Furono i serviti a diffondere il culto dei «Sette dolori della Vergine», un numero che si basa su altrettanti episodi narrati nei Vangeli. Oggi la celebrazione ha il nome di «Beata Vergine Maria Addolorata», che meglio esprime la sua totale partecipazione all’opera salvifica del Figlio.
Ermes Dovico – La Nuova Bussola
Riassunta mirabilmente nello Stabat Mater del beato Jacopone da Todi, la devozione all’Addolorata ebbe un particolare impulso nel Basso Medioevo anche grazie alla costituzione nel 1233 dell’ordine dei Servi di Maria. Nel 1667 i serviti ottennero l’approvazione ufficiale del culto dei «Sette dolori della Vergine», un numero che si basa su altrettanti episodi narrati nei Vangeli: la profezia di Simeone («e anche a te una spada trafiggerà l’anima»), la fuga in Egitto, i tre giorni di angoscia che precedono il ritrovamento di Gesù tra i dottori nel tempio, l’incontro sulla via del Calvario, i patimenti ai piedi della croce, la deposizione e la sepoltura del Figlio.
Ma tutta la vita di Maria è stata segnata dal dolore, dalla cui libera accettazione è sgorgato il suo infinito amore. Già sant’Ildefonso da Toledo (607-667) spiegava che le sofferenze della Vergine furono maggiori di quelle dell’insieme di tutti i martiri. E san Bonaventura († 1274), Dottore della Chiesa, scriveva che «non vi è dolore simile al dolore di Lei eccettuato quello del Figlio, cui è simile il dolore della Madre». Dopo varie tappe, fu san Pio X a fissare la data della festa al 15 settembre (significativamente dopo l’Esaltazione della Santa Croce). Un altro cambiamento è occorso con la riforma liturgica del 1969. Nel nuovo calendario, seppur ridotta a semplice memoria, la celebrazione ha il nome di “Beata Vergine Maria Addolorata”, che meglio esprime la sua partecipazione all’opera salvifica del Figlio, «servendo al mistero della Redenzione in dipendenza da Lui e con Lui» (Lumen Gentium, 56).
In questa luce di speciale cooperazione alla Redenzione – al servizio totale dell’unico Redentore, Nostro Signore Gesù Cristo – si spiega il titolo di Corredentrice, usato da pontefici quali san Pio X, Pio XI e san Giovanni Paolo II, da una serva di Dio come la mistica Luisa Piccarreta e da una schiera formidabile di altri santi come per esempio Gabriele dell’Addolorata, Veronica Giuliani, Padre Pio, Teresa Benedetta della Croce (Edith Stein), Massimiliano Maria Kolbe, Francesca Saverio Cabrini, Leopoldo Mandic e Madre Teresa di Calcutta. Diceva quest’ultima: «La definizione papale di Maria Corredentrice, Mediatrice di tutte le grazie e Avvocata, porterà grandi grazie alla Chiesa».
Cercando di non limitarsi a ripetere le affermazioni della solita propaganda di Stato nel contesto del conflitto universale tra la Russia e l’Occidente, il patriarca di Mosca qualche giorno fa a San Pietroburgo ha voluto approfondire con argomenti filosofici e letterari le motivazioni per cui la Russia si sente oggi chiamata a diffondere i “grandi valori” a cui la società universale avrebbe deciso di rinunciare.
Il patriarca della Chiesa ortodossa russa Kirill (Gundjaev) è intervenuto al X Forum delle “culture unitarie” di San Pietroburgo, nella solenne sala del palazzo Marinskij del parlamento locale, sul tema della “Cultura nel XXI secolo: sovranità o globalismo?”, per ribadire le tesi fondamentali della missione del “mondo russo” nella realtà contemporanea. Cercando di non limitarsi a ripetere le affermazioni della solita propaganda di Stato nel contesto del conflitto universale tra la Russia e l’Occidente, il patriarca ha voluto approfondire con argomenti filosofici e letterari le motivazioni per cui la Russia si sente oggi chiamata a diffondere i “grandi valori” a cui la società universale avrebbe deciso di rinunciare.
Si tratta in qualche modo di ritrovare il ruolo di orientamento fondamentale della Chiesa ortodossa nella Russia militarista, ruolo che Kirill ha dovuto cedere a Putin nella fase dei conflitti dell’ultimo ventennio, a partire dal conflitto con la Georgia, dall’annessione della Crimea e poi con l’invasione dell’Ucraina. Il patriarca inizialmente non aveva appoggiato la radicalizzazione del confronto voluta dal presidente, ma negli ultimi due anni e mezzo di guerra non ha potuto (o voluto) fare altro che sostenere le giustificazioni del conflitto per la difesa dei valori tradizionali, che l’Occidente degradato vorrebbe cancellare dalla coscienza degli ucraini, dei russi e di tutti i popoli legati storicamente al “faro spirituale” della Mosca super-ortodossa. Il patriarcato ha ispirato questa linea ideologica fin dalla fine degli anni Novanta, e ora forse si rende conto di essere andato fin troppo oltre nelle pretese di definizione globale della “verità religiosa e culturale”.
Non a caso Kirill ha iniziato il suo intervento sottolineando la comune identità pietroburghese, per la quale “la piccola patria rimane sempre la città sulla Neva”, che rappresenta nell’identità russa la parte più occidentale, dal punto di vista culturale più ancora che geografica. Gli abitanti di San Pietroburgo, secondo il patriarca, “non hanno mai perduto il legame interiore spirituale, culturale e intellettuale con la città”, da cui del resto proviene lo stesso presidente Vladimir Putin, che a differenza di Kirill rappresenta piuttosto la fascia meno evoluta ed erudita della capitale settentrionale, come lo stesso Putin rivendica spesso, definendosi “uomo del popolo” e non certo un intellettuale delle élite aristocratiche.
Quindi il discorso di Kirill assume toni più profondi ed aulici, affermando che “un serio ragionamento sulla cultura deve essere sempre assiologico, cioè nella dimensione dei valori”, elevando la definizione che riguarda appunto i “valori tradizionali”, ribadito fino alla noia da Putin e da tutti i politici russi quasi senza un vero contenuto. Invece “la cultura è ciò che porta dentro di sé i valori”, spiega il patriarca, altrimenti “senza valori non si conserva alcuna cultura, che si dissolve nella polvere… noi conosciamo questi cataclismi che hanno distrutto intere civiltà”. Questa è la sfida che l’ortodossia russa vuole lanciare al mondo intero, la custodia della tradizione come garanzia della sopravvivenza della vera civilizzazione, il “meccanismo di trasmissione dei valori”.
Con una serie di dotte citazioni, Kirill commenta l’origine stessa del termine “cultura” a partire dal concetto di “culto”, che giustifica “l’approccio assiologico: ciò che ha valore è ciò che è santo per la società nel suo sviluppo storico”. La prevalenza della religione sulla stessa filosofia è un tema molto caro a Kirill, che nella relazione critica i principali teorici del razionalismo occidentale, da August Comte a Ludwig Feuerbach fino al “ben noto per noi russi” Karl Marx. Spesso il patriarca ha collegato questa “deriva positivista” con l’eredità della scolastica latina, un argomento classico delle polemiche teologiche tra cattolici e ortodossi, ma ora cerca di andare oltre, in quanto “nei nostri tempi questa pretesa di superiorità filosofica sulla religione è ormai riconosciuta come inconsistente, soprattutto dopo la conclusione del dramma dell’ateismo umanista del XX secolo”.
La sfida di oggi, secondo Kirill, è quella di trovare un nuovo senso della vita nelle società mondiali, disseccate dalle fonti della vera spiritualità. La filosofia marxista affermava che l’uomo “vive per le generazioni future, ma questo è un assurdo, allora la tua vita personale che valore può avere?”. Se l’uomo è soltanto una “cinghia di trasmissione”, anche chi verrà dopo di noi vivrà senza dare alcun senso all’esistenza, questa è “una relazione distruttiva con la personalità umana, con l’essere razionale che Dio ha destinato a scopi elevati”, afferma il patriarca. C’è bisogno di una nuova paideia, un processo di educazione e formazione dell’uomo, il termine greco che dà origine al significato stesso della “cultura”.
Il mondo di oggi non è più capace di formare, non trasmette neppure “la cultura fisica e il senso estetico”, e quindi oggi si rende necessario “fare ogni sforzo per difendere e proteggere le fondamenta stesse della cultura, come un coltivatore che non dimentica i semi nel terreno, che finirebbero soffocati dalla natura selvaggia”. Questa è proprio l’immagine che il patriarca vuole promuovere, comparando la cura russa dei valori con la “foresta incolta” dell’Occidente e in generale della società universale, in quella che egli chiama la raskulturivanie, la “de-culturizzazione” del mondo. Esempio di questa degradazione è stata la passata Olimpiade di Parigi, con i suoi simbolismi dissacranti e le sue polemiche di genere: “quando guardavo le immagini dei cortei inaugurali sulla Senna” – ricorda il patriarca – “mi dicevo: non si può offendere Dio in questo modo! Questo è un incredibile regresso della civiltà occidentale, che cerca di soffocare in sé tutte le altre culture”.
Gli uomini di oggi, secondo Kirill, “continuano a pronunciare parole comuni e a seguire le abitudini, senza chiedersi nulla sulla loro origine e sul loro significato”. I russi per dire grazie usano la parola Spasibo, che deriva da Spasi Bog, “Dio ti salvi”, e sono tanti gli esempi che il patriarca ricorda per indicare le radici del senso del vivere comune, che vanno ritrovate per evitare la raskulturivanie e non farla diventare una rasčelovečivanie, una “disumanizzazione” in cui “la cultura perde la propria anima”. Il patriarca ricorda che “il cristianesimo non è mai stato una proprietà di un’unica cultura, esso appartiene al mondo intero”, e va ben oltre il concetto di “mondo cristiano”, perché valorizza “ogni cultura nazionale come tesoro dell’intero mondo”. La cultura russa non fa eccezione, ma avendo attraversato prove particolarmente dure, “che ha saputo affrontare con coraggio”, oggi è la cultura in grado di “arricchire il mondo intero” e di contrastare “il globalismo che annulla e appiattisce le diverse culture, cercando di rendere tutti gli uomini uguali… questi uomini non saranno in grado di trasmettere i valori alle generazioni future, nella cancel culture, la cultura del clic in cui tutto è permesso”.
In conclusione, il patriarca Kirill pone dunque la domanda su cui il mondo intero oggi si divide: “la cultura del XXI secolo deve essere sovrana, oppure globale?”, e la riporta su un livello più profondo, “deve essere una cultura, oppure una anti-cultura?”. Si tratta di una questione su “che cosa deve essere oggi l’uomo”, ed egli propone la risposta del podvig, il termine monastico per indicare il sacrificio della persona per il bene comune. Citando infine il grande teologo russo Pavel Florenskij, martire del comunismo staliniano, egli ricorda le sue parole dal lager delle isole Solovki: “non fate niente che non abbia un vero gusto della vita, perché fare le cose in qualche modo può far perdere il senso di ogni cosa”.
Il patriarca russo riprende le riflessioni di molti ideologi ortodossi, cercando di evitare le sintesi troppo banali e radicali, appellandosi a pensatori come il teologo e politologo Aleksandr Ščipkov, che ha pubblicato nei giorni scorsi un saggio sulla “Crisi della teoria e della pratica delle azioni di difesa dei diritti umani” in cui commenta il “problema della concettualizzazione dei diritti liberali e della crisi degli istituti umanitari”. I russi insistono per dimostrare la debolezza della concezione occidentale della libertà, che si trasforma in una “dottrina dogmatica”, una “falsa metafisica” che rende impossibile la riconquista della vera libertà dei “valori” per cui oggi la Russia combatte. Esiste una guerra militare e una guerra di informazione, ma la guerra dei russi è anzitutto di principio, e chiede risposte alle domande più profonde del mondo contemporaneo.
Esiste una dottrina cattolica del male minore che si può riassumere in questi termini:
Non si può mai commettere in maniera positiva e diretta il sia pur minimo male;
per evitare un male maggiore si può tollerare un male minore commesso da altri, a condizione di non approvarlo in quanto tale e di ricordare l’esistenza di un bene maggiore a cui tendere.
Questa dottrina è fondamentale per orientarsi in un’epoca confusa in cui si è persa la nozione del principio: «Bonum ex integra causa, malum ex quocumque defectu» (San Tommaso d’Aquino, Summa Theologiae I-IIae, q. 18, a. 4 ad 3).
Alla luce di questo principio, un cattolico non può mai votare o approvare una legge abortista, neanche minimale, ma può votare per un candidato che non sia un antiabortista integrale. Per questo è lecito ad un cattolico americano votare per Donald Trump, le cui posizioni sull’aborto, come osserva Edward Feser, lasciano molto a desiderare . Trump è infatti favorevole a mantenere l’aborto legale nei casi di stupro, incesto e pericolo della madre e si limita a trattare l’omicidio di Stato come una questione puramente procedurale, relativa al governo, centrale o locale, che dovrebbe regolarla. Inoltre la piattaforma del Partito Repubblicano nell’incontro di Milwaukee dello scorso 8 luglio, per la prima volta in quarant’anni non ha incluso un riferimento al divieto di aborto a livello nazionale. Tuttavia Trump non fa dell’aborto una bandiera, a differenza della sua avversaria Kamala Harris. Il programma socialista ed egualitario della Harris prevede il ripristino del diritto costituzionale all’aborto, sancito dalla sentenza Roe v. Wade del 1973 e annullato dalla decisione della Corte Suprema del 24 giugno 2023. Inoltre, durante le primarie del 2019, Kamala ha annunciato che avrebbe approvato al suo primo giorno alla Casa Bianca. l’Equality Act, per garantire ogni forma di diritto al mondo Lgbt (sul tema, cfr. il suo libro The Truths we hold. An American journey, Vintage, 2021, pp. 112-120).
Il candidato democratico alla vicepresidenza, Tim Walz, membro di punta del Partito Democratico Contadino Laburista del Minnesota, è, se possibile, ancora più di sinistra di Kamala Harris. Malgrado i media insistano sulla moderazione di Kamala Harris, se i democratici vinceranno a novembre il processo di decadenza morale degli Stati Uniti sarà accelerato dal ticket Harris-Walz, tra i più progressisti nella storia di questo Paese.
E’ una pena che il Partito Repubblicano non sia riuscito a produrre alcun candidato migliore di Donald Trump, ma Kamala Harris rappresenta certamente il male maggiore da evitare. Trump merita di essere criticato su molti punti, ma non è lecito regalare la vittoria alla Harris, votandola o astenendosi dal voto.
Sul piano della politica internazionale, sia nel caso che vinca Kamala Harris che Donald Trump, è difficile che ci siano grandi variazioni. Si dice che sotto Trump gli Stati Uniti si sgancerebbero dall’Europa e dalla Nato, ma si tratta di una prospettiva esagerata. Kamala Harris appartiene alla scuola dei wilsoniani (dal nome di Thomas Woodrow Wilson, presidente degli Stati Uniti dal 1913 al 1921); Trump a quella dei jacksoniani (dal nome di Andrew Jackson, presidente dal 1829 al 1837). I primi sostengono che gli Stati Uniti hanno il dovere morale di diffondere i valori democratici nel mondo, i secondi ritengono che gli Stati Uniti non dovrebbero trovare motivi di conflitto all’estero. Tuttavia, come osserva lo storico Walter Russell Mead, l’opinione dei jacksoniani concorda con quella del generale Douglas MacArthur (1880-1964) secondo il quale in caso di guerra, «non c’è alternativa alla vittoria» (Il serpente e la colomba. Storia della politica estera degli Stati Uniti d’America, Garzanti, Milano 2002, p. 17).
Durante il suo primo mandato presidenziale, Donald Trump si fece fotografare nello Studio Ovale con un ritratto alle sue spalle del presidente Jackson, le cui statue sono finite nel mirino degli attivisti “woke” con l’accusa di essere stato un razzista e uno schiavista. Lo stesso Mead ha sottolineato la connessione tra Trump e Jackson in un saggio pubblicato nel 2017 sulla rivista Foreign Affairs. Il candidato alla vice presidenza Vance, da parte sua, in un’intervista rilasciata a New Statesmanil 14 febbraio 2024, ha sottolineato che l’approccio “jacksoniano” di Trump, è «un misto di estremo scetticismo verso l’intervento all’estero, combinato con una postura estremamente aggressiva quando si interviene». Gli Stati Uniti, osserva Mead, non possono intraprendere una importante guerra internazionale, senza il sostegno dei jacksoniani e, una volta iniziata, non possono interromperla se non alle loro condizioni.
La politica estera di Kamala Harris è certamente più interventista di quella di Trump, tuttavia malgrado la sua tendenza isolazionista, il candidato repubblicano ha come priorità l’interesse nazionale dell’America. La fine della Nato e la caduta dell’Europa sotto il dominio russo sono negli interessi di Washington? Trump vuole concentrarsi sullo scenario che ritiene più inquietante per gli Stati Uniti, quello dell’Indo-Pacifico, ma l’Europa costituisce un perno fondamentale della potenza imperiale americana. Se sarà eletto, premerà verosimilmente sull’Europa, perché trovi in sé stessa le risorse economiche e militari per difendersi, ma non la abbandonerà certo al suo destino.
I democratici accusano Trump di essere sostenuto da Putin, ma l’interesse prioritario del dittatore russo non è la vittoria di Trump né quella di Harris, ma piuttosto una situazione di destabilizzazione del continente americano, che faciliti i suoi progetti di espansione nell’Europa orientale. Lo spettro della guerra civile, o quantomeno di forti tensioni interne, è sempre vivo negli Stati Uniti e non c’è da meravigliarsi se lo scenario che Putin preferirebbe sarebbe quello di un crollo dell’Impero americano analogo a quello dell’Impero russo del 1991.
D’altra parte, il vero aiuto a Putin non è dato da Trump, ma da tutti coloro che sono convinti che la guerra russo-ucraina sia la conseguenza di una legittima reazione del Cremlino all’imperialismo americano. Se questo fosse vero, l’America sarebbe il nemico primario dell’Europa, come ha sempre pensato l’estrema sinistra europea prima e dopo il crollo dell’Unione Sovietica. Eppure appare evidente a qualsiasi uomo di buon senso che la dipendenza economica e militare dell’Europa dagli Stati Uniti resta un male minore rispetto a una situazione di vassallaggio nei confronti della Russia, che sta diventando a sua volta un paese vassallo della Cina comunista.
Accettare il male minore non significa rinunciare al bene maggiore, che non ha nulla a che fare né con il liberalismo americano né con il dispotismo russo-cinese. L’ideale irrinunciabile è «l’instaurazione di tutte le cose in Cristo», ovvero la restaurazione della Civiltà cristiana, come l’Occidente l’ha conosciuta nel Medioevo, ma spinta a un più alto grado di perfezione. San Pio X ne ha indicato la strada: «Non si deve inventare la civiltà, né si deve costruire la nuova società tra le nuvole. Essa è esistita ed esiste: è la Civiltà cristiana, è la società cattolica. Non si tratta che di instaurarla e restaurarla incessantemente nelle sue naturali e divine fondamenta, contro i rinascenti attacchi della malsana utopia, della rivolta e dell’empietà: Omnia instaurare in Christo (Ef. I, 10)» (Lettera Notre Charge Apostolique, del 25 agosto 1910).
di Gian Guido Vecchi – Corriere della Sera – 14 Settembre 2024
Il Papa, di ritorno dal viaggio più lungo del suo pontificato, ha parlato della guerra a Gaza, della situazione in Venezuela («Le dittature non servono e finiscono male»), dell’emergenza climatica e di abusi («Una cosa demoniaca, distrugge la dignità della persona»)
SUL VOLO PAPALE – Il volo SQ 368 ha lasciato da poco Singapore, Francesco raggiunge i giornalisti in fondo all’aereo e a vederlo non si direbbe che, a quasi 88 anni, abbia appena concluso il viaggio più lungo del suo pontificato, dodici giorni «ai confini del mondo» tra Asia e Oceania. Il Papa posa il bastone, si siede e risponde tranquillo alle domande per quaranta minuti. «Avanti e coraggio!», saluta tutti alla fine, e sorride: «Speriamo ci diano da mangiare, adesso».
Santità, durante il viaggio ha parlato in difesa della dignità della vita. In vista delle elezioni negli Usa, che consiglio darebbe a un elettore cattolico che deve decidere tra un candidato favorevole all’interruzione di gravidanza e un altro che vorrebbe deportare undici milioni di migranti? «Ambedue sono contro la vita, sia quello che butta via i migranti sia quello che uccide i bambini. Io non sono statunitense, non andrò a votare lì. Non dare ai migranti accoglienza e possibilità di lavorare è peccato, e grave. Io sono stato a celebrare Messa alla frontiera, vicino alla diocesi di El Paso. C’erano tante scarpe dei migranti, sono finiti male lì. In America centrale c’è una corrente di migrazione, tante volte vengono trattati come schiavi. La migrazione è un diritto che già c’era nella Sacra Scrittura, nell’Antico Testamento: l’orfano, la vedova e lo straniero, cioè il migrante, sono i tre che il popolo di Israele deve custodire. Non dimentichiamolo. Quanto all’aborto, la scienza dice che a un mese dal concepimento ci sono tutti gli organi di un essere umano. Tutti. Fare un aborto è uccidere un essere umano. Ti piace la parola, non ti piace, ma è uccidere. La Chiesa non è chiusa perché non permette l’aborto, la Chiesa non permette l’aborto perché uccide. È un assassinio, un assassinio. Mandare via i migranti, non lasciarli sviluppare, non lasciare che abbiano una vita, è una cosa brutta, è cattiveria. Mandare via un bambino dal seno della mamma è un assassinio. Su queste cose dobbiamo parlare chiaro, niente “ma”, “però”, entrambe le cose sono chiare»
Ci possono essere circostanze in cui è moralmente ammissibile votare per candidato favorevole all’interruzione della vita? «Nella morale politica, in genere, si dice che non votare è brutto, non è buono. Si deve votare. E si deve scegliere il male minore. Chi è il male minore, quella signora o quel signore? Non so, ognuno in coscienza pensi e faccia questo».
C’è il pericolo che il conflitto di Gaza si estenda anche alla Cisgiordania, cosa si sente di dire alle parti in guerra? C’è la possibilità di una mediazione della Santa Sede per arrivare a un cessate fuoco e alla pace? «La Santa Sede lavora su questo. Io chiamo la parrocchia di Gaza tutti i giorni, lì dentro ci sono seicento persone, cristiani, musulmani, ma vivono come fratelli. Mi raccontano cose brutte, cose difficili. Io non posso qualificare se questa azione di guerra sia troppo sanguinaria o no, ma per favore, quando si vedono i corpi di bambini uccisi, quando per la presunzione che lì ci siano alcuni dei guerriglieri si bombarda una scuola, è brutto questo, è brutto. Delle volte si dice che è una guerra difensiva, ma alcune volte credo sia una guerra troppo, troppo… Mi scuso di dire questo, ma non trovo che si compiano i passi per fare la pace. A Verona ho avuto una esperienza molto bella, c’era un ebreo cui era morta la moglie e uno di Gaza al quale era morta la figlia , e hanno parlato della pace, si sono abbracciati, hanno dato una testimonianza di fratellanza. Alla fine, chi vince la guerra troverà una grande sconfitta. La guerra è sempre una sconfitta, sempre, senza eccezione. Voglio dire una cosa, questo forse è un po’ immischiarmi in politica: io ringrazio tanto, tanto, il re della Giordania per quello che fa; è un uomo di pace, Re Hussein, un uomo bravo».
Il mese prossimo sarà rinnovato l’accordo tra Pechino e il Vaticano sulla nomina dei vescovi: è soddisfatto dei risultati e del dialogo ottenuti finora? E ci sono spazi di collaborazione tra Cina e Santa Sede per arrivare alla pace nelle regioni in conflitto? «Io sono contento dei dialoghi con la Cina, il risultato è buono. Anche per la nomina dei vescovi, si lavora con buona volontà, ho sentito la Segreteria di Stato e sono contento. La Cina per me è una illusione, io vorrei visitare la Cina. Io ammiro la Cina, la rispetto. È un grande Paese, di cultura millenaria, con una capacità di dialogo, di capirsi, che va oltre i diversi sistemi che ha avuto. Credo che la Cina è una promessa e una speranza per la Chiesa. La collaborazione si può fare, e sui conflitti certamente. In questo momento si muove il cardinale Zuppi e ha rapporti anche con la Cina».
In Venezuela la situazione è drammatica, in questi giorni il presidente teoricamente eletto ha dovuto andare in esilio in Spagna. Che messaggio darebbe al popolo del Venezuela? «Non ho seguito la situazione del Venezuela ma il messaggio che darò ai governanti è dialogare e fare la pace. Le dittature non servono e finiscono male, prima o dopo. Leggete la storia della Chiesa… Io dirò che il governo e la gente facciano di tutto per trovare un cammino di pace. Non riesco a dare un’opinione politica perché non conosco i dettagli. So che i vescovi hanno parlato e il messaggio dei vescovi è buono».
In tema di viaggi lunghi, andrà in Argentina? Magari con uno scalo alle Canarie? «Se andrò in Argentina, è una cosa ancora non decisa. Io vorrei andare, è il mio popolo, ma ancora non deciso. Ci sono diverse cose da risolvere prima. Io penso un po’ di andare alle Canarie, perché lì ci sono situazioni di migranti che vengono dal mare e vorrei essere vicino ai governanti e al popolo».
Ci sarà a Parigi per l’inaugurazione di Notre-Dame a dicembre? «No, non andrò a Parigi»
A Timor-Leste ha menzionato giovani vittime di abusi sessuali, ovviamente abbiamo pensato al vescovo Belo. In Francia c’è stato un caso simile con l’Abbé Pierre, il fondatore di Emmaus. In entrambi i casi, il loro carisma ha fatto sì che fosse più difficile credere alle accuse. Vorrei chiedere: cosa sapeva il Vaticano riguardo l’Abbé Pierre? E cosa può dire alle vittime, e a chi ha difficoltà a credere che una persona che ha fatto tanto bene abbia anche potuto commettere dei crimini? «Hai toccato un punto molto dolente, molto delicato. È gente buona, gente che fa il bene. Hai nominato l’Abbé Pierre. Con tanto bene fatto, si vede che questa persona è un peccatore brutto. E questa è la nostra condizione umana. Non dobbiamo dire: copriamo, copriamo perché non si veda. I peccati pubblici sono pubblici e vanno condannati. Noi dobbiamo parlare chiaro su queste cose, non nascondere. Il lavoro contro gli abusi è una cosa che tutti noi dobbiamo fare. Ma non solo contro gli abusi sessuali, contro ogni tipo di abuso: l’abuso sociale, l’abuso educativo, il cambiare la mentalità alla gente, il togliere la libertà. L’abuso è a mio giudizio una cosa demoniaca, perché ogni tipo di abuso distrugge la dignità della persona, cerca di distruggere quello che tutti noi siamo: immagine di Dio. Io sono contento quando vengono fuori questi casi. Tre anni fa, abbiamo fatto un incontro con i presidenti delle Conferenze Episcopali sui casi di abuso sessuale e altri abusi. Abbiamo avuto una statistica molto ben fatta, credo dalle Nazioni Unite: il 42-46 per cento degli abusi avviene in famiglia o nel quartiere. L’abuso sessuale dei bambini, dei minorenni, è un crimine e una vergogna. Ancora sull’Abbé Pierre, non so quando il Vaticano è venuto a saperlo, io non ero qui e mai mi è venuto di fare una ricerca su questo. Certamente dopo la morte, prima non so».
Alcuni Paesi cominciano a distanziarsi dal loro impegni climatici o a compiere la transizione alla «green energy». Cosa ne pensa? «Penso che il problema climatico è grave, è molto grave. Parigi è stato il culmine (la Cop21 del 2016, ndr.), da quel momento in poi gli incontri climatici sono in discesa. Si parla, si parla, ma non si fa. Questa è la mia impressione. Di questo ho parlato in due scritti, Laudato si’ e Laudate Deum».
A Timor Leste ha detto di stare attenti ai coccodrilli. Cosa intendeva? «Timor-Leste ha una cultura semplice, familiare, gioiosa. È una cultura di vita, ha tanti bambini, tanti. Quando ho usato l’immagine dei coccodrilli che vengono sulla spiaggia, parlavo delle idee che possono venire da fuori per rovinare questa armonia».
Lì i cattolici sono la maggioranza ma c’è una crescita delle sette. Il termine «coccodrilli» si riferiva anche a loro? «Può darsi, io non parlo di quello, non posso, ma può darsi. Perché tutte le religioni vanno rispettate, ma si fa una distinzione tra religione e setta. La religione è universale, qualsiasi essa sia. La setta è restrittiva, è un gruppetto che ha sempre un’altra intenzione».
Durante questo viaggio ha parlato molto apertamente dei problemi anche di ogni Paese, non solo delle bellezze. E proprio per questo ci siamo chiesti: come mai non ha parlato del fatto che a Singapore esiste ancora la pena di morte? «È vero, non mi è venuto in mente. La pena di morte non funziona: lentamente dobbiamo di eliminarla. Tanti Paesi hanno la legge, ma non eseguono la sentenza. Negli Stati Uniti è lo stesso… Ma la pena di morte va fermata, non va, non va».
Come ha trovato Singapore? «Non mi aspettavo di trovare Singapore così. La chiamano la New York dell’Oriente, un Paese sviluppato, pulito, gente educata, la città, grattacieli grandi, anche quelli per gli operai, messi bene, puliti, questo mi è piaciuto tanto, non ho sentito discriminazione. Anche una grande cultura interreligiosa. E il ruolo internazionale, ho visto che la prossima settimana c’è la Formula uno. Ogni Paese ha una ricchezza diversa. Per questo è importante la fratellanza nella comunicazione. Ad esempio, se io penso a Timor-Leste ho visto tanti bambini, a Singapore non ne ho visti tanti. Forse è una cosa da imparare… Il futuro sono i bambini».
Cari amici, vi presento la figura di una grande mistica del nostro tempo, suor Maria Natalia Magdolna, le cui rivelazioni, in sintonia con quelle di Maria Valtorta, aiutano a comprendere meglio i messaggi della Regina della pace.
Suor Maria Natalia Magdolna (1901-1992) era una religiosa ungherese delle Suore del Buon Pastore di Santa Maria Maddalena. Nacque in un villaggio vicino a Pozsony nel 1901 (la futura Bratislava della Repubblica Slovacca). La neonata fu battezzata il 2 febbraio nella festa della Purificazione e venne consacrata alla Vergine Maria. Fin da bambina ebbe una grande attrazione per la vita religiosa ed un profondo amore per Gesù e Maria. Narra Claudia Matera nel suo libro Rivelazioni profetiche di Suor Maria Natalia Magdolna, Mistica del XX secolo, editi della Sugarco, che a 13 anni ebbe un incontro straordinario:”
Un pomeriggio d’estate… il cancello si aprì ed entrò una signora… Una gioia soprannaturale promanava da lei. La donna chiese ospitalità e la famiglia di Maria Natalia accettò. “La donna cominciò a parlare a tutti noi del paradiso e le sue parole mi rallegravano l’anima… Dalla sua intera persona irradiavano una maestà e una bellezza celestiale… Mi parlò del paradiso per l’intera notte. Non desideravo smettere di ascoltarla per la bellezza del suo parlare “(pag. 75-76). La piccola seguì la sua vocazione religiosa e divenne suora. A 18 anni entrò nel convento a Pozsnan: fu trasferita in seguito in Belgio ma molto malata dovette ritornare in Ungheria.
A 33 anni, nel 1934, ebbe una visione di Gesù che le disse: “Tu mi chiedesti di volermi imitare e che ti prendessi con me a 33 anni. L’ora è arrivata. Ti sto chiamando. Ma se tu accetti di continuare a soffrire sulla terra per salvare anime, io prolungherò la tua vita”. Suor Maria Natalia accettò la sua missione. In seguito la suora fu inviata nel convento di Keckemet sempre in Ungheria, dove Padre Jenö Krasznay, teologo, la guidò spiritualmente per un certo periodo. Il sacerdote si rese conto della soprannaturalità delle rivelazioni profetiche della suora. Nel 1950 vennero soppresse dal comunismo tutte le comunità religiose e la suora andò a vivere in campagna, dove trascorse in penitenza e preghiera il resto della sua vita.
Ebbe un’intensa vita mistica, costellata da numerose rivelazioni e visioni profetiche da parte di Gesù e Maria. I Messaggi furono ricevuti principalmente tra il 1939 e il 1943. Furono profezie rivelate alla suora per risvegliare le coscienze sopite della Chiesa e dei fedeli, per suscitare il senso di urgenza e di preghiera ma allo stesso tempo di gioia e pace. Sono messaggi relativi al trionfo del Cuore Immacolato di Maria e alla seconda venuta di Gesù, messaggi meravigliosi e tremendi allo stesso tempo, che ci spingono ad una seria revisione di vita, e che sottolineano il valore della preghiera riparatoria e di espiazione.
Gesù mi parlò così: “Vi rinnovo la mia richiesta: pregate affinché i peccatori si convertano e ritornino a Dio. Pregate, perché accolgano la grazia e cambino vita prima dell’avvento della pace benedetta profetizzata. Coloro che non ritornano a Dio prima di quel momento di grazia rischiano di perdersi eternamente. Voi anime fedeli, non temete. Pregate e abbiate fiducia nella forza santa della preghiera e rallegratevi, perché […] mia Madre Immacolata, nella pienezza del suo potere regale e della grazia, in unione con le schiere angeliche, annienterà il potere dell’inferno”.
La Vergine soggiunse: “Quando satana arriverà dovunque al potere; quando avrà catturato la maggior parte delle anime; quando il suo sconfinato orgoglio gli lascerà credere di poter annientare il bene, la creazione intera e persino le anime; quando la vera fede non sussisterà più che in qualche anima; quando la luce della vera fede rimarrà accesa in pochissime famiglie, perché i tiepidi e gli indecisi avranno ceduto alle seduzioni di satana, allora improvvisamente e inaspettatamente arriverà la vittoria decisiva della divina misericordia, che porrà fine al regno della menzogna e preparerà la via alla pace universale. Nel momento in cui satana si illuderà di essere il padrone del mondo e penserà di essere sul punto di sedere in trono, gli strapperò il suo bottino dalle mani. La vittoria finale non apparterrà che al mio divino Figlio e a me. “.
E ancora: “Il tempo della pace nel mondo non è rimandato, ma il Padre del Cielo vuole concedere ancora tempo a coloro che sono in grado di convertirsi e di rifugiarsi in Dio. Tra questi si convertiranno anche molti che ora negano l’esistenza di Dio, ma che un giorno crederanno in lui. Questo tempo supplementare di grazia che è accordato all’umanità è dovuto alle penitenze e alle preghiere che sono state offerte nel mondo intero, a favore di tutta l’umanità, nel corso di molti anni e di cui il Padre si è compiaciuto. Le porte dell’inferno rimarranno chiuse davanti a coloro che si saranno convertiti: non si danneranno, perché la grazia della fede li fortificherà e non ricadranno più nei loro peccati.
La preghiera ha questa potente efficacia, perché io, la Regina Vittoriosa del Mondo, prego con voi e con voi consolo Dio delle grandi offese che riceve. Fate sì che il vostro stesso respiro diventi preghiera espiatoria agli occhi di Dio. Se volete accelerare il grande miracolo della mia vittoria, con la quale voglio salvare il mondo, dovete affidarvi a me e a mio Figlio con fiducia filiale e incondizionata, proprio come i bimbi si affidano alla mamma, facendo riparazione, offrendo la vostra vita e pregando. La vostra fede, fino ad ora, è stata molto immatura e l’efficacia della vostra preghiera dipende dalla vostra fede. Se pregate con piena fiducia, la vittoria che state aspettando porterà la gioia della pace universale in un universo purificato. Abbiate fede! Fidatevi di me sempre, figli miei!”.
Gesù riprende le parole della Madre: “il mondo si è pervertito ostinandosi nella sua iniquità e si allontana sempre di più da me, ma io non posso pentirmi del mio amore. Stendo la mia mano verso di esso in un gesto che può essere allo stesso tempo misericordia o castigo: misericordia per quelli che mi amano, castigo per quelli che mi disprezzano. Mentre vi parlo voi ascoltate la voce di colui che è al di sopra di tutte le cose. Quando stendo la mano verso di voi compare accanto a me mia Madre, affinché possiamo sfuggire al castigo. La malvagità genera malvagità e il mondo ha raggiunto un punto tale di malvagità da esigere che il male venga fermato per la stessa sopravvivenza del mondo”.
Claudia Matera, Rivelazioni profetiche di Suor Maria Natalia Magdolna, Sugarco Edizioni, pp. 163-164
di Gian Guido Vecchi, nostro inviato a Singapore – Corriere della Sera – 13 Settembre 2024
L’omelia davanti ai 50 mila di Singapore per l’ultima tappa di un pellegrinaggio fortemente voluto da Papa Francesco
DAL NOSTRO INVIATO SINGAPORE – «Signore, eccomi; che cosa vuoi che io faccia?». Afa, umidità, nello stadio si respira a fatica, e c’è qualcosa di commovente nell’immagine di un Papa che ha patito ricoveri per la bronchite, si sposta in sedia a rotelle o si regge in piedi appoggiato a un bastone, a quasi ottantotto anni ha percorso decine di migliaia di chilometri tra Asia e Oceania per andare «ai confini del mondo» e ora, nell’ultimo giorno del viaggio più lungo, conclude la sua omelia a cinquantamila fedeli come un riferimento al senso del suo pontificato e alle origini della sua stessa formazione.
Perché la citazione di Francesco è tratta da una lettera di Francesco Saverio, primo missionario gesuita in Oriente, scrisse al fondatore della Compagnia di Gesù, Ignazio di Loyola, e ai primi compagni. Una lettera «bellissima», dice il primo Papa gesuita della storia, nella quale padre Saverio «manifesta il suo desiderio di andare in tutte le università del suo tempo a “gridare qua e là come un pazzo e scuotere coloro che hanno più scienza che carità”, perché si sentano spinti a farsi missionari per amore dei fratelli, “dicendo dal profondo del loro cuore: “Signore, eccomi; che cosa vuoi che io faccia?”».
Nella città-stato all’estremità meridionale della penisola malese, Bergoglio ha passato la notte dai confratelli, nel centro che i gesuiti hanno dedicato al patrono delle missioni. Tante volte, ricorda ora, Francesco Saverio trovò ospitalità in questa terra, «l’ultima il 21 luglio 1552, pochi mesi prima di morire».
Ed è straordinario il riferimento a quel viaggio verso la Cina, la sua ultima missione: Francesco Saverio morì nell’isola di Sanciano, vegliato da un amico cinese, a poche miglia marine dalla costa del «Regno di Mezzo». Ma non importa, l’essenziale è sapersi spendere per «la carità e la giustizia», fino alla fine: «Cari fratelli e sorelle, se qualcosa di buono c’è e rimane in questo mondo, è solo perché, in infinite e varie circostanze, l’amore ha prevalso sull’odio, la solidarietà sull’indifferenza, la generosità sull’egoismo».
In questi giorni ha invocato «pace tra le nazioni e per il creato». Domenica scorsa, in assenza di strade percorribili dalla capitale, ha preso un C-130 militare per raggiugere in giornata Vanimo, sulla costa occidentale di Papua Nuova Guinea, il punto più inaccessibile di uno dei luoghi più remoti del pianeta, deciso a visitare una missione nata per aiutare gente cui manca tutto, luce, gas, istruzione, servizi sanitari, uno degli indigeni che avevano attraversato la giunga per vederlo aveva gli occhi sbarrati: «È incredibile che il Papa sia qui». Portava con sé una tonnellata di farmaci, vestiti, giocattoli.
«Le risorse della terra e delle acque sono beni destinati da Dio all’intera collettività», ha scandito nel Paese più povero dell’Oceania, dove le multinazionali cinesi, americane, australiane ed europee si dividono giacimenti di oro, argento, rame, gas, petrolio, acqua. In Indonesia, nel Paese musulmano più popoloso del mondo, aveva firmato una «dichiarazione congiunta» con il grande imam di Giacarta perché le religioni collaborino «per il bene dell’umanità» e non siano strumentalizzate dagli estremisti.
Da ultimo, a Timor Leste, ha celebrato davanti a seicentomila persone, e non s’era mai visto che la metà o quasi della popolazione di un intero Stato partecipasse a una Messa. Il contrasto è netto, dalla teoria di baracche con le fogne a cielo aperto di Giacarta alla skyline postmoderna e vertiginosa di Marina Bay. Ma le parole di elogio a Singapore sono anche un messaggio ai Paesi più ricchi: «Il vostro impegno per uno sviluppo sostenibile e per la salvaguardia del creato è un esempio da seguire, e la ricerca di soluzioni innovative per affrontare le sfide ambientali può incoraggiare altri Paesi a fare lo stesso».
Qui Francesco ha continuato il suo periplo intorno alla Cina iniziato dieci anni fa in Corea e proseguito con i viaggi in Sri Lanka, Filippine, Myanmar, Bangladesh, Thailandia, Giappone, Kazakistan e Mongolia. Nella città-stato il 74 per cento della popolazione è di etnia cinese e nella messa allo stadio la preghiera dei fedeli è anche in mandarino, oltre a inglese e tamil.
Del resto basta vedere i volti sugli spalti. Tra i concelebranti c’è anche il cardinale cinese di Hong Konk, Stephen Chow Sau-Yan, figura-chiave nel rapporto della Santa Sede con Pechino. Di origine cinese è anche il cardinale di Singapore, Willliam Goh Seng Chye.
«La grandezza e l’imponenza dei nostri progetti possono farcelo dimenticare, illudendoci di potere, da soli, essere gli autori di noi stessi, della nostra ricchezza, del nostro benessere, della nostra felicità, ma la vita alla fine ci riporta ad un’unica realtà: senza amore non siamo nulla», dice Francesco. Per questo ha voluto a tutti i costi questo viaggio nelle periferie del pianeta: «Una Chiesa che si nasconde nel centro, è una Chiesa malata»
“Il 23 dicembre 1982 la Madonna mi apparve come al solito; anche quella volta fu un’esperienza bellissima che mi riempì l’anima di gioia. Ma verso la fine mi guardò con tenerezza e disse: “A Natale ti apparirò per l’ultima volta”.
Al termine dell’apparizione ero sconvolta. Avevo sentito bene quello che aveva detto, ma non potevo crederci. Come avrei potuto vivere senza le apparizioni? Sembrava impossibile. Pregai intensamente perché ciò non si avverasse.
(…) Seppi poi che quell’ultima apparizioni era durata 45 minuti, una cosa straordinaria. La Madonna ed io parlammo di molte cose. Passammo in rassegna tutti i 18 mesi passai insieme, quanto ci eravamo dette e che Lei mi aveva rivelato. Mi affidò il decimo e ultimo segreto. Disse che avrei dovuto scegliere un sacerdote per un ruolo speciale. Dieci giorni prima dell’avvenimento previsto nel primo segreto dovrò comunicargli cosa succederà. Poi lui ed io dovremo pregare e digiunare per sette giorni, e tre giorni prima dell’evento il sacerdote lo rivelerà al mondo.
Ognuno dei dieci segreti verranno rivelati in questo modo.
La Madonna mi fece anche un dono prezioso: mi disse che mi sarebbe apparsa una volta all’anno, il 18 marzo, per tutta la mia vita. Il 18 marzo è il mio compleanno, ma la Madonna non ha scelto questa data per questo motivo. (…) Si potrà comprendere perché Maria ha scelto questa data solo quando gli eventi oggetto dei segreti inizieranno a verificarsi. Aggiunse che avrei avuto qualche altre apparizione extra.
Poi mi porse qualcosa simile a una pergamena arrotolata, spiegando che vi erano scritti tutti e dieci i segreti, e che avrei dovuto mostrarla al sacerdote da me scelto per rivelarli quando sarebbe giunta l’ora. La presi dalla sua mano senza guardarla.
“Ora dovrai rivolgerti a Dio in fede, come qualsiasi altra persona”, disse. “Mirjana, ho scelto te. Ti ho confidato tutto l’essenziale. Ti ho anche mostrato molte cose terribili. Ora devi sopportare tutto con coraggio. Pensa a me e alle lacrime che devo versare per questo. Devi sempre avere coraggio. Hai compreso subito i messaggi. Devi anche capire che devo andare via. Sii coraggiosa”.
Il rotolo, di color beige, era costituito da un materiale simile alla pergamena – non proprio carta o tessuto, una via di mezzo. Lo svolsi con cura e vi trovai i dieci segreti scritti in elegante calligrafia, in corsivo. Non vi erano decorazioni o illustrazioni; ogni segreto era scritto con parole semplici e chiare, simili a quelle utilizzate dalla Madonna quando me li spiegò la prima volta. I segreti non erano numerati, ma riportati in ordine, uno dopo l’altro; il primo scritto in alto e l’ultimo in basso; ogni evento con la rispettiva data. )
C’è chi ha detto che sono privilegiata perché so cosa accadrà in futuro, ma io non la vedo così. Sarebbe molto più facile se potessi rivelare tutto ora; ma i segreti sono la volontà di Dio. Io sono consapevole della mia debolezza umana e posso affermare con certezza che non sono io a custodire i segreti: solo con l’aiuto di Dio riesco a farlo.
Srotolai la pergamena… Mia cugina la tenne in mano e disse di aver visto qualcosa di simile a una preghiera o una poesia. La mia amica, invece, disse di aver visto una lettera in cui una persona chiedeva aiuto. Nessuna delle due aveva visto la stessa cosa; mi resi conto che solo io potevo leggere quello che vi era scritto mia idea sulla pergamena: la sua esistenza implica che non devo essere necessariamente viva per rivelare i. (…) Se dimenticassi i particolari, Dio Onnipotente mi farebbe dono di ricordarli quando necessario.
“Un giorno un sodato dell’ONU venne a casa nostra. “Abbiamo trovato il vostro appartamento di Sarajevo”, disse, e mi consegnò un pacco contenente i nostri documenti. Fra di essi c’era la pergamena. (dopo il bombardamento della città nella guerra balcanica)
La Madonna ci sta preparando a tutto ciò che avverrà nel mondo. Ci sta addestrando alla vittoria. Quando gli eventi dei segreti si manifesteranno, sarà tutto chiaro. Capirete, ad esempio, perché la Madonna ha scelto di apparirmi il 18 marzo di ogni anno e il 2 di ogni mese (dal 1987 al 2 marzo 202). Capirete l’importanza di queste date e perché appare da così tanto tempo.
di Stefano Caprio – Corriere della Sera – 8 Settembre 2024
La prima visita di un condottiero russo all’allora capitale Karakorum ebbe luogo nel 1247, quando tutta la Russia e l’intera Asia erano sottomesse al Gran Khan Baty, l’erede di Gengis Khan. Putin ha bisogno di mostrarsi sui palcoscenici internazionali, e Ulan-Bator è una location assai più conveniente della Cina, dove il russo appare inevitabilmente un suddito. Come mostra la travagliata vicenda del gasdotto Forza della Siberia-2.
Il viaggio di Vladimir Putin a Ulan-Bator ha suscitato molte reazioni, per la tracotanza nell’ignorare l’ordine d’arresto del tribunale internazionale, per l’evidente tentativo di forzare la Cina agli accordi commerciali nel settore energetico e per diverse altre ragioni. In realtà, Putin ha voluto mostrare il vero significato di tutta la sua politica di aggressione e sconvolgimento del panorama geopolitico internazionale, nelle radici più profonde del risentimento dei russi contro il mondo intero: non solo per la perdita dell’impero sovietico, ma risalendo fino alla più grande umiliazione della storia millenaria della Russia, per l’invasione e il giogo bisecolare dell’Orda dei tataro-mongoli.
La prima visita di un condottiero russo in Mongolia aveva infatti avuto luogo nel 1247, quando tutta la Russia e l’intera Asia erano sottomesse al Gran Khan Baty, l’erede di Gengis Khan che il principe Aleksandr Nevskij – una delle figure più esaltate da Putin e dal patriarca Kirill – incontrò nella capitale dell’Orda a Karakorum, dove rimase per ben due anni. Qara Qorum in mongolo classico sono le “Montagne Nere”, situate nella parte più occidentale del Paese, e la città era stata fondata poco dopo la morte del “Khan degli Oceani” che aveva riunito i popoli turanici e mongolici conquistando l’impero più vasto di tutta la storia, dal suo terzo figlio e primo successore Ögödei. Rimase capitale dell’impero mongolo per trent’anni fino al 1264, quando Kublai Khan trasferì la sede a Khanbalig, l’odierna Pechino, e venne infine distrutta dai Ming un secolo dopo.
L’importanza di Karakorum a quel tempo era tale che perfino il papa Innocenzo IV aveva inviato da Roma uno dei suoi migliori missionari come ambasciatore, Giovanni da Pian del Carpine, uno dei primi discepoli di san Francesco d’Assisi. Egli descrisse nella Historia Mangolorum la grandezza dell’impero e le devastazioni compiute, soprattutto la totale distruzione di Kiev, la capitale della Rus’, che scomparve dalla storia per quasi quattrocento anni. Il frate conobbe nel regno di Baty anche il principe Aleksandr, che nell’accordo con i mongoli pose le fondamenta dell’ascesa di Mosca, che fiorì sotto di essi grazie ai vantaggi commerciali, che si estendevano anche alla Chiesa ortodossa.
Ora Putin può atterrare trionfalmente all’aeroporto della capitale della Mongolia, e mostrarsi come il vero Khan del nuovo “ordine mondiale”, quello dell’Orda dei russi invasori, a fianco del presidente Ukhnaagiin Khürelsükh nella Yurta, la tenda addobbata come la reggia di Karakorum all’interno del palazzo presidenziale di Ulan-Bator. Il nuovo zar russo è il vero sovrano, e il capo della piccola e pacifica Mongolia moderna appare come un suo suddito devoto: è la grande rivincita di tutta la storia russa.
Putin ha voluto festeggiare per questo l’anniversario di un’altra vittoria simbolica, quella di 85 anni fa delle truppe unite sovietiche e mongole contro l’esercito giapponese durante il conflitto sul fiume Khalkhin-gol, prima dell’inizio della seconda guerra mondiale. È una delle costanti della riscrittura della storia russa che più ricorrono nella mente del Khan del Cremlino, la connessione delle vittorie novecentesche con le guerre più antiche, da Aleksandr Nevskij a Stalin, dalla Rus’ di Kiev all’Unione Sovietica. Certo, contava molto anche lo schiaffo sul volto delle convenzioni internazionali, mostrando l’inconsistenza dell’ordine di arresto del Tribunale dell’Aja a cui la Mongolia era tenuta, e che in precedenza aveva trattenuto Putin dai viaggi in Armenia e in Sudafrica, due alleati assai meno sicuri rispetto ai mongoli.
Oltre a tutto questo, Putin ha scelto un momento particolarmente delicato per il viaggio a Ulan-Bator, proprio durante lo scontro particolarmente acceso con l’Ucraina tra la controffensiva ucraina di Kursk e la contro-controffensiva russa nel Donbass, con innumerevoli vittime da una parte e dall’altra, anche tra la popolazione civile. Inoltre, proprio nei giorni del viaggio in Oriente, che dalla Mongolia è proseguito fino alla capitale russa sul Pacifico di Vladivostok per il Forum economico orientale, si tenevano i giorni del lutto in Ossezia del nord nel Caucaso, per i vent’anni dalla strage dei terroristi (e delle forze speciali russe) nella scuola di Beslan. Putin vi era andato qualche giorno prima, trovandosi di fronte le madri arrabbiate dei 186 bambini massacrati, che ancora pretendono giustizia, dovendosi ritirare con la coda tra le gambe. Nel complesso delle motivazioni, il viaggio intendeva sottolineare la “normalità” della situazione dal punto di vista del Cremlino, come se la conquista dei mille chilometri quadrati della regione di Kursk non avessero inciso sui piani della guerra e della vittoria.
Il ritornello di Putin dall’inizio della guerra è che “tutto procede secondo i piani”, quando è evidente che tutto funziona all’incontrario, e invece di riconquistare Berlino tocca andare nella Yurta della Mongolia, anche se i recenti successi elettorali delle destre neo-naziste in Turingia e Sassonia hanno suscitato a Mosca grandi entusiasmi, soprattutto per la richiesta di togliere le bandiere ucraine dai palazzi tedeschi. Qualunque vittoria fa brodo, da quelle di Nevskij nel 1240 contro gli svedesi e i Cavalieri Teutonici a quella del 1938 contro il Giappone, oggi alleato dei “nazisti occidentali” contro cui la Russia ha scatenato la guerra universale, anche se certo non si può paragonare la presa di Bakhmut e Avdeevka con quella di Könisberg e Vienna. Tanto più che la vittoria di Khalkin-gol fu ottenuta insieme al fedele alleato mongolo, e di veri alleati la Russia attuale non è che ne possa trovare tanti, né in Occidente né in Asia, perfino tra i Paesi ex-sovietici.
Qualche commentatore ritiene che il viaggio di Putin dovesse servire per rialzare le percentuali di consenso tra la popolazione, crollate molto sotto il 70% anche nei sondaggi ufficiali dopo l’iniziativa ucraina a Kursk. Ma l’approvazione popolare in Russia è un fattore ormai molto secondario e facilmente manovrabile, soprattutto dopo la riconsacrazione al trono dello scorso marzo, e le uniche preoccupazioni potrebbero venire da una reale crisi economica, per ora contenuta grazie ai proventi della stessa guerra. C’è ovviamente anche un aspetto propagandistico del “ritorno a Karakorum”, ma è più per l’estero che per l’interno, soprattutto grazie alla condiscendenza di Ulan-Bator nell’ignorare l’ordine di arresto.
Putin ha comunque bisogno di mostrarsi sui palcoscenici internazionali, e la Mongolia è una location assai più conveniente della Cina, dove il russo appare inevitabilmente un suddito della grande potenza orientale, e perfino degli Stati centrasiatici, che stanno approfittando della guerra in Ucraina per trovare una propria grandezza indipendente da Mosca, al di là dei sorrisi e degli accordi di circostanza. E comunque la visita a Ulan-Bator serviva proprio per spingere i cinesi ad essere più disponibili per il progetto del gasdotto “Forza della Siberia-2”, un elemento cruciale della “svolta economica verso Oriente” che a Pechino guardano con una certa sufficienza, avendo molte alternative nel settore energetico. I mongoli avevano bloccato il piano, che prevede un passaggio sul loro territorio, e Putin si è svuotato le tasche nel colloquio con Khürelsükh offrendo di tutto, pur di riprendere la progettazione di questa opera cruciale per il futuro della Russia, che vende petrolio e gas a chiunque e a qualsiasi prezzo, pur di mantenere il controllo su un’economia impazzita.
Ovviamente la Mongolia è stata invitata al Summit dei Paesi Brics, che si terrà a Kazan nel Tatarstan dal 22 al 24 ottobre e dovrà celebrare il ruolo della Russia nel nuovo ordine mondiale “multipolare”, la variante contemporanea dell’impero di Putin-Khan. Il Brics è l’anti-Occidente, su cui si cerca di imbarcare qualunque partner, facendolo diventare più un “Bricolage” di Paesi in cerca di identità e di occasioni da sfruttare, che una vera potenza della nuova geopolitica mondiale. La “Forza della Siberia” si trasforma nella parte mongola in un titolo ancora più altisonante, il Sojuz Vostok, “Unione dell’Oriente” lungo mille chilometri per unire Mosca e Pechino, mettendo sullo stesso piano le due potenze della nuova Orda mondiale, almeno nelle intenzioni dei russi. Dopo la Mongolia, Putin è intervenuto a Vladivostok per spiegare a tutti quanto sia importante investire sullo sviluppo dell’Oriente russo per contrastare le pretese di dominio dell’Occidente, che “non permette all’Ucraina di aprire le trattative con la Russia” e indicando come possibili mediatori proprio i Paesi Brics, India e Brasile, al massimo anche la Turchia, che pure ha accettato di partecipare al summit di Kazan.
L’unica preoccupazione espressa da Putin al convegno di Vladivostok ha riguardato la demografia, promettendo di rendere la natalità multipla una “nuova moda” tra le giovani generazioni russe. A questo fine si rifanno i programmi scolastici del nuovo anno appena iniziato, cercando di convincere anche i minorenni a darsi da fare in questo senso fin dai banchi della scuola, ritenendo la gravidanza il vero “valore tradizionale” a cui poi aggregare in qualche modo quello della famiglia, qualunque essa sia. Non è forse casuale che solo ora si diffondano le voci sui due figli “segreti” di Putin avuti dalla moglie “non ufficiale” Alina Kabaeva di 6 e 9 anni, Ivan e Vladimir, per dare il buon esempio al di là delle esigenze di sicurezza e dell’ufficialità più o meno “tradizionale” dei legami affettivi. I russi per ora non sembrano molto convinti di seguire questo modello, attendendo piuttosto la fine del “giogo putiniano”, entro un paio di secoli.
Giacomo Gambassi martedì 3 settembre 2024, AVVENIRE
Parla padre Bohdan Geleta. il redentorista greco-cattolico dell’Ucraina rimasto nelle prigioni di Putin con padre Ivan Levitskyi per quasi due anni. «Così i russi spingono i reclusi al suicidio»
La liberazione dei due religiosi redentoristi tenuti prigionieri dai russi per un anno e 7 mesi: Bohdan Geleta (a destra) e Ivan Levitskyi (al centro). A sinistra, il nunzio apostolico Visvaldas Kulbokas – Avvenire
Ha vissuto per mesi con la musica ossessiva che saturava la cella d’isolamento in cui era stato rinchiuso. «C’era un altoparlante in un angolo della minuscola stanza. E per tutto il giorno da lì uscivano canzoni sovietiche». Una pausa. «Ecco come si riesce a far impazzire le persone. Ed ecco perché così tanti prigionieri di guerra si tolgono la vita durante la detenzione». Un altro flash. «Quando mi hanno messo per la prima volta in cella, c’era un giovane in piedi che guardava fisso nel muro. Ed è rimasto così per l’intera notte. Poi ho capito che era stato sottoposto all’elettroshock. E gli avevano intimato che, se non avesse saputo a memoria l’inno russo, lo avrebbero ucciso la mattina dopo. Lo ha imparato in una sorta di stato di trance. Lo avevano catturato con la sua fidanzata perché aveva gridato in strada “Gloria all’Ucraina!”». Padre Bohdan Geleta è uno dei testimoni del “metodo gulag” segnato da torture, violenze e privazioni che la Russia impiega nei campi dove vengono internati i prigionieri di guerra ucraini. Perché lui è stato uno di loro.
I due religiosi redentoristi tenuti prigionieri dai russi nella prima Messa dopo la liberazione: Bohdan Geleta (a sinistra) e Ivan Levitskyi (a destra). A sinistra, l’arcivescovo Sviatoslav Shevchuk – ugcc.ua
Religioso redentorista e sacerdote della Chiesa greco-cattolica, è rimasto nelle mani dei militari di Putin per «un anno e sette mesi», dice. Insieme con padre Ivan Levitskyi, redentorista anche lui. Entrambi preti a Berdyansk, la città affacciata sul mare d’Azov nella parte della regione di Zaporizhzhia conquistata dai russi all’inizio della guerra. Ed entrambi arrestati il 16 novembre 2022 dagli uomini dell’Fsb, i servizi segreti di Mosca. Senza un’accusa specifica. «Ci hanno offerto subito di collaborare ma non abbiamo mai ceduto», spiega padre Geleta. In diciannove mesi i due sacerdoti si sono trovati in tre diversi luoghi di reclusione. Fino allo scorso 27 giugno quando sono stati liberati, in uno scambio di prigionieri fra Ucraina e Russia che anche la Santa Sede contribuisce a favorire come “via di dialogo” grazie all’intervento in prima persona di papa Francesco, alla segreteria di Stato, alla rete delle nunziature e alla missione di pace del cardinale Matteo Zuppi. «La preghiera è stata la mia forza – confida padre Bohdan -. Non sapevo se sarei sopravvissuto ma posso dire di aver condiviso con Cristo la sua croce e la sua sofferenza». Eppure, ammette il sacerdote nell’intervista realizzata con il dipartimento per la comunicazione della Chiesa greco-cattolica ucraina, nonostante la ritrovata libertà, la sua vita e il suo ministero non sono più come prima. «La guerra cambia tutto e tutti. Una parte di me è ancora lì, in mezzo a quanti sono ancora prigionieri. E oggi mi sento chiamato a continuare a pregare e a servire le persone che hanno vissuto e vivono questi traumi». La liberazione dei sacerdoti era stata salutata con parole di affetto da papa Francesco e i due preti avevano incontrato il cardinale Pietro Parolin a conclusione della visita del segretario di Stato vaticano in Ucraina lo scorso luglio.
Padre Bohdan, partiamo dalla sua missione di sacerdote in un territorio sotto occupazione come Berdyansk.
Quando è iniziato il conflitto, la città sembrava estinta, come in un film di fantascienza. Nessuno per strada: solo il vento e le foglie. Tutti i negozi chiusi. Abbiamo accolto chi fuggiva da Mariupol aprendo anche le porte del monastero. Nessuno ci ha proibito di pregare ma l’80% dei nostri parrocchiani aveva lasciato la zona. Nei mesi d’occupazione abbiamo continuato a celebrare le liturgie e a incontrare la gente. Ma più volte abbiamo visto un’auto con la lettera “Z” dell’esercito russo intorno alla chiesa. E il pensiero che un giorno o l’altro ci avrebbero portato via non ci ha mai abbandonato.
Il vostro presentimento si è concretizzato nel novembre 2022.
Padre Ivan è stato fermato nel centro cittadino dove era andato a guidare la preghiera. Io al termine di un funerale. Due persone con il volto coperto sono entrate in chiesa. Avevano le armi. E hanno detto in russo: “Vieni con noi”. Ho chiesto loro in ucraino perché fossero entrati in chiesa in quel modo. Mi hanno risposto che non capivano l’ucraino e che avevamo violato alcune norme: in particolare dovevamo chiedere il permesso alle autorità locali per pregare in città. Ma lo facevamo da nove mesi. E siamo finiti nel polo di detenzione preventiva di Berdyansk.
Così è iniziato l’incubo della prigionia.
Immediatamente siamo stati separati. Io sono stato messo nella cella numero tre. Eravamo in 7 o 8 in un locale per due reclusi. Dormivamo sul pavimento. I muri erano fradici di umidità. Nei quattro mesi che abbiamo trascorso lì, abbiamo visto passare molti reclusi: alcuni rimanevano una settimana, altri mesi. Si udivano anche le grida provenire dai corridoi perché c’erano persone che venivano torturate: era orribile.
Come è stato giustificato l’arresto?
Fin da subito l’Fsb ci ha chiesto di collaborare ma non siamo mai scesi a compromessi. Abbiamo solo detto la verità: che questa è una guerra e che gli occupanti sono criminali. E lo abbiamo fatto sempre a viso aperto. Ho anche spiegato che non volevo il passaporto russo. Poi a distanza di settimane mi hanno rivelato che erano state trovate alcune armi nella nostra chiesa e che sarei stato processato e condannato a 25 anni di carcere.
Solo falsità.
Per le autorità russe la nostra Chiesa è una setta che si è separata dall’ortodossia e che va sradicata. E la loro violenza è anche supportata dal fanatismo religioso.
Il cardinale Pietro Parolin incontra i due religiosi redentoristi tenuti prigionieri dai russi: Bohdan Geleta (al centro) e Ivan Levitskyi (a sinistra) – Vatican Media
Poi sono arrivati i trasferimenti.
Siamo finiti in un’altra prigione, la 77° colonia penale di Berdyansk dove la mia cella era invasa dalla musica. La preghiera è stata la salvezza. E ho sentito anche la preghiera della Chiesa, a cominciare da quella del Papa e del nostro arcivescovo maggiore Sviatoslav Shevchuk. Dopo nove mesi, ho rincontrato per la prima volta padre Ivan: siamo stati bendati e ammanettati prima di essere caricati in un’auto. Per tre giorni siamo stati in uno scantinato. Poi siamo giunti nella colonia di Horlivka.
Lì abbiamo passato dieci mesi, quelli più duri. Io non sono mai stato picchiato, ma padre Ivan sì. E ha perso conoscenza due volte. Siamo stati rasati. Ci hanno dato le uniformi. Ed è iniziata la vita da prigionieri di guerra marcata da troppi abusi. Molti dei nostri compagni erano giovani militari: ragazzi di 21 o 22 anni catturati dopo le prime settimane di invasione. Poi c’erano i soldati del battaglione Azov che erano i più maltrattati.
Avevamo tutti gli stessi abiti, tranne i soldati di Azov che dovevano essere distinguibili. Le giornate erano scandite dal lavoro: in realtà scavavi una buca, la riempivi o strappavi l’erba. Le uniche informazioni che avevamo erano filtrate dal nemico: che l’Ucraina era caduta, che Zaporizhzhia era stata occupata, che Kharkiv era in mano russa, che l’esercito di Putin avrebbe presto raggiunto Kiev e i confini della Polonia. Alcuni di noi ci credevano; la stragrande maggioranza no perché ogni giorno sentivamo i colpi d’artiglieria e le esplosioni: significava che la guerra non era persa.
Mai una celebrazione.
Tutti sapevano che eravamo preti. Però i secondini ci hanno proibito di dialogare con gli altri o di radunare chicchessia. Ci incontravamo solo noi due per pochi minuti al mattino e alla sera. Avevamo una Bibbia in russo, leggevamo un brano e recitavamo il “Padre nostro” e l’“Ave Maria”. Ma ci bastava.
Ci si abitua?
Impossibile abituarsi. Spesso mi domandavo dove i soldati russi trovassero la forza per essere così crudeli.
Come è avvenuta la liberazione?
Più volte era stata ventila l’ipotesi di un rilascio in occasione delle maggiori festività: il Natale, la Pasqua, qualche ricorrenza civile. Ma solo a maggio è arrivato un segnale chiaro. Non sapevamo che fosse l’attesa liberazione. Anzi, pensavamo che ci avrebbero deportati in Russia, in qualche posto remoto della Siberia. In un aereo abbiamo incontrato altri cento ucraini. Ci hanno portato a Mosca e tolto le manette. Poi di nuovo a volto coperto ci hanno caricato su due velivoli e poi in un elicottero. Alla fine eravamo in dieci e siamo entrati in Bielorussia, poi in Ucraina dove è avvenuto lo scambio.
Dopo due mesi dal rilascio, come si convive con un fardello così pesante?
Anzitutto voglio dire, specialmente alle madri, alle mogli, alle famiglie che hanno una persona reclusa, di non perdere la speranza. E poi mi sento legato da una misteriosa solidarietà spirituale a quanti restano in stato di detenzione: non possono e non devono essere dimenticati.
Nuove leggi e pene più severe (anche per i silenzi della polizia) non sono servite: aumentano le violenze, spesso brutali. Come quella subita fino alla morte da una dottoressa, per cui il paese da giorni protesta
Calcutta, lo scorso 9 agosto. La sala seminari dell’R.G. Kar Medical College and Hospital, che di sera è vuota e ha un bagno riservato, serve da sala di riposo per medici e infermieri di turno. Una dottoressa tirocinante poco più che trentenne si è buttata a riposare su una panca dopo un turno massacrante di più di ventiquattro ore. La ritroveranno il giorno dopo, morta. Ridotta a un fagotto di sangue e abiti strappati, le pelvi spezzate, le carni straziate. I genitori stenteranno a riconoscerla. L’autopsia conferma che la ragazza è stata vittima di un brutale stupro di gruppo, ma la polizia si limita ad arrestare un volontario dell’ospedale, più o meno a caso. Non sigillano nemmeno la scena del crimine, tanto è inutile. La storia finisce immediatamente su media e social media, e scatena un’ondata di proteste in tutta l’India.
La mente di tutti corre al caso di una studentessa di 23 anni che nel 2012 a Delhi era stata stuprata da un branco di sei individui all’interno di un autobus in movimento. Nirbhaya, così era stata chiamata la ragazza, era morta tredici giorni dopo a causa delle ferite riportate: la sua morte, e la brutale ferocia dell’aggressione, avevano scatenato un’ondata di rabbia a livello nazionale e proteste di piazza a non finire, costringendo il governo dell’epoca a modificare la leggi indiana relativa ai reati sessuali. La nuova legge, tra le altre cose, ha ampliato la definizione di stupro, lo ha reso un reato perseguibile d’ufficio e per cui non è ammessa la libertà su cauzione, ha aumentato le pene detentive per la maggior parte dei tipi di violenza sessuale e ha previsto la pena di morte nei casi in cui lo stupro abbia causato la morte della vittima o l’abbia lasciata in stato vegetativo o abbia come vittima una bambina. Secondo la legge, inoltre, un agente di polizia che si rifiuta di presentare un Fir (First Information Report) su un caso di stupro rischia la reclusione fino a un anno o una multa o entrambe le cose.
Eppure, la situazione non è migliorata.Secondo la polizia, in India viene denunciato uno stupro ogni venti minuti circa, mentre ogni diciotto minuti viene denunciata una qualche forma di violenza sessuale. Sempre secondo dati rilasciati dalle forze dell’ordine, c’è stato un incremento del centoquaranta per cento circa dei casi di stupro e del cinquecento per cento dei casi di molestie sessuali. Il West Bengal, lo stato in cui si trova Calcutta, è al secondo posto nel numero di stupri denunciati, e al primo nella poco lusinghiera classifica degli stupri non puniti. Nonostante il Chief Minister dello stato sia una donna, Mamata Banerjee: che ha però il vezzo, ogni volta che in città o nello stato avviene uno stupro particolarmente efferato, di incolparne i suoi avversari politici, di coprire i responsabili e, infine, di incolpare la vittima: che, se fosse stata a casa come tutte le brave ragazze, sarebbe ancora viva.
Era successo, sempre nel 2012, nel caso di Suzette Jordan, attivista dei diritti umani brutalmente stuprata una notte nel centro elegante di Calcutta: Mamata aveva incolpato i suoi avversari politici per aver “montato” il caso e fatto a pezzi moralità e personalità di Suzette. In quest’ultimo caso l’ineffabile signora, dopo aver trasferito in fretta e furia i vertici dell’ospedale e aver passato in tutta calma il caso, dopo giorni in cui la polizia cittadina inquinava le prove, agli investigatori del Central Bureau of Investigation, si è messa in marcia alla testa di uno scelto gruppo di persone per protestare contro il suo stesso governo. E contro sé stessa, visto che detiene anche i portafogli di ministro della Salute e degli Interni dello stato. Giorni prima, in piazza erano scese, a Calcutta e in tutta l’India, migliaia di donne, ragazze e bambine al grido di “Riprendiamoci la notte”: contro i manifestanti era stata schierata la polizia, e la Banerjee ha fatto arrestare centinaia di persone colpevoli di aver diffuso sui social i dettagli del delitto facendo in modo che trasparisse l’identità della vittima.
“Abbiamo fatto marce e fiaccolate, campagne contro lo stupro e lo sfruttamento delle donne. Le leggi sono state rafforzate e rese più dure ma, a quanto pare, non è servito a niente. Non è servito a niente perché siamo ancora qui a guardarci incredule davanti all’ennesimo orrore, che è sempre un po’ peggiore di quello precedente” commenta Urmi Basu, fondatrice e direttore esecutivo dell’Ong “New Light” di Calcutta. Attivisti e sociologi sono difatti concordi nel ritenere che non basta discutere di pene e misure di sicurezza, ma c’è bisogno di compiere un lavoro quotidiano e certosino nelle scuole e nelle famiglie. “Bisogna cambiare la mentalità corrente, la mentalità di una società schizofrenica che venera la Dea come forza creativa e che ‘onora’ le proprie donne negando loro libertà e diritti. Una società che produce premier, scienziati, capitani d’industria, giudici di Corte suprema e presidenti della Repubblica donna ma che non riesce a ancora fare i conti con la parità di diritti e di trattamento per ragazzi e ragazze”.