere, con l’inganno, su una pagina di quaderno:
“Non è vero che ho visto la Madonna. Ho detto una bugia, perché non ho visto niente. Non ho avuto il coraggio di dire la verità, ma poi ho detto tutto a don Cortesi. Adesso però sono pentita di tante bugie. Adelaide Roncalli. Bergamo-15 settembre 1945”.
Ecco come Adelaide riportò l’episodio nel suo diario: “In una sala delle Suore Orsoline di Bergamo, dopo aver chiuso le porte, Don Cortesi mi dettò le parole da scrivere sullo sfortunato biglietto. Mi ricordo benissimo che, posto lo stato di violenza morale che stavo subendo, lo macchiai ed egli divise il foglio e me lo fece rifare, con molta pazienza, pur di ottenere il suo scopo. Così il tradimento fu compiuto”.
Si andò di male in peggio per molto tempo e don Cortesi continuò la sua crudele opera inquisitoria. Dopo crescenti rimostranze di persone oneste, il vescovo di Bergamo finì, ma troppo tardi, per vietare perentoriamente a don Cortesi di avvicinare la bambina.
La riaffermazione Ritornata in famiglia per qualche settimana di vacanza, il 12 luglio 1946, alla scuola materna di Ghiaie di Bonate, Adelaide riaffermò per iscritto quanto segue:
“Ghiaie Bergamo 12-7-1946 Roncalli Adelaide È vero che ho visto la Madonna (Io ho detto che non ho visto la Madonna perché mi aveva dettato Don Cortesi ed io per ubbedire a lui ho scritto così). Roncalli Adelaide” Il foglio fu anche firmato da 7 testimoni: il parroco, le 4 suore, Rota Agnese e Roncalli Annunciata.
Adelaide scrive in un diario: “Nel 1947 andai dalle Suore della “Sapienza” e, qui, feci il mio grosso sbaglio; narrai tutto quanto era successo nelle apparizioni, affermando con precisione di aver visto la Madonna e sentite le sue parole. Sul finire della narrazione fui presa da grande paura; le parole di don Cortesi: “Fai peccato ad affermare di aver visto la Madonna” mi dominarono. Dapprima tacqui, poi decisi di ripetere ciò che avevo imparato da don Cortesi, e perciò dissi di non aver visto la Madonna”.
Bastano queste righe per capire con quale violenza psicologica don Cortesi avesse legato a sé la bambina in un rapporto di totale dipendenza.
La relazione favorevole di padre Agostino Gemelli In data 11 luglio 1944, padre Agostino Gemelli, psichiatra e psicologo di fama internazionale, incaricato espressamente dal vescovo di effettuare esami approfonditi sulla bambina Adelaide Roncalli scrisse, tra l’altro, nella conclusione della sua lunga relazione inviata a monsignor Bernareggi, vescovo di Bergamo:
“È da escludere che si tratti di soggetto anormale in cui la menzogna dia ragione del racconto delle visioni avute. L’osservazione prolungata di quattro giorni avrebbe permesso, specialmente mediante test mentali, di mettere in luce una tale personalità nel quadro della quale sarebbe in modo evidente e pronto apparso il desiderio di ingannare o di presentare in maniera diversa dalla realtà la propria personalità. Lo si può escludere nel modo più assoluto, anche perché la bambina non ritorna mai spontaneamente sul racconto delle visioni; interrogata, abbassa la testa, si fa seria, tace; inoltre tutta la personalità si presenta allo psichiatra come una personalità dominata dalla spontaneità, dalla semplicità, dalla immediatezza, ossia da caratteri che non possono essere imitati da una bambina… Siamo di fronte ad un tipo precocemente positivo, realistico, sintetico, ossia a ciò che vi è di più opposto al tipo isterico…grazie all’esclusione di forme morbose della personalità o di atipie di essa, possiamo affermare che se le asserite visioni di Bonate sono vere, non sono opera di mente malata, ovvero effetto di immaginazione, ovvero effetto di suggestione…”
Padre Gemelli fu accanitamente contrastato da Don Cortesi.
Il processo La commissione teologica, purtroppo, si lasciò guidare nel suo lavoro dall’indagine del prof. don Luigi Cortesi assunta arbitrariamente e senza alcuna garanzia di legalità.
Tra il 21 maggio e il 10 giugno 1947, si riunì il tribunale ecclesiastico e Adelaide fu chiamata a deporre. Durante uno degli interrogatori, alla fanciulla fu presentato il suo biglietto con la negazione. Adelaide si sentì ingannata da don Cortesi e preferì chiudersi nel silenzio e piangere. Nel 1960, Adelaide ebbe a dire a Padre Mario Mason, in merito al suo interrogatorio al processo: “Quando firmai quella lettera, che mi aveva lui stesso dettata assicurandomi che era riservata solo a lui, dentro di me sentii subito che quello che avevo scritto era falso. Ma ormai don Cortesi si era presa la lettera firmata. Rividi quella lettera nel giorno del mio interrogatorio sul tavolo dei giudici della Curia di Bergamo, e dopo il giuramento prestato di dire tutta la verità… compresi ancora di più che ero stata ingannata da don Cortesi. Che cosa mi restava da fare? Potevo osare di denunciare davanti a tanti preti don Cortesi come un falso? Preferii tacere e piangere…” (Vedi: “Lampade viventi”, febbraio 1978, Milano)
L’Assemblea nazionale mette in Costituzione l’aborto: un omaggio blasfemo all’amor proprio, nella sua versione seriale, massificata. Che infinita vergogna, che campione perverso dell’ideale di laicità, che delirio irreligioso
Maggioranza schiacciante, appena due dozzine di no, l’Assemblea nazionale francese mette in Costituzione la ghigliottina per i bambini concepiti ma non ancora nati, l’aborto o interruzione volontaria di gravidanza. Questo sarebbe il compimento della patria rivoluzionaria dei diritti, sotto l’egida (e mi dispiace ma era prevedibile) di un presidente che non osa dirsi liberale ma in economia e società lo sarebbe pure, salvo allearsi con la più massiccia, travolgente ondata di conformismo lugubre e trasversale, niente più distinzioni politiche o ideologiche o culturali, niente discussione, si fa perché si può, si deve perché il corpo è mio, anche quello di un altro che ho concepito io con l’aiuto determinante e condiviso, come si dice ora, di un maschio, sotto lo schermo ormai evanescente del piacere e dell’amore. Se in Francia fosse sopravvissuto, oltre il velo della chiacchiera intelligente, un poco del potente e amaro moralismo del Grand Siècle, del Seicento, i deputati di Palais Bourbon avrebbero saputo che questo premio alla filosofia dei diritti cosiddetti è solo un omaggio blasfemo all’amor proprio, nella sua versione seriale, massificata, obbligata.
La Rochefoucauld: “L’amor proprio è amore di sé e di ogni cosa per sé; rende gli uomini idolatri di sé stessi, e li renderebbe tiranni degli altri se la fortuna ne desse loro i mezzi; non indugia mai fuori di sé, e si sofferma su argomenti estranei come le api sui fiori, per trarne ciò che gli è necessario. Nulla è più impetuoso dei suoi desideri, nulla è più segreto dei suoi progetti, nulla più astuto della sua condotta; le sue sottigliezze non si possono descrivere, le sue trasformazioni superano quelle delle metamorfosi, le sue finezze quelle della chimica. Non si possono sondare le profondità né penetrare le tenebre dei suoi abissi. Là è al riparo dagli occhi più perspicaci; egli vi compie mille giri viziosi. Spesso è invisibile anche a sé stesso, vi concepisce, vi nutre, vi alleva, senza saperlo, un gran numero di affetti e di odi; ne forgia di così mostruosi che, quando vengono alla luce, li rinnega o non può risolversi ad ammetterli”.
L’idolatria di sé stessi, il maschio irresponsabile e complice e la femmina che si fa vittima e carnefice della sua libertà, la Costituzione che taglia ogni obiezione di coscienza possibile, stabilisce anzi l’obbligo di coscienza a uccidere futuro e sopravvivenza, una metamorfosi dell’orrore, un cinismo e un desiderio spietati di appagamento a spese della vita, impetuoso, segreto, astuto, sottile, chimico, carico d’odio, vizioso, invisibile anche a sé stesso: tutto è già stato scritto, mancava solo la sanzione costituzionale in nome della fraternità, dell’eguaglianza e naturalmente della libertà. Che infinita vergogna, che schifo, che condanna a morte di un’intera sensibilità e cultura, che campione perverso dell’ideale di laicità, che delirio irreligioso. E non ci saranno vescovi e parroci e beghine sante e intellettuali a fare le barricate, né popolo né i suoi eletti né partiti insorgeranno in nome dell’ovvio scientifico, della fotografia banale di un bambino cromosomicamente puro e unico destinato al macello. La rivoluzione dei diritti omicidi ha trionfato, l’intendance suivra.
Francesco è preoccupato per la crescita dell’antisemitismo. «Il mio cuore è vicino a israeliani e palestinesi. Lavoriamo uniti per aprire orizzonti di luce per tutti»
NELLO SCAVO Avvenire – Inviato a Gerusalemme- 4 Febbraio 2024
«Insieme a voi piangiamo i morti, i feriti, i traumatizzati, supplicando Dio Padre di intervenire e porre fine alla guerra e all’odio». È una lettera accorata quella di papa Francesco a Karma Ben Johanan, teologa del dialogo ebraicocristiano, che fu tra le promotrici di un recente appello al Pontefice, sottoscritto da circa quattrocento tra rabbini e studiosi, per il consolidamento dell’amicizia ebraico-cristiana dopo i crimini di Hamas del 7 ottobre e la guerra a Gaza.
Non è una missiva di circostanza. La lettura del testo integrale (disponibile sul sito di “Avvenire”) mostra il Pontefice ribadire in modo definitivo quanto «il cammino che la Chiesa ha percorso con voi, antico popolo dell’alleanza», si fonda sul rifiuto di «ogni forma di antigiudaismo e antisemitismo, condannando inequivocabilmente le manifestazioni di odio verso gli ebrei e l’ebraismo come peccato contro Dio». Parlando a nome dei cattolici, papa Francesco esprime la preoccupazione « per il terribile aumento degli attacchi contro gli ebrei in tutto il mondo. Avevamo sperato che “mai più” sarebbe stato un richiamo sentito dalle nuove generazioni, ma ora vediamo che il cammino da percorrere richiede una collaborazione sempre più stretta per sradicare questi fenomeni».
Dalla Terra Santa è giunta la prima reazione. «Siamo profondamente grati per la fiducia e lo spirito di amicizia con cui il Papa, e con lui l’intera Chiesa, ha voluto riaffermare la speciale relazione che unisce le nostre comunità, cattolica ed ebraica», ha commentato la teologa israeliana come riporta una corrispondenza dell’Osservatore Romano proprio da Gerusalemme. « Il mio cuore è vicino a voi, alla Terra Santa, a tutti i popoli che la abitano, israeliani e palestinesi, e prego perché prevalga su tutti il desiderio della pace. Voglio che sappiate che siete vicini al mio cuore e al cuore della Chiesa», ha scritto papa Francesco «ai fratelli e alle sorelle ebrei di Israele». Il testo del Pontefice, in inglese, reca la data del 2 febbraio. E a quasi quattro mesi di conflitto papa Francesco invita a non slegare quanto sta accadendo in Israele e Palestina dal resto del mondo. «Stiamo vivendo un momento di grande travaglio. Le guerre e le divisioni si moltiplicano in tutto il mondo. Siamo veramente, come ho detto qualche tempo fa, nel mezzo di una sorta di “guerra mondiale a pezzi”, con gravi conseguenze sulla vita di molte popolazioni».
E come è accaduto già con il conflitto ancora irrisolto in Ucraina, ancora una volta «bisogna constatare che questa guerra – scrive il Pontefice – ha prodotto anche atteggiamenti divisivi nell’opinione pubblica mondiale e posizioni divisive, che talvolta hanno assunto la forma dell’antisemitismo e dell’antigiudaismo. Non posso che ribadire ciò che anche i miei predecessori hanno più volte chiaramente affermato: il rapporto che ci lega a voi è particolare e singolare, senza mai oscurare, naturalmente, il rapporto che la Chiesa ha con gli altri e l’impegno anche nei loro confronti».
Ma il messaggio è anche un modo per offrire una possibilità in più alla pace, seguendo la strada maestra dell’amicizia e della cooperazione. « In tempi di desolazione, abbiamo grandi difficoltà a vedere un orizzonte futuro in cui la luce sostituisca le tenebre, in cui l’amicizia sostituisca l’odio, in cui la cooperazione sostituisca la guerra. Tuttavia, noi, come ebrei e cattolici, siamo testimoni proprio di questo orizzonte ». Ecco perché la regione che dal Giordano volge al mare ha un valore non
solo simbolico nella storia e nella geopolitica. « Dobbiamo agire – insiste il Papa –, partendo innanzitutto dalla Terra Santa, dove insieme vogliamo lavorare per la pace e la giustizia, facendo tutto il possibile per creare relazioni capaci di aprire nuovi orizzonti di luce per tutti, israeliani e palestinesi».
« Abbiamo ancora molto da fare insieme per assicurare che il mondo che lasciamo a coloro che verranno dopo di noi sia un mondo migliore – riconosce infine papa Francesco –, ma sono sicuro che saremo in grado di continuare a lavorare insieme verso questo obiettivo».
Non un “messaggio” di saluto fine a se stesso, dunque, ma una proposta di cooperazione su basi comuni. Perciò la teologa Karma Ben Johanan esprimendo gratitudine al Pontefice, ha voluto accogliere l’invito: «Siamo pronti a collaborare perché si eliminino odio e violenza e si aprano le porte a una vera pace per tutti noi che viviamo in questa terra: ebrei, cristiani e musulmani. Ci uniamo ai cristiani nella convinzione che le religioni possono essere forza creativa capace di aprire sentieri che altrimenti rimarrebbero chiusi».
Il 27 gennaio, Giorno della Memoria della Shoah a livello internazionale, per la Russia è anche la Memoria della fine dell’assedio di Leningrado. Così oggi l’Olocausto viene reinterpretato dai russi non più come sterminio degli ebrei, ma come crimine nazista verso diversi popoli, a cominciare appunto dai sovietici. E nella versione kirillo-putiniana Mosca viene presentata come il bastione della difesa dal “genocidio egemonico” degli occidentali.
Nei giorni scorsi si è tenuto a San Pietroburgo un incontro tra Vladimir Putin e Aleksandr Lukašenko, per discutere delle prospettive dello “Stato unitario” tra Russia e Bielorussia, a cui i due presidenti vorrebbero unire anche l’Ucraina “de-nazificata”. A questo proposito è stata organizzata una cerimonia particolare, con l’inaugurazione di un grande complesso monumentale “In memoria dei pacifici abitanti dell’Urss – vittime del genocidio nazista negli anni della Grande Guerra patriottica del 1941-1945”, applicando per la prima volta in modo solenne il termine “genocidio” ai destini del “popolo sovietico”, l’archetipo dello Stato unitario che ora si vuole restaurare con le “operazioni speciali militari”.
Questa nuova concezione vuole anche sostituire tutta la retorica dell’Olocausto, che non viene più riferito agli ebrei, ora in disgrazia agli occhi dei russi in quanto rappresentanti dell’Occidente nemico nel conflitto con i palestinesi della Striscia di Gaza, questi sì associati alla nuova comprensione del “genocidio”. In una visione globale di contrapposizione tra i fronti di una Grande Guerra contemporanea, i russi si attribuiscono l’immagine non soltanto degli eroi della Vittoria, ma anche delle “vittime bisognose di Vendetta”, come osserva lo storico Konstantin Pakhaljuk su Novaja Gazeta Europa.
Il 27 gennaio, Giorno della Memoria dell’Olocausto a livello internazionale, per la Russia è anche la Memoria della fine dell’assedio di Leningrado, una vera tragedia e un reale atto di sterminio da parte dei nazisti durante la Seconda guerra mondiale, con centinaia di migliaia di vittime degli scontri e della fame patita durante i 900 giorni del blocco della capitale del nord. Se ancora l’anno scorso Putin aveva incontrato i rappresentanti delle comunità ebraiche, parlando del significato universale dell’Olocausto del popolo ebraico, quest’anno non ha neppure accennato a nulla di diverso rispetto alle sofferenze del popolo sovietico, promettendo solennemente di condurre fino in fondo la lotta per lo sradicamento del “nazismo nel mondo contemporaneo, in ogni Paese e comunque esso si chiami”. Il riferimento non era soltanto all’Ucraina, ma a una visione del conflitto mondiale, anche con accenni espliciti ai Paesi baltici, nei confronti dei quali aumenta ogni giorno la tensione da parte della Russia. E pensare che il 27 gennaio fu stabilito dall’Onu nel 2005 proprio come atto di rispetto nei confronti della Russia, ricordando come in quel giorno del 1945 l’Armata Rossa aveva liberato il lager di Auschwitz dall’orrore nazista verso gli ebrei.
Oggi l’Olocausto viene reinterpretato dai russi non più come sterminio degli ebrei, ma come crimine nazista verso diversi popoli, a cominciare appunto dai sovietici. Questa è la tesi esposta nei giorni scorsi dall’Associazione russa storico-militare e dall’Istituto di Storia dell’Accademia delle Scienze di Mosca, e risuonata anche nell’intervento dello speaker della Duma di Stato, Vjačeslav Volodin. Un intervento della portavoce del ministero russo degli esteri, Maria Zakharova, ha creato in questo senso uno scandalo diplomatico con Israele, ripetendo che “l’Olocausto non è soltanto una tragedia degli ebrei”, in quanto i nazisti uccidevano anche molte persone di altra nazionalità, e avvicinandosi quasi al negazionismo per cui non ci fu nulla di speciale contro gli ebrei, nell’insieme delle persecuzioni e dei massacri da parte dei nazisti.
Perfino i media russi sono apparsi impreparati rispetto a questa svolta interpretativa della “storia del genocidio”, pubblicando in questi giorni servizi tradizionali sulla storia dell’Olocausto degli ebrei, come ad esempio su Ria Novosti e Izvestija. La Rossijskaja Gazeta, giornale del governo di Mosca, ha scritto che i nazisti sterminavano “su base etnica solo gli ebrei e gli zingari”, e anche sui cosiddetti Z-social più accaniti nel sostenere la guerra del Cremlino non vi sono stati accenni al “genocidio del popolo sovietico”. Il Congresso ebraico russo ha tenuto la sua tradizionale Settimana della Memoria, con le manifestazioni al centro Kholokost, e perfino Putin ha inviato un saluto al Museo ebraico, che peraltro non è stato pubblicato sul sito ufficiale della presidenza. In compenso la stampa russa è insorta contro la presidente della Commissione europea, Ursula Von Der Leyen, per la sua dichiarazione sulla “liberazione del lager di Auschwitz da parte dei soldati dell’Unione”, senza specificare “dell’Armata Rossa”, quasi si trattasse soltanto di un’iniziativa russo-sovietica.
Del resto, l’abuso del termine “genocidio” è ormai evidente a varie latitudini, insieme alla marginalizzazione della tragedia degli ebrei. Per giustificare l’operazione militare speciale iniziata due anni fa, fu il patriarca di Mosca Kirill (Gundjaev) a usare per primo la definizione di “genocidio del popolo ucraino” dovuto alle presunte persecuzioni dei russofoni nel Donbass. Il patriarca, che il 1° febbraio ha festeggiato i 15 anni della sua intronizzazione, ha usato più volte questa espressione in varie circostanze, soprattutto per denunciare il genocidio dei cristiani costretti a fuggire dal Medio oriente e dalla Siria, a motivo delle guerre islamiche. Il genocidio viene inteso come “sradicamento” di gruppi etnici, nazionali, culturali o religiosi, da estendere a ogni forma di politica coloniale che opprime e cancella le diverse identità.
La Russia con la sua storia imperiale e sovietica dovrebbe quindi essere uno dei massimi modelli di “genocidio colonialista”, mentre nella versione kirillo-putiniana essa viene presentata come il bastione della difesa dal “genocidio egemonico” degli occidentali. Gli anglosaksy pretenderebbero di imporre una visione del mondo e un sistema di vita preconfezionato e omologato, mentre i russi esaltano i “valori tradizionali” di ogni popolo e religione, ispirati dalla Ortodossia salvifica del Mondo Russo. Per sostenere questa teoria mitologica è necessario un continuo revisionismo storico, che ad ogni occasione propone una lettura diversa da quella degli avversari e dei loro sudditi. Il “genocidio del popolo sovietico” ha quindi la sua evidenza non tanto e non soltanto nel sacrificio di tante persone di fronte all’invasione dell’esercito hitleriano, ma nella forzata separazione tra russi e ucraini, tentata dai nazisti e riuscita agli americani dopo la fine dell’Unione Sovietica, anzi creando lo “Stato artificioso” dell’Ucraina sottomessa all’Occidente.
Il patriarca insiste su questa tentazione della divisione rileggendo anche i secoli precedenti, insieme ad altri esponenti della Chiesa russa, come ha fatto per anni il metropolita Ilarion (Alfeev, ora esiliato in Ungheria ad majorem Kirilli gloriam), scagliandosi contro gli “uniati” greco-cattolici come i veri ispiratori, fin dal 1600, del “colpo di Stato del Maidan” fomentato dagli occidentali. La demonizzazione e de-umanizzazione degli ucraini va di pari passo con la loro riduzione a capro espiatorio per le azioni dei “nazisti” e “fascisti” globali e collettivi, le nuove categorie di lettura della realtà contemporanea, a cui si associa perfettamente la descrizione rovesciata del conflitto tra israeliani e palestinesi. Il genocidio diventa così il “richiamo della foresta”, il fischio per addomesticare il cane rabbioso, un termine per attirare tutti coloro che provano sentimenti di rancore verso i padroni del mondo, che si sentono a propria volta emarginati e oppressi, quindi assolutamente adatti a diventare membri del mondo russo.
Le celebrazioni del giubileo patriarcale diventano allora una consacrazione della guerra “ortodossa”, intesa come reazione ad ogni attentato degli eretici simili agli iconoclasti dell’VIII secolo che negavano la raffigurazione di Cristo e dei santi, la cui sconfitta diede origine alla festa liturgica del Trionfo dell’Ortodossia, più volte richiamata da Kirill anche in relazione proprio alla guerra in Ucraina. Il sito ufficiale del patriarcato di Mosca presenta quindi le statistiche “trionfali” del patriarcato kirilliano, iniziato del resto quando la Russia putiniana cominciava le sue campagne contro i “genocidi” nelle terre caucasiche, invadendo parte della Georgia. Si proclama che “il territorio canonico della Chiesa ortodossa russa comprende 16 Paesi, e le sue parrocchie sono attive in altri 87 Stati, così che la Chiesa russa è oggi presente in 103 Paesi del mondo”. Dalle 159 eparchie del 2009 si è giunti alle 325 di oggi, aggiungendo i tre grandi esarcati del “lontano estero” in Europa occidentale, Asia sud-orientale e Africa, per un totale di 62 metropoli e 400 vescovi, il doppio di 15 anni fa, e un aumento dei sacerdoti da 30 mila a oltre 40 mila. Per non parlare dei monasteri, oggi oltre mille in tutto il mondo.
La Chiesa di Kirill è l’anima della Russia di Putin e Lukašenko, della “vera Ucraina” che torna alle origini della Russia, dei continenti “russificati” non più soltanto dalla lingua e dalla politica, ma dal rifiuto del “genocidio” non più del passato reale, ma di un futuro immaginario; un’icona sacra da dipingere a immagine e somiglianza di chi ne sarà padrone ed esarca.
Da tempo, lo scenario di cui parlano molti analisti è quello di una nuova Guerra Fredda. Ma la realtà è molto più in rapida involuzione di quanto sembri. Mentre la Cina continuerà ad estendere la sua influenza sulla Russia, a Mosca tutto continuerà come prima, fino al termine dell’epoca di Putin. Oppure assisteremo ad un periodo burrascoso, simile al periodo finale dello Stalinismo con le sue purghe. Al Cremlino è probabile il ritorno ad una nuova e forte polarizzazione: da una parte i riformisti filo-occidentali e dall’altra i filo-slavi, l’Ovest e l’Est del mondo che continueranno a lottare l’uno contro l’altro, in un confronto proxy dentro e fuori i confini della Federazione Russa.
Questo inverno sta portando con sé la sensazione che l’equilibrio tra l’Occidente e una Russia assertiva diventi più incerto, nel contesto di un’alleanza ormai strutturale tra Mosca e Pechino, con Iran, Corea del Nord, Siria e altri Stati canaglia quali alleati minori. Sebbene la NATO abbia tutte le capacità di sconfiggere la Russia nel caso in cui il conflitto in Ucraina dovesse allargarsi alla Polonia ed ai Paesi Baltici, il Pentagono adesso deve tener conto della necessità di mantenere una forza deterrente sufficiente per contrastare un’invasione cinese a Taiwan e contemporaneamente gestire un mondo in subbuglio, dal Medio Oriente all’Oceano Pacifico.
In pratica, in questo momento storico, non c’è un solo continente in cui vi sia un equilibrio geopolitico. Se la Russia dovesse conquistare l’intera Ucraina (ricordando che controlla già indirettamente la vicina Bielorussia), il suo confine con la NATO si estenderebbe attraverso Polonia, Ungheria, Slovacchia e Romania. E ciò esporrebbe anche la Moldavia, poiché sono noti i tentativi di destabilizzare questo Paese attraverso azioni di guerra ibrida russa in Transnistria.
Nel mentre, il presidente ucraino Zelensky ha parlato del reclutamento di 500.000 soldati durante il 2024, definendolo una questione «delicata e costosa»; ma la preoccupazione è che questi nuovi soldati potrebbero non avere i mezzi per combattere, date le lotte in corso all’interno del Congresso degli Stati Uniti, così come dentro i governi europei, per approvare gli stanziamenti finanziari necessari.
Oggi Mosca controlla in Ucraina all’incirca lo stesso territorio di fine 2022: 100 mila km quadrati, meno del 20%, una porzione che corrisponde alla superficie dell’Olanda. Putin s’è accaparrato Lugansk, parte del Donetsk, il sud di Kherson e la centrale nucleare di Zaporizhia, buona parte del Mar Nero e punta a trasformare il fiume Dnipro in un confine naturale.
Gli ucraini hanno ripreso a fatica l’area intorno a Bakhmut e la sponda orientale del Dnipro, combattono per Avdiivka e vogliono fortificare una testa di ponte per arrivare al Mare d’Azov e sfondare in Crimea, riprendendo il controllo del Mar Nero e delle esportazioni di grano bloccate dai russi.
Senza il sostegno compatto dell’UE e nel caso in cui Donald Trump da presidente rimoduli il sostegno militare degli Stati Uniti, la possibilità che l’Ucraina riprenda il controllo dei suoi confini pre-2014 è remota. Alla vigilia dell’entrata nel terzo anno di conflitto ucraino è bene considerare le variabili interne allo Stato guidato da Zelensky.
Per cominciare, le elezioni: frange consistenti dei Repubblicani americani pensavano che esse si sarebbero dovute svolgere il 31 marzo, mentre settori bipartisan della politica interna ucraina hanno deciso diversamente, per più motivi: impossibilità costituzionale del loro svolgimento nel momento in cui vige la legge marziale; costi insostenibili delle elezioni che drenano risorse dall’economia di guerra; possibilità realistica di interferenze e sabotaggi russi.
Nel caso in cui vi sia una transizione soft che sostituisca Zelensky con una figura militare, l’Ucraina si avvierebbe a concludere, più che per consunzione, per un vero e proprio “spegnimento a candela” il conflitto militare e in ogni caso lo scenario che si andrà delineando sarà quello di un conflitto congelato sine die nei settori meridionale e orientale.
Quello che va osservato ora con attenzione è la ricostruzione dell’Ucraina. Sebbene l’Ucraina non possa diventare membro della NATO in tempo di guerra, il processo di adesione dovrebbe iniziare ora, ha dichiarato il presidente polacco Andrzej Duda durante un incontro con Zelensky a Davos. Zelensky ha affermato in passato di volere che il suo Paese diventi un «grande Israele» dopo la fine dell’invasione russa, sottolineando che la sicurezza sarà la questione principale in Ucraina nel dopoguerra.
Con il conflitto congelato permarranno scontri militari in alcune porzioni di territorio ucraino ancora contese, mentre la ricostruzione procederà nel resto del territorio parallelamente alla messa in sicurezza operata dagli anglo-americani e dai polacchi.
Gli apparati di intelligence russi sono sempre stati tra i più preparati al mondo nel progettare, condurre, supportare azioni non convenzionali, tra i quali rapimenti, uccisioni, sabotaggi, alterazione dei mercati finanziari, misure di intelligence prive di limiti di natura legale, attraverso operazioni dirette o “appaltate” a terzi, mafia russa, mercenari, spie fuori registro.
Ed è ciò a cui americani e inglesi stanno preparando da molto tempo l’Ucraina, per accompagnare il Paese dentro la NATO. Nulla di più preciso quindi delle parole di Zbigniew Brzezinki: «senza l’Ucraina la Russia cessa di essere impero, con l’Ucraina subordinata e sottomessa la Russia automaticamente diventa impero».
Terremoti geopolitici collegano i Balcani al Caucaso, Taiwan a Israele, il Medio Oriente all’Asia. Stando così le cose, sarà arduo se non impossibile per l’Europa prepararsi compattamente ad un conflitto globale, che potrebbe essere innescato dall’enclave militarizzata di Koenigsberg, dalla Bielorussia al confine polacco sul fiume Bug, o nell’Oceano Pacifico.
Sui media statali russi Lenin viene rappresentato come “l’inventore dell’Ucraina”, quindi il vero colpevole del conflitto in corso, contrapposto alla guida illuminata di Stalin. In realtà è Putin l’inventore di una nuova Russia mitologica, che rilegge a suo modo le storie antiche e recenti per imporre un nuovo impero.
Il centenario della morte di Vladimir Uljanov detto Lenin viene ricordato in questi giorni non soltanto in Russia, ma su tutta la stampa internazionale, essendo uno dei personaggi che hanno determinato il corso degli eventi per tutto il XX secolo. E il secolo successivo alla sua morte si confronta nuovamente con la sua eredità, in un contesto di guerre a ripetizione che riprendono alcune motivazioni della rivoluzione e della guerra civile tra Russia e Ucraina. In esse la guida dei bolscevichi dovette esprimere il suo concetto di nazione e di socialismo, giungendo alla proclamazione dell’Unione Sovietica nel 1922, poco prima di venire debilitato da un ictus che lo consegnò alle cure premurose di Stalin, e infine alla morte.
Nell’attuale retorica della guerra putiniana, il fondatore dell’impero comunista viene ricordato in modalità molto diverse dal mito dei tempi sovietici, che lo canonizzarono nel mausoleo ancora presente sulla piazza Rossa, sempre più grottesco e ingombrante ormai. Sui media statali, nei commenti dei propagandisti e nelle dichiarazioni degli stessi leader della Russia attuale, Lenin viene rappresentato come “l’inventore dell’Ucraina”, quindi il vero colpevole del conflitto in corso, contrapposto alla guida illuminata di Stalin, che cercò di rimediare agli errori del predecessore. Fu proprio Putin a usare questo argomento il 21 febbraio 2022, due giorni prima di varcare i confini occidentali con tutto l’esercito, affermando che l’Ucraina nacque “come risultato della politica bolscevica”, e che l’attuale Stato di Kiev “si può a pieno titolo chiamare l’Ucraina di Lenin, che ne fu l’autore e l’architetto, come dimostrano i documenti, e ora i suoi discendenti abbattono i monumenti a Lenin, per quella che chiamano de-comunistizzazione”.
A partire da questo giudizio sorge il nuovo mito dell’Ucraina artificiale e senza fondamenta storiche, essendo in realtà nient’altro che una parte della Russia occupata oggi dagli occidentali, che quindi va de-nazificata e riunita nella sobornost originaria. La verità degli eventi post-rivoluzionari ci dice piuttosto che Lenin dovette inventarsi una nuova Russia, mettendo insieme i pezzi dell’impero zarista che lui stesso aveva fatto crollare, e che anzi fu costretto a riconoscere un’Ucraina che non aveva immaginato, e che non avrebbe mai voluto.
Nel 1918 era stata infatti proclamata a Kiev la Repubblica Popolare di Ucraina (Unr), che i bolscevichi tentarono inutilmente di prendere sotto il proprio controllo. Per recuperare quei territori, Lenin comprese che avrebbe dovuto riconoscere l’indipendenza di questo Stato, e fare molte concessioni alla specificità della lingua e della cultura ucraina, mettendo fine alla plurisecolare russificazione che veniva imposta dall’impero degli zar, anche con sanguinose repressioni. L’Ucraina socialista occupava la gran parte dei territori attuali, compreso il Donbass, e la Russia leninista condusse allora una guerra spietata nei suoi confronti, che prevedeva anche lo sterminio della popolazione della capitale Kiev. Migliaia di kievliani caddero vittime dei bolscevichi, tra cui anche molti esponenti del clero ortodosso, a cominciare dal metropolita Vladimir (Bogojavlenskij), ucciso durante l’assalto del 7 febbraio 1918 e le cui spoglie si trovano nella Lavra delle Grotte di Kiev.
Dopo questo attacco dei russi, i capi della Unr riuscirono a rientrare a Kiev solo due mesi dopo, con l’appoggio delle armate tedesche e austro-ungariche, ma già ad aprile 1918 la Tsentralnaja Rada democratica fu sostituita con il regime autoritario dell’atamano Pavel Skoropadskij, con la benedizione degli austriaci. Alla fine dell’anno, con l’uscita delle truppe germaniche, fu restaurata la Repubblica Popolare che sopravvisse solo fino al 1920, quando fu disintegrata da nemici provenienti da tutte le parti: i bolscevichi, le Armate Bianche controrivoluzionarie, gli eserciti della Polonia e della Romania. Quando infine nel 1921 Lenin “creò” l’Ucraina, il Paese era diviso in varie parti e in varie identità, a partire da quella socialista dell’Unr e da quella dittatoriale di Skoropadskij, con le quali i bolscevichi non avevano avuto alcun rapporto. Lenin aveva dichiarato guerra alla Rada fin dal 1918, ma al momento della capitolazione di Brest, il 3 marzo di quell’anno, nei confronti delle potenze centrali europee, era stato costretto a riconoscere di fatto l’indipendenza dell’Ucraina.
Nel 1921 la Repubblica Sovietica Federale Socialista Russa (Rsfsr) dovette quindi riconoscere la Repubblica Sovietica Socialista Ucraina (Ussr) nel contesto della firma del trattato di pace di Riga con la Polonia, sottoscritto anche dagli ucraini come soggetto indipendente. Solo nel 1922 venne infine proclamata l’Unione Sovietica, in cui entrava anche l’Ussr già esistente, e non inventata da Lenin. Non furono i bolscevichi a stabilire i territori e i confini dell’Ucraina sovietica, ma erano stati gli ucraini a conquistarli e difenderli, anche accettando di unirsi al nuovo Stato crollato poi nel 1991, facendo cadere ogni pretesa tra le stesse repubbliche sovietiche, al di là delle faziose ricostruzioni storiche.
L’Unr, poi diventata Ussr, era stata invasa dai tedeschi e dagli austriaci con il consenso dei bolscevichi, ma gli ucraini allora non l’avevano considerata una occupazione, come oggi viene definita, perché la loro presenza impose di fatto il riconoscimento di una Ucraina indipendente. Era la cosiddetta Ucraina materikovaja, “di terra”, che a occidente confinava con la Polonia sulle rive del fiume Zbruč in Galizia, e comprendeva le terre orientali oggi invase e “annesse” dalla Russia e anche oltre, fino alla città di Taganrog nella Russia meridionale. Era un grande territorio di cui non faceva parte la Crimea, che a sua volta negli anni convulsi dopo la rivoluzione si era costituita come repubblica indipendente, e altre parti occidentali rimaste sotto l’impero austro-ungarico, a sua volta disciolto a novembre del 1918, e riunite all’Ucraina nel trattato di Riga del 1921.
Non fu affatto Lenin a comporre l’Ucraina, anzi prima di cedere alla malattia e alla morte, il capo rivoluzionario tentò di opporsi allo “sciovinismo grande-russo” del resto del partito, poi cavalcato da Stalin e oggi rianimato da Putin, che imponeva letture diverse della storia e delle divisioni territoriali. Semmai fu proprio Stalin ad aggiungere territori all’Ucraina, quando invase la Polonia nel 1939 con il consenso di Hitler, riprendendo le parti della Galizia e della Volynja che erano state concesse a Varsavia nel trattato di pace. La pienezza territoriale dell’Ucraina fu dunque merito dei successori di Lenin, compreso il dono della Crimea che fu deciso dal segretario sovietico (di nazionalità ucraina) Nikita Khruščev nel 1954, allo scopo di russificare un po’ di più la stessa Ucraina.
La politica sovietica del divide et impera si estese in realtà a quasi tutti i territori delle quindici repubbliche, che venivano suddivisi e “condivisi” secondo le finalità decise dal Politburo allo scopo di controllare le varie tensioni etniche, sia nei Baltici che nel Caucaso e nell’Asia centrale. Per non parlare dei territori della stessa Russia europea e siberiana, dove oggi rinascono le identità di tanti popoli minori e diverse tradizioni storico-culturali. La verità è che tutti gli Stati resi indipendenti dalla fine dell’Urss hanno riconosciuto reciprocamente i propri confini il 31 dicembre 1991 con l’accordo di Belaveža, pur con le incertezze e le tensioni ancora in corso soprattutto nelle zone caucasiche e asiatiche, e la Russia riconobbe l’Ucraina.
Non fu Lenin il colpevole, almeno per quanto riguarda l’Ucraina, ma è Putin l’inventore di una nuova Russia mitologica, che rilegge a suo modo le storie antiche e recenti per imporre un nuovo impero, applicando schemi mentali di derivazione chiaramente sovietica. Il ricordo del capo rivoluzionario serve invece a distinguere gli influssi della “ideologia” – il comunismo inventato dagli occidentali e reinterpretato da Lenin – dalla “tradizione dei valori morali e spirituali”, esistenti dall’origine della Russia nel Battesimo di Kiev alla fine del primo millennio, e conservati da tutte le Russie successive, compresa quella sovietica. La definizione dell’Ucraina diventa così un elemento cruciale per l’autocoscienza della Russia, che ha smarrito sé stessa nei meandri della storia, e ha bisogno di affermarsi per contrapposizione, non avendo più una sua ragione di esistere. La guerra all’Ucraina, uno Stato giovane e complesso, ma orgoglioso della sua identità e pieno di speranza nel suo futuro, è la dichiarazione della fine della Russia, che si dissolve nella pretesa della Vittoria, quando in realtà è uscita dalla Storia.
Nel palazzo Lateranense, i missionari, i religiosi, la Diocesi di Roma e il direttore di ‘Limes’, hanno tentato di prevedere il futuro di ogni angolo del pianeta
Luca Mariani 27 gennaio 2024
LUCIO CARACCIOLO
AGI – “L’Ucraina finirà distrutta e in Medio oriente i due Stati non arriveranno mai”. Tra gli affreschi dell’aula della Conciliazione, nel palazzo Lateranense, i missionari, i religiosi, la Diocesi di Roma e il direttore di ‘Limes’, Lucio Caracciolo, hanno tentato di prevedere il futuro di ogni angolo del pianeta. Mondi diversi hanno dato vita a un botta e risposta serrato, conclusosi con la recita del ‘Padre nostro, invocata dal vescovo di Roma est Riccardo Lamba per il futuro dell’umanità. Caracciolo ha ascoltato in silenzio ma non si è unito a voce alta alla preghiera. La benedizione finale ha riguardato tutti i presenti e le loro famiglie.
In quasi tre ore di discussione, organizzata da padre Giulio Albanese, Direttore dell’Ufficio comunicazioni sociali e della cooperazione missionaria della Diocesi di Roma, la Chiesa ha espresso l’intento di “aprirsi all’agorà, al mondo, perché la Chiesa, se non è missionaria, non è Chiesa”.
Caracciolo ha accettato di buon grado l’invito e ha svolto un’analisi a 360 gradi.
MEDIO ORIENTE. “La soluzione dei due Stati non esiste. Dove si farebbe lo Stato palestinese? L’attuale maggioranza di Governo in Israele con Smotrich e Ben Gvir – prosegue Caracciolo – favorisce sempre più la colonizzazione della Cisgiordania. Non credo che Israele darà vita a una guerra civile contro i coloni, che sono 500mila uomini, spesso armati, allo scopo di creare uno Stato palestinese. Israele ha aiutato Hamas a nascere e crescere in un’ottica anti Arafat. Questa impresa machiavellica si è ritorta contro i suoi ideatori. Il 7 ottobre non sono stati uccisi gli ebrei, ma gli israeliani, arabi e beduini compresi”.
USA 2024. “Se vincerà Trump, le cose andranno meno peggio di quanto si creda. Il Presidente degli Stati Uniti non è il capo degli Usa. Il Presidente è il portabandiera, non il comandante. Non so se Biden si presenterà alle elezioni. Oggi c’è comunque negli Usa la tendenza a proteggere di più i propri interessi e occuparsi di meno del mondo. è una fase di ‘tana libera tutti’. Per noi europei l’egemonia Usa ha significato la pace”.
UCRAINA. “Il tutto finirà con la distruzione dell’Ucraina più che con la vittoria della Russia – pronostica il direttore di ‘Limes’ – avremo una diaspora degli ucraini e questo avrà ripercussioni anche in Italia. La Russia vorrebbe conquistare tutto il territorio sul mar Nero fino a Odessa. Questo potrebbe avvenire in più fasi. L’Ucraina, quando ebbe l’indipendenza, contava 51 milioni di abitanti, oggi ne ha 28. Sarà già tanto se l’Ucraina potrà rimanere un Paese candidato a entrare nella Ue”.
RUSSIA. “La Russia ha il nucleare, fa la guerra in Ucraina e si espande a sud in Africa con la Wagner nazionalizzata e a nord nell’Artico. La Russia comunque non è la Cina, è una minaccia relativa”.
GUERRE M.O. E UCRAINA. “C’è una connessione tra le due guerre, ma si tratta di una connessione fattuale, non predeterminata. Ci sono rapporti più che fraterni tra Usa e Israele. Questo non vuol dire abbandonare l’Ucraina a se stessa, ma qualcosa di simile”.
NORTH STREAM. “Sono stati gli Usa a far saltare il North Stream”. A chi gli chiede di spiegare meglio le sue parole, Caracciolo aggiunge: “Non ho le prove esatte di come siano andate le cose, ma Biden voleva che andassero proprio così. Il 7 febbraio 2022, prima dell’invasione russa, Biden disse pubblicamente: ‘Se la Russia invaderà l’Ucraina, il gasdotto salterà. Prometto che non ci sarà più il North Stream 2’. Non so se gli Usa lo abbiano fatto saltare, ma hanno pubblicamente goduto. Gli Stati Uniti non hanno mai avuto simpatia per una Germania forte”.
GERMANIA. “Con la guerra in Ucraina, la Germania ha perso molto. Non hanno più un rapporto diretto con Mosca e non hanno più l’energia russa, con prezzi e flussi garantiti. La Germania in recessione è comunque un problema anche per l’Italia”.
UNGHERIA. “L’Ungheria di Orban ha una dipendenza dalla Russia e una somiglianza ideologica. In questa fase, essere un Paese ambiguo aiuta”.
MEDITERRANEO. “L’Italia – dice Caracciolo – non può continuare a non preoccuparsi delle sue frontiere, affidandosi totalmente agli altri. I russi sono in Cirenaica. I turchi in Libia e Tunisia. Cosa faremo, se la Russia costruirà una sua base a Tobruk, come ha già fatto in Siria?”
MIGRANTI. “Il punto di contatto tra l’Africa e l’Europa è il canale di Sicilia. Nel 2050, con l’attuale andamento demografico, non reggerà più il nostro sistema sociale e previdenziale. A quel punto le scelte sono due: o fai più figli oppure i figli li importi già fatti. A noi servono canali regolari di migrazione. Ci servono poteri di riferimento, numeri da chiamare. è sbagliato accordarsi con il dittatorello tunisino, dargli una mancia, chiedendogli di impedire l’arrivo dei neri”.
PIANO MATTEI. Lucio Caracciolo è tranchant: “Il piano Mattei non esiste. Quindi non posso avere un’opinione”. L’Italia “è un’entità trascurabile”.
VATICANO. Caracciolo, nonostante l’ospitalità lateranense, non ci è andato leggero: “La funzione della Santa Sede è purtroppo limitata. Il magistero papale ha fatto alcune cose, come lo scambio di prigionieri tra Russia e Ucraina, ma oggi le parole del Papa non contano nella geopolitica internazionale”.
UE. “Non è un soggetto geopolitico – dice Caracciolo – l’Europarlamento non conta niente e si voterà sui temi nazionali, non sui temi europei. Un finlandese non potrà scegliere un italiano e viceversa”.
ONU. “L’Onu e l’Europa – prosegue l’analista – sono non entità. L’Assemblea generale delle Nazioni Unite, durante l’anno, affitta i suoi spazi per le feste di matrimonio”.
IRAN. “Non ho simpatia per la classe dirigente persiana – ammette Caracciolo – e questo è un mio limite. L’Iran sta per avere la bomba atomica, se non l’ha già. Gli Hezbollah sono i più legati all’Iran. Hamas e Houthi meno. È sbagliato immaginare che tutte queste pedine si muovano direttamente su input di Teheran. Quel che è certo è che la classe dirigente persiana ritiene essere la parte eletta del mondo musulmano. Il loro pensiero va dall’Afghanistan fino al Mediterraneo e al mar Rosso. Si tratta di un regime repressivo soprattutto contro le donne, ma nelle grandi città gli iraniani mantengono forti legami anche con l’Europa”.
MAR ROSSO. “A Gibuti ci sono molte basi militari. La più grande è quella cinese. C’è anche una base italiana e ci sono basi di Usa e Francia”.
TERRORISMO JIHADISTA. “Spesso non hanno una particolare fede in Allah, ma devono pur campare”.
CINA. “Gli Usa – dice il direttore di ‘Limes’ – vedono la Cina come il vero sfidante per l’egemonia mondiale. Pechino, che non è una democrazia, vuole diventare una potenza oceanica, conquistare Taiwan e arrivare alle isole del Pacifico. Taiwan è l’ombelico del mondo e l’eventuale guerra coinvolgerebbe Usa e Giappone”.
INDIA. “Dubito che l’India sia la più grande democrazia del mondo. Una democrazia può essere castale? In India le caste persistono. Modi punta sui nazionalisti indù, escludendo centinaia di milioni di persone”.
BRICS. “È un cartello, non è un blocco. Cina e India sono nemici in Himalaya. L’omogeneità è modesta. In comune hanno la diffidenza verso gli Usa. Si sentono sfruttati dall’Europa e dall’Occidente: questo li unisce”.
MUSK. “Ha i satelliti, ma non è lui a dettare la linea alla casa Bianca. Musk è parte del sistema Usa, ma non rappresenta gli Stati Uniti”.
Il 7/10 ha trasformato la memoria dell’Olocausto in un impegno quotidiano. Per onorarlo, è ora di prendere sul serio ciò che dicono i nemici del popolo ebraico. Testualmente e senza voltarsi dall’altra parte. Ascoltate Mattarella.
Quando dicono che odiano gli ebrei, credetegli. Quando dicono che vogliono spazzare via Israele, ascoltateli. Quando dicono che vogliono impedire a un ebreo di essere ebreo, non liquidateli. Quando dicono che vogliono uccidere tutti i sionisti, non mettevi a fischiettare. Quando dicono che lo rifaranno, che le scene del 7 ottobre sono solo l’inizio del film, prendeteli sul serio. Il Giorno della Memoria, lo sapete, è una ricorrenza importante, internazionale, che viene celebrata ogni anno il 27 gennaio per commemorare le vittime dell’Olocausto. Per anni, il ricordo più forte dell’Olocausto è stato affidato alle parole, alle storie, ai volti, alle testimonianze dei pochi superstiti ancora in vita, a chi l’orrore, quell’orrore, lo ha visto negli occhi, lo ha toccato con le proprie mani, lo ha ancora lì sulla pelle. Per anni, la memoria dell’Olocausto è stata confinata nella sfera delle commemorazioni del passato. Oggi, improvvisamente, la memoria dell’Olocausto, della deportazione degli ebrei, dei rastrellamenti, della persecuzione globale, è tornata a essere parte del nostro presente e non solo del nostro passato. Il 7 ottobre – che ieri, con coraggio, il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha definito “una raccapricciante replica degli orrori della Shoah” – ha trasformato il Giorno della Memoria in un esercizio quotidiano che non si limita più al ricordo degli orrori del passato, al dovere di fare di tutto e di più per dire mai più, ma che ha lasciato il posto a un sentimento diverso, a un’idea diversa, all’interno della quale vive una dimensione nuova, che riguarda non solo Israele, non solo il popolo ebraico, ma tutti coloro che hanno a cuore una certa idea di libertà. Avevamo detto mai più, e invece è successo. Cosa dobbiamo fare per evitare, ora, che il nostro sincero “mai più” possa essere utile per scongiurare un nuovo antisemitismo, una nuova, come ha detto ieri Mattarella, “indicibile, feroce strage antisemita di innocenti”?
Oggi, come dimostrano gli sciacalli che hanno portato Israele alla Corte penale internazionale per rovesciare contro Israele, l’unica democrazia del medio oriente, l’unica che si preoccupa di usare i militari per proteggere i civili e noi i civili per proteggere le milizie, l’accusa di genocidio, senza ricordare che le uniche realtà che in medio oriente hanno come obiettivo la distruzione sistematica di una popolazione e di una comunità religiosa sono i fondamentalisti islamici che sognano di spazzare via il popolo ebraico dalla mappa geografica, per cancellare il loro stato dopo aver cancellato la loro presenza nei paesi arabi, oggi, si diceva, per onorare il Giorno della Memoria occorre però qualcosa di più che commemorare le tragedie del passato e asciugarsi le lacrime per le tragedie del presente. Oggi, per difendere la memoria, per custodirla, per proteggerla, per darle un senso bisognerebbe compiere un piccolo gesto rivoluzionario: ascoltare con attenzione cosa dicono i nemici di Israele, i nemici del popolo ebraico, e iniziare a prendere sul serio quello dicono, senza alzare le spalle e senza pensare, come al solito: maddai, ma davvero vuoi credere a quelle cose lì?
Qualche giorno fa, il Wall Street Journal, in uno dei suoi formidabili ritratti-intervista del sabato, ha passato del tempo con un personaggio formidabile. Si chiama Yigal Carmon. E’ il presidente e co-fondatore di Memri, il Middle East Media Research Institute, un sito che monitora e traduce trasmissioni televisive, giornali, sermoni, post sui social media, libri di testo e dichiarazioni ufficiali in arabo, farsi e molte altre lingue, frasi pronunciate dagli islamisti integralisti, e in un articolo del 31 agosto aveva previsto quello che sarebbe accaduto poche settimane dopo: “Segni di una possibile guerra nel periodo settembre-ottobre”. Carmon si era limitato a mettere insieme i fili. A citare le provocazioni di Hezbollah, a monitorare l’escalation di violenza in Cisgiordania, a registrare le minacce crescenti di Hamas. E nel farlo, Memri non fa altro che prendere sul serio i terroristi quando indicano un obiettivo, quando promettono di distruggere Israele (l’Iran), quando promettono di voler spazzare via il popolo ebraico (Hezbollah), quando affermano di voler costruire un califfato islamico (Hamas) che si estenda dalla Palestina a tutta la regione, e non solo lì, e quando sostengono di voler portare, come fanno gli houthi, “morte all’America, morte a Israele, una maledizione sugli ebrei, la vittoria dell’islam”. Ci sono molti modi per ricordare cosa significa oggi, per tutti noi, per chi sa che difendere Israele, con tutti i suoi problemi, i suoi vizi, le sue contraddizioni, significa ancora oggi difendere la libertà. Il modo peggiore è pensare che abbia ragione chi ha scelto di portare all’Aia Israele, per dimostrare la sua predisposizione al genocidio, per dimostrare che i nazisti nel nuovo secolo sono gli israeliani. Il modo migliore, forse, è, dopo aver fatto proprie le parole di Mattarella, ricordarsi che quando i terroristi parlano, quando minacciano, quando promettono, quando indicano un obiettivo vale la pena ascoltarli e vale la pena iniziare a ricordare che per dire mai più bisogna avere il coraggio di dare alle parole del terrore il giusto peso. Non contestualizzare, ma capire, condannare, neutralizzare. Gli autori del 7 ottobre dicono, ancora oggi, che lo rifaranno. E più che chiedersi cosa debba fare Israele per porre fine alla guerra bisognerebbe chiedersi perché chi ha il potere di intervenire in medio oriente non faccia di tutto per chiedere ad Hamas di compiere gli unici due gesti che porrebbero fine al conflitto, agli orrori e ai morti: arrendersi e restituire gli ostaggi. Nel Giorno della Memoria, meglio non essere smemorati.
Le apparizioni e il messaggio di Fatima — cui da sempre Alleanza Cattolica è particolarmente legata (1) — hanno un’importanza cruciale per la vita della Chiesa e per il suo giudizio sulla storia moderna. Questo è l’insegnamento centrale del viaggio apostolico che Papa Benedetto XVI ha compiuto in Portogallo dall’11 al 14 maggio 2010 in occasione del decimo anniversario della beatificazione di due dei tre veggenti di Fatima, Giacinta (1910-1920) e Francesco Marto (1908-1919). “Sono venuto a Fatima — ha detto il Papa — perché verso questo luogo converge oggi la Chiesa” (2). “[…] luogo benedetto che Dio si è scelto per ricordare all’umanità, attraverso la Madonna, i suoi disegni di amore misericordioso” (3), Fatima è la “[…] “casa” che Maria ha scelto per parlare a noi nei tempi moderni” (4), “[…] offrendosi per trapiantare nel cuore di quanti le si affidano l’Amore di Dio che arde nel suo” (5).
“Quanto all’evento successo 93 anni orsono, che cioè il Cielo si sia aperto proprio sul Portogallo […] — come una finestra di speranza che Dio apre quando l’uomo Gli chiude la porta —, si tratta di un amorevole disegno di Dio; non dipende dal Papa, né da qualsiasi altra autorità ecclesiale: “Non fu la Chiesa che ha imposto Fatima — direbbe il Cardinale Manuel Cerejeira [1888-1977], di venerata memoria —, ma fu Fatima che si impose alla Chiesa”” (6). Il Papa afferma con singolare vigore la verità storica delle apparizioni, che non derivano dalla psicologia dei veggenti ma fanno irruzione nella loro vita dall’esterno, dal Cielo. A Fatima, afferma, “[…] tre bambini si sono arresi alla forza interiore che li ha invasi nelle apparizioni dell’Angelo e della Madre del Cielo” (7). Certo, in ogni apparizione “[…] un impulso soprannaturale […] entra in un soggetto e si esprime nelle possibilità del soggetto. Il soggetto è determinato dalle sue condizioni storiche, personali, temperamentali, e quindi traduce il grande impulso soprannaturale nelle sue possibilità di vedere, di immaginare, di esprimere, ma in queste espressioni, formate dal soggetto, si nasconde un contenuto che va oltre, più profondo, e solo nel corso della storia possiamo vedere tutta la profondità, che era — diciamo — “vestita” in questa visione possibile alle persone concrete” (8).
Questa dialettica di “impulso soprannaturale” ed “espressioni formate dal soggetto” non deve stupire. A differenza dell’islam, che considera il Corano un testo letteralmente “dettato” da Dio parola per parola e lettera per lettera, così che il ruolo di Muhammad (570-632) sarebbe stato quello di un semplice foglio su cui Dio ha scritto, la Chiesa considera la stessa Sacra Scrittura “ispirata” da Dio, non “dettata”. Anche gli autori dei libri sacri hanno tradotto l’ispirazione divina in quelle che il Papa a Fatima chiama “espressioni formate dal soggetto” dove sono presenti le “condizioni storiche, personali, temperamentali” del soggetto medesimo, eppure nello stesso tempo non va perduto l’“impulso soprannaturale”, che anzi è fedelmente trasmesso. Ferma la premessa secondo cui nessuna rivelazione privata può pretendere la stessa autorità della rivelazione pubblica, lo stesso vale per Fatima. La dialettica spiega anche perché — a differenza di quel che pensa, quanto alla Sacra Scrittura, l’accostamento fondamentalista tipico di un certo protestantesimo — il testo richiede sempre un’esegesi e un’interpretazione. Il testo non cambia, ma nella storia la Chiesa vi scopre ricchezze sempre nuove.
Sono princìpi che vanno tenuti presenti quando si tratta della materia delicata del terzo segreto di Fatima, o più esattamente della terza parte del segreto di Fatima, pubblicata dalla Santa Sede con un commento dell’allora card. Joseph Ratzinger nel 2000. Qui la Madonna mostra “[…] il Santo Padre [che] attraversò una grande città mezza in rovina; e mezzo tremulo con passo vacillante, afflitto di dolore e di pena, pregava per le anime dei cadaveri che incontrava nel suo cammino; giunto alla cima del monte, prostrato in ginocchio ai piedi della grande Croce venne ucciso da un gruppo di soldati che gli spararono vari colpi di arma da fuoco e frecce” (9). Lo stesso card. Ratzinger nel commento teologico al segreto del 2000 (10) aveva messo in relazione la visione di Fatima con l’attentato che Papa Giovanni Paolo II (1978-2005) aveva subito il 13 maggio 1981, giorno della festa della Madonna di Fatima. Chi ha scritto che nel viaggio in Portogallo Papa Benedetto XVI ha “corretto” il card. Ratzinger, cioè sé stesso, proponendo una diversa interpretazione della terza parte del segreto, non soltanto sbaglia, ma dimostra un’insufficiente comprensione del modo in cui la Chiesa Cattolica legge i testi a diverso titolo divinamente ispirati. E questo a prescindere dalla vexata quaestio se esistano testi della veggente di Fatima più a lungo sopravvissuta, suor Lucia di Gesù dos Santos (1907-2005), che ancora attendono la pubblicazione, questione su cui — contrariamente a certe attese giornalistiche — Papa Benedetto XVI in Portogallo non si è pronunciato.
Le profezie hanno sempre più di un significato. La terza parte del segreto, ripete ora Papa Benedetto XVI, è una “[…] grande visione della sofferenza del Papa, che possiamo in prima istanza riferire a Papa Giovanni Paolo II” (11). Ma questa “prima istanza” interpretativa, se mantiene tutta la sua importanza, non ne esclude altre. Al contrario nel segreto, afferma il Papa, “[…] sono indicate realtà del futuro della Chiesa che man mano si sviluppano e si mostrano. Perciò è vero che oltre il momento indicato nella visione, si parla, si vede la necessità di una passione della Chiesa, che naturalmente si riflette nella persona del Papa, ma il Papa sta per la Chiesa e quindi sono sofferenze della Chiesa che si annunciano” (12). L’immagine centrale della terza parte del segreto è figura di tutte le persecuzioni che i Papi e la Chiesa nella storia continuamente subiscono. Anche le persecuzioni mediatiche contro il Papa successive al tradimento della Chiesa da parte dei preti pedofili fanno parte dei “colpi d’arma da fuoco e frecce” del segreto, che sempre “soldati” al servizio di progetti ideologici anticristiani sono pronti a lanciare contro il Papa.
“Quanto alle novità che possiamo oggi scoprire in questo messaggio — conferma Papa Benedetto XVI alludendo alla questione della pedofilia, che peraltro nel viaggio in Portogallo non ha mai citato esplicitamente — vi è anche il fatto che non solo da fuori vengono attacchi al Papa e alla Chiesa, ma le sofferenze della Chiesa vengono proprio dall’interno della Chiesa, dal peccato che esiste nella Chiesa. Anche questo si è sempre saputo, ma oggi lo vediamo in modo realmente terrificante: che la più grande persecuzione della Chiesa non viene dai nemici fuori, ma nasce dal peccato nella Chiesa” (13).
Più in generale, “si illuderebbe chi pensasse che la missione profetica di Fatima sia conclusa” (14), e in questo senso si può dire che sia sbagliato riferire la terza parte del segreto solo all’attentato a Papa Giovanni Paolo II. Nel 1917 la Madonna annunciava una “passione della Chiesa” (15) che si manifesterà “in modi diversi, fino alla fine del mondo” (16). È certo la passione di Papa Giovanni Paolo II colpito dall’attentato del 1981. Ma si può lecitamente pensare che si tratti anche della passione di Papa Paolo VI (1963-1978), colpito e amareggiato dagli attacchi inauditi del dissenso teologico postconciliare dopo la pubblicazione dell’enciclica Humanae vitae, del 1968, sulla retta regolazione della natalità. È la passione di Papa Benedetto XVI, ferito sia dai crimini dei preti pedofili sia dalle calunnie di quanti manipolano i tragici casi di pedofilia per attaccare direttamente il Pontefice. Sarà la passione di un prossimo Papa fra cinquanta o fra cento anni, perché essere tradita, calunniata e perseguitata fa parte della natura e della storia della Chiesa, non solo secondo la profezia di Fatima ma secondo la parola profetica dello stesso Signore Gesù: “Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi” (Gv. 15, 18).
La storia moderna: “un ciclo di morte e di terrore”
“L’uomo ha potuto scatenare un ciclo di morte e di terrore, ma non riesce ad interromperlo…” (17). Al cuore del messaggio di Fatima vi è un giudizio sulla storia, e in particolare sulla storia moderna. Le tragedie annunciate a Fatima non sono finite con la fine delle ideologie del secolo XX e del comunismo, cui pure il messaggio del 1917 si riferisce. La crisi non è risolta. Da un certo punto di vista è oggi più seria che mai, perché è anzitutto crisi di fede, quindi crisi morale e sociale.
“La fede in ampie regioni della terra, rischia di spegnersi come una fiamma che non viene più alimentata” (18). “Molti dei nostri fratelli vivono come se non ci fosse un Aldilà, senza preoccuparsi della propria salvezza eterna” (19). Certo, Dio continua ad andare alla ricerca del cuore di ogni uomo, anche nel nostro tempo come in ogni tempo. “Ma chi ha tempo per ascoltare la sua parola e lasciarsi affascinare dal suo amore? Chi veglia, nella notte del dubbio e dell’incertezza, con il cuore desto in preghiera? Chi aspetta l’alba del nuovo giorno, tenendo accesa la fiamma della fede?” (20). All’interno stesso della Chiesa non mancano infedeltà, fraintendimenti, assenza di sano realismo. “Spesso — ha aggiunto il Papa — ci preoccupiamo affannosamente delle conseguenze sociali, culturali e politiche della fede, dando per scontato che questa fede ci sia, ciò che purtroppo è sempre meno realista. Si è messa una fiducia forse eccessiva nelle strutture e nei programmi ecclesiali, nella distribuzione di poteri e funzioni; ma cosa accadrà se il sale diventa insipido?” (21).
Nel clero stesso non si può non fare cenno a “[…] un certo indebolimento degli ideali sacerdotali oppure al fatto di dedicarsi ad attività che non si accordano integralmente con ciò che è proprio di un ministro di Gesù Cristo” (22). “Qualcuno potrebbe dire: “la Chiesa ha bisogno di grandi correnti, movimenti e testimonianze di santità…, ma non ci sono!”” (23). Anche se il Papa risponde a questo “qualcuno” ricordando la presenza consolante e positiva di movimenti e altre realtà ecclesiali, alcune delle quali hanno al centro della loro azione proprio il messaggio di Fatima, rimane grave nella Chiesa la presenza di un certo fatalismo, “[…] la tentazione di limitarci a ciò che ancora abbiamo, o riteniamo di avere, di nostro e di sicuro: sarebbe un morire a termine, in quanto presenza di Chiesa nel mondo” (24).
Alla crisi di fede si accompagna una crisi morale. Tutti rischiamo di soccombere alla “[…] pressione esercitata dalla cultura dominante, che presenta con insistenza uno stile di vita fondato sulla legge del più forte, sul guadagno facile e allettante” (25). Anche in un Paese benedetto da Fatima e ricco di tradizione cattolica come il Portogallo è stato legalizzato nel 2007 l’aborto e, al momento della visita del Papa, il presidente della Repubblica dottor Anibal Cavaco Silva si apprestava a firmare la legge che introduce il matrimonio fra persone dello stesso sesso, il che è purtroppo avvenuto il 18 maggio 2010, nonostante gli appelli di Papa Benedetto XVI. “Esprimo profondo apprezzamento — aveva detto il Papa il 13 maggio — a tutte quelle iniziative sociali e pastorali che cercano di lottare contro i meccanismi socio-economici eculturali che portano all’aborto e che hanno ben presenti la difesa della vita e la riconciliazione e la guarigione delle persone ferite dal dramma dell’aborto. Le iniziative che hanno lo scopo di tutelare i valori essenziali e primari della vita, dal suo concepimento, e della famiglia, fondata sul matrimonio indissolubile tra un uomo e una donna, aiutano a rispondere ad alcune delle più insidiose e pericolose sfide che oggi si pongono al bene comune” (26). Né, affrontando questi temi a Fatima, il Pontefice pensava di allontanarsi dal messaggio del 1917: al contrario, “tutto ciò ben si integra con il messaggio della Madonna che risuona in questo luogo” (27), dove Maria parla di una crisi che ha nelle offese pubbliche alla legge morale una componente essenziale.
La crisi di fede e di morale s’inquadra in una più generale crisi della nostra società, scristianizzata, frammentata, in balia di flussi d’immagini sempre nuove che impediscono la riflessione e la vera comunione fra le persone. I veggenti di Fatima hanno insegnato che per ricevere veramente i messaggi del Signore e della Madonna “[…] si richiede una vigilanza interiore del cuore che, per la maggior parte del tempo, non abbiamo a causa della forte pressione delle realtà esterne e delle immagini e preoccupazioni che riempiono l’anima” (28). Nell’incontro a Fatima con i vescovi del Portogallo, rispondendo a monsignor Jorge Ortiga, arcivescovo di Braga e presidente della Conferenza Episcopale Portoghese che nel suo intervento aveva evocato la categoria di “modernità liquida” (29) del sociologo britannico di origine polacca Zygmunt Bauman, Papa Benedetto XVI ha ricordato “[…] quegli ambienti umani dove il silenzio della fede è più ampio e profondo: i politici, gli intellettuali, i professionisti della comunicazione che professano e promuovono una proposta monoculturale, con disdegno per la dimensione religiosa e contemplativa della vita” (30).
Ma, anche a questo proposito — come ha fatto spesso nel pellegrinaggio a Fatima, e in consonanza con l’interpretazione che ha proposto del messaggio della Madonna — il Papa ha sottolineato che la crisi non è solo esterna, ma è anche interna alla Chiesa: “[…] non mancano credenti che si vergognano e che danno una mano al secolarismo, costruttore di barriere all’ispirazione cristiana” (31). Né sono adeguati programmi pastorali e “[…] soluzioni che rispondano alla logica dell’efficienza, dell’effetto visibile e della pubblicità” (32), o che nascondano l’annuncio cristiano in nome di un generico umanitarismo. Al contrario, nella Chiesa serve una “ferma identità delle istituzioni” (33). “Mantenete viva la dimensione profetica, senza bavagli, nello scenario del mondo attuale, perché “la parola di Dio non è incatenata!” (2Tm 2, 9)” (34).
Da Fatima, un giudizio sulla modernità
Il messaggio di Fatima, in quanto giudizio sul dramma della storia e della modernità, è in profonda sintonia con il cuore stesso del magistero di Papa Benedetto XVI. Nel discorso del 2006 a Ratisbona (35) e nell’enciclica Spe salvi (36) del 2007 il Pontefice aveva già proposto un giudizio sui momenti centrali della modernità: Martin Lutero (1483-1546), l’illuminismo, le ideologie del secolo XX. In ciascuno di questi momenti aveva distinto un aspetto esigenziale dove vi è qualche cosa di condivisibile — la reazione al razionalismo rinascimentale per Lutero, la critica del fideismo e la rivalutazione della ragione nell’illuminismo, il desiderio di affrontare i problemi e le ingiustizie causate dalle trascrizioni sociali e politiche dell’illuminismo per le ideologie novecentesche — e un esito finale catastrofico dove, ogni volta, si butta via il bambino con l’acqua sporca e si propongono rimedi peggiori dei mali che si dichiara di voler curare. Così Lutero insieme al razionalismo butta via la ragione, smantellando la sintesi di fede e di ragione che aveva dato vita alla cristianità medievale. L’illuminismo per rivalutare la ragione la separa radicalmente dalla fede, diventa laicismo e finisce per compromettere l’integrità stessa di quella ragione che voleva salvare. Le ideologie del Novecento criticando l’idea astratta di libertà dell’illuminismo finiscono per mettere in discussione l’essenza stessa della libertà, trasformandosi in industrie sanguinarie di tirannia e di oppressione. Nella modernità, dunque, a esigenze o istanze dove non tutto è sbagliato corrispondono esiti o risposte che partono da gravi errori e si risolvono in drammatici orrori.
Anche qui, il tema si ripropone non solo all’esterno ma anche all’interno della Chiesa, dove il magistero di Papa Benedetto XVI si è spesso concentrato sulla corretta interpretazione del Concilio Ecumenico Vaticano II (1962-1965). Si dice, senza sbagliare, che il Concilio si fece carico della modernità. Ma questo significa che il Concilio accolse le istanze del moderno oppure che condivise anche le risposte dell’ideologia della modernità a queste istanze? Nel primo caso il Concilio può essere letto alla luce della Tradizione della Chiesa, che — dal Concilio di Trento (1545-1563), il quale si confrontò con le domande poste da Lutero dando però risposte totalmente diverse, fino a Papa Leone XIII (1878-1903), di cui ricorre quest’anno il secondo centenario della nascita, di fronte alle ideologie nascenti — ha sempre accolto le istanze proposte dalla storia trovando nel suo patrimonio gli elementi per farvi fronte. Nel secondo caso il Vaticano II sarebbe invece un’innovazione radicale, un cedimento della Chiesa all’ideologia della modernità, una rivolta contro la Tradizione da leggere secondo quella che Papa Benedetto XVI chiama “ermeneutica della discontinuità e della rottura” (37) rispetto a tutto quanto è venuto prima.
Nel pellegrinaggio a Fatima il Papa torna su questi temi: e il discorso del 12 maggio a Lisbona rivolto al mondo della cultura è destinato a prendere posto fra i testi principali del suo pontificato. Qui, come di consueto, il punto di partenza è il Concilio Ecumenico Vaticano II, “[…] nel quale la Chiesa, partendo da una rinnovata consapevolezza della tradizione cattolica, prende sul serio e discerne, trasfigura e supera le critiche che sono alla base delle forze che hanno caratterizzato la modernità, ossia la Riforma e l’Illuminismo. Così da sé stessa la Chiesa accoglieva e ricreava il meglio delle istanze della modernità, da un lato superandole e, dall’altro evitando i suoi errori e vicoli senza uscita” (38). Papa Benedetto XVI invita dunque a distinguere nella modernità le domande in parte giuste e le risposte sbagliate, i veri problemi e le false soluzioni, le “istanze”, di cui la Chiesa si è fatta carico nella loro parte migliore — ma superandole —, e gli “errori e vicoli senza uscita” in cui la linea prevalente della modernità ha fatto precipitare queste istanze, ultimamente travolgendo e negando quanto nel loro originario momento esigenziale potevano avere di ragionevole.
Per il Papa la modernità come plesso di esigenze può e deve essere presa sul serio e diventare oggetto di discernimento. La modernità come ideologia dev’essere invece sottoposta a una rigorosa critica. Questa ideologia comporta il rifiuto della tradizione — quella con la “t” minuscola, come patrimonio culturale trasmesso dalle generazioni passate, e quella con la “T” maiuscola come verità conservata e veicolata dalla Chiesa — e l’idolatria del presente. In Portogallo il Papa denuncia un’ideologia che “[…] assolutizza il presente, staccandolo dal patrimonio culturale del passato” (39) e quindi fatalmente finisce per presentarsi “[…] senza l’intenzione di delineare un futuro” (40). Considerare il presente la sola “fonte ispiratrice del senso della vita” (41) porta a svalutare e attaccare la tradizione, che in Portogallo — e non solo — “[…] ha dato origine a ciò che possiamo chiamare una “sapienza”, cioè, un senso della vita e della storia di cui facevano parte un universo etico e un “ideale” da adempiere” (42), strettamente legati all’idea di verità e all’identificazione di questa verità con Gesù Cristo. Dunque “[…] si rivela drammatico il tentativo di trovare la verità al di fuori di Gesù Cristo” (43).
Il “[…] “conflitto” fra la tradizione e il presente si esprime nella crisi della verità, ma unicamente questa può orientare e tracciare il sentiero di una esistenza riuscita” (44). In questo conflitto la Chiesa non ha dubbi su da che parte stare. “La Chiesa appare come la grande paladina di una sana ed alta tradizione” (45): parole di Papa Benedetto XVI che richiamano — certo con uno stile e con un linguaggio diversi — quelle del suo predecessore Papa san Pio X (1903-1914) nella lettera apostolica del 1910 Notre charge apostolique, di cui pure ricorre il centenario quest’anno, secondo cui i “[…] veri operai della restaurazione sociale […] i veri amici del popolo non sono né rivoluzionari, né innovatori, ma tradizionalisti” (46).
La difesa della verità contro il culto relativistico e anti-tradizionale del presente è una missione “per la Chiesa irrinunciabile” (47), ripete il Pontefice. “Infatti il popolo, che smette di sapere quale sia la propria verità, finisce perduto nei labirinti del tempo e della storia” (48). E anche questa conclusione corrisponde al senso profondo del messaggio di Fatima.
“Finalmente, il mio Cuore Immacolato trionferà”
Nella seconda parte del segreto di Fatima la Madonna preannuncia: “I buoni saranno martirizzati, il Santo Padre avrà molto da soffrire, varie nazioni saranno distrutte. Finalmente, il Mio Cuore Immacolato trionferà” (49).
In un testo pubblicato nel 2009 dove antropologi in gran parte non cattolici e anzi non credenti discutono il rilievo sociale delle apparizioni mariane si ricorda il ruolo del pensatore cattolico brasiliano Plinio Corrêa de Oliveira (1908-1995) come “infaticabile promotore della devozione a Fatima” (50). Qualche critico ha voluto vedere nella lettura che Corrêa de Oliveira proponeva del messaggio di Fatima, prevedendo un periodo di crisi convulsiva chiamato bagarre — dove appunto “i buoni saranno martirizzati, il Santo Padre avrà molto da soffrire, varie nazioni saranno distrutte” — seguito da un Regno di Maria particolarmente favorevole alla Chiesa, dove “finalmente, il Mio Cuore Immacolato trionferà”, una sorta di versione cattolica del millenarismo protestante. Come ho cercato di mostrare (51), la critica non è fondata. Non solo non vi è in Corrêa de Oliveira la previsione di una data precisa per questi eventi — che compare spesso, anche se non sempre, nel millenarismo — ma mancano i due elementi cruciali dello schema millenarista protestante classico: una venuta visibile — ma “intermedia” rispetto a quella “finale” alla fine del mondo — di Gesù sulla Terra e la scomparsa per mille anni del male e dei malvagi. Al contrario per il pensatore brasiliano, esponente della scuola contro-rivoluzionaria che usa l’espressione “Rivoluzione” per designare il processo di scristianizzazione che ha caratterizzato l’Occidente a partire dal Rinascimento, “la Rivoluzione continuerà — e di questo sono certo — anche nel Regno di Maria. Cellule rivoluzionarie continueranno a esistere, e saranno perfino peggiori di quelle di oggi. Sembra impossibile, ma sarà così. Perché il rifiuto delle grazie offerte nel Regno di Maria renderà gli uomini peggiori di quello che sono oggi” (52).
Papa Benedetto XVI, nel ripetere che la Chiesa prende il messaggio di Fatima estremamente sul serio, non è lontano, come si è già visto, dalla prospettiva di tragedie ancora peggiori di quelle che l’umanità ha già attraversato — nel linguaggio di Corrêa de Oliveira, una bagarre: “Si illuderebbe chi pensasse che la missione profetica di Fatima sia conclusa. […] L’uomo ha potuto scatenare un ciclo di morte e di terrore, ma non riesce a interromperlo…” (53).
Ma nello stesso tempo il Papa non manca di mettere in evidenza quella parte del messaggio di Fatima che, dopo la tragedia, si apre alla speranza e al trionfo del Cuore Immacolato di Maria. “Nessuna potenza avversa potrà mai distruggere la Chiesa” (54). Alludendo al centenario delle apparizioni di Fatima nel 2017 — un evento in cui, in umile considerazione della propria età, il Papa non include sé stesso — Papa Benedetto XVI afferma: “Tra sette anni ritornerete qui per celebrare il centenario della prima visita fatta dalla Signora “venuta dal Cielo”, come Maestra che introduce i piccoli veggenti nell’intima conoscenza dell’Amore trinitario e li porta ad assaporare Dio stesso come la cosa più bella dell’esistenza umana. Un’esperienza di grazia che li ha fatti diventare innamorati di Dio in Gesù, al punto che Giacinta esclamava: “Mi piace tanto dire a Gesù che Lo amo! Quando Glielo dico molte volte, mi sembra di avere un fuoco nel petto, ma non mi brucio”. E Francesco diceva: “Quel che m’è piaciuto più di tutto, fu di vedere Nostro Signore in quella luce che la Nostra Madre ci mise nel petto. Voglio tanto bene a Dio!” (Memorie di Suor Lucia, I, 42 e 126)” (55). Questo fuoco di amore di Dio, ricorda il Papa, ha anche una dimensione profetica: “Possano questi sette anni che ci separano dal centenario delle Apparizioni affrettare il preannunciato trionfo del Cuore Immacolato di Maria a gloria della Santissima Trinità” (56).
Sarebbe certamente sbagliato attribuire al Papa speculazioni — queste sì millenariste — sul “quando” del “trionfo del Cuore Immacolato di Maria”. Le sue parole non sono una previsione, ma un auspicio introdotto da un “Possano”. Ma, se pure non ne conosciamo il “quando”, questo “trionfo” — che Corrêa de Oliveira sulla scia del grande santo mariano francese tanto caro a Papa Giovanni Paolo II, san Luigi Maria Grignion de Montfort (1673-1716), chiamava appunto “Regno di Maria” (57) — è certo perché è “preannunciato” non dalle speculazioni degli uomini ma dalla voce stessa della Madonna che la Chiesa, nella persona del Papa, accoglie e fa sua.
Sarebbe pure sbagliato abbandonarsi, a fronte di questa consolante promessa, a un atteggiamento fatalistico, disinteressandosi del mondo e della storia perché se ne occuperanno direttamente la Provvidenza e la Madonna. Il Papa non ha nostalgia di un’epoca in cui “[…] dobbiamo anche confessare che la fede cattolica, cristiana, spesso era troppo individualistica, lasciava le cose concrete, economiche al mondo e pensava solo alla salvezza individuale, agli atti religiosi, senza vedere che questi implicano una responsabilità globale, una responsabilità per il mondo” (58). Non è al disimpegno che ci chiama il messaggio di Fatima, ma alla fedeltà e all’azione. “La fedeltà nel tempo è il nome dell’amore” (59).
L’Occidente — Papa Benedetto XVI riprende qui il grande tema di Papa Giovanni Paolo II della “nuova evangelizzazione”, di cui Giovanni Cantoni ha notato i collegamenti con Fatima (60) — è diventato, con la crisi della fede, terra di missione: “Il campo della missione ad gentes si presenta oggi notevolmente ampliato e non definibile soltanto in base a considerazioni geografiche” (61). E dal Portogallo il Papa “[…] ripete a ciascuno di voi: Miei fratelli e sorelle, bisogna che diventiate con me testimoni della risurrezione di Gesù. In effetti, se non sarete voi i suoi testimoni nel vostro ambiente, chi lo sarà al vostro posto?” (62). “Nella Sacra Scrittura appare frequentemente che Dio sia alla ricerca di giusti per salvare la città degli uomini e lo stesso fa qui, in Fatima, quando la Madonna domanda: “Volete offrirvi a Dio per sopportare tutte le sofferenze che Egli vorrà mandarvi, in atto di riparazione per i peccati con cui Egli è offeso, e di supplica per la conversione dei peccatori?” (Memorie di Suor Lucia, I, 162)” (63) . Il sì dei veggenti sarà la prima pietra per la costruzione del regno del Cuore Immacolato di Maria solo se sapremo accompagnarlo con il nostro sì, giorno per giorno.
di Milena Gabanelli e Marta Serafini – Corriere della seras 24 Gennaio 2024
L’invasione russa sta scagliando un prezzo non ancora calcolabile sul futuro dell’intera Ucraina, e colpisce milioni di bambini e giovani. I dati sono quelli del ministero dell’Istruzione ucraino: dal 24 febbraio 2022 più di 3.000 istituti scolastici in Ucraina – il 10% del totale – sono stati danneggiati o distrutti, mentre blackout e connessioni Internet interrotte ostacolano l’apprendimento da casa. Solo nel 2022 i bambini ucraini sono stati costretti a trascorrere l’incredibile cifra di oltre 900 ore nei rifugi antiaerei. Ma a disporre di shelter è il 60% degli istituti scolastici del Paese, vuol dire che circa il 40% delle scuole non può riprendere l’apprendimento in presenza. E ancora: nei mesi autunnali e invernali, l’Ucraina è stata afflitta da frequenti e prolungate interruzioni di corrente, e quando a un insegnante manca l’elettricità, l’intera classe perde la lezione, indipendentemente dal fatto che la lezione prevista in presenza o virtuale. Attualmente solo il 26% degli studenti è in grado di frequentare la scuola in presenza. Con inevitabile peggioramento sia del rendimento scolastico che della qualità deIl’istruzione.
Pressioni e ritorsioni su famiglie e insegnanti
Nel frattempo, migliaia di studenti e insegnanti che vivono sotto occupazione subiscono pressioni affinché passino alla scuola russa. A ottobre 2023 circa 1.300 scuole si trovavano nei territori ucraini occupati dalla Russia. Il personale docente è stato inviato in Russia o nella Crimea occupata per riqualificarsi secondo i parametri imposti da Mosca e parte di esso è stato minacciato di essere sostituito da insegnanti russi se si fosse rifiutato. Secondo le testimonianze che abbiamo raccolto, a partire dallo scorso mese di settembre, i genitori nei territori occupati ricevono una tantum di 10.000 rubli (145 euro) per mandare i propri figli a scuola russa, più 4.000 (50 euro) al mese per il vitto. Tuttavia, le scuole mancano di insegnanti qualificati, con i bambini costretti a leggere i libri di testo da soli, portando ad un declino della qualità dell’istruzione e della disciplina. In un report, basato sulle testimonianze di 23 operatori scolastici e 16 famiglie, Amnesty International scrive: genitori e insegnanti che tentano di continuare l’istruzione ucraina durante il periodo dell’occupazione rischiano la prigione. Alcune famiglie addirittura hanno nascosto i propri figli, temendo che vengano rapiti e mandati in strutture di «rieducazione» in Russia. Ma nonostante i rischi, insegnanti e genitori cercano in tutti i modi di organizzare lezioni di ucraino. Lo studio parla di lezioni tenute segretamente e distribuzione clandestina di libri.
Cosa si insegna ai bambini ucraini
Il modello Crimea, annessa dalla Russia da più di otto anni, mostra come l’istruzione nei territori occupati miri – con successo – a cancellare l’identità ucraina e a militarizzare i bambini. Un esempio su tutti: durante le lezioni di storia viene insegnato che l’Ucraina ha sempre fatto parte della Russia. Secondo le testimonianze di chi è fuggito dalle zone occupate e secondo quanto si osserva dalle chat Telegram, i russi hanno inondato le zone dell’oblast di Zaporizhia occupate con 34.000 libri di testo di propaganda. I bambini ora sono costretti a imparare il russo e a cantare l’inno russo, indossare abiti tradizionali russi e a scrivere lettere ai soldati russi. Tutte informazioni confermate anche dagli insegnanti ucraini fuggiti dai territori occupati con cui abbiamo parlato nella regione di Zaporizhia nei mesi scorsi. Coloro che rifiutano vengono minacciati di essere allontanati dai genitori per essere «rieducati negli orfanotrofi russi».
«Il mio Paese si chiama Russia»
A Mariupol tutte le scuole della città sono circondate da recinzioni e l’ingresso è presidiato dai militari. I genitori ogni mattina accompagnano i bambini al cancello e alla fine della giornata li vanno a riprendere. Non possono verificare come si svolge il processo educativo. Il tricolore russo, lo stemma russo e i testi dell’inno russo sono ora esposti nell’atrio di ogni scuola. Infine ai bambini viene detto che il loro paese si chiama Russia in ogni lezione, sia che si tratti di scienze, storia e persino di lingua russa. Il testo che abbiamo potuto visionare recita: «Il nostro Paese si chiama Russia. È il paese più grande del mondo. La Russia è la nostra patria. Molte nazioni vivono qui: russi, tartari, ebrei, komis, maris, bashkir, careliani, udmurti, buriati, avari, osseti, ceceni, ciukchi, yakuti e altri. La capitale della Russia è la meravigliosa città di Mosca». Il media online russo Important Histories ha scoperto che esistono vere e proprie tabelle educative. «Discussioni sull’unità del Paese, su come sia necessario preservare e proteggere la propria cultura, il proprio popolo» devono essere tenute con gli studenti delle classi 1-2. Agli studenti delle classi 3-4 verrà detto che amare la Patria significa, in particolare, «svolgere compiti militari, prestare servizio militare». Il curriculum per le classi 5-7 include una conversazione obbligatoria sulla «operazione speciale». Gli studenti delle scuole superiori sentiranno dire che «le persone veramente patriottiche sono pronte a difendere la propria Patria con le armi in mano».
Insegnanti: pressioni e minacce
A Mariupol gli insegnanti ricevono uno stipendio mensile compreso tra 25.000 e 32.000 rubli (da 400 a 515 dollari). Per gli standard di Mariupol non è una bassa paga. Tuttavia, gli insegnanti russi che accettano di venire a insegnare nelle zone occupate dell’Ucraina vengono pagati 150.000 rubli a testa (circa 2.400 dollari). Ma sono davvero pochi. Tutti gli insegnanti di Mariupol hanno accettato di frequentare corsi di formazione avanzata durante l’estate ma continuare a lavorare sta diventando sempre più complicato. Dunque molti insegnanti stanno abbandonando la professione, a causa della migrazione, del pensionamento, e dei divieti legati alla guerra. Secondo il dipartimento dell’istruzione, da febbraio la regione di Kharkiv ha perso quasi 3.000 dei 21.500 insegnanti. Per contrastare la propaganda russa il ministero ucraino dell’Istruzione e della Scienza (Mes) ha offerto agli insegnanti delle zone occupate che non sono in grado di continuare a lavorare il mantenimento del posto e i 2/3 dello stipendio. Devono però rifiutarsi di collaborare con le autorità di occupazione seguendo i programmi di insegnamento russi. In caso contrario sono ritenuti responsabili di collaborazionismo e puniti con una reclusione fino a 3 anni senza diritto di lavorare nel campo dell’istruzione in futuro.
Cancellazione della memoria storica
«Nelle scuole di Mariupol è consentito insegnare la lingua ucraina, ma come materia facoltativa» ci hanno raccontato alcuni insegnanti fuggiti dalle zone occupate. Va detto che già prima dell’invasione l’Ucraina aveva modificato il proprio sistema educativo diversificandolo da quello ereditato dall’Unione Sovietica, relegando il russo fra le lingue straniere e rivedendo i corsi di storia per includere eventi come l’Holodomor, la carestia causata dai sovietici negli anni ’30 che uccise milioni di ucraini e che è ancora ampiamente negata in Russia. La storia della soppressione della lingua e dell’istruzione ucraina da parte della Russia risale a secoli fa. Mentre sotto la guida di Stalin l’Unione Sovietica orchestrò una brutale campagna per eliminare il nazionalismo e la cultura ucraini: il suo regime considerava la lingua ucraina una minaccia all’unità dell’Unione Sovietica e andava soppressa a tutti i costi. Migliaia di insegnanti e intellettuali ucraini sono stati arrestati e detenuti, spesso sottoposti a tortura e confessioni forzate. Coloro che erano considerati anche lontanamente legati al nazionalismo ucraino dovettero affrontare la reclusione, i lavori forzati o l’esecuzione. Il governo sovietico eliminò anche i libri in lingua ucraina dalle scuole e dalle biblioteche, sostituendoli con letteratura e propaganda russa. Un secolo dopo la storia si ripete.
L’invasione russa sta scagliando un prezzo non ancora calcolabile sul futuro dell’intera Ucraina, e colpisce milioni di bambini e giovani. I dati sono quelli del ministero dell’Istruzione ucraino: dal 24 febbraio 2022 più di 3.000 istituti scolastici in Ucraina – il 10% del totale – sono stati danneggiati o distrutti, mentre blackout e connessioni Internet interrotte ostacolano l’apprendimento da casa. Solo nel 2022 i bambini ucraini sono stati costretti a trascorrere l’incredibile cifra di oltre 900 ore nei rifugi antiaerei. Ma a disporre di shelter è il 60% degli istituti scolastici del Paese, vuol dire che circa il 40% delle scuole non può riprendere l’apprendimento in presenza. E ancora: nei mesi autunnali e invernali, l’Ucraina è stata afflitta da frequenti e prolungate interruzioni di corrente, e quando a un insegnante manca l’elettricità, l’intera classe perde la lezione, indipendentemente dal fatto che la lezione prevista in presenza o virtuale. Attualmente solo il 26% degli studenti è in grado di frequentare la scuola in presenza. Con inevitabile peggioramento sia del rendimento scolastico che della qualità deIl’istruzione.
Pressioni e ritorsioni su famiglie e insegnanti
Nel frattempo, migliaia di studenti e insegnanti che vivono sotto occupazione subiscono pressioni affinché passino alla scuola russa. A ottobre 2023 circa 1.300 scuole si trovavano nei territori ucraini occupati dalla Russia. Il personale docente è stato inviato in Russia o nella Crimea occupata per riqualificarsi secondo i parametri imposti da Mosca e parte di esso è stato minacciato di essere sostituito da insegnanti russi se si fosse rifiutato. Secondo le testimonianze che abbiamo raccolto, a partire dallo scorso mese di settembre, i genitori nei territori occupati ricevono una tantum di 10.000 rubli (145 euro) per mandare i propri figli a scuola russa, più 4.000 (50 euro) al mese per il vitto. Tuttavia, le scuole mancano di insegnanti qualificati, con i bambini costretti a leggere i libri di testo da soli, portando ad un declino della qualità dell’istruzione e della disciplina. In un report, basato sulle testimonianze di 23 operatori scolastici e 16 famiglie, Amnesty International scrive: genitori e insegnanti che tentano di continuare l’istruzione ucraina durante il periodo dell’occupazione rischiano la prigione. Alcune famiglie addirittura hanno nascosto i propri figli, temendo che vengano rapiti e mandati in strutture di «rieducazione» in Russia. Ma nonostante i rischi, insegnanti e genitori cercano in tutti i modi di organizzare lezioni di ucraino. Lo studio parla di lezioni tenute segretamente e distribuzione clandestina di libri.
Cosa si insegna ai bambini ucraini
Il modello Crimea, annessa dalla Russia da più di otto anni, mostra come l’istruzione nei territori occupati miri – con successo – a cancellare l’identità ucraina e a militarizzare i bambini. Un esempio su tutti: durante le lezioni di storia viene insegnato che l’Ucraina ha sempre fatto parte della Russia. Secondo le testimonianze di chi è fuggito dalle zone occupate e secondo quanto si osserva dalle chat Telegram, i russi hanno inondato le zone dell’oblast di Zaporizhia occupate con 34.000 libri di testo di propaganda. I bambini ora sono costretti a imparare il russo e a cantare l’inno russo, indossare abiti tradizionali russi e a scrivere lettere ai soldati russi. Tutte informazioni confermate anche dagli insegnanti ucraini fuggiti dai territori occupati con cui abbiamo parlato nella regione di Zaporizhia nei mesi scorsi. Coloro che rifiutano vengono minacciati di essere allontanati dai genitori per essere «rieducati negli orfanotrofi russi».
«Il mio Paese si chiama Russia»
A Mariupol tutte le scuole della città sono circondate da recinzioni e l’ingresso è presidiato dai militari. I genitori ogni mattina accompagnano i bambini al cancello e alla fine della giornata li vanno a riprendere. Non possono verificare come si svolge il processo educativo. Il tricolore russo, lo stemma russo e i testi dell’inno russo sono ora esposti nell’atrio di ogni scuola. Infine ai bambini viene detto che il loro paese si chiama Russia in ogni lezione, sia che si tratti di scienze, storia e persino di lingua russa. Il testo che abbiamo potuto visionare recita: «Il nostro Paese si chiama Russia. È il paese più grande del mondo. La Russia è la nostra patria. Molte nazioni vivono qui: russi, tartari, ebrei, komis, maris, bashkir, careliani, udmurti, buriati, avari, osseti, ceceni, ciukchi, yakuti e altri. La capitale della Russia è la meravigliosa città di Mosca». Il media online russo Important Histories ha scoperto che esistono vere e proprie tabelle educative. «Discussioni sull’unità del Paese, su come sia necessario preservare e proteggere la propria cultura, il proprio popolo» devono essere tenute con gli studenti delle classi 1-2. Agli studenti delle classi 3-4 verrà detto che amare la Patria significa, in particolare, «svolgere compiti militari, prestare servizio militare». Il curriculum per le classi 5-7 include una conversazione obbligatoria sulla «operazione speciale». Gli studenti delle scuole superiori sentiranno dire che «le persone veramente patriottiche sono pronte a difendere la propria Patria con le armi in mano».
Insegnanti: pressioni e minacce
A Mariupol gli insegnanti ricevono uno stipendio mensile compreso tra 25.000 e 32.000 rubli (da 400 a 515 dollari). Per gli standard di Mariupol non è una bassa paga. Tuttavia, gli insegnanti russi che accettano di venire a insegnare nelle zone occupate dell’Ucraina vengono pagati 150.000 rubli a testa (circa 2.400 dollari). Ma sono davvero pochi. Tutti gli insegnanti di Mariupol hanno accettato di frequentare corsi di formazione avanzata durante l’estate ma continuare a lavorare sta diventando sempre più complicato. Dunque molti insegnanti stanno abbandonando la professione, a causa della migrazione, del pensionamento, e dei divieti legati alla guerra. Secondo il dipartimento dell’istruzione, da febbraio la regione di Kharkiv ha perso quasi 3.000 dei 21.500 insegnanti. Per contrastare la propaganda russa il ministero ucraino dell’Istruzione e della Scienza (Mes) ha offerto agli insegnanti delle zone occupate che non sono in grado di continuare a lavorare il mantenimento del posto e i 2/3 dello stipendio. Devono però rifiutarsi di collaborare con le autorità di occupazione seguendo i programmi di insegnamento russi. In caso contrario sono ritenuti responsabili di collaborazionismo e puniti con una reclusione fino a 3 anni senza diritto di lavorare nel campo dell’istruzione in futuro.
Cancellazione della memoria storica
«Nelle scuole di Mariupol è consentito insegnare la lingua ucraina, ma come materia facoltativa» ci hanno raccontato alcuni insegnanti fuggiti dalle zone occupate. Va detto che già prima dell’invasione l’Ucraina aveva modificato il proprio sistema educativo diversificandolo da quello ereditato dall’Unione Sovietica, relegando il russo fra le lingue straniere e rivedendo i corsi di storia per includere eventi come l’Holodomor, la carestia causata dai sovietici negli anni ’30 che uccise milioni di ucraini e che è ancora ampiamente negata in Russia. La storia della soppressione della lingua e dell’istruzione ucraina da parte della Russia risale a secoli fa. Mentre sotto la guida di Stalin l’Unione Sovietica orchestrò una brutale campagna per eliminare il nazionalismo e la cultura ucraini: il suo regime considerava la lingua ucraina una minaccia all’unità dell’Unione Sovietica e andava soppressa a tutti i costi. Migliaia di insegnanti e intellettuali ucraini sono stati arrestati e detenuti, spesso sottoposti a tortura e confessioni forzate. Coloro che erano considerati anche lontanamente legati al nazionalismo ucraino dovettero affrontare la reclusione, i lavori forzati o l’esecuzione. Il governo sovietico eliminò anche i libri in lingua ucraina dalle scuole e dalle biblioteche, sostituendoli con letteratura e propaganda russa. Un secolo dopo la storia si ripete.