"VI SUPPLICO: CONVERTITEVI!" (REGINA DELLA PACE-MEDJUGORJE)

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KHAMENEI IN PUBBLICO COL FUCILE IN PUGNO

“Attaccheremo ancora la Palestina occupata”

La Repubblica – 5 Ottobre 2024 – dai nostri inviati Gabriella Colarusso (Beirut) e Fabio Tona

I media israeliani dicono che Safieddine, successore di Nasrallah è stato ucciso a Beirut. Biden: “Israele valuti di non colpire“

Un discorso breve, da belligerante, armato. «Il 7 ottobre è stato un atto legittimo, così come legittima è la nostra risposta contro Israele», ha esordito la Guida Suprema della Repubblica islamica dell’Iran durante la preghiera del venerdì nella grande moschea di Teheran, dove si teneva la commemorazione per la morte di Hassan Nasrallah, leader di Hezbollah. Accanto all’ayatollah Ali Khamenei c’era un fucile, come vuole la tradizione sciita secondo cui un sermone senza impugnare un’arma non è efficace. In questo momento, però, dopo i 181 missili balistici lanciati sulle città di Israele e l’attesa dell’annunciata rappresaglia, la tradizione si carica di simbolismo e dei più neri presagi.

«Se necessario attaccheremo ancora la Palestina occupata», promette la Guida Suprema, mentre il governo dello Stato ebraico sta studiando quando e come colpire l’Iran, cercando un punto di compromesso col presidente Biden che ieri ha invitato Israele a «valutare obiettivi alternativi ai pozzi petroliferi» e ha aggiunto: «Si evitino le vittime civili».

Nel giorno della commemorazione di Nasrallah («Era un fratello, il mio orgoglio, il volto amato dell’Islam»), Khamenei si è rivolto ai libanesi invitandoli a «non disperare», perché «il regime sionista non sarà mai vittorioso su Hamas ed Hezbollah». Ha poi lanciato un appello ai Paesi arabi, compresi quelli di fede sunnita: «Il nemico dell’Iran è il nemico della Palestina, del Libano, dell’Iraq, dell’Egitto, della Siria e dello Yemen».

Ad ascoltarlo tra i funzionari del regime c’era Abdullah Safieddine, capo dell’ufficio di Hezbollah e fratello di Hashem Safieddine, il possibile successore di Nasrallah. Di cui, però, da ventiquattr’ore non si ha più traccia. Secondo i media israeliani è rimasto ucciso anche lui, come il capo delle comunicazioni del Partito di Dio Muhammad Rashid Sakafi, nel massiccio raid dell’aviazione israeliana di giovedì notte, avvenuto ancora una volta nel quartiere sciita di Dahieh, a Beirut. Sul bunker di al-Marija, ritenuto essere la sede dell’intelligence di Hezbollah e al cui interno secondo i giornali locali era in corso la riunione per nominare Hashem Safieddine, i jet israeliani hanno scaricato 73 tonnellate di bombe. Per eliminare Nasrallah ne avevano usate 80.


Trump: Israele dovrebbe colpite i siti nucleari iraniani

Israele dovrebbe colpire i siti nucleari iraniani. Lo afferma Donald Trump, nel corso di un comizio in North Carolina. «La risposta doveva essere: colpite il nucleare prima e preoccupatevi poi», ha detto il tycoon a chi gli chiedeva cosa pensasse della risposta data dal presidente americano Joe Biden sulla possibilità che lo Stato ebraico colpisca gli impianti atomici di Teheran. Biden si è detto contrario e nelle ultime ore ha frenato anche sul colpire i giacimenti petroliferi. «Se lo faranno, lo faranno. Scopriremo quali sono i piani» di Israele, ha aggiunto Trump. Il governo israeliano, secondo quanto riferito da Biden, non ha ancora definito la sua risposta all’attacco dell’Iran.

(Corriere della Sera 5 Ottobre 2024)


L’appello del Papa: il 7 ottobre preghiera e digiuno per implorare la pace nel mondo

Come già per Siria, RD Congo e Sud Sudan, Libano, Afghanistan, Ucraina e Terra Santa dal 2013 al 2023, Francesco indice per il prossimo lunedì, primo anniversario dell’attacco terroristico di Hamas a Israele, una giornata di orazione e astensione di pasti per invocare il dono della pace. E annuncia una visita domenica 6 ottobre a Santa Maria Maggiore per recitare il Rosario e pregare la Madonna, chiedendo la partecipazione di tutti i membri del Sinodo

(Vatican News)


🙏🕊LUNEDÌ 7 OTTOBRE : IN DIRETTA SU RADIO MARIA H.16.00 ROSARIO MONDIALE DI RADIO MARIA DAL LIBANO presso IL SANTUARIO NOSTRA SIGNORA DI HARISSA
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Belgio. La libera voce del Papa e una reazione fuori misura

Francesco Ognibene venerdì 4 ottobre 2024

Il premier che annuncia di voler esprimere al nunzio la protesta ufficiale per quel che il Papa ha detto sull’aborto mostra l’idea che la Chiesa possa essere zittita quando dà voce pubblica al Vangelo

L’incomprensione della parola del Papa durante e dopo il suo breve viaggio in Lussemburgo e Belgio appare persino eclatante se si pensa alla sintonia profonda che invece Francesco ha suscitato dall’altro capo del mondo, tra Indonesia e Singapore, Paesi visitati solo qualche settimana prima e che si riconoscono in tradizioni culturali e identità religiose profondamente diverse rispetto a quelle che plasmano l’Europa.

La lode che Francesco ha rivolto alla testimonianza di Baldovino, sovrano belga amato per la sua integrità e coerenza, gli ha fruttato addirittura lo sdegno del primo ministro di Bruxelles Alexander De Croo che ha annunciato l’intenzione di convocare il nunzio in Belgio per dirgli con un «messaggio chiaro» che «ciò che è successo è inaccettabile». Il Papa ha osato indicare l’esempio di un re che antepose la coscienza a ogni altro potere scegliendo di cedere lo scettro – fosse pure per poche ore: ma lo fece davvero – piuttosto che lasciare che a far entrare in vigore la legalizzazione dell’aborto fosse la sua firma. Sarà pur vero che il liberale De Croo, sconfitto alle recenti politiche, è dimissionario e che il suo annuncio potrebbe essere stato reso a uso dei media, cercando di recuperare quell’approvazione che lo ha allontanato dal potere (una coazione, stavolta, e non una scelta…). Resta che l’ha veramente detto, spingendosi oltre il limite del rispetto istituzionale che sarebbe comunque il minimo esigibile nelle relazioni tra Stato e Chiesa. Un’uscita sgarbata e infelice, singolarmente muscolare, che suona ancor più stonata se si pensa che intende sanzionare parole di accorata ammirazione pronunciate dal Papa come omaggio non rituale a uno dei simboli del Paese.

L’aria che tira in Belgio (e non solo: si pensi ai toni belligeranti riservati da mesi in Italia ai volontari per l’accoglienza della vita nascente) era già chiara quando, con il Papa ancora a Bruxelles, l’Università Cattolica di Lovanio aveva preso le distanze dalle sue riflessioni sulla specificità femminile, come imbarazzata dalla parola evangelicamente chiara di Pietro. Tutto lascia traccia, nulla va considerato come un semplice episodio: e qui si coglie ancora l’eco dell’irruzione dei gendarmi 14 anni fa nell’Arcivescovado di Bruxelles dov’era in corso una riunione della Conferenza episcopale, 9 ore di sequestro dei vescovi a caccia di prove sugli abusi, con tanto di tombe di cardinali scoperchiate nella cripta della cattedrale. Quando si diceva che andando in Belgio il Papa avrebbe affrontato il centro della scristianizzazione europea era a un simile contesto estremo che si pensava. Ed è questa realtà di cesura immemore delle radici cristiane che stiamo sperimentando. Con tutte le sue incredibili manifestazioni pubbliche.

La convocazione di un ambasciatore per esternargli una protesta formale la si riserva in diplomazia ad atti ostili, provocazioni aggressive, atteggiamenti e scelte che contrastano con la propria mentalità. Ed è questo il punto. Ribadendo il giudizio etico della Chiesa sull’aborto, con la franchezza in difesa della vita che usa quando parla anche di poveri e migranti, il Papa di certo ormai scandalizza ma non fa altro che esprimere liberamente un pensiero che può non essere condiviso eppure resta il riferimento per tutta la Chiesa, segno di unità, voce pubblica di una comunità credente che si riconosce in un’autorità differente dai poteri del mondo. Dentro ciò che la Chiesa dice in forza di questo suo nutrirsi del Vangelo e del suo sguardo sulla persona, originale in ogni tempo, c’è una libertà che nessun potere può pretendere di ridurre alle sue ragioni, nessuna cultura deve credere assoggettabile alle proprie logiche, e che di certo non si può sperare di zittire, meno che mai con parole e gesti intimidatori.

La Chiesa, il Papa, i credenti restano liberi, della libertà dei figli di Dio che ha un’origine ben diversa da quella assicurata da una legge o dal consenso dell’opinione pubblica, vero, presunto, o solo cercato. Essere in disaccordo, anche radicale, con ciò che essa dice grazie a questa inattaccabile libertà è ovviamente del tutto legittimo. Chiamarla a rapporto per dirle in faccia che non può farlo è tutt’altra cosa, e va a ledere la stessa natura democratica delle società europee, fondata su quella visione della persona che proprio il cristianesimo ha piantato nel cuore della civiltà continentale.

Definire «criminali» e «omicide» leggi che mettono in discussione la vita umana fino a consentire di sopprimerla può essere soggetto a discussioni e dibattiti – e lo è, eccome –, ma la stessa libertà di scelta che si dice di voler difendere dovrebbe impedire di mettere a tacere chi la pensa diversamente: tanto più se è la Chiesa, che quella libertà ha scolpito nei suoi inconfondibili tratti umani dentro la coscienza europea. Non è nemmeno immaginabile una società o un Paese dove la Chiesa per non vedersi richiamata all’ordine dal governo di turno deve allinearsi silente a mentalità, leggi e provvedimenti che non riconoscono l’infinita dignità di ogni vita umana, sia essa ancora avviata alla nascita oppure alla deriva dentro un barcone stipato di migranti, sfruttata nei campi o reclusa in luoghi disumani di detenzione.

È a nome di tutti loro che il Papa leva la sua libera voce. Lo fa anche per restituire sia evidenza a una realtà che spesso manipoliamo per rendercela accettabile sia, a noi credenti troppo spesso àfoni, la voce che a volte sembra spegnercisi in gola

SAN FRANCESCO D’ASSISI

Oggi il santo patrono d’Italia sarebbe inviso al laicismo dominante, che pretende di espellere Dio dalla dimensione pubblica. Ammoniva infatti i governanti «ad attribuire al Signore tanto onore fra il popolo a voi affidato […]. E se non farete questo, sappiate che dovrete renderne ragione a Dio»

Santo del giorno 04_10_2024  – Ermes Dovico – La Nuova Bussola

Lontano anni luce dalla figura insipida e ridotta che l’ecologismo e il pacifismo gli hanno ritagliato, san Francesco d’Assisi (1181-1226) è stato un testimone radicale del Vangelo, dell’amore per Dio al primo posto, da cui discendeva il suo farsi prossimo per tutti gli uomini con bisogni materiali e spirituali. Dopo una gioventù vissuta nel benessere, l’anno passato in prigione ne segnò l’inizio di un cammino di conversione. La preghiera, le rivelazioni notturne, i primi gesti di donazione gratuita verso mendicanti e lebbrosi fecero il resto, culminando nell’episodio alla chiesa di San Damiano, dove gli parlò il Crocifisso: «Francesco, va’ e ripara la mia casa che, come vedi, è tutta in rovina».

Francesco si adoperò per la riparazione della chiesetta ma in seguito, ascoltando un passo sulla missione degli apostoli (Mt 10, 9-10), capì che Cristo lo stava esortando al rinnovamento di tutta la Chiesa. Il giovane, che già era stato protetto dal vescovo al tempo della rinuncia ai beni paterni, dedicò tutte le forze alla missione a cui Dio lo chiamava. Fece questo sempre nell’obbedienza alla Chiesa, in quegli anni alle prese con l’eresia catara e contestata da movimenti pauperistici che non ne riconoscevano l’autorità di origine divina. Al contempo ricordava che ognuno deve conformarsi alla legge di Dio: «Nessun uomo si ritenga obbligato dall’obbedienza a obbedire a qualcuno là dove si commette delitto o peccato» (Lettera ai fedeli, seconda recensione).

Nel povero vedeva il Signore sofferente, ma per lui la vera povertà era la non conoscenza di Dio, a partire dalla mancata adorazione per il suo Corpo e Sangue: «I calici, i corporali, gli ornamenti dell’altare e tutto ciò che serve al sacrificio, devono essere preziosi. E se in qualche luogo trovassero il santissimo Corpo del Signore collocato in modo miserevole, venga da essi posto e custodito in un luogo prezioso». Lo stesso raccomandava per la Sacra Scrittura. Non rinunciava mai ad annunciare la verità di Cristo. Se ne accorse anche il sultano, al quale si presentò inerme e spiegò che i crociati (diversamente da quanto sostiene la moderna vulgata anticristiana) agivano secondo giustizia nel combattere i musulmani per liberare i luoghi santi della Palestina. Il sultano non si convertì, ma lo ammirò.

Libero da compromessi col mondo, oggi il santo patrono d’Italia sarebbe inviso al laicismo dominante, che pretende di espellere Dio dalla dimensione pubblica. Ammoniva i governanti «ad attribuire al Signore tanto onore fra il popolo a voi affidato […]. E se non farete questo, sappiate che dovrete renderne ragione a Dio». Esortava i sacerdoti a ricordare al popolo di fare penitenza, metteva in guardia sulle pene del Purgatorio, l’eternità dell’Inferno e chiamava gli impenitenti «prigionieri del diavolo». Due anni prima di morire ricevette le stimmate. Era il sigillo su una vita vissuta nell’amore per Cristo e la salvezza delle anime, come ricordò ai presenti quando ottenne l’indulgenza della Porziuncola: «Io vi voglio mandare tutti in Paradiso!»

Ottobre, il mese degli angeli

2 Ottobre 2024 

di Roberto de Mattei- Corrispondenza Romana

Il mese di ottobre, oltre che al Santwo Rosario, è dedicato agli Angeli. Gli Angeli e i Demoni, che sono anch’essi Angeli, ma ribelli e decaduti, esistono. Essi sono puri spiriti, persone reali e distinte, creature dotate di anima e non di corpo. La Chiesa lo ha professato fin dall’inizio con il simbolo niceno-costantinopolitano e lo ha confermato nel Concilio Lateranense IV (1215), la cui formulazione è ripresa dal Concilio Vaticano I che dice: Dio «creò insieme dal nulla fin dall’inizio del tempo l’una e l’altra creatura, quella spirituale e quella corporea, cioè l’angelica e la terrena, e quindi creò la natura umana come ad entrambi comune, essendo costituita di spirito e di corpo». Ossia, Dio creò fin dal principio entrambe le realtà: quella spirituale e quella corporale, il mondo terreno e quello angelico.

Il teatro della creazione degli Angeli fu il Cielo dove, al loro primo aprirsi alla coscienza, essi furono chiamati ad adorare Dio, i suoi piani, la sua volontà. Gli Angeli furono le prime creature razionali e libere dell’universo. In quanto esseri razionali ebbero la possibilità di conoscere in maniera immediata e intuitiva la Verità di Dio, loro Causa e loro Bene supremo. In quanto esseri liberi, ebbero la possibilità di rifiutare la Volontà di Dio, il suo piano dell’universo. Lucifero, il primo degli angeli, ammirò la propria bellezza, pretese di essere uguale a Dio, rifiutò di servirlo. Una terza parte degli Angeli lo seguì (Apoc. 12, 14), ma tutti gli altri Angeli, guidati da san Michele insorse al grido “Quis ut Deus?”, “Chi è come Dio?”.

Il bene e il male entravano nella storia dell’universo. Una battaglia avvenne in cielo (Ap. 12,7-9): Michele e gli Angeli buoni precipitarono nell’inferno Satana e gli Angeli ribelli. Non fu però uno scontro tra il bene e il male, ma tra buoni e cattivi: e questo perché il male non è una sostanza, come dice sant’Agostino perché, se fosse una sostanza sarebbe buono (Confessioni, III, 7, n. 12). Se Satana fosse il male, esisterebbe un dualismo ontologico nell’universo, come ritenevano i catari, che contrapponevano il Dio del male dell’Antico Testamento, al Dio buono del Nuovo. Gli Angeli, invece, insegna la Chiesa nel Concilio Lateranense IV (1215) contro i catari, «sono stati creati buoni da Dio ma sono diventati cattivi per loro propria volontà».

Ciò che ha diviso il mondo dei puri spiriti in buoni e cattivi non è stata quindi una divisione ontologica, né una separazione stabilita da Dio, ma una scelta morale, frutto della libertà propria della natura spirituale degli Angeli. I buoni hanno scelto Dio come Bene supremo e definitivo, rivolgendosi a Lui con tutta la forza interiore della loro libertà. I cattivi lo hanno invece rifiutato e odiato, radicandosi irreversibilmente nel loro rifiuto. 

Alle radici del peccato di Lucifero, come di ogni peccato, vi è una profonda superbia. Alle radici della fedeltà di san Michele, il suo avversario, vi è una ancor più profonda umiltà. La superbia e l’umiltà sono i due assi della storia del mondo creato. Attorno a questi due atteggiamenti dello spirito si sono formate due città, la città di Dio e la città di Satana di cui parla sant’Agostino, destinate a scontrarsi nella storia fino alla fine dei tempi. La scelta degli Angeli infatti continua a ripetersi sulla terra ogni istante per gli uomini, fino al momento della morte. 

L’Apocalisse descrive l’ultimo atto di questa battaglia che si concluderà alla fine dei tempi, quando il Signore manderà i suoi Angeli per raccogliere tutti i giusti dai quattro punti cardinali. Gli Angeli imprimeranno il sigillo del Dio vivente sugli eletti che guideranno con sicurezza nella battaglia (Apoc. 7, 2). Al suono delle trombe eseguiranno i castighi di Dio sulla terra, annunciando la vittoria di Cristo (Ap. 8,2). Alla fine del mondo, «Quando il Figlio dell’uomo verrà nella gloria con tutti gli angeli, allora siederà sul trono della gloria e tutte le nazioni saranno adunate innanzi a lui ed egli separerà gli uni dagli altri» (Mt. 25, 31-32).

La battaglia degli Angeli che avvenne quando Dio Creò l’universo, non è una raffigurazione mitica ma un evento storico perché è avvenuta nel tempo, un attimo dopo la creazione del tempo stesso: è un evento che apre per così dire il tempo, ed ha perciò un valore paradigmatico, di modello di tutto ciò che da allora sarebbe accaduto nel corso della storia.

La storia, dal suo inizio alla sua fine, è la ripetizione ininterrotta di questo evento: la scelta radicale pro o contro Dio e il suo Provvidenziale disegno sull’universo. I protagonisti però non sono più solo gli Angeli e Demoni, ma soprattutto gli uomini che nella storia vivono, operano e muoiono.

La loro scelta non è di un attimo, come quella degli Angeli, ma dura il tempo di una vita, si conclude nel momento della morte, che è l’ora della scelta ultima e definitiva, da cui non si torna indietro. È nella radicalità e nella universalità di questa scelta che si esprime nella sua forma più alta la libertà delle creature spirituali, Angeli o uomini che siano.

L’aborto secondo papa Francesco e re Baldovino del Belgio

2 Ottobre 2024 ore 11:05

di Cristina Siccardi – Corrispondenza Romana

«Un aborto è un omicidio, si uccide un essere umano», così ha dichiarato il Papa durante il ritorno dal suo recente viaggio apostolico in Belgio, il 46°, conclusosi il 29 settembre. Abbiamo così avuto modo di ascoltare parole di netta verità su un principio assolutamente inconfutabile e il Papa, nel farlo, ha usato parole senza pericolo di ambiguità: «i medici che si prestano a questo sono, permettetemi la parola, sicari». Quindi «su questo non si può discutere», perché «la scienza ti dice che al mese del concepimento ci sono tutti gli organi già… Si uccide un essere umano».

Non siamo più abituati, purtroppo, alla verità dei concetti, seppure evidenti come lo sono la cultura/politica a favore della vita e la cultura/politica a favore della morte.

A partire dagli ultimi decenni del XX secolo, l’assassino di una persona “in erba” è una pratica autorizzata per legge in numerosi Paesi nel mondo, soprattutto in Occidente, a discrezione della donna e nei primi mesi della gestazione. Nonostante ci sia, quindi, un’ampia diffusione di questa pratica legislativa, i dibattiti e i dubbi sulla liceità dell’aborto continuano ad essere parte integrante delle nostre società. Con l’edulcorata espressione linguistica «interruzione volontaria di gravidanza», questo tragico problema, che trafigge le coscienze, continua a circolare, e ciò avverrà fin tanto che non sarà chiara a tutti la sacro santa verità pronunciata dal Papa: «Un aborto è un omicidio, si uccide un essere umano», a cui si sono aggiunte le parole, altrettanto reali: «Le donne hanno diritto alla vita, la vita loro e la vita dei figli». Uccidere i figli significa commettere un abominio, indipendentemente da quanti mesi abbia la creatura destinata alla vita e indipendentemente dai problemi che può avere la madre. Non ha forse scandalizzato tutta quanta l’opinione pubblica l’orrenda fine dei piccoli, senza nome, che Chiara Petrolini ha sepolto in giardino a Parma? E che cosa c’è di diverso dai piccoli, senza nome, assassinati nel grembo materno?

Il viaggio apostolico in Belgio è stata anche occasione per annunciare una importante iniziativa del Pontefice: a conclusione della visita ha annunciato che avvierà il processo di beatificazione di Baldovino (1930-1993), re del Belgio dal 1951 al 1993, il quale, salito al trono in una fase di crisi politica, di cui peraltro fu costellato il suo lungo regno, affrontò la questione dell’aborto, manifestando la propria fede cattolica; non gestendola, quindi, come fatto religioso privato, ma come realtà pubblica che ha inciso sulle sue scelte a  livello nazionale. Atteggiamento ben diverso rispetto a figure di potere che dichiarano di essere cattoliche e poi si comportano come non lo fossero, pensiamo, per esempio, a molti esponenti della vecchia Democrazia Cristiana oppure a contemporanei politici.

Figlio di re Leopoldo III (1901-1983) e della regina Astrid (1905-1935), Baldovino rimase orfano a cinque anni della madre, morta in seguito ad un incidente automobilistico. Durante la Seconda guerra mondiale, la famiglia reale fu tenuta prigioniera nel castello di Laeken (1940-1944); successivamente, i sovrani furono deportati prima in un campo di prigionia tedesco e poi in uno austriaco, per essere poi liberati dagli americani nel maggio del 1945.

Con la fine del conflitto bellico la famiglia reale visse in esilio, in Svizzera, fino al 1950, quando, dopo un referendum popolare, Leopoldo III ebbe poté far ritorno in patria. Tuttavia, il referendum aveva decretato che le Fiandre erano favorevoli al Re, mentre la Vallonia era contraria. Al fine di non dividere il Paese, Leopoldo III abdicò il 16 luglio del 1951 in favore del figlio maggiore Baldovino, che all’età di 21 anni divenne sovrano e quinto Re dei belgi. Sono anni segnati dalla questione che vedeva contrapposti i sostenitori della scuola cattolica, di cui il sovrano era fautore convinto, e quelli della scuola pubblica e sono anche gli anni della fondazione della CECA (Comunità Europee del Carbone e dell’Acciaio), 1951, e della CEE (Comunità Economica Europea), 1957. Intanto, pesanti rivolte si susseguono per l’indipendenza del Congo dal Belgio. Il 30 giugno 1960 Baldovino assiste alla cerimonia d’indipendenza a Leopoldville e, al Parlamento riunito in seduta comune, dopo una inaspettata ovazione da parte di tutti i deputati congolesi, il Re espone un elogio alla colonizzazione e a quanti progetti belgi erano stati messi in atto con ottimi risultati per i congolesi in quella terra africana. 

Proprio nel 1960 sposò nella cattedrale di Bruxelles la contessa Fabiola de Mora y Aragón (1928-2014), che divenne la regina Fabiola del Belgio, la quale ebbe cinque gravidanze, ma tutte quante terminate con aborti spontanei: fu una pesante croce che la coppia reale dovette sopportare e lo fece con fede, speranza e carità. Pertanto, la successione dinastica passò al principe Filippo, classe 1960, figlio del fratello Alberto II, classe 1934.

Nel 1976, con i fondi raccolti durante i festeggiamenti per il venticinquesimo anno di regno, venne istituita la Fondazione re Baldovino con l’obiettivo di migliorare le condizioni di vita della popolazione sul piano economico, sociale, culturale e scientifico.

Nonostante il Belgio sia una monarchia parlamentare, dove il monarca non può esprimere pubblicamente le sue opinioni senza l’approvazione del Parlamento, Baldovino, molto amato dal popolo, ebbe sempre un’importante influenza sui governi che si susseguirono durante i suoi quarantadue anni di regno. Sotto il suo mandato il Belgio si trasformò in uno Stato federale e il suo Re difese profondamente l’unità della Nazione, benché, nell’ambito della questione linguistica, esistano delle divisioni con le due lingue ufficiali: il fiammingo e il francese. 

Il candidato all’onore degli altari, su espressa volontà di papa Francesco, fu un uomo profondamente cattolico e tutta la sua esistenza è stata testimonianza del suo credo. Nel 1990, non volendo firmare la legge favorevole all’aborto approvata dal Parlamento, espose le sue ragioni in una lettera all’allora primo ministro Wilfried Martens. Fu così che il Parlamento, applicando una particolare interpretazione dell’articolo 93 della Costituzione (art. 82 secondo la precedente numerazione), prese atto di una temporanea «impossibilità di regnare» da parte di Baldovino, promulgando, in vece del Re, il provvedimento in data 3 aprile. Il 5 aprile seguente, con una nuova constatazione della pienezza delle funzioni del sovrano, quest’ultimo fu ristabilito dal Parlamento alle proprie funzioni.

Papa Francesco: «I medici che si prestano all’aborto sono dei sicari». E sul Libano: «La difesa sproporzionata è immorale»

dal nostro inviato Gian Guido Vecchi – Corriere della Sera – 29 Settembre 2024

Durante il volo di rientro da Bruxelles a Roma, Bergoglio è tornato ad affrontare alcuni dei temi dei discorsi tenuti nel viaggio nel cuore d’Europa

Tre giorni in Lussemburgo e Belgio, nel cuore dell’Europa secolarizzata. Poco dopo il decollo da Bruxelles, sul volo SN1191, Francesco raggiunge i giornalisti in fondo all’aereo e ha l’aria serena. Sorride quando gli si ricorda la sosta inedita che si è concessa per un caffè a Lussemburgo, «quella del bar è una ragazzata, la prossima sarà la pizzeria». Ma alla fine, dopo aver risposto alle domande, il volto si rattrista, prima di congedarsi c’è ancora una cosa che vuole dire: «Quelle persone disperse alle Canarie, mi fa dolore. Oggi tanti, tanti migranti che cercano la libertà si perdono sul mare o vicino alle coste… Pensiamo a Crotone, a cento metri… Penso a questo. È da piangere, questo».

Santità, Abbiamo letto delle bombe per l’assassinio mirato di Nasrallah. Ci sono migliaia di sfollati, tanti morti. Lei pensa che Israele sia andata forse oltre, in Libano e a Gaza?
«Tutti i giorni io telefono alla parrocchia di Gaza. Lì dentro ci sono più di seicento persone, e mi dicono le cose che succedono, anche le crudeltà. E quello che lei mi dice… Non ho capito bene come sono state le cose, ma la difesa sempre deve essere proporzionata all’attacco. Quando c’è qualcosa di sproporzionato, si fa vedere una tendenza dominatrice che va oltre la moralità. Un Paese che con la forza fa queste cose – parlo di qualsiasi Paese – in un modo così “superlativo”, sono azioni immorali. Anche nella guerra c’è una moralità da custodire. La guerra è immorale ma le regole di guerra implicano qualche moralità. Quando questo non si fa, si vede il “cattivo sangue” di queste cose, diciamo in Argentina».

Le sue parole sulla tomba Re Baldovino, a proposito di aborto, hanno provocato stupore in Lussemburgo. Erano legate al processo di beatificazione?
«Lo stupore è l’inizio della filosofia, va bene. Sono tutti diritti, vite. Il Re è stato coraggioso, davanti a una legge di morte non ha firmato e si è dimesso. Ci vuole coraggio, un politico con i pantaloni, per fare questo. Lui ha dato un messaggio e lo ha fatto perché è un santo. Ancora non è santo ma il processo di beatificazione andrà avanti, perché ne abbiamo avuto prova».

E come far coincidere il diritto alla vita e il diritto della donna di vivere senza sofferenza?
«Le donne hanno diritto alla vita, la loro e la vita dei figli. Non dimentichiamo di dire questo: un aborto è un omicidio. La scienza ti dice che al mese del concepimento tutti gli organi sono già completi. Si uccide un essere umano. I medici che si prestano a questo, permettimi la parola, sono dei sicari. E su questo non si può discutere. Si uccide una vita umana. E le donne hanno il diritto di proteggere la vita. Un’altra cosa sono i metodi contraccettivi. Questo è un’altra cosa, non confondere, io adesso parlo solo dell’aborto. E su questo non si può discutere. Questa è la verità».

In Belgio ha avuto un lungo incontro con un gruppo di vittime di abuso sessuale. Spesso nei loro racconti ricorrono grida di disperazione sulla mancanza di trasparenza, nelle procedure, le porte chiuse, il silenzio nei loro confronti, la lentezza delle azioni disciplinari, le coperture di cui lei ha parlato oggi, i problemi sui risarcimenti per i danni subiti. Alla fine sembrano cambiare le cose soltanto quando riescono a parlare con lei, di persona. A Bruxelles le vittime hanno fatto anche una serie di richieste. Come intende procedere?
«Io ho ascoltato gli abusati. Credo sia un dovere. Alcuni dicono che secondo le statistiche il 40-46 per dento degli abusati sono in famiglia e nel quartiere, soltanto il 3 per cento nella Chiesa. Ma non mi importa quello, io prendo quelli della Chiesa. Abbiamo la responsabilità di aiutare gli abusati e prenderci cura di loro. Alcuni hanno bisogno di un trattamento psicologico, bisogna aiutarli. Anche si parla di una indennizzazione perché nel diritto civile c’è. Credo siano 50mila euro in Belgio, è troppo basso. Non è una cosa che serve. La cifra credo sia quella ma non ne sono sicuro. Ma dobbiamo prenderci cura delle persone abusate e punire gli abusatori, perché l’abuso non è un peccato di oggi che domani forse non c’è… È una malattia psichiatrica e per questo dobbiamo metterli in trattamento e controllarli. Non si può lasciare un abusatore libero nella vita normale, con responsabilità nelle parrocchie e nelle scuole. Alcuni vescovi ai preti che hanno fatto questo, dopo il processo e la condanna, gli hanno dato lavoro per esempio nella biblioteca, ma senza contatto con bambini nelle scuole, nelle parrocchie. Ma dobbiamo andare avanti con questo. Io ho detto ai vescovi belgi di non avere paura e di andare avanti, avanti. La vergogna è coprire, questa sì è la vergogna».

Non sarebbe meglio, forse, creare un dipartimento apposito in Vaticano?
«C’è un dipartimento in Vaticano. C’è una struttura, il presidente adesso è un vescovo colombiano per i casi di abusi. C’è una commissione che ha creato il cardinale O’Malley. Questo funziona. E si ricevono tutte le cose in Vaticano e si discute. Anche io in Vaticano ho ricevuto gli abusati e do forza perché si vada avanti».

Dopo l’incontro a Lovanio, è stato diffuso un comunicato nel quale l’università cattolica «deplora le posizioni conservatrici espresse da Papa Francesco sul ruolo della donna nella società».
«Questo documento è stato fatto nel momento in cui parlavo, è stato “pre-fatto”, e questo non è morale. Io parlo sempre della dignità della donna. e dico una cosa che non posso dire agli uomini: la Chiesa è donna. Maschilizzare la Chiesa, maschilizzare le donne non è umano, non è cristiano. Il femminile ha la sua forza. Anzi, la donna – lo dico sempre – è più importante degli uomini, perché la Chiesa è donna, la Chiesa è sposa di Gesù. Se questo a quelle signore sembra conservativo, io sono Carlo Gardell. Non si capisce. Io vedo che c’è una mente ottusa che non vuol sentire parlare di questo. La donna è uguale all’uomo, anzi, nella vita della Chiesa la donna è superiore, perché la Chiesa è donna. Sul ministero è più grande la misticità della donna che il ministero. C’è un grande teologo che ha fatto studi su questo: chi è più grande, il ministero petrino o il ministero mariano? È più grande il ministero mariano perché è un ministero di unità che coinvolge, l’altro è ministero di conduzione. La maternalità della Chiesa è una maternalità di donna. Il ministero è un ministero molto minore, dato per accompagnare i fedeli, sempre dentro la maternalità. Vari teologi hanno studiato questo e dire questo è una cosa reale, non dico moderna, ma reale. Non è antiquato. Un femminismo esagerato che vuol dire che la donna sia maschilista non funziona. Una cosa è il maschilismo che non va, una cosa è il femminismo che non va. Quello che va è la Chiesa donna che più grande del ministero sacerdotale. E questo non si pensa alle volte».

Santi Arcangeli Michele, Gabriele e Raffaele

Michele (da Mi-ka-El), che significa «Chi è come Dio?», già nel nome esprime l’onnipotenza del Creatore assieme all’umiltà dell’Arcangelo. Gabriele (da Gavri’El), «Fortezza di Dio», testimonia bene come Antico e Nuovo Testamento si illuminino a vicenda. Raffaele (da Rafa’El), «Medicina di Dio», si rivela quale «uno dei sette angeli che sono sempre pronti a entrare alla presenza della gloria del Signore»

Ermes Dovico – La Nuova Bussola 9 Settembre 2024

In seguito alla riforma del calendario liturgico del 1969, la Chiesa ricorda insieme i tre Arcangeli nel giorno che in precedenza era dedicato al solo san Michele (il 24 marzo cadeva la festa di san Gabriele e il 24 ottobre quella di san Raffaele).

Michele (da Mi-ka-El), che significa «Chi è come Dio?», già nel nome esprime l’onnipotenza del Creatore assieme all’umiltà dell’Arcangelo, come ben descritto da san Gregorio Magno: «Quando deve compiersi qualcosa che richiede grande coraggio e forza, si dice che è mandato Michele, perché si possa comprendere, dall’azione e dal nome, che nessuno può agire come Dio». Il Libro di Daniele lo chiama «il gran principe» che vigila sui figli del popolo di Dio. E l’Apocalisse fa capire perché la Chiesa lo veneri come principe delle milizie celesti, avversario di Satana e degli altri angeli ribelli: «Scoppiò quindi una guerra nel cielo: Michele e i suoi angeli combattevano contro il drago. Il drago combatteva insieme ai suoi angeli, ma non prevalse e non vi fu più posto per loro in cielo» (Ap 12, 7-8). Dopo la celebre visione avuta verso il 1884, Leone XIII compose una preghiera a san Michele che fu recitata al termine di ogni Messa non cantata fino al 1964. L’istruzione Inter Oecumenici la fece cadere in disuso a livello liturgico, sebbene nel XXI secolo si assista a una sua riscoperta grazie anche al sorgere di gruppi di fedeli amanti della Messa in rito antico.

Gabriele (da Gavri’El), «Fortezza di Dio» o «forza di Dio», è scelto dall’Onnipotente per il messaggio centrale nella storia della salvezza: annunciare la nascita di Gesù alla Vergine Maria, che onora chiamandola «piena di grazia», in perfetto accordo con la volontà divina. Come riporta l’evangelista Luca, Gabriele aveva annunciato sei mesi prima la nascita di Giovanni Battista, apparendo nel tempio a Zaccaria. La sua figura testimonia bene come Antico e Nuovo Testamento si illuminino a vicenda: proprio lui (cfr. Dn 9, 21-27) spiega a Daniele la profezia delle «settanta settimane» (490 anni per l’esegesi) che sarebbero passate prima di «mettere i sigilli ai peccati, espiare l’iniquità, stabilire una giustizia eterna, suggellare visione e profezia e ungere il Santo dei Santi», prefigurazione della prima venuta di Cristo e della sua Redenzione. La Chiesa lo ha eletto patrono dei lavoratori delle comunicazioni.

Raffaele (da Rafa’El), «Medicina di Dio», compare nel Libro di Tobia, dove si rivela inizialmente in forma umana con il nome di Azaria: è lui che accompagna Tobia nel viaggio per riscuotere un vecchio credito del padre, un uomo generoso nel fare elemosine e diventato cieco. Lungo il viaggio Raffaele aiuta Tobia a sposare Sara, lo esorta a pregare insieme a lei e ne libera il matrimonio dagli attacchi del diavolo, che fino ad allora aveva tormentato la giovane facendole morire tutti i mariti alla prima notte di nozze. Al ritorno a casa, il padre di Tobia guarisce dalla cecità grazie alla sua intercessione. Prima di risalire in cielo, si rivela come Raffaele, «uno dei sette angeli che sono sempre pronti a entrare alla presenza della gloria del Signore». Con un versetto simile l’Apocalisse presenta gli angeli a cui vengono date le sette trombe all’apertura del settimo sigillo. Raffaele è patrono di ammalati, fidanzati, sposi e viaggiatori.

Il senso metafisico della Russia

di Stefano Caprio – Asia News – 29 Settembre 2024

Un Forum organizzato dalla facoltà di filosofia della principale università di Mosca dedicato agli avvenimenti del tempo presente in Russia ha espresso posizioni non scontate e univoche. Pur senza criticare apertamente le posizioni del potere dominante, i filosofi dimostrano di non voler rinunciare alla vera dimensione dell’anima russa, quella dell’apertura a tutte le varianti dello spirito

Si è tenuto nei giorni scorsi al Grand Hotel Metropol, tra il teatro Bolšoj e la piazza Rossa, un Forum filosofico internazionale dal titolo “Conoscere il senso della Russia”, organizzato dalla facoltà di filosofia della principale università di Mosca, la “Lomonosov Mgu”, con il sostegno del fondo presidenziale per le iniziative culturali. Gli organizzatori hanno affermato di voler uscire dallo stile delle dissertazioni scientifiche per provare, basandosi sulla tradizione della filosofia russa, a capire gli avvenimenti del tempo presente “in prima persona”. Filosofi, storici e filologi si sono impegnati a confrontare le questioni metafisiche con i problemi pratici dell’attuale politica della Russia.

Non si è trattato semplicemente di una iniziativa di “alta propaganda”, anche se il forum è stato aperto da una serie di pronunciamenti di uomini politici, che usano le categorie filosofiche per giustificare le scelte più ardite e aggressive dell’ideologia militarista e imperiale del putinismo attuale. Su tutti si è imposto il vice-presidente della Duma di Mosca, Petr Tolstoj, lontano discendente del grande scrittore di “Guerra e Pace” e uno dei principali sostenitori della “filosofia del mondo russo” che deve riportare il mondo ai veri valori tradizionali. A suo parere “soltanto chiarendoci tra di noi e dentro di noi, potremo spiegare a tutto il mondo in che cosa consiste la civiltà russa”. Lo Stato deve proporre all’intera società un’immagine compiuta del futuro che ci attende, e i filosofi devono fornire le categorie più adeguate per questo compito.

L’università Mgu, pur essendo l’istituto statale più importante, ha cercato in questi anni di sconvolgimenti di rimanere equilibrata e distante dagli eccessi propagandistici, a differenza di altre istituzioni come l’università umanistica Rggu o la Scuola superiore di economia Vyška, che fino a due anni fa erano le più aperte al dialogo culturale con l’Occidente, per poi trasformarsi in scuole quadri per ideologi del conflitto universale. In particolare, la facoltà di filosofia Mgu ha mantenuto abbastanza integro il gruppo che cerca di conservare il legame con le varie correnti filosofiche della Russia del presente e del passato, evitando di coinvolgersi in progetti e iniziative legate direttamente alla politica. Ora si è voluto stimolarli “dall’alto” a prendere posizione in modo più esplicito, ma il forum ha comunque espresso posizioni non scontate e univoche, riflettendo la molteplicità tipica della vera cultura russa.

La “filosofia russa” in quanto tale, soprattutto nella fase più intensa dei dibattiti ottocenteschi, non si è mai concentrata infatti su posizioni unilaterali. Al contrario, si caratterizza per il confronto e la rielaborazione delle diverse posizioni dell’eredità comune europea e mondiale. Nella divisione classica tra gli “slavofili” e gli “occidentalisti”, i russi partivano dalla rilettura dei più grandi filosofi tedeschi: lo slavofilismo sosteneva la necessità di svolgere fino in fondo l’idea di una “filosofia religiosa” proposta da Friedrich Schelling, mentre i loro avversari si basavano sulle teorie razionaliste di Georg Wilhelm Hegel, con l’inevitabile corso storico verso lo “spirito assoluto” da realizzare con la rivoluzione sociale. Questo rende l’intera cultura russa leggibile da diverse prospettive e in direzioni opposte, a differenza di quanto vorrebbero imporre gli ideologi della Russia attuale nella proclamazione astratta dei “valori tradizionali”.

Così l’importante filologa Tatiana Kasatkina, richiamandosi allo spirito multiforme del grande scrittore slavofilo Fëdor Dostoevskij, ha affermato nel suo intervento che “le attuali élite della Russia non hanno veramente compreso il senso dell’idea russa”. Come insegna la storia dell’impero pietroburghese, già ai tempi di Pietro il Grande le classi aristocratiche erano separate dal popolo, creando per questo una “ideologia di tipo coloniale”, in quanto il popolo stesso veniva disprezzato e considerato barbarico, senza veri contenuti spirituali, e “invece di servire la società, hanno cominciato ad amministrarla dall’alto”, conclude Kasatkina, con evidenti analogie con l’attuale situazione della Russia.

Il filosofo Mikhail Bogatov ha commentato a sua volta il fatto che “mentre pianificano il loro futuro, i russi spesso non tengono conto del ruolo effettivo del proprio Paese, il proprio topos nella realtà universale”. Ciò che ha spesso tormentato la Russia è proprio il tentativo di imporre una visione del mondo che finisce per escludere la Russia stessa, che rimane un “mondo incompiuto” e in sospeso tra altre potenze e altre culture. Spesso questo viene giustificato come il “sacrificio” dei russi in favore degli altri popoli, annullando di fatto sé stessi, e anche questa affermazione sembra confermarsi oggi in dimensioni clamorose. Bogatov osserva che questa contraddizione risulta molto evidente nei nuovi corsi scolastici obbligatori di “Fondamenta della statualità russa”, che a suo parere “sembrano scritti per convincere gli stranieri della grandezza della Russia”, più che per informare adeguatamente gli stessi studenti.

Anche un altro eminente professore di storia, Sergej Perevezentsev, giunge alla conclusione che la politologia russa sembra essere oggi sempre più dipendente da quella anglosassone, ma in forma “difensiva e conservatrice”, lasciandosi dettare le argomentazioni dal dibattito in corso nel “mondo nemico”. I valori tradizionali che la Russia intende difendere non sono i “valori russi”, ma i “contro-valori” rispetto all’Occidente, per distinguersi ammiccando alle fazioni politiche dei vari Paesi del mondo, soprattutto d’Europa e America, che si sentono attratti dall’ideologia sovranista e tradizionalista della Russia, provando una profonda insoddisfazione per i cambiamenti in atto nella società contemporanea.

Il sociologo Sergej Baranov è poi intervenuto su “Civiltà russa come variante originale e sovrana della civiltà dell’Europa orientale, e civiltà attuale del tempo assiale”, cercando di riportare la metafisica sul versante della missione russa. A suo parere “oggi la filosofia ha la possibilità di costruire qualcosa di diverso dalle radici occidentali”, ripartendo anch’egli dalla contrapposizione dei valori, passando “dall’ambito del razionalismo occidentale alla filosofia della pratica super-razionale”, una definizione oscura per incitare a una “rivoluzione spirituale della persona”, e attraverso di essa giungere a un “ordinamento sociale-economico e tecnologico di tipo assiale”, un modo per ribadire la superiorità russa dei valori.

Nelle conversazioni di corridoio con i tanti giornalisti presenti, alcuni partecipanti si sono messi a discutere sul perché gli slavofili si siano concentrati sulla dimensione religiosa, come segno della distinzione della Russia dall’Occidente. Ritornando alle grandi visioni dell’Ottocento, i filosofi tornano alla questione della “gerarchia degli imperi” che distingueva la Russia, che allora proponeva all’Austria e alla Prussia la “Santa Alleanza” di ortodossi, cattolici e protestanti, e oggi risale alle radici religiose dell’Europa con la “operazione militare speciale”.

Il forum era dedicato al 150° dalla nascita di uno dei più grandi filosofi russi, quel Nikolaj Berdjaev che dopo la rivoluzione bolscevica e le guerre mondiali descriveva la situazione del mondo come quella di un “Nuovo Medioevo”. Molte relazioni hanno cercato nel filosofo del “personalismo russo” una ispirazione per capire la Russia e il mondo di oggi, accostandolo a un altro intellettuale il cui anniversario cadeva nei giorni dell’incontro, il filosofo e storico della religione Aleksej Losev, l’unico “pensatore idealista” permesso da Stalin nei tempi dell’ateismo ufficiale. Berdjaev sosteneva l’importanza della libertà e della creatività come elementi essenziali dell’idea russa, in tempi in cui era necessario pensare un mondo nuovo, in cui l’uomo deve cercare di ritrovare il rapporto con il Creatore.

Molti altri interventi hanno cercato di ribadire la potenzialità innovativa e originale della cultura russa, e il decano della facoltà filosofica Mgu, Aleksej Kozyrev, ha concluso affermando che “la relazione tra la filosofia russa e la politica dipende dalla scelta di ciascuno”, il pensiero non deve dipendere dagli obblighi e dalle imposizioni, ma in ogni caso “le valutazioni filosofiche degli eventi non possono ridursi ad affermazioni primitive”. Pur senza criticare apertamente le posizioni del potere dominante, i filosofi russi dimostrano che non vogliono rinunciare alla vera dimensione dell’anima russa, quella dell’apertura a tutte le varianti dello spirito, parlando ciascuno “in prima persona” davanti al mondo intero.

Il Papa a Bruxelles: «In Occidente un cristianesimo di minoranza, bisogna ritornare all’essenziale del Vangelo»

Papa Francesco prega sulla tomba di Baldovino, il re che non volle firmare la legge sull’aborto

di Gian Guido Vecchi – Corriere della Sera 28 Settembre 2024

Francesco ha incontrato vescovi, religiosi e fedeli nella basilica del Sacro Cuore di Koekelberg. «Imparare dalle vittime di abusi a essere una Chiesa che si fa serva di tutti senza soggiogare nessuno»

BRUXELLES, dal nostro inviato –  «Cosa ci fa vedere la crisi? Siamo passati da un cristianesimo sistemato in una cornice sociale ospitale a un cristianesimo “di minoranza”, o meglio, di testimonianza». Papa Francesco si rivolge a vescovi, religiosi e fedeli nella Basilica di Bruxelles, al cuore di quell’Europa che guarda sempre più alla Chiesa con indifferenza, se non con disprezzo. Le colpe del passato hanno la loro parte, venerdì sera il Papa ha incontrato nella nunziatura diciassette vittime di abusi dopo aver ripetuto che «la Chiesa deve vergognarsi e chiedere perdono e fare tutto il possibile perché non succeda più». Ed ora si rivolge alla comunità cattolica con parole che valgono per tutto il vecchio mondo secolarizzato: «I cambiamenti della nostra epoca e la crisi della fede che sperimentiamo in Occidente ci hanno spinto a ritornare all’essenziale, cioè al Vangelo, perché a tutti venga nuovamente annunciata la buona notizia che Gesù ha portato nel mondo, facendone risplendere tutta la bellezza».

Elemento fondante

Le considerazioni del Papa riassumono un elemento fondante del suo pontificato e suonano tanto più significative alla viglia della sessione conclusiva del Sinodo, convocato da Francesco in Vaticano tra il 2 e il 27 ottobre perché la Chiesa rifletta su sé stessa. Non a caso Francesco ha deciso di sottrarre alla discussione sinodale i temi classici di scontro tra conservatori e progressisti e deciso di istituire dei «gruppi di studio» incaricati di approfondire, fino a giugno dell’anno prossimo, il «ruolo delle donne» e le «questioni dottrinali, pastorali ed etiche controverse». Ora spiega: «Il processo sinodale dev’essere un ritorno al Vangelo, non deve avere tra le priorità qualche riforma “alla moda”, ma chiedersi: come possiamo far arrivare il Vangelo in una società che non lo ascolta più o si è allontanata dalla fede? Chiediamocelo tutti».

La crisi

Del resto «la crisi, ogni crisi, è un tempo che ci è offerto per scuoterci, per interrogarci e per cambiare». La crisi che sta vivendo la Chiesa in Occidente «è un’occasione preziosa per essere svegliati dal torpore e ritrovare i sentieri dello Spirito, come è successo ad Abramo, a Mosè e ai profeti». Nel greco neotestamentario si dice kairòs, fa notare, il momento opportuno: «Quando sperimentiamo la desolazione, dobbiamo sempre chiederci quale messaggio il Signore ci vuole comunicare». Proprio questa mattina, dopo aver salutato nella nunziatura alcune autorità della Ue, Francesco è andato a sorpresa in una chiesa di Saint-Gilles per fare colazione assieme ai senzatetto aiutati dalla parrocchia. Si è seduto al tavolo con loro, li ha ascoltati, ha detto: «La Chiesa ha la sua ricchezza più grande nelle sue membra più deboli, e se vogliamo davvero conoscerne e mostrarne la bellezza, ci farà bene donarci tutti gli uni agli altri così, nella nostra piccolezza, nella nostra povertà, senza pretese e con tanto amore. Grazie per avermi accolto tra voi».

Misericordia

Francesco chiede una «conversione ecclesiale» e scandisce la sua riflessione in tre parole, «evangelizzazione, gioia, misericordia». Il ritorno all’essenziale del Vangelo si accompagna alla necessità di esprimerne la gioia, Francesco cita il suo predecessore: «Molto prima di diventare Papa, Joseph Ratzinger scrisse che una regola del discernimento è questa: “Dove manca la gioia, dove l’umorismo muore, qui non c’è nemmeno lo Spirito Santo, e viceversa: la gioia è un segno della grazia”». E poi c’è la misericordia, Bergoglio ringrazia chi nella Chiesa sta vicino alle vittime dei preti pedofili: «Grazie per il grande lavoro che fate per trasformare la rabbia e il dolore in aiuto, vicinanza e compassione. Gli abusi generano atroci sofferenze e ferite, minando anche il cammino della fede. E c’è bisogno di tanta misericordia, per non rimanere col cuore di pietra dinanzi alla sofferenza delle vittime, per far sentire loro la nostra vicinanza e offrire tutto l’aiuto possibile, per imparare da loro a essere una Chiesa che si fa serva di tutti senza soggiogare nessuno. Sì, perché una radice della violenza consiste nell’abuso di potere, quando usiamo i ruoli che abbiamo per schiacciare gli altri o per manipolarli». 

Gli sbagli

Come sempre, Francesco pensa anche ai carcerati: «Ricordiamoci: tutti possiamo sbagliare, ma nessuno è sbagliato, nessuno è perduto per sempre. Quando io entro in un carcere, mi domando: perché loro e non io? Misericordia, sempre misericordia». Alla fine evoca «L’atto di fede» di René Magritte, l’opera del pittore belga che rappresenta una porta chiusa dall’interno ma aperta al centro sul cielo: «Vi lascio questa immagine come simbolo di una Chiesa che non chiude mai le porte, che a tutti offre un’apertura sull’infinito, che sa guardare oltre. La Chiesa che evangelizza, vive la gioia del Vangelo, pratica la misericordia».

Legge omicida

Uscito dalla basilica, Francesco si è recato nella cripta reale, nella chiesa di Nostra Signora di Laeken. Accolto dal Re e dalla Regina, si è fermato a pregare in silenzio davanti alla tomba di Re Baldovino, che nel 1990 si sospese temporaneamente dalla carica per non firmare la legge sull’aborto. Il Papa lo ha elogiato per avere avuto il coraggio «lasciare il suo posto da Re per non firmare una legge omicida». Francesco ha allusa anche all’eutanasia quando ha esortato i belgi, fa sapere la Santa Sede, «a guardare a lui in questo momento in cui si fanno strada leggi criminali, auspicando che proceda la sua causa di beatificazione».

“Vogliono distruggere Israele, avamposto dell’occidente”. Intervista a Benny Morris  

Giulio Meotti  25 set 2024- IL FOGLIO

“Se l’Iran perdesse in guerra, il regime fanatico degli ayatollah cadrebbe” dice lo storico isrealiano, che spera vengano neutralizzati anche i suoi

“C’è uno scontro di civiltà, ne siamo dentro, ma in occidente la maggioranza rifiuta di accettarlo, di vedere la realtà nonostante gli attentati di Madrid, Londra, Parigi, Stoccolma e Berlino”. Dopo decenni a studiare il conflitto mediorientale e a capire le ragioni palestinesi, Benny Morris è arrivato alla conclusione che non è sulla terra, ma fra due concezioni del mondo. 

“Ci sono valori occidentali in contrasto con un mondo islamico il cui atteggiamento verso la vita, la libertà politica, la creatività, è completamente diverso e il mondo islamico attacca l’occidente e si infiltra in esso” spiega al Foglio l’insigne storico israeliano, a lungo docente alla Ben Gurion University nella città di Beersheba, oggi 75enne capofila di quella che venne definita la corrente dei “Nuovi Storici”. 

“Israele è la frontiera di questo scontro di civiltà, perché cerca di essere un argine al fondamentalismo islamico di Hamas e Hezbollah, sostenuti dall’Iran” prosegue Morris al Foglio. “Vogliono distruggere Israele, l’Iran lo dice apertamente, come i suoi satelliti Hamas e Hezbollah, non solo perché ha preso loro una terra che doveva essere islamica nella loro logica, ma la verità è che vedono Israele come un avamposto della civiltà occidentale.

Gli arabi che ci hanno visto arrivare qui negli anni 1880, 1890 e all’inizio del 1900, ci consideravano un’estensione dell’occidente. Ci sono altri posti dove l’oriente incontra l’occidente. La Nigeria settentrionale, il Kenya settentrionale al confine con la Somalia, le Filippine, la Thailandia: queste sono le terre di confine tra l’islam e l’occidente. E noi siamo una di queste, sfortunatamente. Dopo Israele, vogliono islamizzare il mondo intero. E vogliono farlo gradualmente”. 


Non è realistico, ma questo non significa che non ci provino. “E loro pensano che si stanno avvicinando al loro obiettivo. Le comunità islamiche in occidente, come in Francia, Belgio e Inghilterra, sono diventate persino politicamente importanti e nelle elezioni vediamo che contano sempre di più. E dalla loro hanno tassi di fertilità più alti degli occidentali postcristiani.

 Secondo Bernard Lewis, l’Europa alla fine del secolo avrà una maggioranza islamica”. Qualche anno fa, Morris fu quasi linciato mentre andava a una conferenza alla London School of Economics. “Non sono sorpreso dalla loro infiltrazione nelle università: ricevono molto denaro da paesi come il Qatar e l’Arabia Saudita. Università dove vediamo che i giovani con la kefiah cantano ‘Palestina libera dal fiume al mare’ e sostengono Hamas. Anche in America, dove ha una piccola comunità islamica. E anche nelle elezioni del prossimo novembre, in stati come il Michigan”. 


Per molti, Israele non può permettersi due guerre contemporaneamente, a sud contro Hamas e a nord contro Hezbollah. “A Gaza la guerra sta scendendo di intensità e ora l’attenzione è sul nord” ci dice Morris. “Quel che resta di Hamas è nei tunnel. Israele ha una divisione e mezzo a Gaza. A nord potrebbe, e io spero, che diventi una guerra aperta contro l’Iran e i suoi satelliti. Israele si è ripreso dal trauma del 7 ottobre.

Se dovesse scoppiare una guerra totale ci sarebbe una massiccia invasione di terra da parte di colonne corazzate israeliane e un’occupazione prolungata del Libano meridionale. Ma lo stato maggiore e Netanyahu sembrano trattenersi, diffidenti data l’esperienza di Israele nel 1982-2000, quando occupò gran parte del Libano meridionale. Ma lo spopolamento della zona di confine israeliana è stato il principale risultato strategico di Hezbollah negli ultimi undici mesi di guerra transfrontaliera e l’estensione missilistica di Hezbollah più a sud in questi ultimi giorni minaccia di spopolare in modo massiccio il resto della Galilea, cosa che nessun governo israeliano può tollerare”.

Morris ha scarsa fiducia nell’Europa. “L’Europa è ancora immersa nell’appeasement da anni Trenta sull’Iran: allora l’Europa sapeva che Hitler era il male ma rifiutò di affrontarlo. Anche dopo l’11 settembre e il 7 ottobre, l’occidente non vede. Gli europei occidentali vivono una vita prospera e non vogliono essere trascinati in guerra”. Non ha fiducia neanche che la Repubblica islamica crolli per cause interne.

“Il regime iraniano gode del sostegno delle periferie e delle campagne, mentre la classe media li odia. Gli ayatollah hanno quasi metà del paese con sé. Una parte degli iraniani è molto religiosa e pensa che Allah sia dalla loro parte. E chi si oppone è massacrato nelle strade. Non è facile opporsi a un regime che ti vuole morto. Il regime non cadrà, a meno che non sarà sconfitto in una vera guerra e gli americani decidono di averne abbastanza e Israele bombarda le sue installazioni atomiche. Allora collasserebbe.

Ora è il momento di distruggere il regime fanatico degli ayatollah e sovvertire le sue ambizioni anti-occidentali. Se l’Iran avesse l’atomica, sarebbe tremendo per tutti, per Israele in primis, perché ci vuole distruggere. Ma Israele non lo consentirà. Netanyahu ha rimandato la resa dei conti, ma dovrebbe farlo finché Israele ha la superiorità militare e tecnologica per risolvere il problema. L’Iran è la principale minaccia a Israele e all’occidente”.

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