"VI SUPPLICO: CONVERTITEVI!" (REGINA DELLA PACE-MEDJUGORJE)

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La croce della Russia nel crollo del tempio

di Stefano Caprio 31 Marzo 2024

La sala concerti nel centro commerciale sventrata dall’attacco dei terroristi era un simbolo della “ricostruzione” di Mosca dopo il comunismo sovietico. I russi ora hanno paura ad uscire di casa e a salire sul taxi guidato da un tagico, mentre le manifestazioni pubbliche sono sospese (quelle di Stato) o proibite (quelle “diverse”).

Il Krokus City Hall della periferia di Mosca, crollato sotto i colpi dei terroristi islamici dell’Asia centrale e della totale assenza di cura e sorveglianza degli stessi russi, era un tempio della Russia rinata dopo il comunismo sovietico, e anche dopo i primi conflitti del periodo successivo, tra le bande di oligarchi assetati di soldi e le turbe dei popoli dell’impero desiderosi di indipendenza. Gli uni e gli altri erano stati messi a tacere negli anni Duemila dal nuovo-vecchio regime di Vladimir Putin, tanto simile al grigiore sovietico nell’ideologia auto-celebrativa, quanto maestoso nello sfoggio di una grandezza ritrovata, che si mostrava soprattutto nell’enfasi urbanistica e architettonica della sua capitale, da sempre il centro di ogni espressione di “tutte le Russie”.

Negli anni Novanta c’era stata una prima perestrojka, una “ricostruzione” della Russia vagheggiata da Mikhail Gorbačev, il cui programma era miseramente fallito, e realizzata in modo piuttosto caotico dal primo presidente post-sovietico Boris Eltsin. Le riforme gorbacioviane non erano di fatto neanche iniziate, mancando un’idea precisa di come dovesse cambiare la Russia dopo oltre mezzo secolo di economia statale pianificata, che di fatto si interruppe bruscamente, lasciando i russi in piena depressione e carenza di beni di consumo. Alla fine degli anni Ottanta i grandiosi supermercati di stile sovietico, gli Univermag, erano una distesa di scaffali vuoti, e se andava bene una volta al giorno arrivava una partita striminzita di alette di pollo; soprattutto mancava la vodka, la cui produzione era stata bloccata da Gorbačev nel patetico tentativo di risanare il Paese dall’alcolismo diffuso. Quegli anni sono rimasti nella memoria dei russi come gli anni della vergogna, dopo che nel ventennio brezneviano le provviste erano state sempre garantite e sempre agli stessi prezzi; non c’era abbondanza, ma era un sistema che sembrava perfetto per i russi, desiderosi di non dover pensare al domani.

Il brusco passaggio all’economia privata, con le liberalizzazioni eltsiniane del 1992, fu peraltro ancora più sconvolgente, perché al nulla venne sostituito il miraggio di ogni possibilità e di ogni bene materiale, che apparve improvvisamente sulle bancarelle di tutte le strade. Cibi e bevande, indumenti e utensili venivano offerti a prezzi astronomici, con marche di produzione occidentale mai viste prima né in Russia né in Occidente, oppure di produzione propria e improvvisata, costringendo tutti a lasciare il lavoro onorevole e qualificato per ridursi al ruolo di ambulanti e venditori di tutto e di niente. Il libero mercato apparve come un mostro che annulla ogni identità e ogni ideologia, provocando nell’anima dei russi un sentimento di umiliazione ancora più profondo di quello del crollo del precedente regime.

Ancora una volta, come alle sue origini durante il giogo tartaro, fu la grande Mosca a mostrare la via per ritrovare la Russia. A guidare la rinascita non fu nemmeno il presidente Eltsin, ma il sindaco della capitale, Jurij Lužkov. Dopo i primi anni di totale disorientamento, egli fu capace di mettere d’accordo coloro che intendevano partecipare alla divisione della torta che si stava cuocendo, senza bisogno di ammazzarsi e distruggersi a vicenda come capitava quasi quotidianamente, giungendo alla pax oligarchica che egli seppe governare per diversi anni, prima di essere definitivamente esautorato da Putin nel 2010. Iniziò un grandioso lavoro di ristrutturazione della metropoli, dei suoi palazzi e delle sue strade, sfruttando i capitali che si accumulavano nelle mille banche dei “nuovi russi”, e soprattutto i generosi finanziamenti che giungevano dai Paesi occidentali, visti come i modelli a cui ispirarsi: il termine più usato allora per definire il cambiamento in corso era evroremont, la “ricostruzione all’europea”, per rendere la Russia un Paese “civile e moderno” simile alla Germania o agli Stati Uniti.

Diversi furono i cambiamenti simbolici, come l’abbattimento del tetro albergo Inturist, che dominava la ulitsa Gorkovo, il grande viale che parte dal Cremlino per dirigersi verso Leningrado, intitolato al vate staliniano Maksim Gorkij. La ulitsa ritrovò il suo nome originario di Tverskoj Prospekt, la via verso Tver, l’antica avversaria di Mosca sulla tratta settentrionale durante il dominio tartaro, poi sottomessa dal primo gran principe che sognò Mosca come la Terza Roma, Ivan il Grande, il nonno di Ivan il Terribile. Anche Leningrado riprese il titolo occidentalista di “Sankt-Petersburg”, la “città di San Pietro” come l’aveva chiamata il suo fondatore Pietro il Grande, che l’aveva pensata come nuova Roma e “finestra sull’Europa”. Il grande piazzale del Maneggio, che dal viale porta alla piazza Rossa del Cremlino, fu scavato per ospitare un grandioso centro commerciale del tipo delle città nordamericane, dove anche al gelo si può andare a divertirsi e a fare shopping.

Il principale simbolo della rinascita fu però un altro edificio, dalla parte opposta del Cremlino, sulle rive della Moscova. Il fiume in realtà si chiama come la città, Moskva, anzi è la città che prende il nome dal fiume: Mosca era un “incrocio” (questo il significato del nome) tra le vie fluviali per il commercio che si estendeva da nord a sud, l’antica “Via dai Variaghi ai Greci”, la vera ragione economica della nascita della Rus’ di Kiev. Anche il nome della prima capitale, del resto, significa “il ponte di Kyj”, il commerciante variago che pensò di unire le due rive del Dnepr, creando il primo grande legame tra l’Europa e il nord scandinavo e asiatico. E così accanto al Cremlino rinacque la cattedrale di Cristo Salvatore, la grande chiesa costruita lungo i decenni successivi alla vittoria su Napoleone, per celebrare la grandezza della Russia imperiale. Stalin l’aveva fatta saltare in aria per dimostrare la superiorità del comunismo sull’oscurantismo del cristianesimo ortodosso, e infatti al suo posto sarebbe dovuto sorgere il grande palazzo del Partito, sormontato da una suprema statua di Lenin, il nuovo dio della Russia ateista.

Solo che le fondamenta non reggevano accanto al fiume, e al posto della chiesa venne allestita la grande piscina all’aperto Moskva, dove si andava a nuotare con venti gradi sottozero all’aria, e venti sopra lo zero nell’acqua. Era il luogo della spensierata vita sovietica, e l’austera cattedrale ritornò infine a imporre la sottomissione al potere patriarcale. Negli anni di Lužkov, peraltro, il patriarca ortodosso Aleksij II era una figura ieratica, ma assai poco imponente, essendo la Chiesa ortodossa ancora depressa per la scomparsa del suo principale sponsor, il partito comunista. E così la consacrazione venne piuttosto dedicata al sindaco e al presidente, che si professavano “atei ortodossi”, e fu inaugurata nel 1997, anno del solenne giubileo degli 850 anni dalla fondazione della città di Mosca. Il 1147 era stato in effetti l’anno in cui uno dei principi di Kiev e Vladimir, Jurij Dolgorukij (“Giorgio dalla lunga mano”) aprì la stazione di posta all’incrocio dei fiumi, che non sarebbe mai potuta diventare la “città-madre” della Russia senza il florido commercio sostenuto dagli accordi con i Khan tataro-mongoli, i veri padri fondatori della capitale dell’impero eurasiatico.

Quando poi giunse al potere il leningradese Vladimir Putin, l’ansia di gloria fu trasferita alla capitale del nord, e i primi anni putiniani furono dedicati all’evroremont di San Pietroburgo, celebrati nel 2003, a trecento anni dalla fondazione. Solo che Piter (come la chiamano i russi, ricordando la prima variante olandese del nome, Sant Piterburch) è già per sua natura molto occidentale, e non riusciva a rivaleggiare degnamente con il grande miscuglio moscovita di Oriente e Occidente. E così nel 2010, quando già scaricava le prime bombe sulla Georgia, Putin decise di cambiare stile: non più “imitazione” dell’Occidente, ma superamento e “vittoria” sull’Occidente, come ai gloriosi tempi di Stalin, che aveva costruito i palazzi più alti, più minacciosi e più sgradevoli della storia dell’architettura. Al posto del re delle mafie Lužkov, non più necessario di fronte al dominio dell’unica mafia putiniana, venne portato dall’Estremo oriente il fidato Sergej Sobjanin, rieletto sindaco in eterno anche nell’unica competizione in cui si permise la partecipazione dell’ultimo eroe del dissenso, Aleksej Naval’nyj. Il sindaco realizzò il sogno di Putin: una Mosca splendente e ripulita in ogni angolo, con centri commerciali e sale da concerto immensamente più grandi e sontuose (in realtà piuttosto grottesche), dove il popolo russo potesse sentirsi felice di vivere nel Paese più straordinario del mondo, nel Mondo Russo.

Con la guerra in Ucraina e le sanzioni internazionali, quei centri sono stati abbandonati da tutte le ditte straniere, il McDonald’s è stato sostituito dalla sua patetica imitazione russa Vkusno – i Točka! (“Buono – e Basta!”), chiamato come le bancarelle per cibo di strada negli anni sovietici. Nonostante concorsi e feste “patriottiche” senza interruzione, i grandi spazi della nuova Russia negli ultimi due anni erano già diventati spogli e malinconici, usati per andare ad applaudire a comando i cantanti che urlano “Io sono russo e vado in fondo!”. A fondo è andato il Krokus, uno dei più fastosi e ridondanti, al posto della gloria è rimasta la croce.

I russi ora hanno paura ad uscire di casa e a salire sul taxi guidato da un tagico (quasi tutti i tassisti di Mosca sono tagichi), le manifestazioni pubbliche sono sospese (quelle di Stato) o proibite (quelle “diverse”). I cattolici della capitale non hanno potuto celebrare la Via Crucis del 23 marzo, il giorno dopo l’attentato terroristico, nemmeno nel cortile della cattedrale dell’Immacolata Concezione, obbligati dalla polizia a rimanere all’interno. Il patriarca di Mosca Kirill ha iniziato la Quaresima convocando una sessione straordinaria del Concilio Panrusso Universale, l’associazione teologico-politica da lui stesso fondata negli anni Novanta che ha ispirato l’ideologia del russkij mir, per proclamare che “il nazionalismo russo non esiste in natura” e non bisogna prendersela con tutti i tagichi, ma persuadere tutti i popoli che conviene unirsi ai russi, magari recitando più preghiere litaniche per la vittoria nella guerra. Solo che Cristo ha promesso una vittoria diversa, salendo sulla croce, distruggendo il Tempio, e risorgendo nel giardino in cui la Maddalena lo cerca disperata, in cui l’umanità cerca il volto del Signore della pace, e della vita vera.

Lunedì dell’Angelo

Oggi, per la liturgia della Chiesa, è in senso proprio il Lunedì dell’Ottava di Pasqua. Ma tale giorno, in Italia, viene più comunemente chiamato «Lunedì dell’Angelo» e associato, per tradizione, al ricordo dell’annuncio angelico della Risurrezione di Gesù

Oggi, per la liturgia della Chiesa, è in senso proprio il Lunedì dell’Ottava di Pasqua. Ma tale giorno, in Italia, viene più comunemente chiamato «Lunedì dell’Angelo» e associato, per tradizione, al ricordo dell’annuncio angelico della Risurrezione di Gesù.

Si ricorda cioè tradizionalmente quanto avvenuto al sepolcro il giorno prima, al mattino della domenica (il primo giorno della settimana nel calendario ebraico, quindi il primo giorno dopo la Pasqua ebraica), quando le pie donne – Maria Maddalena, Salome e Maria madre di Giacomo – si recarono al sepolcro con l’intenzione di cospargere di oli aromatici il corpo di Gesù. Arrivate presso la tomba, trovarono il grande masso che la chiudeva rotolato via. Il loro stupore, misto a tremore, si accrebbe quando apparve loro un angelo in vesti sfolgoranti, che si premurò di rassicurarle e diede loro il lieto annuncio: «Non abbiate paura, voi! So che cercate il Crocifisso. Non è qui. È risorto, come aveva detto; venite a vedere il luogo dove era deposto». E aggiunse: «Presto, andate a dire ai suoi discepoli: è risuscitato dai morti, e ora vi precede in Galilea; là lo vedrete» (Mc 16,1-7).

«Oggi siamo nella seconda giornata dell’Ottava di Pasqua. Ieri è stata la solennità di Pasqua, oggi è il lunedì di Pasqua. In Italia c’è la bella tradizione di chiamare questa giornata “Pasquetta”, ma io non voglio parlare di “Pasquetta”. C’è anche un altro nome per indicare questo giorno: il giorno, o la festa “dell’Angelo”», disse Giovanni Paolo II nel Regina Coeli dell’1 aprile 1991, aggiungendo: «È questa una tradizione molto bella che corrisponde profondamente alle fonti bibliche sulla Risurrezione. Ci ricordiamo della narrazione dei Vangeli Sinottici, quando le donne vanno al Sepolcro e lo trovano aperto. Esse temevano di non poter entrare perché la tomba era chiusa da una grande pietra. Invece è aperta e, dall’interno, sentono le parole: “Gesù Nazareno non è qui”. Per la prima volta vengono pronunciate le parole: “È risorto”. Gli evangelisti ci dicono che queste parole sono state pronunciate dagli Angeli».

Secondo il santo polacco, «vi è un profondo significato in questa presenza angelica e in questa proclamazione angelica: come per annunciare l’Incarnazione del Verbo, Figlio di Dio, non poteva essere che un Angelo, Gabriele, così anche per esprimere per la prima volta le parole “è risorto”, la Risurrezione, non era sufficiente un soggetto umano, non era sufficiente una parola umana. Ci voleva un essere superiore, perché per l’essere umano questa verità e le parole che comunicano la verità, “è risorto”, questa verità stessa è così sconvolgente, talmente incredibile, che forse nessun uomo avrebbe osato pronunciarla».

Aggiunse Giovanni Paolo II: «Dopo questo primo annuncio si comincia a ripetere: “Il Signore è risorto e si è rivelato a Pietro, a Simone”, ma il primo annuncio richiedeva un’intelligenza superiore a quella umana. Così questa festa dell’Angelo, almeno io la intendo in questo modo, è un completamento dell’Ottava pasquale. Nelle letture bibliche, nei brani dei Vangeli si legge sempre di questi Angeli, ma la festa italiana sottolinea il momento di questa presenza angelica, non solo la sottolinea, ma spiega anche il perché di questo momento della Risurrezione. Al di sopra dell’umana costatazione che il sepolcro era vuoto, ci voleva un’altra, sovrumana costatazione: “È risorto”»

( Ermes Dovico – La Nuova Bussola)

TRE GUERRA IN UNA

Carlo Bonini – Luca caraccolo -Mappe di i Laura Canali. Coordinamento multimediale Laura Pertici. Produzione Gedi Visual

La repubblica – 4 Marzo 2024

In Ucraina si incrociano tre guerre. La calda tra Mosca e Kiev; quella per procura fra America più soci occidentali e Russia, controllata ma tendente al surriscaldamento; la Guerra Grande, ovvero il riflesso delle prime due sulla competizione globale fra Washington, Pechino e Mosca. Per gli amanti dei grandi schemi e della lunga durata, le ribattezziamo nell’ordine terzo tempo della prima guerra mondiale; secondo atto della seconda dopo l’interludio “freddo”; alba del nuovo disordine planetario, segnato dalla crisi dell’Occidente e del suo modello di capitalismo liberaldemocratico che si presumeva universale.

Esploriamo senso e incroci del triplice scontro richiamando i caratteri delle tre guerre.

La prima – russi contro ucraini – verte sul tentativo di una nazione in formazione di emanciparsi dal suo impero di origine. Collisione fra popoli dalle storie talmente intrecciate da averli resi per secoli quasi indistinguibili. Sotto questo profilo, è guerra civile postsovietica. Scatta la battaglia delle narrazioni. Gli ucraini si inventano un più che millenario passato nazionale. I russi agitano la tesi dell’unicità dei tre rami russo, ucraino e bielorusso quali variazioni sul tronco del medesimo popolo e della stessa civiltà – Mondo Russo – in ordine strettamente gerarchico. Manipolazioni strumentali della storia ad uso bellico.

Il conflitto russo-ucraino dura da più di cent’anni, fra lunghi intervalli e incendi catastrofici. Da quando nel 1917-18, durante la prima guerra mondiale, il nascente nazionalismo ucraino sfruttò crollo dello zarismo, interesse tedesco a installare un regime satellite a Kiev e progetto bolscevico di dare veste pseudofederale al proprio Stato per dotarsi di un fatuo abbozzo di sovranità all’ombra del Kaiser. Per finire inghiottito nell’Urss. Il movimento nazionale ucraino si riaccende con l’aggressione nazista all’Unione Sovietica, nel 1941. Una quota rilevante della popolazione ucraina si unisce ai tedeschi nella speranza presto repressa di guadagnarsi l’indipendenza nel contesto dell’Europa dominata dal Terzo Reich.

Al fronte ucraino

di Laura Canali

Fonte: Nato, lnstitute for the Study of War, Bbc, Le Monde, autori di Limes. (al 18 marzo 2024)

La mappa comprende una vasta area geografica. Questo per rendere l’insieme dello spazio interessato più direttamente dal conflitto, allargato dalla profondità con la quale i droni ucraini recentemente colpiscono dentro il territorio della Federazione Russa. Gli obiettivi principali sono le infrastrutture legate alla produzione di idrocarburi. Il 21 gennaio scorso i droni a lunga percorrenza hanno colpito il terminal di Ust’-Luga nella regione di Leningrado. Questo era il punto di partenza anche del secondo ramo del gasdotto Nord Stream. Il primo ramo partiva da Vyborg, dall’altra parte della baia. Il terminal di Ust’-Luga dispone di impianti per la condensazione del gas gestiti dall’azienda statale russa Novatek. Fra gli ultimi attacchi di droni ucraini quello alla raffineria di Slavneft-Yanos.

Scendendo verso la linea del fronte, nell’Ucraina orientale e meridionale, la novità più importante è la costruzione di fortificazioni ucraine che corrono parallelamente a quelle già erette dai russi per assorbire la fallita controffensiva di Kiev. Dopo l’annessione della Crimea, nel 2014, la Russia ha conquistato altri spazi ucraini e continua a premere lungo tutta la zona di contatto fra i due eserciti, profittando della scarsità di uomini, armi e munizioni a disposizione delle forze di Kiev. Nell’area del Mar Nero, alcuni alleati atlantici, come Romania, Bulgaria e Turchia, stanno sminando la parte di mare disegnata con righe bianche orizzontali. Le mine erano state posizionate dai russi tra la penisola della Crimea e l’Ucraina. Molte stanno andando alla deriva.

Nel 1991 il crollo dell’Urss eleva l’Ucraina comunista disegnata da Lenin, poi ritoccata nei suoi confini amministrativi da Stalin e Khruš?ëv, a repubblica indipendente per sottrazione dal cadavere sovietico. Ma non risolve la disputa fra impero russo residuo e residuata nazione ucraina.

A partire dai primi anni Duemila, la tensione fra ucraini filorussi appoggiati da Mosca e filoccidentali sostenuti da americani e britannici riaccende la miccia bellica. Putin tratta la possibile trasformazione del suo cuscinetto anti-Nato in avanguardia atlantica da intollerabile minaccia alla sicurezza imperiale. Sfida alla linea rossa stabilita dalla Russia zarista, sovietica e postsovietica, che impone di tenere Kiev nell’impero o almeno di impedirne l’aggancio all’Occidente. La guerra scoppia nel 2014, con la cacciata del presidente filorusso Janukovi? sull’onda del movimento di Euromaidan e dell’esibito supporto anglo-americano alla piazza contro la mediazione franco-polacco-tedesca (valga il “Fuck the EU!” di Victoria Nuland, avanguardia neocon a Kiev). Seguono ratto russo della Crimea e scoppio della guerra nel Donbas fra filorussi appoggiati da Mosca e resistenza ucraina alimentata da britannici e americani. Fino all’invasione del 24 febbraio 2022. La guerra fra i due massimi Stati postsovietici diventa teatro principale dello scontro indiretto fra Russia e America. Salto di scala dall’Europa orientale al teatro mondiale.

La seconda guerra, fra Mosca e Washington, è derivata strategica dello scontro russo-ucraino. Condizionata dall’impossibilità che una parte distrugga l’altra senza rischiare di distruggere il pianeta. Nel novembre 2021 il capo della Cia Burns si preoccupa di concordare al telefono con Putin i limiti della guerra che il Cremlino si appresta a scatenare contro Kiev e della reazione americana: entrambe sotto la soglia nucleare. Quanto al coinvolgimento atlantico, avverrà per interposti ucraini.

Quando la Russia invade l’Ucraina, l’America con i suoi alleati si trova così vincolata a due scopi strategici contraddittori. Primo: Mosca si deve ritirare dai territori occupati. Secondo: noi non facciamo né faremo la guerra ai russi. A meno di non contare sulla conversione alla pace di Putin sulla via di Kiev, il doppio obiettivo era e resta impossibile. Pur di non ammetterlo e quindi concedere a Mosca di tenersi la parte di Ucraina che riesce a conquistare oppure scatenare la guerra mondiale nucleare, ad americani e soci occidentali resta il classico conflitto per procura. Armiamo e finanziamo Kiev, che in cambio si impegna a una guerra solamente difensiva per evitare il rischio dell’olocausto atomico. Scontro di attrito, in cui di norma prevale chi ha più risorse da consumare: nel caso, la Russia. Disposto a tutto pur di guadagnarsi l’agognato accesso alla Nato, Zelensky accetta la sfida.

Ipotesi scenario caduta di Odessa

Direzione del probabile attacco russo

di Laura Canali

Gli ucraini combattono una guerra che non possono vincere a meno che la Russia non collassi dall’interno. Ma l’amministrazione Biden non vuole distruggere la seconda (forse prima) potenza nucleare del pianeta. Non solo perché ne teme la rappresaglia atomica. Negli apparati di Washington non si è persa la memoria del postulato segreto di Eisenhower, che nel 1953 considerava nefando l’annientamento dell’Urss perché avrebbe costretto gli Stati Uniti a occuparla, involvendo così da liberaldemocrazia a Stato caserma. Sicché Biden punta a indebolire la Federazione Russa non per eliminarla ma per colpire il nemico strategico cui la Russia si è malvolentieri associata proprio in seguito alla perdita di Kiev, la Cina. Il segretario Usa alla Difesa, Austin, è esplicito fin dai primi giorni dell’aggressione russa: l’obiettivo è che Putin ne esca talmente provato da rinunciare a qualsiasi speranza di invadere nuovamente un paese vicino. L’Ucraina funge da carta assorbente dell’imperialismo moscovita per la maggior sicurezza degli atlantici.

Paradossi incrociati: gli ucraini usano gli americani e viceversa per scopi strategici incompatibili; gli americani dissanguano gli ucraini prima e più di quanto infragiliscano i russi; senza sparare un colpo, i cinesi ne profittano per ergersi a promotori di pace mentre penetrano la sfera d’influenza della Russia in Asia centrale e premono sulla Siberia, mirando a controllare la rotta artica fra Estremo Oriente, Nord Europa e America, estrema risorsa di Mosca per restare potenza mondiale.

Eccoci alla terza dimensione del conflitto ucraino: la Guerra Grande, intesa parossistica competizione fra America, Russia e Cina sui più diversi scacchieri e con le più varie modalità, con attuale prevalenza della guerra economica.

Noi euroatlantici restiamo comprimari. Cerchiamo di orientarci in questa giungla, mentre la guerra batte alle porte di casa. Ci muoviamo in ordine rigorosamente sparso: le “avanguardie antirusse”, come Biden definisce i paesi dell’Est a ridosso del nemico – dagli scandinavi ai baltici, dai polacchi ai romeni – riarmano alla grande e virano verso economie di guerra, in stretto coordinamento con i britannici, vicari degli americani per il Nord Europa; francesi, tedeschi, spagnoli e italiani con gradi variabili di (dis)impegno e scarsa coerenza fra retorica e fatti; ungheresi e slovacchi ripiegano sulla neutralità di fatto, mentre i “neutrali” svizzeri si scoprono atlantici e gli “atlantici” turchi giocano in proprio, offrendosi (dis)onesti sensali a Mosca e a Kiev mentre perseguono i propri sogni neoimperiali.

Parola d’ordine di britannici e altri atlantici di punta: sosteniamo gli ucraini con tutte le risorse militari, economiche e politiche disponibili per tutto il tempo necessario. Salvo scoprire, dopo oltre due anni di guerra, che le nostre risorse e il nostro tempo sono quantità limitate. E che l’Ucraina non dispone dei mezzi sufficienti per riprendere e poi controllare le sue province conquistate dalla Russia. Il doppio obiettivo si svela doppio boomerang.

Di qui lo slittamento dal salvare l’integrità territoriale dell’Ucraina al salvare la faccia sulla pelle degli ucraini. Rischiando di perdere l’una e l’altra.

Ecco il rilievo del 24 febbraio, data simbolo nel calendario della storia. Ben più importante dell’11 settembre. Questo segnava l’attacco jihadista al territorio americano, presunto santuario inviolabile. Gli Stati Uniti si facevano trascinare nella “guerra al terrore”, ovvero alla galassia islamista. Duello per definizione invincibile, dato che intendeva liquidare non un nemico ma una modalità bellica. Poco si capisce della riluttanza americana a spedire proprie truppe a protezione dell’Ucraina senza considerare il trauma in quella sconfitta autoinflitta, culminata nell’ingloriosa fuga da Kabul. Il resto del mondo l’ha registrata e classificata sintomo rivelatore del ripido declino americano. Con il Numero Uno in affanno scatta il festival dei revisionismi.

Nella Guerra Grande l’Occidente si scopre minoritario rispetto al “Sud Globale”, l’ex Terzo Mondo della guerra fredda. Certo non un blocco, ma una galassia eterogenea da cui russi e cinesi, in sorda competizione, pescano risorse da impiegare per indebolire l’America e dividere gli occidentali. Mentre antiche e nuove potenze fino a ieri secondarie profittano per coltivare ambizioni forse sproporzionate alla rispettiva taglia: è il caso in Europa della Polonia, che nella guerra di Ucraina si guadagna il rango di riferimento continentale degli Stati Uniti e riscopre ambizioni imperiali, tra Baltico e Nero; in Asia dell’India e del Giappone; all’incrocio di Europa, Asia e Africa si fa largo la Turchia in vena neottomana e panislamista. Siamo in piena transizione egemonica. L’America non è più in grado di mettere ordine nel mondo. Ma non si vede chi possa prenderne il posto. Garanzia di caos prolungato.

Monito per noi italiani ed altri europei, attori sempre meno indiretti sul fronte ucraino e sempre meno influenti sulle altre due scale belliche. Costretti a convivere con le nostre differenze verniciandole di mediatico afflato unitario mentre ci muoviamo ciascuno per sé, al massimo per sottogruppi provvisori. Così subiamo gli effetti combinati delle tre guerre, che ci svelano comprimari destinati a soffrire le conseguenze di questa colossale partita senza davvero incidervi. Con ammirevole tendenza a rimuoverla, perché nel nostro piccolo universo ci era stato insegnato come la guerra fosse orrore del passato. Europa Felix, maestra di pace nel mondo invaso e dominato durante i secoli “nostri”. Lo iato tra ciò che credevamo di essere e ciò che siamo rende più doloroso l’impatto con la realtà, manda fuori giri la nostra retorica, produce qualche isteria. Proprio quando la sobria rilevazione dei fatti assurge a necessità esistenziale. Per non finire nella guerra totale. A che punto siamo?

L’Ucraina fra URSS e indipendenza

Primi Stati ucraini dopo la prima guerra mondiale

di Laura Canali

Se crolla l’Ucraina

“Sappiamo che non finiremo la guerra con una nostra parata della vittoria a Mosca. Ma Mosca non deve mai sperare in una sua parata della vittoria a Kiev”. Così lo scorso settembre Kyrylo Budanov, giovane ed estroverso generale a capo del servizio di intelligence militare ucraino, prefigurava l’esito non trionfale della guerra russo-ucraina. Lo stesso ufficiale che il 4 gennaio aveva festeggiato il trentasettesimo compleanno tagliando una torta che raffigurava la Federazione Russa spezzata in diverse porzioni. Tra cui la Siberia, affidata alla Cina. Paradosso dei paradossi: per il capo dei servizi di Kiev la frammentazione della Russia avrebbe dovuto assegnarne la parte più grande e più ricca in risorse minerarie alla Cina, avversario strategico dell’America, paese da cui il suo dipende.

Al di sotto del chiasso propagandistico, si delinea in teoria un asimmetrico “pareggio” da ciascuno spacciabile per (quasi) vittoria: la Russia perde l’Ucraina e l’Ucraina perde il Donbas insieme alla Crimea, ma continua a rivendicarle proprie, con la benedizione dell’Occidente tutto e di quasi tutti gli altri Stati, Cina inclusa. Si stabilisce una frontiera di fatto lungo l’attuale linea del fronte, via interposizione di contingenti internazionali a garanzia di una tregua illimitata. L’Unione Europea promette di accelerare l’integrazione dell’Ucraina. La Nato non accoglie Kiev ma lascia aperta la porta a questa prospettiva.

Non è la pace, solo il cessate-il-fuoco necessario a porne le premesse, sapendo che non sarà per domani né dopodomani. Sviluppando il doppio slogan di Budanov, Mosca e Kiev organizzeranno le rispettive sfilate celebrative – però ciascuna a casa propria. Mascherando da successo l’esito di uno scontro inconcluso. Guerra congelata in stile coreano, come suggeriscono da tempo alcuni apparati ed esperti americani.

Ipotesi realistica, ma non immediata né priva di alternative. Anche perché contraddetta dalla propaganda, pervasiva, urlata e soprattutto indifferente ai dati sul terreno. Strumento bellico irrinunciabile, tanto più nell’èra dei social media. Come ricordava il barone di Ponsonby nel classico Falsehood in Wartime (1928): “La falsità è un’arma di guerra riconosciuta ed estremamente utile. Ogni paese la usa deliberatamente per ingannare il proprio popolo, attrarre i neutrali e confondere il nemico”. L’importante è non confondere sé stessi. E valutare i fatti, se riusciamo a discernerli, per quel che sono e non per come vorremmo fossero. Anche perché tra i pochi insegnamenti della storia spicca la ricorrente vendetta dei fatti su chi li travisa o traveste. Specialmente nelle società relativamente aperte come le occidentali, dove capita che le verità vengano comunque a galla per chi vuole intenderle, mentre i regimi autocratici, non solo orientali, le coprono fino all’assurdo, al punto di suicidarsi pur di non ammettere la menzogna.

Che cosa ci dicono oggi i fatti nella mischia russo-ucraina, sul piano strettamente militare? In sintesi e per importanza.

Primo: l’Ucraina è uno Stato tecnicamente fallito, perché totalmente dipendente dall’aiuto occidentale, in specie americano. A meno di un miracolo, non pare in grado di riconquistare i territori perduti causa aggressione russa. Se poi perdesse anche Odessa, sarebbe ridotto a satellite di Mosca senza sbocco al mare, tagliato fuori dal resto del mondo. Inoltre, preso il porto sul Mar Nero i russi potrebbero risalire fino alla Transnistria, exclave strappata alla Moldova, per riconnetterla direttamente alla Federazione.

Secondo: la Russia non ha sfondato in profondità il fronte nemico. Dopo la fallita marcia su Kiev si è attestata su una linea ultraforticata che protegge quel 20% circa di territorio ucraino in suo controllo, non molto più di quello su cui aveva già indirettamente messo le mani prima del fatidico 24 febbraio. Anche dopo il fallimento della cosiddetta “controffensiva ucraina” – più propaganda che sostanza – Putin sembra preferire non prendere troppi rischi. Almeno fin quando dall’altra parte della barricata vi saranno uomini e risorse sufficienti a infliggere gravi perdite alle sue truppe. La rivolta di alcuni reparti russi che spinse Prigožin all’avventurosa marcia su Mosca gli è valsa da lezione. Ma un cedimento del fronte interno ucraino potrebbe rovesciare questa logica.

Terzo: per conseguenza dei primi due fattori, Zelensky ha ordinato di fortificare il fronte a poca distanza dalle avanguardie nemiche. Denti di drago, barriere, filo spinato. Esattamente come i trinceramenti russi. Le fotografie satellitari indicano questo parallelismo fra opposte linee difensive. Messaggio in codice: non vengo a cercarti oltre il mio pomerio e tu non provare a penetrare il mio. “Coree” pure.

A questo trittico conviene sommare un elemento trascurato ma dirimente: il fattore umano. Il fronte divide l’Ucraina fra la zona occupata dalle truppe di Mosca, a grande maggioranza abitata da russi o filorussi per vocazione od opportunismo, e il grosso del paese, ucraino o reso tale per reazione all’aggressione russa. Con punte ultranazionaliste nel Nord-Ovest, centrate su Leopoli e sulla Galizia, che i “falchi” russi volentieri assegnerebbero alla Polonia, così come lascerebbero esigui spazi ucraini a romeni e ungheresi. In omaggio al postulato di Putin per cui l’Ucraina non esiste dunque va smaltita fra i suoi vicini. Il recente rientro di parte degli sfollati ucraini nelle zone occupate da Mosca, Mariupol compresa, segnala che vi è chi preferisce vivere sotto i russi ma in casa propria piuttosto che altrove.

Quanto fragile sia il fronte interno ucraino lo conferma il continuo rinvio della molto annunciata legge che promette mezzo milione di coscritti per evitare il crollo del fronte. Sono decine di migliaia i giovani e meno giovani che sfuggono all’obbligo militare perché non vedono più il senso della guerra, certo non incoraggiati dai pronostici di autorevoli esponenti americani. Come il leader dei democratici al Congresso, Schumer, per cui “l’Ucraina potrà resistere ancora un paio di mesi”. Quanto a Macron, che ventila l’invio di soldati sul terreno sapendo che avrebbero munizioni per meno di una settimana, il suo bluff non illude nessuno. Ma spaventa molti in Occidente (meno in Russia). Se la comunicazione prevale sulla realtà, se ragioniamo sulle speranze invece che sui fatti, tutto diventa possibile. Anche perderci dentro una guerra che non vogliamo né possiamo combattere al fronte, mentre proclamiamo di doverla vincere.

Russia e rivoluzione

di Laura Canali

Fonte: Storia Contemporanea – Le Monier Università 2021, The Times Books London – Complete History of the World 2004 e autori di Limes

La mappa storica inquadra il contesto in cui si esprime per la prima volta il tentativo ucraino di emanciparsi dall’impero russo, ovvero quello della prima guerra mondiale (1914-18) e della conseguente guerra civile fra “rossi” bolscevichi e “bianchi” sostenuti da potenze straniere (1918-21). Al centro spiccano due simboli. Quello rotondo, presso Pietrogrado, capitale della Russia zarista, evidenzia il carattere di quel regime, mentre l’altro, con frecce che si dipanano a stella da Mosca, segnala la metropoli che sarà la capitale dell’Unione Sovietica, scelta perché più facile da proteggere.

Già verso l’estate del 1915 l’impero russo aveva perso molti territori, sicché lo zar Nicola II decise di assumere il comando delle Forze armate spostandosi nel quartier generale di Mogilëv, in Bielorussia. Mossa politicamente fatale perché lasciò allo sbando i vertici del governo rimasto a Pietrogrado. L’inadeguatezza dello zar nella gestione della guerra segnò la sua sorte e quella della dinastia Romanov. Il vuoto di potere aprì le porte alla rivoluzione bolscevica. Nella mappa si mette in rilievo le ribellioni in Ucraina. Il gruppo di insorti contadini guidato da Nestor Makhno oppose seria resistenza sia agli austro-tedeschi che ai russi bianchi e ai bolscevichi. Un primo embrione di Stato ucraino ebbe breve vita tra 1917 e 1918, sotto protezione tedesca. L’Armata Bianca, posizionata al Sud e all’Est era composta da controrivoluzionari e zaristi.

Vincere la pace

I manuali insegnano che le guerre si combattono per vincere la pace. Logica fuori moda, visto che i conflitti risultano spesso fini a sé stessi. Precetto però cogente per chi nel conflitto è coinvolto e vorrebbe uscirne vivo, in modo da considerare il prezzo pagato nello scontro quale investimento per un futuro migliore. In questo senso, chi nelle tre scale del conflitto sembra oggi in condizione di uscire vincente dalla cessazione delle ostilità? Visto il grado di logoramento imposto a tutte le potenze coinvolte, precisiamo: chi sta perdendo di meno?

Nella guerra russo-ucraina il provvisorio verdetto è chiaro: prevalgono i russi perché il fronte interno ucraino appare prossimo al collasso. La Russia ha pagato e continuerà a pagare un prezzo alto per l’aggressione del 24 febbraio, ma la sua esistenza non pare minacciata, almeno nel futuro visibile. L’Ucraina invece ha perso non solo territori importanti, che comunque aveva dimostrato di non poter gestire con profitto causa ostilità di buona parte della popolazione, ma soprattutto sostanza demografica. Al momento dell’indipendenza, 33 anni fa, si contavano 51 milioni di ucraini. Oggi le stime si aggirano attorno alla trentina, o meno. Effetto della fuga all’estero e del trasferimento sotto la Russia delle popolazioni di Crimea, Sebastopoli e province del Sud-Est. Sommando questi deflussi al crollo della natalità, se ne trae che nel 2033 abiteranno l’Ucraina al massimo 35 milioni di anime, al minimo 26 (stime dell’Istituto ucraino di demografia e ricerca sociale).

Quanto ai danni materiali sono tali da stimare la ricostruzione in almeno cinquecento miliardi di euro. E’ chiaro che senza il sostegno occidentale il futuro dell’Ucraina sarà amaro. Soprattutto, ogni giorno di guerra in più lo rende meno attraente. Considerando anche come il tempo giochi contro la disponibilità di americani ed europei a impegnare risorse per l’Ucraina.

Sulla scala russo-americana, il verdetto non è scritto ma oggi pende a favore di Mosca. Con qualche bemolle. L’obiettivo strategico di Washington era portare l’Ucraina a bandiere spiegate nella Nato. Prospettiva impossibile con i russi che ne controllano un quinto del territorio e tengono sotto schiaffo il resto. Nel frattempo però la Nato si è allargata a Svezia e Finlandia, sicché il Mar Baltico è ormai Lago Atlantico. E l’Alleanza, seppure divisa, sta spostando uomini, basi e armi a ridosso della frontiera russa. A far pendere la bilancia contro Washington sta un fattore immateriale ma rilevante: ancora una volta gli americani promettono molto più di quanto possano mantenere ai loro associati in pericolo. Salvo poi defilarsi. Dal Vietnam all’Afghanistan, questa è la regola. Le guerre per procura finiscono in sconfitte perché minano la credibilità del Numero Uno. Se poi l’avversario è un rivale storico come la Russia, l’effetto negativo è moltiplicato.

Nel contesto della Guerra Grande, quanto accade sul fronte ucraino gioca a favore della Cina. Se Washington usa Kiev contro Mosca, Pechino usa Mosca contro Washington. E a differenza dell’arcirivale a stelle e strisce lo fa con profitto. Contribuisce infatti a tenere in piedi la Russia senza impegnarsi al fronte, mentre ne infiltra la sfera d’influenza. Guerra per procura soft, molto più redditizia e meno rischiosa della versione hard praticata dagli americani tramite i combattenti ucraini. Russi e cinesi contribuiscono inoltre a suscitare gli umori anti-occidentali del cosiddetto “Sud Globale”, salvo disputarsene diverse aree strategiche, specie in Africa e in Asia.

Chi figura senza ombra di dubbio nella colonna dei perdenti siamo noi europei.

Come può vincere la pace chi pensava di averla acquisita per diritto naturale e si trova invece coinvolto fino al collo nella guerra combattuta nel proprio continente, con la partecipazione delle massime potenze mondiali? Scopriamo di dover dubitare della disponibilità americana a difenderci senza disporre di una deterrenza minimamente paragonabile a quella perduta in seguito al relativo disimpegno della superpotenza protettrice, orientata verso l’Indo-Pacifico. Intanto paghiamo la bolletta delle sanzioni anti-Putin, che ci colpiscono più radicalmente di quanto infieriscano sulla Russia. Con la Germania caso limite: senza gas russo e mentre perde quote del mercato cinese, quel motore economico in esaurimento si volge contro i suoi costruttori. E per conseguenza contro i partner europei, Italia in testa.

Noi italiani abbiamo un problema in più rispetto agli altri. Continuiamo a mettere la testa nella sabbia. Facciamo finta di non vedere che la triplice dimensione della guerra in Ucraina, sommata al surriscaldamento del fronte mediorientale e al rivoluzionamento delle gerarchie internazionali ci costringe alla radicale revisione del nostro modo di (non) stare al mondo. Riusciremo in extremis a raddrizzare la barca? Non sarebbe dolce naufragar in questo mare.

Messa di Pasqua, Papa Francesco: «Scambio dei prigionieri in Ucraina, tutti per tutti, e tregua a Gaza. Bisogna difendere il dono della vita»

di Gian Guido Vecchi- Corriere della Sera – 31 Marzo 2024

Il messaggio di Pasqua di Papa Francesco durante la benedizione urbi et orbi. «Non lasciamo che venti di guerra sempre più forti spirino sull’Europa e sul Mediterraneo»

CITTÀ DEL VATICANO — «Mentre invito al rispetto dei principi del diritto internazionale, auspico uno scambio generale di tutti i prigionieri tra Russia e Ucraina: tutti per tutti! Inoltre, faccio nuovamente appello a che sia garantita la possibilità di accesso agli aiuti umanitari a Gaza, esortando nuovamente a un pronto rilascio degli ostaggi rapiti il 7 ottobre scorso e a un immediato cessate il fuoco nella Striscia». Francesco si affaccia alla Loggia centrale della Basilica di San Pietro per il tradizionale messaggio planetario nel giorno di Pasqua prima della benedizione Urbi et Orbi. Come la sera della Veglia, si schiarisce la voce talvolta un po’ affannata e fioca, ma legge il testo fino alla fine, aggiunge considerazioni e braccio, una riflessione scandita dagli applausi dei fedeli. «Il mio pensiero va soprattutto alle vittime dei tanti conflitti che sono in corso nel mondo, a cominciare da quelli in Israele e Palestina, e in Ucraina», dice.

Il Papa ha celebrato la messa in piazza San Pietro, alla fine ha compiuto diversi giri sull’auto scoperta per salutare le oltre sessantamila persone che riempivano il Colonnato del Bernini e le strade intorno. Ed ora, nel suo messaggio, è inevitabile che il Papa cominci dal luogo dell’evento più importate per i cristiani: «Oggi volgiamo anzitutto lo sguardo verso la Città Santa di Gerusalemme, testimone del mistero della passione, morte e risurrezione di Gesù e a tutte le comunità cristiane della Terra Santa».

E da lì la preoccupazione di Francesco si rivolge alle sorti del Vecchio Continente e quindi del pianeta: «Non permettiamo che le ostilità in atto continuino ad avere gravi ripercussioni sulla popolazione civile, ormai stremata, e soprattutto sui bambini. Quanta sofferenza vediamo nei loro occhi. Hanno dimenticato di sorridere, i bambini, in quella terra di guerra. Con il loro sguardo ci chiedono: perché? Perché tanta morte? Perché tanta distruzione? La guerra è sempre un’assurdità e una sconfitta! Non lasciamo che venti di guerra sempre più forti spirino sull’Europa e sul Mediterraneo. Non si ceda alla logica delle armi e del riarmo. La pace non si costruisce mai con le armi, ma tendendo le mani e aprendo i cuori».

Nel giorno di Pasqua, come la sera della Veglia a San Pietro, Francesco parla di speranza, nonostante «le guerre che dilagano nel mondo» e i «crimini» del «terrorismo», nonostante le violenze e le miserie, nonostante tutto. Perché oggi «la Chiesa rivive lo stupore delle donne che andarono al sepolcro all’alba del primo giorno della settimana», il giorno della Risurrezione: «La tomba di Gesù era stata chiusa con una grossa pietra; e così anche oggi massi pesanti, troppo pesanti chiudono le speranze dell’umanità: il masso della guerra, il masso delle crisi umanitarie, il masso delle violazioni dei diritti umani, il masso della tratta di persone umane, e altri ancora. Anche noi, come le donne discepole di Gesù, ci chiediamo l’un l’altro: “Chi ci farà rotolare via queste pietre?”». Eppure «la pietra, quella pietra così grande, è stata già fatta rotolare, lo stupore delle donne è il nostro stupore: la tomba di Gesù è aperta ed è vuota!», esclama: «Da qui comincia tutto. Attraverso quel sepolcro vuoto passa la via nuova, quella che nessuno di noi ma solo Dio ha potuto aprire: la via della vita in mezzo alla morte, la via della pace in mezzo alla guerra, la via della riconciliazione in mezzo all’odio, la via della fraternità in mezzo all’inimicizia».

Come ogni anno, l’elenco dei dolori è lungo, a cominciare dai conflitti dimenticati. «Non dimentichiamoci della Siria, che da quattordici anni patisce le conseguenze di una guerra lunga e devastante. Tantissimi morti, persone scomparse, tanta povertà e distruzione aspettano risposte da parte di tutti, anche dalla comunità internazionale». E ancora «il mio sguardo va oggi in modo speciale al Libano, da tempo interessato da un blocco istituzionale e da una profonda crisi economica e sociale, aggravate ora dalle ostilità alla frontiera con Israele», considera: «Il Risorto conforti l’amato popolo libanese e sostenga tutto il Paese nella sua vocazione ad essere una terra di incontro, convivenza e pluralismo».

Francesco cita i Balcani Occidentali, «dove si stanno compiendo passi significativi verso l’integrazione nel progetto europeo», e raccomanda: «Le differenze etniche, culturali e confessionali non siano causa di divisione, ma diventino fonte di ricchezza per tutta l’Europa e per il mondo intero». Allo stesso modo, aggiunge, «incoraggio i colloqui tra l’Armenia e l’Azerbaigian, perché, con il sostegno della comunità internazionale, possano proseguire il dialogo, soccorrere gli sfollati, rispettare i luoghi di culto delle diverse confessioni religiose e arrivare al più presto ad un accordo di pace definitivo».

Francesco prega per tutte le persone che nel mondo «patiscono violenze, conflitti, insicurezza alimentare, come pure gli effetti dei cambiamenti climatici» E perché «il Signore doni conforto alle vittime di ogni forma di terrorismo: preghiamo per quanti hanno perso la vita e imploriamo il pentimento e la conversione degli autori di tali crimini». Ricorda il popolo di Haiti e chiede «cessino quanto prima le violenze che lacerano e insanguinano il Paese ed esso possa progredire nel cammino della democrazia e della fraternità». E poi cita i Rohingya, «afflitti da una grave crisi umanitaria», il popolo perseguitato che incontrò nel 2017, e invoca «la riconciliazione in Myanmar, lacerato da anni di conflitti interni, affinché si abbandoni definitivamente ogni logica di violenza». E poi c’è l’Africa, la preghiera perché sia aprano vie di pace «specialmente per le popolazioni provate in Sudan e nell’intera regione del Sahel, nel Corno d’Africa, nella Regione del Kivu nella Repubblica Democratica del Congo e nella Provincia di Capo Delgado in Mozambico» e cessi «la prolungata situazione di siccità che interessa vaste aree e provoca carestia e fame».

Infine, «il Risorto faccia risplendere la sua luce sui migranti e su coloro che stanno attraversando un periodo di difficoltà economica, offrendo loro conforto e speranza nel momento del bisogno», sospira Francesco: «Cristo guidi tutte le persone di buona volontà ad unirsi nella solidarietà, per affrontare insieme le molte sfide che incombono sulle famiglie più povere nella loro ricerca di una vita migliore e della felicità». Nel giorno in cui «celebriamo la vita che ci è donata nella risurrezione del Figlio», il Papa esorta a difendere «il prezioso dono della vita, tanto spesso disprezzato», si chiede: «Quanti bambini non possono nemmeno vedere la luce? Quanti muoiono di fame o sono privi di cure essenziali o sono vittime di abusi e violenze? Quante vite sono fatte oggetto di mercimonio per il crescente commercio di essere umani?». Ed esorta «quanti hanno responsabilità politiche» perché «non risparmino sforzi nel combattere il flagello della tratta di esseri umani, lavorando instancabilmente per smantellarne le reti di sfruttamento e portare libertà a coloro che ne sono vittime». Le ultime parole sono una preghiera universale: «Possa la luce della risurrezione illuminare le nostre menti e convertire i nostri cuori, rendendoci consapevoli del valore di ogni vita umana, che deve essere accolta, protetta e amata».

La scienza non può dimostrare l’esistenza di Dio, perché su Dio non è in grado di indagare

MARCO BERSANELLI  30 MAR 2024 –Il Foglio

Fede e scienza, un antico dibattito segnato spesso da un errore metodologico di fondo. Un libro

Una volta tradotto in italiano il libro di Michel-Yves Bolloré e Olivier Bonnassies è balzato ai primi posti delle vendite anche nel nostro paese. Con un titolo che promette le prove scientifiche dell’esistenza di Dio c’era da aspettarselo: è una questione che interessa tutti, non solo gli accademici. Salvatore, il mio barbiere, sapendo che mi occupo di scienza e che sono credente, ogni volta mi riempie di domande, spesso tutt’altro che banali. Il libro raccoglie molti elementi utili per chi vuole approfondire questi temi, tuttavia a mio parere soffre di un errore metodologico. Fin dall’incipit, infatti, la “creazione” viene esplicitamente trattata come una “teoria scientifica”, e poi passo dopo passo viene messa in competizione con “altre” teorie e valutata secondo i canoni tipici delle scienze fisiche. Ma ogni metodo si presta a rispondere a certe domande, e non ad altre. Confondere i piani può condurre a errori con dolorose conseguenze, come mostrano la nota vicenda di Galileo e le meno note e più tragiche persecuzioni nell’Urss contro la nascente cosmologia evoluzionista, ben documentate in quel libro.
 

Dove sta il problema? Le due principali argomentazioni cosmologiche che vengono trattate non sono né nuove né banali. La prima è basata sull’evidenza, scientificamente solidissima, che l’universo è in espansione. Estrapolando lo spazio e il tempo nel passato secondo la teoria della relatività generale ci si avvicina a un punto di singolarità, databile a circa 13,8 miliardi di anni fa, dove la densità e la temperatura tendono all’infinito e il tempo giunge a un termine. Non possiamo osservare quell’istante iniziale, ma abbiamo una traccia diretta di una fase immediatamente successiva (su scala cosmica), quando l’età dell’universo era appena lo 0,003 per cento dell’età attuale. Ecco dunque la prima “prova teologica”: poiché la scienza ha dimostrato che il tempo ha avuto un inizio, si dice, essa ha anche provato che l’universo è stato creato da Dio, e ha persino stabilito la data della creazione.
 

Dal punto di vista di un credente però, così posto, l’argomento è scivoloso. Anzitutto, le nostre attuali conoscenze scientifiche non ci permettono di concludere definitivamente che il tempo cosmico abbia avuto un inizio assoluto. Non abbiamo infatti una comprensione sufficiente dell’universo nelle sue primissime frazioni di secondo, quando gli effetti quantistici, non inclusi nella relatività generale, giocavano un ruolo determinante. Non possiamo quindi escludere che in futuro l’indagine scientifica giunga a una visione più ampia, compatibile con tutto ciò che oggi sappiamo, in cui quell’inizio sia riconosciuto come parte di una realtà più vasta. Tutto ciò è ad oggi altamente ipotetico, ma mi dispiacerebbe se qualcuno, avendo appoggiato la sua fede in Dio su questo appiglio, un domani la perdesse a causa di una meravigliosa scoperta scientifica.
 

Ma c’è un motivo più profondo per cui quell’approccio è inadeguato. Anche ammettendo che la scienza arrivi a dimostrare che l’universo proviene da una singolarità unica e assoluta, identificare la “creazione” con quell’istante iniziale sarebbe riduttivo. Un episodio legato a uno dei padri della cosmologia contemporanea, Georges Lemaître, è illuminante a questo proposito. Lemaître fu il primo a interpretare le osservazioni di Slipher e Hubble come indice dell’espansione dell’universo e a proporre una prima versione di quella che oggi è nota come teoria del “big bang”. Lemaître era anche un sacerdote cattolico e presidente della Pontificia Accademia delle Scienze. Nel 1951 papa Pio XII in un discorso all’Accademia identificò con entusiasmo il Fiat Lux del libro della Genesi con l’ipotesi scientifica dell’inizio incandescente dell’universo. Lemaître chiese subito udienza al Papa e lo convinse che quella sua uscita era stata quanto mai inopportuna. Il teologo-scienziato voleva salvaguardare la distinzione tra i diversi livelli del pensiero e della conoscenza. Come in seguito ebbe a dire: “Ho troppo rispetto per Dio per poterne fare un’ipotesi scientifica”.
 

Limitare l’atto creativo di Dio a un istante del lontano passato significa sminuirne la portata. Come disse Benedetto XVI, “Dio non è un’ipotesi distante, uno sconosciuto che si è ritirato dopo il Big Bang”. Se un Dio esiste, la sua azione creatrice non si esaurisce nel dare un “colpo iniziale” al mondo, ma permane nel “far essere” l’universo in ogni istante, nel colmare lo iato infinito tra il non-essere e l’essere di ogni cosa e di noi stessi. Se c’è stato un inizio del tempo, quel primo drammatico istante è creato tanto quanto lo è l’istante presente. Con le parole di Lemaître, il Creatore “sostiene ogni essere e ogni avvenimento”.
 

La seconda “prova teologica” parte da un altro fatto scientificamente consolidato, e cioè l’osservazione che le leggi fisiche che regolano l’universo appaiono finemente predisposte per produrre le condizioni necessarie alla comparsa della vita. In particolare certe costanti presenti fin dall’inizio della storia cosmica, come la carica e la massa delle particelle elementari, i parametri cosmologici, e così via, appaiono accuratamente sintonizzate: basterebbe modificare anche di pochissimo il valore di alcuni di quei parametri e l’universo sarebbe completamente privo di strutture e incapace di ospitare qualunque forma di vita. Questo “fine-tuning” potrebbe sembrare un’ovvietà: se una cosa esiste, ad esempio la farfallina che si è posata sulla pietra qui davanti a me, significa che nella storia dell’universo una combinazione di circostanze casuali e di leggi universali ha prodotto le condizioni necessarie perché quel piccolo insetto potesse esistere. Ma la cosa tutt’altro che ovvia è proprio l’esistenza della farfalla: in un ipotetico universo in cui le condizioni iniziali fossero state leggermente diverse, quell’animaletto sarebbe impossibile. A dire il vero quasi tutte le condizioni di “fine tuning” si applicherebbero anche per la pietra sulla quale la farfalla si è posata.

Perché allora sottolineiamo il nesso con la possibilità della vita? Forse perché noi stessi siamo esseri viventi, e non abbiamo ancora perso il vizio di metterci al centro di tutto? Non proprio. Esiste infatti un senso oggettivo, indipendente da noi, per cui la materia vivente è qualcosa di assolutamente “speciale” nel panorama cosmico: il suo vertiginoso grado di complessità. Una singola cellula vivente da questo punto di vista surclassa qualunque sistema fisico non-biologico: un pianeta (privo di vita…), una stella, una galassia. Se per assurdo la nostra coscienza non fosse legata ad alcun tessuto vivente, guardando l’universo noi continueremmo a stupirci di come mai esista un nesso così profondo e delicato tra le leggi fisiche universali e quegli straordinari oggetti – gli organismi biologici – di cui noi non siamo parte.
 

Che cosa ha fatto sì che le leggi fisiche assumessero la forma che hanno? Chi o che cosa ne ha fissato i parametri? E’ la prova scientifica che Dio esiste? Anche qui è bene non far confusione. Il “fine-tuning” non ha spiegazione nell’ambito della fisica nota, ma di nuovo esiste la possibilità che quello che conosciamo oggi sia troppo poco. In futuro potremmo scoprire, ad esempio, che l’universo è molto più grande e vario di quel che oggi riteniamo, e quelle che consideriamo costanti universali in realtà non lo sono, ma cambiano leggermente su scale oggi ignote; questo darebbe ragione del fatto che nella regione di universo che ci circonda quelle costanti sono accordate con la vita e con la nostra esistenza. Queste linee di pensiero – le varie forme di “multiverso” – vanno molto di moda, e va sottolineato che al momento si tratta di speculazioni più metafisiche che fisiche, non sottoponibili a verifiche sperimentali, a volte ideologicamente enfatizzate da una cattiva divulgazione. D’altra parte l’esistenza di Dio è certamente un’ipotesi di ordine metafisico, e lo sarà sempre: non si vede perché la si debba costringere a competere sul piano delle teorie scientifiche, attuali o eventualmente future.
 

La scienza non può dimostrare l’esistenza di Dio semplicemente perché Dio non è il “tipo di cosa” che la scienza è in grado di indagare con i suoi metodi. Naturalmente vale anche il viceversa: quelle posizioni che pretendono di usare la scienza per escludere la fede in Dio sono del tutto fuori luogo. 
 

Significa che domanda religiosa e indagine scientifica sono due mondi separati, tra i quali non esiste alcun nesso? Tutt’altro, a mio parere. Il contributo della scienza è portare alla luce visuali inedite su quello stesso universo che nell’ipotesi religiosa è creazione di Dio. In esso la presenza del Creatore non si impone attraverso le vie irrevocabili della prova scientifica, piuttosto provoca la nostra ragione e si offre alla nostra libertà con discrezione, “ri-velandosi” attraverso il segno della natura. In questo modo quella che viene chiamata in causa non è solamente la nostra razionalità scientifica, essenziale per dimostrare un teorema o per scoprire una legge fisica, ma la ragione umana in tutta la sua ampiezza. Così via via che il cammino della scienza fa emergere la varietà dei fenomeni e l’unità sottostante che li lega, ci troviamo immancabilmente davanti a nuovi tratti di una bellezza sorprendente, che si propone alla nostra contemplazione e ci invita a riflessioni di ordine diverso, quelli propri della filosofia e della teologia.
 

Consideriamo ad esempio i due aspetti ora menzionati. Il fatto che l’universo osservabile sia indiscutibilmente una realtà dinamica e mutevole, protagonista di una storia particolare, è quasi una pedagogia che ci aiuta a cogliere la radicale contingenza della realtà, abituando il pensiero all’evidenza che ogni cosa proviene da “Altro”, non solo in senso temporale, ma anche in senso ontologico. E il profondo radicamento della vita nella vastità nell’universo a noi accessibile allontana l’idea ottocentesca di una natura estranea alla nostra esistenza, riproponendo l’antica percezione di una misteriosa provvidenzialità dell’ordine cosmico. Da sempre sappiamo che il nostro piccolo pianeta ci offre ospitalità con il giorno e la notte, l’aria e la pioggia, l’avvicendarsi delle stagioni, e così via; oggi vediamo anche che la nostra “oasi cosmica” ci assiste con l’evoluzione stellare, l’espansione dell’universo, le leggi della fisica, le costanti universali, e molto altro; e ci regala un meraviglioso panorama cosmico che si estende per miliardi di anni luce. Oltre, non sappiamo. La scienza non dimostra Dio, ma ci mette davanti agli occhi un universo che è segno di un mistero che ci supera infinitamente. Questo credo che Salvatore, il mio amico barbiere, lo apprezzerebbe.

LA SINDONE: ICONA DEL SABATO SANTO

Meditazione di Benedetto XVI_ Domenica 2 Maggio 2010

Cari amici,

questo è per me un momento molto atteso. In diverse altre occasioni mi sono trovato davanti alla sacra Sindone, ma questa volta vivo questo pellegrinaggio e questa sosta con particolare intensità: forse perché il passare degli anni mi rende ancora più sensibile al messaggio di questa straordinaria Icona; forse, e direi soprattutto, perché sono qui come Successore di Pietro, e porto nel mio cuore tutta la Chiesa, anzi, tutta l’umanità. Ringrazio Dio per il dono di questo pellegrinaggio, e anche per l’opportunità di condividere con voi una breve meditazione, che mi è stata suggerita dal sottotitolo di questa solenne Ostensione: “Il mistero del Sabato Santo”.

Si può dire che la Sindone sia l’Icona di questo mistero, l’Icona del Sabato Santo. Infatti essa è un telo sepolcrale, che ha avvolto la salma di un uomo crocifisso in tutto corrispondente a quanto i Vangeli ci dicono di Gesù, il quale, crocifisso verso mezzogiorno, spirò verso le tre del pomeriggio. Venuta la sera, poiché era la Parasceve, cioè la vigilia del sabato solenne di Pasqua, Giuseppe d’Arimatea, un ricco e autorevole membro del Sinedrio, chiese coraggiosamente a Ponzio Pilato di poter seppellire Gesù nel suo sepolcro nuovo, che si era fatto scavare nella roccia a poca distanza dal Golgota. Ottenuto il permesso, comprò un lenzuolo e, deposto il corpo di Gesù dalla croce, lo avvolse con quel lenzuolo e lo mise in quella tomba (cfr Mc 15,42-46). Così riferisce il Vangelo di san Marco, e con lui concordano gli altri Evangelisti. Da quel momento, Gesù rimase nel sepolcro fino all’alba del giorno dopo il sabato, e la Sindone di Torino ci offre l’immagine di com’era il suo corpo disteso nella tomba durante quel tempo, che fu breve cronologicamente (circa un giorno e mezzo), ma fu immenso, infinito nel suo valore e nel suo significato.

Il Sabato Santo è il giorno del nascondimento di Dio, come si legge in un’antica Omelia: “Che cosa è avvenuto? Oggi sulla terra c’è grande silenzio, grande silenzio e solitudine. Grande silenzio perché il Re dorme … Dio è morto nella carne ed è sceso a scuotere il regno degli inferi” (Omelia sul Sabato SantoPG 43, 439). Nel Credo, noi professiamo che Gesù Cristo “fu crocifisso sotto Ponzio Pilato, morì e fu sepolto, discese agli inferi, e il terzo giorno risuscitò da morte”.

Cari fratelli e sorelle, nel nostro tempo, specialmente dopo aver attraversato il secolo scorso, l’umanità è diventata particolarmente sensibile al mistero del Sabato Santo. Il nascondimento di Dio fa parte della spiritualità dell’uomo contemporaneo, in maniera esistenziale, quasi inconscia, come un vuoto nel cuore che è andato allargandosi sempre di più. Sul finire dell’Ottocento, Nietzsche scriveva: “Dio è morto! E noi l’abbiamo ucciso!”. Questa celebre espressione, a ben vedere, è presa quasi alla lettera dalla tradizione cristiana, spesso la ripetiamo nella Via Crucis, forse senza renderci pienamente conto di ciò che diciamo. Dopo le due guerre mondiali, i lager e i gulag, Hiroshima e Nagasaki, la nostra epoca è diventata in misura sempre maggiore un Sabato Santo: l’oscurità di questo giorno interpella tutti coloro che si interrogano sulla vita, in modo particolare interpella noi credenti. Anche noi abbiamo a che fare con questa oscurità.

E tuttavia la morte del Figlio di Dio, di Gesù di Nazaret ha un aspetto opposto, totalmente positivo, fonte di consolazione e di speranza. E questo mi fa pensare al fatto che la sacra Sindone si comporta come un documento “fotografico”, dotato di un “positivo” e di un “negativo”. E in effetti è proprio così: il mistero più oscuro della fede è nello stesso tempo il segno più luminoso di una speranza che non ha confini. Il Sabato Santo è la “terra di nessuno” tra la morte e la risurrezione, ma in questa “terra di nessuno” è entrato Uno, l’Unico, che l’ha attraversata con i segni della sua Passione per l’uomo: “Passio Christi. Passio hominis”. E la Sindone ci parla esattamente di quel momento, sta a testimoniare precisamente quell’intervallo unico e irripetibile nella storia dell’umanità e dell’universo, in cui Dio, in Gesù Cristo, ha condiviso non solo il nostro morire, ma anche il nostro rimanere nella morte. La solidarietà più radicale.

In quel “tempo-oltre-il-tempo” Gesù Cristo è “disceso agli inferi”. Che cosa significa questa espressione? Vuole dire che Dio, fattosi uomo, è arrivato fino al punto di entrare nella solitudine estrema e assoluta dell’uomo, dove non arriva alcun raggio d’amore, dove regna l’abbandono totale senza alcuna parola di conforto: “gli inferi”. Gesù Cristo, rimanendo nella morte, ha oltrepassato la porta di questa solitudine ultima per guidare anche noi ad oltrepassarla con Lui. Tutti abbiamo sentito qualche volta una sensazione spaventosa di abbandono, e ciò che della morte ci fa più paura è proprio questo, come da bambini abbiamo paura di stare da soli nel buio e solo la presenza di una persona che ci ama ci può rassicurare.

Ecco, proprio questo è accaduto nel Sabato Santo: nel regno della morte è risuonata la voce di Dio. E’ successo l’impensabile: che cioè l’Amore è penetrato “negli inferi”: anche nel buio estremo della solitudine umana più assoluta noi possiamo ascoltare una voce che ci chiama e trovare una mano che ci prende e ci conduce fuori. L’essere umano vive per il fatto che è amato e può amare; e se anche nello spazio della morte è penetrato l’amore, allora anche là è arrivata la vita. Nell’ora dell’estrema solitudine non saremo mai soli: “Passio Christi. Passio hominis”.

Questo è il mistero del Sabato Santo! Proprio di là, dal buio della morte del Figlio di Dio, è spuntata la luce di una speranza nuova: la luce della Risurrezione. Ed ecco, mi sembra che guardando questo sacro Telo con gli occhi della fede si percepisca qualcosa di questa luce. In effetti, la Sindone è stata immersa in quel buio profondo, ma è al tempo stesso luminosa; e io penso che se migliaia e migliaia di persone vengono a venerarla – senza contare quanti la contemplano mediante le immagini – è perché in essa non vedono solo il buio, ma anche la luce; non tanto la sconfitta della vita e dell’amore, ma piuttosto la vittoria, la vittoria della vita sulla morte, dell’amore sull’odio; vedono sì la morte di Gesù, ma intravedono la sua Risurrezione; in seno alla morte pulsa ora la vita, in quanto vi inabita l’amore. Questo è il potere della Sindone: dal volto di questo “Uomo dei dolori”, che porta su di sé la passione dell’uomo di ogni tempo e di ogni luogo, anche le nostre passioni, le nostre sofferenze, le nostre difficoltà, i nostri peccati – “Passio Christi. Passio hominis” -, da questo volto promana una solenne maestà, una signoria paradossale.

Questo volto, queste mani e questi piedi, questo costato, tutto questo corpo parla, è esso stesso una parola che possiamo ascoltare nel silenzio. Come parla la Sindone? Parla con il sangue, e il sangue è la vita! La Sindone è un’Icona scritta col sangue; sangue di un uomo flagellato, coronato di spine, crocifisso e ferito al costato destro. L’immagine impressa sulla Sindone è quella di un morto, ma il sangue parla della sua vita. Ogni traccia di sangue parla di amore e di vita. Specialmente quella macchia abbondante vicina al costato, fatta di sangue ed acqua usciti copiosamente da una grande ferita procurata da un colpo di lancia romana, quel sangue e quell’acqua parlano di vita. E’ come una sorgente che mormora nel silenzio, e noi possiamo sentirla, possiamo ascoltarla, nel silenzio del Sabato Santo.

Cari amici, lodiamo sempre il Signore per il suo amore fedele e misericordioso. Partendo da questo luogo santo, portiamo negli occhi l’immagine della Sindone, portiamo nel cuore questa parola d’amore, e lodiamo Dio con una vita piena di fede, di speranza e di carità. Grazie.

Il Papa non partecipa alla Via Crucis «per conservare la salute per la messa di Pasqua»

di Gian Guido Vecchi- Corriere 29 Marzo 2024

Il Papa firma di persona (ed è un fatto raro) le meditazioni per la Via Crucis al Colosseo: «Tanti cristi umiliati dalla prepotenza, serve compassione. Preghiamo per le donne che subiscono oltraggi e violenze, i bimbi non nati, i giovani, gli anziani scartati»

CITTÀ DEL VATICANO — «Viviamo un tempo spietato, e abbiamo bisogno di compassione». La notte intorno al Colosseo è rischiarata da migliaia di fiaccole e il Papa non c’è, ma ci sono le sue parole. La presenza di Francesco era prevista ancora nel tardo pomeriggio ma si sapeva che si sarebbe deciso all’ultimo momento e alla fine, come l’anno scorso, ha prevalso la prudenza: a Roma in questo periodo le serate sono ancora abbastanza fredde, l’aria intorno al Palatino è umida, non era il caso di restare seduto all’aperto. Così, «per conservare la salute in vista della Veglia di sabato e della Santa Messa della domenica di Pasqua», ha spiegato la Santa Sede, il pontefice è rimasto a seguire la Via Crucis da Casa Santa Marta.

È molto raro che il pontefice scriva di persona i testi della Via Crucis, una tradizione iniziata nel 1750, conclusa con l’Unità d’Italia e infine ripresa da Paolo VI a partire dal 1964. Lo fece un paio di volte Giovanni Paolo II e una volta le scrisse anche Joseph Ratzinger, ma quand’era ancora cardinale e prefetto dell’ex Sant’Uffizio. Francesco lo ha voluto fare nell’Anno della preghiera che ha indetto alla vigilia del Giubileo del 2025, senza riferimenti diretti all’attualità ma con un approccio contemplativo che la riassume e riassume i dolori del mondo: «Gesù, tu sei la vita e sei condannato a morte; sei la verità e subisci un falso processo. Ma perché non reclami? Perché non alzi la voce e non spieghi le tue ragioni? Perché non confuti i dotti e i potenti come hai sempre fatto con successo? La tua reazione stupisce, Gesù: nel momento decisivo non parli, taci. Perché più il male è forte, più la tua risposta è radicale. E la tua risposta è il silenzio. Ma il tuo silenzio è fecondo: è preghiera, è mitezza, è perdono, è la via per redimere il male, per convertire ciò che soffri in un dono che offri».

Il male quotidiano, anche in Rete

Le stazioni della via Crucis scandiscono una riflessione sul male, anche quello quotidiano che si incontra in Rete: «Gesù, tanti seguono il barbaro spettacolo della tua esecuzione e, senza conoscerti e senza conoscere la verità, emettono giudizi e condanne, gettando su di te infamia e disprezzo. Accade anche oggi, Signore, e non serve nemmeno un macabro corteo: basta una tastiera per insultare e pubblicare sentenze». La riposta a tutto questo sta nell’atteggiamento delle donne nel racconto evangelico: «Chi ti segue fino alla fine lungo la via della croce? Non i potenti, che ti aspettano sul Calvario, non gli spettatori che stanno lontano, ma le persone semplici, grandi ai tuoi occhi e piccole a quelli del mondo. Sono le donne, a cui hai dato speranza: non hanno voce ma si fanno sentire. Aiutaci a riconoscere la grandezza delle donne, loro che a Pasqua sono state fedeli e vicine a te, ma che ancora oggi vengono scartate, subendo oltraggi e violenze».

I «cristi umiliati da guadagni iniqui fatti sulla pelle degli altri»

Al centro, come Francesco dice dall’inizio del suo pontificato, c’è il capitolo 25 del Vangelo di Matteo, le parole di Gesù sul Giudizio Universale e il comportamento che distinguerà i giusti dai dannati: «Ora capisco questa tua insistenza nell’immedesimarti coi bisognosi: tu sei stato carcerato; tu straniero, condotto fuori della città per esser crocifisso; tu sei nudo, spogliato delle vesti; tu, malato e ferito; tu, assetato sulla croce e affamato d’amore. Fa’ che ti veda nei sofferenti e che veda i sofferenti in te, perché tu sei lì, in chi è spogliato di dignità, nei cristi umiliati dalla prepotenza e dall’ingiustizia, da guadagni iniqui fatti sulla pelle degli altri nell’indifferenza generale».

Il supplizio, il perdono. «Gesù, ti trapassano braccia e gambe coi chiodi lacerandoti le carni e proprio ora, mentre il dolore fisico è più atroce, dalle tue labbra sgorga la preghiera impossibile: perdoni chi ti sta mettendo i chiodi nei polsi…Allora con te, Gesù, anch’io posso trovare il coraggio di scegliere il perdono, che libera il cuore e rilancia la vita. Signore, non ti basta perdonarci, ci giustifichi pure davanti al Padre: non sanno quello che fanno».

La «sofferenza insopportabile»

Il Papa nomina le tante situazioni di sofferenza insopportabile. «Gesù, portiamo anche noi delle croci, a volte molto pesanti: una malattia, un incidente, la morte di una persona cara, una delusione affettiva, un figlio che si è perso, il lavoro che manca, una ferita interiore che non guarisce, il fallimento di un progetto, l’ennesima attesa andata a vuoto… Gesù, come si fa a pregare lì». Il Papa prega per i «bimbi non nati e quelli abbandonati», i «tanti giovani in attesa di chi ascolti il loro grido di dolore», e ancora «gli anziani scartati», i detenuti, i «popoli sfruttati e dimenticati». La risposta, dice, sta nelle parole di Gesù nel Vangelo: «Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro». Prima di morire, il Crocifisso sospira: tutto è compiuto. «Io, nella mia incompiutezza, non potrò dirlo; ma confido in te, perché sei la mia speranza, la speranza della Chiesa e del mondo», conclude Francesco: «Custodisci la Chiesa e il mondo nella pace».

I CONTI DA SALDARE SEMINATI DALLO ZAR

FABIO CARMINATI – 24 Marzo 2024 -Avvenire

Il 7 marzo scorso l’ambasciata americana a Mosca aveva lanciato l’allarme: «Gli estremisti hanno piani imminenti per colpire grandi raduni nella capitale russa». Vladimir Putin aveva respinto tutto questo come una «provocazione occidentale» a una settimana dal voto che lo ha poi visto incoronato di nuovo zar incontrastato al Cremlino. Nel primo venerdì dopo le presidenziali russe è arrivata la sanguinosa conferma. E la rabbia del piccolo dittatore cresce perché non può che prendersela con se stesso. Il nuovo (o purtroppo

il primo) bersaglio politico del nuovo Daesh, di quell’Isis frettolosamente sepolto nelle sabbie del deserto siriano, è stato proprio lui. Anche se la rivendicazione del massacro di Mosca è ormai confermata (l’attribuzione è all’Isis-k afghana che ha “firmato” il video) partendo però dalla Siria – li esattamente 5 anni fa cadde il Califfato in quel Paese – si può comprendere perché il ritorno in grande stile dei successori di Abubakr al-Baghdadi tragga origine proprio da Damasco. Lì lo zar fa fare il bello e il cattivo tempo al suo “burattino” Bashar al-Assad. Lì continua a mantenere truppe e mezzi militari. Lì incalza Israele, lì fa i suoi affari di petrolio e traffici.

Si è detto più volte che il sedicente Stato islamico non fosse defunto e che si stava solo riorganizzando: stava cambiando pelle, stabilito nei metaforici quartieri d’inverno dopo la lunga battaglia degli anni scorsi.

Recenti rapporti di intelligence ricordavano questo, proprio all’inizio dell’anno più “elettorale” da decenni a questa parte: Russia, India, Unione Europea per finire con il voto per la Casa Bianca del 5 novembre.

Chi non credeva alla narrazione dell’idra domata aveva anche, in più occasioni, identificato il bacino di carenaggio del gruppo terroristico e della sua

galassia, protagonista di stagioni di sangue e di atti estremi come quello degli attacchi a Parigi e al Bataclan, città dove fra tre mesi l’intelligence sarà messa di nuovo a dura prova. La terra di rinascita è chiaramente l’Africa, più precisamente quella mezzaluna disegnata sulle ultime dune meridionali del deserto del Sahara, che parte dall’Oceano Atlantico e finisce in quello stretto all’imbocco del Mar Rosso dove gli Houthi stanno dando problemi alle rotte marittime mondiali: il Sahel. Lì Mosca è entrata con prepotenza, fomentando golpe, fornendo truppe che un tempo si chiamavano Wagner e ora hanno solo cambiato tuta mimetica.

Mali, Ciad, Burkina Faso, solo per citarne alcuni.

Scalzati i francesi, lo zar Vladimir è tornato come novello colonialista.

Usando armi sofisticate, come vetrina di vendite future a nuovi “amici” della politica.

Con tanta ferocia e sulla pelle di intere popolazioni che vivono da un golpe all’altro senza soluzione di continuità. E forse anche lì i servizi russi in queste ore stanno scavando per capire se i segni che qualcosa sta cambiando sono stati invece male interpretati. In un momento di alta disattenzione mondiale anche a causa delle due concomitanti guerre in Ucraina e Palestina, si sono messi al lavoro nella notte per dare all’uomo che si sta aggirando furioso nei corridoi del Cremlino una risposta che invece forse solo lui e la sua smania di ricostruire il passato possono dare.

Australia. A Sydney è boom di conversioni: a Pasqua ci saranno 266 battesimi

Andrea Galli – Avvenire – sabato 23 marzo 2024

Sono 266 i catecumeni che verranno battezzati durante la Veglia pasquale del Sabato Santo. Rispetto a quattro anni fa significa più 60%. L’omaggio al cardinale Pell sepolto in Cattedrale

I catecumeni davanti alla Cattedrale lo scorso 18 febbraio – Arcidiocesi di Sydney

«Un tempo eravate un popolo straniero… ma Dio vi ha portato a casa con misericordia, cittadini del cielo». Sono le parole di un inno composto da un missionario anglicano, James Edward Seddon (1915-1983), che è stato cantato lo scorso 18 febbraio dal coro della Cattedrale di Santa Maria di Sydney, durante il Rito di elezione, ovvero la presentazione dei catecumeni che la notte di Pasqua riceveranno il Battesimo e gli altri sacramenti dell’iniziazione cristiana.

Erano 266 in tutto, in Cattedrale, accompagnati dai familiari e dai padrini, alla presenza dell’arcivescovo di Sydney, il domenicano Anthony Fisher. Un numero che rappresenta un boom per l’arcidiocesi australiana, che conta circa 590mila fedeli su 2milioni 700mila abitanti, poco meno di un quarto della popolazione. Si tratta di un aumento del 60% rispetto al 2021, quando è stato adottato dall’arcidiocesi un piano pastorale che ha segnato un deciso cambio di passo. «In quell’anno, per volontà dell’arcivescovo è stato lanciato il piano Go Make Disciples – spiega Simon Yeak, laico, 37 anni, responsabile dell’Iniziazione cristiana degli adulti – centrato su cinque punti: evangelizzazione, leadership, comunità, formazione e culto.

A coordinarlo è il Centro di Sydney per l’Evangelizzazione. Sosteniamo e incoraggiamo le parrocchie con iniziative per aiutarle a rinnovarsi in senso missionario, con l’Eucaristia al centro di tutto. Abbiamo anche creato un centro di ascolto dove chi è interessato a diventare cattolico può contattare l’arcidiocesi con facilità e in modo che la sua richiesta di non vada perduta o subisca lungaggini.

Io rispondo alle chiamate dei richiedenti e ascolto le loro storie. Dopo di che attivo il referente nella parrocchia in cui si trova la persona interessata e trasmetto le informazioni che ho raccolto. In questo modo il candidato viene accompagnato nel primo contatto con la comunità e poi viene seguito da vicino nel suo cammino verso la piena iniziazione alla vita cristiana».

I catecumeni di quest’anno vengono da 46 parrocchie, sono per metà autoctoni e per metà immigrati. Le storie di conversione sono le più disparate e spesso sorprendenti. «Mi ha molto colpito una giovane donna che viene dall’Indonesia, da un ambiente musulmano – racconta sempre Simon Yeak – cresciuta seguendo la preghiera e i riti islamici. Questo fino a quando ha iniziato a sentire dentro un vuoto e il desiderio di un legame più profondo e più intimo con Dio.

Durante il suo pellegrinaggio alla Mecca ha chiesto a Dio cosa avrebbe dovuto fare nella sua confusione interiore. E ha sentito una voce che le diceva: “Diventa mia figlia”. Non sapeva cosa significasse, finché ha capito che era una chiamata a diventare figlia di Dio, cristiana. Quello che cercava era l’Amore che viene dal Padre. Nel Rito di elezione, il 18 febbraio, ha detto di sentirsi abbracciata, quasi sopraffatta dalla grande famiglia della Chiesa in cui stava entrando. Ha accettato tutte le sfide che si sono presentate nel suo viaggio dall’islam al cristianesimo ed è convinta che ne sia valsa la pena».

In questo speciale e a tratti misterioso momento di fecondità che sta vivendo l’arcidiocesi di Sydney, Simon Yeak vede anche il dono postumo di un pastore che lì ha lasciato un segno profondo, il cardinale George Pell, morto per i postumi di un banale intervento a Roma il 10 gennaio 2023, dopo un calvario giudiziario conclusosi con il riconoscimento della sua innocenza. Pell è sepolto proprio nella Cattedrale di Sydney, di cui occupò la cattedra dal 2001 al 2014. «Il suo esempio e la sua testimonianza di fede hanno toccato il cuore di chi vive la missione evangelica – dice Yeak – e le persone che qui si avvicinano alla Chiesa ne conosco la figura e parlano di lui.

La sua presenza continua a farsi sentire e l’arcivescovo Anthony lo ha giustamente definito un “leone della Chiesa”. Ha sempre creduto nell’autentico messaggio del Vangelo e che l’incontro con la persona di Gesù Cristo è la chiave per portare gli altri alla sorgente di Dio. I referenti in diocesi per l’Iniziazione cristiana degli adulti spesso dicono di rifarsi al suo messaggio, alla sua forza, nell’affrontare il loro ministero. Inoltre, il modo in cui il cardinale Pell ha difeso gli insegnamenti della Chiesa, anche sulle questioni etiche, continua a dare alla nostra gente una solida base di fede su cui crescere».

Perché l’Europa non può fare la guerra alla Russia

risponde Aldo Cazzullo – Corriere della Sera – 21 marzo 2024

Caro Aldo,
lei ha scritto che l’Europa non farebbe mai la guerra alla Russia. E se fossimo costretti? Come faremmo a tirarci indietro?
Franco Russo, Roma

Caro Franco,
Senza gli Stati Uniti, l’Europa occidentale non sarebbe assolutamente in grado di fare la guerra alla Russia, per almeno tre motivi. Primo. L’Italia ha un esercito di circa 90 mila uomini, in linea con quello spagnolo e quello francese (che ha in più 25 mila riservisti). La Germania ne ha circa il doppio. Sono soldati spesso bene addestrati e abbastanza bene armati; ma la grande maggioranza di loro ha sparato solo al poligono. Gli eserciti europei hanno una cultura di peacekeeping: presidio del territorio, dialogo con le autorità e la popolazione, contrasto di bande armate locali. Non sono assolutamente preparati a uno scontro in campo aperto con l’esercito russo, che sarà certo logorato dalle battaglie in Ucraina ma è anche temprato da vent’anni di guerre di fatto sempre vittoriose, in Cecenia, in Georgia, in Crimea, in Libia, e in particolare in Siria. L’unico Paese europeo ad avere oggi una cultura militare e un’organizzazione efficiente, il Regno Unito, non fa più parte dell’Unione europea. La Francia può pensare a una piccola spedizione che avrebbe un prezioso valore simbolico, ma uno scarso effetto sul terreno. Secondo. L’Ue dispone di una sola potenza nucleare, la Francia, la cui «force de frappe», per usare le parole di De Gaulle, è incomparabilmente inferiore a quella russa. Ovviamente è auspicabile che nessuno usi l’arma nucleare; ma in termini di deterrenza non c’è confronto. Terzo. La Russia di Putin, purtroppo, non è un Paese isolato. Dialoga con le medie potenze, a cominciare dalla Turchia. Fa parte dei Brics, con il Brasile di Lula vergognosamente prono a Mosca, di cui sono entrati a far parte dal gennaio di quest’anno pure gli arcinemici Iran e Arabia Saudita. Soprattutto, la Russia ha buoni rapporti con altre due potenze nucleari da tre miliardi complessivi di abitanti: la Cina, che non ha mai aderito alle sanzioni occidentali, e l’India, che è il più grande importatore di armi al mondo, e negli ultimi vent’anni ha comprato il 65% dei suoi armamenti proprio dalla Russia. A essere isolata è semmai l’Europa occidentale; soprattutto se ci capiterà la disgrazia della rielezione di Trump, il cui unico beneficio potrebbe essere costringere gli europei ad accelerare il processo di unificazione, in particolare su due punti: il fisco, con la fine della concorrenza sleale, in particolare di Olanda e Irlanda; e appunto la difesa comune

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