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Francesco: i santi, servi umili lontani dalla tentazione del potere

Nella Messa di canonizzazione di undici martiri di Damasco, di Giuseppe Allamano, Marie-Léonie Paradis ed Elena Guerra, il Papa ricorda lo stile di Dio che è lontano dal potere e dalla fama ma è fatto di servizio, di amore, di vicinanza, compassione e tenerezza.

Benedetta Capelli – Città del Vaticano

È grigio il cielo su San Pietro ma il rosso dei drappi nei quali sono impresse le immagini dei nuovi santi illuminano la piazza. È un’atmosfera che ben riflette il loro cammino di santità fatto del buio della fatica, dello sconforto ma anche della luce della speranza che viene dal Vangelo. Il cardinale Marcello Semeraro, prefetto del Dicastero delle Cause dei Santi, insieme ai postulatori, presenta al Papa i Beati che saranno canonizzati: don beato Giuseppe Allamano, fondatore dei Missionari e delle Missionarie della Consolata; suor Elena Guerra, fondatrice della congregazione delle Suore Oblate dello Spirito Santo; suor Marie‑Léonie Paradis, fondatrice delle Piccole Suore della Santa Famiglia e gli undici martiri di Damasco uccisi nel 1860 Manuel Ruiz López e sette Compagni e Francesco, Mooti e Raffaele Massabki, fedeli laici maroniti.

Servi umili e non mondani

“Discepoli del Vangelo” li definisce nell’omelia della Messa Papa Francesco che “nella storia tormentata dell’umanità” sono stati “servi fedeli, uomini e donne che hanno servito nel martirio e nella gioia”.

Questi nuovi santi hanno vissuto lo stile di Gesù: il servizio. La fede e l’apostolato che hanno portato avanti non ha alimentato in loro desideri mondani e smanie di potere ma, al contrario, essi si sono fatti servi dei fratelli, creativi nel fare il bene, saldi nelle difficoltà, generosi fino alla fine.

Onore e potere

Francesco commenta il brano del Vangelo nel quale Gesù pone domande scomode a Giacomo e Giovanni che, nel loro cuore, hanno la pretesa di avere il posto d’onore di un Messia vittorioso e glorioso, immaginandolo “secondo una logica di potere”.

E tante volte nella Chiesa viene questo pensiero: l’onore, il potere…

Il Dio dell’amore

Gesù “scende in profondità, ascolta e legge il cuore”, mette in luce le loro attese nascoste, li smaschera.

Egli non è il Messia che essi pensano; è il Dio dell’amore, che si abbassa per raggiungere chi è in basso; che si fa debole per rialzare i deboli, che opera per la pace e non per la guerra, che è venuto per servire e non per essere servito. Il calice che il Signore berrà è l’offerta della sua vita, donata a noi per amore, fino alla morte e alla morte di croce.

Servire con vicinanza, tenerezza, compassione

In croce Gesù ha due ladroni “inchiodati con Cristo nel dolore e non seduti nella gloria”. “Vince non chi domina, ma chi serve per amore”, sottolinea il Papa e così Gesù, “che si fa ultimo perché gli uomini vengano rialzati e diventino i primi”, aiuta i discepoli a convertirsi e cambiare mentalità, a pensare non secondo le logiche del mondo ma secondo lo stile di Dio che è servizio.

Non dimentichiamo le tre parole che fanno vedere lo stile di Dio per servire: vicinanza, compassione e tenerezza. Dio si fa vicino per servire; si fa compassionevole per servire; si fa tenero per servire. Vicinanza, compassione e tenerezza…

I fedeli in Piazza San Pietro

Il cuore rinnovato

“Chi serve con amore – spiega il Papa – non dice: ‘adesso toccherà qualcun altro’”. Il servizio è frutto di un cuore nuovo.

Questo è un pensiero da impiegati, non da testimoni. Il servizio nasce dall’amore e l’amore non conosce confini, non fa calcoli, si spende e si dona. Non si limita a produrre per portare risultati, non è una prestazione occasionale, ma è qualcosa che nasce dal cuore, un cuore rinnovato dall’amore e nell’amore.

L’ARTE UCRAINA DELLA NUOVA GUERRA

Una moltitudine di droni in cielo, in mare e in terra aggiornano le tattiche e le strategie. E un’industria militare che cresce senza sosta, grazie anche al volontariato bellico. Ecco come Kiev rivoluziona il modo di combattere, convinta di potere sconfiggere i russi.

Dal nostro inviato Gianluca Di Feo. Coordinamento editoriale Carlo Bonini. Coordinamento multimediale Laura Pertici. Produzione Gedi Visual

12 Ottobre 2024 – La Repubblica

 KIEV – “Un’azione decisiva per chiudere la guerra entro il 2025 e creare una soluzione stabile destinata a durare nel tempo”. Il presidente Zelensky sta presentando nelle capitali europee un percorso per la pace che in realtà è un piano di battaglia e nasce dalla convinzione di poter ancora sconfiggere i russi sul terreno. Alle porte del terzo inverno di conflitto, che si annuncia più duro degli altri, gran parte degli ucraini a Kiev, a Dnipro come a Odessa ha la stessa certezza: la guerra sarà ancora lunga. Nessuno crede a un cessate il fuoco imminente o alle formule diplomatiche di cui si discute nelle cancellerie. Quelli che contano nei palazzi del potere, premettendo di non essere autorizzati a parlare, così come i militari e i civili che dicono di non occuparsi di politica, ripetono l’identica previsione: “Non esistono garanzie occidentali in grado di tutelare il Paese dalle mire di Putin: né della Nato, né dell’Unione europea. Solo le armi possono permettere la sopravvivenza della nazione e dell’identità che abbiamo realizzato dalla protesta di piazza Maidan in poi”.

Attraversando l’Ucraina, si colgono tante fratture nel tessuto sociale che rischiano di allargarsi rapidamente. C’è quella geografica, tra le regioni in prossimità del fronte e quelle più lontane e quindi più prospere. C’è quella economica, tra i ricchi che intasano il traffico della capitale di suv e fuoriserie mentre i poveri delle periferie e delle campagne girano su vetuste Lada assemblate a Togliattigrad e fanno la coda per i pacchi degli aiuti alimentari. Infine c’è quella trasversale tra chi ha la corrente grazie ai generatori e chi invece può contare su poche ore di elettricità, restando senza riscaldamento e senza ascensori: l’effetto dei bombardamenti sulle centrali si sente negli attici dei grattacieli lussuosi come nei grigi palazzoni del socialismo reale. Nonostante le crepe e nonostante il declino dell’entusiasmo che aveva saldato la popolazione davanti all’invasore, chi per scelta o per necessità non è emigrato sa di non avere e di non volere un’altra patria. E senza retorica, anzi spesso con gli occhi pieni di dolore per i lutti o di terrore per avere vissuto l’esperienza di un conflitto “semplicemente mostruoso”, dichiara che l’Ucraina può essere salvata solo lottando fino alla vittoria. Anche se tutti riconoscono che non sarà questione di mesi, ma di anni.

A consolidarli in questa determinazione, o in questa assenza di alternative, c’è la consapevolezza di una crescente capacità bellica nazionale di cui in Europa e negli Stati Uniti pochi si sono resi conto. Gli ucraini stanno riscrivendo le regole della guerra: inventano mezzi e tattiche nuove, destinate a cambiare per sempre il modo di combattere. E sono diventati una potenza industriale militare: il prossimo anno costruiranno 4 milioni e mezzo di droni volanti; 20 mila robot guerrieri cingolati; 200 mila apparati di disturbo elettromagnetico. Già adesso consegnano più cannoni semoventi e più proiettili d’artiglieria del resto d’Europa messo insieme.

“Certo, le cose nel Donbass non vanno bene e ci ritiriamo in continuazione – spiega un ufficiale appena tornato dalla linea del fuoco – perché non abbiamo abbastanza soldati per contrattaccare. Ma voi stranieri non dovete valutare la situazione con i parametri dei vecchi manuali. Prendiamo il caso di Vuhledar, che abbiamo abbandonato la scorsa settimana: dal 2014 la sua posizione in cima ad un’altura era considerata strategica perché dall’alto permetteva di scoprire i movimenti del nemico. Oggi però ci sono sempre dozzine di droni d’ogni tipo che senza sosta controllano il terreno dal cielo e avvistano lo spostamento anche di una bicicletta nel raggio di dieci chilometri: stare sopra la collina non rappresenta più un vantaggio.

E neppure appostarsi tra i resti di una cittadina è molto utile. Negli scontri tra cecchini gli edifici offrivano un riparo, invece i droni si infilano dentro le finestre e ammazzano chi si trova all’interno delle stanze. Fino a pochi mesi fa sembrava fantascienza, ormai avviene ogni ora e ci permette di decimare i russi”.

Il dio della battaglia

Napoleone sosteneva che le battaglie si vincono con i cannoni e Stalin è arrivato addirittura a dire che “l’artiglieria è il dio della guerra”. Dall’autunno del 2023 non è più così: ora il nume supremo è il drone, che si è imposto nel Pantheon bellico. “I nuovi FPV sono semplici, precisi e low cost. Ognuno neutralizza un obiettivo mentre per raggiungere lo stesso risultato ci vogliono almeno tre proiettili di cannone. Non solo. Istruire un artigliere richiede mesi di corso perché deve imparare a calcolare distanze e traiettorie. Invece pure un quattordicenne può pilotare questi elicotterini, che si guidano con gli stessi occhiali-visori dei videogiochi”.

La parola chiave è proprio FPV, acronimo inglese per First Person View ossia “vista in prima persona”: i quadricotteri manovrati in maniera istintiva attraverso una minuscola console sono stati inventati come giocattoli e ora sono diventati sicari letali. Gli ucraini hanno coniato l’espressione “il cielo sporco” per indicare quando queste armi affollano l’aria volteggiando come rapaci meccanici in cerca di prede. “Ci sono soldati che impazziscono e continuano a sentire il ronzio dei quadricotteri giorno e notte – racconta Victoria, una ex infermiera dell’esercito britannico che ha curato i feriti in Afghanistan e ora è una volontaria dell’Ong “Way to health” che si occupa del recupero dei mutilati a Dnipro -. Questa guerra ha creato traumi mai visti prima…”. “I fanti una volta maledicevano la pioggia che riempiva d’acqua le buche – spiega Jack, tiratore scelto e reduce della disperata battaglia di Bakhmut – , adesso festeggiano perché i temporali mettono fuori gioco gli aeroplanini killer”.

I droni stanno cambiando tutto. Non solo nell’aria, ma pure in mare e in terra. Nel Mar Nero hanno permesso a una nazione senza navi di spazzare via la potente flotta di Mosca che nella primavera 2022 si mostrava con arroganza davanti Odessa e adesso si rifugia timorosa molto a oriente della Crimea. Si preparano a esordire formazioni di imbarcazioni senza equipaggio: quelle con radar che esplorano, altre che proteggono con missili contraerei e altre infine che si lanciano all’assalto. Pure i robot cingolati non sono più un’eccezione. Sempre più spesso si accollano i compiti troppo rischiosi per gli umani. Alcuni vanno alla carica contro le trincee nemiche, sparando con le mitragliatrici. Altri riforniscono di munizioni i capisaldi assediati oppure portano via i feriti sotto una pioggia di bombe.

Di conseguenza, le strategie stanno venendo rivoluzionate. “La Nato mette al primo posto il concetto di supremazia aerea che significa impedire le attività dell’aviazione nemica – sottolinea l’ex ministro Andry Zagorodniuk -. A noi invece basta impadronirci di cinquecento metri di cielo, lo spazio in cui volano i quadricotteri: se cancelliamo i loro droni da questa fascia, allora accechiamo i russi e possiamo attaccarli liberamente”. Cosa significa? Che adesso vengono costruiti droni caccia-drone. “Abbiamo realizzato e donato 19 mila FPV, usando esclusivamente materiali prodotti in Ucraina. Poco prima dell’estate abbiamo inventato l’Hornet Queen, un drone madre che ne sgancia uno più piccolo e gli fa da ponte radio, triplicando il raggio d’azione. Inoltre abbiamo messo a punto un prototipo che tocca la velocità record di 365 chilometri orari: l’ideale per intercettare altri droni”.

Vjaceslav, 38 anni, è uno dei due fondatori della Wild Hornet, un collettivo no profit di volontari che spicca per creatività. Non è l’unica ong degli armamenti: ci sono tante associazioni di volontari che progettano o montano droni, occupandosi anche di addestrare gli operatori. “Lo Stato e l’esercito non danno qualità, pensano alla quantità e forse non può che essere così. Allora entriamo in scena noi: raccogliamo donazioni e mettiamo insieme competenze per fare la differenza”, spiega Maxim di Victory Drones. In una colossale fabbrica sovietica trasformata in uffici con arredi scandinavi, questo trentenne con il look da nerd mostra a soldati muscolosi e tatuati come cambiare frequenza per superare i disturbatori del nemico. Maxim si è laureato in avionica e ha lavorato per aziende aeronautiche britanniche, poi al momento dell’invasione è tornato a casa e ha messo le sue conoscenze al servizio del Paese: “Nel ministero della Difesa c’è una burocrazia asfissiante. Invece noi dobbiamo essere creativi: affrontiamo una guerra asimmetrica, perché la Russia ha più uomini e più risorse. Possiamo vincerla solo puntando sulle nuove idee. Io lo ripeto in continuazione: i nostri cervelli sono i nostri fucili”.

Anche il fondatore della Wild Hornet la pensa allo stesso modo: “Ci vogliono le idee e tanta semplicità. Noi abbiamo adattato dei sistemi di tracking che costano meno di cinquanta euro: adesso guidano automaticamente il drone sul bersaglio designato, senza bisogno di un uomo ai comandi e senza temere interferenze”. La risposta all’asimmetria di Mosca si concretizza nei filmati della resistenza di Avdiivka: in pochi minuti i quadricotteri della Wild Hornet hanno devastato una colonna corazzata russa con nove tank e una dozzina di blindati. “C’è una differenza esponenziale tra il valore dei mezzi che distruggiamo e il prezzo dei nostri droni, che costano solo 420 dollari ossia 20mila volte di meno”.

Volontariato bellico

Questo Terzo Settore bellico è un altro primato, che non ha precedenti nella Storia: nei negozi, nei ristoranti, negli alberghi si raccolgono fondi per donare droni, giubbotti antiproiettile, veicoli blindati. Questo attivismo dal basso ucraino è specchio della volontà di superare l’eredità sovietica con un pragmatismo che supplisce alle carenze delle istituzioni pubbliche. “Ai tempi dell’Urss se la macchina statale era inefficiente ti lamentavi e aspettavi che qualcuno dall’alto mettesse a posto le cose. Noi invece ci rimbocchiamo le maniche e troviamo soluzioni”, chiosa Maxim. Nella sala c’è un uomo di sessant’anni che assembla i meccanismi per sganciare le granate: l’elemento che trasforma i balocchi elettronici in bombardieri crudeli. “Sto imparando l’italiano, è una lingua che mi rilassa. Io possiedo una società che si occupa di metalli ma appena posso vengo qui a montare droni – dice Illia -. Quando i russi hanno assaltato Kiev ho impugnato un kalashnikov e ho difeso la mia città. Anche mio figlio era nell’esercito…”. Appena cita il figlio gli occhi si riempiono di lacrime: è facile comprende cosa lo spinga ad accanirsi sul pezzo che semina morte sui russi…

Completamente diversa l’atmosfera del forum andato in scena martedì primo ottobre nello sfavillante salone bunker con lampadari di cristallo due livelli sotto l’Hotel Intercontinental di Kiev. Lì il governo ha convocato i rappresentanti di 119 aziende della difesa di tutto l’Occidente, inclusa una decina di italiane. Il DFNC2 è un evento a metà strada tra lo show e la fiera, creato per persuadere i manager stranieri a realizzare fabbriche in Ucraina: vengono proposti accordi decennali con un regime fiscale promettente e la prospettiva di esportazioni in altri Paesi. Soprattutto, gli ucraini offrono la possibilità unica di mettere a punto i prototipi direttamente al fronte, con una rapidità di innovazione tecnologica straordinaria. “Oggi si può dire che un’arma funziona solo se è stata provata in Ucraina”, proclama tra gli applausi la viceministra delle Industrie Strategiche Anna Gvozdiar.

L’obiettivo del governo non è più ottenere armi e munizioni in regalo: l’urgenza resta soltanto per le batterie contraeree, chiamate ad arginare le ondate di ordigni che ogni notte si abbattono sulle città. Adesso ai partner si domanda di finanziare la produzione bellica nazionale, secondo il modello introdotto dalla piccola Danimarca, o di costituire società miste che aprano catene di montaggio in Ucraina.

Zelensky ne ha discusso in tutte le tappe del tour europeo, anche con Giorgia Meloni, presentando una lista di aziende “invitate” a investire in Ucraina. A dare l’esempio è stata la Rheinmetall tedesca, prima ad inaugurare un impianto nel Paese, seguita dal gruppo franco-germanico Knds e dagli svedesi di Saab. Poco o nulla con i big statunitensi. Non è un caso. C’è un senso di ostilità crescente verso gli americani. L’impressione che la paura dell’atomica russa li abbia spinti a impedire in più occasioni all’Ucraina di assestare colpi decisivi agli invasori. A Kherson nell’ottobre 2022, tutelando la ritirata della divisione nemica che ha attraversato indenne il fiume Dnipro. O rallentando in tutti i modi la consegna dei caccia F16 e l’addestramento dei piloti. Infine c’è il no statunitense agli ordigni a lungo raggio, che ritengono abbia vanificato l’effetto dell’attacco a Kursk. Gli interlocutori di ogni livello scandiscono come in un mantra che “l’interesse di Washington è logorare l’armata russa, non far vincere l’Ucraina”.

Nella convention dell’Hotel Intercontinental, Zelensky e i ministri fanno capire in maniera più o meno esplicita che i missili balistici ucraini sono pronti, così come altre “sorprese” destinate a piovere in profondità nel territorio di Mosca e vanificare il veto di Biden. “In realtà lo stiamo già facendo e ogni notte i droni ucraini colpiscono le infrastrutture di Putin. Ma ci servono strumenti più potenti, perché così potremo chiudere il nemico in una trappola continua, con sciami di Fpv che si accaniscono sulla prima linea e i nostri missili che impediscono di trasferire rinforzi e rifornimenti. Sarà il nostro modo di riscrivere la dottrina Nato di deep strike”, Alex è il ceo e il fondatore della Skyeton, un’azienda che produce veri aerei senza pilota, con prestazioni straordinarie e costo di oltre tre milioni e mezzo di euro: “Li abbiamo perfezionati per renderli invisibili ai radar e restare in volo 18 ore. Abbiamo già introdotto un sistema di guida immune da disturbi e tra pochissimo ci sarà l’intelligenza artificiale. La rapidità della nostra innovazione nasce dal rapporto diretto con il campo di battaglia. Finora i nostri Raybird erano solo ricognitori, adesso avranno capacità distruttive”. L’impianto è camuffato in una periferia cadente: all’interno di capannoni sgarrupati spuntano laboratori degni della Silicon Valley, con catene di montaggio sotterranee che ogni anno costruiscono cento droni stealth. I ministri hanno promesso durante il DFCN2 che il divieto di venderli all’estero cadrà presto e che l’export bellico porterà subito dieci miliardi di euro l’anno.

Il manpower

“Droni e armi hitech ci servono per risparmiare uomini e concentrare quelli che abbiamo nei luoghi chiave. I ventimila robot terrestri in arrivo si occuperanno di sorvegliare le frontiere e permetteranno di liberare altrettanti soldati”, evidenzia la viceministra Gvozdiar. Il manpower, l’abbondanza di fanti da mandare all’assalto, è il principale punto di forza dei generali di Putin. La mobilitazione obbligatoria introdotta da Kiev la scorsa primavera non sembra decollare. C’è però un paradosso: l’esercito non trova reclute, i reparti scelti invece ne hanno in abbondanza. Alla Terza Brigata d’Assalto non amano sentirsi chiamare Azov, anche se sono orgogliosi di nascere dagli stessi ideali a dir poco nazionalisti. Il comando è all’interno di un’altra industria abbandonata. I selezionatori dei candidati siedono nella vecchia sala d’ingresso sovietica: ai muri vessilli con il logo in stile Waffen SS e ritratti dei caduti. Le finestre sono sbarrate da sacchetti di sabbia. Ricorda il bunker della Cancelleria, cosa che non deve dispiacergli. Sono in tre, in mimetica. Due hanno il braccio sinistro amputato, con il moncherino senza protesi: chi si vuole arruolare è obbligato a rendersi conto dei rischi. Volodymir è il responsabile e prima della guerra si occupava di marketing: sa bene i messaggi che deve veicolare.

In Ucraina gli spot delle singole brigate sono ovunque: video, manifesti, locandine, adesivi, murales. Le pubblicità sono in apparenza simili, perché hanno l’obiettivo di convincere a scegliere la qualità di equipaggiamenti e mezzi. D’altronde la gente conosce bene le unità più celebri, protagoniste di una Iliade che si combatte ogni giorno da tre anni: offrono un’alternativa alla leva dei “normali” reparti dell’esercito dove tutti temono di diventare carne da cannone. Ai gruppi d’élite gli uomini non sono mai mancati e si possono permettere di scegliere i migliori. “La preparazione fisica non conta, a quella pensiamo noi – illustra Volodymir -. Ci interessano le motivazioni: la loro determinazione, i valori che sono pronti a condividere. Chi viene qui sa già chi siamo e cosa li aspetta: la fanteria d’assalto, quelli che espugnano le trincee”. Queste unità non hanno problemi di organico e sono sempre più importanti anche se nessuno sa valutarne il rilievo politico. Per evitare l’anarchia, l’esercito ha imposto che i loro volontari facciano un mese di formazione comune alle altre matricole. Per questo le brigate prima e dopo impartiscono un addestramento supplementare: meno di due mesi tra la vita civile, identica a quella dei ventenni italiani, e l’inferno del Donbass, “ma se la situazione lo richiede partono anche prima”. Gli ufficiali non vengono dall’accademia: sono capi, che si sono imposti sul campo e hanno la fiducia di chi li segue. Nella sala entra il sergente istruttore: ha la pelle coperta di tatuaggi e un sole nero vichingo dal collo allarga i raggi sul volto. Accompagna una recluta con il Kalasnikhov a tracolla. Atletico e sguardo fiero, Anton è l’icona del guerriero ucraino: “Ho 25 anni, volevo partire prima ma mi hanno detto di completare gli studi: ho preso la laurea in commercio ed eccomi qui”.

Ci sono molti volontari stranieri? Volodymir è laconico: “Se ne occupa un altro dipartimento…”. “Abbiamo spagnoli, americani, bielorussi, britannici. C’è pure un italiano ma vive in Francia da anni”, elenca senza remore il graduato del battaglione “Da Vinci”. Il reparto ha preso il nom de guerre del fondatore, che studiava pittura e ha mollato i pennelli per prendere le armi nel 2006. Il battaglione ha gli uffici in una zona chic, dove abita la classe media benestante che pranza bio e non fuma. Il palazzo è di inizio Novecento, ospitava un teatro e alcune istituzioni culturali: ora svetta la bandiera nera con i tre lupi del Da Vinci. Al capo non dispiace stare lì: ha studiato da attore e recitato in “Rhino”, il film che è anche una sorta di manifesto del suo gruppo nazionalista. “Sono stato al Festival di Venezia quando è stato presentato nel 2021. L’unico viaggio all’estero della mia vita”. Lui e l’altro selezionatore sono veterani: “Siamo stati nei posti peggiori, noi lupi siamo i pompieri: ci mandano a spegnere i fuochi che rischiano di bruciare il fronte, ad esempio a proteggere l’unica strada per Bakhmut”. Se fate un lavoro così pericoloso, perché la gente vuole arruolarsi con voi? “Perché non gli diamo un biglietto di sola andata. Cerchiamo di addestrarli bene e gli diamo un buon equipaggiamento. Ma soprattutto per gli ideali: chi combatte con noi è una persona, non un numero. Sa che chi gli copre le spalle non lo abbandonerà mai”. Apre il portatile e mostra i numeri delle reclute: “Sono segreti, non li scriva. Vede quanti sono? E quanti ne respingiamo? Non avevano la grinta che chiediamo”. Entrano due candidati, hanno solo 17 anni e frequentano il professionale per saldatori. Il capo li tratta rudemente: “Ma avete idea di cosa vi aspetta? Prendete il diploma, fate sport e tornate tra due anni. Non abbiate fretta: ci sarà abbastanza guerra per tutti”.

Yulia Navalnaya: «Con Aleksei siamo stati felici. Non gli avrei mai chiesto di farsi da parte per salvarsi la vita»

di Irene Soave- Corriere della Sera – 2° – Ottobre 2024

Intervista esclusiva con la vedova di Aleksei Navalny. «Patriot», il diario dal carcere e autobiografia del dissidente, esce martedì (in Italia per Mondadori)

Nomina il marito al presente, anche se è morto il 16 febbraio. Ride vivacemente, si commuove, parla veloce ed è immediato riconoscere in lei la donna piena di vigore e idee che Aleksei Navalny, nemico numero uno di Putin e poi il più celebre tra i suoi martiri, definiva «la mia complice». Posso chiederle dove si trova? «No». 

Yulia Navalnaya, camicia confetto, chignon minimo, si collega su Zoom con Kira Yarmysch, storica collaboratrice del marito. Si ritiene che viva tra Stati Uniti e Germania, dove studiano i figli (Dasha, 23 anni; Zakhar, 15). Da luglio 2024 è oggetto di un mandato d’arresto in Russia. «Da anni non ho una casa». 

Un’intervista con lei è stata finora un’occasione rara. Facilita il compito la pubblicazione di Patriot, il memoir postumo del marito Aleksei (in Italia esce martedì, edito da Mondadori). E forse il ruolo di guida dell’opposizione russa che Navalnaya ha preso su di sé. 
L’ha rifiutato per anni, sostenendo che «il consenso non è un pacchetto che ci si passa di mano in mano». E preferendo la parte di «far sì che casa resti casa, i bambini restino bambini» (così in un’intervista del 2021). A febbraio, però, ha cambiato idea. «Continuerò il lavoro di Aleksei Navalny, e vi chiedo di stare al mio fianco», ha detto in un video nel suo primo giorno da vedova. Poco prima aveva parlato con Kamala Harris, che ha dedicato un profilo su Time alla sua «straordinaria generosità».  

Patriot è stato scritto in parte durante la detenzione da Aleksei Navalny, che racconta anche le condizioni in cui l’ha scritto. All’inizio poteva scrivere e rispondere a tutte le lettere, poi in isolamento è passato a poter scrivere per 90 minuti al giorno, poi mezz’ora, poi più nulla. Come ci avete lavorato? 
«Per fortuna lo ha iniziato prima di finire in prigione. Per lui non è stato facile: scriversi l’autobiografia gli sembrava prematuro e vanesio. Penso sia stato il Novichok (l’agente nervino con cui è stato avvelenato nel 2020, ndr) a fargli cambiare idea. Ha iniziato a scrivere queste memorie praticamente appena uscito dall’ospedale, in Germania. Ha continuato in prigione, e dalle varie carceri in cui era recluso è stato sempre più difficile per me ricevere i suoi appunti. Nell’ultimo anno non ha potuto scrivere quasi più, se non brevi lettere». 

Nel finale delle sue memorie, Aleksei ricorda un vostro ultimo colloquio, ben prima della sua morte, in cui entrambi concordate che probabilmente lui non uscirà mai più di prigione. Che ricordo ha lei di questo colloquio? 
«Che non è stata una rivelazione. Non sono verità che io ho capito lì. Da dieci anni sapevo bene quanto fossero pericolosi i nemici di mio marito. Quanto fossero disposti a qualsiasi cosa per silenziarlo. Era così ovvio che tra noi non ne avevamo mai parlato in modo serio. In uno dei nostri ultimi incontri lui iniziò questa conversazione molto diretta, in cui disse: penso ci sia un’alta probabilità che da qui non uscirò mai, accettiamolo. Io risposi solo: lo so». 

Da allora lei lo ha visto poche altre volte. Ha appreso della sua morte dai notiziari, mentre era a Monaco, alla Conferenza sulla sicurezza, dove poi è comunque intervenuta. Ha tenuto discorsi pubblici, lottato perché la sua salma venisse resa a voi e poi seppellita, incontrato i grandi del pianeta, preso aerei. Che spazio si è data per vivere il suo lutto? 
«Vorrei saperle rispondere, vorrebbe dire che ce la sto facendo. Ma le dirò invece che qualche volta uno fa solo quel che deve fare, e si chiede solo se è giusto o no. E anche questo è un modo di elaborare un lutto. Sono stata fortunata perché mio marito è stato una spalla molto solida, un esempio, una fonte di forza. Continua a darmene. Quindi, ecco, non c’è un momento in cui riesco a sedermi e meditare, far defluire i pensieri, per poi stare bene. Comunque per ora non ne avrei il tempo. Un giorno ci proverò» (ride). 

Il senso di morte di cui parlava prima non vi ha trattenuto dal ritornare in Russia, dopo l’avvelenamento e la convalescenza in Germania. Nelle sue memorie Navalny scrive di aver pensato che Putin non si sarebbe spinto al punto di farlo arrestare agli arrivi, e invece è andata proprio così. Cosa non avete capito? 
«Guardi, non funziona così. Non è che avremmo mai deciso di non tornare in Russia. Mio marito è stato un politico russo. Voleva stare coi suoi, nel suo Paese. Anche dare un esempio: ha passato tutta la vita a dire alla gente di non aver paura e quindi ha solo agito coerentemente. E poi io non parlavo solo con mio marito, ma col capo dell’opposizione. Un capo dell’opposizione che amavo molto, ma che doveva fare quel che doveva fare». 

Una scena lunga del libro è il viaggio aziendale in Turchia in cui vi siete incontrati. Che ricordo ne ha lei? 
(ride molto, getta indietro la testa, si schermisce). «Questa storia a me piace tanto come la racconta lui (parla al presente, ndr) perché io ne esco benissimo! Dice che mi ha visto e ha subito capito che ci saremmo sposati, e io lo so che è vero. Mentre io mi ricordo molto bene il nostro primo incontro, e a me lui era piaciuto molto, ma non ho pensato subito che sarebbe diventato mio marito. A 24 anni ci siamo sposati, lui era un giovane avvocato. Non avevo idea che le cose sarebbero poi andate così». 

Tra i complimenti che lui le indirizza nel libro c’è anche molta ammirazione politica. «È più radicale di me», scrive. È così? 
Ride. «Grazie, Aleksei. Mi mette in una posizione difficile ogni volta che lo dice. Sa, è facile essere molto radicali quando chiacchieri di politica in cucina con tuo marito, e più difficile quando sei una personalità pubblica. Ora io non lo so più se sono più o meno radicale di lui. Penso certamente che in Russia abbiamo bisogno di un cambiamento il prima possibile. Penso anche che moltissimi, e certo il potere, si aspettassero che io a un certo punto avrei detto: basta, hai una famiglia, possiamo fare una bella vita, lascia perdere, qui avvelenano gli oppositori. Noi siamo stati fortunati, siamo stati una famiglia anche felice, e avremmo potuto risparmiarci l’opposizione, le condanne, la prigione. Ma non è così che funziona. Basta non glielo avrei detto mai. Proprio perché eravamo in un Paese che avvelena i suoi oppositori».

Da dove deve partire, secondo lei, il cambiamento? Quale delle battaglie dell’opposizione, di cui lei ha preso la guida, ora è più importante per il movimento? Fare implementare le sanzioni? Informare l’opinione pubblica russa della corruzione del regime, come fate coi vostri canali? La pace in Ucraina? 
«Nessuno sa cosa dovremmo fare, lo dico sempre. Non sono in grado, da sola, di far implementare le sanzioni. Questo possono farlo i Paesi occidentali, le istituzioni europee. L’informazione in Russia certo mi è più facile passarla, però le persone devono sapere che noi non abbiamo da qualche parte un mago che farà sparire Putin o finire la guerra. Noi possiamo incoraggiare i russi comuni a non fermarsi, a non rinunciare a far sentire la propria insoddisfazione». 

Ma oltre che con i russi comuni lei parla anche con capi di Stato, con persone straordinarie, persone di potere. Di cosa parla più spesso con loro?
«Di queste stesse cose. Molti di noi sono in esilio, ma molti in Russia vivono con la repressione. Possono finire in galera per un like sui social, per essere andati a manifestare con un foglio di carta bianco, per ragioni senza senso. Persone che hanno paura di ogni cosa, ed è necessario che sappiano che il resto del mondo, fuori dalla Russia, è dalla loro. Con la propaganda, e il controllo dei media e la narrazione vittimista della Russia esclusa dall’Occidente, Putin se la cava bene. E per questo ci siamo noi. Che cerchiamo di dare informazioni indipendenti. I nostri canali YouTube sono molto visti soprattutto in Russia. Io incontro capi di Stato e spiego loro questo, che i russi comuni non sono con Putin solo perché stanno zitti». 

Tra i prigionieri rilasciati il 1 agosto c’era un giornalista russo-spagnolo, Pablo Gonzalez. Col pretesto di scrivere di Russia, spiava voi. Come è cambiata ora la sua vita in termini di sicurezza? 
«Beh come vede questa intervista ha luogo su Zoom (ride). Ho saputo in un secondo momento, dalle notizie, che questa persona seguiva Aleksei. Ma in generale, Aleksei veniva seguito sempre: da quando ancora vivevamo tutti e quattro a Mosca, e Aleksei ha iniziato a essere una figura importante nel movimento dell’opposizione, avevamo regolarmente perquisizioni in casa, ci requisivano sempre tutto, e non è che ci fossimo mai davvero abituati. Ogni volta era spiacevole: vengono i poliziotti, passano tutto il tempo a casa tua, cercano dovunque e non trovano niente ma nel dubbio si portano via il tuo computer, le tue carte e tutto. Noi abbiamo sempre vissuto così: che apri la porta e puoi trovarti un poliziotto sul pianerottolo. Che ci puoi fare?» 

Come stanno i suoi figli?
«Stanno bene. Sono molto forti, e sono anche loro a supportare me. So che per loro quella del padre è stata una grande tragedia. Una grande tragedia. Da fuori sembrano più o meno ok. Non posso dire che tutto andrà bene. Niente sarà mai come prima. So che sono forti, ecco. E cerco di mantenere un senso di famiglia tra noi anche se viviamo sparpagliati, e non ci troveremo prima di Natale. Manca ancora un sacco di tempo». 

Nel suo discorso in morte di Aleksei ha detto: è stata uccisa metà di me, metà del mio cuore. Cosa resta nell’altra metà? 
Fa una pausa molto lunga, di almeno quindici secondi. «È molto difficile dirlo. Se n’è davvero andato un pezzo grande di me. Siamo stati molto, molto fortunati e molto felici. Era un mio grande amico, per 25 anni non mi sono mai sentita sola. Potevamo sempre fare le nostre vacanze insieme, esserci per le difficoltà. Non ci siamo annoiati mai. Mi manca tantissimo, mi manca parlargli, dirgli cosa penso, sentire cosa pensa lui». 

In questi giorni sono uscite molte piccole ricostruzioni sulla sua morte. Gli oggetti sequestrati, le ferite riportate. Cosa non sappiamo? 
«Molte cose. Stiamo facendo una grande inchiesta, e spero tanto che avremo risposte complete un giorno. Come è stato per il suo avvelenamento. Qui è molto più complicato perché Aleksei è morto in carcere. Era da solo, circondato da polizia politica, e tutto è avvenuto sottocoperta e in segreto. Inoltre sanno che noi indaghiamo, quindi insabbiano tutto. Ma un giorno sapremo la verità». 

Le pagine del libro che Aleksei ha scritto in carcere sono piene di ironia, ma raggelanti. Com’è stato per lei leggerle, man mano che arrivavano? 
«Io ho letto anche di peggio, nelle lettere che mi scriveva. Certo, non si lamentava mai ma… Ci sono stati episodi tremendi. È stato detenuto in condizioni tremende. Per me è stato facile leggere il libro, nel senso che era anche lavoro. Molto più difficile è stato in questi due anni sapere come stava, pensarlo là, solo, in quelle condizioni». 

È vero che sarebbe dovuto uscire nello scambio di prigionieri, e che poi all’ultimo è stato Putin a decidere di no? 
«Abbiamo solo teorie, per ora, e penso sia così».  

Che effetto le ha fatto sapere che poi lo scambio di prigionieri c’è stato lo stesso? 
«È stato un momento dolceamaro. Sono contenta che questi innocenti siano stati scarcerati. Ma è molto triste che mio marito non sia tra loro». 

In Patriot Aleksei cita Guerra e pace, un romanzo che, dice, “nega il ruolo dell’individuo nella storia”. Secondo Tolstoj la campagna di Russia ci sarebbe stata anche senza Napoleone; secondo Aleksei Navalny, invece, gli individui fanno la storia. Lo scrive riferendosi a Gorbaciov, che secondo lui ha accorciato la vita dell’Urss di dieci anni. Pensa che parlasse anche di sé? 
«Non saprei se parlasse di sé. Ma so che lui un ruolo l’ha avuto. Lo conosco da quando avevamo ventidue anni e ho visto quest’uomo giovane, molto ordinario, diventare un leader dell’opposizione. Un magnete per milioni di persone, un motivatore per milioni di sostenitori, uno che ha portato generazioni intere a pensare alla politica. Putin per anni ha tentato di far credere alla gente che la politica fosse qualcosa di cui non occuparsi, e che standone alla larga ti lascerà stare. Mio marito ha contribuito a demolire questa credenza. Ha cambiato dei cuori, ha fatto sentire del malcontento, un desiderio di democrazia, di cambiamento. Penso che il suo ruolo nella storia della Russia sia stato grande, e che in retrospettiva si capirà che è stato cruciale». 

Eppure è morto in carcere. A marzo 2023 lei e i suoi figli avete ritirato l’Oscar per il documentario Navalny. A giugno 2024 ha ritirato per lui il premio per i diritti umani del Freedom Forum di Oslo. In questi anni è successo spesso che i premi per i dissidenti – come i Nobel per la Pace – li ritirassero le loro famiglie, perché loro erano in carcere. Nel libro, Aleksei Navalny scrive proprio: «Abbiamo sottovalutato il potere delle autocrazie». I tiranni stanno vincendo? 
«Spero di no. Spero, spero, che alla fine non vincano. Non vinceranno mai alla fine. Sono solo bravi a spaventare la gente, e questo dà loro un vantaggio nel breve termine. Ma quando i regimi cadono, in quei Paesi torna la felicità. Più siamo a protestare, prima cadrà il regime. Succederà come con l’Urss». 

Quali sono le somiglianze tra l’Urss e la Russia di oggi? 
«Sono moltissime. La gente sta male ed è oppressa da una dittatura. Come allora, le persone non possono parlare senza rischiare la prigione. Come allora, la propaganda è forte. Il potere fa credere ai russi, come allora, che il mondo occidentale sia contro di loro. La Russia sovietica è del resto il mondo in cui Putin si è formato. Di cui ha nostalgia». 

L’Urss è caduta. Cosa succederebbe domani se cadesse Putin? 
«Nessuno lo sa. Certo, per prima cosa finirà la guerra in Ucraina. Poi cadrà questo regime personalistico fondato sul terrore». 

Lei è alla guida dell’opposizione. Avete un programma, per quel momento?
 
«Ci stiamo lavorando ed è importante. Quel momento arriverà».

E’ possibile disarmare la Giustizia Divina ?!

(Libro di cielo – Luisa Piccarreta – 23 ottobre 1924)

Passo giorni amari per la privazione del mio dolce Gesù. Oh, come rimpiango la sua amabile presenza! Anche il solo ricordo delle sue dolci parole sono ferite al mio povero cuore, e dico tra me: E adesso dov’è? Dove rivolse i suoi passi?

Dove potrei ritrovarlo? Ahi, il tutto è finito! Non più lo vedrò, non ascolterò più la sua voce, non più pregheremo insieme. Come è dura la mia sorte! Che strazio, che pena! Ah, Gesù, come ti sei cambiato! Come da me sei fuggito! Ma, sebbene lontano, ti mando sulle ali del tuo Volere, dovunque Tu sei, i miei baci, il mio amore, il mio grido di dolore che ti dice: vieni, ritorna alla povera esiliata, alla piccola neonata che non può vivere senza di Te!

Ma mentre ciò dicevo ed altro, il mio amabile Gesù si è mosso nel mio interno e stendendomi le braccia mi ha stretta forte, forte, ed io gli ho detto: “Mia Vita, mio Gesù, non ne posso più! Aiutami, dammi la forza, non mi lasciare più, portami con Te, me ne voglio venire”.

E Gesù, spezzando il mio dire, mi ha detto: “Figlia mia, non vuoi fare la mia Volontà?” Ed io: “Certo che voglio fare la tua Volontà, ma anche in Cielo c’è la tua Volontà; sicché, se finora l’ho fatta in terra, d’ora in poi voglio venire a farla in Cielo. Perciò, presto, portami, non mi lasciare più; mi sento che più non posso, abbi pietà di me”.

E Gesù di nuovo:

 “Figlia mia, tu non sai che cosa è la mia Volontà in terra. Si vede che dopo tante mie lezioni non l’hai ben capito. Devi sapere che l’anima che fa vivere la mia Volontà in sé, come prega, come soffre, come opera, come ama, ecc. ecc., forma un dolce incanto alle pupille divine, in modo che coi suoi atti racchiude in quell’incanto lo sguardo di Dio, per cui [l’Onnipotente], preso dalla dolcezza di questo incanto, [si sente disarmare di] molti castighi che si attirano le creature coi loro gravi peccati. Questo incanto ha virtù d’impedire che la mia giustizia si riversi con tutto il suo furore sulla faccia della terra, perché anche la mia giustizia subisce l’incanto della mia Volontà che opera nella creatura.

Ti pare poco che il Creatore veda nelle creature viventi ancora sulla terra la sua Volontà operante, trionfante, dominante, con quella libertà con cui opera e domina  in Cielo? Questo incanto non c’è nel Cielo, perché la mia Volontà nel mio Regno domina come in casa sua e l’incanto viene formato in Me stesso, non fuori di Me; sicché sono Io, è la mia Volontà che incanta con una forza rapitrice tutti i beati, in modo che le loro pupille sono racchiuse nel mio incanto per bearsi eternamente. Quindi non loro mi formano il dolce incanto, ma Io a loro; sicché le mie pupille sono libere, non subiscono nessun fascino. Invece, la mia Volontà, vivendo nella creatura che valica l’esilio, è come operante e dominante in casa della creatura e perciò mi forma l’incanto, mi affascina  e fa subire al mio sguardo una tale attrattiva da rapirmi a fissare le mie pupille su di lei, senza poterle spostare.

Ah, tu non sai quanto sia necessario questo incanto in questi tempi, quanti mali verranno! I popoli saranno costretti a mangiarsi l’un l’altro, saranno presi da tale rabbia da inferocire l’uno contro l’altro. Ma la colpa maggiore è dei capi. Poveri popoli! Hanno per capi veri carnefici, diavoli incarnati, che vogliono fare carneficina dei loro fratelli. Se i mali non dovessero essere gravi, il tuo Gesù non ti lascerebbe come priva di Lui. Tu temi che sia per altre cose che ti privo di Me; no, no, rassicurati, è la mia giustizia che, privandoti di Me, vuole sgravarsi sulle creature. Tu però non uscire mai dalla mia Volontà, affinché il suo dolce incanto possa risparmiare i popoli dai mali peggiori”.

Ave Maria padre

Massimo

Papa Francesco, 21 nuovi cardinali e l’appello per il cessate il fuoco immediato su tutti i fronti

di Gian Guido Vecchi – Corriere della Sera – 6 Ottobre 2024

Il Pontefice alla vigilia della «giornata di preghiera e digiuno» nell’anniversario dell’attacco di Hamas in Israele

L’annuncio per l’8 dicembre del suo decimo concistoro con ventun nuovi cardinali, dall’Iran all’Indonesia al Giappone – ma ci sono anche gli italiani: l’arcivescovo di Torino Roberto Repole, il nuovo Vicario di Roma Baldassarre Reina, Fabio Baggio del dicastero per i migranti e rifugiati e un grande nunzio come Angelo Acerbi, 99 anni, che non sarà elettore ma ottiene la porpora come un riconoscimento del suo servizio – e un appello vibrante per «un cessate il fuoco immediato su tutti i fronti, compreso il Libano» , alla vigilia del primo anniversario dell’attacco di Hamas a Israele e della «giornata di preghiera e digiuno» per la pace nel mondo indetta per il 7 ottobre. 

È una giornata intensa, quella di Francesco, che nel pomeriggio andrà nella Basilica di Santa Maria maggiore con i membri del Sinodo sinodali a Santa Maria Maggiore «per invocare l’intercessione della Madre di Dio», ha spiegato il Papa all’Angelus.

Domani, lunedì, «sarà passato un anno dall’attacco terroristico contro la popolazione in Israele, alla quale rinnovo la mia vicinanza», ha spiegato Francesco: «Non dimentichiamo che ancora ci sono molti ostaggi a Gaza, per i quali chiedo l’immediata liberazione. Da quel giorno il Medio Oriente è precipitato in una sofferenza sempre più grave, con azioni militari distruttive che continuano a colpire la popolazione palestinese. Questa popolazione sta soffrendo tantissimo a Gaza e negli altri territori. Si tratta perlopiù di civili innocenti, tutta gente e che deve ricevere tutti gli aiuti umanitari necessari. Chiedo un cessate il fuoco immediato su tutti i fronti, compreso il Libano. Preghiamo per i libanesi, specialmente per gli abitanti del Sud, costretti a lasciare i loro villaggi». 

Di qui l’appello del Papa «alla comunità internazionale» perché «si metta fine alla spirale della vendetta e non si ripetano più gli attacchi, come quello compiuto dall’Iran qualche giorno fa, che possono far precipitare quella Regione in una guerra ancora più grande», ha concluso: «Tutte le Nazioni hanno il diritto di esistere in pace e sicurezza, e i loro territori non devono essere attaccati o invasi, la sovranità dev’essere rispettata e garantita dal dialogo e dalla pace, non dall’odio e dalla guerra».

Il concistoro

 La stessa provenienza dei nuovi cardinali, ha spiegato, «esprime l’universalità della Chiesa che continua ad annunciare l’amore misericordioso di Dio a tutti gli uomini della terra». Francesco a settembre ha compiuto il viaggio più lungo del suo pontificato, ai confini del mondo, prima di andare in Lussemburgo e in Belgio, al cuore del Vecchio Continente che vive una «crisi» della fede e nel quale la Chiesa è passata «da un cristianesimo sistemato in una cornice sociale ospitale a un cristianesimo di minoranza, o meglio di testimonianza». 

Il Collegio cardinalizio, e prossimo conclave, sono sempre più espressione di questa situazione, una Chiesa non più eurocentrica e sempre più rivolta alle periferie del pianeta. Ecco la lista dei 21 nuovo cardinali, tra nuovi elettori e ultraottantenni che non entreranno nel conclave, letta da Francesco alla fine dell’Angelus: Angelo Acerbi, nunzio apostolico; Carlos Gustavo Castillo Mattasoglio, arcivescovo di Lima (Perù); Vicente Bokalic Iglic, arcivescovo di Santiago del Estero (primate d’Argentina): Luis Gerardo Cabrera Herrera, arcivescovo di Guayaquil (Ecuador); Fernando Natalio Chomali Garib, arcivescovo di Santiago del Cile (Cile); Tarcisio Isao Kikuchi, arcivescovo di Tokyo (Giappone); Pablo Virgilio Siongco David, vescovo di Kalookan (Filippine); Ladislav Nemet, arcivescovo di Beograd-Smederevo (Serbia); Jaime Spengler, arcivescovo di Porto Alegre (Brasile); Ignace Bessi Dogbo, arcivescovo di Abidjan (Costa d’Avorio); Jean-Paul Vesco, arcivescovo di Algeri (Algeria); Paskalis Bruno Syukur, vescovo di Bogor (Indonesia); Dominique Joseph Mathieu, arcivescovo di Teheran Ispahan (Iran); Roberto Repole, arcivescovo di Torino: Baldassare Reina, da oggi vicario generale della diocesi di Roma; Francis Leo, arcivescovo di Toronto (Canada); Rolandas Makrickas, arciprete coadiutore della Basilica papale di Santa Maria Maggiore; Mykola Bychok, vescovo dell’Eparchia Saints Peter and Paul di Melbourne degli Ucraini (Australia); Timothy Peter Joseph Radcliffe, teologo; Fabio Baggio, sottosegretario della Sezione Migranti e rifugiati del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale; e George Jacob Koovakad, officiale della Segreteria di Stato e responsabile dei viaggi papali.

Rosari, piedi nudi, svenimenti. Tra i pellegrini di Medjugorje: «La Madonna sta parlando proprio in questo momento»

di Fabrizio  Roncone, inviato a Medjugorje – Correre della Sera – 6 Ottobre 2024

Dal medico di Bari in pensione con la croce di legno sulle spalle alla famiglia di Asiago. Tre dei sei veggenti vedono e parlano ogni giorno con Maria

«La Madonna parla, sta parlando», cominciamo a ripeterci tutti, non si capisce se con il dovere di crederci, molti — certo — con la voglia di crederci, ma senza nemmeno sapere chi gliel’ha data questa notizia al cameriere, veloce a soffiarcela mentre siamo nella sala delle colazioni, stretti in mezzo a un gruppo di rumorose pellegrine spagnole che saltano la fila e spingono, e vogliono il burro e il miele e anche la focaccia tostata, gioiosamente voraci come camionisti alla frontiera.

Il cameriere, un tipo ossuto e con la barbetta rossiccia, è serissimo. Annuisce con la testa: proprio così, avete capito bene. «La Beata Vergine sta parlando». Uno si volta e resta impietrito con il vasetto dello yogurt a mezz’aria, alcune indietreggiano, barcollando, dal buffet. L’incredulità e l’emozione scatenano un panico pieno di misticismo. Donne che crollano in ginocchio, a mani giunte. Una famiglia italiana, di Asiago — dopo aver calmato la più anziana della comitiva, forse la nonna, che urla: «Lo sapevo! Me lo sentivo!» — si mette in circolo e attacca a recitare un’Ave Maria. Altri, con sguardi acquosi, balbettando frasi sconnesse, corrono all’ascensore, volano in camera a prendere il rosario e lo zainetto. Un giovane sacerdote portoghese si mantiene però lucido: insieme decidiamo di andare alla reception dell’albergo.

Dove sta parlando? Con chi?
Allora si scopre che la Madonna non sta parlando, ma parlerà (del resto compare e parla ogni giorno, e a un’ora piuttosto precisa: che, però, non è questa). La notizia fasulla è stata generata da un corto circuito nella traduzione. Dal bosniaco all’inglese, e dall’inglese al polacco (il cameriere, che arriva da Danzica, è al suo primo giorno di lavoro). Tocca al sacerdote mettersi al centro della hall e spiegare ai pellegrini scalpitanti, eccitati, che non c’è alcun miracolo in corso, purtroppo. 

La Beata Vergine ci aspetta comunque per la preghiera, come da programma, sul monte Crnica, in località Podbrdo, dove apparve la prima volta, e dove c’è la sua statua.

Il sacerdote si chiama Alfonso Ferreira, viene da Oporto, e ha una tonaca con una sparata di bottoni da prete come non se ne vedono più, da quando il clero marcia ovunque in clergyman e maglione. Torniamo a sederci e a finire di bere il caffè, una ciofeca competitiva con quella che servono alla buvette di Montecitorio. Tenete bene a mente quello che dice don Alfonso. «Vede, in fondo non è complicato spiegare la gigantesca forza di questo luogo. Perché mentre i santuari di Lourdes e Fatima sono monumenti, voglio dire che ci vai con i libri di storia sotto al braccio e poi chiedi una grazia, un’intercessione, ti inginocchi nella devozione più profonda… Qui a Medjugorje vieni invece perché tre dei sei veggenti ancora vedono e ascoltano la Madonna, ci parlano proprio ogni santo giorno, e questo consente a tutti noi di sentirci, in qualche modo, dentro l’evento, anche e forse soprattutto nella segreta speranza, com’è accaduto poco fa, di esserne addirittura partecipi».

Poi don Alfonso mi racconta che sulla montagna dove comparve la Madonna si va a piedi, salgono a piedi anche gli anziani, e persino chi ha le stampelle ci prova, tutti gli oltre 50 milioni di fedeli venuti finora in psichedelico pellegrinaggio si sono arrampicati sudando e invocando l’aiuto di Dio: un quarto d’ora per attraversare questo paesino della Bosnia-Erzegovina, case basse con i tetti rossi e poi alberghi e ristoranti e negozi di souvenir con l’immagine della Madonna, e quindi una ventina di minuti per inerpicarsi, perché non c’è sentiero, ma solo pietre appuntite e massi, tra gli abeti.

Lassù, al centro di una piccola radura, intorno alle ore 18 del 24 giugno 1981, sei giovani della locale parrocchia videro apparire una figura femminile dai riverberi biancastri che teneva un bambino tra le braccia. Pregarono con lei e le parlarono e, nel tempo, hanno continuato. A tre di loro, che sostengono di aver ricevuto i cosiddetti «dieci segreti» (inutile chiedergli di cosa si tratti, perché rispondono: «I segreti sono segreti»), la Beata Vergine compare ormai solo una volta l’anno: a Mirjana Dragicevic, il 18 marzo; a Ivanka Ivankovic, il 25 giugno; a Jakov Colo, la sera di Natale. Ma agli altri — Ivan Dragicevic, Vicka Ivankovic e Marija Pavlovic — la Madonna continua ad apparire ogni giorno, più o meno verso le sei del pomeriggio, e più o meno quando iniziano a recitare la settima «Salve, o Regina».

Si raccolgono in preghiera: e lei arriva.
Puntuale.
Sempre.
La Madonna non salta un appuntamento.
E li raggiunge ovunque.

Marija Pavlovic, sposata con un italiano, spesso è nel nostro Paese, mentre Ivan Dragicevic trascorre metà dell’anno negli Stati Uniti. Quando sono a Medjugorje, può comunque capitare che i tre veggenti accolgano in casa alcuni selezionati pellegrini e gli consentano di prendere parte all’evento. La scena, racconta chi ha avuto il privilegio di partecipare, è semplice: con i fedeli in ginocchio e il veggente in piedi, al centro della stanza, che si fa il segno della croce e inizia a pregare.

Dopo dieci minuti («Minuto più, minuto meno»), gli occhi del veggente si illuminano.
Solo che la Madonna ai pellegrini non compare. E nemmeno ne sentono la voce. La «vede» e ci «parla» solo il veggente. Insomma, bisogna fidarsi. E qui, senza esitare, si fidano tutti. A Roma, in Santa Sede, molto meno.
Adesso, seguite bene: perché in questa storia piena di fede profonda e travolgente devozione mariana, di spiritualità efferata e untuosa, tutti i dubbi più concreti, più crudi, più scabrosi, sono alimentati proprio in Vaticano, dove molte volte — negli anni — è stato evocato il sospetto di «eresia». 

La vicenda è spinosa, viene trattata con malcelato imbarazzo: così, nel 2010, Benedetto XVI affida al cardinale Camillo Ruini la guida di una Commissione internazionale d’inchiesta, con il preciso compito di fornire una valutazione teologica sul fenomeno Medjugorje, da subito osteggiato dai due vescovi succedutisi nella diocesi di Mostar e, al contrario, accolto con entusiasmo dai frati francescani del luogo. Dopo sette anni, a svelare i risultati dell’indagine è papa Francesco (parla in una conferenza stampa improvvisata sul volo che dal Portogallo, dalla visita al santuario di Fatima, lo riporta a Roma).

 Il Pontefice spiega, con tono ruvido, e perentorio, che la Commissione ha sezionato il caso in due «segmenti»: una parte riguarda le prime sette iniziali apparizioni, «o presunte tali», su cui «si deve continuare ad investigare»; sulle successive, invece, Francesco spiega che, sia pure a titolo personale, ritiene «ci siano molti dubbi». E aggiunge, con un sospiro: «… Io credo alla Madonna nostra Madre buona, e non a quella che è a capo di un ufficio telegrafico».

Un concetto esplicito, e clamoroso. Tradotto: il Papa non si fida dei veggenti (forse qualcuno gli ha pure spifferato che quasi tutti hanno aperto hotel e bar, e hanno trasformato le «visioni» in un formidabile business). È una posizione che resta, nella sostanza, immutata anche quando — notizia di due settimane fa — la Santa Sede concede il nulla osta, «Nihil obstat», al culto. Per capirci: il cardinale Victor Manuel Fernandez, prefetto dell’ex Sant’Uffizio, approva la devozione per questa Madonna, ma non certifica il carattere «soprannaturale» delle visioni. Mette anzi una serie di solidi paletti, e si limita ad autorizzare l’esperienza «spirituale». Può apparire curioso l’aver approvato una devozione per apparizioni su cui c’è un enorme scetticismo. In realtà, l’ex Sant’Uffizio si è concentrato soprattutto sui positivi «frutti pastorali» di questo luogo.

Qui, sul sentiero che sale ripido, impervio, la gente s’arrampica pregando e trovando una dimensione di autentica letizia, sente di avvicinarsi al Cielo, si sono verificate conversioni e guarigioni. I fedeli, all’inizio, arrivavano soprattutto dalla Polonia e dall’Italia: adesso procediamo in fila con austriaci e tedeschi, una coppia di irlandesi, un medico in pensione di Bari che tiene una croce di legno sulle spalle e poi c’è José, un ragazzone spagnolo di oltre cento chili, la camicia rossa sformata dal sudore, che si appoggia «al fratello di Roma», e ansima, e vacilla, sta per scivolare, e allora invoca l’aiuto di «Nostro Signore!», e però amico mio adesso fermiamoci, gli dico, bevi un sorso d’acqua, se no, con questo caldo, lassù non ci arriviamo.

È una giornata magnifica, con il cielo limpido e il sole a picco. Ed è ovviamente una sciocchezza, come qualcuno racconta, che il sole, su questa collina, abbia movimenti anomali: chi li coglie, o pensa di coglierli, è solo perché, in un miscuglio di curiosità e fede furiosa, lo fissa intensamente, scatenando reazioni oculari fisiologiche e, in qualche caso, procurandosi anche danni alla retina. Piuttosto: ciò che sul serio colpisce è l’autentica tenacia, l’insospettabile prodigiosa energia con cui anche i più anziani, i più fragili, non mollano e arrancano su, verso il luogo della prima apparizione. Alcuni si sono tolti le scarpe e camminano a piedi nudi, subito lacerati dai sassi aguzzi. Molti stringono un rosario tra le mani. Interi gruppi lo recitano ad alta voce. C’è una sensazione diffusa di serenità. Qualcuno scoppia, improvvisamente, in pianti struggenti. Ma paiono lacrime di pura felicità raggiunta.

Davanti alla statua, di colpo, un grande silenzio. Profondo. Un silenzio molto bello, ecco. E, subito, anche pieno di pensieri. Il più forte, per un cronista, è: ma com’è la Madonna che quei sei giurano di vedere?
È lo stesso interrogativo che, per anni, ha tormentato pure Fra’ Janko Bubalo, francescano dell’Erzegovina e letterato. Ha studiato le apparizioni, ha interrogato i veggenti. E, alla fine, a cinque di loro, distribuì un questionario (Jakov Colo si rifiutò di rispondere, ma poi ammise che i suoi amici avevano raccontato la verità).

Domande e risposte.
Quanto è alta, la Madonna? «Circa un metro e 65 centimetri». Quanto potrebbe pesare? «Circa 60 chili». Quanti anni le dareste? «Dai 18 ai 20». Dove si trova? «Su una piccola nuvola». Com’è il suo viso? «Allungato, ovale, normale». E le sue labbra? «Belle, sottili». Si nota un sorriso, nel suo volto? «Forse. Si tratta, piuttosto, di una beatitudine indescrivibile». Gli occhi di che colore sono? «Spiccatamente azzurri». E com’è il naso? «Bello, piccolo, proporzionato». Com’è vestita? «Indossa un semplice abito da donna». Di che colore? «Grigio, forse grigio azzurro». Fin dove arriva l’abito? «Si perde nella nuvola». Cos’altro indossa la Vergine? «Ha un velo bianco sul capo». Ha gioielli? «No». Ha sempre le stelle attorno al capo? «Normalmente, le ha». Si vedono i suoi capelli? «Un po’». Che colore hanno? «Sono neri». Come tiene le mani? «Sono libere». La Vergine è davvero bella come dite? «In realtà non abbiamo mai detto niente, a riguardo. La sua bellezza è indescrivibile».

Per quel che conta questo questionario, aiuta a capire come, almeno all’inizio, i veggenti avessero almeno voglia di collaborare. Poi, lentamente, hanno iniziato a contraddirsi — raccontarono anche di aver visitato Paradiso, Inferno e Purgatorio, per poi dimenticarsi di averlo raccontato — e sono diventati assai più prudenti. Con questi pensieri addosso, la forza mistica del silenzio di poco fa, mentre si scende, diventa inesorabilmente sempre più flebile. Ci sono pure i singhiozzi di una signora, con i piedi sanguinanti, che stanno portando in ospedale. C’è il rombo dei pullman che scaricano altri pellegrini. C’è lo sguardo che scorre sui negozi che vendono statue della Madonna (una fu acquistata anche da Gisella, la santona di Trevignano Romano: il cui progetto, visto da qui, appare più chiaro) e poi mantelli con l’immagine della Madonna, e cappelli, zaini, cuscini, candele, portafogli. Ogni trattoria ha la sua statuetta, e ne trovi pure lungo le strade, sui balconi, e al supermercato la Beata Vergine è persino sugli scaffali e dagli altoparlanti diffondo musica sacra.

Un ricercatore croato, Vencel Culjak, voce neutrale, non critica sul fenomeno, ha calcolato che nel periodo da lui indagato, che va dal 1981 al 2013, le entrate dei francescani della chiesa parrocchiale possono essere stimate intorno ai 290 milioni di euro. Pregare per pregare: e poi però per fare soldi, tanti soldi e ancora soldi. Con le offerte durante le messe celebrate, dall’alba al tramonto, in tutte le lingue. Con eventi e concerti benefici (José Carreras). Con le donazioni segrete scatenate da un carisma alimentato anche dalla poderosa coda dei vip in visita: da Mel Gibson a Messi, da Valeria Marini a Lorella Cuccarini, ad Al Bano, a Umberto Tozzi, a Nek, a Paolo Brosio (un habitué), a Kim Rossi Stuart, all’ex ct azzurro Mancini, a Buffon, a politici come Giulio Andreotti (fu tra i primi a venire) a Umberto Bossi. Matteo Salvini ha la medaglietta della Regina di Pace nella cover del cellulare.

Non c’è altro sugli appunti.
Chiudo la sacca, sto per lasciare l’albergo. Squilla il cellulare. «Oh, ricordati di portarmi un rosario. Quella Madonna è troppo potente…».

L’annessione della Russia a se stessa

di Stefano Caprio – Asia News – 6 Ottobre 2024

Putin è soltanto l’ultimo erede dei tanti varjagi della storia russa, che hanno cercato di “portare la civiltà” nelle terre oltre confine e nel mondo intero. Oggi l’annessione si calcola non tanto in chilometri quadrati, ma in somme di “valori tradizionali” come potevano essere in passato la rivoluzione socialista o la difesa zarista delle autocrazie.

Sono passati ormai due anni dal 30 settembre 2022, quando al Cremlino venne solennemente annunciata la farsesca annessione delle quattro regioni occupate in Ucraina, quelle di Lugansk, Donetsk, Zaporižja e Kherson. Vladimir Putin intervenne con un ampio e confuso discorso programmatico, che altro non era che la ripetizione dei vari ritornelli propagandistici che accompagnano la “operazione militare speciale”. I “nuovi territori” della Russia non potevano del resto suscitare lo stesso entusiasmo dell’annessione della Crimea nel 2014, sia perché la penisola del mar Nero ha ben altro significato storico e simbolico, sia perché le terre del Donbass non sono mai state veramente conquistate fino in fondo, e rimangono fino ad oggi le diverse “ucraine”, vale a dire i “confini” dei due volti del mondo russo, quello orientale e quello occidentale.

Poco più di un mese dopo la proclamazione, infatti, le armate russe hanno dovuto abbandonare in fretta e furia la capitale Kherson della regione più meridionale, senza neppure fare in tempo a togliere gli striscioni con la scritta “La Russia è qui per sempre”, e nell’altra capitale Zaporižja non sono neanche riusciti ad entrare. Eppure la retorica dell’annessione rimane totale e inappellabile, nonostante i continui cambiamenti sul fronte degli scontri bellici in queste regioni. Gli abitanti dei territori occupati si dividono nel frattempo in diverse categorie: oltre ai fuggitivi relokanty, ci sono gli žduny, “quelli che aspettano” la liberazione dagli occupanti, chiamati kolonizatory in senso dispregiativo, oppure varjagi, come gli antichi scandinavi scesi a formare la Rus’ di Kiev alle origini della storia millenaria.

Questo richiamo ai variaghi (detti anche normanni o vichinghi, a seconda del contesto) è uno dei più esplicativi dell’origine delle teorie del “mondo russo”, perché mette l’ideale dell’annessione o della conquista al principio della stessa identità collettiva: il popolo russo non ha veramente un “proprio territorio”, ma si riconosce nella continua ricerca e unificazione di “territori nuovi”. I variaghi sono stranieri tanto quanto gli asiatici, i caucasici, gli europei o i turanici che in varie epoche hanno ricomposto e ampliato la “russicità”, intesa come somma e non come specificità di un ramo orientale degli slavi. Nelle narrazioni dell’antica annalistica che illustrano la “chiamata dei variaghi”, i gruppi dei russi che si affacciavano ai mari del nord nel IX secolo erano chiamati dagli scandinavi come l’insieme del Gardariki, la terra dei gard o paesi, centri abitati di una società tutta da inventare.

Lo stesso Putin aveva fatto un’affermazione che ricapitola questa storia antica e nuova, quando intervenne alcuni anni fa in un programma televisivo, dove alcuni ragazzi rispondevano con grande preparazione a domande su storia, geografia e altre materie. Alla domanda su “dove finiscono i confini della Russia”, uno di essi aveva elencato i termini estremi della mappa federale in tutte le coordinate, ma Putin lo ha interrotto, dicendo tra il serio e il faceto che “i confini della Russia non finiscono da nessuna parte”. Questo è davvero il motivo fondante della sobornost, la “comunione universale” che alimenta le tante varianti della socialità russa: andare oltre, non lasciarsi rinchiudere in nessuna dimensione, quell’attitudine che in russo si chiama bezpredelnost, la “assenza di limiti” che si può intendere come avventurismo o anche incontinenza, incapacità di rispettare qualunque regola, fossero pure gli accordi internazionali sui confini degli Stati.

Putin è soltanto l’ultimo erede dei tanti varjagi della storia russa, che hanno cercato di “portare la civiltà” nelle terre oltre confine e nel mondo intero. Oggi l’annessione si calcola non tanto in chilometri quadrati, ma in somme di “valori tradizionali” come potevano essere in passato la rivoluzione socialista o la difesa zarista delle autocrazie, la “terza internazionale” o la “terza Roma” di Ivan il terribile, fino al “sovranismo ortodosso” attuale. Non sono gli altri Stati che devono annettersi alla Russia, è la Russia che si “annette” alle terre e ai popoli in cerca della civiltà nuova e definitiva. Per questo gli striscioni della “Russia per sempre” rimangono anche nelle sconfitte e nelle ritirate, come a Kherson e in passato in tante altre situazioni; la Russia in effetti non ha mai vinto una guerra di occupazione e annessione, ma ha piuttosto dimostrato la capacità di espellere da sé stessa il nemico, dai Tartari, i Cavalieri Teutonici e gli Svedesi fino a Napoleone e Hitler, per affermarsi a Parigi e a Berlino come “nuove capitali” della Russia stessa.

L’annessione in fondo è un concetto definitorio, rispetto alla semplice “occupazione”, come quella degli ucraini nella regione di Kursk che non si ha intenzione di annettere, nonostante si potrebbero usare argomenti speculari, in quanto molti kuriane, gli abitanti della zona, parlano più volentieri la lingua ucraina rispetto a quella russa. Quando nei conflitti una nazione occupa un territorio, l’annessione è il risultato di un complesso procedimento di giustificazioni e accordi internazionali, come quando la Cina si annesse il Tibet nel 1951 grazie a un formale accordo con il governo locale, o Israele si prese Gerusalemme est con una legge nazionale. L’Ucraina ritiene oggi la Crimea e il Donbass come regioni “temporaneamente occupate”, e così rimarranno probabilmente per decenni o per secoli, mentre la Russia esalta sé stessa con le grida Krym Naš!, “la Crimea è nostra!” e anche, se pure con minore entusiasmo, Donbass Naš!.

Sia a Sebastopoli che a Donetsk l’annessione è stata consacrata con un “referendum popolare”, senza preoccuparsi di conferire ad esso neppure l’illusione della legittimità; già nel 2014, quando ancora non era in corso un aperto conflitto militare, i seggi erano presidiati dall’esercito russo. Il concetto di “sovranità” risulta molto aleatorio in questi territori, rispondendo soltanto a imposizioni di forza che producono finti consensi, il 95% in Crimea e addirittura il 99% a Lugansk e Donetsk, 93% a Zaporižja e “solo” l’87% a Kherson. Le autocrazie in generale amano i “referendum”, e non tanto per conferire una parvenza di democrazia, piuttosto per esaltare il consenso dell’intera popolazione e demoralizzare i contrari, convincendoli che non ci possono fare niente e allo stesso tempo scoraggiare le “rivolte di palazzo” di chi nelle élite di potere volesse contrapporsi al regime dominante.

Nei Paesi autoritari i referendum sono occasioni per effettuare ulteriori “giri di vite”, vantandosi della vittoria schiacciante. Come ha calcolato lo svizzero Centre for Research on Direct Democracy, su 876 plebisciti condotti tra il 1945 e il 2005, i dittatori hanno ricevuto in media il sostegno del 70%, con un’affluenza del 77,3%. Per raggiungere questi risultati serve un’efficace propaganda e una censura feroce, oltre a forme varie di manipolazioni e frodi elettorali. Ora i “nuovi territori” della Russia sono oggetto di particolari attenzioni, tanto più che a Putin e al patriarca Kirill non piace l’espressione “nuovi”, preferendo chiamarli “territori storici” della Russia, ben sapendo che si tratta di zone contese da secoli dove si radunavano i gruppi di cosacchi alla ricerca di “liberi territori”, non sottomessi ad alcuna autorità.

La Russia del resto non vuole legarsi troppo ai territori, preferendo l’estensione delle “sfere d’influenza” che travalicano ogni confine, come era proprio del regime sovietico, in cui le quindici repubbliche ufficiali si affiancavano ai tanti Stati “fratelli”, oggi declassati alla distinzione tra “amichevoli” e “non amichevoli”. Un fattore discriminante è certamente la quota di cittadini “russofoni” nei vari Paesi, ciò che risulta più evidente nei vicini come l’Ucraina, la Moldavia, la Georgia e l’Armenia nel Caucaso e nei Paesi dell’Asia centrale, dove si può parlare liberamente il russo con chi ha più di cinquant’anni, e con qualche difficoltà con i giovani. In Ucraina chiunque parla liberamente il russo, indipendentemente dalla regione, anche se dall’inizio del conflitto si preferisce evitare di usarlo, e comunque per Mosca la “russofonia” giustifica ogni tipo di ingerenza e invasione, perché chi parla russo è per definizione un esponente del “mondo russo”, fosse anche in Kenya, in India o in Venezuela, e la sua “riannessione” alla Russia non è altro che un ristabilimento della giustizia storica.

I nuovi o “storici” territori annessi oggi sono la vetrina del progetto putiniano, e vengono finanziati per almeno tre volte di più di tutte le altre cento regioni della Federazione russa, con grande apprezzamento di vari profittatori e corruttori. La stessa cosa avveniva con i Paesi Baltici ai tempi sovietici, con la Cecenia della prima fase putiniana, per non parlare della Crimea dell’ultimo decennio. Per ora gli abitanti del Donbass sono particolarmente necessari al sostegno dell’ideologia ufficiale, come “eroi e vittime dell’ucro-nazismo kievliano”, ma dovranno stare attenti alle future evoluzioni. Non si sa quanto la Russia rimarrà “annessa” su queste terre, ma già nella città desertificata di Mariupol, oltre ai militari, si sono trasferite 50 mila persone dalla Russia e dall’Asia centrale, per creare un “mondo nuovo” sulle rive del mar Nero. La Russia è un concetto in perenne evoluzione, si crea e si distrugge a seconda delle epoche e dei regimi, guardando alla prospettiva di un regno eterno sempre più imprevedibile.

Il 7 ottobre, la notte lunga un anno. In attesa del sole

di Eshkol Nevo –Corriere della sera – 6 Ottobre 2024

L’insonnia, un bar, le vite di chi ha perso ogni cosa. E uno scrittore che si chiede: come posso aiutare?

Dopo il 7 ottobre le nostre figlie ci hanno scongiurato di aggiungere una seconda serratura alla porta d’ingresso, una di quelle apribili solo dall’interno. Le avrebbe fatte sentire più sicure e forse avrebbe allontanato gli incubi durante i quali, la notte, i terroristi di Hamas irrompevano in casa nostra. 
Nel giro di pochi giorni abbiamo montato la serratura, naturalmente. Si fa qualunque cosa pur di rasserenare i figli. 
Un anno dopo, all’una di notte, mi ritrovo davanti alla porta chiusa a bussare, abbastanza forte perché la figlia soldatessa, che deve aver dimenticato di aprire la seconda serratura prima di addormentarsi, si svegli e mi apra, ma non tanto forte da destare i vicini. 
La figlia soldatessa non si sveglia. Le altre donne di casa sono rimaste a dormire a Gerusalemme dopo un festeggiamento in famiglia e non potrebbero comunque aiutarmi. 

Ci siamo solo io e la porta chiusa. Telefono e ritelefono alla figlia soldatessa, ma non risponde. Busso più forte ma niente, non si sveglia. Ormai sono le due del mattino, i vicini iniziano a lagnarsi per il rumore e io mi rendo conto che non ho speranze: il sonno della figlia soldatessa è troppo profondo, non mi aprirà fino al mattino. Mando messaggi WhatsApp agli amici che abitano nei paraggi, in cerca di un rifugio. Nessuno risponde. Tutti dormono. Logico, vista l’ora. Scendo in strada e verifico se riuscirei ad arrampicarmi sulla parete esterna del palazzo per introdurmi nell’appartamento, al secondo piano, ma giungo alla conclusione che è troppo pericoloso. Non ci sono abbastanza appigli a cui aggrapparmi. Non mi resta altra scelta che controllare se in zona c’è un bar aperto per tutta la notte e ne trovo uno solo, vicino a una stazione di servizio. 

Monto in macchina e parto. Aumento il volume della radio per non addormentarmi. I notiziari informano che le probabilità di un cessate il fuoco a Sud sono sempre più ridotte. Le probabilità di una guerra a livello regionale crescono. E le agenzie hanno abbassato il rating di Israele. Sono le due e mezza e il bar è sorprendentemente affollato. C’è addirittura una minicoda alla cassa. Ordino un espresso doppio, mi siedo e chiedo alla cassiera carta e penna, se possibile. Poi osservo. Ci sono cose che di notte risultano più visibili. Nessuno è lì per divertirsi: ecco la prima cosa che mi salta all’occhio. Non c’è nessuno ubriaco bonario e ridanciano. C’è un gruppetto di soldati in uniforme, silenziosi in modo allarmante. Devono essere di passaggio, in movimento tra il confine sud e il confine con il Libano. C’è una coppietta che confabula. Forse questo è l’unico momento e l’unico posto in cui si possono incontrare senza dare nell’occhio. Tutti gli altri, e sono tanti, sono soli con il loro caffè. Palpebre a mezz’asta. Tristarelli. Saranno scappati qui per sfuggire agli allarmi dei missili sul Nord? Soffriranno di insonnia? Di incubi? Si saranno ritrovati anche loro davanti a una porta chiusa stanotte? Avranno anche loro una figlia soldatessa esausta di una guerra senza fine? 

Mi siedo, ordino un espresso dopo l’altro, osservo, ascolto conversazioni, sono sovrappensiero. Eventi che per tutto l’ultimo anno ho rimosso perché intollerabilmente tristi si ripresentano di colpo. Durante le lunghe ore bianche in quel bar non rimane niente e nessuno a proteggermi dai ricordi. Non posso fare altro, li devo scrivere. Ad esempio il seminario di scrittura per le donne di Kfar Aza, il kibbutz di cui cento abitanti sono stati uccisi il 7 ottobre e gli altri sono sfollati in un albergo vicino a Tel Aviv. Ho esitato prima di accettare di tenerlo. Non ero sicuro di essere in grado di affrontare le emozioni che sarebbero emerse. Di essere abbastanza preparato. D’altro canto, come fai a rifiutare? Durante i primi due incontri ho evitato di proposito di chiedere di scrivere di quel sabato. Non ero sicuro che avrebbero retto loro. Non ero sicuro che avrei retto io. Ho proposto altri argomenti: vacanze trascorse all’estero. Ricordi d’infanzia. Amore. Abbiamo parlato di come si costruisce un personaggio in una storia. Dell’uso del linguaggio. Dell’importanza dei piccoli dettagli nella costruzione di una scena. Poi, all’ultimo incontro, ho preso il coraggio a due mani e ho chiesto esplicitamente di scrivere della ferita. Ma — ho precisato — focalizzatevi su qualcosa di piccolo. Marginale. Apparentemente irrilevante. Sul dramma piccolo collaterale al dramma grande. 

Il silenzio calato quando hanno iniziato a scrivere era diverso. Carico. Di tanto in tanto qualcuna tirava su col naso. Dopo venti minuti ho chiesto che leggessero. Sono rimasto sorpreso, volevano leggere tutte. Una aveva descritto il cinguettio degli uccelli all’alba, appena prima dell’attacco dei terroristi. Una seconda, l’insalata preparata in fretta e furia prima di tornare nella stanza-rifugio. Una terza, la telefonata veloce, pratica, con il marito uscito a difendere la casa e subito dopo freddato in giardino. 

Quando il giro di lettura è finito, ho osservato le persone nel cerchio. Tutti, me compreso, avevano le lacrime agli occhi. Mi torna in mente anche la studentessa particolarmente dotata che ha abbandonato di punto in bianco un altro corso di scrittura, di livello avanzato. Ci ha scritto una breve mail per informare che era costretta a ritirarsi per motivi personali. Le ho telefonato per dire: peccato che molli. Hai un vero talento, raro. È rimasta in silenzio e poi ha spiegato, grazie, ma il mio ragazzo è tornato da Gaza con l’anima in pezzi. Mi prendo cura di lui. Dobbiamo andarcene da qui per qualche mese, altrimenti non ne esce. Tornerò a scrivere, maestro, non ti preoccupare, ma in questo momento la vita è più forte. 

Ho pensato: è precisamente quello che mi ripeto da quando è iniziata la guerra: adesso la vita è più forte. E le ho detto, ti capisco benissimo e… buona fortuna. Quest’anno è capitato solo una volta che abbia detto di no a una richiesta che mi era stata rivolta. Mi hanno contattato dalla struttura per il recupero dei superstiti del festival Nova perché tenessi un laboratorio di trenta minuti. Era novembre, appena un mese dopo che la festa si era trasformata in un bagno di sangue. Ho chiesto se sarebbe stato presente un terapeuta. Hanno risposto di no. Ho chiesto se era possibile avere più di trenta minuti. Hanno risposto di no. Ho chiesto che gli incontri fossero non uno ma una serie, per poter attivare un qualche processo. Hanno detto che non era possibile. Ho pensato: la scrittura porta a galla immagini dolorose. Risveglia demoni sopiti. In mezz’ora non c’è modo che io riesca a radunare i frammenti di emozioni che si sparpaglieranno per la stanza e a dare loro un senso. Rischierei di nuocere ai sopravvissuti al festival, invece di aiutarli. Mi sono scusato con chi mi aveva contattato e ho detto che a quelle condizioni purtroppo ero costretto a rifiutare.

Verso Nord

Ormai sono le quattro del mattino. Mia figlia continua a non rispondere al telefono. La coppietta che confabulava se n’è andata e al suo posto è arrivata un’altra coppietta che confabula, ad occupare esattamente lo stesso tavolo. Come se fosse noto che quello è il tavolo delle coppiette che confabulano. I soldati intanto si sono alzati e, muovendosi come un sol uomo, sono ripartiti per la loro strada. Ho sentito che ripetevano la parola «Libano» diverse volte. Devono essere davvero diretti a nord, alla prossima guerra. Riusciranno a tornare tutti?, penso con preoccupazione. E se anche torneranno, dopo tutto quello che avranno passato saranno ancora capaci di credere nella bontà dell’uomo? Ancora oggi mi tormento chiedendomi se mi sono comportato nel modo giusto quando ho detto che senza un terapeuta al mio fianco non me la sentivo di assumermi la responsabilità dei sopravvissuti al Nova. Dopotutto, ogni spazio in cui sono entrato quest’anno è diventato uno spazio di cura. In ogni spazio in cui sono entrato quest’anno ho trovato persone tristi e preoccupate. Bisognose di conforto. Di speranza. Ogni banale incontro con lettori si è concluso con una fila di persone che volevano raccontarmi qualcosa. Condividere. Alleggerirsi. Ripenso a una ragazza timida, a Be’er Sheva. L’incontro con i lettori era terminato e lei ha aspettato con pazienza che tutti, fino all’ultimo, si allontanassero. Ti voglio raccontare una cosa, mi ha detto. Magari un giorno finirà in uno dei tuoi libri. Ti ascolto, l’ho invitata. E lei ha raccontato che suo padre era tra gli ostaggi detenuti da Hamas. Il fatto era, però, che lei aveva scoperto solo un anno prima che quello era il suo padre biologico. Ti rendi conto? Siamo riusciti a incontrarci solo un paio di volte e poi l’hanno rapito. E come sono stati i vostri incontri? Ho chiesto. Strani, ha risposto. Non è proprio mio padre, e nello stesso tempo lo è. Mi sento così anche adesso: sono da considerare tra i «familiari dei rapiti» oppure no? Dovrei disperarmi fino al rilascio del mio padre biologico? Anche se lui per trent’anni non mi ha nemmeno riconosciuta? Cerco di ricordare il nome del suo padre biologico ma non ci riesco. Nel frattempo l’avranno rilasciato? L’avranno ucciso? O è ancora in un tunnel di Hamas a marcire e impazzire di fame? Durante le allucinazioni causate dalla fame avrà visto qualche volte questa figlia che è sua e non sua? Ha nostalgia anche di lei? 

La telefonata

Mia figlia mi telefona alle 6 del mattino. È imbarazzata. Si scusa, desolata. Come ha potuto dimenticarsi di aprire la serratura dall’interno? Come? È sicura che sia furioso con lei, ma io non ci riesco. Per la verità, più passano gli anni e meno riesco ad arrabbiarmi con le mie figlie. In quest’ultimo anno, poi, ho solo il desiderio di rallegrarle, proteggerle e raddolcire la durezza della realtà in cui vivono. Mia figlia dice che ha aperto. Posso entrare in casa. Le compro un croissant al cioccolato ancora caldo ed esco. Alla radio sempre le solite cattive notizie. Fuori è ancora scuro. In un certo senso, penso, tutto quest’anno è stato un’unica lunga notte nera popolata da incubi, calata sugli abitanti di Israele, sugli abitanti di Gaza e sugli abitanti del Libano a precipitare le loro vite nel buio. È ora che si levi il sole. (Traduzione dall’ebraico di Raffaella Scardi)

A Gaza si muore in silenzio: le testimonianze di chi vive nella Striscia bombardata e nella Cisgiordania occupata

di Greta Privitera – Corriere della sera – 6 Ottobre 2243

A un anno dall’inizio del conflitto, ecco le parole di madri, padri e giovani che la guerra la vivono sulla propria pelle

Gli intellettuali palestinesi ci chiedono di non usare metafore poetiche per raccontare Gaza. Perché, dicono, se Gaza rimane l’allegoria del male sulla Terra è più semplice non occuparsene poi nel mondo reale. Ed è per questo che a un anno dall’inizio del conflitto, lasciamo parlare chi la guerra la vive sulla pelle. Con le testimonianze dirette di madri, padri e dei giovani che da mesi vivono nella Striscia bombardata e nella Cisgiordania occupata.

«Ero una madre, lo sono ancora: di due figlie, erano cinque

Rana Albaed, 45 anni, Gaza City. «Ero una madre. Lo sono ancora, ma non sono più niente. Nella mia vita ho partorito cinque bellissime figlie. Me ne sono rimaste due. Il 25 ottobre scorso una bomba è caduta sulla nostra casa. Le pareti ci sono esplose addosso. Era notte fonda e io e mio marito ci siamo messi a urlare i nomi delle bambine: una piangeva, un’altra ci ha detto dove si trovava, le altre tre non davano risposta. Abbiamo aspettato un’ora perché i mezzi della protezione civile ci tirassero fuori da sotto le macerie. Ho visto i corpi senza vita delle mie figlie spuntare da una montagna di cemento. Sono diventata una vera madre di Gaza, tormentata dalla morte e della disperazione. Non ero così, prima. Ero sorridente, vivevo per vedere le mie figlie crescere. Ora passo le mie giornate a piangere e a guardare le foto e mi dispiace per Hala e Sozan, le mie figlie in vita. Hala ha bisogno di cure mediche, qualcuno ci può aiutare? Mi arrabbio sempre, sono triste e senza speranza. Dopo i bombardamenti siamo andati a Deir al-Balah a casa di parenti, ma un mese fa la zona è stata minacciata. Ci siamo rifugiati in una tenda e ora nell’appartamento di alcuni amici. Ci mancano le bambine. Remas sognava di studiare legge, Jana voleva diventare insegnante e Shahad medico. Voglio andarmene da qui: siamo innocenti, lasciateci vivere. Non posso stare tra queste macerie, è troppo doloroso».

«Se perdi tutto, casa e ambizioni, diventi invisibile»

Yara Abo Maddain, Gaza Nord, 26 anni, interior designer: «Passo la mia giornata a pensare come ricaricare il cellulare, dove comprare una cipolla per la zuppa e a chi tocca andare a prendere l’acqua. Un anno fa ero una bella ragazza, ora ho il viso di una vecchia signora distrutta. La mia vita prima era felice, nonostante l’occupazione. Grazie al mio lavoro riuscivo anche a viaggiare. Ora vivo nel terrore che qualcuno dei miei fratelli venga ucciso. Prego che se deve succedere, una bomba ci faccia fuori tutti. Siamo a Nuseirat ospiti di amici di famiglia: venti in due stanze e un bagno. Perdere tutto è diventata una cosa normale per noi invisibili. Ho perso lavoro, casa, amici e ambizioni. Il mondo non ci vede e mi ha insegnato a non sapere più chi sono e che cosa voglio. Possiamo sfuggire con i nostri corpi dalle mani della guerra, ma le nostre menti rimarranno per sempre intrappolate in questo orrore. Sto morendo, forse. Qual è la mia colpa, vorrei saperlo. Pace? Non la vedo. Dopo che ci hanno ucciso e derubato del futuro ditemi voi dove è la pace. Ci hanno bombardato dentro prima che fuori. Non credo che li perdonerò. Non siamo Hamas, non siamo mostri. Vogliamo vivere come tutti, avere una nazione e i diritti rispettati. Oggi tocca a me andare a prendere l’acqua ma non ho voglia di alzarmi dal materasso sdraiato a terra. Sono una zombie. Se muoio qualcuno si ricorderà di me?

«Io piena di rabbia, non parlate di noi come terroristi»

Sarah Abu Alrob, 29 anni, giornalista, nata a Jenin ora residente a Sebastia. «Sono cresciuta sotto un sistema di colonizzazione. Vuol dire che tutta la mia giornata gira intorno agli ostacoli di un paese occupato: come devo muovermi? I checkpoint sono aperti? Arriverà l’acqua da Israele? L’elettricità? I coloni attaccheranno? Sotto occupazione non controlli i tuoi movimenti, il tuo tempo e la tua sicurezza. Il tuo futuro. L’ultimo anno è stato devastate. Il mio popolo sta subendo le peggiori atrocità. Ho tanti amici a Gaza e penso a loro con un senso di impotenza. E mentre Israele compie nella Striscia un genocidio sostenuto dal mondo occidentale, un altro massacro avviene in West Bank dove molto comunità sono state spopolate con la forza, dai coloni aiutati dall’esercito israeliano che arresta e tortura. Mentre gli occhi sono puntati su Gaza, Israele cerca di raggiungere il più possibile i suoi obiettivi di espansione in West Bank. Vuole creare città ghetto come Nablus, Ramallah, Turkalem, e isolarci completamente. Mi fa arrabbiare che siamo raccontati come un gruppo di terroristi. Si parla di ostaggi israeliani, giusto. E dei nostri bambini? Delle nostre vite senza dignità? Questa non una guerra normale tra due Stati. Non c’è comparazione possibile tra occupanti e occupati. Sono pronta a vivere in pace, ma bisogna decolonizzare il sistema e creare uno Stato democratico per tutti. Chi è pronto?»

«Ci siamo spostati dieci volte, è finita ogni speranza»

Samy Abu Omar, 60 anni, Khan Younis, imprenditore. Parla italiano perché ha studiato in Italia. «Io e la mia famiglia ci siamo spostati dieci volte. Prima Rafah, poi Deir al-Balah, ora siamo ad Al-Mawasi. Il 4 dicembre hanno bombardato una casa vicino alla nostra. Quando abbiamo visto i militari cadere dal cielo con i paracadute, ci siamo spaventati e siamo scappati, lasciando la nostra casa per sempre. L’amavamo molto: aveva due piani e un bel giardino. Non è facile scappare quando si è in tanti. Io e mia moglie abbiamo sette figli, quattro maschi e tre femmine. Il più grande ha 27 anni, il più piccolo 13. Mentre scappavamo, proprio lui è stato colpito da una scheggia e ora ha una mano fuori uso. Da quel momento sono iniziati i mesi più difficili. Non trovavamo cibo, non avevamo soldi per affittare un appartamento: costa 5 mila dollari al mese. Ci siamo comprati una tenda al mercato nero. Seicento dollari. Poi, in un altro bombardamento ce l’hanno bruciata. Ora ho due tende. Viviamo nella zona umanitaria, ma bombardano anche qui. Dieci giorni fa ci sono stati 50 morti. Abbiamo provato a uscire ma l’ambasciata italiana ha rifiutato la richiesta. Mi sento senza speranza, specie per i miei figli. Tre vanno all’università ma sono fermi da un anno. Negli ultimi tempi stanno bombardando meno perché non c’è più niente. Prima morivano circa cento persone al giorno, ora venti o trenta».

Santa Maria Faustina Kowalska

Visioni, stimmate nascoste, contatti continui con l’angelo custode, la Madonna, i santi e le anime del Purgatorio, fino al dono rarissimo dello sposalizio mistico con Dio. Tutto questo vi è stato nella vita terrena di santa Faustina, chiamata da Gesù «segretaria della mia Misericordia

«La tua grande fiducia verso di Me, mi costringe a concederti continuamente grazie», si sentì dire da Gesù, che la chiamò «segretaria della mia Misericordia». Visioni, stimmate nascoste, contatti continui con l’angelo custode, la Madonna, i santi e le anime del Purgatorio, fino al dono rarissimo dello sposalizio mistico con Dio. Le innumerevoli grazie che hanno accompagnato la sua vita terrena, santa Maria Faustina Kowalska (1905-1938) le ha vissute nel nascondimento: solo i suoi confessori e, in parte, le superiore sapevano quanto avremmo poi scoperto leggendo il suo diario. Lo scrisse nel mezzo delle due guerre mondiali in obbedienza a Cristo per far conoscere la sua Misericordia e la necessità di tornare a Lui per sottrarsi all’azione del maligno.

Terza di dieci figli, la santa crebbe in una famiglia devota, dove erano una consuetudine la preghiera e la lettura in comune di libri religiosi, che i genitori acquistavano con grandi sacrifici. Educata all’obbedienza e al rispetto per il sacro, a sette anni avvertì per la prima volta «l’amore di Dio che riempì il mio piccolo cuore» dopo l’ostensione dell’Eucaristia. Da adolescente lavorò per aiutare la famiglia e a 19 anni, dopo il rifiuto da parte di diversi conventi di Varsavia, fu ammessa nelle Suore della Beata Vergine Maria della Misericordia. Era proprio lì che Dio la voleva, come le rivelò in seguito.

Destinata a lavori umili, faceva tutto con allegria. L’amore per il prossimo – già manifestato da bambina, quando si vestì da mendicante e donò tutte le offerte ai poveri – ardeva dentro di lei: «Tutti i dolori del prossimo si ripercuotono sul mio cuore». I digiuni indebolirono la sua già fragile salute, ma li offriva per la salvezza delle anime. Vide l’Inferno e Gesù le rivelò che Satana «arde di un odio particolare contro di te, perché hai sottratto molte anime al suo dominio». Dal Purgatorio riceveva richieste di preghiere: «Non sapevo che ci fosse una tale unione tra le anime», scriveva a riprova della dottrina sulla comunione dei santi. In tutto era allietata da una realtà: «Né le grazie, né le rivelazioni, né le estasi, né alcun altro dono a essa elargito la rendono perfetta, ma l’unione intima della mia anima con Dio».

Il sacramento della Confessione è al centro delle rivelazioni di Gesù: «Quando vai alla confessione, sappi che io stesso ti aspetto in confessionale. Mi copro soltanto dietro il sacerdote, ma sono io che opero nell’anima. Lì la miseria dell’anima s’incontra col Dio della Misericordia». Oltre alle magnifiche pagine che aiutano a conoscere Dio, il suo diario ci lascia in eredità la festa (istituita nel 2000 da san Giovanni Paolo II) e la coroncina alla Divina Misericordia, che Nostro Signore le raccomandò di recitare alle tre del pomeriggio per ricevere più grazie: «In quell’ora non rifiuterò nulla all’anima che mi prega per la mia Passione».

(Ermes Dovico -La Nuova Bussola – 2 Ottobre 2024)

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