di Aldo Cazzullo-Corriere della Sera – 6 Novembre 2024
Trump, quasi afono, arriva sul palco di West Palm Beach sulle note dei Village People. Ha lasciato Musk a Mar Lago, ha portato tutta la famiglia sul palco: «Siamo un grande popolo, è il momento più importante della storia americana»
WEST PALM BEACH (FLORIDA) – Donald Trump torna, ricco e spietato. Lo dice proprio: «Ho saputo aspettare quattro anni». Il ciuffo spettinato lo fa sembrare ancora di più un uccello da preda. Con un ampio gesto da presentatore offre alla platea la famiglia: i figli Donald junior, Eric, Ivanka, Tiffany, con i rispettivi partner; ma l’unico che nomina è il più giovane, Barron, il figlio di Melania. Non è più il bambino che avevamo visto otto anni fa, dopo la vittoria su Hillary Clinton; ma ha lo stesso sguardo spaurito di allora.
Sono le due e mezza del mattino in America, le otto e mezza in Italia. Siamo nel Convention Center dell’hotel Hilton di West Palm Beach, al riparo dall’uragano Rafael che spazza la Florida. Trump è appena arrivato, ormai quasi afono. Sale sul palco ornato da cinquanta bandiere americane e altrettante aquile. Nel villone di Mar-a-Lago, qui vicino, ha lasciato il suo nuovo amico del cuore: Elon Musk. Lui non c’è, ma Donald ne parla a lungo. Rievoca la telefonata con cui gli ha chiesto aiuto, per collegare con i satelliti di Starlink il North Carolina isolato dagli uragani. Conclude: «Elon è un genio».
E quei due in coppia sono capaci di tutto. Musk ha già twittato, quando ancora i sette Stati decisivi sembravano in bilico: «Game set match», gioco partita incontro.
Per Kamala Harris, è finita. Anzi, non era neppure cominciata. I sette Stati in bilico, Trump li ha vinti tutti. Come il voto popolare. Come il Senato. Come la Camera. Una vittoria netta, più di quella contro Hillary. Ancora una volta i sondaggi hanno sottostimato Trump, ancora una volta non hanno colto il movimento degli ultimi giorni.
Quando lo vede arrivare, annunciato dalle note di Ymca dei Village People, la folla impazzisce. Le ragazze, tutte vestite di rosso, si fanno largo a spinte per arrivare sotto il palco, gli gridano «I love you!», lo filmano, lo fotografano. Lui sorride alla moglie Melania, le annuncia che è di nuovo first lady, come a dire: visto che ti ha riconquistato la Casa Bianca? Poi le dà un bacio sulla guancia. Si congratula perché il suo libro è primo in classifica (in realtà è secondo, ma vendere il brand Trump è da sempre l’affare di famiglia).
Poi evoca la suocera, Amalija, mancata a gennaio: «Una splendida donna, bella fuori e bella dentro». Stranamente, neppure una parola per la figlia prediletta, Ivanka, e per suo marito Jared Kushner, consigliere storico. In compenso cede il microfono al vicepresidente J.D. Vance e ad altri due amici, lo stratega e il golfista, che si alternano in una gara di servilismo, come il geometra Calboni di Fantozzi: «È un bel presidente!». Nell’angolo in fondo a sinistra, a capo chino, Robert Kennedy junior: «I Kennedy erano democratici da venticinque mila anni», maramaldeggia Trump; ora il figlio di Bob è qui con lui.
The Donald torna, e sarà più duro ancora dell’altra volta. Nel 2016 alla Casa Bianca puntò sui generali, su uomini del sistema che seppero dirgli no, come fece pure il vicepresidente Pence. Stavolta vorrà al suo fianco solo fedelissimi.
Quattro anni di Trump. Addio agli accordi internazionali per lottare contro il cambio climatico. Si aprono le incognite dell’Ucrainae del Medio Oriente. Ma che problema c’è? «Tornerà l’età dell’oro dell’America» assicura. La folla scandisce: «Iu-Es-Ei!». E lui: «Siamo un grande popolo, un popolo lavoratore. Africani-americani, latino-americani, asiatici-americani, musulmani americani: tutti grandi». A Kamala non usa il riguardo che aveva avuto per Hillary, non la nomina mai; promette però di «superare gli ultimi anni di divisioni».
Talora gigioneggia, accenna un passo di danza. Poi si fa serio: «Molti mi hanno detto che Dio ha risparmiato la mia vita perché potessi salvare il nostro Paese». E se Dio non si distrae, sarà Trump a officiare riti sportivi di enorme impatto, come i Mondiali di calcio del 2026 e l’Olimpiade di Los Angeles 2028. Trump che in campagna elettorale ha citato tra i leader stranieri solo Putin e Orban, e ora attende al varco Scholz e Macron, Sanchez e Von der Layen, progressisti e centristi europei, pure loro tra gli sconfitti di questa serata storica. «È il più importante momento della storia americana», esagera lui. «Ed è un momento che non dimenticherò mai», aggiunge; e questa volta ha ragione.
C’è nostalgia della semplificazione sovietica del mondo, che era ben gradita anche nel campo avversario. E “fare di nuovo grande l’America” risuona come un richiamo al mondo infantile del Massachusetts tanto quanto a quello del Caucaso o della Siberia.
Dopo le elezioni in Georgia, Moldavia e Uzbekistan dei giorni scorsi, si attende l’esito del gran finale americano del processo elettorale, che quest’anno ha toccato quasi tutte le regioni e le grandi nazioni, in un contesto di tensioni belliche che rendono le scelte dei cittadini dei contributi in un senso o nell’altro alla grande “guerra mondiale elettorale”, affiancandosi in modalità ibrida ai soldati sul campo o alle vittime sotto le macerie, insieme ai droni e ai missili che dal cielo piombano sulle città e devastano anche le case, le scuole e gli ospedali.
La scelta del presidente degli Stati Uniti è particolarmente significativa per le possibili prospettive di guerra o di pace in Europa orientale, in Caucaso, in Asia centrale, in Medio Oriente e in tante altre regioni del mondo. Rimane da comprendere come reagiranno i Paesi interessati, soprattutto quelli del mondo russo drammaticamente spaccato tra Oriente e Occidente. Nei giorni scorsi si è tenuto il dibattito tra i due candidati al ballottaggio per la presidenza della Moldavia, che hanno risposto a dieci domande concordate senza un moderatore, non trovandone uno che si potesse ritenere accettabile e neutrale per tutti e due i contendenti, la presidente uscente Maia Sandu e il filorusso Aleksandr Stoianoglo, quest’ultimo proveniente dalla Gagauzia che vorrebbe riunirsi a Mosca prima ancora che a Chişinău, o tantomeno a Bucarest e a Bruxelles.
L’esito del confronto sembra aver assegnato una minima preferenza alla Sandu, che ha cercato di illustrare i risultati degli sforzi fatti nel quinquennio passato per migliorare la vita dei cittadini moldavi. Stoianoglo ha comunque replicato in modo piuttosto generico che la Moldavia ha bisogno di ben altro, ed entrambi hanno evitato di indicare esplicitamente i loro riferimenti internazionali, per mostrarsi preoccupati soltanto del bene dei propri cittadini. Un elemento rivelatore ha però chiaramente indicato la sostanziale differenza tra i due: la lingua romena con cui hanno discusso, quella ufficiale del Paese, che Sandu padroneggia alla perfezione, mentre Stoianoglo si esprime con una chiara pronuncia russa di sottofondo.
Questo particolare ha immediatamente suscitato una reazione in tutti i cittadini moldavi che assistevano al dibattito, ricordando i tempi passati. Stoianoglo, politico 57enne, magistrato ed ex-procuratore generale della Moldavia dal 2019 al 2021, in realtà è un personaggio che riemerge dal secolo scorso, un tipico sovok, come si definisce il cosiddetto homo sovieticus, secondo l’abbreviazione del termine russo sovetskij. E questa è la realtà che oggi si sta configurando, effetto delle guerre e delle elezioni: il ritorno ai tempi sovietici e alla guerra fredda universale, al di là delle vittorie o delle sconfitte sul campo o nelle urne.
Secondo una definizione della rivista londinese New Statesman del 1993, il sovok è “un uomo che ama la betulle, e ritiene che esse crescano soltanto in Russia, ama proibire qualunque cosa, dire di no a tutto e lavorare in uffici dalle porte rivestite in similpelle”. Sembra proprio una descrizione di quello che sta avvenendo tra Mosca, Tbilisi, Chişinău e Taškent, al di là delle singole personalità dei protagonisti delle contese politiche. Si pensava che dopo trent’anni dalla fine dell’Unione Sovietica non esistessero più questi atteggiamenti di chiusura e straniamento dal resto del mondo, e invece siamo ancora legati a quei tempi, in cui non esistevano gli smartphone e neanche i computer, per non parlare dei collegamenti internet, e il mondo era fissato nei “valori tradizionali” delle popolazioni schierate l’una contro l’altra. Da Putin a Stoianoglo, passando per il georgiano Ivanišvili, l’uzbeko Mirziyoyev e tanti altri, oggi predominano coloro che preferiscono concepire il mondo come un confronto tra “noi e loro”, e questo vale in gran parte anche per i civilissimi Paesi occidentali dall’Europa all’America.
In Russia il sovok indica in realtà la paletta per raccogliere la sabbia o la spazzatura, ed è quindi un termine dispregiativo in uso fin dagli anni Cinquanta del secolo scorso dopo la morte di Stalin, quando si contrapponevano i sovki (plurale di sovok) agli stiljagi, quelli che assumevano lo “stile” occidentale, vestivano i jeans e amavano la musica rock e il jazz, a differenza dei sovietici inquadrati nei tetri modi di vivere imposti dal totalitarismo staliniano. Non a caso alcuni politici russi affermano oggi che il crollo dell’Unione Sovietica è iniziato con la moda dei jeans, che “stringono le gambe e rendono gli uomini poco attraenti per le donne”, come afferma il presidente della Duma Vjačeslav Volodin. Da qui proviene presso i sociologi la definizione di homo sovieticus, che corrisponde in negativo al boomer occidentale.
Il tipo antropologico sovietico era in effetti un progetto esplicito fin dai tempi della rivoluzione bolscevica, quando il commissario del popolo per la “illuminazione” (prosveščenie, in realtà ministro della cultura) Anatolij Lunačarskij proponeva di “plasmare” i bambini piccoli, “piegare” gli adolescenti e “fare a pezzi” i giovani per ottenere nuove generazioni affidabili, come oggi sembra essere una delle principali preoccupazioni della politica educativa russa, che riveste i bambini dell’asilo con le uniformi militari, complete di finte granate alla cintura. L’ideologo sovietico Nikolaj Bukharin proponeva di “trasformare le persone in macchine viventi”, e l’idea della “ingegneria sociale” veniva propagandata attraverso la letteratura, il cinema e le manifestazioni di massa, come quelle dei prossimi giorni in Russia per la grande festività del 4 novembre, Giorno dell’Unità Popolare che ricorda la vittoria sui polacchi e sull’Occidente all’inizio del Seicento, rimembrando anche la festa della rivoluzione d’ottobre del 7 novembre, inizio del periodo invernale.
L’uomo nuovo sovietico è apparso veramente nel Novecento, e pare che non sia mai scomparso, non soltanto nelle personalità degli ultrasettantenni come il presidente Putin e il patriarca Kirill, ma anche nelle generazioni successive e nei Paesi limitrofi, nonostante i cambiamenti radicali della società negli ultimi decenni a tutte le latitudini. C’è nostalgia della semplificazione sovietica del mondo, che era ben gradita anche nel campo avversario, e “fare di nuovo grande l’America” risuona come un richiamo al mondo infantile del Massachusetts tanto quanto a quello del Caucaso o della Siberia. L’uomo novecentesco, riproposto all’infinito negli algoritmi digitali, non è un intrepido lottatore per la felicità di tutto il genere umano come viene descritto, ma un opportunista ipocrita e menzognero, che non è capace di vivere autonomamente e si trincera dietro stantii proclami ideologici e pseudo-religiosi, che ha paura delle responsabilità e della contaminazione con i diversi; questo è il sovok.
In Russia questo regresso ai tempi staliniani è accentuato dalla crisi dei servizi sociali e della distribuzione dei beni di prima necessità, sempre più deficitari e sempre più cari, fino alla quasi totale scomparsa del burro dai negozi e dai supermercati, dove viene tenuto sotto chiave per evitare i furti. Nella Russia sovietica il burro e l’olio d’oliva erano sostituiti dagli scadenti e maleodoranti oli d’arachidi o di semi, che davano alla cucina un carattere inconfondibile e assimilabile solo con abbondanti flussi di vodka, anch’essa di scarsa qualità. La rozzezza delle forme di comunicazione di allora è riprodotta oggi in modo piuttosto palese dallo stile del presidente Vladimir Putin, il classico gopnik (“ragazzo di strada”) sovietico che risolve i problemi mondiali coprendo di insulti tutti gli avversari, e usando le mani invece di aprire qualunque tipo di dialogo, che del resto è la tipica forma di comunicazione dei moderni social network.
Uno dei sociologi più importanti dell’Urss e della Russia post-sovietica, Jurij Levada, sosteneva la permanenza dell’antropologia sociale di tipo sovietico anche dopo la fine del regime totalitario e nel 2004, poco prima di morire, ha fondato il Levada-Centr, il più importante centro analitico e di sondaggio della popolazione in Russia. Nel 2016 i suoi membri avevano pubblicato una ricerca secondo cui i giovani che avevano vissuto negli ultimi periodi del regime sovietico, i cinquantenni di oggi, non si distinguono molto dalle generazioni precedenti dei genitori e dei nonni. L’Unione Sovietica è scomparsa, ma è rimasto l’uomo sovietico, che oggi si prende le sue rivincite in Oriente e in Occidente, nella guerra universale degli imperi vecchi e nuovi, guardando al passato più che al futuro
Francesco celebra la liturgia del 2 novembre per la commemorazione dei defunti nel Cimitero Laurentino. Prima della celebrazione la sosta al “Giardino degli Angeli”, area dedicata alla sepoltura di bimbi che non hanno visto la luce, dove prega dinanzi alle lapidi circondate da giochi e statuine e saluta un papà che ha perso la figlia. Nella Messa nessuna omelia, ma un momento di meditazione. Il saluto alle “Scintille di speranza”, gruppo di mamme accomunate dal dolore per la perdita di un figlio
Salvatore Cernuzio – Roma
Una mamma ricalca con il pennarello la scritta sulla lapide della figlia, morta a neppure un anno. Un’altra cambia l’acqua ai fiori posizionati tra peluche e sassolini disegnati. Un papà, Stefano, pulisce invece la stele con il nome di Sara la sua bambina, la cui gravidanza si è interrotta a undici settimane nel luglio 2021. Scene innaturali – perché tali sono quelle di un genitore che piange la morte del figlio, specie se così piccolo – accolgono l’arrivo del Papa al Cimitero Laurentino, in zona Castel di Decima, dove Francesco, per la seconda volta dopo il 2018, ha scelto quest’anno di celebrare la Messa del 2 novembre per la commemorazione dei defunti.
Sosta nel Giardino degli Angeli
Prima tappa, come già sei anni fa, è stata il “Giardino degli Angeli”, l’area di circa 600 mq dedicata alla sepoltura di quei bimbi mai venuti alla luce, per una interruzione di gravidanza o altri problemi durante la gestazione. Thomas, Mattia, Maria, Giuseppe, Andrea, Ariana: i loro nomi sono scolpiti nella pietra o su una colonnina di legno, incisi o scritti a mano in oro. Molti prima del loro nome hanno la parola “feto”; quasi tutta la prima fila è occupata da bambini del 2024. Intorno ci sono peluche di personaggi della Disney o di altri cartoni animati, palloncini, girandole, plaid e altri oggetti tutti consumati dal fango e dalla pioggia. Restituiscono il sorriso in un luogo di sole lacrime. Il Papa arriva intorno alle 9.45 in auto, percorrendo il lungo corridoio dove, da un lato, ci sono le mura di lapidi del cimitero comunale, il terzo più grande di Roma, dall’altro, il piazzale con un centinaio di persone radunate dalle prime ore del mattino sotto il piccolo palco bianco allestito per la Messa.
Davanti alle lapidi dei bambini
Al suo arrivo al “Giardino degli Angeli”, il Pontefice – in sedia a rotelle – percorre tutta la lingua di terra guardando una ad una le tombe. Si ferma al centro e rimane alcuni minuti da solo in preghiera e in silenzio. D’altronde quali parole esprimere? Lo ha detto lui stesso nel recente videomessaggio per le intenzioni di preghiera del mese di novembre, dedicato alle mamme e papà che attraversano la lancinante sofferenza della perdita di un figlio e una figlia. “Le parole di conforto, a volte, sono banali o sentimentali e non servono. Anche se vengono dette naturalmente con le migliori intenzioni, possono finire per amplificare la ferita”, diceva il Papa nel filmato.
L’incontro con Stefano
Il momento di raccoglimento viene interrotto dal breve scambio con Stefano che ha atteso tutto il tempo il Papa al lato del giardino. Si inginocchia al suo arrivo e gli stringe la mano, gli racconta brevemente la sua storia e gli indica la tomba della figlia. Francesco annuisce con la testa e gli stringe il braccio, poi prende la lettera che l’uomo gli porge. Subito dopo il Papa si sposta nell’aera antistante, anche quella dedicata alla sepoltura di bambini scomparsi troppo presto. Alcuni parenti sono dietro le transenne, salutano con discrezione, tengono in mano vasetti e mazzi di fiori. Un grande mazzo di rose bianche il Papa lo depone sotto la lapide che reca la scritta “Giardino degli Angeli”, circondata da altri peluche, statuette in gesso di angeli, appunto, un volto di Cristo, un cuscino di Cenerentola.
Un momento di meditazione durante la Messa
Il via vai di familiari che vanno a trovare e salutare i loro cari defunti prosegue ancora per un po’. Tutto si ferma con l’inizio della celebrazione. Al momento dell’omelia il Papa rimane in silenzio, a capo chino, in meditazione e preghiera. Recita le preghiere della liturgia di oggi: “Signore, solo un soffio è la nostra esistenza terrena, insegnaci a contare i nostri giorni, donaci la sapienza del cuore che riconosce nel momento della morte non la fine ma il passaggio della vita”. Poi benedice tutti i presenti ed eleva la preghiera di “suffragio e benedizione per coloro che hanno lasciato questo mondo” e chiede a Dio “il conforto per chi vive la sofferenza del distacco”. La recita dell’Eterno Riposo e un applauso della folla concludono la celebrazione.
Il saluto alle “Scintille di Speranza”
Sul piazzale intanto si stringono tra di loro, commosse, le “Scintille di Speranza”, gruppo di mamme accomunate tutte dalla perdita di un figlio o una figlia molto giovani per motivi diversi. Si sono riunite dopo il Giubileo della Misericordia grazie al rettore del Gesù risorto, la parrocchia del cimitero, don Giuseppe Iuculano, il quale – raccontano – “ci ha dato una speranza di resurrezione e accoglienza, l’unica cosa che serve, insieme alla condivisione del dolore quotidiano. Viviamo il nostro dolore insieme”. Ci sono gli orfani, le vedove, ma per i genitori come noi, sottolineano le donne, “non c’è una parola che ci identifica”. Si presentano accostando al loro nome quello del proprio figlio: Francesca, l’organizzatrice, mamma di Giorgia scomparsa a 15 anni, Caterina mamma di Marina, Maria Teresa di Daniele, Shanti di Marco, e poi Roberta che ha perso il suo Claudio, un’altra Roberta mamma di Chiara, Nazarena mamma di Chiara e Angela di Cinzia. Tutte hanno regalato al Papa una sciarpa bianca: “È il nostro caldo abbraccio per lui, un abbraccio simbolico anche da parte dei nostri ragazzi”, spiegano, ringraziando il Pontefice per il suo silenzio “serio e rispettoso” durante la Messa e per la sua presenza al Cimitero Laurentino: “Una testimonianza di affetto. Un tramite più grande per stare vicino ai nostri figli”.
La commemorazione di tutti i fedeli defunti ci spinge non solo a onorare i nostri cari ma anche a riflettere sul senso della morte. Cristo ci insegna che il dolore, le prove e in definitiva la morte, vissuta in unione con Lui, ci renderanno partecipi della sua resurrezione.
Antonio Tarallo – La Nuova Bussola – 02_11_2024
Non si può dire il contrario: la morte rimane un mistero. Come la nascita. Umanamente difficile da comprendere, la morte entra nelle case di ognuno e con sé lascia sempre quell’amarezza legata alla perdita: uno stato d’animo che ci lascia vuoti, disorientati e senza parole. Uno stato da superare: gli psicologi chiamano questo periodo “elaborazione del lutto”. Quel momento in cui l’uomo cerca, appunto, di elaborare la perdita del caro estinto. Oggi, giorno della commemorazione di tutti i fedeli defunti, in fondo, ci spinge ancor di più sì a onorare i nostri cari, ma anche a riflettere sul senso della morte. Sembra quasi che ci sia sempre una certa difficoltà ad entrare in questo tema: tutto naturale. Eppure dovremmo essere proprio noi cristiani a essere, in un certo senso, “facilitati” nel riflettere su ciò.
Lo insegna, prima di tutto, Gesù Cristo e la sua vicenda umana e divina: dopo la Passione, muore in croce e resuscita il terzo giorno. Anche in questo evento, il Vangelo è davvero chiaro nell’illustrare il senso della morte. Ma non solo, riesce anche a presentarci il passaggio (del tutto umano) dell’elaborazione del lutto delle persone a lui care: prima fra tutte la Madre, la Vergine Maria; poi, il disorientamento degli apostoli stessi davanti a un evento che li fa rimanere senza parole. Ma sappiamo anche che tutto questo dolore e vuoto vengono spazzati in un solo istante quando la notizia, il messaggio della Resurrezione, comincia a diffondersi tra i cristiani. «L’annuncio cristiano sulla morte nasce dalla Pasqua. Con Gesù Cristo abbiamo la rivelazione piena della vita, in tutta la sua ampiezza: anche quella eterna; e nella sua sensatezza: una vita spesa nell’amore, fino al dono di sé – e per questo anche della morte. È una testimonianza che avviene nella sua stessa morte, centro della stessa rivelazione. Qui si apre lo spazio per la vita cristiana: la sua dimensione salvifica. Ciò che è un dramma può essere vissuto con senso. Ora, per il cristiano, il morire con Cristo significa vivere la medesima esperienza pasquale», la stessa vittoria sul male e sulla morte. Così scrive padre Francesco Scanziani nel suo Così è la vita. Il senso del limite, della perdita, della morte (Ed. San Paolo, Cinisello Balsamo, 2007). Nella sintesi estrema lo aveva scritto già san Paolo: «Dov’è, o morte, la tua vittoria? Dov’è, o morte, il tuo pungiglione?» (1Cor 15,55).
E sul tema della morte non sono pochi i santi che hanno voluto lasciarci il loro pensiero. Primi fra tutti, i Padri della Chiesa. Interessante è la meditazione, ad esempio, di sant’Antonio abate: «Se vivremo (…) come se ogni giorno dovessimo morire, non peccheremo. Questo significa che ogni giorno, quando ci svegliamo, dobbiamo pensare che non arriveremo fino a sera, e di nuovo, al momento di coricarci, dobbiamo pensare che non ci sveglieremo più. La nostra vita è incerta per natura ed è misurata giorno per giorno dalla Provvidenza. Se ci comporteremo così e se così vivremo giorno per giorno, non peccheremo, non proveremo desiderio di nulla, non ci adireremo con nessuno né accumuleremo tesori sulla terra, ma, aspettandoci di morire ogni giorno, non possederemo nulla e perdoneremo tutto a tutti; non saremo dominati dalla concupiscenza per la donna o da altro piacere impuro, ma ce ne allontaneremo come da cose destinate a passare, lottando sempre e tenendo davanti agli occhi il giorno del giudizio». Citazione lunga, ma doverosa: le parole di sant’Antonio abate infatti leggono la morte sotto diversi aspetti, tutti essenziali per condurre la nostra esistenza.
Meditare sulla morte è stato un punto-chiave delle riflessioni di sant’Agostino, altro Padre della Chiesa. Agostino, l’uomo che non credeva e che dal cristianesimo rimase folgorato. Figura centrale della sua conversione, la madre Monica. E di questa morte, Agostino scrive nelle sue Confessioni: «A noi che le chiedevamo se non temesse di lasciare il suo corpo così lontano dalla sua città, disse: “Niente è lontano da Dio e non c’è da temere che Lui non conosca alla fine del mondo donde risuscitarmi”. Pertanto, il nono giorno della sua malattia, nel cinquantaseiesimo anno della sua età, nel trentatreesimo della mia età, quell’anima religiosa e pia, fu sciolta dal corpo». Agostino usa un verbo, sciogliere, che riesce a donarci lo spunto su ciò che significa per lo stesso santo il mistero della morte. Nelle Confessioni, Agostino ci mostra che la vera preparazione alla morte è una vita vissuta nell’amore di Dio; una vita che, pur attraverso le tante fatiche e le prove, si apre alla speranza di una comunione-unione eterna con il Creatore. Davanti alla morte, quindi, non c’è da temere: bisognerebbe accogliere questa come il passaggio finale verso l’abbraccio amoroso del Padre.
I riferimenti ai Padri della Chiesa erano doverosi. Ma anche molti altri santi, nei secoli successivi, hanno scritto sulla morte. Si pensi ai versi del Cantico delle Creature di san Francesco d’Assisi: «Laudato sii, mio Signore, per sorella nostra morte corporale, dalla quale nessun uomo vivente può scappare: guai a quelli che morranno nei peccati mortali; beati quelli che troverà nelle tue santissime volontà, ché la morte seconda non farà loro male». Anche san Francesco, davanti alla morte, non teme nulla: ringrazia il Signore, lo loda perché in essa non vede una nemica ma una sorella.
Veniamo al nostro recente passato: san Giovanni Paolo II. Il pontefice polacco, durante l’udienza generale del 2 novembre 1988, pone delle domande che, proprio oggi, per la commemorazione di tutti i fedeli defunti, ci interrogano molto sulla nostra esistenza e sul rapporto che abbiamo con questo profondo mistero: «Dovremmo forse chiederci, anche noi cristiani, se e come e quanto sappiamo pensare alla morte. E come sappiamo parlare della morte. Eppure, una delle verità fondamentali del nostro Credo non è forse una certa concezione della morte? Non offre forse la nostra fede una luce decisiva – ed estremamente consolante – circa il significato e – potremmo dire – il valore della morte? Infatti, è proprio così, cari fratelli e sorelle: per noi cristiani, la morte è un valore. È, sì, vero che la morte, per noi cristiani, è e resta un fatto negativo, al quale la nostra natura si ribella; eppure, come sappiamo, Cristo ha saputo fare della morte un atto di offerta, un atto di amore, un atto di riscatto e di liberazione dal peccato e dalla morte stessa. Accettando cristianamente la morte noi vinciamo – e per sempre – la morte».
A Valencia, dove sono state fatte migliori opere pubbliche, la popolazione si è salvata dall’acqua. L’adattamento è l’unico intervento umano possibile per salvarsi da eventi estremi (che ci sono sempre stati
Luigi Mariani – La Nuova Bussola – 1 Novembre 1940
L’alluvione di Valencia del 29 ottobre 2024 ha colpito quest’area della Spagna provocando moltissimi morti (si parla di 158 ma la cifra è ancora provvisoria). Dopo la più sentita partecipazione al lutto che ha colpito una comunità cui ci legano millenni di storia e cultura, è bene fare alcune riflessioni sull’accaduto.
Anzitutto Valencia è costruita in pianura nei pressi del mare e si trova in una conca circondata da rilievi che sono più elevati a nordovest (monte Javalambre nella sierra omonima, 2020 m di altezza) e dunque nell’area in cui si è registrato il massimo pluviometrico nell’evento del 29 ottobre (324 millimetri). Una tale conformazione del territorio è favorevole alla genesi di precipitazioni intense che si legano anche al fatto che di fronte a Valencia vi sono le isole Baleari, note ai meteorologi come una delle principali zone ciclogenetiche del Mediterraneo, seconde solo al golfo di Genova. Per zona ciclogenetica intendiamo un’area del bacino del Mediterraneo in cui per una serie di effetti concomitanti (ingresso di aria fredda dall’esterno del bacino, presenza e forma dell’orografia, effetti legati alle temperature marine) è frequente assistere allo sviluppo di minimi depressionari isolati spesso forieri di precipitazioni intense e persistenti. In questo caso si parla di “minimi delle Baleari” che non di rado nel loro moto verso est giungono ad influenzare anche l’areale italiano.
Quando l’aria umida marina, spinta dai minimi depressionari delle Baleari irrompe nella conca di Valencia è costretta a salire dall’imponente rilievo e produce precipitazioni di elevata intensità. In virtù di ciò la città di Valencia non è nuova ad eventi alluvionali estremi, l’ultimo dei quali fu quello del 1957 che produsse molti morti (oltre 80 secondo alcune fonti, circa 300 secondo altre) per effetto dello straripamento dei fiume Turia. Proprio per evitare tali alluvioni, negli anni ‘60 il Turia fu deviato verso sud per farlo scorrere al di fuori della città e per questo motivo la maggior parte dei morti dovuti all’alluvione del 29 ottobre scorso non si sono avuti a Valencia mai nei comuni limitrofi, ove sono forse straripati corsi d’acqua secondari sulla cui gestone occorrerà indagare per capire meglio le origini del disastro. Peraltro la vicenda del fiume Turia è emblematica del fatto che il rischio alluvionale si può mitigare tramite adeguate opere di ingegneria.
Esiste una diffusa corrente di pensiero secondo cui il fatto che il Mediterraneo sia sempre più caldo (fatto di per sé indiscutibile) esporrebbe ad un rischio sempre più elevato di piogge estreme. Al riguardo esiste un ulteriore particolare, di norma sottaciuto: l’aria fredda che dall’Artide o dall’area siberiana irrompe nel bacino del Mediterraneo producendo perturbazioni come i minimi delle Baleari è oggi meno fredda che in passato e ciò in quanto il riscaldamento globale si manifesta con maggiore intensità alle alte latitudini. La conseguenza di ciò è che il contrasto termico rispetto all’aria calda mediterranea è oggi meno violento che in passato.
Altro elemento su cui riflettere è dato dagli eventi alluvionali di inudita violenza verificatisi quando il Mediterraneo era più freddo: si pensi all’alluvione di Genova del 1970 (nel bacino del Polcevera piovvero oltre 900 millimetri in un solo giorno, la pioggia di 1 anno) o all’alluvione di Nicolosi in Sicilia (15-18 ottobre 1951 – 1366 mm in 4 giorni, la pioggia di 3 anni) o a quella di Sicca d’Erba in Sardegna (14-18 ottobre 1951 – 1536 mm in 5 giorni, anche qui la pioggia di 3 anni) o a quella della Calabria (16-18 ottobre 1951, oltre 1500 mm in tre giorni). E qui si noti che le tre alluvioni del 1951 furono tutte frutto di un grande minimo depressionario di potenza inaudita sviluppatosi sul basso Tirreno nella seconda decade di ottobre del 1951, annus horribilis perché a inizio novembre dello stesso anno si verificherà la grande alluvione del Polesine.
In sintesi il mare caldo può certo essere un fattore predisponente per fenomeni alluvionali, ma non può essere in alcun modo considerato come l’unico fattore in gioco e al riguardo ricordo che a rendere l’Italia e il Mediterraneo strutturalmente esposti a eventi precipitativi estremi concorrono almeno quatto ulteriori fattori:
1. la presenta di un’orografica imponente (Alpi ed Appennini nel caso dell’Italia, Pirenei e le tante sierre in Spagna) che favorisce l’intensificazione orografica delle precipitazioni
2. la vicinanza di regioni sorgenti di masse d’aria fredda (Atlantico settentrionale, areale siberiano, Artide)
3. la vicinanza all’areale atlantico, fucina di grandi depressioni a forma di V (cassature) che non loro moto da ovest verso est investono periodicamente il bacino mediterraneo generando minimi depressionari secondari (in gergo minimi di cut off)
4. il trovarsi nella zona delle medie latitudini dell’emisfero Nord in assoluto più favorevole alla genesi di sistemi di blocco, e cioè di strutture meteorologiche di grandi dimensioni e che persistono a lungo su uno stesso territorio rendendosi responsabili di alluvioni, siccità, grandi ondate di freddo e di caldo.
Insomma, l’Italia e più in generale il Mediterraneo hanno un clima stupendo, ma che in alcune situazioni può divenire molto, molto pericoloso. Il messaggio è dunque che bisogna imparare a convivere con il nostro clima, adeguando i nostri insediamenti e le nostre attività alle sue caratteristiche. Al riguardo, in questi decenni si sono fatte molte cose positive e ad attestarlo sono i dati della banca dati POLARIS del CNR Irpi, dai quali risulta che dal 1951 ai giorni nostri il numero di alluvioni con morti nel nostro Paese è calato significativamente. Ciò non toglie che in futuro si possa e si debba fare ancora meglio e al riguardo un esempio molto positivo ci viene dalle statistiche mondiali della mortalità annua per catastrofi meteo-climatiche e idrologiche tratte dal dataset EMDAT, gestito dal centro CRED dell’Università Cattolica di Lovanio: tale mortalità è passata infatti dagli 485 mila morti annui come media del decennio 1920-29 ai soli 18 mila morti annui come media del 2010-2022. In sintesi dunque i morti sono oggi 27 volte meno rispetto a quelli di cent’anni fa e ciò nonostante la popolazione mondiale sia quadruplicata, passando da 2 a 8 miliardi di abitanti.
Insomma: mai lasciarsi travolgere dall’idea di crisi climatica che la politica e i media instillano in tutti noi ad ogni più sospinto e condurre invece con perseveranza serie politiche di adattamento al clima che cambia, anche sulla scorta dei tantissimi esempi storici di cui è ricco il nostro passato, dalle dighe realizzate nel medioevo in Olanda per difendere dal mare le terre coltivate ai terrazzamenti costruiti su Alpi e Appennini durante la Piccola era glaciale per proteggere le colture dal freddo e dall’eccessiva piovosità.
Questa solennità origina dai primissimi secoli del cristianesimo e dall’usanza dei fedeli di commemorare la morte dei martiri nei luoghi del martirio. Fu Gregorio IV, nell’835, a fissare definitivamente all’1 novembre la celebrazione.01_11_2024
La Chiesa celebra oggi la solennità di Tutti i Santi, compresi quelli non canonizzati e di cui non conosciamo il nome, «uniti in Cristo nella gloria», come ricorda il Martirologio Romano. In questo giorno, «in un unico giubilo di festa la Chiesa ancora pellegrina sulla terra venera la memoria di coloro della cui compagnia esulta il cielo, per essere incitata dal loro esempio, allietata dalla loro protezione e coronata dalla loro vittoria davanti alla maestà divina nei secoli eterni». Questa moltitudine di santi che veneriamo, in onore della testimonianza che hanno dato nei secoli a Cristo Crocifisso e Risorto, sono un anticipo della gloria della Gerusalemme celeste e salda speranza per quanti moriranno in grazia di Dio.
Citando la Lumen Gentium, il Catechismo si sofferma sulla comunione con i santi che «ci unisce a Cristo, dal quale, come dalla fonte e dal capo, promana tutta la grazia e tutta la vita dello stesso popolo di Dio» (CCC 957). Dalla comunione tra la Chiesa trionfante in cielo e la Chiesa militante, pellegrina sulla terra, deriva la certezza che i santi continuano a prendersi cura di noi dal Paradiso, in modo perfino più efficace di quanto non facessero già in Terra. Nell’economia della salvezza è perciò importante pregarli: «La loro intercessione – insegna sempre il Catechismo – è il più alto servizio che rendono al disegno di Dio. Possiamo e dobbiamo pregarli di intercedere per noi e per il mondo intero» (CCC 2683).
Questa festa di precetto reca quindi con sé un insegnamento luminoso, che andrebbe trasmesso alle generazioni in tutta la sua potenza salvifica, specialmente in quest’epoca in cui si minimizza il significato anticristiano assunto – almeno negli ultimi tempi – da Halloween.
La festa di Ognissanti origina dai primissimi secoli del cristianesimo e dall’usanza dei fedeli di commemorare la morte dei martiri nei luoghi del martirio. Già da almeno il IV secolo, come si apprende da uno scritto di san Basilio (c. 329-379), si era stabilito l’uso tra diocesi vicine di scambiarsi le reliquie dei martiri e di mettere in comune le feste. Con le persecuzioni di Diocleziano (244-313), inoltre, il loro numero era aumentato a tal punto che non bastavano più i giorni dell’anno per commemorarli in date separate; così in Oriente nacque l’idea di una memoria liturgica generale, che veniva celebrata la prima domenica dopo la Pentecoste o il 13 maggio (le attestazioni più antiche riguardano Edessa e Antiochia). Le due date si diffusero anche nell’Occidente (il 13 maggio 609, in particolare, il Pantheon fu trasformato in basilica cristiana e dedicato alla Madonna con il nome di Sancta Maria ad Martyres), fino a quando nell’835 Gregorio IV fece spostare definitivamente la celebrazione all’1 novembre.
Il coinvolgimento della Corea del Nord, di concerto con la Russia, rischia di riannodare i fili della ‘terza guerra mondiale a pezzi’. Il direttore del CeSI Di Liddo: “È uno dei momenti più bassi per la storia delle Nazioni Unite, sistema internazionale che ha bisogno di essere riformato, ma il cui contributo è ancora importante”
Stefano Leszczynski – Città del Vaticano – 1 Novembre 2024
Cresce la preoccupazione nelle cancellerie internazionali per la presenza – ormai data per certa anche dal Pentagono – di militari nord-coreani in Russia, pronti per essere impiegati nelle zone di combattimento contro l’Ucraina. L’allarme lanciato dall’intelligence di Seul riguarda il dispiegamento di un contingente di almeno 10 mila uomini arrivati via treno in territorio russo. Un eventuale utilizzo in combattimento dei militari di Pyongyang segnerebbe il punto di un’ulteriore escalation della guerra russo-ucraina dalle conseguenze imprevedibili a livello geopolitico globale.
Di Liddo: il pericolo lo ha denunciato dal Papa
Parlando con i media vaticani, il direttore del Centro Studi Internazionali (CeSI) Marco Di Liddo, analizza i differenti livelli di un eventuale coinvolgimento del contingente nord-coreano nel conflitto: “Una prima ipotesi riguarda la possibilità che i militari nordcoreani vengano arruolati nelle forze armate russe dopo essere stati dotati di falsi passaporti, facendoli passare per dei cittadini delle regioni orientali della Russia. In questo modo la Corea del Nord potrebbe cercare di evitare un’attribuzione diretta di responsabilità nei confronti dell’Ucraina per eventuali vittime o danni alle infrastrutture”. Ben diverso sarebbe, invece, il coinvolgimento di queste unità militari sotto le proprie insegne, eventualità che – secondo di Liddo – autorizzerebbe l’Ucraina a dichiarare la Nord Corea Paese ostile. “Un ulteriore tassello all’internazionalizzazione della guerra in Ucraina – prosegue l’analista del CeSI – potrebbe derivare dal fatto che di fronte al coinvolgimento di un paese terzo nulla vieterebbe a paesi europei o a paesi extraeuropei di inviare dei propri contingenti a supporto delle forze ucraine”. Il pericolo di un effetto domino sui molti contesti di crisi aperti a livello internazionale è, dunque, concreto e rischia di riannodare tutti i fili di quella “guerra mondiale a pezzi” tante volte denunciata da Papa Francesco e contro la quale il diritto internazionale appare impotente.
Un’altra alluvione ci ha messo in ginocchio, ma ancora non ci vogliamo inginocchiare. Gli interventi per la sicurezza sono necessari, ma la tecnica non risolve tutto. Ci si rifugi nel Signore e i sacerdoti ravvivino la fede del popolo, riprendendo la benedizione dei fiumi.
27_10_2024 – Luisella Scrosati – La Nuova Bussola
Ancora una volta: maggio 2023, settembre 2024, ottobre 2024. L’acqua continua a castigare la nostra regione (Emilia-Romagna), accendendo rabbia e sconforto tra famiglie e aziende che hanno di nuovo perso tutto, e che anche questa volta hanno falciato una giovane vita. A valle allagamenti riempiono scantinati e taverne, invadono campi e mettono in ginocchio la vita delle città; in collina il fango cola dall’alto e i fiumi esondano in basso, stringendo i paesi in una terribile morsa; in montagna si attivano o riattivano frane e si sbriciolano le strade.
Le responsabilità ci sono, perché chi vive qui sa molto bene che dallo scorso anno ad oggi ben poco si è fatto. Si è ricostruita qualche strada, si sono per lo più sgombrate frane, lasciando però il territorio con le sue ferite aperte.
Siamo in ginocchio, ma, ancora una volta, non ci vogliamo inginocchiare. Ancora non vogliamo capire che la nostra vita è fragile e che, per quanto ci sfasciamo la testa con progetti di messa in sicurezza del territorio, assolutamente necessari, la nostra vita non è mai al sicuro. Si prova una pena infinita nel vedere queste povere persone che, nel giro di una manciata di minuti, hanno perso tutto: chi la casa, chi l’azienda agricola, chi beni da migliaia di euro, senza dimenticare oggetti che tessono la storia di una vita, più o meno lunga. Qui a Bologna, all’acqua si è aggiunto subito dopo il fuoco, con la terribile esplosione avvenuta alla Toyota Handling di Borgo Panigale, dove nemmeno tre giorni prima si era sfiorata la tragedia per l’allagamento improvviso di un sottopasso allo svincolo della tangenziale.
Di fronte a queste tragedie, di fronte alla morte dei tre giovani, si comprende la rabbia, si comprende lo sconcerto, ma dietro le espressioni di “morti inaccettabili”, o di eventi “che nel 2024 non devono più capitare” non si può non riconoscere i resti dell’ubriacatura ideologica che ci è stata fatta bere per decenni. Allattati a progresso e scienza, ci viene automatico parlare di ingiustizia di fronte a incidenti e catastrofi e pensare che, se si fossero applicati i protocolli, se ci fossero stati controlli più rigidi, se si fosse fatto qualcosa – qualsiasi cosa –, il lutto e la tragedia si sarebbero allontanati da noi. È quanto di più lontano dalla nostra mentalità adulta e progredita pensare che non siamo migliori dei nostri antenati, che, per quanto l’ingegno umano si applichi alla realtà, e giustamente, la realtà è più grande di noi. La tentazione terribile che si affaccia in queste situazioni è quella di pensare che, lasciando tutto nelle mani di una più capillare e aggiornata intelligenza artificiale, nessuno sgradevole imprevisto sarà più all’orizzonte. L’uomo sbaglia, la tecnica no.
«È meglio rifugiarsi nel Signore che confidare nell’uomo. È meglio rifugiarsi nel Signore che confidare nei potenti» (Sal 117, 8-9). Questa è la strada che la parola di Dio ci indica e quest’altra è quella da cui ci insegna a stare lontani: «Maledetto l’uomo che confida nell’uomo, che pone nella carne il suo sostegno e dal Signore si allontana il suo cuore» (Ger 17, 5). L’articolo potrebbe finire qui, chiedendo solo al lettore di ripetersi queste parole all’infinito, perché spezzino tutti i legami dell’ideologia del progresso e lavino via tutti i resti dell’idolatria degli esperti, che albergano in noi, più di quanto pensiamo. Ma qualcosa in più dobbiamo dire, perché qualcosa si può, si deve fare.
«Gesù, se le poche case oneste di questo porco paese potessero galleggiare come l’arca di Noè, io vi direi: fate gonfiare il fiume, che strabocchi, spacchi l’argine e sommerga tutto il paese. Ma siccome la gente onesta vive in case uguali a quelle dei farabutti e sarebbe ingiusto punire i buoni per la colpa di questo Peppone e la sua ciurma di senza Dio e senza legge, o Dio, vi prego di salvare il paese dalle acque e di dargli prosperità. Amen». Molti avranno riconosciuto in questa singolare preghiera, la “benedizione” al fiume Po del celebre film Don Camillo e Peppone.
Sono scene che non si vedono più, per svariate ragioni. Primo, perché i preti non credono più a queste trovate di sapore “medievale”: se ci sono problemi ai fiumi, deve vedersela la Regione. Che razza di religione preconciliare sarebbe quella che si mette a pregare Dio di impedire ad un fiume di invadere un paese e travolgere delle case? Come può un prete del secondo e terzo millennio pensare di benedire le acque di un fiume perché da questa benedizione siano domate e tornino ad essere docili?
Secondo, perché non ci sono più i compagni del tenore di Peppone & Co. E se non ci sono, spiace dirlo, è perché semplicemente non trovano davanti a sé alcuna contrapposizione, alcuna identità chiara. Oggi non vediamo scene simili, semplicemente perché non c’è più alcuna ideologia che contrapponga compagni e preti, essendo ormai tutti dalla stessa parte…….
Terzo, perché per pronunciareuna preghiera così, e udirla senza gridare allo scandalo, è necessario avere ancora il senso di Dio e del nostro peccato; è necessario avere la consapevolezza che quanto ci capita ce lo meritiamo, perché abbiamo abbandonato Dio per volgerci agli idoli delle nostre mani. È necessario avere in cuore i sentimenti del timorato di Dio, come Tobi: «Ora, Signore, ricordati di me e guardami. Non punirmi per i miei peccati e per gli errori miei e dei miei padri. Violando i tuoi comandi, abbiamo peccato davanti a te. Tu hai lasciato che ci spogliassero dei beni; ci hai abbandonati alla prigionia, alla morte e ad essere la favola, lo scherno, il disprezzo di tutte le genti, tra le quali ci hai dispersi. Ora, nel trattarmi secondo le colpe mie e dei miei padri, veri sono tutti i tuoi giudizi, perché non abbiamo osservato i tuoi decreti, camminando davanti a te nella verità» (Tb 3, 3-5). E chi non è stato colpito, per ora, si guardi bene da pensare di essere meno peccatore degli altri: «Credete che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, per aver subito tale sorte? No, vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo. O quei diciotto, sopra i quali rovinò la torre di Sìloe e li uccise, credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? No, vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo» (Lc 13, 3-5).
Torniamo all’inizio di questo articolo. Se la gente ormai preferisce abbassare gli occhi verso la tecnica piuttosto che alzarli verso Dio, è perché non c’è più nulla di visibile che ricordi loro Dio. E siccome, nell’ottica comune, la benedizione è ancora una di quelle cose che mostra la vicinanza di Dio e fa parte del “mestiere del prete”, non vedere più i preti fare il loro mestiere contribuisce potentemente a far sparire Dio dall’orizzonte della vita. Dopo un’alluvione, gli operai salgono sulle ruspe, i volontari si armano di stivali e pale, ma perché i preti non fanno il loro mestiere? Perché non tornare a benedire questi fiumi? Perché non erigere, come si fa tradizionalmente, delle piccole edicole, di solito mariane, a protezione dei paesi dalla furia del fiume? Perché non tornare a pregare pubblicamente le Litaniæ sanctorum per domandare a Dio un tempo più mite?
Lancio una sfida: qui sotto riporto la benedizione contro le inondazioni, tratta dal Rituale romanum antico….. Portatela ai vostri sacerdoti, chiedete loro di benedire i fiumi e accompagnateli.
BENEDIZIONE CONTRO LE INONDAZIONI
Il sacerdote, con il popolo, porta agli argini del fiume la reliquia della Santa Croce e lì legge l’inizio dei quattro Vangeli; dopo ogni Vangelo aggiunga le seguenti preghiere.
V. Ádjuva nos, Deus salutáris noster.
R. Et propter glóriam nóminis tui líbera nos.
V. Salvos fac servos tuos.
R. Deus meus, sperántes in te.
V. Dómine, non secúndum peccáta nostra fácias nobis.
R. Neque secúndum iniquitátes nostras retríbuas nobis.
V. Mitte nobis, Dómine, auxílium de sancto.
R. Et de Sion tuére nos.
V. Dómine, exáudi oratiónem meam.
R. Et clamor meus ad te véniat.
V. Dóminus vobíscum. R. Et cum spíritu tuo.
Orémus.
Deus, qui justíficas ímpium, et non vis mortem peccatóris: majestátem tuam supplíciter deprecámur; ut fámulos tuos de tua misericórdia confidántes, ab aquárum perículis, cælésti prótegas benígnus auxílio, et assídua protectióne consérves: ut tibi júgiter famuléntur, nullísque tentatiónibus a te separéntur. Per Christum Dóminum nostrum. R. Amen.
Et benedíctio Dei omnipoténtis, Patris, et Fílii, + et Spíritus Sancti, descéndat super has aquas, eásque coérceat. R. Amen.
V. Aiutaci, Dio, nostra salvezza.
R. E liberaci, per la gloria del tuo nome.
V. Salva i tuoi servi.
R. Dio mio, che sperano in te.
V. Signore, non trattarci secondo i nostri peccati.
R. E non ripagarci secondo le nostre iniquità.
V. Mandaci, Signore, l’aiuto dal tuo santuario.
R. E difendici da Sion.
V. Signore, ascolta la mia preghiera.
R. E il mio grido giunga fino a te.
V. Il Signore sia con voi.
R. E con il tuo spirito.
Preghiamo.
O Dio, che giustifichi l’empio e non vuoi la morte del peccatore, supplichiamo la tua divina maestà: proteggi benigno dai pericoli delle acque, con il tuo celeste aiuto, i tuoi servi che in te sperano, e custodiscili con la tua divina protezione, perché servendoti sempre, nessuna tentazione li separi da te. Per Cristo nostro Signore. R. Amen.
E la benedizione di Dio onnipotente, Padre, e Figlio, + e Spirito Santo discenda su queste acque e le domi. R. Amen.
La guerra in Ucraina costringe i popoli di queste terre a fare una scelta netta, contro la propria stessa coscienza. I moldavi vogliono avere un posto nel mondo, non soltanto nel “mondo russo”, di cui comunque sanno di essere una parte. Ancora più drammatica è la scelta che spetta ai georgiani in questo fine settimana, dove si decide non solo la spartizione dei seggi parlamentari, ma il futuro del Paese.
Tra la settimana scorsa e questi giorni si stanno tenendo le elezioni presidenziali e il referendum moldavo per l’ingresso nella Ue, e le elezioni parlamentari in Georgia, due Paesi che rappresentano i confini storici e linguistici del mondo russo con l’Europa e l’Asia, ai lati opposti dell’Ucraina nelle rotte del mar Nero, dove si sta consumando la grande guerra tra Oriente e Occidente. A Chişinău i risultati sono incerti, con un sostanziale pareggio tra Russia e Europa, con quest’ultima che prevale per un soffio, e l’attesa del turno di ballottaggio per la rielezione della presidente Maia Sandu, in vantaggio sugli avversari, ma senza la certezza della vittoria. Il risultato in Georgia, in ogni caso, confermerà lo stesso quadro della spaccatura tra i due mondi, con conseguenze imprevedibili per il prossimo futuro.
La Georgia è un Paese antico, che nei secoli delle dispute cristiane dei Concili rimase fedele alla Chiesa bizantina, a differenza degli armeni che si separarono, e quando poi nacque la Russia, secoli dopo, fu sempre in sintonia con essa per la comune fede ortodossa. Anche oggi la Chiesa georgiana si sente istintivamente più legata alla Russia che al mondo occidentale, e spinge per affermare la propria specificità anche nelle controversie politiche. La Moldavia è invece una parte mista di Russia e Romania, una realtà nata dalle guerre russe contro la Turchia nel Settecento, e ha una grande tradizione monastica ortodossa che dal monte Athos in Grecia si è poi trasferita nella spiritualità russa degli starets ottocenteschi. Essendo entrambi Paesi ex-sovietici, oggi cercano di rielaborare le eredità storiche lontane nel tempo con quelle recenti, recuperando un’identità che non può prescindere dai rapporti con Mosca, soprattutto nel contesto del conflitto con Kiev e le terre ucraine, con cui entrambi i popoli sono molto legati.
I risultati a Chişinău riportano un 50,46% di favorevoli all’integrazione europea, a fronte del 49,54% di contrari, e se la presidente Sandu riuscirà a vincere la settimana prossima il ballottaggio con il suo avversario, il filorusso Aleksandr Stoianoglo, cercherà di confermare questa risicata vittoria inserendo nella costituzione del Paese la “irreversibilità” del corso europeo, dichiarandolo uno “scopo strategico” per la politica della Moldavia. La Russia si è impegnata direttamente nella campagna elettorale moldava senza neanche bisogno di occultare le sue azioni, essendo il Paese ampiamente russofono, ma suscitando comunque le proteste di molti politici moldavi ed europei, come il capo della delegazione della Ue, il rumeno Zigfrid Muresan, che ha salutato i risultati del referendum come “una evidente vittoria dei cittadini moldavi per un futuro europeo, nonostante i tentativi russi di impedire il processo democratico, con ingerenze e minacce senza precedenti”.
In effetti i russi hanno cercato anche di comprare direttamente i voti dei moldavi, con distribuzione di compensi da parte di numerosi agenti per cifre complessive superiori ai cento milioni di euro. Una rete di questi corruttori è stata perfino scoperta due settimane prima del voto dalla procura, risalendo al politico-oligarca Ilan Šor, latitante in Russia per sfuggire alla condanna in Moldavia per truffa e riciclaggio di denaro sporco. Non si tratta in realtà di un conflitto ideologico, ma soltanto di una prova di forza sul piccolo territorio di un Paese di tre milioni e mezzo di persone, che i russi hanno sempre considerato strategico al punto da occuparne una parte, la Transnistria, una striscia di confine con l’Ucraina che controlla lo sbocco sul mar Nero, e che rimane tuttora una repubblica separatista contesa tra Chişinău e Mosca, e sostenendo la spinta autonomista della Gagauzia, una regione nel sud-ovest dalla parte romena, per indicare i paletti di confine del mondo russo nella zona.
Le provocazioni e le ingerenze continueranno in questi giorni prima del secondo turno elettorale, e dopo le elezioni presidenziali seguiranno quelle parlamentari, previste per il 2025. La Moldavia del resto è una repubblica parlamentare e non presidenziale, e il Cremlino ha ancora molte carte da giocare per influire sulla politica locale, cercando di ottenere un controllo sul Paese a fianco dell’Ucraina, in una posizione irrinunciabile per i russi, più ancora della Georgia caucasica. Sarà molto difficile trovare il necessario equilibrio in Moldavia, e servirà comunque un lungo lavoro anche in caso di conferma della vittoria europeista, per riunificare le opposte fazioni della società, considerando che ha votato poco più della metà degli abitanti, essendoci molti scettici sulle reali possibilità di sfuggire alla morsa dell’orso russo, o su quelle di ottenere reali aiuti dall’Europa.
Le trattative per entrare nella Ue sono iniziate lo scorso anno, e la presidente Sandu cerca di presentare diverse iniziative di solidarietà sociale, come l’aumento delle pensioni di almeno il doppio delle attuali, o l’introduzione dei pasti gratuiti nelle scuole. L’avversario Stoianoglo, una figura nuova nella politica moldava, punta tutto sulla lotta alla corruzione, un problema classico di tutti i Paesi ex-sovietici, coprendo con il populismo la sua affinità con il Cremlino e proseguendo con la sua campagna allo slogan della “Giustizia per tutti!”, promettendo che in caso di vittoria continuerà comunque il cammino per l’integrazione europea, ma “non come sta andando avanti adesso”, lasciando aperte prospettive molte diverse.
La vittoria in Moldavia era comunque in bilico, essendo un Paese che da 30 anni si trova in una “zona grigia” dei due mondi, in un certo senso una situazione voluta dagli stessi cittadini, che provano uguali sentimenti non solo tra una parte e l’altra della popolazione, ma all’interno dello stesso cuore di ciascun moldavo, che vorrebbe potersi sentire allo stesso tempo sia russo che europeo. Il problema è la guerra in Ucraina, che costringe i popoli di queste terre a fare una scelta netta, contro la propria stessa coscienza; i moldavi vogliono avere un posto nel mondo, non soltanto nel “mondo russo”, di cui comunque sanno di essere una parte, rimanendo la forte traccia del passato sovietico.
Anche più drammatica è la scelta che spetta ai georgiani in questo fine settimana, dove si decide non solo la spartizione dei seggi parlamentari, ma il futuro destino della Georgia, dove secondo gli osservatori si deve decidere non solo tra Oriente e Occidente, ma “tra la pace e la guerra”. Si tratta anche qui di scegliere tra Europa e Mondo Russo per una popolazione di poco superiore a quella della Moldavia, dopo tre decenni di contraddittorio corso degli eventi post-sovietici, in cui il partito russofilo del Sogno Georgiano, al potere ormai da dodici anni, non rinnega formalmente l’orientamento all’integrazione europea, e l’opposizione europeista non vuole rinunciare ai rapporti economici con la Russia, che dall’invasione dell’Ucraina non fanno altro che portare benefici alla Georgia.
L’articolo 78 della costituzione georgiana detta formalmente “agli organi istituzionali, nel limite delle proprie prerogative, di assumere tutte le misure necessarie per garantire la piena integrazione della Georgia nell’Unione europea e nell’Alleanza atlantica”. La Georgia aveva firmato l’accordo per candidarsi all’ingresso nella Ue nel 2014, e dal 2017 vige il regime di libera circolazione dei suoi cittadini senza visto nella zona Schengen, fino a ottenere nel 2023 lo status di candidato ufficiale all’Unione. Da maggio di quest’anno, dopo l’approvazione della legge sulle “influenze straniere”, i rapporti con l’Europa e l’intero Occidente hanno subito una brusca frenata.
La legge sta bloccando di fatto tutte le iniziative sociali di sviluppo legate ai finanziamenti esteri, intervenendo anche nei conti bancari delle persone legate ai contatti occidentali, che vengono sottoposte a verifiche perfino sulle loro condizioni di salute, sull’appartenenza alle confessioni religiose, sulle opinioni politiche fino agli orientamenti sessuali, fatti oggetto di un’altra legge omofoba “contro la propaganda Lgbt” di chiara ispirazione russa. Il Sogno Georgiano spera di ottenere una maggioranza sufficiente a mettere fuorilegge tutte le opposizioni, e il Paese rischia nuovamente di sprofondare nella guerra civile, come spesso è accaduto in queste terre caucasiche.
La Russia sta a guardare e non solo, attivandosi con le tante tattiche di ingerenza sperimentate fin dai tempi sovietici, a cominciare dalla collaborazione con le forze di governo dei vari Paesi, cercando di indirizzarle verso i propri interessi. L’altra carta che Mosca gioca non solo in Moldavia e in Georgia, ma un po’ a tutte le latitudini, è il sostegno alle forze conservatrici per la difesa dei “valori tradizionali”, molto efficace anche in Europa e in America, sostenendo questi approcci con forme sempre più estese di dezinformatsija e di propaganda a tutti i livelli.
La guerra permette inoltre al Cremlino di usare la minaccia apocalittica come forma di pressione, modulando peraltro le sue affermazioni di principio con le grandi capacità di adattamento ai vari contesti dei diversi Paesi, passando dagli appelli panslavisti e ortodossi radicali alle forme più sottili di antisemitismo, di “antinazismo ucraino” e di sostegno a diverse fazioni delle forze in gioco, come quello nei confronti dei palestinesi, trovando facili sintonie con molti movimenti politici occidentali. Uno degli scopi più attesi dal Cremlino è la riduzione dell’influenza della Nato e della Ue su tutta l’Europa orientale, da riportare nell’orbita del mondo russo.
di Gian Guido Vecchi – Corriere della Sera – 24 Ottobre 2024
Francesco dedica al «Sacro Cuore» di Gesù l’enciclica più sorprendente e forse anche la più bella del suo pontificato. Intanto sabato si conclude il Sinodo
Papa Francesco (Ap) CITTÀ DEL VATICANO – «Viene da pensare la società mondiale stia perdendo il cuore». Guerre, dolore. Francesco pensa alle donne anziane «delle varie parti in conflitto» che al termine della loro vita non hanno pace, ma disperazione e angoscia, e scrive: «Veder piangere le nonne senza che questo risulti intollerabile è segno di un mondo senza cuore».
La quarta enciclica di Francesco si intitola Dilexit nos, «Ci ha amati», ed è la più sorprendente e forse anche la più bella del suo pontificato. È dedicata al «Sacro Cuore» di Gesù, immagine di una religiosità semplice che peraltro Bergoglio esorta a non deridere, «che nessuno si faccia beffe delle espressioni di fervore credente del santo popolo fedele di Dio, che nella sua pietà popolare cerca di consolare Cristo».
Il cuore, «centro intimo dell’uomo»
Ma soprattutto è un testo che parla del cuore in senso alto, teoretico, come facoltà conoscitiva che rappresenta il «centro intimo dell’uomo» anche se tende ad essere svalutata o disprezzata dalla cultura dominante e, talvolta, anche dalla Chiesa. Sabato si chiuderà il Sinodo, verrà votato un documento finale, ma intanto alla vigilia Francesco vuole tornare all’essenziale, con buona pace di chi invocava riforme «strutturali» o modifiche del diritto canonico per affrontare la crisi della fede nel tempo della secolarizzazione.
Il «Sacro Cuore» di Gesù è una «sintesi del Vangelo», scrive a beneficio di «comunità e pastori concentrati solo su attività esterne, riforme strutturali prive di Vangelo, organizzazioni ossessive, progetti mondani, riflessioni secolarizzate, su varie proposte presentate come requisiti che a volte si pretende di imporre a tutti».
La fede tenera e gioiosa
Da tutto questo «risulta spesso un cristianesimo che ha dimenticato la tenerezza della fede, la gioia della dedizione al servizio, il fervore della missione da persona a persona, l’esser conquistati dalla bellezza di Cristo, l’emozionante gratitudine per l’amicizia che Egli offre e per il senso ultimo che dà alla vita personale». Ma la riflessione di Francesco va ben oltre le questioni interne.
Per Francesco, «il mondo può cambiare a partire dal cuore» perché «gli squilibri di cui soffre il mondo contemporaneo si collegano con quel più profondo squilibrio che è radicato nel cuore dell’uomo». Nella prima parte, è come se opponesse l’immagine del cuore all’ «io penso» cartesiano, con un riferimento all’intelligenza artificiale: «Si potrebbe dire che, in ultima analisi, io sono il mio cuore, perché esso è ciò che mi distingue, mi configura nella mia identità spirituale e mi mette in comunione con le altre persone. L’algoritmo all’opera nel mondo digitale dimostra che i nostri pensieri e le decisioni della nostra volontà sono molto più “standard” di quanto potremmo pensare. Sono facilmente prevedibili e manipolabili. Non così il cuore».
Francesco, la forchetta e i panzerotti…
Così, «nell’era dell’intelligenza artificiale, non possiamo dimenticare che per salvare l’umano sono necessari la poesia e l’amore». Francesco ha scritto l’enciclica in spagnolo, la sua lingua madre. Nel testo trapelano ricordi personali: «Nessun algoritmo potrà mai albergare sarà, ad esempio, quel momento dell’infanzia che si ricorda con tenerezza e che, malgrado il passare degli anni, continua a succedere in ogni angolo del pianeta. Penso all’uso della forchetta per sigillare i bordi di quei panzerotti fatti in casa con le nostre mamme o nonne. È quel momento di apprendistato culinario, a metà strada tra il gioco e l’età adulta, in cui si assume la responsabilità del lavoro per aiutare l’altro. Come questo della forchetta, potrei citare migliaia di piccoli dettagli che compongono le biografie di tutti: far sbocciare sorrisi con una battuta, tracciare un disegno al controluce di una finestra, giocare la prima partita di calcio con un pallone di pezza, conservare dei vermetti in una scatola di scarpe, seccare un fiore tra le pagine di un libro, prendersi cura di un uccellino caduto dal nido, esprimere un desiderio sfogliando una margherita…».
Già in Omero e nella stessa Bibbia, del resto, il cuore era considerato «non solo come centro corporeo» ma «il nucleo spirituale dell’essere umano», insieme pensiero e sentimento. Ma la stessa «svalutazione attuale» del cuore «viene da lontano», considera Francesco: «La troviamo già nel razionalismo greco e precristiano, nell’idealismo postcristiano e nel materialismo nelle sue varie forme. Il cuore ha avuto poco spazio nell’antropologia e risulta una nozione estranea al grande pensiero filosofico. Si sono preferiti altri concetti come quelli di ragione, volontà o libertà. Il suo significato è impreciso e non gli è stato concesso un posto specifico nella vita umana. Forse perché non era facile collocarlo tra le idee “chiare e distinte” o per la difficoltà che comporta la conoscenza di sé stessi: sembrerebbe che la realtà più intima sia anche la più lontana per la nostra conoscenza».
La società «anti-cuore»
Viene in mente la lettera apostolica nella quale Francesco, tre mesi fa, citava Proust e Borges per dire l’importanza della letteratura nella formazione dei cristiani. In uno dei passi più intensi dell’enciclica si legge: «Se il cuore è svalutato, si svaluta anche ciò che significa parlare dal cuore, agire con il cuore, maturare e curare il cuore. Quando non viene apprezzato lo specifico del cuore, perdiamo le risposte che l’intelligenza da sola non può dare, perdiamo l’incontro con gli altri, perdiamo la poesia. E perdiamo la storia e le nostre storie, perché la vera avventura personale è quella che si costruisce a partire dal cuore. Alla fine della vita conterà solo questo».
Solo il cuore rende possibile legami autentici. Anche in questi sta la crisi della fede: «L’anti-cuore è una società sempre più dominata dal narcisismo e dall’autoreferenzialità, alla fine si arriva alla “perdita del desiderio”, perché l’altro scompare dall’orizzonte e ci si chiude nel proprio io. Di conseguenza, diventiamo incapaci di accogliere Dio».
La devozione al «Sacro Cuore»
La devozione al «Sacro Cuore» di Gesù era cominciata nel 1673, nella Francia di Luigi XIV, quando una religiosa nata in Borgogna, suor Margherita Maria Alacoque, cominciò a raccontare che le era apparso quel cuore sormontato da una croce e circondato da spine su un trono di fiamme. Quel simbolo assunse poi connotazioni politiche reazionarie e monarchiche, come i contadini della Vandea avversi alla Rivoluzione francese e al secolo dei Lumi. Ma dalla fine dell’Ottocento, a partire da papa Leone XIII, cominciò ad assumere un significato di rinnovamento spirituale e sociale e con Benedetto XV divenne un’immagine dell’amore verso i nemici dopo l’inutile strage della Grande Guerra.
Francesco, comunque, spiega nell’enciclica che non si può dire che questo culto «debba la sua origine a rivelazioni private» e precede le «rivelazioni private», cioè le visioni cui i credenti «non sono obbligati a credere», ricorda. Prima di ripercorrere la storia della devozione nella Chiesa e nei santi, da Agostino a Ignazio di Loyola a Santa Teresa di Gesù Bambino, Francesco rintraccia i riferimenti nelle Scritture. E certo è affascinante, dopo quattro secoli, vedere il primo Papa gesuita della storia contrastare, come all’origine, il «giansenismo» e quel «rigorismo» che «guardava dall’alto in basso tutto ciò che era umano, affettivo, corporeo», un «atteggiamento elitario» che si ripropone nel nostro tempo come una «spiritualità senza carne».
La trascendenza disincarnata, come la secolarizzazione, sono «malattie tanto attuali» che «mi spingono a proporre a tutta la Chiesa un nuovo approfondimento sull’amore di Cristo rappresentato nel suo santo Cuore: lì possiamo trovare tutto il Vangelo».
«Il potere del denaro»
Di questo ha bisogno «anche la Chiesa, per non sostituire l’amore di Cristo con strutture caduche, ossessioni di altri tempi, adorazione della propria mentalità, fanatismi di ogni genere che finiscono per prendere il posto dell’amore gratuito di Dio che libera, vivifica, fa gioire il cuore e nutre le comunità». Alla fine, è come se Francesco invitasse a leggere le sue encicliche precedenti, e il suo stesso pontificato, alla luce di ciò che scrive in Dilexit nos. Le sue riflessioni sulla realtà che «geme e si ribella», sulle guerre e le povertà e le devastazioni ambientali, non sono considerazioni politiche o sociologiche ma attingono ai fondamenti del Vangelo: «Ciò che questo documento esprime ci permette di scoprire che quanto è scritto nelle encicliche sociali Laudato sì e Fratelli tutti non è estraneo al nostro incontro con l’amore di Gesù Cristo, perché, abbeverandoci a questo amore, diventiamo capaci di tessere legami fraterni, di riconoscere la dignità di ogni essere umano e di prenderci cura insieme della nostra casa comune».
Ecco il punto: «Oggi tutto si compra e si paga, e sembra che il senso stesso della dignità dipenda da cose che si ottengono con il potere del denaro. Siamo spinti solo ad accumulare, consumare e distrarci, imprigionati da un sistema degradante che non ci permette di guardare oltre i nostri bisogni immediati e meschini. L’amore di Cristo è fuori da questo ingranaggio perverso e Lui solo può liberarci da questa febbre in cui non c’è più spazio per un amore gratuito. Egli è in grado di dare un cuore a questa terra e di reinventare l’amore laddove pensiamo che la capacità di amare sia morta per sempre».