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Antisemitismo in Italia: gli ebrei tornano nel mirino (e Israele è solo una scusa)

di Goffredo Buccini- Corriere della Sera – 10 Marzo

Dopo il 7 ottobre, i casi di aggressioni fisiche e danneggiamenti ai memoriali si sono moltiplicati. E per un ebreo o un israeliano, parlare in pubblico è diventato pericoloso

Lo scorso maggio Roger Waters ha suonato alla Mercedes Benz Arena di Berlino vestito da nazista. Quando i giudici lo hanno indagato per istigazione all’odio, ha sostenuto che «si vogliono mettere a tacere» le sue idee scomode. Quali siano di preciso queste idee è apparso più chiaro poche settimane fa, quando l’ex Pink Floyd se l’è presa con Bono, colpevole di avere ricordato in uno show le vittime israeliane del 7 ottobre al rave nel Negev: «Chiunque lo conosca, dovrebbe andare a prenderlo per le caviglie e scuoterlo finché non smette di essere una m…». Applausi su Al Jazeera.

L’antisemitismo sta diventando cool. Ma non è solo roba da attempate rockstar. Le agenzie di sicurezza ebraiche che monitorano il fenomeno hanno rilevato come fra il giorno del pogrom e la fine di dicembre gli episodi in tutto il mondo siano aumentati «di sei volte rispetto ai nove mesi precedenti del 2023». La Germania, con 29 atti di antisemitismo al giorno, l’Inghilterra, col 60% di ebrei britannici bersaglio di insulti o attacchi, e la Francia, con un aumento del 430% tra gli ebrei francesi inclini a espatriare per paura, sono le nazioni europee più problematiche. Ma nei campus americani dove le rettrici suggerivano di «contestualizzare» l’antisemitismo, gli episodi di intolleranza sono aumentati addirittura del 700%.

La fondazione Cdec

Effetto della dura risposta di Israele all’aggressione di Hamas? Non è del tutto esatto. All’Osservatorio sull’antisemitismo della Fondazione Cdec di Milano, si fa notare che la prima impennata nei dati è compresa tra l’8 e il 28 ottobre, giorno d’inizio dell’invasione di terra a Gaza e dunque della vera escalation nell’operazione Iron Sword. E anche il rapporto del gruppo israeliano Sdema colloca il picco europeo a fine ottobre. In tutto il 2023 in Italia le aggressioni verbali o fisiche e le discriminazioni contro gli ebrei sono state 454 nel 2023, contro le 241 dell’anno precedente: di queste, 216 dopo il pogrom del 7 ottobre con un incremento netto degli attacchi fisici, delle minacce di morte, dei danneggiamenti ai luoghi della comunità (il 64% degli italiani pensa che nel nostro Paese vivano due milioni di ebrei, quando la cifra reale è trentamila).

A infiammare le piazze islamiste e quelle occidentali che appoggiano il fondamentalismo parrebbe essere stato, per paradosso, prima il massacro dei 1.200 cittadini del Sud di Israele (con l’aggiunta di seimila feriti, la cattura di 250 ostaggi e lo stupro di decine di donne) ad opera dei miliziani di Yahya Sinwar: una sorta di rivendicazione della ferocia. Le settimane successive, con i pesanti bombardamenti sulla Striscia e lo strazio della popolazione palestinese in mondovisione, hanno infine fatto sgorgare un fiume carsico che scorreva da sempre, poi smuovendo l’area di mezzo degli indecisi.

risultati li abbiamo sotto gli occhi. Prendere la parola in pubblico, per un ebreo o un israeliano, o solo ricordare le ragioni di Israele, è diventato difficile, quando non pericoloso, nelle nostre città. L’altro giorno alla Sapienza un gruppo di ragazzi ha impedito di parlare a David Parenzo (conduttore dell’Aria che Tira, da sempre critico con Netanyahu) al grido di «fascista» e «sionista di m…». Scena non troppo diversa due giorni prima a Firenze, dove i contestatori hanno preso di mira la presentazione del libro su Golda Meir di Elisabetta Fiorito: «Hanno costretto i presenti a uscire dal retro come topi, ormai siamo alla Notte dei Cristalli», ha detto Marco Carrai, console onorario di Israele e bersaglio di gruppuscoli estremisti. Ancora a Firenze, la giovane Sara è stata buttata fuori dal corteo femminista dell’8 marzo quando ha esibito il cartello «Non una parola sugli stupri di Hamas, le donne israeliane se la sono cercata?». «Vai via, provocatrice, non sei gradita», le hanno risposto, mimose alla mano.

Il presidente dell’Organizzazione sionista mondiale, Yaakov Hagoel, sottolinea che dopo il 7 ottobre , a causa dell’enorme aumento di antisemitismo, «ottomila ebrei sono immigrati in Israele da tutte le parti del mondo»: un dato che impressiona ancor di più se si pensa quanto poco al sicuro sia Israele oggi. E il rapporto di intelligence dello Sdema Group descrive il mese di febbraio appena trascorso nel segno di gravi criticità in tutta Europa, effetto del miscuglio tra l’antico odio antiebraico dell’estrema destra e il nuovo rancore delle seconde e terze generazioni di immigrati d’ascendenza musulmana, soprattutto nelle grandi città (al mix è il caso di aggiungere le pulsioni della sinistra radicale, ancora in scena ieri pomeriggio al corteo di Roma).

Le svastiche

La Germania patria dei neonazisti è un problema nel problema. Il rapporto contiene dodici cartelle fitte di danneggiamenti a memorial ebraici, svastiche su monumenti, manifestazioni violente, aggressioni dirette, da Berlino ai piccoli centri di provincia: come in un tempo lontano, Hitler e l’Islam integralista si prendono a braccetto. Ma dall’Olanda alla Svezia, dal Portogallo alla Svizzera, dalla Lituania alla Spagna, non c’è luogo in Europa non toccato dalla grande ondata antisemita, nel mondo reale come in quello web. Ed è una faccenda tutta prepolitica, a essere onesti. Stia col governo estremista di Netanyahu e Ben Gvir o con la sinistra pacifista (cui appartenevano quasi tutte le vittime del 7 ottobre), non c’è ebreo che non senta sulla pelle oggi il peso delle tre D con cui Nathan Sharansky definiva già vent’anni fa la formula del nuovo e antico odio antisemita: demonizzazione, delegittimazione, doppio standard.

Lettera di Giovanni Paolo 2° alle donne

A voi, donne del mondo intero,
il mio saluto più cordiale!

1. A ciascuna di voi e a tutte le donne del mondo indirizzo questa lettera nel segno della condivisione e della gratitudine, mentre si avvicina la IV Conferenza Mondiale sulla Donna, che si terrà a Pechino nel prossimo mese di settembre.

Desidero innanzitutto esprimere il mio vivo apprezzamento all’Organizzazione delle Nazioni Unite, che ha promosso una iniziativa di così grande rilievo. Anche la Chiesa intende offrire il suo contributo a difesa della dignità, del ruolo e dei diritti delle donne, non solo attraverso lo specifico apporto della Delegazione ufficiale della Santa Sede ai lavori di Pechino, ma anche parlando direttamente al cuore e alla mente di tutte le donne. Recentemente, in occasione della visita che la Signora Gertrude Mongella, Segretaria Generale della Conferenza, mi ha fatto proprio in vista di tale importante incontro, ho voluto consegnarle un Messaggio nel quale sono raccolti alcuni punti fondamentali dell’insegnamento della Chiesa in proposito. È un messaggio che, al di là della specifica circostanza che lo ha ispirato, si apre alla prospettiva più generale della realtà e dei problemi delle donne nel loro insieme, ponendosi al servizio della loro causa nella Chiesa e nel mondo contemporaneo. Per questo ho disposto che fosse trasmesso a tutte le Conferenze Episcopali, per assicurarne la massima diffusione.

Rifacendomi a quanto scrivevo in tale documento, vorrei ora rivolgermi direttamente ad ogni donna, per riflettere con lei sui problemi e le prospettive della condizione femminile nel nostro tempo, soffermandomi in particolare sul tema essenziale della dignità e dei diritti delle donne, considerati alla luce della Parola di Dio.

Il punto di partenza di questo ideale dialogo non può che essere il grazie. La Chiesa – scrivevo nella Lettera apostolica Mulieris dignitatem – « desidera ringraziare la santissima Trinità per il “mistero della donna”, e, per ogni donna, per ciò che costituisce l’eterna misura della sua dignità femminile, per le “grandi opere di Dio” che nella storia delle generazioni umane si sono compiute in lei e per mezzo di lei » (n. 31).

2. Il grazie al Signore per il suo disegno sulla vocazione e la missione delle donna nel mondo, diventa anche un concreto e diretto grazie alle donne, a ciascuna donna, per ciò che essa rappresenta nella vita dell’umanità.

Grazie a te, donna-madre, che ti fai grembo dell’essere umano nella gioia e nel travaglio di un’esperienza unica, che ti rende sorriso di Dio per il bimbo che viene alla luce, ti fa guida dei suoi primi passi, sostegno della sua crescita, punto di riferimento nel successivo cammino della vita.

Grazie a te, donna-sposa, che unisci irrevocabilmente il tuo destino a quello di un uomo, in un rapporto di reciproco dono, a servizio della comunione e della vita.

Grazie a te, donna-figlia donna-sorella, che porti nel nucleo familiare e poi nel complesso della vita sociale le ricchezze della tua sensibilità, della tua intuizione, della tua generosità e della tua costanza.

Grazie a te, donna-lavoratrice, impegnata in tutti gli ambiti della vita sociale, economica, culturale, artistica, politica, per l’indispensabile contributo che dai all’elaborazione di una cultura capace di coniugare ragione e sentimento, ad una concezione della vita sempre aperta al senso del « mistero », alla edificazione di strutture economiche e politiche più ricche di umanità.

Grazie a te, donna-consacrata, che sull’esempio della più grande delle donne, la Madre di Cristo, Verbo incarnato, ti apri con docilità e fedeltà all’amore di Dio, aiutando la Chiesa e l’intera umanità a vivere nei confronti di Dio una risposta « sponsale », che esprime meravigliosamente la comunione che Egli vuole stabilire con la sua creatura.

Grazie a te, donna, per il fatto stesso che sei donna! Con la percezione che è propria della tua femminilità tu arricchisci la comprensione del mondo e contribuisci alla piena verità dei rapporti umani.

3. Ma il grazie non basta, lo so. Siamo purtroppo eredi di una storia di enormi condizionamenti che, in tutti i tempi e in ogni latitudine, hanno reso difficile il cammino della donna, misconosciuta nella sua dignità, travisata nelle sue prerogative, non di rado emarginata e persino ridotta in servitù. Ciò le ha impedito di essere fino in fondo se stessa, e ha impoverito l’intera umanità di autentiche ricchezze spirituali. Non sarebbe certamente facile additare precise responsabilità, considerando la forza delle sedimentazioni culturali che, lungo i secoli, hanno plasmato mentalità e istituzioni. Ma se in questo non sono mancate, specie in determinati contesti storici, responsabilità oggettive anche in non pochi figli della Chiesa, me ne dispiaccio sinceramente. Tale rammarico si traduca per tutta la Chiesa in un impegno di rinnovata fedeltà all’ispirazione evangelica, che proprio sul tema della liberazione delle donne da ogni forma di sopruso e di dominio, ha un messaggio di perenne attualità, sgorgante dall’atteggiamento stesso di Cristo. Egli, superando i canoni vigenti nella cultura del suo tempo, ebbe nei confronti delle donne un atteggiamento di apertura, di rispetto, di accoglienza, di tenerezza. Onorava così nella donna la dignità che essa ha da sempre nel progetto e nell’amore di Dio. Guardando a Lui, sullo scorcio di questo secondo millennio, viene spontaneo di chiederci: quanto del suo messaggio è stato recepito e attuato?

Sì, è l’ora di guardare con il coraggio della memoria e il franco riconoscimento delle responsabilità alla lunga storia dell’umanità, a cui le donne hanno dato un contributo non inferiore a quello degli uomini, e il più delle volte in condizioni ben più disagiate. Penso, in particolare, alle donne che hanno amato la cultura e l’arte e vi si sono dedicate partendo da condizioni di svantaggio, escluse spesso da un’educazione paritaria, esposte alla sottovalutazione, al misconoscimento ed anche all’espropriazione del loro apporto intellettuale. Della molteplice opera delle donne nella storia, purtroppo, molto poco è rimasto di rilevabile con gli strumenti della storiografia scientifica. Per fortuna, se il tempo ne ha sepolto le tracce documentarie, non si può non avvertirne i flussi benefici nella linfa vitale che impasta l’essere delle generazioni che si sono avvicendate fino a noi. Rispetto a questa grande, immensa « tradizione » femminile, l’umanità ha un debito incalcolabile. Quante donne sono state e sono tuttora valutate più per l’aspetto fisico che per la competenza, la professionalità, le opere dell’intelligenza, la ricchezza della loro sensibilità e, in definitiva, per la dignità stessa del loro essere!

4. E che dire poi degli ostacoli che, in tante parti del mondo, ancora impediscono alle donne il pieno inserimento nella vita sociale, politica ed economica? Basti pensare a come viene spesso penalizzato, più che gratificato, il dono della maternità, a cui pur deve l’umanità la sua stessa sopravvivenza. Certo molto ancora resta da fare perché l’essere donna e madre non comporti una discriminazione. È urgente ottenere dappertutto l’effettiva uguaglianza dei diritti della persona e dunque parità di salario rispetto a parità di lavoro, tutela della lavoratrice-madre, giuste progressioni nella carriera, uguaglianza fra i coniugi nel diritto di famiglia, il riconoscimento di tutto quanto è legato ai diritti e ai doveri del cittadino in regime democratico.

Si tratta di un atto di giustizia, ma anche di una necessità. I gravi problemi sul tappeto vedranno, nella politica del futuro, sempre maggiormente coinvolta la donna: tempo libero, qualità della vita, migrazioni, servizi sociali, eutanasia, droga, sanità e assistenza, ecologia, ecc. Per tutti questi campi, una maggiore presenza sociale della donna si rivelerà preziosa, perché contribuirà a far esplodere le contraddizioni di una società organizzata su puri criteri di efficienza e produttività e costringerà a riformulare i sistemi a tutto vantaggio dei processi di umanizzazione che delineano la « civiltà dell’amore ».

5. Guardando poi a uno degli aspetti più delicati della situazione femminile nel mondo, come non ricordare la lunga e umiliante storia – per quanto spesso « sotterranea » – di soprusi perpetrati nei confronti delle donne nel campo della sessualità? Alle soglie del terzo millennio non possiamo restare impassibili e rassegnati di fronte a questo fenomeno. È ora di condannare con vigore, dando vita ad appropriati strumenti legislativi di difesa, le forme di violenza sessuale che non di rado hanno per oggetto le donne. In nome del rispetto della persona non possiamo altresì non denunciare la diffusa cultura edonistica e mercantile che promuove il sistematico sfruttamento della sessualità, inducendo anche ragazze in giovanissima età a cadere nei circuiti della corruzione e a prestarsi alla mercificazione del loro corpo.

A fronte di tali perversioni, quanto apprezzamento meritano invece le donne che, con eroico amore per la loro creatura, portano avanti una gravidanza legata all’ingiustizia di rapporti sessuali imposti con la forza; e ciò non solo nel quadro delle atrocità che purtroppo si verificano nei contesti di guerra ancora così frequenti nel mondo, ma anche con situazioni di benessere e di pace, viziate spesso da una cultura di permissivismo edonistico, in cui più facilmente prosperano anche tendenze di maschilismo aggressivo. In condizioni del genere, la scelta dell’aborto, che pur resta sempre un grave peccato, prima di essere una responsabilità da addossare alle donne, è un crimine da addebitare all’uomo e alla complicità dell’ambiente circostante.

6. Il mio grazie alle donne si fa pertanto appello accorato, perché da parte di tutti, e in particolare da parte degli Stati e delle istituzioni internazionali, si faccia quanto è necessario per restituire alle donne il pieno rispetto della loro dignità e del loro ruolo. In proposito non posso non manifestare la mia ammirazione per le donne di buona volontà che si sono dedicate a difendere la dignità della condizione femminile attraverso la conquista di fondamentali diritti sociali, economici e politici, e ne hanno preso coraggiosa iniziativa in tempi in cui questo loro impegno veniva considerato un atto di trasgressione, un segno di mancanza di femminilità, una manifestazione di esibizionismo, e magari un peccato!

Come scrivevo nel Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace di quest’anno, guardando a questo grande processo di liberazione della donna, si può dire che « è stato un cammino difficile e complesso, e, qualche volta, non privo di errori, ma sostanzialmente positivo, anche se ancora incompiuto per i tanti ostacoli che, in varie parti del mondo, si frappongono a che la donna sia riconosciuta, rispettata, valorizzata nella sua peculiare dignità » (n. 4).

Occorre proseguire in questo cammino! Sono convinto però che il segreto per percorrere speditamente la strada del pieno rispetto dell’identità femminile non passa solo per la denuncia, pur necessaria, delle discriminazioni e delle ingiustizie, ma anche e soprattutto per un fattivo quanto illuminato progetto di promozione, che riguardi tutti gli ambiti della vita femminile, a partire da una rinnovata e universale presa di coscienza della dignità della donna. Al riconoscimento di quest’ultima, nonostante i molteplici condizionamenti storici, ci porta la ragione stessa, che coglie la legge di Dio inscritta nel cuore di ogni uomo. Ma è soprattutto la Parola di Dio che ci consente di individuare con chiarezza il radicale fondamento antropologico della dignità della donna, additandocelo nel disegno di Dio sull’umanità.

7. Consentite dunque, carissime sorelle, che insieme con voi io rimediti la meravigliosa pagina biblica che presenta la creazione dell’uomo, e che tanto dice sulla vostra dignità e la vostra missione nel mondo.

Il Libro della Genesi parla della creazione in modo sintetico e con linguaggio poetico e simbolico, ma profondamente vero: « Dio creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò: maschio e femmina li creò » (Gn 1, 27). L’atto creativo di Dio si sviluppa secondo un preciso progetto. Innanzitutto, è detto che l’uomo è creato « ad immagine e somiglianza di Dio » (cfr Gn 1, 26), espressione che chiarisce subito la peculiarità dell’uomo nell’insieme dell’opera della creazione.

Si dice poi che egli, sin dall’inizio, è creato come « maschio e femmina » (Gn 1, 27). La Scrittura stessa fornisce l’interpretazione di questo dato: l’uomo, pur trovandosi circondato dalle innumerevoli creature del mondo visibile, si rende conto di essere solo (cfr Gn 2, 20). Dio interviene per farlo uscire da tale situazione di solitudine: « Non è bene che l’uomo sia solo: gli voglio fare un aiuto che gli sia simile » (Gn 2, 18). Nella creazione della donna è inscritto, dunque, sin dall’inizio il principio dell’aiuto: aiuto – si badi bene – non unilaterale, ma reciproco. La donna è il complemento dell’uomo, come l’uomo è il complemento della donna: donna e uomo sono tra loro complementari. La femminilità realizza l’« umano » quanto la mascolinità, ma con una modulazione diversa e complementare.

Quando la Genesi parla di « aiuto », non si riferisce soltanto all’ambito dell’agire, ma anche a quello dell’essere. Femminilità e mascolinità sono tra loro complementari non solo dal punto di vista fisico e psichico, ma ontologico. È soltanto grazie alla dualità del « maschile » e del « femminile » che l’« umano » si realizza appieno.

8. Dopo aver creato l’uomo maschio e femmina, Dio dice ad entrambi: « Riempite la terra e soggiogatela » (Gn 1, 28). Non conferisce loro soltanto il potere di procreare per perpetuare nel tempo il genere umano, ma affida loro anche la terra come compito, impegnandoli ad amministrarne le risorse con responsabilità. L’uomo, essere razionale e libero, è chiamato a trasformare il volto della terra. In questo compito, che in misura essenziale è opera di cultura, sia l’uomo che la donna hanno sin dall’inizio uguale responsabilità. Nella loro reciprocità sponsale e feconda, nel loro comune compito di dominare e assoggettare la terra, la donna e l’uomo non riflettono un’uguaglianza statica e omologante, ma nemmeno una differenza abissale e inesorabilmente conflittuale: il loro rapporto più naturale, rispondente al disegno di Dio, è l’« unità dei due », ossia una « unidualità » relazionale, che consente a ciascuno di sentire il rapporto interpersonale e reciproco come un dono arricchente e responsabilizzante.

A questa « unità dei due » è affidata da Dio non soltanto l’opera della procreazione e la vita della famiglia, ma la costruzione stessa della storia. Se durante l’Anno internazionale della Famiglia, celebrato nel 1994, l’attenzione s’è portata sulla donna come madre, l’occasione della Conferenza di Pechino torna propizia per una rinnovata presa di coscienza del molteplice contributo che la donna offre alla vita di intere società e nazioni. È un contributo di natura innanzitutto spirituale e culturale, ma anche socio-politica ed economica. Veramente molto è quanto devono all’apporto della donna i vari settori della società, gli Stati, le culture nazionali e, in definitiva, il progresso dell’intero genere umano!

9. Normalmente il progresso è valutato secondo categorie scientifiche e tecniche, ed anche da questo punto di vista non manca il contributo della donna. Tuttavia, non è questa l’unica dimensione del progresso, anzi non ne è neppure la principale. Più importante appare la dimensione socio-etica, che investe le relazioni umane e i valori dello spirito: in tale dimensione, spesso sviluppata senza clamore, a partire dai rapporti quotidiani tra le persone, specie dentro la famiglia, è proprio al « genio della donna » che la società è in larga parte debitrice.

Vorrei a tal proposito manifestare una particolare gratitudine alle donne impegnate nei più diversi settori dell’attività educativa, ben oltre la famiglia: asili, scuole, università, istituti di assistenza, parrocchie, associazioni e movimenti. Dovunque c’è l’esigenza di un lavoro formativo, si può constatare l’immensa disponibilità delle donne a spendersi nei rapporti umani, specialmente a vantaggio dei più deboli e indifesi. In tale opera esse realizzano una forma di maternità affettiva, culturale e spirituale, dal valore veramente inestimabile, per l’incidenza che ha sullo sviluppo della persona e il futuro della società. E come non ricordare qui la testimonianza di tante donne cattoliche e di tante Congregazioni religiose femminili che, nei vari continenti, hanno fatto dell’educazione, specialmente dei bambini e delle bambine, il loro principale servizio? Come non guardare con animo grato a tutte le donne che hanno operato e continuano ad operare sul fronte della salute, non solo nell’ambito delle istituzioni sanitarie meglio organizzate, ma spesso in circostanze assai precarie, nei Paesi più poveri del mondo, dando una testimonianza di disponibilità che rasenta non di rado il martirio?

10. Auspico dunque, carissime sorelle, che si rifletta con particolare attenzione sul tema del « genio della donna », non solo per riconoscervi i tratti di un preciso disegno di Dio che va accolto e onorato, ma anche per fare ad esso più spazio nell’insieme della vita sociale, nonché di quella ecclesiale. Proprio su questo tema, già affrontato peraltro in occasione dell’Anno Mariano, ebbi modo di intrattenermi ampiamente nella menzionata Lettera apostolica Mulieris dignitatem, pubblicata nel 1988. Quest’anno poi, in occasione del Giovedì Santo, alla consueta Lettera che invio ai sacerdoti ho voluto unire idealmente proprio la Mulieris dignitatem, invitandoli a riflettere sul significativo ruolo che nella loro vita svolge la donna, come madre, come sorella e come collaboratrice nelle opere di apostolato. È questa un’altra dimensione – diversa da quella coniugale, ma anch’essa importante – di quell’« aiuto » che la donna, secondo la Genesi, è chiamata a recare all’uomo.

La Chiesa vede in Maria la massima espressione del « genio femminile » e trova in Lei una fonte di incessante ispirazione. Maria si è definita « serva del Signore » (Lc 1, 38). È per obbedienza alla Parola di Dio che Ella ha accolto la sua vocazione privilegiata, ma tutt’altro che facile, di sposa e di madre della famiglia di Nazaret. Mettendosi a servizio di Dio, Ella si è posta anche a servizio degli uomini: un servizio di amore. Proprio questo servizio le ha permesso di realizzare nella sua vita l’esperienza di un misterioso, ma autentico « regnare ». Non a caso è invocata come « Regina del cielo e della terra ». La invoca così l’intera comunità dei credenti, l’invocano « Regina » molte nazioni e popoli. Il suo « regnare » è servire! Il suo servire è « regnare »!

Così dovrebbe essere intesa l’autorità tanto nella famiglia quanto nella società e nella Chiesa. Il « regnare » è rivelazione della vocazione fondamentale dell’essere umano, in quanto creato ad « immagine » di Colui che è Signore del cielo e della terra, chiamato ad essere in Cristo suo figlio adottivo. L’uomo è la sola creatura sulla terra « che Iddio abbia voluta per se stessa », come insegna il Concilio Vaticano II, il quale significativamente aggiunge che l’uomo « non può ritrovarsi pienamente se non attraverso il dono sincero di sé » (Gaudium et spes, n. 24).

In questo consiste il materno « regnare » di Maria. Essendo stata, con tutto il suo essere, dono per il Figlio, dono Ella diventa anche per i figli e le figlie dell’intero genere umano, destando la profondissima fiducia di chi si rivolge a Lei per essere condotto lungo le difficili vie della vita al proprio definitivo, trascendente destino. A questo finale traguardo ciascuno giunge attraverso le tappe della propria vocazione, un traguardo che orienta l’impegno nel tempo tanto dell’uomo quanto della donna.

11. In questo orizzonte di « servizio » – che, se reso con libertà, reciprocità ed amore, esprime la vera « regalità » dell’essere umano – è possibile accogliere, senza conseguenze svantaggiose per la donna, anche una certa diversità di ruoli, nella misura in cui tale diversità non è frutto di arbitraria imposizione, ma sgorga dalle peculiarità dell’essere maschile e femminile. È un discorso che ha una sua specifica applicazione anche all’interno della Chiesa. Se Cristo – con libera e sovrana scelta, ben testimoniata nel Vangelo e nella costante tradizione ecclesiale – ha affidato soltanto agli uomini il compito di essere « icona » del suo volto di « pastore » e di « sposo » della Chiesa attraverso l’esercizio del sacerdozio ministeriale, ciò nulla toglie al ruolo delle donne, come del resto a quello degli altri membri della Chiesa non investiti del sacro ministero, essendo peraltro tutti ugualmente dotati della dignità propria del « sacerdozio comune » radicato nel Battesimo. Tali distinzioni di ruolo, infatti, non vanno interpretate alla luce dei canoni di funzionalità propri delle società umane, ma con i criteri specifici dell’economia sacramentale, ossia di quella economia di « segni » liberamente scelti da Dio per rendersi presente in mezzo agli uomini.

Del resto, proprio nella linea di questa economia di segni, anche se fuori dell’ambito sacramentale, non è di poco conto la « femminilità » vissuta sul modello sublime di Maria. C’è infatti nella « femminilità » della donna credente, e in specie di quella « consacrata », una sorta di « profezia » immanente (cfr Mulieris dignitatem, n. 29), un simbolismo fortemente evocativo, si direbbe una pregnante « iconicità », che si realizza pienamente in Maria e ben esprime l’essere stesso della Chiesa in quanto comunità consacrata con l’assolutezza di un cuore « vergine », per essere « sposa » del Cristo e « madre » dei credenti. In questa prospettiva di complementarietà « iconica » dei ruoli maschile e femminile vengono meglio poste in luce due dimensioni imprescindibili della Chiesa: il principio « mariano » e quello « apostolico-petrino » (cfr ibid., n. 27).

D’altra parte – lo ricordavo ai sacerdoti nella menzionata Lettera del Giovedì santo di quest’anno – il sacerdozio ministeriale, nel disegno di Cristo, « non è espressione di dominio, ma di servizio » (n. 7). È compito urgente della Chiesa, nel suo quotidiano rinnovarsi alla luce della Parola di Dio, metterlo sempre più in evidenza, sia nello sviluppo dello spirito di comunione e nella attenta promozione di tutti gli strumenti tipicamente ecclesiali della partecipazione, sia attraverso il rispetto e la valorizzazione degli innumerevoli carismi personali e comunitari che lo Spirito di Dio suscita ad edificazione della comunità cristiana e a servizio degli uomini.

In tale ampio spazio di servizio, la storia della Chiesa in questi due millenni, nonostante tanti condizionamenti, ha conosciuto veramente il « genio della donna », avendo visto emergere nel suo seno donne di prima grandezza che hanno lasciato larga e benefica impronta di sé nel tempo. Penso alla lunga schiera di martiri, di sante, di mistiche insigni. Penso, in special modo, a santa Caterina da Siena e a santa Teresa d’Avila, a cui il Papa Paolo VI di v.m. attribuì il titolo di Dottore della Chiesa. E come non ricordare poi le tante donne che, spinte dalla fede, hanno dato vita ad iniziative di straordinaria rilevanza sociale a servizio specialmente dei più poveri? Il futuro della Chiesa nel terzo millennio non mancherà certo di registrare nuove e mirabili manifestazioni del « genio femminile ».

12. Voi vedete, dunque, carissime sorelle, quanti motivi ha la Chiesa per desiderare che, nella prossima Conferenza, promossa a Pechino dalle Nazioni Unite, si metta in luce la piena verità sulla donna. Si ponga davvero nel dovuto rilievo il « genio della donna », non tenendo conto soltanto delle donne grandi e famose vissute nel passato o nostre contemporanee, ma anche di quelle semplici, che esprimono il loro talento femminile a servizio degli altri nella normalità del quotidiano. È infatti specialmente nel suo donarsi agli altri nella vita di ogni giorno che la donna coglie la vocazione profonda della propria vita, lei che forse ancor più dell’uomo vede l’uomo, perché lo vede con il cuore. Lo vede indipendentemente dai vari sistemi ideologici o politici. Lo vede nella sua grandezza e nei suoi limiti, e cerca di venirgli incontro e di essergli di aiuto. In questo modo, si realizza nella storia dell’umanità il fondamentale disegno del Creatore e viene alla luce incessantemente, nella varietà delle vocazioni, la bellezza – non soltanto fisica, ma soprattutto spirituale – che Dio ha elargito sin dall’inizio alla creatura umana e specialmente alla donna.

Mentre affido al Signore nella preghiera il buon esito dell’importante appuntamento di Pechino, invito le comunità ecclesiali a fare dell’anno corrente l’occasione per un sentito rendimento di grazie al Creatore e al Redentore del mondo proprio per il dono di un così grande bene qual è la femminilità: essa, nelle sue molteplici espressioni, appartiene al patrimonio costitutivo dell’umanità e della stessa Chiesa.

Vegli Maria, Regina dell’amore, sulle donne e sulla loro missione al servizio dell’umanità, della pace, della diffusione del Regno di Dio!

Con la mia Benedizione.

Dal Vaticano, 29 giugno 1995, Solennità dei Santi Pietro e Paolo.

GIOVANNI PAOLO II

La Francia vuole auto-distruggersi con l’aborto nella Costituzione

Fabio Fuiano – Corrispondenza Romana – 6 Marzo 2024

Il 4 marzo l’Assemblea Nazionale francese (le due Camere riunite), ha approvato a schiacciante maggioranza (780 favorevoli, 72 contrari), la modifica della Costituzione inserendo «la libertà garantita» all’aborto. E’ il primo caso al mondo in cui un Paese inserisce il diritto all’aborto nella propria Costituzione, in quanto, pur essendo materia di legislazione positiva in diversi paesi del mondo, l’aborto non era mai arrivato a toccare esplicitamente il vertice dell’ordinamento giuridico.

La discussione su questo punto era stata innescata nel giugno 2022, dopo il rovesciamento della storica sentenza Roe v. Wade che aveva liberalizzato la pratica abortiva negli Stati Uniti nel 1973. Infatti, il 24 novembre 2022, l’Assemblea nazionale francese aveva già approvato una proposta di legge costituzionale volta a modificare l’articolo 66 della Costituzione, presentata dalla deputata Mathilde Panot. Si tratta, dunque, di una levata di scudi del mondo abortista, che si arrocca intorno a quel che gli rimane, a mo’ d’esercito che si trincera in una fortezza assediata. Si può constatare in primis che l’abortismo ha paura di perdere ciò che ha ottenuto dopo aspre lotte in cui minoranze determinate sono riuscite a plasmare maggioranze tiepide. Di più, tutti hanno avuto l’evidenza plastica che la tanto paventata “irreversibilità del processo storico” è in realtà null’altro che un artificio volto a scoraggiare chi dovrebbe opporvisi con tutte le forze.

In secundis, questi sono gli ultimi tentativi per preservare l’iniquo status quo che tale artificio ha contribuito a generare. Il processo rivoluzionario, così ben descritto dal dott. Plinio Corrêa de Oliveira nel suo saggio Rivoluzione e Contro-rivoluzione, sta scoprendo le sue ultime carte prima di giungere ad esaurimento. E poiché, come scrive il filosofo, «la quintessenza dello spirito rivoluzionario consiste nell’odiare per principio e sul piano metafisico qualsiasi disuguaglianza e qualsiasi legge, specialmente la legge morale» (Rivoluzione e Contro-rivoluzione, tr. it. Sugarco, Milano 2009, p. 130), l’ultima carta è quella di cristallizzare un anti-principio (cioè che compiere un male intrinseco, come l’aborto, è un “diritto”, ovvero un bene) nella massima espressione moderna della legge umana positiva. D’altro canto, non riconoscendo alcuna legge superiore a questa, per i rivoluzionari relativisti, ciò significa ergere la trasgressione dell’ordine morale naturale a legge che deve essere osservata da tutti e ciascuno. Si tratta di una vera e propria anti-legge, che però contraddice il postulato relativista e nichilista, per il quale non dovrebbe esistere legge alcuna. Era questo, infatti, il significato che Friedrich Nietzsche (1844-1900) attribuiva all’ultima metamorfosi dello spirito in “Così parlò Zarathustra”: il fanciullo, ultima fase della trasfigurazione dell’uomo, rappresenta l’oltre-uomo, colui che andrebbe “oltre” l’uomo cristiano (simboleggiato dal cammello) e quello moderno (simboleggiato dal leone) in quanto supererebbe l’esigenza di vivere secondo un principio, una logica. L’oltre-uomo nietzscheano interiorizza a tal punto la “morte di Dio” che non sostituisce la Sua legge con la propria, ma va al di là di qualsiasi legge, in una indeterminazione assoluta del bene e del male (Così parlò Zarathustra, tr. it. Fratelli Bocca, Roma 1915, parte prima, Delle tre metamorfosi, p. 23 e ss.). D’altra parte, il medesimo autore ardiva d’affermare «quel che si fa per amore, è sempre al di là del bene e del male» (Al di là del bene e del male, aforisma 153, capitolo IV “Sentenze e intermezzi”). Oggi, si arriva persino alla convinzione che uccidere un innocente nel grembo materno può essere “un atto d’amore”.

Il corpo dell’Occidente, di quell’Occidente un tempo plasmato dalla Civiltà cristiana, sembra oggi arrancare, fa fatica a reagire davanti ai suoi aggressori interni ed esterni. Ciononostante, il processo rivoluzionario, pur essendo una malattia che momentaneamente affligge questo corpo, è tanto più vicino al suo fallimento, quanto più si avvicina al perseguimento del suo obiettivo: infatti, la malattia può esistere soltanto finché c’è un corpo da aggredire. Morto questo corpo, essa cesserebbe inevitabilmente. Osserva perspicacemente san Dionigi Aeropagita: «se il disordine fosse completo, non ci sarebbe nemmeno la malattia. Rimane e c’è la malattia in quanto ha come sostanza l’ordine minimo e in esso sussiste» (De Divinis Nominibus, IV, 20, 720c).

Se la Francia, come anche l’Occidente, non torneranno sui propri passi, ciò che non rendono volontariamente per giustizia a Dio, dovranno renderlo in altro modo: questo male reclama infatti un castigo che ha lo scopo di soddisfare la giustizia, ma allo stesso tempo è un medicinale. Sant’Agostino osservava: «Colui che non rende a Dio ciò che gli deve, glielo rende soffrendo quel che deve. Non vi è altra via di mezzo […]. La bellezza dell’ordine universale è tale che non può tollerare nemmeno un istante di essere macchiata dalla bruttezza del peccato, senza essere ripassata dalla bellezza della vendetta» (S. Agostino, De libero arbitrio, 3, 44).

Tuttavia, la reazione a questo male può venire anche dagli uomini di buona volontà, a patto che si spendano unicamente per un bene integrale, senza compromessi. Bisogna ricordare a pieni polmoni che qui non si tratta meramente di “diritti umani” violati, ma soprattutto di una contrapposizione al sovrano dominio che solo Dio ha sulla vita umana. L’uomo non riceve dai genitori il diritto alla vita, né dalla società, ma direttamente da Dio, creatore immediato dell’anima, principio vitale del corpo. La vita umana innocente è pertanto intangibile e nessuno ha titoli giuridici per disporne direttamente. Se l’autorità comanda in tale senso non può e non deve essere obbedita. In modo magistrale si rivolgeva il Sommo Pontefice Pio XII alle Ostetriche cattoliche in un discorso a loro indirizzato il 29 ottobre 1951, meritevole d’esser letto nella sua interezza: «ogni essere umano, anche il bambino nel seno materno, ha il diritto alla vita immediatamente da Dio, non dai genitori, né da qualsiasi società o autorità umana. Quindi non vi è nessun uomo, nessuna autorità umana, nessuna scienza, nessuna “indicazione” medica, eugenica, sociale, economica, morale, che possa esibire o dare un valido titolo giuridico per una diretta deliberata disposizione sopra una vita umana innocente, vale a dire una disposizione, che miri alla sua distruzione, sia come a scopo, sia come a mezzo per un altro scopo, per sé forse in nessun modo illecito».

E conchiudeva: «la vita di un innocente è intangibile, e qualunque diretto attentato o aggressione contro di essa è violazione di una delle leggi fondamentali, senza le quali non è possibile una sicura convivenza umana. — Non abbiamo bisogno d’insegnare a voi nei particolari il significato e la portata, nella vostra professione, di questa legge fondamentale. Ma non dimenticate: al di sopra di qualsiasi legge umana, al disopra di qualsiasi “indicazione”, si leva, indefettibile, la legge di Dio». Custodiamo e meditiamo queste parole, frutto di profonda sapienza. Solo così potremo sperare in un ritorno a quei principi della Civiltà cristiana che hanno fatto grande l’Occidente.

Cessate il fuoco contro i nascituri

GIULIANO FERRARA  06 MAR 2024 IL FOGLIO

L’aborto come diritto è ora iscritto nella Costituzione francese. Ma è la vita il primo diritto di un individuo, e il concepito è un individuo. Aborto? No, grazie, diciamo di fronte all’umanitarismo falso per i bambini di Gaza

Cessate il fuoco, parola d’ordine che incanta, dilaga senza senso, e che andrebbe usata sì, e senza circospezione, per quanto la Costituzione francese oggi considera un diritto assoluto, l’aborto. La dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, votata dalla comunità internazionale tranne il Sudafrica dell’apartheid, l’Unione sovietica della dittatura del proletariato e l’Arabia Saudita, dice che il primo diritto dell’individuo è la vita. Bisogna accertarsi che un individuo sia un individuo, non si può negargli una personalità giuridica, e a quel punto il diritto alla vita è assoluto. Il concepito è per la scienza un individuo.

Lo è per statuto cromosomico, individuo differente da tutti gli altri e irripetibile nella struttura. È un individuo in atto, non solo in potenza, dotato di tutto quel che fa di un maschio un maschio e di una femmina una femmina. Lo si fotografa abitualmente attraverso tecniche visualmente perfette. C’è, incontestabilmente, e risiede per un atto di concepimento nel corpo di una donna. Agisce e patisce, come sapevano per tradizione le donne incinte, dunque si segnala, batte colpi, prova piacere e dolore. Degradarlo, torturarlo, annientarlo è contrario alla concezione della vita, e poi e solo poi della libertà e del resto, che definimmo all’uscita della Seconda guerra mondiale con le eccezioni dette tra i firmatari, sulla scia della dichiarazione di Indipendenza americana e della dichiarazione seguita alla Rivoluzione francese e scritta dal marchese La Fayette. Insomma, i diritti naturali.

Quando provammo a fare una campagna contro l’aborto, con pochi mezzi e tra le provocazioni e i fraintendimenti, nel 2008, fummo sconfitti. Eravamo partiti dal rigetto di quella che ci sembrava un’oscenità morale, una contraddizione etica devastante: l’esibizione vanitosa del diritto alla vita quando si parlava di pena di morte, e si invocava una moratoria delle esecuzioni capitali, combinata con l’aborto come diritto: nell’obiettivo nostro era la vocalità umanitaria di Emma Bonino, che riciccia ora.  Chiedemmo una moratoria per l’aborto, facendo scandalo, combattendo per una breve stagione culminata in una bruciante sconfitta elettorale della lista di scopo “Aborto? No, grazie”, e prima ancora in una disfatta culturale. Dopo qualche incertezza sulla legislazione abortista, che peraltro in Italia si intitolava alla “tutela sociale della maternità” (legge 194), sostenemmo che non era in questione la punibilità dell’aborto, ma l’orientamento contrario all’aborto da manifestare e inverare nelle politiche pubbliche, nella coscienza etica della società: bisognava offrire un’alternativa all’aborto moralmente sordo, una possibilità diversa a chi ricorreva al cosiddetto aborto di necessità, finanziare i programmi di assistenza e aiuto di eroici gruppi volontari che quell’alternativa cercavano in dialogo con le donne incinte e i loro partner, censurare l’aborto degradato da dramma a scelta di carriera o affermazione volitiva generica, proponemmo la sepoltura e catalogazione dei non nati ancora oggi considerati “rifiuti speciali ospedalieri” eccetera.

Unico impotente alleato strategico di una campagna laica e fatta da laici con metodi laici, alleanza esperita con tutte le cautele dell’istituzione, fu la Chiesa di Ratzinger e Ruini. Le mille testimonianze ideologiche, letterarie, poetiche a favore del no all’aborto, dal mitico Pasolini a Natalia Ginzburg a molti altri non solo italiani, furono considerate eccentricità e anticaglie.

Oggi quell’impresa sarebbe da riproporre, con tutto il suo carico di disperazione e fallimento, di fronte all’umanitarismo falso per i bambini di Gaza. Oggi dovremmo dire, come fu per la moratoria, “cessate il fuoco” contro i nascituri abortiti o in via di aborto, cioè annientati, nel segno del diritto costituzionale ormai iscritto nella Costituzione francese all’unanimità o quasi. Un mondo in cui si viaggia verso il miliardo e mezzo di aborti legali e condivisi dai primi anni Settanta, epoca delle leggi abortiste, non ha il diritto di assumere pose sconvolgenti di compassione, empatia o quel che volete voi verso la strage dei bambini a Gaza e, se è per questo, in molte altre parti del mondo.

La Russia e il mondo degli illusi

di Stefano Caprio- Asia News 3 Marzo 2024

Medveded vorrebbe mandare gli žduny alla rieducazione nei lager siberiani. In Russia  gli strali contro i “traditori” non sono solo tentativi di incutere terrore nella popolazione, già da tempo assuefatta al consenso passivo. Sono appelli a “farsi avanti”, per la necessità spasmodica di individuare un nemico interno, chiunque esso sia. Perché senza nemici non esiste l’identità del potere.

Ha prodotto un certo effetto in Russia la frase dell’ex-presidente Dmitrij Medvedev, pronunciata come suo solito con l’enfasi esasperata dal carattere instabile e dal largo consumo di liquidi eccitanti: “bisogna mandare gli žduny delle nuove regioni alla rieducazione nei lager siberiani”, utilizzando un termine molto in voga attualmente in Russia. Žduny deriva dal verbo ždat, “aspettare”, e la minaccia si rivolge a “quelli che aspettano” senza ulteriori precisazioni, gli illusi di ogni categoria. Possono essere gli abitanti delle regioni occupate che aspettano la liberazione dall’invasione, o i relokanty che sperano di poter tornare a casa, o le donne che attendono con ansia il ritorno di padri e mariti mobilitati alla guerra, o anche quelli che sognano l’inizio di una nuova fase di proteste dopo il clamoroso assassinio e il tanto contrastato funerale di Aleksej Naval’nyj: sono i moltissimi illusi della Russia, dell’Ucraina e di altri Paesi in tutto il mondo, che non aspettano altro che il ritorno a una vita pacifica.

Come ricordano i redattori della rubrica Signal del sito di Meduza, il termine è diventato popolare in Russia grazie alla scultura apparsa nel 2016 per opera dell’artista olandese Margriet van Breevort, Homunculus loxodontus, realizzata per il Centro medico universitario di Leida, per rappresentare le emozioni delle persone che aspettano nell’anticamera dello studio del dottore. In tutta l’Europa orientale l’immagine è diventata virale sui meme di internet, trasformata in vari dipinti, fotografie, video e altri media visivi, chiamata in russo appunto ždunpočekun in ucraino o pačakun in bielorusso, sempre col senso della fremente e illusoria attesa di un esito positivo delle proprie sofferenze.

Gli žduny russi, secondo varie interpretazioni, ricordano le “mogli dei decabristi”, i rivoltosi inviati in Siberia dallo zar Nicola I dopo il tentativo di insurrezione del dicembre (dekabr) 1825, che iniziò la fase più repressiva della Russia imperiale, e quindi tutti coloro che dai tempi sovietici fino a quelli putiniani attendono la fine delle condanne, intrattenendo con i propri cari perseguitati una corrispondenza dettata dalla disperazione. Immagini degli žduny sono esposte nel parlamento, negli uffici postali, nelle stazioni della metro di Mosca e San Pietroburgo e altre città, considerate simboli ironici, ma non troppo offensivi, della pazienza da esercitare di fronte alle difficoltà della vita. Ora il proclama di Medvedev attribuisce ad esse un ben più sinistro significato.

Gli illusi sono oggi comparati ai dissidenti, o in generale a tutti coloro che sono “restii a collaborare” con le necessità delle operazioni speciali militari e “morali”, per la salvaguardia dei valori tradizionali. Dalla primavera del 2021 i principali žduny sono diventati gli ucraini, che vedevano ammassarsi le armate russe ai propri confini, sperando che fosse soltanto una scenata intimidatoria, e poi dal febbraio 2022 hanno dovuto imparare a vivere la frustrante attesa come principale esperienza della propria vita. La repressione del dissenso diventa quindi repressione della passività, condizione che accomuna anche la maggioranza dei russi, la “politica dello struzzo” (politika štraussa) che si sottomette alla volontà del potere, come nella buia galleria di una notte senza fine, dove non appare mai la luce di un nuovo giorno.

La minaccia di condanna degli illusi risuona anche nei proclami della propaganda pre-elettorale, come ha spiegato la presidente del Comitato elettorale Ella Pamfilova, mettendo in rilievo i pericoli che derivano dalla žduščaja oppozitsija, la “opposizione in attesa”, che aspetta soltanto il momento adatto per “gettare discredito sulle elezioni presidenziali del 2024”, magari usando “argomenti pretestuosi” come l’eliminazione di Naval’nyj per evitare un rischioso scambio di prigionieri. Lo speaker della Duma di Mosca, Vjačeslav Volodin, ha definito žduny e traditori quelli che “si mangiano i biscottini dello Stato”, sfruttando vari sussidi senza muovere un dito in sostegno delle necessità belliche e politiche, proponendo di privarli della cittadinanza russa (comunque meglio della Siberia di Medvedev). Il deputato Andrej Gurulev aveva invece proposto di eliminarli fisicamente, “farli fuori in qualche modo”, parlando del 20% di russi che secondo le statistiche non hanno fiducia nel presidente Vladimir Putin.

In tutte le versioni, gli žduny sono la nuova versione della “quinta colonna” dei tempi sovietici, quando si sospettava di qualunque cittadino che non partecipasse attivamente alla edificazione del paradiso comunista, oggi sostituito da quello del mondo russo putiniano. Come dicevano allora i propagandisti di partito, si tratta di coloro che “cercano di debilitare il Paese, facendolo diventare debole e dipendente dall’estero”, attentando alla sua integrità territoriale e magari cercando di smembrarlo e disintegrarlo. Il timore che “tra di noi ci siano dei collaboratori del nemico” è all’origine delle leggi contro gli “agenti stranieri”, sul discredito delle forze armate, fino alle accuse di estremismo anche solo per le preghiere private nelle case dei pentecostali o dei testimoni di Geova, o addirittura per alto tradimento e “propaganda del nazismo”, tutte accuse che procurano condanne a decenni di lager, riducibili solo con trombi improvvisi di origine misteriosa. Se il corpo di Naval’nyj è stato restituito alla madre, soddisfacendo almeno una delle illusioni dei suoi sostenitori, sono sempre più numerose le morti inattese dei detenuti nei lager russi, non importa per quale articolo fosse condannati, sepolti come cani dietro le mura.

Durante l’occupazione delle zone invase dell’Ucraina in questi due anni, non sono pochi i cittadini ucraini che hanno partecipato alle azioni partigiane, “in attesa” della controffensiva ucraina poi fallita. Sono questi, in senso più stretto, gli žduny di Medvedev, rimasti intrappolati dalle nuove offensive russe degli ultimi mesi nel Donbass, come gli abitanti di Avdeevka a cui è stata immediatamente concessa la cittadinanza russa, “con tutti i diritti e i doveri connessi”. La fase deludente della guerra, passato il secondo anniversario dell’invasione, si estende comunque a tutti, ucraini e russi, occidentali e orientali, nell’attesa di una fine che non si riesce a vedere.

Il fondatore del canale televisivo super-patriottico Tsargrad, Konstantin Malofeev, spiega che gli illusi sono “coloro che cercano di inculcarci il pensiero che siamo tutti stanchi, che non vale la pena di continuare a combattere”, anche se non si capisce a chi o a che cosa esattamente si riferisca. Lo “sterminatore” Gurulev insiste sul fatto che “gli žduny sono i cittadini cosiddetti scontenti, esseri sazi e abituati ad abbuffarsi, educati dalla cultura occidentale ad odiare in modo lussurioso tutto quanto è veramente russo”. Questa spiegazione è condivisa dal blogger putiniano Jurij Turkul, per cui “l’unica cosa che conta per queste persone sono i soldi, meglio se sono sempre di più; se ne fregano altamente dei loro avi, del loro Paese e della sua storia, amano soltanto i Paesi occidentali”.

In tutte queste dichiarazioni c’è qualcosa di comune: non si riesce a capire quanti siano effettivamente gli žduny della Russia, come valutare la “carenza di patriottismo” e che cosa sia necessario fare in concreto per eliminare questo pericolo. Le minacce volano senza riuscire ad eliminare il “nemico” sotterraneo, una dimensione dell’anima, più che una categoria di attivisti o combattenti segreti. In Russia gli strali contro i “traditori” non sono semplicemente dei tentativi di incutere terrore nella popolazione, già da tempo assuefatta al consenso passivo, ma in un certo senso sono appelli a “farsi avanti”, per la necessità spasmodica di individuare un nemico interno, chiunque esso sia: senza nemici non esiste l’identità del potere, la “ortodossia” politica e religiosa che si definisce solo grazie ai “diversamente pensanti”. La sparizione di Naval’nyj oggi crea un nuovo problema al Cremlino: chi è il vero nemico da combattere?

Ecco quindi l’assalto ai passivi e agli illusi, a quelli che non si esprimono e non prendono posizione, una categoria che oggi appare come la stragrande maggioranza non solo dei russi, ma dei cittadini di quasi tutti i Paesi del mondo. Le elezioni non si valutano più per le percentuali dei consensi, ma per quelle dei votanti: lo zar ha bisogno dell’80% dei consensi, purché si dichiari una percentuale analoga di partecipanti al voto, altrimenti si pensa che gran parte del popolo sia incline al tradimento.

La partecipazione alla vita politica, e in generale a quella della società in Russia e in qualunque Paese, è stimolata da un fattore che le dittature non possono sopportare: l’attesa del cambiamento. L’unità del popolo non deriva dall’amore al sovrano, ma dalla ricerca comune di un mondo migliore, anche quando sembra che questo non sia possibile, anzi proprio quando tutto sembra impossibile. E proprio la storia della Russia, con le sue frequenti cadute e rinascite, testimonia questa insopprimibile attesa di un mondo nuovo. Del resto, i più famosi žduny della storia erano Maria e Giovanni sotto la croce di Cristo, insieme a Maria Maddalena e agli apostoli che si recavano al sepolcro, o ai discepoli di Emmaus, i più grandi illusi del Vangelo: “Noi speravamo che fosse Lui a liberare Israele”.

Yulia Navalnaya: «Putin è a capo di un’organizzazione criminale. Per batterlo date la caccia ai suoi amici»

di Yulia Navalnaya- Corriere della sera – 29 Febbraio 2024

Il discorso della vedova del dissidente Aleksei Navalny al Parlamento Europeo: «Per sconfiggere Putin occorre diventare innovatori. Basta dichiarazioni di protesta, date la caccia ai suoi soci mafiosi nei vostri Paesi. Decine di milioni di russi sono contro di lui: non bisogna perseguitarli, ma occorre lavorare con loro»

Signora Presidente, signore e signori,
Vi ringrazio per l’occasione concessami di essere qui oggi. Dopo il primo tentativo di assassinio di Aleksei, per mano di Putin, siamo vissuti per diversi mesi nel sud della Germania. Aleksei si stava riprendendo dall’avvelenamento, imparando di nuovo a camminare e a scrivere. Facevamo lunghe camminate, talvolta dei brevi viaggi. Nel corso di uno di questi, abbiamo visitato Strasburgo con i nostri ragazzi. È una delle nostre città preferite, mia e di Aleksei. Ci eravamo stati diverse volte noi due, e poi, tre anni fa, abbiamo deciso di farla conoscere ai nostri figli. Oggi mio marito non c’è più. Mi ritrovo ancora una volta a Strasburgo, ma non vado più a spasso con la mia famiglia. Sono qui davanti a voi, mi rivolgo a voi, e attraverso le vostre persone mi rivolgo all’Europa intera.

Ero convinta che nei dodici giorni intercorsi dalla morte di Aleksei avrei avuto il tempo di preparare questo discorso. Ma innanzitutto c’è voluta una settimana per riavere il corpo di Aleksei e organizzare il suo funerale. Poi ho scelto io il cimitero e il feretro. Il funerale si terrà domani e non so dire se sarà una cerimonia tranquilla o se la polizia interverrà per arrestare coloro che si presenteranno per dare l’ultimo saluto ad Aleksei.

Ad ogni modo, oggi sono qui davanti a voi perché i vostri elettori hanno una domanda importante da fare. A voi chiedono una risposta, e voi stessi la chiedete a me. La domanda è questa: «Come possiamo aiutarvi nella vostra battaglia?».

Sabato scorso ha marcato il secondo anniversario dall’inizio della guerra di aggressione che Putin ha scatenato contro l’Ucraina. Una guerra perfida e brutale. Il mondo intero è accorso in aiuto all’Ucraina. Ma sono trascorsi già due anni, tra lo sfinimento generale, nel sangue e nella delusione, e Putin non ha raggiunto i suoi scopi. Tutto è già stato messo in campo: armi, denaro, sanzioni… nulla ha funzionato. Ed è accaduto il peggio: ci siamo abituati alla guerra. La gente ha cominciato a dire: «Ebbene, bisognerà scendere a patti con lui…».

E poi Putin ha ucciso mio marito, Aleksei Navalny . Dietro suo ordine, Aleksei è stato torturato per tre anni: costretto a patire la fame rinchiuso in una minuscola cella di pietra, tagliato fuori dal mondo esterno, privato di qualsiasi contatto umano, telefonate, e persino lettere. E poi lo hanno ucciso. E anche dopo, hanno dissacrato il suo corpo e tormentato sua madre.

Se da un lato questo omicidio del regime ha ancora una volta dimostrato a tutti che Putin è capace di qualunque cosa e che è impossibile negoziare con lui, dall’altro capisco benissimo fino a che punto tutti siano rimasti sconvolti e addolorati. Molti pensano che Putin non potrà mai essere sconfitto e nella loro disperazione mi chiedono: «Che cosa possiamo fare per aiutarti?».

In questo frangente, penso a come Aleksei avrebbe risposto alla domanda. Proverò io a rispondere, ma per farlo dovrò prima spiegarvi com’era fatto lui.

Aleksei era un innovatore. Escogitava in continuazione nuove idee su qualunque argomento, ma soprattutto in politica.

Le vostre elezioni sono previste per i primi di giugno. Molti di voi saranno impegnati in campagne elettorali, a incontrare il pubblico, a rilasciare interviste, a girare spot elettorali. Immaginate per un attimo che tutto questo vi sia negato. Nessuna rete televisiva vi offrirà un’intervista. Non c’è denaro al mondo che contribuirà a realizzare i vostri spot elettorali. E tutti i sostenitori che si presenteranno ai comizi verranno arrestati, assieme al candidato.

Benvenuti nella Russia di Putin. Eppure, Aleksei Navalny è riuscito a diventare il politico più famoso nel suo Paese, capace di infiammare gli animi di milioni di persone con le sue idee.

Come ha fatto? Non smetteva mai di congetturare, immaginare e sperimentare. Non ti vogliono in televisione? Impariamo a girare i video su YouTube, in modo da farci conoscere dal Paese intero. Non ti permettono di votare? Escogitiamo una strategia di voto tattico per sottrarre seggi al partito al potere. Persino nel gulag di Putin, Aleksei era riuscito a trasmettere le sue idee su progetti che avrebbero gettato nel panico il Cremlino. Aleksei era l’antitesi della noia e della mediocrità.

Ecco la risposta alla vostra domanda. Se volete davvero sconfiggere Putin, occorre diventare innovatori. E smetterla di accontentarsi della banalità. Putin non verrà scalfito da un’ennesima risoluzione né da un nuovo pacchetto di sanzioni, indistinte dalle precedenti. Non verrà sconfitto se continuiamo a considerarlo un uomo di principi e regole morali.

Non è fatto così, e Aleksei lo aveva capito sin dall’inizio. Non abbiamo a che fare con un politico, bensì con un mafioso sanguinario. Putin è il capo di una vera e propria organizzazione criminale, che include assassini e avvelenatori. Ma costoro sono soltanto sicari e burattini. I veri responsabili appartengono alla cerchia più vicina a Putin: sono i suoi amici, i suoi soci, e gli amministratori dei soldi della mafia.

Voi dovete stanare questa organizzazione criminale, assieme a tutti noi. E l’innovazione politica in questo caso consiste nell’attivare i metodi più efficaci per combattere il crimine organizzato, non la concorrenza politica. Mettiamo da parte le note diplomatiche, e andiamo a indagare sulle macchinazioni finanziarie. Basta con le dichiarazioni di protesta, e diamo la caccia ai suoi soci mafiosi nei vostri Paesi, gli avvocati e i finanzieri che lavorano nell’ombra per aiutare Putin e i suoi amici a nascondere le loro fortune.

In questa lotta potrete contare su alleati fedeli: decine di milioni di russi sono contro Putin, contro la guerra, contro il male da lui causato. Non bisogna perseguitarli, al contrario, occorre lavorare con loro. Con tutti noi.

Putin dovrà rispondere di quello che ha fatto al mio Paese. Putin dovrà rispondere di quello che ha fatto a una nazione vicina e pacifica. E Putin dovrà rispondere di tutto quello che ha fatto ad Aleksei.

Mio marito non vedrà la Russia del futuro, ma noi sì. E io farò tutto il possibile per realizzare il suo sogno, per accelerare la caduta del male e spianare la strada a un domani luminoso.

L’Olocausto sconsacrato. Effetto 7 ottobre: il massacro degli ebrei non è più un tabù

PIERLUIGI BATTISTA  26 FEB 20224 -Il FOGLIO

La normalizzazione che ci porta indietro nel passato. Per la prima volta dalla fine della Seconda guerra mondiale e dalla liberazione di Auschwitz la Shoah viene banalizzata, con Israele destinato a smarrire la sua aura che lo faceva “caro a una parte del mondo”

Non si era mai visto un Giorno della Memoria così scialbo e sbiadito, e insincero. E così paradossalmente atroce, con le vittime messe sul banco degli imputati come carnefici, in una dozzinale rappresentazione del teatro dell’assurdo. La liturgia stanca del Binario 21. Le ovvietà istituzionali di circostanza. Liliana Segre svillaneggiata da una Basile qualunque. I cortei dove la stella di David è proibita come simbolo di oppressione e dove ululano minacciosi con postura squadristica all’indirizzo del coraggioso ragazzo che aveva esposto un cartello con su scritto “Free Gaza from Hamas” (ma perché, cosa li fa indignare? Non dovrebbero essere d’accordo, se davvero volessero due popoli per due stati? O ne vogliono soltanto uno, senza Israele, dal fiume al mare?). Un tabù infranto. Una frontiera che sembrava inespugnabile violata. Per la prima volta dalla fine della Seconda guerra mondiale e dalla liberazione di Auschwitz la Shoah, come ha giustamente scritto Adriano Sofri (che da questa riga in poi dubito possa darmi a sua volta ragione), appare “sconsacrata”, normalizzata, banalizzata, con Israele destinato a smarrire la sua aura che lo faceva “caro a una parte del mondo”. La sconsacrazione dell’Olocausto. Una barriera sgretolata. Un’intimazione al silenzio e al rispetto per gli ebrei sterminati oramai venuta meno, risucchiata nell’indifferenza, e stavolta non nelle solite bande di neonazi decerebrati, tra negazionisti compulsivi e parate di saluti romani, ma nel cuore delle classi dirigenti (tra i miei amici, tra i nostri amici, tra i vostri amici, se posso dire). Un sottile e oramai irrefrenabile sentimento antiebraico imbevuto di furore antisionista che se non lo vogliamo chiamare antisemitismo per non apparire così inopportunamente grossolani potremmo definirlo diffidenza, antipatia, insopportazione per gli ebrei che reagiscono sempre in modo “sproporzionato”. Ebrei, beninteso, non solo israeliani. Non c’è più nemmeno l’ombra dell’indignazione e dello sgomento se in un aeroporto del Daghestan parte la caccia ai viaggiatori ebrei inseguiti fino dentro i cessi tra le urla della folla scatenata. E neanche le donne ebree massacrate e stuprate sembrano meritevoli di una solidale e corale indignazione: violentate di un dio minore. Ebree, colpite e trucidate come ebree: e l’occidente buono fischietta. Il tabù è a pezzi. E il suo atto di morte ha una data precisa: il 7 ottobre del 2023, il giorno in cui tutto è cambiato (in peggio).


Chissà, se oggi uscisse “La vita è bella”, si verserebbero tante lacrime come se ne sono versate quando il tabù della Shoah era ben conficcato nelle coscienze dell’occidente democratico? E con “Schindler’s List” come la metteremmo, magari fischierebbero pure per protesta il regista Steven Spielberg che sta girando, nel silenzio assoluto dei media e del mondo del cinema che di solito ne incensa le tante e meravigliose opere, un docufilm sull’orrore del 7 ottobre, il più grande pogrom dal 1945. E siamo certi che persino un film come “Exodus”, da denuncia commovente dell’insensibilità con cui ai profughi ebrei sopravvissuti allo sterminio fu impedito di scendere da una nave, non verrebbe oggi vissuto come un reportage sui colonialisti ebrei destinati a uccidere e depredare i palestinesi? Lia Levi, sopravvissuta allo sterminio, ha scritto in un articolo bellissimo di “Shalom” con il titolo bellissimo “Voi non meritate il nostro dolore”: ma come, ci invitate sempre nelle scuole a parlare di Auschwitz e adesso tutta questa attenzione “ha fatto presto a volar via”? Quando crolla la diga, del resto, le acque limacciose della normalizzazione della Shoah scorrono senza argini. Gli studenti ebrei bullizzati non impressionano più. Le sinagoghe prese d’assalto, anche. Le pietre d’inciampo divelte, anche. Le case contrassegnate e con la stella di David come minaccia permanente, anche. La banalizzazione e la normalizzazione narcotizzano gli stati d’animo. “La parola ‘genocidio’”, ha scritto già tempo fa profeticamente Alain Finkielkraut, ha fatto “una carriera trionfale nel linguaggio corrente. Col risultato di morire d’inflazione”. Se José Saramago parlava di Israele come della “nuova Auschwitz” veniva lasciato solo nel suo delirio, o al massimo in compagnia dei suoi fanatizzati accoliti. Oggi invece l’identificazione di svastica e stella di David è moneta corrente, corrosa anch’essa da un’inflazione semantica devastante. Ho chiesto a un fiero giovane democratico, progressista, colto, cosa ne pensasse del fatto che il Diario di Anne Frank sia vietato nella Gaza sequestrata da Hamas per non diffondere “l’infezione della menzogna sionista”. Mi ha guardato come se lo stessi provocando con una fake news. Ed è passato ad altro: usurpazione, 75 anni di oppressione, genocidio, eccetera. Stop

La morte di Navalnyj e il trionfo della propaganda

di Stefano Caprio –Asia news – 24 Febbraio 2024

La smania di inserirsi nelle lotte per il potere in tutto il mondo non è soltanto una propensione personale di Putin, ma in qualche modo un carattere tipico della natura russa, sempre bisognosa di trovare altrove la conferma della sua stessa esistenza, per non disperdersi tra i boschi e le steppe del suo territorio smisurato.

Il secondo anniversario dell’invasione dell’Ucraina viene celebrato da Vladimir Putin con la mossa propagandistica più radicale e definitiva, quella dell’azzeramento di ogni forma di opposizione. Con la morte in lager di Aleksej Naval’nyj, l’unico vero avversario degli ultimi vent’anni, si è inaugurato il mese della campagna elettorale per la quinta rielezione del 17 marzo, da cui è stato opportunamente eliminato anche l’unico candidato non allineato, Boris Nadeždin. Entrambe le rimozioni erano ampiamente previste e non necessarie per la buona riuscita del trionfo della dittatura, ampiamente consolidata fin dalla seconda-terza rielezione dello zar, ma appaiono decisamente utili all’unica Vittoria che interessa al Putin collettivo, quella della Grande Guerra del Mondo russo.

La guerra mondiale elettorale del 2024 si era palesata già il 13 gennaio a Taiwan, segnando un punto contro gli storici nemici della Cina continentale. Il 7 febbraio l’Azerbaigian ha invece aperto la serie delle ri-elezioni farsa dei tiranni, con il quinto mandato di Ilham Aliev al 92% delle preferenze, un rito esplicitamente legato alla vittoria sul campo, la riconquista del Nagorno Karabakh a spese degli armeni. A seguire, il 25 febbraio, si ha ora la rielezione scontata di Aleksandr Lukašenko in Bielorussia, che per sicurezza ha fatto sequestrare tutti i beni dei suoi avversari di quattro anni fa, ormai in prigione o all’estero, mettendo all’asta le loro case, vedi mai qualcuno pensi di tornarci. I due leader post-neo-sovietici del resto sono soltanto i valletti che aprono le tende del palco regale dello zar Putin, che raggiungerà il quarto di secolo senza appunto doversi confrontare con avversari neanche di facciata, visto che al povero Nadeždin hanno contestato le firme delle registrazioni, in quanto scritte con calligrafia indegna, e accompagnate da pronostici ancor più vergognosi, quasi volesse prendersi il 20% dei voti e ridurre il consenso plebiscitario al padrino del Cremlino.

Il primo marzo si “rinnoverà” l’Assemblea degli esperti, il parlamento iraniano, sempre per aggiungere un coro laudativo alla rielezione putiniana del 17 marzo, per cui si prevedono grandi feste popolari e proclami di Vittoria universale. Tra aprile e maggio sarà la volta di Narendra Modi a raccogliere in India la gran parte dei voti di quasi un miliardo di elettori, nella “più grande democrazia del mondo” sempre più simile ai regimi dei suoi grandi vicini eurasiatici. A giugno arriva il turno di quattrocento milioni di europei per il rinnovo del parlamento di Bruxelles, e sarà uno dei momenti in cui cominciare a tirare le somme della grande guerra, per arrivare alla battaglia finale degli anglosaksy tra novembre e dicembre, con lo scontro dei “patriarchi” americani Biden e Trump, e le probabili elezioni anticipate in Inghilterra.

Dall’esito delle grandi elezioni dipenderà in buona parte anche l’evoluzione degli scenari bellici, in Ucraina e in Israele soprattutto, a seconda del prevalere di schieramenti più o meno pacifisti e dell’orientamento sulle parti da sostenere o condannare. Il Cremlino non si limita quindi a guardare da lontano, ma considera questi appelli formali della democrazia come vere e proprie chiamate alla mobilitazione, in una guerra sempre più ibrida e multiforme a livello universale. Un esempio viene dall’Indonesia, dove si è fatto uso dell’intelligenza artificiale per ripulire l’immagine dei candidati, e mobilitare politici defunti a inviare messaggi agli elettori. Nei giorni scorsi l’agenzia francese di controllo Viginum, specializzata nella difesa dalle ingerenze digitali straniere, ha evidenziato una rete di quasi duecento siti web russi impegnati nella propaganda delle tesi del Cremlino in Occidente, chiamata Portal Kombat, strutturata e coordinata per rivolgersi al pubblico di internet in Europa e negli Usa, e in tutti i Paesi che sostengono l’Ucraina. Putin non vuole soltanto conquistare l’Ucraina, o la Moldavia che tra poco potrebbe essere a sua volta invasa, ma intende dominare (“salvare”) il mondo intero.

L’intelligence ucraina ha poi raccolto informazioni sull’inizio di una fase attiva di guerra informatica della Russia che sarebbe già iniziata, chiamata Perun con il nome della più grande divinità pagana dell’antica Rus’, il cui idolo fu gettato nel Dnepr dal principe Vladimir come gesto simbolico del Battesimo del 988. In questo modo la Russia ribadisce la sua “santa battaglia” per la vera fede, rifiutando i falsi valori dell’Occidente idolatrico. Questa campagna prevede il coinvolgimento di giornalisti stranieri, personaggi mediatici e blogger per sostenere, a tutte le latitudini e in tutte le applicazioni, le ragioni dell’aggressione all’Ucraina e della missione salvifica della Russia nel mondo. L’inizio clamoroso del Perun è stata l’intervista concessa da Vladimir Putin all’americano Tucker Carlson, in cui non a caso il presidente russo è andato a rimembrare le gesta dei condottieri della Rus’ fin dal secolo precedente al Battesimo di Kiev, a cominciare da Oleg “il veggente” che attribuì a Kiev il titolo di “madre delle città russe”, e siccome era un veggente, sapeva che tale onore era destinato a giungere fino a Mosca.

Lo stesso Putin ha poi confidato di essere “rimasto deluso” dall’eccessiva condiscendenza di Carlson, che non gli ha posto domande quasi su nulla, o tanto meno obiezioni. Bisogna fare in modo che si creda all’esistenza di un “vero dibattito” mondiale, per non cadere nel ridicolo come nel caso dell’intervista, in cui la servile sottomissione dell’americano ha evidenziato la goffaggine del leader, che si è fatto prendere dalla smania di identificare i personaggi della storia antica con i suoi nemici attuali, i “neonazisti” ucraini che hanno iniziato nel 2014 la “guerra civile”, tanto da rammaricarsi di non aver iniziato prima l’invasione per ristabilire l’unità originaria. Il paradosso è che Putin è arrivato a solidarizzare perfino con Hitler, attribuendo ai polacchi la colpa dell’inizio della seconda guerra mondiale a cui il capo del nazismo sarebbe “stato costretto”, come del resto Stalin “doveva correggere” il grave errore di Lenin, presentato come “l’inventore dell’Ucraina”.

La smania di inserirsi nelle lotte per il potere in tutto il mondo, del resto, non è certo soltanto una propensione personale di Putin, ma in qualche modo un carattere tipico della natura russa, sempre bisognosa di trovare altrove la conferma della sua stessa esistenza, per non disperdersi tra i boschi e le steppe del suo territorio smisurato. Pietro il grande intendeva fare della Russia la “vera Europa”, proclamandosi re di Svezia e Polonia, e spiando da giovane le sedute della Camera dei Lord di Londra, su invito di Guglielmo III d’Orange. A metà dell’Ottocento lo zar Nicola I, chiamato “il gendarme d’Europa”, fece di tutto per difendere il principio dell’autocrazia perfino tra i suoi nemici, come la Turchia ottomana, o il “grande eretico latino”, il papa di Roma Gregorio XVI, che lo zar andò a visitare privatamente al Quirinale nel 1846, chiedendogli di non cedere alle suggestioni liberali. Uno dei russi più appassionati alle elezioni straniere fu poi il grande scrittore Lev Tolstoj, rappresentante dell’anima liberale e pacifista della Russia, ma non per questo meno coinvolto nei grandi giochi della Guerra e della Pace.

A fine Ottocento, il sommo romanziere russo esprimeva continuamente il suo desiderio che l’America scegliesse “il giusto presidente”, e i repubblicani statunitensi erano molto preoccupati del grande influsso che il conte Tolstoj poteva avere sull’elettorato americano, pubblicando articoli contro le sue esortazioni, considerate “degradazioni morali”. Il futuro presidente Theodor Roosevelt, che nel 1886 era il capo della polizia di New York, girava sempre con una copia di Anna Karenina da rileggere durante appostamenti e operazioni, scrivendo in una lettera alla moglie che Tolstoj “non commenta mai le azioni dei suoi personaggi, se siano buone o cattive… è un modo di raccontare senza morale, se non direttamente immorale”. Tutta l’America leggeva avidamente i romanzi di Tolstoj, ogni suo libro diventava un best-seller e provocava roventi discussioni. Si parlava allora della “questione femminile”, e russi e americani erano scandalizzati dall’eccesso di aperture nei Paesi europei, mentre Tolstoj si poneva all’avanguardia delle rivendicazioni dei nuovi diritti, tanto da venire ufficialmente scomunicato in patria, e negli Usa venne proibita la pubblicazione della Sonata a Kreuzer secondo una legge del 1873 che condannava i libri “indecenti, perversi o lussuriosi”. Anche Resurrezione, il romanzo più anticlericale di Tolstoj, fu ammesso con forti tagli della censura americana, “secondo i principi della morale borghese”, come si avvisava nella prefazione, suscitando forti proteste da parte dell’autore.

I lettori americani sommersero di lettere lo scrittore, anticipando le valanghe di commenti dei social attuali, e alla tenuta di Jasnaja Poljana giungevano gruppi di visitatori e pellegrini dall’America. Tolstoj era il personaggio più “americanofilo” della storia russa, e si è certamente rivoltato nella tomba sentendo il suo bis-bis-nipote, l’attuale deputato russo Petr Tolstoj, definire il periodo di studi della figlia in America un suo “terribile peccato” e una specie di “colpa globale”, in un rovesciamento totale del fronte della “guerra eterna dei valori”. Nel 1903 a visitare il conte si era recato anche William Jennings Bryan, il candidato democratico sconfitto nel 1896 dal repubblicano William McKinley. Bryan era un famoso oratore populista, detto il “Grande Uomo Comune” a cui oggi viene paragonato lo stesso Donald Trump, e nel 1900 tentò di nuovo di vincere le elezioni opponendosi alle banconote di carta “in mano alle banche” per difendere lo “standard dell’oro”, ma perse di nuovo nonostante i grandi raduni in cui si metteva nella posa del crocifisso “per la difesa del popolo”.

Più di centoventi anni dopo, la Russia, l’America e l’Europa sono di nuovo a confronto, alla ricerca dell’oro e dei valori perduti. Lo sdegno per l’assassinio di Naval’nyj obbliga tutti i leader, i partiti e le fazioni dell’opinione pubblica di tutti i Paesi a schierarsi, facendo della Russia l’unica patria globale, in cui decidere quale futuro vogliamo costruire.

Navalny è diventato un martire della resistenza al regime. Grazie a Putin

Navalny è diventato un martire della resistenza al regime. Grazie a Putin

L’oppositore politico assassinato il 16 febbraio ha guidato dal 2011 al 2024 la protesta di popolo contro il sistema corrotto e oligarchico che si è consolidato attorno a Putin. Con la sua morte si conclude il trentennio post-sovietico

Stefano Caprio 21/02/2024 – 6:00

Esteri – TEMPI

Manifestazione a Roma in memoria di Aleksej Navalny, oppositore di Vladimir Putin, ucciso in Russia (Ansa)

La morte di Aleksej Navalny segna uno spartiacque nella storia recente della Russia, nonostante non sia certo la prima e purtroppo neanche l’ultima vittima del regime totalitario putiniano. Si conclude definitivamente il trentennio post-sovietico, che ha visto un confronto tra forze politiche, ideologie e personalità diverse, in modalità tempestose e contraddittorie negli anni Novanta, e in forme sempre più fortemente riduttive e repressive a partire dal 2000, anno della prima presidenza Putin. Navalny ha guidato dal 2011 al 2024 la protesta di popolo contro il sistema corrotto e oligarchico che si è consolidato attorno allo stesso Vladimir Putin, considerato dal suo avversario ora deceduto il “padrino supremo” della mafia al potere.

Vittima sacrificale sull’altare putiniano

Le proteste interne e internazionali di questi giorni si concentrano sulle circostanze che hanno provocato la morte improvvisa del dissidente nel lager di Kharp, nella regione Jamalo-Nenetskaja all’estremo nord della Russia europea e ai confini dell’Asia. La mancata concessione del corpo del defunto alla madre, impedendo lo svolgimento di autopsia e analisi immediate, rafforza l’ipotesi di un nuovo avvelenamento con il Novichok, il veleno a lui somministrato già nel 2020 a Tomsk in Siberia, da cui si era miracolosamente salvato. Allora la sua eliminazione si collegava alle celebrazioni della nuova Costituzione putiniana e a quelle per i 75 anni della vittoria sui nazisti, mentre questa volta egli appare la vittima sacrificale sull’altare della quinta rielezione di Putin alla presidenza, che si terrà nelle elezioni-farsa del prossimo 17 marzo. Per la logica della divinizzazione del potere del nuovo zar, il rito appare una necessità liturgica paragonabile ai sacrifici di Aronne nelle pratiche veterotestamentarie, o magari a quelle del film di Mel Gibson Apocalypto, per invocare l’assistenza degli dèi dei Maya sulle fortune dei popoli sanguinari.

Il corpo non verrà concesso alla madre e agli avvocati per almeno 14 giorni, durante i quali verrà compiuta una “analisi chimica”, e comunque alla madre è stato comunicato che la verifica sulle circostanze della sua morte in lager «verrà condotta a tempo indefinito», e il corpo rimarrà quindi “secretato” per almeno un mese. Secondo l’avvocato Kira Jarmiš, la dirigenza del lager sta soltanto cercando di «occultare le prove, sappiamo bene che stanno mentendo, e che l’assassinio è stato programmato da tempo». Navalny ancora giovedì mattina, 15 febbraio, sorrideva e scherzava davanti ai giudici, e la sua morte il giorno successivo non può essere naturale in alcun modo.

L’eredità di Navalny in Russia

La morte diventa ora l’occasione per ricordare Navalny al di fuori di ogni altra considerazione sulle responsabilità del suo martirio o delle possibilità per lui di poter uscire dal lager e condurre un’attività di opposizione dall’estero, magari salvandosi attraverso uno scambio di prigionieri come ipotizzato da alcune fonti. In ogni caso, sia dal lager che dall’esilio, il suo influsso sulla vita della società russa non avrebbe mai potuto risultare così incisivo come la sua tragica scomparsa, che lo rende un vero simbolo della resistenza al potere a livello universale.

Chi era veramente Aleksej Navalny? Questa è la domanda che dobbiamo porci per capire dove sta andando il mondo russo, e il mondo intero. Raccogliendo le tante testimonianze a lui dedicate in questi giorni da tanti mezzi d’informazione, possiamo ricordare con il giornalista Andrej Lomaš che «egli apparve quando la politica sembrava ormai priva d’interesse, rimettendo al centro gli interessi della gente». I partiti liberali, discendenti dal dissenso sovietico, avevano perso il contatto con il popolo e il regime era ancora più distaccato dalla realtà, quando Aleksej seppe trovare il modo di dire quello che molti pensavano, usando i nuovi canali offerti da internet.

Dopo aver lasciato le formazioni politiche di opposizione, ormai prive di ogni capacità comunicativa, egli divenne uno dei primi blogger che esprimeva le sensazioni del patsan, il “ragazzo di strada” che lancia le sue sfide al cinismo dei potenti. Egli ha sempre detto e fatto quello che pensava, dote piuttosto insolita nella Russia delle grandi ipocrisie, attirando i giovani attraverso Youtube e mostrando le vergogne dei potenti. Ha saputo attirare i ragazzi e le ragazze alla politica, protestando contro le sneakers dell’ex presidente Dmitrij Medvedev, che per il jogging ne comprava un paio al giorno: «Non è il nostro Dimon», era lo slogan che usava sarcasticamente il vezzeggiativo analogo al Vovan, diminutivo di Putin, come si trattasse dei bulli della scuola.

Una donna commemora Aleksej Navalny a San Pietroburgo, in Russia (Ansa)

La lotta alla corruzione e al regime

Il Fondo per la lotta alla corruzione (Fbk) è stato un movimento straordinario, ancora vivo nonostante tutti i suoi esponenti siano ormai in lager o all’estero. L’apoteosi delle denunce contro i potenti è stato il video sulla villa faraonica di Putin sul Mar Nero, pubblicato in contemporanea al ritorno di Navalny a Mosca dopo l’avvelenamento tre anni fa, consegnandosi consapevolmente al suo destino di repressione e di morte. Da maestro delle campagne di protesta, Aleksej si è trasformato in uno degli eroi delle Byline, le favole epiche dell’antica Russia, un Lancillotto che si lancia all’assalto dei nemici del popolo indifeso. Egli credeva nel popolo russo, evidentemente sopravvalutandolo.

Navalny aveva cercato di presentare la sua candidatura alle elezioni presidenziali del 2018, come leader del movimento di protesta, contro il quarto mandato di Putin. Girò tutta la Russia, cominciando dalla città di Murmansk, sopra il Circolo polare artico, ma alla fine gli fu negata la registrazione alla competizione. Putin lo aveva fatto liberare da una precedente detenzione, sottolineando più volte che la sua attività pubblica era un suo merito, ma Navalny non volle mai riconoscere al grande nemico questo favore, non concedendosi allo schema dell’oppositore di facciata, e Putin non gliel’ha più perdonata. Nei comizi diceva che «ho passato metà di questa campagna in cella d’isolamento, e questo mi ha fatto capire che vale la pena di soffrire un poco per avere il coraggio di dire la verità».

Egli aveva il coraggio di dire che «Putin è un ladro e un corrotto, anzi il vero autore dell’intero sistema di corruzione. Il suo cognato più giovane è un miliardario, la figlia comanda le compagnie petrolifere, pensate che sia un caso? Tutti i suoi vicini nel villaggio delle dacie sono miliardari, compreso il patriarca ortodosso… vi prometto che li metteremo sul banco degli imputati». La sua efficacia oratoria «non aveva paragoni con nessun altro», assicura la nota pubblicista Ekaterina Šulman, «lui era in grado di parlare con le persone più diverse… i veri leader non si creano in laboratorio, ma vengono riconosciuti dalle aspirazioni del popolo». Oggi non c’è più spazio per queste aspirazioni: la Russia di Putin non ha futuro, se non ci saranno cambiamenti sarà l’ennesima “stagnazione”, un paese immobilizzato nelle sue illusioni e nei sogni di una grandezza riconosciuta solo dalle proprie fantasie maniacali.

Navalny è un martire autentico

La morte di Navalny ripropone il Grande Terrore di Stalin, il “padre dei popoli” a cui Putin esplicitamente si ispira. Dopo il decennio di persecuzioni e assassinii di massa degli anni Trenta, lo stalinismo dovette affrontare la Grande Guerra, uscendone vittorioso nel 1945, con un ritorno di sterminio nei lager per un altro decennio.

Con la rielezione di marzo, Putin raggiunge Stalin per la longevità al potere, emulandolo anche nelle fasi della rovina completa della vita sociale. Come Stalin, anche Putin è un essere mediocre e anonimo, che esprime la nullità del potere, comandando dal bunker senza mostrarsi veramente al popolo, se non in occasioni appositamente predisposte per alimentare il culto della personalità, come avverrà il mese prossimo dopo la rielezione “canonizzatrice”.

Ora si dovrà confrontare con la memoria di un martire autentico, il cui testimone è stato raccolto dalla moglie, Julia Navalnaja, che ha promesso di portare avanti il sogno del marito: dire la verità, condannare l’ingiustizia, far rinascere la speranza nel futuro

L’oppositore politico assassinato il 16 febbraio ha guidato dal 2011 al 2024 la protesta di popolo contro il sistema corrotto e oligarchico che si è consolidato attorno a Putin. Con la sua morte si conclude il trentennio post-sovietico

Stefano Caprio  21/02/2024 – 6:0 – Esteri – TEMPI

La morte di Aleksej Navalny segna uno spartiacque nella storia recente della Russia, nonostante non sia certo la prima e purtroppo neanche l’ultima vittima del regime totalitario putiniano. Si conclude definitivamente il trentennio post-sovietico, che ha visto un confronto tra forze politiche, ideologie e personalità diverse, in modalità tempestose e contraddittorie negli anni Novanta, e in forme sempre più fortemente riduttive e repressive a partire dal 2000, anno della prima presidenza Putin. Navalny ha guidato dal 2011 al 2024 la protesta di popolo contro il sistema corrotto e oligarchico che si è consolidato attorno allo stesso Vladimir Putin, considerato dal suo avversario ora deceduto il “padrino supremo” della mafia al potere.

Vittima sacrificale sull’altare putiniano

Le proteste interne e internazionali di questi giorni si concentrano sulle circostanze che hanno provocato la morte improvvisa del dissidente nel lager di Kharp, nella regione Jamalo-Nenetskaja all’estremo nord della Russia europea e ai confini dell’Asia. La mancata concessione del corpo del defunto alla madre, impedendo lo svolgimento di autopsia e analisi immediate, rafforza l’ipotesi di un nuovo avvelenamento con il Novichok, il veleno a lui somministrato già nel 2020 a Tomsk in Siberia, da cui si era miracolosamente salvato. Allora la sua eliminazione si collegava alle celebrazioni della nuova Costituzione putiniana e a quelle per i 75 anni della vittoria sui nazisti, mentre questa volta egli appare la vittima sacrificale sull’altare della quinta rielezione di Putin alla presidenza, che si terrà nelle elezioni-farsa del prossimo 17 marzo. Per la logica della divinizzazione del potere del nuovo zar, il rito appare una necessità liturgica paragonabile ai sacrifici di Aronne nelle pratiche veterotestamentarie, o magari a quelle del film di Mel Gibson Apocalypto, per invocare l’assistenza degli dèi dei Maya sulle fortune dei popoli sanguinari.

Il corpo non verrà concesso alla madre e agli avvocati per almeno 14 giorni, durante i quali verrà compiuta una “analisi chimica”, e comunque alla madre è stato comunicato che la verifica sulle circostanze della sua morte in lager «verrà condotta a tempo indefinito», e il corpo rimarrà quindi “secretato” per almeno un mese. Secondo l’avvocato Kira Jarmiš, la dirigenza del lager sta soltanto cercando di «occultare le prove, sappiamo bene che stanno mentendo, e che l’assassinio è stato programmato da tempo». Navalny ancora giovedì mattina, 15 febbraio, sorrideva e scherzava davanti ai giudici, e la sua morte il giorno successivo non può essere naturale in alcun modo.

L’eredità di Navalny in Russia

La morte diventa ora l’occasione per ricordare Navalny al di fuori di ogni altra considerazione sulle responsabilità del suo martirio o delle possibilità per lui di poter uscire dal lager e condurre un’attività di opposizione dall’estero, magari salvandosi attraverso uno scambio di prigionieri come ipotizzato da alcune fonti. In ogni caso, sia dal lager che dall’esilio, il suo influsso sulla vita della società russa non avrebbe mai potuto risultare così incisivo come la sua tragica scomparsa, che lo rende un vero simbolo della resistenza al potere a livello universale.

Chi era veramente Aleksej Navalny? Questa è la domanda che dobbiamo porci per capire dove sta andando il mondo russo, e il mondo intero. Raccogliendo le tante testimonianze a lui dedicate in questi giorni da tanti mezzi d’informazione, possiamo ricordare con il giornalista Andrej Lomaš che «egli apparve quando la politica sembrava ormai priva d’interesse, rimettendo al centro gli interessi della gente». I partiti liberali, discendenti dal dissenso sovietico, avevano perso il contatto con il popolo e il regime era ancora più distaccato dalla realtà, quando Aleksej seppe trovare il modo di dire quello che molti pensavano, usando i nuovi canali offerti da internet.

Dopo aver lasciato le formazioni politiche di opposizione, ormai prive di ogni capacità comunicativa, egli divenne uno dei primi blogger che esprimeva le sensazioni del patsan, il “ragazzo di strada” che lancia le sue sfide al cinismo dei potenti. Egli ha sempre detto e fatto quello che pensava, dote piuttosto insolita nella Russia delle grandi ipocrisie, attirando i giovani attraverso Youtube e mostrando le vergogne dei potenti. Ha saputo attirare i ragazzi e le ragazze alla politica, protestando contro le sneakers dell’ex presidente Dmitrij Medvedev, che per il jogging ne comprava un paio al giorno: «Non è il nostro Dimon», era lo slogan che usava sarcasticamente il vezzeggiativo analogo al Vovan, diminutivo di Putin, come si trattasse dei bulli della scuola.

La lotta alla corruzione e al regime

Il Fondo per la lotta alla corruzione (Fbk) è stato un movimento straordinario, ancora vivo nonostante tutti i suoi esponenti siano ormai in lager o all’estero. L’apoteosi delle denunce contro i potenti è stato il video sulla villa faraonica di Putin sul Mar Nero, pubblicato in contemporanea al ritorno di Navalny a Mosca dopo l’avvelenamento tre anni fa, consegnandosi consapevolmente al suo destino di repressione e di morte. Da maestro delle campagne di protesta, Aleksej si è trasformato in uno degli eroi delle Byline, le favole epiche dell’antica Russia, un Lancillotto che si lancia all’assalto dei nemici del popolo indifeso. Egli credeva nel popolo russo, evidentemente sopravvalutandolo.

Navalny aveva cercato di presentare la sua candidatura alle elezioni presidenziali del 2018, come leader del movimento di protesta, contro il quarto mandato di Putin. Girò tutta la Russia, cominciando dalla città di Murmansk, sopra il Circolo polare artico, ma alla fine gli fu negata la registrazione alla competizione. Putin lo aveva fatto liberare da una precedente detenzione, sottolineando più volte che la sua attività pubblica era un suo merito, ma Navalny non volle mai riconoscere al grande nemico questo favore, non concedendosi allo schema dell’oppositore di facciata, e Putin non gliel’ha più perdonata. Nei comizi diceva che «ho passato metà di questa campagna in cella d’isolamento, e questo mi ha fatto capire che vale la pena di soffrire un poco per avere il coraggio di dire la verità».

Egli aveva il coraggio di dire che «Putin è un ladro e un corrotto, anzi il vero autore dell’intero sistema di corruzione. Il suo cognato più giovane è un miliardario, la figlia comanda le compagnie petrolifere, pensate che sia un caso? Tutti i suoi vicini nel villaggio delle dacie sono miliardari, compreso il patriarca ortodosso… vi prometto che li metteremo sul banco degli imputati». La sua efficacia oratoria «non aveva paragoni con nessun altro», assicura la nota pubblicista Ekaterina Šulman, «lui era in grado di parlare con le persone più diverse… i veri leader non si creano in laboratorio, ma vengono riconosciuti dalle aspirazioni del popolo». Oggi non c’è più spazio per queste aspirazioni: la Russia di Putin non ha futuro, se non ci saranno cambiamenti sarà l’ennesima “stagnazione”, un paese immobilizzato nelle sue illusioni e nei sogni di una grandezza riconosciuta solo dalle proprie fantasie maniacali.

Navalny è un martire autentico

La morte di Navalny ripropone il Grande Terrore di Stalin, il “padre dei popoli” a cui Putin esplicitamente si ispira. Dopo il decennio di persecuzioni e assassinii di massa degli anni Trenta, lo stalinismo dovette affrontare la Grande Guerra, uscendone vittorioso nel 1945, con un ritorno di sterminio nei lager per un altro decennio.

Con la rielezione di marzo, Putin raggiunge Stalin per la longevità al potere, emulandolo anche nelle fasi della rovina completa della vita sociale. Come Stalin, anche Putin è un essere mediocre e anonimo, che esprime la nullità del potere, comandando dal bunker senza mostrarsi veramente al popolo, se non in occasioni appositamente predisposte per alimentare il culto della personalità, come avverrà il mese prossimo dopo la rielezione “canonizzatrice”.

Ora si dovrà confrontare con la memoria di un martire autentico, il cui testimone è stato raccolto dalla moglie, Julia Navalnaja, che ha promesso di portare avanti il sogno del marito: dire la verità, condannare l’ingiustizia, far rinascere la speranza nel futuro.

Gli smemorati che non capiscono cosa vuol dire essere uccisi in quanto ebrei 

FIAMMA NIRENSTEIN  19 FEB 2024-IL FOGLO

Veri genocidi. La furia di Hamas è odio antisemita e in occidente si nasconde dietro lo slogan “From the river to the sea”. Falsificazione della storia di Israele, estremismo su cui siamo diventati ciechi e resistenze eroiche

La mattina del 7 di ottobre il sole era bellissimo sulla sabbia gialla, sull’erba dei kibbutz, le poltrone a dondolo sotto la loggia, le sculture sbilenche, le biciclette da bambini, le auto elettriche per i nonni, le conchiglie infilate su spaghi che dondolano al vento tintinnando di fronte alle case. Il mare non è lontano. Tutti dormono, sono le sei di mattina di Shabbat. Poco lontano, una folla di migliaia di giovani balla nella musica battente del rave, a una festa chiamata “Nova”, ci si stordisce di gioventù e di pace fino a crollare di sonno.


Nei kibbutz del Sud, nelle famiglie d’Israele, si preparava una giornata di festa, senza sapere che la realtà ruggiva sui pick-up bianchi e tagliava le reti e le mura per entrare. Gli abitanti di Be’eri o di Kfar Aza avevano voluto rappresentare al Sud un disegno della patria del popolo ebraico fra i più sognanti, alla maniera del primo XXI secolo, un po’ socialista, molto amorosa, ecologica, pacifica, anche tecnologica, persino disegnando con gli abitanti di Gaza, vicini di casa al di là dello spazio giallo, un dialogo quotidiano, con regali ai bambini, biscotti, cure mediche condivise.


Alle 6:30 dorme la miriade di bambini, circa tre per famiglia, principi e principesse padroni di tutto, verso un nuovo risveglio regale di baci e biscotti; i nonni hanno lasciato la tavola del venerdì sera mezza apparecchiata, con le tracce delle grandi famiglie che hanno mangiato i cibi del passato polacco o marocchino; dormiranno ancora un po’ anche i ragazzi post-esercito coi capelli lunghi, la chitarra appoggiata nell’angolo, il telefonino che già ronza di molti TikTok che cercano invano di avvertire: “Svegliatevi, succede qualcosa”. Ma è già troppo tardi. Nelle case i molti libri, i molti fiori, i molti ideali di pace saranno
bruciati con le granate termobar speciali, grossi fusi neri, quelli inesplosi li abbiamo visti lasciati a decine dopo la strage che sviluppano 2000 gradi e carbonizzano qualsiasi cosa, rendendo irriconoscibili le vittime e privi di identità case, oggetti e persone. Così è stato. Ho visto le vittime carbonizzate in fotografia, sembrano quelle di Pompei.


Mentre cominciano a piovere i missili ovunque, molto oltre la solita routine delle città del Sud, sempre come bombardate da Hamas, mi telefona la mia amica Ruthie, stupita: “Sai per caso come mai ci sparano tanto e dappertutto?”. Non lo so, nessuno lo sa, nessuno se l’aspettava, Israele – come nel 1973, quando la Guerra del Kippur fece 11.656 vittime – ha creduto che la sua superiorità morale, tecnologica, la sua mitica forza di sopravvivenza contro tutto e tutti cancelli ogni avvertimento, ogni pronostico: e invece tutto sarà in breve cenere e sangue.


Negli anni Venti e Trenta, in Europa, Gershom Scholem, Franz Rosenzweig, Walter Benjamin e tanti altri dormivano sulla raffinatezza dei pensieri tedeschi più sofisticati, col sentore che qualcosa si stesse preparando. Si permettevano, su questo, contrasti e tristezza. Ma non sapevano, proprio a causa della loro sofisticata superiorità, della loro speranza nella vita unita a prosopopea, che lavorava nell’ombra un mostro che pianificava come uccidere tutti gli Ebrei, a uno a uno, e seppellirli sotto le rovine d’Europa.


Così Be’eri riposa fino alle 6:30 fra i sogni israeliani più ambiziosi; è uno dei kibbutz di confine noti per il suo pacifismo, vuole curare il mondo, cerca laicamente il “tikkun olam”, la riparazione del mondo con cui l’uomo aiuta Dio a perfezionare la creazione. Ma poi la verità si è tinta di un solo colore, quello del sangue degli Ebrei, e il pogrom è arrivato sui pick-up. Batia Olik, che aveva fatto con cinque fotografi di Gaza in incognito una mostra di grande successo, ne ha visti eclissarsi quattro mentre si preparava l’eccidio, e il quinto, durante la strage, ha cominciato a chiamarla sul telefonino per chiederle, da dentro il confine dove evidentemente si era introdotto con i mostri, dove fosse, se intorno a lei c’erano soldati, se era con tutta la famiglia. “Solo allora, mentre ci cercavano per ammazzarci nel nostro nascondiglio, ho capito che era un terrorista”.


Per credere che quello che è accaduto è realtà, ho dovuto guardare diverse volte il footage raccolto dagli uomini stessi di Hamas con le loro telecamere, ho dovuto ascoltare e riascoltare cento storie di orrore, visitare le rovine, incontrare i sopravvissuti… e ancora è difficile credere ai propri occhi e alle proprie orecchie. All’ombra delle gallerie sotto le case di Gaza, o su e giù per la “no man land” fra Gaza e Israele, gli uomini di Hamas avevano ricevuto per mesi un allenamento preciso e istruzioni dettagliate. La loro preparazione, come quella siriana e egiziana per la Guerra a sorpresa del ‘73, non era ignota: si erano tenute riunioni, erano stati distribuiti foglietti con istruzioni e piante.


Gli ordini erano: “Mentre da qui partono i missili e tutti si rifugiano in casa, irrompete, uccidete, violentate, fatte a pezzi, bruciate, tagliate le teste e gli arti”. Di chi? Di tutti. Compresi neonati, mamme, bambini, vecchi, ragazze e ragazzi. E una parte, sempre con la più svariata campionatura di Ebrei perché il gioco del ricatto sia perfetto, portatela in ceppi dentro Gaza. 


Sinwar ha esercitato bene la sua fantasia strategica, ordinando di uccidere e fare a pezzi i figli in braccio alle madri e le madri di fronte ai figli, inventando ogni possibile modo per dettagliare la cannibalica decisione di terrorizzare più dell’ISIS, di sterminare nel modo più crudele possibile; la tecnica per cui ha comandato di mettere i neonati vivi nel forno acceso, di violentare le donne di qualsiasi età, anche le bambine, sia da vive che da morte, e in modo tale da spezzare il bacino e le gambe, di evirare gli uomini e i bambini, di decapitare, di bruciare vive intere famiglie insieme al rogo dei loro oggetti, di tutti i simboli della loro vita, doveva per sempre rappresentare la legittima ira del suo movimento e renderlo il leader assoluto dell’odio contemporaneo. Sinwar ha messo Hamas alla testa di un movimento mondiale di destrutturazione della storia che legittima la rabbia come bandiera di vita, l’unica che ritiene possibile contro la civiltà. È un movimento che ha deciso che il frutto della storia e della religione del nostro tempo, compresa la civiltà ebraico-cristiana ma anche la cultura dei diritti umani, è un vantaggio solo per chi l’ha inventata e uno strumento di oppressione da fare a pezzi per chiunque altro: così la scelta demoniaca di radere al suolo la civiltà può usare qualsiasi mezzo per distruggere i “colonialisti”, gli “imperialisti”, i “razzisti”, i ricchi, i bianchi, e soprattutto, certo, gli Ebrei.


Questo concetto, e così è di fatto accaduto, trova consenso molto lontano da Gaza, prima di tutto nel mondo musulmano che fra gli oppressori mette gli “islamofobi”, e fra gli studenti i movimenti LGTBQ, i movimenti ecologisti che pensano che la terra sia stata rovinata dagli interessi capitalisti e anche dagli Ebrei. Le atrocità di Sinwar non sono ancora state condannate dall’ONU, così come non lo sono state dall’Autonomia Palestinese, e neanche dalle Università dell’IVY League americane. È “il contesto” che conta, e nessuno si aspettava che fosse così marcato da approvare dopo una strage come quella del 7 di ottobre la distruzione della civiltà contemporanea in nome dell’atrocità antisemita.


Il piano, a differenza di quello dei nazisti a suo tempo, era di distruggere gli Ebrei pubblicizzando il più possibile la determinazione a farli soffrire a uno a uno. Quindi, una minaccia di sterminio generale, un ordine di sgomberare, sparire, diventare fumo, una promessa che infatti poi è stata ripetuta a parole: “L’abbiamo fatto e lo rifaremo ancora e ancora”. (…) Ciò che è accaduto il 7 di ottobre sfida la questione stessa di che cosa sia un essere umano, e forse proprio per questo un evento di chiarezza accecante viene poi addirittura rovesciato fino a colpevolizzare le vittime; si disegna il destino masochistico cui si consegna volontariamente la nostra civiltà rinunciando a condannare, a capire, a combattere con Israele.


Quando ero piccola, mia nonna mi giurava che ciò che aveva passato la mia famiglia con le leggi razziali e la Shoah non sarebbe mai più accaduto. Mi prometteva una vita dolce, il suo cibo accurato e gentile sulla tavola, la luce azzurrina di Firenze la mattina presto, la cupola verde della sinagoga fatta per giocare su e giù per le scale. Ebrei liberi, eguali. Mio padre mi rafforzava con la sua sfacciata, dura scapigliatura di soldato d’Israele: così era venuto a combattere a Firenze con la Brigata Ebraica in tempo di guerra. Mia madre era la garanzia vivente della vita nuova, la bella partigiana e giornalista. “Never again” era nelle cose, era la mia vita quotidiana. Era dentro di me. Già sapevo che gli Ebrei avevano una Terra, e che viverne lontani era solo questione di tempo. Adesso, un soldato appena uscito da dentro Gaza mi ha detto: “Certo è difficile, rischiamo la vita, ma mio nonno è sopravvissuto ad Auschwitz, mio padre ha combattuto nella guerra del Kippur, adesso tocca a me. Never again sono io”. Ma con la nonna ballavamo la hora nel corridoio davanti all’arazzo della Regina Esther che salva gli Ebrei con la sua bellezza, la festa della vittoria sul nazismo era quella della nascita dello Stato d’Israele. Per noi, era chiaro che un patto con Dio, ovvero con la nostra passione per la vita, ci aveva salvato dalla Shoah, e che adesso, oltre l’Europa che ci aveva tradito, la nostra base nazionale era costituita dalla nostra invincibile identità, il Popolo del Libro e della Terra di Israele.


La mia casa di via Marconi 16 era il nostro nido in un curioso sentimento di temporaneità, i coinquilini borghesi e certo antisemiti forse si chiedevano come mai i nonni fossero tornati a viverci, gli occhi delle compagne di scuola chiedevano come mai ero là, e io ero fiera di guardarle in faccia, sfidandole; temporanea era stata la sofferenza, anche se parte della mia famiglia era stata massacrata nei campi di sterminio. Eppure ero felice, già da bambina sentivo che la nostra vita era un segnale in sé di trascendenza della civiltà, che per gli Ebrei vivere è una missione. Gli Ebrei vivono, hanno vissuto sempre, ovunque sia possibile, e sempre hanno portato con sé la civiltà, la resistenza contro il buio dell’aggressione e della prepotenza antidemocratica, da quando il concetto di democrazia è esistito. Israele è la somma di questo destino. Il contrario filosofico e politico del woke, la difesa della vita di tutti coloro che credono nella civiltà e nel rispetto umano. Nei diritti umani.


Questo ho fatto. Vivere in Italia con orgoglio e tornare poi a casa a Gerusalemme, ma mentre cercavo di descrivere nei miei libri come l’antisemitismo si stesse trasformando in “israelofobia”, confidavo nell’idea che la memoria l’avrebbe contenuto. Non è così. L’Europa che ha annaspato verso la sistemazione della Shoah negli anfratti del “Never again”, compiacendosi di un pentimento mai completato, non ce l’ha fatta di fronte alla verità di Israele, un Paese negato dagli stati arabi, e con un successo miracoloso. Due caratteristiche imperdonabili. Oggi, ci siamo di nuovo. Il castello che doveva sconfiggere l’antisemitismo avrebbe avuto a disposizione istituzioni formidabili come l’ONU e l’Unione europea: tutte si sono pregiate di disegnare la loro imbattibile fedeltà alla memoria ebraica e al suo rappresentante collettivo, Israele, fino a sfasciarsi gorgogliando sulla ripresa della strada ben conosciuta dell’antisemitismo.


Gli intellettuali, i campus universitari, l’ONU, anche l’Unione Europea, il 7 ottobre, hanno avuto di fronte un’occasione speciale di verifica: gli Ebrei erano stati uccisi senza pietà, l’antisemitismo urlava dai video e dalle testimonianze dei sopravvissuti. Ma subito è stato proposto da parte di Antonio Guterres segretario delle Nazioni Unite come spiegazione di tutto questo, il ghiotto proscenio dei diritti umani, l’occupazione, i palestinesi che soffrono da 75 anni, due stati per due popoli, “Ci sono delle ragioni per questo. Non avviene nel vuoto”, ha detto Guterres, il segretario dell’ONU, e più avanti il presidente francese ha graziosamente aggiunto, come se Israele non lo sapesse benissimo e non facesse di tutto per evitarlo, che non si uccidono donne e bambini. In realtà Israele è stato l’unico Paese che nel corso di una guerra giusta come questa si è preoccupato di avvertirli e di creare corridoi di salvezza, ma Hamas ne ha bloccato i movimenti per seguitare a usarli come scudi umani. Donne e bambini dovevano rimanere sul terreno a salvaguardare gli uomini di Hamas e gli enormi quantitativi di armi nascoste in case, moschee, ospedali, scuole, armi che l’esercito israeliano ha trovato lì e ovunque. Gaza è questo: una casamatta trivellata di gallerie la cui ratio urbanistica è la copertura di Hamas, incurante di qualsiasi vita umana e, al contrario, desiderosa di sacrificarne per suscitare il consenso delle folle.


Con la strage, è arrivata l’ondata di antisemitismo. Un autentico via libera al genocidio. Noi Ebrei siamo rimasti di nuovo impietriti. Sinceramente, io avevo da poco scritto Jewish lives matter, in cui si disegnava proprio il passaggio dai diritti umani all’antisemitismo, eppure non mi aspettavo le folle eccitate alla ricerca di Ebrei in tutto il mondo. La stessa prosopopea intellettuale che ci ha impedito di prevedere quello che si andava preparando a Gaza ci ha accecato di fronte allo tsunami di odio contro gli Ebrei che si è rovesciato sia su Israele che sulle comunità ebraiche in tutto il mondo e con cui abbiamo a che fare adesso. (…)


Il segno giallo dell’ignominia non l’ha inventata Hitler: fu papa Innocenzo III a imporre una fascia che poi divenne una stella, a sua volta copiata da Abu Yusef Al Mansur, un principe marocchino del XIII secolo. Già mentre i Crociati facevano a pezzi gli Ebrei in Terra Santa, l’Arcivescovo di Canterbury emanava un decreto che impediva agli Ebrei l’accesso al cibo. L’Inquisizione ha bruciato gli Ebrei con i loro figli dentro le case e sulle piazze, tutte le nazioni europee hanno gareggiato in persecuzioni dove le tecniche che ho visto usare da Hamas erano già disegnate. Bruciare vivi gli Ebrei è una replica.


Ai tempi nostri, insieme con la Shoah sistematica, curata, molto ben riuscita, impresa collettiva del popolo più colto d’Europa, si è verificata la disordinata ma massiccia persecuzione sovietica degli Ebrei, e Vasilij Grossman ne fu testimone meraviglioso e disperato, proprio perché non poteva e non voleva crederci. La decimazione, le torture, le prigioni, le fucilazioni, le deportazioni, la censura delle sue parole lo spinsero a capire per forza.

  
La Shoah è stata la conseguenza della passione ideologica e quasi fisica di Hitler, della sua dedizione estatica all’uccisione degli Ebrei, tale che persino quando ormai tutto era perduto seguitava a usare i treni dalla Grecia, invece che per spostare l’esercito, per portare gli Ebrei a morire nelle camere a gas. La sua scelta era anche segretamente condivisa da una folla in cui, come un bubbone inesploso, la febbre aspettava solo la situazione ottimale per mostrarsi. La Germania era un Paese quasi per intero nazificato, e così è Gaza: le sue organizzazioni militari ed elettive, le scuole, gli ospedali, le strutture di controllo, l’uso della società civile, la repressione di ogni libertà e l’uso della violenza sono alcune delle similitudini di quei mondi in cui il diktat primario è uccidere gli Ebrei. I giornalisti di Gaza sono in parte agenti di Hamas, vengono arruolati a volte dalla Reuter e dalla CNN. Li si è visti nel ruolo di “groupie” dei nazisti sulle motociclette mentre venivano aggrediti i kibbutz.


Tuttavia, Hamas batte i nazisti di Hitler e le SS, la cui propaganda della decisione dello sterminio era meno esplicita; vi si accennava solo in Germania e in Italia, senza esposizione di trofei, senza un tentativo palese di mostrare nel mondo la propria esaltazione. Qui invece una delle novità è l’esplicitazione assoluta e senza veli dell’odio più razzista che c’è, dell’antisemitismo radicale. Non solo si deve mostrare, ma si deve esserne fieri. I nazisti, mentre insegnavano al popolo le ragioni per odiare gli Ebrei, non ostentavano la violenza inaudita che si stava compiendo, non si pavesavano con fotografie di camere a gas, di madri con i bambini in braccio sull’orlo della fossa comune da loro stesse scavata in cui cadranno, abbattuti le une e gli altri dalle armi naziste. I nazisti la sera si ubriacavano, racconta Douglas Murray, perché i comandanti li consolavano con l’alcool per ciò che avevano fatto. Qui invece i giovani terroristi ridevano contenti gli uni con gli altri, in piena forma, a bordo delle moto, marciando coi pick-up, sventrando le donne con la violenza carnale e poi sparando loro in testa.


Anche il comunismo scelse la strada di un antisemitismo in parte travestito. Le deportazioni e le fucilazioni degli Ebrei sotto Stalin non hanno preso una svolta genocida solo perché il dittatore è morto mentre con “la congiura dei medici Ebrei” stava ancora mettendo a punto un progetto per la loro distruzione, ma li vedeva come un pericolo essenziale al suo potere. Tuttavia, i comunisti non hanno mai teorizzato che fosse indispensabile per il mondo deportare o uccidere tutti gli Ebrei. Erano traditori, spie, cosmopoliti, capitalisti e per questo, non in quanto Ebrei, dovevano essere destinati allo sterminio.


Invece per Hamas il fine dello sterminio degli Ebrei è lo sterminio degli Ebrei. Allah ne sarà contento e si avvicinerà il giorno in cui l’Islam dominerà il mondo. Il giubilo del 7 di ottobre è stato formidabile, la gioia dell’esecuzione quanto più efferata possibile, e primitiva quanto l’ordine dello stupro di massa come arma,  un’esperienza che ai nostri giorni non era mai stato dato di vedere. L’ordine è stato terrorizzare: un ordine che era anche quello dell’ISIS e di Al Qaeda. Un ordine islamista, che appartiene a un’interpretazione estatica di una religione di cui esistono svariate versioni, e occorre dire con decisione che non tutte sono così. Ma nessuno può spiegare come si possa decidere di tagliare le braccia di una bambina di otto anni e di lasciarla tremare per ore immersa nel suo sangue finché muoia se non spinti da un folle ambizione trascendentale. Nessuno può spiegare come si possa uccidere la madre e il padre di fronte a una bambina di tre anni e poi caricarla su un’auto per rapirla, da sola. Eppure tutto questo è successo. Né si può spiegare come si possa fare una strage di un gruppo di ragazzine sedute tutte insieme in un nascondiglio mentre si tengono le mani l’una con l’altra per farsi coraggio. Eppure anche questo è accaduto. Noi siamo qui a cercare di farne per sempre testimonianza, perché il negazionismo, come quello della Shoah, è la forma più classica di riabilitazione dei mostri e lo sfondo, anche odierno, al più agguerrito antisemitismo.


Eppure l’onda dell’antisemitismo è arrivata inaspettata, sugli Ebrei morti e sui vivi. Non è più vero nemmeno che a molti piacciono gli Ebrei morti e non quelli vivi. Non piacciono, e basta. 1400 morti in modo atroce non sono bastati. Il negazionismo è caduto a pioggia subito sulla strage più comprovata del mondo e Guterres a nome dell’ONU ha detto e insiste che lo sfondo era costituito dalle colpe degli Ebrei, un elenco su cui il mondo si è infinitamente esercitato, e che si è molto arricchito da quando gli Ebrei hanno una nazione, un Paese e un esercito. Perché esiste una necessità che a tutti viene riconosciuta ma non agli Ebrei: sopravvivere.


La storia degli Ebrei e di Israele resta sconosciuta alla grande maggioranza, non riesce a emergere, è un insieme di date e notizie da obliterare e sostituire con miti di crudeltà. Su questo c’è stato un lavoro scientifico e ben costruito dall’URSS fino a Arafat, dagli Ayatollah ai campus americani. Come diceva Lenin? “Le parole devono essere calcolate non per convincere ma per distruggere, non per correggere gli errori dell’avversario, ma per annichilirlo”. E devono essere tali da “provocare odio, disgusto, disprezzo”.


Parole urlate nelle piazze come quella di Bari, il 14 ottobre (settimo giorno dalla strage) quando la studentessa Marina Caldarulo ha detto: “Siamo in piazza perché siamo con il popolo palestinese, vogliamo portare loro tutto il supporto possibile. Se consideriamo Israele uno stato terrorista? Quello che accade in quelle terre va avanti da 75 anni, tutti possono vedere cosa succede e farsi un’opinione”, spiegano benissimo l’antisemitismo dei nostri tempi: ignoranza e pura menzogna. Israele, lo stato degli Ebrei, ha, sì, la colpa di esistere da 75 anni, ma non ha niente a che fare con la storia che l’Unione Sovietica ha tessuto insieme ad Arafat nella coscienza antiamericana e occidentale, definendolo un Paese colonialista, imperialista, capitalista, e oggi, nel postcomunismo, di apartheid. Anche dopo lo sgombero totale di Israele, nel 2005, non è mai mancato il ritornello su Gaza “prigione a cielo aperto”: ma l’occupazione non esiste ormai da 16 anni e, persino a suo tempo, nel ‘67, fu forzatamente applicata a Israele dopo un’occupazione egiziana che durava dal ‘48 e su cui nessuno aveva avuto nulla da ridire. Gaza cadde nelle mani di Israele dopo una guerra di difesa, e certo non per la decisione di prendersi quel maledetto pezzo di terra che Il Cairo a sua volta non ha mai voluto.


Anche gli antisemiti dei campus, se pure sanno qualcosa, sanno solo cose sbagliate. Falsa l’idea che sia da 75 anni, ovvero dalla sua fondazione, che Israele occupa lo “Stato Palestinese”, in realtà mai esistito. Falsa l’idea che gli Ebrei non abbiano niente a che fare, originariamente, con Israele: chiunque abbia letto un po’ di storia sa innanzitutto che Israele è la terra del popolo ebraico, che Gerusalemme è la sua vita, per tradizione storica, poiché questo è il Paese di origine dove gli Ebrei hanno la loro radice, una comprovata geografia Biblica, le loro fondamentali rovine archeologiche che i palestinesi seguitano a picconare, e un grande amore vivo come non mai, Gerusalemme, su cui poggia l’intera morale del mondo monoteista e civilizzato, specie di quello giudaico-cristiano, sempre che non si sia disposti a dimenticare che Gesù fosse un bravo ebreo.


Nel caso invece si sia pronti a spendere cinque minuti per studiare, è  facile capire che Israele fa parte del processo di decolonizzazione del Medio Oriente, che in quell’area era occupato dalla Turchia con l’Impero Ottomano, e poi dall’Inghilterra, con un mandato temporaneo, il Mandate for Palestine, che aveva lo specifico compito, certificato da promesse e conferenze internazionali, di porre fine al colonialismo, affidando la sua area e anche di più di quella, oltre il fiume Giordano, a Israele. Gli Ebrei peraltro avevano sempre mantenuto una presenza che nell’Ottocento già dava loro la maggioranza a Gerusalemme e in altre città della Palestina. Lo stesso nome Palestina è una invenzione dei romani che non ha niente a che fare con la parola “palestinesi” nel senso musulmano del termine, ma fu escogitata dopo la cacciata degli Ebrei a opera di Tito, nel 70 d.C., una volta conquistato il Tempio e la capitale stessa, utilizzando la definizione greca del territorio fra l’Egitto e la Siria. Dal 1948, quando il riconoscimento dell’ONU ha sancito il ritorno del popolo ebraico a casa e disegnato una partizione con gli arabi, si assiste a una continua offerta di condivisione da parte israeliana e a una infinita insistenza nel ripetere l’opzione pacifica del sionismo: essa comincia con l’accettazione della partizione fissata dall’ONU, rifiutata dagli arabi, e si è ripetuta da Oslo in poi con l’offerta ai palestinesi di accettare l’esistenza del popolo ebraico come legittimo abitante dello Stato d’Israele in cambio di metà della terra. Offerta ribadita altre tre volte, e sempre rifiutata mentre già di fatto Israele sgomberava da tutti i centri abitati dai Palestinesi, da Betlemme a Hevron a Jenin… ovunque.


L’occupazione della West Bank nel 1967, di terre giordane e comunque tutte disegnate nella storia biblica, è stata dovuta alla guerra su più fronti, l’ennesima sferrata da Egitto, Giordania, Siria per cancellare lo Stato degli Ebrei. La vera storia è quella del rifiuto reiterato di offerte clamorose, che includono anche metà di Gerusalemme e di cui l’esempio più noto è quello opposto a Ehud Barak da Yasser Arafat a Camp David. Nelle piazze, nei campus, per le strade delle capitali europee e delle grandi città americane, la folla che scandisce From the river to the sea Palestine will be free grida uno slogan genocida che glorifica il pogrom del 7 ottobre e ne conferma l’obiettivo. Quella folla sta con Hamas. In Gran Bretagna, dopo la strage di Hamas, solo l’11 per cento dei giovani pensa che Israele abbia ragione e in America il 50 per cento dei giovani fra i 18 e i 25 anni pensa che la Shoah sia un mito. Più del 70 per cento dai ragazzi fino a 24 anni vuole dare tutto a Hamas cancellando Israele. Non sanno quanto questo possa costare in termini di violenza, di legittimazione dell’odio antioccidentale rivolto a loro stessi, del disprezzo della libertà a fronte di ideologie che, quando gridano in piazza l’odio per Israele, distruggono la propria appartenenza al mondo della democrazia e dei diritti umani. Hamas e l’Islam radicale perseguitano le donne, gli omosessuali, la democrazia, insegnano ai bambini a odiare e a uccidere, disprezzano e cancellano, ormai senza pudore, la nostra cultura, la musica, l’arte (non dimenticherò mai come Roma abbia coperto le sue statue in onore, o forse per soggezione, di una visita iraniana), la bellezza.

La recente grande ondata di immigrazione ha portato con sé anche un grande disprezzo del nostro mondo, ed esso suggerisce che la destrutturazione postmoderna dei nostri valori, del nostro modo di vivere, può mettere la società in ginocchio, cambiarla, convertirla. Chi ha immaginato che un bianco sia senza scampo di per sé razzista, e un maschio uno stupratore, può associare a questo l’idea che un ebreo sia un colonialista seviziatore di palestinesi. E questa idea metterà insieme tutte le parti, oppressi contro oppressori. L’antisemitismo ha già distrutto il mondo, può distruggerlo di nuovo.


Un soffice manto socialdemocratico europeo, e l’Unione Europea, sulle tracce dell’ONU, hanno costruito un credo devoto alla falsa versione della società dei diritti che di fatto li violenta e li cancella minacciandoli uno per uno, rendendo accettabili tutte le istanze illiberali del Terzo mondo già sponsorizzato dall’URSS, un potentissimo blocco, una minaccia strategica ed economica per tutto il mondo che nel tempo diviene teoria del “popolo oppresso” di cui si è servito Arafat. Basta pensare alla legittimazione della subalternità femminile e della violenza contro le donne nel mondo islamico, trasferita nelle grandi città europee, intimidite. A Colonia, nel 2016, nessuno osò denunciare la violenza di massa subita dalle ragazze che la notte di capodanno, durante i festeggiamenti in piazza, furono aggredite sessualmente da gruppi di giovani immigrati. Si temeva l’accusa di “islamofobia” più delle violenze sessuali. Non ho mai sentito una condanna dei matrimoni di massa delle bambine di Gaza con degli uomini di età matura, vera pedofilia sotto il sole.


Oggi è interessante notare che gli assassini di Hamas godono in modo particolare del sostegno dei luoghi della cultura, che sono anche quelli in cui più si è delineata e definita la religione dei nostri tempi, quella dei diritti umani. E, tuttavia, questa religione rischia adesso di frantumarsi sulla demenza del doppio standard che non sa vedere la conclamata violazione di quei diritti umani da parte della Russia, della Cina e dell’Iran, diventato, per la vergogna del mondo intero, presidente della Commissione per i diritti umani dell’ONU. Un appello come quello firmato in Italia da 4000 docenti universitari, che dopo la strage del 7 ottobre chiedono di interrompere qualsiasi collaborazione con gli atenei israeliani, brillerà per sempre nella storia dell’ignoranza e dell’ignominia. Il rifiuto delle organizzazioni femministe di riconoscere il dolore senza rimedio degli stupri multipli accompagnate da sfregi, fratture, ferite, omicidi, usati in serie come armi di terrorismo collettivo e dominio, resterà sulla coscienza delle Nazioni Unite per sempre, anche se una debole condanna è stata nel tempo registrata.
La reazione della piazza woke e delle istituzioni culturali come l’accademia e le sue varie associazioni ha dimostrato come sia profondo e radicato, e quindi pericoloso per i giovani e per la civiltà stessa in cui viviamo, l’abbraccio acritico e ignorante col terzomondismo. Lo sfondo culturale del nuovo antisemitismo, condiviso anche da Ebrei, è disegnato su una nuova sofisticata bugia, quella che ha trasformato il popolo ebraico in una massa di “oppressori”, decisi a “dominare”, “occupare”, “sfruttare”: in un popolo “genocida”. Sulla base di questo nulla osta (subdolamente avallato dall’Unione Europea, che ha costruito negli anni su ogni voto antisraeliano una sua inesistente unità di fondo, sbagliando con intenzione l’interpretazione delle risoluzioni del 1967 che prevedono la soluzione su accordi che i palestinesi hanno sempre rifiutato) Hamas ha sterminato il maggior numero di Ebrei in un solo giorno dal tempo della Shoah e ne ha rapiti 240, fra cui neonati e vecchietti.


In una Palestina immaginaria, che non essendo mai esistita può essere immaginata a piacimento – ovvero come quella entità “from the river to the sea” – finalmente, secondo il più perfetto sogno antisemita, vengono cancellati tutti gli Ebrei. 1400 morti corrispondono, rispetto ai numeri di un piccolo Paese come Israele, a 50.000 cittadini negli Stati Uniti, e gli ostaggi, sempre comparati a quei numeri, a circa 5000 persone. Nessuno potrebbe mai pensare che gli Stati Uniti o persino qualche pusillanime stato europeo accetterebbe di essere “umanitario” come Israele, che invece di uccidere bombardando in una giornata tutti gli assassini, ha intrapreso un’operazione che consenta ai civili (quelli che non sono trattenuti per il collo e sotto la minaccia delle armi da Hamas come scudi umani) di sgomberare la zona belligerante. Nessuno, sapendo che sotto una struttura ospedaliera può nascondersi la testa del ragno Yahiya Sinwar, entrerebbe in punta di piedi invece di bombardare la struttura. Israele invece ha cercato di portare medicine, incubatrici, cibo dopo aver favorito i malati, i medici e, in tutti i modi, lo sgombero.


Le odierne accuse antisemite a Israele sono né più né meno che le antiche accuse di deicidio, il blood libel, l’accusa del sangue che ha consentito il lasciapassare ideologico dell’antisemitismo al tempo della Shoah. Non ha nessuna importanza che le persone gay vengano soppresse da Hamas e che a Gaza le bambine vengano date in moglie a infami adulti pedofili, o che l’oppressione delle donne sia fatta di botte, di poligamia, di segregazione. Negli anni, ho visto vignette in cui Sharon mangia bambini palestinesi col petto coperto del loro sangue, e ho sentito un ambasciatore francese chiamare Israele “that sheetty little country”, quel piccolo squallido Paese, quando i terroristi suicidi facevano saltare per aria gli autobus carichi di bambini che andavano a scuola e di vecchi in pantofole. L’ho già guardata tante volte la conseguenza del chiamare, rovesciando la storia vera, gli Ebrei colonizzatori e i palestinesi colonizzati, gli Ebrei aggressori e i palestinesi aggrediti, gli Ebrei guerrafondai e i palestinesi pacifisti… ho visto la negazione di ogni semplice verità storica e non mi è mancato neppure lo spettacolo delle folle occidentali che a ogni crescere della crudeltà verso i pacifici cittadini di Israele e a ogni modesto tentativo di reazione degli Ebrei di nuovo aggrediti dal terrorismo e dai missili, facevano registrare ai giornali la condanna di Israele, perché la Moschea di Al Aqsa era in pericolo! Questa è la chiamata preferita di Hamas, il suo grido di guerra. Eppure, quando Hamas ha bombardato Gerusalemme durante questa ultima guerra, mi è parso che di Al Aqsa gli importasse assai meno di quanto gli valga cercare di colpire le case degli Ebrei.


Onestamente, non avevo mai capito l’hybris, l’ubriacatura felice, il contenuto di negazione di ogni grano di conoscenza e di coscienza che è contenuto nel nocciolo dell’antisemitismo. Vi si trova una negazione generale dell’obiettivo condiviso che ha condotto l’uomo dov’è, o dove crede di essere: a convivere civilmente, a costruire case e scuole, a mettere in piedi relazioni, a badare ai bambini con amore, a leggere e a scrivere. Questo sembrava essere concluso quando mia nonna mi prendeva per le mani nel corridoio della casa di via Marconi e ballava con me la hora, felice e stupefatta che il massacro fosse quasi passato accanto alla sua famiglia.


Adesso, Israele sa di essere molto solo, la sua illusione che la grande famiglia postmoderna occidentale o quella dei Patti d’Abramo, degli arabi sunniti filoccidentali, volessero fare scudo contro l’Iran insieme, non esiste più. L’ostilità e la paura vanno spesso insieme, e dietro Hamas un oscuro schieramento i cui confini arrivano in Turchia, in Siria, in Russia, in Libano, in Yemen, in Cina, ormai suscita una nuova consapevolezza, un allarme che non è destinato a finire neppure con la guerra di Gaza.


Ma per chi è in Israele, c’è una grande consolazione che la illumina: nel giorno della strage, da ogni angolo, ragazzi e ragazze quasi del tutto disarmati sono accorsi ad aiutare in numero e con generosità sconcertanti. Un cittadino di Be’eri, uno dei kibbutz rasi al suolo dalla crudeltà di Hamas, era sulla spiaggia di Tel Aviv a prendere il sole, ma arrivò comunque, affannato, sulle strade vicino alla sua casa due ore e mezzo più tardi, quando oramai era vietato attraversarle: erano infestate da terroristi che stavano compiendo le loro stragi. Quell’uomo si mise alla testa di un drappello di eroi che si unirono a caso e si avventurarono nelle vie ormai incenerite di Be’eri, dove, cercando di liberare le persone asserragliate nella sala da pranzo, hanno trovato la morte. Ho parlato con decine di ragazzi che hanno afferrato quello che hanno trovato, un coltello, un bastone a fronte dei mitra degli invasori e sono usciti fuori delle case assediate per difendere madri e bambini dai terroristi; un padre che da una distanza di centinaia di chilometri si è precipitato al kibbutz dove viveva la figlia e l’ha strappata alla morte come un pazzo, riuscendo a farla fuggire dalla finestra posteriore della casa dove era assediata; una madre che, mentre i terroristi sparavano e torturavano, ha seguito ovunque il figlio che nel kibbutz si avventurava cercando di salvare chi poteva, e dietro di lui c’era lei a raccogliere i feriti; e quando il figlio è stato colpito lui stesso, l’ha trasportato a casa ed è uscita di nuovo a salvare altri ragazzi; una donna anziana che in casa ha tenuto a bada, dandogli da mangiare, una banda di terroristi, salvando con la sua calma tutta la famiglia finché sono arrivati gli aiuti; ho intervistato un uomo che, con una gamba ormai staccata dal corpo, ha resistito per una decina di ore facendo da scudo alla sua famiglia fino a che non ha visto morire il figlio e la moglie crivellati di colpi; quasi del tutto dissanguato, ha resistito, determinato a salvare almeno la figlia. Dal giorno stesso dell’aggressione, a centinaia fra poliziotti e soldati sono entrati a Gaza per combattere, e vi hanno dato la vita. In guerra gli episodi di eroismo si sono moltiplicati: nella stessa famiglia dell’ex capo di stato maggiore e ora membro del Gabinetto di guerra Gadi Eisenkot sono stati uccisi in battaglia il figlio Gal di 25 anni e il nipote Mahor Cohen di 19. Gadi ha ringraziato distrutto dal dolore ma testimoniando l’onore di essere stato il padre e lo zio dei due giovani combattenti, e il giorno dopo era già sul campo di nuovo. Il presidente della Repubblica Isaac Herzog aspetta come tutti segni di vita, rari perché è in genere proibito l’uso del telefono, da parte del figlio che è in guerra dentro Gaza. Tutta Israele ha i figli, i nipoti, il marito, il padre, costretti a una guerra di difesa contro i terroristi che hanno tagliato la testa ai neonati. Il 7 di ottobre 300.000 ragazzi e uomini delle riserve sono tutti corsi a salvare il Paese, e da allora combattono fino all’ultimo respiro e fino alla vittoria che sanno indispensabile perché Israele sia salvo.


Israele è un Paese di eroi. Alla festa “Nova” i ragazzi che ballavano hanno cercato di difendersi a vicenda a prezzo della vita, ragazze disperate hanno cercato di proteggere le loro amiche dalla violenza sessuale accompagnata dalla tortura e dall’assassinio, e ne sono cadute esse stesse vittime. A centinaia si sono sacrificati i soldati che, saltando ancora svestiti fuori dalle caserme assediate, hanno lottato contro la furia inaspettata a mani nude, o i poliziotti che senza sapere cosa avrebbero trovato si lanciavano nella battaglia e spesso venivano sopraffatti da numeri impensabili di terroristi. Hanno dato la vita le ragazze che nei luoghi di osservazione hanno visto e avvertito della marea nera che si avventava su Israele, e hanno seguitato a servire al loro posto mentre si rendevano conto che non si voleva accettare la loro verità e le si lasciava sole.


Adesso, se si va a trovare i soldati che dormono nel fango e mangiano scatolette di tonno dal 7 di ottobre, chiamati come riserve, laici e religiosi, ashkenaziti e sefarditi, si scopre, dopo gli scontri politici passati, lo specchio di un’unità e di una dedizione assoluta che in Europa e in USA è sormontata dall’interesse e dalla comodità personale. Israele è l’esperimento non riconosciuto di quello che uno stato democratico (e persino di immigrazione!) può essere quando si è di fronte a una sfida, a un pericolo effettivo; quello che i giovani possono diventare quando si hanno una fede e uno scopo comune, quando si conoscono i doveri oltre ai diritti, e occorre persino accettare l’idea terribile che anche coloro che sono stati cresciuti come principi possono morire in battaglia, e che va messa questa possibilità nel conto, a venti così come a trent’anni.


E, intanto, non è solo l’antisemitismo ma anche l’ignoranza ad aver posto Israele in vetta alla piramide del male mentre combatte per il bene di tutti. La costruzione postmoderna delle idee radicali sul colonialismo, la cornice woke per capire il mondo, la trasformazione dei terroristi e dei violenti in combattenti per la libertà, l’abbraccio accademico all’orientalismo di Edward Said, la cui folle ridefinizione del rapporto fra Occidente e mondo islamico è di fatto un invito alla sottomissione dell’Occidente all’Islam, ancora una volta hanno scelto come nemico supremo gli Ebrei. E non ci si può illudere: si tratta di una minaccia non solo per il sionismo ma contro l’intero progetto occidentale dello Stato di diritto e di società democratica.


Ma Israele non lascerà che si ripresenti traccia dell’appeasement, fra cui tipico quello del premier inglese Neville Chamberlain, il quale lasciò che la passione antisemita di Hitler diventasse Seconda Guerra Mondiale. Da quando esiste Israele, è naturale e seguiterà a esserlo ricordarsi che è bello essere ebreo, si è fortunati per questo, si deve combattere per affermarlo, mai piegarsi all’odio e alla paura. Dopo il 7 di ottobre Israele lo sa ancora, lo senti in tutti gli orgogliosi splendenti discorsi di ricordo dei soldati caduti a Gaza, nelle incredibili parole di gloria che senza piangere i genitori sanno ancora dire: parole semplici, in cui si parla di bambini che ridono sempre, di sportivi meravigliosi, di amore immortale, della pace che la società israeliana desidera sopra ogni cosa. Come dice Tocqueville, nessuna democrazia vuole la guerra, ma quando la deve combattere è una scelta condivisa, sa come fare, e ce la mette tutta.


Io, nel guardare senza distogliere lo sguardo quello che era accaduto proprio quel giorno, proprio in quelle 24 ore che iniziarono alle 6:20 di mattina, quando la mia amica Ruthie Blum mi telefonò per dirmi “Ci bombardano all’impazzata”, voglio mettere questa pietra della memoria sulla mia terra d’origine, l’Italia, proprio per concludere con le parole che sento ripetere tanto spesso dagli israeliani, che cercano, uniti, di sconfiggere il mostro che mette in pericolo il mondo: Am Israel Hai. Siate contenti per questo, voi che amate la democrazia, è il vostro scudo di difesa, di cui il mondo intero ha bisogno più di quanto Israele abbia bisogno di un Occidente traditore.


E tuttavia voglio finire con una nota personale: il capitolo dell’attacco agli Ebrei è in pieno svolgimento, e noi ne siamo l’oggetto fisico immediato, oltre agli Ebrei della diaspora. Non leggete questo volume come una collezione di scritti che riguarda il passato. Tutta la macchina di preparazione all’odio e alla guerra che per anni ha costruito a Gaza nei particolari l’attacco del 7 di ottobre è in moto in maniera quasi identica nell’Autonomia Palestinese. Sin dai primi momenti in cui un bambino ambisce a conoscere e ad agire, quello che gli viene insufflato, insegnato, imposto senza un attimo di sosta è l’odio per gli Ebrei e per l’Occidente, l’aspirazione suprema di un ragazzo è divenire uno shahid. Non gli importa di trovare benessere, pace, conoscenza, e tantomeno di costruire uno Stato Palestinese. Men che mai se dovesse essere creato secondo la formula “Due Stati per Due Popoli”. Israele è solo un’entità sionista senza nome né patria, un’accozzaglia di apartheid e di colonialismo. E gli Ebrei sono tutti destinati alla morte, compresi i bambini. Fatah è oggi quasi identica a Hamas, tanto che le percentuali di chi approva e rifarebbe l’impresa dell’orrore sono intorno all’80 per cento certificato: il suo aspetto laico è declinato, ormai “Allah hu Akbar” è il motto di ogni shahid. Anche nelle metropoli occidentali le periferie islamiche indottrinano i loro figli nello stesso segno, il loro obiettivo primo è sempre l’Yehud che il giovane di Hamas a Be’eri si vantava con la madre al telefono di stare sgozzando. Gli esempi di attacchi antisemiti in Europa e in America, attacchi fisici, ormai si contano a migliaia.


Accanto a questo, l’ignoranza nega che la violenza è appannaggio specifico di chi odia l’Occidente, non dell’Occidente stesso: un esempio evidente è proprio nel West Bank, dove le tanto vituperate violenze dei “coloni” ammontano al 10 per cento lo scorso anno, e quelle dei terroristi al 90. Del resto come un vulcano attivo e pronto a scoppiare, ogni giorno qui l’odio ci mostra il suo florilegio di spari, accoltellamenti, agguati con pietre contro le auto. E anche in Europa e in America agisce ovunque.


Quello che è cambiato dal 7 di ottobre è che adesso sappiamo che il terrorismo può trasformarsi in un agguato con un valore strategico mondiale, prima uccidendo masse ignare di cittadini, di poliziotti, di militari, mentre chiama a raccolta potenze mondiali, in primis l’Iran e la Russia, interessate a fiancheggiare, non importa con quale vessillo, chi corrobori le loro conquiste del Medio Oriente e dell’Occidente.


Io, dalla mia finestra, guardo la strada nella notte e temo, per la prima volta nella mia vita, in cui ho visto tanti attacchi terroristici, di vedere spuntare dei pick-up bianchi provenienti da Ramallah, o da Bethlehem. So che adesso le forze dell’ordine sono pronte, ma anche loro lo sanno. Fido immensamente nel valore dei soldati, che vinceranno, ne parlo nelle pagine del libro. Ma penso che la battaglia è lunga, che impegna tutti, che non consente distrazioni o sciocchezze, e tantomeno interpretazioni pacifiste del significato della parola “tregua”, bellissima quando non vuol dire “tempo in cui chi vuole ucciderti si organizza”. Penso anche che nelle città italiane l’eccitazione dimostrata nelle manifestazioni quando gridano “Hamas uccidi tutti gli Ebrei”, arriverà a bruciare ogni bandiera che non rispecchi le loro ambizioni di dominio, e che se una azione di deterrenza psicologica e pratica non si definirà presto in tutto il mondo, un autentico disastro globale, come quello di 75 anni fa, può cadere su tutte le democrazie.

 
Dunque, questo libro è un diario perché la memoria sia subito appuntata prima di essere esorcizzata, ma anche un invito a difenderci, a difendervi. Torno chiudendo queste pagine su ciò che appare come il concetto più difficile da accettare, come si capisce dall’insistenza con cui le istituzioni, i colleghi, gli amici che si incontrano al lavoro e a cena, seguitano a chiedere un “cessate il fuoco” con mozioni, articoli, discorsi. Quando si continua ad augurarsi che presto tacciano le armi, o si augura che la pace torni a regnare in Medio Oriente, non è un buon augurio, né un desiderio che si realizzerà.

 
L’augurio di pace è solo quello che comprende la pazienza, cioè un lungo e difficile sostegno nella dolorosa ma necessaria guerra contro Hamas. Così fu con Al Qaeda e con l’Isis. Dovrebbe peraltro essere facile capire che, come per raggiungere la pace si dovette combattere, fino a cancellarlo, il potere nazista eliminando Hitler e i suoi ufficiali, così oggi deve accadere per chi ha dimostrato di nuovo che la crudeltà può superare i limiti della più viziosa fantasia.
Auguriamoci dunque una vittoria sul male, una vittoria di ciò che amiamo e in cui crediamo, la democrazia, il buon senso, non un cessate il fuoco prima del tempo, ma quando il male sarà debellato. La pace sarà raggiunta solo con la pazienza e il coraggio dei soldati oggi sul campo di battaglia.

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