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Contro il «Padrone del mondo» Papa Francesco da Benson a Chesterton

6 Marzo 2014 – Autore: Alleanza Cattolica

Cristianità n. 371 (2014)

 Papa Francesco ha dedicato un piccolo ciclo di omelie — tenute durante la celebrazione quotidiana della Messa presso la cappella della Casa di Santa Marta, all’interno della Città del Vaticano — al tema del nuovo totalitarismo, al pensiero debole che si fa pensiero unico e impedisce ai cristiani di parlare, ispirandosi al libro Il padrone del mondo (1) del pastore anglicano — figlio dell’arcivescovo di Canterbury —, convertito al cattolicesimo e divenuto sacerdote cattolico, Robert Hugh Benson (1871-1914). Il 18 novembre la lettura del giorno, tratta dal Primo Libro dei Maccabei, mostrava «uomini perversi» (1 Mc. 2,44) che vogliono spingere Israele ad allearsi con i potenti del tempo, anche se sono nemici di Dio. Il discorso di questi perversi, ha detto il Papa, si può riassumere così: «Siamo progressisti, andiamo con il progresso dove va tutta la gente» (2).

Questo «spirito del progressismo adolescente», che si adatta ai poteri forti dominanti e «crede che andare avanti in qualsiasi scelta è meglio che rimanere nelle abitudini della fedeltà», è la radice della perversità. Ed esiste ancora oggi. Il progressista «[…] ha negoziato la fedeltà al Dio sempre fedele», e questo negoziare la fedeltà al Signore si chiama «apostasia» e «adulterio».

Con riferimento implicito a quanti criticavano il predecessore Benedetto XVI (2005-2013) per l’espressione valori «non negoziabili», Papa Francesco ha detto che, allontanandosi dai precetti del Signore per conformarsi ai poteri dominanti, questi progressisti, a ben guardare, non negoziano «i valori ma […] la fedeltà. E questo è proprio il frutto del demonio, del principe di questo mondo, che ci porta avanti con lo spirito di mondanità».

Come va a finire? La lettura biblica ce lo mostra: «[…] accadono le conseguenze. Hanno preso le abitudini dei pagani, poi un passo avanti: il re prescrisse in tutto il suo regno che tutti formassero un solo popolo e ciascuno abbandonasse le proprie usanze. Non è la bella globalizzazione dell’unità di tutte le Nazioni, ognuna con le proprie usanze ma unite, ma è la globalizzazione dell’uniformità egemonica, è proprio il pensiero unico. E questo pensiero unico è frutto della mondanità». È quello che oggi si chiama il nuovo ordine mondiale, che però la Bibbia chiama «abominio di devastazione» e adorazione d’idoli imposti dai più forti.

«Questo succede anche oggi?», si è chiesto il Pontefice. E ha risposto: «Sì. Perché lo spirito della mondanità anche oggi c’è, anche oggi ci porta con questa voglia di essere progressisti sul pensiero unico». Nel brano del Primo Libro dei Maccabei si legge che «se presso qualcuno veniva trovato il Libro dell’Alleanza e se qualcuno obbediva alla Legge, la sentenza del re lo condannava a morte» (1 Mc. 1,57), perché il re si era venduto ai nemici di Dio. «E questo — afferma il Papa — l’abbiamo letto sui giornali, in questi mesi. Questa gente ha negoziato la fedeltà al suo Signore; questa gente, mossa dallo spirito del mondo, ha negoziato la propria identità, ha negoziato l’appartenenza ad un popolo, un popolo che Dio ama tanto, che Dio vuole come popolo suo». Anche oggi i cristiani rischiano la prigione, o peggio, se si rifiutano di negoziare la loro identità.

Il Pontefice ha dunque citato Il padrone del mondo — Benson, ha detto, «ha fatto tanto bene» —, che fustiga precisamente i cristiani progressisti che cedono ai poteri forti e svendono la loro fede. Il romanzo, ha detto Francesco, denuncia giustamente «quello spirito di mondanità che ci porta all’apostasia», uno spirito che minaccia la Chiesa anche oggi. Infatti, vi sono ancora nella Chiesa — e sono tanti — coloro che pensano che «dobbiamo essere come tutti, dobbiamo essere più normali, come fanno tutti, con questo progressismo adolescente». Poi purtroppo «segue la storia»: la Bibbia mostra «le condanne a morte, i sacrifici umani». Sbaglia chi pensa che siano cose di un passato remoto: «Ma voi — ha chiesto il Papa — pensate che oggi non si facciano, i sacrifici umani? Se ne fanno tanti, tanti! E ci sono delle leggi che li proteggono». Ogni riferimento all’aborto e all’eutanasia non è casuale.

Sempre a Casa Santa Marta, il 29 novembre, Papa Francesco ha affermato che «il pensiero debole» (3) — cioè l’articolazione filosofica del relativismo — pretende oggi di diventare «pensiero unico». L’espressione «Io penso come mi piace» è presentata come elemento di libertà, ma è esattamente il suo contrario: è espressione dello «[…]spirito del mondo, che non ci vuole popolo: ci vuole massa, senza pensiero, senza libertà». Il Pontefice ha invitato a «[…] chiedere al Signore Gesù questa grazia, che ci invii il suo spirito di intelligenza, perché noi non abbiamo un pensiero debole, non abbiamo un pensiero uniforme e non abbiamo un pensiero secondo i propri gusti: soltanto abbiamo un pensiero secondo Dio».

Il 28 novembre, ancora a Casa Santa Marta, il Papa aveva mostrato quali sono le tremende conseguenze del relativismo che diventa «pensiero unico», collegandole all’azione del demonio nei tempi ultimi e alludendo di nuovo al romanzo Il padrone del mondo, laddove ci mostra l’azione dei poteri forti manovrati dall’Anticristo negli ultimi giorni. «Sarà la desolazione della abominazione [Daniele 9, 27] — ha detto Papa Francesco —. Cosa significa quello? Sarà come il trionfo del principe di questo mondo, la sconfitta di Dio. Lui sembra che in quel momento finale di calamità s’impadronirà di questo mondo» (4), diventando così davvero il «padrone del mondo».

Come Daniele nella Bibbia, quando l’Anticristo va al potere il cristiano è condannato soltanto per aver adorato Dio; e «la desolazione della abominazione» si chiama «divieto di adorazione». Quello mostrato nel Libro di Daniele è un tempo che secondo il Papa assomiglia tanto al nostro: «Non si può parlare di religione, è una cosa privata»; i segni religiosi andavano tolti e bisognava obbedire agli ordini che venivano «dai poteri mondani». Si potevano «fare tante cose, cose belle, ma non adorare Dio», era vietato.

Attenzione, ha detto il Pontefice: questo non riguarda solo chi vive in pochi Paesi totalitari, riguarda tutti noi. «I cristiani che soffrono tempi di persecuzioni, tempi di divieto di adorazione, sono una profezia di quello che accadrà a tutti».

Senza paura, da discepoli del Signore che ha vinto il demonio e il mondo una volta per tutte, Papa Francesco c’invita a riflettere su«questa apostasia generale, che si chiama divieto di adorazione». E a fare uno dei consueti esami di coscienza che ci propone spesso: «“Io adoro il Signore? Io adoro Gesù Cristo, il Signore? O un po’ metà e metà, faccio il gioco del principe di questo mondo?”. Adorare fino alla fine, con fiducia e fedeltà, è la grazia che dobbiamo chiedere».

Dopo Benson, va segnalato anche la valorizzazione di Gilbert Keith Chesterton (1874-1936) nella predica di Casa Santa Marta del 5 dicembre, a pochi mesi dall’annuncio da parte di mons. Peter John Haworth Doyle, vescovo di Northampton, dell’avvio dell’indagine preliminare per iniziare la causa di beatificazione del grande scrittore inglese, convertito dalla comunità anglicana al cattolicesimo.

Il Papa ha evocato una nozione chiave di Chesterton, quella delle «parole cristiane impazzite». Il mondo moderno usa spesso parole di origine cristiana — compassione, misericordia, perdono — ma, sganciandole dalla loro radice, ne rovescia il significato. «Una parola è forte, dà vita — ha detto —, può andare avanti, può tollerare tutti gli attacchi se questa parola ha le sue radici in Gesù Cristo» (5). Invece «una parola cristiana, che non ha le sue radici vitali nella vita di una persona, in Gesù Cristo, è una parola cristiana senza Cristo! E le parole cristiane senza Cristo ingannano, fanno male!».

Chesterton, ha ricordato Papa Francesco, «parlando delle eresie diceva che un’eresia è una verità, una parola, una verità che è diventata pazza». È proprio così, ha spiegato il Pontefice: «Quando le parole cristiane sono senza Cristo incominciano ad andare sul cammino della pazzia»«Una parola cristiana senza Cristo ti porta alla vanità, alla sicurezza di te stesso, all’orgoglio, al potere per il potere. E il Signore abbatte queste persone».

Il Signore è molto severo con le «[…] persone che soltanto vanno dietro una parola, ma senza Gesù Cristo». Persone vittima della mondanità spirituale che fanno opere che sembrano buone, e magari coltivano anche una certa povertà materiale, «ma senza Gesù Cristo, senza il rapporto con Gesù Cristo, senza la preghiera con Gesù Cristo, senza il servizio a Gesù Cristo, senza l’amore a Gesù Cristo». La pagina di Chesterton c’invita precisamente a «[…] dire parole cristiane in Gesù Cristo, non senza Gesù Cristo». Altrimenti pronunciamo «[…]parole che, per crederci potenti, finiscono nella pazzia della vanità, nella pazzia dell’orgoglio».

Note:

(1) Cfr. Robert Hugh Benson, Il padrone del mondo, trad. it., Jaca Book, Milano 2010.

(2) La fedeltà a Dio non si negozia, in L’Osservatore Romano. Giornale quotidiano politico religioso, Città del Vaticano 19-11-2013. Cfr. anche la cronaca della Radio VaticanaIl Papa: Dio ci salvi dallo spirito mondano che negozia tutto e dal pensiero unico, alla pagina <http://it.radiovaticana.va/news/2013/11/18/il_papa: _dio_ci_salvi _dallo_spirito_mondano _che_negozia_tutto _e_dal/it1-747550> (gl’indirizzi Internet dell’articolo sono stati consultati il 31-1-2014). Fino a diversa segnalazione tutte le citazioni senza riferimento rimandano a queste fonti.

(3) Pensiero libero, in L’Osservatore Romano. Giornale quotidiano politico religioso, Città del Vaticano 30-11-2013. Cfr. anche la cronaca della Radio VaticanaIl Papa: il cristiano non cede al «pensiero debole», ma pensa secondo Dio, all’indirizzo <http://it.radiovaticana.va/ news/2013/11/29/ il_papa:_il_cristiano_ non_cede_al_ “pensiero_debole”,_ma_pensa_secondo/ it1-750981>. Fino a diversa segnalazione tutte le citazioni senza riferimento rimandano a queste fonti.

(4) La fede non è mai un fatto privatoibid., 29-11-2013. Cfr. anche la cronaca della Radio VaticanaIl Papa: la fede non è un fatto privato, adorare Dio fino alla fine, nonostante apostasia e persecuzioni, all’indirizzo <http://it.radiovaticana.va/ news/2013/11/28/ il_papa:_la_fede _non_%C3%A8_un_fatto_privato ,_adorare_dio_fino_alla_fine,/ it1-750683>. Fino a diversa segnalazione tutte le citazioni senza riferimento rimandano a queste fonti.

(5) Parole impazziteibid., 6-12-2013. Cfr. anche la cronaca dellaRadio VaticanaPapa Francesco: ascoltare e non mettere in pratica la Parola di Dio non solo non serve ma fa anche male, all’indirizzo Internet <http://it.radiovaticana.va/news/2013/12/05/papa_francesco: _ascoltare_e_non _mettere_in_pratica _la_parola_di_dio/ it1-752888>. Fino a diversa segnalazione tutte le citazioni senza riferimento rimandano a queste fonti

Il Giorno della Russia eterna e universale

di Stefano Caprio- Asia News – 16 Giugno 2024

Quella che si è celebrata anche quest’anno il 12 giugno è la prima festa nazionale dell’era post-sovietica. Ma per evitare di ingarbugliarsi con le interpretazioni ondivaghe sulle sue origini, Putin ha pensato bene di richiamarsi addirittura al principe Rjurik, il mitologico capo variago che secondo le antiche cronache avrebbe dato inizio alla storia della Rus’ nell’anno 862 a Novgorod, prima ancora della fondazione di Kiev

Il 12 giugno si è festeggiato il Den Rossii, il “Giorno della Russia”, la prima festa nazionale dell’era post-sovietica, con grandi manifestazioni di giubilo collettivo per le strade e le piazze, le cosiddette guljanja o “passeggiate” tra concerti, giochi e fuochi d’artificio “da Kaliningrad alla Kamčatka”, fatta eccezione per la regione di Belgorod ai confini con l’Ucraina, dove infuriano i combattimenti da una parte all’altra della frontiera. Per rendere più sereno il cielo di Mosca, fin dai tempi del sindaco Jurij Lužkov, si sparano in cielo speciali sostanze per disperdere le nuvole, anche se quest’anno la manovra è riuscita solo in parte, con una mattinata di sole e ampi scrosci pomeridiani.

In realtà la festività fu istituita prima ancora del crollo dell’Urss, il 12 giugno 1990, con l’approvazione della “Dichiarazione della sovranità” della repubblica sovietica russa Rsfsr, allora guidata dal segretario del partito locale, Boris Eltsin, che in quella stessa data nell’anno successivo fu eletto presidente, e solo a dicembre del 1991 mise fine all’Unione Sovietica. Si tratta quindi di una data che ricorda le fasi convulse e drammatiche del crollo dell’impero, col disperato tentativo gorbacioviano di trasformarlo in una Unione di Stati indipendenti; prima della Russia si erano dichiarati tali i Paesi Baltici, l’Azerbaigian, la Georgia e a maggio l’Ucraina. Il titolo della ricorrenza è rimasto infatti a lungo “Giorno dell’Indipendenza della Russia”, e solo nel 2002 è stato definitivamente liberato dal concetto di “indipendenza”, che di solito si attribuiscono i Paesi colonizzati quando si liberano dal dominio esterno, mentre risulta piuttosto grottesco per un Paese colonizzatore quando perde le colonie.

Per non perdere del tutto il legame sovietico ormai consunto, poco prima della fine dell’Urss fu istituita quindi la “Comunità degli Stati Indipendenti”, l’8 dicembre 1991, una struttura nostalgica ancora esistente (almeno sulla carta) che riuniva nove delle quindici ex-repubbliche dell’Unione, tranne i Baltici e il Turkmenistan, che è rimasto “associato esterno” come usa fare Ašgabat in qualunque tipo di alleanza o cooperazione. Il 12 giugno rimane quindi di fatto la festa della caduta dell’Unione Sovietica, l’evento “più tragico di tutta la storia contemporanea” secondo le parole di Vladimir Putin, e allo stesso tempo l’orgoglio della Russia che da Repubblica diventa Stato e Federazione, trascinandosi tutte le contraddizioni ereditate dai decenni del comunismo “salvifico”, e che oggi la spingono a creare un nuovo ordine mondiale, rimettendosi al centro della storia a forza di bombe e di minacce atomiche.

Per evitare di ingarbugliarsi con le interpretazioni ondivaghe sull’origine della festa, mentre distribuiva ai veterani della guerra e del lavoro le onorificenze degli Eroi di Russia, Putin ha pensato bene di richiamarsi addirittura al principe Rjurik, il mitologico capo variago che secondo le antiche cronache avrebbe dato inizio alla storia della Rus’ nell’anno 862 a Novgorod, quindi prima ancora della fondazione di Kiev e un secolo prima del Battesimo di Vladimir. L’ex-presidente Dmitrij Medvedev, in preda all’euforia non solo dell’occasione, ha mostrato trionfalmente una nuova carta geografica “interattiva” della Russia che comprende tutto il territorio dell’Ucraina, il cui nome è sostituito dall’appellativo di Malorossija, la Piccola Russia dei secoli passati. I blogger e i media indipendenti russi hanno invece tenuto una maratona a sostegno dei prigionieri politici, dal titolo “Tu non sei solo”, una tradizione degli ultimi anni di ritorno al totalitarismo. Sono stati raccolti circa 30 milioni di rubli, meno dei 40 dell’anno scorso in quanto chi avesse dato soldi dalla Russia oggi sarebbe stato automaticamente arrestato e perseguitato, quindi ci si è limitati alla raccolta tra gli emigranti in fuga dalla dittatura.

Per sostenere i proclami putiniani, gli abitanti di Novgorod sono stati radunati fin dal primo mattino sulle rive del vicino lago Ilmen’ per cantare l’inno nazionale, proprio dove visse il principe Rjurik in quella che veniva chiamata Il’menskaja Rus’, il primo nome dello Stato nascente che inizialmente i Variaghi chiamavano Gardariki, la regione delle Gard, i “centri abitati”. Da qui il titolo della prima capitale Nov-Gorod, la “nuova città”, Nea-Polis. La scelta di rileggere fin dalle radici più antiche la storia russa è stata fortemente voluta da Putin, che ultimamente è sempre più rivolto verso “gli antenati” per non rimanere schiacciato negli stereotipi sovietici e zaristi, risalendo alle origini dell’intera Europa. E in generale per dimostrare come il vero patriottismo russo è un’energia di portata universale, che trascende ogni tempo, ogni confine e ogni latitudine: gli avi del grande Nord si proiettano sull’attuale Sud globale, la civiltà dell’Occidente medievale si fonde con quella dell’Oriente contemporaneo, la Russia è la vera Madre Terra da cui tutti i popoli devono attingere la linfa vitale.

Dopo due ore di solenne lezione del presidente sulla storia antica e universale, a nome di tutti i premiati militari e del lavoro, scienziati e perfino “difensori dei diritti umani”, il direttore dell’Istituto Kurčatovskij, l’eroe per la fisica Mikhail Kovalčuk, ha ringraziato Putin: “Grazie Vladimir Vladimirovič, senza di voi nulla di tutto questo sarebbe stato possibile”, quasi fosse sceso lui stesso dall’empireo scandinavo a creare la Russia ai tempi di Carlo Magno. Per le donne è intervenuta Julia Belekhova, fondatrice del Comitato delle famiglie dei combattenti per la Patria, la risposta militante alle “Madri e mogli per il ritorno a casa” che chiedono di poter riabbracciare i propri cari incatenati al fronte ucraino, almeno quelli ancora vivi. Tutto il merito della Belekhova, premiata come attivista umanitaria, consiste nella pubblicazione quotidiana sul social VKontakte dei video dei soldati che festeggiano la conquista di qualche chilometro di territorio ucraino. Come è stato spiegato, Julia “parla ogni giorno con il presidente”, per confidargli i profondi sentimenti patriottici delle donne della Russia.

Come commenta il sociologo Igor Ejdman, queste premiazioni solenni servono a “dare un ciondolo a tutte le sorelle” (razdat vsem sestram po sergam), un detto russo per indicare la soddisfazione di tutte le categorie sociali, mostrandone la lealtà al potere costituito, qualunque sia la loro condizione o occupazione, un’abitudine tipica dei tempi sovietici. I premiati vengono accuratamente scelti anche a livello individuale (Putin in questo è estremamente sospettoso) in modo da mostrare una completa rassegna di popolo “immacolato” e immune da ogni tipo di “influenza esterna”, l’infezione da cui solo i russi sono in grado di guarire anche gli altri popoli. Per il resto i festeggiamenti in tutto il Paese sono apparsi piuttosto ripetitivi e inutilmente enfatici, del resto è difficile andare oltre il fanatismo super-patriottico del cantante Šaman e la sua canzone Ja russkij, ormai un ulteriore inno nazionale. La popolazione è stanca della guerra e teme sempre le nuove mobilitazioni, e gli appelli alla dinastia rjurikide o le premiazioni fasulle non riescono a scaldare molto gli animi.

La festa della Russia che risale a tempi mitologici è anche un modo per rilanciare un’immagine sempre più scolorita e deprimente della “Federazione”, il prodotto delle contraddizioni degli anni Novanta che la data del 12 giugno rimembra. Se la Rus’ torna alla primitiva “Via dai Variaghi ai Greci” per cui si unirono le tribù scandinave con quelle slave orientali, allora questa memoria dovrebbe far comprendere come i russi non possono vivere in altro modo se non aggregando gli altri popoli e i più vasti territori, proiettandosi nella dimensione eterna e universale dell’Eurasia e del “Mondo Russo”, e tutte le spinte separatiste dei finnici e settentrionali, dei caucasici e degli asiatici vengono tacitate e riassunte in una nuova epopea di conquista e di sobornost, di riunione purificatrice. Il presidente Putin ha fatto gli auguri per questo al patriarca Kirill, ricordando che la Russia e la Chiesa sono due concetti che si sovrappongono: l’uno non esiste senza l’altra, ma anche la “vera fede” può esprimersi solo nella visione di un’entità superiore, statale-federale-cosmica, la Russia è l’Ortodossia incarnata.

Come osserva Viktoria Artemeva su Novaja Gazeta Evropa, la Federazione è soltanto “il fantasma di un Paese che non esiste, e non è mai esistito”, descritto come “una storia d’amore incompiuta, tipica dei più banali romanzi rosa”. L’uomo, il potente, cerca la donna, la Russia, affermando che non può vivere senza di essa, poi la rifiuta e la riprende più volte, teme che lei possa tornare e scalzarlo dal trono, quindi la reprime e la rinchiude nella tenebra più profonda. Il “federalismo” è un concetto inviso al potere attuale del Cremlino, che festeggia le origini della sua stirpe per evitare di guardare negli occhi i suoi discendenti, e comprendere che nessun uomo e nessun popolo è in grado di scrivere da solo l’intera storia del mondo.

G7 in Puglia, Papa Francesco sull’intelligenza artificiale: «All’essere umano deve sempre rimanere la decisione»

di Gian Guido Vecchi – Corriere della Sera – 14 Giugno 2024

Il pontefice sulle armi: «E’ urgente ripensare lo sviluppo e l’utilizzo di dispositivi come le cosiddette “armi letali autonome” per bandirne l’uso»

BORGO EGNAZIA «La macchina può compiere «scelte algoritmiche» mentre invece «l’essere umano non solo sceglie, ma in cuor suo è capace di decidere». La differenza è tutta qui, ed è decisiva. Papa Francesco si rivolge ai grandi della Terra e parla di intelligenza artificiale, «uno strumento affascinante e tremendo al tempo stesso», ne riconosce le possibilità positive e insieme ne denuncia i rischi, a cominciare dalle armi: «Permettetemi di insistere: in un dramma come quello dei conflitti armati è urgente ripensare lo sviluppo e l’utilizzo di dispositivi come le cosiddette “armi letali autonome” per bandirne l’uso, cominciando già da un impegno fattivo e concreto per introdurre un sempre maggiore e significativo controllo umano. Nessuna macchina dovrebbe mai scegliere se togliere la vita ad un essere umano». Ma la questione, al fondo, è radicale. Si rischia una «eclissi del senso dell’umano».

Papa Francesco: sull’Ai decisione all’essere umano

Non può essere che questioni vitali, dalle guerre all’informazione, il funzionamento delle democrazie e la libertà stessa delle persone, siano affidate alle valutazioni di una macchina che «può esaminare solo realtà formalizzate in termini numerici», una «scelta tecnica» fondata su inferenze statistiche o possibilità e criteri definiti da un programma: «Dobbiamo aver ben chiaro che all’essere umano deve sempre rimanere la decisione, anche con i toni drammatici e urgenti con cui a volte questa si presenta nella nostra vita. Condanneremmo l’umanità a un futuro senza speranza, se sottraessimo alle persone la capacità di decidere su loro stesse e sulla loro vita condannandole a dipendere dalle scelte delle macchine. Abbiamo bisogno di garantire e tutelare uno spazio di controllo significativo dell’essere umano sul processo di scelta dei programmi di intelligenza artificiale: ne va della stessa dignità umana».

Papa Francesco e il richiamo alla saggezza di Aristotele

È un discorso assai lungo, che Francesco legge solo in parte ma «consegna» per intero alla fine della sessione, come fosse pronunciato. Sospinto sulla sedia a rotelle, accanto a sé la premier Giorgia Meloni, ha salutato uno ad uno i leader, stringendo loro la mano, il presidente argentino Javier Milei si è allargato fino ad abbracciarlo. Seduto al tavolo ellittico, è il primo Papa a prendere la parola in un G7. E lo fa richiamando la phrónesis della filosofia greca, da Platone ad Aristotele quella «saggezza» che dev’essere propria delle decisioni umane, soprattutto in coloro che hanno potere e responsabilità: «A volte, spesso nel difficile compito del governare, siamo chiamati a decidere, con conseguenze anche su molte persone». Ma «la politica è la forma più alta di carità», dice citando Paolo VI, ed è essenziale per arrivare a controllare le applicazioni della AI: «Spetta ad ognuno farne buon uso e spetta alla politica creare le condizioni perché un tale buon uso sia possibile e fruttuoso». 

Francesco: scienza prodotto straordinario

Le riflessioni di Francesco sono lontane da ogni luddismo o tentazione antiscientifica, anzi, «la scienza e la tecnologia sono prodotti straordinari del potenziale creativo di noi esseri umani», un potenziale che «Dio ci ha donato». E la «rivoluzione cognitivo-industriale» in corso potrà avere effetti benefici: «Ad esempio, l’intelligenza artificiale potrebbe permettere una democratizzazione dell’accesso al sapere, il progresso esponenziale della ricerca scientifica, la possibilità di delegare alle macchine i lavori usuranti; ma, al tempo stesso, essa potrebbe portare con sé una più grande ingiustizia fra nazioni avanzate e nazioni in via di sviluppo, fra ceti sociali dominanti e ceti sociali oppressi, mettendo così in pericolo la possibilità di una “cultura dell’incontro” a vantaggio di una “cultura dello scarto”». 

Strumenti rivolti al bene

Resta il fatto che si tratta di uno strumento e «l’uso dei nostri utensili non sempre è univocamente rivolto al bene», considera Francesco, e cita la Genesi: «Solo se sarà garantita la loro vocazione al servizio dell’umano, gli strumenti tecnologici riveleranno non solo la grandezza e la dignità unica dell’essere umano, ma anche il mandato che quest’ultimo ha ricevuto di “coltivare e custodire”». Del resto, «quando i nostri antenati affilarono delle pietre di selce per costruire dei coltelli, li usarono sia per tagliare il pellame per i vestiti sia per uccidersi gli uni gli altri», spiega il Papa: «Lo stesso si potrebbe dire di altre tecnologie molto più avanzate, quali l’energia prodotta dalla fusione degli atomi come avviene sul Sole, che potrebbe essere utilizzata certamente per produrre energia pulita e rinnovabile ma anche per ridurre il nostro pianeta in un cumulo di cenere». 

Approccio etico

L’intelligenza artificiale, tuttavia, è «uno strumento sui generis» perché «può adattarsi autonomamente al compito che le viene assegnato e, se progettata con questa modalità, operare scelte indipendenti dall’essere umano per raggiungere l’obiettivo prefissato». Qui sta il senso dell’impegno della Santa Sede per un «approccio etico» all’intelligenza artificiale: «La decisione etica, infatti, è quella che tiene conto non solo degli esiti di un’azione, ma anche dei valori in gioco e dei doveri che da questi valori derivano. Per questo ho salutato con favore la firma a Roma, nel 2020, della “Rome Call for AI Ethics” e il suo sostegno a quella forma di moderazione etica degli algoritmi e dei programmi di intelligenza artificiale che ho chiamato “algoretica”». Si tratta di evitare il «rischio concreto» che l’intelligenza artificiale «limiti la visione del mondo a realtà esprimibili in numeri e racchiuse in categorie preconfezionate, estromettendo l’apporto di altre forme di verità e imponendo modelli antropologici, socio-economici e culturali uniformi». Perché i programmi di intelligenza artificiale «siano strumenti per la costruzione del bene e di un domani migliore, debbono essere sempre ordinati al bene di ogni essere umano» è necessario che abbiano «un’ispirazione etica». 

Papa: «C’è bisogno di politica più che mai»

Insomma, «dobbiamo fare dell’intelligenza artificiale un baluardo proprio contro la sua espansione». E qui entra in gioco l’azione politica. «Certamente per molti la politica oggi è una brutta parola, e non si può ignorare che dietro questo fatto ci sono spesso gli errori, la corruzione, l’inefficienza di alcuni politici. Non di tutti, eh?, di alcuni!», aggiunge sorridendo il Papa. Ci sono poi «le strategie che mirano a indebolirla, a sostituirla con l’economia o a dominarla con qualche ideologia». E tuttavia, insiste Francesco, c’è bisogno di politica, più che mai: «Può funzionare il mondo senza politica? Può trovare una via efficace verso la fraternità universale e la pace sociale senza una buona politica? La nostra risposta a queste ultime domande è: no! La politica serve!».

Un apostolo del Sacro Cuore: san Claudio de la Colombière

ROBERTO DE MATTEI – JUN 10, 2024- C. R

La devozione al Sacro Cuore che caratterizza il mese di giugno è legata soprattutto alla figura di santa Margherita Maria Alacoque, (1647-1690), suora dell’ordine della Visitazione, fondato da san Francesco di Sales e santa Giovanna di Chantal. Fu a questa umile suora che la Provvidenza affidò un grande rimedio soprannaturale contro una nuova eresia che nasceva nel XVII secolo.  

Questa nuova eresia era il giansenismo, una corrente religiosa che sul piano dogmatico stravolgeva la dottrina cattolica della grazia, spingendola verso il calvinismo, e sul piano morale rinchiudeva la vita cristiana in un tetro e insopportabile rigorismo. I giansenisti ignoravano il ruolo della misericordia, appellandosi solo alla implacabile giustizia divina. Ma al di là degli errori teologici e morali, la peggiore insidia giansenista stava nel suo tentativo di voler riformare la Chiesa dall’interno e non più dall’esterno, come aveva cercato di fare il protestantesimo. Il giansenismo intendeva rimanere dentro la Chiesa, senza essere condannato, ma cercando anzi la condanna dei suoi avversari che, in quel momento, erano soprattutto i gesuiti, i più fedeli difensori dell’ortodossia romana.  

I disegni della Divina Provvidenza sconvolsero questo programma di distruzione della Chiesa. Margherita Maria Alacoque, lo strumento di questo straordinario intervento  della grazia, nacque in Borgogna nel 1647, e dovette vincere la resistenza dei genitori per entrare, a ventiquattro anni, nelle visitandine del convento di Paray-le-Monial, dove fu incompresa dalle consorelle e malgiudicata dai superiori, finché, nel 1675 fu nominato Rettore del Collegio gesuita di Paray-le-Monial il padre Claudio de La Colombière, che aveva allora 34 anni, ma si era già distinto per la sua pietà e la sua dottrina. D’accordo con il suo Superiore, oltre al voto di obbedienza al Papa, il padre de La Colombière aveva pronunciato quello, eroico, di osservare sotto pena di peccato tutte le regole del suo Ordine 

I superiori gli affidarono un incarico apparentemente secondario, perché sapevano che nel Monastero della Visitazione, si trovava una religiosa favorita da rivelazioni del Cielo. Margherita Maria, da parte sua, aspettava che il Signore adempisse la promessa di inviarle un suo “servo fedele e amico perfetto“, per realizzare la missione alla quale la destinava: manifestare al mondo le ricchezze imperscrutabili del suo amore.

Giunto nella sua nuova destinazione il padre de La Colombière, incontrò suor Margherita Maria e ne divenne direttore spirituale, orientandola nella sua vita spirituale e suggerendogli di mettere per iscritto tutto ciò che passava nella sua anima. Durante l’ottava del Corpus Domini 1675, Gesù, mostrando il suo Cuore a Margherita, le disse: “Ecco quel Cuore che ha tanto amato gli uomini e in contraccambio non riceve che ingratitudini, disprezzo, irriverenze, sacrilegi e freddezza in questo Sacramento d’amore“. 

Quella del giansenismo era una concezione di Dio oppressiva ed angosciante. Il Sacro Cuore appare a santa Margherita Maria Alacoque affermando, invece, che bisogna abbandonarsi al suo Amore, e formulando la grande promessa dei primi Nove Venerdì del mese: “Io ti prometto nell’eccesso della misericordia del mio Cuore che il mio Amore onnipotente concederà a tutti quelli che si comunicheranno al primo venerdì del mese, per nove mesi consecutivi, la grazia della perseveranza finale; essi non morranno nella mia disgrazia, né senza ricevere i Sacramenti, servendo loro il mio cuore di asilo sicuro in quell’ora estrema”. Il Signore disse poi alla religiosa visitandina: “Rivolgiti al mio servo, il Padre de La Colombière, e digli da parte mia di fare il possibile per propagare questa devozione e di fare questo piacere al mio Cuore divino … Sappia che è onnipotente colui che diffida interamente di se stesso per confidare solo in me“.

Margherita comunicò il suo messaggio al Padre e tutti e due, il 21 giugno, si consacrarono al Cuore di Gesù e moltiplicarono i loro sforzi per diffondere questa devozione. La loro fu un’inscindibile amicizia spirituale dai frutti straordinari.

Dopo un anno e mezzo di permanenza a Paray-le-Monial, nel 1676 il padre de La  Colombière fu destinato a Londra, come cappellano della giovane duchessa di York, Maria Beatrice d’Este, nota in Inghilterra come Mary of Modena, perché era figlia del duca di Modena Alfonso d’Este. Maria di Modena aveva sposato Giacomo Stuart, duca di York, che, alla morte del fratello Carlo II, nel 1685, avrebbe regnato con il nome di Giacomo II, fino alla Rivoluzione del 1688, che stroncò la possibilità di una restaurazione cattolica dell’Inghilterra. Giacomo si era segretamente convertito al cattolicesimo, mentre la moglie Maria subiva una dura opposizione a causa della sua fede cattolica.

Nella Londra ferocemente protestante, esisteva però un’enclave cattolica, che aveva il suo centro nella chiesa di St. James nella Spanish Place dove, dal 1676 al 1679 il padre de La Colombière, predicò, dedicandosi all’istruzione nella vera fede di cattolici o ex-cattolici inglesi.  In questa Chiesa sarebbe stato battezzato, due secoli dopo, l’11 ottobre 1865, Rafael Merry del Val, futuro cardinale di Santa Romana Chiesa.

Improvvisamente, alla fine del 1678, il padre de La Colombière fu arrestato sotto l’accusa calunniosa di essere coinvolto in uno pseudo “complotto papale”. Fu imprigionato nel carcere di King’s Bench, dove restò durante tre settimane, sottoposto a gravi privazioni, ma in virtù della sua posizione a corte e della sua cittadinanza francese, sfuggì alla condanna a morte e fu espulso dall’Inghilterra. Tornò a Paray-le-Monial dove morì, a soli 41 anni, il 15 febbraio 1682. Da quel giorno, nella sua preghiera personale, alle litanie dei santi santa Margherita Maria aggiungeva: “San Claudio, prega per noi!”

 Nel 1929, Claudio de La Colombière fu beatificato da papa Pio XI e nel 1992 canonizzato da Giovanni Paolo II. La casa editrice AdP ha ripubblicato nel 2023 il suo Diario spirituale, che merita di essere letto da chiunque voglia approfondire la devozione al Sacro Cuore, ma anche a chiunque voglia capire come vivere in spirito di completo abbandono alla Divina ProvvidenzaNel Diario, san Claudio traccia questo programma: “Vivere giorno per giorno. Sperare di morire nell’occupazione che svolgiamo”. Cercare, in una parola, la perfezione nel momento presente, non preoccupandoci del nostro domani e affidandoci ciecamente a Dio. “Mio Dio, – scrive – sono intimamente persuaso che non sarà mai troppa la fiducia che ho in Te e che, ciò che otterrò da Te, sarà sempre al di sopra di ciò che avrò sperato”.

Lo spirito di abbandono alla Provvidenza e la devozione ai Sacri Cuori di Gesù e di Maria, sono più che mai necessari per infondere vita e calore soprannaturale in un’epoca, come la nostra, in cui le anime sembrano così spesso raggelate e prive del fuoco dell’Amore divino.

“Un mondo senza Israele”. J’accuse del Nobel per la letteratura Herta Müller

GIULIO MEOTTI  11 GIU 2024 – IL FOGLIO

“Hamas voleva evocare la memoria della Shoah e mi ricorda i nazisti. Dal 7 ottobre l’antisemitismo si è diffuso come un grande schiocco di dita collettivo”, scrive sul Frankfurter Allgemeine Zeitung la saggista e poetessa tedesca, unica non ebrea invitata al “Forum del 7 ottobre”

La guerra non è iniziata a Gaza. La guerra è iniziata il 7 ottobre, quando i terroristi palestinesi di Hamas hanno commesso un massacro inimmaginabile. Si sono filmati come eroi e celebrato il loro bagno di sangue. I festeggiamenti per la vittoria sono proseguiti a Gaza, dove i terroristi hanno trascinato ostaggi gravemente maltrattati e li hanno presentati come bottino di guerra alla popolazione palestinese esultante. Questa macabra esultanza si è estesa fino a Berlino, dove si ballava per le strade e distribuivano dolci. Internet era pieno di commenti felici”.
Il premio Nobel per la letteratura Herta Müller ha scritto il più sensazionale atto d’accusa contro il 7 ottobre sulla Frankfurter Allgemeine Zeitung. Era l’unica non ebrea invitata al “Forum del 7 ottobre”, un evento letterario di due giorni organizzato dall’Istituto di cultura ebraica in Svezia, con la partecipazione di accademici, scrittori e giornalisti provenienti da Israele e da altri paesi. Scrittrice, poetessa e saggista nota per la descrizione della vita sotto il regime comunista di Ceausescu, da cui nel 1987 fuggì insieme al marito dopo essere stata licenziata perché si era rifiutata di collaborare con la Securitate, la famigerata polizia segreta del regime, Müller parla del massacro di Hamas come di “un totale deragliamento dalla civiltà”.

“C’è un orrore arcaico in questa sete di sangue che non credevo più possibile ai giorni nostri” avverte Müller. “Questo massacro ha lo schema dello sterminio attraverso i pogrom, schema che gli ebrei conoscono da secoli”. Per questo ha traumatizzato l’intero paese, che ha voluto proteggersi da tali pogrom fondando lo stato di Israele. “E si sono sentiti protetti fino al 7 ottobre”. La carta di fondazione di Hamas era già chiara fin dal 1987: “L’obiettivo era la distruzione degli ebrei” scrive Müller. “Lo sterminio degli ebrei e la distruzione di Israele continuano a essere l’obiettivo e il desiderio di Hamas. È la stessa cosa in Iran. Anche nella Repubblica islamica, lo sterminio degli ebrei è una dottrina di stato sin dalla sua fondazione nel 1979”. Quando si parla del terrore di Hamas, si dovrebbe sempre includere l’Iran. “Perché è per gli stessi principi che il fratello maggiore Iran finanzia, arma e trasforma il fratello minore Hamas in un suo scagnozzo. Entrambi sono dittature spietate. E sappiamo che tutti i dittatori si radicalizzano più a lungo. Oggi il governo iraniano è interamente composto da integralisti. Lo stato dei mullah, con le sue Guardie rivoluzionarie, è una dittatura militare spietata e in espansione”. Non infinge, Müller. “Islam politico significa disprezzo per l’umanità, fustigazione pubblica, condanne a morte ed esecuzioni in nome di Dio. L’Iran è ossessionato dalla guerra, ma allo stesso tempo finge di non costruire armi nucleari. Il fondatore della cosiddetta teocrazia, l’ayatollah Khomeini, ha emesso un decreto religioso, una fatwa, secondo cui le armi nucleari non sono islamiche”. La scrittrice attacca i capi di Hamas. “La popolazione di Gaza è deliberatamente tenuta in povertà, mentre le ricchezze dei dirigenti di Hamas aumentano a dismisura (in Qatar, Ismail Haniye si dice abbia miliardi). E il disprezzo per l’umanità è senza limiti. Alla popolazione non resta quasi nulla se non il martirio. A Gaza non c’è letteralmente un centimetro di spazio per le opinioni dissenzienti all’interno della politica palestinese”.

Hamas ha costruito una rete di tunnel sotto i palestinesi. “Anche tra gli ospedali, le scuole, gli asili finanziati dalla comunità internazionale. Gaza è una caserma militare, uno deep state di odio ebraico. Senza soluzione di continuità, eppure invisibile. C’è un detto in Iran: Israele ha bisogno delle sue armi per proteggere il suo popolo. E Hamas ha bisogno del suo popolo per proteggere le sue armi”. Dal 7 ottobre, Müller ha pensato a un libro sull’era nazista, “Uomini comuni” di Christopher Browning. Descrive lo sterminio dei villaggi ebraici in Polonia da parte del Battaglione 110, quando ancora non esistevano le grandi camere a gas e i crematori di Auschwitz. “Era come la sete di sangue dei terroristi di Hamas al festival della musica e nei kibbutzim” spiega Müller. “In un solo giorno del luglio 1942, i 1.500 residenti ebrei del villaggio di Józefów furono massacrati. I bambini e i neonati furono fucilati davanti alle case, gli anziani e i malati uccisi nei loro letti. Tutti gli altri furono condotti nella foresta, dovettero spogliarsi e strisciare nudi per terra. Furono derisi e torturati, fucilati e lasciati a terra in una foresta insanguinato”. “Uomini comuni” si intitola così perché il battaglione non era composto da uomini delle SS o da soldati della Wehrmacht, ma da civili che non erano più considerati soldati perché troppo vecchi. “Quindi provenivano da lavori normali e si trasformarono in mostri. Solo nel 1962 iniziò un processo su questo crimine di guerra. Il sadismo si spinse a tal punto che un capitano appena sposato portò la moglie ai massacri per festeggiare la loro luna di miele. Perché la sete di sangue continuava in altri villaggi. E la donna, indossando l’abito da sposa bianco che aveva portato con sé, passeggiava tra gli ebrei che venivano radunati nella piazza del mercato. Non era l’unica moglie autorizzata a far loro visita. Possiamo pensare ai massacri del 7 ottobre? Io credo di sì. Perché Hamas ha voluto evocare la memoria della Shoah. E voleva dimostrare che lo stato di Israele non è più una garanzia per la sopravvivenza degli ebrei. Che il loro stato è un miraggio che non li salverà”. Un pudore vieta di abusare della parola Shoah. “Ma perché non dovremmo usarla quando si ritiene che sia impossibile evitare il parallelismo? E quello che mi viene in mente e mi ricorda di nuovo i nazisti: il triangolo rosso della bandiera palestinese. Nei campi di concentramento era il simbolo dei prigionieri comunisti. E oggi? Lo si può vedere nei video di Hamas e sulle facciate delle case a Berlino. Nei video è usato come un invito a uccidere. E segna gli obiettivi sulle facciate delle case che devono essere attaccate”. L’odio verso gli ebrei ha intaccato la vita notturna di Berlino. “Sebbene 364 giovani, raver come loro, siano stati massacrati a un festival techno, i club di Berlino hanno commentato la notizia solo giorni dopo. E anche questo è stato solo un esercizio noioso, perché l’antisemitismo e Hamas non sono stati nemmeno citati”. Riflette la scrittrice: “Una grande utopia sarebbe che l’islam si disarmasse e diventasse una religione pura. Non puoi parlare con un’ideologia distruttiva. Qualsiasi opinione dissenziente verrà schiacciata. I mullah lo dimostrano ogni giorno per le strade. A chi commette un omicidio in nome dell’islam è assicurato il Regno dei Cieli. Quando la morte viene glorificata, l’umanità non esiste più”.

Müller attacca gli studenti che occupano le università per Gaza. “Sono inorridita dal fatto che giovani e studenti in occidente siano così confusi da non essere più consapevoli della loro libertà. Sembrano aver perso la capacità di distinguere tra democrazia e dittatura. È assurdo che omosessuali e queer manifestino per Hamas, come hanno fatto a Berlino. Non è un segreto che non solo Hamas, ma l’intera cultura palestinese disprezzi e punisca le persone Lgbt. Anche solo una bandiera arcobaleno a Gaza è inimmaginabile. L’elenco delle sanzioni previste da Hamas per i gay va da almeno cento frustate alla condanna a morte. Mi chiedo anche se gli studenti di molte università americane sappiano cosa stanno facendo quando manifestano al grido di: ‘Noi siamo Hamas’, o anche ‘L’amato Hamas bombarda Tel Aviv’, o ‘Torniamo al 1948’. Ed è infame quando il 7 ottobre viene addirittura interpretato come una messa in scena di Israele. O se non si chiede una parola per la liberazione degli ostaggi. Se invece la guerra di Israele a Gaza viene dipinta come una guerra arbitraria di conquista e annientamento da parte di una potenza coloniale. E mi chiedo perché non si preoccupino del fatto che Hamas non avrebbe permesso nemmeno la più piccola manifestazione per i diritti delle donne. E che il 7 ottobre le donne stuprate sono state fatte sfilare come bottino di guerra. Celebrano la propria stupidità senza limiti come un collettivo con la coscienza pulita”. Ci si chiede cosa si insegnasse nelle università. “Mi sembra che dal 7 ottobre l’antisemitismo si sia diffuso come un grande schiocco di dita collettivo, come se Hamas fosse l’influencer e gli studenti i seguaci. Anche nella scena artistica è diventato impossibile distinguere tra la difesa del diritto all’esistenza di Israele e la contemporanea critica al suo governo”. Hamas è sordo e cieco alle sofferenze del suo popolo. “Perché altrimenti bombarda il valico di frontiera di Kerem Shalom, da cui arriva la maggior parte degli aiuti? Non una sola parola di compassione per la popolazione di Gaza è stata udita dai signori Sinwar e Haniyeh. E invece di un desiderio di pace, solo richieste massime che sanno che Israele non può soddisfare. Hamas scommette sulla guerra permanente con Israele. Sarebbe la migliore garanzia per la loro esistenza. Hamas spera anche di isolare Israele a livello internazionale, a qualunque costo”. Nel romanzo “Doctor Faustus” di Thomas Mann si dice che il nazionalsocialismo “ha reso intollerabile tutto ciò che è tedesco nel mondo”. Ho l’impressione, scrive Müller, che la strategia di Hamas e dei suoi sostenitori sia quella di rendere tutto ciò che è israeliano, e quindi tutto ciò che è ebraico, intollerabile al mondo. “Hamas vuole mantenere l’antisemitismo come umore globale. Per questo vuole reinterpretare la Shoah. Anche la persecuzione nazista e la fuga salvifica in Palestina dovrebbero essere messe in discussione. E infine il diritto all’esistenza di Israele. Questa manipolazione si spinge fino a sostenere che la commemorazione tedesca dell’Olocausto serve solo come arma culturale per legittimare il ‘progetto di insediamento’ bianco-occidentale di Israele. Con tutti questi costrutti sovrapposti, Israele non dovrebbe più essere visto come l’unica democrazia del medio oriente, ma come uno stato modello colonialista. E come un eterno aggressore contro il quale è giustificato un odio cieco. E persino il desiderio della sua distruzione”. Quando il poeta (rumeno come Herta Müller) Paul Celan visitò Israele nel 1969, Yehuda Amichai tradusse le poesie di Celan e le lesse in ebraico. “Due sopravvissuti si sono incontrati in Israele dopo la Shoah” conclude Müller. “Amichai si chiamava Ludwig Pfeuffer quando i suoi genitori fuggirono da Würzburg. La visita in Israele scosse Celan. Incontrò i compagni di scuola di Czernowitz, in Romania, che, a differenza dei suoi genitori assassinati, erano riusciti a fuggire in Palestina. Dopo la visita e poco prima di morire nella Senna, Celan scrisse ad Amichai: ‘Caro Yehuda, permettimi di ripetere la parola che mi è venuta spontaneamente alle labbra conversando con te: non posso immaginare il mondo senza Israele; non voglio immaginare il mondo senza Israele’”.

La Russia di Naval’nyj senza Naval’nyj

di Stefano Caprio Asia News – 8 – Giugno 2024

Molte persone in Russia hanno cercato di onorare la sua memoria il 4 giugno, il giorno del suo compleanno. E il suo Fondo per la lotta alla corruzione rimane un’eredità importante, al di là delle capacità dei seguaci o del prestigio della moglie Julia, e potrebbe avere ancora un ruolo da svolgere anche in una Russia ormai rinchiusa nel totalitarismo neo-sovietico

Il 4 giugno è stato ricordato il 48° compleanno di Aleksej Naval’nyj, il primo senza la presenza fisica del martire della dissidenza contro la Russia putiniana. La moglie Julia, insieme a diversi amici e collaboratori del Fondo per la lotta alla corruzione, ha partecipato a una Panichida, una liturgia funebre celebrata da un prete ortodosso russo in una chiesa evangelica di Berlino dedicata alla Madonna, in un’inclusione ecumenica del “cristianesimo libero” dell’ultimo eroe della resistenza al nuovo totalitarismo. Molte persone in Russia hanno cercato di onorare la sua memoria, visitando il cimitero di Borisovo dov’è sepolto, o deponendo fiori ai monumenti alle vittime delle repressioni politiche, come a Novosibirsk, a Tomsk e a Khabarovsk, cercando di eludere i cordoni dei poliziotti davanti a questi luoghi della memoria antisovietica. A Perm, la città vicina al lager dove Naval’nyj è morto, è stata impedita qualunque manifestazione pubblica.

Naval’nyj si è consegnato volontariamente al martirio rientrando in Russia tre anni fa dopo l’avvelenamento, da cui era miracolosamente sopravvissuto grazie alle cure ricevute in Germania. Egli era convinto di potersi sacrificare in nome di un cambiamento che credeva possibile prima che iniziasse la “operazione militare speciale” in Ucraina, e che egli chiamava la “meravigliosa Russia del futuro”, nonostante tutti i segnali che già nel 2021 smentivano le speranze degli oppositori al regime del “patriottismo ortodosso”. Il leader del movimento di protesta era per natura ottimista, e continuava a esprimersi con ironia positiva anche durante il suo calvario di 37 mesi nei vari lager in cui è stato sballottato, dalla regione di Vladimir vicino a Mosca fino al grande nord gelido e mortale, sorridendo e scherzando anche nell’ultima seduta del tribunale dello scorso 15 febbraio, a poche ore dalla sua definitiva resa per una misteriosa “trombosi da detenzione”.

Oggi è facile dire che Naval’nyj abbia sbagliato a tornare, soprattutto abbia sbagliato a credere tanto nel suo popolo, che lo ha lasciato in preda all’inferno senza di fatto alcuna reazione. I suoi seguaci rimasti in libertà denunciano dall’esilio i tradimenti dei politici degli anni Novanta, senza riuscire a immaginare alcuna “Russia del futuro”, e non riescono a creare un vero movimento di opposizione dall’estero, secondo tradizione russa, in quanto i russi non riescono a unirsi senza un vero capo. Aleksej aveva iniziato a fare politica nel 2000, quando si era iscritto al partito liberale Yabloko, cercando di muoversi verso una candidatura nelle competizioni elettorali a Mosca, per essere escluso in modo inatteso nel 2007 per “tendenze nazionaliste” dallo stesso segretario Grigorij Javlinskij, un sopravvissuto dei maledetti anni Novanta che ancora oggi predica nel nulla la sua idea di una Russia democratica.

Era il tempo della conversione della Russia all’ideale di una propria specificità nazionale, dopo il decennio di apertura all’Occidente e alla globalizzazione, e in un certo senso Putin e Naval’nyj hanno rappresentato due varianti di una stessa tendenza. Non a caso Putin ha perseguitato il capo degli oppositori in modalità apparentemente tolleranti, facendolo entrare e uscire dal carcere e permettendo le sue manifestazioni di piazza senza mai esprimersi in modo eccessivamente violento nei suoi confronti, e alla sua morte ha lasciato intendere che in fondo se l’era cercata, visto che era sopravvissuto all’avvelenamento in Siberia e poteva godersi la gloria dell’esilio occidentale. Lo stesso atteggiamento riservato all’altro grande oppositore Mikhail Khodorkovskij, graziato dopo dieci anni di lager, che ora lancia proclami di rivoluzione da Berlino, senza creare alcun problema alla casta del Cremlino.

Il “nazionalismo” di Naval’nyj, che lo aveva escluso dalle opposizioni “presentabili” e gli aveva attirato critiche in patria e all’estero (per esempio, in Ucraina è sempre risultato molto indigesto), era una ricerca molto contraddittoria di un’adeguata immagine della Russia, distinguendosi dagli stereotipi di Oriente e Occidente, e in questo senso davvero Putin e Naval’nyj sono espressioni di una stessa esigenza, ora risolta in forma militare e imperiale, ma che poteva essere diversa e più conciliante. Era e rimane un’aspirazione comune del popolo russo, convinto da sempre di dover esprimere una propria “idea”, una variante alternativa capace di influire e modificare il quadro geopolitico globale, sia esso il “multipolarismo” sbandierato nei conflitti mondiali insieme alla Cina, o piuttosto una diversa “fraternità di popoli” ispirata dalla grande Russia, com’era in effetti nella visione di Naval’nyj. Nei primi anni Duemila egli tentò di creare una nuova organizzazione dal titolo Narod, “il Popolo”, insieme allo scrittore oggi ultra-putiniano Zakhar Prilepin, scampato ad un attentato degli ucraini un anno fa, sedendosi alla guida mentre la bomba nella sua auto è esplosa dalla parte del passeggero, in quel caso il suo autista.

In quella fase si cercava di comporre i nazional-bolscevichi nostalgici del passato regime, il movimento contro l’immigrazione illegale e i rappresentanti del campo democratico-liberale, compresi i giovani di Yabloko delusi dalla guida troppo morbida di Javlinskij. Lo slogan del Narod era “Basta sfamare il Caucaso!” ed è stato presto dimenticato, in quanto il tentativo non ebbe successo. Da allora Aleksej si è dedicato soltanto alle proteste di piazza e alla denuncia della corruzione della casta, attirandosi il risentimento di tutte le altre opposizioni, ciò che rende particolarmente complicato anche oggi il rapporto tra i vari esponenti della diaspora russa in Occidente. In realtà nessuno ha mostrato tanto carisma e talento organizzativo come il martire del lager di Kharp, che ha impresso sul partito putiniano Russia Unita il marchio dei “ladri e farabutti”, da cui non riesce a liberarsi in alcun modo, neanche con operazioni di pulizia come quelle attualmente in atto al ministero della Difesa di Mosca. L’ultima grande iniziativa navalnista è stata quella del “voto utile” alle elezioni, che ha creato tanti problemi in varie amministrazioni, e ora viene liquidata da sistemi sempre più controllati e fasulli di meccanismi elettorali come quelli della “presidenza unanime” del quinto mandato di Putin, un mese esatto dopo la morte di Naval’nyj.

Il massimo risultato elettorale in realtà fu ottenuto nell’ormai lontano 2013 alle elezioni comunali di Mosca, dove anche i risultati ufficiali hanno riconosciuto a Naval’nyj oltre un quarto dei voti, certamente molti di più nella realtà; se fosse stato ammesso il ballottaggio col fido putiniano Sergej Sobjanin, la storia sarebbe potuta essere molto diversa. Da allora il Fondo per la lotta alla corruzione si è dedicato alle inchieste della “buona macchina della verità”, come egli stesso la chiamava, attirando milioni di utenti fino ad oggi, quando la sua discepola Maša Pevčik ha denunciato i Predateli, i “traditori” degli anni Novanta. Oltre cento sono state le pubblicazioni e i video, superando tecnologicamente qualunque espressione partitica in Russia, perfino quella della propaganda di Stato. Il suo fondo Fbk rimane un’eredità importante, in Russia e in tutto il mondo, al di là delle capacità dei seguaci o del prestigio della moglie Julia, e potrebbe avere ancora un ruolo da svolgere anche in una Russia ormai rinchiusa nel totalitarismo neo-sovietico.

Se è vero che con il funerale di Naval’nyj è stata sepolta l’illusione della meravigliosa Russia del futuro, è altrettanto vero che la Russia del presente è talmente sprofondata nell’anti-utopia della guerra contro il mondo intero, che la coscienza popolare potrebbe prima o poi risvegliarsi. Non certo per un improbabile rigurgito pacifista, visto che il conflitto escatologico è ormai scolpito nell’anima non solo dei capi, ma di tutto il popolo russo. Allo stesso tempo l’economia di guerra, sancita dalla nomina del banchiere ortodosso Andrej Belousov come ministro della difesa e imposta dalla ghigliottina della nuova riforma fiscale, non suscita nei russi alcun entusiasmo. Si dice che il libro più letto in Russia quest’anno sia il 1984 di George Orwell, scritto nel 1949 ancora sotto l’impressione catastrofica delle guerre mondiali, che dimostra oggi la sua straordinaria attualità. Il politologo russo moscovita Denis Grekov parla di “psico-economia” in cui “il tenore di vita diventa un elemento di manipolazione delle masse”, perché è più semplice controllare chi non riesce a soddisfare tutte le sue esigenze, come avveniva nel regime sovietico che di fatto si sta restaurando in modo sempre più plateale, con una ristretta casta oligarchica sempre più ricca, e una massa di persone ridotte a una vita piuttosto ansiosa e riduttiva, soprattutto in provincia.

La “schiavitù dei crediti e delle imposte”, come la definisce Grekov, rende sempre più difficile ai russi trovare una via d’uscita che non sia la sottomissione all’ordine costituito, o magari il reclutamento volontario alla guerra, unica possibilità per ottenere lauti compensi. Eppure non siamo più ai tempi di Brežnev e neppure nella giungla degli anni Novanta, e non bastano le motivazioni ideali o religiose per tacitare la voglia dei russi di godere di un vero benessere materiale e di viaggiare liberamente per il mondo intero, non solo sulle spiagge di Bali o di Colombo, magari mandando i figli a vedere le “meraviglie” della Corea del nord, come da recenti accordi per le vacanze dalla Siberia orientale. I russi sognano ancora la meraviglia di cui parlava Naval’nyj, che anche dalla tomba può ispirare improbabili e indefinibili cambiamenti, come si addice alla vera anima russa.

ILCUORE IMMACOLATO DELLA BEATA VERGINE MARIA

“Lucia ricorda che «davanti alla palma della mano destra della Vergine si trovava un cuore circondato di spine che vi sembravano conficcate. Comprendemmo che quello era il Cuore Immacolato di Maria, oltraggiato dai peccati dell’umanità, che chiedeva riparazione”.

 5 Aprile 2023 di Roberto de Mattei – Corrispondenza Romana

Tra i titoli che la tradizione della Chiesa attribuisce alla Beata Vergine Maria c’è quello di Addolorata. Tutta la vita di Maria fu un continuo dolore che ebbe il suo culmine nella Passione del suo Divin Figlio, che secondo san Tommaso d’Aquino fu “il massimo di tutti i dolori” (Summa Theologica, III, q. 46, a. 6). 

La devozione all’Addolorata nasce, prima ancora che dalla teologia, dal sensus fidei dei semplici fedeli nella contemplazione di Maria SS. sul Calvario, quando offrì liberamente il proprio Figlio e sé stessa in sacrificio al Padre. Due sono le feste liturgiche che richiamano questa devozione: la Festa dei Sette Dolori del venerdì di Passione e la festa della Beata Vergine Maria Addolorata del 15 settembre.

La Madonna Addolorata è presente, assieme a quella del Carmelo, nel Messaggio di Fatima. Il 13 settembre 1917 la Madonna disse ai tre pastorelli: “Continuate a recitare il rosario per ottenere la fine della guerra. In ottobre verranno anche Nostro Signore, la Madonna Addolorata e quella del Carmelo, san Giuseppe con Gesù Bambino, per benedire il mondo”. Il 13 ottobre 1917, alla Cova da Iria, mentre la moltitudine della folla, assisteva al miracolo del sole, si presentarono agli occhi dei veggenti tre quadri, il primo simboleggiante i misteri gaudiosi del rosario, poi quelli dolorosi e infine quelli gloriosi. Soltanto Lucia vide i tre quadri; Francesco e Giacinta videro soltanto il primo.

Apparvero prima accanto al sole, san Giuseppe con Gesù Bambino e la Madonna del Rosario. Era la Sacra Famiglia. Poi seguì la visione della Madonna Addolorata e di Nostro Signore afflitto dal dolore sulla via del Calvario. Nostro Signore fece un segno di croce per benedire il popolo. Finalmente apparve, in una visione gloriosa, la Madonna del Carmelo, incoronata regina del cielo e della terra, con in braccio Gesù Bambino.

La Madonna Addolorata è quella che soffre nell’ora della Passione, la Madonna del Carmelo è quella che trionfa nell’ora della Resurrezione. Nella drammatica situazione che oggi vive il mondo, la Madonna va venerata soprattutto come Addolorata, nell’attesa di venerarla quanto prima come Madonna del Carmelo, nell’ora del trionfo del suo Cuore Immacolato.

La causa principale dei dolori della Madonna è rappresentata dai peccati del mondo, che sottraggono gloria a Dio e portano tante anime all’infelicità eterna. Per questo la Madonna mostra ai fanciulli di Fatima l’orrore dell’inferno e affida loro un messaggio di salvezza per la Chiesa e l’umanità intera. E per questo Lucia ricorda che «davanti alla palma della mano destra della Vergine si trovava un cuore circondato di spine che vi sembravano conficcate. Comprendemmo che quello era il Cuore Immacolato di Maria, oltraggiato dai peccati dell’umanità, che chiedeva riparazione».

La Madonna, dopo Fatima, manifestò il suo dolore a Siracusa, dove lacrimò nel 1953. Il Papa allora regnante, Pio XII, così commentò il fatto: «Senza dubbio Maria è in cielo eternamente felice e non soffre né dolore né mestizia; ma Ella non vi rimane insensibile, che anzi nutre sempre amore e pietà per il misero genere umano cui fu data per Madre, allorché dolorosa e lacrimante sostava ai piedi della Croce, ove era affisso il Figliolo. Comprenderanno gli uomini l’arcano linguaggio di quelle lacrime? Oh, le lacrime di Maria! Erano sul Golgota lacrime di compatimento per il suo Gesù e di tristezza per i peccati del mondo. Piange Ella ancora per le rinnovate piaghe prodotte nel Corpo mistico di Gesù? O piange per tanti figli, nei quali l’errore e la colpa hanno spento la vita della grazia, e che gravemente offendono la maestà divina? O sono lacrime di attesa per il ritardato ritorno di altri suoi figli, un dì fedeli, ed ora trascinati da falsi miraggi fra le schiere dei nemici di Dio? » (Discorso del 17 ottobre 1954).

In che senso, potremmo chiederci, la Madonna, che è in Cielo, dove è eternamente felice, piange ancora? Per tentare di comprendere questo mistero, dobbiamo ricordare che Dio vede le cose che passano nel tempo alla luce dell’eternità. Per Lui non c’è passato, presente e futuro, c’è solo l’istante dell’eternità, che è un eterno presente. Noi non eravamo nati nel momento storico in cui si svolse la Passione. Noi non esistevamo, ma Dio ci conosceva in tutta la concretezza della nostra realtà, perché nella scienza di Dio non vi è domani, ma tutto – il passato, il presente e il futuro – è perfettamente presente. Questa conoscenza Dio l’aveva, partecipata anche alla Madonna. Nostro Signore sul Calvario soffriva non solo per i peccati del suo tempo, ma anche per i nostri peccati e quelli del nostro tempo e la Madonna che, pur essendo una semplice creatura, partecipava della luce divina, soffriva anch’ella per i nostri peccati di oggi. Era contemporanea ai nostri peccati e in questo senso possiamo dire che soffre ancora, anche se ora è immensamente felice. Ma quell’oggi e quello ieri, non esistono per chi, come Lei, vive nell’eternità, cioè in un momento presente, che è fuori del tempo.

Noi invece, semplici creature, non viviamo nell’eternità, ma siamo immersi nel fluire del tempo e della storia, e riconduciamo tutto a un passato che non c’è più e a un futuro che non c’è ancora. Però ogni istante che passa nel tempo, nel tempo muore, ma nel suo merito o nel suo demerito, si incide nel libro della vita eterna. Ed è in quell’istante situato nel tempo, che è quello in cui, hic et nunc, oggi e ora viviamo, che noi possiamo partecipare a nostra volta al gaudio e al dolore di Gesù e di Maria. La conoscenza della Passione supera lo spazio e il tempo, come la celebrazione della Messa, che è la ripresentazione reale, in maniera incruenta del Santo Sacrificio del Calvario.

Contemplando la Passione, che è avvenuta duemila anni fa, possiamo renderla presente a noi, e la rendiamo tanto più presente quanto più la facciamo nostra, compenetrandoci nei dolori di Gesù e di Maria, che non sono solo quelli sofferti sul Calvario, ma anche quelli del nostro tempo. O meglio sul Calvario Gesù e Maria soffrirono per l’apostasia del nostro tempo e pregarono perché a questa apostasia seguisse un immenso trionfo, che per loro è già presente, mentre per noi, che siamo immersi nel tempo appartiene al futuro. Il messaggio di Fatima ci svela questo futuro ed è per questo che fa parte così intimamente della nostra vita spirituale. Il Cuore Immacolato di Maria è un Cuore addolorato, un Cuore trafitto dalla spada del dolore, ma è un Cuore che trionferà.

Sacro Cuore di Gesù

Attraverso le straordinarie rivelazioni a santa Margherita Maria Alacoque, il Signore stabilì le devozioni dell’Ora Santa e della Comunione riparatrice nei primi venerdì del mese. Quest’ultima pratica è legata alla “Grande Promessa” sulla salvezza eterna.

Ermes Dovico la Nuova Bussola – 7 Giugno 2024

Il 27 dicembre del 1673, nel giorno della festa di san Giovanni Evangelista (l’apostolo che nell’Ultima Cena aveva reclinato il capo sul petto di Nostro Signore per sapere chi lo tradiva), santa Margherita Maria Alacoque (1647-1690) ebbe la prima grande rivelazione sui segreti del Sacro Cuore di Gesù, che la riempì della sua divina presenza mentre la monaca visitandina era raccolta in adorazione eucaristica. Dopo averla fatta riposare sul suo petto, Gesù le disse: “Il mio Cuore divino è tanto appassionato d’amore per gli uomini e per te in particolare, che non potendo più contenere in sé stesso le fiamme del suo ardente Amore sente il bisogno di diffonderle per mezzo tuo e di manifestarsi agli uomini per arricchirli dei preziosi tesori che ti scoprirò e che contengono le grazie in ordine alla santità e alla salvezza, necessarie per ritirarli dal precipizio della perdizione”.

Il Sacro Cuore le apparve come una fornace incandescente, in cui il cuore di Margherita venne immerso e fatto divampare da Gesù. Il Signore le lasciò un dolore nel costato come segno tangibile che tutto quanto aveva vissuto era reale. In una seconda grande rivelazione le si presentò risplendente di gloria “con le sue cinque piaghe sfolgoranti come cinque soli”, le rivelò fino a quale eccesso era arrivato il suo Amore per gli uomini e il suo dolore nel vedersi ricambiato con ingratitudini e indifferenze. In riparazione alle offese e ai peccati, Gesù domandò a Margherita di comunicarsi ogni volta che il sacerdote glielo avesse consentito e in particolare il primo venerdì di ogni mese; le chiese inoltre di pregare, prostrandosi con la faccia a terra, tutti i giovedì sera dalle undici a mezzanotte, dicendole che a quell’ora le avrebbe partecipato la tristezza mortale provata nel Getsemani.

Attraverso la mistica franceseil Signore stabilì dunque le devozioni dell’Ora Santa e della Comunione riparatrice nei primi venerdì del mese. Quest’ultima pratica è legata alla “Grande Promessa” sulla salvezza eterna: il fedele che per nove mesi consecutivi, ogni primo venerdì, si comunicherà in stato di grazia morirà certamente in grazia di Dio perché, come ha promesso Gesù, “il mio Cuore si renderà asilo sicuro in quel supremo momento”. In un’altra rivelazione Gesù disse a Margherita che tra i tanti sacrilegi e freddezze “ciò che più mi amareggia è che ci siano dei cuori a me consacrati che mi trattano così” e le comunicò il desiderio di una nuova festa: “Ti chiedo che il primo venerdì dopo l’ottava del Santo Sacramento [il Corpus Domini] sia dedicato a una festa particolare per onorare il mio Cuore, ricevendo in quel giorno la santa Comunione e facendo un’ammenda d’onore per riparare tutti gli oltraggi ricevuti durante il periodo in cui è stato esposto sugli altari. Io ti prometto che il mio Cuore si dilaterà per effondere con abbondanza le ricchezze del suo divino Amore su coloro che gli renderanno questo onore e procureranno che gli sia reso da altri”.

Margherita, che da molti non era creduta, riuscì poi a diffondere la devozione al Sacro Cuore grazie all’aiuto del gesuita san Claudio de la Colombière, che divenne la sua guida spirituale. Gesù affidò a santa Margherita anche la missione di chiedere a Luigi XIV di consacrare la Francia al suo Sacro Cuore e di rappresentarlo sugli stendardi del regno: ma il re non assecondò la richiesta, ricevuta nel 1689, esattamente cento anni prima dell’inizio della Rivoluzione francese. Il culto del Sacro Cuore – che rivela il vero volto dell’Amore, pronto al sacrificio e alla morte in croce – incontrò inoltre la forte avversione degli eretici giansenisti, ma nonostante ciò si diffuse da un luogo all’altro della cristianità. Nel 1794, con la bolla Auctorem Fidei, Pio VI confutò una volta per tutte gli oppositori del Sacro Cuore, ribadendo che ad esso si deve il culto di latria (cioè di adorazione, dovuta solo a Dio) perché nell’adorare il Cuore di Gesù, segno della sua sacra umanità, i fedeli adorano “il Verbo Incarnato con la propria Carne di Lui”, nella sua unione perfetta di vero Dio e vero uomo.

Fu infine il beato Pio IX, nel 1856, a estendere la solennità liturgica a tutta la Chiesa. Negli anni seguenti si diffusero gli atti di consacrazione al Sacro Cuore di Gesù per le famiglie e le nazioni. Il primo Paese a essere consacrato fu nel 1874 l’Ecuador, grazie al suo presidente Gabriel Garcia Moreno, poi ucciso dalla massoneria. Gli atti di consacrazione ci ricordano la necessità di riconoscere Cristo sia nei nostri cuori sia nella vita pubblica nostra e degli Stati.

Va fatto almeno un cenno ai principali precursori del culto al Sacro Cuore, come le tre sante e mistiche tedesche che vissero nel XIII secolo nel monastero di Helfta – cioè Matilde di Magdeburgo, Matilde di Hackeborn e Gertrude la Grande – e come san Giovanni Eudes (1601-1680), che potrebbe essere proclamato Dottore della Chiesa per i suoi insegnamenti sull’unità mistica tra il Sacro Cuore di Gesù e il Cuore Immacolato di Maria: “Non devi mai separare ciò che Dio ha così perfettamente unito. Gesù e Maria sono così intimamente legati l’uno con l’altro che chi vede Gesù guarda Maria; chi ama Gesù, ama Maria; chi ha la devozione per Gesù, ha la devozione per Maria”.

I russi, le vittime di sé stessi

di Stefano Caprio- Asia News – 2 Giugno 2024

Una serie di video-documentari diffusi a partire da Maša Pevčik, una delle più note collaboratrici di Naval’nyj, scaricano tutte le colpe e le responsabilità di quanto oggi accade sui banditi e i corrotti che hanno impedito negli anni Novanta lo sviluppo di una società libera e democratica. Parlano di quegli anni sia i propagandisti putiniani sia i pubblicisti di opposizione, i più anziani e i più giovani, tutti avviluppati nei sensi di colpa e nei risentimenti. 

In questa delicata fase della guerra mondiale – dall’Ucraina alla Palestina agli scenari legati alle prossime elezioni in Europa, in Inghilterra, in America, in Georgia e nel mondo intero – i russi si sentono sempre più delle vittime e dei “perdenti”, e risuona sempre più nelle discussioni pubbliche, sui social e nelle interviste semiclandestine e dall’estero, una parola che definiva la condizione della popolazione russa negli anni Novanta: i poterpevšie, “quelli che hanno perso”. Allora si riferiva alla frustrazione degli sconfitti della guerra fredda, che aveva condotto alla fine dell’Urss e alla profonda crisi economica degli anni gorbacioviani. Come ricorda l’editorialista di Radio Svoboda Sergej Medvedev, “sentii questa parola la prima volta dal salumiere, quando un pensionato si lamentava della scarsa razione di salame che gli era stata consegnata, e la commessa gli disse rassegnata: ‘smettila di lamentarti come un poterpevšij’, concedendogli benevola una fettina in più, quando il salame scarseggiava perfino a Mosca, e in provincia era ormai soltanto un mito”.

I russi si sentono sconfitti non per la durezza del regime putiniano e le repressioni politiche, non per il corso stagnante della guerra in Ucraina e il sacrificio dei giovani al fronte, e neanche per la riforma fiscale che succhierà valanghe di soldi per mantenere l’industria bellica. Il lamento è ancora per quella umiliazione di oltre trent’anni fa, per le sofferenze “dei Novanta”, il peccato originale che non lascia in pace le coscienze nonostante tutti i successivi sconvolgimenti mondiali. Tutte le colpe risalgono a quell’infelice passaggio storico, e la stura alla nuova ondata di vittimismo è stata data da una serie di video-documentari diffusi a partire da metà aprile da Maša Pevčik, una delle più note collaboratrici del martire Aleksej Naval’nyj, dal titolo Predateli, “Traditori”. Girati con il tipico stile scandalistico del movimento navalnista del “Fondo per la lotta alla corruzione”, i racconti scaricano tutte le colpe e le responsabilità di quanto oggi accade sui banditi e i corrotti che hanno impedito lo sviluppo di una società libera e democratica, finendo per consegnare la Russia allo zar degli oligarchi, il padrino mafioso Vladimir Putin.

Nei giorni scorsi il dibattito è stato rilanciato in modo clamoroso da un’intervista realizzata da uno dei più seguiti video-blogger, Jurij Dud, a uno dei grandi protagonisti del periodo eltsiniano, il petroliere Mikhail Khodorkovskij, divenuto poi oppositore di Putin e sua vittima nel lager per un decennio, per poi essere amnistiato a fine 2013 ed esiliato all’estero, dove rappresenta una delle voci più seguite dell’opposizione liberale. Anch’egli ha ripreso i toni accusatori della Pevčik, soprattutto nei confronti di politici che hanno organizzato la transizione da Eltsin a Putin come Anatolij Čubajs, il “grande burattinaio” che dall’inizio dell’invasione dell’Ucraina ha abbandonato la Russia e ora vive in Israele, dopo essere scampato per miracolo al classico avvelenamento dei servizi segreti. Si è quindi diffuso il detto che i russi “non soffrono per Kharkov, ma per Čubajs”, in un mese di terribili bombardamenti in Ucraina tra Černigov, Odessa e Kharkov con morti e stermini, mentre in Russia si discute delle scelte degli oligarchi di trent’anni fa.

A Kharkov i medici legali prendono dai bambini i campioni di Dna per cercare di riconoscere i corpi dei loro genitori dilaniati dalle bombe russe, mentre i russi si scannano a parole per decidere la verità delle aste finanziarie del 1994, della privatizzazione di Svjazinvest nel 1997 che diede inizio al crollo delle piramidi finanziarie e dei ruoli della “famiglia di Eltsin” che a fine secolo se la spassava nella reggia dell’Osennyj Bulvar a Mosca, per poi lasciare il potere in mano a Putin in cambio dell’immunità totale, di cui tuttora godono le figlie e gli eredi nell’esilio dorato londinese. Il serial della Pevčik in realtà è la realizzazione del “testamento politico” dello stesso Naval’nyj, che egli espresse nel testo diffuso dal lager “Il mio timore e il mio odio” dell’agosto 2023, quando egli per primo si scagliò contro i politici del decennio post-sovietico. Al di là delle ragioni e dei torti, stupisce l’enorme interesse con cui tutti i russi, risvegliandosi dallo stato di totale atarassia e indifferenza rispetto agli eventi in patria e all’estero, si sono messi a “sezionare le ossa” di quegli anni ormai lontani.

Parlano dei Novanta sia i propagandisti putiniani sia i pubblicisti di opposizione, i boomer e gli zoomer, i più anziani e i più giovani, tutti avviluppati nei sensi di colpa e nei risentimenti che fanno sentire vittime di ogni male dei tempi vicini e lontani, dell’Occidente e dell’Oriente, della guerra fredda e di quelle precedenti, dall’invasione napoleonica al giogo tartaro medievale. Medvedev chiama questo atteggiamento “la morale degli schiavi”, l’odio vendicativo della persona “umiliata e offesa”, per richiamarsi ai termini dostoevskiani, di colui che si sente impotente di fronte alla rovina del destino personale e comunitario, e cerca di scaricare ogni colpa sul male proveniente da ogni parte. L’uomo del “sottosuolo” di Dostoevskij, che viveva in uno scantinato di San Pietroburgo dopo una serie di umiliazioni ricevute da parte delle autorità e della società locale, sognava di distruggere il “Palazzo di Cristallo” della lontana Londra, la sede del Maligno su cui riversava le sue pretese di vendetta.

È la domanda maledetta espressa dal padre dei rivoluzionari russi dell’Ottocento, Aleksandr Herzen: kto vinovat?, “di chi è la colpa?”, che si rivolgeva in sequenza ai tatari, ai boiari latifondisti, ai nemtsy (tedeschi o stranieri in generale), agli ebrei, agli anglosaksy, agli zar e ai sovietici, e ora ai “selvaggi anni Novanta” degli oligarchi. I protagonisti di allora sono morti da tempo come Eltsin e Gajdar, o sono dispersi in esilio come Khodorkovskij e Čubajs, eppure la rabbia nei loro confronti non solo non si spegne, ma si alimenta sempre di più, non potendo evidentemente prendersela con la casta attualmente al potere per evitare spiacevoli conseguenze. È una specie di “odio terapeutico”, senza senso ormai e senza conseguenze, ma permette di canalizzare la frustrazione e di riconciliarsi con un presente altrimenti insopportabile, attribuendo un’identità a chi si sente escluso dalla realtà mondiale.

La “retropolitica” del resto è una caratteristica russa tradizionale, che idealizza i brevi periodi di apertura discutendone negli infiniti tempi di “stagnazione”, come avveniva al tempo di Brežnev dopo i pochi anni del “disgelo chrusceviano”, nelle cantine dove si radunavano i dissidenti del samizdat o nei circoli degli intellettuali in esilio che litigavano in continuazione, o si rinchiudevano nell’eremo della loro sdegnata solitudine, come Solženitsyn nel gelo canadese del Vermont. È un ciclo che si ripete da secoli: prima della rivoluzione bolscevica ci fu il “Secolo d’Argento”, un’esplosione di creatività tra il 1905 e il 1917, dopo la vittoria su Napoleone ci fu il “Magnifico Decennio” tra gli anni Trenta e Quaranta dell’Ottocento, con il grande dibattito tra slavofili e occidentalisti, e così risalendo fino allo scisma seicentesco tra i riformatori e i “Vecchio-credenti”, o alla disputa tra i monaci pauperisti e quelli “statalisti” di fine Quattrocento, per ribadire una corrispondenza dell’anima russa con i tempi atmosferici, che prevedono brevi primavere e inverni senza fine.

In queste fugaci aperture e finestre sul mondo esterno, la Russia riesce ad inghiottire le culture, le religioni, le scoperte scientifiche e le trasformazioni sociali dei popoli europei, asiatici e degli altri continenti per poi rigettarle all’improvviso, trattenendo solo una propria versione deformata e isterica, come si può vedere in modo clamoroso con la “rinascita religiosa”, la riscoperta della fede che animava le persone degli anni Novanta in una sincera ricerca di spiritualità e significato, per poi sprofondare nell’Ortodossia patriottica e militante che benedice la guerra e le stragi, con una criminale superbia che fa impallidire anche la predicazione delle Crociate medievali. Questa deriva si applica anche alla politica e all’economia, alla morale e alla cultura, alla scuola e ad ogni istituzione della società russa attuale. In questi giorni è stata perfino pubblicata una nuova rivista dal titolo Politruk, il “dirigente politico” (Političeskij Rukovoditel) di sovietica memoria, un manuale di istruzione militare in cui accanto ad ogni ufficiale e ogni soldato ci deve essere un istruttore e “suggeritore politico”, che “con la sua parola ispirata e l’esempio di dedizione senza riserve al servizio della Patria possa cementare lo spirito dei collettivi militari”, come recita l’introduzione del vice-ministro della difesa, il generale Viktor Goremykin.

Del resto il Politruk era stato reintrodotto già a febbraio dallo stesso Putin in tutti gli organi statali con un decreto “riservato”, per cui ad ogni carica deve corrispondere un “vice-direttore per le funzioni politiche e sociali”, come avveniva appunto ai tempi di Stalin. Lo scopo è sempre quello di “rafforzare il patriottismo e garantire un’adeguata e approfondita comprensione della politica statale”, spegnendo ogni velleità di ritrovare sé stessi, di ritrovare la Russia dispersa negli anni Novanta, e nella nebbia delle storie passate.

A Mosca la retorica atomica sale di livello: «Serve forza»

di Marco Imarisio – Corriere della sera – 31 Maggio 2024

I falchi: «Da Putin l’ultimatum all’Occidente». Ma nel 2014 le linee guida del governo invitavano i media a non disegnare scenari apocalittici. La Terza Guerra Mondiale è già arrivata. Sulle prime pagine dei giornali e nei titoli dei notiziari televisivi russi, per il momento. Anche solo così è una notizia. Perché l’uso di quelle parole, e la loro evocazione, era stato caldamente sconsigliato dal Cremlino fin dai tempi della prima invasione dell’Ucraina e dell’annessione della Crimea.  

Nel 2014, mentre cresceva l’attrito con l’Occidente, le linee guida preparate dal governo invitavano i media a non disegnare scenari apocalittici, secondo quanto rivelò Novaya Gazeta, che da tempo non è più consultabile né disponibile in madre patria.

Invece ieri mattina i lettori del Moskovsky Komsomolets si sono svegliati, e sotto il titolo «Il quieto ultimatum di Putin all’Occidente» hanno scoperto che ci siamo ormai vicini. «Il mondo forse non se n’è accorto» scrive Mikhail Rostovskij, editorialista caro al presidente russo. «Ma la discussione su una Terza guerra potenzialmente possibile in un prossimo futuro, è passata agli aspetti pratici. La recente replica di Putin alla domanda sulla volontà della Nato di permettere a Kiev l’uso di armi occidentali all’interno del territorio russo, non è stata sensazionalistica, ma legata a formulazioni solo in apparenza troppo tecniche. Dietro alla rassegna dei dettagli, si cela invece un ultimatum assolutamente inequivocabile». 

Noi siamo pronti, è questa la chiave di lettura che il Cremlino veicola all’interno di una Russia che si sente sempre più in missione, sola contro tutti. «Durante la crisi di Cuba», continua Rostovskij, «c’erano solo due giocatori chiave: l’Urss di Krusciov e gli Usa di Kennedy. Gli altri svolgevano il ruolo di spettatori. Ora dalla parte dell’Occidente c’è invece una vera e propria folla. Washington è ancora il capo, non ci sono dubbi, ma ci sono altri «capi» che si fanno avanti. 

A quale livello di provocazione reagiremo nella maniera alla quale Putin ha alluso? E dove sta andando il mondo, considerato ad esempio, il cambio della retorica di Trump, che non è più «amico della Russia» e avrebbe «bombardato Mosca in caso dell’ingresso delle truppe russe in Ucraina? Non siamo arrivati al punto di non ritorno e, spero che non ci arriveremo. Ma spero anche che in Occidente diano bene ascolto a Vladimir Vladimirovich, e non pensino che egli stia bluffando».  Mosca guarda con una certa preoccupazione a quel che i «nemici» stanno per decidere, perché da una settimana ovunque non si parla d’altro. Al tempo stesso ci tiene a mostrare il petto in fuori, alimentando timori sulla possibile escalation occidentale, ma facendo anche sapere ai propri

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