"VI SUPPLICO: CONVERTITEVI!" (REGINA DELLA PACE-MEDJUGORJE)

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Don Gianfranco Macor, esorcista: «Il demonio è intelligente. Chiunque comandi gli interessa e Milano è una città di potere…»

di Francesco Battistini.- Corriere della Sera – 14 Aprile 2024

«La possessione diabolica è molto rara. I segnali sono chiari: il primo è l’avversione al sacro. Poi il fatto che una persona fa cose che da sola non potrebbe fare, o parla lingue che non conosce»

Due piccole stanze in sagrestia. Un lettino con un lenzuolo viola, qualche sedia, alle pareti un crocefisso, la Madonna e San Michele Arcangelo. Sul tavolo, una tovaglia verde con la scritta «avec Marie, rendons grâce a Dieu» e un quadretto: «È la beata Eustochio, la protettrice di chi è nella tribolazione spirituale». Gli esorcismi dei milanesi si fanno nella chiesa di San Tommaso, quello che non credeva se non vedeva, tra i palazzi del lusso e della finanza di via Broletto. Ogni tanto squilla il cellulare e don Gianfranco Macor deve rispondere: voci angosciate, aiuto, non so che fare, sto male… «Vedo una decina di persone alla settimana. Ma quelle da seguire costantemente, in questo periodo, sono molto poche: sette-otto in tutto». Don Macor è un ottantatreenne friulano di Codroipo. Uno dei nove sacerdoti della diocesi «ornati di pietà, scienza, prudenza, integrità» ai quali l’arcivescovo Scola, dodici anni fa, chiese aiuto per «i fedeli che si sentano in qualche modo posseduti dal male».

Esercita la prudenza, innanzi tutto: «Il mio è un servizio di consolazione per la persona che soffre. E la prima cosa è capire se possa trattarsi d’un problema psichiatrico o psicologico. In quel caso, la mando da uno specialista. Anche se non è sempre facile. Molti psichiatri sono aperti verso di noi. Ma l’Ordine degli psicologi, no: chi di loro affronta il problema del demonio, potrebbe finire sotto processo». Se il nodo è spirituale, dice don Macor, i segnali sono chiari: «Uno, è l’avversione al sacro. La persona non riesce a pregare, a entrare in chiesa, al momento della comunione si sente bloccata, o bestemmia. Durante l’esorcismo ti grida ‘prete di m…a, chi credi di essere!’, oppure ti lusinga. A volte il fedele fa cose che normalmente non sa fare, sa di fatti che non può sapere, parla lingue che non conosce».

Proprio a Milano, in una causa di divorzio del 2017, i testimoni riferirono d’una donna esile che sollevava panche pesantissime e il giudice alla fine scrisse nella sentenza d’una «forza particolare, qualcosa che esorbita dalla realtà naturale», l’ammissione d’una realtà superiore agli uomini. Don Gianfranco è attento a non banalizzare: «Nella mentalità di molti, passa l’idea che sia tutta e sempre colpa del demonio. Le fatture, le maledizioni, i riti. Ma quelle sono quasi sempre superstizioni, cose da Wanna Marchi. Pericolose, sia chiaro: le persone vi s’affidano perché non credono in Gesù e – dai oggi, dai domani – certe pratiche rischiano davvero d’aprire le porte del male. Il demonio però ha modi suoi per manifestarsi. Con le tentazioni quotidiane, che giocano in genere sulla nostra fragilità. E poi con vere vessazioni, che provocano disturbi notturni, senso d’oppressione, inspiegabili dolori fisici. O con ossessioni, che portano al disprezzo di sé e dell’altro, al desiderio del suicidio. Infine, ci sono le possessioni. Le più rare».

Milano non è ostaggio di Satana, dice don Macor. «E non somiglia certo ad alcuni luoghi della Sardegna, delle Marche, della Sicilia. O a Torino, che ha una grande tradizione anticlericale. Io ho seguito una coppia giovane che ha avuto a che fare coi satanisti milanesi. Sono un mondo chiuso, come le società segrete. Hanno vari luoghi, modalità diverse: una libreria in centro che fa corsi esoterici, migranti che hanno portato un mondo fatto di stregonerie, a Busto Arsizio c’è una scuola di sciamanesimo sudamericano… Molte attività poi nascono come movimenti olistici, per dare benessere, ma sotto sotto c’è altro: qualcosa che parte dallo yoga e in realtà spinge a meditazioni trascendentali che t’illudono di poterti liberare, d’eliminare Gesù e i sacramenti dalla tua vita». Da sei anni, ogni mese, un gruppo con tre psicologhe e una psichiatra esamina assieme a don Macor i casi più seri. Nessun esorcismo al telefono: «C’è chi li fa. Io no. Perché se c’è una reazione particolare, violenta, nessuno contiene il fedele che può causare del male a sé o agli altri. Con uno bello grossouna volta convocai sei persone perché fossero pronte ad aiutarmi».

Tantissimi, i racconti di quel che accade nelle due stanzette di via Broletto. Esorcismi che possono durare pochi incontri o mesi. La pia donna che chiede una grazia, non la ottiene e allora si scatena nell’odio per il sacro: le urla sulla tomba d’un santo, gli sputi sulle reliquie, la necessità di preghiere potenti. Oppure la signora che sul lettino «s’agita come una serpe»; l’universitaria che una notte di Halloween sta in giro, torna e da quel momento desidera solo suicidarsi; il quattordicenne che finisce in un giro di satanisti: «Una sera alle dieci viene e mi dice: stia attento, don, perché sanno che vengo da lei…». C’è anche un tizio che durante gli esorcismi s’alza e prova ad avventarsi su don Gianfranco: «Ma ogni volta si ferma a distanza. Non riesce a raggiungermi, a mettermi le mani addosso. Non mi spavento. Perché io sono autorizzato dal mio vescovo e quindi ho la garanzia della protezione del Signore».

Diceva don Gabriele Amorth, il più famoso degli esorcisti, che pochissimi nella Chiesa credono all’esistenza del diavolo: pure il generale dei gesuiti, due anni fa, l’aveva liquidato come una semplice «realtà simbolica». Ma se non ci credono molti preti, perché dovrebbero crederci gli altri? «Perché i laici, l’esistenza del demonio, la provano sulla loro pelle. Fra i sacerdoti, il tema non è molto approfondito. Però Paolo VI disse nel 1972 che il male non è un concetto: è una persona. E anche papa Francesco parla di un’azione straordinaria del demonio». Dal 2014 è riconosciuta l’Aie, l’Associazione internazionale degli esorcisti – 900 nel mondo, 240 in Italia – che ha un sito, i numeri di cellulare su internet, cinque giorni all’anno di formazione, dossier mensili d’aggiornamento. 

E ai vescovi, che sono i titolari dell’attività esorcistica, indirizza chiunque chieda aiuto. Ma chi? «Non vedo solo signore o studentesse. Anche avvocati, professionisti. È venuto perfino un astrologo». Qualche politico? «No. Però il problema c’è». La Lega che s’ispirava ai druidi e faceva cerimonie pagane sul dio Po? «Non mi riferisco solo all’ampolla di Bossi. Compare una rete di neopaganesimo internazionale, più estesa, che va studiata. Sta sia a destra, sia a sinistra. Perché il demonio è intelligente. Milano è una città di potere. E chiunque comandi, gli interessa».

L’apatia politica dei russi tra guerre e attentati

di Stefano Caprio- 14 Aprile 2024

Secondo il capo del centro Levada, il principale istituto russo di indagine sociologica, “solo il 10% dei russi si interessa attivamente di politica, e la guerra comporta una super-politicizzazione di una minoranza a fronte della de-politicizzazione delle masse”. Mentre solo il 30% è disposto a concedere fiducia alle persone esterne alla sempre più ristretta cerchia di parenti e amici.

Una delle conseguenze della strage del Krokus City Hall ad opera dei terroristi dell’Isis-Khorasan, oltre al rigurgito di intolleranza verso i migranti dell’Asia centrale presenti in tutta la Russia, è lo sprofondamento ulteriore della popolazione russa nell’apatia e nelle depressione, causata dalla perdita di ogni speranza in un futuro di relazioni normali con il mondo intero per via della guerra, e dall’incertezza della stessa convivenza interna sempre più sottoposta alle repressioni dall’alto, e ora anche agli attentati e ai pericoli nei luoghi di aggregazione. L’11 aprile è stato sventato per un pelo il tentativo di un centrasiatico di far saltare in aria una sinagoga di Mosca.

La reazione dei russi all’invasione iniziata il 24 febbraio 2022 era già segnata dalla presa di distanza dalla politica, come se la questione riguardasse soltanto “i vertici” che evidentemente “avranno le loro ragioni” per decidere azioni così radicali. In quel momento, del resto, lo scetticismo e l’indifferenza verso tutto quanto accade nel mondo e all’interno del Paese erano già fortemente alimentati dal biennio della pandemia di Covid-19, ritenuto in buona parte un “complotto mondiale” deciso da qualche potere oscuro, in America o in Europa, per impadronirsi delle coscienze dei popoli più indifesi, e questo complesso di persecuzione è rimasto molto radicato nell’animo dei russi, come anche di tanti altri popoli.

Oggi la “politica dello struzzo” non si giustifica soltanto con la volontà di preservare il proprio spazio privato, in quanto ormai la guerra penetra profondamente la vita e il mondo dell’informazione, con tutti i condizionamenti della propaganda di Stato da una parte, e della condanna universale dall’altra. Il capo del Levada-centr, il principale istituto di indagine sociologica della Russia, Denis Volkov, spiega sulla rubrica Signal di Meduza che “solo il 10% dei russi si interessa attivamente di politica, e la guerra comporta una super-politicizzazione di una minoranza a fronte della de-politicizzazione delle masse”. La reazione alle questioni drammatiche della società e delle relazioni esterne è la frase russa davaite nie ob etom, “non parliamo di questo”, per preservare sé stessi ed evitare qualunque forma di repressione, soprattutto in seguito alle possibili delazioni di qualunque persona circostante, non potendo più ripetere “non ne so niente” o “non capisco nulla di queste cose”, visto che ormai le tragedie sono sotto gli occhi di tutti.

Del resto, l’indifferenza e il rifiuto sono anche una conseguenza dei conflitti sociali del decennio eltsiniano, che avevano distrutto il senso di “reciproca fiducia” che rimaneva dall’eredità sovietica, almeno nelle generazioni meno giovani. La politica del “mondo liberale” è stata vista come “una cosa sporca”, senza ideologie o principi in cui riconoscersi, strumento di manovre da parte dei potenti e degli oligarchi più spregiudicati. Sempre secondo i sociologi, i russi nell’era post-sovietica sono sempre meno disposti a fidarsi anche degli amici e dei conoscenti, e su questo si è costruita la “verticale del potere” putiniana: ognuno si occupi dei fatti suoi, che alla cosa pubblica ci pensiamo noi per tutti, e del resto del mondo è meglio non fidarsi proprio. La fiducia reciproca aumenta nei momenti di crisi, quando si ha paura di non farcela da soli e ci si sente dipendenti dagli altri, cercando qualcuno che sia credibile; se ci si chiude al mondo e si proclama che tutti i problemi sono risolti “dall’alto”, il bisogno di guardarsi intorno si dissolve sempre più.

Il massimo teorico della “sociologia della quotidianità”, il polacco Piotr Sztompka, spiega che “solo la fiducia può permettere di uscire dalla frustrazione di non farcela di fronte ai problemi sociali”, ma da tutte le indagini risulta che negli ultimi trent’anni solo il 30% dei russi è disposto a concedere fiducia alle persone esterne alla sempre più ristretta cerchia di parenti e amici, e la percentuale era ulteriormente scesa tra il 2018 e il 2020, in seguito alla riforma che ha elevato l’età pensionistica, facendo crollare anche la certezza dell’assistenza materiale da parte dello Stato, per non parlare poi degli anni successivi di pandemia e di guerra. Le pubbliche dichiarazioni di lealtà al capo dello Stato, come quelle del plebiscito elettorale di Putin lo scorso 17 marzo, o quelle rivolte all’esercito e ai servizi di sicurezza, appaiono in realtà una vera cortina fumogena per nascondere la propria volontà di non credere a nessuno, di evitare qualunque tipo di coinvolgimento o di conflitto nella vita di tutti i giorni. Meglio andare di corsa a omaggiare lo zar, soprattutto dopo tragedie come la morte dell’ultimo dissidente Aleksej Naval’nyj, prima che qualcuno se la prenda direttamente con noi.

La verità è che la sfiducia reciproca è ormai la norma della vita sociale russa, ciò che risulta visibile dall’ipocrita consenso all’interno e specularmente dall’impossibile accordo tra i russi all’estero, che non riescono mai a creare un polo compatto di opposizione, come invece hanno dimostrato di saper fare i bielorussi. La solidarietà ideologica dell’era sovietica è stata del resto sostituita dal miraggio del successo personale nell’era degli oligarchi, poi riassunta dall’autocrazia dell’oligarca supremo nel nuovo millennio. Perfino nella Chiesa ortodossa si è imposta la dittatura patriarcale, in una tradizione che dovrebbe essere prevalentemente “conciliare”, ma la sobornost teologica è stata sostituita da quella politico-ideologica rappresentata dalla figura di Vladimir-Kirill Gundjaev, l’alter ego ecclesiastico dello zar Vladimir V. Il recente Nakaz, documento di proclamazione della guerra santa, è stato propagandato come dogma religioso, pur essendo l’ennesimo delirio ideologico che nulla dovrebbe avere a che fare con la Chiesa, anche se è stato presentato dal patriarca nella cattedrale di Cristo Salvatore a Mosca, all’ombra del Cremlino.

L’apoteosi dell’apatia si dimostra nella finzione entusiastica dei “valori tradizionali morali e religiosi”, che tutti celebrano e nessuno pratica, dalla famiglia “naturale” alla difesa della vita nascente, fino all’educazione dell’infanzia, a cui si pretende di insegnare fin dall’asilo a scagliare droni d’assalto contro il nemico. Il falso collettivismo patriottico si risolve in realtà nell’individualismo più cinico e radicale, ben di più del narcisismo digitale delle società occidentali: in chiesa in Russia non va quasi nessuno, tranne quando si fanno benedire nel cortile le uova e il kulič, il panettoncino pasquale, un gesto apotropaico analogo a quello di recarsi al seggio a votare per Putin. Un altro importante sociologo, Grigorij Judin, definisce la società russa come un “popolo su richiesta”: tutti comunisti poi tutti ortodossi, tutti pacifisti e poi guerrafondai, a seconda di quello che viene imposto dall’alto, tutti omofobi e tradizionalisti laddove il divertimento più diffuso sono i sexy-bar e gli spettacoli notturni di ogni tipo di orientamento, che oggi la polizia chiude dimostrativamente (uno su cento) per esaltare la “conversione patriottica” del popolo.

“Non parliamo di questo”, cioè della guerra e della mobilitazione, che si deve lasciare solo alla černota, la “negritudine” come si usa nel gergo russo chiamare i caucasici, a cui si associano gli asiaty, i popoli minori della Siberia, i criminali e perfino i politici accusati di corruzione e altri reati, che si fanno qualche settimana al fronte in Ucraina per rifarsi una verginità. Dalla guerra sono arrivate le sanzioni, che dovevano far crollare l’economia russa che invece continua a reggere, e se non arriva il vino francese ci beviamo quello georgiano, al posto della Maremma e della Costa Azzurra si va in vacanza ad Antalya o Bali.
Certo, gli indicatori economici dimostrano chiaramente che la Russia sta andando verso un nuovo zastoj, una “stagnazione” economica simile a quella brezneviana; quella che Putin magnifica come “la quinta economia del mondo e la prima in Europa” in realtà non cresce ormai da un decennio, e le prospettive sono tutt’altro che rosee, con la perdita dei mercati occidentali e le spese abnormi per proseguire la guerra a tutte le latitudini. Ci si dovrà accontentare, come quando sotto Brežnev non mancavano mai il salame e la vodka, e non sarà facile per una popolazione ormai abituata al lusso sfrenato, soprattutto a Mosca e a San Pietroburgo, le metropoli che ora vivono nel terrore degli assalitori tagichi. E i tagli alle spese sociali si fanno sempre più sentire, dalle gelate senza riscaldamento dell’inverno che si allontana, alle alluvioni senza argini né protezione in fondo agli Urali, per cui si accusano i malvagi kazachi di non aver svuotato per tempo i pozzi, un’altra buona ragione per organizzare quanto prima una nuova “operazione militare speciale” per riportare all’ordine tutti i vassalli dell’Asia centrale.
Un cantautore italiano scomparso prematuramente, Francesco Puccioni in arte Mike Francis, fece uscire nel 1984 il suo primo album, Let’s Not Talk About It, una musica di genere “disco-funky” che ottenne un certo successo anche in Unione Sovietica, dove tutto il Paese si fermava per guardare le puntate registrate del Festival di Sanremo e si adoravano i cantanti italiani, alcuni dei quali calcano ancora oggi i palcoscenici della Russia putiniana. “Non parliamo di questo”, allora era la voglia di dimenticare i conflitti degli anni di piombo per cominciare a godersi la vita, e in Russia iniziava a diffondersi la voglia di farla finita col sistema totalitario, a cui oggi è tristemente tornata. Il mondo va a rotoli, le guerre si moltiplicano, perfino le acque si riversano come un nuovo diluvio universale; ma di questo, in Russia e in tanti altri posti al mondo, è meglio non parlare.

 “LA RUSSIA SARA’ CATTOLICA”

 7 Giugno 2017 ore 18:38

di Roberto de Mattei – Corrispondenza Romana

 “La Russia sarà cattolica”. Il sogno di tanti convertiti russi dell’Ottocento, come il padre Šuvalov, costituì anche il titolo di un libro che fece scalpore nella sua epoca: La Russie sera-t-elle catholique del padre Ivan Gagarin della Compagnia di Gesù. Ivan Sergeevič Gagarin nacque a Mosca il 20 luglio 1814 da una illustre casata principesca, discendente dai principi di Kiev.

Fu addetto alla legazione russa a Monaco di Baviera e poi all’ambasciata di Parigi, dove partecipò alla vita intellettuale francese, frequentando il salotto di Sophie Swetchine. Sotto l’influenza della stessa Swetchine e di autori come Pëtr Jakovlevič Čaadaev (1794-1856), maturò la sua conversione al cattolicesimo. Il 7 aprile 1842 abiurò la religione ortodossa e abbracciò la fede cattolica, nelle mani del padre Francesco Saverio de Ravignan (1795-1858) che già aveva raccolto la conversione del conte Šuvalov. Ivan Gagarin rinunciava, a 28 anni, non solo ad un brillante avvenire politico e diplomatico, ma alla speranza di poter rientrare in patria.

Nella Russia degli Zar infatti, le conversioni al cattolicesimo costituivano un delitto paragonabile alla diserzione o al parricidio. L’abbandono dell’ortodossia per un’altra religione, anche cristiana, era punito con la perdita di tutti i beni, dei diritti civili e dei titoli nobiliari e prevedeva la reclusione a vita in un monastero o l’esilio in Siberia.

Un anno dopo Ivan, divenuto Jean Xavier Gagarin, sollecitò la sua ammissione nella Compagnia di Gesù e fu ammesso nel noviziato di St. Acheul. Iniziò un periodo di lunghi studi che si conclusero con l’ordinazione sacerdotale e la professione dei voti religiosi nell’ordine di sant’Ignazio di Loyola. Per il padre Gagarin, in cui uno zelo ardente si univa ad una viva intelligenza e ad un’educazione da gran signore, iniziò una nuova vita. Durante la guerra di Crimea, partecipò con il celebre matematico Augustin Cauchy (1789-1857) alla fondazione dell’opera della École d’Orient.

Verso la fine del 1856 fondò la rivista quadrimestrale Études de théologie, de philosophie et d’histoire che diventò la celebre rivista Études. Quando però, nel 1862, la pubblicazione fu rilevata dai gesuiti francesi, subì una trasformazione radicale. Mentre si apriva il Concilio Vaticano I, Études, a differenza della consorella romana Civiltà Cattolica, prese una posizione filo liberale che avrebbe conservato nel secolo successivo.

Il governo russo, che si proponeva di estirpare il cattolicesimo dalle provincie occidentali dell’Impero, considerò il principe Gagarin un nemico da eliminare. Fu accusato di avere scritto al poeta Aleksandr Sergeevič Puškin (1799-1837) delle lettere anonime che lo avrebbero esasperato, spingendolo a un duello in cui avrebbe trovato la morte. Recentemente una giovane storica polacca Wiktoria Sliwowska ha dimostrato che si trattava di una campagna di calunnie organizzata dalla Terza Sezione della Cancelleria Imperiale (L’Affaire Gagarine, Institutum Historicum Societatis Iesu, Roma 2014, pp. 31-72).

La Russie sera-t-elle catholique? Apparve a Parigi nel 1856. In quest’opera, il padre Gagarin si richiama alla solenne bolla di Benedetto XIV Allatae sunt del 26 luglio 1755,con la quale il Santo Padre manifestando «la benevolenza con la quale la Sede Apostolica abbraccia gli Orientali», «ordina che si conservino i loro antichi Riti che non si oppongono né alla Religione Cattolica né all’onestà; né chiede agli Scismatici, che tornano all’Unità Cattolica, di abbandonare i loro Riti, ma solo che abiurino le eresie, desiderando fortemente che i loro differenti popoli siano conservati, non distrutti, e che tutti (per dire molte cose con poche parole) siano Cattolici, non Latini».

Per ricondurre i popoli slavi all’unità – commenta padre Gagarin – bisogna rispettare i riti orientali, chiedere l’abiura degli errori contrari alla fede cattolica, ma soprattutto combattere la concezione politico-religiosa degli ortodossi. Per il gesuita russo, lo scisma ortodosso è in gran parte il risultato del “bizantinismo”, un concetto con cui egli intende la differenza di rapporti tra Chiesa e Stato che esistono nel mondo bizantino e in quello occidentale. Per Bisanzio non esiste la distinzione tra i due poteri.

La Chiesa viene di fatto subordinata all’Imperatore che se ne ritiene il capo, in quanto delegato di Dio sia nel campo ecclesiastico che in quello secolare. Gli autocrati russi, come gli imperatori bizantini, vedono nella Chiesa e nella religione un mezzo di cui servirsi per garantire e dilatare l’unità politica. Questo sciagurato sistema è fondato su tre pilastri: la religione ortodossa, l’autocrazia e il principio di nazionalità, all’insegna del quale sono penetrate in Russia le idee di Hegel e dei filosofi tedeschi. Ciò che si nasconde sotto le parole pompose di ortodossia, autocrazia e nazionalità, «non è altro che la forma orientale dell’idea rivoluzionaria del XIX secolo» (p. 74).

Gagarin intravede la ferocia con cui le idee rivoluzionarie saranno applicate nel suo Paese. Le pagine di Proudhon e di Mazzini appaiono ai suoi occhi gentili ed educate in confronto alla violenza degli agitatori russi. «È un contrasto che può servire a misurare la differenza tra come si comprende in Europa il principio rivoluzionario e come esso sarebbe messo in pratica in Russia» (pp. 70-71).

In una profetica pagina, il padre Gagarin scrive: «più si va a fondo delle cose, più si è portati a concludere che l’unica vera lotta è quella che esiste tra il Cattolicesimo e la Rivoluzione. Quando nel 1848 il vulcano rivoluzionario terrorizzava il mondo con i suoi ululati e faceva tremare la società, estirpandone le fondamenta, il partito che si dedicò a difendere l’ordine sociale e a combattere la Rivoluzione non ha esitato a scrivere sulla sua bandiera: Religione, Proprietà, Famiglia, e non ha esitato ad inviare un esercito per riportare sul trono il Vicario di Cristo, costretto dalla Rivoluzione a prendere la via dell’esilio. Aveva perfettamente ragione; non ci sono che due princìpi uno di fronte all’altro: il principio rivoluzionario, che è essenzialmente anti-cattolico e il principio cattolico, che è essenzialmente anti-rivoluzionario. Nonostante tutte le apparenze contrarie, nel mondo non ci sono che due partiti e due bandiere, Da una parte la Chiesa cattolica innalza lo stendardo della Croce, che conduce al vero progresso, alla vera civiltà, e alla vera libertà; dall’altra si leva lo stendardo rivoluzionario, attorno a cui si raccoglie la coalizione di tutti i nemici della Chiesa. Ora, che fa la Russia? Da una parte essa combatte la Rivoluzione, dall’altra combatte la Chiesa cattolica. Sia all’esterno che all’interno, ritroverete la stessa contraddizione. Non esito a dire che ciò che fa il suo onore e la sua forza è di essere l’avversario incrollabile del principio rivoluzionario. Ciò che fa la sua debolezza è di essere, allo stesso tempo, l’avversario del Cattolicesimo. E se essa vuole essere coerente con sé stessa, se vuole veramente combattere la Rivoluzione, non ha che da prendere una decisione, schierarsi dietro lo stendardo cattolico e riconciliarsi con la Santa Sede» (La Russie sera-t-elle catholique?, Charles Douniol, Paris 1856, pp. 63-65).

La Russia non raccolse l’appello e la Rivoluzione bolscevica, dopo aver sterminato i Romanov, diffuse i suoi errori nel mondo. La cultura abortista e omosessualista che oggi conduce l’Occidente alla morte ha le sue radici nella filosofia marx-hegeliana, affermatasi in Russia nel 1917. La sconfitta degli errori rivoluzionari non potrà essere portata a termine, in Russia e nel mondo, che sotto gli stendardi della Chiesa cattolica.

Le idee del padre Gagarin colpirono il barone tedesco August von Haxthausen (1792-1866), che con l’appoggio dei vescovi di Münster e di Paderborn fondò una Lega di preghiere, chiamata Petrusverein, Unione di San Pietro. per la conversione della Russia. Un’associazione analoga sotto l’impulso dei Padri barnabiti Šuvalov e Tondini nacque in Italia e in Francia. Agli iscritti di queste associazioni veniva raccomandato di pregare per la conversione della Russia tutti i primi sabati del mese.

Il 30 aprile 1872 Pio IX accordò con un suo Breve l’indulgenza plenaria a tutti coloro che, confessati e comunicati, assistevano il primo sabato del mese, alla Messa celebrata per il ritorno della Chiesa greco-russa all’unità cattolica. La Madonna gradì certamente questa devozione, perché a Fatima, nel 1917, raccomandò la pratica riparatrice dei primi cinque sabati del mese come strumento dell’instaurazione del suo Regno in Russia e nel mondo. (Roberto de Mattei)

🌟🖋️CI SCRIVONO🖋️🌟

Buongiorno Padre Livio carissimo e Buona Pasqua

Ho trovato per caso su YouTube una Lectio Magistralis del 13/05/2004 del Card. Ratzinger… sull’Europa… sono arrivato al minuto 24.56… e il Nostro Futuro Papa Benedetto parla di Mosca e della terza Roma…

Le stesse cose che dice anche Lei Padre!!!!

Se ha tempo lo ascolti… troverà sicuramente spunti importanti da proporci la mattina in radio e soprattutto ai nostri amici filorussi…

Preghiamo la Vergine Maria, affinché venga presto a salvarci tutti

Le allego il link

Ave Maria

Alessandro Torino

Omaggio a Papa Benedetto XVI – La Lectio Magistralis del 13 maggio 2004

L’Europa perde influenza in Africa dopo gli ultimi colpi di stato. Russia, Cina e Turchia si prendono il continente

di Domenico Affinito e Milena Gabanelli – Corriere della sera – 10 Aprile 2024

Otto colpi di Stato solo negli ultimi tre anni: Sudan, Ciad, Guinea, Gabon, Niger, due in Mali (dopo 20 anni di assoluta pace) e due in Burkina Faso. Il continente africano, che aveva registrato una flessione di casi nei primi anni del terzo millennio, rimane in cima alle classifiche storiche: dal 1950 ad oggi ha subito 220 putsch, di cui 109 riusciti. In pratica 45 dei 54 Paesi hanno registrato almeno un tentativo di presa del potere in maniera violenta (Jonathan Powell, dell’Università della Florida, e Clayton Thyne, dell’Università del Kentucky).

Le cause

Tra le principali micce povertà e fragilità democratica: 12 dei 15 Paesi africani nei primi 20 posti della classifica mondiale degli Stati Fragili 2022 (stilata dal Fondo per la Pace) sono stati, almeno una volta nella loro storia, teatro di un colpo di stato riuscito, a differenza dei paesi con minore povertà e istituzioni più forti (come Sudafrica e Botswana). Nel Sahel, dove si sono registrati tutti gli ultimi eventi, ci sono 6 Paesi fra i più poveri del continente: Gabon, Niger, Burkina Faso, Guinea, Ciad e Mali erano tutti sotto i 22 miliardi di dollari di Pil nel 2022 (qui i dati della Banca Mondiale). L’Italia, giusto per avere un metro di paragone, ha un pil da 2 mila miliardi. Il Sudan (52 miliardi) è quello con più colpi di stato tentati nella sua storia: 18. Aumentano i casi e il grado di successo: dal 36,4% di tentativi riusciti del periodo 2000/2009 si è passati al 64,3% del 2020/2023. Secondo i ricercatori Powell e Thyne nei prossimi anni il numero rimarrà alto perché le cause alla base dei colpi di stato non solo non sono state rimosse, ma stanno peggiorando. E questo è un problema soprattutto per l’Europa. Vediamo perché.

Europa sempre più lontana

Sette degli ultimi otto colpi di stato hanno deposto presidenti che avevano stretti rapporti con l’Europa, con ricadute economiche e politiche. Il Mali ha miniere di litio ed è il terzo produttore di oro dell’Africa. Il Niger è ricco di uranio, oro e petrolio, ed è un crocevia di traffici di ogni tipo da quelli della droga a quelli di essere umani, e da Agadez partono le due principali rotte verso Algeria e Libia con destinazione finale l’Europa. Il Mali è una base dello Stato Islamico e Jamaat Nusrat al Islam wal Muslimeen (Jnim), presente anche in Burkina Faso; mentre in Niger c’è lo Stato Islamico West Africa. Sono tre dei primi sei più pericolosi gruppi terroristici secondo il Global Terrorism Index 2023. L’ultimo a prendere il potere in modo violento, a fine luglio 2023, è stato il generale Tchiani in Niger. Preoccupata del moltiplicarsi dei casi, la Comunità economica degli stati dell’Africa occidentale (Ecowas) ha reagito col blocco di aiuti, finanziamenti, asset bancari, import/export, sorvoli aerei e frontiere al Niger, Mali e Burkina Faso. La reazione è stata quella di accusare l’Ecowas di agire «sotto l’influenza di potenze straniere». Poi, a inizio agosto, il Niger ha revocato gli accordi di cooperazione militare con Parigi e a ottobre l’Eliseo ha annunciato il ritiro delle proprie truppe, già smantellate nel 2022 da Mali e Burkina Faso. A fine ottobre sono arrivate le misure della Ue: congelamento di beni, fondi e divieto di viaggio per le persone. Poche settimane dopo, a inizio dicembre 2023, il generale Tchiani ha chiuso le due missioni dell’Unione Europea nel Paese: una di sostegno alle forze di sicurezza interne e alle autorità nigerine e l’altra, varata a febbraio 2023, di sostegno nella lotta al terrorismo. Il 18 febbraio 2024 Tchiani ha revocato anche l’accordo militare con gli Stati Uniti che dovranno ritirare i 1.000 militari di stanza nella base di Agadez, completata tre anni fa e costata 110 milioni di dollari, e con funzione di controllo antiterrorismo. Fuori la Francia dai Paesi del Sahel, dentro la Russia.

Mosca punta sulle armi, ma non solo

Mosca, negli ultimi 5 anni si è imposta come principale venditore di armi nell’Africa Sub-sahariana – con una quota di mercato che ha raggiunto il 26% – e ha stretto accordi militari con 27 Paesi africani. A Burkina Faso e Mali fornisce armamenti per combattere le milizie jihadiste e i ribelli tuareg, e con il Niger ha avviato a gennaio un programma di cooperazione militare per stabilizzare la regione. La Russia si contende con Cina e Iran lo sfruttamento delle riserve nigerine di uranio, le quinte più grandi del pianeta, fino a ieri venduto a prezzi alla francese Orano, cacciata dai golpisti. Dalla Repubblica Centrafricana ha ricevuto l’offerta, a febbraio, di costruire una base militare per 10.000 soldati a Beringo, a 80 chilometri dalla capitale Bangui. La Russia ha anche stretto intese col Ciad, ultima nazione del Sahel a ospitare una presenza militare francese, e secondo il giornale russo Kommersant, starebbe pianificando la creazione dell’Afrikansky Korpus, una nuova forza che assorbirebbe anche la Wagner, fino ad oggi braccio armato per le operazioni sotto copertura. La compagnia militare privata russa ha partecipato al colpo di stato in Mali in cambio di 10 milioni di dollari al mese in oro; in Sudan la Wagner sostiene il regime golpista e si occupa dell’estrazione dell’oro con una sua controllata in joint venture con una società sudanese; in Repubblica Centrafricana sostiene il governo dal 2018 e come pagamento ha ottenuto in concessione lo sfruttamento della miniera di oro di Ndassima; alla Libia del generale Haftar fornisce piloti militari, truppe di terra, forze di reazione rapida e personale per la manutenzione dei mezzi militari. Contropartita: influenza politica e affari nel settore energetico e nell’edilizia.

Aumenta la presenza della Turchia

Ankara ha avviato una politica di apertura all’Africa fin dal 1998, ma è con l’arrivo al potere di Erdogan che le relazioni decollano. Se nel 2000 gli scambi commerciali erano di 5,4 miliardi di dollari, nel 2021 sono saliti a 35,4 miliardi. Negli ultimi 20 anni sono state aperte 19 nuove ambasciate, e quella in Somalia è la più grande rappresentanza diplomatica turca del mondo. Il governo Erdogan ha creato un’Agenzia per la cooperazione (Tika) e un’Autorità per la gestione delle crisi (Afad), attraverso le quali passano gli aiuti pubblici turchi verso le comunità musulmane presenti in 37 paesi africani: programmi di lotta alla fame, riqualificazione delle infrastrutture sanitarie e borse di studio per gli studenti islamici. L’elemento religioso è una delle linee di penetrazione: ricostruite o rimesse a nuovo moschee e scuole coraniche (soprattutto nell’Africa occidentale) la cui gestione è stata affidata alla fondazione Maarif, politicamente vicina a Erdogan. La Turchia si è assicurata in Senegal la gestione dell’aeroporto internazionale Blaise-Diagne per 25 anni; in Somalia, nel 2017, è stata inaugurata la più grande base militare turca all’estero (Turksom). In Libia ha inviato 2.500 mercenari siriani in soccorso al governo di Al Dabaiba, che lo ha ringraziato includendo la Turchia nel progetto di esplorazione delle acque territoriali. Ma anche la gestione, in Tripolitania, di cinque basi di addestramento, il porto di Misurata e la base aerea al Watiya.

La Cina avanza silenziosa

Dal 2000 al 2020 la Cina ha costruito in Africa 100.000 km di autostrade, 1.000 ponti, 100 porti e 13.000 km di ferrovie. Servono per trasportare fuori dal continente le materie prime necessarie al suo galoppante sviluppo industriale: greggio, rame, cobalto, litio, oro e ferro. Solo dal 2016 al 2020 gli investimenti in progetti infrastrutturali hanno raggiunto quasi i 200 miliardi di dollari: oltre 80 centrali elettriche, installato metà delle reti mobili e dei cavi in fibra per la connessione internet e il servizio di cloud pubblico in Sudafrica. Negli ultimi anni il 31,4% di tutti i progetti infrastrutturali del continente sono stati realizzati da società cinesi. Il porto Doraleh di Giubiti è stato cofinanziato dalla China’s Merchants Holding Company. Cinese è la ferrovia elettrica Etiopia-Gibuti, così come il porto in costruzione a Massaua in Eritrea e quello di Haidab in Sudan. In Niger la China Petroleum Pipeline Engineering Co Ltd ha iniziato la costruzione di 1950 km di oleodotto verso il Benin.

Da almeno 20 anni Pechino è il più grande partner commerciale dell’Africa: ha istituito comitati misti sul commercio e la cooperazione economica con 51 dei 54 Paesi africani e con 21 ha commissioni bilaterali di consultazione diplomatica e dialogo strategico. Oggi oltre il 50% di prodotti meccanici, elettrici e ad alta tecnologia che l’Africa importa sono cinesi e, in tema di trasformazione digitale, ventinove Paesi hanno selezionato soluzioni di servizi di smart government forniti da aziende cinesi. La Cina parallelamente ha aumentato le sue importazioni di risorse naturali. Pechino ha di fatto il monopolio dell’importazione di cobalto dal Congo, fondamentale per le batterie elettriche. La China National Nuclear Corporation ha stretto accordi per sfruttare le riserve di uranio in Niger. La China National Petroleum Company controlla la produzione di greggio in Ciad, mentre la China’s Ganfeng Lithium Co ha acquisito metà delle quote della miniera Goulamina in Mali. Pechino espande anche la sua influenza culturale: in Africa ha fondato 61 Istituti Confucio, finanzia dipartimenti di lingua o corsi di laurea in lingua cinese in più di 30 università. Dal 2004 ha inviato un totale di 5.500 insegnanti di lingua cinese e volontari in 48 nazioni africane. Alla fine l’influenza cinese si estende sulla quasi totalità dei Paesi africani. E questo ha un peso quando si prendono le decisioni nel palazzo di vetro delle Nazioni Unite.

La bomba demografica

Nonostante il continente sia ricco di materie prime indispensabili a tutte le potenze mondiali, metà della sua popolazione vive in estrema povertà. La crescita demografica è costante: nel 1950 gli africani erano 221 milioni, oggi 1,4 miliardi con un’età media di 19 anni, meno della metà di quella europea (44,5 anni). Nel 2050 saranno 2,5 miliardi: il 25% della popolazione mondiale, mentre l’Europa ne ospiterà solo il 5% (fonte Dipartimento Affari economici e sociali delle Nazioni Unite). Due fattori che uniti alla instabilità politica, alle guerre, e desertificazione creano un mix esplosivo alle porte dell’Europa.

«Quello di cui il continente africano ha bisogno oggi – ha dichiarato Maussa Faki, Presidente della Commissione dell’Unione Africana – è di una strategia a sostegno della governabilità: serve consolidare governi, sicurezza, giustizia, sanità e infrastrutture». Bruxelles lo sa, e nel 2022, al sesto summit Ue-Africa, ha annunciato un pacchetto di aiuti di 150 miliardi di euro in sette anni per rinforzare la sanità pubblica, accelerare la transizione ecologica, la trasformazione digitale, la creazione di nuovi posti di lavoro e la formazione (qui i progetti avviati nel 2023). Ma la Ue è formata da 27 Paesi e ogni governo nazionale pensa soprattutto a sé. Nel concreto sborsiamo un po’ di milioni ai dittatori di turno per il controllo delle frontiere. Accordi-ricatto e di breve periodo, giusto il tempo per blindare le campagne elettorali

«Dignitas infinita», il Vaticano: «La maternità surrogata sia proibita a livello universale. Teoria del gender pericolosissima»

Di Gian Guido Vecchi- Corriere della Sera – 8 Aprile 2024

La Santa Sede ha pubblicato la dichiarazione firmata dal cardinale Victor Manuel Fernández,  responsabile dell’ex Sant’Uffizio, temi bioetici e sociali. «Indegno che in alcuni paesi gli omosessuali siano perseguitati. Cambio di sesso solo in caso di anomalie»

L’essenziale è nel titolo: la «dignità infinita» di ogni persona umana, e questo «al di là di ogni circostanza e in qualunque stato o situazione si trovi». La congregazione per la Dottrina della Fede pubblica oggi la Dichiarazione «Dignitas infinita», firmata dal cardinale Victor Manuel Fernández, prefetto dell’ex Sant’Uffizio, e approvata dal Papa, un testo che fa sintesi del magistero di Francesco e ha richiesto cinque anni di lavoro

«Violazioni della dignità umana»

Dai principi fondamentali si passa ad «alcune gravi violazioni della dignità umana» del nostro tempo, sollecitate in particolare dal Papa. E qui si vede come Francesco affianchi ai classici temi bioetici quelli sociali: la condanna senza appello dell’aborto accanto a quella della guerra; le povertà crescenti, il dolore dei migranti e la «violenza digitale».

La denuncia del fenomeno del «femminicidio» che «non si condannerà mai abbastanza» e della maternità surrogata che «lede gravemente la dignità della donna e del figlio» ridotto a «mero oggetto».

La critica della teoria del gender «che è pericolosissima perché cancella le differenze nella pretesa di rendere tutti uguali» e il dolore dei migranti, la tratta delle persone, gli abusi sessuali.

Lo «scarto dei diversamente abili» e il «no» a ad ogni eutanasia suicidio assistito perché «non esistono condizioni mancando le quali la vita umana smette di essere degnamente tale e perciò può essere soppressa». 

Il denunciare come «contrario alla dignità umana» e l’oppressione degli omosessuali, «il fatto che in alcuni luoghi non poche persone vengano incarcerate, torturate e perfino private del bene della vita unicamente per il proprio orientamento sessuale».

Il no «di norma» al cambio di sesso perché «il corpo partecipa alla dignità di immagine di Dio» e insieme il riconoscimento di eccezioni: «Questo non significa escludere la possibilità che una persona affetta da anomalie dei genitali già evidenti alla nascita o che si sviluppino successivamente, possa scegliere di ricevere assistenza medica allo scopo di risolvere tali anomalie». 

Un testo che, su impulso di Francesco, supera la frattura che esiste tra i «difensori della vita» che si stracciano le vesti per l’aborto ma si mostrano indifferenti a chi affoga in mare e viceversa.

Principi

Anzitutto, «alla luce della Rivelazione», la Chiesa «ribadisce e conferma in modo assoluto» la «dignità ontologica della persona umana, creata ad immagine somiglianza di Dio e redenta in Cristo Gesù», una «dignità inalienabile» che corrisponde «alla natura umana, al di là di qualsiasi cambiamento culturale», è «un dono ricevuto» ed è quindi presente anche «in un bambino non ancora nato, in una persona priva di sensi, in un anziano in agonia». Gli esseri umani hanno pari dignità, tutti, «indipendentemente dalla loro condizione di vita o dalle loro qualità». Senza riconoscere questo, è impossibile una «autentica fraternità». La «dignità ontologica» non significa libertà di fare qualsiasi cosa, la storia insegna che «l’esercizio della libertà contro la legge dell’amore rivelata dal Vangelo può raggiungere vette incalcolabili di male inferto agli altri». Il documento cita l’Antico Testamento e i Vangeli, i pensatori cristiani e il magistero dei predecessori di Francesco da Paolo VI a Giovanni Paolo II a Benedetto XVI, ma anche la visione di filosofi come Cartesio e Kant, l’imperativo categorico per cui l’essere umano è sempre anche un fine e non può essere mai ridotto a un mezzo.

Dignità incondizionata

Un passaggio importante riguarda i «numerosi fraintendimenti del concetto di dignità che ne distorcono il significato». Alcuni «propongono che sia meglio usare l’espressione “dignità personale” (e diritti “della persona”) invece di “dignità umana” (e diritti dell’uomo), perché intendono come persona solo “un essere capace di ragionare”». Di conseguenza, «non avrebbe dignità personale il bambino non ancora nato e neppure l’anziano non autosufficiente, come neanche chi è portatore di disabilità mentale». La Chiesa, al contrario, «insiste sul fatto che la dignità di ogni persona umana, proprio perché intrinseca, rimane “al di là di ogni circostanza”, ed il suo riconoscimento non può assolutamente dipendere dal giudizio sulla capacità di intendere e di agire liberamente delle persone». Inoltre, si legge, «il concetto di dignità umana, a volte, viene usato in modo abusivo anche per giustificare una moltiplicazione arbitraria di nuovi diritti… come se si dovesse garantire la capacità di esprimere e di realizzare ogni preferenza individuale o desiderio soggettivo».

Povertà, guerra, migranti, tratta, abusi

La dignità è «fondamento dei diritti e dei doveri umani». L’elenco delle «gravi violazioni» della dignità umana comincia dal «dramma della povertà, una delle più grandi ingiustizie del mondo contemporaneo», dai migranti che «sono dalle prime vittime delle molteplici forme di povertà» e dalla guerra: «Papa Francesco sottolinea che non possiamo più pensare alla guerra come soluzione. Davanti a tale realtà, oggi è molto difficile sostenere i criteri razionali maturati in altri secoli per parlare di una possibile “guerra giusta”. Mai più la guerra!». Il documento si sofferma poi sulla “tratta delle persone” che sta assumendo «dimensioni tragiche» e viene definita «un’attività ignobile, una vergogna per le nostre società che si dicono civilizzate», e esorta «sfruttatori e clienti» a fare un serio esame di coscienza. Lo stesso vale per «il commercio di organi e tessuti umani, lo sfruttamento sessuale di bambini bambinelavoro schiavizzato, compresa la prostituzionetraffico di droghe e di armiterrorismo crimine internazionale organizzato». E ancora, gli abusi sessuali, «sofferenze che possono durare tutta la vita e a cui nessun pentimento può porre rimedio».

Violenza contro le donne

Un capitolo a parte è dedicato alla violenza sulle donne, dalle disuguaglianze alla «costrizione all’aborto, che colpisce sia la madre che il figlio, così spesso per soddisfare l’egoismo dei maschi», fino a concludere: «In questo orizzonte di violenza contro le donne, non si condannerà mai a sufficienza il fenomeno del femminicidio».

Aborto, eutanasia e maternità surrogata

Si conferma la condanna netta dell’aborto: «Fra tutti i delitti che l’uomo può compiere contro la vita, l’aborto procurato presenta caratteristiche che lo rendono particolarmente grave deprecabile», fino a citare la parole del profeta Isaia: «Guai a coloro che fanno decreti iniqui e scrivono in fretta sentenze oppressive, per negare la giustizia ai miseri». Sono poi citati eutanasia suicidio assistito: «Si designano a volte come “leggi di morte degna”. È assai diffusa l’idea che l’eutanasia o il suicidio assistito siano coerenti con il rispetto della dignità della persona umana. Davanti a questo fatto, si deve ribadire con forza che la sofferenza non fa perdere al malato quella dignità che gli è propria in modo intrinseco inalienabile, ma può diventare occasione per rinsaldare vincoli di una mutua appartenenza e per prendere maggiore coscienza della preziosità di ogni persona per l’umanità intera».

Gender e cambio di sesso

Il documento ribadisce che nei confronti delle persone omosessuali va evitato «ogni marchio di ingiusta discriminazione e particolarmente ogni forma di aggressione e violenza» e denuncia «come
contrario alla dignità umana» il fatto che in alcuni luoghi persone «vengano incarcerate, torturate e perfino private del bene della vita unicamente per il proprio orientamento sessuale». Si conferma una dura critica alla teoria del gender, più volte condannata da Francesco, «pericolosissima perché cancella le differenze nella pretesa di rendere tutti uguali… Voler disporre di sé, così come prescrive la teoria del gender… non significa altro che cedere all’antichissima tentazione dell’essere umano che si fa Dio». La teoria del gender «vuole negare la più grande possibile tra le differenze esistenti tra gli esseri viventiquella sessuale». Si citano le parole di Francesco: «Auspico, pertanto, un impegno della Comunità internazionale per proibire a livello universale tale pratica». Quanto al cambio di sesso, «di norma, rischia di minacciare la dignità unica che la persona ha ricevuto fin dal momento del concepimento», anche se «questo non significa escludere la possibilità che una persona affetta da anomalie dei genitali già evidenti alla nascita o che si sviluppino successivamente, possa scegliere di ricevere assistenza medica allo scopo di risolvere tali anomalie». 

Violenza digitale

L’ultima violazione segnalata è la «violenza digitale», le «nuove forme di violenza si diffondono attraverso i social media, ad esempio il cyberbullismo» e la «diffusione della pornografia e di sfruttamento delle persone a scopo sessuale o tramite il gioco d’azzardo» in Rete. Conclusione: «Anche oggi, davanti a tante violazioni della dignità umana che minacciano seriamente il futuro dell’umanità, la Chiesa incoraggia la promozione della dignità di ogni persona umana quali che siano le sue qualità fisiche, psichiche, culturali, sociali e religiose».

L’ecumenismo della Russia imperiale e le ‘minacce’ da Oriente e Occidente

di Stefano Caprio- Asia News – 7 Aprile 2024

I riflessi dell’attentato a Mosca ombra sui proclami di vittoria in Ucraina. Un testo del Sobordella Chiesa ortodossa va oltre le motivazioni ideologiche della guerra e si spinge a difesa della “purezza” del popolo russo dai “migranti invasori”. La lotta ai “ghetti” stranieri nelle città e il “ritorno” alla suddivisione “tradizionale” tra popolazione e forze produttive sul territorio. 

Ha creato un certo scalpore la dichiarazione del “Concilio popolare russo universale” che ha proclamato la “guerra santa” della Russia come “difesa” dall’assalto del male nel mondo intero. Il termine russo per definire il “Difensore”, Uderživajušij, è stato interpretato da molti come il kathekon biblico, l’ultimo baluardo di fronte all’Anticristo, anche se forse non era proprio questo il senso della solenne dichiarazione. Del resto non si trattava di un Concilio ecclesiastico, e non aveva la pretesa di offrire dichiarazioni dogmatiche, pur limitate al perimetro del territorio canonico della Chiesa ortodossa russa: il Vserossijskij Sobor, “concilio universale”, è soltanto un’associazione teologico-politica, fondata nel 1993 per rilanciare il patriottismo dopo la fine dell’Urss per iniziativa del futuro patriarca, allora metropolita Kirill (Gundjaev) e alimentata da numerosi e variopinti “ideologi”, che da oltre 30 anni profetizzano la fine del mondo, se non si lascia portare a termine la missione universale della Russia. 

Questa sessione del Sobor si è tenuta il 27 marzo nel salone sottostante alla cattedrale di Cristo Salvatore di Mosca, dove si riuniscono le adunate plenarie del Sinodo dei vescovi della Chiesa russa, ed è stato presieduto dal patriarca Kirill, guida suprema dei credenti “di tutte le Russie”, dando l’impressione di una grande assise ecclesiastica. È stato approvato un documento ufficiale, il Nakaz (termine slavo-ecclesiastico per Ukaz, “decreto”, con una nota di maggiore autorità, più simile a “punizione”) dal titolo “Il presente e il futuro del Mondo Russo”. Un testo elaborato da alcuni mesi, che offre le motivazioni ideologiche per la giustificazione religiosa della “operazione militare speciale” in Ucraina, ma che oggi assume un valore ancora più stringente e attuale.

In Russia le date contano molto e assumono un significato sacrale: il documento doveva essere approvato all’inizio di maggio, approfittando della successione della Festa dei lavoratori del 1° maggio, della Pasqua ortodossa del 5 maggio e della festa della Vittoria del 9 maggio, offrendo una “trinità del calendario” perfetta per esprimere la grande idea russa, che nel documento è definita la “tri-unità” che riunisce i popoli (Russia, Bielorussia e Ucraina) e i tempi (passato, presente e futuro). La triade-trinità-triunità è la cifra simbolica preferita del patriarca, che ricorda i tre principi-guida della Russia zarista basata su “autocrazia, ortodossia e popolarismo”, e che viene rappresentata dalla sacra icona della Trinità di Rublev, strappata da Kirill al museo Tretjakov per la gloria della guerra di Putin.

Dopo la solenne incoronazione dello zar lo scorso 18 marzo (data dell’annessione della Crimea) si doveva attraversare la Quaresima per giungere alla definitiva esaltazione della Pasqua-Vittoria. Magari confidando nella nuova offensiva dell’esercito rinforzato dalle mobilitazioni post-elettorali e dal disgelo primaverile, per aiutare l’avanzata dei carri armati contro la sempre più derelitta Ucraina, quasi abbandonata dai suoi incerti alleati occidentali.

E invece il Concilio è stato convocato in fretta e furia, subito dopo il tragico attentato dei terroristi centrasiatici contro il Krokus City Hall alla periferia di Mosca, che ha sconvolto gli animi dei russi e disorientato i presunti vincitori, spingendo i balbettanti Putin e Patrušev (il suo regista occulto, capo dei servizi di sicurezza) a inveire contro i “mandanti ucraini”, quando è evidente che la Russia sconta il ruolo di “pietra d’inciampo” dei piani politici, militari e religiosi d’Oriente e d’Occidente. La strage è avvenuta il 22 marzo, e il Sobor è stato riunito cinque giorni dopo, per ribadire la compatta unità del popolo contro tutti i nemici, soprattutto gli invasori stranieri. Al testo preparato, infatti, è stato aggiunto un lungo capitolo sulla “nuova politica delle migrazioni”, per difendersi dai terroristi tagichi e da ogni altra forma di minaccia alla purezza del popolo russo universale.

Come si legge nel Nakaz, “il flusso di massa senza controllo di forza lavoro straniera conduce all’impoverimento della popolazione nativa della Russia”, riprendendo un leitmotiv di tutti i sovranismi dall’America all’Europa, “facendo sì che i migranti occupino interi settori dell’economia patria”. Questi “invasori”, prima ancora di diventare minacciosi terroristi, “non possiedono la lingua russa e non hanno una corretta visione della storia russa e della sua cultura, e quindi non sono adatti all’integrazione nella nostra società”. Nelle città principali “si formano e si sviluppano dei ghetti etnici chiusi in sé stessi, organizzati dalle bande malavitose che governano i meccanismi illegali”, e quindi appare inevitabile che queste realtà diventino “terreno fertile per ogni forma di estremismo e terrorismo, e comunque diventano fonte di colossali tensioni nella società”. Servono nuovi codici di regolamento del fenomeno migratorio, che “perfezionino la legislazione sulla cittadinanza russa, difendendo i diritti e i legittimi interessi dei nostri compatrioti”. In particolare si rende necessaria “la difesa delle famiglie russe”, magari impedendo matrimoni misti con stranieri, e soprattutto “la difesa dell’identità civilizzatrice della Russia, nell’unità giuridica, culturale e linguistica”, rafforzando i controlli sulla vita sociale e “creando le condizioni per un ritorno di massa dei nostri connazionali residenti all’estero”, permettendo l’ingresso soltanto a stranieri “altamente qualificati, leali verso la Russia e pronti a integrarsi a livello culturale e linguistico”. Alla sicumera per la vittoria, subentra il terrore della propria scomparsa.

Eppure l’enunciato principale del testo, il concetto del Russkij Mir, declama che “i confini del Mondo Russo, come fenomeno spirituale e cultural-civilizzatore, sono più ampi dei confini statali sia dell’attuale Federazione russa, sia della grande Russia storica”. Si arriva a esaltare “i rappresentanti della ecumene russa, dispersi per il mondo intero”, spiegando che “il Mondo Russo comprende tutti coloro per i quali la tradizione russa, i santuari della civiltà russa e la grande cultura russa sono i valori più importanti, quelli che danno un senso alla vita”. Se quindi è necessario proteggersi dai migranti “invasori”, allo stesso tempo “il significato principale dell’esistenza della Russia e del Mondo Russo da essa creato, la loro comune missione spirituale, è quella di essere il Difensore universale del mondo dal maligno”. L’ecumenismo imperiale e senza confini spinge a “rendere inefficaci tutti i tentativi di instaurare nel mondo un’egemonia universale, sottomettendo l’umanità intera all’unico potere del male”.

La missione millenaria si è realizzata nella “riunione della statualità russa nelle forme più elevate di creatività politica”, unendo la tri-unità del popolo nelle “sotto-etnie” dei grandi russi, dei russi bianchi e dei malorossy, i “piccoli russi” ucraini, come modello per l’aggregazione di tutti gli altri popoli e di tutti gli uomini che riconoscono la necessità del Difensore. Ogni volta le forze del male tentano di “dividere, indebolire e disgregare” la mirabile unità della Russia, e anche nel XXI secolo si rende necessaria la “restaurazione del suo potenziale spirituale e vitale”. Questo comprende il ritorno a tutti i “valori morali tradizionali” a cominciare dalla famiglia, unico istituto in grado di “aiutare l’uomo a conoscere il mondo attorno a sé” e di “insegnare l’amore, la bontà e la compassione”, illuminando quindi l’opera educativa dell’intera società ed eliminando i “falsi valori” sulla natura, la sessualità, l’orientamento individuale e collettivo.

Oltre alla guerra contro l’assalto del Maligno, e la custodia dei veri valori nella vita del popolo, il Nakaz indica un altro obbiettivo da raggiungere, superando la crisi demografica e riprendendo un’attiva fertilità nella generazione dei figli della nuova Russia: serve una “trasformazione degli spazi vitali” del Paese, uno sviluppo delle città e dei luoghi da ripopolare. Nel futuro si dovranno ridurre “gli agglomerati urbani di massa” con tutti quegli immensi condomini di minuscoli appartamenti, eredità perversa dell’economia sovietica, in cui si annidano i ghetti dei tagichi e dei kirghisi che poi vanno a distruggere i nuovi templi della civiltà russa. È necessario un “ritorno alla suddivisione tradizionale per la Russia di popolazione e forze produttive su tutto il territorio”, quindi trasferendo masse di persone dalle metropoli in “villaggi ben organizzati e su distanze ragionevoli”, in cui ogni famiglia abbia la propria casa, la izba invernale o la dacia estiva, come nelle favole russe più antiche, le bilyne che narrano degli eroi capaci di difendere i piccoli principati dell’antica Rus’, i bogatyri che da soli, ognuno come il vero Difensore, affrontano i tanti popoli che minacciano i russi da Oriente e da Occidente.

Le fantasie del patriarca e dei suoi consiglieri “ecumenici” ricordano molto gli eccessi dei protagonisti dei romanzi di Dostoevskij, come il principe Myškin dell’Idiota che in preda alle scosse epilettiche (come quelle provocate dalla strage del Krokus) immagina un mondo nuovo da costruire, gridando “mostrate ai russi il mondo russo!”, la prima citazione dell’attuale mito ideologico. Oppure il giovane Arkadij Dolgorukij nell’Adolescente, che nel cognome evoca il mitico fondatore di Mosca e conserva gelosamente nel cuore una “grande idea” di rivincita contro tutti i torti subiti nell’infanzia. Il ragazzo non vuole rivelare a nessuno in che cosa veramente consista questa idea, anche perché lui stesso non sa di che cosa veramente si tratti: è la Russia, eterna adolescente, che vuole salvare tutti senza mai riuscire a capire sé stessa.

Nell’Europa del multiculturalismo c’è una strana febbre di Ramadan

Gliulio Meotti – Il Foglio – 7 Aprile 2024

Ci sono pochi luoghi più prestigiosi e solenni per un cristiano durante la Pasqua della cattedrale gotica di Colonia, che custodisce le reliquie dei re Magi. Ma durante la Settimana Santa, la città di Colonia ha organizzato anche un evento religioso molto diverso. Nello stadio di calcio non lontano dalla cattedrale, c’era il “primo Iftar comunitario”, una cena al tramonto per celebrare la fine del digiuno durante il mese sacro islamico. Intanto un gruppo universitario organizzava una preghiera per il Ramadan all’Università di Gottinga, in Germania. Le leghe di calcio di Inghilterra, Germania e Paesi Bassi si fermavano invece per la cosiddetta “pausa del Ramadan”: durante le partite, gli arbitri hanno il potere di interrompere il gioco, chiedendo al portiere di indugiare in un rinvio, e permettere ai fedeli del Profeta di bere o mangiare. A Oslo, in Norvegia, accanto al municipio, veniva allestita una mostra finanziata con fondi pubblici per celebrare i trenta giorni di digiuno. “Le luci del Ramadan dimostrano che siamo a favore dell’inclusione e della diversità”, declamava il consiglio comunale di Oslo. Le luci del Ramadan erano rimaste accese nel West End di Londra anche durante il fine settimana di Pasqua a Oxford Street, Piccadilly Circus e Leicester Square, illuminate di mezzelune e lanterne, volute dal sindaco Sadiq Khan.

Nel West End di Londra, luci di Ramadan anche durante la settimana pasquale. Poi si sono accese a Francoforte e Colonia


Nell’Europa della secolarizzazione, del multiculturalismo e del relativismo, c’è una strana febbre di Ramadan. Si devono consentire i veli integrali simboli di “libertà”, fermare le scuole e gli stadi per il Ramadan in nome della “tolleranza” e chiudere un occhio, anzi due, per le esenzioni ai corsi di educazione fisica, musica e arte in nome del “rispetto”. E pazienza se in Francia una ragazzina è stata appena picchiata quasi a morte da tre coetanei perché non indossava il velo. Nei giorni scorsi, le stazioni della metropolitana di Londra hanno iniziato a trasmettere l’orario della preghiera islamica con l’Hadith del giorno. Il malcapitato viaggiatore, in cerca dell’orario, trovava un detto del Profeta. Poi l’ente regolatore della metro, travolto dalle polemiche, ha dovuto rimuovere il messaggio. Il Chelsea invece, aveva tutto il diritto di ospitare un “open Iftar”, una cena di rottura del digiuno “aperta a tutti”, fedeli e infedeli. Ramadan anche dai Windsor: la famiglia reale  ha ospitato la prima festività islamica nella storia inglese, perché Carlo III è il primo re multifaith. Ma chi pensa che sia una specialità inglese, come il cielo grigio di Londra, si sbaglia di grosso.


Quando, a Firenze, un preside ha dato un’aula del liceo agli studenti islamici per pregare sotto Ramadan, nessuno scandalo sulla laicità, nessuna mobilitazione dei giornali, niente di niente. Così come a Pioltello va tutto alla grande, altro che parenti serpenti, siamo una grande famiglia multiculturale. Meno bene va in un liceo di Drammen, in Norvegia, dove la preside non ha voluto che gli studenti musulmani lasciassero la classe per pregare durante il Ramadan. C’è pur sempre la neutralità religiosa. Hanne Merete Hagby è la direttrice del liceo, che ha il trenta per cento di studenti musulmani, come a Pioltello. “Non va bene lasciare le lezioni o arrivare in ritardo per questo motivo”, aveva scritto la preside. Ha cancellato il post dopo appena due ore. Sui social era stato pubblicato un appuntamento per “linciare” la preside. A volte anche le migliori feste finiscono a manate. Non è andata meglio a Katharine Birbalsingh, nota come “la preside più severa della Gran Bretagna”, costretta a vietare le preghiere musulmane nella scuola dopo che gli insegnanti hanno subito aggressioni. La dirigente scolastica è finita davanti all’Alta Corte in una causa da parte di studenti musulmani della Michaela School. Birbalsingh ha deciso di interrompere i rituali di preghiera dopo “violenza, intimidazioni e spaventose molestie nei confronti dei nostri insegnanti”. È una scuola gestita dai talebani a Kabul? No, uno dei principali istituti inglesi: minacce di morte al personale per aver impedito agli alunni  di pregare, una ragazza costretta a lasciare il coro perché “la sua religione le vieta di cantare” e un’altra costretta a indossare il velo. La scuola ha ricevuto anche allarmi bomba tramite posta elettronica.

A Pioltello è stata una grande festa multireligiosa, ma dalla Norvegia alla Germania all’Inghilterra, in molte scuole è stato tutto meno fantastico


Anche in Germania una preside ha bandito le preghiere islamiche in una scuola di Wuppertal. Studenti musulmani volevano l’introduzione di rigide regole islamiche nelle scuole, inclusa la segregazione di genere. “Le donne dovrebbero coprirsi. I musulmani dovrebbero poter lasciare la scuola  per la preghiera del venerdì. La segregazione di genere dovrebbe applicarsi alle lezioni di nuoto”. Siamo all’istituto comprensivo Nordstadt di Neuss. La scuola aveva già capitolato a una loro richiesta ma, al posto di una sala per la preghiera islamica, era stata offerta loro una “stanza della tolleranza”.

L’Università di Dortmund aveva aperto una “sala di preghiera interreligiosa” e si era data delle regole, che piacciono sempre molto ai tedeschi. Venti metri quadrati, le pareti dipinte di verde, un tappeto, due divani, due sedie, una libreria Ikea. Studenti di ogni fede, cristiani, ebrei, buddisti e musulmani, potevano trovare lì un punto di raccoglimento, lasciando fuori un po’ della loro identità per far spazio a quella di tutti. Ma gli studenti si sono lamentati di essere stati segregati da altri studenti musulmani nella parte più piccola della stanza, assieme alle donne. Copie del Corano erano disposte nella stanza, quando l’accordo, affisso sulla porta, vietava  i simboli religiosi. Studenti musulmani avevano intimato alle donne di indossare il velo e di rinunciare al profumo. Francoforte sul Meno intanto diventava la prima città della Repubblica federale ad appendere le luci del Ramadan. Il sindaco Verde  le ha chiamate le luci “dell’unione contro le discriminazioni”.  E dopo Francoforte, Colonia: chiunque passeggi per le strade della città-cattedrale in questi giorni vedrà mezzelune, le parole “Kareem” e “Ramadan”. La città dove Benedetto XVI compì il suo primo viaggio pontificio. La rivista svizzera liberal-democratica Neue Zurcher, con un pubblico paneuropeo, ha espresso il suo punto di vista critico: “L’establishment politico è in preda alla febbre del Ramadan”.


Intanto, a Strasburgo, esordivano i “mercatini di Ramadan”, come quelli natalizi, blindati in città da quando furono attaccati dai terroristi dell’Isis che uccisero anche un ragazzo italiano. Il ministro degli Esteri tedesco, Annalena Baerbock, si produceva in un video-discorso: “Ramadan Mubarak!”. La Frankfurter Allgemeine Zeitung titola: “Buon Ramadan”. Per una volta, le preoccupazioni sull’appropriazione culturale non sembrano avere importanza. Si ricorda, ad esempio, un funzionario tedesco per l’integrazione che inviò cartoline di Natale che non contenevano la parola Natale: “Non importa ciò in cui credi… Vi auguriamo un periodo sereno e un buon inizio del nuovo anno”. Ane Breivik, leader giovanile del Partito liberale norvegese, si è spinto fino a chiedere la fine di tutte le festività cristiane, che ha liquidato come “obsolete e sciocche”. Invece, vorrebbe che le persone si prendessero giorni che significano qualcosa per loro, come il giorno musulmano di Eid al Fitr. E l’Unione studentesca cristiana norvegese (che di cristiano ha ormai poco) ha suggerito di regalare alle minoranze alcune festività “secondarie”, come Santo Stefano, il lunedì di Pasqua e il secondo giorno di Pentecoste. La Giornata internazionale della donna, la Giornata mondiale dell’ambiente e l’Eid al Fitr come festività pubbliche alternative.

Dai sindaci verdi di Francia alle università britanniche, c’è chi propone di fare spazio nel calendario, togliendo le ricorrenze cristiane “obsolete”

Intanto, dicevamo, il calcio si fermava per il Ramadan. Il primo caso fu in Premier League tre anni fa, durante una partita tra Crystal Palace e Leicester. Il medico del Crystal Palace, Zafar Iqbal, si rivolse all’arbitro sulla necessità di una pausa. All’ora stabilita, il portiere del Palace ha così indugiato su un calcio di punizione. In Francia sindaci di grandi città stanno proponendo di cancellare Pentecoste, Natale, Pasqua, Ascensione e altre festività cristiane per sostituirle con “feste laiche”. Pierre Bergé, tra gli imprenditori più ricchi e famosi di Francia, fondatore del brand Yves Saint Laurent, disse che “non ci sono solo cristiani in Francia. Io sono per la soppressione integrale di tutte le feste cristiane”. In Belgio, i calendari scolastici della comunità francofona al posto della festa di Ognissanti dicono “congedo di autunno”, di Natale “vacanze d’inverno” e di Pasqua “vacanze di primavera”. Ad Anversa, la seconda città belga, il sindaco ha appena organizzato una cena di Ramadan lunga due chilometri per le strade. I teatri in Belgio hanno invece iniziato a utilizzare pubblicità che avvertono gli spettatori musulmani di “nudità, sesso o violenza” negli spettacoli e per incoraggiarli a partecipare a eventi culturali durante il Ramadan.


Éric Piolle, sindaco ecologista di Grenoble, detta “capitale delle Alpi” prima che “capitale verde europea”, ha tirato fuori un’idea geniale dal cappello woke: “Cancelliamo i riferimenti alle feste religiose nel calendario e dichiariamo giorni festivi le feste laiche che segnano il nostro attaccamento alle rivoluzioni, alla Comune, all’abolizione della schiavitù, ai diritti delle donne e delle persone lgbt”. La London School of Economics ha  cancellato ogni riferimento alla cristianità dal calendario accademico. La Swansea University ha cancellato la Quaresima. Dopo tutto, dicono, le feste cristiane “non risuonano più nel corpo studentesco”. E un college di Oxford – il Magdalen College, fondato dal vescovo William Waynflete nel XV secolo – ha cancellato la festa di San Giorgio per far spazio all’Eid islamico. E anche nella cattedrale di Manchester si è celebrato l’iftar del Ramadan. I musulmani inglesi non hanno abbastanza moschee, evidentemente. La cattedrale ha poi chiesto scusa ai fedeli cristiani per aver consentito l’adhan. E per il primo venerdì di Ramadan, anche il Victoria and Albert Museum di Londra ha organizzato una cena per la fine del digiuno in uno dei principali musei d’arte del mondo. Più di quattrocento persone hanno partecipato  con un muezzin che ha intonato la preghiera. Ma qualcuno doveva pur coprire “le tre grazie” di Antonio Canova, che mettono in mostra tutte le proprie bellezze al Victoria and Albert Museum.

Cena di fine del Ramadan anche al Victoria and Albert Museum, dove si sono dimenticati di coprire le “tre grazie” di Antonio Canova


Ahmed Elmohamady, il difensore egiziano che ha giocato in Inghilterra per un decennio, ha visto un suo compagno di squadra, l’irlandese Paul McShane, unirsi a lui nel digiuno di Ramadan. “E’ stato fantastico”, ha detto Elmohamady, anche se ha ammesso che McShane non è durato. “Lo ha fatto una volta, sarebbe stato troppo difficile per trenta giorni”.
Fantastica, sì, la maschera di questo strano suicidio occidentale.

Ucraina, la guerra “un atto diabolico”. Botta e risposta tra Kyiv e Mosca

Il Consiglio Pan-Ucraino delle Chiese e delle Organizzazioni Religiose di Ucraina ha risposto al Concilio Mondiale del Popolo Russo. La guerra si fa anche sulla ricostruzione storica. Il ruolo delle Chiese

Di Andrea Gagliarducci

Kiev, mercoledì, 3. aprile, 2024 11:00 (ACI Stampa).

La guerra mossa dalla Russia nei confronti dell’Ucraina è “diabolica”, mira a negare “l’esistenza stessa del popolo ucraino”, nonché la sovranità dello Stato ucraino, e giustifica i crimini di guerra. Lo afferma il Consiglio Pan-Ucraino delle Chiese e delle Organizzazioni Religiose, in una nota diffusa il 30 marzo come risposta e condanna del documento del Concilio Mondiale del Popolo Russo pubblicato il 27 marzo.

Il botta e risposta testimonia, in qualche modo, che la guerra in Ucraina non riguarda solo questioni statali, ma una vera e propria percezione culturale.

Da parte russa, l’Ucraina non può che essere parte di una grande entità russa, il “Mondo Russo”, che si divide in Grandi Russi, Piccoli Russi e Bielorussi, e al cui interno non c’è spazio per alcuna russofobia, nemmeno se questa è una risposta ad una invasione o ad una storia di invasioni e di negazioni della storia.

Da parte ucraina, si rivendica invece la sovranità ucraina, il fatto che questa sovranità sia stata messa in discussione da secoli, e la continua opera di influenza, invasione e assorbimento operata da Mosca nei confronti della storia e delle tradizioni ucraine.

Non solo. La questione dalla cultura storica diventa immediatamente religiosa. Se uno dei primi atti del regime sovietico fu quello di dichiarare fuori legge la Chiesa Greco Cattolica Ucraina nello pseudo-sinodo di Lviv del 1946, oggi il Patriarcato di Mosca ha addirittura risposto all’autocefalia ucraina uscendo da tutti i tavoli ecumenici co-presieduti dal Patriarcato Ecumenico di Costantinopoli, e ha per tutta risposta aperto nuovi esarcati in Africa.

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Perché, dunque, il testo del Concilio Mondiale del Popolo Russo è importante? Perché – nota il Consiglio Pan-Ucraino delle Chiese – è stato “principalmente istituito dalla Chiesa ortodossa russa, con il sostegno dello Stato russo”, è sotto la guida del Patriarca Kirill e vede la partecipazione di numerosi leader delle unioni religiose della Federazione Russa.

Inoltre, i suoi ultimi documenti sono stati diffusi attraverso i canali informativi ufficiali del Patriarcato di Mosca, testimoniando non solo una unità di intenti, ma una condivisione dei contenuti dei testi diffusi dal Concilio. Documenti che il Consiglio Pan-Ucraino delle Chiese descrive come “neonazisti”, accusandoli di “contraddire completamente la verità e i principi spirituali e morali del Cristianesimo, dell’Islam e dell’Ebraismo”.

Ma cosa si legge nel decreto del XXV Concilio Mondiale del Popolo Russo? È un documento principalmente politico, che caratterizza la cosiddetta “operazione militare speciale” contro l’Ucraina come una guerra santa, in cui la Russia e il suo popolo stanno difendendo l’unico spazio spirituale della Santa Rus’ e stanno proteggendo il mondo dall’assalto del globalismo e dalla vittoria dell’occidente caduto nel satanismo.

Il decreto sottolinea che, una volta che sarà completata l’operazione militare speciale, tutto il territorio dell’Ucraina dovrà essere nella zona di influenza esclusiva della Russia, e – si legge – “la possibilità dell’esistenza in questo territorio di un regime politico russofobo ostile alla Russia e al suo popolo, nonché di un regime politico controllato da un centro esterno ostile alla Russia, deve essere completamente esclusa”.

Il decreto spiega anche le basi teologiche di questa visione, sottolinea che “la Russia è il creatore, il sostegno e il difensore del mondo russo”, e afferma che i “confini del mondo russo come fenomeno spirituale, culturale e di civiltà sono significativamente più ampi dei confini statali sia dell’attuale Federazione Russa che della grande Russia storica”, comprendendo “tutti coloro per i quali la tradizione russa, i santuari della civiltà russa e la grande cultura russa sono il valore e il significato più alto della vita”.

E la Russia è chiamata a proteggere il mondo dal male, con la “missione storica” di “distruggere ripetutamente i tentativi di stabilire una egemonia universale nel mondo – tentativi di soggiogare l’umanità ad un unico principio malvagio”.

In questo senso, la divisione e l’indebolimento del popolo russo hanno portato all’indebolimento e  alla crisi dello Stato russo. Per questo è necessario ripristinare l’unità del popolo russo e il suo potenziale spirituale: perché la Russia e il mondo russo sopravvivano e si possano sviluppare.

Il decreto parla anche del necessario sviluppo della famiglia affinché ci sia sempre più popolazione russa, ribadisce il no all’aborto, chiede un lavoro sull’educazione perché vengano assimilate le idee e i valori spirituali e morali della civiltà russa, sottolinea che per farlo c’è bisogno di un sistema educativo nazionale sovrano purificato da “concetti e atteggiamenti ideologici” distruttivi ed estranei al popolo russo e che quasi sempre provengono da occidente.

Il testo del Concilio russo chiede un nuovo paradigma socio-umanitario basato sull’identità civile russa. Addirittura, si spinge a guardare lo scacchiere internazionale, e lancia la Russia come uno dei centri principali del mondo multipolare, in particolare come fulcro di equilibrio del quadro geopolitico eurasiatico. La politica estera russa, secondo il Concilio Russo, deve avere come compito principale la riunificazione del popolo russo, considerando che il concetto di “russo” comprende tutti gli slavi orientali discendenti della Russia storica.

Anzi, la Russia deve essere uno Stato rifugio per tutti i russi – e anche per i non russi che condividono gli stessi valori – che soffrono per il globalismo occidentale, per le guerre, per la discriminazione.

Commentando il documento, il Consiglio Pan-Ucraino delle Chiese ha lamentato che in questi termini vengono anche giustificati i crimini di guerra e gli atti di genocidio giù commessi dalla Federazione Russa sul territorio dell’Ucraina.

Ma è evidente che ci si trovi di fronte ad una guerra ibrida, in cui il fatto religioso viene utilizzato per giustificare un potere egemonico. E, sebbene il Concilio si sia tenuto a novembre, il documento russo sembra rispondere al messaggio del Sinodo della Chiesa Greco Cattolica Ucraina in occasione del secondo anniversario dell’aggressione su larga scala della Russia – ma nell’ambito di una guerra che dura da dieci anni, dall’annessione della Crimea.

Facebook interrompe la Via Crucis di Radio Maria per nudo. «Meglio quando non c’era l’intelligenza artificiale»

di Gian Guido Vecchi- Corriere della Sera – 1 Aprile 2024

La diretta prima interrotta e poi «ristretta», con una mail automatica di spiegazione. Nessun commento ufficiale da Meta. Padre Fanzaga ironizza: «Quel Crocifisso lo abbiamo messo su Facebook altre volte in passato, ma si vede che prima non c’era l’intelligenza artificiale»

CITTÀ DEL VATICANO La lettera scarlatta degli algoritmi puritani ha marchiato, implacabile, pure la Passione. Neanche la decenza di coprirlo un po’ di più, quel Gesù di Nazaret, mentre lo inchiodano a una Croce. Bloccato, cancellato. È successo durante la Via Crucis del Venerdì Santo, nel corso della diretta video su Facebook di Radio Maria, quattro milioni di ascoltatori settimanali e quasi due che la seguono sul social media di Menlo Park. L’immagine del Crocifisso non è sfuggita all’intelligenza, si fa per dire, artificiale: «Abbiamo rimosso il tuo contenuto. Sembra che tu abbia condiviso o inviato immagini di nudo o atti sessuali». Padre Livio Fanzaga, che è un uomo di spirito, la prende con ironia: «La cosa strana è che quel Crocifisso lo abbiamo messo su Facebook altre volte, in passato, ma si vede che prima non c’era l’intelligenza artificiale. Adesso invece sì».

Da Facebook non arrivano reazioni ufficiali, lo considerano una sorta di incidente di percorso dei loro sistemi di controllo, ogni tanto capita: la società fa sapere che in effetti il Crocifisso è stato bloccato a causa di una «identificazione errata» del software che valuta in tempo reale le immagini postate su Facebook come su Instagram. Strano, dicono pure loro, perché il Cristo ha genitali coperti e il software si mette in allarme solo con quelli. Un po’ come i mutandoni alle figure di Michelangelo nella Sistina, quasi cinque secoli fa, in piena Controriforma. Può essere, si spiega, che abbia scambiato il petto del Cristo per un petto femminile, cosa che a quanto pare la censura californiana considera con orrore.
Il Cristo in questione, comunque, arriva dalla Val Gardena, celebre per i suoi crocifissi lignei. Padre Livio, 83 anni, direttore-simbolo dell’emittente, racconta che lo donarono qualche decennio fa, quando Radio Maria aveva ancora sede in via Turati, a Milano, e la cappellina stava in un seminterrato: «Ce lo ha portato un camionista che lo ha scaricato e se ne è andato senza altre spiegazioni, era proprio un venerdì a mezzogiorno». Da allora il Crocifisso sta accanto all’altare , nella cappella dell’emittente, e la sua immagine è divenuta familiare al pubblico.

Il Crocifisso ligneo al centro della disputa tra Radio Maria e Facebook (da Radio Maria) Venerdì veniva inquadrato in diretta mentre la radio diffondeva la registrazione di una via Crucis guidata da padre Livio a Medjugorje, qualche anno fa. Finché la caporedattrice Roberta Zappa, che segue anche la Rete, si è accorta che qualcosa non andava: «Il post è sparito, lo avevano eliminato. E intanto gli ascoltatori hanno cominciato a chiamarci per chiedere cosa fosse successo…». Di lì a poco è arrivata la mail di Facebook che comunicava la rimozione. A quel punto Radio Maria ha rimesso il post, ma anche quando finalmente è rimasto le cose non funzionavano, «avevamo seicento persone che seguivano la diretta Facebook e sono diventate una ventina, come se fossero state messe delle restrizioni». Radio Maria ha poi postato una spiegazione per gli ascoltatori: «Chiediamo scusa a tutti gli amici che seguivano la prima parte della Via Crucis in adorazione del Signore in Croce. Facebook ha eliminato il post per “contenuto immagini nudo”. E ha ristretto i parametri di visualizzazione. Forse Facebook non sa che il Cristo fu spogliato delle vesti ma le parti intime coperte con panni . E pensare che è morto in croce anche per loro». L’indomani, il profilo Facebook di Radio Maria ha mostrato il Cristo velato di Giuseppe Sanmartino, capolavoro assoluto custodito nella Cappella Sansevero di Napoli. E almeno lui, nonostante le trasparenze prodigiose del marmo, è riuscito a superare indenne i controlli

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