"VI SUPPLICO: CONVERTITEVI!" (REGINA DELLA PACE-MEDJUGORJE)

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Il ritorno dello spettro di una guerra nucleare: 12 mila testate in mano a 9 Paesi, 3.900 sono schierate e 2.100 pronte all’uso

diGiuseppe Sarcina- Corriere della Sera – 26 Settembre 2024

La tecnologia fornisce armi sofisticate, ma i negoziati per arginarle sono bloccati

Una bolla immensa di luce si abbatte su Londra. Distrugge il Parlamento di Westminster, poi Buckingham Palace e il grattacielo «The Shard», progettato da Renzo Piano. Sventra palazzi, rade al suolo interi quartieri. Alla fine ecco il profilo sinistro del fungo atomico che si innalza sulla capitale britannica.

Il video dura quattro minuti. È la simulazione di un bombardamento nucleare russo sulla metropoli inglese che si conclude con stime terrificanti: 850 mila morti, oltre 2 milioni di feriti. Il filmato era già circolato nei mesi scorsi, ma è ricomparso in questi giorni sul canale tv Tsargrad che fa capo all’oligarca Konstantin Malofeev, uomo d’affari molto legato alla Chiesa ortodossa e, soprattutto, a Vladimir Putin.

Solo una provocazione, un’altra trovata del marketing del terrore promosso da Mosca? Naturalmente tutti noi speriamo che sia così. Intanto, però, ieri lo stesso Putin ha dichiarato: tratteremo come aggressori quelle potenze nucleari che appoggeranno chi attaccherà il nostro territorio; potremmo rispondere con le armi atomiche.

Dopo aver visto il virtuale annientamento di Londra, i media britannici hanno concluso che l’avvertimento di Putin fosse diretto soprattutto al governo guidato da Keir Starmer, uno dei più convinti sostenitori della strategia di Volodymyr Zelensky. Vale a dire colpire duramente le basi militari anche all’interno del territorio nemico. 

L’inquietudine

In ogni caso le parole del leader russo e quelle immagini apocalittiche riaccendono le inquietudini nell’opinione pubblica dei Paesi occidentali. Non si può escludere, come dicono i generali del Pentagono, il rischio di un’escalation nucleare.

Sabato 21 settembre si è saputo che era fallito un nuovo test del missile intercontinentale Sarmat, in grado di trasportare testate atomiche. È uno degli ordigni più micidiali custoditi nei depositi russi. Nel 2018 Putin mostrò una clip in cui si vedeva un Sarmat piombare sulla Florida.

Ma il problema non è solo Putin. Con una sovrapposizione che non sembra affatto casuale, si sta muovendo anche la Cina. Due giorni fa Pechino ha lanciato un missile intercontinentale, caduto poi nell’Oceano Pacifico. Non accadeva dal 1980. A quanto risulta, Washington ha seguito con allarme quello che il ministero della Difesa cinese ha definito «un test di routine».

In realtà il mondo sta vivendo una fase di riarmo nucleare, come conferma l’ultimo rapporto dell’istituto Sipri, (Stockholm international peace research institute), pubblicato l’altro giorno, martedì 24 settembre.

 L’autorevole istituto svedese raffigura uno scenario preoccupante, sulla base dei pochi dati ufficialmente disponibili. Oggi gli Stati in possesso di un arsenale atomico sono nove: Stati Uniti, Russia, Regno Unito, Francia, Cina, India, Pakistan, Corea del Nord e Israele. In totale questo gruppo di Paesi dispone di 12.121 testate nucleari, di cui 9.585 potenzialmente pronte all’uso. 

Il lancio immediato

Il Sipri calcola che sono già schierati 3.904 ordigni, tra cui 2.100 in condizione di «elevata prontezza operativa», cioè predisposti al lancio immediato. Attenzione, perché quelli già pronti a colpire sono 100 in più rispetto allo scorso anno. Questo significa che il trend di contenimento, se non di riduzione dei rischi si è invertito.

Stati Uniti e Russia controllano il 90% degli armamenti. Nel dettaglio Washington dispone di 5.044 testate, di cui 1.770 «dispiegate». Mosca contrappone un totale di 5.580 ordigni, con 1.710 già operativi.

Nella classifica delle potenze atomiche seguono il Regno Unito, con un totale di 225 bombe, tra cui 120 in campo; la Francia, con un numero complessivo di 290 e 280 schierate. La Cina guidata da Xi Jinping, al momento, sembra lontana: solo 24 dispositivi attivati, ma con un inventario di 500 bombe. 

I piani di Pechino

Tuttavia i piani di Pechino sembrano destinati a cambiare gli equilibri della deterrenza o del pericolo globale. Si prevede che entro il 2030 i cinesi raggiungeranno Stati Uniti e Russia per numero di missili balistici intercontinentali. Anche altri Paesi, come Regno Unito, India e Pakistan, prevedono di aumentare le scorte atomiche.

Stiamo assistendo a due fenomeni contrapposti. Da una parte lo sviluppo tecnologico fornisce armamenti sempre più sofisticati e sempre più devastanti. Dall’altra la diplomazia internazionale non sembra in grado di riprendere i negoziati per arginare la proliferazione nucleare.

Il dialogo interrotto

Il dialogo tra Stati Uniti e Russia si è interrotto nel febbraio del 2023, quando Putin ha deciso di sfilarsi dal Trattato «New Start» che fissava un tetto di 1.550 testate nucleari e di 700 «vettori» (missili, aerei, sommergibili) per parte. Eppure due anni prima, nel febbraio 2021, il presidente russo aveva accettato di prolungare la durata dell’accordo fino al 2026. E a lungo Biden ha sperato di coinvolgere anche Xi Jinping nelle trattative per il parziale disarmo. Ma l’aggressione all’Ucraina ha cambiato tutto.

Putin vuole cambiare la dottrina nucleare: «Pronti a usare l’atomica»

di Fabrizio Dragosei- Corriere della Sera – 26 Settembre 2024

Un Consiglio di sicurezza straordinario «sulla deterrenza nucleare» serve ad ammonire l’Occidente: anche un attacco di Paesi senza armi atomiche, ma supportati da potenze nucleari, potrebbe essere considerato minaccia critica

Un attacco contro la Russia condotto con razzi, droni, aerei, «armi aeree e spaziali» e quant’altro da un Paese che non dispone di bombe atomiche ma «con la partecipazione o l’appoggio di uno Stato nucleare» potrà essere considerato una «aggressione congiunta contro la Federazione Russa». 
E così «anche se il nemico, utilizzando armi convenzionali, crea una minaccia critica» a Russia o Bielorussia. 

Ognuna di queste evenienze sarebbe tale da mettere in moto una risposta di Mosca con il ricorso ad armi nucleari. È questa la sostanziale modifica che sta per essere apportata alla dottrina del Paese che dispone del più grande arsenale atomico del globo, assieme agli Stati Uniti, che con la Russia possiedono l’88 per cento delle armi atomiche del mondo. 

E Putin ha sottolineato particolarmente che basta l’appoggio di una potenza nucleare a un Paese non nucleare che attacchi la Russia perché questo attacco sia considerato «un’aggressione congiunta». 

Perché sia efficace, la deterrenza deve essere credibile. Il tuo nemico, cioè, deve essere convinto che in determinate circostanze farai veramente quello che hai minacciato di fare. E per Vladimir Putin, che ieri sera ha presieduto al Cremlino una riunione specifica del Consiglio di Sicurezza russo sulla «deterrenza nucleare», questo è un problema. Perché ha già sollevato più volte lo spettro del ricorso all’arma atomica ma, per fortuna, non lo ha mai fatto. 
E gli ucraini stanno convincendo un numero sempre maggiore di alleati occidentali che lo zar stia semplicemente bluffando. 

Ricorrere a ordigni di questo tipo, per quanto «piccoli» o «tattici» o «di teatro» come dicono gli esperti (ma sempre più potenti dei due di Hiroshima e Nagasaki) potrebbe portare a una escalation che nessuno sa dove si fermerebbe. Forse a quella previsione attribuita ad Albert Einstein che la guerra successiva verrebbe combattuta dai sopravvissuti «con i sassi».

Ma ora le cose cambiano, a quanto sembra, e il nuovo pensiero del Cremlino viene scritto nero su bianco. Putin ha aperto la seduta di ieri ricordando che il documento da approvare era stato preparato da esperti e militari. In passato la Russia ha fatto di tutto, secondo lui, per non inasprire la situazione. 

«Abbiamo cercato di non consentire un allargamento strisciante degli armamenti e dei loro componenti. Oggi la triade nucleare è essa stessa garanzia di sicurezza. La situazione sta cambiando e siamo obbligati a tener conto anche di nuove fonti di minacce. È necessario correggere l’approccio a un eventuale uso delle forze nucleari». 

Ecco quindi la possibile risposta a un’azione ucraina appoggiata da Stati Uniti e Paesi nucleari europei (Gran Bretagna e Francia). Esattamente quello di cui si discute in questi giorni. 

Ma cosa potrebbe fare Mosca? L’uso di una atomica contro il territorio di Kiev avrebbe certamente effetti catastrofici e conseguenze imprevedibili. Ecco allora che forse gli strateghi di Putin pensano a una azione «dimostrativa», magari in mare. Ma anche in questo caso, nessuno può dire fin dove si arriverebbe. Intanto, quasi a sottolineare quello che in serata ha detto il leader, i media russi ieri hanno rilanciato un vecchio filmato con una simulazione di quello che significherebbe un attacco nucleare su Londra

Putin va dagli sciamani: “Si è fatto benedire per piegare l’Ucraina”

di Rosalba Castelletti – La Repubblica

Il presidente russo mischia riti pagani e misticismo ortodosso.

A Mosca la voce che volesse il via libera a usare il nucleare:

“Falso, è interessato a elisir di lunga vita e reincarnazione”

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17 Settembre 2024

Da Tuva alla Mongolia con superstizione. C’è un motivo se, a inizio settembre, Vladimir Putin ha visitato il capoluogo tuvano, Kyzyl, e da lì è volato nella capitale mongola, Ulan Bator, sfidando il mandato d’arresto della Corte Penale Internazionale. E non ha nulla a che fare con le ragioni della politica. Il comun denominatore tra le due visite è la fede ancestrale del presidente russo negli sciamani, quei sacerdoti che si dicono capaci di viaggiare nell’aldilà e di comunicare con spiriti e divinità. «La Mongolia e Tuva sono considerate la patria degli sciamani più potenti al mondo. E Putin combina da tempo il misticismo ortodosso con le tradizioni pagane», spiega Mikhail Zygar, ex fondatore e direttore della tv indipendente Dozhd e autore di All the Kremlin’s Men (“Tutti gli uomini del Cremlino”). E il politologo Abbas Galljamov, ex scrittore di discorsi di Putin, lo conferma.

Ufficialmente a Kyzyl Putin ha inaugurato una lezione di patriottismo in una scuola locale e a Ulan Bator ha partecipato alle celebrazioni dell’85° anniversario della battaglia di Khalkhin Gol che vide mongoli e sovietici sconfiggere i giapponesi. In realtà lo scopo principale dei due viaggi sarebbe stato incontrare i potenti sciamani tuvani e mongoli. A organizzare la missione — la terza in Mongolia in dieci anni, l’ennesima a Tuva — sarebbe stato Mikhail Kovalchuk, uno dei più stretti consiglieri di Putin e presidente dell’Istituto Kurchatov, dove nacque la prima bomba atomica sovietica. Un coinvolgimento non disinteressato: a Mosca circolerebbe voce che Putin cercasse la benedizione degli spiriti a usare l’arma nucleare, o “arma di Dio” come la chiama il falco Sergej Karaganov.

«Senza il consenso degli sciamani, non potrebbe intraprendere un passo così importante per paura di far arrabbiare gli spiriti. Tuttavia, questa versione sembra pura fantasia. Nessuna delle mie fonti può confermarlo», precisa Zygar. L’ex speechwriter Galljamov, invece, cavalca l’ipotesi. «Oltre a ricevere la benedizione per l’uso delle armi nucleari — scrive — Putin era interessato anche alla questione della propria longevità, così come alla reincarnazione». Zygar e Galljamov vivono entrambi in esilio: su di loro in patria pende la famigerata etichetta di “agente straniero” e una condanna in contumacia a otto anni di carcere per aver diffuso “fake news” sull’esercito russo. Ma entrambi coltivano fonti nell’amministrazione presidenziale. E tutte sarebbero concordi almeno su un punto: qualunque fosse l’obiettivo, la sua prossima mossa in Ucraina o un elisir di lunga vita, Putin sarebbe rimasto soddisfatto degli incontri.

Non è sempre andata così. Si racconta che, in uno dei primi rituali a cui prese parte, ai funzionari del Cremlino non piacque l’aspetto degli sciamani. Li reputavano troppo giovani e, di conseguenza, poco autorevoli. Perciò decisero di sostituirli con attori più anziani. «La cerimonia fu spettacolare e tutti furono contenti», racconta Zygar. Poco importa che fosse tutta una recita. A organizzare il primo di tanti incontri tra Putin e gli sciamani era stato l’ex ministro della Difesa e oggi capo del Consiglio di Sicurezza Sergej Shojgu. Originario di Tuva, Shojgu ha più volte accompagnato il leader del Cremlino nella sua regione natale, l’ultima — almeno stando ai bollettini del Cremlino — nel 2017.

Resta memorabile il loro viaggio del 2009 quando Shojgu era ancora ministro per le Emergenze e Putin si fece immortalare sullo sfondo della taiga mentre cavalcava a torso nudo o nuotava a farfalla in un fiume. È su consiglio di Shojgu e degli sciamani tuvani che, secondo un’inchiesta del sito investigativo Proekt, Putin avrebbe più volte fatto il bagno nel sangue estratto dalle corna dei maral, o cervi dell’Altaj, che dovrebbe ringiovanire la pelle. Nel corso di questi incontri, Putin si sarebbe inoltre convinto che forze soprannaturali lo hanno consacrato come il “Prescelto”. Prima di lanciare l’offensiva in Ucraina nel 2022, si sarebbe consultato con vari mistici, sciamani compresi, e gli avrebbero tutti predetto la vittoria. Il sospetto, però, è che da attori consumati non dicano a Putin quello che gli spiriti sussurrano loro, ma quello che il leader del Cremlino vuole sentirsi dire.

Non è il caso dell’autoproclamato “Sciamano-Guerriero” Aleksandr Gabyshev che ha tentato più volte di percorrere a piedi gli 8mila chilometri tra l’Estremo Oriente Russo e Mosca per «scacciare via dal Cremlino quel demone di Putin» con antichi riti mistici. Arrestato dopo aver percorso circa 3mila chilometri in sei mesi nel 2019, Gabyshev avrebbe voluto riprovarci nel 2021, vigilia del conflitto in Ucraina, ma non appena ha annunciato che si sarebbe rimesso in marcia dalla Jacuzia è stato ricoverato con la forza in una clinica psichiatrica. Non ne è più uscito. Ben venga lo sciamanesimo, purché non maledica l’Eletto.

La ‘trinità delle religioni’ della Russia

di Stefano Caprio- 21 Settembre 2024

Oggi l’ortodossia in Russia si caratterizza sempre più come una religione a parte, che mantiene l’aspetto formale del cristianesimo di rito slavo-orientale, e allo stesso tempo si estende sempre più ad altre confessioni “patriottiche”, fino ad associare anche l’islam e il buddismo nell’unica espressione della patria trinitaria.

La teoria della Russia che unisce i popoli e i mondi nel “mondo russo”, che da oltre due anni sostiene le motivazioni della guerra in Ucraina e da molto prima ispira la rinascita della grande Russia come centro del mondo, ha una formulazione sostanzialmente trinitaria. A partire dall’ideale tardo-medievale di “Mosca – Terza Roma”, in quanto erede di Roma e di Costantinopoli, le dimensioni della realtà russa vengono declinate in versione triadica per diversi aspetti: quello geografico, che attribuisce alla Russia tre coordinate geografiche, Settentrione-Oriente-Occidente a partire dal Circolo Polare Artico, con la metà orientale dell’Europa e la metà settentrionale dell’Asia, quello storico delle tre capitali di Kiev, Mosca e San Pietroburgo e dei tre popoli di Bielorussia, Russia e Ucraina (Russia Bianca, Grande e Piccola), e quello spirituale del cristianesimo latino, greco e slavo.

La Russia è il “mondo terzo” rispetto alle grandi potenze del passato e del presente, come accade oggi nuovamente nel confronto tra l’America e la Cina, un “popolo nuovo” rispetto agli imperi antichi di Roma e Bisanzio, e a quelli dei secoli successivi di Europa e America. Non a caso l’immagine simbolicamente decisiva della missione bellico-spirituale della Russia del presidente Putin e del patriarca Kirill, con la partecipazione di “terze figure” a turno come il metropolita Tikhon di Crimea o il comandante Prigožin della guerra globale, è l’icona della Santissima Trinità di Sant’Andrej Rublev, il monaco del Quattrocento che interpretava la rinascita della Russia di Mosca dopo il Giogo Tartaro insieme ai suoi due maestri, San Sergij di Radonež e San Stefan di Perm.

La religione è in effetti la principale fonte di ispirazione di tutte le varianti storiche della Russia, compresa quella sovietica nella versione “rovesciata” dell’ateismo di Stato. Oggi l’Ortodossia è la grande giustificazione della “difesa dei valori tradizionali” che mobilita tutta la Russia alla guerra contro l’Anticristo occidentale, e si caratterizza sempre più come una religione a parte, che mantiene l’aspetto formale del cristianesimo di rito slavo-orientale, e allo stesso tempo si estende sempre più ad altre confessioni “patriottiche”, fino a formare una nuova “trinità spirituale” che associa all’ortodossia anche l’islam e il buddismo, fino quasi a non distinguerle, nell’unica espressione della patria trinitaria.

Nel 1997, anno decisivo per la svolta del “sovranismo spirituale” che ha poi generato il regime di Vladimir Putin, la Duma di Mosca approvò una nuova legge sulla libertà religiosa, che correggeva quella troppo “liberale” del 1990 di Eltsin, associata a quella ancora più permissiva del 1991 di Gorbačev, che al tramonto dell’era sovietica permettevano a qualunque confessione religiosa di diffondere liberamente il proprio credo. Nella nuova legge, ispirata dalla Chiesa ortodossa dell’allora patriarca Aleksij II insieme al suo futuro successore, il metropolita Kirill, e sostenuta nella Duma dal risorto partito comunista di Gennadij Zjuganov, si affermava che la Russia ha una religione “storicamente principale”, appunto quella ortodossa, a cui si associavano in scala minore altre quattro “religioni tradizionali”: l’islam, l’ebraismo, il buddismo e il cristianesimo, quest’ultimo distinto dall’ortodossia per indicare le varianti protestante e cattolica, minori ma presenti in Russia da secoli.

La nuova legge, irrigidita ulteriormente con successive modifiche, impone la prevalenza dell’ortodossia rispetto a tutte le altre nello schema “1+4”, riducendo le comunità religiose non comprese nello schema allo stato di “non tradizionali” e quindi bisognose di continue conferme e revisioni per permettere la loro esistenza, fino all’esclusione totale di quelle più refrattarie alla registrazione e al controllo, come i Testimoni di Geova, i Pentecostali e il movimento di Scientology. Le 4 “meno tradizionali” sono comunque confinate per principio all’assistenza delle “etnie minori” dell’islam caucasico, il buddismo asiatico e il cristianesimo polacco-tedesco, presenti in varia misura sui territori della Federazione, mentre i “veri russi” sono comunque associati all’ortodossia, anche senza il battesimo e gli altri sacramenti. Con lo sviluppo bellico-religioso degli ultimi anni, delle quattro “minori” di fatto due si esaltano e due scompaiono: islam e buddismo sono sempre più in linea con l’ortodossia, mentre cattolici/protestanti ed ebrei rappresentano i “popoli ostili”, per quanto le loro gerarchie si sforzino di apparire leali col regime militare vigente.

Un articolo di questi giorni sulla Nezavisimaja Gazeta parla in effetti di un sistema religioso “tripartitico” in Russia. L’ebraismo, che i russi determinano con il titolo in sé poco benevolo di iudaizm, subisce gli effetti di un antisemitismo ancestrale dei russi, con i tanti pogrom che li spinsero dalla Bielorussia verso le terre meridionali della Novorossija, la zona del mar Nero tra Odessa e Soči da cui salparono i fondatori del moderno Stato d’Israele. Per quanto il rabbino capo italo-americano Berl Lazar, in Russia dal 1990, si sforzi di apparire “più russo dei russi”, sostenendo entusiasticamente le politiche del Cremlino, gli ebrei oggi sono nuovamente emarginati e perseguitati, soprattutto nelle regioni islamiche caucasiche, ma anche nel resto della Federazione. Per quanto uno dei soggetti federali sia il “Distretto autonomo ebraico” di Birobidžan nella Siberia orientale, creato ai tempi di Stalin come “ghetto ebraico” dell’impero, di fatto oggi gli ebrei russi cercano il più possibile di fuggire dalla Russia, che sostiene i palestinesi nel conflitto in corso dal 7 ottobre dello scorso anno, cercando di raggiungere Israele, il Paese più russofono dopo quelli ex-sovietici.

Anche i protestanti delle confessioni più storicamente radicate in Russia, come i battisti, i luterani e gli ingermanladtsy (scandinavi e finnici), si presentano in ogni occasione come grandi sostenitori della “guerra santa” contro il mondo occidentale, ma la loro stessa identità germanica, baltica e finnica li collega con le regioni meno allineate con Mosca, e oltre i confini con le nazioni europee meno “amichevoli”. Per non parlare dei cattolici, rappresentati in parte preminente dai polacchi e dai lituani, e dagli stessi tedeschi storicamente presenti sul territorio russo. Anche i sei vescovi cattolici (un italiano, tre tedeschi, un polacco e un russo) professano la loro fedeltà alla Russia senza condannare la guerra pur invocando la pace, e alcuni sacerdoti latini russi sostengono pubblicamente la causa bellica, ma la Chiesa “romano-cattolica” è affiancata anche da diverse comunità greco-cattoliche, molto vicine per tradizione ed etnia ai grandi nemici ucraini, e alcune sono state già soppresse dall’alto come “nemiche della Russia”.

L’articolo della Nezavisimaja Gazeta mette piuttosto in rilievo la centralizzazione delle comunità buddiste in Russia, dopo che la Sangkha si era divisa per anni in diversi centri regionali, quello della Calmucchia, della regione di Tuva e della Buriazia, senza mai trovare forme efficaci di unità. Ora il buddismo russo, che rappresenta almeno 6-7 milioni di persone (protestanti, cattolici ed ebrei a stento radunano 4 milioni tutti insieme), ha una nuova sede a Mosca per tutti, e diffonde le sue lamentele per le offese sacrileghe contro Buddha, mentre sostiene entusiasticamente la guerra in Ucraina, in cui i soldati delle regioni buddiste sono tra le principali riserve di “carne da cannone”, con la presenza di cappellani buddisti arruolati direttamente come militari. Nei giorni scorsi è stato festeggiato il 260° anniversario della gerarchia buddista buriata Khambo-lam, con grandi congratulazioni dal presidente Putin e da tutta la dirigenza del Cremlino, soprattutto dall’ex-ministro della difesa Sergej Šojgu, considerato nella nativa Tuva un eroe buddista semi-divino.

L’islam caucasico e asiatico è da sempre un grande sostenitore dell’ortodossia russa, da tradizioni che risalgono alla conversione maomettana dei Khan tatari quando ancora dominavano la Rus’, in sintonia con la Chiesa ortodossa moscovita che traeva grandi vantaggi dai rapporti amichevoli con l’Orda d’Oro del Volga. In un certo senso, l’alleanza tra ortodossi e musulmani è una garanzia storica del dominio imperiale russo sui diversi popoli, tenendo alla larga le versioni più radicali e terroristiche, pur sempre minacciose a partire dai territori dell’Asia centrale. Con il buddismo, l’islam completa la “trinità delle religioni”, e il patriarca Kirill non perde occasione di mostrare quanto l’ortodossia russa sia in grado di unire i popoli e le confessioni nel grande trionfo dei “valori tradizionali morali e spirituali”.

Alla comunione trinitaria sembra però affacciarsi sempre più una quarta ipostasi, anch’essa discendente dalle tradizioni dei popoli della Russia asiatica, a cui lo stesso presidente Putin guarda con particolare interesse. Si tratta dello sciamanesimo mongolo, riconosciuto in Russia come confessione ufficiale pur “ancor meno tradizionale”, ma nel viaggio recente di Vladimir Putin in Mongolia, passando per Tuva, pare ci sia stato un consulto con alcuni sciamani locali riguardo al corso da tenere nella guerra con l’Ucraina, come affermano diverse fonti. Putin si era recato più volte in queste terre, accompagnato dal fido Šojgu, ma questa volta la causa avrebbe assunto un carattere veramente apocalittico: secondo alcuni, il presidente avrebbe chiesto agli sciamani la benedizione per l’uso delle armi nucleari, ed è tornato rincuorato dalle loro assicurazioni che tale scelta non farebbe troppo infuriare gli spiriti maligni. In questo caso, lo sciamanesimo sorpasserebbe anche la “trinità tradizionale”, imponendo un culto che si dissolve nella spiritualità più pura e assoluta, quella della scomparsa degli esseri umani dalla terra.

“Nihil obstat”: il Vaticano dà il via libera alla devozione a Medjugorje

La valutazione degli abbondanti e diffusi frutti tanto belli e positivi non implica dichiarare come autentici i presunti eventi soprannaturali, ma soltanto evidenziare che ‘in mezzo’ a questo fenomeno spirituale di Medjugorje lo Spirito santo agisce fruttuosamente per il bene dei fedeli”. Decisive per la valutazione positiva le nuove norme promulgate dal Papa lo scorso maggio

Matteo Matzuzzi  19 set 2024 – IL FOGLIO

Pubblicata la Nota “La Regina della Pace” che riconosce i frutti positivi dei fenomeni spirituali iniziati nel 1981. Nessuna decisione sul riconoscimento delle apparizioni

Roma. “E’ arrivato il momento di concludere una lunga e complessa storia attorno ai fenomeni spirituali di Medjugorje. Si tratta di una storia in cui si sono susseguite opinioni divergenti di vescovi, teologi, commissioni e analisti”. Inizia così “La Regina della Pace”, la Nota del dicastero per la Dottrina della fede che pone fine a quarant’anni di discussione sul “fenomeno Medjugorje”.

La decisione del Vaticano è positiva, “nihil obstat” alla devozione e all’esperienza spirituale che ha avuto inizio sulle colline bosniache nel 1981. Attenzione, però: se i frutti permettono il via libera, sulla veridicità delle apparizioni la Chiesa non si esprime. Dopotutto non è più necessario: con le recenti norme pubblicate lo scorso maggio, infatti, la valutazione sui frutti spirituali è slegata dalla dichiarazione di soprannaturalità di un dato fenomeno. Infatti, si legge nella Nota pubblicata oggi, “la valutazione degli abbondanti e diffusi frutti tanto belli e positivi non implica dichiarare come autentici i presunti eventi soprannaturali, ma soltanto evidenziare che ‘in mezzo’ a questo fenomeno spirituale di Medjugorje lo Spirito santo agisce fruttuosamente per il bene dei fedeli. Pertanto si invita ad apprezzare e condividere il valore pastorale di questa proposta spirituale”. Per fugare ogni dubbio, il dicastero sottolinea ancora che “la valutazione positiva della maggior parte dei messaggi di Medjugorje come testi edificanti non implica dichiarare che abbiano una diretta origine soprannaturale. Di conseguenza, quando ci si riferisce a ‘messaggi’ della Madonna, si deve intendere sempre ‘presunti messaggi’”.

I vescovi sono invitati a conformarsi alla decisione vaticana, anche coloro che da sempre nutrono più d’un dubbio sulle apparizioni: “Anche se possono sussistere diversi pareri circa l’autenticità di alcuni fatti o su alcuni aspetti di questa esperienza spirituale, le autorità ecclesiastiche dei luoghi dove essa sia presente sono invitate ad apprezzare il valore pastorale e a promuovere pure la diffusione di questa proposta spirituale. Valutando prudenzialmente quanto accade nel proprio territorio, resta comunque ferma la potestà di ogni vescovo diocesano di decidere al riguardo. Pur essendo ampiamente diffusi in tutto il mondo i frutti positivi di questo fenomeno spirituale, ciò non nega che possano esserci dei gruppi o delle persone che, utilizzando inadeguatamente questo fenomeno spirituale, agiscano in un modo sbagliato”. Per i pellegrini, un’avvertenza fondamentale: “Le persone che si recano a Medjugorje siano fortemente orientate ad accettare che i pellegrinaggi non si fanno per incontrarsi con i presunti veggenti, ma per avere un incontro con Maria, Regina della Pace, e, fedeli all’amore che lei prova verso suo Figlio, per incontrare Cristo ed ascoltarlo nella meditazione della Parola, nella partecipazione all’Eucaristia e nell’adorazione eucaristica. Come accade in tanti Santuari diffusi in tutto il mondo, nei quali la Vergine Maria è venerata con i più variegati titoli”.

I frutti di Medjugorje sono tanti: “Per tante persone la vita è cambiata dopo aver accolto la spiritualità medjugoriana nella vita quotidiana (messaggi, preghiera, digiuno, adorazione, Santa Messa, confessione…), e come conseguenza hanno preso una decisione a favore della chiamata sacerdotale o religiosa. Certuni sentono di aver ricevuto a Medjugorje la conferma decisiva di una vocazione maturata già da tempo. Ci sono altresì tanti casi di scoperta della vocazione particolare fuori di Medjugorje, ma nel contesto di gruppi ispirati dalla sua spiritualità e dalla lettura di libri attorno a questa esperienza”.

Non solo, visto che “non mancano tante vere conversioni di persone lontane da Dio e dalla Chiesa, le quali sono passate da una vita segnata dal peccato a cambiamenti esistenziali radicali orientati al Vangelo. Nel contesto di Medjugorje si riportano pure numerosissime guarigioni. Tanti altri hanno scoperto la bellezza di essere cristiani. Per molti, Medjugorje è diventato un luogo scelto da Dio per rinnovare la loro fede: c’è, quindi, chi vive questo luogo come un nuovo punto di partenza per il suo cammino spirituale. In alcuni casi, molti hanno potuto superare le proprie crisi spirituali grazie all’esperienza di Medjugorje. Altri riferiscono il desiderio suscitato nel contesto di Medjugorje di donarsi profondamente al servizio di Dio nell’obbedienza verso la Chiesa o a un maggiore impegno nella vita di fede nella propria parrocchia di origine. In molte nazioni in tutto il mondo, nel frattempo, sono sorti tantissimi gruppi di preghiera e devozione mariana, ispirati dall’esperienza spirituale di Medjugorje. Sono sorte anche opere di carità legate a diverse comunità e associazioni, in particolare quelle che si occupano di orfani, tossicodipendenti, alcolisti, ragazzi con diverse problematiche, disabili.  E’ particolarmente notevole la presenza di molti giovani, di coppie giovani e di adulti, che riscoprono a Medjugorje la fede cristiana tramite la Madonna: questa esperienza li indirizza verso Cristo nella Chiesa”. In ogni caso, “al di là di questi frutti concreti, il luogo è percepito come uno spazio di grande pace, di raccoglimento e di pietà sincera e profonda che contagia”.

Quanto ai messaggi, sono indispensabili alcuni chiarimenti: “L’insieme dei messaggi possiede un grande valore ed esprime con parole differenti i costanti insegnamenti del Vangelo. Alcuni pochi messaggi si allontanano da questi contenuti così positivi ed edificanti e sembra persino che arrivino a contraddirli. E’ conveniente stare attenti perché questi pochi elementi confusi non mettano in ombra la bellezza dell’insieme. Per evitare che questo tesoro di Medjugorje sia compromesso – chiarisce la Nota – è necessario chiarire alcune possibili confusioni che possono condurre gruppi minoritari a distorcere la preziosa proposta di quest’esperienza spirituale, soprattutto se si leggono parzialmente i messaggi. Questo ci porta a ricordare ancora un principio decisivo: quando si riconosce un’azione dello Spirito Santo in mezzo a un’esperienza spirituale, ciò non significa che tutto quello che appartenga a quell’esperienza sia esente da ogni imprecisione, imperfezione o possibile confusione. Va ricordato nuovamente che questi fenomeni ‘a volte appaiono connessi ad esperienze umane confuse, ad espressioni imprecise dal punto di vista teologico o ad interessi non del tutto legittimi’. Questo non esclude la possibilità di ‘qualche errore d’ordine naturale non dovuto a una cattiva intenzione, ma alla percezione soggettiva del fenomeno'”.

Guerra in Ucraina, un milione di morti e feriti. Il politologo Ivan Krastev: «Quante persone puoi perdere prima di perdere il tuo futuro?»

di Alessandra Muglia – Corriere della Sera – 18 Settembre 2024

II bilancio è molto più alto di quello ammesso da Putin e Zelensky. I governi di Mosca e Kiev non comunicano dati ufficiali, ma dall’inizio della guerra hanno pagato un costo umano enorme

Il conflitto in Ucraina avrebbe raggiunto il milione di vittime, tra morti e feriti su entrambi i fronti. Ragazzi colpiti nel momento più produttivo della loro vita, con conseguenze a lungo termine per Paesi che erano alle prese con un calo demografico già prima dell’inizio dell’invasione. L’ultima stima sulle vittime di due anni e mezzo di questa guerra arriva dal Wall Street Journal. Di stima si tratta perché i dati ufficiali sono considerati segreti di Stato. Russia e Ucraina si rifiutano di pubblicare i numeri e anche quando hanno divulgato cifre, sono apparse poco attendibili. Arrivare dunque a calcolare il costo umano del conflitto nel cuore dell’Europa non è semplice. 

Il quotidiano americano ha avuto accesso a una stima riservata fatta da Kiev a inizio 2024 che indicava 80.000 soldati ucraini morti e 400.000 feriti. Un bilancio ben più alto di quello presentato dal presidente Volodymyr Zelensky, che a febbraio parlava di 31.000 militari caduti, senza rivelare il numero dei feriti. 

Pochi mesi prima la demografa Ella Libanova, direttrice dell’Accademia delle Scienze ucraina, al Corriere aveva fatto una valutazione ancora più alta, con 100.000 decessi al fronte. Tra i tanti indicatori usati c’erano le sim dei cellulari. «Per evitare di contare come due persone chi ha semplicemente due telefonini addosso abbiamo accesso anche alla geolocalizzazione» spiegava all’inviato Andrea Nicastro. 

Passando al fronte opposto, quello degli aggressori, le stime dell’intelligence occidentale citate dal Wsj quantificano le perdite russe in 200.000 morti e 400.000 feriti. Questo dato è vicino alle valutazioni di Kiev sulle vittime di Mosca: oltre 635.000 tra morti e feriti. 

Ma documenti trapelati dal Pentagono, riportati a luglio dall’Economist, suggeriscono che le perdite russe potrebbero essere ancora maggiori: fino a 728.000 soldati uccisi, feriti o catturati. Scarsamente addestrati per avanzare nell’Est dell’Ucraina, da poco più di un mese sono anche impegnati a contrastare l’incursione ucraina in casa loro, nella regione di Kursk. 

Il progressivo aumento delle vittime da entrambe le parti getta un’ombra sul futuro di Paesi che già prima della guerra stavano lottando contro il calo demografico. E appare paradossale che una delle motivazioni che ha spinto il presidente russo Vladimir Putin all’invasione del vicino nel 2022 fosse quella di aumentare la popolazione russa assorbendo gli ucraini. «La demografia è una priorità per Putin, e vuole usare l’Ucraina e il suo popolo per consolidare il nucleo slavo della Russia», ha chiarito Ivan Krastev, politologo di origine bulgara e autore di un libro di prossima pubblicazione sulla demografia europea. Mosca ha guadagnato 2,4 milioni di abitanti con l’annessione della Crimea, e pochi altri nei territori occupati dopo l’invasione su larga scala, in cui però ne avrebbe perso almeno 200 mila, senza contare gli oltre 600.000 russi fuggiti dal Paese dall’inizio dell’«operazione speciale». Si tratta principalmente di giovani professionisti che hanno potuto permettersi di trasferirsi in paesi stranieri e iniziare una nuova vita. 

Ma le perdite sono molto più dannose per l’Ucraina, la cui popolazione è un quarto di quella del suo gigantesco vicino: con le invasioni e la conquista di parti di territorio ucraino da parte di Mosca nell’ultimo decennio, l’Ucraina ha perso almeno 10 milioni di persone, sommando quanti sono finiti sotto occupazione e quanti si sono rifugiati all’estero. Il risultato è che oggi la popolazione nel territorio controllato da Kiev è scesa sotto i 27 milioni. 

Per l’Ucraina, il dilemma è esistenziale, considera Krastev: «Quante persone puoi perdere in una guerra prima di perdere il tuo futuro?».

L’attacco ucraino a Toropets per dire a Biden che “il piano Zelensky” può chiudere la guerra

dal nostro corrispondente Paolo Mastrolilli . La Repubblica- 19 Settembre 2024

La strategia di Kiev per vincere sarà presentata a New York la prossima settimana

NEW YORK — «Pensiamo presenti una strategia e un piano che possono funzionare». È positivo il giudizio dell’ambasciatrice americana all’Onu, Linda Thomas Greenfield, dopo che il governo ucraino ha informato il segretario di Stato Blinken su come intende portare a termine la guerra. I dettagli del “piano per la vittoria” annunciato dal presidente Zelensky non sono ancora noti, anche perché il programma prevede che lo illustri a Joe Biden durante l’incontro che avranno la settimana prossima, a margine dell’Assemblea Generale dell’Onu. Il dipartimento di Stato ha confermato che Blinken è stato informato sui contenuti, durante la recente visita a Kiev, e le prime reazioni sono incoraggianti

Zelensky sa che le elezioni del 5 novembre comporteranno un’accelerazione sul fronte dell’invasione russa. Se vincesse Trump, il suo vice Vance ha già lasciato intendere che cercherebbe di porre fine al conflitto creando delle zone demilitarizzate nei territori ucraini occupati da Mosca. Di fatto un passaggio sotto il controllo del Cremlino, anche se non ufficiale. I combattimenti così si fermerebbero, ma in cambio Kiev dovrebbe affermare la propria neutralità, rinunciando ad entrare nella Nato, e forse anche nell’Ue. Se vincesse Harris ci sarebbe più continuità, perché lei ha confermato di considerare l’aggressione di Putin come una minaccia per la sicurezza dell’intera Europa e degli interessi Usa. La guerra però sta logorando tutte le parti, tanto chi la sta combattendo sul terreno, quanto chi la sostiene sul piano militare, economico e diplomatico. Quindi cresce l’esigenza di cercare una soluzione.

Zelensky da diverse settimane ha annunciato che sta lavorando ad un “piano per la vittoria”, che porti alla fine del conflitto senza la capitolazione. L’offensiva a Kursk è stata un’anticipazione, che serviva a distrarre le forze armate russe dal Donbass e prendere territori da usare come merce di scambio nell’eventuale negoziato. Il piano punta a rafforzare le posizioni di Kiev, in modo da avere leve nelle trattative. A questo scopo, però, servono le armi a lunga gittata e il permesso ad utilizzarle contro il territorio russo per colpire le basi militari e logistiche da cui partono gli attacchi verso le città ucraine, consolidare e possibilmente ampliare le conquiste fatte oltre il confine. Kiev però ha sviluppato anche le sue armi in grado di raggiungere il territorio russo, come dimostra l’attacco con i droni a Toropets.

Il capo del Pentagono Austin ha detto che il piano non è stato discusso durante l’ultimo incontro a Ramstein, ma emissari del governo hanno già portato a Washington la lista degli obiettivi che vorrebbero colpire. L’8 settembre Zelensky ha rivelato di aver discusso alcuni elementi del piano anche con una delegazione parlamentare, e martedì il portavoce del dipartimento di Stato Miller ha confermato che è stato anticipato a Blinken la settimana scorsa a Kiev. Il via libera definitivo però potrà venire solo dall’incontro con Biden la settimana prossima.

Testata l’arma segreta di Kiev: apocalisse nel cuore della Russia

di Gianluca Di Feo –  La Repubblca- 19 Settmbre 2024

Una gigantesca esplosione manda in fumo migliaia di tonnellate di proiettili e missili a Toropets, a 410 km da Mosca

Probabile l’uso del nuovo Palianytsia, di fabbricazione ucraina. Zelensky esulta: “Successo militare molto importante

In oltre trenta mesi di guerra e orrore non c’è mai stato nulla di così apocalittico. La notte è stata squarciata da una serie di gigantesche colonne di fuoco, che si sono alzate nel cielo simili a funghi atomici. Come nelle esplosioni nucleari, i sismografi di tutto il mondo hanno registrato un’energia pari a un terremoto di magnitudo 2,8 seguita pochi minuti dopo da una seconda scossa: epicentro alle porte di Toropets, 480 chilometri a Nord-Ovest di Mosca, sede di uno dei più grandi depositi di armamenti dell’esercito russo.

Ieri prima dell’alba uno sciame di nuovi droni ucraini si è abbattuto sulla santabarbara estesa per 13 chilometri quadrati, con dozzine di bunker dove prima del conflitto erano custodite 19mila tonnellate di proiettili e missili: una riserva che secondo alcune fonti nell’ultimo anno sarebbe diventata di 30mila tonnellate. Le immagini satellitari delle scorse settimane mostrano casse di munizioni accatastate nei piazzali, senza le minime precauzioni. Dopo l’attacco, invece, le foto dallo spazio documentano una situazione infernale: l’intera base è costellata di roghi, mentre proseguono le detonazioni e una nuvola colossale si spande nell’atmosfera. È come se un vulcano si fosse risvegliato all’improvviso nel cuore della Russia.

Zelensky esulta, lodando «il successo militare molto importante ottenuto in territorio russo». Il presidente ha ringraziato il servizio di sicurezza Sbu, l’intelligence militare Gur e le forze speciali: l’operazione deve quindi essere stata realizzata con la presenza di uomini in prossimità dell’obiettivo. Proprio il giorno prima aveva trasmesso alla Casa Bianca il suo piano per «vincere la guerra e obbligare il Cremlino a negoziare»: il bombardamento di Toropets sembra essere la premessa a un’ ondata di incursioni in profondità, questa volta condotte con un’arma ucraina in grado di supplire a quelle che gli alleati non permettono di utilizzare oltre il confine.

Nei video si sente il rumore di motori a reazione, a indicare il probabile impiego del Palianytsia: un sistema top secret a lungo raggio chiamato drone ma in realtà molto più simile a un missile cruise. Prende il nome dalla parola usata dagli ucraini per smascherare gli infiltrati russi, che non riuscivano a pronunciarla correttamente. Zelensky ne ha rivelato l’esistenza sui social lo scorso 25 agosto: «È stato progettata in patria per distruggere il potenziale offensivo del nemico». L’unica immagine presentava un piccolo ordigno con ali tozze, tanto che si ipotizzava trasportasse meno di trenta chili di tritolo. Nello stesso post su X veniva però mostrata una catena di montaggio con cilindri di dimensioni notevoli destinati a comporre un missile molto più potente. L’esordio è avvenuto a inizio settembre contro un altro deposito di munizioni a Bryansk. Poi il raid di ieri mattina a Toropets, in cui le prime tre armi ucraine sono penetrate nei bunker e li hanno fatti saltare in aria.
Le fonti ufficiali di Mosca parlano di tredici feriti, tra cui alcuni bambini, ma il bilancio non sembra credibile: i villaggi dei dintorni stanno venendo evacuati e ci sono case praticamente sventrate dall’onda d’urto. Difficile quantificare l’impatto dell’attacco sulle sorti del conflitto ma sarà sicuramente rilevante. Durante la Guerra Fredda furono costruite in Russia tredici mega-polveriere: Toropets è l’unica completamente ristrutturata tra il 2015 e il 2018. Il suo compito era custodire le scorte per affrontare la sfida con la Nato sul fronte più caldo: il confine con la Polonia e i Paesi Baltici.


Dopo l’invasione dell’Ucraina l’importanza è aumentata, trasformandosi dal 2023 nel centro di smistamento di tutta la produzione bellica per sostenere “l’operazione militare speciale”. Secondo alcune fonti, custodiva anche i proiettili e i missili arrivati dalla Corea del Nord. E per l’intelligence di Kiev l’assalto ha incenerito pure le riserve di missili Iskander e di bombe plananti Kab, i due strumenti con cui i russi infieriscono di più sulle città ucraine. Di sicuro però lì si trovavano quantità enormi di pallottole per Kalashnikov, di razzi, di munizioni per artiglieria e di mine. Nel giro di un paio di settimane la distruzione della santabarbara comincerà a pesare sui campi di battaglia.

I media di Mosca stanno cercando di occultare la notizia, ma i filmati del disastro circolano sui social e la nuvola di fumo è visibile a decine di chilometri di distanza. Alcuni blogger hanno diffuso il video dell’inaugurazione della base, in cui il viceministro della Difesa Bulgakov nel 2018 magnificava la sicurezza della struttura «resa in grado di resistere a una bomba atomica»: nel 2022 è stato arrestato per corruzione e si ritiene che un terzo dei fondi dell’appalto di Toropets siano finiti nelle tasche di politici e generali. E adesso tutti si chiedono quale sarà la reazione di Putin davanti a un colpo così devastante.

È stato versato troppo sangue ucraino per cedere ora terra ai russi in cambio di pace

17 set 2024 – IL FOGLIO –  Washington Post

“Non si può tagliare un paese come se fosse una fetta di torta. Questi sono tutti nostri territori, e li rivendichiamo tutti”. Voci dal Donbas, dove si combatte da oltre dieci anni

Pokrovsk, Ucraina. Mentre le forze russe avanzano nella regione orientale del Donbas, in Ucraina, aumenta la pressione su Kyiv affinché si sieda al tavolo con la Russia e inizi a parlare di pace. Anche se il presidente ucraino Volodymyr Zelensky andrà negli Stati Uniti con un “piano di vittoria” da presentare al presidente Joe Biden che, a suo dire, porrà fine alla guerra a favore dell’Ucraina, il futuro della leadership statunitense è in bilico.

Il candidato repubblicano Donald Trump e il suo compagno nella corsa elettorale, il senatore J. D. Vance, hanno chiarito che il loro piano per la fine della guerra comporterebbe la cessione di territori da parte dell’Ucraina. Qualsiasi tipo di accordo “terra in cambio di pace” probabilmente segnerebbe il destino del Donbas, che è stato impantanato dal conflitto e dal separatismo fomentato da Mosca sin dall’inizio della guerra nel paese, un decennio fa. I sondaggi, tuttavia, mostrano che gli ucraini non sono pronti a rinunciare alla loro terra, soprattutto tra i soldati del Donbas che hanno combattuto per essa negli ultimi dieci anni.

 “Ci sarebbe un colpo di stato, perché questa idea sarebbe promossa da coloro che siedono in città pacifiche. (…) Nessuno qui lo sosterrebbe: questa terra è ora cosparsa del nostro sangue”, ha detto Veronika, 23 anni, medico di guerra che si è trasferita a Sloviansk dopo essere fuggita da adolescentedalla città di Donetsk con la sua famiglia, quando i separatisti sostenuti dalla Russia l’hanno conquistata nel 2014. Come molte delle persone intervistate in questo articolo, il Washington Post non identifica Veronika con il suo nome completo, in conformità con le regole militari.

Un sondaggio d’opinione condotto a maggio dall’Istituto Internazionale di Sociologia di Kyiv ha rilevato che un terzo degli ucraini è ora disposto a fare concessioni territoriali alla Russia se ciò consentirà di porre rapidamente fine alla guerra e di preservare l’indipendenza dell’Ucraina. Ma più della metà della popolazione rifiuta ancora l’idea di concedere terre in cambio della pace. Un precedente sondaggio del Carnegie Endowment for International Peace ha rilevato che quasi la metà degli ucraini era pronta a impegnarsi in negoziati con la Russia, ma il numero crollava se venivano messe sul tavolo le concessioni territoriali. Quasi due terzi, ad esempio, rifiutavano un accordo che congelasse “le attuali linee del fronte” e l’86 per cento non si fidava del fatto che la Russia non avrebbe attaccato anche dopo la firma di un trattato. E mentre solo il 7 per cento ha dichiarato che si unirebbe a una protesta armata in caso di concessioni territoriali, questo numero è più che raddoppiato tra i soldati e i veterani, compresi quelli che hanno combattuto negli ultimi dieci anni, che hanno visto le forze russe radere al suolo le città ucraine che avevano conquistato e che ora sono alle prese con la prospettiva di perdere la loro patria a lungo contesa.

Zelensky insiste che questo non accadrà e ha ripetutamente parlato del suo piano – senza rivelare alcun dettaglio, se non il fatto che  riguarda l’avanzata ucraina nella regione russa di Kursk del mese scorso  – che secondo lui spingerà Mosca a porre fine alla guerra.

“Come perdere un arto”

Pasha, 34 anni, un ex minatore di Pokrovsk che ora serve come comandante di droni, ha detto che la perdita del Donbas sarebbe stata “cataclismatica” e che non c’era alcuna garanzia che sarebbe stata la fine. “La Russia è un paese con ambizioni imperialistiche: non si fermerà”. Molti combattenti insistono sul fatto che i negoziati con la Russia non funzionano mai. Avendo vissuto il fallimento degli accordi di Minsk – un accordo per il cessate il fuoco del 2014-2015, a malapena attuato, che Putin ha eliminato due giorni prima dell’invasione – quelli del Donbas credono che un accordo terra-in-cambio-di-pace darebbe a Mosca solo il tempo di ricostruirsi prima di tentare un’altra invasione. 

Natalia Bredova, 38 anni, di Sloviansk, conosce bene il costo della guerra. Suo figlio Volodymyr, di 20 anni, è stato ucciso combattendo ad Avdiivka nel marzo scorso. Anche suo marito è in servizio nell’esercito. “Troppi uomini sono morti per questo – è troppo tardi per parlare di negoziati. Sono la luce della nostra nazione. Dobbiamo continuare a combattere”, ha detto, aggiungendo che non vivrebbe mai sotto l’occupazione russa anche se “le venissero offerte montagne d’oro”.
 

Per molti ucraini del Donbas, un grande bacino carbonifero che un tempo era un gioiello della corona industriale dell’impero sovietico, la minaccia incombente dell’occupazione russa è una realtà che dura da anni. Vitaliy Barabash, il capo dell’amministrazione militare di Avdiivka, combatte contro la Russia dal 2014. La città è stata infine conquistata dalla Russia quest’inverno, dopo un decennio di combattimenti. 

Ora siede in uno squallido ufficio nel retrobottega di Pokrovsk, portando a termine i suoi ultimi compiti amministrativi, tra cui aiutare i residenti a richiedere un risarcimento per le case perse e coordinare i centri di accoglienza per i rifugiati di Avdiivka a Dnipro. Una parete è decorata con le bandiere del Donbas e di Avdiivka, quest’ultima con una fiamma rossa frastagliata su uno sfondo verde, che simboleggia la fiamma che un tempo ardeva sull’enorme fabbrica di acciaio di Avdiivka. “Sono nell’esercito dal 2014, quindi so cosa si prova a perdere un territorio”, ha detto. “Ma molte persone stanno soffrendo… e questo è stato come perdere un arto”.
 Barabash è scomparso per tre giorni dopo che la Russia ha catturato Avdiivka. “Avevo bisogno di stare da solo. … Anche i miei parenti sapevano che non dovevano contattarmi. Ero in un pessimo stato mentale”. Oggi, per superare lo stress, gli piace andare al poligono di tiro o guidare la sua moto nei dintorni di Dnipro. Non crede che Zelensky firmerà un accordo di pace che “abbandonerà” il Donbas – e ha detto che sarebbe uno “stupido errore” ragionare con Mosca. “La maggior parte delle persone spera che torneremo ad Avdiivka. Sono pronti a vivere nelle tende e a ricostruire questa città”.
 

Alimentare le divisioni a est

Putin ha a lungo sostenuto che una delle sue giustificazioni per la guerra contro l’Ucraina era quella di difendere la popolazione russofona nell’Ucraina orientale da quello che lui  ha  falsamente affermato essere un genocidio. I soldati russi intervistati dal Washington Post in Russia hanno citato questo come uno dei motivi principali per cui ritengono che la guerra debba continuare. Sebbene il sentimento filorusso e la nostalgia per il passato sovietico siano storicamente più forti nell’est rispetto ad altre parti dell’Ucraina, ci sono molti ucraini di lingua russa nel Donbas che vogliono che rimanga ucraino – soprattutto dopo l’invasione su larga scala del 2022.
 Dall’inizio del conflitto nel 2014, migliaia di vite e case sono andate perdute in nome della pretesa del Cremlino di difendere i russofoni. Mentre le truppe russe si spostavano verso ovest, gli abitanti del Donbas sono stati costretti ad abbandonare le case di famiglia piene di ricordi e di beni personali, e a guardare le loro città e i loro villaggi mentre venivano bombardati fino a renderli irriconoscibili. Altri, dopo aver vissuto lontano per mesi o anni come rifugiati, hanno sentito la mancanza delle loro case e delle calde estati della regione, degli sterminati campi di girasoli e dei caratteristici cumuli di scorie che punteggiano l’orizzonte. Sono tornati a casa con cautela e hanno imparato a vivere a pochi chilometri dalle linee del fronte, sotto l’incessante minaccia di attacchi missilistici.

Ora, molti  stanno di nuovo facendo le valigie, pronti a partire se le forze russe si avvicinassero ancora di più. “Con la guerra su larga scala, le maschere sono state strappate via, tutto è diventato definito, inequivocabile e concreto”, ha detto Yegor Firsov, 35 anni, un legislatore che ha rappresentato Donetsk prima dell’invasione nel Parlamento ucraino e che ora presta servizio come medico di combattimento a Niu-York, in prima linea.
 

Firsov ricorda Donetsk prima dell’occupazione come un luogo ricco e cosmopolita: una città che un tempo ha visto Beyoncé esibirsi alla Donbas Arena e ha ospitato i Campionati europei di calcio del 2012, quando centinaia di migliaia di ucraini si sono riuniti sventolando bandiere blu e gialle, tifando per l’Ucraina. Ma Donetsk può anche essere un luogo “pericoloso, duro, spesso selvaggio”, ha detto in un’intervista a Pokrovsk durante l’estate.
 

La gente sentiva sempre più che la regione e le sue rimostranze venivano ignorate da Kyiv. Mentre gli oligarchi locali accumulavano più potere, la pluralità politica della città è svanita e Donetsk è diventata gradualmente più apertamente solidale con Mosca. “Donetsk era un posto pieno soldi, grandi imprese e grandi fabbriche lasciate dall’Unione sovietica”, ha detto Firsov. “E per mantenere il potere nelle stesse mani, l’élite in carica ha scelto un percorso monolitico e unico… e la popolazione del Donbas, all’epoca, ha appoggiato questa scelta”. Avendo guidato le proteste pro europee della città nel 2014, Firsov conosce bene gli effetti della propaganda russa. Per un decennio la tv di stato russa ha detto agli abitanti del Donbas che Kyiv stava bombardando le loro case e che l’allora presidente ucraino Petro Poroshenko era responsabile del conflitto. Ma quando è iniziata l’invasione, Firsov ricorda come migliaia di uomini e donne si siano arruolati per servire la Brigata di difesa territoriale della regione di Donetsk. “Era chiaro che il nemico è la Russia, è l’aggressore, sta distruggendo noi e le nostre case”, ha detto.
 

“Tutti i nostri territori”

Se un tempo alcuni ucraini ritenevano che il Donbas fosse una parte separata del paese da cui liberarsi, l’invasione su larga scala sembra aver cambiato questo sentimento per molti, anche nella parte occidentale del paese. Dopo l’inizio della guerra nel 2014, alcuni rifugiati del Donbas si sono sentiti emarginati nelle parti del paese in cui sono fuggiti. La gente li trattava come se fossero la radice dell’instabilità dell’Ucraina e portassero solo problemi. Ora che perdere la propria casa e vivere come rifugiati è diventata un’esperienza condivisa dagli ucraini in tutto il paese, gli abitanti del Donbas dicono che c’è maggiore empatia.
 

Molti nel Donbas stanno adottando sempre più spesso l’ucraino, anziché il russo, come lingua principale. Soldati provenienti da altre parti del paese, che non erano mai stati nell’Ucraina orientale, si sono reinsediati nella regione. Alcuni si sono sposati con persone del posto e hanno messo su famiglia. “Era la guerra nel Donbas nel 2014, ora è la guerra in Ucraina”, ha detto Firsov. “Se prima si discuteva se avessimo bisogno del Donbas, se potessimo rinunciarvi, ora non c’è più alcuna discussione del genere. Questi sono tutti nostri territori, e li rivendichiamo tutti”.
 

Seduti sulla riva del lago salato di Sloviansk, mentre il sole tramontava e i bambini sguazzavano e giocavano nel fango intorno a loro, Mykola e Artem, due soldati del nord dell’Ucraina, si stavano godendo un’ora di tregua quest’estate, in attesa di ordini dal loro comandante. Erano arrivati nel Donbas un mese prima: era la prima volta che vedevano questa parte del paese. “Ci sono molte emozioni quando si arriva qui, data la sua storia”, ha detto Artem. “Ma non si può tagliare un paese come se fosse una fetta di torta. Questa è una parte dell’Ucraina: stessa natura, stessi alberi, stesso sole”.
 

Francesca Ebel e Serhii Korolchuk. Copyright Washington Post

il viaggio del pontefice

Cristo si è fermato a Timor est

Si è proprio certi che ai popoli di Singapore, della Mongolia o di Bangui interessino le elucubrazioni sul diaconato femminile, sul celibato sacerdotale, sulle attese del Cammino sinodale tedesco?

Matteo Matzuzzi  14 set 2024 – IL FOGLIO

Quasi un’intera isola a messa dal Papa, “per vedere Gesù”. Una lezione di fede profonda e genuina alla declinante Chiesa d’occidente

Una distesa infinita di ombrelli bianchi e gialli a riparare una spianata di seicentomila fedeli giunti a Taci Tolu per assistere alla messa celebrata dal Papa. Poco meno di un terzo della popolazione di Timor est, che in tutto ne conta un milione e mezzo. Erano tutti lì, a salutare Francesco e a pregare con lui. Lembo estremo d’Asia, il più cattolico e il solo – con le Filippine – ad avere una maggioranza di cattolici. I preti sono 347, tre i vescovi, sessantasei le parrocchie. Più un migliaio fra religiose e religiosi. Su quella spianata hanno trovato ossa umane, resti della guerra civile che ha devastato l’ex colonia portoghese che ha saputo, a fatica, riconciliarsi. “Qui il Vangelo è fonte di concordia sociale”, ha detto il Pontefice prima di ammonire sui rischi ancora presenti: povertà, alcol, abusi. E pure i coccodrilli, che fra i laghi salati che circondano la capitale Dili potrebbero avere la tentazione di farsi una passeggiata sulla terraferma e mordere. Non era un semplice avvertimento per così dire faunistico, quello di Francesco: “State attenti! Perché mi hanno detto che in alcune spiagge vengono i coccodrilli; i coccodrilli vengono nuotando e hanno il morso più forte di quanto possiamo tenere a bada. State attenti! State attenti a quei coccodrilli che vogliono cambiarvi la cultura, che vogliono cambiarvi la storia. Restate fedeli. E non avvicinatevi a quei coccodrilli perché mordono, e mordono molto. Vi auguro la pace. Vi auguro di continuare ad avere molti figli: che il sorriso di questo popolo siano i suoi bambini! Prendetevi cura dei vostri bambini; ma prendetevi cura anche dei vostri anziani, che sono la memoria di questa terra”. Chiaro riferimento a quelle colonizzazioni ideologiche contro cui Bergoglio si scaglia fin dal primo giorno che siede sul trono di Pietro.

Non c’è cronaca dell’infinito tour papale in estremo oriente che non abbia rimarcato la straordinarietà delle folle di Timor est. Eppure qui un Papa l’hanno già visto, Giovanni Paolo II nel 1989. Ma era tutt’altra faccenda, c’era la guerra, le divisioni evidenti, anche se quella visita segnò un passo fondamentale nel processo di autodeterminazione. Migliaia di persone di tutte le età assiepate lungo le strade attendendo il vescovo di Roma: festose ma ordinate, composte. Devote. Più interessate a sentire Francesco e a celebrare con lui l’eucarestia che a immortalarsi in selfie con croci, vescovi e parvenu per suggellare l’evento. “Timor è un piccolo paese, un’isola lontana, però la sua gente semplice vive l’originalità della fede in Gesù Cristo”, ha detto nel suo messaggio di ringraziamento l’arcivescovo di Dili, il cardinale Virgílio do Carmo da Silva. 

Quanto stridono queste immagini, questa profonda devozione, con il deserto d’occidente, abitato dai “popoli dell’opulenza”, come li definì Paolo VI nella Populorum progressio. Oggi, a più di mezzo secolo di distanza da quel documento, si può dire senza pericolo di fraintendimento che quell’opulenza non è solo la ricchezza materiale, ma è molto di più. Drammaticamente, di più. E’ l’assuefazione a un modo di vivere in cui le domande ultime sono infilate a forza in un cantuccio, dove non ci si domanda più nemmeno se Dio esiste: semplicemente, il tema non interessa. Un mondo in cui ai dogmi di fede se ne sono sostituiti altri, estremizzando a tal punto concetti come laicità, uguaglianza e inclusività da non ricordarsi più neppure cosa volevano dire in origine. L’Europa che nei sogni di Robert Schuman era quelle delle cattedrali, oggi si arrovella su tecnicismi e regolamenti. Dei due polmoni di fede e cultura che tanto a cuore stavano a Giovanni Paolo II, non c’è più traccia. Di radici, di qualunque origine fossero, neanche a parlarne. “Dove sei finita, Europa?” si chiese (e chiese agli astanti) Francesco quando ebbe occasione di parlare del Vecchio continente. I suoi valori, i suoi ideali, la sua anima. La fede profonda che aveva permesso di costruire Notre-Dame – senza vetrate “contemporanee” – e decine di altre cattedrali con le guglie puntate verso le cose di lassù, oggi è retaggio di una storia perduta. Bisogna andare a Dili, nella piccola isola di Timor est per ritrovarla. Senza tanti orpelli, vero. Ma anche senza tanto interrogarsi su aggiornamenti, cambiamenti, sistemazioni, rivoluzioni, riforme. La fede semplice. Che poi è quella dei contadini che si fermavano in mezzo al campo mentre le campane del villaggio richiamavano alla preghiera dell’Angelus di mezzogiorno, delle beghine che non capivano niente di quel che bofonchiava il prete in latino, ma intanto sgranavano il Rosario. A Dili, tra i coccodrilli veri o metafora delle colonizzazioni ideologiche, bastava la croce e il Papa, rappresentante di Cristo. Nient’altro. 

Non è questione di povertà materiale, non solo almeno: le stesse scene si sono viste in Corea del sud, terra di evangelizzazione giovane e di fede dinamica. Allora torna alla mente una delle più antiche interviste rilasciate da Francesco, quasi agli albori del pontificato. Il Papa conversava con una rivista pubblicata in Argentina, nelle ville miseria di Buenos Aires: “Quando parlo di periferie, parlo di confini. Normalmente noi ci muoviamo in spazi che in un modo o nell’altro controlliamo. Questo è il centro. Nella misura in cui usciamo dal centro e ci allontaniamo da esso, scopriamo più cose e, quando guardiamo al centro da queste nuove cose che abbiamo scoperto, da nuovi posti, da queste periferie, vediamo che la realtà è diversa”. Aggiungeva, il Papa, che “una cosa è osservare la realtà dal centro e un’altra è guardarla dall’ultimo posto dove tu sei arrivato”. “L’Europa vista da Madrid nel XVI secolo era una cosa, però quando Magellano arriva alla fine del continente americano, guarda all’Europa dal nuovo punto raggiunto e capisce un’altra cosa”.

Colpirà ancora di più, allora, l’inevitabile paragone che si farà a fine mese, quando Francesco per la prima volta metterà piede nel cuore di quell’Europa che fino ad ora ha toccato solo marginalmente, nelle sue periferie. E non inizierà un viaggio entrando dalla porta laterale, bensì da quella frontale: Bruxelles, dopo il Lussemburgo. La capitale dell’Unione che è al contempo l’emblema più evidente di come il cattolicesimo in Europa sia declinante e arranchi stanco verso qualcosa che lo ridesti, non sapendo però bene cosa. Nei mesi scorsi, al Foglio, l’arcivescovo emerito di Bruxelles, il cardinale Jozef De Kesel, ammise che “in una società secolarizzata la sensibilità religiosa non è più così grande come un tempo. La Chiesa e la sua fede non sono più onnipresenti. La fede cristiana non è più la convinzione dell’intera società. Ma questo non significa che Dio sia assente. Dio è all’opera in questo mondo, anche oltre i confini della Chiesa. Che le chiese siano vuote e scompaiano silenziosamente è semplicemente non vero. Naturalmente, in una società in cui tutti sono cristiani, le chiese sono necessarie ovunque. Non è così in una società secolare e pluralista. In questo senso, le chiese sono occasionalmente ritirate dal culto. E si presta molta attenzione alla destinazione che viene loro assegnata. Ma la grande maggioranza delle chiese rimane un edificio di culto. Anche a Bruxelles ci sono chiese molto affollate”. 

Alla radice della stanchezza, forse, c’è anche quello che De Kesel definiva “un malinteso sul termine ‘aggiornamento’ tanto usato riguardo al Concilio Vaticano II: Papa Giovanni voleva effettivamente avvicinare la Chiesa al mondo. Fare in modo che non sia un mondo a sé stante accanto al mondo reale. Aggiornamento significa apertura al mondo. Ma non significa adattamento al mondo. Nella Bibbia, la tentazione del popolo di Dio è sempre stata quella di essere come le altre nazioni. Ma se la Chiesa deve offrire solo ciò che si può ascoltare altrove, non avrà alcun fascino. Ecco perché alla fine del mio libro scrivo che la Chiesa del futuro dovrà essere una Chiesa più confessionale: testimoniare il Vangelo nel modo più autentico possibile attraverso le parole e le azioni”. 

Ecco che tornano le parole dell’arcivescovo di Dili: qui si vive l’originalità della fede in Gesù Cristo. Ed è la stessa cosa che accade in tante parti d’Africa, dove decine di famiglie ogni domenica camminano per chilometri pur di partecipare alla messa. Mentre qui, da noi, si mandano lettere al vescovo se qualche parroco osa alternare le celebrazioni festive fra due chiese distanti due chilometri. La messa espressa, sotto casa, comoda come sosta fra la colazione al bar e il pranzo al ristorante. Il sud del pianeta parla al nord e chissà che da laggiù non arrivi prima o poi una nuova onda evangelizzatrice, che non è certo l’uso di preti e suore africane o asiatiche per sopperire alla carenza di vocazioni occidentali. Diceva a tal proposito Adrien Candiard che se “l’idea è quella di riempire la crisi della Chiesa occidentale con manovalanza africana o asiatica”, è meglio lasciar perdere: “Le suore del Madagascar hanno tanto da fare in Madagascar, anche sul terreno della missione, non portiamole qui ad assistere le suore anziane nella vecchia Europa”. 

Il discorso è più profondo. Si è proprio sicuri che la fede genuina e semplice sia quella dei Sinodi infiniti che producono documenti, tabelle, schemi, strumenti di lavoro. Sinodi che vorrebbero combattere l’autoreferenzialità e poi finiscono per  chiudersi in Vaticano per settimane a discutere di questioni che il mondo, fuori, conoscerà solamente attraverso sintesi e mediazioni? Si è proprio certi che ai popoli di Timor est, di Singapore, ma anche al piccolo gruppo di fedeli della Mongolia o a quelli di Bangui interessino le elucubrazioni sul diaconato femminile, sul celibato sacerdotale, sulle attese del Cammino sinodale tedesco che tra un cenacolo sulla collegialità e l’istituzione di un Comitato ad hoc punta a rovesciare la struttura gerarchica della Chiesa? S’è mai domandato, qualcuno, perché i seicentomila cattolici riuniti per accogliere il Papa e pregare con lui siano tutti a Timor est e non nelle spianate bavaresi o nella Grand Place di Bruxelles? 
Certo, i programmi di riforma e le lettere pastorali di vescovi e arcivescovi infarcite dell’aggettivo “sinodale” (ovunque presente e declinato a seconda dell’argomento specifico, usato per giustificare l’accorpamento di parrocchie o per invocare nuovi catechisti… si fa tutto in nome della sinodalità, tanto per rimanere tranquilli) puntano a un ritorno alle origini, alla fede semplice e pura, quella senza troppe inutili sovrastrutture, senza gli orpelli e tutto ciò che sa di barocco o di eccessivo. Ma il risultato qual è? Che a forza di parlare di semplificazione e purificazione, sono aumentati i convegni e i gruppi di lavoro, le assise sinodali e le assemblee più o meno deliberanti, i rapporti e i documenti. Spesso accompagnati dai moniti vaticani seguiti dalle controrisposte di qualche episcopato baricadero. La fede genuina e delle origini è quella dei quindici secondi di benedizione suggeriti in Fiducia supplicans? A sentire quel che dicono i pastori delle Chiese dove la messa non è ancora ridotta a routinario appuntamento domenicale e nulla più, la risposta è negativa. 

Una delle tappe più significative dell’ultimo viaggio papale è stata a Vanimo, in Papua Nuova Guinea. Città poverissima, tre supermercati per 150 mila abitanti, infrastrutture inesistenti: per gli indigeni dei villaggi vicini accorsi per vedere Francesco sono state allestite tende (gli alberghi sono solo due e riservati a  chi ha ragguardevoli disponibilità economiche). Eppure, questa “scomodità” è un dettaglio in confronto alla possibilità di guardare in faccia il Pontefice: “Chi desidera vedere il Papa dice che è Gesù che viene, vuole ascoltarlo e ricevere la benedizione”, diceva alla vigilia del viaggio intervistato da Vatican News padre Alejandro Diaz, di origini argentine, monaco dell’Istituto del Verbo Incarnato, missionario da un anno nel villaggio di Wutung. E’ colui che propose tempo fa a Francesco di recarsi lì. Racconta di quando ci si inoltra nella giungla per raggiungere i villaggi sparsi e lontani da tutto: “E’ una Chiesa che sta nascendo, ha ottant’anni di vita, stiamo seminando e già ne vediamo i frutti: si fanno tanti battesimi, la partecipazione alle liturgie eucaristiche è affollata, soprattutto di giovani e bambini. Abbiamo addirittura dovuto dire ai chierichetti di non venire tutti insieme perché sono troppi, alla messa del mattino ce ne sono venticinque! Nessuno li obbliga ovviamente, lo fanno perché lo desiderano”. Nei villaggi si va nel fine settimana, percorrendo strade fangose con ostacoli d’ogni tipo: “Arriviamo alle volte la sera tardi ma la gente ci aspetta. Confessiamo, celebriamo la messa. La gente esce dal villaggio, acclamando vedendoci arrivare, questo ti spacca il cuore, non puoi fare altro che piangere. E’ così assetata di Dio che ci edifica l’anima”.

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