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La ‘tri-unità’ del popolo russo

di Stefano Caprio- Asia News 4 Agosto 2024

A Sebastopoli le celebrazioni della festa del Battesimo della Rus’ di Kiev sono diventate l’occasione per ammantare di un’aura trinitaria l’unità tra Bielorussia, Ucraina e Russia. Proprio mentre il clamoroso scambio di prigionieri politici con Germania e Stati Uniti, ha permesso a Mosca di liberarsi dei più noti “agenti stranieri” che “disturbavano la pace interna” anche dalle celle dei lager.

Nella città di Sebastopoli, capitale della Crimea, in occasione della festa dei 1036 anni del Battesimo della Rus’ di Kiev si è tenuto il forum sul Russkij Mir, il “Mondo Russo”, per celebrare anche l’apertura del grandioso museo della “Nuova Chersoneso”, voluto dal metropolita ortodosso Tikhon (Ševkunov), il “padre spirituale” di Putin mandato in Crimea per punizione dal suo nemico storico, il patriarca di Mosca Kirill (Gundjaev). Il principale assistente ecclesiastico putiniano ha invece sfruttato l’occasione per rilanciare la sua immagine di “ortodossia imperiale”, cominciando proprio dalla terra sacra della penisola sul Mar Nero. Nel museo vengono ricordate le “tre epoche” del cristianesimo: quella apostolica, quella bizantina e quella russa, riassunte proprio nella Crimea del martirio di papa Clemente, della Tauride greca e del Battesimo della Rus’.

Il principe Vladimir di Kiev aveva infatti occupato la città di Chersoneso per minacciare l’impero bizantino, ottenendo in moglie la figlia dell’imperatore di Costantinopoli e accettando per questo il cristianesimo di rito orientale, dopo vari ondeggiamenti tra cattolici latini, ebrei e musulmani. Egli venne battezzato nella terra di Crimea alla fine del primo millennio nell’anno 988, per poi immergere l’intero popolo nelle acque del Dnepr a Kiev, e queste storiche celebrazioni vengono ancora di più separate tra gli ucraini – che le ricordano a metà luglio sottolineando che “a quei tempi, dove ora c’è Mosca, si aggiravano le bestie feroci” – e i russi che a fine mese le esaltano come “l’origine della tri-unità del popolo russo”.

I partecipanti del forum di Sebastopoli, a partire dall’organizzatore, l’oligarca ortodosso Konstantin Malofeev, hanno infatti chiesto che venga inserito nella legislazione russa il concetto di triedinstvo, la “tri-unità” dei bielorussi, i malorossy (“piccoli russi”, cioè gli ucraini) e i velikorossy, i “grandi russi” di Mosca, applicando anche multe e punizioni a chi contesta questo dogma slavofilo fondamentale. Il triedinstvo del resto richiama direttamente la Troitsa, la Trinità, principale dogma della fede cristiana e soggetto della più famosa icona russa, la Trinità di Andrej Rublev, che il patriarca Kirill ha strappato al museo della Galleria Tretjakov (il cognome del principe fondatore è pure simbolico, Tretjakov significa “Terziario”) per esporla alla devozione patriottica nella cattedrale moscovita di Cristo Salvatore e della Lavra di S. Sergij di Radonež, il padre spirituale della Russia di Mosca, vittoriosa contro i tatari e ogni altro nemico di Oriente e Occidente a fine Trecento.

Nelle tre persone della Santissima Trinità sono infatti incarnate le tre varianti della Santa Russia, che riunisce le terre e i popoli nella sobornost universale. Nella proposta del forum di Sebastopoli si prevede il reato di “discredito” della tri-unità del Mondo Russo, con la formulazione per cui “la Federazione Russa riconosce la tri-unità formata storicamente dalla narodnost [“popolarità”, termine risalente allo zarismo ottocentesco] del fondatore dell’antica Rus’, che con la propria iniziativa ha creato uno sviluppo storico di una civiltà, uno Stato, una cultura tri-unitaria, quella del popolo russo che unisce in sé i russi grandi, piccoli e bianchi, che sono indivisibili nelle loro parti”. L’unità trinitaria dei russi è la base che “per secoli ha formato la storia patria, protetta dalle leggi che esprimono i valori tradizionali spirituali e morali, culturali e storici della Russia”.

Il “discredito” prevede punizioni per chi propone di interpretare la tri-unità in “forme erronee, o negandola pubblicamente”, reato per cui si dovrebbe come minimo pagare una multa di 1,5 milioni di rubli (15 mila euro), oppure lavori forzati e di pubblica utilità, fino alla detenzione in lager per 5 anni. Se tale negazione o falsa interpretazione sarà aggravata da circostanze come l’abuso di cariche pubbliche, la diffusione sui media o per motivi politici, ideologici e razziali, fino all’odio nazionale e l’ostilità contro lo Stato, la legge propone di elevare la multa da 3 a 5 milioni di rubli, per arrivare a una condanna tra i 10 e i 15 anni di lager. Nel forum è stata anche costituita una commissione su “cultura e valori tradizionali morali e spirituali”, per aggiungere alla legge proposta le giuste motivazioni, guidata dal governatore di Sebastopoli Mikhail Razvožaev, che coordinerà future sessioni di giuristi ed esperti per stendere tutti i testi necessari per la nuova “costituzione del mondo russo”, consultandosi con i deputati e i senatori del parlamento di Mosca.

Il patriarca Kirill ha sostenuto da Mosca l’iniziativa, lasciando la scena al suo avversario Tikhon, raccomandando di trovare la medicina per “guarire le ferite della divisione tra Russia e Malorossija”, procurate dalle “forze ostili a noi esterne”.  Nel suo messaggio per la festa del Battesimo di Vladimir e della Rus’, egli afferma che “coloro che ci vogliono dividere, seminando incessantemente la discordia e le lotte intestine, hanno lo scopo primario di sprofondarci nel buio di un nuovo paganesimo, distruggendo le nostre fondamenta spirituali e morali”. In opportuna coincidenza con la festa, si è realizzato il clamoroso scambio di prigionieri politici tra Russia, Germania e Stati Uniti, liberando la Russia dai più noti “agenti stranieri” che disturbavano la pace interna anche dalle celle dei lager, e recuperando alcuni “eroi” della resistenza alle forze ostili, assassini e spioni devoti alla grande Patria.

Il capo degli ortodossi russi invita a pregare affinché “si rinnovi la nostra sincera conversione e il pentimento davanti a Dio, per non rinunciare alla grande vocazione cristiana del nostro popolo e custodire l’eredità del grande principe Vladimir, uguale agli apostoli, e riunire la Russia e la Malorossija”. Come ricorda il patriarca, “dal fonte battesimale del Dnepr è sorto un popolo rinnovato e trasfigurato, in possesso di una enorme forza morale e della luce intramontabile del Vangelo della verità, che si è estesa su tutta la cultura russa, che sgorga proprio da quel fonte”. Come conclude Kirill, “se perdiamo la nostra identità cristiana, perderemo anche la Russia, diventando un facile preda delle forze oscure e delle minacciose influenze delle culture estranee”.

La missione della Russia, secondo il patriarca Kirill, è quella di “riunire i popoli della Santa Rus”, Russia, Ucraina, Bielorussia e “tutti gli altri Stati e popoli che si riferiscono all’antica Rus”. A dare il buon esempio ci ha pensato il presidente della Bielorussia, Aleksandr Lukašenko, che unisce agli storici festeggiamenti anche il 30° giubileo della sua presidenza, mostrandosi come il “grande padre” della tri-unità, o almeno della bi-unità di Mosca e Minsk. Come ha ricordato uno dei principali predicatori bielorussi, il protoierej Fëdor Povnyj, Lukašenko “ha creato insieme al primo esarca del nostro Paese, il metropolita Filaret [Vakhromeev, in carica dal 1978 al 2013, morto nel 2021] una nuova concezione della nazione bielorussa”, che ha portato allo “Stato unitario” con la Russia.

Il “presidente-eterno” della Bielorussia, che negli anni Novanta si definiva “ateo ortodosso” come il russo Boris Eltsin, secondo Povnyj “ha saputo mettere a fondamento dello Stato le relazioni di collaborazione con la Chiesa, con una politica interna basata sul dialogo e sulla pace”. La Chiesa ortodossa in Bielorussia è un esarcato (struttura autonoma e dipendente allo stesso tempo) del patriarcato di Mosca, come inizialmente era stato deciso anche per l’Ucraina, che dal 1992 ha però cercato la piena indipendenza, fino all’attuale ambiguità di una Chiesa formalmente autonoma, ma di fatto ancora in parte legata alla Russia. Il successore dell’esarca Filaret, l’attuale metropolita di Minsk Venjamin (Tupeko), ha dichiarato a sua volta che “lo scisma dell’ortodossia in Ucraina”, con tanto di spostamento della data del Natale al 25 dicembre secondo il calendario occidentale, “ha lo scopo di sradicare i fedeli dalle fondamenta spirituali, per poterli più facilmente indirizzare su nuovi orientamenti estranei”.

Lukašenko ha in effetti anticipato lo stesso Putin in molti aspetti della sua gestione dittatoriale, contestata e riaffermata con violenza nel 2020, ma in effetti in piena continuità con il passato sovietico, essendo entrato in carica nel 1994. La Bielorussia ha conservato perfino la denominazione di “Kgb” per la principale struttura di potere del passato e del presente, che in Russia oggi si chiama “Fsb”, il servizio di sicurezza che Putin ha guidato prima di prendere il potere governativo e presidenziale dopo la fine dell’Urss. Di fatto, le uniche due strutture sopravvissute alla fine dell’impero comunista sono il Kgb-Fsb e il patriarcato di Mosca, le “due nature” del dogma ideologico che si intreccia con la “tri-unità” dei popoli ribattezzati in fretta e furia dopo un secolo di ateismo, che forse ormai ci appare persino più rispettoso dei diritti dell’uomo e dei valori spirituali di quanto lo sia l’attuale Ortodossia veliko-malo-bielorussa.

Lo show di Parigi: un atto di guerra contro la Civiltà cristiana

 31 Luglio 2024 ore  – di Roberto de Mattei – Corrispondenza Romana

Tra i molti eventi simbolici del nostro tempo, lo spettacolo grottesco che il 26 luglio ha inaugurato le Olimpiadi di Parigi non può essere semplicemente accantonato come uno show di cattivo gusto o una provocazione culturale.  E’ l’ultimo atto di guerra contro la Civiltà cristiana che ha avuto uno dei suoi picchi storici nella Rivoluzione francese.  

Al centro delle polemiche sulla cerimonia di apertura dei Giochi olimpici c’è stata una coreografia in cui la deejay francese Barbara Butch, nota per essersi auto-definita «grassa, lesbica, queer, ebrea e orgogliosa di esserlo»,guidava la scena, indossando una corona a forma di aureola, circondata da drag queens, dalla modella transgender Raya Martigny e da decine di ballerini dal sesso incerto, mentre irrompeva il  cantante Philippe Katerine quasi nudo e dipinto di blu e nelle sembianze di Dionisio. 

La rappresentazione è sembrata a molti una parodia blasfema dell’Ultima Cena e ha suscitato l’indignazione e le proteste dei cattolici di tutto il mondo. L’ideatore del tableau vivant, Thomas Jolly, che è un personaggio anch’egli apertamente “queer”, per giustificarsi ha affermato di aver tratto ispirazione non dal celebre quadro di Leonardo da Vinci, ma da uno sconosciuto artista del ‘600, Jan Harmensz van Bijlert, autore di un dipinto, Le Festin des dieux, che raffigura un banchetto degli dei sull’Olimpo.

Quale che sia l’ispirazione, l’iniziativa non può essere ricondotta a uno strambo direttore artistico, ma esprime un messaggio a lui commissionato dalle massime autorità francesi, a cominciare dal capo di Stato. Il presidente Emmanuel Macron è colui che, lo scorso 4 marzo, si è dichiarato fiero che la Francia sia stato il primo paese del mondo a inserire l’aborto nella sua carta costituzionale definendo questo atto un messaggio universale. Lo stesso Macron, nella sua arroganza, non scalfita dalla recente débâcle elettorale, ha voluto proporre al mondo un nuovo messaggio di “inclusività” anti-cristiana. Dionisio è il dio “ibrido” delle orge pagane, della sensualità sfrenata e dell’accecamento della ragione e la dichiarata intenzione degli organizzatori era quella di sostituire il sublime mistero del Cristianesimo con il baccanale dionisiaco. 

L’odio verso il Cristianesimo ha sempre avuto bisogno di raffigurazioni simboliche e la Rivoluzione francese si è alimentata fin dall’inizio alla mitologia pagana. C’è una evidente continuità tra la parodia blasfema dell’Ultima Cena del 26 luglio e l’intronizzazione della Dea Ragione, avvenuta il 10 agosto 1793 a Parigi, sotto le sembianze della dea egizia Iside. 

Sotto quest’aspetto c’è qualcosa di sacrilego anche nel gratuito e vergognoso oltraggio alla Regina Maria Antonietta, raffigurata nella performance parigina del 26 luglio, mentre tiene la testa ghigliottinata tra le sue mani, cantando l’inno rivoluzionario Ça ira. Macron e i suoi collaboratori hanno voluto rivendicare la Rivoluzione francese in ciò che ha di più abietto: l’uccisione della Regina di Francia, vittima innocente, come il Re Luigi XVI, dell’odio rivoluzionario, che nei sovrani francesi ha voluto colpire il principio della Regalità sociale di Cristo.

Maria Antonietta, la Regina più calunniata, ma anche più amata, e persino venerata, della storia non era colpevole di nessun crimine se non quello di incarnare una grazia aristocratica incompatibile con l’egualitarismo rivoluzionario. Molto si è scritto sulla sua presunta frivolezza e poco sulla sua pietà. Eppure lo spirito religioso della sovrana, che emerge negli ultimi giorni della sua prigionia, affonda le radici in un’educazione e in una concezione del mondo antitetica a quella rivoluzionaria. Il processo farsa davanti al Tribunale giacobino, il 14 e il 16 ottobre 1793, la vide vittima di accuse infamanti. Un’immagine del pittore inglese William Hamilton la raffigura con un vestito bianco immacolato, mentre esce dalla Conciergerie, circondata dalle “tricoteuses”, che chiedono nuovo sangue alla Rivoluzione. Henry Sanson, figlio del boia di Parigi, racconta nelle sue Memorie che ella salì i gradini della ghigliottina con sorprendente maestà, come se fossero stati quelli della grande scala di Versailles. Le stesse parole con cui Papa Pio VI, nell’allocuzione Quare lacrymae del 17 giugno 1793, definì martire Luigi XVI si possono applicare alla Regina Maria Antonietta. In questa allocuzione, Pio VI, esclamava: «Ahi Francia, ahi Francia! Chiamata dai Nostri predecessori “specchio di tutta la Cristianità e sicura colonna della Fede”, tu che nel fervore della Fede cristiana e nella devozione alla Sede Apostolica non hai mai seguito le altre Nazioni, ma le hai sempre precedute! Quanto sei lontana da Noi oggi, con codesto animo così ostile verso la vera Religione: sei diventata la più implacabile nemica fra tutti gli avversari della Fede che mai siano esistiti!»

L’uccisione dei due sovrani è l’atto fondatore della Repubblica francese e la costituzionalizzazione dell’aborto rappresenta una simbolica continuità nell’omicidio di Stato. Sbaglierebbe però chi volesse identificare la Francia con lo show blasfemo che ha aperto i Giochi Olimpici. La Francia non è piazza della Ghigliottina, ma Notre Dame e la Sainte Chapelle; la Francia non è Robespierre o Macron, ma è san Luigi e santa Giovanna d’Arco. Così sbaglierebbe chi volesse identificare lo spettacolo di degenerazione che offre Parigi in questi mesi, con la civiltà occidentale a cui tanto ha dato la Francia. L’Occidente è la storia di una fede religiosa, di uno stile di vita, di un’arte, di una letteratura, di una musica, e anche di grandi battaglie in difesa della civiltà. 

I nemici esterni dell’Occidente, che sono gli eredi di Maometto nel mondo arabo e quelli di Lenin in Russia e in Cina, non odiano la decadenza dell’Occidente, ma l’Occidente in quanto tale: quell’Occidente che sconfisse l’Islam a Lepanto e a Vienna e fermò il comunismo a Varsavia nel 1920 e in Spagna negli anni Trenta del Novecento. 

I nemici dell’Occidente cercano la loro rivincita. Perché ciò accada, perché essi riescano a vincere la guerra, sanno che l’Occidente deve cessare di essere cristiano, deve tornare alle idee e ai costumi del paganesimo, per cadere come una mela matura, come accadde all’Impero Romano. I barbari non odiavano la decadenza di Roma, ma il potere che per secoli li aveva soggiogati. L’espugnazione della Città Eterna da parte dei Goti di Alarico, la notte del 24 agosto 410, fu il loro trionfo. San Girolamo a Betlemme, e sant’Agostino ad Ippona versarono lacrime profonde per questo simbolico evento. Chi piange oggi per le minacce dei nuovi barbari all’Occidente? Ma, soprattutto, chi è disposto a difendere l’Occidente in nome dei princìpi e delle istituzioni che lo fecero grande nella storia? Eppure la forza di questi valori, che nasce dalla Verità di Cristo, è indistruttibile. Il futuro del mondo non è sotto la bandiera di Dionisio, né sotto quella del comunismo o dell’Islam, ma sotto quella dell’unico Dio vittorioso, che è Gesù Cristo. La fede e la ragione lo attestano.

Come e quando accadrà? A Dio tutto è possibile nella storia. Solo chi crede in un cieco determinismo storico pensa che “la storia non si fa con i se”. La storia si fa con i “se” proprio per la ricchezza delle possibilità che ogni momento presente contiene. Per questo il nostro esame di coscienza si fonda sulle mancanze che abbiamo commesso, ma che non eravamo costretti a commettere. Anche la storia, come la nostra vita, sarebbe potuta andare altrimenti e potrà andare, da un attimo all’altro, in un modo diverso. Che cosa sarebbe accaduto se il 14 luglio 1789 i dragoni del principe di Lambesc, contravvenendo all’ordine di non versar sangue dato loro da Luigi XVI, avessero spazzato via la canaglia rivoluzionaria che marciava verso la Bastiglia? La Rivoluzione anticristiana non si illuda. I dragoni del principe di Lambesc sono sempre, con la spada in pugno, dietro l’angolo della storia. 

LA REALTA’ CHE SFUGGE ALL’EUROPA

di Ernesto Galli della Loggia| 30 luglio 2024 – Corriere della Sera – 31 Luglio 2024

Manca il realismo. E nell’occidente non c’è consapevolezza delle minacce

Tempi difficili attendono l’Europa, quell’Europa che insieme agli Stati Uniti è il cuore dell’Occidente. Ogni giorno nei confronti di questo Occidente cresce l’ostilità dei vecchi e dei nuovi giganti del potere mondiale, Russia e Cina in prima fila. Un’ostilità che alimenta pericoli e sfide di ogni tipo a cui trovare una risposta non è facile.

Ma non lo è specialmente a causa di un dato inedito: la mancanza di realismo che domina gran parte dell’opinione pubblica e delle classi dirigenti dei Paesi occidentali, che caratterizza complessivamente il loro orientamento culturale. È una quasi istintiva mancanza di senso della realtà che impedisce la consapevolezza stessa della vastità e della varietà delle minacce che incombono. È il rifiuto di valutare l’effettiva natura dei pericoli, di considerare, ad esempio, le autentiche intenzioni ostili degli attori della scena internazionale, e di prendere quindi le contromisure del caso. 

Ogni volta, di fronte all’eventualità di reagire tende a prevalere il «meglio aspettare», lo «stiamo a vedere», il «facciamo attenzione a non peggiorare le cose», «perché non lasciar fare alla diplomazia?». E quando pure alla fine una reazione in qualche modo arriva, allora dalla gran massa dell’opinione pubblica si leva il coro del not in my name, delle dissociazioni preoccupate o delle inferocite prese di distanze. Un’istintiva opzione di arrendevolezza pervade le nostre reazioni agli eventi che il mondo ci scaraventa addosso.

Il fatto è che ormai l’Europa sembra non riuscire più a pensare il Negativo. Che il Male, l’Avversario siano divenuti per lei dimensioni emotivamente insopportabili e intellettualmente inconcepibili. E di conseguenza che anche il conflitto e la sua massima espressione, la guerra, rappresentino dimensioni ormai impossibili da pensare e quindi da accettare. Ma in tal modo è per l’appunto la realtà che finisce per essere espulsa di fatto dal campo del pensiero e dell’esperienza. A insidiare ulteriormente il senso di realtà ci pensa, sul versante del discorso pubblico accreditato, l’apparato degli interdetti imposti dal «politicamente corretto»: il timore delle nostre società di non essere mai abbastanza obbedienti a certe prescrizioni, mai abbastanza green, mai abbastanza preoccupate del clima, mai abbastanza gender friendly, e quindi sempre pronte a varare norme di una tale astrattezza da sortire effetti nulli o addirittura opposti a quelli voluti.

Ma a che cosa si deve questa pervadente assenza di realismo nella nostra cultura pubblica? Questa irresistibile tendenza a non vedere e a non pensare il mondo com’è, ma a raffigurarcene uno come dovrebbe essere o meglio come noi vorremmo che fosse?
Siamo qui di fronte, a me pare, agli effetti di una frattura drammatica prodottasi negli ultimi decenni nell’ambito della formazione personale degli individui e della sfera educativa delle società occidentali. Ovverossia al venir meno di due elementi essenziali che erano presenti in entrambe da secoli: il Cristianesimo e la conoscenza della storia.

La cultura cristiana, con al centro l’idea del peccato originale, cioè dell’esistenza in ogni essere umano di un fondo oscuro predisposto al male, esorcizzabile ma sempre pronto a riaffiorare, la cultura cristiana, dicevo, ha sempre rappresentato una raffigurazione simbolicamente potentissima della presenza del Negativo sulla scena del mondo. E dunque una messa in guardia preziosa contro ogni illusione ottimistica, un implicito invito a non nutrire facili speranze, a un sano scetticismo contro l’ipotesi che il mondo faccia abitualmente spazio alle buone intenzioni, a vigilare su ogni utopismo ideologico. Non è certo un caso se, fintanto che ha contato qualcosa, la Chiesa di Roma sia sempre stata maestra insuperabile di un avveduto realismo.

E poi la storia: il primo e più importante nutrimento della politica, di chi voglia conoscerne la realtà vera al di là delle illusioni. E infatti le classi politiche e i loro capi che un tempo fecero grande l’Europa e più recentemente l’hanno salvata dal naufragio — penso a uomini come Churchill o De Gaulle — hanno sempre nutrito la propria azione di una vasta e profonda conoscenza storica. Sapere delle vicende del passato, apprenderne lo svolgimento dalle pagine dei grandi narratori che le hanno meditate e ce le hanno trasmesse — da Tucidide a Tacito, a Machiavelli a Gibbon (dicono ancora qualcosa questi nomi a chi siede oggi a Montecitorio o a Bruxelles?) — costituisce una scuola essenziale per conoscere il mondo com’è e non come ci piacerebbe che fosse. Per conoscere che cosa realmente muove le passioni degli individui e delle folle, la differenza tra le mode di un giorno e gli interessi permanenti di una società, per intendere che cosa voglia dire la libertà.

Ma una volta ridotto a ben poco il Cristianesimo delle masse per effetto della secolarizzazione e quasi cancellato nella formazione delle élite, una volta più o meno espulsa la storia dai suoi programmi d’istruzione a favore dell’economia e della sociologia, l’Europa è rimasta priva di due strumenti intellettualmente formidabili per conoscere e comprendere la realtà negativa del mondo. E dunque facile preda dell’idea che comunque ci attende il progresso assicuratoci, si dice, dalle sempre nuove conquiste della tecnica. Non importa molto, dopotutto, se realizzate nei laboratori di Pechino, di San Pietroburgo o magari di Pyongyang.

Le speranze (cinesi) dell’Ucraina

La guerra non finirà a breve, ma l’arrivo dell’estate fa ripartire le trattative. In attesa del voto americano, il viaggio del ministro ucraino Kuleba a Pechino fa capire quale sia la pista da seguire

Stefano Caprio –Tempi  – 25/07/2024 –

Dopo due anni e mezzo di guerra, il ministro degli esteri di Kiev, Dmytro Kuleba, si è recato per la prima volta a Pechino per un lungo colloquio di tre giorni con il capo della diplomazia cinese Wang Yi, la figura cinese più autorevole dopo Xi Jinping, un evento a suo modo veramente straordinario, che sembra avvicinare la possibilità della fine di un conflitto estenuante non solo per la Russia e l’Ucraina, ma per l’intero quadro geopolitico mondiale.

Gli ultimi due mesi sono del resto stati segnati da tentativi contraddittori di iniziare trattative di pace a vari livelli, dalla conferenza di pace in Svizzera alla missione originale di Viktor Orban, il leader ungherese che da presidente di turno dell’Unione europea si è preso la libertà di ergersi a mediatore internazionale, senza essere sostenuto da nessuno, con un valzer tra Mosca, Pechino e Washington simile a quello del cardinale Zuppi dello scorso anno, quasi fosse il “cardinale europeo” in missione per conto di Dio.

, 24 luglio 2024 (Ansa)

Fattori bellici, economici e atmosferici

Tutte queste iniziative sono allo stesso sorprendenti e prevedibili; da un lato nessuno si illude che ci siano le condizioni per un vero confronto tra Mosca e Kiev, che non si smuovono comunque dalle proprie posizioni sul possesso dei territori, dall’altro era evidente che dopo l’esaurimento di fanti e munizioni delle offensive reciproche di primavera, l’estate sarebbe stata la fase delle pause di ripensamento e discussione su possibili armistizi e confronti.

La Russia ha approfittato per guadagnare terreno tra marzo e aprile, dopo il disgelo invernale, grazie alle indecisioni occidentali sulle forniture di armi all’Ucraina, che a sua volta ha ripreso l’iniziativa appena arrivati missili e aerei per impedire ai russi di godersi l’estate sulle spiagge della Crimea. Tutto è tornato ai livelli dello scorso anno, dopo la riconquista di Kherson da parte degli ucraini, quando il fiume Dnipro ha segnato il confine tra “ucraina di destra e ucraina di sinistra” come era stato stabilito nel trattato della “pace eterna” del 1682 tra Russia e Polonia, la prima volta che venne usato ufficialmente il termine “ucraina”, cioè “confine”, nella storia della divisione tra la Russia d’Oriente e quella d’Occidente.

A determinare le dinamiche sono tanti fattori bellici, economici e atmosferici; il presidente bielorusso Aleksandr Lukašenko ha dichiarato che “non si può fare la guerra sopra i 30 gradi”, e il mese di luglio è quello più caldo a queste latitudini, in attesa delle prime avvisaglie d’autunno in agosto. Ed è anche il periodo della grande “guerra elettorale” mondiale, con i contradditori risultati delle consultazioni in Europa, Francia e Inghilterra e perfino in Iran, dopo l’improvvisa e tragica morte del presidente Ebrahim Raisi e la sua sostituzione con il “riformatore” Masoud Pezeshkyan. A scanso di equivoci, i russi si sono affrettati a riscrivere il testo dell’accordo di “partenariato globale” con Teheran, che dovrebbe essere firmato nei prossimi giorni, e hanno intensificato nelle ultime settimane le relazioni “fraterne” con la Corea del nord, dove vengono inviate in questi giorni frotte di giovani a campi di svago e allenamento patriottico.

Aspettando novembre

Soprattutto a tenere banco sono le vicende preelettorali degli Stati Uniti, con le sorprendenti vicende della “salvezza divina” di Donald Trump dalle pallottole nemiche e della tanto attesa sostituzione di Joe Biden con Kamala Harris, che sparigliano il gioco anche tra russi e ucraini, non riuscendo a capire chi dei candidati sia più favorevole agli uni e agli altri.

Del resto, le elezioni americane coincideranno con le feste russe di inizio del periodo invernale: il 4 novembre a Mosca si celebra la giornata dell’Unità Nazionale che ricorda la vittoria sugli invasori polacchi del 1612, dopo che il falso erede dello zar, l’impostore e traditore Griša Otrepev, che aveva messo piede nel Cremlino insieme alla moglie polacca e ai suoi direttori spirituali gesuiti, fu sparato dalla bocca di un cannone in direzione dell’Occidente, mentre veniva eretto davanti alla torre Spasskaja sulla piazza Rossa il monumento agli eroi nazionali Kuz’ma Minin e Dmitrij Požarskij, che avevano radunato l’esercito dei volontari contro gli invasori del tempo dei “Torbidi” a cui oggi la Russia ritorna.

Le feste novembrine segnano appunto l’inizio delle gelate, e i russi sperano in una vittoria convincente di Donald Trump, che da queste parti gode di grandi favori per le sue posizioni in difesa della sovranità e dei “valori tradizionali”, le colonne della politica putiniana. Quando vinse nel 2018, i deputati della Duma di Mosca si alzarono in piedi per un fragoroso applauso, e ora vengono solleticati dalle promesse del tycoon di “porre fine alla guerra in pochi giorni”, come ha confermato il suo amico Orban dopo la visita nei giorni scorsi.

Questo vorrebbe dire comunque il riconoscimento delle regioni occupate, dalla Crimea al Donbass, ciò che permetterebbe ai russi di cantare vittoria, in sintonia con la memoria della festa dei Torbidi. Nessuno del resto, tra le varianti in discussione, pensa che sia possibile fermare le cannonate e le piogge di droni, che continuano a mietere vittime civili anche tra i bambini, costringendo i russi a ritirarsi dietro le frontiere del 1992, e perfino gli ucraini cominciano a ipotizzare un referendum sulla cessione di parte dei territori, come ha detto in questi giorni il sindaco di Kiev, l’ex-pugile Vitalij Kličko.

Washington e Pechino

La guerra tra Russia e Ucraina non finirà comunque in pochi giorni, anche se è auspicabile una tregua dagli scontri più violenti entro la fine dell’anno. In questi territori ci si azzuffa almeno dal 1300, mettendo in gioco le etnie e le culture di entrambi i mondi dell’Eurasia. Il Cremlino sta convertendo l’intera economia del Paese secondo i criteri della guerra fredda dei tempi sovietici, cercando di mantenersi in equilibrio tra inflazione e conversione militare, esportazioni orientali e sfruttamento dei Paesi “amichevoli” in tutto il mondo, preparandosi comunque a un mondo “multipolare” basato sul conflitto permanente.

L’Ucraina, già teatro nei secoli passati di divisioni territoriali tra Polonia, Prussia, Austria e Russia, oggi si orienta sempre di più all’Europa e all’intero mondo occidentale, mentre la Russia diventa inevitabilmente un vassallo economico e geopolitico della Cina, che sta ancora cercando di orientarsi per capire bene come trarre dalla situazione il massimo vantaggio, e non a caso il viaggio di Kuleba appare come la vera trattativa da affrontare. Anche i Paesi dell’Asia centrale e del Caucaso, i più vicini alle zone di guerra, sono particolarmente coinvolti dalle prospettive che scaturiscono dalla combinazione di conflitti e sanzioni, che indirizzano il commercio mondiale sul Corridoio di Mezzo tra Asia e Europa, in aggiramento alla Russia. C’è molto da discutere, a Pechino e a Washington più ancora che a Mosca e a Kiev, e ogni Paese dell’Europa e del mondo intero deve chiedersi quale sarà il proprio destino negli anni futuri.

Il putinismo oltre Putin

di Stefano Caprio – Asia News – 28 Luglio 2024

Il russo medio non sostiene questa impostazione, ma non sa come contrastarla, e guarda con terrore agli esiti della guerra: la sconfitta getterebbe tutti nel panico, ma anche una vittoria rischierebbe di destabilizzare le relazioni sociali, non sapendo che cosa potrebbe accadere “dopo”, qualunque sia l’esito delle vicende in corso.

Ci sono almeno tre teorie per spiegare come mai la Russia, in un modo o nell’altro, finisca sempre per entrare in conflitto con il mondo intero. La prima è quella del “ritardo storico”, dovuto all’essersi formata come Stato europeo solo alla fine del primo millennio, e aver subito in seguito due secoli di “giogo tartaro” tra il 1200 e il 1400, non riuscendo ad adeguarsi alla modernità. La seconda teoria, più di orientamento “slavofilo”, è che la Russia abbia una propria civiltà originale da sviluppare, che è sempre stata contrastata dai nemici di Oriente e Occidente, e quindi non è mai riuscita ad esprimersi compiutamente. Infine, si dà tutta la colpa alla sfortuna di aver avuto quasi sempre dei leader inadeguati, o per squilibri mentali o per debolezze insuperabili, cosa in parte certamente vera. Le tre teorie, del resto, sono complementari e ampiamente dimostrabili con gli eventi della storia russa.

Queste spiegazioni si adattano in buona parte anche alla Russia di Putin, scaturita dal ritardo storico di un sistema sclerotizzato e in affanno rispetto al mondo “civilizzato” com’era l’Unione Sovietica, dall’essere stata narcotizzata dal totalitarismo comunista e aver cercato poi di ritrovare la propria anima in mezzo a mille contraddizioni, e aver dovuto subire le riforme inefficaci di Mikhail Gorbačev e Boris Eltsin, per ritrovarsi con una figura priva di qualità e in preda a una deriva come Vladimir Putin.

Siamo dunque punto a capo, con una Russia che ha mandato all’aria gli sforzi di un trentennio, e si ritrova a dover reinventare sé stessa sotto la guida di uno zar debilitato e delegittimato a livello internazionale, come era accaduto con altre figure del passato antico e recente. È proprio il caso di dire che Putin ha sparato tutte le sue cartucce, e ora trascina un’idea di guerra mondiale con ben poche speranze di ottenere qualche risultato, se non quello di chinarsi al vassallaggio della Cina e alla compagnia improbabile di partner internazionali come l’Iran e la Corea del nord. Le confuse immagini di trattative di pace di queste ultime settimane, dalla Svizzera all’Ungheria passando di nuovo per Pechino, dipendono da fattori esterni su cui Mosca non ha in realtà un’influenza decisiva, nonostante tutti i suoi sforzi di propaganda esterna, come le prossime elezioni americane che coincideranno con la grande festa nazionale russa dell’Unità Popolare del 4 novembre, la fine dei Torbidi in cui il Cremlino era quasi finito in mano agli odiati polacchi e ai loro alleati interni, gli avi degli “agenti stranieri” di oggi.

Il viaggio di Putin a Pyongyang dello scorso 18 giugno è l’immagine più significativa delle condizioni in cui si trova oggi la Russia, trovando in uno dei Paesi più refrattari del mondo l’unica vera compagnia, tanto che in questi giorni gli studenti russi affollano i campi di “vacanza rieducativa” dei nord-coreani per allenarsi al patriottismo cieco e militante. Si è avverata la profezia del “grande leader” Kim Il-sung, nonno dell’attuale presidente Kim Jong-un, che nel 1950 divorziò dall’Unione Sovietica proclamando la “autonomia del corpo”, un principio di tante forme asiatiche di spiritualità: oggi è la Russia a doversi sostenere da sola, cercando l’equilibrio delle proprie forze, esaltando i cosiddetti “valori tradizionali morali e spirituali”.

Fino a due anni fa, prima dell’inizio della guerra in Ucraina, la Russia era tutt’altro che un Paese isolato e autonomo, anzi era molto integrato nell’economia mondiale e in tutto dipendente dai rapporti con l’estero, in particolare con l’Occidente, nel colossale scambio di risorse soprattutto energetiche e tecnologiche, che ora si è completamente interrotto. Grazie a questi rapporti passati, la Russia si ritrova ancora in uno stato di relativo benessere, certamente al di sopra della media mondiale, e sempre dipendente dall’import-export, che ora cerca affannosamente di ri-orientare sui mercati asiatici; rimane comunque dipendente dall’estero, non avendo le forze e le capacità di reggersi su una vera economia autarchica, che del resto sarebbe una completa follia nel mondo globalizzato. Il segnale evidente di questa impotenza è la crescita inarrestabile dell’inflazione, dovuta agli squilibri di una bilancia estera commerciale impossibile da riassestare ai livelli dei decenni passati.

La Russia non può veramente separarsi dal resto del mondo, soltanto diventa sempre più difficile trovare veramente la sua collocazione: per le importazioni dipende dalla Cina, nell’export rimane legata ai prezzi del petrolio, che sono sempre meno convenienti per Mosca. Per affrontare le sfide del futuro, il regime putiniano per ora riesce soltanto a illudere la popolazione che “niente cambia”, si trovano altre vie per mantenere l’attuale livello di vita, ma rischia di andare incontro a una progressiva degenerazione, se non a un completo fallimento. Il sistema viene ormai definito il “putinismo militante a lungo termine”, che determinerà il futuro del Paese ben al di là delle capacità e della durata del suo leader; è una visione del mondo senza ritorno, che si proietta sull’immagine di un mondo in cui la Russia è schiacciata dalla sua stessa ideologia “multipolare”. C’è un polo occidentale e uno orientale, la Russia rimane tra l’incudine e il martello, e nessuno ha interesse a tirarla fuori da questo vicolo cieco.

Il problema è che quando Putin ha deciso l’invasione dell’Ucraina, sostenuto da una casta di fedelissimi, in realtà alla guerra non erano pronti né la società russa e neanche le élite, tanto meno l’economia e la stessa macchina bellica. Ora il regime si è adattato a questa sfida inattesa prodotta al suo interno, soffocando ogni protesta e ogni incertezza, e si è stabilizzato in una condizione ormai quasi impossibile da scardinare. È una stabilità al ribasso, che può soltanto cercare di compensare le sue crescenti debolezze. Il putinismo si proietta oltre Putin non per vero sostegno e neppure per vera opposizione, ma per un adattamento a una condizione senza più alternative. La Russia ha il problema di conservare sé stessa, nella guerra permanente e nel blocco delle sanzioni, nelle relazioni con Paesi del tutto estranei alla sua natura e alla sua cultura; ha bisogno della guerra come unica forma di relazione con l’esterno e con la sua stessa popolazione, non c’è più alcun compromesso o trattativa da discutere. Se Putin dovesse morire domani, non sorgerebbe dal nulla alcun nuovo leader per proclamare la fine delle ostilità, e riallacciare le relazioni con l’Occidente.

Quando non rimane più nulla, la Russia si arrocca nel patriottismo più integrale e fanatico, eredità del suo multiforme passato imperiale, e questo fatica ad essere compensato dall’ansia della modernizzazione, di “non rimanere indietro” una volta ancora rispetto al resto del mondo. Il russo medio non sostiene questa impostazione, ma non sa come contrastarla, e guarda con terrore agli esiti della guerra: la sconfitta getterebbe tutti nel panico, ma anche una vittoria rischierebbe di destabilizzare le relazioni sociali, non sapendo che cosa potrebbe accadere “dopo”, qualunque sia l’esito delle vicende in corso. Se apriamo di nuovo il Paese agli occidentali, ecco che si approprieranno ancora di tutte le risorse; se rimaniamo dietro la nuova cortina di ferro, non riusciremo a stare al passo del progresso tecnologico, e nessuno ci darà più una mano.

Il sistema sovietico aveva avuto una parabola simile, dall’isolamento al tentativo di raggiungere il livello degli avversari, e questo lo ha distrutto definitivamente. La forza dell’impero si basava spesso sulle fasi critiche dello stesso Occidente, nei periodi di guerre e rivoluzioni, mentre la Russia cercava di mostrare la sua stabilità e serenità interiore. Questo è un altro dei concetti fondamentali del putinismo: noi stiamo bene, ci godiamo le nostre tradizioni e la nostra purezza ortodossa, mentre “quel mondo degradato” sta perdendo la sua identità e la sua presunta superiorità. E in effetti, la svolta bellica e imperialista della Russia coincide oggi con una profonda crisi della democrazia occidentale.

Un sondaggio di Sistema tra esperti e politologi russi, americani e di altra provenienza conferma che il putinismo durerà a lungo anche dopo Putin, a meno che non avvengano catastrofi anche superiori alla sconfitta della guerra in Ucraina, come l’esplosione di una centrale nucleare o un crollo dell’economia cinese. L’unica variante scartata da tutti è quella di un cambio di regime dopo elezioni oneste e aperte a una vera concorrenza, ciò che sembra del tutto improbabile per la Russia, ma non è tanto sicuro ormai neppure in Occidente.

Sant’Anna secondo la tradizione della Chiesa

 24 Luglio 2024 ore 11:20 di Cristina Siccardi – CR

Il 26 luglio ricorre la festività di sant’Anna, la madre di Maria Vergine. Di lei nulla si dice nei Vangeli canonici, mentre alcune notizie sono riportate nei Vangeli apocrifi. Grazie alla tradizione della Chiesa ci sono diverse cose da raccontare.

Tratti agiografici vengono riportati per la prima volta negli apocrifi Protovangelo di Giacomo e Vangelo dello pseudo-Matteo e ulteriori arricchimenti sono stati aggiunti nel corso dei secoli, fino ad arrivare alla Legenda Aurea dell’arcivescovo domenicano Jacopo da Varazze (1230 ca.-1298). Da rilevare che diversi santi orientali hanno predicato sul tema della madre della Madonna, come san Giovanni Damasceno (670/680-749), sant’Epifanio di Salamina (310 ca.-403), san Sofronio di Gerusalemme (560 ca.-638). Le vicende della santa furono poi raccolte nel De Laudibus Sanctissime Matris Annae tractatus del 1494 e nel 1584 papa Gregorio XIII (1501/1502-1585) estese la festività di sant’Anna a tutta la Chiesa cattolica.

Il suo sposo Gioacchino, uomo virtuoso e molto ricco della tribù del Regno di Giuda e della stirpe di Davide, era sterile e, umiliato pubblicamente, in quanto si vedeva rifiutare le offerte al Tempio per non aver dato figli ad Israele, mentre la serva di Anna lo ingiuriava, egli decise di ritirarsi nel deserto, dove digiunò e pregò. La tradizione racconta che, mentre erano separati, un angelo apparve sia ad Anna che a Gioacchino per annunciare loro l’imminente concepimento di una creatura e, quindi, si incontrarono alla Porta Aurea di Gerusalemme. A questo riguardo, è celeberrima la rappresentazione pittorica di Giotto con il suo Incontro di Anna e Gioacchino alla Porta d’Oro, che si trova nella Cappella degli Scrovegni a Padova, in cui viene riprodotto un casto bacio fra gli sposi, considerato come l’immacolato concepimento di Maria.

Il prodigio della nascita di un figlio ricordava numerose nascite insperate dell’Antico Testamento: virgulti della grazia divina e non della carne. Come Samuele, anche Maria Vergine sarà presentata e consacrata al Tempio di Gerusalemme.

Sempre secondo la tradizione Anna e Gioacchino con Maria Bambina abitavano a Gerusalemme nei pressi dell’attuale Porta dei Leoni, nella parte nord-orientale della città vecchia, laddove si trovano i resti della piscina di Betzaeta. Oggi nel luogo dove abitarono Gioacchino, Anna e Maria sorge la chiesa di Sant’Anna, costruita dai crociati nel XII secolo. 

Ancora secondo la tradizione della Chiesa la salma di sant’Anna venne portata in Provenza dai santi Lazzaro, Marta e Maria o, secondo altre fonti, da sant’Auspicio, primo vescovo di Apt (regione della Provenza-Alpi-Costa Azzurra) – qui inviato alla fine del I secolo e morto martire nell’anno 102 – luogo in cui le reliquie della madre di Maria Santissima furono poi sotterrate in profondità, per paura delle invasioni arabe, sotto la cattedrale. Carlo Magno (742-814), dopo aver vinto sui saraceni, andò a pregare nella Cathédrale Sainte-Anne d’Apt la domenica di Pasqua del 792. Su indicazione di un ragazzo cieco, sordo e muto dalla nascita, si scavò in un punto preciso della stessa cattedrale e venne alla luce una cripta illuminata da una lampada, che non aveva mai cessato di ardere davanti alla tomba di sant’Anna, nonostante l’assenza d’aria. Il giovane guarì subito dalle sue infermità e il santuario divenne una popolarissima meta di pellegrinaggi, nonché sacro luogo legato a numerose indulgenze concesse da papa Adriano I.

Secondo un’altra tradizione le reliquie di sant’Anna furono salvate dalla distruzione dal centurione Longino. I resti vennero conservati in Terra Santa finché alcuni monaci li traslarono in Francia. A causa delle incursioni arabe, l’intero corpo fu chiuso in una bara di cipresso e murato per precauzione in una cappella scavata sotto la nascente cattedrale di Apt. Molti anni dopo avvenne il ritrovamento, preceduto e seguito, secondo le narrazioni, da diversi miracoli che portarono all’identificazione del corpo, grazie soprattutto ad una scritta in greco. In seguito ne avvenne la smembratura e divisione fra aristocratici e clero. Attualmente il cranio di sant’Anna è custodito all’interno della Cappella Palatina del castello dei Ventimiglia a Castelbuono, in provincia di Palermo. Nella chiesa della Santissima Trinità di Castelbuono si trovano invece due statue settecentesche di ottima fattura, con paramenti in tessuto, che raffigurano sant’Anna e san Gioacchino, e fra loro due Maria Bambina, la Corredentrice, che, non a caso, ricorda molto Gesù Bambino con la corona sul capo, ma in aggiunta dodici stelle e ai suoi piedi la luna.

Il pellegrinaggio a Sainte-Anne d’Auray, in Bretagna, secondo luogo di pellegrinaggio in Francia dopo il santuario di Lourdes, ha un’origine diversa. Fra il 1623 e il 1625 un contadino bretone, che non sapeva né leggere, né scrivere, ma era molto pio e molto considerato dalla sua comunità, Yves Nicolazic (1591-1645), ebbe delle apparizioni di sant’Anna. Una notte, con suo cognato, videro una dama bianca con una candela in mano al campo del Bocenno. Il 25 luglio 1624, alla vigilia della festa di sant’Anna, la dama gli apparve di nuovo: era notte e lo accompagnò a casa con una torcia in mano. Gli disse con chiarezza: «Yves Nicolazic, non aver paura. Sono Anna, madre di Maria. Dì al tuo sacerdote che nel pezzo di terra chiamato Bocenno, c’era una volta una cappella a mio nome. Voglio che venga ricostruita il più presto possibile e che tu ne abbia cura perché Dio desidera che io sia onorata lì» (cfr. Storia del Santuario di Sainte Anne d’Auray, https://www.sainteanne-sanctuaire.com/?mode=histoire&langue=en). Sant’Anna chiese dunque che venisse riscostruita una cappella a lei consacrata, laddove già era esistita, ma che era stata distrutta intorno al 700. La storia di Yves Nicolazic e delle apparizioni di sant’Anna sono ben note e ben attestate, soprattutto con la dichiarazione da lui stesso sostenuta davanti a Sir Jacques Bullion il 12 marzo 1625 nel presbiterio di Pluneret (diocesi di Gwened), dove Yves era nato.

Nella notte fra il 7 e l’8 marzo 1625, sant’Anna si presentò nuovamente e raccomandò al veggente di prendere con sé i suoi vicini e di seguire la luce di una fiaccola; fu allora che egli trovò un’antica statua di sant’Anna in legno. Tre giorni dopo, i pellegrini iniziarono ad arrivare per pregare davanti al simulacro. Nonostante le riserve del parroco, la prima messa ufficiale fu celebrata per decisione del vescovo di Gwened (Vannes) il 26 luglio 1625 e vinte le prime resistenze del clero, nel 1627 fu eretto un santuario. Il servo di Dio Yves Nicolazic (il 27 novembre 1937 venne aperta un’inchiesta diocesana preliminare per la sua beatificazione) era dai suoi contemporanei chiamato «il Costruttore», in quanto lui stesso diresse i lavori e prestò la sua forza alla costruzione della basilica, che venne affidata ai Carmelitani e fu arricchita di numerose indulgenze dai Pontefici. Ma durante la Rivoluzione francese, nel 1792, in pieno sabba giacobino, la statua fu fatta a pezzi e bruciata. Tuttavia, una mano pietosa salvò il volto, ancora oggi incassato nel piedistallo della statua attuale.

Sant’Anna è la patrona e il modello delle madri di famiglia e di tutte le attività legate alla dimensione della domesticità: tessitori, sarte, merlettaie, rigattieri… ma è anche patrona dei marinai e a migliaia sono gli ex-voto che si trovano a Sainte-Anne-d’Auray. Lei che partorì senza dolore, come narra ancora la tradizione, l’Immacolata figlia, concepita senza peccato, è patrona delle donne incinte, delle puerpere e delle nutrici. A Roma si benedicevano i ceri di sant’Anna, che le donne accendevano durante i loro parti. Ma è anche patrona delle istitutrici, infatti è spesso ritratta nell’atto di insegnare a leggere a Maria Bambina. Le attività di moglie, madre, governante della casa, istruttrice che sant’Anna esplicò perfettamente, sono quelle di cui molte donne del nostro tempo si vergognano o difettano, avendo sottomesso se stesse alle idee femministe e anticristiane.  E poi, ma non certo per ultimo, anzi, è il vertice dei suoi meriti, secondo una lettura profondamente teologica, sant’Anna è anche patrona dei falegnami e degli ebanisti, avendo realizzato e modellato in sua figlia il primo Tabernacolo che custodì Nostro Signore Gesù Cristo.

Sant’Elia e le nubi “nottilucenti” di luglio

ROBERTO DE MATTEI

JUL 22, 2024 – radioromalibera

Nelle ultime settimane di luglio, nelle ore del crepuscolo è apparso nel cielo un raro fenomeno atmosferico noto con il nome di “nubi nottilucenti”.  

Le nubi nottilucenti sono le più alte della Terra, a più di 80 km di altezza. Esse si verificano quando il vapore acqueo si congela in cristalli di ghiaccio che inglobano piccole particelle dei resti di meteoriti, creando riflessi di un blu cristallino. A fine giugno 2024, è stato osservato uno straordinario spettacolo di nubi nottilucenti in Lituania poi, nel mese di luglio, lasciando sbalorditi gli astronomi, molte di queste nubi, sono state viste a latitudini basse come l’Irlanda del Nord, l’Inghilterra, Francia e anche l’Italia.

Dovendo cercare un significato simbolico a tutto ciò che accade, fa riflettere il fatto che questo fenomeno inaspettato si sia prodotto nel mese di luglio nel quale si festeggia, il 16  la Madonna del Carmelo e il 20 quella di sant’Elia. La nube è infatti un simbolo applicato sia alla Madonna del Carmelo che a sant’Elia e ai suoi discepoli.

Nel I Libro dei Re, si narra che sant’Elia, dopo aver ucciso i falsi profeti di Baal, “salì sulla vetta del Monte Carmelo e, chinandosi verso terra, si mise il volto fra le ginocchia e disse al suo servo: Sali, e guarda dalla parte del mare. Il servo salì, e dopo aver guardato disse: Non vedo nulla. Ed Elia disse: Fallo per sette volte. La settima volta egli disse: Ecco che si leva dal mare una piccola nube, grande come la palma d’una mano d’uomo». E in poco tempo si oscurò il cielo, si levò il vento, e cadde una forte pioggia (18, 42-45).

In questa nube Elia vide il misterioso simbolo della Signora che doveva venire, Maria Regina del Carmelo. La nube simboleggiava la Madonna, e la pioggia Gesù Cristo.  Ma anche Elia, rapito in Cielo da un carro di fuoco è trasportato in un luogo ignoto (II Libro dei Re, 2, 11) è paragonato a una nube.  Egli tornerà quando l’anticristo perseguiterà la Chiesa di Dio. Sant’Elia, come l’anticristo, avrà dei precursori: gli apostoli degli ultimi tempi di cui parla san Luigi Maria Grignion de Monfort nel Trattato della Vera Devozione alla Vergine Maria: “Saranno nubi tonanti e nuvole volanti nell’aria al più piccolo soffio dello Spirito Santo; senza attaccarsi a nulla, senza meravigliarsi di nulla, senza mettersi in pena per nulla, spanderanno la pioggia della parola di Dio e della vita eterna; tuoneranno contro il peccato, grideranno contro il mondo, colpiranno il demonio e i suoi seguaci, trafiggeranno da parte a parte, per la vita e per la morte, con la spada a due tagli della parola di Dio, tutti coloro ai quali saranno inviati da parte dell’Altissimo”. (Trattato della Vera devozione, n. 58).  

La nube è anche il simbolo della Divina Sapienza, di cui nel Libro del Siracide leggiamo: “Io sono uscita dalla bocca dell’Altissimo e ho ricoperto come nube la terra. Ho posto la mia dimora lassù, il mio trono era su una colonna di nubi. Il giro del cielo da sola ho percorso, ho passeggiato nelle profondità degli abissi. Sulle onde del mare e su tutta la terra, su ogni popolo e nazione ho preso dominio” (21, 3-6). Gli Apostoli degli ultimi tempi saranno ripieni della Divina Sapienza, necessaria, dice ancora san Luigi Maria, per sostenere nei tempi difficili che ci attendono, la nostra debolezza, per illuminare le nostre menti, per infiammare i nostri cuori, per insegnarci a parlare, ad agire, a lavorare e sa offrire con Gesù Cristo nelle ore di confusione. 

Nel libro dell’Esodo si legge che Dio guidava il suo popolo nel deserto, dall’Egitto alla terra promessa. attraverso una nube: “Il Signore marciava alla loro testa di giorno con una colonna di nube, per guidarli sulla via da percorrere, e di notte con una colonna di fuoco, per far loro luce, così che potessero viaggiare giorno e notte. Di giorno la colonna di nube non si ritirava mai dalla vista del popolo, né la colonna di fuoco durante la notte” (Esodo, 13,21-22).

 Ricordando questo passo, san Paolo scrive: “Non voglio lasciarvi ignorare, o fratelli, che i padri nostri furono tutti sotto la nuvola, e tutti attraversarono il mare, e tutti furono battezzati per Mosè nella nube e nel mare, e tutti mangiarono dello stesso cibo spirituale, e tutti bevvero la stessa bevanda spirituale (bevevano alla pietra spirituale che li accompagnava, e questa pietra era Cristo). Ma non in gran numero di essi Dio si compiacque” (I Corinti, 10, 1-2).

La nube che accompagnò il popolo di Israele per quarant’anni senza interruzione, lo guidava e lo proteggeva dai nemici allo stesso tempo. “La nube – dice la Sacra Scrittura – era tenebrosa per gli uni, mentre per gli altri illuminava la notte; così gli uni non poterono avvicinarsi agli altri durante tutta la notte” (Esodo 14,19-20). Sant’Alfonso de’Liguori, nelle Glorie di Maria, vede in questo misterioso fenomeno una figura di Maria e dei due offici che ella esercita continuamente a nostro favore: “ come nube ci protegge dall’ardore della giustizia divina e come fuoco ci protegge dai demoni “

La storia dell’umanità ha conosciuto nubi dense e oscure, come quella che nel 536 dopo Cristo oscurò il sole per 18 mesi gettando l’Europa, il Medio Oriente e parti dell’Asia nell’oscurità. Lo racconta lo storico medievale Micheal McCormick della Harvard University in uno studio pubblicato sulla rivista “Science” (“Eruption made 536 ‘the worst year to be alive’” (https://www.science.org/content/article/why-536-was-worst-year-be-alive). in cui afferma che il peggior anno della storia dell’umanità non fu quello della Peste Nera del 1349 o della Prima Guerra mondiale del 1914, ma proprio il 536 quando il giorno non si distingueva dalla notte e iniziò il decennio più freddo degli ultimi 2000 anni. 

Eppure, se ci sono nubi che oscurano il cielo e la terra, come quella del terribile anno 536, ci sono anche nubi che sembrano annunciare il Regno di Maria, come quelle nottilucenti che solcano, assieme alle aurore boreali i cieli tempestosi dell’Occidente. Il mese di sant’Elia ce lo ricorda.

Troppo veloci per dare l’allarme, ora i missili ipersonici russi fanno veramente paura

di Gianluca Di Feo– La Repubblica –

Kinzhal e Zircon stanno cambiando il volto del conflitto in Ucraina. Viaggiando a migliaia di km orari, arrivano prima che la contraerea possa entrare in azione

27 MARZO 2024AGGIORNATO 31 MARZO 2024

In meno di due minuti dal lancio piombano su Odessa; entro sei scoppiano nel centro di Kiev. Un incubo, che terrorizza la popolazione perché gli ordigni arrivano prima che possa venire dato l’allarme. Si è visto lunedì nella capitale, quando le sirene hanno cominciato a suonare mentre si sentivano già i boati delle esplosioni.

E’ il segno di un’evoluzione sinistra nel conflitto: Mosca sta impiegando un nuovo modello di arma ipersonica. E c’è il timore che possa farlo in numeri significativi. Stiamo parlando di missili che toccano i diecimila chilometri l’ora: in un secondo percorrono più di tre chilometri. Dai primi mesi dell’invasione i russi hanno utilizzato alcuni Kinzhal, con prestazioni simili ma che vengono trasportati da caccia Mig-31. Ogni volta che i jet decollano dalle basi bielorusse, l’allerta scatta in tutte le regioni settentrionali e – grazie anche alle informazioni raccolte dai satelliti e dai radar volanti della Nato – le difese seguono i movimenti dei Mig-31 per prevedere la traiettoria dell’attacco. Questa tattica ha permesso in alcuni casi alle batterie americane Patriot che difendono la capitale di abbatterli.


Adesso sono entrati in campo gli Zircon. E sta cambiando tutto. Non è ancora chiaro se siano stati imbarcati sulle fregate della flotta del Mar Nero o se siano stati installati su semoventi cingolati: di sicuro si alzano in volo dalla Crimea. E si riesce a scoprirli solo quando iniziano la loro traiettoria micidiale. Non c’è maniera di mettere in guardia la contraerea: alla massima velocità, gli basta un minuto per colpire Odessa; in poco più di cinque scoppiano a Kiev; in quattro sono su Karkhiv. Leopoli, il capoluogo della regione sul confine polacco dove vengono smistati gli aiuti occidentali, è a soli cinque minuti e 18 secondi dalla base di lancio.

Ogni testata contiene almeno trecento chili di esplosivo ed è studiata per penetrare nel sottosuolo, distruggendo bunker o sventrando palazzi. Il sistema è stato progettato per affondare navi nemiche, superando le barriere della contraerea: la sua missione prioritaria è spazzare via le portaerei statunitensi. L’anno scorso la Marina lo ha imbarcato su una fregata, che ha compiuto una crociera dalla Scandinavia al Sud Africa e poi ha raggiunto il Mediterraneo via Suez. Adesso sarebbe riuscita anche a realizzare delle batterie semoventi, molto più difficili da individuare perché si spostano di frequente.

Il primo attacco c’è stato il 7 febbraio, poi quello di lunedì scorso in cui una raffica di Zircon avrebbero devastato un comando sotterraneo dell’intelligence di Kiev. Dal canto loro, gli ucraini sostengono di averne abbattuto uno e hanno mostrato i resti della parte posteriore. In questo momento però la contraerea è drammaticamente a corto di munizioni: gli aiuti statunitensi sono bloccati e le nazioni europee dispongono di pochi missili terra-aria, che costano più di 2,5 milioni di euro ciascuno.

I russi invece ne avrebbero parecchi pronti all’uso. Lo ha dichiarato la portavoce del comando militare di Odessa, Natalia Humeniuk: parlando dei nuovi ordigni, ha detto che il nemico ha accumulato “grandi riserve” di missili antinave ad alta velocità per scagliarli contro le città. Non è chiaro se si riferisse ai Bastion – che raggiungono i tremila chilometri orari – o agli Zircon, la cui produzione è cominciata nell’autunno 2022. Si tratta comunque di minacce molto più insidiose rispetto ai droni Shahed, che non superano i duecento chilometri all’ora, e ai missili cruise, che in genere vanno a 8-900 chilometri orari. Gli analisti occidentali dubitano che la Russia stia riuscendo a costruire numeri rilevanti di armi ipersoniche, ma le stime al ribasso sull’industria bellica di Putin sono state spesso smentite.

Più fondate le perplessità sulla precisione degli ordigni, che sarebbe ancora approssimativa: far funzionare i sistemi elettronici di guida a 10 mila chilometri orari, con temperature elevatissime, è molto difficile. I video delle ultime incursioni però sembrano indicare una buona efficienza degli apparati di controllo: si vedono più cruise precedere di pochi secondi un missile ipersonico, che diffonde un sibilo irreale, in modo da aprirgli la strada verso l’obiettivo. Segno che le missioni vengono programmate e sincronizzate lungo la stessa rotta.

La Nato ha un ritardo notevole in questo settore: il Pentagono è fermo ai test di un prototipo; le aziende europee non sono ancora andate oltre i progetti. Putin invece schiera due modelli operativi e vuole incrementare questo vantaggio. Sia il Kinzhal che lo Zircon possono portare testate nucleari tattiche ed entrambi hanno un raggio d’azione di mille chilometri. Ma il Cremlino ha mandato una squadriglia di Mig-31con le nuove armi a Kaliningrad, nel cuore del Baltico: da lì tutte le capitali della Ue sono a portata di tiro.

Kamala Harris: aspirazioni, virtù e debolezze della vice di Biden e candidata «ineluttabile» che il partito non ha digerito

di Massimo Gaggi –Corriere della Sera 21 Luglio 2024

Kamala Harris ha ricevuto il sostegno di Biden nel messaggio con cui il presidente ha annunciato il suo ritiro dalla corsa alla Casa Bianca. Ma tanti tra i dem non la considerano pronta 

NEW YORK — «Abbiamo sempre visto in lei una donna ambiziosa e molto dotata, capace di brillare. Ma non avevamo mai pensato che potesse arrivare al vertice per la sua mancanza di disciplina, l’incapacità di focalizzarsi su ciò che davvero conta. Ha talento, ma è un diamante grezzo». Il giudizio su Kamala Harris di Gil Duran, che fu suo portavoce dieci anni fa quando lei era procuratrice capo della California, è una buona traccia per addentrarsi nella storia controversa di un personaggio che ha affascinato, diviso e poi deluso i progressisti americani. 

E che ora che il presidente ha annunciato il ritiro dalla corsa e le ha dichiarato pubblicamente il suo sostegno, potrebbe diventare la prima donna, per di più di colore, presidente degli Stati Uniti. O potrebbe, più probabilmente, essere sconfitta da un Donald Trump che vola nei sondaggi sulle ali del rischiato martirio e può contare sul sostegno di un’America sotterranea che non ha mai digerito l’afroamericano Obama e ora, tra misoginia e riserve a sfondo razziale, vuole sbarrare la strada a Kamala. Mentre lei non gode nemmeno dell’appoggio del suo partito: alcuni leader sono rassegnati all’inevitabilità della sua candidatura, visto il suo ruolo istituzionale, mentre altri democratici di peso stanno cercando di aprire la strada ad altri candidati.

I passi falsi

Giorni tremendi per lei che sta cercando di riprendersi dai tanti passi falsi che hanno segnato i suoi tre anni e mezzo di vicepresidenza. E anche dai talk show nei quali, per renderla simpatica, la chiamano «Momala» (il termine usato dai figli di suo marito per evitare di chiamarla matrigna): l’America ha bisogno di un leader determinato non di una figura materna. Lei si sta sforzando, con un certo successo, di mostrarsi più presidenziale: sicura e fiduciosa negli ultimi comizi e nel rispondere per le rime a J.D. Vance, scelto da Trump come vicepresidente. 

Ma inseguita ovunque dalla sua fama di leader che fa discorsi poco centrati: divaga anziché andare al sodo. E, poi, Biden che prima l’ha salvata dal fallimento politico incoronandola vicepresidente (candidata anche lei per la nomination, non era riuscita nemmeno ad arrivare all’inizio delle primarie del 2020 per l’implosione del team della sua campagna, tra dispute che lei non ha saputo governare e fondi elettorali misteriosamente spariti), ma poi l’ha lasciata nella semioscurità. Dalla quale l’ha tirata fuori dandole la mission impossible di arginare l’immigrazione clandestina.

Quando, nel 2016, arrivò sulla scena politica nazionale, eletta a valanga senatore della California, furono in molti (compreso chi sta scrivendo questo articolo) a vedere in lei il possibile leader futuro dei democratici e di un’America che nel 2045 sarà in maggioranza di colore: per metà afroamericana (padre economista giamaicano) per metà indiana (madre professoressa universitaria impegnata nella ricerca contro il cancro), sembrava una sorta di versione femminile di Obama da proporre per il dopo Trump: competente (la carriera giudiziaria), tosta (dura nel punire i criminali, lasciando in carcere anche chi commette reati non violenti pur essendo politicamente una progressista), ambiziosa, ma apparentemente anche empatica e seducente tra sguardi scintillanti e sorrisi coinvolgenti.

I gomiti aguzzi

Fin lì nella sua carriera aveva mostrato determinazione, abilità e una certa spregiudicatezza. Classe 1964, nata a Oakland, la città industriale sulla Baia, affacciata davanti a San Francisco, alla fine degli anni Novanta era riuscita a farsi strada nell’ufficio del district attorney di San Francisco sgomitando senza sosta (soprannominata per questo «gomiti aguzzi»). Quando si candidò ad attorney general della California promise che, da buona progressista, si sarebbe battuta contro la pena di morte. Vinse, ma poi in tribunale difese a spada tratta l’applicazione della pena capitale, pur continuando ad avversarla su piano personale.

Da senatrice partì col piede giusto sulla tutela dell’ambiente, la lotta alla criminalità, la difesa del diritto delle donne ad abortire, ma ben presto decise di tentare il trasloco da Capitol Hill, sede del Congresso, alla Casa Bianca. Trionfò nel primo dibattito tra candidati democratici accusando Biden di aver osteggiato negli anni Settanta l’integrazione razziale, penalizzando anche lei, allora bambina. Ma i dibattiti successivi furono per lei disastrosi e, incapace di evitare la dissoluzione del suo team elettorale, rinunciò alla candidatura prima dell’inizio delle primarie.

Recuperata da Biden che la scelse come vice senza farsi condizionare dall’affronto subito, Kamala è sempre apparsa una figura enigmatica. Incapace di incidere sui temi cruciali, abituata a rispondere anche alle domande più dirette con risposte prolisse e inconcludenti, è stata sbeffeggiata sui social per i sorrisi che troppo spesso diventano risate eccessive, sgangherate, fremiti di tutto il corpo. Ora cerca di dare un’immagine diversa, presidenziale. E può vantare anche una notevole esperienza in campo internazionale. Difficilmente basterà.

La fine della filosofia post-sovietica

di Stefano Caprio – 21 Luglio 024

Per lo storico del pensiero Mikhail Majatskij la Russia di Putin ha “cancellato la filosofia”, sostituendola con un’ideologia patriottica pseudo-scientifica, basata sulla rilettura arbitraria della storia russa e universale. Lo stesso richiamo al pensatore esistenzialista Ivan Il’in non viene utilizzato per far riflettere davvero sul senso delle tragedie in corso. E torna quanto mai urgente l'”estetica della rinascita” su cui scriveva già negli anni Ottanta Aleksej Losev.

Un importante storico russo della filosofia, Mikhail Majatskij, che vive e insegna da più di trent’anni in Svizzera, ha pubblicato una raccolta di saggi di vari autori dal titolo “Di fronte alla catastrofe”, e ritiene che la guerra russa in Ucraina abbia definitivamente concluso il periodo della “cultura post-sovietica”. La Russia di Putin, a suo parere, ha “cancellato la filosofia”, sostituendola con un’ideologia patriottica pseudo-scientifica, basata sulla rilettura arbitraria della storia russa e universale. Rifacendosi alle riflessioni dei filosofi francesi come Jacques Ranciére e Gilles Deleuze, Majatskij definisce le condizioni in cui la Russia vive da quasi tre anni come “l’apoteosi dell’imprevedibile, della casualità e della a-causalità”, che distrugge ogni potenzialità e ogni prospettiva per il futuro.

Non si può del resto parlare di una vera e propria “filosofia post-sovietica”, considerato che i primi vent’anni dopo la fine dell’Urss sono stati dedicati soprattutto alla riscoperta del patrimonio culturale devastato e quasi cancellato nel XX secolo, soprattutto quello del pensiero slavofilo sconfitto dalla rivoluzione bolscevica. All’inizio degli anni Novanta si sono moltiplicate le raccolte e gli studi come L’idea russa di Mikhail Maslin, che fu poi il redattore della Storia della filosofia russa adottata nel 2008 dall’università Lomonosov di Mosca. Molti altri hanno pubblicato manuali e studi di storia della filosofia per le università, allo scopo di giungere a una vera e propria “riconversione della filosofia”, passando dagli studi obbligatori di epoca sovietica, di marxismo-leninismo e di ateismo, alla storia e alla filosofia religiosa o addirittura alla teologia. Sono nati anche diversi istituti di studi ecclesiastici, di cui il più autorevole è senz’altro quello ortodosso di San Tikhon di Mosca, e perfino i cattolici hanno aperto fin dal 1991 nella capitale l’istituto San Tommaso, oggi affidato ai padri gesuiti.

Nell’ultimo decennio, il nazionalismo grande-russo ha travolto progressivamente tutti i tentativi di ritrovare lo spirito multiforme della cultura russa dei secoli precedenti al “giogo sovietico”, attestandosi su posizioni simili a quelle “panslaviste” che avevano esasperato il dibattito ottocentesco tra slavofili e occidentalisti. Riprendendo posizioni che vedevano nell’idea o nel “mondo russo” il compimento dei destini della storia – come quelle del famoso saggio La Russia e l’Europa di Nikolaj Danilevskij del 1869, il cosiddetto “catechismo completo dello slavofilismo” – la filosofia è stata nuovamente piegata alla lotta contro l’Occidente che umilia la Russia. Un sentimento derivato allora dalla rovinosa sconfitta nella guerra di Crimea, e oggi riproposto in seguito al crollo dell’Unione Sovietica. Danilevskij proponeva la ricerca “biologica” del tipo russo come il tipo umano definitivo, originale e “pacificato”, dopo la successione di dieci tipi storici dopo quello romano-germanico, ormai fossilizzati e destinati a rifondersi nel dominio culturale russo.

Un punto di riferimento più recente è il pensatore esistenzialista Ivan Il’in, definito “il filosofo preferito di Putin”, espulso dall’Urss nel 1922 e morto nel 1954, dopo essere stato un simpatizzante del nazismo come unica salvezza dal comunismo sovietico. A suo nome è stata ora aperta una nuova “Scuola di filosofia politica” presso l’università moscovita più prestigiosa, la Scuola superiore di economia, affidata alla direzione di uno dei massimi ideologi del sovranismo russo eurasiatico e universale, il popolare Aleksandr Dugin. In realtà, Il’in si era concentrato sulle questioni dell’uomo e del rinnovamento della società, in una filosofia dell’esperienza spirituale molto intensa, tanto da scrivere ancora in Russia, nel 1918, la tesi dottorale su La filosofia di Hegel come dottrina sulla concretezza di Dio e dell’uomo, una delle migliori ricerche russe di critica filosofica. Visse a Berlino negli anni dell’ascesa di Hitler, ma si ritirò quindi in Svizzera per comporre infine nel 1953 gli Assiomi dell’esperienza religiosa, basandosi sul concetto-chiave di “evidenza” inteso in senso molto ampio, figurativo e metaforico: proponeva la condizione dell’anima umana come opposta alla cecità della visibilità superficiale, la capacità di contemplazione multiforme e di profonda sensibilità, per ritrovare la direzione da prendere dopo tutti gli sconvolgimenti.

Neanche questi filosofi, pur considerati gli ispiratori della Russia militante, sono oggi in grado di far riflettere veramente sul senso delle tragedie in corso. Nulla può veramente giustificare la guerra mondiale della Russia a cominciare dall’Ucraina e da tutti i territori del suo perduto impero, e i richiami ideologici non hanno vere radici neppure nella filosofia russa più estrema del passato antico e recente. Gli avvenimenti degli ultimi due anni non hanno una definizione adeguata, non c’è “eurasismo” o “sovranismo” che esplicitino il significato semantico della distruzione, e il “mondo russo” che viene proclamato è un mondo vuoto, dal punto di vista concettuale prima ancora che sociale, politico, militare o economico.

Majatskij indica anche una raccolta americana di saggi appena uscita, Experts’ Scenarios on Russia’s Future, che cerca di individuare gli effetti futuri della guerra in corso; ma in questo si rende evidente quanto la guerra banalizzi e svuoti di significato gli atteggiamenti e le reazioni umane, rendendo incapaci di valutare la vera portata dei conflitti, soprattutto quando essi si moltiplicano e si sovrappongono. Chi sia l’aggressore e chi l’aggredito è evidente, ma questo diventa insignificante nel calderone ideologico delle frasi fatte: “siamo un unico popolo”, “l’Ucraina non esiste”, “non lottiamo con gli ucraini, ma con l’imperialismo americano” e altre espressioni analoghe sull’oppressione israeliana dei palestinesi, o sull’integrità territoriale dell’Armenia e così via. La Russia ha inaugurato la “stagione dell’infantilismo” secondo il filosofo, dimostrando di non essere capace di attenersi alle regole della politica internazionale, ma soltanto di voler piegare le regole ai propri interessi, cercando giustificazioni del tutto prive di fondamento.

Ciò che accade non è soltanto irreparabile, ma come diceva Hannah Arendt, “è accaduto qualcosa che non si può punire e non si può perdonare”. La morte di decine di migliaia di pacifici ucraini, tra cui centinaia di bambini, è un evento irreparabile, per non parlare del trauma psichico di milioni di bambini e adulti da tutte le parti: la moralità non si schiera da una parte o dall’altra, semplicemente svanisce nel nulla. Non c’è alcun “mondo russo”, c’è solo il trionfo del risentimento, del sadismo, dell’indifferenza e della frustrazione: Majatskij propone di apporre sulla tomba di Putin, alla sua sepoltura, la scritta “Ha messo fine al progetto Russia”.

Del resto, un’espressione molto diffusa tra i russi emigrati in tutti i Paesi è “noi siamo morti”, consegnandosi preventivamente alla sepoltura o sognando una rinascita futura. È cambiato lo stesso concetto di “emigrazione” dopo il febbraio 2022, con una divisione artificiosa tra chi è riuscito a scappare avendone la possibilità, chi invece non ha potuto e chi pur potendo non se n’è andato. Chi è fuori si augura il crollo del regime putiniano nel più breve tempo possibile, chi è dentro cerca di sopravvivere e spera che non gli crolli tutto addosso, e diventa impossibile determinare i campi di chi è contro o a favore della guerra; prevale il senso di smarrimento della propria realtà personale, familiare, perfino nazionale ed etnica, da una parte e dall’altra di tutte le barricate. L’esodo di questi due anni ha creato una nuova condizione demografica, se non proprio antropologica, priva di riferimenti culturali e religiosi, geografici e politici, e questa indeterminatezza non riguarda soltanto i russi e gli ucraini, considerando la comune frequentazione e mescolanza del mondo artificiale e informatico, in cui tutti viviamo.

Siamo tutti in bilico sulle frontiere della storia, proviamo il brivido della lama sottile che ci impedisce i movimenti, per timore di perdere l’integrità spirituale, prima ancora di quella territoriale. La guerra non si ferma, e pare al contrario estendersi all’infinito: le conferenze di pace e gli inviti alle trattative appaiono schermaglie prive di contenuto, dovute alle necessarie pause per il caldo torrido e la ricarica delle armi, per riprendere le offensive autunnali prima della nuova attesa invernale. C’è stanchezza e assuefazione allo stesso tempo, non ha più senso guardare i notiziari, che non fanno altro che moltiplicare la rabbia, l’ottusità e la depressione. Non c’è soluzione, ci può essere solo resurrezione, una rinascita umana dopo la vergognosa riduzione della rinascita religiosa al servizio della politica più disumana.

Uno dei pochi filosofi che seppe conservare l’eredità del pensiero religioso russo durante i decenni sovietici, Aleksej Losev, poco prima di morire scrisse nel 1982 un saggio sulla Estetica della rinascita, in cui riprendeva le intuizioni del grande teologo Pavel Florenskij, morto in lager nel 1937. Tra la “sottomissione a Dio” del medioevo e la “lotta con Dio” del nuovo tempo, due posizioni definite entrambe di “biopolitica teologica”, rimane soltanto il vero umanesimo, quello che crede in un Dio che vuole sperimentare l’umanità per farla rinascere da ogni distruzione, attraverso la purificazione del pentimento e la libera scelta del proprio destino

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