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Cavo Dragone: «I missili a lungo raggio sono un rischio. Non invieremo soldati ma sarebbero pronti»

di Fabrizio Caccia – Corriere della Sera – 17 Marzo 2023

Con l’ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone, 67 anni, il capo di stato maggiore della Difesa, è arrivato il momento di fare un punto sulla grave situazione internazionale e sui rischi che corre il nostro Paese.

Partiamo da qui, ammiraglio: la Russia sta davvero vincendo la guerra?

«Direi proprio di no. Quello che Putin voleva ottenere, cioè una vittoria in tre giorni, arrivare a Kiev e sovvertire la governance ucraina, non è accaduto. Sono passati due anni e tutti i suoi obiettivi strategici sono falliti. Addirittura Finlandia e Svezia sono entrate nell’Alleanza atlantica che ora può contare su 32 Paesi.

È vero, adesso è in corso un contro-contrattacco di Mosca, ma fa parte della dinamica degli eventi. L’importante è che non si affievolisca il sostegno internazionale, perché la resistenza e il coraggio del popolo ucraino non sono cambiati, sono gli stessi di due anni fa».

Vuole dire che l’Europa dovrebbe fare di più per aiutare l’Ucraina?

«Sì, lo deve fare per aiutare gli ucraini ma non solo, anche per difendere i nostri valori, il nostro stesso modo di vivere. Perciò è necessario potenziare gli investimenti, essere coesi e lavorare sul multidominio, attrezzarci cioè per essere pronti su un ventaglio di arene: lo spazio, il cyber, la disinformazione. Sono queste le nuove frontiere».

Il presidente francese Macron ha offerto di inviare le sue truppe a Kiev, il ministro Crosetto lo ha escluso. C’è preoccupazione tra i nostri militari?

«No, il governo è stato chiaro, i nostri militari non andranno, anche se — fatemelo dire con orgoglio — sarebbero preparati a intervenire in un simile scenario».

Nel vertice di Weimar si è parlato di missili a lunga gittata da mandare in Ucraina: quanto sarebbero importanti per raddrizzare le sorti del conflitto?

«Non c’è dubbio che sarebbero importanti, ma andrebbero utilizzati con criterio. Occorre evitare il rischio di un effetto escalatorio e il coinvolgimento indiscriminato della popolazione».

Il ministro Tajani ha sottolineato il pericolo nucleare. Quant’è grande?

«Beh, io credo che lo stesso Putin sia consapevole che l’uso del nucleare sarebbe una sconfitta anche per lui. Il mondo intero non avrebbe un domani».

E per questo, forse, papa Francesco ha parlato del «coraggio della bandiera bianca»…

«La bandiera bianca nel mondo militare significa resa, ma penso che il Papa avesse in mente altro: il suo era un vero e proprio appello alla diplomazia per trovare una via negoziale che porti alla pace e salvaguardi l’essenza stessa della vita umana».

Il ministro Crosetto nei giorni scorsi ha escluso il ritorno della naja obbligatoria ma ha parlato anche del problema dell’età media sempre più alta tra le nostre forze armate. Ne potrebbe risentire l’operatività?

«Lo escludo, anche perché il governo sta già lavorando a un nuovo modello di sistema difesa-sicurezza integrato. L’ipotesi dei riservisti per esempio ha una sua validità».

E, da ammiraglio, che pensa della missione Ue Aspides ma soprattutto del ruolo guida dell’Italia?

«La situazione nel Mar Rosso è degenerata e la missione quindi è necessaria: ricordo che il 40% delle nostre merci passa per il canale di Suez. Per quanto riguarda la guida italiana credo sia il riconoscimento al valore e all’impegno negli anni delle nostre missioni: in Iraq, in Kosovo, in Libano, nel Golfo Persico».

La preoccupano le minacce degli Houthi all’Italia?

«Fanno parte della narrazione, ma non ci fanno paura. Abbiamo già reagito due volte ai loro attacchi, se capiterà la terza reagiremo ancora. Quando la nave Duilio ha abbattuto il drone, nel primo attacco, ho provato l’orgoglio di essere stato un marinaio e di essere un militare italiano. Il comandante Quondamatteo e il suo equipaggio sono stati bravi».

Come vede il futuro?

«L’Italia ha bisogno che l’Alleanza atlantica faccia attenzione non solo al fianco Est ma anche al Sud, dove i cambiamenti climatici, i fenomeni migratori incontrollati, il rischio di infiltrazioni terroristiche, le mire di Russia e Cina, perfino gli idrocarburi e le terre rare dell’Africa usate come armi di ricatto, costituiscono una minaccia alla stabilità dell’area. Guai ad abbassare la guardia».

L’apatia del consenso popolare in Russia

di Stefano Caprio Asia news – 16 Marzo 2024

L’esito delle elezioni presidenziali e la stessa percentuale dei votanti sono già di fatto decise mentre la gente si reca ai seggi. Il consenso al regime putiniano è stato definito dal dissidente Vladimir Kara-Murza – sepolto in un lager siberiano – soltanto un effetto “del terrore e dell’apatia”. E l’eterno zar è solo l’apparenza di un sistema che esclude l’anima umana.

Sono ancora in corso le elezioni presidenziali in Russia, ma il Comitato elettorale nazionale (Vits) ha praticamente già diffuso da qualche giorno i risultati, che vedono il presidente (mai) uscente Vladimir Putin vincitore con circa l’80%, su una cifra analoga di partecipanti al voto. L’affluenza è il dato più intensamente ricercato e garantito, nonostante la scarsa propensione degli elettori a recarsi alle urne, con la precettazione obbligatoria degli impiegati statali e dei dipendenti delle ditte che vogliono ancora avere un futuro in Russia, oltre alla manipolazione del voto elettronico, un meccanismo regalato dal Covid e ormai imprescindibile per arrotondare le cifre delle presenze “a distanza”, dimensione del mondo virtuale che sempre più sta sostituendo quello reale.

Il consenso al regime putiniano è stato definito dal dissidente Vladimir Kara-Murza – sepolto in un lager siberiano in attesa del colpo di grazia della “morte improvvisa” in stile navalnista – soltanto un effetto “del terrore e dell’apatia”, i sentimenti che caratterizzano l’attuale popolazione russa, in ossequio alle sue tradizioni secolari, i cosiddetti “valori morali e spirituali”: il terrore è la morale, l’apatia lo spirito di cui si nutrono i russi da oltre mille anni. In realtà secondo il Vits il consenso a Putin può essere tranquillamente calcolato al 100% e oltre, assommando i risultati degli altri candidati di contorno, essendo stato eliminato il possibile pallido oppositore Boris Nadeždin.

All’80% di Putin infatti si può tranquillamente assommare il 4% di Nikolaj Kharitonov, il candidato dei comunisti del Kprf, il partito rinato nel 1996 contro Eltsin e che ha fatto da apripista alla Russia Unita di Putin. Negli anni passati gli appelli al “voto utile” di Aleksej Naval’nyj avevano tentato di coinvolgere almeno in parte i comunisti in un’alternativa “ideologica”, se non proprio in una vera opposizione, appellandosi all’orgoglio di una formazione legata ai fasti del lungo dominio sovietico.

Ma il 76enne Kharitonov non è certo un esponente dell’ala più interventista del partito, presiedendo dal 2021 il comitato della Duma per lo sviluppo dell’Estremo oriente e dell’Artico, e avendo ricevuto da Putin l’onorificenza di “Eroe del lavoro” soltanto lo scorso anno. Tanto meno appare in qualche modo attraente la candidatura del 56enne Leonid Slutskij accreditato al 3%, esponente dei liberal-nazionalisti del partito Ldpr fondato negli anni eltsiniani dal massimo populista russo degli ultimi trent’anni, Vladimir Žirinovskij, che è stato privato dalla morte prematura della gioia da lui tanto invocata, quella di assistere alla rivincita della Russia contro il mondo intero nella guerra in Ucraina.

Potrebbe forse considerarsi in qualche modo distaccata dall’apoteosi putiniana la presenza alle elezioni di Vjačeslav Davankov, quarantenne di Smolensk presentato dal partito “Uomini nuovi”, una formazione creata nel 2020 di orientamento “comunitario, liberale e progressista”, in realtà accusata di essere un progetto sponsorizzato dal Cremlino con l’obiettivo di sottrarre voti ai navalnisti. Davankov è attualmente vice-presidente dell’assemblea federale, una struttura sovra-parlamentare che appare meno coinvolta nella retorica bellica, ed è stato indicato da alcuni come possibile nome alternativo rispetto al consenso plebiscitario putiniano, dopo l’eliminazione di Nadeždin. Per questo le sue percentuali oscillano tra il 5 e il 7%, e rimane uno spazio valutato tra il 6 e il 9% di indecisi; se si attribuiscono anche queste cifre al sostegno del presidente, di fatto Putin vince con oltre il 100% dei consensi. Altri sondaggi meno ufficiali vedono Kharitonov e Slutskij davanti a Davankov, ma la differenza dei fattori non cambia le somme complessive.

La lotta per il secondo posto, nella raccolta delle briciole rispetto al consenso incontrastato allo zar regnante, non ha certo un grande significato per il futuro della politica in Russia, tanto più che anche alle elezioni precedenti di terzo-quarto mandato erano stati messi in campo altri candidati di facciata per abbellire la consacrazione “democratica” del presidente. Queste però sono elezioni speciali, sia per lo stato bellico che impone alla Russia di rianimare il patriottismo militante, sia per la grande manifestazione della “fine di ogni dissenso” legata alla morte di Aleksej Naval’nyj giusto un mese fa, seguita dalla processione funebre dei fiori deposti alla tomba come espressione muta e plateale della solidarietà popolare ai perseguitati dal regime. Lo stesso Naval’nyj aveva proposto il “mezzogiorno contro Putin”, recandosi tutti insieme alle urne alla stessa ora, gesto impossibile da proibire ufficialmente, anche se facile da confondere con orari controllati da parte degli scrutatori e delle forze dell’ordine; per ogni evenienza, le autorità hanno ammonito chi intende partecipare ad “assembramenti sediziosi di mezzogiorno”. Per il resto c’è confusione tra i seguaci del politico ucciso nel lager di Kharp: la moglie di Naval’nyj, Julia, ha proposto di scrivere il nome del marito sulla scheda, o comunque di annullarla scrivendo frasi in favore della pace e di condanna dell’oppressione di regime. Molti hanno però obiettato che le frasi estranee alla lista dei candidati possono essere ignorate, assegnando il voto allo stesso Putin, e per questo hanno proposto di annullare la scheda votando due o tre candidati contemporaneamente, oppure di votare Davankov per far vedere con qualche punto di percentuale il desiderio di un’alternativa.

Di fronte a queste incertezze, risuonano ancora più acute le parole dello stesso Naval’nyj dal lager, pochi giorni prima della sua morte: “Voi vi state angosciando, mentre io me la godo. Io non ho il vostro problema, perché i condannati non possono votare, ma ho un altro problema: mi preoccupa la vostra angoscia, perché non sapete che fare a mezzogiorno del 17 marzo. Io vi ho invitato a votare contro Putin, cioè per qualunque altro candidato, ma per quanto ripeta che non conta né politicamente, né matematicamente per chi voi votiate, vi toccherà comunque entrare nella cabina elettorale e prendere in mano la scheda… il voto utile è solo contro Putin, non a favore di nessun altro, mettete un nome a caso”. L’unico voto che non si può esprimere è quello “contro tutti”, una variante che esisteva negli anni ’90 ed è scomparsa con l’avvento di Putin nel 2000. Probabilmente gli ricordava il vote blanc della rivoluzione francese, che veniva calcolato come percentuale non di astensione, ma di rifiuto di tutti i candidati, e nemmeno questa modalità si può accettare nella Russia putiniana, perché aprirebbe uno spiraglio a inammissibili sentimenti di insoddisfazione.

In ogni caso, la processione dei fiori alla tomba di Naval’nyj, che prosegue incessante anche dopo i giorni delle esequie, rimane una manifestazione di protesta ben più efficace di qualunque minima strategia elettorale, tanto che la procura generale ha istituito il nuovo crimine di tsvetopoloženje, la “deposizione di fiori” davanti a monumenti e luoghi pubblici. Non si riesce comunque a vietarla al cimitero di Borisovo, soprattutto in questo periodo di inizio delle celebrazioni quaresimali, quando diventa sempre più frequente la visita al cimitero ai propri cari nell’avvicinarsi del disgelo primaverile e dell’annuncio pasquale, quando tutti i fedeli ortodossi sono invitati a recarsi presso le spoglie dei defunti per comunicare la Radonitsa, la gioia della risurrezione di Cristo.

 L’espressione del pensiero alternativo rimane un fattore importante, non solo nella partecipazione emotiva alla tragedia di Naval’nyj, ma in tante altre manifestazioni di dissenso represse con i metodi del terrore, arresti e multe per frasi e sorrisi sgraditi, fino alle torture e agli assassini nei lager. Ci sono i preti pacifisti scomunicati, gli intellettuali emarginati e gli attivisti di qualunque associazione impediti di proseguire le proprie iniziative, comprese quelle ecologiste o animaliste. C’è il milione di russi fuggiti all’estero, e seguiti con apprensione dai propri familiari rimasti in balia del mostro statale. Più del terrore e delle persecuzioni, rimane però la questione veramente angosciosa circa le condizioni del popolo russo, costretto a inchinarsi alla divinizzazione zarista che minaccia il mondo con la guerra nucleare: rimane l’apatia, l’assenza di un qualunque desiderio di esprimere sé stessi e il proprio spirito, la notte dell’anima che caratterizza la Russia di Putin.

I russi hanno la memoria dei tempi antichi e di quelli sovietici, quando le motivazioni per qualunque iniziativa erano predefinite dall’ideologia dello Zar o dello Stato, e la condizione di pace e benessere della vita sociale non prevedeva l’assunzione personale di alcuna responsabilità, né da parte dei singoli, né delle famiglie o di qualunque altro gruppo, ufficiale o spontaneo. Il trauma del decennio “liberale” eltsiniano, con la prevaricazione di ogni principio e di ogni diritto da parte dei più violenti, dei più arroganti e dei più sfrontati, gli oligarchi e i banditi fino ai politici in cerca soltanto di potere, ha generato il desiderio di consegnarsi nuovamente nelle mani di un “sistema” stabile e garantito, più ancora che in quelle di un “uomo forte” autoritario o carismatico. L’eterno Putin è solo l’apparenza di un sistema che esclude l’anima umana, e non cambierebbe nulla se al suo posto ci fosse soltanto un sosia o uno spettro, che getta ombra sulla Russia e sul mondo intero.

Le tante prove del “Disegno intelligente” che ha creato l’Universo

www.diolascienzaleprove.com – www.sonda.it

Per quasi cinque secoli si sono accumulate scoperte scientifiche che hanno suggerito che fosse possibile spiegare l’Universo senza la necessità di un Dio creatore. Inaspettatamente, il pendolo della scienza ha oscillato nella direzione opposta.

Dopo aver definito cosa sia una prova nella scienza e le implicazioni delle due tesi opposte dell’esistenza o meno di un Dio creatore, il libro affronta le scoperte scientifiche degli ultimi 150 anni, che hanno portato a una vera rivoluzione concettuale.

Solo 100 anni fa tutti gli scienziati pensavano che l’Universo fosse eterno e stabile, mentre oggi sappiamo che ha avuto un inizio, avrà una fine, è in espansione e proviene da un Big Bang. Questo punto solleva la questione di un Dio creatore.

La scoperta della regolazione fine dell’Universo, che rende possibile l’esistenza degli atomi, delle stelle e della vita complessa, è un secondo punto chiave che solleva anche la questione della sua origine.

In un linguaggio accessibile a tutti, gli autori offrono un’affascinante panoramica delle prove scientifiche dell’esistenza di Dio.

Vengono così portate alla luce evidenze razionali convergenti, in campi indipendenti, che gettano una luce nuova sulla questione, forse, decisiva.

Con i commenti finali di Vincenzo Balzani, Noemi Di Segni, Roberto Giovanni Timossi, John C. Lennox, Andrew Briggs, Denis Alexander, Luc Jaeger, Cardinale Robert Sarah, e Monsignor André Léonard.


LE TANTE PROVE DI “UN DISEGNO INTELLIGENTE CHE HA CREATO L’UNIVERSO

FRANCESCO DE MARTINI  13 MAR 2024 Il FOGLIO

Accettare razionalmente l’esistenza di un Dio creatore e regolatore si può, basta dare retta alla scienza. Un libro scientifico dove di fede e religione non si parla

In uno dei suoi ultimi (non facili) libri di divulgazione il matematico Roger Penrose ricorda di essere balzato sulla sedia per la sorpresa, e con lui i suoi colleghi dell’University College di Londra, ascoltando nel 1950 una conferenza nell’ambito di un ciclo radiofonico  sulla Bbc, del notissimo professore di Cosmologia a Cambridge, Fred Hoyle sul tema: “La natura dell’Universo”.

 La parola inattesa era lo scandaloso aggettivo “provvidenziale attribuito dal conferenziere, ateo convinto e universalmente dichiarato, a quanto in quei mesi nelle sue ricerche stava scoprendo circa la struttura sorprendentemente ordinata nei più remoti dettagli, delle costanti e delle condizioni iniziali che presiedono la dinamica dell’Universo. Attorno agli anni 50, in una fase adolescenziale della cosmologia moderna, si veniva scoprendo infatti, che il valore di queste costanti e di queste condizioni iniziali appariva “provvidenzialmente” in favore della vita dell’uomo e della Natura in cui viviamo.

 Quella fase  era l’inizio di una concezione della dinamica dell’Universo che porterà in anni successivi alla formulazione del “Principio antropico” entro un contesto dinamico detto di fine tuning. Una citazione di Leonard Susskind, professore di Fisica a Stanford chiarisce: “La maggior parte delle costanti è regolata con uno scarto dell’uno per cento, il che significa che se il valore differisce dell’uno per cento tutto collassa. I fisici possono certo affermare che si tratta di un colpo di fortuna ma bisogna riconoscere che questa costante cosmologica è regolata con una precisione di 1/10120. Nessuno pensa che si tratti unicamente di un caso. E’ l’esempio più estremo di regolazione iperfine…”.  

L’astrofisico della École Normale di Parigi, Trinh Xuan Thuan, aggiunge: “Una delle scoperte più sorprendenti della cosmologia moderna è la constatazione che le condizioni fisiche dell’Universo hanno dovuto essere calibrate con estrema precisione (fine tuning) per permettere la comparsa di un osservatore consapevole…Cambiate solo lievemente le condizioni iniziali o le costanti e l’Universo sarebbe vuoto e sterile: e non saremmo qui a discuterne… Questo è il Principio antropico”.

Queste sono solo due tra le centinaia di multiformi, estese testimonianze di insigni fisici e cosmologi, tra cui moltissimi premi Nobel, raccolte, ordinate e pubblicate in un grosso libro (600 pagine) appena uscito in edizione italiana a opera di due autori francesi: l’ingegnere Michel-Yves Bolloré (fratello del più famoso Vincent, patron di Vivendi), e Olivier Bonnassies, imprenditore, diplomato dell’École Polytechnique.

Il titolo del libro è, a prima vista un terrorizzante colpo al cuore: Dio, la scienza, le prove. L’alba di una rivoluzione (Sonda editore). Niente paura, perché non è affatto un libro di teologia, né viene proposto un qualsiasi accenno a un “Dio personale” o una qualsiasi forma di misticismo religioso: di religione o di Chiesa o di “fede” qui non si parla. Ma solo ed esclusivamente di scienza, con un linguaggio molto semplice e ben comprensibile.

Sembra un miracolo, ma l’assenza nel testo di una qualsiasi equazione matematica non sembra impedire la chiarezza e la precisione dei concetti entro una impostazione chiaramente didascalica. La precisione è garantita dall’uso frequente delle stesse testimonianze autentiche degli scienziati. La scienza è qui rappresentata dalla Fisica quantistica, dalla Cosmologia moderna e dalla moderna Biologia.

In proposito ben 40 pagine del libro (la cui prefazione è del premio Nobel Robert W. Wilson, lo scopritore nel 1964 della Radiazione elettromagnetica di fondo cosmico (Cmbr) raccolgono centinaia di dichiarazioni scritte e testimonianze di famosi scienziati premi Nobel. Ancora nel contesto della Cosmologia, è raccontata con dovizia di particolari la drammatica e anche tragica contesa attorno all’origine dell’Universo.

Qui ancora l’influente ateo Fred Hoyle, in accesa e dichiarata opposizione alla narrazione biblica, sviluppò e sostenne per anni la teoria dello “stato stazionario” con creazione spontanea di materia nell’Universo malgrado fin dal 1929 le osservazioni di Edwin P. Hubble ne avessero previsto l’espansione. Tutto finì con il fallimento clamoroso di quella ipotesi con la scoperta sperimentale della radiazione (Cmbr) nel 1964 che confermò l’esistenza di un Big Bang iniziale e quindi anche di una futura fine dell’Universo.

 Il versante tragico di quella lunga vicenda è raccontato nel libro con dovizia di particolari storici. Il regime sovietico di Stalin e quello nazional-socialista di Hitler che sostenevano accanitamente l’eterna stazionarietà dell’Universo accesero per anni una opposizione feroce alla “fisica ebrea” di Einstein arrivando alla fucilazione e all’internamento di molti scienziati. Nel libro lo stesso processo di analisi delle “prove”, unito a una accurata discussione e valutazione delle tesi opposte, è applicato ai processi della moderna Biologia, anche qui con dovizia di lunghe citazioni. Un esempio da Sir Francis Crick, premio Nobel scopritore della struttura del Dna: “Attualmente il divario tra il ‘brodo primordiale’ e il primo sistema a Rna capace di selezione naturale appare di un’ampiezza insormontabile… Un uomo onesto munito di tutte le conoscenze attuali, può solo affermare che, per ora, in un certo senso, l’origine della vita appare quasi un miracolo tante sono le condizioni che debbono essere soddisfatte perché il meccanismo si metta in moto…”. 

La tesi del libro è semplice, ma per molti versi è sorprendente e perfino rivoluzionaria se considerata nel contesto di una cultura moderna che nella prima metà del XX secolo era ancora condizionata dai dominanti determinismo e materialismo imposti dalla fisica classica. Materialismo che è stato trasmesso per osmosi ad altre scienze (quali ad esempio la psicoanalisi freudiana) e alle ideologie di natura sociologica e politica di origine ottocentesca. Ancora oggi, in Italia, data la generale ignoranza dei (spesso impervi) risultati raggiunti ogni giorno in modo tumultuoso dalla Scienza moderna, la cultura condivisa dagli intellettuali non-scienziati (uomini di lettere, giornalisti, filosofi, giuristi, economisti, etc.) appare intrisa degli stanchi pregiudizi del materialismo positivista di fine Ottocento.  In questa ottica appare quindi convincente l’ambizioso sottotitolo del libro: “L’alba della Rivoluzione”.  Infatti si dimostra qui che, negli ultimi decenni, con l’avanzare tumultuoso delle scoperte scientifiche, segnatamente agli sviluppi sperimentali nei campi della biologia e della fenomenologia quantistica in ambito cosmologico, il paradigma materialistico si è progressivamente attenuato in modo inatteso, mentre molte e multiformi “prove” di un “Disegno intelligente” sono venute a imporsi in modo indiscutibile. In questo quadro, l’irrazionale atto di “fede” consiste, se mai, per ognuno di noi, nella promozione della “prova”, ossia del risultato fenomenico, a “prova assoluta”, ossia alla finale personale accettazione di una verità raggiunta.

Quindi, prescindendo da ogni aspetto religioso, la scienza appare oggi come il più naturale e semplice sentiero che conduce alla accettazione razionale di un Dio creatore e regolatore dello sviluppo temporale dell’Universo. Quel sentiero è infatti oggi percorso da una stragrande moltitudine di uomini di scienza.

Il libro, di lettura molto semplice e appassionante, organizzato con argomentazioni al possibile esatte e comprensibili, in assenza di equazioni matematiche, è destinato ambiziosamente a un pubblico molto vasto. E quindi è destinato a incidere profondamente nella cultura contemporanea.

Francesco De Martini, Accademia dei Lincei

I «grazie» che dobbiamo a Kiev

 Corriere della Sera – 12 Marzo 2024 di Goffredo Buccini|

Zelensky ha rubato due anni ai disegni imperiali dello zar di Mosca e li ha regalati a noi

Al di là delle rassicurazioni formali, è dura credere alla casualità dell’attacco missilistico russo piovuto giorni fa su Odessa a poche centinaia di metri da Zelensky e dal premier greco Mitsotakis in visita: un’azione dalle conseguenze potenzialmente assai gravi anche per il coinvolgimento della Nato, di cui la Grecia è membro. Il segnale è chiaro, comunque. Il piccolo comico di Kiev, divenuto eroe popolare, resta bersaglio principe di Putin, perché ha fatto qualcosa che difficilmente lo zar di Mosca potrà perdonargli. Ha rubato due anni ai suoi disegni imperiali e li ha regalati a noi. E, nonostante il crollo nei consensi internazionali e gli autorevoli inviti ad alzare bandiera bianca, continua a farci guadagnare tempo prezioso.

Lungo è l’elenco degli scenari sui quali la resistenza ucraina ha bloccato le lancette nell’interesse delle democrazie. L’ultimo è la Transnistria, tornata a infiammarsi a fine febbraio, quando il parlamento della autoproclamata repubblica filorussa ha chiesto «aiuto» a Mosca contro la pretesa invadenza della Moldavia (di cui la Transnistria è parte). La Russia sta scaldando i muscoli ma fatica a impegnarsi adesso su un altro fronte (che passerebbe peraltro proprio dal corridoio di Odessa). Si va riproponendo in fotocopia lo schema che ha condotto Putin in Donbass e prima ancora in Crimea, ed è mutuato dal canonico pretesto sovietico per invadere Ungheria e Cecoslovacchia: l’aiuto «fraterno». Il popolo russo e le entità russofone sono assai più grandi degli attuali confini della Federazione e dunque tocca… riallargare quei confini. Chi in buonafede predica pace dovrebbe partire da questa semplice constatazione.

 La Transnistria è in mano a una gang finanziata e armata da Mosca ed è un museo a cielo aperto del comunismo sovietico. Ma non è folclore. È un monito. Gli eventi laggiù sarebbero precipitati già nel 2022 senza la sorprendente risposta dell’Ucraina all’invasione. Dunque, la sedicente repubblichetta putiniana ci dice molto sul grado di riconoscenza che dovremmo a Zelensky per avere rifiutato il famoso «passaggio aereo» offertogli da Biden all’indomani dell’aggressione russa. E non è certo la sola né la maggiore casella geopolitica in questione. Cosa sarebbe successo se il leader ucraino fosse scappato e i suoi si fossero arresi in quei giorni di fine febbraio 2022? Almeno altri nove scenari sarebbero mutati sul campo e nelle cancellerie.

Avremmo visto in una settimana i soldati russi sfilare nelle piazze di Kiev con le uniformi da parata che avevano negli zaini, alimentando la balla retorica della «denazificazione» e dando in realtà una grossa mano alla causa delle autocrazie che guardano a Putin. E avrebbe trovato consacrazione pratica il Russkij Mir, la teoria dello spazio russo alla base del putinismo che tanto somiglia al Lebensraum, quello sì, nazista. Svezia e Finlandia non avrebbero fatto in tempo ad attivare il loro meccanismo di adesione alla Nato, che ha rilanciato l’Alleanza Atlantica, prima del febbraio 2022 data in stato comatoso da Macron e ora impegnata in imponenti esercitazioni a poca distanza dalla Russia. 

La Lituania e la Polonia, membri Nato con l’exclave di Kaliningrad incuneata tra loro, si sarebbero trovate Putin immediatamente alle porte. A causa della Transnistria, il destino sacrificale della Moldavia si sarebbe compiuto per primo: di conseguenza il Paese soggiogato giammai avrebbe avanzato richiesta di entrata nella Ue (e men che meno l’avrebbe fatto l’Ucraina, s’intende).

Soprattutto, Putin avrebbe avuto ancora la sua forza militare pressoché intatta da puntare sull’Europa (si stima oggi che abbia perso 300 mila uomini e per rimpinguare il proprio arsenale militare è stato costretto a trasformare la Russia in un’economia di guerra, scelta che alla lunga peserà non poco sulla tenuta interna).

E L’Europa non avrebbe attivato i propri meccanismi di solidarietà verso l’Ucraina, i tredici pacchetti di sanzioni alla Russia: non ci sarebbe stata nessuna risposta comune, nemmeno simbolica. Neppure sarebbe mai stata abbozzata la politica di difesa europea che adesso comincia a delinearsi, benché fra mille tentennamenti residui: riforma dell’European Peace Facility; spesa comune o almeno coordinata e dibattito aperto sugli eurobond con cui finanziare una forza armata continentale; un supercommissario alla Difesa e il passaggio di Ursula von der Leyen dall’«European green deal» a un «European security deal». Da ultimo, ma non meno importante, sarebbe cresciuto l’impatto delle forze sovraniste e russofile che nei Paesi democratici avrebbero così influenzato più pesantemente di quanto già non facciano le scelte dei governi europei all’avvicinarsi delle elezioni del 2024.

Sono giorni duri, questi, a Kiev. Passata l’epopea resistenziale, è il tempo delle divisioni, dei renitenti e degli imboscati, dell’assenza di una strategia motivazionale prima ancora che dei denari per metterla in atto. Da generale Della Rovere ucraino, Zelensky s’è mutato secondo molti in una specie di cupo Macbeth che rimuove chi intralcia il suo potere (il popolarissimo generale Zaluzhny, in primis). Ma le ragioni per ringraziarlo sono scritte nella storia e in fondo anche nei persistenti tentativi dei russi di eliminarlo. La ragione più forte è che ci ha mostrato come la libertà non sia un pasto gratuito ma una conquista quotidiana. Rammentarlo ogni tanto sarebbe il minimo per onorare i due anni di respiro che quell’eroe per caso ci ha concesso.

Parolin: «La prima condizione per la pace in Ucraina è mettere fine all’aggressione»

di Gian Guido Vecchi Corriere della Sera 12 Marzo 2024

Il cardinale più stretto collaboratore del Papa spiega le parole di Francesco sul conflitto: ovvio che tocchi a Mosca il primo passo

CITTÀ DEL VATICANO — È «ovvio» che creare le condizioni di un negoziato spetti a entrambe le parti in conflitto, Russia e Ucraina, che la «prima condizione» sia di «mettere fine all’aggressione» e a cessare il fuoco debbano essere «innanzitutto gli aggressori», cioè Mosca. Il cardinale Pietro Parolin, 69 anni, Segretario di Stato vaticano, è il collaboratore più stretto del Papa e guida la diplomazia della Santa Sede. Chiaro che ne abbia parlato con Francesco, dopo le polemiche planetarie seguite all’intervista nella quale il Pontefice, alla radiotelevisione svizzera, in risposta a una domanda sull’Ucraina e il «coraggio della bandiera bianca», aveva detto che bisognava avere quel coraggio nel senso di «negoziare».

Eminenza, pare evidente che il Papa chieda un negoziato e non una resa. Ma perché rivolgersi solo a una delle due parti, l’Ucraina e non la Russia? Ed evocare la «sconfitta» dell’aggredito, come motivazione per il negoziato, non rischia di essere controproducente?
«Come ricordato dal direttore della sala stampa vaticana, citando le parole del Santo Padre del 25 febbraio scorso, l’appello del Pontefice è che “si creino le condizioni per una soluzione diplomatica alla ricerca di una pace giusta e duratura”. In tal senso è ovvio che la creazione di tali condizioni non spetta solo ad una delle parti, bensì ad entrambe, e la prima condizione mi pare sia proprio quella di mettere fine all’aggressione. Non bisogna mai dimenticare il contesto e, in questo caso, la domanda che è stata rivolta al Papa, il quale, in risposta, ha parlato del negoziato e, in particolare, del coraggio del negoziato, che non è mai una resa. La Santa Sede persegue questa linea e continua a chiedere il “cessate il fuoco” — e a cessare il fuoco dovrebbero essere innanzitutto gli aggressori — e quindi l’apertura di trattative. Il Santo Padre spiega che negoziare non è debolezza, ma è forza. Non è resa, ma è coraggio. E ci dice che dobbiamo avere una maggiore considerazione per la vita umana, per le centinaia di migliaia di vite umane che sono state sacrificate in questa guerra nel cuore dell’Europa. Sono parole che valgono per l’Ucraina come per la Terra Santa e per gli altri conflitti che insanguinano il mondo».

Ci sono ancora possibilità di arrivare ad una soluzione diplomatica?
«Trattandosi di decisioni che dipendono dalla volontà umana, rimane sempre la possibilità di arrivare a una soluzione diplomatica. La guerra scatenata contro l’Ucraina non è l’effetto di una calamità naturale incontrollabile ma della sola libertà umana, e la stessa volontà umana che ha causato questa tragedia ha anche la possibilità e la responsabilità di intraprendere passi per mettervi fine e aprire la strada a una soluzione diplomatica».

La preoccupazione della Santa Sede è una escalation? Lei stesso ne parlava dicendo che «fa paura» l’ipotesi di un coinvolgimento dei Paesi occidentali.
«La Santa Sede è preoccupata per il rischio di un allargamento della guerra. L’innalzamento del livello del conflitto, l’esplodere di nuovi scontri armati, la corsa al riarmo sono segnali drammatici e inquietanti in questo senso. L’allargamento della guerra significa nuove sofferenze, nuovi lutti, nuove vittime, nuove distruzioni, che si aggiungono a quelli che il popolo ucraino, soprattutto bambini, donne, anziani e civili, vive nella propria carne, pagando il prezzo troppo caro di questa guerra ingiusta».

Francesco ha parlato anche del conflitto israelo-palestinese, evocando la «responsabilità» dei contendenti. Che cosa hanno in comune le due situazioni?
«Le due situazioni hanno certamente in comune il fatto che si sono pericolosamente allargate oltre ogni limite accettabile, che non si riesce a risolverle, che hanno dei riflessi in diversi Paesi, e che non possono trovare una soluzione senza un negoziato serio. Mi preoccupa l’odio che stanno generando. Quando mai si potranno rimarginare ferite così profonde?»

Sempre in tema di escalation: il Papa ha parlato più volte del pericolo di un conflitto nucleare, «basta un incidente», è questa la paura di fondo della Santa Sede? Un «incidente» come a Sarajevo nel ’14?
«Il rischio di una fatale “deriva” nucleare non è assente. Basta vedere la regolarità con la quale certi rappresentanti governativi ricorrono a tale minaccia. Non posso che sperare che si tratti di una propaganda strategica e non di un “avvertimento” di un fatto realmente possibile. Quanto alla “paura di fondo” della Santa Sede, credo che essa sia piuttosto quella che i vari attori di questa tragica situazione arrivino a chiudersi ancora di più nei propri interessi, non facendo ciò che possono per arrivare a una pace giusta e stabile».

L’OMBRA DI NAVALNY SUL VOTO DI PUTIN

di Carlo Bonini (coordinamento editoriale). Dalla nostra inviata Rosalba Castelletti. Coordinamento multimediale Laura Pertici. Produzione Gedi Visual

La Repubblica 10 Marzo 2024

MOSCA – È una coda ordinata. Che ha la solennità di una processione e la forza di un corteo. La “bella Russia del futuro” venuta a salutare il suo eroe. A una settimana dal funerale diventato protesta, la marcia non si ferma. Anche a costo di essere arrestati, migliaia di russi continuano a rendere omaggio all’oppositore che, pur da dietro le sbarre, li incitava a “non arrendersi” e a “non aver paura”. Restano in fila anche quando il cimitero Borisovskoe chiude. Lanciano rose oltre le cancellate serrate verso il tumulo di fiori che è oramai la tomba di Aleksej Navalny. Un’intifada non violenta. A volto scoperto. Petali, non pietre. La coda, ochered in russo, è già il simbolo del 2024, sostiene il politologo Andrej Shalimov. La nuova protesta. L’unica forma legale di dissenso rimasta dopo due anni di Operazione militare speciale in Ucraina e di dura repressione in patria. “Persone che aspettano il loro turno”, osserva Shalimov. “Seguono rigorosamente norme, leggi e regolamenti. Non urlano, non gridano, non intralciano il traffico, non organizzano raduni o provocazioni, non si lasciano coinvolgere, non dicono troppo. Idealmente, tacciono: se parlano, è d’altro, non di politica. Ma allo stesso tempo svolgono un’importante azione civica e umana”.

Persone in fila per sostenere con la loro firma la candidatura a presidente del pacifista Boris Nadezhdin. Persone in fila davanti a un tribunale per contestare la condanna del dissidente Oleg Orlov a due anni e mezzo di carcere per un’idea. Persone in fila da settimane per deporre fiori davanti ai monumenti alla repressione politica ed esprimere così il loro dolore dopo la morte di Navalny, un “estremista e terrorista” per la legge russa. Persone in fila da dieci giorni per visitare la sua tomba. E persone in fila ai seggi alle 12 del 17 marzo per il “Mezzogiorno contro Putin” nell’ultimo giorno di presidenziali, almeno così spera la dispersa opposizione.

“Sì, può sembrare che non ci siano ancora abbastanza persone in coda, ma questa è la minoranza intollerante che alla fine diventerà maggioranza”, confida Shalimov. Una massa critica che pesa sulle elezioni della prossima settimana che, in assenza di rivali, riconfermeranno Vladimir Putin per un quinto mandato. Il popolo di Navalny contro il regime dell’ex agente del Kgb. Come nel 2018 quando l’oppositore fu escluso dalle presidenziali, ma fu l’unico a fare una vera e propria campagna elettorale e a mobilitare la gente in piazza. Un’ombra sul voto.

Nello studio di Navalny sei anni fa

Camicia tartan rimboccata al gomito e jeans, col suo continuo gesticolare o sorseggiare un caffè, l’oppositore più famoso di Russia ostentava normalità quel marzo di sei anni fa. “Sono una persona semplice, non sono un dissidente”, ci diceva nel suo studio al quinto piano di un business center a Sud di Mosca. In una stanza accanto, quasi spoglia, ragazzi ticchettavano sulle tastiere, mentre in uno studio televisivo si lavorava all’ultima video-inchiesta sull’élite putiniana. Sulla sua scrivania fogli sparsi, una Moleskine, un pc e libri affastellati alla rinfusa, tra cui spiccava un tomo su Tony Blair. “Ma l’ultimo libro che mi ha colpito è stato “Non lasciarmi” di Kazuo Ishiguro. Irritante a tratti, ma bellissimo”. Alle sue spalle, su una parete nero lavagna, un foro. “C’era un quadro. Solo che di recente è caduto. Mi chiedete spesso quale forza abbia alle mie spalle. Ed, ecco, vi faccio vedere. È la famosa foto del V Congresso di Solvay, il più importante ritrovo dei fisici quantistici e dei migliori cervelli della storia dell’umanità. Sono loro a ispirarmi”.

Mancavano dieci giorni alle presidenziali 2018. Per oltre un anno, Navalny aveva viaggiato per tutta la Federazione, aperto uffici in 84 città, portato avanti una campagna porta a porta e raccolto oltre un milione di euro in donazioni. Una missione donchisciottesca, dal momento che la legislazione russa vieta a un cittadino con precedenti penali di candidarsi e lui, già allora, aveva alle spalle due condanne al carcere con la condizionale per reati finanziari. Tutti inventati e costruiti ad arte, sosteneva, ma quanto bastava per estrometterlo dalla scheda elettorale.

Escluso dalla corsa, Navalny aveva invitato gli elettori allo “sciopero del voto”, un boicottaggio, e a registrarsi come osservatori. Ma soprattutto aveva indetto un’ondata di proteste che per la prima volta non si era limitata a Mosca, ma aveva attraversato la Russia lungo tutti i suoi 11 fusi orari. “Ma non sono un dissidente”, insisteva con noi. “I dissidenti sovietici erano isolati. Io so di certo di rappresentare milioni di cittadini che vogliono una vita migliore in Russia. Lo so, può suonare patetico, ma so di stare dalla parte del bene. E con me, dalla parte del bene, c’è tantissima gente”. Oggi Aleksej Navalny è entrato a pieno titolo nel mito dell’eroe del bene. Avvelenato, partito dalla Russia in coma, chiuso in un box di rianimazione, e miracolosamente guarito in Germania, nel gennaio del 2021 era tornato in patria pur consapevole di andare incontro al carcere. È morto a 47 anni il 16 febbraio in circostanze tutte da chiarire in una remota colonia penale dell’Arcipelago Gulag artico dove stava scontando condanne per un totale di 19 anni. “Ucciso da Vladimir Putin”, ha accusato la vedova Yulia Navalnaya rivendicandone il testimone. I russi: “Il 17 marzo tutti alle urne alle 12”.

Il primo marzo, giorno del funerale, migliaia di russi si sono messi in marcia per salutare l’uomo che per loro incarnava un’alternativa a Putin. Una folla mai vista negli ultimi due anni di conflitto in Ucraina che scandiva slogan proibiti: “Putin assassino”, “Ucraini brava gente” o “No alla guerra”. Una “terribile minaccia per la dittatura personalistica”, secondo Andrej Kolesnikov, politologo del Carnegie Russia Eurasia Center, che ha paragonato i russi in lutto per Navalny agli otto cittadini che manifestarono in Piazza Rossa contro l’invasione della Cecoslovacchia nel 1968. “Hanno salvato l’onore del Paese. Sono pericolosi per il regime perché mettono in discussione il principale mito attuale del Cremlino: il consolidamento assoluto della nazione attorno a Putin e ai suoi sforzi”, ha scritto Kolesnikov su Novoe Vremja mettendo a confronto le “due Russie”. La cosiddetta “élite” del Paese che il 29 febbraio, ora addormentandosi, ora rallegrandosi con applausi di routine, ha ascoltato il discorso sullo stato della nazione di Vladimir Putin alle Camere riunite dell’Assemblea Federale. E i “patrioti” che, il giorno dopo, hanno vinto la paura per accomiatarsi con dignità da una persona che incarnava la speranza di cambiamento.

Oggi, come nel 2018, lo scontro si ripropone. Putin contro Navalny, morto, ma vivo grazie al martirio. Ancora una volta convitato di pietra delle presidenziali. Era stato lui, con un appello dal carcere a inizio febbraio, a promuovere l’idea del “Mezzogiorno contro Putin” proposta da un ex deputato pietroburghese. La vedova Yulia Navalnaya l’ha rilanciata. E tutta l’opposizione dispersa si è unita.

La mostra-evento “Rossija”

È un viaggio nel Paese delle meraviglie e quel Paese è la Russia. Incentivi per le famiglie numerose. Trasporti rapidi. Internet ancora più veloce. Nuove infrastrutture. Tecnologie all’avanguardia. Una moltitudine di etnie e culture. E quattro nuove regioni che allargano i confini. La scenografia della mostra Rossija, “Russia”, è quella maestosa di Vdnkh, il parco espositivo voluto da Iosif Stalin nel Nord di Mosca con una statua di Vladimir Lenin impettito e falci e martello in bassorilievo. Un’ambientazione che gioca con la nostalgia della Russia odierna per l’era sovietica, ma soprattutto con l’ambizione di Putin di riportare il Paese ai fasti di una grande superpotenza. Si attraversa un tunnel caleidoscopico: un racconto per immagini dei successi della Federazione che si scompongono e si moltiplicano in un gioco di specchi. Poi ci si avventura tra i vari padiglioni dispersi nei nove ettari di Vdnkh, come il nuovissimo “Atom” con la “Bomba Zar”, il più potente ordigno all’idrogeno mai sperimentato, o l’auditorium con i missili intercontinentali. Le esperienze immersive sono le più disparate: da una crociera virtuale sul fiume Jenisej a un tour digitale delle cantine e dei caseifici della soleggiata regione di Krasnodar fino a una discesa in snowboard dalle vette del Caucaso. Infine, il padiglione dedicato agli 89 territori russi, compresa la Crimea rivendicata nel 2014 e le altre quattro regioni ucraine unilateralmente annesse due anni fa. Con concerti di balalajka e balli in costumi tradizionali, trovate come il “passaporto del turista” da riempire di timbri dopo aver superato dei quiz. Ovunque la scritta Rossija, incorniciata in un cuore. È stato proprio il leader del Cremlino a volere per decreto la mostra-evento che di fatto ha lanciato la sua pseudo-campagna elettorale in vista delle presidenziali che per la prima volta dureranno tre giorni, dal 15 al 17 marzo, e prevederanno il voto elettronico in 29 regioni, Mosca inclusa.

Un’elezione dall’esito scontato tanto che il leader ceceno Ramzan Kadyrov aveva proposto di annullarla del tutto. Una foglia di fico per mascherare la “democratura”, con gli esponenti dell’opposizione e della società civile sistematicamente imprigionati, esiliati o eliminati. Putin, però, ne ha bisogno per legittimare il suo potere eterno.

La posta in gioco il 17 marzo

Dopo aver trascorso al potere quasi un quarto di secolo e aver “azzerato” i suoi precedenti mandati grazie alla riforma costituzionale del 2020, Putin potrebbe teoricamente restare al potere fino al 2036, quando avrà 83 anni.

Ma il voto della prossima settimana – dice bene Abbas Galljamov, il politologo in esilio che un tempo scriveva i discorsi del presidente – è anche “un referendum” sull’Operazione militare speciale. Per questo l’amministrazione presidenziale ha lavorato alla campagna più impegnativa e costosa di sempre. Ha speso, scrivono i media indipendenti, quasi 1,1 miliardi di euro per creare film, videogiochi e canali Telegram, condurre sondaggi segreti, promuovere eventi come la mostra Rossija o il Festival della Gioventù di Sochi, organizzare concerti e concorsi a premi. Un investimento che si somma ai consueti stratagemmi per costringere migliaia di dipendenti pubblici ad andare alle urne. Il partito al potere Russia Unita ha persino sviluppato un’app che dovrebbe permettere di monitorare la loro affluenza. Tutto pur di rastrellare centinaia di migliaia di voti in più. E laddove non bastasse, avverte l’ong di osservatori Golos, la manipolazione del voto elettronico farà la sua parte. Si punta, scrive la redazione in esilio di Meduza, a percentuali record di voti e affluenza tra il 70% e l’80%. Un plebiscito che non ammette veri avversari. Perciò la Commissione elettorale ha escluso le uniche due candidature pacifiste: ha rigettato i documenti presentati dalla giornalista Ekaterina Duntsova e ha invalidato le firme raccolte a sostegno del cauto liberale Boris Nadezhdin.

Sono soltanto tre i rivali ammessi, esponenti dei partiti della cosiddetta “opposizione sistemica”, appendice del Cremlino: il comunista Nikolaj Kharitonov; il nazionalista Leonid Slutskij, Partito liberaldemocratico; il quarantenne Vladislav Davankov, Gente Nuova. Mere comparse. La coda alla tomba di Navalny è una sfida non calcolata.

Ljaskin, l’ex collaboratore di Navalny rimasto in Russia

“Da vivo, Navalny aveva insegnato alla società a uscire in piazza, a portare il suo dissenso fuori dalla “cucina”. Da morto, è riuscito a mobilitarla di nuovo. Nonostante tutte le paure, il rischio di essere identificati, arrestati, perdere soldi o la libertà”. Nikolaj Ljaskin, 41 anni, parla con foga. Da entusiasta. Ispirato dal fervore che anima i locali di Otkritoe Prostranstvo (Open Space): un mercatino, un corso di collage, letture di poesie, tatuaggi e, infine, un’asta i cui proventi andranno alle 50 detenute politiche russe. Un’iniziativa promossa per l’8 marzo da un “gruppo di ragazze che si sono conosciute a diversi processi”. Liquidata l’organizzazione per i diritti umani premio Nobel Memorial, chiusi il Gruppo Helsinki e il Centro Sakharov, i tribunali sono diventati l’ultimo luogo di ritrovo per la dissidenza. Un posto per contarsi e incontrarsi. Ljaskin contribuisce all’asta con “I dialoghi” tra Aleksej Navalny e Adam Michnik, uno dei leader del movimento polacco Solidarnost. “Un libro introvabile”, si vanta. Viene battuto per 22.500 rubli, 225 euro. “Non me l’aspettavo”.

Nikolaj Ljaskin: il braccio destro di Navalny durante la campagna elettorale

Nikolaj è l’unico stretto collaboratore di Navalny a non avere lasciato la Russia. Aveva conosciuto Aleksej per la prima volta nel 2005 tra le file del movimento giovanile Democratica Alternativa (Da!) di Maria Gajdar, ma aveva cominciato a collaborare alle sue diverse iniziative anti-corruzione soltanto nel 2010 fino a diventare il capo del quartier generale moscovita della campagna elettorale “Navalny 2018” e a essere eletto nel marzo 2019 nel direttivo del partito – mai registrato dalle autorità – “Russia del futuro”. Un sodalizio che Ljaskin ha pagato, oltre che con fermi e detenzioni, con un’aggressione con una sbarra di ferro che nel 2017 gli provocò una commozione celebrale. Quando Navalny venne arrestato nel gennaio 2021 al suo rientro in Russia dalla Germania, Ljaskin era sceso in piazza insieme a tutta Fbk, la Fondazione anti-corruzione. Ed era finito sotto processo col fratello di Aleksej, Oleg Navalny, con la portavoce Kira Jarmish, l’avvocata Ljubov Sobol e il braccio destro Leonid Volkov. Uno degli imputati eccellenti del cosiddetto “caso sanitario”, la raffica di procedimenti penali lanciati contro i manifestanti pro-Navalny con il pretesto della violazione delle norme anti-Covid. Era stato condannato a un anno di “libertà vigilata”. “L’affare sanitario è stato una svolta. Per la prima volta, per essere scesi in piazza, le autorità non ci condannavano a qualche settimana di carcere amministrativo, ma a un anno intero di domiciliari. Un chiaro segnale”. Quando nel giugno 2021 Fbk è stata dichiarata “estremista” e perciò fuorilegge, i suoi ex compagni di lotta hanno lasciato il Paese. Ljaskin no. Ha finito di scontare i suoi domiciliari nell’agosto di due anni fa, nel pieno dell’offensiva di Mosca contro Kiev, e ha tagliato i ponti con Fbk, ma continuato il suo attivismo. “Il mio obiettivo è creare rapporti orizzontali. Sostenere iniziative come quest’asta per l’8 marzo. Anche se ultimamente mi dedico di più ad animali ed ecologia. Sono giunto alla conclusione che la paura ti fa impazzire. E io ho deciso di smettere d’impazzire. Naturalmente conosco i rischi. Non sono stupido. Vedo la gente finire in galera o ammazzata. Ma voglio continuare la mia lotta perché in Russia siamo in tanti a voler contrastare “quello che sta succedendo””. Si autocensura. È lui stesso a dirlo. “Bisogna filtrare i pensieri perché oramai le autorità ti sbattono dentro anche per una parola”.

L’abisso tra il 2018 e il 2024

La Russia al voto nel 2018 e nel 2024, dice Ljashin, sono due Paesi diversi. Già sei anni fa, il Paese aveva imboccato una deriva autoritaria. Ma allora, almeno, dice, “Navalny era vivo, faceva campagna elettorale, gli altri oppositori non erano stati tutti arrestati o costretti all’esilio, c’erano giornalisti indipendenti e tanti corrispondenti stranieri e migliaia di russi non morivano per motivi incomprensibili in Ucraina”. Eppure Ljaskin non rinuncia all’ottimismo: “Il Paese è cambiato, sì, ma la gente è la stessa. Ricorda quegli anni in cui si sperava in un futuro migliore. E vuole continuare a coltivare quella speranza. Il prezzo è elevato, ma il dovere di un vero patriota è stare qui, adesso. Dipende anche da me se la Russia proseguirà in questa deriva o diverrà un Paese democratico”. Anche Ljaskin si è messo in fila quest’anno. A fine gennaio ha messo la sua firma per sostenere Nadezhdin. Il 27 febbraio era in aula per sostenere Orlov. E l’1 marzo ha deposto un mazzo di rose bianche sulla tomba dell’amico Aleksej.

“La fila – dice – non è soltanto protesta. È unione, compattezza. L’obiettivo principale del governo è atomizzare la società russa. La fila sfonda l’isolamento. Crea legami. Unisce la gente che la pensa allo stesso modo. Ti fa capire che non siamo soli a desiderare la bella Russia del futuro. Mobilita la società. Vale anche per le file che si spera si creeranno ai seggi il 17 marzo a mezzogiorno. Persone che vivono nello stesso quartiere, che normalmente vivono il loro dissenso in casa, potranno guardarsi in faccia e comunicare. Il Mezzogiorno contro Putin non sarà soltanto una protesta, ma l’opportunità di conoscere i vicini che la pensano allo stesso modo”. Ljaskin sostiene con forza che non è vero che “il Paese sostenga il regime”. Per lui “la maggioranza dei russi vuole soltanto mandare avanti la baracca. Ma, in realtà, sono in tanti a non essere d’accordo con “quello che sta succedendo”. E la morte di Navalny li ha portati allo scoperto”.

La minoranza che si illude

Aleksej Levinson, capo del dipartimento di ricerca socioculturale del Levada Tsentr, l’istituto di sondaggi indipendente tanto da essersi guadagnato l’etichetta di agente straniero, è oramai abituato a questo genere di contestazioni. Le commenta con una certa accondiscendenza. “Ancora oggi non si può fare a meno di comprendere la difficile esperienza di quanti hanno scoperto che quasi “tutto il Paese” è in diretta opposizione alle posizioni che la loro coscienza e ragione dicono loro. Alcuni di loro ne hanno preso atto e si sono separati dal loro Paese. Qualcuno ha espresso la speranza che col tempo i russi cambino il loro atteggiamento nei confronti dell’attuale politica del loro Paese. Ma altri – come Ljaskin – hanno deciso che i dati riportati dal Centro Levada sul sostegno alle azioni delle forze armate russe e sull’approvazione delle attività del presidente non sono corretti. È chiaro che un simile punto di vista allevia in una certa misura l’amarezza della consapevolezza che così tanti russi non la pensano come te e che ci sono pochissime persone che la pensano allo stesso modo. Comprendiamo la loro amarezza, ma non vediamo motivo di dubitare dei risultati delle nostre ricerche. E le nostre ricerche parlano chiaro”, spiega. Tre quarti dei cittadini russi in un modo o nell’altro hanno espresso e continuano a esprimere sostegno alle azioni dell’esercito russo in Ucraina.

Se è vero che poco più della metà degli intervistati è favorevole ai negoziati di pace, il loro numero negli ultimi tre mesi è leggermente diminuito, e lo è purché la Russia non rinunci ai territori ucraini annessi. La loro disponibilità a sedere al tavolo è dunque aleatoria. Il sentimento principale per l’Operazione militare speciale è “orgoglio per la Russia”. L’umore di due terzi della popolazione è costantemente “piatto, calmo”, per un altro 15% è semplicemente “meraviglioso”, solo un quinto si lamenta. Levinson smentisce uno scontento per lo scenario economico. La partenza di alcuni al fronte e di altri all’estero ha creato una certa carenza di personale, ammette, ma che si traduce in un aumento dei salari per la maggioranza rimasta. “Durante tutto il periodo post-sovietico, abbiamo registrato lo sconforto dei cittadini per il fatto che le imprese industriali legate al complesso militare fossero chiuse. Ora queste industrie sono in ripresa, i lavoratori sono richiesti, i loro stipendi stanno crescendo. E i pagamenti ai combattenti e il denaro per i feriti e i morti sono arrivati in quantità tali che si può parlare di un notevole miglioramento della situazione delle fasce più povere della popolazione”, scrive sulla rivista Gorby. La società si è consolidata attorno a Putin già a febbraio e marzo del 2022. Da allora la situazione non è cambiata. La curva è rimasta orizzontale. Il tasso di approvazione del presidente è rimasto intorno all’80%. Il suo merito, dice Levinson, sta nell’aver presentato l’Operazione militare speciale in Ucraina come una parte del conflitto contro l’Occidente e la Nato a guida Usa. “Questa spiegazione ha diversi meriti importanti. In primo luogo, inserisce la situazione attuale in una narrazione già ben sviluppata sullo scontro quasi eterno tra Russia e Occidente, che non è iniziato oggi. In secondo luogo, permette di non pensare al fatto che c’è un conflitto armato con un “popolo fratello”, perché siamo in guerra con il male mondiale. Infine, elimina la questione delle ragioni delle azioni militari. Il confronto con l’Occidente è iniziato in tempi immemorabili e ha assunto forme diverse, oggi la sua forma è questa qui. Ancora più importante, ha fissato un obiettivo per il futuro. E l’obiettivo non è piccolo: cambiare l’ordine mondiale, ricreare il mondo “nostro” e “vostro” delineato da Stalin, Roosevelt e Churchill. O almeno riconquistare in parte ciò che Gorbaciov ha “perso””.

Il falco Markov senza censure

Si capisce bene perché Sergej Markov esulti. Direttore dell’Istituto di Ricerche politiche di Mosca, già deputato e uomo di fiducia di Vladimir Putin dal 2011 al 2018, falco irremovibile, vicinissimo ai circoli del potere, la pensa proprio come Levinson. Opposti che si incontrano. “La società si sta consolidando attorno al potere, o, usando un termine americano, attorno alla bandiera”, ci dice. “Perché l’attuale guerra in Ucraina viene vista dalla maggioranza come una guerra contro gli Usa e i loro alleati Nato”. Markov non ha remore ad ammettere che, in vista delle presidenziali, il Cremlino ha sgombrato il campo da ogni minaccia. “Gli altri candidati non lavorano per sé, ma per la legittimità di Putin. È evidente che esistano certi accordi segreti. L’unico che avrebbe potuto togliere voti a Putin era il leader del Partico Comunista Gennadij Zjuganov, o un nuovo comunista, giovane ed energico. Ma al posto di Zjuganov è stato candidato un comunista ancora più anziano, Kharitonov. E Slutskij ha detto chiaramente che non intende rivaleggiare con Putin. Quanto all’opposizione filo-occidentale è stata praticamente annientata. Si è ritirata all’estero o sta in galera”. Se il potere di Putin è così forte, gli chiediamo, allora perché escludere Duntsova e Nadezhdin dalla corsa? Il Cremlino non dà l’idea di temere il potenziale di queste voci contrarie all’offensiva in Ucraina? Markov ancora una volta ci disarma con la sua onestà. “Viviamo sotto una sorta di legge marziale. Duntsova è un progetto di Mikhail Khodorkovskij. Ammetterla alle elezioni sarebbe stato come invitare a un party un criminale. Un mafioso, per usare una metafora familiare a voi italiani. Lo stesso vale per Nadezhdin. Aveva iniziato la sua campagna in accordo con l’amministrazione presidenziale, ma non stava raccogliendo abbastanza firme e ha avuto bisogno dell’endorsement di un uomo associato a Khodorkovskij, Maksim Katz. Quindi non si poteva più ammetterlo”. Anche per Markov, come per Galljamov, le presidenziali sono un referendum. Ma in un altro senso: “Qui nessuno fa niente. Putin non svolge nessuna campagna elettorale, ma i suoi elettori sono completamente d’accordo con questo. Anche gli altri candidati non svolgono nessuna campagna elettorale e gli elettori sono d’accordo con questo. Sanno che in tempi di guerra il leader deve pensare a vincere”. Il Mezzogiorno contro Putin e la coda alla tomba di Navalny non lo spaventano. “Fino al 2014 Navalny aveva un elettorato notevole. Sopra il 10%. Ma da allora è diminuito. Oggi sarà al massimo intorno al 3%. E dal momento che i suoi sostenitori sono oramai pochissimi, per farsi vedere, si devono riunire nello stesso giorno e nello stesso posto e lo faranno. Ma non cambierà nulla”.

Russia, tra i moscoviti in fila per sostenere il candidato presidente Nadezhdin: “Una firma per dire ‘no’ al conflitto in Ucraina”

E Nadezhdin guarda al futuro

In un altro corto circuito tra opposti, anche Boris Nadezhdin ridimensiona il seguito di Navalny. “I suoi sostenitori si aggirano tra uno e due milioni, vale a dire circa 10-20 persone a seggio, magari il doppio a Mosca. Perciò non prevedo file il 17 marzo a mezzogiorno”, ci dice il candidato pacifista che ha galvanizzato i russi che non sostengono Putin né la sua offensiva in Ucraina. Il sessantenne Nadezhdin smentisce però la ricostruzione di Markov. “Mi sospettano tutti di qualcosa. L’opposizione radicale pensa che sia un fantoccio del Cremlino, mentre i propagandisti di Stato come Markov o Vladimir Soloviov sostengono che sia sponsorizzato da Khodorkovskij o che sia un agente dei servizi ucraini. Nessuno riesce a immaginare che in Russia possa davvero esserci una persona libera che vuole semplicemente partecipare alle elezioni. Non sono un messia, né un eroe. Sono soltanto una persona normale che si occupa di politica da trent’anni”. Nadezhdin è grato ai collaboratori di Navalny e a tutti gli oppositori che dall’esilio hanno invitato a sostenere la sua candidatura con una firma, ma non è pronto a collaborare con loro. “I miei sostenitori sono molti di più: 10-15 milioni. Adesso il mio prossimo obiettivo sono le parlamentari del 2026. Punto a portare il mio partito, Iniziativa Civica, dentro la Duma. La Commissione elettorale ha potuto respingere un Nadezhdin, ma non potrà respingerne cento. I miei progetti non sono legati al 17 marzo, ma al futuro”. Alla “minoranza intollerante”, però, per il momento, non resta che mettersi in coda.

Il momento “Armageddon”: quella notte a casa Murdoch in cui Biden avvertì di un imminente attacco nucleare russo

di Enrico Franceschini- La Repubblica- 10 Marzo 2024

In un libro, la ricostruzione di un incontro drammatico in cui il presidente Biden informò l’establishment di un’intercettazione secondo cui Mosca avrebbe fatto ricorso ad armi nucleari nel giro di settimane. 

  • LONDRA – Il pericolo di un Armageddon nucleare durante la guerra in Ucraina è apparso più vicino di quanto era trapelato ufficialmente fino ad ora. Nell’ottobre 2022, mentre la controffensiva di Kiev aveva raggiunto considerevoli risultati e sembrava in grado di riprendere anche la Crimea, gli Stati Uniti ottennero informazioni di intelligence secondo cui la Russia discuteva concretamente l’ipotesi di usare un’arma atomica tattica contro le forze ucraine. E Washington considerava con crescente preoccupazione in che modo avrebbe reagito dal punto di vista militare.

L’allarme di Biden a casa di Murdoch

“Per la prima volta dalla crisi dei missili a Cuba, se le cose in Ucraina continuano nel modo in cui stanno andando, siamo davanti alla diretta minaccia dell’uso di un’arma nucleare”, confidò Joe Biden a una serata di esponenti dell’establishment politico ed economico americano nella casa newyorchese di James Murdoch, il figlio liberal e ribelle del magnate dell’editoria mondiale, rivela “New cold wars”, un libro dell’ex corrispondente dalla Casa Bianca David Sanger, di cui il New York Times pubblica un estratto. Era il 6 ottobre 2022, per coincidenza sessant’anni dopo la crisi che nel 1962 portò Usa e Urss sull’orlo della guerra nucleare a causa dell’installazione di missili atomici sovietici nella Cuba di Fidel Castro.

Le intercettazioni ottenute dallo spionaggio americano avevano riscontrato vari accenni, tra cui conversazioni top secret fra comandanti militari russi, al possibile impiego contro l’Ucraina di una cosiddetta arma nucleare “tattica”, un ordigno meno potente dei missili balistici intercontinentali ma comunque decine di volte più potente delle bombe atomiche sganciate dagli Stati Uniti su Hiroshima e Nagasaki per sconfiggere il Giappone verso la fine della Seconda guerra mondiale. Fortunatamente, riferì Biden ai suoi interlocutori, la Cia non segnalava che il lancio di un’arma nucleare del genere fosse imminente, ma avvertiva che, se i progressi delle forze ucraine fossero proseguiti fino a ipotizzare la riconquista della penisola di Crimea, il rischio di un attacco atomico sarebbe potuto crescere del 50 per cento o più.

Rischio Armageddon

Il libro di Sanger rivela che la Casa Bianca e il Pentagono prepararono urgentemente piani contingenti su come rispondere a uno scenario simile. “Non penso”, affermò il presidente americano all’evento a casa di Murdoch junior, “sia possibile usare un’arma nucleare tattica senza finire con un’Armageddon”, il termine con cui si indica comunemente una guerra fra le due maggiori superpotenze nucleari della terra in grado di distruggere buona parte dell’umanità. Biden aggiunse che secondo lui Vladimir Putin sarebbe stato pronto a premere il pulsante di un attacco atomico: “Lo conosco piuttosto bene” disse il capo della Casa Bianca secondo la ricostruzione del libro. “Il presidente russo non scherza quando parla della possibilità di utilizzare armi nucleari tattiche o armi biologiche o chimiche come ultima risorsa perché il suo esercito sta comportandosi molto peggio del previsto”.

La prima reazione di Washington fu sul piano diplomatico, attraverso una serie di contatti tra i vertici dell’amministrazione americana e i corrispettivi alti responsabili russi, tra cui un colloquio fra William Burns, il direttore della Cia, con il capo dello spionaggio di Mosca, Sergej Naryshkin.

Il contatto tra capi dei servizi

“Gli dissi chiaramente che, se la Russia avesse usato armi non convenzionali, ci sarebbero state serie conseguenze da parte nostra”, racconta lo stesso Burns nel libro. “Lui mi giurò di avere capito e assicurò che Putin non intendeva usare armi nucleari”. Ma nei giorni scorsi Putin ha riaffermato una minaccia di questo tipo, affermando che, se la Nato fornirà a Kiev missili capaci di colpire il territorio russo o forze Nato parteciperanno direttamente al conflitto, i leader occidentali “devono capire che questo minaccerebbe un conflitto con armi nucleari e perciò la distruzione della nostra civiltà”. Un bluff o una reale minaccia di Armageddon?

Tentativi diplomatici e ansia per l’escalation, cosa c’è dietro le parole del Papa sull’Ucraina: «Non si parla di resa»

Di Gian Guido Vecchi- Corriere della sera – 10 Marzo 2024

Le parole di papa Francesco sulla guerra in Ucraina, consegnate alla tv svizzera, hanno scatenato polemiche.  Il timore per le posizioni espresse da Macron e per un possibile conflitto nucleare: «Il pericolo esiste veramente»

CITTÀ DEL VATICANO – L’espressione «bandiera bianca», quando si parla di guerre, ha il sapore amaro della resa: in fondo qualcosa di vile, soprattutto se si è stati aggrediti. 

Non è però questo di cui parla il Papa, che risponde a una domanda sulla «bandiera bianca» ma parla di negoziato, come ha fatto fin dall’inizio dell’invasione russa dell’Ucraina, e piuttosto afferma il contrario: negoziare «non è mai una resa» e anzi «è una parola coraggiosa».

Non a caso il portavoce vaticano Matteo Bruni ha fatto notare che Francesco «ha ripreso l’immagine proposta dall’intervistatore» per indicare «la cessazione delle ostilità, la tregua raggiunta con il coraggio del negoziato». 

Il Papa, del resto, invoca la stessa cosa anche a proposito del conflitto tra Israele e Palestina perché lo dice di ogni guerra, sempre: è una «pazzia» che arricchisce i produttori di armi e precipita nella morte e nel dolore la povera gente. La soluzione peggiore è andare avanti. 

Verso la fine del primo anno di guerra aveva detto, riferendosi a Putin: «A volte il dialogo “puzza”, ma si deve fare».

I tentativi di riappacificazione

Sono due anni che Bergoglio chiede «una soluzione diplomatica alla ricerca di una pace giusta e duratura». All’indomani dell’invasione si precipitò all’ambasciata russa, un gesto inaudito perché di regola è il Papa a ricevere i diplomatici.

L’anno scorso ha tentato una «missione di pace» inviando il cardinale Matteo Zuppi a Kiev, Mosca, Washington e Pechino. Non è stata possibile una mediazione diretta, rifiutata anzitutto da Zelensky, ma almeno l’iniziativa ha ottenuto dei risultati umanitari sottotraccia, tra scambi di prigionieri e la restituzione di alcuni dei bimbi ucraini deportati in Russia. «Che non ci siano altre prospettive di negoziato è molto triste», commentava di recente il cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato. Ma Francesco va avanti. 

Il Vaticano preoccupato dalle parole di MacronSi parla di un prossimo viaggio del cardinale Zuppi a Parigi, per incontrare il presidente francese Macron

La Santa Sede è molto preoccupata dell’ipotesi, ventilata dal presidente francese, di un intervento militare dell’Occidente a sostegno dell’Ucraina. Il cardinale Parolin ha parlato di «uno scenario che fa veramente paura, l’escalation che abbiamo sempre cercato di evitare». Per questo Francesco invoca un negoziato. 

Dall’inizio del pontificato denuncia una «terza guerra mondiale a pezzi» e teme un conflitto nucleare: «Questo pericolo esiste veramente. Basta un incidente».


 Il capo della Chiesa ucraina: «Non abbiamo la possibilità di arrenderci»

«L’Ucraina è ferita ma imbattuta. L’Ucraina è esausta, ma resta in piedi. In Ucraina nessuno ha la possibilità di arrendersi! E tutti quelli che guardano con scetticismo alla nostra capacità di stare in piedi, diciamo: venite in Ucraina e vedrete!». Lo dice il Capo della Chiesa greco-cattolica ucraina, Sviatoslav Shevchuk, rilanciando sui social le parole pronunciate nella chiesa di San Giorgio a New York dove si trova in visita pastorale.

 Kiev risponde al Papa: «Non alzeremo mai bandiera bianca, la nostra bandiera è gialla e blu

«La nostra bandiera è gialla e blu. Questa è la bandiera con la quale viviamo, moriamo e vinciamo. Non alzeremo mai altre bandiere». Lo scrive su X il ministro degli Esteri ucraino, Dmytro Kuleba, dopo le parole del papa sulla «bandiera bianca». «Ringraziamo Sua Santità Papa Francesco per le sue costanti preghiere per la pace, e continuiamo a sperare che dopo due anni di guerra devastante nel cuore dell’Europa, il Pontefice trovi l’opportunità di compiere una visita apostolica in Ucraina per sostenere oltre un milione di ucraini cattolici, oltre cinque milioni di greco-cattolici, tutti cristiani e tutti ucraini».

I funerali della Russia da Sakharov a Naval’nyj

di Stefano Caprio- Asia News – 10 Marzo 2024

Naval’nyj è riuscito ancora una volta a vincere sulla repressione e con la sua morte ha portato in strada una nuova “rivoluzione dei fiori”. Portano un fiore alla piccola tomba in uno dei cimiteri più periferici e trascurati della capitale dove c’è oggi il cuore della Russia, il contraltare del mausoleo di Lenin sulla piazza Rossa, davanti al quale sfilano le armi e i cannoni.

La montagna di fiori che sovrasta la tomba di Aleksej Naval’nyj, subito dietro l’ingresso del cimitero Borisovo in periferia di Mosca, ha ormai superato i due metri di altezza e i dieci di lunghezza, dopo un pellegrinaggio ininterrotto da oltre dieci giorni, in cui secondo le stime più riduttive sono giunte a onorare il dissidente morto in lager oltre 30mila persone. Non si vedevano esequie così partecipate dai funerali di Andrej Sakharov, morto a 68 anni nel dicembre del 1989, alla vigilia dei cambiamenti epocali della Russia dopo settant’anni di regime sovietico. Sembrava allora un triste scherzo del destino che il principale leader del dissenso morisse prematuramente a soli tre anni dalla liberazione dal confino ventennale, ma la scomparsa del 47enne Naval’nyj dopo tre anni di lager ripropone in modo ben più tragico il destino degli uomini liberi nel buio della inesorabile repressione che caratterizza ogni forma di regime in Russia, dal giogo tartaro allo zarismo, dal comunismo al putinismo.

Se Sakharov era stato commemorato in modo solenne e ufficiale, con esposizione della salma nel palazzetto della Sportivnaja vicino al centro di Mosca, con lunghe code di persone che attendevano nel gelo invernale il proprio turno, la processione per Naval’nyj è stata esaltata dalle condizioni restrittive che hanno impedito di celebrare esequie pubbliche, liquidando la cerimonia ecclesiastica in pochi minuti e solo per i parenti stretti, e obbligando le tantissime persone giunte alla chiesa dell’icona della Madre di Dio del “Soccorso dei miei dolori” a recarsi poi a piedi fino al piccolo cimitero, di nuovo in mezzo alla neve e al gelo dell’inverno ancora imponente. In questi giorni i custodi di Borisovo hanno faticato a rispettare gli orari di chiusura, resi ancora più rigidi dalle disposizioni giunte dall’alto, ma le persone hanno continuato a giungere giorno e notte gettando i fiori anche al di sopra delle inferriate, incuranti delle mille telecamere che riprendevano ogni avventore e che hanno portato all’arresto di centinaia di persone. Come hanno commentato alcuni dei fermati, “una settimana in cella per Naval’nyj è come stare qualche minuto con lui in paradiso”, e molti ancora si recheranno a onorarlo, per giorni e anni a venire.

Naval’nyj è riuscito ancora una volta a vincere sulla repressione, che da due anni impediva in Russia qualunque manifestazione di protesta, e con la sua morte ha portato in strada una nuova “rivoluzione dei fiori”, un evento che non sarà più dimenticato nella storia russa. Portare un fiore alla tomba senza nascondere il proprio volto, rispondendo alle domande dei giornalisti o semplicemente dei passanti, sono azioni di enorme valore simbolico in un Paese dove si cerca in modo esasperato di celebrare il patriottismo militante insieme all’odio universale. La piccola tomba in uno dei cimiteri più periferici e trascurati della capitale è oggi il cuore della Russia, il contraltare del mausoleo di Lenin sulla piazza Rossa, davanti al quale sfilano le armi e i cannoni invece dei fiori e delle candele. A Borisovo non ci sono eroi della patria e militi ignoti, c’è solo un giovane uomo che sorride nelle foto portate dalla madre, e dalle migliaia di fratelli e sorelle.

Al funerale di Naval’nyj si può accostare la memoria di quello di Anna Politkovskaja, sepolta nell’importante cimitero moscovita di Troekurovo il 10 ottobre 2006, con un migliaio di persone che pure riversavano i fiori. Allora intervenne il garante dei diritti dell’uomo, Vladimir Lukin, invitando le autorità a difendere i giornalisti e la libertà d’informazione. Quella morte fu in qualche modo il vero inizio del putinismo dopo qualche anno in sordina, mettendo fine alle illusioni di costruire un Paese libero dopo tante oppressioni. Nello stesso cimitero è stato sepolto il politico liberale Boris Nemtsov, il 3 marzo 2015, dopo una cerimonia al centro Sakharov, ricollegandosi alle memorie del dissenso. L’ex-delfino di Eltsin e amico di Naval’nyj era stato assassinato da killer ceceni come la Politkovskaja, ma in modo ancora più spettacolare sul ponte dietro il Cremlino, appena uscito dalla redazione della radio Ekho Moskvy. Oggi sia la radio che il centro Sakharov sono stati chiusi. Anche alle esequie di Nemtsov c’era la coda lunga centinaia di metri, e si presentò perfino un rappresentante delle autorità, il vice-premier Arkadij Dvorkovič, cercando di attenuare lo spirito di protesta della folla.

Meno di due anni fa, il 3 settembre 2022, nel cimitero monumentale più importante di Mosca a Novodeviči è stato poi sepolto l’ex-segretario e presidente Mikhail Gorbačev, giunto in pace alla fine dei suoi giorni dopo aver acceso quasi quarant’anni prima una luce di speranza, poi diventata sempre più tenue e infine sotterrata in periferia. Perfino i funerali del padre della perestrojka possono in qualche modo essere accostati a quelli dei dissidenti anti-putiniani, con l’immagine simbolica del premio Nobel per la pace Dmitrij Muratov, sodale ed erede della Politkovskaja e oggi dannato come “agente straniero”, che regge davanti alla tomba la fotografia del leader defunto. Anche allora sfilarono tantissime persone con i fiori, e la commemorazione assunse un chiaro carattere di protesta contro la guerra di Putin, che l’anziano Gorbačev aveva commentato con una domanda assai esplicita: “ma a che cosa gli serve?”. Putin infatti non si presentò alle esequie, perché “aveva troppo da fare”.

Quando morì Gorbačev, Naval’nyj era ancora nel lager “morbido” di Vladimir, da cui poteva diffondere più facilmente i suoi commenti, e spiegava che “il mio rapporto con Gorbačev si è molto evoluto nel tempo, da una profonda antipatia fino a un doloroso rispetto”. Ricordava che l’ultimo segretario del Pcus, e primo presidente della “nuova” Urss, era stato l’unico uomo di potere che non aveva cercato di arricchirsi, lasciando la sua carica in modo volontario e pacifico, e soprattutto “era stato lui a liberare Sakharov e i prigionieri di coscienza”. Si torna dunque a Sakharov in una storica inclusione del dissenso anti-sovietico e di quello odierno, che segnano il passaggio delle epoche: con la morte di Sakharov era finita l’opposizione al regime comunista, perché sembrava che non fosse più necessaria, con quella di Naval’nyj si è conclusa l’opposizione al regime putinista, perché non c’è più alcuna possibilità di opporsi, e rimane soltanto quella di portare un fiore sulla tomba.

Dal ventennio brezneviano, durante il quale accanto ai dissidenti crescevano e si formavano a Leningrado i giovani Vladimir, oggi presidente Putin e patriarca Kirill, si è passati al ventennio putiniano nello stesso spirito del neo-stalinismo, soffocando ogni forma di dissenso e imponendo la guerra come unica forma di espressione dell’identità del popolo, e di relazione con il mondo intero. La retorica della Vittoria e dell’Unità (la sobornost) impongono l’identificazione del nemico, interno ed esterno, e la celebrazione del Potere unico ed eterno, come avverrà tra una settimana nel plebiscito presidenziale putiniano. Le feste e le fanfare che attendono la Russia per l’inizio dell’ennesimo mandato del presidente aumenteranno a dismisura la grottesca sensazione del ritorno ad epoche passate, quando le votazioni erano fasulle e puramente decorative, e in realtà assomigliavano molto di più a dei funerali della coscienza umana e della verità storica.

La rielezione di Putin è in realtà il suo ennesimo funerale, la conferma che non c’è più vita al Cremlino, che la Russia attuale si associa soltanto con la morte, come avviene ogni giorno in Ucraina. Mentre la morte è un concetto che non si riesce ad applicare ad Aleksej Naval’nyj, al suo sorriso e alla sua allegria perfino nel lager più terrificante dai tempi di Auschwitz, dove le passeggiate sottozero ricordano le camere a gas e le peggiori torture. Il volto macabro di Putin, cadavere ambulante che declama la guerra mondiale davanti agli esseri inanimati raccolti nel salone del Senato, viene oggi cancellato dallo sguardo solare di Naval’nyj, eternamente giovane e sempre più vivo, che rifiorisce ogni giorno grazie all’amore del vero popolo russo, quello che vive nella periferia e non nei palazzi del potere, che invoca la Madre di Dio nei dolori, invece di usare la Trinità come bandiera della guerra. Un’epoca è finita, una nuova Russia deve nascere, e il seme è stato gettato: la terra russa è stata fecondata, anche sotto il gelo, sotto la montagna dei fiori di un piccolo cimitero ai margini di tutto.

“Il Papa chiede per l’Ucraina il coraggio del negoziato”

Il direttore della Sala Stampa vaticana, Matteo Bruni, risponde ai giornalisti in merito alle dichiarazioni del Pontefice nell’intervista alla Radio Televisione Svizzera (RSI): “Il Papa riprende l’immagine della bandiera bianca proposta dall’intervistatore, per indicare la cessazione delle ostilità, la tregua raggiunta con il coraggio del negoziato. Suo auspicio è una soluzione diplomatica per una pace giusta e duratura”

Salvatore Cernuzio – Città del Vaticano- 10 Marzo 2024

Il Papa con le sue parole sull’Ucraina ha inteso chiedere il cessate il fuoco e rilanciare il coraggio del negoziato. Il direttore della Sala Stampa, Matteo Bruni, risponde alle domande di alcuni giornalisti a proposito dell’anticipazione dell’intervista alla Radio Televisione Svizzera (RSI), pubblicata oggi, spiegando che l’auspicio di Francesco per il Paese, da sempre definito “martoriato”, è tutto racchiuso nelle parole già espresse all’Angelus del 25 febbraio, all’indomani del drammatico doppio anniversario dello scoppio del conflitto, in cui ribadiva il suo “vivissimo affetto” alla popolazione. E cioè di “creare le condizioni di una soluzione diplomatica alla ricerca di una pace giusta e duratura”.

“Il Papa – specifica Bruni – usa il termine bandiera bianca, e risponde riprendendo l’immagine proposta dall’intervistatore, per indicare con essa la cessazione delle ostilità, la tregua raggiunta con il coraggio del negoziato. Altrove nell’intervista, parlando di un’altra situazione di conflitto, ma riferendosi a ogni situazione di guerra, il Papa ha affermato chiaramente: ‘Il negoziato non è mai una resa’”.

Nell’intervista in questione l’intervistatore Lorenzo Buccella domanda al Papa: “In Ucraina c’è chi chiede il coraggio della resa, della bandiera bianca. Ma altri dicono che così si legittimerebbe il più forte. Cosa pensa?”. E Francesco risponde: “È un’interpretazione. Ma credo che è più forte chi vede la situazione, chi pensa al popolo, chi ha il coraggio della bandiera bianca, di negoziare. E oggi si può negoziare con l’aiuto delle potenze internazionali. La parola negoziare è una parola coraggiosa. Quando vedi che sei sconfitto, che le cose non vanno, occorre avere il coraggio di negoziare. Hai vergogna, ma con quante morti finirà? Negoziare in tempo, cercare qualche Paese che faccia da mediatore. Oggi, per esempio nella guerra in Ucraina, ci sono tanti che vogliono fare da mediatore. La Turchia, si è offerta per questo. E altri. Non abbiate vergogna di negoziare prima che la cosa sia peggiore”.

Dunque, parole quelle del Papa riprese da una immagine proposta dall’intervistatore per ribadire, tra l’altro, quanto già affermato in questi due anni di continui appelli e pronunciamenti pubblici, ovvero l’importanza del dialogo contro la “follia” della guerra e la prioritaria preoccupazione per la sorte della popolazione civile. “L’auspicio del Papa – ribadisce infatti il portavoce vaticano – è e resta quello sempre ripetuto in questi anni, e ripetuto recentemente in occasione del secondo anniversario del conflitto: ‘Mentre rinnovo il mio vivissimo affetto al martoriato popolo ucraino e prego per tutti, in particolare per le numerosissime vittime innocenti, supplico che si ritrovi quel po’ di umanità che permetta di creare le condizioni di una soluzione diplomatica alla ricerca di una pace giusta e duratura’”

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