"VI SUPPLICO: CONVERTITEVI!" (REGINA DELLA PACE-MEDJUGORJE)

Categoria: TESTI E DOCUMENTI Pagina 116 di 156

FATIMA – APPARIZIONE DEL 13 LUGLIO 1917

CORRISPONDENZA ROMANA 1856 – di Redazione

Riportiamo qui di seguito una parte del capitolo VIII del libro dello storico americano William Thomas Walsh (1891-1949), La Madonna di Fatima, appena pubblicato in italiano da Ares, a cura di Luigi Vassallo. In questo libro, pubblicato per la prima volta nel 1947 in inglese, l’autore raccoglie l’esito delle sue ricerche sugli eventi prodigiosi di Fatima. Da insigne storico quale era, egli racconta in modo appassionante e documentato le apparizioni della Vergine ai tre umili pastorelli, la profezia dello scoppio della II Guerra mondiale e dell’avvento del comunismo, la sua implorazione di penitenza da parte dell’umanità e la promessa della pace e della conversione della Russia qualora il suo messaggio fosse accolto.

In questo particolare tredici luglio del 1917, in tutti i villaggi e i campi della Serra c’era qualcosa di insolito. Prima ancora che i bambini arrivassero in vista della Cova da Iria, dovevano essersene accorti. Infatti, in tutta la zona montuosa e oltre, la gente aveva sentito parlare, attraverso la misteriosa vite che diffonde le notizie in modo così capillare e veloce nei luoghi di campagna, di ciò che era accaduto nella festa di sant’Antonio [13 giugno]. Un numero sorprendente di persone aveva deciso di essere presente alla prossima apparizione. Maria Carreira era tornata da Moita, portando con sé il figlio storpio, il marito incredulo e tutte le figlie. Tra i più ferventi credenti c’era un altro abitante di Moita, José Alves, che aveva detto in faccia al Priore di Fatima che la sua teoria sull’intervento diabolico era una sciocchezza. Chi aveva mai sentito parlare del diavolo che incitava la gente a pregare? (…)

I bambini, al centro della folla, stavano recitando il rosario e guardavano con fiducia verso est. Non hanno prestato attenzione a una donna sgarbata che li rimproverava di essere degli impostori. Giacinta e Francesco non videro nemmeno il padre, che prese posto accanto a loro, pronto ad aiutarli se necessario. Ti Marto guardava Lucia. Il suo viso aveva un pallore simile a quello della morte. La sentì dire: “Toglietevi i cappelli! Toglietevi i cappelli, perché vedo già la Madonna!”. 

Vide qualcosa come una nuvoletta scendere sul leccio; e all’improvviso, mentre la luce del sole si affievoliva, una fresca brezza soffiò sulla Serra. Poi sentì qualcosa che gli sembrò “come una mosca cavallina in un vaso d’acqua vuoto”; ma né lui né Maria Carreira né gli altri, tranne i bambini, riuscirono a distinguere alcuna parola.

A questo punto, tutti gli stimoli del mondo sensoriale – la folla, il sole, la brezza, tutte le banalità dello spazio e del tempo – si erano allontanati dai tre giovani mistici, mentre una forza soprannaturale scendeva su di loro e li trascinava in quel bianco splendore dove ancora una volta, con gioia inesprimibile, videro la Signora planare in cima all’alberello. 

“Che cosa vuole da me?” chiese Lucia come prima. 

“Voglio che tu venga qui il tredicesimo giorno del prossimo mese e che continui a recitare ogni giorno cinque decadi del Rosario in onore della Madonna del Rosario per ottenere la pace del mondo e la fine della guerra. Perché solo Lei potrà aiutare”.

Lucia disse: “Vorrei chiederle di dirci chi è e di fare un miracolo affinché tutti credano che ci è apparsa!”

“Continua a venire qui ogni mese”, rispose la Signora. “In ottobre vi dirò chi sono e cosa desidero, e farò un miracolo a cui tutti dovranno credere”.

Qui Lucia pensò ad alcune richieste che varie persone le avevano chiesto di presentare. “Non ricordo bene quali fossero”, scrisse nel 1941. Ma si ritiene che una di esse fosse la guarigione del figlio storpio di Maria Carreira; si dice che la Signora abbia risposto che non lo avrebbe guarito, ma che gli avrebbe dato un mezzo di sostentamento se avesse recitato il Rosario ogni giorno. Ciò che Lucia ricorda ora è la sua insistenza sull’uso quotidiano della corona per ottenere grazie durante l’anno.

“Sacrificatevi per i peccatori – ripeteva – e dite molte volte, specialmente quando fate qualche sacrificio: ‘O Gesù, è per amor Vostro, per la conversione dei peccatori e in riparazione dei peccati commessi contro il Cuore Immacolato di Maria’”. Mentre la Signora pronunciava le ultime parole, aprì come prima le sue belle mani e da esse fece scendere il raggio rivelatore e penetrante che aveva riscaldato i cuori dei bambini nelle precedenti occasioni. Ma questa volta sembrò passare nella terra, rivelando sotto di sé – e queste sono le parole di Lucia, scritte nel 1941, “[Un] mare di fuoco; e immersi in questo fuoco i demoni e le anime, come se fossero carboni ardenti, trasparenti e neri o color bronzo, con forme umane, che fluttuavano nella conflagrazione, portati dalle fiamme, che ne uscivano con nuvole di fumo, cadendo da tutte le parti come cadono le scintille nelle grandi conflagrazioni – senza peso né equilibrio, tra grida e gemiti di dolore e di disperazione che inorridiscono e fanno rabbrividire di paura”.  “I diavoli si distinguevano per le forme orribili e ripugnanti di animali spaventosi e sconosciuti, ma trasparenti come carboni neri arroventati”.

I bambini erano così spaventati che sarebbero morti, secondo loro, se non fosse stato detto loro che sarebbero andati tutti in Paradiso. Dopo aver guardato con orrore affascinato lo spettacolo raccapricciante che nemmeno santa Teresa ha descritto in modo più spaventoso, alzarono gli occhi come in un appello disperato alla Signora che li guardava con cupa tenerezza.

“Vedete l’inferno, dove vanno le anime dei poveri peccatori”, disse. “Per salvarle Dio vuole stabilire nel mondo la devozione al mio Cuore Immacolato. Se faranno quello che vi dirò, molte anime si salveranno e ci sarà la pace.

La guerra finirà. Ma se non smettono di offendere Dio, ne inizierà un’altra e peggiore sotto il regno di Pio XI.

Quando vedrete una notte illuminata da una luce sconosciuta, sappiate che è il grande segno che Dio vi dà per punire il mondo per i suoi crimini attraverso la guerra, la fame e la persecuzione della Chiesa e del Santo Padre.

Per evitare questo, vengo a chiedere la consacrazione della Russia al mio Cuore Immacolato e la Comunione riparatrice nei primi sabati. Se ascolteranno le mie richieste, la Russia si convertirà e ci sarà la pace. Altrimenti spargerà i suoi errori per il mondo, provocando guerre e persecuzioni alla Chiesa. I buoni saranno martirizzati, il Santo Padre avrà molto da soffrire, varie nazioni saranno annientate.

Alla fine, il mio Cuore Immacolato trionferà. Il Santo Padre mi consacrerà la Russia, che si convertirà e che concederà al mondo un certo periodo di pace.

In Portogallo, il dogma della fede sarà sempre mantenuto.

Non ditelo a nessuno. A Francesco, sì, puoi dirlo.

Quando recitate il Rosario, dite dopo ogni mistero: O mio Gesù, perdonateci e liberateci dal fuoco dell’inferno. Portate in cielo tutte le anime, specialmente quelle più bisognose”.

La Signora ha poi rivelato ai bambini un ultimo segreto che non è mai stato svelato e che Lucia non rivelerà fino a quando la Regina del Cielo stessa non glielo ordinerà. Non l’ha mai rivelato nemmeno ai suoi confessori.

Nel lungo momento di silenzio che seguì, la folla sembrò percepire la solennità apocalittica e la tensione di una comunicazione da cui dipendeva, forse, il destino dell’intera umanità. Non si sentiva un suono da nessuna parte. I bambini, la folla, il vento, tutto taceva come la morte. Alla fine Lucia, pallida come un cadavere, si azzardò a chiedere con la sua voce alta e sottile: “Non volete più nulla da me?”. “No, oggi non voglio più nulla di te”. Con un ultimo sguardo affettuoso ma autorevole, la Signora si diresse come al solito verso est – così Lucia conclude il tremendo racconto della terza apparizione – “e scomparve nell’immensa distanza del firmamento”.

Mentre i bambini distogliendo lo sguardo verso est si guardavano l’un l’altro, smarriti e scossi, la gente cominciò a premere intorno a loro, quasi soffocandoli e calpestandoli nella loro smania di fare ogni sorta di domande.

“Che aspetto aveva?” “Che cosa ha detto?” “Perché sei così triste?” “È la Vergine?” “Verrà ancora?”.

“È un segreto”, disse Lucia. “È un segreto”.

“Buono o cattivo?”.

“Buono per alcuni, cattivo per altri”.

“E non ce lo dirai?”.

“No, signore. È un segreto e la Signora ci ha detto di non dirlo”. 

Ti Marto prese in braccio sua figlia Giacinta e si diresse a gomitate verso il margine della folla, con la bambina aggrappata al collo. I ritardatari li seguirono, continuando a tempestarli di domande. E Lucia e Francisco continuavano a ripetere: “È un segreto. È un segreto”. Qualcuno si offrì di riportarli a casa in automobile. Ti Marto acconsentì e i bambini salirono per la prima volta su uno di quegli strani mostri senza cavalli che avevano visto di tanto in tanto rombare lungo la strada da Ourem a Leiria. Non erano dell’umore giusto per godersi una nuova esperienza. Ma furono grati per il viaggio, perché tutti e tre erano esausti

Come e perché J.D. Vance cambierà gli Stati Uniti (e anche le nostre vite)

diGianluca Mercuri- Corriere della Sera – 17 Luglio 2024

Il vice di Trump è già una superstar: ecco perché possiamo dire che sta arrivando uno di quegli uomini in grado di cambiare la storia

«È un’occasione per riunire l’intero Paese, persino il mondo intero». Parlando ieri con la giornalista del Washington Examiner che avrebbe dovuto intervistarlo sabato (poi l’appuntamento mediatico ha ceduto il passo all’appuntamento con la Storia), Donald Trump ha sintetizzato così la strategia che lui e il suo staff hanno delineato per l’atteso discorso di giovedì alla Convention repubblicana di Milwaukee.

Dai toni incendiari — di cui Trump è indiscutibilmente il massimo responsabile in questi anni di polarizzazione e di violenza — si passerebbe dunque a un approccio ecumenico, da unificatore dell’America, presidente di tutti.

Sarebbe una virata totale. Lo sarà? I dubbi di Aldo Cazzullo nell’editoriale di ieri hanno radici profonde: l’intermezzo ecumenico di Trump sarà prevedibilmente breve, spiega, perché «sappiamo che questa non è la sua vera natura. E che nei prossimi mesi il suo discorso sarà: volevano eliminarmi per via giudiziaria, volevano eliminarmi fisicamente; chi non si mobilita per me, chi non combatte — il fatidico “fight” —, farà il loro gioco».

D’altronde, che l’ammorbidimento sia estemporaneo e del tutto provvisorio Trump l’ha confermato nelle stesse ore, con una scelta che può cambiare davvero il corso della storia. La storia dell’America e del mondo, la storia di tutti noi. Perché Trump, tempra o non tempra, fight o non fight, ha 78 anni. 

Il vicepresidente che ha indicato è invece nel pieno delle forze, una stella potentissima e abbagliante, un uomo in cui intelligenza, cultura, carisma, fascino personale, energia, giovinezza, determinazione, spregiudicatezza e una evidente inclinazione alla spietatezza ideologica strabordano da ogni atto e parola. Un uomo che ha solo 39 anni, e che dopo i prossimi quattro in cui Trump pare avviato a rioccupare la Casa Bianca e la scena mondiale, ha già — dopo pochissime ore — ottime probabilità di succedergli nei successivi otto.

 Significherebbe che la destra più drastica e potente della storia americana dominerebbe per 12 anni, 12 anni in cui condurrebbe un micidiale scontro di civiltà contro ogni espressione della sinistra culturale, quelle radicali come quelle moderate. La guerra non farebbe prigionieri, armate politico-ideologiche si accoderebbero ovunque a quella americana. Il mondo cambierebbe. Non c’è bisogno di essere Goethe e di farsi ricevere a Erfurt un paio d’ore per avere l’impressione che il genio tedesco ebbe di Napoleone: qui basta poco per pensare (temere, sperare?) che sta arrivando uno di quegli uomini che cambiano la storia.

J.D. Vance è già una superstar, in ogni senso. Il suo libro Hillbilly Elegy, del 2016, è un bestseller diventato il manifesto della destra americana e di tutte le destre mondiali che i libri se li leggono. 

Racconta il declino della Rust Belt, la «cintura della ruggine» un tempo cuore dell’industria pesante e della classe operaia bianca, e poi cuore del declino di entrambe. Mito e realtà di un’America profonda e depressa, che fa da base al revanscismo anti élite, sono magnificamente descritti da Vance. Un libro che nessun critico progressista ha osato stroncare per il semplice motivo che è davvero un libro meraviglioso. Per come racconta un passaggio storico, per come spiega cosa ci sia — anche di profondo, di legittimo, di condivisibile — dietro la reazione di una specie umana, il maschio bianco americano di basso reddito, che la sinistra ha tendenzialmente schifato e dimenticato (non sempre, e non ovunque) e la destra ha strumentlmente accolto e usato (sempre e ovunque, facendo bene il suo mestiere ma spesso seminando odio). Se il libro è bello e credibile, però, è anzitutto per il modo in cui Vance racconta la sua storia e quella della sua famiglia. Basta questo passaggio rievocato da Viviana Mazza per mostrarne la forza:

«È cresciuto a Middletown, in Ohio, senza una figura paterna stabile e con la mamma alcolizzata, educato all’importanza di andare bene a scuola da una fiera nonna del Kentucky, “Mamaw”, che rimase incinta a 13 anni, possedeva 19 pistole e una volta diede fuoco al nonno (che sopravvisse) quando non ne potè più della sua violenza e dell’alcolismo».

Ma perché questo ex marine povero, che poi è finito nelle università di élite e nell’alta finanza, può avere un ruolo decisivo nel nostro futuro? Per capirlo conviene leggere quello che scrive di lui Zack Beauchamp, tra i massimi studiosi americani della destra radicale (è appena uscito il suo The Reactionary Spirit: How America’s Most Insidious Political Tradition Swept the World). Oggi Beauchamp attacca il pezzo su Vox raccontando il suo incontro con Vance e l’impressione che ne ebbe, quella di un uomo «amichevole, riflessivo e intelligente, molto più intelligente della media dei politici che ho intervistato». Poi cambia improvvisamente tono:


«Ma la sua visione del mondo è essenzialmente incompatibile con i principi fondamentali della democrazia americana».

Il perché lo argomenta riccamente. Elenca tutte le sortite di Vance che stanno riemergendo in queste ore. Per esempio, quando ha detto che, se nel 2020 fosse già stato il suo numero 2, «avrebbe portato a termine il piano di Trump che prevedeva che il vicepresidente annullasse i risultati delle elezioni», e dunque ha dato ragione ai golpisti del 6 gennaio che, istigati da Trump, avevano assaltato il Congresso esattamente per fare a pezzi Mike Pence, il vicepresidente che si era rifiutato di assecondare il golpe. Infatti, «ha raccolto fondi per i rivoltosi». 

Ha invitato il Dipartimento di Giustizia «ad aprire un’indagine penale su un editorialista del Washington Post che aveva scritto un articolo critico su Trump», lasciando intravedere che intenzioni ha con la libera stampa. Dopo l’attentato all’ex presidente, sabato, «ha cercato di sbianchettare il radicalismo di Trump attribuendo la colpa della sparatoria alla retorica dei democratici sulla democrazia, senza un briciolo di prova». Ha detto infatti: «Non è un incidente isolato. La premessa centrale della campagna di Biden è che il presidente Trump è un fascista autoritario che deve essere fermato ad ogni costo. Questa retorica ha portato direttamente al tentativo di assassinarlo». Biden mandante morale, insomma, e tanti saluti al 6 gennaio, definitivamente archiviato dal proiettile di Butler e dall’orecchio insanguinato del leader che voleva sovvertire con ogni strumento l’esito elettorale, ma ora è un mezzo martire mondato da ogni atto ignobile.

Da queste parole si capisce già bene «l’agenda aggressiva» che Vance intende mettere in campo nei prossimi 12 anni. Per esempio, uno spoils system fatto col napalm, una purga totale: Trump, ha detto Vance in un’intervista di febbraio alla Abc rimasta famosa perché il conduttore George Stephanopoulos si è indignato al punto di interromperla, dovrebbe «licenziare ogni singolo burocrate statale di medio livello» e «sostituirlo con la nostra gente». Se i tribunali tentassero di impedirlo, Trump dovrebbe semplicemente ignorare la legge. «Si presenti davanti al Paese come fece Andrew Jackson, e dica che ora che la Corte Suprema ha emesso la sua sentenza, la applichi se ci riesce».

Ecco, il paragone con Andrew Jackson — il primo presidente populista (dal 1829 al 1837), di tendenze autoritarie e responsabile di varie atrocità — è di per sé indicativo. Jackson — il cui ritratto campeggiava nello Studio Ovale di Trump — ignorò nel 1832 la sentenza della Corte Suprema che aveva deciso uno stop all’espropriazione di terre indiane da parte dei bianchi. «Il risultato fu la pulizia etnica di circa 60.000 nativi, un evento che oggi chiamiamo “Sentiero delle lacrime”», ricorda Beauchamp. Vance, insomma, nella furia di porre il presidente al di sopra di qualsiasi organo di garanzia, evoca indirettamente una carneficina come precedente da seguire.

Il succo che ne trae l’esperto è questo:

«J.D. Vance è un uomo che crede che l’attuale governo sia così corrotto da giustificare misure radicali, persino autoritarie, in risposta. Si vede come l’avatar del popolo virtuoso d’America, i cui nemici politici sono intrusi che non meritano rispetto. È un uomo di legge che crede che il presidente sia al di sopra della legge».

Importante è anche il trasformismo con cui Vance è passato dal «never Trump» al diventare il suo delfino, subito paragonato dai predicatori di destra al riallineamento tra Kamala Harris e Joe Biden nel 2020. Ma davvero non c’è paragone: quello era un ordinario scontro alle primarie, mentre l’avversione di Vance per Trump è durata anni ed è stata espressa in modo durissimo. Politico ha ricordato tutti i dettagli. I più noti sono questi: nel febbraio 2016 scrisse a un ex un compagno di studi di essere incerto «tra il pensare che Trump sia uno stronzo cinico come Nixon, che non sarebbe poi così male (e potrebbe persino rivelarsi utile) o che sia l’Hitler d’America». Su Facebook attaccò il Partito repubblicano perché si era messo nelle mani di un «demagogo». Cambiò idea nel 2022, quando si candidò al Senato. Fu allora che l’ex compagno diffuse lo screenshot del vecchio messaggio.

Una volta, a proposito del suo attuale capo, twittò «mio Dio che idiota».

Celebre è poi il commento che gli pubblicò il New York Times nel 2016: «Trump è inadatto alla più alta carica della nazione». Come pure un’intervista alla Npr: «Non riesco a digerire Trump. Penso che sia nocivo e che stia portando la classe operaia bianca in un luogo molto buio». Pensò perfino di votare per Hillary Clinton contro di lui: «Credo che ci sia una possibilità, se ritengo che Trump abbia davvero una buona possibilità di vincere, di dovermi tappare il naso e votare per lei». Come si vede, basta un po’ di pazienza e di lavoro di ricostruzione per mostrare come la sua conversione al trumpismo non sia onestamente paragonabile allo scontro contingente tra Harris e Biden. C’è qualcosa di più, e un commentatore serio come Beauchamp lo spiega bene:

«Quando ho parlato con il senatore della Georgia Josh McLaurin — l’ex compagno di stanza alla facoltà di legge che aveva ricevuto il testo di Vance “America’s Hitler” — gli ho chiesto come il Vance che conosceva si sia evoluto nel Vance che vediamo oggi. “La linea di demarcazione tra l’ex JD e l’attuale JD è la rabbia”, mi ha detto McLaurin. “La svolta pro Trump può essere intesa come disprezzo in risposta alla rabbia”, in particolare il disprezzo diretto ai nemici politici di Vance. I commenti di McLaurin suggeriscono che la conversione di Vance al trumpismo sia autentica. Sono propenso a concordare, anche se la tempistica della sua conversione è sicuramente conveniente: si è convertito al populismo di destra giusto in tempo per candidarsi a un seggio vacante nell’Ohio trumpiano».

D’altronde, ricorda giustamente, sapere cosa pensino davvero i politici è importante ma fino a un certo punto: conta di più cosa fanno. E comunque gli indizi di una adesione sincera di Vance alle pieghe più reazionarie del moderno pensiero conservatore sono sparsi ovunque. I suoi riferimenti sono l’accademico Patrick Deneen, che invoca un «cambio di regime» in America, e il suo ex datore di lavoro e attuale sponsor Peter Thiel, il miliardario della Silicon Valley (non sono affatto tutti di sinistra) capace di dire «non credo più che libertà e democrazia siano compatibili».

Un concetto affine a quello della «democrazia illiberale» teorizzata da Viktor Orbán. 

È il primo ministro ungherese il vero modello di J.D. Vance come di tutte le moderne destre mondiali. Lo ispira in molte cose — l’approccio verso la stampa e la magistratura per esempio, che a Budapest sono diventate quasi interamente organiche al governo — ma c’è soprattutto una frase da tenere d’occhio: a proposito delle università, secondo Vance, Orbán «ha preso alcune decisioni intelligenti da cui potremmo imparare negli Stati Uniti». Allude alla conquista del mondo accademico da parte della destra ungherese a suon di finanziamenti statali — qui la racconta l’Economist — e fa capire che più che mai le università sono e sempre più saranno il campo di battaglia tra destra e sinistra: se ora sono il laboratorio delle teorie progressiste più radicali e anche controverse, per l’uomo dell’Ohio devono cambiare di segno e diventare roccaforti del pensiero conservatore.

Insomma, non è certo un caso se Kevin Roberts, presidente del think tank di ultradestra Heritage Foundation, forza trainante del «Progetto 2025» che mira né più né meno a orbanizzare l’America, dica apertamente che Vance «sarà assolutamente uno dei leader — se non il leader — del nostro movimento».

Last but not least: Vance è un antiabortista feroce. Feroce perché vuole costringere a concludere la gravidanza perfino le donne vittime di stupro e incesto. Lo ha spiegato così: «Due errori non fanno un diritto. Non si tratta di stabilire se una donna debba essere costretta a partorire un figlio, ma se si debba permettere a un bambino di vivere, anche se le circostanze della sua nascita sono in qualche modo scomode o un problema per la società».

Naturalmente è pure islamofobo: un prerequisito ormai per questa «Nuova Destra» assertiva che vuole spazzare via la «dittatura» della sinistra. Solo che qui l’articolazione del pensiero si fa grezza fino al grottesco. Lo si è visto di recente, quando ha detto che la Gran Bretagna può essere «il primo paese davvero islamista dotato di armi nucleari, ora che hanno vinto i laburisti».

Ecco dunque il vero campione della destra: Trump è solo di passaggio. Il vansismo soffierà forte ovunque. In Europa e in Italia in tanti non vedono l’ora.

L’allenatore della Spagna campione d’Europa: «Senza Dio nulla ha senso»

La notizia è già girata: la nazionale spagnola, guidata dall’allenatore Luis de la Fuente Castillo, ha vinto gli Europei 2024, salendo così per la quarta volta sul tetto d’Europa. Sopra a quel tetto e più su, oltre il cielo di Berlino, secondo il CT della squadra iberica c’è Qualcuno che dà senso a tutto, anche a una conquista sportiva tra le più prestigiose.

Nella conferenza stampa che ha preceduto la finale che ha visto trionfare la Spagna sull’Inghilterra per due reti a una, un giornalista della BBC lo ha interpellato sulla sua fede, come riporta Aciprensa:

 «Quelli di noi che sono atei rispettano ma non comprendono appieno il rapporto di coloro che hanno fede in Dio. Dov’è Dio e la fede quando c’è una finale e ci vuole assolutamente tutto per vincere?».

 La risposta di de la Fuente Castillo, che ha suscitato le risate dei presenti, ha mostrato come l’esperienza del credente nei confronti di chi non crede sia esattamente la stessa, uguale e contraria:

«Ti capisco perfettamente perché con gli atei mi succede la stessa cosa, esattamente la stessa cosa».

Non dice cosa c’entri la fede con il desiderio di vincere una finale, ma spiega come questa dimensione investa tutta la vita, quindi anche la professione, nel suo caso quella di allenatore:

«La fede è qualcosa di personale e trasferibile, in questo caso non è incedibile, è trasferibile, ma è personale. […] Siccome sono libero e posso scegliere quello che penso di dover fare, la mia intelligenza e le mie esperienze […] ebbene, mi invitano a credere in Dio e mi danno molta sicurezza e molta forza».

 E non si tratta di superstizione, un insieme di riti o pensieri da rivolgere a un’entità misteriosa per estorcere benefici personali. La fede di cui parla è invece un atto umano integrale che si appoggia alla ragione, all’esperienza e alla volontà: come l’amore, la fede nasce anche da una decisione. Lo spiega chiaramente in un’altra intervista a El Mundo online dove racconta di essere tornato alla fede cattolica nella quale pure era stato educato per una sua libera decisione. Le ragioni per credere erano sempre state lì, ma per un lungo tratto della sua vita erano prevalsi i dubbi. Lo chiarisce rispondendo alla domanda del giornalista:

«Dammi una ragione per credere in Dio». «Altrimenti la vita non avrebbe senso. È qualcosa che devi vivere, che avrebbe dovuto esserti spiegata. Sono religioso perché ho deciso di esserlo. Vengo da una famiglia religiosa, ma per tutta la vita ho avuto molti dubbi e mi sono allontanato dalla religione. Ma a un certo punto della mia vita, ho deciso di rivolgermi di nuovo e di appoggiarmi a Dio per tutto ciò che faccio. Non esiste una, ma mille ragioni per credere in Dio. Senza Dio, nulla nella vita ha senso».

Per questo, una volta che la luce della fede ha iniziato a penetrare ogni aspetto della realtà, è difficile per chi crede comprendere la visione dell’ateo. Per il sessantatreenne allenatore delle furie rosse la fede cristiana non è solo visione e comprensione intellettuale, però, è il rapporto con Qualcuno che attraversa ogni altra relazione, con il prossimo, la carriera, i successi e i fallimenti.

Da come racconta sempre nell’intervista a El Mundo, la dimensione spirituale sembra rimettere in ordine tutto il resto, permettendogli di gioire dei successi, di chiedere perdono per gli errori, di proteggersi dall’invasività dei social media e di considerare un obiettivo di prim’ordine il suo valore come persona e non la lunghezza dell’elenco di titoli conquistati: 

«A Del Bosque non piace molto che la gente anteponga la sua brava persona ai suoi meriti professionali. Ti succede qualcosa di simile?»
«No, no, per niente. Per me essere una brava persona è fondamentale, è un valore aggiunto. Datemi delle brave persone, innanzitutto, e poi dei bravi professionisti.»
«Ma preferisci che la gente dica: ‘è una brava persona, ma un pessimo allenatore’?»
«Professionalmente, i risultati ti mettono al tuo posto. La valutazione professionale è soggettiva. Ma quello che penso sia più importante è che ti dicano che sei una brava persona. È meglio vivere facendo il bene che facendo il male, il male non riposa».

Il male tormenta e annoia, anche se in era moderna ha riscosso più successo artistico e cinematografico. Il peccato fa male, non è così divertente come lo staff marketing che vi si dedica – instancabile-  fa di tutto per farci credere. Si potrebbe ripartire da questo e dalla considerazione che una persona che serve questo ideale non è affatto il bonario e ottuso parrocchiano (anche questo, uno stereotipo che gradiremmo abbattere) che si accontenta di esercizi devozionali e buoni sentimenti, ma un allenatore che lavora sodo, apprezza i propri giocatori innanzitutto come persone e, per inciso, ha appena sollevato il trofeo più prestigioso d’Europa. Alla fine non è poi così da “nerd” invocare l’intercessione dei santi e della Vergine, come dice di fare abitualmente il tecnico spagnolo, no?

NEWS 15 Luglio 2024    di Paola Belletti –IL TIMONE

Missili Usa in Germania, il Cremlino minaccia: “Le capitali europee diventano bersagli”

dalla nostra inviata Rosalba Castelletti- La Repubblica

Per il portavoce Peskov, è un ritorno alla Guerra fredda che porterà al crollo della Ue. Secondo colloquio in un mese tra il capo del Pentagono Austin e il ministro della Difesa Belousov

13 LUGLIO 2024 AGGIORNATO ALLE 19:57 2 MINUTI DI LETTURA 

  • MOSCA – Lo schieramento di missili statunitensi a lungo raggio in Germania concordato da Washington e Berlino questa settimana a margine del vertice Nato inizierà soltanto nel 2026, ma la retorica moscovita si è già infiammata. «È una situazione paradossale. L’Europa è un bersaglio per i nostri missili, il nostro Paese è un bersaglio per i missili americani in Europa. Ci siamo già passati, ci siamo passati. Abbiamo la capacità di contenere questi missili, ma le vittime potenziali sono le capitali di questi Paesi», ha dichiarato il portavoce del Cremlino Dmitrij Peskov intervistato dal giornalista Pavel Zaburin della tv di Stato Rossija1 mettendo in guardia il continente europeo. Per Peskov è un ritorno alla «guerra fredda», che però non porterà nulla di buono all’Unione Europea.

«L’Europa sta andando a pezzi. Non è il momento migliore per l’Europa. In un modo o nell’altro, la storia si ripeterà», ha osservato ricordando che il crollo dell’Unione Sovietica chiuse il precedente confronto tra i due blocchi segnato dalla crisi degli euromissili. Allora la tensione si concluse con la firma del Trattato sulle forze nucleari a raggio intermedio (o Trattato Inf) che vietava missili con una gittata tra i 500 e i 5.500, ma l’intesa è decaduta nel 2019 col ritiro degli Stati Uniti sotto l’amministrazione guidata da Donald Trump. Il dispiegamento in Germania di missili SM-6, Tomahawk e altri vettori ipersonici attualmente in fase di sviluppo violerebbe il Trattato Inf se fosse ancora in vigore.

Già venerdì il portavoce di Vladimir Putin aveva dichiarato che lo schieramento di missili Usa a Berlino non era altro «che una provocazione e una nuova, e molto pericolosa, escalation della tensione», mentre il viceministro degli Esteri Sergej Rjabkov aveva commentato che «nessuno in Occidente dovrebbe avere dubbi sulla determinazione» della Russia a rispondere e aveva bollato il summit Nato come «un vertice della vergogna». «È stato disastroso e non ha fatto altro che aggravare le tensioni, aumentando i rischi che la situazione precipiti», ha detto Rjabkov. Sono tutte dichiarazioni che mirano a incunearsi tra le fratture in seno alla Unione europea e alla stessa Germania. Non tutti, infatti, hanno accolto con favore l’annuncio di Olaf Scholz: i Verdi, parte della coalizione di governo, hanno criticato l’intesa con gli Usa e il partito di estrema destra all’opposizione Afd ha accusato il cancelliere di rendere «la Germania un obiettivo».

Le parole di Peskov e Rjabkov non sono che benzina sul fuoco.

Dell’accordo tra Washington e Berlino è probabile che venerdì abbiano parlato anche il capo del Pentagono Lloyd Austin e il ministro della Difesa Andrej Belousov che ha preso il posto di Sergej Shojgu in seguito al rimpasto di governo dello scorso maggio. La chiamata, avvenuta su iniziativa di Mosca, è stata la seconda in meno di un mese: i due si erano già sentiti il 25 agosto. Prima della nomina di Belousov, l’ultima telefonata tra Austin e il suo omologo russo risaliva invece al febbraio 2023. Stando al ministero della Difesa russo, Austin e Belousov avrebbero discusso proprio come «prevenire le minacce alla sicurezza e ridurre il rischio di possibile escalation».

Il mausoleo dell’epoca di Putin e l’ospedale pediatrico di Kiev

di Stefano Caprio- Asia news – 14 Luglio 2024

Proprio mentre era in corso il bombardamento sul luogo di cura per i piccoli pazienti oncologici ucraini, a Mosca si chiudeva (per riaprire in forma permanente) la mostra che esalta la “Russia senza fine”. Mentre si lodano i successi interni, lo sterminio esterno viene commentato con cinica indifferenza: “È la guerra, non c’è niente di speciale”.

Mentre era in corso il bombardamento russo sull’ospedale oncologico per bambini Okhmatdet di Kiev, lo scorso 8 luglio, si è finalmente conclusa a Mosca nella fiera Vdnk l’esposizione della mostra “Russia: i successi dell’epoca di Putin”, che aveva aperto fin dallo scorso 4 novembre la campagna elettorale delle nuove elezioni presidenziali di marzo, con un concerto davanti alla fontana dell’Amicizia dei Popoli dei cantanti russi più “patriottici”: il lirico Grigorij Leps e il sovietico Oleg Gazmanov, il rocker Šaman e il rapper ST. La mostra è tanto piaciuta al presidente da diventare un “mausoleo permanente” col titolo “La Russia non finisce mai”, come ha annunciato la direttrice Natalia Virtuozova. La manifestazione doveva chiudersi in aprile, ma dopo la sua ri-consacrazione Putin ha deciso che “rimanesse aperta fino all’estate, per permettere a milioni di visitatori di apprezzare le bellezze della Russia”.

Verrà quindi costruito sulle rive della Moscova, accanto ai padiglioni di quella che era la grande parata delle conquiste sovietiche, un nuovo grandioso edificio per “la conservazione dell’eredità della Russia di oggi”, sul lungofiume Krasnopresnenskij. In esso avranno spazio le espressioni delle oltre cento regioni della Russia maturate nel quarto di secolo putiniano, sotto la regia del gran consigliere Sergej Kirienko. Uno dei presentatori dell’evento conclusivo, lo showman di origine lettone e fama sovietica Valdis Pelšs, aveva infatti spiegato con entusiasmo che “molti visitatori della mostra sono pronti a rimanere ancora per giorni interi, purché non si perdano questi tesori… non capita tutti i giorni la fortuna di vedere la bellezza unica del nostro Paese, da Vladivostok a Kaliningrad, tutta in un solo posto”. La “Russia senza fine” è proprio la definizione plastica dell’idea di “mondo russo” che oltrepassa ogni confine e unisce tutti i popoli.

Lo stesso Putin non era presente al concerto finale, ma il giorno dopo ha voluto incontrare tutti i collaboratori, che gli hanno consegnato “tre scatoloni di ringraziamenti” da parte dei visitatori, e si è congratulato con i vincitori dei concorsi “Le nostre cose di famiglia” e “La forza della famiglia”, assicurando che “per lo Stato non ci può essere nulla di più importante”. Durante la campagna elettorale e anche dopo, Putin ha comunque visitato più volte la mostra, esprimendo ogni volta la sua grande soddisfazione, invitando a vederla anche tutti i diplomatici stranieri residenti in Russia: “Così potrete rendervi conto di persona di come il nostro Paese cresce e si sviluppa, e non avrete più voglia di andarvene via”. Secondo i dati ufficiali, la mostra è stata visitata da oltre 17 milioni di persone, oltre il 10% dell’intera popolazione della Federazione russa.

Un posto speciale hanno avuto le nuove risorse pensate per la zona dell’Artico, con uno speciale “autobus artico elettrico” e piani per le nuove città che verranno costruite sopra il Circolo polare. In ogni stand regionale si potevano effettuare passeggiate virtuali in tutti i luoghi più esclusivi, tra monumenti, castelli e industrie, e ognuno offriva fiere di artigianato e specialità locali, con la degustazione di prodotti delle varie zone. Tutti i principali propagandisti e molti politici sono intervenuti con incontri e discorsi pubblici, da Vladimir Solov’ev a Margarita Simonyan, il premier Mikhail Mišustin con tanti ministri e alti funzionari, per esaltare il “mondo speciale” creato da Putin enunciando le cifre di tutti i record da lui raggiunti. Ogni centomila visitatori si premiava l’ultimo arrivato, tanto che qualcuno ha maliziosamente osservato che molti sono tornati parecchie volte, per centrare il “numero perfetto”. Del resto il parco Vdnk è uno dei luoghi preferiti del passeggio moscovita.

Uno dei padiglioni più apprezzati è stato quello della Zar-bomba, la bomba termonucleare AN602 che fu prodotta in Unione Sovietica, tra il 1956 e il 1961, da un gruppo di fisici nucleari guidati dal leggendario scienziato Igor Kurčatov. Fu la dimostrazione della capacità dei sovietici di competere nella guerra atomica, e viene considerata l’arma esplosiva più potente di tutta la storia dell’umanità, tanto da essere classificata perfino nel Guinness dei primati. Molti visitatori si sono soffermati sui paragoni tra gli stand delle regioni confinanti, per vedere chi fosse più capace di esaltare le proprie caratteristiche, artistiche o tecnologiche, e i bambini si sono accalcati a quello dell’Esercito dell’Infanzia, dove si poteva partecipare in video-gioco all’operazione speciale in Ucraina e ad altre guerre del passato e del presente. Molte regioni hanno investito nella mostra cifre enormi, sottratte alle necessità di bilancio per i propri cittadini; quella di Krasnodar ha speso 146 milioni di rubli (un milione e mezzo di euro), 50 milioni quella di Vladimir e 23 milioni quella del Kuzbass. Molti hanno ricordato ironicamente i “villaggi Potemkin”, le facciate ridipinte per le visite della zarina Caterina II a fine Settecento.

Lo scopo della mostra è quello di tutta la propaganda interna nella vita della Russia: mostrare soltanto la parte positiva e “i grandi passi avanti” in tutti gli angoli del Paese. Si poteva girare tutta la fiera con il “forum turistico” Viaggia con noi, gustare i piatti della cucina ciuvascia o buriata, prendere parte ai concorsi sportivi, tutto quello che ormai è impossibile provare al di fuori della Russia, in un mondo esterno soltanto da disprezzare. È il compito di “portare avanti le nostre tradizioni verso il futuro”, come si è ripetuto in centinaia di tavole rotonde su temi patriottici e sulla “politica giovanile”. Ora il nuovo mausoleo verrà chiamato il centro Russia, aprendo delle filiali in ogni regione, e molti lo hanno soprannominato Putin-Centr, o anche “la nuova infrastruttura del blocco di Kirienko”, dove sarà possibile avere accesso a finanziamenti sterminati per chi guarda all’eredità della Russia anche come eredità dello stesso Putin, in un futuro per ora impossibile da calcolare.

L’apoteosi del putinismo, che esalta una realtà grottesca fondata sulla menzogna propagandistica, impressiona proprio nel confronto con l’ennesima tragedia consumata a Kiev negli stessi momenti. Le motivazioni del bombardamento di un ospedale pediatrico particolarmente sensibile sono probabilmente quelle della distruzione dei grandi generatori indipendenti, come appunto quelli delle cliniche dove non si può sospendere l’energia elettrica, per “ridurre al nulla e al silenzio” la vita dei cittadini ucraini. E mentre si lodano i successi interni, lo sterminio esterno viene commentato in Russia con cinica indifferenza: “è la guerra dove capita di tutto, non c’è niente di speciale”, come ha affermato il portavoce del Cremlino Dmitrij Peskov. I propagandisti più “elevati” hanno cercato di attribuire la tragedia dell’Okhmatdet alla contraerea ucraina, ma la gran parte di quelli “ordinari” hanno tranquillamente ammesso che “la Russia fa il suo mestiere”, anche qui ripetendo il ritornello “non c’è niente di speciale”. Sul canale ortodosso-patriottico Tsargrad è stato trasmesso un servizio su “L’ospedale per bambini a Kiev non è un caso, riconosciamolo e basta avere paura”.

In Russia tutto è splendido e speciale, al di fuori tutto è miserevole e privo di interesse, per quanto terribili o sconvolgenti possano essere gli avvenimenti: questo è lo schema della narcosi della coscienza dei cittadini russi. Si ripete che non c’è nulla di particolare, così si può fare a meno di pensarci: la negazione della realtà non conosce limiti, e questa è purtroppo una caratteristica di tanti sistemi politici, e ideologie varie nel mondo. Molti si lasciano avvolgere dalle spire della menzogna, molti fanno finta di caderci, ma non è tanto la consapevolezza, quanto il comportamento che conta: se non c’è niente di speciale, non è il caso di agitarsi e protestare. Pur di evitare conseguenze spiacevoli, si è disposti a negare non soltanto le sofferenze degli altri, ma anche le proprie, magari facendo finta di nuotare nei piaceri e nell’abbondanza.

Coloro che in Russia sostengono ancora posizioni contrarie alla guerra, non sono fuggiti all’estero né sono caduti sotto la scure della persecuzione, sono costretti ad adattarsi a una situazione che pare impossibile da cambiare in alcun modo. Al “non c’è niente di speciale” corrisponde un altro ritornello, “bisogna continuare a vivere in qualche modo”, perché la società russa non può controllare il potere, ma soltanto sperare che non sia davvero eterno. Un grande scienziato e intellettuale dei tempi sovietici, il filologo Jurij Lotman, da veterano della Grande guerra patriottica proponeva una modalità “bellica” per vivere a lungo sotto il regime totalitario: “bisogna fare come se fossimo in prima linea nella guerra, fuggendo dai nemici, nascondendoci di trincea in trincea, da un albero all’altro, senza illudersi di poter fare piani per il futuro, ma cercando soltanto di non perdere sé stessi”. Il mondo cambia, e anche la Russia cambia spesso in modo radicale e imprevisto: se si riesce a sopravvivere, forse si potrà vedere un mondo nuovo.

Spari al comizio di Trump in Pennsylvania, l’ex presidente ferito. «Il proiettile mi ha perforato l’orecchio, non mi arrenderò mai». L’attentatore Thomas Matthew Crooks è stato ucciso

I dubbi e le polemiche sulla sicurezza dopo l’attentato a Trump: «Avevamo segnalato il cecchino, perché non lo hanno fermato?»

di Guido Olimpio – Corriere della Sera  14 Luglio 2024

Come ha potuto Thomas Matthew Crooks appostarsi su un tetto a poche centinaia di metri dal comizio di un ex presidente degli Stati Uniti, indisturbato? Perché non è stato fermato?

Come ha potuto Thomas Matthew Crooks, il 20enne che ha attentato alla vita di Donald Trump, posizionarsi indisturbato su un tetto a poche centinaia di metri dal comizio dell’ex presidente degli Stati Uniti? Perché non è stato fermato, nonostante alcuni video lo riprendano chiaramente mentre prende la mira, prima di sparare? 

Sono queste alcune delle domande cui si cercherà di rispondere, da parte delle autorità, nelle prossime ore – le prime, dopo l’attentato al candidato repubblicano alla Casa Bianca. Ecco l’analisi firmata da Guido Olimpio. 

I quattro cerchi di un attentato, un’azione con al centro un obiettivo primario: Donald Trump.

Il primo cerchio: prima dell’evento

Il primo. Il Secret Service ha il non facile compito di tutelare il presidente, la first lady ed alcune personalità, compreso il candidato sfidante. A tutti è assegnato un nome in codice: «Celtic» – in passato – per Biden, «Pioneer» per Kamala Harris e «Mogul» riservato proprio a Trump. Non sappiamo se siano le denominazioni attuali. La protezione inizia molto prima di un evento pubblico, come un comizio o il bagno di folla. Vengono valutate minacce, è studiata la presenza in zona di elementi potenzialmente pericolosi – magari scoperti perché hanno postato oppure detto qualcosa -, c’è un’analisi di teatro. Vedremo se lo sparatore aveva lasciato trapelare qualche segnale. Un’indagine nel quale è subito entrata l’FBI.

Il secondo cerchio: perché l’attentatore non è stato fermato?

Il secondo. Nella zona dell’incontro sempre il Secret Service schiera il Counter Sniper team (per rispondere a un cecchino), il Counter Assault team (per contrastare un pericolo ancora maggiore) e uno stuolo di guardie del corpo. In queste ore sono sorte polemiche sulla mancata sorveglianza dell’area circostante al podio. Molti esperti – ex funzionari – hanno sottolineato che era necessaria una ricognizione attenta sugli edifici vicini allo spiazzo, in quanto rappresentavano un punto di tiro scontato. Non è ancora chiaro come l’attentatore sia riuscito a salire sul tetto senza essere visto. Qualcuno tra la folla si è accorto della presenza, però era tardi. 

Secondo quanto riportato dall’agenzia Reuters, Ben Maser – un saldatore 41enne – ha raccontato che si trovava fuori dal perimetro del comizio, ascoltando Trump, quando ha notato due agenti che sembravano cercare qualcuno. Anche lui, a quel punto, ha iniziato a scrutare l’area. Una persona intervistata dalla Bbc ha detto di aver visto l’uomo armato e di aver cercato senza successo di allertare la polizia e i servizi segreti. «Abbiamo notato il tizio che si arrampicava sul tetto dell’edificio accanto a noi, a 15 metri di distanza», ha raccontato Greg Smith. «Aveva un fucile, si vedeva chiaramente un fucile. Lo stavamo indicando, la polizia era a terra e noi dicevamo: ‘Ehi, amico, c’è un tizio sul tetto con un fucile’… e la polizia non sapeva cosa stesse succedendo». Smith ha detto di aver cercato di allertare le autorità per tre o quattro minuti, ma ha pensato che probabilmente non potevano vedere l’uomo armato a causa della pendenza del tetto. «Perché non ci sono i servizi segreti su tutti questi tetti?», ha chiesto. «Non è un posto grande. “È un errore di sicurezza, un errore di sicurezza al 100%». 

Una coppia di uomini del Counter Sniper team lo hanno ingaggiato uccidendolo ma intanto l’elemento «ostile» aveva già aperto il fuoco ferendo di striscio The Donald. L’assalitore è stato neutralizzato con ritardo.

Il terzo cerchio: l’evacuazione (confusa)

Il terzo. Gli agenti hanno fatto da scudo a Trump, si sono messi in cerchio abbracciandolo. Le immagini diffuse dalle tv, ad un certo punto, hanno mostrato l’uomo politico ben visibile e scoperto. Situazione a rischio nel caso ci fosse stato un secondo attentatore mescolato tra gli astanti, a pochi metri. 

Ancora peggio se avesse tirato un ordigno rudimentale. Nessuno, a parte, un agente solitario si è messo davanti al podio, rimasto accessibile almeno ad un fotografo. L’evacuazione – rimarcano ancora gli esperti – non è stata rapida, a tratti è parsa confusa. Sempre le riprese televisive hanno «documentato» le mosse di una donna della scorta che non riusciva a riporre l’arma nella fondina.

Il quarto cerchio: i periodi difficili del Secret Service

Il quarto. Il Secret Service è «arrivato» a questo appuntamento dopo periodi difficili e sotto diversi presidenti. Ricordiamo l’intruso dentro la Casa Bianca, le ripetute violazioni delle cancellate della residenza, il personale finito nei guai per comportamento poco consono al ruolo e al prestigio. Dal 2022 è diretto da Kimberly Chetley, una veterana con 28 anni nel servizio e una parentesi alla Pepsi Cola. Fu lei a evacuare Dick Cheney nelle ore tragiche dell’11 settembre 2001 ed in seguito si è occupata di Joe Biden quando ricopriva la carica di vicepresidente. Alla guida del settore operativo c’è, invece, Cynthia Sjoberg Radway, una delle molte donne entrate nel dipartimento. Parliamo di un’agenzia che ha risorse, usa mezzi speciali (pensate a The Beast, la limousine super corazzata e al convoglio che la segue), dispone di 150 uffici distaccati e conta su 7 mila funzionari ma che non può permettersi di sbagliare neppure una volta.


diViviana Mazza- Corriere della Sera – 14 Luglio 2024

Attentato a Trump: l’ex presidente colpito all’orecchio da un proiettile, portato in un ospedale locale e poi dimesso: «Sto bene», dice, «non mi arrenderò mai». Ucciso l’attentatore, che l’Fbi ha confermato l’identità dell’attentatore: si chiamava Thomas Matthew Crooks e aveva 20 anni

DALLA NOSTRA CORRISPONDENTE
NEW YORK – Il comizio di Donald Trump è appena iniziato a Butler, a un’ora da Pittsburgh, in Pennsylvania, quando si sentono due colpi. L’ex presidente che la prossima settimana sarà incoronato candidato del partito repubblicano alla Casa Bianca si tocca l’orecchio, capisce e si cala subito dietro il podio, tra le urla e il panico della folla che cerca rifugio.

«Shooter is down» (il tiratore è a terra), gridano i servizi segreti dopo pochi istanti. Trump riemerge, circondato dagli agenti dei servizi segreti. Due righe di sangue sulla parte destra del volto, l’orecchio ferito. Circondato dagli agenti dei servizi segreti che gli fanno scudo, solleva il pugno. Sembra gridare «Fight! Fight!» (Lottate, lottate) mentre viene scortato via. E la folla urla: «U.S.A., U.S.A.! U.S.A.!».

Poco dopo, le autorità comunicano che l’attentatore e un partecipante al comizio sono morti, altri due sono feriti. 

L’arma utilizzata sarebbe un fucile semiautomatico, l’AR-15. 

Dopo l’ipotesi che fosse passata in qualche modo dai rigidi controlli con metal detector che ci sono a tutti i comizi di Trump (portano via anche ombrelli, bottiglie d’acqua), in serata è apparso chiaro che l’attentatore abbia sparato da un tetto sul perimetro esterno. 

L’attentatore, secondo quanto confermato dall’Fbi, è Thomas Matthew Crooks , 20enne della Pennsylvania. 

Un video geolocalizzato dall’App mostra il corpo di una persona in mimetica grigia che giace,  immobile, sul tetto di un edificio alla Agr International Inc., un’azienda di imbottigliamento a 150 metri circa dall’area dove si è tenuto il comizio.

È un momento gravissimo, storico, per l’America sconvolta da fratture politiche e da una campagna elettorale ormai da tempo tossica. 

Il commento forse più indicativo è quello di un partecipante al comizio, che dice alla Cnn: «Non sono sorpreso che sia accaduto». Alle preghiere per Trump espresse sui social da numerosi alleati — dallo speaker repubblicano della Camera Mike Johnson ai politici che sperano di essere scelti come vice nel ticket per la Casa Bianca — si uniscono quelle dei colleghi del partito democratico, dal leader del Senato Chuck Schumer che parla di «orrore» all’ex speaker della Camera Nancy Pelosi. Parlano anche gli ex presidenti George W. Bush e Barack Obama. «Dovremmo sentire tutti sollievo per il fatto che il presidente Trump non sia stato gravemente ferito e usare questo momento per impegnarci alla civiltà e al rispetto nella nostra politica», afferma in una nota Obama. 

Dopo circa un’ora e mezza arriva un comunicato del presidente Joe Biden, subito seguito da una breve conferenza stampa in cui dice innanzitutto di aver cercato di parlare con il rivale ferito ma di non esserci riuscito perché era con i medici. Lo chiama per nome, «Donald»: «Sono grato per il fatto che è sicuro e sta bene, prego per lui e la sua famiglia… Non c’è posto per questo tipo di violenza in America. Dobbiamo unirci come nazione nel condannarla». Poco dopo, la notizia di un colloquio diretto tra i due.

Tutti, repubblicani e democratici, ripetono che «non c’è spazio per la violenza politica», inclusi chi ne è stato vittima: Steve Scalise, numero due dei repubblicani alla Camera, che si vide sparare contro nel 2017 e fu ferito a una partita di baseball tra deputati; e Gretchen Whitmer, governatrice democratica del Michigan considerata una potenziale sostituta se Biden dovesse ritirarsi, che fu obiettivo di un piano di rapimento da parte di sostenitori di Trump.

Il portavoce di Trump Steven Cheung informa poi che è al sicuro e ringrazia le forze dell’ordine per averlo protetto: l’ex presidente, nella serata americana, lascia con il suo jet la Pennsylvania per tornare dalla sua famiglia, nel New Jersey. 

Alcuni membri dello staff di Trump sono in lacrime, altri furiosi. E il discorso si infiamma sui social, con gli alleati del candidato repubblicano che puntano il dito contro i commenti di chi nel partito rivale ha usato descrizioni violente nel parlare di lui. Pochi minuti prima, la vicepresidente Kamala Harris, tra gli elettori asiatici-americani di Philadelphia, aveva condannato Trump come un leader «che incita all’odio» e «alla paura» e che «non dovrebbe mai più avere l’opportunità di stare in piedi dietro a un microfono. E mai dovrebbe avere di nuovo l’opportunità di stare in piedi dietro al simbolo della presidenza degli Stati Uniti d’America». A Butler, a sua volta, Trump aveva appena preso in giro Harris per il modo in cui ride e storpiato il suo nome.

Su Fox News, tv della destra, le immagini di Trump con il pugno alzato, il volto insanguinato, la bandiera americana che sventola alle sue spalle vengono mostrate in silenzio per diversi minuti. Il miliardario e proprietario di X Elon Musk, ripubblicando le immagini, annuncia ufficialmente il suo endorsement per Trump. Il figlio del tycoon, Don Jr., proclama che suo padre «non smetterà mai di lottare per Salvare l’America». Uno dei fan al comizio si dice sotto choc, ma aggiunge: «L’ho visto col pugno alzato e ho pensato: sta bene. È stato epico». 

In serata, l’ex presidente invia una email ai suoi sostenitori, dicendo: «Questo é un messaggio da parte di Donald Trump: non mi arrenderò mai!».

La strana profezia sull’ultimo Papa

di Paolo Mieli – Corriere della sera – 13 Luglio 2024

Ratzinger difronte al testo attribuito a san Malachia: il destino della Chiesa in un’Europa non più cristiana. Un saggio di Giovanni Maria Vian, pubblicato da Marcianum Press, propone un profilo intellettuale di Benedetto XVI

Joseph Ratzinger (1927-2022) si affaccia sulla Loggia delle benedizioni della Basilica di San Pietro Innocenzo III, al secolo Lotario dei conti di Segni, fu eletto Papa nel 1198 e «regnò» fino al 1216, anno in cui morì, a Perugia dove all’epoca risiedeva la curia romana. Quando si spense aveva solo cinquantacinque anni. Nel 1891, papa Leone XIII, in segno di omaggio, fece trasportare i suoi resti dalla cattedrale di Perugia, dove era rimasto sepolto per quasi sette secoli, nella basilica di San Giovanni in Laterano. Innocenzo III venne considerato già dai tempi successivi alla sua scomparsa ma forse anche in vita uno dei Pontefici più importanti della storia della Chiesa. A dispetto della «scandalosa» crociata, la quarta, ispirata da Venezia. Missione militare indirizzata non già alla riconquista di Gerusalemme bensì contro Costantinopoli (1204) e che si concluse con il sacco della capitale dell’Impero d’oriente. Sul conto di Innocenzo III grava anche la crociata contro gli «albigesi» (o «catari»), ivi incluso il massacro di Béziers del 22 luglio 1209 in cui vennero uccisi, approssimativamente, ventimila «eretici».

Lo storico che più ha approfondito l’opera di quel Pontefice, Michele Maccarrone, in Studi su Innocenzo III (Editrice Antenore), ha messo in evidenza l’influenza che su di lui avevano avuto il canonista Uguccione di Bologna e il teologo parigino Pietro di Corbeil. Riuscì, papa Innocenzo, a stabilire il primato della Chiesa sull’Impero, quello dei chierici sui laici, nonché la supremazia papale rispetto alle altre sedi vescovili e metropolitane. «Lavoratore indefesso e tenace», scrive di lui Josef Gelmi nel libro I papi (Bur), «si rivelò dotato di un’intelligenza straordinaria, superiore a quella dei suoi contemporanei». Per di più — come gran parte degli «esseri superiori» — aveva anche, secondo Gelmi, «uno spiccato senso dell’umorismo».

Sicuramente Giovanni Maria Vian — autore dell’interessantissimo L’ultimo papa, in libreria per Marcianum Press — rimase colpito nel 2010 quando lo storico Anthony Grafton scrisse sulla «New York Review of Books» che Benedetto XVI, papa Ratzinger, come pensatore era paragonabile, per importanza, proprio a Innocenzo III. E, forse, addirittura ad un altro gigante della storia della Chiesa: Leone Magno, che era stato Papa dal 440 al 461.

In un libro intervista con Peter Seewald, pubblicato tre anni dopo la rinuncia di Benedetto XVI — Ultime conversazioni (Garzanti) — Ratzinger accettò di rispondere a una strana domanda sulla «profezia di san Malachia». Profezia attribuita a Malachia O’Morgair, vescovo irlandese di Armagh, (1094-1148). Di cui però non è rimasta traccia nella biografia di Malachia ad opera di Bernardo di Chiaravalle (1090-1153) vissuto all’epoca di O’Morgair del quale fu estimatore e amico, al punto di definirlo «gioiello d’Irlanda». In realtà questo testo era stato scritto quasi sicuramente nel 1590 per favorire in conclave un cardinale (che peraltro non divenne Papa). La «profezia di san Malachia» — una serie di 112 motti in latino riferiti ad un centinaio di Papi ma anche antipapi che si conclude con la descrizione della fine del mondo ai tempi di un «ultimo Papa» — è dunque un falso. Su questo concordano tutti coloro che l’hanno studiata come, tra gli altri, Jean-Luc Maxence — I segreti della profezia di san Malachia. Misteri e destini dei papi (Rusconi) — e Gerardo Mastrullo, in Le profezie di Malachia. I papi e la fine del mondo (edizioni La Vita Felice). Un falso che iniziò a diffondersi all’epoca in cui venne stampato per la prima volta: a Venezia nel 1595.

In Ultime conversazioni papa Benedetto XVI confermava la previsione che, da teologo, aveva avanzato già negli anni Cinquanta del secolo scorso. La società occidentale e di conseguenza l’intera Europa, secondo il giovanissimo Ratzinger, «non sarà una società cristiana e, a maggior ragione, i credenti dovranno sforzarsi di continuare a plasmare e sostenere la coscienza dei valori e della vita». Qui, a sorpresa, Seewald gli chiedeva, un po’ sfrontatamente, se, in qualche modo, si considerava lui stesso come l’ultimo Papa di cui aveva parlato san Malachia (o chi per lui). E Ratzinger, anziché respingere sdegnosamente la domanda (o cercare di eluderla), aveva risposto con l’ironia di Innocenzo III. «Tutto può essere», aveva detto. Ma poi, da buon conoscitore dell’argomento, aveva aggiunto che «probabilmente» questa profezia era nata nei circoli intorno a Filippo Neri (1515-1595), una figura importantissima nella storia della seconda metà del Cinquecento. Grande amico di Carlo e Federico Borromeo, Filippo Neri aveva guidato papa Clemente VIII alla riconciliazione con Enrico IV di Francia. Il Papa avrebbe voluto compensare Filippo Neri con la nomina a cardinale, ma lui rifiutò. In compenso fu beatificato nel 1615, ad appena vent’anni dalla morte, e proclamato santo dopo soli altri sette anni (1622). Da Gregorio XV.

All’epoca di san Filippo Neri, aveva aggiunto Ratzinger, «i protestanti sostenevano che il papato fosse finito e lui voleva solo dimostrare, con una lista lunghissima di Papi, che invece non era così». Non per questo, però, aggiungeva Ratzinger, «si deve dedurre che finirà davvero» in quel modo. Piuttosto che «la sua lista non era ancora abbastanza lunga!».

Curiosamente nella monumentale biografia, di oltre mille pagine, che successivamente lo stesso Seewald ha dedicato a Ratzinger — Benedetto XVI. Una vita (Garzanti) — l’autore ha tralasciato l’episodio. Probabilmente perché ne aveva già parlato nel libro precedente. Però Seewald, nella corposa biografia di Ratzinger, torna sulla figura del già citato san Carlo Borromeo che per papa Benedetto era «l’espressione classica di una vera riforma». Vera riforma che consiste in «un rinnovamento che conduce in avanti proprio perché insegna a vivere in modo nuovo i valori permanenti, tenendo presente la totalità del fatto cristiano e la totalità dell’uomo». Borromeo, secondo Ratzinger aveva «ricostruito — restaurato — la Chiesa cattolica, la quale anche dalle parti di Milano era ormai pressoché distrutta». Senza «per questo essere tornato al Medioevo». Al contrario san Carlo creò «una forma moderna di Chiesa». Il carattere dell’azione riformatrice di Borromeo, secondo Ratzinger, si era manifestato per esempio nel fatto che «soppresse un ordine religioso ormai al tramonto ed assegnò i suoi beni a nuove comunità vive». Facendo riferimento ai residui del passato che lui stesso aveva tante volte criticato nella Chiesa, il cardinale chiese provocatoriamente: «Chi oggi possiede un coraggio simile, da dichiarare definitivamente appartenente al passato ciò che è interiormente morto dentro (e continua a vivere solo esteriormente) e da affidarlo con chiarezza alle energie del tempo nuovo?». Quel che accade ai nostri giorni, proseguiva Ratzinger, è che «nuovi fenomeni di risveglio cristiano vengono osteggiati proprio da parte dei sedicenti riformatori». Ed è questo il punto su cui Vian incentra la propria attenzione.

In fondo Ratzinger, scriveva Seewald, «manifestava più radicalità e disponibilità alla riforma della maggior parte dei suoi critici». I quali, come lui stesso notava, «difendono spasmodicamente delle istituzioni che continuano ad esistere ormai solo in contraddizione con sé stesse». Nell’azione riformatrice di Carlo Borromeo, Ratzinger intravedeva invece «qual è il presupposto essenziale per un simile rinnovamento». San Carlo «poté convincere gli altri perché lui stesso era un uomo convinto». Poté «resistere con la sua certezza in mezzo alle contraddizioni del suo tempo perché egli stesso le viveva». E le poteva vivere perché era «cristiano nel più profondo senso della parola», cioè era «totalmente centrato su Cristo». Ristabilire «questa integrale relazione a Cristo è quel che veramente conta». Quasi un autoritratto.

Poi Ratzinger aggiungeva l’impressione che «tacitamente» si stesse «perdendo il senso autenticamente cattolico della realtà “Chiesa”» senza che nessuno abbia il coraggio di respingerlo «espressamente». Molti, sosteneva Benedetto XVI, tre anni dopo aver lasciato il «trono», non credono più che la Chiesa sia «una realtà voluta dal Signore stesso». Anche presso alcuni teologi «la Chiesa appare come una costruzione umana, uno strumento creato da noi e che quindi noi stessi possiamo riorganizzare liberamente a seconda delle esigenze del momento». Ma in verità «dietro la facciata umana sta il mistero di una realtà sovrumana sulla quale il riformatore, il sociologo, l’organizzatore non hanno alcuna autorità per intervenire». Se la Chiesa fosse solo «un nostro artifizio», anche i contenuti della fede finirebbero per «diventare arbitrari». In questo modo, il Vangelo finisce per diventare una sorta di «progetto di liberazione-sociale», o di «altri progetti storici, immanenti, che in apparenza possono sembrare anche religiosi, ma nella sostanza sono ateistici». Considerazioni che andavano ben oltre l’iniziale riflessione su san Carlo Borromeo.

Vian adesso torna su questi temi con un dotto excursus non privo di notazioni assai originali. E dense di implicazioni. Particolare attenzione è dedicata dall’autore a Escatologia. Morte e vita eterna (Editore Cittadella), il libro che raccoglieva le iniziali lezioni di Ratzinger a Friburgo nel 1957. Libro che Benedetto XVI ripubblicò molte volte, ognuna con delle aggiunte e degli approfondimenti. L’ultima delle quali, nel 2007, due anni dopo essere stato eletto Papa. Con una nuova prefazione. La sua interpretazione parte da Platone, Aristotele, Tommaso d’Aquino, ma tiene conto anche di alcuni tra i maggiori biblisti e teologi suoi contemporanei come Karl Barth autore dell’Introduzione alla teoria evangelica (Edizioni San Paolo). E poi Rudolf Bultmann che con Karl Jaspers scrisse Il problema della demitizzazione (Morcelliana), Oscar Cullmann con il suo Cristo e il tempo. La concezione del tempo e della storia nel cristianesimo primitivo (Edb), Charles Harold Dodd, autore dell’Interpretazione del quarto vangelo (Paideia). Ma anche quelle che Vian definisce «singole pepite d’oro» nelle «varie teologie della liberazione e della rivoluzione». Con un particolare «metodo impegnativo», Ratzinger, scrive Vian, «ridimensiona l’imminenza della fine del mondo che secondo molte interpretazioni moderne sarebbe stata centrale nella predicazione di Gesù». E nella profezia di san Malachia. Il suo annuncio del «regno di Dio» è infatti «improntato a un senso di continua attualità e non è legato né a luoghi né a tempi». Dal momento che si realizza in Gesù che è lui stesso il Regno, secondo una bella espressione di Origene (185-253 d.C.), uno dei maggiori pensatori cristiani dell’antichità.

Nel Ratzinger di Vian spicca soprattutto il non comune contributo teologico che colloca quel pontefice «in una categoria quasi per nulla rappresentata nella storia del papato». E «in una posizione di assoluto rilievo», come mostrano le sue riflessioni sulle «realtà ultime» e sull’ebraismo. Importantissime queste ultime. A dispetto degli «stereotipi a lui ostili tenacemente applicati soprattutto in Germania sin dalla fine degli anni Sessanta del secolo scorso». E che proseguirono anche dopo la pubblicazione nel 2019 di un suo «denso e innovativo studio sull’ebraismo», accompagnato da un successivo scambio di lettere con il rabbino capo di Vienna, Arie Folger. Il tutto è racchiuso nel libro Ebrei e cristiani (San Paolo Edizioni). Il pensiero di Ratzinger, prosegue Vian, «è fondato rigorosamente sulla Bibbia, che è ebraica e cristiana», e «sulla tradizione cristiana costituitasi nel confronto con il pensiero greco». Ma, secondo il teologo bavarese divenuto Papa, questa tradizione è viva «proprio perché è nutrita dalla storia, con essa si è sempre confrontata e vuole confrontarsi». Perciò «ha la pretesa e la possibilità di proporre la sua ragione e le sue ragioni a una contemporaneità che nei confronti delle religioni si mostra intollerante». In qualche modo «rinnovando lo scontro tra le pretese idolatriche dell’intolleranza ellenistica e la resistenza della fede monoteista giudaica al tempo dei Maccabei».

«Lucida», secondo Vian, è stata anche «la diagnosi del Papa a proposito dell’estinguersi della fede nei deserti di questo mondo e dello scandalo intollerabile degli abusi». «Debole e per nulla sostenuto» è stato invece il suo governo. Se non «addirittura contrastato da collaboratori che si sono rivelati non all’altezza del pontefice». O anche «infedeli». Quanto all’interrogativo sull’ultimo Papa, secondo Vian, «resta per il momento senza risposta». Il che ci costringe a lasciare in sospeso il giudizio — per quel che riguarda lo storico Vian impossibile da dare in senso compiuto, se non per qualche cenno, a proposito di un Papa che è in vita e assai attivo — sul pontificato di papa Bergoglio.

Le testate atomiche con Mosca nel mirino: una risposta alla minaccia su Berlino e Copenaghen

di Gianluca Di Feo – La repubblica 12 Luglio 2024

Il Pentagono rincorre il Cremlino: punta a produrre nel 2025 le armi ipersoniche già a disposizione di Mosca Ma così torna la “mutua distruzione assicurata”

12 LUGLIO 2024 ALLE 01:01

Ricomincia il grande duello missilistico. Una sfida di gittate che mira a tenere reciprocamente sotto tiro le capitali, riproponendo l’equilibrio del terrore che era stato cancellato alla fine della Guerra Fredda. Washington e Berlino rispondono alle minacce sempre più esplicite del Cremlino, cercando di recuperare il terreno nell’unico settore in cui i russi hanno dimostrato un vantaggio: i missili a medio raggio.

dal nostro inviato Paolo Mastrolilli12 Luglio 2024

Siamo davanti a una rincorsa agli armamenti. Mosca dal 1999 ha investito le migliori risorse tecnologiche per sviluppare una generazione di ordigni, concepiti per superare le difese della Nato. Sono stati così progettati nuovi modelli di missili balistici, di cruise e di ipersonici: oggi dispongono di due sistemi operativi, il Kinzhal e lo Zirkon, con velocità che sfiorano i 10mila chilometri l’ora. Nei sanguinosi raid contro Kiev è stato esibito tutto questo arsenale, prodotto in numeri sempre più alti.

Inoltre i russi hanno valorizzato l’ultimo rimasuglio dell’impero sovietico: la penisola baltica di Kaliningrad, incastonata all’interno della Polonia per volontà di Stalin. Putin l’ha trasformata in una fortezza, rendendola letteralmente una spina nel fianco della Nato. Da lì i missili balistici Iskander, che si sono rivelati particolarmente precisi, possono piombare sopra Berlino, Copenaghen, Varsavia, Vilnius e Riga. Spesso vi vengono trasferiti pure i caccia Mig31 con gli ipersonici Kinzhal che estendono l’ombra di morte pure a Stoccolma ed Helsinki, ultime entrate nell’Alleanza atlantica.

Il Baltico è un mare con fondali bassi e spazi ristretti, che offre margini di manovra limitati ai sottomarini e agli incrociatori statunitensi o britannici, i soli nella Nato a imbarcare ordigni a lungo raggio. Ed ecco che l’unico modo per introdurre un deterrente è portare i missili sul suolo tedesco, in modo probabilmente da esporre Mosca e San Pietroburgo a una rappresaglia. Il condizionale è d’obbligo, perché negli ultimi venticinque anni nessun Paese occidentale ha costruito armamenti di questo tipo: dopo la scomparsa dell’Urss, i cruise Tomahawk sono stati convertiti nello strumento per punire dittatori e jihadisti, da Saddam Hussein a Slobodan Milosevic, da Osama Bin Laden a Bashir Assad. Soltanto nel 2019, con gli occhi rivolti alla Cina, il Pentagono ha riaperto le ricerche.

Poiché tutti gli euromissili erano stati rottamati e l’Us Army ne era completamente priva, si è deciso di prendere un lanciatore delle navi e infilarlo in un mega-container, trainato da una motrice. Una soluzione chiamata Thypon: può scagliare l’ultima versione dei Tomahawk, che non superano i 900 chilometri orari e arrivano a 1800 chilometri di distanza. O in alternativa i recenti SM-6 Standard, nati come intercettori che volano a due volte e mezzo la velocità del suono. Di Thypon però ce ne sono pochissimi: una batteria è stata testata nelle Filippine lo scorso aprile, un’altra è in fase di completamento. Si tratta comunque di un “tappabuchi” – come sottolinea il comunicato congiunto di Biden e Scholz – in attesa che gli Usa riescano a mettere a punto il loro ipersonico: il Dark Eagle ha superato il primo test lo scorso 28 giugno e dovrebbe entrare in servizio nel 2025.

In questa competizione adesso vuole inserirsi pure l’Europa. Italia, Francia, Germania e Polonia hanno annunciato ieri il piano per realizzare un cruise con mille chilometri di portata, probabilmente partendo da quello costruito dal consorzio Mbda per la marina francese: i tempi non saranno brevi.

La febbre dei missili ha un lato oscuro. Quelli russi sono tutti predisposti per colpire con testate nucleari tattiche, esibite dal Cremlino nell’esercitazione di un mese fa e presenti pure a Kaliningrad. La Nato invece nel territorio europeo ha solo tradizionali bombe americane “a caduta libera”, dislocate pure ad Aviano e Ghedi. Per questo motivo all’interno dell’Alleanza da un anno si è aperto un dibattito tra esperti sulla necessità di rinforzare lo “scudo atomico”, con l’ipotesi di dotare Tomahawk e Dark Eagle di ogive tattiche. Sarebbe il ritorno all’incubo della “mutua distruzione assicurata”, in sigla inglese Mad, con una differenza sostanziale rispetto al passato: oggi la nuova Guerra Fredda si intreccia con un conflitto caldissimo combattuto nel cuore del continente.

Diviso fra Trump e Biden, il cattolico vota senza indugi Le Pen

MATTEO MATZUZZI  06 LUG 2024- IL FOGLIO

Se negli Stati Uniti la situazione resta fluida, in Francia sempre più cattolici guardano con interesse (e votano) il Rassemblement National. Un paradosso non troppo spiegabile

 Dove va il voto cattolico? Negli Stati Uniti la situazione resta fluida: da una parte il pur cattolico Biden (ma abortista, pro gender e non proprio in linea con la crociata ai “fabbricanti di armi” lanciata da Papa Francesco), dall’altra Trump, che è l’opposto di ciò che è il modello del buon cattolico. Ma è l’America, si dirà.

Più interessante è quanto avviene in Europa, soprattutto nella Francia laica e secolarizzata. Qui, anno dopo anno, sempre più cattolici guardano con interesse (e votano) il Rassemblement National di Marine Le Pen. Nella patria del cattolicesimo dinamico e progressista, di Jacques Maritain e Jacques Delors, i fedeli ammiccano in percentuali sempre maggiori alla destra estrema. Curioso. Anche perché il Rn non è affatto un comodo rifugio per i cattolici, anzi: Madame Le Pen sui cosiddetti valori non negoziabili è molto più in linea con il pensiero di Marina Berlusconi (si banalizza, ma per capirci) che con quello del prode monsignor Carlo Maria Viganò.

Le Pen è laicissima, non vuole simboli religiosi, siano essi islamici, ebraici o cristiani. Eppure, buona parte del suo consenso lo pesca tra i catholiques. Ennesimo segnale che le categorie del passato non servono proprio più a nulla. 

La passione dei russi per l’America

di Stefano Caprio – Asia news – 7 Luglio 2024

Tra la gente a Mosca è molto in voga la domanda “sei con Biden o con Trump?”. Non tanto per motivi ideologici o geopolitici, ma per un fascino misterioso di comunanza e repulsione allo stesso tempo verso il grande nemico, che per molti aspetti è percepito come un Grande Fratello.

Uno degli argomenti che più appassiona i russi di questi tempi, al di là delle vicende belliche o delle altalene dell’economia, sono le elezioni negli Stati Uniti. Attirano in vario modo anche quelle della Francia e della Gran Bretagna, e le trattative per la composizione della nuova Commissione europea; ma in realtà queste sono questioni di competenza della propaganda e della “guerra ibrida” delle istituzioni, interessate a spostare ad ogni latitudine gli equilibri politici in favore degli interessi della Russia. Tra la gente è invece molto in voga la domanda “sei con Biden o con Trump?”. Non tanto per motivi ideologici o geopolitici, ma per un fascino misterioso di comunanza e repulsione allo stesso tempo verso il grande nemico, che per molti aspetti è percepito come un Grande Fratello.

La Russia ha scelto di contrapporsi all’Occidente dominato dagli anglosaksy, il termine che definisce lo schieramento degli avversari, ma che in vario modo costituisce uno specchio per il “mondo russo”, che nelle sue giravolte tra Oriente e Occidente non riesce a separare i suoi destini da quelli dell’America. L’Asia e la Cina, e la stessa Europa, non possono infatti rappresentare una vera alternativa, considerando che il territorio russo si estende per oltre un terzo del continente eurasiatico, e in un modo o nell’altro si ritiene sempre la parte dominante di tutti e due i suoi versanti. L’America è l’unica vera alternativa, separata da due oceani e confinante al vertice estremo del globo terrestre, tanto che è difficile definire la latitudine dell’Alaska, territorio appartenuto per qualche tempo all’impero russo, rispetto alla Čukotka o alle sterminate distese dell’Artico, conteso per un futuro senza più divisioni della bussola.

L’impero anglosassone e quello russo nacquero insieme agli albori del mondo moderno, nella sintonia tra Ivan il Terribile ed Elisabetta d’Inghilterra, la “regina vergine” a cui fu dedicato il primo Stato americano, la Virginia. Entrambi proclamarono la loro separazione definitiva dalla Chiesa di Roma, in nome di una superiorità morale e spirituale che si elevava sopra gli scismi e i compromessi della fede con la politica dei regni europei. La Chiesa anglicana e la Chiesa ortodossa russa non sono fino in fondo né cattoliche, né protestanti e nemmeno ortodosse nel senso della dipendenza da altri centri come Roma e Bisanzio, rappresentando forme di unione tra religione e politica assolutamente differenti ed esclusive, nei secoli passati come ancora oggi, in condizioni ovviamente assai diverse. Rimane il fatto che il re d’Inghilterra è ancora il capo della Chiesa, e nel regime americano di assoluta separazione, i movimenti religiosi più impegnati possono condizionare la politica più di tutte le trame dei papi o dei cardinali europei; per non parlare della riedizione della sinfonia russa tra lo zar e il patriarca, in barba a qualunque dettame della comunione bizantina, ormai ufficialmente rigettata dai russi.

Il Far West americano dei cowboys fu preceduto dal Far East dei cosacchi, con i popoli minori asiatici al posto delle tribù degli indiani, entrambi con le frecce contro le armi da fuoco, come descritto dai quadri russi e dai film americani. Russi e americani rappresentano la stessa soluzione di imperi multietnici con un popolo dominante a livello culturale, linguistico, economico e religioso. Le soluzioni ovviamente sono molto diverse: l’Unione americana lascia molte competenze ai singoli Stati, mentre la Federazione russa non ammette nessuna iniziativa indipendente dal centro moscovita; e se gli americani mostrano ora la contrizione per il passato coloniale, la Russia lo rivendica come il grande compito di civilizzazione per il suo immenso territorio e per il mondo intero, dove del resto gli americani spadroneggiano da un secolo.

Alle consonanze della storia e della geografia, si associano in tempi più recenti le grandi differenze dei sistemi politici, per cui la Russia non ha mai conosciuto la competizione democratica sotto gli zar e i sovietici, e guarda alla contrapposizione americana degli schieramenti con un misto di scherno e di invidia. Le elezioni americane vengono seguite con pieno coinvolgimento dai russi fin dall’Ottocento, quando il massimo scrittore Lev Tolstoj si dedicava con articoli e suggerimenti alle vicende d’oltreoceano, ricevendo politici e candidati americani nella sua tenuta di Jasnaja Poljana, o nel Novecento dei confronti tra Stalin e Roosevelt, o tra Kennedy e Khruščev. Una sfida particolarmente sentita fu quella tra Ronald Reagan e Walter Mondale del 1984, al tramonto dell’impero sovietico, quando i russi tifavano per il democratico Walter, la cui vittoria era pronosticata da tutti i programmi televisivi sovietici nella speranza di un “dialogo progressista” che esaltasse i lavoratori americani, contro “l’edonismo reganiano” che propugnava uno stile di vita degradato e immorale. Un tema tornato di attualità nella Russia putiniana che difende i “valori tradizionali” e che oggi dovrebbero essere di competenza del biondo Donald, più che del decrepito Joe, anche se su questo aspetto non mancano dubbi e incertezze.

Le uniche elezioni americane che non suscitarono particolari passioni nei russi furono quelle di Bill Clinton nel 1992 e per il secondo mandato del 1996, quando la Russia post-sovietica si trovava immersa in un vortice incontrollabile di democrazia mai sperimentata. La prima presidenza di Boris Eltsin, a dire il vero, non vide particolari confronti con avversari di altra tendenza, se non nelle tensioni del parlamento a fine 1993, quando il presidente della Russia democratica risolse la questione bombardando la Casa Bianca sulle rive della Moscova. L’unico vero scontro politico ebbe luogo nel 1996, quando Eltsin si ripresentò di fronte al comunista Gennadij Zjuganov, segretario del partito risorto dopo la penitenza post-sovietica e appoggiato apertamente dalla Chiesa ortodossa. Fu forse l’unica volta che si presentavano in Russia due mondi diversi, rendendo finalmente reale il confronto tra i comunisti “slavofili” e i democratici “occidentalisti”, tanto discusso nei salotti dell’intelligentsija ottocentesca. Non a caso gli americani fecero tutto il possibile per sostenere l’ormai già decadente Eltsin, che non riuscì a dare seguito alla vittoria, finendo per consegnare il Paese nelle mani di Vladimir Putin e concludendo per sempre la breve avventura della Russia democratica.

Ai russi è rimasta comunque un po’ di nostalgia degli anni Novanta, che si intreccia con quella dei tempi sovietici. Se da Stalin a Brežnev si guardava alle vicende politiche americane in corrispondenza con le strategie della guerra fredda, considerando gli americani come dei bambinoni sempre indecisi tra una parte e l’altra (si usava il termine sarcastico amerikosy), oggi si ricordano le sfide infuocate sulle televisioni russe degli anni “democratici”, in cui senza il controllo del potere assoluto si scatenavano le risse e gli insulti senza alcun limite. Oggi si è costretti a votare per finta per l’eterna riconsacrazione dello zar, mentre allora c’erano gli “intrighi” che il popolo russo non riesce a reggere a lungo, ma che rendono tutto molto più interessante e imprevedibile. L’emozione di un confronto alla pari, i cui risultati non verranno manipolati più di tanto, in fondo manca molto ai russi, che sono costretti a fare da spettatori esterni sia delle varie elezioni mondiali, sia degli eventi sportivi da cui sono esclusi, potendo tifare al massimo per la Georgia o la Slovacchia ai campionati europei, rimanendo infine soltanto con la Turchia.

Un altro fattore che attrae e irrita i russi allo stesso tempo è l’invidia per lo status di superpotenza degli Stati Uniti, le cui competizioni elettorali interessano al mondo intero, mentre quelle degli imperi eurasiatici non presentano alcun fascino in altre latitudini. Non c’è paragone neppure con le fragili democrazie europee, dove non stuzzica più di tanto il confronto tra Starmer e Sunak o tra Macron e Le Pen, anche se il Rassemblement National di quest’ultima è la formazione politica più farcita di “agenti stranieri” putiniani a livello mondiale. I russi detestano queste prerogative degli americani, sperano solo che gli Usa si disfino e il dollaro precipiti sui mercati mondiali, li considerano i maggiori colpevoli di tutti i mali che si diffondono sul pianeta, e proprio per questo non riescono a rimanere indifferenti alle loro vicende, e alla personalità dei loro leader. Si discute molto su quale sarà l’atteggiamento del prossimo presidente verso la Russia, e si cerca di tifare per quello più odioso per giustificare il proprio irresistibile risentimento, finendo inevitabilmente per esaltare quello apparentemente più favorevole.

Fu veramente grottesco quando alla Duma di Mosca fu annunciata la vittoria di Donald Trump a novembre 2016, e tutti i deputati si unirono freneticamente in un grande applauso. I propagandisti più esaltati girarono per le strade di Mosca agitando la bandiera americana, e a gennaio del 2021, quando i sostenitori di Trump assaltarono il Campidoglio, i russi idealmente si unirono a loro, realizzando uno dei sogni più ricorrenti nelle fantasie della politica mondiale. Quando poi ad agosto 2021 gli americani si ritirarono dall’Afghanistan, i russi decisero che era giunto il momento di assumere il dominio della scena globale, fino all’invasione dell’Ucraina. Oggi tornano quelle sensazioni, con l’aggiunta che i due candidati alla presidenza Usa sommano 160 anni in due, facendo apparire lo zar Putin 71enne il vero volto del futuro mondiale.

Putin si è infatti affrettato a dichiarare che “noi russi prendiamo sul serio il fatto che Trump, come candidato, dichiari di essere pronto a fermare la guerra in Ucraina, e non ho dubbi che lo affermi sinceramente”. Questa scelta di campo non necessariamente convincerà tutti i russi a tifare per Trump, nonostante siano ben pochi i sostenitori di Biden; l’importante è convincere tutti che la vittoria sarà comunque a favore della Russia, inglobando anche l’America nel “mondo russo”.

Pagina 116 di 156

Radio Maria ETS - Via Milano 12, 22036 Erba (Co) - CF 94023530150

Privacy policy