"VI SUPPLICO: CONVERTITEVI!" (REGINA DELLA PACE-MEDJUGORJE)

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VATICANO

Viganò scomunicato per scisma

Un comunicato del Dicastero per la Dottrina della Fede annuncia la scomunica “latae sententiae” per l’ex nunzio negli USA che non riconosce la legittimità del Papa e dell’ultimo Concilio

Vatican News – Venerdì 5 Luglio 2024

L’arcivescovo Carlo Maria Viganò, già nunzio apostolico negli Stati Uniti d’America ha ricevuto la scomunica comminata d’ufficio per aver voluto abbandonare la comunione con il Vescovo di Roma e la Chiesa cattolica. «In data 4 luglio 2024 – si legge nel comunicato diffuso dal Dicastero – il Congresso del Dicastero per la Dottrina della Fede si è riunito per concludere il processo penale extragiudiziale ex can. 1720 CIC a carico» di monsignor Carlo Maria Viganò, arcivescovo titolare di Ulpiana, «accusato del delitto riservato di scisma (cann. 751 e 1364 CIC; art. 2 SST)».

«Sono note – continua il comunicato – le sue affermazioni pubbliche dalle quali risulta il rifiuto di riconoscere e sottomettersi al Sommo Pontefice, della comunione con i membri della Chiesa a lui soggetti e della legittimità e dell’autorità magisteriale del Concilio Ecumenico Vaticano II». «All’esito del processo penale», Viganò «è stato riconosciuto colpevole del delitto riservato di scisma. Il Dicastero ha dichiarato la scomunica latae sententiae ex can. 1364 § 1 CIC. La rimozione della censura in questi casi è riservata alla Sede Apostolica». La decisione è stata comunicata all’arcivescovo in data 5 luglio 2024.

Com’è noto lo scorso 20 giugno era stato lo stesso prelato a divulgare integralmente il decreto che lo convocava a Roma per rispondere delle accuse dandogli la possibilità fino al 28 giugno di nominare un avvocato difensore che lo rappresentasse o facendo pervenire una memoria difensiva. Non essendo avvenuto, gli è stato attribuito un difensore d’ufficio che ha svolto secondo le norme del Diritto la difesa di Viganò.

A più riprese, negli ultimi anni, l’ex nunzio negli USA aveva dichiarato di non riconoscere la legittimità del Papa e dell’ultimo Concilio. Nella scomunica latae sententiae si incorre per il fatto stesso di aver commesso il delitto. Allo scomunicato è proibito di celebrare la Messa e gli altri sacramenti; di ricevere i sacramenti; di amministrare i sacramentali e di celebrare le altre cerimonie di culto liturgico; di avere alcuna parte attiva nelle celebrazioni appena citate; di esercitare uffici o incarichi o ministeri o funzioni ecclesiastici; di porre atti di governo. Il senso della scomunica è comunque quello di essere una pena medicinale che invita al ravvedimento, quindi si resta sempre in attesa di un ritorno della persona alla comunione.

JOSEPH RATZINGER UN BUON EUROPEO

IL FOGLIO 01 LUG 2024

L’amata patria culturale: una raccolta di scritti illuminanti del Papa che ha lottato per unire fede e ragione e contro la barbarie mascherata da progresso

“Mi sono venute in mente frasi famose mentre leggevo questa bella raccolta di scritti di Joseph Ratzinger (Benedetto XVI) sulla sua amata patria culturale, l’Europa” scrive l’accademico americano Paul Seaton su Law&Liberty. “Alcuni provengono dalla Scrittura. Un profeta non è privo di onore, tranne che nel suo paese; il buon pastore va alla ricerca della pecora smarrita. Penso anche a Shakespeare: ‘La sua vita fu generosa, e gli elementi così mescolati in lui che la natura avrebbe potuto levarsi a dire al mondo intero, questi fu un uomo’. Infine, una frase nicciana ricorreva regolarmente: ‘Un buon europeo’. Ratzinger era un buon europeo.

Le ragioni sono illustrate in una nuova raccolta di suoi scritti selezionati, ‘True Europe’. Come vero figlio dell’Europa, questo eminente pensatore e uomo di chiesa cattolico si preoccupava costantemente della sua patria culturale e dei suoi figli moderni. Trascorse buona parte della sua vita adulta considerando entrambi, misurando l’Europa dei suoi tempi rispetto a ciò che il titolo della raccolta evidenzia: ‘identità e missione’ che definiscono l’Europa. Quella ‘missione’ originaria, quella definizione dell’identità come ‘continente culturale’, era quella di unire la fede cristiana e la ragione filosofica in un dialogo reciprocamente arricchente, e di umanizzare costantemente la politica e la vita sociale alla luce della dignità conferita all’uomo. E durante la sua lunga vita (1927-2022), fu costantemente motivo di preoccupazione, poiché gli europei moderni voltarono ripetutamente le spalle a questa grande eredità.
 

Cresciuto adolescente in Baviera nei primi anni 40, Ratzinger vide l’ascesa della mostruosa ideologia razzista che conquistò la sua nazione. Poi, dopo una devastante guerra mondiale, vide la sua amata Europa divisa da una cortina di ferro, con il suo stesso paese a esemplificare la divisione, questa volta colpita da un mostruoso totalitarismo ideologico della sinistra. Due decenni dopo, l’ancora giovane professore osservò l’antinomismo, l’utopismo e la violenza rivoluzionaria del ‘68. E dal 1989 fino alla sua morte, ha seguito una serie di decisioni fatali delle élite che hanno portato l’Europa in una direzione inquietante, verso un secolarismo totale che ha espulso Dio e la fede biblica dalla vita pubblica e ha intronizzato un’umanità radicalmente autonoma sans Dieu et sans racines (senza Dio e senza radici). Così, nel corso di una vita movimentata, osservò i suoi compatrioti impazzire in una serie di modi ideologici, di destra, di sinistra e umanitari. Avevano in comune il rifiuto della fede cristiana e le corrispondenti apoteosi della ragione e della volontà che, in verità, costituivano un terribile accecamento e restringimento.
 

Ciò di cui fu testimone fu una serie di esperimenti in forme di ateismo tipicamente moderne, ciò che il teologo gesuita francese Henri de Lubac (1996-91), collettivamente soprannominò ‘umanesimo ateo’. Qui era un paradosso: queste aberrazioni della ragione e della volontà, queste estreme negazioni della fede, erano state concepite e avevano visto la luce per la prima volta in Europa. Erano i prodotti europei per eccellenza. Come è stato possibile? Posta la questione in questo modo, è diventato evidente il compito di una diagnosi culturale. Perché e come l’Europa ha concepito le sue antitesi? Come si potrebbero discriminare gli sviluppi europei validi da quelli non validi? E, cosa ancora più urgente, come richiamare efficacemente gli europei a sé stessi, alla loro identità originaria e alla loro missione determinante? Come rendere Dio credibile e attraente per coloro che lo avevano abbandonato?
 

Le conferenze, i saggi e gli interventi di questo volume aiutano i lettori a vedere come l’eminente studioso, pensatore e uomo di chiesa ha affrontato questo compito colossale. Erano richieste tutte e tre le competenze: studioso, pensatore e uomo di chiesa. Come studioso, ha raccolto e sintetizzato i dati rilevanti, risalendo indietro nella storia fino alla prima occorrenza del termine Europa in Erodoto, per poi tracciare il concetto e la realtà di un continente culturale distintivo mentre prendeva forma. Come pensatore, ne analizzò le diverse componenti (greca, romana, cristiana, moderna) nei loro elementi positivi e nei loro contributi alla cultura umana, e considerò la scena contemporanea alla loro luce. Essendo un uomo di chiesa noto per la sua cultura e il suo candore, veniva regolarmente invitato a parlare di questioni europee. Da qui una caratteristica generale dei brani qui raccolti: sono riflessioni offerte a pubblici diversi – chi ecclesiale, chi laico – in diverse occasioni tra il 1979 e il 2021. Ciascuna è una gemma, e collettivamente contribuiscono a comporre un mosaico di Ratzinger sull’Europa allora e oggi, e sui suoi possibili futuri. Di volta in volta, la voce è analitica e narrativa; critica e costruttiva; gentile, ferma e schietta; e minacciosa e invitante. La sua nota dominante è una combinazione non forzata di serenità, nata dalla razionalità, e fede. Parlando in questo modo, egli incarna e riafferma la sua convinzione circa la vocazione dell’Europa a coniugare fede e ragione in un dialogo reciprocamente illuminante, e così a servire l’intera persona umana. Crede che il mondo e la Chiesa verrebbero sminuiti in modo incommensurabile dalla perdita di questa identità, come realtà e ideale. Eppure molti segnali odierni rendono questa possibilità reale.
 

Ratzinger è colpito da quanto l’Europa contemporanea odia sé stessa. Ciò si manifesta nei modi più elementari e più elevati. Elementari, perché le sue popolazioni autoctone rifiutano l’atto elementare di speranza che è quello di mettere al mondo una nuova vita; elevati, a causa del suo costante rifiuto del suo ricco patrimonio culturale al di fuori delle categorie moderne come scienza, libertà e secolarismo portate agli estremi. E’ allo stesso tempo stanca della vita e si vanta di essere il nuovo modello dell’umanità. Non c’è da stupirsi che altre regioni del mondo guardino all’Europa di oggi e dicano: no grazie, desideriamo vivere e desideriamo continuare a vivere in continuità con le nostre radici e la nostra storia.
 

Benedetto coglie regolarmente l’occasione per dire ai suoi compatrioti europei quanto rappresentino un’anomalia culturale sulla scena odierna, alla luce del loro ripudio delle proprie radici e fondamenti culturali. Orgogliosi di essere aperti a tutte le altre culture, perdono la lezione principale che gli altri potrebbero insegnare loro, ovvero che una cultura che si stacca dalle sue radici e dalla sua storia non è adatta a questo mondo. Né è solo sé stessa che l’Europa odia. Odia la vita umana stessa e il mezzo che Dio ha dato all’umanità per condividere la sua trasmissione: il matrimonio eterosessuale monogamo.

Alcuni dei passaggi più significativi affrontano l’adesione da parte degli europei al diritto all’aborto e alla pratica legalizzata dell’eutanasia come segni distintivi della libertà umana. Questa è mascherata da progresso di civiltà. Pur riconoscendo le difficoltà in una serie di circostanze personali, Ratzinger sottolinea l’ostinata cecità nei confronti delle verità conosciute sulla nascente vita umana che porta al diritto di abortirla, insieme alla corruzione della coscienza umana che presuppone e giustifica. Al contrario, la gratitudine e il rispetto per il dono della vita sono racchiusi nel comandamento biblico di non uccidere. Sotto questo aspetto, l’Europa contemporanea ha profondamente compromesso la sua pretesa di esistenza civilizzata.

La diagnosi di Benedetto sull’Europa contemporanea può essere riassunta come segue: la nuova Europa è motivata dall’arroganza dell’emancipazione totale, che porta inesorabilmente a tagliarsi fuori dalle fonti della vita. Non c’è da stupirsi che l’Europa stia morendo. L’uomo non è Dio, e fingere il contrario porta necessariamente a sminuire la Sua immagine. Un’Europa sradicata deve riscoprire le sue radici vitali.
 

Ratzinger ripercorre gli errori moderni che hanno portato ai giorni nostri. Quando si conosce il terminus ad quem, si può guardare alla storia e ai suoi sviluppi con occhio attento. Le partenze possono essere collocate in diverse categorie: antropologie rielaborate; teologie rielaborate; comprensioni rielaborate della scienza e della natura; concezioni rielaborate dello stato e della politica; comprensioni rielaborate della storia (da teologica e provvidenziale a secolare e immanente); e così via. Ci sono molti pezzi nel puzzle della causalità storica.  Ratzinger è lungi dall’essere semplicemente ‘antimoderno’.  Ciò che preoccupa Ratzinger è la sua preventiva “mappatura del mondo” da parte della scienza moderna, la visione del mondo che essa presuppone e promuove. Qui sorgono domande sulla sua adeguatezza a cui la scienza stessa non può rispondere.
 

Lo ‘scientismo’, l’idea secondo cui la scienza moderna è l’apice della ragione, è falso, in modo dimostrabile, e la scienza deve essere (re)inserita in un dialogo con altri usi della ragione, a partire dalla filosofia ma includendo anche la fede. Qualcosa di simile accade con i valori etici moderni come l’uguaglianza umana, la dignità e i diritti di coscienza, che sono fondamentali per la democrazia moderna. Essendo valori condivisi dai suoi contemporanei, pone loro due domande: da dove vengono questi valori? E cosa può sostenerli oggi?

Uno sguardo aperto alla storia umana e alle culture del mondo rivela che essi vennero alla luce per la prima volta in terra cristiana e furono radicati nella rivelazione cristiana. I pensatori moderni hanno poi tentato in vari modi di fondarli in altri contesti: nella natura, nella ragione e persino nella storia o nella volontà. Oggi, questi sforzi hanno rivelato le loro inadeguatezze, e i contemporanei si ritrovano con impegni senza fondamento o sostegno. La loro fonte originaria, il cristianesimo, è tuttavia pronta a fornire tale sostegno.
 

Traduzione di Giulio Meotti

Carlo Acutis, parla la mamma del santo ragazzino: «Mistico del pc, calamitava tutti. Dopo averlo perso sono rimasta incinta: avevo 44 anni, mi sembrava impossibile»

di Giancarla Ghisi – Corriere della Sera – 1 Luglio 2024

Antonia Salzano, madre del giovanissimo beato: «Era un bimbo grazioso, non bellissimo, eppure la gente era attratta. E’ sempre stato in anticipo su tutti. I gemelli? Devoti, ma voglio che abbiano una vita normale. È stato seppellito a Biella, poi l’abbiamo portato ad Assisi: il suo corpo era intatto, l’ho vestito come un ragazzo dei nostri tempi»

C’è attesa per il grande giorno. Quello in cui Carlo Acutis diventerà Santo. Un ragazzo pieno di vitalità morto a 15 anni, il 12 ottobre del 2006, in meno di una settimana per leucemia fulminante. «Forse verrà fissata a ottobre o addirittura nel 2025. La conferma della data l’avremo presto. Il Papa prossimamente convocherà un Concistoro ordinario pubblico nel quale fisserà la cerimonia della canonizzazione», racconta Antonia Salzano, la mamma. Sarà il primo Santo dei millennial e della Rete. Carlo, nato a Londra, è cresciuto a Milano in una famiglia della buona borghesia senza particolari attenzioni verso la religione. Il suo percorso religioso è iniziato quando era ancora un bimbo. A lui, ad oggi, sono riconosciuti diversi miracoli.

Signora Salzano quando ha capito che su0 figlio aveva un dono?
«Già da piccolo aveva atteggiamenti particolari. È sempre stato in anticipo rispetto ai suoi amichetti, ai cugini e anche i miei due figli gemelli. A tre mesi disse la prima parola e ci stupì molto. A cinque mesi già parlava. All’inizio eravamo sorpresi. Io fino ad allora ero stata poche volte in chiesa: solo quando ho ricevuto il battesimo, la cresima e quando mi sono sposata. Mio marito qualche volta in più, la sua era una famiglia cattolica, a volte la domenica accompagnava i genitori a messa. Non eravamo contrari alla fede c’eravamo abituati a farne a meno».

Oltre a lei suo marito si è accorto di qualcosa?
«I primi anni abitavamo a Londra. Quando è nato Carlo ho lasciato il mio lavoro nell’editoria per stare vicino a mio figlio. Mio marito era impegnato nell’azienda di assicurazioni di famiglia e nonostante avesse con lui un ottimo rapporto non viveva la quotidianità. Quando nei fine settimana stavano del tempo insieme era sempre più la consapevole che fosse un bambino speciale».

Anche nei comportamenti quotidiani?
«Sì. Quando siamo ritornati in Italia, a Milano, aveva una sua vita impegnata fra gli amici, lo studio, lo sport, un’attività di catechista, l’aiuto ai senzatetto e poi Dio. Era piccolo, facevamo delle passeggiate e voleva sempre fermarsi in chiesa. E diventava difficile farlo uscire. La sua meta era sempre il tabernacolo, che considerava casa di Gesù. Diceva: “Non serve andare a Gerusalemme, lui è qui in quel tabernacolo. I soldi del viaggio teniamoli per aiutare i poveri”». La madre di Carlo Acutis, Antonia Salzano  

Immagino che ponesse domande.
«Sì, anche molto profonde. Io ero ignorante, non sapevo cosa dire, mi metteva in imbarazzo. Avevo un certo addormentamento spirituale. Non conoscevo nemmeno la differenza tra Vangelo e Bibbia. Ignoravo molte delle verità di fede. Mi sono avvicinata alla religione con la morte improvvisa di mio padre. Conoscevo una signora che abitava nella mia zona, mi aveva parlato di un sacerdote illuminato, padre Ilio Carrai il “Padre Pio di Bologna”. Quando mi ricevette mi disse: “Suo figlio è speciale, con un’importante missione per la Chiesa. E mi consigliò di studiare teologia. Da lì è iniziato il mio cammino verso la conversione». 

Ha un ricordo particolare di Carlo
«Beh…Tanti. Lui aveva carattere forte, sapeva quello che voleva. Prima della Comunione ha scritto: “Essere sempre unito a Gesù è il mio programma di vita”. In quel momento ha cominciato a connettersi con il Cielo. Era un informatico, un mago del computer con cui faceva filmati e giornalini. Ricordo un altro episodio, a sei anni Carlo scrisse una letterina al nostro collaboratore domestico molto attento alla moda, spendeva tutto comprando oggetti superflui: “Gesù, fa che Rajesh sia meno vanitoso”. E poi con estrema leggerezza e humor gli diceva: “Rajesh, tu invecchierai mentre io resterò giovane per sempre. Oggi lui è un divulgatore religioso, si è convertito».

La gente attorno a lui cosa diceva?
«È sempre stato una specie di calamita. Da piccolo era un bimbo grazioso, non di quelli bellissimi, eppure se andavo al supermercato la gente veniva attratta da lui. Si pensa che i mistici siano veggenti o possiedano le stigmate. Mentre ho capito che Carlo è un vero mistico e ha una profonda e costante unione con Dio». 

Quindi suo figlio non aveva paura della morte?
«No, l’ha affrontata con il sorriso consolando chi stava vicino. A noi ha detto prima di entrare in ospedale: “Da qui non uscirò vivo”. Né io né mio marito potevamo crederci, fino a tre giorni prima era andato a scuola. E mentre veniva curato, mentre tutto il personale medico si stupiva per il suo sorriso davanti a un dolore fisico atroce causato dalla leucemia, rispondeva: “Offro le mie sofferenze per la Chiesa, il Papa e per non fare il purgatorio ma andare dritto in paradiso”. Era figlio unico, penso che con certi suoi atteggiamenti mi volesse preparare».

Ad esempio?
«Qualche giorno dopo la sua morte una notte mi sono svegliata di soprassalto. Ho acceso il suo computer e mi sono trovata sul desk un filmato fatto qualche mese prima in cui sorridendo diceva: “Quando arriverò a pesare 70 chili lascerò questa terra”». 

Un addio annunciato?
«C’erano tanti piccoli segni che allora non ho voluto cogliere. Ad esempio l’ultimo dell’anno alla tradizionale pesca dei santi di San Silvestro. È una tradizione di famiglia per trovare il protettore o la protettrice dell’anno, lui di solito lui estraeva Gesù o la Madonna. L’anno della sua morte pescò Alessandro Sauli e tutti a chiederci cosa potesse significare. Quando entrò in ospedale, proprio davanti vidi una chiesa, era intitolata a questo Santo. E l’11 ottobre in cui venne considerata la morte cerebrale di Carlo è lo stesso giorno in cui morì il suo Santo dell’anno».

Come vivono i suoi figli la presenza di questo fratello importante?
«Con serenità. Io li lascio liberi perché devono fare la loro strada. Hanno 13 anni, sono devoti, guardano e pensano al fratello che non hanno conosciuto con estrema naturalezza. Fanno una vita normale come tutti i ragazzi. Soprattutto sono un regalo di Carlo. Non pensavo di potere avere ancora figli a 44 anni. Carlo prima di andarsene mi disse: “Ti manderò tanti segni”. In sogno mi annunciò: “Presto sarai mamma. E dopo un mese sono rimasta incinta». 

Il libro

La copertina del libro il Segreto di mio figlio scritto da Antonia Salzano Acutis 

Cosa le ha lasciato Carlo?
«Tanto lavoro. Lui animava una serie di progetti di evangelizzazione che continuano. Invitava a seguire la propria strada, senza uniformarsi: “Tutti nascono come originali ma molti muoiono come fotocopie”. Diciamo che sono la sua segretaria qui, in terra. Ormai è conosciuto nel mondo. Arrivano manifestazioni di conversione, miracoli. Poi, ci sono le sue mostre sui miracoli eucaristici avvenuti nei secoli (www.miracolieucaristici.org) da lui interpretati che viaggiano dagli Stati Uniti alla Cina. Carlo è un illuminatore, aiuta risvegliare le coscienza anestetizzate».

Un capitolo importante riguarda i miracoli: è sorpresa?
«Sono sempre stata preparata da Carlo, dalle sue parole e dai sui atteggiamenti, dagli appunti religiosi che ha lasciato. Il primo miracolo è stato durante il suo funerale, una signora malata di tumore pronta per fare la chemioterapia è guarita. Quello riconosciuto dal Papa per la canonizzazione riguarda una ragazza del Costa Rica di 23 anni che studiava a Firenze. Due anni fa cadde dalla bicicletta battendo la testa. Venne operata ma il trauma cranico era molto grave, le condizioni disperate. Per i medici c’è poco da fare. La madre, Liliana, è andata ad Assisi, ha pregato sulla tomba di Carlo e lasciato una lettera. Quando è tornata la ragazza ha ripreso a respirare autonomamente. Ora sta per laurearsi». 

Oggi, come vivono Carlo suoi amici?
«Sono quasi tutti ingegneri. C’è chi fa volontariato, chi segue il sito internet, sono rimasti vicini a lui».

Nella storia, dopo Assunta mamma di Santa Maria Goretti, e i genitori della Beata Chiara Luce Badano, la famiglia Acutis potrà vivere questo momento.
«Un momento importante, per me, mio marito e i ragazzi ma soprattutto per Carlo che ha saputo trasmetterci la fede e far avvicinare alla fede tante persone».

Perché ha scelto Assisi come capitolo finale della sua vita?
«Era devoto a San Francesco. Qui abbiamo una casa e ci veniva sempre volentieri. Inizialmente la sua salma era nella cappella di famiglia vicino a Biella ma lui aveva lasciato detto: “Voglio essere sepolto ad Assisi”. Non appena c’è stata la possibilità l’abbiamo trasportato nel cimitero umbro. Quando è diventato beato, le sue spoglie sono state traslate al Santuario della Spogliazione. Il suo corpo si era mantenuto intatto, questo mi ha permesso di vestirlo, l’ho voluto vestire come un ragazzo dei nostri tempi».

Putin in Corea e Vietnam e il cannibalismo della guerra russa

di Stefano Caprio- Asia News – 23 Giungo 2024

La Corea come la Crimea, chiave per destabilizzare l’Asia come l’Europa, in un quadro di tensione bellica permanente e crescente a tutte le latitudini: questo sembra il vero scopo del viaggio putiniano, che dalla Cina all’Uzbekistan, dalla Corea al Vietnam disegna il suo nuovo “ordine mondiale” cercando di incutere timori allo stesso tempo a Oriente e a Occidente. 

Con il viaggio di questi giorni in Corea del nord e in Vietnam, Vladimir Putin ha superato ogni barriera nel degrado della reputazione della Russia. Secondo un’espressione che si attribuisce alla poetessa Anna Achmatova, sono terminati in Russia i “tempi vegetariani”, come la grande dissidente dei tempi staliniani scriveva nei suoi diari degli anni Cinquanta del secolo scorso. Confrontando gli anni Venti leniniani dopo la rivoluzione, con gli anni Trenta del terrore staliniano, ella diceva che dal “periodo relativamente vegetariano”, con le repressioni più spaventose l’Unione Sovietica era sprofondata nel “pieno cannibalismo”.

La Achmatova andava oltre la sua stessa tragedia familiare, che aveva travolto il marito Nikolaj Gumilev, altro grande protagonista della letteratura russa di inizio Novecento, finito nelle prime ondate dei lager insieme ad altri 96 rappresentanti dell’intelligentsija di San Pietroburgo (ormai diventata Leningrado), accusati di partecipazione alla cosiddetta “rivolta militare” del professor Tagantsev (un analogo delle “azioni di discredito delle forze armate” della Russia putiniana), e furono tutti destinati alla fucilazione. Come racconta la Achmatova, i “tempi vegetariani” finirono a dicembre del 1934 con l’assassinio di Sergej Kirov, l’astro nascente del comunismo leningradese, che faceva ombra al dittatore georgiano, inaugurando gli anni del “Grande Terrore”. Con la morte in lager del principale oppositore di Putin, il martire delle proteste di piazza Aleksej Naval’nyj, siamo tornati ai sentimenti dello stalinismo più trionfante, celebrato in questi giorni da Kim Yong-un e Nguyễn Phú Trọng.

Una storia simbolica illumina proprio questa dimensione del putinismo più estremo, come si sta evidenziando sempre più dopo la rielezione plebiscitaria e l’incoronazione dei mesi scorsi. Un criminale tristemente famoso, il satanista e cannibale Nikolaj “il Duca” Ogolobjak, si era riscattato nella guerra in Ucraina, ma tornando a casa è stato nuovamente arrestato per narcotraffico. Nel 2010 era stato condannato a venti anni di lager per un omicidio rituale di quattro persone, ma lo scorso anno si era arruolato nel cosiddetto Štorm Z, il battaglione dei detenuti per l’Ucraina, per poi essere ricompensato con la grazia presidenziale. Il “duca” era il leader di una banda di satanisti, che si dilettavano a smembrare gli adolescenti fin dal 2008, con diversi riti sanguinari in cui sacrificavano gatti, cani e giovani uomini saziandosi della loro carne e sangue; Ogolobjak era l’unico maggiorenne del gruppo, e gli fu comminata la pena più severa.

In Ucraina, Nikolaj ha combattuto soltanto sei mesi, tornando trionfante e libero a casa, ma al fronte non hanno intenzione di riprenderlo dopo i nuovi crimini, visti i suoi comportamenti piuttosto spaventosi anche tra i commilitoni, per cui vive tranquillo a casa con la madre, difeso dalla fama di “eroe della patria”. Un caso ancora più paradossale in questi giorni è quello di Andrej Orlov, un mite cittadino russo della regione di Tomsk in Siberia che ha sparato con un fucile al suo migliore amico, colpendolo al fianco dopo una bevuta comune di vodka per finire in lager, da cui finalmente può andare a guadagnare soldi in guerra, visto che non era stato accettato come volontario per problemi burocratici. Al processo ha raccontato che “se non fossi stato ubriaco lo avrei fatto fuori, ma almeno mi sono guadagnato il biglietto per l’Ucraina”.

I cannibali della guerra russa guardano quindi con entusiasmo alle parate del loro grande leader a Pyongyang e Hanoi, dove Putin si è recato in primo luogo per fare scorte di armi e munizioni, e magari per progettare altre minacce nucleari un po’ più efficaci delle navi da guerra inviate a Cuba, che si sono disfatte all’arrivo al porto dell’Avana. Oltre all’amicizia “eterna e strategica” con Pyongyang, la visita ad Hanoi ha riportato la Russia ai fasti novecenteschi del riconoscimento della repubblica socialista in guerra con la Francia e gli Stati Uniti, quando Mosca protesse il Vietnam anche dagli assalti della Cina, che ora guarda con molto dispetto alle parate di Putin intorno al suo regno. Se la Corea del nord può aiutare la Russia con le forniture militari, Putin assicura ai vietnamiti le attrezzature belliche che costituiscono il 70% del suo arsenale difensivo, anche se le preoccupazioni per le sanzioni internazionali stanno spingendo Hanoi verso altri fornitori come la Corea del sud, il Giappone, l’India e la Cechia. Ma ora la fratellanza con la Russia dovrebbe ricostituire un fronte sicuro contro i “grandi colonizzatori” del mondo occidentale, senza scordare che i russi contano molto sulle materie prime dei vietnamiti, e sul fascino del sud-est asiatico per i turisti russi, ormai esclusi dall’Europa e da tutto l’Occidente.

Nell’incontro con Kim Yong-un, Putin ha nuovamente ribadito che “la Russia sta lottando con il gegemon”, il diavolo egemonico statunitense, e apprezza molto l’appoggio della Corea del nord alla sua guerra santa. “Sto parlando della nostra lotta con la politica colonizzatrice ed egemonica che ci viene imposta da molti decenni dall’imperialismo americano e dai suoi satelliti, soprattutto contro la Federazione Russa”, ha precisato il capo del Cremlino. In effetti il responsabile delle sanzioni americane in Europa, David O’Sullivan, ha insistito sul fatto che “bisogna trovare nuove forme di pressione contro la Russia, per riuscire a fermare la guerra in Ucraina”, che finirà soltanto quando si costringerà Putin a ritirare le truppe.

Anche O’Sullivan ha parlato di “politica del cannibalismo” della Russia, a cui vanno sottratte le tecnologie e le altre strutture dell’industria bellica, per le quali “soffrono non soltanto i cittadini dell’Ucraina, ma anche quelli della stessa Russia”, e in realtà anche della regione dell’Asia meridionale e del Pacifico, dove Putin cerca di estendere la sua influenza con queste visite. Del resto, non si può dimenticare che il nonno di Kim Yong-un, il “grande leader” e “presidente eterno” Kim Il-sung, era un capitano dell’Armata Rossa, e aveva ottenuto il potere grazie alla protezione di Mosca, quando Stalin creò la “repubblica popolare e democratica” con gli stessi metodi usati da Putin per l’annessione e il riconoscimento della “sovranità” della Crimea e del Donbass, inviando le sue armate nella città periferica di Pyongyang. La differenza sta solo nel fatto che Stalin evitò di “annettere” la Corea del nord, anche se avrebbe potuto, come negli stessi anni fece con i mongoli della repubblica siberiana di Tuva.

Negli anni Quaranta del secolo scorso, Tuva era ritenuta una parte della Cina, tranne che dall’Unione sovietica e dalla Mongolia, la cui sovranità non era a sua volta riconosciuta da nessuno; ma Stalin decise di inghiottire questi territori, che oggi sono una parte problematica della Federazione Russa, con Tuva e la Buriazia che spingono per l’indipendenza. Una figura iconica dei tuvini è l’ex-ministro della difesa Sergej Šojgu, che nonostante le recenti purghe viene mantenuto a galla nel consiglio di sicurezza del Cremlino, per mantenere il controllo su questi territori asiatici da cui proviene gran parte dei combattenti in Ucraina. Ora la visita in Corea del nord rende più evidente il quadro mostruoso delle alleanze asiatiche-orientali della Russia, che potrebbe coinvolgere Pyongyang nelle minacce atomiche al mondo intero.

La Corea come la Crimea, chiave per destabilizzare l’Asia come l’Europa, in un quadro di tensione bellica permanente e crescente a tutte le latitudini: questo sembra il vero scopo del viaggio putiniano, che dalla Cina all’Uzbekistan, dalla Corea al Vietnam disegna il suo nuovo “ordine mondiale” cercando allo stesso tempo di incutere timori a Oriente e a Occidente. In tali frangenti la popolazione russa viene sopraffatta sempre più dal cannibalismo che cancella ogni traccia dei “tempi vegetariani”. Se prima dell’invasione della Crimea si interessava di politica il 10-12% della popolazione russa, ora le percentuali si avvicinano sempre più allo zero. La psicologia politica e l’antropologia sociale testimoniano che la volontà di opporsi al regime totalitario dipende non solo dal timore per i rischi personali, ma anche dal disgusto per le alleanze con i vari Frankenstein dell’Asia, dell’Africa, e in parte anche dell’Europa e dell’America. Il paradosso è che nel romanzo gotico di fantascienza di Mary Shelley, Frankenstein era vegetariano.

Le minacce di Putin: l’insostenibile leggerezza atomica

Antonio Armellini| 22 giugno 2024 – Corriere della Sera

L’equivoco «tattico»: questi ordigni sono decine di volte più potenti di quello di Hiroshima del 1945 e sono in grado di distruggere un territorio pari a una provincia

Putin ha agitato di nuovo la minaccia nucleare durante la sua visita a Pyongyang, dove ha ottenuto dal dittatore nord-coreano le armi per continuare la sua aggressione all’Ucraina. L’accordo con Kim Jong Un potrebbe paradossalmente servire per mettere sotto tutela il suo avventurismo e la guerra atomica non sembra alle porte. La banalizzazione del discorso intorno all’impiego dell’arma nucleare – e soprattutto al suo uso «tattico» – deve però seriamente preoccupare.

Che piaccia o meno, il mondo ha conosciuto negli ultimi settanta e più anni una (relativa) pace, proprio grazie alla bomba. La consapevolezza che uno scambio di missili strategici avrebbe devastato buona parte del pianeta, ha fatto sì che la deterrenza nucleare diventasse uno strumento fondamentale nelle mani di chi la bomba ce l’aveva, ma che fosse inteso che al penultimo gradino era necessario fermarsi. Fu così nella crisi dei missili a Cuba e fu così in maniera meno pubblica in altre occasioni. 

Il Trattato di non proliferazione nucleare – il TNP – impose a chi la bomba non ce l’aveva ancora di rinunciare a dotarsene, in cambio di garanzie dei due, poi tre, infine cinque paesi nucleari riconosciuti. Servì per un po’ allo scopo, prima che una proliferazione illegale ma di fatto accettata – India, Pakistan, Corea del Nord, Israele – ne riducesse di molto la credibilità. Il non detto che la bomba la si minaccia per affermare una supremazia, ma non la si usa, ci ha bene o male garantito dal reciproco annichilimento in una fase storica caratterizzata dal sostanziale equilibrio di forze fra le due Superpotenze. Quella fase è finita, gli equilibri internazionali sono tutti in discussione, non si parla più di disarmo e Putin torna a giocare la carta della deterrenza aggressiva per affermare la propria superiorità.

La tecnologia ha nel frattempo fatto molti passi avanti e la miniaturizzazione ha permesso di costruire armi nucleari sempre più piccole e (relativamente) maneggevoli. Armi «tattiche», destinate ad impieghi più limitati e al limite da campo di battaglia. Più maneggevoli lo sono, ma sul «piccole» bisogna intendersi: questi ordigni sono decine di volte più potenti di quello di Hiroshima del 1945 e sono in grado di distruggere un territorio pari, più o meno, a una provincia come Viterbo. Sinora non si è andati aldilà delle dichiarazioni di intenti e in quella che fu forse l’unica volta che ci si avvicinò seriamente al loro uso (fra India e Pakistan nel 2001), il buon senso alla fine prevalse.

In Ucraina, come a Gaza, la guerra si trascina con prospettive sempre meno chiare e le soluzioni sembrano allontanarsi nel tempo. Medvedev e Lukashenko hanno minacciato più volte di elevare lo scontro al livello nucleare tattico, ma la cosa è rimasta sin qui qualcosa di più di una ipotesi di scuola per i pianificatori militari delle due parti. Tanto la Russia come Israele sono peraltro potenze nucleari che dichiarano di lottare per la loro sopravvivenza: un deterioramento drastico della situazione potrebbe far apparire meno irrealistico un impiego «tattico» dell’arma nucleare, per risolvere rapidamente la situazione sul campo e lanciare nel contempo un forte segnale simbolico, capace di sovvertire i rapporti di forza senza per questo necessariamente sconvolgere totalmente gli equilibri in atto.

Sarebbe un disastro senza proporzioni. L’ipotesi è ora astratta, ripeto, ma la banalizzazione sulla natura e l’impiego del nucleare «tattico» rischia di dare vita a una deriva che è indispensabile contrastare prima che abbia la possibilità di manifestarsi. L’idea di una bomba per assurdo «sostenibile» (la miniaturizzazione intanto va avanti), la creazione di catene di comando più decentrate, la pressione di opinioni pubbliche polarizzate oltre ogni limite, potrebbero innescare un processo difficilmente contenibile, con conseguenze devastanti da qualunque angolo le si guardi. Sul terreno, dove le prospettive di pace svanirebbero per almeno una generazione. Con il rischio più che concreto di una escalation le cui caratteristiche sarebbe impossibile prevedere, e ancor meno governare. Il culmine sarebbe un altro: nella storia dell’umanità è sempre avvenuto che, ogni volta che si è trovata una nuova arma, questa prima o poi ha finito per essere usata. Siamo riusciti sin qui ad evitare che ciò accadesse, ma una volta varcata la linea rossa del non uso, sia pure «tattico», l’assunto che la bomba la si ha ma non la si usa entrerebbe in crisi, facendo saltare la logica della deterrenza e aprendo la via a prospettive sin qui inimmaginabili. 

È inevitabile tutto ciò? Sicuramente no, ma non è impossibile. È indispensabile una pressione concertata da parte di tutti per contenere, e poi cancellare, la follia della proliferazione delle armi di teatro. Sia per ciò che comportano in sé, sia per il loro potenziale di delegittimare lo scudo della deterrenza. Fra i diversi modi per arrivare all’estinzione reciproca, sarebbe uno dei più stupidi.

Cardinal Ruini: «La morte mi fa un po’ paura. E oggi molto più che un tempo penso che l’inferno esista»

di Antonio Polito- Corriere della sera -22 Giugno2024

Raffinato studioso e “politico”, ha guidato i vescovi italiani per 16 anni. Ora il sacerdote venuto da Sassuolo ha 93 anni e passa le giornate pregando e leggendo. Con lui inizia una serie di conversazioni dedicate all’esistenza. «Sì, certo che ci penso. Ci penso sempre più spesso. Ho 93 anni, e sono un tipo realista: vuole che non pensi alla morte? Diciamo che quel pensiero si è fatto per me “esistenzialmente rilevante”». 

Il cardinale Camillo Ruini accetta di parlare di uno dei suoi argomenti preferiti. Anche dal punto di vista teologico, visto che gli ha dedicato un libro, intitolato C’è un dopo?. Dove il punto interrogativo è un po’ la summa dell’approccio razionale di questo sacerdote, per sedici anni a capo dei vescovi italiani: tanto fermo nella sua fede, quanto aperto al dubbio altrui. 

Gli chiedo che cosa pensa che succeda, esattamente, quando si muore. «Al momento della morte (che oggi, secondo le convenzioni mediche, è fissato nella fine irreversibile dell’attività cerebrale) accade la separazione dell’anima dal corpo». Per la fede cristiana, mi spiega, questo è un fatto reale, concreto. «Cambia tutto per l’essere umano. L’anima infatti non esaurisce l’uomo. L’uomo e la donna sono un insieme di anima e corpo. Senza corpo, l’anima entra dunque in un’altra esistenza». 

E che cosa vede, quest’anima, nel momento in cui chiudiamo gli occhi? 
«La verità è che non lo sappiamo. Abbiamo testimonianze di persone, oggetto di studi scientifici, che hanno conosciuto esperienze di morte imminente o di grande vicinanza alla morte per poi sopravvivere, e convergono verso un certo tipo di racconto che ho riassunto nel mio libro: l’ammalato può udire il medico che lo dichiara morto, poi ha la sensazione di entrare in un tunnel lungo e oscuro; quindi improvvisamente si ritrova fuori dal proprio corpo, che ora può vedere dall’esterno e dall’alto, insieme ai medici e infermieri che lavorano su di esso. Scopre così di possedere un altro corpo, molto diverso da quello fisico che ha abbandonato, e dotato di facoltà nuove. Gli si fanno incontro altri defunti, in particolare parenti e amici che lo aiutano, e soprattutto gli appare un essere di luce, uno spirito d’amore che gli fa rivivere gli avvenimenti più importanti della sua esistenza. A un tratto si trova vicino a un confine che sembra essere quello tra la vita terrena e l’altra vita. Sente di dover tornare sulla terra perché non è ancora arrivato per lui il momento della morte, tenta di opporsi perché è ormai affascinato dall’altra vita, ma si riunisce in qualche modo al proprio corpo fisico e torna in questo mondo. Sono racconti che hanno somiglianze con quelli di grandi mistiche come Caterina da Siena e anche con quello di Er, l’uomo che Platone diceva fosse risuscitato e avesse narrato ciò che la sua anima aveva visto. Ma ogni descrizione non può essere che una fantasia, nel senso che non è sostenibile dal punto di vista della ragione. Non si possono fare reportage sul “dopo”. Un celebre filosofo, Ludwig Wittgenstein, ha scritto che la morte non è un evento della vita, la morte non si vive». 

Allora le chiedo quale sia la sua personale “fantasia”: che cosa si aspetta di vedere quando chiuderà gli occhi? 
«Un incontro con Dio. Quando l’anima si separerà dal corpo mi troverò in presenza di Dio, che è insieme giustizia e grazia». 

La predicazione della Chiesa, che in un passato non lontano aveva nella morte e nel dopo il suo cavallo di battaglia, da qualche decennio tende a parlarne solo marginalmente, di solito ai funerali, e non sempre trovando le parole giuste per indagarne il senso. Sembra quasi che anch’essa partecipi a quell’opera di “decostruzione”, di “rimozione” della morte di cui parla Ruini nel suo libro. Quasi fosse diventata un tabù anche per la fede, così come lo è ormai nel discorso laico. La morte è diventata pornografica: se nella società vittoriana l’osceno era la sessualità, il nostro tempo ha capovolto i termini, ora si può parlare tranquillamente di sesso ma si preferisce tacere della morte. Tanto più, perciò, vale la pena conversarne con un sacerdote che invece non ne ha paura. 

«FINO ALLA RESURREZIONE,
L’ANIMA SEPARATA DAL CORPO 
È IN UNA CONDIZIONE INNATURALE,
COME UN PINGUINO ALL’EQUATORE»

«Oddio, un po’ di paura ce l’ho. Chiunque ce l’ha. Ma in me prevale un sentimento di fiducia nella misericordia di Dio. Insomma, è Lui che ci ha amati per primo, c’è da fidarsi. Più che paura, provo pentimento. Non solo per i peccati commessi, ma perché so di non avere completamente donato me stesso e la mia vita agli altri. Ho condiviso un difetto tipico degli intellettuali, quello di volermi tenere un po’ di spazio per me, per le idee, per i libri. Ho finito per occuparmi forse più della comunità che delle persone. Anche se mi rincuora l’affetto di tanti (ex) ragazzi che ho conosciuto da prete e che hanno abbracciato la fede cristiana. Dunque, prego. Ora e nell’ora della nostra morte». 

Torniamo un attimo all’anima: l’abbiamo lasciata sola, privata del corpo, alla presenza di Dio. Per la Chiesa l’anima è immortale: allora che bisogno c’è della resurrezione del corpo? 
«Buona domanda. Sono i due cardini dell’aldilà cristiano, l’immortalità dell’anima e la resurrezione dei corpi. Anche se il secondo è andato perdendo rilievo a causa del prolungarsi del tempo: i primi cristiani credevano che la fine della storia, il ritorno di Cristo e il giudizio universale sarebbero arrivati presto, forse nel corso della loro stessa vita. Si trattò comunque della più grande rivoluzione introdotta nel mondo antico dal cristianesimo: la speranza in una vita eterna. Il concetto di immortalità dell’anima era sì presente nella cultura del tempo. Ma fino a Platone, che nel dialogo Il Fedone ci presenta un’anima vitale, eterna, per i greci essa era povera cosa. L’Ade era un buco nella terra dove l’anima conduceva una grigia esistenza larvale, non molto diversamente da ciò che si immaginava avvenisse nello “sheol” degli ebrei. Una esistenza-non esistenza. Il mondo pagano era insomma caratterizzato da una forte mancanza di speranza. Ma il cristianesimo aggiunge all’immortalità dell’anima la certezza della sua ricongiunzione con il corpo, e dunque la speranza di restaurare così quella profonda integrazione che sola può realizzare pienamente gli esseri umani. La nostra stessa intelligenza ha bisogno di procedere per immagini fisiche anche quando compie la più intellettuale delle astrazioni. Fino alla resurrezione, perciò, l’anima si trova in una condizione innaturale. Come un pinguino all’Equatore». 

Giovanni Paolo II consegna al cardinale Camillo Ruini la bolla papale Incarnationis Mysterium:
era il 2000

Mi scusi eminenza, ma allora pure le anime che vanno in Paradiso non sono pienamente felici senza un corpo? 
«Sono enormemente felici, perché vedono Dio; ma anche per loro la resurrezione comporta un progresso, ritrovano la loro pienezza». 

Accettare l’idea dell’immortalità dell’anima è facile per un credente; pensare che con la morte finisca tutto è intollerabile anche per molti atei. Ma ammetterà che la resurrezione dei corpi è davvero difficile da credere… 
«Io sono anche più pessimista di lei: temo che molti cattolici non credano affatto nell’aldilà. La resurrezione è rimasta più nella liturgia che nella vita reale dei cristiani. Su questo anche il mondo giudaico all’epoca di Cristo era spaccato: i Sadducei non ci credevano, rimanevano fermi al Pentateuco, i primi cinque libri della Bibbia. I Farisei invece ci credevano. È stato Gesù a dare una svolta attribuendo, secondo il racconto dei Vangeli, un peso enorme all’aldilà. Scrive Paolo: “Se noi speriamo in Cristo solo in questa vita, siamo i più miserabili di tutti gli uomini”». 

E fu un’idea di indiscutibile successo: nel giro di pochi secoli trasformò una piccola setta ebraica nella più diffusa religione dell’Impero. Ma l’Inferno? Lei crede davvero che ci sia qualcuno laggiù? 
«Sì, ci credo, e oggi molto più di un tempo. Per due ragioni: la prima è l’insistenza di Gesù. Anche se il Vangelo è la “buona notizia” della salvezza, più volte vi si prospetta la punizione eterna per chi segue il male. La seconda ragione è un episodio che riguarda la vita di Giovanni Paolo II. Un giorno il pontefice usò una frase che sembrava accettare la teoria del teologo von Balthasar, il quale aveva detto di augurarsi che l’Inferno fosse vuoto. Più tardi, però, il cardinal Re mi riferì che Wojtyla non si riconosceva in quell’ambiguità e aveva chiesto alla Curia di non citare mai quella sua espressione perché in realtà l’Inferno esiste ed è popolato». 

«TEMO CHE MOLTI CATTOLICI 
NON CREDANO NELL’ALDILÀ,
L’IDEA DELLA VITA DOPO LA MORTE
È RIMASTA QUASI SOLO NELLA LITURGIA»

E che succede all’Inferno? 
«In Matteo è scritto “fuoco, pianto e stridor di denti”. Un dolore concreto, insomma, non figurato. Gesù dice: “Andate via da me maledetti, nel fuoco eterno…”. Un linguaggio così forte che non lascia spazio a dubbi: oggi nessun prete direbbe “maledetti” a chicchessia, l’ultimo che ho sentito esprimersi con tale energia fu Padre Pio. In termini meno crudi potremmo dire che la punizione per chi va all’Inferno è perdere per sempre la visione di Dio, e dunque il senso stesso della vita, che diventa così disperata, senza speranza». 

E i poveri bambini non battezzati? 
«Qui c’è stato un grande cambiamento nell’insegnamento della Chiesa. Sant’Agostino metteva nella “massa dannata” anche i bimbi non liberati col battesimo dal peccato originale, pur prevedendo per loro una pena mitissima. Nel Medioevo si è poi diffusa l’idea del limbo, un luogo in cui non si soffre. Anzi, due limbi: uno “puerorum” per i bambini, e uno “patrum” per i patriarchi, i profeti, i giusti dell’Antica Alleanza, vissuti prima della nascita di Cristo e dunque privi della Via per la salvezza. Ma oggi la Commissione teologica internazionale, presieduta dal Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, sostiene che è ragionevole ritenere, per analogia, che, come Dio ama e salva i peccatori, ancor più si possa sperare che anche i bambini, personalmente innocenti, possano salvarsi». 

Tragica, la dottrina del peccato originale: mette l’essere umano sotto una luce odiosa fin dalla nascita… 
«È un dogma. Come diceva Pascal è il mistero più incomprensibile di tutti, grazie al quale però noi diventiamo comprensibili a noi stessi. Non le sembra molto aderente alla realtà l’idea che gli uomini abbiano una tendenza al peccato? Empiricamente, mi sembra davvero difficile da negare. La “concupiscenza”, intendendo con questo termine una generale inclinazione verso il male che è proprio il segno del peccato originale, è l’altra faccia del libero arbitrio dell’uomo». 

Ma Dio avrebbe potuto impedire l’esistenza del male… 
«Avrebbe potuto. Ma non si può dire che avrebbe dovuto, perché anche Dio è libero. Può, non deve. Sta a noi comprendere. E a me pare che con il progredire delle scienze stiamo sempre più scoprendo l’intelligibilità del Creato, l’alfabeto in cui è scritto. Benedetto XVI si chiedeva: questa intellegibilità è solo un epifenomeno della materia, o non è piuttosto qualcosa di originario, preesistente all’uomo? Molte cose ci sono chiare: per esempio, è incontestabile che nel feto ci sia vita. Poi ciascuno è libero di trarne le conclusioni morali che preferisce. Ma il fatto è innegabile». 

Paolo invita i credenti a non affliggersi “come gli altri che non hanno speranza”. La promessa di una vita eterna rende certamente migliore anche la vita terrena, Ma allora come spiegare il declino della fede cattolica in Occidente? 
«Sa, la speranza è un bene se qualcuno ci crede… Per la cultura europea, Feuerbach, Freud, Nietzsche, Marx, è invece un’illusione. Per loro l’umanesimo è ciò che l’uomo può realizzare con le sue forze limitate. Eppure noi siamo animati da un desiderio illimitato di infinitezza e di conoscenza. È un desiderio naturale e se un desiderio è naturale non può essere vano. Quello che sta accadendo in Europa è il declino della speranza. Così si torna al paganesimo, a una società meno fiduciosa in sé stessa, e dunque meno capace di grandi imprese. E che ha ripreso a credere negli idoli: quanti ne vediamo di nuovo in giro di questi tempi!». 

«TANTE COSE ORMAI SONO CHIARE,
È INCONTESTABILE CHE NEL FETO CI SIA VITA.
POI CIASCUNO È LIBERO 
DI TRARRE LE SUE CONCLUSIONI »

Sta pensando all’Italia di oggi? 
«Da questo punto di vista l’Italia non è dissimile da molti altri Paesi europei. Colpa anche nostra, della Chiesa intendo. Non possiamo tirarci fuori: abbiamo un po’ subito la concorrenza, per così dire. Non abbiamo contrastato abbastanza i nostri avversari sul piano delle idee. Prima del Concilio, seppure tra debolezze e settarismi, c’era ancora uno sforzo per affermare la verità della fede. Con il Concilio si è cercato giustamente di ridurre il fossato con i non credenti, ma ci si è forse illusi che quel fossato fosse più piccolo di quanto non sia, e che dall’altra parte ci fosse la stessa intenzione di saltarlo. Abbiamo abbassato la guardia, ci siamo mostrati indifesi. Soprattutto quando nella teologia sono stati introiettati principi che erano incompatibili con la fede cristiana». 

Mi fa un esempio? 
«Per favorire il dialogo interreligioso abbiamo accettato l’idea che Cristo possa non essere l’unica via per la salvezza. Quando Giovanni Paolo II nel 2000 affermò l’unicità del Salvatore venne contestato, si scrisse che quelle erano idee di Ratzinger, non sue. Ma fu proprio il Papa a chiedere al cardinale, che sarebbe poi diventato il suo successore con il nome di Benedetto XVI, di scrivere per lui una formulazione chiara e senza equivoci: intendeva pronunciarla all’Angelus per porre fine a ogni dubbio. Dopo averla letta chiese a Ratzinger un’ultima volta: “Questo testo è abbastanza chiaro, metterà fine ai cavilli?”. E invece non appena lo pronunciò ripresero a cavillare». 

Camillo Ruini è stato considerato, alla guida della Cei, anche un fine politico. Che giudizio dà della politica italiana di oggi? 
«Non può vivere solo della dialettica amico-nemico. Ci sono principi non negoziabili: l’amore del prossimo, la famiglia, la vita… C’è un comandamento chiaro che dice “non ammazzare”. Una parte della politica li difende ancora, ma la pressione culturale è enorme». 

La nostra conversazione dura da un’ora. Il cardinale mi deve lasciare. Da un anno circa è costretto su una sedia a rotelle. Sta bene, la sua lucidità è impressionante in un uomo della sua età, cita a memoria non solo le Sacre Scritture ma anche i filosofi laici. Al momento sta rileggendo la Summa Theologiae di Tommaso, è arrivato alla “questione 75”, prima parte. Ma ha perso di recente l’autosufficienza, e per farmi un esempio mi dice che non può più prendere da solo un libro su uno scaffale. «Però lei non immagina con quanta rapidità ci si adatti alle privazioni», mi dice salutandomi. E lo prendo come un augurio

Contro il «Padrone del mondo» Papa Francesco da Benson a Chesterton

6 Marzo 2014 – Autore: Alleanza Cattolica

Cristianità n. 371 (2014)

 Papa Francesco ha dedicato un piccolo ciclo di omelie — tenute durante la celebrazione quotidiana della Messa presso la cappella della Casa di Santa Marta, all’interno della Città del Vaticano — al tema del nuovo totalitarismo, al pensiero debole che si fa pensiero unico e impedisce ai cristiani di parlare, ispirandosi al libro Il padrone del mondo (1) del pastore anglicano — figlio dell’arcivescovo di Canterbury —, convertito al cattolicesimo e divenuto sacerdote cattolico, Robert Hugh Benson (1871-1914). Il 18 novembre la lettura del giorno, tratta dal Primo Libro dei Maccabei, mostrava «uomini perversi» (1 Mc. 2,44) che vogliono spingere Israele ad allearsi con i potenti del tempo, anche se sono nemici di Dio. Il discorso di questi perversi, ha detto il Papa, si può riassumere così: «Siamo progressisti, andiamo con il progresso dove va tutta la gente» (2).

Questo «spirito del progressismo adolescente», che si adatta ai poteri forti dominanti e «crede che andare avanti in qualsiasi scelta è meglio che rimanere nelle abitudini della fedeltà», è la radice della perversità. Ed esiste ancora oggi. Il progressista «[…] ha negoziato la fedeltà al Dio sempre fedele», e questo negoziare la fedeltà al Signore si chiama «apostasia» e «adulterio».

Con riferimento implicito a quanti criticavano il predecessore Benedetto XVI (2005-2013) per l’espressione valori «non negoziabili», Papa Francesco ha detto che, allontanandosi dai precetti del Signore per conformarsi ai poteri dominanti, questi progressisti, a ben guardare, non negoziano «i valori ma […] la fedeltà. E questo è proprio il frutto del demonio, del principe di questo mondo, che ci porta avanti con lo spirito di mondanità».

Come va a finire? La lettura biblica ce lo mostra: «[…] accadono le conseguenze. Hanno preso le abitudini dei pagani, poi un passo avanti: il re prescrisse in tutto il suo regno che tutti formassero un solo popolo e ciascuno abbandonasse le proprie usanze. Non è la bella globalizzazione dell’unità di tutte le Nazioni, ognuna con le proprie usanze ma unite, ma è la globalizzazione dell’uniformità egemonica, è proprio il pensiero unico. E questo pensiero unico è frutto della mondanità». È quello che oggi si chiama il nuovo ordine mondiale, che però la Bibbia chiama «abominio di devastazione» e adorazione d’idoli imposti dai più forti.

«Questo succede anche oggi?», si è chiesto il Pontefice. E ha risposto: «Sì. Perché lo spirito della mondanità anche oggi c’è, anche oggi ci porta con questa voglia di essere progressisti sul pensiero unico». Nel brano del Primo Libro dei Maccabei si legge che «se presso qualcuno veniva trovato il Libro dell’Alleanza e se qualcuno obbediva alla Legge, la sentenza del re lo condannava a morte» (1 Mc. 1,57), perché il re si era venduto ai nemici di Dio. «E questo — afferma il Papa — l’abbiamo letto sui giornali, in questi mesi. Questa gente ha negoziato la fedeltà al suo Signore; questa gente, mossa dallo spirito del mondo, ha negoziato la propria identità, ha negoziato l’appartenenza ad un popolo, un popolo che Dio ama tanto, che Dio vuole come popolo suo». Anche oggi i cristiani rischiano la prigione, o peggio, se si rifiutano di negoziare la loro identità.

Il Pontefice ha dunque citato Il padrone del mondo — Benson, ha detto, «ha fatto tanto bene» —, che fustiga precisamente i cristiani progressisti che cedono ai poteri forti e svendono la loro fede. Il romanzo, ha detto Francesco, denuncia giustamente «quello spirito di mondanità che ci porta all’apostasia», uno spirito che minaccia la Chiesa anche oggi. Infatti, vi sono ancora nella Chiesa — e sono tanti — coloro che pensano che «dobbiamo essere come tutti, dobbiamo essere più normali, come fanno tutti, con questo progressismo adolescente». Poi purtroppo «segue la storia»: la Bibbia mostra «le condanne a morte, i sacrifici umani». Sbaglia chi pensa che siano cose di un passato remoto: «Ma voi — ha chiesto il Papa — pensate che oggi non si facciano, i sacrifici umani? Se ne fanno tanti, tanti! E ci sono delle leggi che li proteggono». Ogni riferimento all’aborto e all’eutanasia non è casuale.

Sempre a Casa Santa Marta, il 29 novembre, Papa Francesco ha affermato che «il pensiero debole» (3) — cioè l’articolazione filosofica del relativismo — pretende oggi di diventare «pensiero unico». L’espressione «Io penso come mi piace» è presentata come elemento di libertà, ma è esattamente il suo contrario: è espressione dello «[…]spirito del mondo, che non ci vuole popolo: ci vuole massa, senza pensiero, senza libertà». Il Pontefice ha invitato a «[…] chiedere al Signore Gesù questa grazia, che ci invii il suo spirito di intelligenza, perché noi non abbiamo un pensiero debole, non abbiamo un pensiero uniforme e non abbiamo un pensiero secondo i propri gusti: soltanto abbiamo un pensiero secondo Dio».

Il 28 novembre, ancora a Casa Santa Marta, il Papa aveva mostrato quali sono le tremende conseguenze del relativismo che diventa «pensiero unico», collegandole all’azione del demonio nei tempi ultimi e alludendo di nuovo al romanzo Il padrone del mondo, laddove ci mostra l’azione dei poteri forti manovrati dall’Anticristo negli ultimi giorni. «Sarà la desolazione della abominazione [Daniele 9, 27] — ha detto Papa Francesco —. Cosa significa quello? Sarà come il trionfo del principe di questo mondo, la sconfitta di Dio. Lui sembra che in quel momento finale di calamità s’impadronirà di questo mondo» (4), diventando così davvero il «padrone del mondo».

Come Daniele nella Bibbia, quando l’Anticristo va al potere il cristiano è condannato soltanto per aver adorato Dio; e «la desolazione della abominazione» si chiama «divieto di adorazione». Quello mostrato nel Libro di Daniele è un tempo che secondo il Papa assomiglia tanto al nostro: «Non si può parlare di religione, è una cosa privata»; i segni religiosi andavano tolti e bisognava obbedire agli ordini che venivano «dai poteri mondani». Si potevano «fare tante cose, cose belle, ma non adorare Dio», era vietato.

Attenzione, ha detto il Pontefice: questo non riguarda solo chi vive in pochi Paesi totalitari, riguarda tutti noi. «I cristiani che soffrono tempi di persecuzioni, tempi di divieto di adorazione, sono una profezia di quello che accadrà a tutti».

Senza paura, da discepoli del Signore che ha vinto il demonio e il mondo una volta per tutte, Papa Francesco c’invita a riflettere su«questa apostasia generale, che si chiama divieto di adorazione». E a fare uno dei consueti esami di coscienza che ci propone spesso: «“Io adoro il Signore? Io adoro Gesù Cristo, il Signore? O un po’ metà e metà, faccio il gioco del principe di questo mondo?”. Adorare fino alla fine, con fiducia e fedeltà, è la grazia che dobbiamo chiedere».

Dopo Benson, va segnalato anche la valorizzazione di Gilbert Keith Chesterton (1874-1936) nella predica di Casa Santa Marta del 5 dicembre, a pochi mesi dall’annuncio da parte di mons. Peter John Haworth Doyle, vescovo di Northampton, dell’avvio dell’indagine preliminare per iniziare la causa di beatificazione del grande scrittore inglese, convertito dalla comunità anglicana al cattolicesimo.

Il Papa ha evocato una nozione chiave di Chesterton, quella delle «parole cristiane impazzite». Il mondo moderno usa spesso parole di origine cristiana — compassione, misericordia, perdono — ma, sganciandole dalla loro radice, ne rovescia il significato. «Una parola è forte, dà vita — ha detto —, può andare avanti, può tollerare tutti gli attacchi se questa parola ha le sue radici in Gesù Cristo» (5). Invece «una parola cristiana, che non ha le sue radici vitali nella vita di una persona, in Gesù Cristo, è una parola cristiana senza Cristo! E le parole cristiane senza Cristo ingannano, fanno male!».

Chesterton, ha ricordato Papa Francesco, «parlando delle eresie diceva che un’eresia è una verità, una parola, una verità che è diventata pazza». È proprio così, ha spiegato il Pontefice: «Quando le parole cristiane sono senza Cristo incominciano ad andare sul cammino della pazzia». «Una parola cristiana senza Cristo ti porta alla vanità, alla sicurezza di te stesso, all’orgoglio, al potere per il potere. E il Signore abbatte queste persone».

Il Signore è molto severo con le «[…] persone che soltanto vanno dietro una parola, ma senza Gesù Cristo». Persone vittima della mondanità spirituale che fanno opere che sembrano buone, e magari coltivano anche una certa povertà materiale, «ma senza Gesù Cristo, senza il rapporto con Gesù Cristo, senza la preghiera con Gesù Cristo, senza il servizio a Gesù Cristo, senza l’amore a Gesù Cristo». La pagina di Chesterton c’invita precisamente a «[…] dire parole cristiane in Gesù Cristo, non senza Gesù Cristo». Altrimenti pronunciamo «[…]parole che, per crederci potenti, finiscono nella pazzia della vanità, nella pazzia dell’orgoglio».

Note:

(1) Cfr. Robert Hugh Benson, Il padrone del mondo, trad. it., Jaca Book, Milano 2010.

(2) La fedeltà a Dio non si negozia, in L’Osservatore Romano. Giornale quotidiano politico religioso, Città del Vaticano 19-11-2013. Cfr. anche la cronaca della Radio Vaticana, Il Papa: Dio ci salvi dallo spirito mondano che negozia tutto e dal pensiero unico, alla pagina <http://it.radiovaticana.va/news/2013/11/18/il_papa: _dio_ci_salvi _dallo_spirito_mondano _che_negozia_tutto _e_dal/it1-747550> (gl’indirizzi Internet dell’articolo sono stati consultati il 31-1-2014). Fino a diversa segnalazione tutte le citazioni senza riferimento rimandano a queste fonti.

(3) Pensiero libero, in L’Osservatore Romano. Giornale quotidiano politico religioso, Città del Vaticano 30-11-2013. Cfr. anche la cronaca della Radio Vaticana, Il Papa: il cristiano non cede al «pensiero debole», ma pensa secondo Dio, all’indirizzo <http://it.radiovaticana.va/ news/2013/11/29/ il_papa:_il_cristiano_ non_cede_al_ “pensiero_debole”,_ma_pensa_secondo/ it1-750981>. Fino a diversa segnalazione tutte le citazioni senza riferimento rimandano a queste fonti.

(4) La fede non è mai un fatto privato, ibid., 29-11-2013. Cfr. anche la cronaca della Radio Vaticana, Il Papa: la fede non è un fatto privato, adorare Dio fino alla fine, nonostante apostasia e persecuzioni, all’indirizzo <http://it.radiovaticana.va/ news/2013/11/28/ il_papa:_la_fede _non_%C3%A8_un_fatto_privato ,_adorare_dio_fino_alla_fine,/ it1-750683>. Fino a diversa segnalazione tutte le citazioni senza riferimento rimandano a queste fonti.

(5) Parole impazzite, ibid., 6-12-2013. Cfr. anche la cronaca dellaRadio Vaticana, Papa Francesco: ascoltare e non mettere in pratica la Parola di Dio non solo non serve ma fa anche male, all’indirizzo Internet <http://it.radiovaticana.va/news/2013/12/05/papa_francesco: _ascoltare_e_non _mettere_in_pratica _la_parola_di_dio/ it1-752888>. Fino a diversa segnalazione tutte le citazioni senza riferimento rimandano a queste fonti

Il Giorno della Russia eterna e universale

di Stefano Caprio- Asia News – 16 Giugno 2024

Quella che si è celebrata anche quest’anno il 12 giugno è la prima festa nazionale dell’era post-sovietica. Ma per evitare di ingarbugliarsi con le interpretazioni ondivaghe sulle sue origini, Putin ha pensato bene di richiamarsi addirittura al principe Rjurik, il mitologico capo variago che secondo le antiche cronache avrebbe dato inizio alla storia della Rus’ nell’anno 862 a Novgorod, prima ancora della fondazione di Kiev

Il 12 giugno si è festeggiato il Den Rossii, il “Giorno della Russia”, la prima festa nazionale dell’era post-sovietica, con grandi manifestazioni di giubilo collettivo per le strade e le piazze, le cosiddette guljanja o “passeggiate” tra concerti, giochi e fuochi d’artificio “da Kaliningrad alla Kamčatka”, fatta eccezione per la regione di Belgorod ai confini con l’Ucraina, dove infuriano i combattimenti da una parte all’altra della frontiera. Per rendere più sereno il cielo di Mosca, fin dai tempi del sindaco Jurij Lužkov, si sparano in cielo speciali sostanze per disperdere le nuvole, anche se quest’anno la manovra è riuscita solo in parte, con una mattinata di sole e ampi scrosci pomeridiani.

In realtà la festività fu istituita prima ancora del crollo dell’Urss, il 12 giugno 1990, con l’approvazione della “Dichiarazione della sovranità” della repubblica sovietica russa Rsfsr, allora guidata dal segretario del partito locale, Boris Eltsin, che in quella stessa data nell’anno successivo fu eletto presidente, e solo a dicembre del 1991 mise fine all’Unione Sovietica. Si tratta quindi di una data che ricorda le fasi convulse e drammatiche del crollo dell’impero, col disperato tentativo gorbacioviano di trasformarlo in una Unione di Stati indipendenti; prima della Russia si erano dichiarati tali i Paesi Baltici, l’Azerbaigian, la Georgia e a maggio l’Ucraina. Il titolo della ricorrenza è rimasto infatti a lungo “Giorno dell’Indipendenza della Russia”, e solo nel 2002 è stato definitivamente liberato dal concetto di “indipendenza”, che di solito si attribuiscono i Paesi colonizzati quando si liberano dal dominio esterno, mentre risulta piuttosto grottesco per un Paese colonizzatore quando perde le colonie.

Per non perdere del tutto il legame sovietico ormai consunto, poco prima della fine dell’Urss fu istituita quindi la “Comunità degli Stati Indipendenti”, l’8 dicembre 1991, una struttura nostalgica ancora esistente (almeno sulla carta) che riuniva nove delle quindici ex-repubbliche dell’Unione, tranne i Baltici e il Turkmenistan, che è rimasto “associato esterno” come usa fare Ašgabat in qualunque tipo di alleanza o cooperazione. Il 12 giugno rimane quindi di fatto la festa della caduta dell’Unione Sovietica, l’evento “più tragico di tutta la storia contemporanea” secondo le parole di Vladimir Putin, e allo stesso tempo l’orgoglio della Russia che da Repubblica diventa Stato e Federazione, trascinandosi tutte le contraddizioni ereditate dai decenni del comunismo “salvifico”, e che oggi la spingono a creare un nuovo ordine mondiale, rimettendosi al centro della storia a forza di bombe e di minacce atomiche.

Per evitare di ingarbugliarsi con le interpretazioni ondivaghe sull’origine della festa, mentre distribuiva ai veterani della guerra e del lavoro le onorificenze degli Eroi di Russia, Putin ha pensato bene di richiamarsi addirittura al principe Rjurik, il mitologico capo variago che secondo le antiche cronache avrebbe dato inizio alla storia della Rus’ nell’anno 862 a Novgorod, quindi prima ancora della fondazione di Kiev e un secolo prima del Battesimo di Vladimir. L’ex-presidente Dmitrij Medvedev, in preda all’euforia non solo dell’occasione, ha mostrato trionfalmente una nuova carta geografica “interattiva” della Russia che comprende tutto il territorio dell’Ucraina, il cui nome è sostituito dall’appellativo di Malorossija, la Piccola Russia dei secoli passati. I blogger e i media indipendenti russi hanno invece tenuto una maratona a sostegno dei prigionieri politici, dal titolo “Tu non sei solo”, una tradizione degli ultimi anni di ritorno al totalitarismo. Sono stati raccolti circa 30 milioni di rubli, meno dei 40 dell’anno scorso in quanto chi avesse dato soldi dalla Russia oggi sarebbe stato automaticamente arrestato e perseguitato, quindi ci si è limitati alla raccolta tra gli emigranti in fuga dalla dittatura.

Per sostenere i proclami putiniani, gli abitanti di Novgorod sono stati radunati fin dal primo mattino sulle rive del vicino lago Ilmen’ per cantare l’inno nazionale, proprio dove visse il principe Rjurik in quella che veniva chiamata Il’menskaja Rus’, il primo nome dello Stato nascente che inizialmente i Variaghi chiamavano Gardariki, la regione delle Gard, i “centri abitati”. Da qui il titolo della prima capitale Nov-Gorod, la “nuova città”, Nea-Polis. La scelta di rileggere fin dalle radici più antiche la storia russa è stata fortemente voluta da Putin, che ultimamente è sempre più rivolto verso “gli antenati” per non rimanere schiacciato negli stereotipi sovietici e zaristi, risalendo alle origini dell’intera Europa. E in generale per dimostrare come il vero patriottismo russo è un’energia di portata universale, che trascende ogni tempo, ogni confine e ogni latitudine: gli avi del grande Nord si proiettano sull’attuale Sud globale, la civiltà dell’Occidente medievale si fonde con quella dell’Oriente contemporaneo, la Russia è la vera Madre Terra da cui tutti i popoli devono attingere la linfa vitale.

Dopo due ore di solenne lezione del presidente sulla storia antica e universale, a nome di tutti i premiati militari e del lavoro, scienziati e perfino “difensori dei diritti umani”, il direttore dell’Istituto Kurčatovskij, l’eroe per la fisica Mikhail Kovalčuk, ha ringraziato Putin: “Grazie Vladimir Vladimirovič, senza di voi nulla di tutto questo sarebbe stato possibile”, quasi fosse sceso lui stesso dall’empireo scandinavo a creare la Russia ai tempi di Carlo Magno. Per le donne è intervenuta Julia Belekhova, fondatrice del Comitato delle famiglie dei combattenti per la Patria, la risposta militante alle “Madri e mogli per il ritorno a casa” che chiedono di poter riabbracciare i propri cari incatenati al fronte ucraino, almeno quelli ancora vivi. Tutto il merito della Belekhova, premiata come attivista umanitaria, consiste nella pubblicazione quotidiana sul social VKontakte dei video dei soldati che festeggiano la conquista di qualche chilometro di territorio ucraino. Come è stato spiegato, Julia “parla ogni giorno con il presidente”, per confidargli i profondi sentimenti patriottici delle donne della Russia.

Come commenta il sociologo Igor Ejdman, queste premiazioni solenni servono a “dare un ciondolo a tutte le sorelle” (razdat vsem sestram po sergam), un detto russo per indicare la soddisfazione di tutte le categorie sociali, mostrandone la lealtà al potere costituito, qualunque sia la loro condizione o occupazione, un’abitudine tipica dei tempi sovietici. I premiati vengono accuratamente scelti anche a livello individuale (Putin in questo è estremamente sospettoso) in modo da mostrare una completa rassegna di popolo “immacolato” e immune da ogni tipo di “influenza esterna”, l’infezione da cui solo i russi sono in grado di guarire anche gli altri popoli. Per il resto i festeggiamenti in tutto il Paese sono apparsi piuttosto ripetitivi e inutilmente enfatici, del resto è difficile andare oltre il fanatismo super-patriottico del cantante Šaman e la sua canzone Ja russkij, ormai un ulteriore inno nazionale. La popolazione è stanca della guerra e teme sempre le nuove mobilitazioni, e gli appelli alla dinastia rjurikide o le premiazioni fasulle non riescono a scaldare molto gli animi.

La festa della Russia che risale a tempi mitologici è anche un modo per rilanciare un’immagine sempre più scolorita e deprimente della “Federazione”, il prodotto delle contraddizioni degli anni Novanta che la data del 12 giugno rimembra. Se la Rus’ torna alla primitiva “Via dai Variaghi ai Greci” per cui si unirono le tribù scandinave con quelle slave orientali, allora questa memoria dovrebbe far comprendere come i russi non possono vivere in altro modo se non aggregando gli altri popoli e i più vasti territori, proiettandosi nella dimensione eterna e universale dell’Eurasia e del “Mondo Russo”, e tutte le spinte separatiste dei finnici e settentrionali, dei caucasici e degli asiatici vengono tacitate e riassunte in una nuova epopea di conquista e di sobornost, di riunione purificatrice. Il presidente Putin ha fatto gli auguri per questo al patriarca Kirill, ricordando che la Russia e la Chiesa sono due concetti che si sovrappongono: l’uno non esiste senza l’altra, ma anche la “vera fede” può esprimersi solo nella visione di un’entità superiore, statale-federale-cosmica, la Russia è l’Ortodossia incarnata.

Come osserva Viktoria Artemeva su Novaja Gazeta Evropa, la Federazione è soltanto “il fantasma di un Paese che non esiste, e non è mai esistito”, descritto come “una storia d’amore incompiuta, tipica dei più banali romanzi rosa”. L’uomo, il potente, cerca la donna, la Russia, affermando che non può vivere senza di essa, poi la rifiuta e la riprende più volte, teme che lei possa tornare e scalzarlo dal trono, quindi la reprime e la rinchiude nella tenebra più profonda. Il “federalismo” è un concetto inviso al potere attuale del Cremlino, che festeggia le origini della sua stirpe per evitare di guardare negli occhi i suoi discendenti, e comprendere che nessun uomo e nessun popolo è in grado di scrivere da solo l’intera storia del mondo.

G7 in Puglia, Papa Francesco sull’intelligenza artificiale: «All’essere umano deve sempre rimanere la decisione»

di Gian Guido Vecchi – Corriere della Sera – 14 Giugno 2024

Il pontefice sulle armi: «E’ urgente ripensare lo sviluppo e l’utilizzo di dispositivi come le cosiddette “armi letali autonome” per bandirne l’uso»

BORGO EGNAZIA «La macchina può compiere «scelte algoritmiche» mentre invece «l’essere umano non solo sceglie, ma in cuor suo è capace di decidere». La differenza è tutta qui, ed è decisiva. Papa Francesco si rivolge ai grandi della Terra e parla di intelligenza artificiale, «uno strumento affascinante e tremendo al tempo stesso», ne riconosce le possibilità positive e insieme ne denuncia i rischi, a cominciare dalle armi: «Permettetemi di insistere: in un dramma come quello dei conflitti armati è urgente ripensare lo sviluppo e l’utilizzo di dispositivi come le cosiddette “armi letali autonome” per bandirne l’uso, cominciando già da un impegno fattivo e concreto per introdurre un sempre maggiore e significativo controllo umano. Nessuna macchina dovrebbe mai scegliere se togliere la vita ad un essere umano». Ma la questione, al fondo, è radicale. Si rischia una «eclissi del senso dell’umano».

Papa Francesco: sull’Ai decisione all’essere umano

Non può essere che questioni vitali, dalle guerre all’informazione, il funzionamento delle democrazie e la libertà stessa delle persone, siano affidate alle valutazioni di una macchina che «può esaminare solo realtà formalizzate in termini numerici», una «scelta tecnica» fondata su inferenze statistiche o possibilità e criteri definiti da un programma: «Dobbiamo aver ben chiaro che all’essere umano deve sempre rimanere la decisione, anche con i toni drammatici e urgenti con cui a volte questa si presenta nella nostra vita. Condanneremmo l’umanità a un futuro senza speranza, se sottraessimo alle persone la capacità di decidere su loro stesse e sulla loro vita condannandole a dipendere dalle scelte delle macchine. Abbiamo bisogno di garantire e tutelare uno spazio di controllo significativo dell’essere umano sul processo di scelta dei programmi di intelligenza artificiale: ne va della stessa dignità umana».

Papa Francesco e il richiamo alla saggezza di Aristotele

È un discorso assai lungo, che Francesco legge solo in parte ma «consegna» per intero alla fine della sessione, come fosse pronunciato. Sospinto sulla sedia a rotelle, accanto a sé la premier Giorgia Meloni, ha salutato uno ad uno i leader, stringendo loro la mano, il presidente argentino Javier Milei si è allargato fino ad abbracciarlo. Seduto al tavolo ellittico, è il primo Papa a prendere la parola in un G7. E lo fa richiamando la phrónesis della filosofia greca, da Platone ad Aristotele quella «saggezza» che dev’essere propria delle decisioni umane, soprattutto in coloro che hanno potere e responsabilità: «A volte, spesso nel difficile compito del governare, siamo chiamati a decidere, con conseguenze anche su molte persone». Ma «la politica è la forma più alta di carità», dice citando Paolo VI, ed è essenziale per arrivare a controllare le applicazioni della AI: «Spetta ad ognuno farne buon uso e spetta alla politica creare le condizioni perché un tale buon uso sia possibile e fruttuoso». 

Francesco: scienza prodotto straordinario

Le riflessioni di Francesco sono lontane da ogni luddismo o tentazione antiscientifica, anzi, «la scienza e la tecnologia sono prodotti straordinari del potenziale creativo di noi esseri umani», un potenziale che «Dio ci ha donato». E la «rivoluzione cognitivo-industriale» in corso potrà avere effetti benefici: «Ad esempio, l’intelligenza artificiale potrebbe permettere una democratizzazione dell’accesso al sapere, il progresso esponenziale della ricerca scientifica, la possibilità di delegare alle macchine i lavori usuranti; ma, al tempo stesso, essa potrebbe portare con sé una più grande ingiustizia fra nazioni avanzate e nazioni in via di sviluppo, fra ceti sociali dominanti e ceti sociali oppressi, mettendo così in pericolo la possibilità di una “cultura dell’incontro” a vantaggio di una “cultura dello scarto”». 

Strumenti rivolti al bene

Resta il fatto che si tratta di uno strumento e «l’uso dei nostri utensili non sempre è univocamente rivolto al bene», considera Francesco, e cita la Genesi: «Solo se sarà garantita la loro vocazione al servizio dell’umano, gli strumenti tecnologici riveleranno non solo la grandezza e la dignità unica dell’essere umano, ma anche il mandato che quest’ultimo ha ricevuto di “coltivare e custodire”». Del resto, «quando i nostri antenati affilarono delle pietre di selce per costruire dei coltelli, li usarono sia per tagliare il pellame per i vestiti sia per uccidersi gli uni gli altri», spiega il Papa: «Lo stesso si potrebbe dire di altre tecnologie molto più avanzate, quali l’energia prodotta dalla fusione degli atomi come avviene sul Sole, che potrebbe essere utilizzata certamente per produrre energia pulita e rinnovabile ma anche per ridurre il nostro pianeta in un cumulo di cenere». 

Approccio etico

L’intelligenza artificiale, tuttavia, è «uno strumento sui generis» perché «può adattarsi autonomamente al compito che le viene assegnato e, se progettata con questa modalità, operare scelte indipendenti dall’essere umano per raggiungere l’obiettivo prefissato». Qui sta il senso dell’impegno della Santa Sede per un «approccio etico» all’intelligenza artificiale: «La decisione etica, infatti, è quella che tiene conto non solo degli esiti di un’azione, ma anche dei valori in gioco e dei doveri che da questi valori derivano. Per questo ho salutato con favore la firma a Roma, nel 2020, della “Rome Call for AI Ethics” e il suo sostegno a quella forma di moderazione etica degli algoritmi e dei programmi di intelligenza artificiale che ho chiamato “algoretica”». Si tratta di evitare il «rischio concreto» che l’intelligenza artificiale «limiti la visione del mondo a realtà esprimibili in numeri e racchiuse in categorie preconfezionate, estromettendo l’apporto di altre forme di verità e imponendo modelli antropologici, socio-economici e culturali uniformi». Perché i programmi di intelligenza artificiale «siano strumenti per la costruzione del bene e di un domani migliore, debbono essere sempre ordinati al bene di ogni essere umano» è necessario che abbiano «un’ispirazione etica». 

Papa: «C’è bisogno di politica più che mai»

Insomma, «dobbiamo fare dell’intelligenza artificiale un baluardo proprio contro la sua espansione». E qui entra in gioco l’azione politica. «Certamente per molti la politica oggi è una brutta parola, e non si può ignorare che dietro questo fatto ci sono spesso gli errori, la corruzione, l’inefficienza di alcuni politici. Non di tutti, eh?, di alcuni!», aggiunge sorridendo il Papa. Ci sono poi «le strategie che mirano a indebolirla, a sostituirla con l’economia o a dominarla con qualche ideologia». E tuttavia, insiste Francesco, c’è bisogno di politica, più che mai: «Può funzionare il mondo senza politica? Può trovare una via efficace verso la fraternità universale e la pace sociale senza una buona politica? La nostra risposta a queste ultime domande è: no! La politica serve!».

Un apostolo del Sacro Cuore: san Claudio de la Colombière

ROBERTO DE MATTEI – JUN 10, 2024- C. R

La devozione al Sacro Cuore che caratterizza il mese di giugno è legata soprattutto alla figura di santa Margherita Maria Alacoque, (1647-1690), suora dell’ordine della Visitazione, fondato da san Francesco di Sales e santa Giovanna di Chantal. Fu a questa umile suora che la Provvidenza affidò un grande rimedio soprannaturale contro una nuova eresia che nasceva nel XVII secolo.  

Questa nuova eresia era il giansenismo, una corrente religiosa che sul piano dogmatico stravolgeva la dottrina cattolica della grazia, spingendola verso il calvinismo, e sul piano morale rinchiudeva la vita cristiana in un tetro e insopportabile rigorismo. I giansenisti ignoravano il ruolo della misericordia, appellandosi solo alla implacabile giustizia divina. Ma al di là degli errori teologici e morali, la peggiore insidia giansenista stava nel suo tentativo di voler riformare la Chiesa dall’interno e non più dall’esterno, come aveva cercato di fare il protestantesimo. Il giansenismo intendeva rimanere dentro la Chiesa, senza essere condannato, ma cercando anzi la condanna dei suoi avversari che, in quel momento, erano soprattutto i gesuiti, i più fedeli difensori dell’ortodossia romana.  

I disegni della Divina Provvidenza sconvolsero questo programma di distruzione della Chiesa. Margherita Maria Alacoque, lo strumento di questo straordinario intervento  della grazia, nacque in Borgogna nel 1647, e dovette vincere la resistenza dei genitori per entrare, a ventiquattro anni, nelle visitandine del convento di Paray-le-Monial, dove fu incompresa dalle consorelle e malgiudicata dai superiori, finché, nel 1675 fu nominato Rettore del Collegio gesuita di Paray-le-Monial il padre Claudio de La Colombière, che aveva allora 34 anni, ma si era già distinto per la sua pietà e la sua dottrina. D’accordo con il suo Superiore, oltre al voto di obbedienza al Papa, il padre de La Colombière aveva pronunciato quello, eroico, di osservare sotto pena di peccato tutte le regole del suo Ordine 

I superiori gli affidarono un incarico apparentemente secondario, perché sapevano che nel Monastero della Visitazione, si trovava una religiosa favorita da rivelazioni del Cielo. Margherita Maria, da parte sua, aspettava che il Signore adempisse la promessa di inviarle un suo “servo fedele e amico perfetto“, per realizzare la missione alla quale la destinava: manifestare al mondo le ricchezze imperscrutabili del suo amore.

Giunto nella sua nuova destinazione il padre de La Colombière, incontrò suor Margherita Maria e ne divenne direttore spirituale, orientandola nella sua vita spirituale e suggerendogli di mettere per iscritto tutto ciò che passava nella sua anima. Durante l’ottava del Corpus Domini 1675, Gesù, mostrando il suo Cuore a Margherita, le disse: “Ecco quel Cuore che ha tanto amato gli uomini e in contraccambio non riceve che ingratitudini, disprezzo, irriverenze, sacrilegi e freddezza in questo Sacramento d’amore“. 

Quella del giansenismo era una concezione di Dio oppressiva ed angosciante. Il Sacro Cuore appare a santa Margherita Maria Alacoque affermando, invece, che bisogna abbandonarsi al suo Amore, e formulando la grande promessa dei primi Nove Venerdì del mese: “Io ti prometto nell’eccesso della misericordia del mio Cuore che il mio Amore onnipotente concederà a tutti quelli che si comunicheranno al primo venerdì del mese, per nove mesi consecutivi, la grazia della perseveranza finale; essi non morranno nella mia disgrazia, né senza ricevere i Sacramenti, servendo loro il mio cuore di asilo sicuro in quell’ora estrema”. Il Signore disse poi alla religiosa visitandina: “Rivolgiti al mio servo, il Padre de La Colombière, e digli da parte mia di fare il possibile per propagare questa devozione e di fare questo piacere al mio Cuore divino … Sappia che è onnipotente colui che diffida interamente di se stesso per confidare solo in me“.

Margherita comunicò il suo messaggio al Padre e tutti e due, il 21 giugno, si consacrarono al Cuore di Gesù e moltiplicarono i loro sforzi per diffondere questa devozione. La loro fu un’inscindibile amicizia spirituale dai frutti straordinari.

Dopo un anno e mezzo di permanenza a Paray-le-Monial, nel 1676 il padre de La  Colombière fu destinato a Londra, come cappellano della giovane duchessa di York, Maria Beatrice d’Este, nota in Inghilterra come Mary of Modena, perché era figlia del duca di Modena Alfonso d’Este. Maria di Modena aveva sposato Giacomo Stuart, duca di York, che, alla morte del fratello Carlo II, nel 1685, avrebbe regnato con il nome di Giacomo II, fino alla Rivoluzione del 1688, che stroncò la possibilità di una restaurazione cattolica dell’Inghilterra. Giacomo si era segretamente convertito al cattolicesimo, mentre la moglie Maria subiva una dura opposizione a causa della sua fede cattolica.

Nella Londra ferocemente protestante, esisteva però un’enclave cattolica, che aveva il suo centro nella chiesa di St. James nella Spanish Place dove, dal 1676 al 1679 il padre de La Colombière, predicò, dedicandosi all’istruzione nella vera fede di cattolici o ex-cattolici inglesi.  In questa Chiesa sarebbe stato battezzato, due secoli dopo, l’11 ottobre 1865, Rafael Merry del Val, futuro cardinale di Santa Romana Chiesa.

Improvvisamente, alla fine del 1678, il padre de La Colombière fu arrestato sotto l’accusa calunniosa di essere coinvolto in uno pseudo “complotto papale”. Fu imprigionato nel carcere di King’s Bench, dove restò durante tre settimane, sottoposto a gravi privazioni, ma in virtù della sua posizione a corte e della sua cittadinanza francese, sfuggì alla condanna a morte e fu espulso dall’Inghilterra. Tornò a Paray-le-Monial dove morì, a soli 41 anni, il 15 febbraio 1682. Da quel giorno, nella sua preghiera personale, alle litanie dei santi santa Margherita Maria aggiungeva: “San Claudio, prega per noi!”

 Nel 1929, Claudio de La Colombière fu beatificato da papa Pio XI e nel 1992 canonizzato da Giovanni Paolo II. La casa editrice AdP ha ripubblicato nel 2023 il suo Diario spirituale, che merita di essere letto da chiunque voglia approfondire la devozione al Sacro Cuore, ma anche a chiunque voglia capire come vivere in spirito di completo abbandono alla Divina Provvidenza. Nel Diario, san Claudio traccia questo programma: “Vivere giorno per giorno. Sperare di morire nell’occupazione che svolgiamo”. Cercare, in una parola, la perfezione nel momento presente, non preoccupandoci del nostro domani e affidandoci ciecamente a Dio. “Mio Dio, – scrive – sono intimamente persuaso che non sarà mai troppa la fiducia che ho in Te e che, ciò che otterrò da Te, sarà sempre al di sopra di ciò che avrò sperato”.

Lo spirito di abbandono alla Provvidenza e la devozione ai Sacri Cuori di Gesù e di Maria, sono più che mai necessari per infondere vita e calore soprannaturale in un’epoca, come la nostra, in cui le anime sembrano così spesso raggelate e prive del fuoco dell’Amore divino.

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