"VI SUPPLICO: CONVERTITEVI!" (REGINA DELLA PACE-MEDJUGORJE)

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Madre di Misericordia, riconosciuti i frutti di Pellevoisin

L’arcivescovo di Bourges, d’intesa con il Dicastero per la Dottrina della Fede, ha riconosciuto la bontà dei messaggi e dei frutti legati alle apparizioni della Madonna, ancora ufficialmente presunte, a Estelle Faguette. Perno della devozione: lo scapolare del Sacro Cuore.

Ecclesia 31_08_2024-Ermes Dovico – La Nuova Bussola

Dopo i recenti via libera per Rosa Mistica (Montichiari), la Madonna dello Scoglio (Placanica), la Santissima Trinità Misericordia (Maccio di Villa Guardia) e altri al di fuori dei confini italiani, il Dicastero per la Dottrina della Fede ha autorizzato un altro decreto di nihil obstat, stavolta in relazione all’esperienza spirituale vissuta da Estelle Faguette e legata a Nostra Signora della Misericordia di Pellevoisin, piccolo comune della Francia centrale.

Anche in questo caso, secondo la prassi ordinaria indicata nelle nuove Norme per procedere nel discernimento di presunti fenomeni soprannaturali (maggio 2024), il DDF non si esprime sulla soprannaturalità delle apparizioni, ma riconosce la bontà dei messaggi e dei frutti spirituali da esse scaturiti. E anche in questo caso il riconoscimento è formalizzato con una lettera del cardinale Víctor Manuel Fernández, recante la data del 22 agosto 2024 ma pubblicata ieri, in cui si dà appunto il benestare al decreto di nihil obstat, come proposto dall’arcivescovo di Bourges, monsignor Jérôme Daniel Beau. La lettera del prefetto del DDF, intitolata “Nostra Signora della Misericordia ci porta al Cuore di Cristo”, contiene diversi apprezzamenti e citazioni dei racconti e dei messaggi trasmessi dalla veggente, affermando in conclusione che nella già fiorente devozione sorta a Pellevoisin si trova «un cammino di semplicità spirituale, di fiducia, di amore, che farà un gran bene».

All’origine ci sono le 15 apparizioni mariane che Estelle Faguette (12 settembre 1843 – 23 agosto 1929) avrebbe avuto nel 1876, dal 14 febbraio all’8 dicembre.

Estelle proveniva da una famiglia molto povera e cercava, con il suo lavoro, di aiutare i genitori. Ma era di salute malferma e, nel 1875, a 32 anni, pativa ormai una grave forma di tubercolosi che si credeva dovesse presto portarla alla morte. Nel settembre di quell’anno la giovane Estelle scrisse una lettera alla Madonna e la fece porre nella riproduzione di una grotta di Lourdes che si trovava a Pellevoisin, nella proprietà dei conti di La Rochefoucauld, presso cui lavorava. Nella lettera, tra l’altro, scriveva: «O mia buona Madre, eccomi di nuovo prostrata ai vostri piedi, non potete rifiutarvi di ascoltarmi. Non vi siete dimenticata che io sono vostra figlia e che vi amo: ottenetemi allora dal vostro divin Figlio la salute del mio povero corpo per la sua gloria. Guardate al dolore dei miei genitori. Voi sapete bene che non hanno che me come loro risorsa. (…) Ricordatevi anche ciò che avete sofferto quando Gesù fu disteso sulla croce. Ho confidenza in voi, mia buona Madre, se voi volete, vostro Figlio può guarirmi (…) ma che sia fatta la sua volontà e non la mia (…). Vi prometto, o mia buona Madre, se mi concederete le grazie che vi domando, di fare tutto ciò che dipenderà da me per la vostra gloria e quella del vostro divin Figlio (…)».

Pochi mesi dopo questa lettera, Estelle, nella notte tra il 14 e il 15 febbraio 1876, passata tra molti dolori, ebbe la prima apparizione della Madre celeste, che, dopo aver scacciato il demonio, le preannunciò che avrebbe sofferto «ancora cinque giorni in onore delle cinque piaghe di mio Figlio e sabato sarai morta o guarita. Però, se mio Figlio ti restituisce la vita, voglio che divulghi la mia gloria». Nei giorni successivi, Estelle ebbe altre apparizioni. Già nella seconda, Maria SS. le assicurò che sabato – il 19 febbraio – sarebbe guarita. La giovane rispose che, potendo scegliere, a quel punto avrebbe preferito morire, perché sentiva di essere ormai ben preparata all’estremo momento. La Madonna la rimproverò dolcemente: «Ingrata, se mio Figlio ti rende la vita, è perché tu ne hai bisogno. Infatti, che cosa ha dato all’uomo sulla terra di più prezioso della vita? Restituendoti la vita, non credere però che sarai esente dalle sofferenze; no, tu soffrirai e non sarai esente da pene. È questo che dà merito alla vita. Se mio Figlio si è lasciato commuovere è stato per la tua grande rassegnazione e la tua pazienza. Non perderne il frutto con la tua scelta. Non ti ho forse detto: se Lui ti restituisce la vita, tu renderai pubblica la mia gloria?».

Una gloria, quella di Maria, che riflette quella di Gesù, termine di riferimento di tutte le apparizioni. Non per nulla, nel prosieguo del ciclo, stando sempre al resoconto di Estelle, la Madre celeste le dirà: «Ciò che più mi affligge è la mancanza di rispetto che si ha per mio Figlio nella santa Comunione e l’atteggiamento nella preghiera quando la mente è occupata da altre cose. Lo dico per quelli che pretendono di essere pii».

Nella nona apparizione (9 settembre 1876) la Santa Vergine parlò per la prima volta di una nuova pia pratica, peculiare proprio della sua venuta a Pellevoisin: la diffusione dello scapolare del Sacro Cuore di Gesù. «Da molto tempo i tesori di mio Figlio sono aperti: che preghino!», avrebbe detto la Madonna, mostrando lo scapolare del Sacro Cuore che Lei stessa indossava sul petto: «Mi piace questa devozione. È qui che sarò onorata».

Nel complesso, nelle 15 apparizioni descritte da Estelle emerge la straordinaria premura materna di Maria verso la Chiesa e verso la Francia, teatro in quegli anni di idee e sconvolgimenti portatori di una diffusa scristianizzazione. Centrale, qui come a Lourdes, è il richiamo alla conversione e il valore salvifico della sofferenza vissuta in unione al Signore. Ed è evidente il ruolo di Maria – la «tutta misericordiosa», come si presentò nella terza apparizione del ciclo – quale Mediatrice di tutte le grazie, che Lei ottiene da Gesù e quindi dispensa ai suoi figli. È la stessa Madre celeste a esplicitarlo, come ad esempio riporta Estelle nel racconto dell’ultima apparizione, dopo aver visto spargersi una pioggia di grazie (devozione, salvezza, fiducia, conversione…) dalle braccia aperte di Maria: «Queste grazie sono di mio Figlio. Io le prendo dal Suo Cuore. Lui non può rifiutarmele».

Sebbene fin qui la Chiesa non si sia spinta a riconoscere ufficialmente le apparizioni di Pellevoisin, già prima dell’attuale nihil obstat sono arrivati significativi riconoscimenti ecclesiali di singole richieste e fatti legati a Nostra Signora della Misericordia. Riconoscimenti provenienti anche da alcuni papi.

Ad esempio Leone XIII, dopo aver ricevuto per due volte Estelle in udienza privata (il 30 gennaio  17 febbraio 1900), approvò il 4 aprile 1900, attraverso un decreto della Congregazione dei Riti, lo scapolare del Sacro Cuore di Gesù secondo il modello di Pellevoisin (eccetto due lievi modifiche), avente sul retro un’immagine di Maria, con la scritta “Madre di misericordia”. Poi, come ricorda la lettera di Fernández, Benedetto XV, ricevendo lo scapolare, affermò che «Pellevoisin è stata scelta dalla Beata Vergine come luogo privilegiato dove diffondere le sue grazie».

Nel 1983, l’allora vescovo di Bourges, Paul Vignancour (1908-1987), riconobbe come miracolosa la guarigione di Estelle. E a conferma della credibilità di quest’ultima, nel 2020 la Conferenza episcopale francese ha votato a favore dell’apertura della sua causa di beatificazione. Una causa che ora, come sottolinea la stessa arcidiocesi di Bourges, potrà essere favorita dal nihil obstat concesso da Roma.

(Ermes Dovico – La Nuova Bussola – 1 Settmbre 2024)

L’arresto di Durov e i paradossi della libertà

di Stefano Caprio- Asia News – 1 Settembre 2024

Sia i portavoce del potere, sia la maggior parte delle voci di opposizione a Mosca hanno reagito sorprendentemente all’unisono all’arresto in Francia dello zar russo di internet, difendendo la libertà di espressione e di comunicazione. A conferma che l’arma definitiva della guerra non è il drone d’assalto o la bomba nucleare, ma l’ideologia che distorce la realtà

L’evento più clamoroso per la Russia negli ultimi giorni non è stata la previsione sulla vittoria dell’Ucraina nella guerra, sbandierata dal presidente Volodymyr Zelenskyj sulla scia dell’entusiasmo per l’offensiva nella regione di Kursk, ma l’arresto dello zar russo di internet, Pavel Durov, in un aeroporto francese. Sia i portavoce del potere, sia la maggior parte delle voci di opposizione in Russia hanno reagito all’unisono, in modo stupefacente, in difesa della libertà di espressione e di comunicazione. La guerra dell’informazione è infatti ben più estesa e devastante di quella sul campo, non ovviamente per il numero delle vittime e la portata delle distruzioni, ma per la sensazione effettiva del potere, o della consistenza della lotta contro di esso.

La piattaforma di messaggistica Telegram, fondata da Durov nel 2013, è in effetti l’unico spazio in cui il pubblico russofono può avere accesso ai contenuti politici senza blocchi, interruzioni o sanzioni, e questo vale non solo per la Russia, ma per molti Paesi del Medio Oriente, dell’Asia centrale e di quella sud-orientale. Nell’Europa occidentale, e in particolare in Francia, Telegram viene invece spesso associata al narcotraffico, al terrorismo, alla pirateria informatica e alla diffusione di materiali pornografici, compresi quelli di pedofilia.

Pavel Durov, imprenditore pietroburghese che compirà quarant’anni a ottobre, domina lo spazio dei social network in Russia fin dal 2006, agli inizi della diffusione nel mondo di questi nuovi mezzi di comunicazione. Insieme al fratello Nikolaj aveva fondato la prima rete VKontakte (“In Contatto”), che divenne immediatamente popolare in Russia e in molti altri Stati ex-sovietici, insieme con l’altro messenger Odnoklassniki (“Compagni di Classe”), anch’esso legato al sistema di Durov. Questi primi strumenti sono stati lasciati al totale controllo del Cremlino dopo l’inizio del conflitto con l’Ucraina nel 2014, e il giovane magnate digitale ha rivendicato la propria libertà di diffondere qualunque informazione, anche criticando il governo, rimanendo sul trono di Telegram.

Durov ha quindi lasciato ufficialmente la Russia, dove comunque ritorna ogni volta che lo ritiene necessario, e ha stabilito la sua residenza a Dubai, prendendo allo stesso tempo la cittadinanza degli Emirati, delle isole di Saint Kitts & Nevis e della Francia, rinunciando agli Stati Uniti e a Singapore, dove “sentiva troppe pressioni”, come da lui raccontato in un’intervista a Tucker Carlson, l’unico giornalista occidentale amato dai russi. Il passaporto francese gli era stato concesso per via assolutamente privilegiata, dopo alcune cene con il presidente Emmanuel Macron, che gli consigliava di spostare a Parigi la sede della sua impresa.

Il suo arresto in Francia – con rilascio ai domiciliari su cauzione dopo una settimana, con obbligo di rimanere nel Paese – ha scatenato una tempesta di reazioni in Russia, sollevando numerose perplessità sui suoi reali motivi. Durov si è recato a Parigi con il suo aereo privato dall’Azerbaigian, dove sembra avesse avuto l’opportunità di incontrare direttamente Vladimir Putin. Sembra improbabile che non fosse al corrente dei rischi del viaggio, viste le sue relazioni ai massimi livelli, per cui si ipotizza che si tratti di una manovra dalle finalità oscure, a meno che non dimostri la protervia di chi si crede al di sopra di tutte le leggi. Per i russi, il sospetto è che il padrone di Telegram sia andato a consegnare le chiavi d’accesso alle informazioni cruciali del suo messenger, per favorire gli occidentali nella guerra globale.

La piattaforma è in effetti molto usata dai soldati russi per comunicare tra loro (anche dagli ucraini, del resto), ma non è molto credibile che i comandanti militari vi facciano passare i piani strategici, e del resto il sistema di Telegram non ha vere e proprie “chiavi d’accesso”, essendo costruito su un castello di database e di server non comunicanti tra loro. Al di là dell’effettivo significato tecnico-militare della vicenda, la sua risonanza dimostra il significato più vasto degli intrecci nel mondo della comunicazione; la Russia, isolata politicamente ed economicamente dall’Occidente e in cerca di una nuova dimensione a cavallo dei mondi, non può rinunciare al suo ruolo nello spazio globale virtuale.

Il controllo sulle informazioni è infatti lo strumento principale per imporre un’interpretazione degli eventi favorevole ai propri scopi. Non si tratta certo di una novità: la manipolazione della realtà era già uno degli obiettivi principali degli antichi storici romani, dallo stesso Giulio Cesare a Tito Livio, Tacito e Sallustio, come arma ideologica dell’impero. I russi ne hanno tratto insegnamento fin dalla medievale “Cronaca di Nestor” che narra gli eventi della Rus’ di Kiev, presentando il “popolo nuovo” chiamato a riscrivere la storia, a cui si sono ispirati gli zar e i segretari sovietici, fino al loro attuale emulatore del Cremlino. Uno scrittore e filosofo russo dell’Ottocento, Vladimir Odoevskij, aveva addirittura profetizzato la nascita dei blog e di internet nel suo romanzo utopico “Anno 4338”, scritto nel 1835, in cui narrava che “tra le case sono stabiliti dei telegrafi magnetici, grazie ai quali coloro che vivono a grandi distanze possono conversare tra loro”, diffondendo perfino dei “giornali casalinghi, preparati da chi ha maggiori conoscenze e che sostituiscono l’abituale corrispondenza”, che oltre a informare sulla vita interna delle famiglie offrono “diverse riflessioni, osservazioni, scoperte e proposte”.

Di proposte su Telegram ce n’è effettivamente un gran numero, e molte di esse suscitano reali preoccupazioni. In passato Durov ha dovuto piegarsi controvoglia alle imposizioni di Stati stranieri, come nel 2022 quando la Germania lo accusò di non moderare i contenuti secondo le leggi, la stessa accusa che ha portato all’arresto di Parigi. Non molto tempo fa in Europa è stata elaborata la versione finale del Digital Services Act, il regolamento Ue sui servizi digitali 2022/2065, a cui i rappresentanti di Telegram giurano di attenersi scrupolosamente, bloccando i contenuti pirata e non diffondendo agli europei i canali vietati come RT, il derivato della Russkoe Televidenie, uno dei principali mezzi di propaganda del Cremlino. Del resto, la Commissione europea ha specificato che non sono state rilevate violazioni a queste regole da parte di Telegram.

L’inchiesta parigina si basa sulla legislazione francese, e imputa a Durov la mancata collaborazione con la polizia locale. E qui sorge la domanda che interessa tutto il mondo digitale, non solo per i destini del boss dell’ecosistema: quanto è giustificabile il controllo di quello che si diffonde sulla rete? Dov’è il confine tra la “moderazione” e la censura? Se si vuole difendersi dai crimini informatici, allora bisognerebbe concedere il diritto a intromettersi in qualunque scambio di contenuti, come in effetti spesso succede al di là delle leggi. Questo è infatti il desiderio della Russia, più ancora che della Francia o degli Stati Uniti, fino alla possibilità di controllare i pensieri e i moti dell’anima, e non c’è nulla come il mondo virtuale per forzare ogni reparto segreto della vita interiore delle persone.

Questo è il motivo per cui anche nei Paesi più democratici c’è sempre meno fiducia nelle autorità e nelle loro dichiarazioni, e ognuno cerca di ritagliarsi uno spazio in cui sentirsi più o meno autonomo, come Telegram cerca di proporre in modalità più credibili di tanti social più diffusi. La libertà di espressione è sempre stato un concetto ambiguo, e sta diventando un ideale ancora più confuso e contraddittorio. La Russia combatte la sua guerra “contro il falso liberalismo”, il demone per cui invita tutti i cittadini del mondo a trasferirsi nel “mondo della purezza dei valori tradizionali”, ma invoca la libertà per Durov e i suoi strumenti assai poco tradizionali.

L’arma definitiva della guerra non è il drone d’assalto o la bomba nucleare, è l’ideologia che distorce la realtà, e trasforma un valore universale come la libertà della persona in uno strumento del controllo del potere. Se si può discutere quanto sia lecito concedere agli ucraini l’uso dei missili occidentali verso la Russia, o la rescissione dei legami ecclesiastici con l’ortodossia russa, non si può prescindere da un impegno nel definire i contenuti della libertà di pensiero, di espressione e di parola, su internet e in qualunque luogo, considerando che in questo campo non ci sono confini geografici o zone di separazione e non belligeranza. Siamo tutti russi e francesi, siamo tutti protagonisti di Telegram o di qualunque altro sistema che diffonde le parole e le immagini, che ci obbliga a scegliere e a decidere in quale realtà vogliamo vivere.

Putin giudicato dallo storico russo Medvedev

 28 Agosto 2024 ore 09:34

di Bruno Fanucchi – Corrispondeza Romana  1862

Il 12 giugno 1990, sotto la presidenza di Boris Eltsin, la Duma di Stato adottò la Dichiarazione di sovranità dello Stato, che segnava l’inizio della Russia moderna, e rese il 12 giugno Giornata nazionale, che da allora viene tradizionalmente celebrata con grandi eventi artistici e popolari in tutto il Paese e in particolare sulla Piazza Rossa, davanti alle mura del Cremlino, nel cuore di Mosca. «Nel 2024 – sottolineava un comunicato stampa ufficiale del Cremlino in vista dell’evento di quest’anno – la Russia celebrerà questa festa di fronte a una guerra ibrida senza precedenti scatenata dall’Occidente contro Mosca». La propaganda di Putin ha così continuato: «La situazione attuale non è una novità, è una conseguenza diretta del confronto storico tra la Russia e l’Occidente, dell’ambizione dei Paesi della NATO di sconfiggere Mosca dal punto di vista strategico, di cancellare la Russia dalla mappa politica mondiale come Stato indipendente».

Quindi è la Russia ad essere attaccata e circondata, e si sta semplicemente difendendo dalle forze della NATO e dell’Occidente decadente. Questo discorso immaginario, trasmesso notte e giorno sui social network di tutto il mondo, è purtroppo fiorente. In vari Paesi europei, molti politici, esperti e giornalisti stanno mettendo in evidenza la “minaccia nucleare” regolarmente sollevata dallo stesso Vladimir Putin, per alleggerirsi la coscienza e soprattutto per non fare nulla per contrastare l’aggressione russa e le sue terribili conseguenze per la stabilità dell’Europa. Chiedono inoltre al Presidente Volodymyr Zelenski di negoziare alle condizioni di Mosca per «evitare una terza guerra mondiale», che in realtà è già iniziata, ma in una forma finora totalmente sconosciuta.

Nella stessa Russia, le voci che denunciano la guerra di Putin sono sempre meno, visto che questo atto di coraggio può valere fino a 15 anni di carcere. «Ci sono persone che soffrono per questa situazione, che esprimono il loro dissenso, che sono uscite a manifestare o hanno partecipato al funerale di Alexei Navalny, che vanno in prigione per le loro convinzioni. Tanto di cappello per il loro coraggio», ha dichiarato lo storico russo Sergei  Medvedev in una recente intervista a Laure Mandeville del Figaro. Medvedev ha lasciato Mosca all’indomani del 24 febbraio 2022 e ora insegna alla Charles University di Praga.

Medvedev aggiungeva: «Ma, se si ha una visione d’insieme, si ha comunque la sensazione che i russi abbiano costruito nella loro testa una comoda spiegazione psicologica. Hanno accettato la teoria di Stato secondo cui l’Ucraina è occupata dai fascisti, che l’Occidente ce l’ha con la Russia e utilizza l’Ucraina a questo scopo, mentre noi russi stiamo proteggendo i nostri interessi e il nostro Paese contro i fascisti. È una storia per bambini di 3 anni, ma decine di milioni di russi vivono comodamente immersi in questa favola. Dicono: Putin vede le cose meglio, dipende da lui. Se abbiamo iniziato la guerra, dobbiamo finirla»… e questo significa andare fino in fondo, cioè fino alla scomparsa totale dell’Ucraina. Perché la Russia non può perdere!

Per comprendere meglio la cecità di gran parte della società russa e la colpevole cecità delle élite occidentali, che da quasi un quarto di secolo arretrano davanti a Putin, vale la pena leggere l’eccellente libro dello stesso Medvedev da poco pubblicato: A War made in Russia (John Wiley and Sons Ltd, 2023, 192 pagine). È un testo fondamentale in cui l’autore analizza e dimostra con talento la posta in gioco in Russia e nel nostro Vecchio Continente dall’inizio di questa guerra di aggressione pianificata da tempo.

«In vista della guerra che verrà – ci ricorda giustamente Medvedev – la Russia ha lanciato un impressionante programma di riarmo per gli anni 2011-2020, per un costo di 700 miliardi di dollari. Nel 2013 è stata elaborata la Dottrina Gerasimov, dal nome del Capo di Stato Maggiore delle Forze Armate (tuttora in carica): essa propugnava il concetto di guerra ibrida, che – accanto ai tradizionali strumenti militari – poneva l’accento su azioni non militari: pressioni politiche e diplomatiche, guerra dell’informazione, attività sovversive, sostituzione dei leader dei Paesi avversari, ecc.».

Siamo arrivati a questo punto con il recente tour africano di Sergei Lavrov in alcuni Paesi francofoni (Mali, Burkina Faso, Niger, Guinea, Ciad, Repubblica Centrafricana, Congo Brazzaville) e il dispiegamento dell’Africa Corps – il successore del gruppo Wagner – in diverse delle ex colonie francesi che sono state o stanno per essere regolarmente sfruttate. 

«La guerra è diventata il linguaggio della vita quotidiana. È diventata attraente e persino desiderabile», e Putin ha ripreso e messo in pratica l’idea suggeritagli da Vladislas Surkov, uno dei suoi consiglieri più influenti e ascoltati, che all’inizio degli anni Duemila affermava che «la Russia sarebbe dovuta diventare esportatrice di caos» e – di fatto – ora è diventata «la principale esportatrice di guerre al mondo». 

Vero e proprio ideologo del Cremlino e cofondatore del partito Russia Unita, Surkov è stato persino vice primo ministro della Federazione Russa negli anni 2012-2013 e, all’indomani della “Rivoluzione arancione” del 2004 a Kiev, è stato il fondatore del movimento Nachi (Nostro), che ha guidato il movimento giovanile pro-Putin sostenendo una guerra totale contro i «nazisti ucraini».

Nelle primissime pagine del suo libro, Medvedev osserva che i russi e gran parte dei giovani che ne sono stati attratti «sono stati sedotti dallo slogan revanscista di Putin e dalla sua promessa di risollevare la Russia messa in ginocchio».  L’autore ci ricorda che Vladimir Žirinovskij parlava già così: «Risolleverò la Russia messa in ginocchio», come recitava il suo manifesto elettorale del 1993, ben quindici anni prima di uno dei principali slogan di Putin. Nel 2005, Putin ha descritto il crollo dell’URSS come «la più grande catastrofe geopolitica del XX secolo».

«Il nemico numero 1 è diventato l’Ucraina. Gli ucraini sono diventati per lui quello che gli ebrei erano per Hitler», aggiunge Medvedev, sottolineando che «Putin sta semplicemente seguendo i precetti del suo padre spirituale Žirinovskij, prontissimo nel lanciare bombe atomiche in discorsi incendiari».

Avendolo intervistato nel suo ufficio alla Duma di Mosca nei primi anni 2000, posso testimoniare che Žirinovskij parlava con la stessa verve e paranoia che Putin – ahimè – imita così bene oggi. E Medvedev spiega: «Tutti i suoi recenti articoli pseudo-storici, tutte queste dichiarazioni piene di disprezzo e odio nei confronti dell’Ucraina, testimoniano il fatto che ha deciso di passare alla ‘soluzione finale della questione ucraina’». «Man mano che venivano alla luce sempre più prove delle atrocità commesse dall’esercito russo nei territori temporaneamente occupati dell’Ucraina –prosegue – diventava chiaro che non si trattava di un’orgia di ubriachi o di eccessi commessi da carnefici, ma di un terrore pianificato in cui erano coinvolte la compagnia militare privata Wagner e unità punitive appositamente addestrate, e che la distruzione con bombardamenti di intere città ucraine e dei loro abitanti (come a Marioupol) non era dovuta a una confusione di obiettivi, ma a un intento criminale».

Il presidente del Partito liberaldemocratico, Vladimir Žirinovskij, che è stato richiamato a Dio il 6 aprile 2022 all’età di 75 anni, si è rallegrato dell’invasione dell’Ucraina e ha invocato un confronto finale con l’Occidente. Sognava una terza guerra mondiale, nella quale poter «bruciare Parigi» e «atomizzare Berlino»… Proprio come Putin oggi. Alla fine di dicembre 2021, in una delle sue ultime apparizioni pubbliche, ha persino implorato di «bombardare Kiev» a Capodanno.

 «Soffocare la macchina da guerra di Putin è essenziale per la sicurezza globale. Ogni arma che la Russia non può produrre è una vita salvata», ha sottolineato il capo della diplomazia ucraina, Dmytro Kuleba, accogliendo con favore le nuove sanzioni contro il settore industriale della difesa russo e il suo accesso alla tecnologia e alle risorse all’estero. Ciò che è in gioco è la sopravvivenza del popolo ucraino.

Ucraina-Russia, perché la pace è lontana

di Massimo Nava| 29 agosto 2024 – Corriere della Sera  30 Agosto 2024

Non vedremo mai una sconfitta totale dell’Ucraina né della Russia. E ovviamente nessuno potrà pensare di sbandierare una vittoria al proprio popolo ferito e sofferente

Sopravvivenza, stallo, collasso. In un algoritmo su oltre due anni di guerra in Ucraina, risulterebbero queste le parole più usate dagli analisti. E non è difficile capirne perché. Non vedremo mai una sconfitta totale dell’Ucraina né della Russia. E ovviamente nessuno potrà pensare di sbandierare una vittoria al proprio popolo ferito e sofferente. È un’evidenza che soltanto ciechi e propagandisti messianici non vedono, così come non vedono il rischio sempre più alto di uno scontro Nato/Russia dalle conseguenze imprevedibili. Immaginare un dopo guerra, allo stato attuale del conflitto sul campo, significa ragionare su tempi lunghi e su condizioni che al momento appaiono irrealizzabili.

L’Ucraina ha perso circa un quinto del territorio, ha quasi sei milioni di rifugiati all’estero, ha un tasso di natalità bassissimo e conta oggi circa 38 milioni di abitanti, una decina di milioni in meno rispetto all’anno dell’indipendenza (1991). È un Paese distrutto, i cui danni di guerra ammontano a oltre 500 miliardi di dollari che, al momento, nessuno sa bene come saranno finanziati. Organismi internazionali, multinazionali del settore agroalimentare e fondi privati stanno facendo conti su ciò che resta del territorio sovrano, non sull’ improbabile riconquista di sovranità delle provincie occupate dai russi.

L’Occidente – Usa e Unione europea – perseguono una strategia contorta, che consiste nell’ aiutare l’Ucraina a non perdere e a non collassare, inviando armi e aiuti limitati e insufficienti, senza forzare la situazione per evitare un’escalation del conflitto con la Russia. Di questo sono consapevoli gli stessi ucraini, ma si fa finta che Kiev possa ancora vincere, mentre l’obiettivo è che riesca a sopravvivere: come Stato indipendente, ridotto ma collegato all’Occidente. Un Occidente che le apra, su tempi indefiniti, le porte della Ue e della Nato. Nessuno vuole fare i conti con il fatto che a principi eticamente nobili (la condanna dell’aggressione russa e della violazione di confini statuali) non potranno corrispondere risultati politici auspicati. Salvo essere in grado di costruire coalizioni genere Russia/America contro il Terzo Reich.

Quanto alla Russia, l’andamento della guerra è altrettanto catastrofico, salvo consolarsi con la probabile irreversibilità (comunque non riconosciuta da nessuno) della sovranità su Crimea e Donbass. Il bilancio è altamente negativo: enormi costi umani ed economici della macchina bellica per mantenere un livello superiore alla resistenza ucraina, isolamento culturale e sanzioni internazionali, scivolamento verso la dipendenza economica dalla Cina e condanna a un ruolo irrilevante sulla geopolitica asiatica, allargamento della Nato ai propri confini, rafforzamento irreversibile del nazionalismo ucraino (che umilia persino Puskin) e dell’abbraccio Ucraina-Occidente, ovvero esattamente il contrario degli obbiettivi iniziali del Cremlino. Anche perché l’Ucraina non è entrata nella Nato, ma la Nato in modo surrettizio è dentro l’Ucraina.

È però illusorio immaginare la sconfitta della Russia e il ritiro unilaterale dal teatro di guerra. Il fallimento dell’ «operazione speciale» costringe paradossalmente il Cremlino a perseguire i propri obbiettivi poiché anche la Russia, in modo speculare, lotta per la propria sopravvivenza: non come nazione, ma come grande potenza minacciata e militarmente accerchiata. Ad oggi, l’economia russa si regge sulla macchina militare, sull’aggiramento delle sanzioni e sulle esportazioni di gas verso l’Asia, ma a prezzi ridotti. Se il Cremlino volesse, o fosse costretto, ad abbandonare questa strada, si calcola che ci vorranno anni per riconvertire il sistema economico e scongiurare l’abbraccio della Cina.

In pratica, la guerra russo/ucraina si riduce a termini come stallo, collasso, sopravvivenza, attribuibili in modo ambivalente alle parti in causa. Spettatori interessati, Cina e Stati Uniti, le due superpotenze che, comunque vada a finire, hanno già vinto. Pechino sta traendo il massimo profitto geopolitico ed economico senza nemmeno sporcarsi le mani. Washington ha ridotto a quasi nulla i corridoi energetici e le relazioni economiche Ue-Russia, ha allargato la Nato ad Est, fino ai confini con la Russia e svuotato i magazzini di armi inviate a credito a Kiev e ai Paesi europei. L’Europa, divisa e miope, invasa da profughi ucraini e recriminazioni russe, aspetta soltanto di pagare il conto.

La Russia è davvero invincibile?

28 Agosto 2024 ore 09:36

di Roberto de Mattei – Corrispondenza Romana

La Russia è un immenso territorio di 17.075.400 chilometri quadrati, che nella sua estensione abbraccia l’Europa e l’Asia, dove è situato il 77% del suo territorio. Carlo XII, Napoleone ed Hitler tentarono senza successo di invaderla (cfr. Andrea Santangelo, Invincibile Russia.  Come Pietro il Grande, Alessandro I e Stalin hanno sconfitto gli invasori, Carocci, Roma 2022).

 Il primo tentativo avvenne durante la” Grande Guerra del Nord” (1700-1721) per l’egemonia sul mar Baltico. Il 21 gennaio 1708 il giovane re svedese Carlo XII entrava a Grodno, alla testa di un esercito considerato il migliore d’Europa, con l’intenzione di giungere fino a Mosca. Il suo avversario Pietro il Grande si rivelò però uno stratega migliore, applicando la dottrina della “terra bruciata” che prevedeva di cedere grandi spazi, per guadagnare tempo e colpire il nemico al momento giusto. La battaglia decisiva, avvenuta a Poltava, l’8 luglio 1709, si concluse con la disfatta dell’armata svedese. La guerra segnò il tramonto della Svezia e la crisi della Confederazione polacco-lituana. L’Estonia e la Livonia (che comprendeva parte dell’attuale Lettonia) passarono sotto il dominio russo. Il Senato russo accordò allo Zar il titolo di “Pietro il Grande, padre della patria e zar di tutte le Russie”.

La seconda invasione della Russia avvenne nel 1812, ad opera dell’Imperatore Napoleone I, in quel momento vincitore in Europa su tutti i fronti. La Grande Armée di Napoleone contava 600.000 uomini, provenienti non solo dalla Francia, ma anche da Stati o regioni annesse al territorio francese. La guerra fu proclamata il 22 giugno 1812 e la battaglia decisiva si svolse sulle colline di Borodino il 7 settembre dello stesso anno. Da un punto di vista militare fu una vittoria per Napoleone che il 14 settembre entrò con il suo esercito in una Mosca deserta, senza riuscire però a distruggere l’armata nemica. Il conte Rostopčin, governatore di Mosca aveva dato ordine ai cittadini di abbandonare la città e di incendiarla.  Dopo 34 giorni, il 19 ottobre 1812, mentre l’inverno si avvicinava, Napoleone lasciò Mosca, dando l’ordine della ritirata, inseguito dall’esercito russo comandato dal generale Kutuzov. L’invasione della Russia si concluse in maniera disastrosa. Nella tragica battaglia sul fiume Beresina, un affluente del Dnepr, i francesi riuscirono a forzare il tentativo di accerchiamento russo, pagando un altissimo prezzo di sangue. Napoleone perse in Russia oltre 530.000 uomini, dei quali circa 120.000 furono catturati. Due anni e mezzo dopo fu Waterloo.

Il tentativo di conquista più radicale fu quello di Hitler che, con un improvviso capovolgimento di fronte, cancellò il patto Molotov-Ribbentrop, stipulato nell’agosto 1939 con Stalin per spartirsi le reciproche zone di influenza europea. Forte di questo accordo, il 1° settembre Hitler aveva invaso la Polonia occidentale, dando inizio alla Seconda guerra mondiale. Stalin, da parte sua, nel giugno 1940 aveva occupato la Polonia orientale e i tre Stati Baltici, Estonia, Lettonia e Lituania. Ma il 22 giugno 1941 scattò l’“Operazione Barbarossa”, con la quale l’esercito tedesco invadeva la Russia. L’armata sovietica era molto più numerosa, ma Hitler confidava nella maggiore qualità del corpo ufficiali tedesco e nella Blitzkrieg, la “guerra lampo” dei suoi generali. La rapidità dell’avanzata militare tedesca sorprese Stalin, convinto che Hitler non avrebbe mai osato ripercorrere le tracce di Carlo XII e Napoleone. A dicembre i carri armati tedeschi, dopo aver travolto l’Ucraina, si presentarono davanti alle porte di Leningrado e di Mosca e, nell’inverno del 1942-1943, arrivarono al centro industriale di Stalingrado. I sovietici riuscirono a non perdere la guerra grazie alle loro maggiori riserve in termini di uomini e di mezzi, combattendo, a differenza dei tedeschi, su di un unico fronte. Stalingrado rappresentò il momento in cui la guerra svoltò a favore dei sovietici. L’Armata Rossa, solo nel 1943, subì quasi 8 milioni di perdite totali, ma l’ago della bilancia, grazie anche a questo deliberato olocausto, si spostò a favore di Stalin. 

La Russia è dunque invincibile? L’invulnerabilità della Russia è una leggenda superficiale, basata sull’ampiezza del suo territorio e sul numero dei suoi abitanti, senza tener conto però delle caratteristiche psicologiche del suo popolo, intelligente e meditativo, ma al tempo stesso indolente e fatalista. I russi preferiscono la pace alla guerra e il loro esercito si è rivelato spesso un colosso di argilla. Le vittorie contro Napoleone e Hitler furono dovute soprattutto al fattore inverno e agli errori strategici dei generali nemici, che confidarono troppo nelle loro capacità militari. 

Nella guerra di Crimea (1853-1856), l’Impero dello Zar Nicola I era all’apogeo della sua potenza militare, ma fu duramente sconfitto da una coalizione tra l’Impero Ottomano, la Francia, la Gran Bretagna e il Regno di Sardegna. Nel conflitto con il Giappone del 1904-1905, l’esercito zarista subì una serie di rovinose sconfitte a causa della propria debolezza più che della forza del nemico. All’inizio della Prima guerra mondiale, nel 1914, la Germania aveva spostato tutte le sue forze sul fronte francese, lasciando solo alcune divisioni sul fronte russo. Ciò malgrado, la battaglia di Tannenberg, tra il 26 e il 30 agosto, si concluse con una schiacciante vittoria delle forze tedesche, guidate dal generale Paul von Hindenburg. Fu l’inizio del crollo dell’Impero degli Zar, culminato nel 1917 con la disgregazione dell’esercito e la Rivoluzione bolscevica.  

La guerra in Afghanistan del 1979-1989 fu l’ultima bruciante sconfitta dell’Armata sovietica, mentre il Muro di Berlino iniziava a sgretolarsi. La guerra russo-ucraina potrebbe essere la successiva. Il 24 febbraio 2022 il presidente della Federazione russa Vladimir Putin annunciò una “Operazione militare speciale”, dando inizio, con 190.000 uomini, all’invasione dell’Ucraina. Putin si attendeva il crollo del governo di Kyiv, con una rapida occupazione del Donbass. Ben diverso è il bilancio dopo due anni e mezzo di guerra. Secondo lo Stato Maggiore delle Forze Armate dell’Ucraina, al 17 agosto 2024, la Russia avrebbe perso 598.180 combattenti dall’inizio della sua invasione, senza che l’“Operazione speciale” abbia ancora raggiunto i suoi obiettivi finali.

Inattesa fu la resistenza dell’Ucraina nel febbraio 2022 e inatteso è stato l’attacco lampo dell’agosto 2024, quando le forze armate di Kyiv hanno attraversato il confine tra la regione di Sumy e quella di Kursk e sono penetrate in Russia. Gli analisti politici e militari si interrogano sullo scopo di questa iniziativa, che ha portato alla conquista di oltre 1000 chilometri di territorio russo. Essa, al di là degli aspetti strategici, ha comunque un profondo significato simbolico, perché dimostra la determinazione degli ucraini nella difesa della loro patria. Putin inoltre deve ammettere il fallimento dell’“operazione speciale” e l’esistenza di uno stato di guerra con l’Ucraina.

Un altro gesto simbolico si è sovrapposto, il 20 agosto, alla controffensiva ucraina: la messa al bando della Chiesa ortodossa ucraina, dipendente, sotto l’aspetto politico e religioso, dal Patriarca di Mosca Kirill, braccio destro di Putin. Il vicepresidente del Consiglio di sicurezza russo, Dmitry Medvedev, commentando l’approvazione di questa legge da parte del Parlamento ucraino, ha affermato che il paese «sarà distrutto come Sodoma e Gomorra», mentre Putin accusa la Nato e l’Occidente di armare gli ucraini e agita lo spettro nucleare.

Chi combatte per la restaurazione dell’Occidente cristiano non si lascia impressionare da queste minacce. Il messaggio di Fatima ci assicura che dopo l’inevitabile castigo dell’umanità per i suoi peccati, la Russia volterà le spalle alla religione ortodossa, all’ideologia comunista e all’eredità asiatica per ritornare a quella fede cattolica che sbocciò a Kyiv, sotto san Vladimiro, alla vigilia dell’anno Mille. 

Il discorso di Kamala Harris: molto fumo contro Trump e poca sostanza

Kamala Harris ha tenuto un discorso che i titolisti hanno subito definito “storico” perché è la prima donna di colore candidata presidente. Ma i contenuti sono vaghi, a parte la lunga arringa contro Trump. Kamala è finora solo una candidata virtuale costruita dai Democratici: non è nemmeno mai stata intervistata da quando è candidata. 

Esteri 24_08_2024- Stefano Magni – la nuova Bussola

Il discorso più importante della sua carriera. Questa è la definizione che Kamala Harris ha dato del discorso di accettazione della candidatura alla Casa Bianca, giovedì 22 agosto, alla Convention Nazionale Democratica a Chicago. Un discorso che i titolisti, non solo italiani, si sono affrettati a definire “storico”, perché segna l’inizio della corsa della prima candidata alla presidenza che è sia donna che di colore.

Il biglietto da visita di un presidente è la storia personale e famigliare. Un modo classico per rompere il ghiaccio con i militanti e gli elettori è quello di parlare di sé, della propria famiglia e delle proprie origini. La Harris lo ha fatto all’inizio del discorso e ha presentato una famiglia “allargata”, quasi alla Murgia. Infatti, dopo aver tessuto le lodi della madre indiana Shyamala che “ha attraversato il mondo” per realizzare il suo sogno di ricercatrice medica in America, «l’armonia tra i miei genitori non durò. Quando frequentavo la scuola elementare, si separarono e fu soprattutto mia madre a crescerci». Ma anche: «Mia madre lavorava a lungo e, come molti genitori che lavorano, si appoggiava a una cerchia fidata per aiutarci a crescere. La signora Shelton, che gestiva l’asilo nido sotto di noi e divenne una seconda madre. Zio Sherman, zia Mary, zio Freddy e zia Chris. Nessuno di loro era parente di sangue. Ma tutti parenti per amore».

Già con questo biglietto da visita, la Harris si presenta ad un elettorato che è socialmente molto diverso dall’America che siamo abituati a vedere. Da quando la Harris è nata, negli anni Sessanta, ad oggi, le coppie sposate con figli sono calate dal 44% al 18% della popolazione statunitense. Quella di oggi è una nazione di single che nello stesso arco di tempo sono passati dal 13% al 29%. È soprattutto a loro che la Harris si rivolge per cercare consensi. Le sue parole d’ordine sono “diritti civili” e soprattutto “aborto”. I diritti civili sono una causa storica, ma ormai sono diventati sinonimo di diritti sessuali e riproduttivi. Che Trump, a suo dire, vorrebbe eliminare del tutto.

A Trump, la Harris dedica quasi la metà del discorso. E la BBC, che non passa certo per essere un’emittente di destra, ha individuato varie bufale della Harris. Il programma repubblicano non coincide con il “Progetto 2025” della Heritage Foundation, think tank conservatore. Trump non ha intenzione di vietare l’aborto su scala nazionale, cosa su cui rischia, anzi, di incrinare i rapporti con il popolo pro-life. Il candidato repubblicano non ha intenzione di abolire Medicare (il programma sanitario per i non abbienti) e la Social Security (il sistema pensionistico), né ha intenzione di abolire il Dipartimento dell’Istruzione. Non è neppure corretto affermare, come ha fatto la Harris, che Trump voglia uscire dalla Nato: lo ha detto nella sua campagna elettorale delle primarie, ma appena diventato candidato presidente ha smentito (o ha cambiato idea) e assicura che gli Usa resteranno “nella Nato al 100%”. Purché gli alleati europei contribuiscano di più alle spese.

Tuttavia, oltre alle critiche a Trump, la Harris non è chiara sulle sue proposte. La parte del discorso sulle sue proposte economiche è incredibilmente vaga, con formule retoriche tipo « Un’economia delle opportunità in cui tutti abbiano la possibilità di competere e di avere successo. Sia che si viva in una zona rurale, in un piccolo paese o in una grande città». Oppure: «Garantiremo l’accesso al capitale ai proprietari di piccole imprese, agli imprenditori e ai fondatori. Metteremo fine alla carenza di alloggi in America e proteggeremo la Social Security e Medicare». Sì, ma come?

Anche in politica estera, i cenni alle prossime linee strategiche degli Usa sono vaghi e nel caso del Medio Oriente anche cerchiobottisti: «Israele non deve mai più affrontare l’orrore che l’organizzazione terroristica Hamas ha causato il 7 ottobre». E però «Allo stesso tempo, ciò che è accaduto a Gaza negli ultimi 10 mesi è devastante». E quindi: «Israele sia al sicuro – gli ostaggi siano liberati – le sofferenze a Gaza finiscano – e il popolo palestinese possa realizzare il suo diritto alla dignità, alla sicurezza, alla libertà e all’autodeterminazione». E “Buona fortuna”, direbbero tutti i presidenti che finora hanno provato a raggiungere questi obiettivi, a partire da Jimmy Carter.

Tanto fumo, tanta campagna anti-Trump, ma poco arrosto. Kamala Harris, cooptata dal Partito Democratico per sostituire un ormai impresentabile Joe Biden, ha il solo scopo di battere il tycoon. Non importa come, non importa con quali programmi. Non importa “chi”: Kamala Harris era ritenuta una vicepresidente impopolare, un imbarazzo per il partito, al punto di suggerire a Biden di sostituirla. Adesso il Partito e la fitta schiera di media suoi alleati (inclusa la quasi totalità di quelli italiani, che pure non si rivolgono al pubblico di elettori americani) hanno costruito un’immagine di Kamala totalmente diversa da quella che abbiamo sempre vista. Un’immagine, appunto, perché la vera Kamala Harris, da 35 giorni candidata, ora anche ufficialmente, non ha ancora rilasciato una sola intervista, né ha tenuto alcuna conferenza stampa. Al di là dei discorsi preparati, dove segue un copione, non sappiamo ancora nulla di lei, di cosa voglia fare o se sia in grado di farlo. E il suo discorso non ci aiuta molto a capirlo.

L’agosto della disgregazione della memoria in Russia

di Stefano Caprio – Asia News – 25 Agosto 2024

Il tentato golpe che nel 1991 portò alla fine dell’Unione Sovietica, la consacrazione della cattedrale di Cristo Salvatore nel 2000, la strage dei bambini di Beslan del 2004: tre anniversari estivi  che hanno costretto i russi a ripensare in questi giorni all’incerta evoluzione del proprio destino.

Il mese di agosto, che in Russia manifesta le prime incertezze meteorologiche autunnali, è gravido di memorie decisive per il corso degli eventi degli ultimi decenni, che si ricollegano agli sconvolgimenti degli ultimi tempi. Il 19 agosto 1991 ebbe luogo a Mosca il tentativo di colpo di Stato da parte del Kgb contro il presidente Mikhail Gorbačëv, che segnò l’inizio della disgregazione dell’impero sovietico. Cinque mesi prima si era tenuto un referendum, in cui la stragrande maggioranza dei cittadini delle quindici repubbliche aveva votato per mantenere in piedi l’Unione Sovietica, e l’impero sembrava ancora in grado di superare le contraddizioni e le divisioni, rimanendo una superpotenza con un poderoso arsenale atomico, in grado di controllare metà dei Paesi del mondo come suoi satelliti.

Il fallimento del tentativo di eliminare Gorbačëv, con assalto di carri armati davanti alla Casa Bianca sul lungofiume della Moscova e il trionfo di Boris Eltsin che sventola la bandiera della Russia in mezzo a una folla festante, senza vittime né distruzioni, spalancò uno scenario completamente diverso: gli “uomini forti” erano ormai impotenti, e soltanto cinque giorni dopo, il 24 agosto 1991, l’Ucraina proclamava la sua indipendenza e di fatto la fine dell’impero, che venne sciolto quattro mesi dopo, il 25 dicembre. Dalle torri del Cremlino vennero tolte per sempre le bandiere rosse con la falce e martello (oggi conservate in un museo), sostituite dal tricolore della repubblica russa, che poco dopo si trasformò in Federazione, e il primo e ultimo presidente sovietico si ritirò in pensione.

Per quanto si cerchi di attribuire la responsabilità di quegli eventi alle singole personalità di Gorbačëv, Eltsin o dei falliti golpisti, è evidente che una realtà così gigantesca e poderosa come l’Unione Sovietica non poteva dipendere solo dalle incapacità di alcuni, o dall’audacia di altri. Molti sono i fattori che hanno poi determinato l’evoluzione successiva della Russia: i problemi economici e amministrativi, la diffusione senza limiti della corruzione, gli insuccessi bellici, le catastrofi ecologiche come l’esplosione della centrale di Černobyl, la crisi dell’ideologia marxista-leninista, la crescita delle rivendicazioni identitarie nazionali e molto altro.

L’effetto del crollo ha lasciato nella memoria dei russi soprattutto il risentimento nei confronti dell’Occidente, ma la verità è che gli avversari storici non cercavano la completa dissoluzione del mostro sovietico, per mantenere un ordine mondiale bifronte. Più volte gli occidentali hanno salvato l’impero, come nella seconda guerra mondiale, nonostante l’alleanza iniziale di Stalin con Hitler, o nella crisi dei missili di Cuba, conclusa con gli abbracci tra John Kennedy e Nikita Khruščev, fino alla catastrofica invasione dell’Afghanistan, risolta a livello regionale senza trascendere in una nuova guerra globale. Perfino il crollo del muro di Berlino del 1989 non prevedeva la scomparsa dell’Unione, nonostante la riunificazione delle due Germanie e la spinta decisiva al distacco da parte degli altri paesi dell’Europa orientale, compresi i Baltici e infine l’Ucraina.

Dopo il 1991, le fasi della disgregazione sono proseguite con la guerra cecena, e di nuovo l’Occidente si è schierato dalla parte di Mosca, senza appoggiare l’indipendenza dei popoli minori della federazione. Ora siamo arrivati a una fase successiva del processo iniziato 33 anni fa, con la guerra in Ucraina e i rivolgimenti dell’intero ordine geopolitico globale, ma ancora non si vede quale sarà la conclusione, se un effettivo “ordine multipolare” o soltanto una nuova cortina di ferro tra Oriente e Occidente.

Il patriarca ortodosso di Mosca Kirill (Gundjaev) ha tentato di trasformare la memoria agostana in una nuova celebrazione della rinascita della Grande Russia, ricordando la solenne consacrazione della cattedrale di Cristo Salvatore, avvenuta proprio il 19 agosto dell’anno giubilare del 2000, ospitando il Concilio che dichiarò la canonizzazione dell’ultimo zar Nicola II, e approvò il documento sulla Dottrina Sociale della Chiesa, il manifesto del “sovranismo ortodosso” che ha guidato la politica del nuovo presidente Vladimir Putin nel successivo quarto di secolo. La più grande chiesa ortodossa della Russia, costruita nel corso di diversi decenni per celebrare la vittoria su Napoleone del 1812, era stata poi fatta saltare in aria da Stalin nel 1931, quando il dittatore georgiano aveva ormai assunto il potere assoluto.

Dopo il crollo dell’Urss, la ricostruzione della cattedrale accanto al Cremlino costituì il primo atto simbolico del recupero dell’identità imperiale, e l’opera ebbe inizio grazie all’accordo tra il patriarca Aleksij II (Ridiger) e l’allora onnipotente sindaco di Mosca Jurij Lužkov, in previsione delle celebrazioni dell’850° anniversario della fondazione della capitale, in vista della sostituzione di Kiev come “città-madre” di tutte le Russie. Già nell’agosto del 1996, qualche mese prima del successivo anno giubilare, Aleksij celebrò la prima liturgia nella cappella inferiore della Trasfigurazione, e i lavori si conclusero nel 1999, quando ormai il potere stava passando nelle mani di Vladimir Putin.

Kirill era allora il metropolita-oligarca che cercava di risollevare le sorti della Russia e della sua Chiesa, umiliata dalle accuse di collaborazionismo con il potere ateista e insidiata dalle ondate di proselitismo di cattolici e protestanti provenienti da tutto l’Occidente, nella convulsa “rinascita religiosa” degli anni Novanta. Dopo quindici anni di patriarcato, oggi Kirill non ha dubbi nell’attribuirsi ogni merito della ricostruzione della cattedrale e di tutto il potere ecclesiastico russo, ricordando durante la celebrazione come allora “avevo spiegato al sindaco Luzkov la colossale mancanza di chiese nella capitale, che era ai margini delle statistiche di spazi ecclesiastici rispetto al numero di fedeli”. Ora invece egli esalta con orgoglio “lo straordinario monumento che sta al centro di Mosca”, il cui significato risiede nel fatto che “anche le persone che sembrano lontane dalla fede hanno compreso la sua necessità”, essendo comunque “legate alla fede per la propria origine, educazione ed appartenenza al popolo russo”.

Dalla cattedrale si è quindi passati al piano delle “Duecento chiese” da ricostruire a Mosca, realizzato e superato grazie soprattutto al successore di Lužkov, l’attuale sindaco Sergej Sobjanin in carica dal 2010, in tandem con lo stesso patriarca. Kirill ricorda che “Mosca è l’unica megalopoli al mondo dove si costruiscono così tante chiese, mentre nel resto del mondo si chiudono, e questo testimonia la crescita della fede nel nostro popolo”; anche se le statistiche affermano che a Mosca, e in tutta la Russia, più chiese si costruiscono, meno persone le visitano. In effetti, il patriarca insiste sul fatto che “non dobbiamo limitare la nostra predicazione ai confini delle chiese”, ma rendere l’intero popolo più partecipe della vita ecclesiastica.

La memoria di agosto si trasforma quindi dalla dissoluzione alla rinascita, ma un altro evento ha costretto i russi a ripensare in questi giorni all’incerta evoluzione del proprio destino. La mattina del 1° settembre 2004 avvenne infatti il più tragico atto terroristico della storia russa recente, la strage della scuola di Beslan in Ossezia del nord all’inizio del nuovo anno scolastico, con 1.100 ostaggi trattenuti dai terroristi per tre giorni, con esplosioni e sparatorie furibonde che lasciarono sul terreno 27 terroristi morti e 314 vittime tra gli ostaggi, di cui 186 bambini. Il presidente Putin, per la prima volta in vent’anni, si è recato in questi giorni in visita alle “Madri di Beslan”, compiendo un giro propagandistico anche in Cecenia, proprio durante l’offensiva ucraina nella regione di Kursk.

Putin intendeva mostrare la sua superiorità sulle pretese ucraine, ricordando le motivazioni stesse che lo avevano portato al potere, quando aveva promesso, già da primo ministro nel 1999, che avrebbe fatto fuori tutti i terroristi. Il bagno di folla caucasica ha ricordato quello successivo al tentativo di golpe di Evgenij Prigožin dello scorso anno, quando Putin (o un suo sosia) si concesse agli abbracci degli ingusceti per celebrare la sua unione indistruttibile con tutti i popoli della Russia. Alle madri dei bambini assassinati a Beslan aveva allora promesso di “raccontare tutta la verità” sulla strage, ma le loro rappresentanti si sono lamentate di non aver avuto in realtà alcuna soddisfazione in questo senso. Il presidente, in un dialogo che non è stato mostrato in televisione, ha risposto imbarazzato che avrebbe chiesto ad Aleksandr Bastrykin, capo del comitato investigativo, di risolvere la questione “al più presto”.

In preda a evidente confusione, Putin ha poi ricordato in modo impreciso il numero delle vittime dell’attentato, parlando di “334 persone, tra cui 136 bambini”, cinquanta in meno di quelli effettivamente defunti. Egli ha poi cercato istericamente di incolpare “le forze che dall’estero hanno cercato di giustificare e aiutare i terroristi, anche con motivazioni morali”, ricollegandosi agli avvenimenti attuali, poiché “i nostri nemici continuano a sconvolgere il nostro Paese, istigando e provocando le azioni criminali nella regione di Kursk, nel Donbass e in tutta la Novorossija”, cioè l’Ucraina. Cercando aiuto nella memoria di fatti passati, Putin e Kirill sperano di far risplendere il volto della nuova Russia vittoriosa, rendendo ancora più evidente la confusione e l’impotenza di un sistema sempre più incerto e contraddittorio.

Convention dem: se a Chicago il mondo resta fuori dall’arena

di Paolo Giordano – Corriere della Sera 23 Agosto 2024

La guerra? Si fa ma non si dice. Iran, Georgia, Afghanistan: non pervenuti, la sola democrazia da difendere è quella degli Usa. I cortei per Gaza si disperdono da soli. A Chicago si combatte solo per i voti della classe media

CHICAGO — La politica estera non ha avuto il pass per la convention. Se ne sta fuori dal perimetro di sicurezza, con i suoi cartelli, la rabbia repressa. Mercoledì pomeriggio, alla quarta delle manifestazioni pro Palestina, il corteo si era ormai ridotto, distillandosi nella sua composizione: quasi sparite le componenti intersezionali — femministe, black, queer — rimaneva la comunità musulmana, per la quale l’occupazione di Gaza non è metafora di altro. Forse è una deformazione professionale, ma della sequela di discorsi che ho ascoltato allo United Center, ho trovato eloquenti soprattutto le reticenze. 

Il mandato eroico dei democratici per queste elezioni è il salvataggio della democrazia dalla minaccia eversiva di Trump: «We are saving democracy» dicono, «Democracy is on the ballot». Ma è sottinteso, quando lo dicono, che la democrazia da salvare sia la loro, quella degli Stati Uniti. Nessuno, almeno finora, ha nominato il Venezuela, la Georgia, l’Afghanistan o l’Iran, dove la democrazia sanguina sul serio. E quasi nessuno ha nominato l’Europa. 

Nei giorni della presa di Kursk e della caduta di New York nel Donbass, anche l’Ucraina è stata pressoché assente dagli speech, l’Ucraina si fa ma non si dice, e se proprio va menzionata, meglio dire «Kiev». 
Quanto a Israele e Palestina, sono sigillati insieme in una formula vuota: finire la guerra a Gaza e liberare gli ostaggi. Fuori dallo United Center, mercoledì, sfilava in corteo un bambino palestinese mutilato a Rafah, avrà avuto sei anni; dentro l’arena, intanto, la folla dei delegati fremeva per le star della serata: Pelosi, Shapiro, Walz e Stevie Wonder. Fuori, gli slogan erano quelli più estremi, «Globalize the Intifada», «From the river to the sea»; dentro, si combatteva per i voti della classe media, qualunque cosa sia: casette col cortile, barbecue e cane, l’America vera, che non combatte contro l’occupazione ma per l’assicurazione sanitaria. 

Fuori, Israele va cacciato dal Medio Oriente; dentro, Tim Walz vuole i repubblicani «via dalle nostre stanze da letto!» Dentro, Joe Biden è il presidente che ha messo gli interessi dell’America davanti ai propri e Kamala Harris sarà «la Presidente della Gioia»; fuori, si chiamano «Killer Kamala» e «Genocide Joe». Per fortuna lo United Center è insonorizzato. Il mondo che non è America non disturba l’arena. 

Barack Obama è il solo a dirlo chiaramente: gli Stati Uniti non devono essere «la polizia del mondo». Eccola, in sintesi, l’agenda di politica estera dei democratici. A pensarci bene, rischia quasi di crearsi una convergenza paradossale di interessi fra il dentro e il fuori: il popolo radicale, che da sempre vuole un’America che si faccia gli affari propri, sta per essere accontentata. In cosa questo si tradurrà, be’, è un’avventura da scoprire. 
Alla manifestazione di domenica, dopo uno scontro e alcuni arresti, la polizia di Chicago si è disposta su tre lati di Union Park, per poi marciare verso i manifestanti al ritmo delle parole «Move-back… Move-back…». Era il tramonto, si era alzato un po’ di vento e la folla era già mezzo dispersa. I poliziotti procedevano poco convinti, quasi in imbarazzo per la superfluità dell’azione di sgombero. A un certo punto il loro mormorio si è trasformato in una ninna nanna. «Move-back… Move-back…». 
Magari siamo noi europei a sbagliare, ad angustiarci troppo con la politica estera. Forse si potrebbe, anzi si dovrebbe vivere accorciando lo sguardo, preoccuparsi al massimo dei vicini di casa, della propria comunità, come ha suggerito Tim Walz. «Move-back… Move-back…» Arretrare, ecco. Dedicarsi alla gioia a portata di mano. Abbandonarsi a questa inesorabile deriva dei continenti. 

I cattolici di fronte alle elezioni americane

21 Agosto 2024 ore 13:04

di Roberto de Mattei Corrispondenza Romana – 1861

Esiste una dottrina cattolica del male minore che si può riassumere in questi termini: 

  1. Non si può mai commettere in maniera positiva e diretta il sia pur minimo male; 
  2. per evitare un male maggiore si può tollerare un male minore commesso da altri, a condizione di non approvarlo in quanto tale e di ricordare l’esistenza di un bene maggiore a cui tendere. 

Questa dottrina è fondamentale per orientarsi in un’epoca confusa in cui si è persa la nozione del principio: «Bonum ex integra causa, malum ex quocumque defectu»(San Tommaso d’Aquino, Summa Theologiae I-IIae, q. 18, a. 4 ad 3).

Alla luce di questo principio, un cattolico non può mai votare o approvare una legge abortista, neanche minimale, ma può votare per un candidato che non sia un antiabortista integrale.  Per questo è lecito ad un cattolico americano votare per Donald Trump, le cui posizioni sull’aborto, come osserva Edward Feser, lasciano molto a desiderare . Trump è infatti favorevole a mantenere l’aborto legale nei casi di stupro, incesto e pericolo della madre e si limita a trattare l’omicidio di Stato come una questione puramente procedurale, relativa al governo, centrale o locale, che dovrebbe regolarla. Inoltre la piattaforma del Partito Repubblicano nell’incontro di Milwaukee dello scorso 8 luglio, per la prima volta in quarant’anni non ha incluso un riferimento al divieto di aborto a livello nazionale. Tuttavia Trump non fa dell’aborto una bandiera, a differenza della sua avversaria Kamala Harris. Il programma socialista ed egualitario della Harris prevede il ripristino del diritto costituzionale all’aborto, sancito dalla sentenza Roe v. Wade del 1973 e annullato dalla decisione della Corte Suprema del 24 giugno 2023. Inoltre, durante le primarie del 2019, Kamala ha annunciato che avrebbe approvato al suo primo giorno alla Casa Bianca. l’Equality Act, per garantire ogni forma di diritto al mondo Lgbt (sul tema, cfr. il suo libro The Truths we hold. An American journey, Vintage, 2021, pp. 112-120).

Il candidato democratico alla vicepresidenza, Tim Walz, membro di punta del Partito Democratico Contadino Laburista del Minnesota, è, se possibile, ancora più di sinistra di Kamala Harris. Malgrado i media insistano sulla moderazione di Kamala Harris, se i democratici vinceranno a novembre il processo di decadenza morale degli Stati Uniti sarà accelerato dal ticket Harris-Walz, tra i più progressisti nella storia di questo Paese.  

E’ una pena che il Partito Repubblicano non sia riuscito a produrre alcun candidato migliore di Donald Trump, ma Kamala Harris rappresenta certamente il male maggiore da evitare. Trump merita di essere criticato su molti punti, ma non è lecito regalare la vittoria alla Harris, votandola o astenendosi dal voto. 

Sul piano della politica internazionale, sia nel caso che vinca Kamala Harris che Donald Trump, è difficile che ci siano grandi variazioni. Si dice che sotto Trump gli Stati Uniti si sgancerebbero dall’Europa e dalla Nato, ma si tratta di una prospettiva esagerata. Kamala Harris appartiene alla scuola dei wilsoniani (dal nome di Thomas Woodrow Wilson, presidente degli Stati Uniti dal 1913 al 1921); Trump a quella dei jacksoniani (dal nome di Andrew Jackson, presidente dal 1829 al 1837). I primi sostengono che gli Stati Uniti hanno il dovere morale di diffondere i valori democratici nel mondo, i secondi ritengono che gli Stati Uniti non dovrebbero trovare motivi di conflitto all’estero. Tuttavia, come osserva lo storico Walter Russell Mead, l’opinione dei jacksoniani concorda con quella del generale Douglas MacArthur (1880-1964) secondo il quale in caso di guerra, «non c’è alternativa alla vittoria» (Il serpente e la colomba. Storia della politica estera degli Stati Uniti d’America, Garzanti, Milano 2002, p. 17). 

Durante il suo primo mandato presidenziale, Donald Trump si fece fotografare nello Studio Ovale con un ritratto alle sue spalle del presidente Jackson, le cui statue sono finite nel mirino degli attivisti “woke” con l’accusa di essere stato un razzista e uno schiavista. Lo stesso Mead ha sottolineato la connessione tra Trump e Jackson in un saggio pubblicato nel 2017 sulla rivista Foreign Affairs. Il candidato alla vice presidenza Vance, da parte sua, in un’intervista rilasciata a New Statesman il 14 febbraio 2024, ha sottolineato che l’approccio “jacksoniano” di Trump, è «un misto di estremo scetticismo verso l’intervento all’estero, combinato con una postura estremamente aggressiva quando si interviene». Gli Stati Uniti, osserva Mead, non possono intraprendere una importante guerra internazionale, senza il sostegno dei jacksoniani e, una volta iniziata, non possono interromperla se non alle loro condizioni.

La politica estera di Kamala Harris è certamente più interventista di quella di Trump, tuttavia malgrado la sua tendenza isolazionista, il candidato repubblicano ha come priorità l’interesse nazionale dell’America. La fine della Nato e la caduta dell’Europa sotto il dominio russo sono negli interessi di Washington? Trump vuole concentrarsi sullo scenario che ritiene più inquietante per gli Stati Uniti, quello dell’Indo-Pacifico, ma l’Europa costituisce un perno fondamentale della potenza imperiale americana. Se sarà eletto, premerà verosimilmente sull’Europa, perché trovi in sé stessa le risorse economiche e militari per difendersi, ma non la abbandonerà certo al suo destino. 

I democratici accusano Trump di essere sostenuto da Putin, ma l’interesse prioritario del dittatore russo non è la vittoria di Trump né quella di Harris, ma piuttosto una situazione di destabilizzazione del continente americano, che faciliti i suoi progetti di espansione nell’Europa orientale. Lo spettro della guerra civile, o quantomeno di forti tensioni interne, è sempre vivo negli Stati Uniti e non c’è da meravigliarsi se lo scenario che Putin preferirebbe sarebbe quello di un crollo dell’Impero americano analogo a quello dell’Impero russo del 1991.  

D’altra parte, il vero aiuto a Putin non è dato da Trump, ma da tutti coloro che sono convinti che la guerra russo-ucraina sia la conseguenza di una legittima reazione del Cremlino all’imperialismo americano. Se questo fosse vero, l’America sarebbe il nemico primario dell’Europa, come ha sempre pensato l’estrema sinistra europea prima e dopo il crollo dell’Unione Sovietica. Eppure appare evidente a qualsiasi uomo di buon senso che la dipendenza economica e militare dell’Europa dagli Stati Uniti resta un male minore rispetto a una situazione di vassallaggio nei confronti della Russia, che sta diventando a sua volta un paese vassallo della Cina comunista. 

Accettare il male minore non significa rinunciare al bene maggiore, che non ha nulla a che fare né con il liberalismo americano né con il dispotismo russo-cinese. L’ideale irrinunciabile è «l’instaurazione di tutte le cose in Cristo», ovvero la restaurazione della Civiltà cristiana, come l’Occidente l’ha conosciuta nel Medioevo, ma spinta a un più alto grado di perfezione. San Pio X ne ha indicato la strada: «Non si deve inventare la civiltà, né si deve costruire la nuova società tra le nuvole. Essa è esistita ed esiste: è la Civiltà cristiana, è la società cattolica. Non si tratta che di instaurarla e restaurarla incessantemente nelle sue naturali e divine fondamenta, contro i rinascenti attacchi della malsana utopia, della rivolta e dell’empietà: Omnia instaurare in Christo (Ef. I, 10)» (Lettera Notre Charge Apostolique, del 25 agosto 1910). 

Muore a 93 anni la veggente di Akita

La religiosa giapponese fu destinataria di messaggi da parte della Vergine e di altri fenomeni soprannaturali. È morta nel giorno dell’Assunzione di Maria, all’età di 93 anni, suor Agnese Sasagawa, la veggente di Akita, unica mariofania attestata in Giappone. 

Nata da famiglia buddista e poi convertitasi al cattolicesimo, suor Agnese era novizia delle Serve dell’Eucaristia nel 1973 quando le si manifestarono i primi eventi soprannaturali, preludio delle tre apparizioni della Vergine Maria avvenute tra luglio e ottobre dello stesso anno e seguite poi da ulteriori fenomeni (tra cui le lacrimazioni di una statua già presente sul posto), oltre che dalla guarigione della stessa suor Agnese, affetta da sordità. Nella mariofania giapponese sorprende la straordinaria continuità – evidenziata anche dal card. Ratzinger  con il messaggio di Fatima.


Articolo di Ermes Dovico – La Nuova Bussola 2 Giugno 2019

Nel 1973 la Madonna si manifestò in Giappone ad Agnese Sasagawa, novizia delle Serve dell’Eucaristia, comunicandole il bisogno che l’umanità faccia penitenza. “Le sole armi che vi restano sono il Rosario e il Segno lasciato da Mio Figlio”, disse la Madre Celeste nelle apparizioni di Akita (riconosciute dal vescovo), lasciando un severo monito per gli impenitenti e insieme una salda speranza per chi si converte, in perfetta continuità con il messaggio del 1917 ai tre pastorelli.

Il messaggio che veicola, con l’urgente richiamo alla conversione e alla penitenza, è del tutto simile a quello di Fatima. E insieme ai fatti a cui si accompagna mostra l’intimo legame con diverse altre apparizioni mariane della nostra epoca, già riconosciute dalla Chiesa o ancora no, da Civitavecchia a Medjugorje. Parliamo delle apparizioni di Nostra Signora di Akita, che è il titolo con cui la Chiesa venera la Vergine a seguito delle visioni avute tra il luglio e l’ottobre del 1973 dalla giapponese Agnese Katsuko Sasagawa, allora quarantaduenne novizia nell’ordine delle Serve dell’Eucaristia.

Il preludio alla mariofania di Akita, teatro degli eventi soprannaturali, lo si era avuto il 12 giugno dello stesso anno, quando Agnese aveva visto dei raggi di luce provenire dal Tabernacolo della cappella del suo convento. Il fenomeno si era ripetuto nei due giorni seguenti e poi ancora, con una luce ancora più intensa, il 24 giugno, data in cui quell’anno cadeva il Corpus Domini. Il 28 giugno Agnese ricevette una ferita a forma di croce nel palmo della mano sinistra, da cui fuoriuscì molto sangue, e il giorno dopo, festa del Sacro Cuore di Gesù, vide degli angeli intorno all’altare nell’atto di cantare il Sanctus.

Tempo un’altra settimana e avvenne la prima manifestazione mariana di Akita. Il 6 luglio 1973 la buona Agnese, che soffriva di sordità, vide apparire, verso le tre del mattino, una donna: “Non temere, sono colei che sta presso di te e ti custodisce. Seguimi”. La novizia pensava si trattasse della sorella morta qualche tempo prima, ornata della grazia del Battesimo. In realtà, quella creatura, apparsale in forma femminile, era il suo angelo custode, che le si manifesterà per sei anni consecutivi e che in quella prima occasione le disse ancora: “Non avere paura, ma prega per i tuoi peccati e non solo, anche in riparazione per tutti gli uomini. Il mondo attuale ferisce il Santissimo Cuore di Gesù con la sua ingratitudine e i suoi oltraggi. La ferita alla mano della Santissima Vergine Maria è molto più profonda della tua”.

Prima di scomparire, l’angelo la condusse in cappella, dove Agnese, dopo aver sostato ad adorare il Santissimo Sacramento, si avvicinò alla statua di legno della Madonna, da cui sentì improvvisamente provenire una voce bellissima, celestiale. Che tra l’altro le disse: “Figlia mia, novizia mia, tu sei stata molto coerente nella fede che hai mostrato. L’orecchio malato è per te qualcosa di molto doloroso, ma ti verrà guarito. Sii paziente. Sacrificati ed espia per i peccati del mondo. Tu sei per me una figlia indispensabile. Fa’ tuoi i propositi delle Serve del Santissimo Sacramento, prega per il Papa, i vescovi e la Chiesa”. Quello stesso giorno, alcune suore videro fuoriuscire del sangue dalla mano destra della statua della Vergine, sgorgante da una ferita a forma di croce, uguale ma più profonda rispetto a quella di Agnese.

Un fatto non da poco è che il prodigioso simulacro ligneo del Giappone è stato realizzato basandosi sull’immagine della Signora di tutti i Popoli, ossia l’effigie della Vergine apparsa ad Amsterdam all’umile veggente Ida Peerdeman (1905-1996): in quelle apparizioni, riconosciute ufficialmente dal vescovo locale il 31 maggio 2002, Maria Santissima aveva chiesto all’umanità di ritornare alla Croce e di essere onorata con il titolo di “Corredentrice, Mediatrice e Avvocata” domandando la proclamazione di uno specifico dogma al riguardo e profetizzando che esso sarà combattutissimo, “l’ultimo e più grande”, a seguito del quale la Chiesa e il mondo intero avranno straordinarie grazie dal Cielo (una nuova, potentissima, effusione dello Spirito Santo) e un lungo periodo di pace.

Tra i molti messaggi ricevuti dalla veggente olandese, uno in particolare, del 14 febbraio 1950, riguardava la lontana terra nipponica: “Il Giappone si convertirà”.

Tornando ad Akita, il 3 agosto avvenne la seconda apparizione, in cui la Madonna annunciò che “il Padre Celeste si sta preparando a infliggere un grande castigo su tutta l’umanità. Con Mio Figlio sono intervenuta tante volte per placare l’ira del Padre. Ho impedito l’arrivo di calamità offrendogli le sofferenze del Figlio sulla Croce, il Suo prezioso sangue e le anime dilette che Lo consolano formando una schiera di anime vittime”.

Il 13 ottobre (a 56 anni di distanza dal miracolo del sole a Fatima) avvenne la terza e ultima apparizione, nella quale la Beata Vergine diede dei tremendi dettagli sul castigo che si sarebbe abbattuto sull’umanità, facendo capire comunque che esso dipende dalla libertà degli uomini, i quali, con la loro conversione, possono evitarlo. “[…] Come ti ho detto, se gli uomini non si pentiranno e non miglioreranno se stessi, il Padre infliggerà un terribile castigo su tutta l’umanità. Sarà un castigo più grande del Diluvio, tale come non se ne è mai visto prima. Il fuoco cadrà dal cielo e spazzerà via una grande parte dell’umanità, i buoni come i cattivi, senza risparmiare né preti né fedeli. I sopravvissuti si troveranno così afflitti che invidieranno i morti. Le sole armi che vi restano sono il Rosario e il Segno lasciato da Mio Figlio. Recitate ogni giorno la preghiera del Rosario. Con il Rosario pregate per il Papa, i vescovi e i preti”.

Come già nei messaggi ai tre pastorelli, la Vergine insiste quindi sulla recita del Rosario come arma decisiva per vincere il proprio combattimento spirituale e cooperare al disegno di salvezza. Il messaggio del 13 ottobre proseguiva soffermandosi sulla battaglia tra Bene e Male interna alla Chiesa nonché sulla dannazione eterna per chi muore impenitente. “L’opera del diavolo si insinuerà anche nella Chiesa in una maniera tale che si vedranno cardinali opporsi ad altri cardinali, e vescovi contro vescovi. I sacerdoti che mi venerano saranno disprezzati e ostacolati dai loro confratelli […], chiese e altari saccheggiati. La Chiesa sarà piena di coloro che accettano compromessi e il demonio spingerà molti sacerdoti e anime consacrate a lasciare il servizio del Signore. Il demonio sarà implacabile specialmente contro le anime consacrate a Dio. Il pensiero della perdita di tante anime è la causa della mia tristezza. Se i peccati aumenteranno in numero e gravità, non ci sarà perdono per loro […]. Prega molto la preghiera del Rosario. Solo io posso ancora salvarvi dalle calamità che si approssimano. Coloro che avranno fiducia in me saranno salvati”.

I segni celesti continuarono. Il 13 ottobre 1974, un anno dopo il terzo e ultimo messaggio della Vergine, suor Agnese guarì improvvisamente dalla sua sordità, beneficiando per sei mesi del miracolo: la promessa della Madonna, con il recupero definitivo dell’udito, si realizzerà nel maggio 1982, per la domenica di Pentecoste. La suora giapponese riferì inoltre che, dal 4 gennaio 1975 al 15 settembre 1981, assistette a 101 lacrimazioni della statua lignea di Maria, protagonista pure di essudazioni profumate. Di questi fenomeni, in modo simile a quanto avverrà negli anni Novanta a Civitavecchia, furono testimoni centinaia di persone e pure una troupe televisiva giapponese poté filmare la statua mentre piangeva. Le analisi condotte dal Dipartimento di biochimica dell’Università di Akita e – attraverso il dottor Kaoru Sagisaka, un non cristiano – dalla Facoltà di medicina legale hanno confermato che il sangue e le lacrime erano effettivamente di natura umana.

Nell’aprile 1984, il vescovo di Niigata, John Shojiro Ito, riconobbe ufficialmente le apparizioni come degne di fede: “Dopo le indagini condotte fino al giorno presente, non si può negare il carattere soprannaturale di una serie di eventi inspiegabili della statua della Vergine onorata ad Akita. Di conseguenza autorizzo che in tutta la diocesi affidata a me si veneri la Santa Madre di Akita”. Pur senza emettere un documento ufficiale, nel 1988, anche l’allora cardinale Joseph Ratzinger, prefetto della Congregazione per la dottrina della Fede, definì attendibili i fatti avvenuti ad Akita. E, dieci anni dopo, Howard Q. Dee, ex ambasciatore delle Filippine presso la Santa Sede, dichiarò in pubblico che Ratzinger gli aveva detto che il messaggio di Akita è “essenzialmente lo stesso” di quello di Fatima.

Anche ad Akita, accanto al monito per coloro che rifiutano fino all’ultimo respiro terreno la Misericordia di Dio, la Vergine, come una mamma che cerca continuamente di condurre i propri figli alla beatitudine eterna, rivela tutta la potenza della sua intercessione presso la Santissima Trinità e, in mezzo a un’oscurità che sembra ineluttabile, lascia parole di speranza, in cui sembra di risentire l’eco della promessa consegnata a Lucia, Giacinta e Francesco: “Infine il Mio Cuore Immacolato trionferà”.

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