"VI SUPPLICO: CONVERTITEVI!" (REGINA DELLA PACE-MEDJUGORJE)

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Il regno eterno dello zar vittorioso

di Stefano Caprio- Asia News 11 Maggio 2024

In passato Putin aveva dichiarato più volte di non avere intenzione di rimanere al potere a vita, ma questo tema è stato ormai da tempo accantonato. E in occasione dell’inaugurazione dell’ennesimo mandato presidenziale il patriarca Kirill ha invocato su di lui “la benedizione di Dio fino alla fine della vostra esistenza e fino alla fine dei tempi, come usiamo dire”.

Il patriarca di Mosca Kirill (Gundjaev) ha rivolto un saluto al presidente Vladimir Putin, in occasione dell’inaugurazione-incoronazione dell’ennesimo mandato presidenziale e dell’anniversario della Vittoria su ogni nemico, augurandogli di rimanere al potere do skončanija veka, un’espressione presa dalla liturgia analoga a quella latina in saecula saeculorum. Forse il patriarca intendeva semplicemente indicare un “mandato a vita” per lo zar-presidente, che mai come quest’anno ha esaltato la solennità dell’autocrazia con i tappeti e le fanfare del Cremlino, ma l’eccesso di zelo è stato talmente evidente che la sala stampa del patriarcato ha tagliato la frase dal comunicato che riportava il testo del patriarca.

La benedizione imperitura è risuonata la sera del 7 maggio al Cremlino nella cattedrale dell’Annunciazione, la cappella privata degli zar davanti al cui altare si stagliano le splendide serie di sacre immagini dei più grandi iconografi della storia russa, Teofane il Greco e Andrej Rublev, dove il presidente ha presenziato al Moleben, la litania augurale del patriarca. La preghiera di Kirill ha invocato l’intera schiera celeste e “la benedizione di Dio, la protezione della Regina del cielo siano con voi fino alla fine della vostra esistenza e fino alla fine dei tempi, come usiamo dire, e ho l’ardire di aggiungere che, a Dio piacendo, la fine del secolo significhi anche la fine della vostra permanenza al potere, poiché voi avete tutto quanto serve per compiere a lungo e con successo il vostro servizio alla Patria”. Nel testo diffuso dalla sala stampa la frase è stata ridotta alla “fine della esistenza” del presidente, e anche dal video del Moleben su YouTube è stata tolta la profezia escatologico-presidenziale.

In ogni caso Kirill si è rivolto al presidente con il titolo di vaše prevoskhoditelstvo, “vostra eminenza”, come era consuetudine riguardo ai membri della famiglia regale, aggiungendo che “per la grande misericordia di Dio il nostro tempo è stato gratificato dal fatto che a capo dello Stato russo c’è una persona di fede ortodossa, che non si vergogna della propria fede”. Secondo il patriarca, molti russi vedono in Putin “una persona molto buona, intelligente e di cuore”, anche se lo ha esortato a “non essere soltanto buono, ma anche severo, poiché il capo dello Stato deve prendere a volte decisioni fatidiche e groznye”, che si può tradurre con “clamorose” o meglio con “minacciose”, ribadendo l’analogia tra Putin e Ivan Groznyj, il “terribile” o appunto il “minaccioso”. Aggiungendo che “se non si assumono queste scelte drammatiche, le conseguenze potrebbero essere estremamente pericolose per il popolo e per lo Stato, e spesso si tratta di decisioni che comportano anche delle vittime”. Oltre all’accenno al primo zar cinquecentesco, il discorso patriarcale ha richiamato le gesta eroiche del principe Aleksandr Nevskij, che “non ebbe paura dei nemici ed è stato glorificato come santo”, senza peraltro aggiungere riferimenti diretti alla guerra in Ucraina.

A questo punto, secondo le nuove regole costituzionali approvate in modalità decisamente “poco ortodossa” nel 2020, Putin potrà guidare la Russia fino al 2036, quando compirà 84 anni, in caso di ulteriore rielezione nel 2030. La maggioranza dei sovrani della storia russa, principi, zar o segretari di partito, sono rimasti in sella fino alla fine della loro esistenza, ad esclusione dell’ultimo imperatore-martire Nicola II e del segretario Nikita Khruščev, spodestato da Brežnev e compagni per restaurare l’ordine staliniano. Dopo la fine dell’Urss si sono succeduti gli infelici governi di Mikhail Gorbačev (1985-1991) e di Boris Eltsin (1992-1999), per non parlare della presidenza “transitoria” di Dmitrij Medvedev tra il 2008 e il 2012, dove di fatto Putin governava come primo ministro, anche in questo imitando lo zar Ivan il Terribile che “designava” altri personaggi quando si ritirava nei possedimenti intorno a Mosca. In passato Putin aveva dichiarato più volte di non avere intenzione di rimanere al potere a vita, ma questo tema è stato ormai da tempo accantonato.

L’assunzione alla dimensione eterna ha spinto invece il presidente russo a sentirsi totalmente padrone della storia, tanto che il primo ukaz firmato dopo l’incoronazione è stato proprio “Sulla giusta determinazione e trasmissione della storia”, riducendo ogni espressione della scienza storica a pura propaganda. In tutte le scuole del Paese, a cominciare dagli asili, anzi dalle favole dei genitori per addormentare i neonati, si dovranno inculcare le immagini dei santi principi e degli zar ortodossi, senza trascurare “l’eroismo sovietico” così spesso oltraggiato dai barbari occidentali, che non vogliono riconoscere a Stalin e al maresciallo Žukov l’intero merito di aver liberato il mondo dal nazismo di Hitler. Questa è infatti la grande motivazione della Festa della Vittoria del 9 maggio, ricordando le armate che entrarono a Berlino il giorno dopo la firma dell’armistizio tra i tedeschi e gli alleati, senza aspettare il trionfo dei russi; per questo nel resto d’Europa si ricorda l’8 maggio, tranne la “liberazione” italiana del 25 aprile.

Nel resto d’Europa e del mondo questa non è certo l’occasione per le parate militari sulle piazze, piuttosto quella di accendere un cero alla memoria dei milioni di caduti, come quest’anno hanno fatto perfino i “fedelissimi” sudditi dell’Asia centrale, i cui presidenti hanno fatto da contorno a Putin con i suoi generali nella contemplazione dei carri armati, mentre nelle loro capitali le grottesche parate erano state annullate. Molto inquietanti sul palco che nascondeva il mausoleo di Lenin, al fianco o alle spalle degli asiatici, erano i volti di alcuni tra i più mostruosi protagonisti degli assalti in Ucraina, come il generale Vladislav Volodin che affiancava Putin insieme al giovane presidente-figlio del Turkmenistan, Serdar Berdymukhamedov, “ospite d’onore” alla sua prima volta sulla piazza Rossa. Volodin era il comandante che ha assaltato Mariupol a marzo 2022, conquistando il record del massimo numero di vittime civili, e dietro a lui si mostrava trionfante il comandante ceceno Ramil Ibdatullin, che incitava i suoi soldati a marcare la vittoria stuprando le donne, dando il buon esempio violentando personalmente una ragazza incinta, che ha quindi perso il bambino.

Il giorno dopo la sfilata degli orrori, il capo supremo ha compiuto invece un gesto che dimostra la “superiorità democratica” della Russia rispetto al mondo intero: ha proposto alla Duma la candidatura del primo ministro, che è poi lo stesso Mikhail Mišustin già in carica da gennaio del 2020, l’anno della nuova costituzione escatologica che ha affidato ai deputati l’approvazione del governo. Prima era direttamente la presidenza a decidere, oggi il sovrano si rivolge ai “rappresentanti del popolo”, perché così appunto funziona la “democrazia ortodossa”: tutti per uno e uno per tutti, in una comunione mistica che difende il popolo dalle deviazioni delle minoranze, che trascinerebbero la Santa Russia nelle dipendenze dai poteri oscuri come avviene nel derelitto Occidente.

Il nuovo-vecchio governo dovrà anzitutto occuparsi della realizzazione dei majskye ukazi, i “decreti di maggio” emanati dal presidente, a cominciare dalla diffusione capillare della giusta versione della storia. Secondo tradizione, questi proclami del giorno più solenne indicano “gli scopi nazionali dello sviluppo della Federazione russa”, in questo caso “per il periodo fino al 2030 e su una prospettiva più ampia, fino al 2036”. Il padrino del Cremlino ha promesso ai russi di innalzare la quota dello stipendio minimo, portandolo da 20 mila rubli a 35 mila (circa 350 euro), assicurando che entro il 2030 la Russia salirà almeno al quarto posto mondiale per il volume del suo prodotto interno lordo. Egli ha inoltre annunciato che i russi non soltanto saranno sempre più ricchi, ma vivranno più a lungo, portando l’età media a 78 anni entro il 2026 e a 81 nel 2036. I giovani devono quindi essere grati del luminoso futuro che li aspetta, e dimostrarlo “occupandosi sempre più attivamente delle iniziative sociali e di volontariato”, naturalmente condendo il tutto con una salsa patriottica sempre più densa e distribuita nelle mille iniziative di sostegno alla Madre Patria. Del resto, tutti saranno premiati anche con l’allargamento dei metri quadri di casa, 33 a testa nel 2030 e 38 mq nel 2036, una promessa che Putin ripete dal 2007 senza che sia stato aggiunto un centimetro.

La vuota retorica dei majskye ukazi riprende quella dei roboanti piani quinquennali di sovietica memoria, con 7 scopi principali e 84 progetti da realizzare, più 6 grandi indicatori affidati al nuovo governo, tra cui l’inserimento della Russia “tra i 25 Paesi del mondo più avanzati nella robotizzazione e nel corretto uso dell’intelligenza artificiale”, esaltando la sua “leadership tecnologica” e abolendo definitivamente la povertà. In fondo non serve neppure indicare le date di realizzazione di questi disegni provvidenziali, essendo ormai affidati al regno dell’eternità.

Papa Francesco legge la Bolla di indizione del Giubileo 2025

di Gian Guido Vecchi – Corriere ella sera – 10 Maggio 2024

Nel giorno dell’Ascensione, Francesco indica ufficialmente l’inizio e la fine del Giubileo 2025:  la Porta Santa  di San Pietro si aprirà 24 dicembre di quest’anno e sarà chiusa il 6 gennaio 2026. L’attenzione all’attualità

Città del Vaticano – «Ora è giunto il tempo di un nuovo Giubileonel quale spalancare ancora la Porta Santa per offrire l’esperienza viva dell’amore di Dio, che suscita nel cuore la speranza certa della salvezza in Cristo». Il tono è solenne, come si conviene ad una Bolla di indizione firmata dal Papa e letta in San Pietro il giorno dell’Ascensione. Ma il testo nel quale Francesco indica ufficialmente l’inizio e la fine del Giubileo 2025 – la Porta Santa della basilica di San Pietro si aprirà 24 dicembre di quest’anno e sarà chiusa il 6 gennaio 2026 – ripercorre i problemi del presente, come un invito a rintracciare «segni di speranza» nel tempo presente, nonostante tutto. La pace in un mondo «ancora una volta immerso nella tragedia della guerra», l’entusiasmo per la vita e la necessità di una «alleanza sociale» che sia «inclusiva e non ideologica» contro la «perdita del desiderio di trasmettere la vita» e il relativo «calo della natalità»

«Aprire la Porta Santa in carcere»

E ancora l’attenzione alle situazioni di disagio, dai giovani agli anziani, dai malati ai migranti, a cominciare dai detenuti: «Per offrire un segno concreto di vicinanza, io stesso desidero aprire una Porta Santa in un carcere», annuncia. Il Papa richiama il Levitico e le radici bibliche del Giubileo, «dichiarerete santo il cinquantesimo anno e proclamerete la liberazione nella terra per tutti i suoi abitanti», e come tradizione chiede ai governi del mondo «forme di amnistia o di condono della pena», percorsi di «reinserimento nella comunità a cui corrisponda un concreto impegno nell’osservanza delle leggi» e «condizioni dignitose per chi è recluso, rispetto dei diritti umani e soprattutto l’abolizione della pena di morte, provvedimento contrario alla fede cristiana e che annienta ogni speranza di perdono e di rinnovamento».

La storia dei Giubilei 

L’ultima volta, alle 17,13 del 29 novembre 2015, il Papa aprì battenti della Porta Santa e diede inizio al Giubileo della Misericordia a Bangui, nella capitale della Repubblica centrafricana in guerra civile, non era mai accaduto fuori Roma. Il precedente Giubileo «ordinario» fu quello di Giovanni Paolo II nel 2000. Certo le cose sono cambiate, dall’inizio. Il primo Giubileo fu indetto il 22 febbraio 1300 da Bonifacio VIII, al secolo Benedetto Caetani. Dante Alighieri lo detestava, con ottime ragioni, e ne annunciò l’arrivo all’Inferno tra i simoniaci della terza bolgia, canto XIX, con Niccolò III infilato a testa in giù in una buca che crede stia arrivando il successore e si stupisce, «Se’ tu già costì ritto, / se’ tu già costì ritto, Bonifazio?»; nel Paradiso, canto XXVII, fa dire a San Pietro che quell’occupante abusivo del trono papale ha ridotto il Vaticano, dov’è sepolto il Pescatore di Galilea, a una fogna sanguinosa e puzzolente: «Quelli ch’usurpa in terra il luogo mio, / il luogo mio, il luogo mio, che vaca / ne la presenza del Figliuol di Dio, / fatt’ha del cimitero mio cloaca / del sangue e de la puzza…». Eppure, nonostante tutto, pare che anche Dante abbia voluto partecipare: quando nel XVIII dell’Inferno descrive la congestione di Malebolge, la paragona alla marea di pellegrini che attraversava in due flussi opposti ponte Sant’Angelo «l’anno del giubileo», una descrizione così vivida da far pensare a un testimone oculare. Anche stavolta, del resto, si attendono folle: la previsione è che a Roma arrivino oltre trenta milioni di pellegrini.

Guerra e pace

Il primo pensiero di Francesco è la pace nel mondo «che ancora una volta si trova immerso nella tragedia della guerra», scrive: «Immemore dei drammi del passato, l’umanità è sottoposta a una nuova e difficile prova che vede tante popolazioni oppresse dalla brutalità della violenza. Cosa manca ancora a questi popoli che già non abbiano subito? Com’è possibile che il loro grido disperato di aiuto non spinga i responsabili delle Nazioni a voler porre fine ai troppi conflitti regionali, consapevoli delle conseguenze che ne possono derivare a livello mondiale? È troppo sognare che le armi tacciano e smettano di portare distruzione e morte?». L’esigenza della pace «interpella tutti e impone di perseguire progetti concreti», prosegue: «Non venga a mancare l’impegno della diplomazia per costruire con coraggio e creatività spazi di trattativa finalizzati a una pace duratura».

Natalità 

Il motto del Giubileo 2025 è «Pellegrini di speranza». E «guardare al futuro con speranza equivale anche ad avere una visione della vita carica di entusiasmo da trasmettere», scrive il pontefice. «Purtroppo, dobbiamo constatare con tristezza che in tante situazioni tale prospettiva viene a mancare. La prima conseguenza è la perdita del desiderio di trasmettere la vita». E così, «a causa dei ritmi di vita frenetici, dei timori riguardo al futuro, della mancanza di garanzie lavorative e tutele sociali adeguate, di modelli sociali in cui a dettare l’agenda è la ricerca del profitto anziché la cura delle relazioni, si assiste in vari Paesi a un preoccupante calo della natalità». Ma «l’apertura alla vita con una maternità e paternità responsabile è il progetto che il Creatore ha inscritto nel cuore e nel corpo degli uomini e delle donne, una missione che il Signore affida agli sposi e al loro amore». Per Francesco, quindi, «è urgente che, oltre all’impegno legislativo degli Stati, non venga a mancare il sostegno convinto delle comunità credenti e dell’intera comunità civile in tutte le sue componenti, perché il desiderio dei giovani di generare nuovi figli e figlie, come frutto della fecondità del loro amore, dà futuro ad ogni società ed è questione di speranza: dipende dalla speranza e genera speranza». Venerdì mattina Francesco parteciperà agli Stati generali della natalità  e già nella bolla avverte che non bisogna farne una questione ideologica: «La comunità cristiana non può essere seconda a nessuno nel sostenere la necessità di un’alleanza sociale per la speranza, che sia inclusiva e non ideologica, e lavori per un avvenire segnato dal sorriso di tanti bambini e bambine che vengano a riempire le ormai troppe culle vuote in molte parti del mondo». Del resto «tutti, in realtà, hanno bisogno di recuperare la gioia di vivere», l’essere umano non può accontentarsi «di sopravvivere o vivacchiare, di adeguarsi al presente lasciandosi soddisfare da realtà soltanto materiali», perché «ciò rinchiude nell’individualismo e corrode la speranza, generando una tristezza che si annida nel cuore, rendendo acidi e insofferenti».

Condonare i debiti

Nella bolla di Francesco, oltre all’appello in favore di detenuti, c’è un altro appello ripetuto, perché sempre inascoltato, in vista dell’anno Giubilare: «Un invito accorato desidero è destinato alle nazioni più benestanti, perché riconoscano la gravità di tante decisioni prese e stabiliscano di condonare i debiti di Paesi che mai potrebbero ripagarli». È una questione di giustizia, spiega Francesco, prima che di magnanimità «C’è un vero debito ecologico, soprattutto tra il Nord e il Sud, connesso a squilibri commerciali con conseguenze in ambito ecologico, come pure all’uso sproporzionato delle risorse naturali compiuto storicamente da alcuni Paesi». Del resto la Bibbia insegna che la terra appartiene a Dio e noi tutti vi abitiamo come «forestieri e ospiti», fa notare Bergoglio. Il Giubileo ricorda che «i beni della Terra non sono destinati a pochi privilegiati, ma a tutti». Per questo «è necessario che quanti possiedono ricchezze si facciano generosi, riconoscendo il volto dei fratelli nel bisogno», scrive: «Penso in particolare a coloro che mancano di acqua e di cibo: la fame è una piaga scandalosa nel corpo della nostra umanità e invita tutti a un sussulto di coscienza». Il Papa rinnova il suo appello «affinché con il denaro che si impiega nelle armi e in altre spese militari costituiamo un Fondo mondiale per eliminare finalmente la fame e per lo sviluppo dei Paesi più poveri».

Le date

«Stabilisco che la Porta Santa della Basilica di San Pietro in Vaticano sia aperta il 24 dicembre del presente anno 2024, dando così inizio al Giubileo Ordinario. La domenica successiva, 29 dicembre 2024, aprirò la Porta Santa della mia cattedrale di San Giovanni in Laterano, che il 9 novembre di quest’anno celebrerà i 1700 anni della dedicazione», si legge nella Bolla di Francesco. «A seguire, il primo gennaio 2025, Solennità di Maria Santissima Madre di Dio, verrà aperta la Porta Santa della Basilica papale di Santa Maria Maggiore. Infine, domenica 5 gennaio sarà aperta la Porta Santa della Basilica papale di San Paolo fuori le Mura. Queste ultime tre Porte Sante saranno chiuse entro domenica 28 dicembre dello stesso anno». Inoltre, «stabilisco che domenica 29 dicembre 2024, in tutte le cattedrali e concattedrali, i vescovi diocesani celebrino la santa Eucaristia come solenne apertura dell’Anno giubilare, secondo il rituale che verrà predisposto per l’occasione». Il Giubileo ordinario «terminerà con la chiusura della Porta Santa della Basilica papale di San Pietro in Vaticano il 6 gennaio 2026, Epifania del Signore».

Nell’Europa senza Dio è record di battesimi adulti in Francia e Belgio

Il paradosso è che nell’èra più interconnessa che il pianeta abbia mai conosciuto, con uno smartphone capace di dare subito tutte le risposte che si cercano, alla fine ci si sente più soli che prima. Il bisogno di un senso – anche religioso – che si fa largo nei più giovani

MATTEO MATZUZZI  08 MAG 2024- IL FOGLIO

Piano con le campane a morto. Percentuali in crescita soprattutto fra gli adolescenti, anche fra quelli nati in famiglie non cattoliche. Un dato definito “sorprendente”

Ibattesimi nel Tamigi, i templi buddisti affollati di giovani, le sinagoghe con millennial tra i banchi. “Il liberalismo secolare è formidabile nell’attrarre convertiti (tutte quelle deliziose libertà…) ma incapace di riprodursi. Le coppie religiose hanno molti più figli degli atei”, ha scritto sul Times James Marriott, impressionato dal risveglio del sacro nella multietnica e  distratta Londra. Ma non dovevamo morire tutti atei, senza Dio e senza santi? Perfino gli amish sono passati da cinquemila unità nel 1900 al quarto di milione di oggi, nota il demografo Eric Kaufmann nel suo Shall the Religious Inherit in the Earth?. Il Pew Research Center stima che – in base alle tendenze attuali – i non religiosi caleranno sempre di più di qui al 2025. L’islam cresce a un ritmo doppio rispetto alla popolazione globale e la Cina – per quel che valgono stime indipendenti e giocoforza limitate dal particolare contesto locale – avrebbe almeno cento milioni di cristiani. L’Africa, poi, il grande serbatoio del cristianesimo, con le sue Chiese giovani e martiri. E tutti i discorsi sul tramonto della fede, sulle vocazioni in calo, sulla secolarizzazione? Valgono per l’Europa, con le vecchie cattedrali gotiche messe in vendita (in Olanda) o semplicemente chiuse perché non c’è più nessuno che possa viverle, affollarle e – meno aulicamente parlando – mantenerle. 

Ma siamo sicuri che il discorso sia valido ovunque, da nord a sud e che le generalizzazioni siano opportune? Che il futuro sia quello delineato da Joseph Ratzinger, e cioè appannaggio delle “minoranze creative”, è assodato. Ma che l’orizzonte sia quello del deserto è quantomeno esagerato pensarlo. Il paradosso è che nell’era più interconnessa che il pianeta abbia mai conosciuto, con uno smartphone capace di dare subito tutte le risposte che si cercano, alla fine ci si sente più soli che prima. Il bisogno di un senso – anche religioso – che si fa largo nei più giovani. In quelli, cioè, che sono stati privati di un’educazione religiosa e non hanno vissuto i riti propri della cristianità, routine per i loro nonni e forse (ma non dappertutto) per i loro genitori. I dati che giungono dalla Francia, patria incontrastata della  laïcité, impressionano: settemila adulti hanno ricevuto il sacramento del battesimo durante la Veglia pasquale, il 31 per cento in più rispetto al 2023. Un anno fa, il 23 per cento dei neobattezzati aveva tra i 18 e i 25 anni, percentuale cresciuta quest’anno e arrivata al 36 per cento. In più, sono stati battezzati più di cinquemila adolescenti tra gli undici e i 17 anni, il 50 per cento in più rispetto all’anno scorso. I numeri sono ufficiali e sono stati diffusi nelle scorse settimane dalla Conferenza episcopale francese. Il direttore del Servizio giovani e vocazioni, padre Vincent Breynaert, ha detto che “nella società francese contemporanea, l’80 per cento dei giovani non ha ricevuto alcuna educazione religiosa. Questi ragazzi hanno ben poche idee preconcette sulla Chiesa. Ciò che hanno in comune coloro che chiedono il battesimo è l’aver fatto un’esperienza spirituale e un incontro personale con Cristo. Alcuni dicono di essere stati toccati dalla bellezza di una liturgia (a cui è capitato di partecipare), dal silenzio rilassante di una chiesa, dalla testimonianza di un amico. Hanno sete di formazione, di punti di riferimento, di fraternità e di senso di appartenenza”.

“Tutte le fasce di età registrano aumenti, ma la crescita maggiore è tra i giovani di età compresa tra i 18 e i 25 anni”, ha detto mons. Olivier Leborgne, responsabile dell’Ufficio per la catechesi. L’aumento di battesimi è evidente nelle grandi città, come a Parigi, dove la percentuale è cresciuta del 27 per cento rispetto al 2023: qui i battesimi saranno 1.861, a fronte dei 1.461 del 2023. Ma anche nelle zone più rurali le stime sono positive. Quel che rileva, è che aumentano le persone che si dichiarano “provenienti da famiglie senza religione” e il cinque per cento addirittura da famiglie musulmane. I nuovi battezzati, adulti o adolescenti, non sono in grado di compensare numericamente il deficit dei neonati che ricevono il primo sacramento, ma il fatto che con la consapevolezza si decida di farsi battezzare fa ben sperare l’episcopato francese in vista del futuro: oggi solo l’otto per cento di quanti si dichiarano cattolici – non esiste un censimento circa l’affiliazione religiosa, ma solo sondaggi d’opinione – partecipa alla messa domenicale. Famille chrétienne ha definito i dati “sorprendenti”, soprattutto perché l’eco del Rapporto Sauvé sui casi di abusi presentato nel 2021 si fa ancora sentire, tra abiure pubbliche di vescovi, risarcimenti milionari e mea culpa collettivi. Nonostante la metodologia scelta per stilare il dossier – ammessi i questionari in forma anonima – abbia lasciato perplesso più d’un osservatore.

Un trend analogo, ancor più sorprendentemente, si registra in Belgio, dove il numero di battesimi adulti è raddoppiato in un decennio, passando dai 186 del 2014 ai 362 del 2024. Un ventinovenne nativo del Belgio fiammingo, ha detto al portale ufficiale della Chiesa belga che “la morte di mio nonno ha sollevato domande esistenziali che mi hanno portato alla Chiesa. Ho iniziato a leggere libri e ho scoperto che il cristianesimo faceva parte della mia identità. E’ stato come riscoprire la mia cultura, una rinascita. Dio e la fede cattolica mi hanno accolto a braccia aperte. Il mio interesse continuava a crescere e ho pensato: meglio una vita significativa che un’esistenza senza senso”.

La Pasqua della Vittoria

di Stefano Caprio- Asia News 5 Maggio 2024

Durante la funzione del Giovedì Santo il patriarca Kirill ha recitato una speciale preghiera “per la vittoria della santa Rus’”, che intensifica le litanie belliche imposte ai sacerdoti, pena la privazione dello stato clericale di fronte al rifiuto di pronunciarle. Le celebrazioni pasquali devono ricompattare il popolo dei credenti per mostrare che la Russia ha sconfitto il male al suo interno, ritrovando la giusta via per la sobornost.

La Pasqua ortodossa in Russia quest’anno cade in una data particolarmente adatta alle celebrazioni della religione bellica, la “guerra santa” che da oltre due anni si estende dall’Ucraina agli estremi confini del pianeta, tra la domenica della Risurrezione del 5 maggio e la festa della Vittoria del 9 maggio. Tutto il centro di Mosca viene chiuso al traffico dopo le liturgie domenicali, per lasciare libere le strade alle ripetizioni delle grandi parate che culmineranno nella Piazza Rossa, in realtà la “Piazza Bella” (Krasnaja Ploščad vuol dire entrambe le cose) dove il presidente Vladimir Putin dominerà la scena insieme al patriarca Kirill, in un tripudio di proclami del trionfo sul “nazismo ucraino” dal palco sovrastante al mausoleo di Lenin, un relitto del passato da cui non ci si riesce a liberare.

In realtà la grande vittoria si limita a registrare l’avanzata russa nella metà occidentale della regione ucraina di Donetsk, che Mosca controlla in varie modalità fin dal 2014, e che dopo l’invasione del 2022 rischiava di essere ripresa dagli ucraini nella controffensiva del 2023. Nel 2024 invece ricomincia la grande avanzata delle truppe di Putin, che tra gennaio e maggio sono riuscite a riprendere una fetta di territorio veramente imponente tra Avdeevka e Časov Yar, che se fossimo nel Lazio sarebbe come dire tra Guidonia e Rieti, o negli Stati Uniti tra New York e Somerville. In queste poche decine di chilometri, dove ormai non sussiste più anima viva, si giocano i destini dell’umanità nel confronto epico tra Occidente e Oriente globale, tra visioni del mondo contrapposte, tra la Storia e l’Apocalisse: se la Vittoria contro il nazismo della Grande Guerra Patriottica interessava il fronte più ampio di tutte le guerre, i duemila chilometri della “Operazione Barbarossa” tra Leningrado e Stalingrado, la riduzione ai settanta chilometri del Donbass nella “Operazione Militare Speciale” dimostra quanto si sia ridotta ormai la visione del mondo, al di là dei proclami e delle parate.

La guerra in Ucraina non è una guerra di conquista, ma soltanto di distruzione e desolazione, come dimostrano i continui bombardamenti su Kharkiv, la seconda città dell’Ucraina dopo Kiev, anch’essa ormai ridotta a uno spettrale cumulo di rovine. Il Cremlino afferma di volerla ridurre a “zona neutra” de-militarizzata, anche per evitare le incursioni nella regione russa di Belgorod al confine, e il destino dell’intera Ucraina sembra essere quello di diventare uno “Stato neutro” tra Oriente e Occidente, dove la vita viene ridotta al minimo per indicare la nullità delle reciproche relazioni. Del resto, anche in Medio Oriente si sta andando verso una prospettiva analoga, con distanze simili tra Gaza e Gerusalemme nel conflitto tra israeliani e palestinesi, che coinvolgono l’intera comunità internazionale in uno scenario di devastazione apocalittica.

In questo contesto risulta quanto meno paradossale il Forum del 1° maggio nel Centro congressi di Baku tra i capi di Stato e delle religioni, sul tema del “Dialogo per la pace e la sicurezza globale”, organizzato dalla presidenza dell’Azerbaigian e dall’Amministrazione dei musulmani del Caucaso insieme alla “Alleanza delle civiltà” dell’Onu, dell’Unesco e di altre istituzioni internazionali. Ad esso ha partecipato anche il metropolita Antonij (Sevrjuk), il 39enne direttore del dipartimento per le relazioni esterne del patriarcato di Mosca, per sottolineare “l’importanza dell’idea di riunire i rappresentanti delle comunità religiose e delle organizzazioni di diversi Paesi, sullo sfondo della profonda crisi delle relazioni internazionali”. Il giovane braccio destro del patriarca Kirill ha rivendicato alla Chiesa russa l’idea di creare un organo consultivo dei leader religiosi di tutto il mondo, unendo in particolare cristiani e musulmani, per trovare “una risposta efficace delle religioni tradizionali a questa sfida distruttiva e disumana”, cercando di “consolidare tutte le forze sociali di orientamento tradizionale” per evitare “la vittoria del male e l’istituzione del culto internazionale del peccato e dell’egoismo”, a cui è necessario “dare un’adeguata risposta spirituale, perché soltanto l’unione degli sforzi potrà salvare il mondo dall’autodistruzione”.

Il fronte comune dei veri credenti contro l’assalto dell’Anticristo è il cavallo di battaglia del patriarca Kirill fin dalla sua intronizzazione nel 2009, mentre da vescovo e metropolita preferiva, ancora nei tempi sovietici, l’apertura al dialogo ecumenico. La svolta verso la “ortodossia sovranista” è poi iniziata nel 1997, quando Kirill ha ispirato la nuova legge sulla libertà religiosa, proposta alla Duma dal risorto partito comunista contro l’occidentalismo del presidente Eltsin. Si imponeva in essa la superiorità “sovrana” dell’Ortodossia sulle altre religioni tradizionali “minori”, l’islam, il buddismo, l’ebraismo e il cristianesimo, inteso nelle varianti cattolica e protestante. Queste confessioni devono allinearsi in una gerarchia di ruoli per arginare le “false fedi”, non soltanto le sette e i gruppi di formazione più o meno moderna, ma soprattutto le interpretazioni errate della verità religiosa: c’è un’ortodossia scismatica (quella di Costantinopoli) e un islam radicale (quello dell’Isis) da respingere e sostituire, e c’è il “culto internazionale del peccato e dell’egoismo”, secondo la definizione di Antonij, che indica l’inaccettabile stile di vita dell’Occidente immorale, da cui difendere il popolo santo.

La Santa Alleanza non è riuscita ad amalgamarsi, lasciando spazio alla deriva eretica e globalista, fino a costringere la Russia a scendere in campo con le bombe e i carri armati, visto che le armi della preghiera apparivano impotenti. Quindi oggi si prega per i soldati e la guerra, senza più distinzioni tra il campo spirituale e quello militare; durante la funzione del Giovedì Santo, il patriarca ha recitato una speciale preghiera “per la vittoria della santa Rus’”, che intensifica le litanie belliche imposte ai sacerdoti, pena la privazione dello stato clericale di fronte al rifiuto di pronunciarle, come accaduto già a diversi preti russi. Le celebrazioni pasquali devono quindi ricompattare il popolo dei credenti, e Kirill ha insistito sulla comunione eucaristica frequente, possibilmente quotidiana, che non è una pratica molto abituale per gli ortodossi: “Bisogna pentirsi ogni giorno dei nostri peccati, non soltanto nella confessione, ma nella richiesta di perdono orante, per non cadere preda delle tentazioni del Maligno ed unirsi a Cristo formando un unico corpo”.

Già nell’omelia della Domenica delle Palme, all’inizio della Settimana Autentica, il patriarca aveva tuonato che “non si può sradicare la fede dal cuore e dalla mente degli uomini”, come hanno tentato di fare nei primi secoli gli imperatori pagani e quindi molti altri politici, come “nel nostro recente passato, quando era stato annunciato lo scopo terribile della costruzione di una società perfetta senza Dio, senza la componente spirituale”. Oggi la Russia ha sconfitto il male al suo interno, ritrovando la giusta via per la sobornost, la comunione invece del comunismo, ma deve “resistere agli assalti dall’esterno” ricordando a tutti “il vero senso della vita, educando nella fede i nostri figli, amandoci l’un l’altro e amando la nostra Patria vittoriosa”.

Le omelie di Kirill e le dichiarazioni di Antonij sono state confermate in un’intervista “pre-pasquale” dell’ideologo presidenziale Aleksandr Dugin, concessa al giornalista americano-putiniano Tucker Carlson. A Dugin si vorrebbe ora affidare una “Scuola superiore di politica” a Mosca per formare le nuove classi dirigenti nello spirito del sovranismo eurasiatico, una decisione contestata da molti per i richiami alla filosofia di Ivan Il’in, il pensatore preferito da Putin che nel secolo scorso esprimeva la sua ammirazione per Hitler e Mussolini. Anche Dugin ammonisce sul “pericolo dell’autodistruzione dell’intera umanità”, se non si porrà un argine alla deriva degli Stati anglosassoni, da lui esplicitamente elencati: Usa, Canada, Gran Bretagna, Australia e Nuova Zelanda (ammiccando all’Europa più addomesticabile), tutti affetti dal “contagio dell’individualismo” che li porta a “rivolgersi contro sé stessi”. La libertà individuale, secondo l’ideologo, è una “errata comprensione della natura umana, che separa il singolo da tutta la comunità”, una piaga diffusa fin dalla riforma protestante e dalla filosofia nominalista, risalendo ai tempi medievali per indicare l’inizio della “scomparsa dell’identità collettiva”.

Secondo i russi l’Occidente è rimasto senza identità, “ha rifiutato anche di riconoscersi nella Chiesa cattolica”, spiega Dugin, e oggi non riconosce più nemmeno le specificità degli Stati e delle nazioni, “esiste solo il fantasma della società civile” da cui vengono eliminati gli ultimi residui identitari, quelli del genere e dell’umano, che “scompariranno nel trans-umanesimo e nell’intelligenza artificiale”. La risurrezione e la vita eterna saranno però garantite dalla Russia, nella Vittoria dell’Ortodossia in un mondo ormai ridotto a una grande Ucraina o una grande Gaza, uno sterminato cumulo di macerie.

Padre Pio, i miracoli e i sospetti (dentro la Chiesa): la confessione di Wojtyla, i microfoni per registrare gli «atti carnali», l’acido fenico

di Gian Guido Vecchi – Corriere della Sera 3 Maggio 2025

Sono passati venticinque anni da quando Padre Pio salì agli altari, beato dal 1999 e poi, nel 2002, santo. Eppure ci sono scaffali di libri nei quali la sua immagine continua ad alternarsi ai sospetti che lo hanno braccato per tutta la vita, anche e soprattutto dentro la Chiesa: tutta la storia, dall’inizio

CITTÀ DEL VATICANO – Tutto considerato, il miracolo più stupefacente di Padre Pio è la capacità di sfuggire a ogni schema, infrangere allegramente ogni griglia interpretativa. 

Provate a immaginare, da un lato, un frate contadino, un francescano che da bambino non aveva potuto fare studi regolari perché lavorava la terra dei genitori a Pietrelcina, sulle colline del beneventano, alla fine dell’Ottocento, e già allora si sentiva in lotta con il Male, una lotta dolorosa sostenuta per decenni da una fede granitica e arcigna, per alcuni arcaica o antimoderna, stigmate e bilocazioni, guarigioni inspiegabili e precognizioni, profumo di gigli o di rose e febbre a 48 gradi, dialetto e mistero. 

E dall’altra parte un cardinale domenicano poliglotta e cosmopolita, rampollo di un’antica famiglia dell’aristocrazia boema, teologo finissimo con studi nella sua Vienna, alla Sorbona di Parigi e a Ratisbona, forse il migliore allievo di Joseph Ratzinger, uno che cita Tommaso d’Aquino, Kierkegaard o Wittgenstein con la stessa naturalezza. 

Ecco, quando il cardinale Christoph von Schönborn riuscì finalmente a tornare sul Gargano, a San Giovanni Rotondo, ancora ricordava la volta che a sedici anni aveva assistito a una celebrazione di quell’uomo ormai anziano: «Non ho mai visto nessuno, né prete, né vescovo, né Papa, celebrare la Messa come faceva padre Pio: non come rito ma come realtà…Indimenticabile il momento della Consacrazione: Cristo stesso offerto nelle sue mani. Per tutta la Chiesa è stato e rimane un grande dono. In questa Europa un po’ indebolita nella sua vita cristiana, è una sorgente alla quale ancora ci abbeveriamo».

Non che adesso sia tutto ormai pacifico, anzi. Sono passati venticinque anni da quando salì agli altari, beato dal 1999 e poi, nel 2002, santo. Eppure ci sono scaffali di libri nei quali l’immagine del santo più amato del Novecento, venerato da milioni di persone in tutto il mondo, continua ad alternarsi ai sospetti che lo hanno braccato per tutta la vita, anche e soprattutto dentro la Chiesa.

Non ha avuto una vita facile, Francesco Forgione. Nato nel 1887, il 25 maggio, era entrato come novizio dei frati minori cappuccini a sedici anni e ne aveva trentuno quando, il 20 settembre 1918, apparvero le stimmate che avrebbero segnato il suo corpo per mezzo secolo, attirandogli devozione e disprezzo incondizionati. 

Quando Giovanni Paolo II lo proclamò beato, il 2 maggio 1999, ricordò «le prove che dovette sopportare in conseguenza, si direbbe, dei suoi singolari carismi: nella storia della santità talvolta accade che l’eletto, per una speciale permissione di Dio, sia oggetto di incomprensioni». Di più Wojtyla non poteva dire, agli oltre trecentomila fedeli che riempivano piazza San Pietro, via della Conciliazione e pure piazza San Giovanni in Laterano, anche perché molte delle «incomprensioni» erano state dei predecessori.

Per cinque volte Padre Pio venne messo sotto inchiesta dal Sant’Uffizio. Subì perquisizioni, interrogatori, intercettazioni, restrizioni e divieti di celebrare messa in pubblico. Pio XI e Giovanni XXIII lo consideravano con sospetto, diciamo così. «Un falso mistico, una colossale truffa», tuonava ancora nel 1961 il domenicano francese Paul-Pierre Philippe, poi vescovo e cardinale, inviato da Papa Roncalli a interrogare il vecchio frate settantaquattrenne, «un disgraziato sacerdote che approfitta della sua reputazione di santo per ingannare le sue vittime», fino a scrivere nella relazione al Sant’Uffizio che si trattava della «più colossale truffa nella storia della Chiesa». 

Avevano pure forato le pareti delle stanze dove Padre Pio riceveva la gente per piazzare dei microfoni e registrare «il rumore di baci», accusandolo di «atti carnali» con le fedeli, e il vecchio frate si era dovuto difendere: «Non ho mai baciato una donna in vita mia, anzi dico davanti al Signore che neppure davo baci alla mamma». 

Papa Giovanni temeva «un immenso inganno», un «disastro di anime», come annotava nei diari del 1960, ma si dice che poi si fosse lasciato convincere dal suo vecchio amico Andrea Cesarano, arcivescovo di Manfredonia, il quale gli aveva spiegato come i fedeli in effetti baciassero con fervore devoto le mani stigmatizzate del frate («chisto è o’ guanto mio!», lo si sente del resto dire in una registrazione) e insomma erano «tutte calunnie». Pochi anni dopo la morte del frate, Paolo VI si interrogava sulla fama di padre Pio con parole che erano già un riconoscimento: «Ma perché? Perché diceva la Messa umilmente, confessava dal mattino alla sera, ed era rappresentante stampato delle stimmate di Nostro Signore».

Karol Wojtyla non aveva mai avuto dubbi. Era un giovane prete che studiava a Roma, quando nel 1947 era andato a San Giovanni Rotondo e si era confessato da Padre Pio. Ne era nata la leggenda, più volte smentita da Giovanni Paolo II, che il frate gli avesse predetto l’elezione a Papa e l’attentato di Ali Agca, «non è vero niente». Ma non era questo il punto, per Wojtyla. È curioso come la fama dei prodigi, più che dai fedeli, sia stata talvolta enfatizzata dai detrattori, per deriderla, o magari alimentata da chi sfruttava l’immagine del frate per business da rotocalco o battaglie ideologiche. 

Perché l’essenziale stava altrove, come diceva Giovanni Paolo II nel giorno della beatificazione, attingendo alla propria esperienza personale: «Chi si recava a san Giovanni Rotondo per partecipare alla sua Messa, per chiedergli consiglio o confessarsi, scorgeva in lui un’immagine viva del Cristo sofferente e risorto». 

Tre anni più tardi, il 16 giugno 2002, fu lo stesso Wojtyla a proclamarlo santo: in piazza c’era anche Matteo Pio, un bambino di nove anni che due anni prima era arrivato in condizioni disperate alla Casa Sollievo della sofferenza di San Giovanni Rotondo – l’ospedale voluto e inaugurato da Padre Pio nel 1956 -, poche ore di vita come diagnosi dei medici, meningite fulminante, arresto cardiaco, complicanze in nove organi che dopo qualche giorno riprendono a funzionare finché il bimbo si sveglia e dice «voglio il gelato»: la guarigione inspiegabile, riconosciuta dalla Chiesa come miracolo per intercessione del beato, che ha portato alla canonizzazione.

Per il popolo dei fedeli era santo da decenni. Tutto era cominciato in quella fine d’estate del 1918, poche settimane prima che finisse la Grande Guerra, nel convento di San Giovanni Rotondo, dov’era arrivato nel 1916 e sarebbe rimasto tutta la vita. Padre Pio si era segnato quel giorno: 20 settembre. Tre anni più tardi lo aveva dovuto raccontare nei dettagli agli inquisitori del Sant’Uffizio. Otto giorni di indagini e interrogatori al frate e ai confratelli, nel giugno 1921. La Messa, il tremore, la visione del Crocifisso. 

«Udii questa voce: ti associo alla mia Passione… E ho visto questi segni qui, dai quali gocciolava sangue». Gli inquisitori gli chiesero tutto: le febbri a temperature letali, i dolori e le lotte notturne col diavolo, il profumo di fiori, le bilocazioni che lo facevano essere in convento, raccontava, e insieme accanto al letto di un malato, «io non so come sia, né di che natura la cosa, né molto meno ci do peso, ma mi è occorso di avere presente questa o quell’altra persona, questo luogo o quell’altro luogo; non so se la mente si sia trasportata lì o qualche rappresentazione del luogo o della persona si sia presentata a me, non so se col corpo o senza il corpo io sia stato presente…». 

I fedeli avevano cominciato ad affluire nel Gargano, attirati dalla fama di santità. Le gerarchie osservavano con sospetto. Un’autorità come padre Agostino Gemelli, frate minore francescano e medico, che nel 1921 aveva fondato l’università Cattolica e l’anno prima era andato un giorno ad incontrare padre Pio, arrivò a scrivere al Sant’Uffizio che si trattava di «uno psicopatico ignorante che induce in automutilazione e si procura artificialmente le stigmate allo scopo di sfruttare la credulità della gente». 

Pure gli inquisitori avevano chiesto al frate della boccetta di acido fenico che si era procurato in farmacia, gli stessi dubbi che lo storico Sergio Luzzatto avrebbe riproposto nella sua biografia del 2007. Ma già allora il frate aveva spiegato che l’acido in convento era usato per disinfettare le siringhe, erano i mesi in cui l’influenza spagnola faceva strage, e del resto anche ai sospetti degli scettici sono state opposte obiezioni, a cominciare dal fatto che né l’acido fenico né la polvere veratrina avrebbero potuto procurare quel tipo di lesioni, durate cinquant’anni.

In tutto questo tempo, il frate di Pietrelcina ha continuato a dormire pochissimo, svegliarsi nel cuore della notte per pregare e prepararsi alla Messa prima dell’alba, passare fino a sedici ore al giorno a confessare i fedeli. Papa Francesco lo ha definito un «apostolo del confessionale». Nel 2018, a cent’anni dalla comparsa delle stimmate e cinquanta dalla morte del frate, andò nello stesso giorno a Pietrelcina e a San Giovanni Rotondo: «Questo umile frate cappuccino ha stupito il mondo con la sua vita tutta dedita alla preghiera e all’ascolto paziente dei fratelli, sulle cui sofferenze riversava come balsamo la carità di Cristo».

Padre Pio non era un confessore facile, «sciagurato, tu vai all’inferno!, ma la gente restava in coda dalla notte. Il primo Papa ad andare a San Giovanni Rotondo, nel 2009, era stato Benedetto XVI. Bisognava vederlo, Joseph Ratzinger, un gigante della teologia del Novecento, lo studioso che ha scritto «Introduzione al cristianesimo», mentre restava a pregare in silenzio nella cella numero 1 del convento dei Cappuccini, il luogo dove padre Pio morì il 23 settembre 1968: un cubicolo intonacato di bianco largo quanto il lettuccio di metallo contro la parete di fondo, una Madonna con Bambino sopra la testiera, un lavello di smalto, un tavolino di legno, una sedia.

Quel giorno, Benedetto XVI parlò del Getsemani e della Passione: «Alcuni Santi hanno vissuto intensamente e personalmente questa esperienza di Gesù. Padre Pio da Pietrelcina è uno di loro. Un uomo semplice, di origini umili, “afferrato da Cristo” – come scrive di sé l’apostolo Paolo – per farne uno strumento eletto del potere perenne della sua Croce: potere di amore per le anime, di perdono e di riconciliazione, di paternità spirituale, di solidarietà fattiva con i sofferenti. Le stigmate, che lo segnarono nel corpo, lo unirono intimamente al Crocifisso-Risorto. Autentico seguace di san Francesco d’Assisi, fece propria, come il Poverello, l’esperienza dell’apostolo Paolo, così come egli la descrive nelle sue Lettere: «Sono stato crocifisso con Cristo, e non vivo più io, ma Cristo vive in me».

Fatima e gli errori della Russia nel mondo

 Corrispondenza romana – 1 Maggio 2024 ore 15:30

di Maria Madise

Il ruolo del gigante russo sulla scena geopolitica non può essere ignorato. Ma da quando è scoppiata la guerra con l’Ucraina, nel febbraio 2022, anche chi in Occidente si trova ben oltre i confini della Russia è consapevole della sua presenza, in un modo o nell’altro.

Nel corso degli ultimi due anni, un numero crescente di conservatori occidentali, e di cattolici, è diventato più simpatizzante della Russia e della sua attuale leadership che dei propri governanti. Queste persone, che tengono in giusta considerazione la morale, essendo insoddisfatte dei loro leader liberali, sia politici che ecclesiastici, vedono in Putin almeno un uomo autorevole con idee chiare per la propria nazione, a prescindere dai suoi difetti. Di fronte agli attacchi incessanti alla fede e alla morale cristiana in Occidente, sono pronti a mettere da parte quasi mille anni di scisma russo, concentrandosi invece sulla riserva di valori cristiani che vedono nella religione “ortodossa”. Ma è la debolezza dell’Occidente, non la forza dell’Oriente, a favorire queste inclinazioni.

Inoltre, l’Ortodossia orientale sembra soffrire proprio del medesimo tipo di dolorosa tensione interna vissuta anche dai cattolici in Occidente. In un recente saggio, “Chi custodisce i guardiani?” (Rev. Dr. John Behr, Public Orthodoxy, 24 April 2024) il dottor John Behr, Professore Regio di Umanistica presso l’Università di Aberdeen, ha descritto le ragioni della riluttanza dei leader ortodossi a sfidare l’idea del Russkii mir (Mondo Russo ndt.), promossa il 27 marzo al Consiglio Mondiale del Popolo Russo dal Patriarca di Mosca Kirill attraverso una “guerra santa”. Citando l’arcidiacono John Chryssavgis, il dottor Behr si chiede se la loro riluttanza derivi da «un’angosciosa, anche se non dichiarata, presa d’atto che anche loro sono fondamentalmente afflitti dalle stesse vulnerabilità e dagli stessi difetti». L’arcidiacono Chryssavgis si chiede poi: «Quante Chiese ortodosse tendono alla glorificazione della nazione e dello Stato? Quante nazioni a maggioranza ortodossa confondono l’adorazione di Dio con il saluto alla bandiera? È possibile che la maggior parte, se non tutte, le Chiese ortodosse siano in realtà molto più vicine di quanto possano ammettere alla perversa ideologia russa?».

Mentre si va delineando una situazione sempre più complessa a livello mondiale, siamo chiamati ad elevarci dal punto di vista meramente geopolitico ad una prospettiva soprannaturale. L’apparizione della Madonna a Fatima, alla vigilia della Rivoluzione d’Ottobre del 1917, non può essere disgiunta da tale prospettiva.

A Pasqua, nel maggio 1917, la Prima Guerra Mondiale aveva reso l’Europa simile a un’anticamera dell’inferno, come ha osservato lo storico americano Warren Carroll in un eccellente libretto intitolato (1917: Red Banners, White Mantle, Christendom Press, 1981). Papa Benedetto XV parlò di un “suicidio dell’Europa civile” e il 5 maggio 1917 si appellò alla Regina della Pace con le seguenti parole: «A Maria, dunque, che è la Madre della Misericordia e onnipotente per grazia, salga l’appello amorevole e devoto da ogni angolo della terra – dai nobili templi e dalle più piccole cappelle, dai palazzi reali e dalle dimore dei ricchi come dalle capanne più povere – dalle pianure e dai mari insanguinati. Che porti a Lei il grido angoscioso delle madri e delle mogli, il lamento dei piccoli innocenti, i sospiri di ogni cuore generoso: affinché la Sua tenerissima e benigna sollecitudine sia commossa e la pace che chiediamo sia ottenuta per il nostro mondo agitato».

Otto giorni dopo, il 13 maggio, la Madonna venne di persona, apparendo in un campo di Cova da Iria, in Portogallo, a tre pastorelli, Lucia e i suoi due cugini, Giacinta e Francesco. La Santissima Vergine diede loro istruzioni per far trionfare il Suo Cuore Immacolato, affinché fosse concesso un periodo di pace al mondo devastato dalla guerra. In primo luogo, la preghiera – in particolare il Santo Rosario; in secondo luogo, la riparazione per i peccati e gli oltraggi perpetrati contro i Santi Cuori di Gesù e di Maria; in terzo luogo, la Madonna chiese che la Russia fosse consacrata al Suo Cuore Immacolato.

«Se le mie richieste saranno ascoltate, – disse– la Russia si convertirà e ci sarà la pace; altrimenti, diffonderà i suoi errori in tutto il mondo, causando guerre e persecuzioni della Chiesa. I buoni saranno martirizzati, il Santo Padre avrà molto da soffrire, varie nazioni saranno annientate».

La consacrazione della Russia in modo tempestivo si è rivelata un compito difficile che ha portato a notevoli controversie negli anni successivi. A prescindere dai meriti che si possono attribuire ai tentativi di consacrazione apparentemente incompleti o ritardati, non si può negare che la Russia abbia diffuso i suoi errori in tutto il mondo e che, a tutt’oggi, non si sia convertita.

L’errore principale della Russia si rivelò essere il comunismo, un progetto rivoluzionario per costruire un mondo senza Dio, che ha conquistato territori più a ovest di quanto l’Armata Rossa abbia mai potuto fare. La diffusione dell’ateismo materialista, il crollo delle norme morali e la legalizzazione dell’aborto e dell’omosessualità – peccati che gridano vendetta al cielo – sono tutte prove del suo successo. Il suo affronto a Dio è dimostrato dall’intervento stesso della Madonna, che nel 1917, non è scesa dal cielo per condannare la massoneria, il globalismo o l’Islam. È apparsa per condannare il comunismo.

L’obiettivo del comunismo era quello di ridefinire tutte le strutture sociali per escludere Dio. E per farlo doveva innanzitutto abolire la famiglia, che riflette l’ordine divino.

La famiglia è il luogo in cui la vita umana viene generata, nutrita e protetta. A livello naturale, dà uno scopo alla vita umana. Il modo più efficace per controllare una nazione è attaccare i suoi figli. Catturando i loro cuori e le loro menti, si decide il futuro di un Paese. I comunisti sono stati i primi a bramare il diritto dei genitori di educare i propri figli.

Nel Manifesto del Partito Comunista (1848), Karl Marx e Friedrich Engels difesero il loro slogan “Abolizione della famiglia!” con queste parole: «Ci accusate di voler fermare lo sfruttamento dei bambini da parte dei loro genitori? Di questo crimine ci dichiariamo colpevoli». (Manifesto del Partito Comunista, capitolo II, 1848).

L’approccio “scientifico” dei marxisti alla famiglia negava la legge naturale a cui è soggetta la natura umana. Secondo loro, la materia, animata dal movimento e dal progresso, è tutto ciò che esiste. La famiglia è quindi un assetto sociale transitorio che, col tempo, lascerà il posto a una forma superiore di società – una società di veri eguali che godono di risorse comuni, dove le donne non sono più oppresse dagli uomini né i bambini “sfruttati” dai genitori.

Non appena i bolscevichi presero il potere in Russia nell’ottobre 1917, poche settimane dopo l’ultima apparizione di Nostra Signora a Fatima, lanciarono il loro programma di abolizione della famiglia.

Nel dicembre 1917 fu introdotto il divorzio, sancito dal Codice di Famiglia del 1918, che poteva essere facilmente ottenuto “senza motivo”. Nel 1920, la Russia sovietica divenne il primo Paese al mondo a legalizzare l’aborto, scatenando un flagello che ha distrutto più vite di tutte le guerre della storia umana.  L’istituzionalizzazione totale dell’istruzione costituiva una parte cruciale del programma comunista. Nel 1920, Aleksandra Kollontai, una donna molto influente nel partito bolscevico e primo Commissario del Popolo per il benessere, scrisse in Kommunistka: «La società comunista si assumerà tutti gli oneri legati all’educazione di un bambino» (Alexandra Kollontai, “Communism and the Family”, Kommunistka, n. 2, 1920).

Nel 1922, la prostituzione e l’omosessualità furono eliminate dal Codice penale.

La rivoluzione politica del regime bolscevico fu accompagnata dalla preparazione della rivoluzione culturale, che fin dall’inizio fu soprattutto una rivoluzione sessuale. L’obiettivo era quello di ridefinire non solo la società, ma la stessa natura umana.

Come ha sottolineato il prof. Roberto de Mattei, l’Istituto Marx-Engels di Mosca aveva legami con organismi analoghi in Germania, come ad esempio l’Istituto per la ricerca sessuale (Institut für Sexualwissenschaft) del dottor Magnus Hirschfeld, fondato nel 1919, con l’obiettivo di normalizzare l’omosessualità ( “A history of revolutions and their consequences for the family”, discorso tenuto in occasione del Rome Life Forum, 18 maggio 2017).

Nel 1929, la leadership sovietica invitò Wilhelm Reich a Mosca per tenere una serie di conferenze. Reich era un allievo di Sigmund Freud, la cui piattaforma ideologica contrapponeva alla morale cristiana – basata sul sacrificio e sulla carità verso il prossimo – l’edonismo basato sul piacere individuale. Reich sosteneva la “cancellazione” della famiglia e il passaggio da atteggiamenti “sessuo-negativi” ad atteggiamenti “sessuo-positivi” nella società.

Reich era anche un ammiratore di Vera Schmidt, la cui Detkski Dom – “casa dei bambini” – a Mosca conduceva esperimenti psicoanalitici e sessuali con bambini piccoli. Reich lodò questo lavoro come una conferma della sessualità infantile. Tali “scoperte”, sviluppate dagli esperimenti criminali di Alfred Kinsey negli Stati Uniti un paio di decenni più tardi (Riportati nei cosiddetti Kinsey ReportsSexual Behavior in the Human Male, 1948 e Sexual Behavior in the Human Female, 1953), hanno contribuito a formare l’idea fondamentale dei programmi di educazione sessuale, promossi dai governi nazionali e dalle agenzie delle Nazioni Unite in tutto l’Occidente odierno, ovvero che i bambini hanno inclinazioni sessuali fin dalla nascita (Si vedano, ad esempio, Judith Reisman, Kinsey, Crimes & Consequence, 2004 e Stolen Honor, Stolen Innocence 2013).

Mentre gli architetti della rivoluzione sessuale avevano potenti alleati tra i dirigenti del regime comunista (come Leon Trotsky), Joseph Stalin vide in essa una minaccia al suo potere politico. Aveva bisogno di una Russia forte e per questo motivo ribaltò molte delle leggi anti-familiari introdotte dal regime: il divorzio divenne complicato e l’aborto illegale; le relazioni omosessuali tornarono a essere un reato.

Respinti da Stalin, gli ideologi della rivoluzione sessuale fuggirono nella Germania di Weimar, dando vita alla cosiddetta Scuola di Francoforte, dove continuarono il loro lavoro come think tank di scienziati sociali marxisti. Da lì, questi intellettuali si diressero negli Stati Uniti, dove occuparono posizioni chiave in università come Harvard, Columbia, Princeton, Berkeley e altre istituzioni che da allora hanno formato la maggior parte dei leader civili e politici americani.

È per questo motivo che le politiche promosse oggi in Occidente ricalcano il comunismo. Questi sono gli errori della Russia, non il patrimonio dell’Occidente.

Gli ideologi sessuali dell’Occidente oggi continuano fedelmente a portare avanti l’ideale comunista della società senza Dio. Si tratta di una rivoluzione culturale continua e paziente, che si concentra sull’istruzione, sui media e sulla cultura popolare. Tuttavia, rimane comunista: cerca ancora di distruggere l’ordine naturale ridefinendo la natura umana; continua ad annullare le strutture sociali basate sulla famiglia e sulle norme morali della legge naturale; i diritti dei genitori come educatori primari dei loro figli sono minati e attaccati; l’innocenza dei bambini è sistematicamente distrutta nelle scuole da un indottrinamento sessuale che mira a rompere la loro riserva naturale attraverso la volgarità e la promozione di pratiche immorali, soprattutto l’omosessualità.

L’odierno “politically correct” può essere ricondotto alla Scuola di Francoforte. Il suo obiettivo era quello di conformare tutto il linguaggio, i pensieri e i comportamenti ai principi del marxismo culturale, creando un nuovo codice morale che etichettasse qualsiasi espressione della morale cristiana come “crimine d’odio”. In questo modo il problema è rappresentato da chi non accetta l’omosessualità, piuttosto che da chi cerca di imporla al pubblico; la minaccia è costituita dai genitori che non accettano l’idea che il proprio figlio sia nato in un corpo sbagliato, piuttosto che da chi indottrina i bambini con l’ideologia gender, e così via.

Gli autori della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani (UDHR) del 1948 hanno riconosciuto molti dei problemi del marxismo culturale a livello naturale e hanno cercato di offrire una risposta laica. La UDHR difende la vita e i diritti dei genitori, poiché alla fine della Seconda Guerra Mondiale era evidente che un padre di famiglia non può essere un cittadino libero se non governa la propria casa e deve competere con lo Stato per la formazione delle coscienze dei propri figli.

Nell’ONU di oggi si tiene poco conto dei suoi documenti fondativi e si promuove invece la visione marxista dell’educazione da parte dello Stato. La lobby del controllo demografico ha assunto un ruolo di primo piano nella definizione dei programmi di educazione sessuale e delle politiche familiari internazionali. Gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile, l’Agenda globale 2030, ad esempio, esercitano una pressione schiacciante sugli Stati membri affinché «garantiscano l’accesso universale ai servizi di assistenza sanitaria sessuale e riproduttiva, compresi quelli per la pianificazione familiare, l’informazione e l’educazione, e l’integrazione della salute riproduttiva nelle strategie e nei programmi nazionali» (Obiettivo 3.7).

Ciò significa accesso universale alla contraccezione, all’aborto, alla promozione dell’omosessualità e all’indottrinamento dei bambini nelle scuole – in altre parole, la distruzione istituzionalizzata della famiglia.

Naturalmente ogni cattolico deve opporre resistenza a tutto questo. Ma non si può farlo abbracciando una falsa alternativa. Non si tratta di preferire un’agenda globale a un’altra o di schierarsi con una di esse, rifiutando l’altra. Si tratta piuttosto di scegliere la dottrina della Chiesa cattolica rispetto alla quale tutte le visioni del mondo devono essere giudicate.

L’Occidente non è i suoi leader né i valori liberali che essi proclamano. Il vero Occidente è la cristianità, la fede e la cultura plasmate dagli insegnamenti della Chiesa cattolica, dei suoi santi e martiri. Attualmente, questo Occidente sembra essere stato cancellato, ma è stato solo eclissato. Dietro le ombre, il sole rimane. Non dobbiamo cercare di sfuggire all’eclissi a costo di rinunciare al sole.

La necessità di ricostruire la Russia dopo la devastante perdita di manodopera e lo sconvolgimento sociale della guerra rese inevitabile l’introduzione da parte di Stalin di leggi per incoraggiare il matrimonio e la natalità. Tuttavia, nonostante queste “buone politiche”, la storia non lo considera un leader favorevole alla famiglia. Al contrario, lo ricorda come un dittatore responsabile di un sanguinoso terrore che è costato milioni di vite umane. Questo esempio dovrebbe far suonare un campanello d’allarme per coloro che esaltano gli attuali leader russi per la promozione di politiche a favore della vita e della famiglia rifiutate dalle loro controparti occidentali.

Analizzando le conseguenze del comunismo, David Satter sostiene che «la Russia di oggi è perseguitata da atti non esaminati e parole non dette, da siti che non sono stati riconosciuti e da fosse comuni che sono state commemorate parzialmente o per niente […]. L’incapacità di affrontare le implicazioni morali dell’esperienza comunista, tuttavia, ha fatto sì che non fosse possibile un vero cambiamento in Russia. La psicologia del dominio statale è rimasta intatta per influenzare la nuova Russia post-comunista» (It Was A Long Time Ago And It Never Happened Anyway: Russia and the Communist Past, Yale, 2012, p. 300). Finché la Russia rimarrà perseguitata dai suoi errori – finché la Russia sarà scismatica, anticattolica e comunista – non potrà guarire le ferite che i suoi errori hanno inflitto all’Occidente.

San Pio X diceva: «Il desiderio di pace è certamente un sentimento comune a tutti, e non vi è alcuno che non la invochi ardentemente. La pace, tuttavia, una volta che si rinneghi la Divinità è assurdamente invocata: dove è assente Dio, la giustizia è esiliata; e tolta di mezzo la giustizia, invano si nutre la speranza della pace» (Pio X, E Supremi, n. 7). Il mondo secolarizzato, che oggi avvolge sia l’Occidente che l’Oriente, dice di volere la pace ma dimentica di aver dichiarato guerra a Dio sfidando le leggi che Egli ha scritto nel cuore dell’uomo. Il messaggio di Fatima ci ricorda che non ci sarà pace se prima non ci sarà la conversione. L’avvertimento che valeva per la Russia nel 1917 deve ora essere ascoltato in tutto il mondo, che ha adottato gli errori comunisti come propri. Non ci può essere pace duratura senza giustizia, ma questo significa che non ci può essere vera pace prima che le nazioni tornino a essere cattoliche.

Fontehttps://voiceofthefamily.com/the-errors-of-russia/

«LA CHIESA ORTODOSSA È PEGGIO DI PUTIN E VI SPIEGO PERCHÉ»

Intervista a Don Stefano Caprio

30/04/2024  – Famiglia Cristiana

La sospensione di due sacerdoti “dissidenti” è solo l’ultimo atto di una Chiesa sempre più contigua al regime dello “zar”, come ci racconta don Stefano Caprio, che parla anche della morte di Navalny, di come potrebbe finire il conflitto in Ucraina e di quanto sia urgente una nuova rinascita religiosa per Mosca

Matteo Menegol

L’ultimo atto è stata la sospensione, decisa dal patriarca di Mosca Kirill, di due sacerdoti, Dmitry Safronov, con l’accusa di aver celebrato una funzione in memoria di Alexei Navalny a 40 giorni dalla morte del dissidente russo, e Alexander Vostrodymov, reo di aver condiviso sui propri profili social alcune riflessioni cristiane sulla pace. Da questi “capi d’imputazione” si evince non soltanto quali siano i tabù del governo russo, ma anche quanto marcata sia la contiguità della Chiesa ortodossa col regime di Vladimir Putin. Ne abbiamo parlato con don Stefano Caprio, docente di storia, filosofia, teologia e cultura russa che ha vissuto per diverso tempo a Mosca.

Don Stefano, partiamo dall’attualità: la sospensione dei due sacerdoti può sfociare in un arresto?

«Nel caso di Dmitry Savfronov, che ha celebrato una Messa in memoria di Navalny, si tratta di una misura puramente ecclesiastica, la cui durata, peraltro, è ancora imprecisa, ma potrebbe arrivare fino a tre anni. Al momento, parliamo di un trasferimento in un’altra parrocchia dove non potrà celebrare alcuna funzione, ma soltanto fare il cantore o il lettore. Il significato, semmai, sta nel fatto che quella preghiera era rivolta a Navalny. Per quanto riguarda Vostrodymov, essendo stata avviata anche un’indagine, potrebbe ricevere una multa, ma non credo che si arriverà all’arresto».

C’è la possibilità che a entrambi venga tolto il sacerdozio?

«Sul piano ecclesiastico, sì. Lo stesso patriarca Kirill ha minacciato l’utilizzo di questa misura per coloro che si rifiutano di recitare la preghiera per la vittoria russa nella guerra in Ucraina. Vostrodymov si è limitato ad alcune riflessioni sulla pace, ma nel caso di Safronov l’essersi rifiutato di recitare quella preghiera, peraltro in una funzione in memoria di Navalny, credo che gli faccia correre questo rischio».

Quanti casi di dissidenza all’interno della Chiesa russa si sono registrati dall’inizio dell’invasione dell’Ucraina?

«All’inizio del conflitto, ci fu la lettera sottoscritta da 300 sacerdoti contrari all’invasione. Diverse decine di loro vennero posti sotto osservazione».

Questo cosa implica?

«Si apre un procedimento presso il Tribunale ecclesiastico della singola diocesi. In certi casi si arriva direttamente al Tribunale di Mosca del patriarcato, come nel caso di Aleksei Uminsky, immediatamente ridotto allo stato laicale e costretto a fuggire in Lituania, dov’è stata aperta una sezione del patriarcato di Costantinopoli, che accoglie tutti i preti russi contrari alla guerra».

Ci sono stati altri preti costretti alla fuga?

«Alcuni sono andati all’estero, altri ci hanno provato. Altri ancora, invece, sono in bilico: preferiscono non esporsi troppo perché hanno una famiglia…».

E il governo russo quanto incide su questo?

«In Russia esiste un vero e proprio gemellaggio, una “sinfonia” come la chiamano loro, tra lo zar e il patriarca. E nonostante le proteste e i dissidi, ormai è diventato impossibile rovesciare il sistema. Anche a livello ecclesiastico. C’è una forte manipolazione delle coscienze per cui la Chiesa ortodossa sostiene la propaganda di Stato per dimostrare che la Russia è il bersaglio dell’Occidente e, per questo, tutti devono contribuire alla causa per difendere i valori tradizionali».

Nemmeno con la morte di Navalny, che pure ha scosso parecchie coscienze, c’è stato un sussulto nella Chiesa russa?

«Assolutamente no. Peraltro, a differenza di Putin, che a un certo punto si è trovato costretto a giustificare l’accaduto, senza ovviamente assumersene la responsabilità,  il patriarcato moscovita ha ignorato tutta la vicenda. Non ha mai detto una parola, neanche dopo la morte di Navalny».

Vuole dire che, da questo punto di vista, la Chiesa ortodossa è peggio di Putin?

«Certo che sì. Parliamo di una struttura che vigila ormai sull’aspetto ideologico e, dunque, anche per non dare segnali di cedimento, non può né deve dire alcunché a riguardo».

Possiamo quindi affermare che la Chiesa ortodossa è la cassa di risonanza della propaganda putiniana?

«In un certo senso, sì. Con l’avvento di Putin al potere, la Chiesa ispirò la popolazione russa attraverso concetti come difesa, sovranità e identità. Poi, quando Putin ha deciso di prendere in mano la situazione in modo aggressivo, prima con l’invasione della Georgia e poi dell’Ucraina, si è limitata a fare da eco alla sua propaganda, aggiungendo giustificazioni di natura religiosa».

E non è mai stato possibile ribellarsi a quella violenza?

«A dire il vero, Kirill inizialmente non appoggiò Putin. Il momento più clamoroso fu l’annessione della Crimea nel 2014: il patriarca non partecipò ai festeggiamenti. Questa sua contrarietà derivava dal fatto che capì il rischio, in quel frangente, di inimicarsi l’Ucraina, dove la Chiesa ortodossa è molto più popolare e radicata. Anche all’inizio dell’invasione del 2022 sembrava non volersi esporre più di tanto, optando per il silenzio. Una settimana più tardi, però intervenne per ribadire la difesa contro l’Occidente».

A proposito del conflitto in Ucraina, come pensa che si potrà risolvere la questione?

«Ci sono tre possibilità. La prima è che la Russia riesca a sfondare e a vincere del tutto: non credo che riuscirà a conquistare l’intera Ucraina, ma sicuramente a rivendicare i territori occupati perché, in questo momento, la guerra è a suo favore. Una seconda opzione è che, messa alle strette, decida di scatenare la Terza guerra mondiale utilizzando armi nucleari, cosa che, tuttavia, mi pare gli stessi russi vogliano evitare. La terza variante è che non ci saranno vinti o vincitori, ma una situazione di stallo, una specie di guerra fredda che potrà durare decenni come accadde con Breznev alla fine della Seconda guerra mondiale».

Per un cambiamento nella Russia del futuro, pensa che sarà la Chiesa ortodossa dall’interno o quella cattolica da fuori a giocare un ruolo decisivo?

«Temo che la Chiesa cattolica avrà un ruolo molto ridotto, perché rappresenta una minoranza in Russia. Non ha grande capacità d’influenza e, per sopravvivere, è costretta talvolta a sottomettersi un po’a quella ortodossa. Quest’ultima, sebbene completamente squalificata così com’è, ha un grandissimo peso. Per cambiare occorrerebbe tornare alla situazione che c’era alla fine dell’Urss, quand’era guardata male proprio per l’appoggio che dava alle politiche sovietiche. Bisogna attendere una nuova rinascita religiosa, perché, ad oggi, non esiste alcuna alternativa in Russia».

San Giuseppe Lavoratore

Pio XII istituì la festa di «San Giuseppe artigiano» per aiutare i lavoratori a non perdere di vista il senso cristiano del lavoro.

L’1 maggio 1955, Pio XII istituì la festa di «San Giuseppe artigiano» per aiutare i lavoratori a non perdere di vista il senso cristiano del lavoro, così pienamente incarnato nell’umile falegname di Nazareth e glorioso padre putativo di Gesù. Nel discorso con il quale istituì la festa liturgica, oggi memoria di «San Giuseppe lavoratore», papa Pacelli metteva in guardia da un pensiero distorto sulla festa del lavoro, un pensiero allora legatissimo alla visione marxista della lotta di classe e privo di qualsiasi riferimento a Dio Creatore. Il pontefice ricordò che «il nemico di Cristo semina zizzania nel popolo italiano […]. Specialmente nel ceto dei lavoratori esso ha fatto e fa di tutto per diffondere false idee sull’uomo e il mondo, sulla storia, sulla struttura della società e dell’economia».

Pio XII aveva ben chiaro il principio che il lavoro deve essere mezzo per la salvezza eterna, non inciampo che «contrasta con l’ordine di Dio». Perciò spiegava che la Chiesa non può limitarsi alla richiesta di «un più giusto ordine sociale», bensì deve primariamente assicurare al lavoratore una retta formazione cristiana, sollecitare legislatori e datori di lavoro, indicare i princìpi fondamentali, che poi non sono altro che il riconoscimento di Cristo (vero e giusto) e della sua regalità sulla storia. È quanto Giovanni Paolo II chiamerà il «Vangelo del lavoro», un concetto altissimo e magistralmente definito nella sua Laborem Exercens: «Questa verità, secondo cui mediante il lavoro l’uomo partecipa all’opera di Dio stesso suo Creatore, è stata in modo particolare messa in risalto da Gesù Cristo, quel Gesù del quale molti dei suoi primi uditori a Nazareth rimanevano stupiti e dicevano: Donde gli vengono queste cose? E che sapienza è mai questa che gli è stata data? … Non è costui il carpentiere?».

Già l’Antico Testamento era pieno di riferimenti al lavoro umano («Mangerai del lavoro delle tue mani», dice per esempio il Salmo 127) e il Nuovo – dove Dio è simboleggiato di volta in volta come vignaiolo, seminatore, pastore – completa la pedagogia divina sul significato del lavoro. E ci indica come sommo esempio l’opera silenziosa ma provvidenziale di Giuseppe, che con il lavoro delle sue mani assicurò il sostentamento a Gesù Bambino e alla Vergine Maria, (anche) così partecipando straordinariamente al disegno di salvezza. Scrive ancora Giovanni Paolo II, stavolta nella Redemptoris Custos: «Il lavoro umano e in particolare il lavoro manuale trovano nel Vangelo un accento speciale. Insieme all’umanità del Figlio di Dio esso è stato accolto nel mistero dell’Incarnazione, come anche è stato in particolare modo redento. Grazie al banco di lavoro presso il quale esercitava il suo mestiere insieme con Gesù, Giuseppe avvicinò il lavoro umano al mistero della Redenzione».

A Dio piacque che l’eterno Figlio venisse chiamato «il figlio del falegname» (Mt 13, 55). Lo stesso Gesù imparò il mestiere da Giuseppe e lo esercitò nel nascondimento, mentre cresceva in sapienza e grazia, fino all’inizio della sua attività pubblica. Nobilitò quindi enormemente il lavoro manuale, che nel mondo romano era considerato indegno (vedi Cicerone), affiancandolo in dignità al lavoro intellettuale e operando un’elevazione di entrambi: sempre Gesù esalta lo scriba umile che si fa «discepolo del Regno dei cieli» (Mt 13, 52) e gli Atti degli Apostoli ricordano che Lui «fece e insegnò».

Ermes Dovico – La Nuova Bussola – 1 Maggio 2024

Il cardinale Simoni: ho celebrato in celle e fogne, Dio mi ha salvato dalla morte

Intervista al porporato albanese che Francesco ha citato nell’udienza generale come “martire vivente”, ringraziandolo per la sua testimonianza e il servizio alla Chiesa: “L’omaggio del Santo Padre è un fiore per tutta la Chiesa”. A 95 anni gira il mondo per celebrare Messe, visitare Santuari e praticare esorcismi: “Mi chiamano anche 50 volte al giorno”. Ai credenti oggi perseguitati assicura: “La sofferenza diventerà gioia. Siamo viaggiatori, di passaggio”

Salvatore Cernuzio – Città del Vaticano – 14 Febbraio 2024

Mentre parla con i media vaticani in una stanza di Casa Santa Marta dove è ospite, il telefono del cardinale Ernest Simoni – il porporato albanese sopravvissuto alle persecuzioni del regime comunista e oggi citato dal Papa all’udienza generale come “martire vivente” – squilla almeno una decina di volte. “Ho due cellulari”, racconta, “uno per l’Europa, uno per l’America. Mi chiamano da tutto il mondo… Quasi 120 telefonate al giorno”. Una cinquantina sono richieste di esorcismi o preghiere di liberazione. Le pronuncia in latino, lo stesso che usava per celebrare la Messa clandestinamente dalla cella in cui era stato rinchiuso perché “nemico” di quello che l’allora presidente Enver Hoxha aveva dichiarato il “primo Stato ateo del mondo”.

Il porporato di 95 anni per circa 28 ha subito prigionia, persecuzione e minacce di morte durante il regime comunista. Oggi era presente all’udienza generale in Aula Paolo VI…

Di quei giorni il cardinale, francescano conventuale, ha un ricordo vivido: le Messe alle 2 di notte o dietro le sbarre con il pane cotto ai fornelli e il vino spremuto dai grappoli d’uva, le liturgie nei canali delle fogne e gli “amici” musulmani che piangevano perché “attratti dallo Spirito Santo”. Oggi, a 95 anni, Simoni “continua a lavorare per la Chiesa”, come ha detto il Papa. Lo fa pregando – continuamente -, praticando esorcismi, girando in Santuari (ieri la Messa con le Guardie Svizzere, domani sarà ad Arezzo per la Madonna del Conforto) in Italia, in Europa, negli Stati Uniti. Non è stanco e non si attribuisce alcun merito: “È tutto grazia e protezione divina”. Gli piace parlare e raccontare, gesticola nel farlo o stringe le dita nodose come in preghiera. A volte sembra parlare a fatica, mai conclude una frase che non contenga un ringraziamento a Gesù e alla Madonna o una citazione letterale della Bibbia.

Eminenza, oggi il Papa l’ha salutata e ringraziata davanti a tutti i fedeli in Aula Paolo VI, definendola un “martire vivente”. Che effetto le fanno queste parole?

Con il Santo Padre ci siamo visti ieri sera a cena, qui, per un saluto, e abbiamo discusso di questioni di fede. Oggi, in una forma che non credevo, questo omaggio… Ma è stato un fiore per la Chiesa, il popolo e Gesù che è padre di tutti gli uomini. È Lui che mi ha salvato dalla morte in modo speciale. Sono vivo per merito di Dio. Anche quando ero parroco nelle montagne dell’Albania, lontano lontano, per quattro volte ho rischiato di rovesciarmi per il ghiaccio per mille metri dall’abisso. E mi sono salvato… Tutto è provvidenza divina, tutto è grazia divina.

Lei ha vissuto l’orrore della prigionia, dell’isolamento, delle persecuzioni e torture. Cosa ricorda di quel periodo, di quel lungo periodo?

Non voglio prolungarmi, ma tante cose… Due volte prima di arrestarmi abbiamo celebrato la Messa alle 2 di notte, ad esempio, e tutte e due le volte tanti fedeli hanno visto una statua di Sant’Antonio piangere. Poi, sempre grazie al Signore che mi ha custodito e protetto, ho potuto celebrare clandestinamente in prigione la Messa, a memoria, in latino. So il latino come la lingua albanese, avevamo un metodo in stile tedesco per cui abbiamo imparato le lingue classiche. Alle Messe c’erano dei musulmani che piangevano: amici, ottimi amici, con lacrime grosse perché lo Spirito Santo li attraeva. Proprio un professore musulmano, gentilissimo, con la moglie prendeva l’uva dal frigo. E noi la spremevamo per fare il vino per l’Eucarestia.

E il pane?

Avevamo dei fornelli piccoli per mangiare in prigione e con il pane che ci davano facevamo le ostie. Celebravamo secondo le condizioni possibili… Ho celebrato Messe anche nei canali delle fogne, davanti a 200 persone. Se qualcuno mi avesse accusato, mi avrebbero impiccato. È stata la protezione divina, in tutte le forme. Nessun mio merito.

Lei ha subito perdonato i suoi aguzzini. Perché?

La fede cattolica! Gesù con amore infinito ha amato e ama tutti gli uomini e dice che la gioia più grande in Paradiso sarà per un peccatore che si converte e si salva e non per miliardi di angeli e santi. “Sono venuto per i peccatori…”. Chi ha un cervello puro deve mettere Gesù al primo posto.

Alle persone che, come lei, oggi soffrono la persecuzione – il Papa parlava questa mattina di tanti martiri – quale incoraggiamento vorrebbe dare?

Ha detto Gesù: “Come hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi”. Ma, attenzione, la vostra sofferenza sarà convertita nella gioia. La vostra gioia nessuno potrà allontanarla da voi. È tutto qui, siamo viaggiatori, passeggeri…

Invece in questo momento storico del mondo ferito dalle guerre cosa sente di dire?

Fratellanza, fratellanza, fratellanza, amore fraterno. Predicare l’amore estremo per gli uomini. A tutti ci aspetta il Paradiso. Parlo dell’amore infinito di Dio e Gesù per tutti gli uomini, di ogni fede, di ogni popolo del mondo. È padre di tutti, ha versato il sangue per tutti.  

Lei ha 95 anni e continua a servire la Chiesa, come ha detto il Papa…

È sempre per grazia di Dio che posso andare in Italia, in Europa, in America. Ci sono stato 25 volte in America, ho celebrato tante Messe, ci vivono 700 mila albanesi cattolici. Sono da 55 anni ordinato, non credevo mai che sarei stato cardinale, ringrazio il Signore perché mi ha dato la grazia speciale di essere vicino alle anime, di riconciliarle spiritualmente. Ringrazio sempre pure la Madonna, Padre Pio e Giovanni Paolo II che mi aiuta negli esorcismi: alcuni mi hanno detto di averlo visto… Come dice Sant’Agostino non passi nessun giorno senza una linea, un dito, per la vita eterna. Per la salute? L’età si conta con gli anni ma la salute è nelle mani del Signore. Si piange quando qualcuno muore ma muore la materia, lo spirito è immortale.

Mosca e ‘deoccidentalizzazione’: nella ‘svolta’ a Oriente il futuro incerto della Russia

di Stefano Caprio-Asia News – 28 Aprile 2024

La guerra in Ucraina porta il Paese nell’era della negazione e presa di distanza dal “nemico”, per affermare la “ortodossia” spirituale, morale, politica ed economica. Oggi si impongono nuovi “modelli globali” non facilmente digeribili non solo in Russia o in Oriente, ma anche in Europa e nei Paesi anglosassoni. La figura del presidente si sovrappone ormai agli zar del passato. 

Con la guerra della Russia in Ucraina siamo entrati nell’era della de-trazione o de-clinazione, in quanto la de-finizione dell’identità dei popoli e delle nazioni sembra di-pendere dal prefisso, più che dal contenuto. La Russia si è sentita in dovere di di-fendere l’Ucraina assalita dalla de-gradazione occidentale, per raggiungere la sua de-militarizzazione e de-nazificazione; in tutta risposta, l’Ucraina sente ora il bisogno della de-russificazione e de-colonizzazione, indicando in questo la strada agli altri popoli ex-sovietici, già da 30 anni impegnati appunto nella de-sovietizzazione dei loro Paesi.

La negazione e la presa di distanza dal “nemico”, dall’estraneo o “traditore”, è la via maestra per affermare la propria “ortodossia” spirituale, morale, politica ed economica. Il termine più dogmatico e risolutivo di questo dramma dell’identità negata per la Russia è ormai la de-occidentalizzazione, annunciata con il neologismo della de-westernizatsija. La propaganda russa, soprattutto in questi giorni di preparazione alla Pasqua di liberazione e alla Vittoria di de-nazificazione, insiste sul concetto che “la Russia non ha mai fatto parte dell’Occidente”, una realtà demoniaca e russofobica, che cerca di imporre al mondo un dominio globale che staglia la sua ombra su tutti i continenti, facendo brillare sempre più la luce della Santa Eurasia.

La de-occidentalizzazione o “purificazione dall’influsso occidentale” è il vero contenuto delle leggi contro gli “agenti stranieri”, gli inoagenty che non possono essere altro che occidentali, in quanto gli influssi della Cina, dell’India o della Turchia sono invece da considerarsi “amichevoli”. Per questo i russi fanno pressioni sulla Georgia, sul Kirghizistan e su tutti i territori ancora poco de-colonizzati per far approvare leggi analoghe, anche a costo di provocare rivolte di piazza come sta avvenendo in questi giorni per le vie di Tbilisi. La “svolta verso Oriente” non è specificamente “pro” Oriente, ma è principalmente “anti” e “de” Occidente. I sociologi filo-putiniani affermano che “più della metà dei russi non vede alcuna utilità nella civilizzazione e nella cultura occidentale, in quanto è sempre stata estranea alla Russia e ha un carattere distruttivo”, come riportato dalla rubrica Signal di Meduza.

Tali affermazioni del resto non sono una novità per la Russia, anzi attraversano tutta la sua storia e le oscillazioni della sua autocoscienza. Nell’Ottocento, dopo la grande vittoria su Napoleone e la sua Grande Armée dell’intera Europa occidentale, si è sviluppato in Russia per decenni un grande dibattito tra “slavofili” e “occidentalisti”: i primi ritenevano che la Russia avesse una propria “idea” da esprimere nel mondo, i secondi che non ci fosse nei russi nulla di originale, e tutto era dovuto alle culture provenienti dall’Occidente. La storia in effetti ha dato ragione ai secondi, imponendo nel Novecento un sistema pensato dagli occidentali, quello del comunismo marxista, pur reinterpretato come “leninismo” e “stalinismo”, le varianti russe del “socialismo reale” imposto al mondo intero.

Il dibattito ottocentesco era a sua volta frutto della precedente occidentalizzazione dell’Impero di San Pietroburgo, voluta da Pietro il grande per fare della Russia una “finestra sull’Europa”, e conclusa da Caterina la grande come spartizione dell’Europa orientale insieme ad Austria e Prussia, con la de-portazione di massa dei polacchi nei territori siberiani. Lo stesso Pietro aveva voluto disfarsi degli eccessi di torbidi conflitti interni generati dalle scorribande nei territori “ucraini” di confine, ma anche dal fanatismo degli ortodossi “vecchio-credenti” che non volevano accettare la superiorità nei riti e nelle devozioni da parte dei greci, anch’essi da considerare “agenti stranieri” occidentali. Il Battesimo bizantino, che ha dato origine alla storia antica della Rus’, è in effetti l’importazione dall’Occidente di una tradizione che viene considerata del “cristianesimo orientale” rispetto a quello latino occidentale, a riprova che l’identità non corrisponde alla realtà neppure geografica, quando serve un de- per affermarla. La stessa ideologia cinquecentesca di “Mosca-Terza Roma”, la principale definizione della missione della Russia nella storia, si basa sull’eliminazione delle due Rome precedenti, e la profezia si conclude precisando che “una Quarta non ci sarà”.

La retorica della de-westernizatsija, al di là degli archetipi contrastanti dell’anima russa, impone una riflessione che riguarda il futuro non soltanto della Russia. Che cos’è “Occidente”, e che cosa significa essere “sotto l’influsso occidentale”? L’approvazione del Congresso americano dei nuovi aiuti all’Ucraina è stata salutata dal presidente Biden come “affermazione della supremazia americana e occidentale nel mondo”, ma il modello di questa superiorità non è certo limitato alle armi o ai droni d’assalto. Occidente vuol dire democrazia liberale ed economia di mercato, o quanto meno la scelta di un regime comprensibile e organizzato secondo regole accettabili da parte degli occidentali. L’epoca coloniale degli europei ha in effetti imposto in tutto il mondo sistemi analoghi a quelli degli imperi e poi delle democrazie, nella relazione tra le parti sociali e le classi di padroni e lavoratori, i meccanismi finanziari e le istituzioni politiche ed educative, risolvendo l’ispirazione religiosa nella separazione tra Chiesa e Stato.

Oggi queste dimensioni si accompagnano a un frenetico processo di modernizzazione e ridefinizione tecnologica, che rendono vetuste molte componenti fondamentali come il pluralismo politico e gli equilibri parlamentari, perfino la terzietà della legge e della magistratura, imponendo nuovi “modelli globali” non facilmente digeribili non soltanto in Russia o in Oriente, ma negli stessi Paesi europei e anglosassoni, gli “occidentali” per eccellenza. In questo senso diventano più che occidentali nazioni come il Giappone e l’Arabia Saudita, di tradizioni assolutiste o addirittura teocratiche, e dominano l’Occidente le innovazioni pensate in Cina o nella stessa Russia, sciogliendo tutti i confini nella polverizzazione digitale. Non c’è una definizione esaustiva di “Occidente collettivo” o soltanto parziale, neanche alle latitudini attribuite ai “padroni del mondo” produttivo e finanziario.

La de-occidentalizzazione non porta dunque verso la scelta di un sistema rispetto a un altro, né a livello economico, né politico e culturale, e ormai neppure religioso. Si tratta di una reazione identitaria anti-globalista, un tentativo di sottrarsi al coinvolgimento nei processi di cambiamento e di contaminazione, come nell’ideologia della de-crescita e della de-modernizzazione. Essendo però irreversibile la crescita economica e tecnologica, la differenza con il “mondo ostile” può avvenire soltanto nella contrapposizione e nella competizione, ciò che di fatto comporta un legame ancora più stretto e inevitabile: più si cerca di de-occidentalizzarsi, più ci si occidentalizza. Questo era vero perfino all’epoca della Guerra Fredda dei regimi “opposti”, socialista contro liberale, che per imporsi scatenavano la gara alla conquista dello spazio e al controllo delle nazioni, nutrendosi comunque di continui conflitti armati in ogni angolo del mondo.

Non ha alcun senso la de-occidentalizzazione della Russia, per quanto siano prevedibili dei “salti all’indietro” anche nel controllo della proprietà privata, come affermato da Vladimir Putin al congresso degli imprenditori e investitori per “evitare danni allo Stato”, oltre all’evidente ritorno al controllo totalitario delle coscienze. La figura del presidente ormai si sovrappone a quella degli zar del passato, e le leggi stesse sembrano regredire al livello delle uloženja, i decreti seicenteschi che tentavano di comporre i “torbidi” delle varie anime della Russia in bilico tra presente e futuro. Si possono rompere le relazioni diplomatiche con gli Stati occidentali e ogni tipo di accordo internazionale fino alla disgregazione dell’Onu e al disprezzo del tribunale dell’Aja, o dichiarare lo scisma ortodosso tra Mosca e Costantinopoli, ma tutto questo appare più una scena teatrale che una vera “ridefinizione” della posizione del Paese nelle relazioni globali. Se la Russia intende rifiutare il mondo intero, il problema non è che diventerà inaccettabile per l’Occidente, ma che diventerà incomprensibile per sé stessa.

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