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Domande scomode su Israele

di Ernesto Galli della Loggia| 18 febbraio 2024- Correre della –Sera

La formula «due popoli due Stati» comporta una serie di garanzia a cominciare dall’assoluta sicurezza dello Stato ebraico

  • Nella discussione politica italiana una merce sempre assai rara è il realismo: cioè la conoscenza dei fatti e della loro storia, l’analisi obiettiva degli interessi in gioco, la valutazione delle soluzioni concretamente possibili fondata sui due fattori ora detti. Da noi, invece, specialmente quando si tratta di politica estera, al realismo si preferisce di gran lunga il tifo. Avviene così che quando a proposito della questione israelo-palestinese ci si trova tutti d’accordo nell’idea che la soluzione da perseguire dovrebbe essere quella dei «due popoli due Stati», pochissimi però si fermino a riflettere circa ciò che davvero implica tale formula, le reali condizioni che possono renderla praticabile. Che è innanzi tutto una: la garanzia assoluta della sicurezza di Israele. Senza di che è del tutto impensabile che lo Stato ebraico possa mai accettare l’esistenza di uno Stato palestinese.

Tanto più oggi, dopo quanto è accaduto il 7 ottobre quando Israele, cioè, ha dovuto rendersi conto della fragilità di quello che fino ad allora era un caposaldo assoluto della propria strategia politico-militare: vale a dire la convinzione della propria sostanziale invulnerabilità rispetto a un attacco convenzionale da parte araba. Il pogrom di quel sabato ha dimostrato, viceversa, che a determinate condizioni Israele può essere attaccata con successo da forze convenzionali. Proprio per ciò uno Stato arabo ai propri confini — quale per l’appunto era di fatto Gaza e sarebbe qualunque Stato palestinese — rappresenta comunque per essa una minaccia mortale e dunque inaccettabile.

Questo è il fatto nuovo e gravissimo accaduto quel giorno: ma quanti sono in Italia coloro che se ne sono accorti? Stando così le cose, oggi il solo modo per l’Occidente di essere dalla parte della formula «due popoli due Stati», di crederci realmente e non a chiacchiere, è quello: a) di informare solennemente i palestinesi per primi e il mondo arabo in generale che il riconoscimento senza se e senza ma dell’esistenza di Israele, cioè la rinuncia a cancellare quella che essi chiamano «l’entità sionista», costituisce una condizione sine qua non: sia per la nascita di uno Stato palestinese, sia per ogni accordo generale riguardante la regione. Tutto il resto può essere discusso ma questo no; e b) eventualmente di farsi esso per primo, l’Occidente, garante dell’esistenza di Israele nel solo modo che conta, cioè sul piano militare: ad esempio sottoscrivendo qualcosa di vincolante come l’art. 5 del Patto Atlantico, in forza del quale un attacco a Israele equivarrebbe a un attacco a noi tutti. Sarebbe interessante sapere quanti sono qui e in Europa, e anche negli Usa, coloro disposti a dirsi d’accordo. Anche perché in realtà in tutti questi anni l’Occidente, sia pure senza rendersene ben conto, ha indirettamente alimentato la minaccia anti israeliana. Lo ha fatto finanziando massicciamente l’agenzia delle Nazioni Unite per i profughi palestinesi, l’Unrwa.

Ora, i cosiddetti profughi palestinesi sono cresciuti da sei settecento mila al momento della nascita di Israele a oltre cinque milioni oggi. Ciò è accaduto perché è considerato tale — cito dai documenti dell’Unrwa — anche «chi discende dalle persone divenute profughe nel 1948 indipendentemente dalla loro residenza nei campi profughi». Cioè, se capisco bene, si è considerato «profugo palestinese» con relativo diritto all’assistenza da parte delle Nazioni unite anche se, mettiamo, si abita tranquillamente con la propria famiglia in un appartamento di Beirut o di Amman. Come si legge su Wikipedia, «si tratta di una grande eccezione alla normale definizione di rifugiato». Non c’è dubbio. Una grande eccezione e direi anche una vera bizzarria: è come se in Italia esistessero ancora i «profughi giuliani» e fossero considerati tali e assistiti dallo Stato i figli o i nipoti di quelli cacciati dall’Istria o dalla Dalmazia nel 1947-50. Tanto più la cosa appare bizzarra in quanto in grande maggioranza questi «profughi palestinesi» sono nati e oggi vivono in territori (come Gaza o la Cisgiordania) retti da un’amministrazione anch’essa palestinese e quindi territori sostanzialmente palestinesi.

È evidente però il fortissimo e insidioso significato politico che hanno avuto e continuano ad avere questi milioni di «profughi», una parte consistente dei quali ammassati in campi come quelli presenti a Gaza. La loro semplice esistenza serve, infatti, a tenere aperta, e ad alimentare la «questione palestinese». Serve esplicitamente a mantenere viva l’idea della possibilità/necessità di un ritorno di codesti «profughi» nei luoghi d’origine o presunti tali. E dunque a giustificare nei decenni la lotta per ottenere un tale ritorno delegittimando con ciò stesso l’esistenza di Israele, ponendo un’ipoteca continua su tale esistenza. Altro che «due popoli due Stati»! Come può mai essere compatibile la soluzione della quale da sempre si fa paladino l’Occidente con il fatto di continuare a finanziare in ogni modo l’attore della scena che con la sua sola esistenza contraddice tale soluzione, alimenta incessantemente ogni azione per renderla impossibile dal momento che dei due Stati in questione si prefigge la scomparsa di uno di essi? Un’altra domanda scomoda destinata ad attendere inutilmente una risposta.

«LA MORTE DI NAVALNY SEGNA UNA DERIVA STALINISTA MA PUTIN È PIÙ FORTE CHE MAI»

 L’analista ed esperto don Stefano Caprio: «Il suo destino era segnato. Il sistema di potere non finirà con lo Zar. Non è la sua personalità ad essere forte ma un sistema collettivo. Dovesse morire domani al suo posto ce ne sarebbero duecento uguali, o anche peggio»

Francesca Fiocchi, Famiglia Cristiana – 17 – 02 – 24

La morte di Alexei Navalny inevitabilmente apre a riflessioni e interrogativi che riportano altrettanto inevitabilmente a un’altra storica, indimenticabile dissidente, la giornalista russa Anna Politkovskaja, la cui fine urla ancora vendetta (e non solo sotto il cielo di Mosca). In gioco, democrazia e libertà di pensiero: cosa si è disposti a perdere in nome di questi valori e ideali che oggi non dovrebbero essere più terreno di conquista ma diritti civili universalmente acquisiti, quindi inalienabili, non solo sulla carta? L’oppositore russo a Putin è morto in carcere a 47 anni, dopo anni di persecuzioni in cui non ha mai smesso di opporsi, con grande coraggio e non senza fierezza, all’autocrazia e alla corruzione dilagante nel regime putiniano. L’Ue: “Il regime russo è l’unico responsabile di questa tragica morte”. Per il ministero degli Esteri russo l’Occidente ha già tratto le sue conclusioni. Ne parliamo con don Stefano Caprio, docente di Storia, filosofia, teologia e cultura russa che ha vissuto a lungo a Mosca.

Don Caprio, lei come legge la morte del dissidente russo Navalny? Si sarebbe sentito male durante una passeggiata, a quanto riferito dal dipartimento regionale del servizio penitenziario federale.

«Ora è difficile commentare. Vediamo se sarà possibile fare l’autopsia, se ci sarà un’indagine sull’accaduto per capire se sia stato ucciso o colto da morte naturale improvvisa. In queste ore sta girando un video realizzato ieri in cui Navalny interviene online in uno dei tanti processi nei suoi confronti. Il suo avvocato l’altro ieri lo aveva sentito e stava bene. Questo ci dovrebbe portare a escludere un nuovo avvelenamento, come successo quattro anni fa, i cui segni si sarebbero manifestati prima. Alla morte, comunque, ci era già andato vicino: tornando in Russia sapeva che sarebbe andato incontro a un destino amaro. Ha rischiato la libertà e l’ha persa. Sicuramente immaginava che non sarebbe più uscito di prigione sotto il regime putiniano. A questo punto la morte non stupisce rispetto a questi ultimi anni in cui si è quasi concesso alle persecuzioni con un atteggiamento da martire, che ha effettivamente esaltato la sua figura ben al di là della popolarità raggiunta come animatore del dissenso popolare. Il suo destino era segnato».

Chiunque si mette contro Putin finisce male.

«Si era visto anche l’anno scorso con Evgeny Prigozhin, fondatore del Gruppo Wagner, sulla cui effettiva morte sono rimasti dei dubbi. Di fatto quello di Putin è un regime di tipo staliniano che elimina completamente gli oppositori destinandoli al lager, o meglio facendoli quasi perdere nel lager, basti pensare a Navalny stesso, che per un mese non si sapeva che fine avesse fatto, qualcuno addirittura pensava fosse morto, invece era stato trasferito all’estremo Nord».

Cosa significa questa morte dal punto di vista umano e politico?

«Navalny era un personaggio popolare, molto amato, e non solo per le sue proteste all’inizio contro la corruzione del regime e poi contro l’oppressione del regime stesso. Il suo messaggio era sotto certi aspetti alquanto populista. Navalny si era staccato dai liberali e aveva iniziato le sue contestazioni di piazza. Dal 2012 era forte in lui il sentimento populista, simile a quello conosciuto in Italia con il Movimento Cinque Stelle o in Ucraina con Zelensky, contro la corruzione, che è anche un’eredità del regime sovietico. Lui era un personaggio particolare: le sue idee non avevano grandissimi contenuti ideologici, ma la sua figura era estremamente efficace, aveva spirito dell’umorismo, si mostrava superiore a qualsiasi forma di attacco nei suoi confronti. Con lui non è solo un’idea ma un’anima della Russia che viene a mancare. Ci sono anche altri personaggi anti-Putin, come Kara-Murza, Ilya Yashin, diversi politici, giornalisti, persone di grande valore che dal punto di vista politico, in una ipotesi di grande cambiamento, sarebbero probabilmente più credibili di Navalny, però Navalny era un fenomeno che andava al di là della politica, che sapeva “svegliare” la presa di coscienza nei giovani».

Dopo di lui il suo movimento di protesta avrà un altro leader?

«No, perché era molto legato alla sua persona. Più in generale, fra le opposizioni di ogni genere a Putin ci sono personalità di grande valore nei lager, in prigione e all’estero che però, come accade spesso in Russia, non riescono a unirsi, ad andare d’accordo tra di loro. Credo che una di queste personalità avrebbe molto da dire e potrebbe riprendere la memoria di Navalny nel momento, peraltro molto improbabile, in cui dovesse esserci un cambio di regime, penso a Khodorkovsky o Kasparov, che stanno all’estero, o a Kara-Murza o Yashin, confinati nel lager. Il movimento di Navalny anche all’estero non si unisce alle altre opposizioni proprio perché è populista, anti ideologico. Navalny dal lager sapeva dire cose che toccavano nervi scoperti».

Quali le conseguenze di questa morte sulla guerra tra Russia e Ucraina in corso?

«La guerra è in una fase di stallo che i russi vogliono interpretare come momento di proclamazione della loro superiorità. Siamo nell’anno delle elezioni di Putin e lui deve brillare come l’apostolo della vittoria. I russi non hanno più grande interesse alle conquiste in Ucraina, semmai ne hanno di più ad alimentare conflitti in varie parti del mondo, compresa l’Europa orientale. Da vari segnali dell’Intelligence, si pensa che stiano preparando qualcosa di simile anche in Moldavia, paese più piccolo, confinante con l’Ucraina, che però ha tanti punti deboli, nevralgici. Ai russi interessa il conflitto tra israeliani e palestinesi, sono molto attivi in alcune zone dell’Africa, hanno molti riferimenti in America Latina. E non dimentichiamoci, sullo sfondo, il pericolo del conflitto della Cina con Taiwan. Alla Russia interessa una guerra permanente e universale».

Questa vicenda ricorda la morte di Anna Politkovskaja.

«La Politkovskaja era andata in Cecenia per documentarne la corruzione, che era collegata alla corruzione del Cremlino. Questo era un tema analogo a quello di Navalny, e dell’amico di Navalny, Boris Nemtsov, ucciso nel centro di Mosca, a pochi passi dal Cremlino. Sono casi collegati. Con la Politkovskaja eravamo in una situazione in cui Putin sembrava ancora accettabile per la comunità internazionale. Con Nemtsov, invece, cominciava a diventare evidente un aspetto pericoloso e montante da parte della Cecenia, dei guerriglieri e dell’apparato più radicale. Con l’ultimo caso la situazione è dilagata ed è in mano ai padroni della guerra».

Il regime di Putin ha inesorabilmente virato verso una deriva autoritaria?

«Sicuramente. Un precedente analogo è Stalin. Purtroppo non c’è la possibilità di tornare indietro».

Il regime finirà solo con la morte di Putin o ha ragione Vera Politkovskaja, figlia della giornalista uccisa nel 2006, quando dice che Putin non cadrà, che il suo sistema di potere è ancora solido, che la sua ossessione per l’Occidente che vuole distruggere la Russia è un’idea che deriva dall’Urss e resta molto popolare?

«Non finirà con lui. Non è la personalità di Putin ad essere forte ma un sistema collettivo. Putin è un personaggio mediocre e anonimo, ed è lì proprio per questo, per impersonare un’immagine collettiva. Dovesse morire domani al suo posto ce ne sarebbero duecento uguali, o anche peggio. La Russia dopo brevi periodi di apertura, come negli anni ’90, si congela in una lunga stagnazione. Putin è al potere da un quarto di secolo, c‘è una sorta di divinizzazione. Ormai non contano più i suoi mandati, ma una prospettiva apocalittica. Il regime non sta mostrando segni di cedimento, anzi si alimenta dell’ostilità del mondo occidentale e cerca di appoggiarsi sulla Cina, sul mondo orientale. Il regime entrerebbe in crisi semmai la Russia dovesse subire gravi sconfitte militari, che sono improbabili, o attraversare fasi di crisi economica».

Bisogna chiamare le cose con il loro nome, contro qualsiasi divieto: è questa la lezione spiegata ai giovani che hanno davanti un futuro ancora da scrivere? Se sì, qual è il prezzo?

«La situazione è complicata perché oggi c’è un’enorme guerra d’informazione con strumenti che prima non c’erano. Non basta fare un’indagine o un servizio: bisogna saper contrastare anche la guerra ibrida che la Russia sta portando avanti proprio quest’anno in cui sono le elezioni in tutto il mondo per condizionare l’opinione pubblica. Bisogna non solo trovare persone come Navalny e la Politkovskaja, ma anche reti di solidarietà più grandi. L’Europa dovrebbe riuscire a creare più ancora che un’unione politica o economica o militare un’unione volta a contrastare la falsità dell’ideologia della propaganda. I ragazzi devono sentirsi liberi dai bombardamenti di notizie che gli arrivano in mille modi e imparare a guardare personaggi con la schiena dritta per immaginare un mondo più libero. In fondo, Navalny nel suo modo non convenzionale è stato anche testimone di uno spirito religioso: si sentiva cristiano ma era aperto alle altre religioni, non ha mai fatto un uso politico della religione ma ha vissuto nel lager leggendo la Bibbia. Bisogna tornare a cercare valori più grandi, più veri».

Le parole del Card. Ratzinger sul diavolo

“Checché ne dicano certi teologi superficiali, il diavolo è, per la fede cristiana, una presenza misteriosa ma reale, personale, non simbolica. Ed è una realtà potente (“il Principe di questo mondo”, come lo chiama il Nuovo Testamento, che più e più volte ne ricorda l’esistenza), una malefica libertà sovrumana opposta a quella di Dio: come mostra una lettura realistica della storia, con il suo abisso di atrocità sempre rinnovate e non spiegabili soltanto con l’uomo. Il quale da solo non ha la forza di opporsi a Satana; ma questo non è un altro dio, uniti a Gesù abbiamo la certezza di vincerlo. E Cristo il “Dio vicino” che ha forza e volontà di liberarci: per questo il Vangelo è davvero “buona notizia”. E per questo dobbiamo continuare ad annunciarlo a quei regimi di terrore che sono spesso le religioni non cristiane. Dirò di più: la cultura atea dell’Occidente moderno vive ancora grazie alla libertà dalla paura dei demoni portata dal cristianesimo. Ma se questa luce redentrice del Cristo dovesse spegnersi, pur con tutta la sua sapienza e con tutta la sua tecnologia il mondo ricadrebbe nel terrore e nella disperazione. Ci sono già segni di questo ritorno di forze oscure, mentre crescono nel mondo secolarizzato i culti satanici”.

(Joseph Ratzinger/Benedetto XVI – da “Rapporto sulla fede”, Vittorio Messori a colloquio con Joseph Ratzinger)

«Io non ho paura. Non abbiatene neanche voi!»

In memoria di Aleksej Naval’nyj, morto il 16 febbraio 2024.

ADRIANO DELL’ASTA – di Russia Cristiana

Nella tragedia che si è consumata in una prigione del suo estremo nord, la Russia ha dimostrato il meglio e il peggio di sé.
Il meglio è evidente e ha un nome: Aleksej Naval’nyj.

Quali che fossero le sue idee politiche, ormai da tempo la sua persona e la sua azione le eccedevano ampiamente, essendo lui diventato il concentrato di quello che un popolo civile considera le coordinate della democrazia, della libertà e della dignità.

Esempio di democrazia, aveva mostrato in atto la disponibilità a battersi per una causa non strettamente personale: era infatti tornato in patria dopo che era stato oggetto di un tentato avvelenamento, ben sapendo di essere destinato alla galera, ma convinto di dover dare un esempio di coraggio civile che potesse scuotere un’opinione pubblica troppo accomodante con il potere, in patria ma, non dimentichiamolo, ancor più gravemente accomodante nel resto del mondo. Ora a morire è Naval’nyj, ma non dimentichiamo, appunto, gli avversari politici, gli oppositori e i giornalisti eliminati in questo primo ventennio del XXI secolo.

Esempio di libertà, non aveva smesso di essere libero, continuando a difendere la causa di tutta l’opposizione persino in carcere e persino quando vedeva che ogni sua azione scatenava le reazioni più odiose e assurde da parte dei suoi aguzzini.

Esempio di dignità, col suo ritorno e con la sua resistenza, aveva mostrato cosa significhi essere uomini in questa nuova versione del «secolo lupo», come la moglie del grande poeta Mandel’štam aveva chiamato i tempi di Stalin.

Il peggio della Russia non è meno evidente anche se non ha un nome unico ma, come si addice di fronte a certi omicidi, un nome collettivo perché il suo nome è legione, ed è omicida e mentitore sin dall’inizio.

Il potere, che ha rinchiuso Naval’nyj in una delle sue geenne, ha avuto infatti l’impudenza di assicurare che saranno eseguiti gli opportuni «accertamenti medici», là dove si dovrebbe parlare di accertamenti penali; questo stesso potere ha osato rimproverare l’Occidente di aver già trovato un colpevole, là dove non si tratta di cercare nulla, ma solo di vedere perché un uomo normale, invece che vivere e lavorare tranquillamente a casa sua, stava a duemila chilometri da Mosca, in una prigione di massima sicurezza, sottoposto a ogni forma di angheria e di arbitrio; questo potere ha osato, ancora, osservare, per bocca di un suo portavoce apparentemente autorevole (un rappresentante del senato russo): «Penso che sia un incidente, succede».

«Penso che sia un incidente, succede». Merita un nome collettivo il responsabile di una simile dichiarazione e di quanto sta accadendo, perché questo «succede» richiama in maniera troppo sinistra e istruttiva l’inizio del regime, quando, dopo l’affondamento del Kursk, a chi gli chiedeva cosa ne fosse del sommergibile perduto, Putin rispose nella maniera sprezzante di chi sa di non dover rendere conto a nessuno: «È affondato».

E oggi continua con questo disprezzo, avendo ancora la protervia di dire, quasi contemporaneamente, che non attaccherà mai la Polonia se non per «rispondere a un suo attacco» e che se la Polonia era stata invasa da Hitler era solo perché aveva «tirato troppo la corda»

Affermazioni di propaganda, ci siamo sbrigati a commentare, per evitare di spaventarci troppo ma, in fondo, anche cadendo in un tranello che rischia di distrarci dall’essenziale; perché quello che voleva il potere era forse proprio spaventarci e allontanarci dalla vera prospettiva di liberazione. Ma in rete circola una foto che è da sola la risposta più compiuta a queste e altre azioni o intimidazioni: è una foto di Naval’nyj con un cartello che reca la scritta: «Io non ho paura. Non abbiatene neanche voi!».

Sbaglieremmo a credere che si tratti di retorica o di una sfida irresponsabile: Naval’nyj ne è morto; si badi: è morto lui e non altri; e non è morto perché ha sfidato il potere, ma perché ha fatto la cosa che meno di tutte questo potere può tollerare dai suoi sudditi: che uno si assuma la propria responsabilità di uomo.

E al di là del significato letterale e politico di questo messaggio, ma secondo la modalità più classica della resistenza al totalitarismo (un tempo sovietico e oggi putiniano), sta proprio qui il lascito più profondo e impegnativo di questo sacrificio: Naval’nyj ci ha mostrato – ripeto, al di là di ogni dimensione politica – cosa significhi essere uomini oggi: agire in prima persona, non per un interesse personale ma, anzi, al di là e persino contro ogni interesse personale; come diceva uno dei primi commenti della Russia libera, non l’ha fatto per «prendere il posto del drago».

Naval’nyj non agiva per prendere il posto del drago ma, in prima persona, agiva per fare spazio a una forza davanti alla quale tutti siamo responsabili e alla quale tutti dobbiamo rendere conto se vogliamo essere degni del nostro nome di uomini e averne la forza altrimenti impensabile.

È un’altra cosa sulla quale bisognerà tornare, ma che colpisce nei primi commenti russi: lo spirito di sacrificio di cui Naval’nyj ha dato prova aveva delle fonti religiose, fonti di cui Naval’nyj stesso non ha mai fatto mistero e che erano state forse oscurate dalla religione ufficiale nel suo sconcertante e chiassoso asservimento al potere.

Così come bisognerà ritornare su un’altra cosa cui rischiamo di non prestare più la dovuta attenzione, snervati da questa ennesima tragedia: minoritaria fin che si vuole (come sempre del resto), questa Russia libera non si lascia mai abbattere sino in fondo e continua a sperare, come nel caso di Aleksandra Skočilenko che, condannata a sette anni e mezzo di campo, continua a dire che «la vita umana è un miracolo»; come nel caso di Il’ja Jašin che, di fronte alla prospettiva di poter essere liberato in uno scambio di prigionieri, la respinge per poter restare in patria ed essere pronto alla sua ricostruzione; e quanti altri casi potremmo ricordare in questo senso.

Tutti sconfitti, per il momento, ma questo non ha mai turbato la prospettiva del dissenso ai tempi dell’Unione Sovietica, come nel caso di Anatolij Marčenko, uno degli ultimi prigionieri di coscienza, morto in prigione nel 1986 durante uno sciopero della fame, anche in quel caso proclamato non per difendere un interesse personale, ma per chiedere la liberazione di tutti i prigionieri politici detenuti in Unione Sovietica.
Marčenko morì e il suo sacrificio sembrò inutile; ma al funerale la moglie lasciò il marito con queste parole: «Non avere paura Tolja, saranno tutti liberi». Qualche mese dopo, le pressioni internazionali costrinsero Gorbačëv a varare un’amnistia che fu poi uno dei capisaldi del futuro cambiamento di regime.

I tempi e gli uomini sono certo cambiati, ma la nostra coscienza non può perdere la propria memoria e il senso delle proprie responsabilità.

La Russia senza Putin. Il manifesto di Navalny

ALEXEI NAVALNY  17 FEB 2024  – IL FOGLIO

Per salvare l’Ucraina bisogna battere i russi e avere un piano strategico che preveda la garanzia che in futuro l’istinto aggressivo e imperialista non abbia il sopravvento

Questo articolo è stato pubblicato il 30 settembre 2022.


Che aspetto ha una fine auspicabile e realistica della guerra criminale scatenata da Vladimir Putin contro l’Ucraina?

 Se esaminiamo le principali dichiarazioni dei leader occidentali a questo proposito, la linea di fondo rimane: la Russia (Vladimir Putin) non deve vincere questa guerra. L’Ucraina deve rimanere uno stato democratico indipendente in grado di difendersi da solo.

 Questo è corretto, ma è una tattica. La strategia dovrebbe essere quella di garantire che la Russia e il suo governo, in modo naturale e non coercitivo, non vogliano cominciare delle guerre, non trovino le guerre allettanti. Questa è una cosa è senza dubbio possibile. In questo momento lo stimolo all’aggressione proviene da una minoranza della società russa.
 A mio avviso, il problema delle attuali tattiche dell’occidente non sta solo nella vaghezza del loro obiettivo, ma nel fatto che ignora la domanda: che aspetto avrà la Russia una volta raggiunti gli obiettivi tattici? Anche in caso di successo, dov’è la garanzia che il mondo non si troverà di fronte a un regime ancora più aggressivo, tormentato dal risentimento e da idee imperiali che hanno poco a che fare con la realtà? Con un’economia colpita da sanzioni ma ancora grande, in uno stato di mobilitazione militare permanente? E con armi nucleari che garantiscono l’impunità per ogni provocazione e avventura internazionale?

  E’ facile prevedere che, anche nel caso di una dolorosa sconfitta militare, Putin dichiarerà di aver perso non contro l’Ucraina, ma contro “l’occidente collettivo e la Nato”, che ha aggredito la Russia per causarne la distruzione.

  E poi, ricorrendo al suo solito repertorio postmoderno di simboli nazionali – dalle icone alle bandiere rosse, da Dostoevskij al balletto – giurerà di creare un esercito così forte e armi di tale potenza e senza precedenti che l’occidente rimpiangerà il giorno in cui ci ha sfidato, e l’onore dei nostri grandi antenati sarà vendicato. Assisteremo allora a un nuovo ciclo di guerre ibride e provocazioni, che finiranno per degenerare in nuove guerre.

 Per evitare tutto ciò, la questione della Russia postbellica dovrebbe diventare il tema centrale – e non solo un elemento tra gli altri – di chi si batte per la pace. Non si possono raggiungere obiettivi a lungo termine senza un piano per garantire che la fonte dei problemi smetta di crearli. La Russia deve smettere di essere un’istigatrice di aggressioni e instabilità. Questo è possibile, ed è così che dovremmo definire una vittoria strategica in questa guerra.

 Ci sono diverse cose importanti che stanno accadendo in Russia e che devono essere comprese:

In primo luogo, la gelosia nei confronti dell’Ucraina e dei suoi possibili successi è una caratteristica innata del potere post sovietico in Russia; era una caratteristica anche del primo presidente russo, Boris Eltsin. Ma dall’inizio del governo di Putin, e soprattutto dopo la Rivoluzione arancione ucraina iniziata nel 2004, l’odio per la scelta europea dell’Ucraina e il desiderio di trasformarla in uno stato fallito sono diventati un’ossessione duratura non soltanto per Putin ma anche per tutti i politici della sua generazione.
  
Il controllo sull’Ucraina è il più importante atto di fede di tutti i russi con visioni imperiali, dai funzionari alla gente comune. Secondo loro, la Russia combinata con un’Ucraina sottomessa equivale a una “rinascita dell’Urss e dell’impero”. Senza l’Ucraina, secondo questa visione, la Russia è solo un paese senza possibilità di dominare il mondo. Tutto ciò che l’Ucraina acquisisce è qualcosa che viene tolto alla Russia.

  In secondo luogo, la visione della guerra non come una catastrofe ma come un mezzo straordinario per risolvere tutti i problemi non è solo una filosofia dei vertici di Putin, ma una pratica confermata dalla vita e dall’evoluzione. Dalla seconda guerra cecena, che ha reso il poco conosciuto Putin il politico più popolare del paese, passando per la guerra in Georgia, l’annessione della Crimea, la guerra nel Donbas e la guerra in Siria, l’élite russa negli ultimi 23 anni ha imparato regole che non hanno mai fallito: la guerra non è così costosa, risolve tutti i problemi di politica interna, fa salire alle stelle l’approvazione dell’opinione pubblica, non danneggia particolarmente l’economia e, soprattutto, i vincitori non devono rispondere di nulla. Prima o poi, uno dei leader occidentali, che cambiano in continuazione, verrà da noi per negoziare. Non importa quali motivazioni lo spingeranno – la volontà degli elettori o il desiderio di ricevere il Nobel per la pace – ma se dimostrerete la giusta perseveranza e determinazione, l’occidente verrà a fare la pace.

Non dimenticate che negli Stati Uniti, in Gran Bretagna e in altri paesi occidentali ci sono molti politici che sono stati sconfitti e hanno perso terreno a causa del loro sostegno a questa o quella guerra. In Russia, semplicemente, non esiste una cosa del genere. Qui la guerra è sempre una questione di profitto e di successo.
 In terzo luogo, quindi, la speranza che la sostituzione di Putin con un altro esponente della sua élite cambi radicalmente questa visione della guerra, e in particolare della guerra per “l’eredità dell’Urss”, è quantomeno ingenua. Le élite sanno semplicemente per esperienza che la guerra funziona, meglio di qualsiasi altra cosa.
 
L’esempio migliore è forse quello di Dmitri Medvedev, l’ex presidente su cui l’occidente riponeva tante speranze. Oggi questo divertente Medvedev, che una volta è stato portato a visitare la sede di Twitter, rilascia dichiarazioni così aggressive da sembrare una caricatura di quelle di Putin.
 
In quarto luogo, la buona notizia è che l’ossessione sanguinaria per l’Ucraina non è affatto diffusa al di fuori delle élite di potere, a prescindere dalle bugie che i sociologi filogovernativi possono raccontare.
 
La guerra aumenta l’indice di gradimento di Putin supermobilitando la parte della società che ha una mentalità imperiale. L’agenda delle notizie è completamente consumata dalla guerra; i problemi interni passano in secondo piano: “Evviva, siamo tornati in gioco, siamo grandi, stanno facendo i conti con noi!”. Tuttavia, gli imperialisti aggressivi non hanno un dominio assoluto. Non costituiscono una solida maggioranza di elettori, e anche loro hanno bisogno di un costante contributo della propaganda per sostenere le loro convinzioni.
 
Altrimenti Putin non avrebbe avuto bisogno di chiamare la guerra “operazione speciale” e di mandare in prigione chi usa la parola “guerra”. (Non molto tempo fa, un membro di un consiglio distrettuale di Mosca ha ricevuto sette anni di prigione per questo). Non avrebbe avuto paura di inviare coscritti in guerra e non sarebbe stato costretto a cercare soldati nelle prigioni di massima sicurezza, come sta facendo ora. (diverse persone sono state “arruolate per il fronte” direttamente dalla colonia penale in cui mi trovo).
 
Certo, la propaganda e il lavaggio del cervello hanno un effetto. Tuttavia, possiamo affermare con certezza che la maggioranza degli abitanti di grandi città come Mosca e San Pietroburgo, così come i giovani elettori, sono critici nei confronti della guerra e dell’isteria imperiale. L’orrore per le sofferenze degli ucraini e la brutale uccisione di innocenti risuonano nell’anima di questi elettori.

 Possiamo quindi affermare quanto segue: la guerra contro l’Ucraina è stata iniziata e condotta, ovviamente, da Putin, nel tentativo di risolvere i suoi problemi politici interni. Ma il vero partito della guerra è l’intera élite e il sistema di potere stesso, che è un autoritarismo di tipo imperiale che si autoriproduce all’infinito. L’aggressione esterna in qualsiasi forma, dalla retorica diplomatica alla guerra vera e propria, è la sua modalità operativa preferita e l’Ucraina è il suo bersaglio preferito. Questo autoritarismo imperiale autogenerato è la vera maledizione della Russia e la causa di tutti i suoi problemi. Non possiamo liberarcene, nonostante le opportunità che la storia ci offre regolarmente.
 
La Russia ha avuto la sua ultima occasione di questo tipo dopo la fine dell’Urss ma sia l’opinione pubblica democratica all’interno del paese sia i leader occidentali di allora hanno commesso il mostruoso errore di accettare il modello – proposto dalla squadra di Boris Eltsin – di una repubblica presidenziale con enormi poteri per il leader. Dare molto potere a un bravo ragazzo sembrava logico all’epoca.
 
Ma presto accadde l’inevitabile: Il buono è diventato cattivo. Per cominciare, ha scatenato lui stesso una guerra (quella cecena) e poi, senza normali elezioni e procedure corrette, ha ceduto il potere ai cinici e corrotti imperialisti sovietici guidati da Putin. Hanno causato diverse guerre e innumerevoli provocazioni internazionali e ora stanno tormentando una nazione vicina, commettendo crimini orribili per i quali né molte generazioni di ucraini né i nostri stessi figli ci perdoneranno.
 
Nei trentuno anni trascorsi dal crollo dell’Urss, abbiamo assistito a uno schema chiaro: i paesi che hanno scelto il modello della repubblica parlamentare (gli stati baltici) stanno prosperando e sono entrati con successo in Europa. Quelli che hanno scelto il modello presidenziale-parlamentare (Ucraina, Moldavia, Georgia) hanno affrontato una persistente instabilità e hanno fatto pochi progressi. Quelli che hanno scelto un forte potere presidenziale (Russia, Bielorussia e repubbliche dell’Asia centrale) hanno ceduto a un rigido autoritarismo, la maggior parte di essi è costantemente impegnata in conflitti militari con i propri vicini, sognando a occhi aperti il proprio piccolo impero.
 
In breve, la vittoria strategica significa riportare la Russia a questo momento storico chiave e lasciare che il popolo russo faccia la scelta giusta.
 
Il modello futuro per la Russia non è “potere forte” e “mano ferma”, ma armonia, accordo e considerazione degli interessi dell’intera società. La Russia ha bisogno di una repubblica parlamentare. E’ l’unico modo per fermare il ciclo infinito dell’autoritarismo imperiale.
 
Si può obiettare che una repubblica parlamentare non è una panacea. Chi può impedire a Putin o al suo successore di vincere le elezioni e ottenere il pieno controllo del Parlamento?
 
Naturalmente, anche una repubblica parlamentare non offre garanzie al 100 per cento. E’ possibile che stiamo assistendo alla transizione verso l’autoritarismo dell’India parlamentare. Dopo l’usurpazione del potere, la Turchia parlamentare si è trasformata in una repubblica presidenziale. Il nucleo del fan club europeo di Putin si trova paradossalmente nell’Ungheria parlamentare.
 
E la nozione stessa di “repubblica parlamentare” è troppo ampia.
Eppure credo che questa cura offra vantaggi cruciali: una riduzione radicale del potere nelle mani di una persona, la formazione di un governo a maggioranza parlamentare, un sistema giudiziario indipendente, un aumento significativo dei poteri degli enti locali. Tali istituzioni non sono mai esistite in Russia e ne abbiamo un disperato bisogno.
 
Per quanto riguarda il possibile controllo totale del Parlamento da parte del partito di Putin, la risposta è semplice: una volta che la vera opposizione potrà votare, ciò sarà impossibile. Una grande fazione? Sì. Una maggioranza di coalizione? Forse. Controllo totale? Sicuramente no. Troppe persone in Russia oggi sono interessate alla vita normale e non al fantasma di conquiste territoriali. E ci sono sempre più persone simili ogni anno. Semplicemente non hanno nessuno per cui votare adesso.
 
Certamente il cambiamento del regime di Putin nel paese e la scelta della via per lo sviluppo non sono questioni che riguardano l’occidente, ma posti di lavoro per i cittadini russi. Tuttavia, l’occidente, che ha imposto sanzioni sia alla Russia come stato sia ad alcune delle sue élite, dovrebbe rendere il più chiara possibile la sua visione strategica della Russia come democrazia parlamentare. In nessun caso dovremmo ripetere l’errore dell’approccio cinico dell’occidente negli anni Novanta, quando all’élite post sovietica fu di fatto detto: “Fai quello che vuoi lì; bada solo alle tue armi nucleari e forniscici petrolio e gas”. Infatti, anche adesso sentiamo voci ciniche dire cose simili: “Lasciamo che ritirino le truppe e facciano quello che vogliono da lì. La guerra è finita, la missione dell’occidente è compiuta”. Quella missione era già “compiuta” con l’annessione della Crimea da parte della Russia nel 2014, e il risultato è una guerra in Europa nel 2022.
 
Si tratta di un approccio semplice, onesto ed equo: il popolo russo è ovviamente libero di scegliere il proprio percorso di sviluppo. Ma i paesi occidentali sono liberi di scegliere il formato delle loro relazioni con la Russia, di revocare o no le sanzioni e di definire i criteri per tali decisioni. Il popolo russo e l’élite russa non hanno bisogno di essere forzati. Hanno bisogno di un segnale chiaro e di una spiegazione del perché tale scelta sia migliore. Fondamentalmente, la democrazia parlamentare è anche una scelta razionale e desiderabile per molte delle fazioni politiche attorno a Putin. Dà loro l’opportunità di mantenere la propria influenza e lottare per il potere, garantendo al tempo stesso che non vengano distrutti da un gruppo più aggressivo.
 
La guerra è un flusso incessante di decisioni cruciali e urgenti influenzate da fattori in costante cambiamento. Pertanto, mentre elogio i leader europei per il loro continuo successo nel sostenere l’Ucraina, li esorto a non perdere di vista le cause fondamentali della guerra. La minaccia alla pace e alla stabilità in Europa è l’autoritarismo imperiale aggressivo, continuamente inflitto dalla Russia a sé stessa. La Russia del dopoguerra, come la Russia del dopo Putin, sarà condannata a diventare nuovamente belligerante e putinista. Ciò è inevitabile finché si mantiene l’attuale forma di sviluppo del paese. Solo una repubblica parlamentare può impedirlo. E’ il primo passo verso la trasformazione della Russia in un buon vicino che aiuta a risolvere i problemi invece di crearli.

Modi si avvicina alle elezioni in una nuova stagione di “autocrazia elettorale”

CARLO BULDRINI  10 FEB 2024 IL FOGLIO

Il discorso al tempio di Rama ha sancito la trasformazione dell’India in nazione hindu e la fine del multiculturalismo, lasciando l’opposizione stordita 

Questo è il tempio della nostra coscienza nazionale sotto la forma di Rama. Rama è la fede dell’India. Rama è la fondazione dell’India. Rama è l’idea dell’India. Rama è la legge dell’India. Rama è il prestigio dell’India. Rama è la gloria dell’India. Rama è il leader e Rama è la politica dell’India”. Con queste parole infervorate, pronunciate dal basamento del tempio dedicato al dio Rama in costruzione ad Ayodhya, il primo ministro Narendra Modi ha sancito l’avvenuta fusione della religione con lo stato indiano. Una ventina di minuti prima, Modi, sostituendosi ai sacerdoti hindu, ha officiato il rito della consacrazione dell’idolo del dio Rama bambino (il Ram Lalla) nel sancta sanctorum del tempio. “Il 22 gennaio 2024 – ha poi aggiunto Modi – non è una semplice data segnata sul calendario. È l’inizio di una nuova èra”. Con il suo discorso il primo ministro ha annunciato ai settemila fedeli presenti e al miliardo di hindu incollati ai televisori, la nascita dell’Hindu Rashtra, dell’India diventata una nazione hindu. Gli appartenenti alle altre religioni indiane (i sikh, i buddhisti, i jain, gli animisti delle popolazioni tribali) potranno essere tollerati. Non sarà così per chi professa la religione dei popoli invasori: l’islam degli imperatori Moghul e il cristianesimo dei colonialisti inglesi, due religioni non nate sul suolo indiano e quindi estranee all’ethos dell’India. Termina così l’idea di un’India democratica e multiculturale. 

 No all’islam degli imperatori Moghul e al cristianesimo dei colonialisti inglesi, due religioni estranee all’ethos dell’India

Per condurre in porto questa rivoluzione color zafferano, l’estrema destra hindu non ha avuto bisogno di ricorrere ai metodi adottati da Indira Gandhi dal giugno 1975 al marzo 1977, durante i mesi della sua “Emergenza”. In quei giorni bui, i leader politici di opposizione finirono in carcere, i giornali censurati, le libertà civili abolite, le elezioni sospese. Oggi, invece, l’estrema destra hindu si è impadronita dello stato attraverso il meccanismo elettorale e mantenendo una democrazia di facciata. I politologi definiscono l’India di Modi una “autocrazia elettorale”. I leader di opposizione sono perseguitati (vedi i casi di Rahul Gandhi e di Mahua Moitra squalificati dal Parlamento). Le istituzioni democratiche sono continuamente erose. Tutto il potere è concentrato nelle mani dell’esecutivo centrale. La polizia è sotto il totale controllo del partito di governo, il Bharatiya Janata Party (Bjp). I pochi media indipendenti sono intimoriti con frequenti denunce per diffamazione e ispezioni fiscali. Il Parlamento non è più la sede di un dibattito democratico.

  
Il 13 dicembre scorso due giovani sono saltati nell’emiciclo del nuovo Parlamento dalla galleria dei visitatori. Hanno gridato slogan contro la disoccupazione e con in mano dei candelotti fumogeni hanno riempito l’Aula di un denso fumo giallo. I due giovani e quattro loro complici sono stati arrestati con l’accusa di terrorismo. I partiti di opposizione hanno chiesto che il ministro dell’Interno si presentasse in aula per spiegare questa grave violazione della sicurezza del Parlamento. Narendra Modi di persona ha ordinato che, sulla questione, “non ci deve essere nessun dibattito”. La protesta dei partiti di opposizione si è fatta allora più rumorosa. 146 parlamentari sono stati sospesi (100 della Lok Sabha, la Camera bassa, e 46 della Rajya Sabha, la Camera alta) fino al termine della sessione invernale delle due Camere. Il presidente del Partito del Congresso, Mallikarjun Kharge, ha inviato una lettera al chairman della Rajya Sabha in cui scrive: “Le sospensioni dei parlamentari sono state decise per mettere a tacere la voce dell’opposizione. Questo è un deliberato disegno del governo per indebolire il Parlamento e fiaccare la democrazia, per sabotare le pratiche parlamentari e svuotare la Costituzione”. Durante l’assenza dei parlamentari di opposizione, il governo ha approvato tre leggi cruciali sul diritto penale e una quarta legge che assegna al governo centrale il potere di eleggere i membri della Commissione elettorale.

Nel suo discorso fatto dal tempio di Ayodhya, il primo ministro Narendra Modi ha ringraziato il sistema giudiziario per aver permesso la costruzione del Ram Mandir, il tempio dedicato al dio Rama. Il riferimento di Modi era alla delibera della Corte suprema che, nel novembre del 2019, dopo aver definito la distruzione della Babri Masjid, la moschea di Ayodhya, un egregious crime, un crimine eclatante, ha assegnato con la stessa delibera il terreno su cui sorgeva la moschea a un fondo composto da quattro organizzazioni hindu in modo che vi costruissero sopra il tempio dedicato a Rama. Era come se, dopo aver definito una persona un ladro, gli si assegnasse il possesso della refurtiva. 

 Con un’altra delibera, la Corte suprema ha approvato l’abrogazione dell’Articolo 370 che garantiva l’autonomia allo stato del Jammu e Kashmir e ha avallato la divisione dello stato in due territori dell’Unione. In un’altra decina di casi, la Corte suprema ha sempre deliberato in favore del governo, dimostrando così di non essere più un organo indipendente. I pilastri che sorreggono la democrazia indiana stanno, a uno a uno, crollando. L’occidente, e gli esperti di geopolitica, sembrano non voler capire che l’appartenenza dell’India al mondo democratico non si misura con la sua vicinanza o meno agli Stati Uniti o con la sua lontananza da Mosca, ma con quanto sia in grado di difendere la propria democrazia.

 La trasformazione dell’India da “Repubblica sovrana, socialista, laica (secolare) e democratica” come è scritto nel preambolo della sua Costituzione, in un Hindu Rashtra, una nazione hindu, è stata possibile solo grazie alla personalità di Narendra Modi. In un paese che adora gli idoli, Modi è diventato per tanti indiani un idolo vivente. Grazie alla sua abilità oratoria e al suo carisma, le folle lo ascoltano rapite. Il “Modi magic”, la magica connessione di Modi con la gente, dopo 10 anni di governo, sembra essere rimasta immutata. Una schiera di coreografi, pubblicisti, event manager e i tanti media di regime, hanno costruito attorno a Modi un’aura magica, quasi sacrale. In una funzione religiosa che si è tenuta a Varanasi per l’inaugurazione di un padiglione per la meditazione, i sacerdoti presenti hanno salutato il primo ministro col grido di “Raja Saheb ki jai” (Gloria all’illustre Sovrano). 

Lo show di Ayodhya lo si era già visto il 28 maggio 2023 (tenere a mente la data) quando Narendra Modi ha inaugurato il nuovo edificio del Parlamento indiano. Modi si era prostrato a terra, a pancia in giù, davanti al “Sengol”, un lungo scettro d’argento placcato in oro, simbolo di un’antica monarchia tamil. Attorno a lui, un folto gruppo di sacerdoti, venuti con un volo speciale dal Tamil Nadu, intonava inni vedici. Poi, il primo ministro, con il Sengol tenuto con entrambe le mani davanti alla fronte e seguito dalla schiera di sacerdoti, ha collocato lo scettro di un’antica monarchia in una teca di vetro sulla parete dietro allo scranno dello speaker di un Parlamento repubblicano. La solennità del momento ha fatto pensare a molti che Modi fosse l’avatar del chakravarti samrat, il sovrano universale dell’India antica. 

Nella cerimonia di consacrazione dell’idolo di Rama ad Ayodhya, seduto alla sinistra di Modi, c’era un uomo completamente vestito di nero. L’“uomo nero” era Mohan Bhagwat, il sarsanghchalak (il leder supremo) del Rashtriya Swayamsevak Sangh (Rss), l’organizzazione paramilitare hindu di estrema destra. I padri fondatori dello Rss cercarono ispirazione direttamente da Hitler e Mussolini. L’Opera nazionale Balilla e le sue finalità, trapiantate in India, diventarono il modello con cui venne costruito lo Rss. V.D. Savarkar è stato uno dei grandi ideologi dell’organizzazione. Individuò nell’islam e nel cristianesimo – le fedi di chi aveva soggiogato l’India: i Moghul e gli inglesi – le forze disgregatrici della società indiana. Andavano combattute con ogni mezzo. Savarkar finì in prigione accusato di aver fatto parte del complotto che portò all’assassinio di Gandhi. Fu scarcerato per insufficienza di prove. Era nato il 28 maggio 1883. Il giorno del suo 140esimo compleanno, Narendra Modi ha inaugurato il nuovo edificio del Parlamento indiano. Ad Ayodhya, come è stato da molti erroneamente scritto, il 22 gennaio non è stato inaugurato il Ram Mandir, il tempio dedicato a Rama, ma è solo avvenuta la consacrazione della statua del dio quando aveva l’età di 5 anni. E’ facile prevedere che il grande tempio sarà finito e inaugurato il 27 settembre 2025 quando il Rashtriya Swayamsevak Sangh festeggerà il proprio centenario.

 All’inizio della “nuova era” i militanti della destra hindu hanno preso di mira le chiese cattoliche ed evangeliche

La prima aggressione nella “nuova era” in cui è entrata l’India, annunciata da Modi ad Ayodhya, l’hanno subita i cristiani. Il giorno che ha preceduto la consacrazione dell’idolo di Rama, era una domenica (21 gennaio). Negli stati del Madhya Pradesh e del Chhattisgarh, i militanti della destra hindu, al grido di “Jai Shri Ram”, hanno attaccato le piccole chiese cattoliche ed evangeliche, all’ora della messa e del culto comunitario. Sono giunte notizie di attacchi alle chiese e alle comunità cristiane nei piccoli centri di Dabtalai, Matasula, Uberao, Dhamaninathu e Padlawa in Madhya Pradesh e a Basudopur in Chhattisgarh. A Dabtalai 25 giovani hanno circondato la piccola chiesa, sono saliti sul tetto dell’edificio e hanno issato sulla croce una bandiera color zafferano con stampata l’immagine del nuovo tempio di Ayodhya. A Matasula, la chiesa cattolica affiliata alla diocesi del Kerala, è stata attaccata, malgrado al suo esterno avesse appeso un grande poster a colori con l’immagine di Rama e del nuovo tempio di Ayodhya e, di fianco, quella del vescovo cattolico Peter Kharadi. Nel poster, in lingua hindi, si facevano le congratulazioni e gli auguri per la consacrazione del tempio di Ayodhya “da parte di tutta la comunità cattolica del distretto di Jhabua in Madhya Pradesh”.

La strada per il partito di Modi sembra essere tutta in discesa, basterà dire: “Se adori il dio Rama, vota Bjp”

Adesso, l’“Hindu Rashtra”, l’India hindu, dovrà essere inserita nella Costituzione. Per farlo ci sarà bisogno di un governo eletto con una forte maggioranza. Amit Shah, il potente ministro dell’Interno e braccio destro di Modi, si sente sicuro. Dice che il Bjp vincerà le prossime elezioni con “una maggioranza senza precedenti” tale da lasciare “stordita” l’opposizione. Ha chiesto agli attivisti del suo partito di “entrare in ogni casa del paese con la nostra ideologia e con quello che ha fatto il nostro governo, in modo che Modi  diventi ancora una volta il primo ministro dell’India”. Questo compito se lo assumeranno i militanti dello Rss. Nelle ultime elezioni, con fare aggressivo, sono entrati nelle abitazioni dicendo: “Siamo quelli che difendono gli interessi degli hindu. Se sei un hindu, devi votare per noi”. Quest’anno sarà tutto più semplice. Gli attivisti si limiteranno a dire: “Se adori il dio Rama, vota Bjp”

La strada per il partito di Modi sembra essere tutta in discesa. Con la fuoriuscita di Nitish Kumar, il chief minister del Bihar, dall’alleanza dei partiti di opposizione, la coalizione “India” sembra sfaldarsi ancora prima di avere iniziato la propria campagna elettorale. C’è chi, per ambizioni personali, mostra di non voler capire l’importanza storica di queste elezioni. Per l’India potrebbero essere le ultime consultazioni libere. A New Delhi gira voce che si inizierà a votare il 16 aprile.

La guerra dei santi tra Russia e Ucraina

di Stefano Caprio- 10 – 2 – 2024

La Chiesa ortodossa autocefala ucraina ha tolto dal suo calendario liturgico la memoria del santo principe russo Aleksandr Nevskij, che nel XIII secolo sconfisse gli occidentali e fu precursore dell’alleanza con gli imperi asiatici. Mentre Kirill vorrebbe canonizzare i grandi generali della storia militare russa.

Il Sinodo della Chiesa ortodossa autocefala ucraina Pzu (Pravoslavnaja Zerkov Ukrainy) ha deciso di escludere dal calendario liturgico la memoria del santo principe russo Aleksandr Nevskij, vincitore delle battaglie contro gli occidentali e fautore del compromesso con l’Orda dei tatari nel XIII secolo. Non si tratta di una de-canonizzazione o di un “anatema contro un santo”, come viene descritto sulla stampa russa che denuncia l’ennesima mossa dello “scisma ucraino”, in quanto ogni Chiesa ortodossa locale (ce ne sono 15, compresa quella ucraina non riconosciuta dai russi) sistema le celebrazioni dei santi secondo propri criteri, ma alla luce del conflitto tra Russia e Ucraina, la decisione appare una specie di “missile nucleare spirituale” lanciato da Kiev contro Mosca, come osserva Aleksandr Soldatov su Novaja Gazeta.

L’esaltazione della figura di Aleksandr Nevskij è stata la premessa retorica della giustificazione religiosa del conflitto della Russia contro l’Occidente ostile, a partire dalle celebrazioni per gli 800 anni dalla sua nascita nel 2020. Il giovane condottiero di provincia fu principe di Novgorod, quindi granduca di Kiev e Vladimir in un momento cruciale della storia russa, quello dell’invasione dei tatari nel 1240. La sua città natale era al di fuori delle rotte d’assalto dei Khan mongoli, ed egli ottenne delle storiche vittorie, in seguito rivestite di significati storico-apocalittici, nel 1239 (a soli 19 anni) contro gli svedesi sul fiume Neva – da cui il titolo di Nevskij –  e nel 1242 sui ghiacci del lago Peipus contro i Cavalieri Teutonici, eredi dei Templari inviati sulle coste del Baltico per conquistare al cattolicesimo le terre settentrionali, e affondati in quella che è poi stata epicamente ricordata come la “battaglia dei ghiacci”.

Dopo la morte del padre rimase l’unico principe libero dell’antica Rus’, e dal 1247 cominciò una serie di trattative con i tatari recandosi fino alla sede del Gran Khan a Karakorum in Mongolia, in una delegazione a cui si era aggiunto anche un rappresentante del papato romano, il francescano Giovanni del Piano Carpine, che trasmise poi nelle sue memorie il racconto della distruzione della città di Kiev, e la descrizione dell’impero asiatico nella grande Historia Mangolorum. Pur non essendone costretto, Aleksandr si accordò per ottenere dai tatari la conferma del titolo principesco, il famoso yarlik che costituì il sistema di governo dei principati russi per oltre due secoli, dietro pagamento del dan, la tassa di sottomissione da pagare con i dengi, i soldi mongoli, tutti termini rimasti nella lingua russa come unica eredità del “giogo tartaro”, quella dell’amministrazione centralizzata dell’Orda eurasiatica, molto simile alla “verticale del potere” putiniana.

Le imprese del principe attirarono l’interesse di papa Innocenzo IV, che inviò a Vladimir – la nuova capitale, che aveva sostituito la Kiev rasa al suolo – un paio di cardinali per convincere Aleksandr a riunirsi a Roma, anche per sottrarsi al dominio asiatico, ma egli rispose che “abbiamo tutto quello che ci serve nella tradizione della fede”, diventando l’antesignano della Santa Russia che rifiuta ogni Unione con i latini. I papi erano riusciti a tirare dalla loro parte qualche anno prima il principe Daniil di Galizia, regione occidentale della Rus’ (oggi tra Polonia e Ucraina), creando già allora una situazione simile allo scisma ecclesiastico-politico dei tempi odierni. Con l’insediamento a Vladimir, inoltre, Aleksandr pose le premesse per la translatio della città-madre da Kiev a Mosca, allora ancora una semplice stazione di posta, fondata proprio dai principi di Vladimir.

Il Nevskij morì nel 1263 mentre si stava recando per l’ennesima volta in visita al Khan dell’Orda d’Oro a Saraj nel Caucaso, sulle rive del mar Caspio, accompagnato dal metropolita Kirill di Kiev, che aveva seguito il principe aprendo la sede di Suzdal, a 20 chilometri da Vladimir, in quello che sarebbe poi stato chiamato “l’Anello d’Oro” delle antiche città russe. Fu canonizzato dal concilio di Mosca del 1547, detto dei “Cento Capitoli”, che si tenne nello stesso periodo del Concilio di Trento ed ebbe per la Russia un significato analogo a quello cattolico della Controriforma, definendo l’ideologia della Chiesa “istitutrice dello Stato” che viene oggi rilanciata dal patriarca Kirill a sostegno della nuova versione del “mondo russo”. La figura di Aleksandr in quel tempo venne ulteriormente esaltata dal primo zar Ivan il Terribile, che intendeva impersonare la superiorità di “Mosca – Terza Roma” sull’intero mondo cristiano.

Anche Pietro il Grande fece ricorso all’epica del santo principe, trasferendo le sue reliquie da Vladimir a San Pietroburgo, la nuova capitale da lui fondata proprio alla foce della Neva, intitolandogli le vittorie del nuovo esercito e della Marina russa, creata proprio per sconfiggere definitivamente gli svedesi. Da poche settimane le reliquie e il sarcofago di Aleksandr sono stati riportati per volontà del patriarca nella Lavra a lui intitolata, con intenti simbolici simili al trasporto dell’icona della Trinità di Rublev, alla fine della grandiosa Prospettiva Nevskij attorno a cui si snodano le vie e i canali della scenografica capitale del Nord, “Città di San Pietro” di una nuova visione imperiale di tipo occidentale. Centinaia di chiese in onore di Aleksandr sono state costruite al tempo di Alessandro II nella seconda metà dell’Ottocento, e il nome stesso dello zar (come dello zio Alessandro I) era stato deciso ancora da Caterina II per onorare il santo principe, evocando allo stesso tempo le imprese di Alessandro Magno. Perfino ai tempi sovietici si sviluppò un culto “ateista” di Aleksandr Nevskij per iniziativa di Stalin, come ispiratore della resistenza all’invasione nazista durante la Grande Guerra Patriottica.

Il primo a scagliarsi contro gli ucraini sacrileghi è stato il metropolita “a riposo” Leonid (Gorbačev), ex-esarca russo per l’Africa e “padre spirituale” dello scomparso Evgenij Prigožin, ringalluzzito anche per essere riuscito a respingere la seduta del tribunale ecclesiastico con cui il patriarca Kirill intendeva estrometterlo definitivamente, ora rinviata a data da destinarsi grazie a misteriosi interventi “dall’alto”. Il metropolita, ex-militare e cappellano di ogni genere di combattenti, ha chiamato i gerarchi della Pzu “dei teppisti travestiti”, mentre il santo Aleksandr rimane “una sfida e una minaccia mentale” all’Ucraina e all’intero Occidente, proteggendo la Russia da ogni tentativo di sconfiggerla e cancellarla dalla storia.

Anche lo stesso patriarca Kirill ha ricordato che il destino di Aleksandr Nevskij rappresenta “l’intera prospettiva storica della Russia”, che quindi sarebbe la vocazione a combattere eternamente contro l’Occidente e a sottomettersi all’Oriente, allora ai mongoli e oggi ai cinesi, che del resto di Gengis Khan sono i principali eredi. Non stupisce in effetti che gli ucraini si siano voluti liberare di questo simbolo dell’ideologia neo-imperiale, nel processo di de-colonizzazione dall’oppressione russa, e potrebbero finire nel cestino anche altri santi “protettori della Russia” come Sergij di Radonež, che benedisse le truppe del principe di Mosca Dmitrij Donskoj, o il suo discepolo Andrej Rublev, le cui icone sono usate dal patriarca come bandiere della “trinità russa” della riunione dei Paesi originari, magari fino a Serafim di Sarov, lo starets fatto canonizzare dallo zar Nicola II, a sua volta dichiarato santo nel 2000, come ispiratore dell’era putiniana.

Del resto proprio Kirill propose da metropolita nel 2001 la canonizzazione dell’ammiraglio Fëdor Ušakov, il comandante della flotta russa del mar Nero a fine Settecento, celebre in tutto l’Oriente come “l’invincibile Ušak-Pascià”, che nessuno pensava potesse finire addirittura nel coro dei santi. Il patriarca sta spingendo oggi per elevare all’onore degli altari anche il generalissimus Aleksandr Suvorov, che già ottenne titoli nobiliari di ogni genere, compreso quello di principe d’Italia, per le sue innumerevoli vittorie senza mai essere sconfitto, e di questo passo è probabile che si arrivi fino agli eroi sovietici come il maresciallo Georgij Žukov, liberatore dai nazisti e più volte paragonato da Kirill a San Giorgio il Vittorioso, o l’astronauta Jurij Gagarin, che si lanciò nello spazio prima degli americani quasi auto-canonizzandosi, anche se al ritorno affermò che “non aveva visto Dio”.

MARIUPOL DUE ANNI DOPO 

MARTA SERAFINI, Corriere della Sera – 8 Febbraio 2024

«Sono riuscito a venire via vivo da Mariupol. Ma quello che è successo lì, né io né i miei figli potremo mai dimenticarlo».

Vaagn Mnatsakanian era consigliere comunale della città. Oggi vive all’estero con la sua famiglia perché alla metà di marzo 2022 è riuscito a fuggire con un convoglio della Croce Rossa.

Prima di andarsene, Mnatsakanian ha cercato di risolvere uno dei problemi peggiori dell’assedio.

«La città era piena di cadaveri. Erano ovunque».

È il 2 marzo quando i cittadini di Mariupol a causa dei bombardamenti russi rimangono senza elettricità, acqua e riscaldamento. I membri del consiglio comunale, l’ufficio del sindaco, i soccorritori, i vigili del fuoco e gli agenti di polizia iniziano a incontrarsi ogni mattina alle 8 per condividere informazioni e cercare di coordinare le operazioni di soccorso. Il 6 marzo, Mnatsakanian, che all’epoca ha 34 anni ed è a capo del dipartimento di ecologia e gestione energetica della città di Mariupol, si rende conto che la città non dispone di un sistema per raccogliere e seppellire i corpi che sono ormai ovunque nella città. «Mio padre era morto il giorno prima. Crediamo abbia avuto un infarto provocato da un attacco di artiglieria nelle vicinanze».

Il vicesindaco gli dice di andare all’obitorio di Illichovski, nel nord-est di Mariupol. Quando Mnatsakanian e un amico arrivano sul posto con il corpo del padre, trovano circa 50 cadaveri, ma nessuno che se occupi. «Non c’era elettricità, quindi nessuno dei frigoriferi funzionava», spiega Mnatsakanian.

«Ricorderò l’odore per tutta la vita. L’odore e l’immagine di ciò che abbiamo visto erano semplicemente terribili. Ho preso un pezzo di carta, ho scritto il nome e l’età di mio padre e l’ho messo con lui. Poi c’è stato un altro attacco molto vicino. Il mio amico mi ha convinto ad andare. Quindi siamo saliti in macchina e siamo andati in centro città».

Mnatsakanian torna indietro e spiega al vicesindaco la situazione. I due decidono di provare a contattare Skorbota, un’impresa di pompe funebri privata. Mnatsakanian non ha esperienza ma si mobilita. Trova un appezzamento di terreno in un vecchio cimitero nella parte centrale della città, a circa un chilometro a nord di Myru Avenue, dove si possono seppellire i corpi. Organizza sei squadre di volontari, composta da dipendenti comunali e dell’impresa di pome funebri per raccogliere i corpi e portarli al cimitero. Durante l’incontro quotidiano alle 8 del mattino con gli altri funzionari della città, riceve un elenco dei luoghi in cui sono stati identificati i corpi, da lì manda le le sue squadre a raccoglierli per poi portarli al cimitero, dove avevano scavato due trincee.

Il 10 marzo, quattro delle sue squadre stanno aspettando di andare all’ospedale n. 4, nella parte orientale della città, perché hanno saputo che lì ci sono 100 corpi. Alle 9:25 un attacco aereo colpisce l’ufficio. «Era la prima volta che venivo colpito dall’onda d’urto di un’esplosione», racconta Mnatsakanian. «Sono semplicemente andato in aria. Un altro ragazzo vicino a me, un pezzo di bomba lo ha colpito e gli ha staccato una gamba. Avevo paura ed ero scioccato». Nonostante i suoi sforzi, entro il 12 marzo, le auto di tutte e sei le squadre sono fuori uso e i volontari hanno smesso di venire al lavoro perché è diventato molto pericoloso. Poi, più tardi quel giorno, un attacco di mortaio cade a soli 50 metri dal luogo di sepoltura.

«Siamo semplicemente saltati nelle trincee con tutti i corpi», spiega Mnatsakanian. «Quando senti questo suono, non analizzi nulla, ti nascondi e basta; è l’istinto».

La linea del fronte si sta avvicinando, i russi stanno stringendo la morsa. Mnatsakanian e la sua squadra chiudono la prima trincea il 12 marzo, che a quel punto conta circa 200 corpi. Il 15 marzo, alle 8:20, alla fine della riunione, un attacco aereo colpisce davanti all’edificio del comune in via Mytropolytska 39. Mnatsakanian viene ferito al fianco destro, alle costole e al braccio. Mentre lotta per trovare assistenza medica, si rende conto che lui e la sua famiglia devono lasciare Mariupol. E quel giorno, dopo un giro frenetico di telefonate, riescono a unirsi ad un convoglio di evacuazione. «Il convoglio è stato colpito. Eravamo sotto il fuoco ma io pensavo solo che dovevo uscire vivo da lì e portare fuori i miei figli da quell’inferno». Mnatsakanian ha con sé elenchi di 500-600 corpi identificati dalla polizia e da altri ma non ancora sepolti. Dopo l’attacco del 15 marzo da quello Mnatsakanian le riunioni sono state sospese e nessuna delle autorità ucraine rimaste a Mariupol ha assunto il coordinamento delle sepolture.

Oggi, al Corriere, via Zoom, racconta:

«Molti sono stati sepolti con un numero. Solo un numero. Senza un nome. Il condominio vicino al mio è stato bombardato. In quelle cantine c’erano almeno 200 persone nascoste. Sono morti tutti. Poi mi hanno raccontato i vicini che sono rimasti che dopo mesi i russi sono arrivati con le ruspe e hanno rimosso tutto. Quei corpi e quei frammenti di vita non avranno mai una sepoltura».

L’assedio di Mariupol è stato uno dei peggiori della nostra epoca. E ancora oggi — a distanza di due anni — non è nemmeno chiaro quante siano state effettivamente le vittime. Il 24 febbraio 2022, il giorno in cui la Russia inizia l’invasione dell’Ucraina, l’esercito russo e le milizie affilate all’esercito del Cremlino attaccano le forze armate ucraine a Mariupol.

Mariupol è una città dove hanno sede gli stabilimenti siderurgici più importanti del Paese ed è il porto più importante del Mar d’Azov, oltre che sede festival di musica e di arte.

Le forze russe assediano Mariupol e, per otto settimane, centinaia di migliaia di abitanti della città devono affrontare devastazione e morte. I cittadini sono costretti a nascondersi negli scantinati sotto i colpi di attacchi aerei, bombardamenti incessanti e scontri tra i due eserciti. A metà aprile, quando le forze russe hanno quasi il pieno controllo della città, migliaia di civili muoiono e migliaia di edifici, inclusi grattacieli, ospedali e scuole, sono distrutti. A metà maggio sono fuggiti in 400.000. Quelli rimasti vengono lasciati per mesi senza servizi di base, tra cui elettricità, acqua corrente e assistenza sanitaria. In un rapporto dal titolo «Sotto le macerie: documentare le perdite a Mariupol, una città ucraina assediata e devastata» la ong Human Rights Watch, basandosi su due anni di lavoro e 240 testimonianze raccolte insieme alla ong ucraina Truth Hounds, oltre che ricostruzioni in 3D e immagini satellitari, ricostruisce nel dettaglio la mancanza di accesso dei civili alle infrastrutture critiche e le difficoltà e i rischi che hanno dovuto affrontare mentre si rifugiavano negli scantinati durante l’assalto russo alla città.

Il rapporto delinea inoltre i ripetuti tentativi, in gran parte infruttuosi, da parte delle autorità e dei volontari ucraini, delle Nazioni Unite (ONU) e del Comitato internazionale della Croce Rossa (ICRC) di organizzare evacuazioni ufficiali e la consegna di aiuti umanitari nonostante l’intransigenza russa. Secondo il rapporto a metà maggio 2022, il 93% dei 477 condomini a più piani nella parte centrale della città erano stati danneggiati. Stessa sorte per i 19 campus ospedalieri della città e 86 delle 89 strutture educative.

In particolare HRW si concentra su 14 casi di studio che coprono 18 luoghi, molti dei quali causati da attacchi russi apparentemente illegali, inclusi raid su due ospedali, e quello al famoso teatro drammatico della città, a un impianto di stoccaggio di cibo, a un sito di distribuzione di aiuti, a un supermercato e a edifici residenziali che fungevano da rifugi. In ciascuno di questi incidenti, non sono state trovate prove di una presenza militare ucraina all’interno o in prossimità dell’edificio colpito, il che rende l’attacco indiscriminato. In altri casi viene riscontrata una presenza militare limitata, il che rende l’attacco sproporzionato. Secondo l’inchiesta migliaia di civili sono morti durante l’assedio russo e nei mesi successivi. Tuttavia — si legge nel rapporto — il numero totale di coloro che sono morti o sono rimasti feriti durante la battaglia, o che risultano dispersi, potrebbe restare sconosciuto.

Grazie anche alla testimonianza di Mnatsakanian e alla valutazione delle immagini satellitari e l’analisi di foto e video dei cimiteri della città che hanno visto un aumento significativo del numero di tombe, è stato ricostruito che più di 10.000 persone sono state sepolte a Mariupol tra marzo 2022 e febbraio 2023. Di questi, secondo Hrw, 8.000 probabilmente sono morti per cause legate alla guerra, attacchi diretti o per mancanza di assistenza sanitaria o acqua pulita. Le analisi si basano sulle immagini di quattro cimiteri della città e nel vicino cimitero della città di Manhush e sono probabilmente una significativa sottostima del numero totale dei morti. Molte tombe probabilmente contenevano più corpi. I resti di altre persone sono stati probabilmente sepolti tra le macerie e portati via durante i lavori di demolizione.

A quasi due anni dall’occupazione russa di Mariupol, il panorama fisico della città è cambiato profondamente. Gli edifici a più piani danneggiati sono stati demoliti. Le forze di occupazione hanno avviato la costruzione di nuovi grattacieli, e parte dei piani di Mosca prevede di completare la ricostruzione della città entro il 2025 e un ulteriore sviluppo della città entro il 2035. Le demolizioni in corso non solo non stanno creando le condizioni per consentire a investigatori indipendenti sui diritti umani, esperti forensi e funzionari giudiziari di esaminare gli edifici danneggiati prima della demolizione. Ma stanno anche permettendo alla Russia di cancellare le prove fisiche dei crimini di guerra commessi.

L’attacco a Mariupol è iniziato il primo giorno dell’invasione su vasta scala dell’Ucraina da parte della Russia e ha comportato il movimento di decine di migliaia di truppe russe all’interno dei confini dell’Ucraina, nonché il dispiegamento di forze aeree e navali a sostegno delle operazioni militari. Le dimensioni e la portata dell’accerchiamento di Mariupol avrebbero richiesto un coordinamento e un’interazione significativi tra più livelli della struttura di comando russa.

All’inizio dell’invasione, non sembra esserci stato un comando unificato, il che indica che il comando e il controllo delle forze russe e affiliate alla Russia erano probabilmente affidate a un comando e controllo militare russo di livello medio e inferiore. strutture, che fanno molto affidamento sui comandanti dei distretti militari e sulle loro unità subordinate. Al di là delle strutture di comando stabilite, non è chiaro esattamente come la Russia controllasse, organizzasse e dispiegasse le sue forze in Ucraina, il che complica le valutazioni della responsabilità del comando. Gli analisti hanno ipotizzato durante i primi mesi dell’invasione che vari comandanti fossero stati nominati dal presidente Putin per agire come comandante generale delle forze in Ucraina.

Il governo russo non ha commentato chi avesse il comando operativo generale delle forze in Ucraina fino all’ottobre 2022, dopo l’assalto a Mariupol, quando ha annunciato che il generale Sergei Surovikin avrebbe avuto il comando generale del raggruppamento di forze in Ucraina. Alla fine di febbraio 2022 e fino a marzo e aprile, i comandanti dei distretti militari molto probabilmente hanno riferito direttamente allo Stato Maggiore, in conformità con la struttura della catena di comando e le responsabilità dello Stato Maggiore. Nel luglio 2022, una trascrizione dell’incontro pubblicata dal Cremlino indica che il presidente Putin riceveva rapporti giornalieri sulle operazioni in Ucraina da Shoigu. Shoigu in questo incontro si riferiva al generale Lapin come al comandante responsabile del «centro» e al generale Surovikin come al comando del gruppo di forze meridionale. Poi afferma che entrambi i comandanti hanno collaborato alle operazioni con le forze della LNR nell’area della regione di Luhanska. Non ha definito ulteriormente le aree di controllo operativo.

Per identificare i comandanti e le unità militari russe che potrebbero essere stati responsabili di violazioni delle leggi di guerra a Mariupol che potrebbero equivalere a crimini di guerra, Human Rights Watch ha condotto un’approfondita revisione e analisi dei post sui social media russi, dei necrologi del personale russo, del governo russo e delle dichiarazioni militari, foto e video pubblicati da o che mostrano unità specifiche presenti a Mariupol.

Nel report si legge: «Abbiamo identificato un totale di 17 unità delle forze russe e affiliate alla Russia che operavano nella città a marzo e aprile 2022. Abbiamo inoltre concluso che le seguenti 10 persone potrebbero essere responsabili di crimini di guerra a Mariupol per una questione di responsabili.

Nel suo report Hrw raccomanda: «Questi individui, e potenzialmente altri comandanti delle 17 unità identificate a Mariupol, dovrebbero essere indagati e adeguatamente perseguiti per il loro presunto ruolo nelle gravi violazioni commesse durante l’assalto delle forze russe. Dovrebbero essere pagati risarcimenti anche alle vittime e alle loro famiglie. Gli sforzi internazionali concertati verso la giustizia e la responsabilità sono cruciali per dimostrare che gli attacchi illegali comportano conseguenze, per scoraggiare future atrocità e per rafforzare il principio secondo cui la responsabilità per crimini gravi non può essere elusa a causa del rango o della posizione»

I crimini di guerra russi includono la mancata autorizzazione di convogli umanitari di evacuazione e di aiuti. Ma mentre gli sforzi ucraini per organizzare corridoi umanitari ufficiali e vie di evacuazione sono falliti per tutto marzo e aprile, decine di migliaia di residenti sono riusciti a fuggire da Mariupol durante la seconda metà di marzo in convogli di auto private. Sembra che le forze russe abbiano ampiamente accettato di consentire ai residenti di lasciare la città e viaggiare nel territorio controllato dall’Ucraina durante questo periodo, a condizione che lungo il percorso fossero sottoposti a molteplici perquisizioni ai posti di blocco delle forze russe e allineate con la Russia. La Missione di monitoraggio dei diritti umani delle Nazioni Unite in Ucraina ha riferito che un convoglio di persone su «veicoli privati, autobus o a piedi» ha lasciato la città il 14 marzo «in direzione Zaporizhzhia, dopo che il percorso e le garanzie di sicurezza per i convogli di evacuazione erano stati concordati… dalle parti al conflitto»..

All’inizio del 15 marzo, i funzionari ucraini pubblicavano messaggi su Telegram annunciando che i convogli di automobili avrebbero dovuto lasciare la città. 211 Tra il 14 e il 31 marzo, il consiglio comunale di Zaporizhzhia ha registrato 59.067 persone che avevano guidato in auto private stipate da Mariupol e città e villaggi vicini alla città di Berdiansk occupata dai russi e poi a Zaporizhzhia, controllata dagli ucraini. La maggior parte è arrivata tra il 15 e il 22 marzo. 212 auto hanno continuato ad arrivare dopo che i volontari hanno lasciato il centro di registrazione alle 17 ogni giorno, e non tutti quelli che sono arrivati a Zaporizhzhia durante il giorno sono venuti al centro per registrarsi. 213 Il 31 marzo, il vice primo ministro Vereshchuk ha dichiarato che 75.000 persone da Mariupol erano state evacuate durante il mese di marzo.

Human Rights Watch ha intervistato dozzine di persone in un centro di registrazione a Zaporizhzhia il 17 marzo 2022, in merito al loro volo da Mariupol tra il 14 e il 17 marzo.215 Molti di loro hanno affermato di essere partiti in convogli organizzati personalmente con auto private e che i loro viaggi hanno richiesto tra le 24 e le 72 ore. Hanno descritto la paura e l’esaurimento che hanno provato, muovendosi molto lentamente e attraversando 15-20 posti di blocco russi dove i soldati hanno perquisito gli uomini e le auto, nonché i telefoni dei residenti, alla ricerca di prove di collegamenti con le forze ucraine. Altri hanno descritto di aver visto personale russo trattenere persone ai posti di blocco, un’arma sparata sopra la testa di una persona e le forze russe sparare contro un’auto a un posto di blocco vicino a Tokmak il 16 marzo, ferendo una ragazza al volto.

Tra i testimoni che Human Rights Watch ha sentito, c’è Dmytro, un giovane di Mariupol che all’epoca dell’assedio aveva 17 anni. Oggi ne ha 19, è fuggito a Kiev e studia all’università Relazioni Internazionali. Al Corriere via telefono spiega:
«Io non so se tornerò mai a Mariupol. Mariupol era la mia città. L’amavo. Ma ora anche se dovessi tornare, non sarebbe più lo stesso. E’ come se Mariupol non ci fosse più».

Israele. Bitton (Tmura-Achva): “Nell’attacco del 7 ottobre uso sistematico da parte di Hamas della violenza sessuale come arma di guerra”

8 Febbraio 2024 dall’inviato Daniele Rocchi – SIR

Donne nude e insanguinate, con mutilazioni genitali quasi sistematiche, corpi brutalizzati al punto da renderli irriconoscibili. Sono solo alcune delle testimonianze dei soccorritori accorsi sui luoghi attaccati il 7 ottobre scorso dai terroristi di Hamas. L’uso della violenza sessuale come arma di guerra non ha precedenti nella storia degli attacchi compiuti in Israele da terroristi palestinesi. “Siamo davanti ad un drammatico spartiacque nell’esperienza israeliana del terrorismo palestinese e globale” spiega al Sir Yifat Bitton, avvocato e fondatrice di Tmura, il Centro israeliano di anti-discriminazione

(Tel Aviv) “Gli stupri e le violenze sessuali perpetrati da Hamas costituiscono un fenomeno senza precedenti nella storia del terrorismo, del conflitto israelo-palestinese e degli attacchi compiuti in Israele da terroristi palestinesi sin dalla fondazione di Israele. Siamo davanti ad un drammatico spartiacque nell’esperienza israeliana del terrorismo palestinese e globale”.

Così Yifat Bitton, avvocato, docente di diritto, fondatrice di Tmura, il Centro israeliano di anti-discriminazione e presidentessa del College accademico “Achva”, commenta la vicenda degli abusi e delle violenze sessuali commesse dai terroristi di Hamas lo scorso 7 ottobre, nel Sabato nero di Israele. In un’intervista resa al Sir, a margine di un incontro svoltosi nei giorni scorsi al Rabin Center di Tel Aviv promosso dall’Ajc, l’American Jewish Committee, Bitton, che sin da subito ha seguito da vicino i processi di identificazione delle vittime e dei sopravvissuti al massacro del 7 ottobre, parla di

“uso sistematico della violenza sessuale come arma di guerra mirante a distruggere la società israeliana attraverso i corpi delle donne. I crimini atroci perpetrati ai danni di donne, ragazze, bambini e bambine, uomini, filmati e diffusi dai terroristi di Hamas non possono più essere negati”. Le stesse parole usate dall’avvocato, lo scorso 4 dicembre, in una conferenza, a New York, organizzata dalla rappresentanza di Israele presso l’Onu.

“L’attacco – dichiara Bitton che il 7 ottobre ha perso i suoi due cognati – è durato circa un giorno, durante il quale i terroristi hanno avuto il tempo e la possibilità di uccidere, torturare fermandosi anche nelle abitazioni degli israeliani. La loro missione consisteva nell’infiltrarsi in Israele e nell’uccidere il maggior numero possibile di persone. La commistione tra stupro e omicidio si è verificata in un periodo di tempo relativamente breve. Per questo, per le dimensioni che ha avuto, lo ritengo un orrore senza precedenti”.

Presidente, quanti casi di violenza sessuale sono stati denunciati ad oggi?
Le indagini delle forze dell’ordine sono ancora in corso. Ci vorrà molto tempo prima che la Polizia possa arrivare a definire con chiarezza il numero dei casi. Al momento quelli identificati, comprovati perché documentati da fonti molto attendibili come i centri anti-stupro, sono 35. Sappiamo che alcune vittime hanno deciso di parlare in pubblico. Inoltre siamo a conoscenza di abusi sessuali e molestie subite dagli ostaggi, come hanno riferito e testimoniato alcuni di quelli che sono stati rilasciati. Un’ipotesi realistica potrebbe essere quella di circa 100 casi di abuso sessuale inteso in senso ampio. Una cifra che non include i casi veri e propri di stupro, più difficili da identificare in questa fase.

È possibile paragonare le violenze sessuali inflitte alle donne israeliane a quelle avvenute nelle guerre in Bosnia e Ucraina?
È difficile confrontare i casi perché, sia in Bosnia sia in Ucraina, si è trattato di un attacco continuativo che si è protratto per lunghi periodi, con l’obiettivo molto specifico del genocidio anche mediante gravidanze, ad esempio, e non solo lo stupro. Nel caso israeliano le uccisioni di massa hanno avuto luogo in un lasso di tempo limitato con l’evidente scopo di fare del male al più alto numero di uomini e donne. Elementi questi pressoché assenti nel caso della Bosnia e dell’Ucraina, dove, ripeto, le guerre si sono protratte nel tempo.

Perché le notizie di abusi sessuali sono uscite a distanza di più di un mese dal 7 ottobre e quali sono le principali difficoltà che gli investigatori stanno affrontando per fare luce su questi fatti?
Credo che le difficoltà nella raccolta delle prove e nella conduzione delle indagini, come se si trattasse di un normale crimine di violenza di genere, siano parte del motivo della divulgazione di queste notizie un mese dopo. Molte persone hanno negato la violenza sessuale e c’è voluto del tempo per capire che invece c’era stata. Nel portare avanti le nostre indagini, come studiosi e attivisti, e nell’esaminare le varie testimonianze siamo stati professionisti meticolosi, molto cauti, e ci è voluto del tempo per presentarle anche ai media. Inoltre va detto che tanti giornalisti israeliani hanno subìto perdite tra i loro familiari e dunque non potevano raccontare ciò che stava accadendo prima che venisse resa nota l’atrocità degli abusi e delle violenze sessuali. Non ci siamo trovati davanti una scena del crimine ma una zona di guerra. I team israeliani incaricati delle indagini si sono trasformati in unità di identificazione dei cadaveri visto l’alto numero delle vittime. Esercitazioni di emergenza svoltesi nei mesi precedenti al 7 ottobre, riguardo ad attentati di grandi dimensioni, erano calibrate su un numero di 200-300 morti. Qui stiamo parlando di 1.200 persone.

Come sta reagendo la società israeliana a questa vicenda?
Siamo stati colti di sorpresa e fatichiamo a fare i conti con questa realtà, fino al 7 ottobre, ritenuta inimmaginabile. Stiamo vivendo un enorme trauma collettivo. La domanda è: come è stato possibile infliggere tale e tanta violenza a civili israeliani? Tra i primi soccorritori giunti sui luoghi dell’attacco c’erano anche dei soldati. Alcuni di loro non sono riusciti ad elaborare ciò che hanno visto per il trauma vissuto, incapaci, sul momento, di fornire il loro resoconto sull’accaduto. Lo hanno fatto in seguito con l’aiuto della Polizia. Non si tratta di qualcosa che abbiamo già vissuto in precedenti attacchi terroristici. Quanto accaduto il 7 ottobre non rientra nel conflitto israelo-palestinese.

Da avvocato, quali sono le sue aspettative sul rendere giustizia a queste donne e per sensibilizzare l’opinione pubblica sulle violenze sessuali in situazioni come questa avvenuta in Israele?
Rendere giustizia a queste donne è un obiettivo importante che va raggiunto attraverso le indagini giudiziarie e le verifiche scientifiche di ciò che è accaduto, insieme a un piano di assistenza sanitaria destinato alle vittime di violenza, ai loro familiari e congiunti. E questo deve riguardare tutte le donne nel mondo. Sono più preoccupata di come verrà fatta giustizia a livello internazionale, visto il trattamento che hanno subito, che non in Israele. Le vittime sono state messe a tacere due volte, prima da Hamas, il 7 ottobre, e poi dal silenzio delle stesse organizzazioni delle Nazioni Unite cui era stato affidato il mandato di proteggerle indipendentemente dalla loro origine e dal contesto in cui si trovano. Per questo confido molto nella visita in Israele (dal 29 gennaio, ndr.) della rappresentante speciale del segretario generale delle Nazioni Unite per la violenza sessuale nei conflitti, Pramila Patten. Spero che possa portare a fare giustizia delle atrocità che queste donne hanno subìto e che altri, in questa regione, hanno ignorato. La misura delle aggressioni sessuali e degli stupri di Hamas è raccapricciante. Molto altro ancora dovrà essere rivelato dalle indagini in corso. Il mondo deve condannare queste atrocità e schierarsi dalla parte delle vittime. Se tollererà questi crimini di guerra allora vorrà dire che tollererà la demolizione degli elementi costitutivi della nostra umanità

Le apparizioni di Ghiaie di Bonate impensierivano Hitler. Quelle di Medjugorje con i dieci segreti chi impensieriscono?

I potenti di ogni tempo temono la Madonna, anche se non ci credono e muovono le pedine come è avvenuto a Ghiaie.


Hitler ordinò: deportate a Berlino la bambina che vede la Madonna

Aveva profetizzato che le preghiere avrebbero fatto finire la guerra

Il Giorno –  2010-04-01
di GIUSEPPE PURCARO
BERGAMO
QUANTI SANNO che nella primavera-estate del 44, nella fase più cruenta della guerra, autorità militari e politiche (alleati, tedeschi, SS, repubblichini) e religiose (dall’arcivescovo Ildefonso Schuster alla Santa Sede di Papa Pio XII) e un milione e 450 mila pellegrini (numero enorme per quegli anni, superiore a Fatima), erano tutti in trepida attesa per la profezia (la fine della guerra a metà luglio, se gli uomini avessero pregato) che la Madonna avrebbe rivelato alla piccola veggente Adelaide Roncalli? Quasi nessuno. E ancora: quanti sanno che Hitler, adirato per le voci intorno alle apparizioni di Ghiaie di Bonate, voleva deportare a Berlino la bimba per farne oggetto di studi da parte dei servizi speciali delle SS dediti alle pratiche occulte?

TRAMA DA ROMANZO di fantastoria? No, tutto vero. Ma insabbiato. Fonogrammi di agenti segreti, trasmissioni della radio della Rsi e di Radio Londra, carteggi privati, memorie di storici e di preti locali: tutto finito in un buco nero. Dimenticato dagli storici di professione. Ora, un film per la tivù prodotto dall’associazione Regina della Famiglia, firmato dal regista bergamasco Angelo Mazzola, e una ricerca storica condotta dallo studioso Alberto Lombardoni, curatore del sito www.madonnadelleghiaie.it, sta riportando tutto alla ribalta.
Iniziamo dal film «Nel segno di maggio» (il mese delle 13 apparizioni), incentrato sulla figura del bresciano Vittorio Bonomelli, paracadutista, cappellano militare, agente segreto della Special Force 1 britannica che tra luglio e agosto 1944 scongiurò, grazie a fitti rapporti con i comandi alleati, un pesante bombardamento su Bergamo che avrebbe fatto strage dei pellegrini che da ogni parte d’Italia si recavano alle Ghiaie. «E’ un film per non dimenticare chi ha combattuto per la libertà e la democrazia, salvando la vita a decine di migliaia di persone» ricordano il regista Mazzola e Mario Zappa, presidente dell’associazione.
Poi gli studi storici. «La notizia della pace imminente data dalla veggente bambina, ossia la fine della guerra di lì a due mesi, cioè a metà luglio del 1944 se gli uomini avessero fatto penitenza, si propagò rapidamente in Italia e in Europa tanto da raggiungere anche i campi di concentramento» rivela Alberto Lombardoni.
CHE CONTINUA: «Il presidio nazista di Bergamo era in allarme, così le autorità di Salò. Tanto da indurre lo stesso Hitler a interessarsi del caso: i tedeschi sospettavano che le apparizioni fossero architettate dai servizi segreti inglesi. Ma così non era. Dopo l’attentato a Hitler del 20 luglio del ’44 che molti collegarono con la profezia data dalla Madonna, da Berlino partì l’ordine alle SS di Bergamo di rapire la veggente. Le pressioni sulla Curia bergamasca furono notevoli, ma senza successo. Due alti ufficiali tedeschi nell’estate del 44 si recarono anche dal vescovo Adriano Bernareggi per cercare la bambina. Ma furono incredibilmente depistati dal prelato, e qualcuno inscenò la finta morte della veggente. Perché questo episodio è stato insabbiato? Cosa si cela dietro l’atteggiamento della Curia bergamasca e delle SS di Bergamo? E quale ruolo giocò il cardinale Schuster, che le cronache raccontano anch’egli in attesa di un evento divino la notte del 19 luglio del 44?» Domande ancora in attesa di risposta.

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