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La battaglia di Kursk, la nuova Ucraina

di Stefano Caprio-Asia News 18 Agosto 2024

Rileggendo la sua lunga storia la conquista dei “mille chilometri quadrati” della regione di Kursk da parte dell’esercito ucraino ha anche un significato simbolico, prima ancora dei vantaggi militari o diplomatici che ne potrebbero conseguire. È un modo per riaffermare la storica superiorità di Kiev su Mosca. Proprio mentre i russi inaugurano un nuovo grandioso complesso a Sebastopoli in Crimea.

Come è noto, il termine “ucraina” significa “confine”, e la sorprendente avanzata delle truppe di Kiev nella regione di Kursk sposta questo limite verso Oriente, ridefinendo ancora una volta i rapporti tra le due anime dell’antica Rus’, la Russia e l’Ucraina contemporanea. Non esiste infatti un vero confine geografico tra queste due parti del mondo russo, se non il fiume Dnepr che da Kiev a Kherson esprime quel passaggio che ha generato la stessa natura storica dei russi, che attraverso i fiumi cercavano di connettersi con i regni europei e staccarsi dalle radici asiatiche, rimbalzando storicamente da entrambe le sponde dell’Eurasia.

Kursk era un principato più antico di Mosca, risalente alla fine dell’XI secolo, quando nel 1095 fu concesso a Izjaslav, il figlio del granduca di Kiev Vladimir “il Monomaco”, che si riteneva erede degli imperatori bizantini avendo sposato una delle loro figlie, e fu l’ultimo monarca della Rus’ di Kiev a tenere in qualche modo uniti tutti i territori contesi da figli e nipoti. Del “secondo Vladimir”, a cui fu dedicata la città che divenne capitale per qualche decennio, usurpando il potere della stessa Kiev, si ricorda un testo chiamato Poučenie, “Ammonizione”, che all’inizio del XII secolo supplicava, con dovizia di citazioni bibliche, tutti gli altri principi di far cessare le lotte intestine, in russo antico i meždousobnja brani, che caratterizzavano la vita dell’antico Stato russo e che ancora oggi si ricordano nelle invocazioni della liturgia slava-ecclesiastica, come uno dei mali principali per cui chiedere a Dio la misericordia e il perdono.

La lotta per Kursk è ricordata nell’antica Cronaca di Nestor come la guerra tra i Monomakhovy e i Mstislavoviči, gli eredi di due rami della famiglia antica dei sovrani kieviani, e si trasformò tra il 1183 e il 1185 nella campagna contro i nemici provenienti da oltre il fiume Volga, i polovtsy poi riassorbiti dai tataro-mongoli. Il principe Vsevolod di Kursk si unì a quello di Novgorod, Igor Svjatoslavič, in una battaglia che avrebbe potuto riunire tutte le famiglie in lotta contro il nemico esterno, ma che si concluse con una tragica sconfitta. Questo evento fu esaltato dal poema del Canto della schiera di Igor, il più grande capolavoro della letteratura della Rus’ di Kiev, in cui la sconfitta si trasforma in promessa di rinascita, chiamando la natura, gli antichi dèi pagani e l’intero popolo russo a unirsi per riscoprire la propria anima, chiudendo infine con la consacrazione della Rus’ alla Madre di Dio, nella “doppia fede” pagana e cristiana che caratterizzava questi secoli leggendari a cui oggi la Russia cerca di rifarsi per ritrovare sé stessa, finendo per scontrarsi di nuovo con le proprie divisioni e contraddizioni.

Kursk fu uno degli ultimi baluardi di fronte all’avanzata dei tartari, ottenendo una parziale vittoria nella battaglia di Kalka del 1223, per poi essere travolta dalle armate del khan Batyj nel 1239, subito prima della distruzione della stessa Kiev. Il suo territorio continuò a essere chiamato “principato di Kursk”, anche se non c’era più alcun principe, rimanendo a disposizione di tutti gli avventurieri dell’occidente polacco-lituano e dell’oriente della nuova capitale che si stava formando in quei frangenti sfruttando l’amicizia con i tartari, quella Mosca fondata nel 1147 e distante 500 chilometri da Kursk, che fino al 1300 era rimasta una semplice stazione di posta dei commerci più settentrionali, sul fiume Moskva. La riscossa avvenne agli inizi del XIV secolo, con singolare analogia storica grazie alla dinastia detta di Putivl, il titolo di una roccaforte simile al nome dell’attuale presidente della Russia, per cui Putin significa “Colui che è sulla strada”. Per tre secoli il principato di Kursk rimase parte del regno di Lituania, per essere poi riassorbito nella Russia seicentesca degli zar insieme a Kiev.

La conquista dei “mille chilometri quadrati” della regione di Kursk da parte dell’esercito ucraino assume quindi un significato simbolico evidente, prima ancora dei vantaggi militari o diplomatici che ne potrebbero conseguire, riaffermando la storica superiorità di Kiev su Mosca, ribadita nei giorni scorsi in occasione dei festeggiamenti per il Battesimo dell’antica Rus’. È una “vittoria morale” che trascina la coperta corta della comune loggia dei territori verso l’Ucraina, oggi supportata da Europa e America, come un tempo da Lituania e Polonia, e tra l’altro si ricollega, sempre in modo simbolico, alla tragedia del sottomarino K-141 Kursk, affondato nel mare di Barents il 12 agosto del 2000 con 107 vittime dell’intero equipaggio, proprio all’inizio del regno dello zar Putin. Come ha commentato sarcasticamente il presidente ucraino Zelenskyj, “per Putin tutto inizia e tutto finisce con Kursk”. Come peraltro fanno notare diversi osservatori, come il polit-tecnologo Abbas Galljamov, ex-consigliere di Putin oggi in esilio, non è soltanto una mossa ad effetto nella “guerra informativa e psicologica”, ma ha anche un grande significato pratico, mostrando al mondo intero “stanco della guerra” che la Russia sterminata è in fondo un Paese senza vera difesa, oggi come ai tempi dei polovtsy, dei tartari e delle lotte intestine.

Concentrandosi sul Donbass, i russi hanno lasciato scoperti i confini di Kursk, Belgorod, Brjansk e altre zone meridionali, cambiando il quadro dipinto dalla propaganda putiniana che predica la guerra perenne e universale, senza tener conto della propria fragilità endemica, quella di un territorio troppo vasto per un popolo pur aggressivo e orgoglioso, ma di fatto non così dominante come vorrebbe essere nelle sue aspirazioni imperiali. I russi sono poco più di 140 milioni (di cui almeno 30 di altra etnia) su un’estensione vasta come un sesto delle terre emerse, quattro volte più grande della Cina e dell’India, dove vivono popolazioni dieci volte più numerose, e a Occidente deve fronteggiare mezzo miliardo di europei, schierati a difesa dei 40 milioni di ucraini, forse non abbastanza per sovrastare l’esercito di Mosca, ma più che sufficienti per riportare il conflitto agli antichi meždousobnja brani.

Galljamov risale addirittura a prima della storia della Rus’, ricordando “le guerre degli Sciti”, le mitiche popolazioni che per gli antichi romani riassumevano tutte le minacce provenienti da Oriente. Allora i barbari asiatici si scagliavano contro una parte o l’altra dell’impero, per poi doversi ritirare e attestare su zone limitate, senza mai riuscire a prendere il controllo del Caucaso o del mar Nero, dove avvenivano le battaglie di quei tempi, e dove oggi si ripetono quelle contraddizioni. Gli ucraini combattono non tanto per conquistare territori, ma per tagliare la strada ai russi nelle zone cruciali, magari prendendo il controllo di centrali elettriche o nucleari, ponti e snodi stradali, considerando lo stesso Donbass soltanto un “corridoio per la Crimea e il mar Nero”, da dove Putin vorrebbe poter affermare il suo potere verso l’Europa, il Mediterraneo, il mondo intero.

L’attacco ucraino ha quindi colpito al cuore l’intero sistema bellico della Russia, lasciando esterrefatto lo stesso zar per l’incompetenza mostrata dai suoi generali, che non si erano neppure accorti delle migliaia di soldati pronti a irrompere sul suo territorio. La propaganda cerca in tutti i modi di denigrare e ridurre al minimo le conseguenze della “contro-invasione”, addirittura diffondendo una nuova variante dell’inno bellico del cantante Šaman, che invece di proclamare Ja russkij!, oggi grida Ja kurskij!, “Sono di Kursk!”, finendo per scivolare totalmente nel ridicolo, sottolineando ulteriormente l’efficacia della strategia di Kiev. Il ministero russo della difesa, terremotato nei mesi scorsi da Putin per renderlo il vero centro del potere militare-spirituale della Russia, continua a ripetere che l’esercito ha fermato l’avanzata ucraina, quasi pensassero che potessero giungere fino a Mosca come le colonne della compagnia Wagner di Evgenij Prigožin, senza rendersi conto del vero effetto della mossa a sorpresa, che fa il paio simbolicamente con la riconquista di Kherson, alla foce del Dnepr a novembre 2022, bloccando la guerra russa sulle due sponde, le “due ucraine” della storia.

Il valore simbolico della “campagna di Kursk” è ulteriormente sottolineato dal legame temporale con l’apertura solenne a Sebastopoli, la capitale della Crimea, del grandioso complesso ecclesiastico-museale del “Nuovo Chersoneso”, già ribattezzato la “Mecca russa”, voluto fortemente dallo stesso Putin e realizzato sotto la regia del suo “padre spirituale”, il metropolita ortodosso della Crimea Tikhon (Ševkunov). Gli ucraini sanno cogliere i momenti in cui ferire in modo particolarmente sanguinoso l’orgoglio dei russi, fin dalla rivolta popolare dell’Euromaidan, che ebbe inizio nell’inverno 2013-2014, proprio durante le Olimpiadi invernali di Soči che volevano mostrare il trionfo del putinismo, che nei giorni scorsi ha invece trangugiato l’amarezza dell’esclusione dalle Olimpiadi di Parigi.

Gli storici e gli archeologi del mondo intero sono esterrefatti per lo scempio prodotto dai russi, con la distruzione a Sebastopoli del sito archeologico dell’antica Tauride, patrimonio universale dell’Unesco, oggi ricoperto da edifici grotteschi per turisti e ammiratori, che diffondono musiche di ogni genere e invitano ai concerti della Russia vincitrice. Era una colonia greca, la più antica su tutte le coste del mar Nero, e il 30 luglio all’inaugurazione le sue strade ricoperte dalle fastose decorazioni sono state calpestate da 250 mila persone. Neanche i sovietici avevano osato toccare le rovine di Chersoneso, oggi sacrificate all’estasi ortodosso-patriottica, ma il trionfo della riscrittura della storia viene ormai oscurato dalla revisione di un’altra storia, quella che apre di nuovo le voragini della Russia di Kursk.

La rischiosa Ostpolitik di Viktor Orbán

14 Agosto 2024 di Roberto de Mattei – Corrispondenza Romana 1860

Il riferimento di Orbán alla tradizione cristiana è certamente giusto. Ma come può un cristiano, sia pure calvinista come lui, pensare che il futuro del mondo appartenga all’Asia comunista, islamica, confuciana, induista e buddista, e non a Gesù Cristo, Re della storia. al quale tutto è possibile, anche una luminosa rinascita dell’Occidente oggi immerso nel buio della confusione?

Centodieci anni fa, tra il 14 e il 24 agosto 1914, fu combattuta tra l’esercito tedesco e le armate francese e britannica la “battaglia delle frontiere”, la prima battaglia della Grande Guerra, ai confini tra Francia, Belgio e Germania. Le vittime furono decine di migliaia, da ambo le parti. I francesi erano convinti di sbaragliare il nemico grazie a una presunta superiorità morale delle loro truppe; i tedeschi, confidavano nella loro supremazia militare e organizzativa. Entrambi erano convinti che la guerra non si sarebbe prolungata più di sei mesi. Il conflitto sarebbe durato invece oltre quattro anni provocando quasi dieci milioni di morti e l’inizio della decadenza dell’Occidente. Allora la guerra scoppiò nel cuore dell’Europa, oggi sta divampando ai confini di un continente accerchiato. 

Di fronte alla minaccia della guerra mondiale, due scuole di pensiero si sono confrontate nell’ultimo secolo: gli “universalisti” e i “realisti”. I primi sono convinti che la pace del mondo sarebbe assicurata dal tramonto degli Stati nazionali, sostituiti da una costituzione giuridica universale. Per i secondi, invece, gli interessi degli Stati nazionali dovrebbero essere la norma regolatrice dell’ordine internazionale.  Entrambe le scuole di pensiero, prive di una profonda teologia della storia, hanno mostrato la loro inadeguatezza, cadendo nell’utopismo o nel machiavellismo.   

Oggi la scuola “realista” sembra aver trovato un suo punto di riferimento nel premier ungherese Viktor Orbán che oppone una “realpolitik”, fondata sugli interessi nazionali del suo paese, all’universalismo della sinistra internazionale. Ma questo “nazionalismo pragmatista” rappresenta una soluzione adeguata alla grave crisi che attraversiamo? L’ultimo discorso di Orbán, tenuto il 30 luglio al campo universitario estivo di  Bálványos, in Romania, ci offre qualche spunto di riflessione a questo proposito.

 Per Orbán la guerra russo-ucraina ha portato alla luce il fatto che il problema più grande che il mondo oggi deve affrontare è la disintegrazione dell’Occidente. Secondo il Primo ministro dell’Ungheria, l’Occidente attraversa oggi una crisi profonda, soprattutto a causa della negazione del ruolo degli Stati nazionali. «Se leggiamo attentamente i documenti europei, è chiaro che l’obiettivo è quello di trasferire poteri e sovranità dagli stati nazionali a Bruxelles. La conseguenza è che Bruxelles rimane sotto l’occupazione di un’oligarchia liberale». 

Da questa giusta osservazione segue un meno condivisibile auspicio ad un mondo “post-liberale”, aperto ad Oriente. Non a caso – osserva Orbán – sistemi estranei alle democrazie occidentali, come quelli di Singapore, Cina, India, Turchia, Russia «non sono liberali e forse neppure democratici, ma ciononostante contribuiscono al successo delle rispettive nazioni». L’Asia è divenuta per questo il centro della geopolitica del futuro. «L’Asia avrà – o forse ha già – più soldi, i più grandi fondi finanziari, le più grandi aziende del mondo, le migliori università, i migliori istituti di ricerca e le più grandi borse valori. Avrà – o ha già – la ricerca spaziale più avanzata e la scienza medica più avanzata». E’ all’Asia dunque, più che all’Occidente, che l’Ungheria deve guardare per garantire i suoi interessi nazionali.

L’Europa, per Orbán, è destinata ad avere un ruolo di «museo a cielo aperto»; «un continente oggetto di meraviglia, ma privo al suo interno di un dinamismo di sviluppo». A meno che non si punti sull’«autonomia strategica europea» evocata dal presidente francese Macron. In questa prospettiva sarebbe possibile realizzare sviluppi infrastrutturali, soprattutto nell’Europa centrale, promuovere un’alleanza militare europea con una forte industria della difesa, puntare all’autosufficienza energetica, che non sarebbe possibile senza l’energia nucleare. In ogni caso «dobbiamo essere preparati al fatto che l’Ucraina non sarà membro della NATO o dell’Unione europea, perché noi europei non abbiamo abbastanza soldi per questo. L’Ucraina tornerà alla posizione di stato cuscinetto». 

Secondo Orbán l’attuale cambiamento del sistema globale, che vedrà al suo centro l’Asia e non più l’Occidente, «non è una minaccia, ma piuttosto un’opportunità per l’Ungheria». Il premier ungherese ha citato come esempio l’offerta del presidente cinese Xi Jinping all’Ungheria di partecipare alla modernizzazione reciproca, annunciata durante la sua visita a Budapest nel maggio 2024: un’occasione significativa per attrarre risorse e fondi della Cina. Per questo, afferma Orbán: «Non ci lasceremo coinvolgere nella guerra contro l’Oriente. Non ci uniremo alla formazione di un blocco tecnologico che si oppone all’Oriente, e non ci uniremo alla formazione di un blocco commerciale che si oppone all’Oriente. Stiamo radunando amici e partner, non nemici economici o ideologici. Non stiamo prendendo la strada intellettualmente molto più facile di agganciarci a qualcuno, ma stiamo andando per la nostra strada».

Nel giugno 2024, dopo le elezioni europee, Orbán ha fondato a Strasburgo il gruppo sovranista dei Patrioti per l’Europa, di cui fanno parte il Rassemblement national di Marine Le Pen e la Lega di Matteo Salvini. Il nuovo gruppo si propone di costituire un blocco alternativo a quello dei Conservatori e riformisti europei (ECR) di cui sono copresidentiNicola Procaccini di Fratelli d’Italia e il polacco Joachim Brudziński del partito Diritto e Giustizia (PiS). La linea “filo-orientale” di Orbán si contrappone a quella “filo-occidentale” polacca, che, oltre Varsavia, comprende Londra, Kiev, i Paesi baltici e scandinavi, ma anche l’Italia di Giorgia Meloni.

Però, alcune domande ed obiezioni possono essere sollevate nei confronti della posizione di Orbán esposta il 30 luglio a Bálványos.

Una concezione autenticamente realista della politica internazionale deve mettere in bilancio la possibilità, a breve termine, di una più ampia deflagrazione bellica. Quale posizione prenderà Orbán in questo caso? Si richiamerà all’esempio di Giovanni Hunyadi, l’eroe ungherese vittorioso contro l’Islam a Belgrado (1456), o sceglierà la via del “collaborazionismo” con quei nemici dell’Occidente contro i quali l’Europa ha definito la sua identità nel corso della storia? 

Il realismo di Orbán ricorda la Ostpolitik di Nixon e Kissinger verso la Cina e quella di Paolo VI e del cardinale Casaroli verso l’Unione Sovietica. I primi non previdero che grazie alla loro politica di distensione la Cina sarebbe diventata il principale avversario politico ed economico degli Stati Uniti. I secondi non previdero il crollo del comunismo e sacrificarono al dialogo con Mosca la testa del primate di Ungheria Josef Mindszenty. La strategia di Orbán ricorda l’Ostpolitik vaticana e americana non solo per la “mano tesa” all’Oriente russo e cinese, ma anche per l’errata convinzione di una irreversibilità del corso storico, al quale non si può fare altro che uniformarsi.  

La dimensione ideologica, senza la quale non si può spiegare il neo-comunismo di Putin e di Xi Jinping, sembra del tutto assente dalla visione strategica di Orbán, concentrata nella difesa pragmatica dello Stato nazionale. Ciò comporta, a suo parere, la lotta al declino demografico, la conservazione della lingua e il rifiuto della “religione zero” in Ungheria. «La religione zero è uno stato in cui la fede è scomparsa da tempo, ma c’è stata anche la perdita della capacità della tradizione cristiana di fornirci regole culturali e morali di comportamento che governano il nostro rapporto con il lavoro, il denaro, la famiglia, le relazioni sessuali e l’ordine delle priorità nel modo in cui ci relazioniamo gli uni con gli altri».   

 Il riferimento di Orbán alla tradizione cristiana è certamente giusto. Ma come può un cristiano, sia pure calvinista come lui, pensare che il futuro del mondo appartenga all’Asia comunista, islamica, confuciana, induista e buddista, e non a Gesù Cristo, Re della storia. al quale tutto è possibile, anche una luminosa rinascita dell’Occidente oggi immerso nel buio della confusione?

San Massimiliano Kolbe, apostolo del Regno di Maria

Roberto de Mattei – Corrispondenza romana 1860

Aug 13, 2024

Il 14 agosto la liturgia universale della Chiesa ricorda san Massimiliano Maria Kolbe, il grande apostolo dell’Immacolata del XX secolo.

Raimondo Kolbe nacque in Polonia il 7 gennaio 1894 da ferventi genitori cristiani. Accolto nel collegio dei francescani conventuali di Leopoli prese il nome di Massimiliano. Studiò a Roma dove conseguì la laurea in filosofia e in teologia e fu ordinato sacerdote, il 28 aprile 1918. Celebrò la sua prima Messa il giorno successivo all’altare della cappella di sant’Andrea delle Fratte dove la Madonna nel 1842 era miracolosamente apparsa, convertendolo, all’ebreo Alfonso Ratisbonne. 

A Roma, fondò nel 1917 la Milizia dell’Immacolata per la conversione di tutti gli uomini per mezzo di Maria. Dopo sei anni, ammalatosi di tubercolosi, ritornò in Polonia, a Cracovia, e non potendo insegnare a causa della sua salute malferma, si dedicò all’apostolato mariano, soprattutto con la stampa, estendendo il suo apostolato missionario in Europa e in Asia. Il castigo della guerra stava tuttavia per abbattersi sull’Europa, interrompendo bruscamente tutti i suoi grandi progetti. Il 1° settembre 1939 la Germania invase la Polonia; tre giorni dopo il convento di Niepokalanów, centro delle sue attività, venne sgomberato dai tedeschi e padre Kolbe fu tratto in arresto e internato nel campo di concentramento di Auschwitz. I testimoni raccontano che “Egli viveva giornalmente addirittura di Dio. A Dio ci attirava tutti e desiderava che noi si vivesse bene, che si sopportasse bene la vita del lager. Aveva addirittura in sé una specie di calamita con cui ci attirava a sé, a Dio e alla Madre Santissima. Ci parlava spesso di Dio e ci inculcava che Dio è buono e misericordioso. Il Servo di Dio desiderava convertire l’intero lager… ” .  

Auschwitz fu l’ultimo terreno missionario per padre Kolbe e la morte l’ultimo suo gesto di apostolato, suggello di una vita che aveva avuto l’eroismo come meta. “Le circostanze che accompagnarono la condanna a morte di padre Kolbe furono le seguenti: – attesta lo stesso prigioniero per cui Kolbe offrì la vita – dopo la fuga di un prigioniero dal nostro blocco, venimmo allineati in dieci file, durante l’appello della sera. Il Lagerführer Fritsch (comandante del campo) circondato dalle guardie si avvicinò, e cominciò a scegliere nelle File dieci prigionieri per mandarli a morte. Il Fuhrer indicò anche me col dito. Uscii dalla fila e mi sfuggì un grido, che avrei desiderato rivedere ancora i miei figli. Dopo un istante, uscì dalla fila un prigioniero, offrendo sé stesso in mia vece. Una guardia lo condusse al gruppo dei condannati a morte e mi fece rientrare nella fila”. 

I dieci condannati furono rinchiusi in un bunker e condannati alla morte per fame.  

Gli ultimi giorni di padre Kolbe ci sono stati descritti da un testimone, addetto agli umili servizi nel bunker: “Dalla cella dove erano gli infelici si udivano ogni giorno le preghiere recitate ad alta voce, il Rosario e canti religiosi, ai quali si associavano anche i prigionieri delle altre celle. Nei momenti di assenza delle guardie scendevo nel sotterraneo per conversare e consolare i compagni. Le calde preghiere e gli Inni alla SS. Vergine si diffondevano per tutto il sotterraneo. Mi sembrava di essere in chiesa. Incominciava il p. Massimiliano Kolbe, e tutti gli altri rispondevano” 

Dopo un’agonia di circa due settimane, padre Kolbe, con gli ultimi sopravvissuti, fu ucciso mediante iniezione di acido fenico nella vena del braccio sinistro. La morte gli conferì un fascino singolare. Il suo volto sereno e puro era raggiante. Era il 14 agosto 1941, vigilia della festa dell’Assunzione.

  Durante l’autunno dell’anno 1940 – testimonia un confratello – nel corso di una conversazione con padre. Massimiliano, gli dissi: “Lei, Padre, ci dice sempre che, se la Gestapo ci portasse via e noi si perisse in un campo, sarebbe un martirio per la fede; intanto, tante persone vengono continuamente arrestate, molte periscono nei campi, e, tuttavia, non si può dire che esse periscano per la fede, ma per la patria! Perché la nostra morte dovrebbe essere appunto una morte per la fede?”.

“Il Padre mi guardò, spalancando gli occhi, e rispose con convinzione: “Si, caro figliuolo, la nostra morte sarebbe un martirio per la fede, ed il perché te lo spiegherò subito:“Subito da principio, quando ci riunimmo nel convento, spiegai allo “starosta” (capo del distretto) tedesco a Sochaczew, perché ci trovavamo riuniti nel convento in così grande numero; quale era il nostro scopo, che non avevamo alcun fine politico, ma solo religioso, nonché la premura di guadagnare anime all’Immacolata; per di più gli presentai il piccolo diploma della Milizia dell’Immacolata, il quale è il riassunto dei nostri ideali. Per questi ideali, contenuti nel piccolo diploma, cioè per l’adoprarci a santificare noi stessi e a santificare le altre anime, siamo pronti a dare la vita.“  I Tedeschi sanno quindi ufficialmente, quale sia lo scopo per cui rimaniamo in convento, e qualora tentassero qualcosa contro di noi, lo farebbero per odio alla religione. Il nostro sacrificio dunque, offerto in simili circostanze alla Immacolata, sarà un vero martirio per la S. Fede”.

Massimiliano Kolbe fu l’apostolo del Regno di Maria di cui hanno parlato grandi figure come san Luigi Grignion di Montfort e Plinio Correa de Oliveira. “Viviamo in un’epoca – scriveva – che potrebbe essere chiamata l’inizio dell’era dell’Immacolata”;  “…sotto il suo vessillo si combatterà una grande battaglia e noi inalbereremo le Sue bandiere sulle fortezze del re delle tenebre. E l’Immacolata diverrà la Regina del mondo intero e di ogni singola anima, come la beata Caterina Labouré prevedeva”; l’Immacolata sarà, anzi dovrà essere riconosciuta Regina di tutti e di ogni singola persona, in Polonia e nel mondo intero, e al più presto possibile: ecco la nostra parola d’ordine, per la quale torna conto vivere, lavorare, soffrire e morire” 

  San Massimiliano Kolbe non conosceva la grande promessa di Fatima, ma aveva previsto “non lontano, né un puro sogno“, dopo quella che aveva definito “la prova del sangue“, l’avvento del giorno grandioso in cui la Russia si sarebbe convertita e la statua dell’Immacolata sarebbe stata solennemente intronizzata nel cuore di Mosca.

In vita molti derisero, o fraintesero, i suoi ideali di apostolato. Tra le difficoltà che i militi dell’Immacolata sono destinati a incontrare, la più dura – avvertiva padre Kolbe – non è la fatica del lavoro, né la persecuzione da parte dei nemici, ma “quella persecuzione alla quale ci possono sottoporre persone assennate, prudenti e perfino devote e sante”. Da molti, compresi alcuni suoi confratelli e superiori, fu così accusato, di essere un “sognatore chimerico” e di avere esagerato nel culto dell’Immacolata. La storia gli avrebbe dato ragione. Pio XII nella enciclica Ad caeli Reginam dell’11 ottobre 1954 offrì le basi teologiche per il culto a Maria Regina del Cielo e della terra e nel suo discorso del 1° novembre 1954, affermò che “l’invocazione del regno di Maria è […] la voce della fede e della speranza cristiana”.  

Giovanni Paolo II canonizzò padre Massimiliano Kolbe il 17 ottobre 1982. II Regno di Maria è il grande ideale per il quale oggi lottano e pregano migliaia di anime in tutto il mondo.

La stanza dove nacque la Milizia dell’Immacolata

Per contrastare la massoneria sempre più tracotante «e gli altri servi di Lucifero», san Massimiliano Kolbe, il 16 ottobre 1917, fondò a Roma, con sei confratelli, la Milizia dell’Immacolata. Una grande opera mariana nata in un’umile stanza.

Roma, a pochi passi dai celebri Fori Imperiali, sorge il convento San Teodoro retto dai Frati Minori Conventuali. Il luogo è quasi nascosto, silenzioso. Un palazzo non alto, di soli due piani, si nasconde in una piccola viuzza che costeggia la parte finale dei Fori Imperiali. Qui, in questo palazzo, il 16 ottobre 1917 nasceva la Milizia dell’Immacolata, fondata da san Massimiliano Maria Kolbe (Zduńska Wola, Polonia, 8 gennaio 1894 – Auschwitz, Polonia, 14 agosto 1941), del quale oggi ricorre la memoria liturgica: quel giorno, “l’innamorato della Vergine Maria”, assieme ad altri sei giovani frati, fondava una delle più importanti istituzioni mariane. All’epoca il palazzetto era sede del Collegio Internazionale dei Frati Minori Conventuali nonché della Pontificia Facoltà Teologica San Bonaventura (Seraphicum) dove Massimiliano Kolbe risiedeva e studiava.

Ma cosa vuole dire questo termine, Milizia dell’Immacolata? San Massimiliano Kolbe presenta la Milizia come «una visione globale di vita cattolica sotto forma nuova, consistente nel legame con l’Immacolata, nostra mediatrice universale presso Gesù»: un vero e proprio cammino sui passi della Vergine.

Il fulcro della spiritualità e della formazione della Milizia risiede nella consacrazione a Maria Santissima, intesa per san Massimiliano Kolbe come «trasformazione in Lei». L’associazione mariana ha tre linee guida fondamentali: l’Immacolata, l’amore e la missione. Tutto ciò serve a una matura formazione spirituale del fedele. La Milizia ha, dunque, un progetto semplice ed efficace: la santità per tutti.

E in questa visione kolbiana, un ruolo fondamentale lo ricopre la preghiera, ma non solo. Il progetto si realizza anche lavorando e offrendo al Signore ogni piccolo gesto: preghiera e azione in perfetta armonia, in divina sintonia. La consacrazione all’Immacolata è alla base dell’opera missionaria di Kolbe. Il santo lo scrive nel dicembre 1937 delineando alcuni appunti per un suo libro: «Appartiene all’essenza della Milizia dell’Immacolata il fatto di essere dell’Immacolata totalmente, sotto ogni aspetto».

 E continua: «Di conseguenza, nell’atto di consacrazione i membri della Milizia supplicano l’Immacolata: Ti prego di volermi accettare tutto e completamente come cosa e proprietà Tua, e di fare ciò che Ti piace di me e di tutte le facoltà della mia anima e del mio corpo, di tutta la mia vita, morte ed eternità».

La piccola stanza in cui san Massimiliano Kolbe e sei suoi compagni del collegio fondarono la Milizia vibra di spiritualità. Una volta varcata la porta della stanza, si avverte che si è entrati in un luogo di forte preghiera, in un luogo santo: le mura risuonano, seppur nel silenzio che caratterizza questo luogo, di innumerevoli Ave Maria, di preghiere a Dio. Colpiscono subito i ritratti di quei sette giovani ragazzi: sono volti che danno luce; hanno un sorriso discreto, colmo di speranza.

Sono i volti di: padre Giuseppe Pal, giovane sacerdote della Provincia rumena; fra Antonio Głowiński, diacono della Provincia rumena; fra Girolamo Biasi, della Provincia padovana; fra Quirico Pignalberi, della Provincia romana; fra Antonio Mansi, della Provincia napoletana; fra Enrico Granata, della Provincia napoletana; e poi, il volto dello stesso Kolbe, del giovanissimo fra Massimiliano.

La stanza è stata ristrutturata nel tempo ma il pavimento è originale: quel pavimento, color rosso mattone, è stato calpestato da quei sandali francescani. Proprio al centro della stanza campeggia un tavolino: sopra di esso, una copia fotostatica dello statuto-programma della Milizia e una statuetta dell’Immacolata. Vicino, alcune piccole panche per sedersi. Si può solo immaginare quel momento dell’ottobre 1917: i giovani davanti alla statuetta a redigere l’importante documento. La stanza conserva, inoltre, alcune importanti reliquie di san Massimiliano Kolbe custodite in una vetrinetta: un pezzetto della sua barba; la sua tonaca e una statuetta dell’Immacolata.

Ma cosa accadde quel giorno? È san Massimiliano Kolbe stesso a descriverlo in una relazione da lui tenuta ai religiosi della comunità di Nagasaki, sua terra di missione, nel 1935, a ridosso del 18° anniversario della fondazione della Milizia:

«Rammento che discorrevo con i chierici miei confratelli sulla miserevole condizione del nostro Ordine e sul suo avvenire. E in quei momenti si imprimeva nel mio animo la seguente idea: o rimettere in piedi o mandare all’aria. Provavo un vivo dispiacere per quei giovani che entravano da noi spesso con ottima intenzione e il più delle volte smarrivano il loro ideale di santità proprio in convento. Ma non sapevo bene come fare (…).

Allorché a Roma la massoneria uscì allo scoperto in modo sempre più audace, portando i propri stendardi sotto le finestre del Vaticano – e sul vessillo nero dei seguaci di Giordano Bruno aveva fatto dipingere s. Michele Arcangelo sotto i piedi di Lucifero, e in foglietti di propaganda inveiva apertamente contro il santo Padre – nacque l’idea di istituire una associazione che si impegnasse nella lotta contro la massoneria e gli altri servi di Lucifero.

Per accertarmi che tale idea venisse dall’Immacolata, interpellai il mio direttore spirituale di quegli anni, il p. Alessandro Basile, gesuita, confessore ordinario degli alunni del Collegio. Ottenuta l’assicurazione da parte della santa obbedienza, mi proposi di dare inizio all’opera (…). Così, dunque, con il consenso del P. Rettore, il 17 ottobre 1917 [la sera del 16 ottobre, più precisamente, ndr] ebbe luogo la prima riunione dei primi sette componenti. La riunione ebbe luogo di sera, in segreto, in una cella interna chiusa a chiave, realizzata con una parete provvisoria. Di fronte a noi vi era una statuetta dell’Immacolata fra due candele accese». In quella stanza, la statuetta dell’Immacolata è ancora lì. Così come le due candele. La missione di Kolbe continua.

(Antonio Tarallo – La nuova Bussola – 14 Agosto 2024)

SERVA DI DIO LUISA PICCARRETA

Comunicato del Postulatore Mons. Paolo Rizzi circa la Causa di Beatificazione

Roma, 10 agosto 2024

Rilasciato il nulla osta per la ripresa della Causa di Beatificazione della Serva di Dio Luisa Piccarreta. Lo ha comunicato il Postulatore della Causa, Mons. Paolo Rizzi, con una nota del 10 agosto 2024 di cui si pubblica il testo.

Causa di Beatificazione di Luisa Piccarreta

La Causa di Beatificazione della Serva di Dio Luisa Piccarreta non è mai stata chiusa, ma è sempre stata pendente presso il Dicastero della Cause dei Santi, il quale ne aveva sospeso temporaneamente l’iter canonico poiché il Dicastero per la Dottrina della fede, al cui studio erano stati sottoposti la spiritualità, il pensiero e gli scritti della Serva di Dio, nel 2019 segnalava che gli scritti presentavano alcune ambiguità di natura teologica, cristologica e antropologica che, pur non essendo di per se stessi errori dottrinali, richiedevano un’ulteriore valutazione. Le risposte chiarificatrici della Postulazione ai menzionati rilievi, con il supporto di un teologo esperto in mistica, hanno consentito al Dicastero per la Dottrina della Fede di concludere che negli scritti e nel pensiero della Serva di Dio non si ravvisano affermazioni palesemente difformi dalla dottrina della Chiesa e nel giugno 2024 ha rilasciato il nulla osta per la ripresa della Causa, notificato formalmente dal Dicastero delle Cause dei Santi a questa Postulazione l’8 luglio 2024.

Secondo le prescrizioni del Dicastero delle Cause dei Santi, il proseguimento del percorso canonico, già in atto, deve necessariamente accompagnarsi alla pubblicazione dell’edizione tipica e critica degli Scritti di Luisa Piccarreta a cura dell’Associazione pubblica di fedeli “Luisa Piccarreta-P.F.D.V.” di Corato, attore della Causa, e sotto la vigilanza dell’Arcivescovo di Trani-Barletta-Bisceglie. Tale edizione dovrà essere corredata da un’apposita “Introduzione e relative note” le quali, allo scopo di chiarire alcune espressioni facilmente conducibili a interpretazioni fuorvianti ed errate del messaggio cristiano, mettano in luce l’importanza dell’amore misericordioso e gratuito del Signore, che in alcune pagine degli Scritti è offuscato a causa del contesto storico nel quale sono stati elaborati, segnato da una visione ossessiva della giustizia di Dio e dalla conseguente mistica di riparazione dei peccati. Questa edizione sarà l’unica ufficialmente riconosciuta dall’Autorità ecclesiastica e ad essa dovranno fare riferimento tutti i Gruppi della Divina Volontà, per correggere forme di spiritualità nocive – diffuse in alcuni Gruppi – determinate da una lettura distorta degli Scritti della Serva di Dio, da una loro scriteriata diffusione o addirittura da una loro manipolazione e traduzione arbitraria in altre lingue.

Quanti hanno veramente a cuore la Causa di Beatificazione sono chiamati a orientare o riorientare decisamente la devozione alla Serva di Dio nella prospettiva del mistero della gloria: la croce va guardata, contemplata e accolta nel risplendente mistero della risurrezione di Cristo, vincitore del male, del peccato e della morte. Leggendo gli Scritti di Luisa, tutti dovranno «sentirsi sollecitati ad avere uno sguardo più attento all’intenzione dell’autrice, più fedele all’insegnamento della Chiesa e soprattutto illuminato dalla consapevolezza che la Divina Volontà è un appello misericordioso del Padre celeste rivolto alla libertà degli uomini e delle donne dei nostri tempi, mai una minaccia da scagliare contro il mondo corrotto dal peccato» (Mons. Leonardo D’Ascenzo, Arcivescovo di Trani-Barletta Bisceglie, Comunicato n. 4 circa la Serva di Dio Luisa Piccarreta, 4 marzo 2020).

Nel riconoscere obiettivamente che in questa direzione tanti Gruppi della Divina Volontà hanno attuato un deciso ed evidente cammino di ecclesialità, è indispensabile e doveroso che quanti invece non l’hanno ancora fatto si sforzino di «ancorare la lettura degli Scritti di Luisa alla dottrina della Chiesa e a una degna condotta di vita, facendo scaturire dal messaggio della Divina Volontà un annuncio missionario equilibrato e rispettoso, inserito armonicamente nei percorsi pastorali delle Chiese locali» (Mons. Leonardo D’Ascenzo, ibidem) .

In questa prospettiva, pare quanto mai opportuno che i Vescovi riconoscano e ammettano nelle loro circoscrizioni ecclesiastiche soltanto quei Gruppi della Divina Volontà che rispondano ai menzionati requisiti. Dopo l’approvazione del loro Vescovo possono ottenere la filiazione alla Famiglia del Divin Volere, istituita dall’Associazione pubblica di fedeli “Luisa Piccarreta-P.F.D.V.” di Corato, struttura di servizio sotto la vigilanza dell’Arcivescovo pro-tempore di Trani-Barletta-Bisceglie, la cui figura ecclesiale il Dicastero delle Cause dei Santi ha sempre indicato come riferimento ufficiale per quanti seguono in tutto il mondo la spiritualità e il messaggio della Serva di Dio Luisa Piccarreta.

Roma, 10 agosto 2024     

Il Postulatore

 Mons. Paolo Rizzi

Il nuovo militarismo nel sistema formativo della Russia in guerra

di Stefano Caprio – Asia News – 11 Agosto 2024

Per il filosofo Nemtsev la tendenza latente alla violenza diventa la forma decisiva per ritrovare quanto perduto. I civili diventano “quasi-militari”, con addestramento spontaneo individuale e di gruppo. Anche l’abbigliamento nel quotidiano richiama l’esperienza bellica con guanti tattici e ginocchiere di protezione. La guerra contenuto fondamentale della letteratura, arte e cultura russa.

Si è tenuta in questi giorni una grande conferenza on-line dei “Ponti Accademici”, che ha riunito ricercatori e studiosi della storia e della cultura russa da vari Paesi d’Europa sui temi di sociologia e antropologia della società russa, sottoposta a cambiamenti piuttosto radicali in questi anni di guerra. Il filosofo, storico e letterato di Novosibirsk, Mikhail Nemtsev, ha presentato una delle relazioni principali, su “Antropologia del nuovo militarismo russo”, per mostrare le specificità di un atteggiamento aggressivo peraltro molto tradizionale in Russia, sia nei secoli imperiali che nel recente passato sovietico, con l’educazione militarista che sta ora tornando in voga nell’attuale sistema formativo russo.

Nemtsev spiega che dopo una pausa negli anni Novanta, le propensioni al militarismo sono tornate a diffondersi a tutti i livelli soprattutto negli ultimi 15 anni, sia nelle catene produttive dell’industria bellica privata e di Stato, sia nella tendenza a rivedere la storia in modo “alternativo”, ciò che costituisce la base dell’ideologia ormai dominante del “mondo russo” interpretata in diverse varianti e a vari livelli. Una spinta devastante è venuta dal periodo della pandemia di Covid-19, che ha molto alimentato le concezioni cospirologiche, arrivando a considerare le misure sanitarie come vere e proprie azioni militari a cui sottomettersi o da combattere contro un nemico immaginario, ma spesso indicato in forze oscure ed estranee alla Russia, per annientarne la forza spirituale e morale.

Si arriva così a una interpretazione “estetica ed etica” dell’esperienza militare, che si distingue anche dagli archetipi del passato come la liberazione dal giogo tartaro medievale, la riunione delle terre russe contro i torbidi interni ed esterni, la santa alleanza imperiale per dominare l’Europa contro gli invasori, fino alla “lotta per la pace universale” di sapore sovietico. Il militarismo attuale è una “riscoperta dell’identità russa sotto nuova forma”, commenta il filosofo, in cui la tendenza latente alla violenza diventa la forma decisiva per ritrovare tutto quanto si credeva perduto.

In realtà, come spiega Nemtsev, il mondo contemporaneo si basa ormai da oltre tre secoli sulla divisione netta tra “civile” e “militare”: i soldati fanno il loro lavoro e i civili vivono nella loro dimensione, sostenendo e mantenendo l’esercito in modo che esso non s’intrometta negli affari privati delle persone. Questo modello ideale viene ora a cadere in Russia, con l’espansione dell’approccio militare anche nella vita civile, nella propaganda e nelle lezioni scolastiche di addestramento alla guerra, e in generale con un interesse sempre più diffuso tra la gente comune nei confronti della dimensione militare, ritenuta sempre più importante e significativa, su cui investire forze e interessi. I civili non diventano propriamente militari, ma “quasi-militari”, con addestramento spontaneo individuale e di gruppo, formando associazioni di cosacchi e combattenti, o anche solo collezionando una sempre più ampia letteratura sulla storia e sull’arte della guerra.

Questa trasformazione non è esclusiva soltanto della Russia, un fenomeno simile si verifica in modo abbastanza evidente negli Stati Uniti, per non parlare dei tanti Paesi militarizzati dell’Asia, Africa e Sudamerica, mentre l’Europa si mantiene in uno stato di “separazione” pacifica che non desidera intromissioni belliche. In Russia, come negli Usa, diventa invece sempre più attraente l’immagine di sé come combattente, dilettandosi nel tiro a segno e partecipando a corsi di sopravvivenza e di esperienze estreme, oltre alle tante espressioni violente di protesta. I russi amano molto vestirsi da soldati anche nella vita quotidiana, non solo in giacconi mimetici, ma perfino con guanti tattici e ginocchiere di protezione.

Accanto quindi alle politiche aggressive dei leader e dei governi, a livello federale e regionale, si sviluppa sempre più la sub-cultura della guerra a cui tutti aspirano a partecipare. Tutto questo è venuto alla luce in modo clamoroso nel 2014, con l’inizio del conflitto con l’Ucraina e l’annessione della Crimea, con il grido putiniano Krym Naš!, “La Crimea è nostra!” che ha reso esaltante un conflitto fratricida poi dilagato fino a dimensioni globali. Alcuni personaggi hanno identificato clamorosamente questa tendenza bellica “popolare”, come l’eroe della “guerra ibrida” in Ucraina, Strelkov (Igor Girkin, attualmente detenuto nelle prigioni russe), e il creatore della compagnia Wagner, lo scomparso “cuoco di Putin” Evgenij Prigožin, forse il protagonista più amato dalle masse negli ultimi anni. Ora tutti i gruppi di mercenari sono stati riassunti nella nuova concezione del ministero della Difesa, che con la nomina dell’economista Andrej Belousov è diventata la struttura dominante della politica e dell’economia russa, e in qualche modo perfino della religione ortodossa “militante”.

Nemtsev riassume il tutto con la constatazione che “l’interesse militare oggi è presente e sempre più imponente a tutti i livelli della società russa”, al di là dell’uso politico che ne viene fatto dalle strutture di potere. È certamente un fattore importante nel sostegno di massa al regime putiniano, che ha bisogno di contare su persone che raccontino ai loro amici e ai loro figli quanto sia eccitante correre per i boschi con armi automatiche e camuffamenti, lanciarsi col paracadute su obiettivi da assaltare o altre avventure simili, ben più attraenti delle competizioni sportive e lasciando le Olimpiadi al trastullo dei depravati occidentali.

Per almeno due generazioni, dopo le guerre mondiali, si è ragionato a partire dal principio “purché non ci sia più la guerra”, mentre ora si torna a pensare che “non c’è altra soluzione se non la guerra”. Il culto della guerra del resto viene consegnato dalla memoria dei tanti monumenti agli eroi vincitori, in Russia come negli altri Paesi, e Nemtsev ricorda che la guerra è un contenuto fondamentale della letteratura russa, non soltanto in Guerra e Pace di Lev Tolstoj, ma nell’arte e nella cultura di tanti popoli. Egli definisce la guerra come “un elemento fondamentale della vita delle società contemporanee”, a prescindere dalle vittorie o dalle sconfitte del passato; la memoria e i dibattiti sulle guerre passate sono considerati essenziali per definire l’identità nazionale. E oggi la Russia ha fuso questa memoria in un’identificazione con la Grande Guerra patriottica (come viene chiamata la seconda guerra mondiale), trasformata in “culto della Vittoria”, unendo la data del 9 maggio 1945 con quella del 24 febbraio 2022, l’ingresso a Berlino e l’invasione dell’Ucraina.

Perfino la stessa parola “guerra” è stata accantonata e proibita per legge, sostituendola con il concetto mistico di “operazione speciale”, allo stesso tempo militare, politica, economica e religiosa. Viene simbolicamente rappresentata dalla svastica Z, così che esiste ormai soltanto la Z-poesia, Z-letteratura, Z-ortodossia religiosa, e l’espressione pubblica ammessa si condensa nel verbo Zigovat, “fare la Zeta” in ogni dimensione. La società non si oppone a questa nuova dimensione, a parte i pochi dissidenti repressi, avvelenati, uccisi o scambiati con qualche eroe bellico e criminale. Si accetta di vivere in un mondo inedito di conflitti permanenti come nei film di fantascienza, con l’invasione degli alieni sulla terra: sono arrivati i marziani, impareremo a vivere su Marte (il “pianeta della guerra”, del resto).

Il fatto è, conclude Nemtsev, che “il popolo è una comunità di persone che in un territorio determinato affrontano insieme le questioni della vita e della morte”. Il popolo è composto da quelli da cui si nasce, quelli con cui si va insieme a scuola, quelli con cui si generano nuovi figli e si costruiscono le famiglie, e quelli che infine si seppelliscono. Il filosofo cita un detto russo, na miru i smert krasna, “al mondo anche la morte è meravigliosa”. Il culto della guerra è culto della morte, che deve essere dignitosa e onorevole, piena di valori positivi. La guerra è il contenuto finale dei “valori morali e spirituali tradizionali”: si vive per una morte gloriosa, difendere la Patria è la via principale verso la santità, come ripete il patriarca Kirill con i suoi metropoliti, una versione estrema dell’imitazione di Cristo e dei martiri.

Non importa chi è rimasto e chi se n’è andato, chi combatte e chi cerca di fuggire, il patriottismo bellico definisce i confini dell’anima ben prima di quelli geografici e militari. Thomas Mann, uno dei più grandi scrittori tedeschi, scriveva nel 1946 che “non ho intenzione di tornare in Germania, come farò a vivere con chi ha sostenuto per anni il nazismo?”. È una domanda che riguarda anzitutto ogni persona: come vivere nella cultura della morte, e come scegliere di riscoprire la vita, assumendosi le proprie responsabilità e chiedendo perdono, per ricostruire lo Stato, la società, la Russia e il mondo che ci aspetta dopo la guerra.

UN NUOVO APOCALITTISMO

“Negli ultimi anni la Russia ha visto emergere una nuova ideologia pseudoreligiosa, gravida dei più grandi pericoli spirituali e dei più gravi sconvolgimenti politici, sia per il paese che per l’umanità“

Cari amici,

un nostro ascoltatore mi ha inviato un articolo di uno studioso russo-americano, Michail Epstejn, che sintetizza in modo chiaro la deriva preoccupante della Chiesa russa ortodossa verso un apocalittismo della morte globale. Questo panorama da brividi ci aiuta a capire perché la Regina della pace è qui da così tanto tempo per salvare il mondo dalla catastrofe che le potenze del male stanno preparando.

UN NUOVO APOCALITTISMO – Michail Epstejn – 8 Agosto 2024

Dove sta andando la Chiesa ortodossa russa? L’analisi profonda e scioccante di un noto pensatore russo apre degli spiragli. Non è indifferente per noi cercare di decifrare il groviglio di ideologie e pulsioni che oggi pretende di parlare a nome dell’ortodossia russa.

Dopo la cerimonia di investitura di Vladimir Putin il patriarca Kirill, nel porgergli gli auguri nella cattedrale dell’Annunciazione del Cremlino, ha pronunciato una frase misteriosa: «Oserei addirittura dire: ci conceda Dio che la fine del secolo coincida anche con la fine della sua permanenza al potere. Lei ha tutto ciò che le serve per svolgere per molto tempo ancora e con successo questo grande compito al servizio della patria».

Della fine di quale secolo ci parla qui il patriarca? E perché lui stesso ammette che il suo augurio ha un che di audace?

Negli ultimi anni la Russia ha visto emergere una nuova ideologia pseudoreligiosa, gravida dei più grandi pericoli spirituali e dei più gravi sconvolgimenti politici, sia per il paese che per l’umanità. Ha adottato sia l’ortodossia di Stato che il culto pagano della terra, sia l’odio eurasiatico per l’Occidente che i tratti dell’ideologia nazista e i culti arcaici della guerra e del regno dei morti.

È una sorta di apocalittismo sui generis che assume gli aspetti più tenebrosi dello gnosticismo e maledice tutto ciò che esiste in quanto «immerso nel male». Di qui l’aspirazione a consegnare il mondo intero a un fuoco purificatore che porti, per mano dell’uomo, a una fine del mondo la cui forza distruttrice sarebbe affidata alla potenza delle armi nucleari.

Nella sua Idea russa (1946), Berdjaev scriveva: «Noi, russi, siamo apocalittici o nichilisti. Siamo apocalittici o nichilisti perché siamo tesi verso il fine ultimo e fatichiamo a comprendere la gradualità del processo storico, siamo ostili alla forma pura. (…) Nell’ortodossia si espresse più di ogni altra cosa l’aspetto escatologico del cristianesimo. Anche nel nichilismo russo si possono distinguere elementi ascetici ed escatologici. Il nostro è il popolo del fine ultimo, non dello stadio intermedio del processo storico».

L’odio per la materia

In effetti, come atteggiamento spirituale, nichilismo e apocalittismo sono le due facce della stessa e identica medaglia: la negazione di qualsiasi valore di questo mondo e l’attesa, o anche il desiderio febbrile della sua fine più rapida possibile.

In questo nuovo apocalittismo ci sono diversi elementi: religiosi, nazionalisti e politici. Innanzitutto, ci sono le dottrine gnostiche nate dalle idee occultiste e settarie dei primi secoli del cristianesimo e del Medioevo. In Russia, esse sono al centro delle idee dei Vecchi Credenti, secondo cui il mondo è già preda dell’Anticristo e deve quindi essere distrutto per accelerare il ritorno di Cristo.

Nell’era post-sovietica, stringendo una nuova alleanza con lo Stato, la Chiesa ortodossa russa ha iniziato ad agire come un suo strumento, come un’istituzione «patriottica», alla stregua dell’esercito o della Guardia Nazionale. Per un certo periodo, questo non ha impedito all’ortodossia russa di continuare a essere parte della Chiesa universale. Ma nel 2018, dopo che il patriarcato ecumenico di Costantinopoli ha riconosciuto l’autocefalia della Chiesa ucraina, la Chiesa ortodossa russa ha virato bruscamente verso lo scisma, ha deciso di separarsi dall’ortodossia universale ed è diventata, nello spirito e secondo la lettera della legge, una Chiesa «vecchio-credente».

La Chiesa ortodossa russa si è allontanata dalle riforme di Nikon del XVII secolo, che avevano avvicinato l’ortodossia russa a quella greca, e quindi ha smesso di essere «greco-cattolica» o «greco-russa» come spesso veniva ufficialmente chiamata. Il 16 ottobre 2018, il Sinodo della Chiesa ortodossa russa ha deciso di recidere ogni legame di comunione eucaristica con il patriarcato di Costantinopoli.

Ormai ad essere in preda del male e ad essersi alleato con l’Anticristo non è più soltanto l’Occidente cattolico-protestante, ma anche il mondo ortodosso contemporaneo e, innanzitutto, il «fraterno mondo ucraino». La Chiesa russa, che nell’XI secolo, insieme a tutta la Chiesa bizantina, si era allontanata dal cristianesimo occidentale, mille anni dopo, nel XXI secolo, sotto i nostri occhi, si è allontanata anche dai fratelli ortodossi dell’Occidente e si è messa sulla strada di un ulteriore scisma, cioè sulla strada di una sorta di suicidio della fede.

Poi, d’altra parte, sono seguiti dei passi altrettanto pesanti. Già nel 1872, un Concilio ortodosso tenutosi a Costantinopoli aveva condannato l’eresia «etnofiletista» come una forma di razzismo o tribalismo ecclesiastico, in quanto subordinava gli interessi della Chiesa nel suo complesso agli interessi politici nazionali di un determinato gruppo etnico. Ed anche allora era chiaro che l’ortodossia russa era preda dell’idea di una subordinazione della religione agli interessi dello Stato. Centocinquant’anni dopo, nel 2022, mentre infuriava la guerra della Russia con l’Ucraina, il patriarca ecumenico Bartolomeo, nel suo discorso programmatico alla conferenza internazionale. Per un mondo ragionevolmente aperto, ha sottolineato il pericolo rappresentato per tutto il mondo da questa eresia e dalla politica scismatica della Chiesa ortodossa russa.

Dopo la caduta del comunismo, ha detto, «la fede è stata di nuovo utilizzata a scopi ideologici. La Chiesa ortodossa russa si è schierata con il regime del presidente Vladimir Putin, in particolare dopo l’elezione di Sua Beatitudine il patriarca Kirill nel 2009. Essa svolge un ruolo attivo nella promozione dell’ideologia del Russkij Mir. (…) Questa ideologia è lo strumento di legittimazione dell’espansionismo russo e il fondamento della sua strategia euroasiatica. Il legame tra il passato dell’etnofiletismo e il presente del “mondo russo” è evidente. La fede diventa in tal modo il fondamento stesso dell’ideologia del regime di Putin».

Il patriarca ecumenico ha così descritto l’indole scismatica dell’attuale Chiesa ortodossa russa, trasformatasi in una setta nazionalista nel quadro di uno Stato caratterizzato da una politica di grande potenza. Ora, allo statalismo dell’ortodossia russa si è aggiunto pure un militarismo non solo di natura politica, ma anche apocalittica, in quanto la Chiesa invita i suoi fedeli non solo a morire per la patria ma, in caso di sconfitta militare, a prepararsi ad annientare l’intera umanità.

Una nuova religione della morte

In questo senso stiamo assistendo all’emergere di una nuova religione di Stato, una religione della guerra e della «fine dei tempi», che combina ingredienti altrimenti difficilmente conciliabili: fascismo, ortodossia, religione dei vecchio-credenti, eurasismo, nazionalismo russo, settarismo apocalittico, culto dello Stato, imperialismo e millenarismo.

Questo apocalittismo militarista non ha praticamente alcun legame con il trascendente. Se è una religione, non sa nulla e non vuole sapere nulla di un Dio creatore, né del mondo come opera amata dal Dio che l’ha creata; se è un cristianesimo, non parla né di Cristo, né di amore, né di misericordia, né di perdono, o del mistero della persona umana, della vita e della resurrezione. Si tratta di un apocalittismo, essenzialmente anticristiano, centrato sull’idea della morte, intriso di odio per la persona, per la dignità e la libertà umana, pieno di disprezzo per la scienza e per la tecnica, il cui unico ideale consiste nella distruzione, nel massimo esaurimento di tutto ciò che costituisce il substrato materiale della vita e nell’eliminazione della vita in quanto tale.

Questo apocalittismo è vicino alle concezioni ctonie del potere della terra sull’uomo, della massa continentale della terra che divora gli individui e li trasforma in propaggini deboli, senz’anima e apatiche del corpo nazionale. Di qui viene anche la prossimità di questo apocalittismo al fascismo.

Com’è noto, Umberto Eco aveva individuato 14 archetipi caratteristici del fascismo, ma si possono ridurre a un’unica formula che li riunisce tutti. Il fascismo è un tentativo collettivo di guarire dal trauma della nascita attraverso l’esperienza di una morte simbolica (ma, in ultima analisi, anche fisica); in altre parole, è un tentativo di sottrarsi alla coscienza, al linguaggio, all’individualità e a tutte le ansie di un’esistenza distinta e problematica. È una pulsione a liberarsi dalla propria personalità e a morire estaticamente nel seno collettivo della terra, del popolo, della massa.

Nel contesto russo, la mentalità escatologica (dal greco eschatos: fine) si manifesta molto più fortemente che non nel nazismo tedesco o nel fascismo italiano. E questo non solo perché la dimensione escatologica del cristianesimo è sempre stata più pronunciata nell’ortodossia, ma anche perché, dopo l’invenzione della bomba atomica, l’idea di Giudizio Universale ha smesso di essere un concetto religioso e ha assunto una dimensione pratica.

La formulazione più chiara a questo proposito ci è stata offerta da Aleksandr Dugin in quanto, da vecchio-credente, le rappresentazioni della fine dei tempi tipiche dei vecchio-credenti gli stanno particolarmente a cuore: «Quella che viene proclamata qui è la mobilitazione escatologica degli eurasiatici! Tutte le cose si avvicinano alla loro fine e alla loro conclusione. FINIS MUNDI. La fine del mondo».

Secondo la logica di Dugin, per la Russia è ormai giunto il momento di compiere la sua missione su scala globale, in quanto, tra tutte le civiltà conosciute, si distingue per il suo consapevole orientamento verso la fine della storia e di tutte le cose. E continua:

«Quello che dobbiamo fare non è chiederci se la fine del mondo arriverà o meno, ma pensare a come realizzarla. Questo è il nostro dovere. Non arriverà da sola… Sta a noi decidere. E, soprattutto, sta a noi trovare un modo per porre fine a questa storia…».

I metafisici folli, posseduti da manie di grandezza e sete di suicidio, pensano e dicono molte cose. La questione si fa molto più preoccupante quando un simile insieme di idee si impadronisce di un capo di Stato, che sta conducendo il suo paese e il mondo intero verso il disastro nucleare.

Già nel 2018, quando presentò le ultime versioni delle armi nucleari all’Assemblea federale, Putin espresse la propria visione del futuro con una frase che all’epoca venne considerata ancora semplicemente delirante: «Come martiri, noi andremo in paradiso, mentre loro moriranno e basta perché non avranno avuto il tempo di pentirsi». Che cos’è: uno scherzo sinistro, un avvertimento spietato, un gesto di sacrificio o di vendetta?

Putin stabilì allora per la prima volta un legame tra la politica e i dispositivi militari russi, da un lato, e l’escatologia, la fine del mondo e il passaggio nell’aldilà, dall’altro. Veniva indicato il terreno di una nuova ideologia religiosa i cui eroi saranno i cercatori della fine del mondo, i martiri e gli edonisti della futura apocalisse che, separandosi dall’intero universo, faranno della morte dell’umanità la loro professione.

E ora il patriarca, benedicendo Putin per un altro mandato, collega direttamente il significato della sua prossima attività con la «fine del secolo». Di quale secolo sta parlando? Certamente non del nostro secolo, non dell’arrivo del XXII secolo, quando il presidente avrà 148 anni. «Secolo» nel linguaggio ecclesiastico è una traduzione del greco «eone». Nel Nuovo Testamento, «eone» indica l’intero mondo esistente, contrapposto al «secolo venturo» che verrà dopo la fine del mondo.

«La benedizione di Dio, la protezione della Regina del Cielo, possano rimanere con voi nella vostra vita, fino alla fine del secolo, come diciamo noi». Si parla quindi della fine del mondo così come lo conosciamo noi. È evidente che il patriarca affronta volutamente questo tema, dal momento che rileva l’audacia del suo giudizio sul mistero supremo. Il desiderio che la fine dell’eone coincida con la fine della permanenza di Putin al potere indica che la follia apocalittica è passata dalle fantasie oziose di Dugin alla narrazione teologica della Chiesa ortodossa russa. Inoltre, la missione di portare a compimento l’eone è ora affidata non solo a un paese e a un popolo precisi, ma anche – con il dito puntato del patriarca – al suo leader. Lasciatelo governare fino alla fine di questo mondo, e questo sarà anche il compimento perfetto del suo «grande servizio».

L’aspetto più caratteristico del nuovo apocalittismo russo è che, a differenza di tutti i movimenti precedenti di questo tipo, è tecnicamente armato. Per realizzare le sue aspirazioni a una fine universale, possiede armi nucleari, la materia della morte e dell’inferno, che possono effettivamente porre fine a tutta la vita sulla Terra. Questa oggettivazione della catastrofe planetaria conferisce all’apocalittismo la forza e l’«argomento» di cui erano prive le precedenti sette gnostiche, compresi i vecchio-credenti.

Sognavano un fuoco purificatore che avrebbe bruciato il mondo immerso nei suoi peccati, ma erano impotenti a portarlo sulla Terra. Ora c’è questa forza, e c’è un grande paese che i necrosettari vogliono trasformare nell’avanguardia apocalittica dell’umanità per compiere la missione della sua auto-immolazione. C’è un leader che spiana la strada verso questo obiettivo e c’è un sacerdozio che lo benedice.

fonte Svoboda.org


Un agghiacciante filmato di propaganda russa per reclutare soldati promuove l’idea della guerra santa. Il messaggio finale è: «Noi siamo tatari, baschiri, ceceni, ciuvasci, ingusci, scianti, …noi siamo russi, Dio è con noi».

Michail Epštejn

Studioso di letteratura russo-americano, saggista e teorico culturale, è professore emerito di teoria culturale e letteratura russa presso la Emory University di Atlanta, Georgia. I suoi scritti comprendono la letteratura russa, la filosofia della religione, la semiotica e gli approcci interdisciplinari nelle scienze umane.

L’anima americana è in vendita?

7 Agosto 2024 – di Judie Brown – Corrispondenza Romana

Il cosiddetto “atteggiamento pro-vita” che ammette di permettere l’aborto di un bambino innocente nel grembo materno fino alla quindicesima settimana di vita è a dir poco demoniaco. Non solo proposte sbagliate come quelle abbracciate dall’ex presidente americano Donald J. Trump vanificano l’obiettivo della protezione totale di ogni essere umano vulnerabile, ma trasmettono il messaggio che ormai non esiste più un vero sostenitore della vita. Se avete qualche dubbio su questo, forse l’esempio che segue illuminerà la conversazione.

Consideriamo il caso della bambina di due anni che ha sviluppato dei problemi e il suo comportamento è diventato così difficile da gestire per i genitori che decidono di non volerla più tenere in casa. Dopo averla abbandonata in un vicolo lì vicino, attendono semplicemente la notizia che è stata sbranata da cani selvatici o che è morta di fame. 

Alcuni vicini, inorriditi, denunciano l’accaduto alla polizia locale che, grazie al DNA, riesce a identificare i resti e ad accusare i genitori di omicidio colposo. “Che crimine orribile”, si potrebbe dire, ma la domanda è: “Quando un crimine come questo è considerato accettabile in una società rispettabile?”. La risposta è: “In qualsiasi momento precedente alla nascita di un bambino”. In America, un atto del genere è considerato una semplice scelta dei genitori e non c’è bisogno di fare altro. Questo è il massimo del relativismo morale, naturalmente, ma cosa dobbiamo aspettarci nell’atmosfera odierna di vuota retorica e inganno organizzato?

Se tutto ciò vi sembra scandaloso, allora dovete ammettere che figure politiche come Trump e il suo vice-presidente Vance sono colpevoli di approvare l’uccisione di bambini finché non hanno ancora raggiunto le quindici settimane di età gestazionale. In America chiamano questa posizione “pragmatica”, osservando che Trump è “politicamente realistico” dal momento che ha suggerito che ciascuno dei 50 Stati Uniti prenda in considerazione la questione piuttosto che proporre una legge nazionale. 

Esaltando questo atteggiamento moderato nei confronti dell’aborto, la piattaforma repubblicana afferma quanto segue in merito alla depenalizzazione dell’aborto: «Dopo 51 anni, grazie a noi, questo potere è stato dato agli Stati e al voto del popolo. Ci opporremo all’aborto tardivo…».

In altre parole, il messaggio politico è che i bambini nel grembo materno continueranno a morire per mano degli abortisti e attraverso l’uso di sostanze chimiche, e nessuno si preoccupa di questa carneficina. Così la verità scientifica che un bambino nel grembo materno è un essere umano è stata cancellata dal panorama politico. La spiegazione è che se il popolo americano non appoggia una posizione totalmente a favore della vita, i politici seguiranno la corrente se vorranno essere eletti.

Tutto questo suona vagamente familiare a coloro che, come noi, sono stati in trincea a favore della vita per molti anni, e capiamo le ragioni per cui la nostra richiesta di chiamare l’aborto con il suo vero nome – e cioè omicidio – è un anatema per i politici. Essi hanno una miriade di ragioni per ignorare la verità, tra cui argomenti quali: “Voglio vincere!”, “Voglio ottenere la maggioranza!”, “Non voglio sostenere posizioni estreme con i miei sostenitori!”, “Dobbiamo raccogliere più soldi e quindi dobbiamo sembrare ragionevoli!”.

A prescindere dalle argomentazioni, il punto è che definire il nascituro come persona non è nelle corde… o almeno così vorrebbero farci credere gli indovini. Ma ho una notizia per loro: la verità non può essere modificata per adattarsi a un’agenda, indipendentemente da ciò che dice la gente.

Trump dovrebbe vergognarsi di se stesso, ma ancor più del suo compagno di corsa cattolico, J. D. Vance. Da quando in qua stiamo buttando alle ortiche Cristo e i suoi figli per accattivarci i favori degli arroganti e degli ignoranti?

È ora di dire la verità, indipendentemente dalle conseguenze. Non siamo chiamati a essere popolari, a vincere le elezioni o a fare i conti con la pubblicità. Siamo chiamati a essere fedeli e a non smettere mai di difendere la verità.

I bambini contano su di noi e, a un livello più fondamentale, non possiamo permetterci di vendere la nostra anima ai compromessi e ai pragmatismi, a meno che, ovviamente, non stiamo facendo l’autostop per l’inferno.

(Judie Brown, Presidente dell’American Life League, in Voice of the Family)

LA GRAZIA DEL MOMENTO PRESENTE

di Roberto de Mattei – Corrispondenza Romana 1859 – / Agosto 2024

Ho voluto dedicare la conclusione dell’Università d’Estate della Fondazione Lepanto, che si è tenuta a Subiaco dal 25 al 28 luglio 2024, alla teologia della storia cristiana, con queste parole:

«I secoli passano, le circostanze sono diverse, ma Dio non muta, la Chiesa cattolica è la medesima e la lotta continua ad essere quella tra le due città che si oppongono nella storia come due eserciti.

 La teologia della storia cristiana ci assicura che la Città di Dio è sempre vincitrice; l’apparizione della Madonna a Fatima ci assicura che il trionfo storico del Cuore Immacolato è vicino; l’analisi storica e logica del dinamismo rivoluzionario, ci assicura della irreversibilità del movimento contro-rivoluzionario.

Tuttavia, a chi è immerso nella lotta sfugge il grande orizzonte del campo di battaglia, che sembra talvolta avvolto dalla nebbia o dalle ombre della notte. Esiste il rischio di perdere la strada, ma soprattutto di perdere di vista l’obiettivo ultimo delle nostre battaglie e del nostro cammino. Perché il cammino è lungo e non è lineare. Si avanza per sentieri tortuosi, con ampie curve, talvolta il terreno è ripido e impervio, talvolta pianeggiante, discende poi risale improvvisamente.

Nell’insieme, il movimento certo è ascendente, ma non rettilineo. Si sale verso la cima, ma superando picchi, costeggiando abissi e dirupi, attraverso un percorso diseguale. E i nemici che ci assalgono sono di ogni genere. Così è la storia dell’umanità, così è la nostra vita. E quando cala la notte della confusione, il buio del caos, la paura ci assale.

Uno scrittore francese degli anni Trenta del Novecento, Louis-Ferdinand Céline ha scritto un romanzo che si intitola: Voyage au bout de la nuit (Viaggio al termine della notte). In questo romanzo Céline attribuisce a un ufficiale delle Guardie Svizzere, che si immolarono alle Tuileries nel 1793 per difendere Luigi XVI, una canzone che dice «Notre vie est un voyage / Dans l’Hiver et dans la Nuit / Nous cherchons notre passage / Dans le Ciel où rien ne luit » (La nostra vita è un viaggio / in Inverno e nella Notte / noi cerchiamo il nostro passaggio / in un Cielo senza luce»).

Questo pessimismo romantico non corrisponde alla realtà. È vero che spesso avanziamo nelle tenebre della notte. Ma alla notte segue sempre l’alba luminosa del giorno. E di giorno e di notte la luce soprannaturale che guida il nostro cammino non viene mai meno. 

Quando avanziamo nella notte, il nostro cammino è illuminato da una fiaccola, che illumina i nostri passi, anche se non ci permette di vedere lontano, né davanti né dietro. Questa fiaccola è la grazia del momento presente che attraverso il suo pur limitato fascio di luce, ci permette di non inciampare, di non perdere il sentiero, di mantenere la giusta direzione.  

È a questa grazia del momento presente che si riferisce Nostro Signore quando dice: «Sarò con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 28, 18-20). Tutti i giorni, nessuno escluso, ma anche tutti i momenti, perché non c’è un attimo della storia o della nostra vita che sia sottratto alla sua grazia.

Il momento presente è quello che più ci avvicina all’eternità, perché il momento presente “è”. Il passato non è più, il futuro non è ancora, ma è nell’essere del momento presente, che noi incontriamo Dio, che può essere definito come un eterno presente, perché Dio è l’Essere per essenza. Noi saremo giudicati da Dio nel momento presente, che sarà quello della nostra morte. La nostra vita conosce ombre e luci, alti e bassi o quanto meno la possibilità di alti e di bassi, di picchi diversi, perché nessuno è in pericolo di cadere più di quanto non lo sia chi aspira ad essere perfetto, ma il momento della verità sarà quello della nostra morte.

Talvolta pensiamo che allora Dio farà il bilancio della nostra vita e ci giudicherà secondo una media aritmetica. Non è così. L’immagine della bilancia inganna. La nostra vita non sarà giudicata nel suo insieme, ma in un solo momento, quella che potremmo definire l’istantanea della morte. 

Se dovessimo concepire il giudizio come una bilancia in cui si soppesano le quantità di male o di bene che abbiamo commesso, potremmo fare sciocchi calcoli per cui il peccato di oggi potrebbe essere bilanciato dall’atto di virtù di domani. Non è così. Certo ogni mancanza conta, come conta ogni corrispondenza alla grazia, perché ogni atto ha delle conseguenze, ma non nel senso di una media aritmetica.

 Ciò che veramente conta è l’ultimo istante della nostra vita, il flash al traguardo, e nessuno sa quale sarà l’immagine che in quel lampo di tempo sarà consegnata all’eternità. Nessuno sa qual è l’ultima grazia che riceveremo e se a quell’ultima grazia corrisponderemo. E nessuno conosce il momento della propria morte.  Per questo dobbiamo vivere nel momento presente. La nostra vita non è un film, a lieto fine, ma una successione di istantanee fotografiche del momento presente.

Vivere nel momento presente significa non scoraggiarsi mai, ma vivere abbandonati di momento in momento alla Divina Provvidenza, che di quell’attimo fuggitivo conosce il profondo significato. Vivendo nel momento presente, esercitiamo la virtù di cui più abbiamo bisogno, soprattutto in questi giorni: la speranza, la fiducia nel trionfo finale del Cuore Immacolato di Maria.

Il diario di Eshkol Nevo da Israele, la decima puntata: “Pianti, fughe, alcol: la guerra ci corrode”

di Eshkol Nevo- Corriere della sera  – 4 Agosto 2024

Lo scrittore: credevo che la tregua sarebbe arrivata. E invece ora tutto brucia

Ho indugiato, prima di scrivere questa puntata del Diario. Aspettavo il cessate il fuoco. Credevo che sarebbe arrivato. Volevo scrivere di cuori traboccanti di speranza, di persone che tornavano a sorridere. Di case ricostruite ai due lati del confine. Ma il cessate il fuoco non è arrivato, anzi: tutto brucia. Le fiamme si stanno diffondendo su altri fronti. Al supermercato ci sono lunghe code. La gente compra pacchi di acqua e powerbank per i cellulari, per essere pronta a permanenze prolungate nei rifugi.

Il cessate il fuoco non arriva a causa degli interessi politici di Netanyahu? Oppure perché Hamas mira a trascinare l’intera area in una guerra totale? Non lo so. È difficile stabilirlo. Quel che è chiaro, inequivocabile, è il modo in cui la quotidianità di guerra corrode l’anima degli abitanti di Israele. Le persone scoppiano a piangere così, senza motivo, mentre ti parlano. Bevono di più. Fumano più erba, nel tentativo di smorzare la paura. Ci si sente a disagio a essere allegri. Persino ai matrimoni si parla degli ostaggi. 

E c’è un altro fenomeno, di cui nessuno parla: lo stillicidio di israeliani che vanno all’estero. Alcuni partono per respirare aria libera da missili per qualche settimana e poi tornano. Altri, come la famiglia della migliore amica di mia figlia, non riescono più a sopportare tanta tristezza ed emigrano, non torneranno più. Si parlano tre volte al giorno con FaceTime, mia figlia e la sua amica. Io so, e non le dico, che fra un pochino si parleranno solo una volta al giorno, e poi una alla settimana, e poi una all’anno. 

Non giudico chi non ce la fa più. Può darsi che la loro scelta sia più logica, più responsabile. Ma io rimango. Con i miei amici e i miei studenti e la mia lingua. Senza la mia lingua non posso vivere. E continuo a spostarmi da un posto all’altro, ad ascoltare, a tentare di aiutare, a ricordare. 

Scendo verso il Sud per un incontro con i lettori. È il primo incontro da quando è cominciata la guerra, mi avverte Uri, il direttore della biblioteca, mentre sono già in viaggio, perciò non so quante persone interverranno. Sarò contento comunque, lo tranquillizzo al telefono. Soprattutto sarò felice di vedere te. Ci conosciamo da ormai vent’anni, Uri e io. Mi ha conquistato il giorno in cui gli ho chiesto, dopo una vacanza estiva, com’era andata con la famiglia, e lui ha risposto: un incubo. Chi è disposto ad ammettere di non essersi goduto una vacanza in famiglia può diventare mio amico. Quando entro nella biblioteca ci abbracciamo e mi offre un whisky. Fino a oggi mi aveva sempre offerto caffè o tè. All’improvviso whisky. Facciamo un brindisi e gli chiedo come sta. Non granché, mi risponde. Soffro di disturbo post-traumatico da stress. Diagnosticato. Ti hanno richiamato in guerra? Sono sorpreso, deve avere almeno sessant’anni. Non esattamente, risponde. E spiega: sabato 7 ottobre ha fatto l’errore di guardare uno dei video diffusi da Hamas e ha visto qualcosa che ha fatto riemergere gli orrori a cui aveva assistito mentre era soldato durante la seconda guerra del Libano. Da allora di notte non dorme. Si sveglia per gli incubi. Di giorno tira avanti a malapena. Ha perso venti chili. Non so cosa dire, perciò taccio insieme a lui e gli chiedo di versarci un altro whisky. D’un tratto mi sorge un dubbio. Ascolta, gli dico, fra i brani che ho in programma di leggere durante l’incontro alcuni rischiano di riattivarti il trauma. Pensi sia il caso che li elimini? Leggi quello che vuoi, mi dice. Se sarà un problema, posso sempre tornare nel mio ufficio. 

Una settimana dopo l’incontro m’informo di come sta. Sulla mia testa c’è una nuvola, scrive. A volte è piccola, quasi inoffensiva, poi di colpo diventa un nuvolone nero e minaccioso. Leggo e penso che senza rendersene conto ha descritto perfettamente lo stato d’animo di un intero Paese. 

Finita una visita dal dentista mi accorgo di non avere il tempo di riaccompagnare a casa le mie figlie, perciò chiamo un taxi usando un’applicazione. Come si chiama l’autista? chiede la grande. Ahmad, rispondo. Annulla la prenotazione, dice, è arabo. Neanche per idea, ribatto indispettito. Che differenza fa se è arabo. È un essere umano proprio come te e come me. Ed è cittadino di questo Paese come te e come me. Le mie amiche fanno così, annullano se vedono che il taxista ha un nome arabo, mi spiega. Annulla, papà, non voglio correre rischi. Neanche per idea, mi impunto. Ormai è diventata una questione di principio. Di educazione. Se preferite potete andare a piedi. La sorella minore ascolta la discussione in silenzio, in attesa di sentire come va a finire. Il tassista arabo arriva. Salgono a bordo e arrivano a casa sane e salve, ovviamente. Ho vinto la battaglia. Ho trasmesso il giusto messaggio alle mie figlie. Perché allora in bocca mi è rimasto il gusto amaro della sconfitta? 

Mio padre, che ha ottantadue anni, è diretto a nord, al confine con il Libano. Vuole controllare in che condizioni è la nostra casa al kibbutz Malkia. Ci ha vietato di raccontare alla mamma che si trova nella zona che Hezbollah bombarda senza sosta. Lei impazzirebbe dalla preoccupazione ed è già debole di cuore. Dalla macchina mio padre mi comunica: al cancello di Malkia ci sono i soldati di guardia, ma basta dirgli: abito qui, e ti lasciano entrare. La casa è intera, continua a riferire. Non è stata colpita e nemmeno saccheggiata. Ma il giardino è inselvatichito. Il kibbutz è deserto, nessuno cammina per i sentieri, e nella piscina, che di solito d’estate è affollata di gente in vacanza, non c’è acqua. In quella piscina ho insegnato alla mia figlia minore a nuotare. Non riusciva, ci sono voluti giorni. Si teneva al galleggiante, si teneva a me, si rifiutava di mollarmi. Ormai credevo che sarebbe andata avanti così all’infinito, stavo perdendo le speranze, quando di botto, senza alcun preavviso, ha lasciato la presa e nuotato fino alla sponda opposta, da sola, a grandi, belle, bracciate, e poi è tornata da me entusiasta, ce l’ho fatta! Hai visto? Hai visto? La prossima volta vengo con te, dico a mio padre. Sei sicuro? mi chiede. Sì, penso, la nostalgia è più forte di tutto. 

(Traduzione di Raffaella Scardi. 
Questa è la decima puntata del diario di guerra di Eshkol Nevo. La prima puntata è uscita sul Corriere il 7 novembre, la seconda il 3 dicembre, la terza il 27 dicembre 2023, la quarta il 23 gennaio 2024, la quinta il 22 febbraio, la sesta il 26 marzo, la settima il 10 aprile, l’ottava il 26 maggio e la nona il 23 giugno)

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