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La strana profezia sull’ultimo Papa

di Paolo Mieli – Corriere della sera – 13 Luglio 2024

Ratzinger difronte al testo attribuito a san Malachia: il destino della Chiesa in un’Europa non più cristiana. Un saggio di Giovanni Maria Vian, pubblicato da Marcianum Press, propone un profilo intellettuale di Benedetto XVI

Joseph Ratzinger (1927-2022) si affaccia sulla Loggia delle benedizioni della Basilica di San Pietro Innocenzo III, al secolo Lotario dei conti di Segni, fu eletto Papa nel 1198 e «regnò» fino al 1216, anno in cui morì, a Perugia dove all’epoca risiedeva la curia romana. Quando si spense aveva solo cinquantacinque anni. Nel 1891, papa Leone XIII, in segno di omaggio, fece trasportare i suoi resti dalla cattedrale di Perugia, dove era rimasto sepolto per quasi sette secoli, nella basilica di San Giovanni in Laterano. Innocenzo III venne considerato già dai tempi successivi alla sua scomparsa ma forse anche in vita uno dei Pontefici più importanti della storia della Chiesa. A dispetto della «scandalosa» crociata, la quarta, ispirata da Venezia. Missione militare indirizzata non già alla riconquista di Gerusalemme bensì contro Costantinopoli (1204) e che si concluse con il sacco della capitale dell’Impero d’oriente. Sul conto di Innocenzo III grava anche la crociata contro gli «albigesi» (o «catari»), ivi incluso il massacro di Béziers del 22 luglio 1209 in cui vennero uccisi, approssimativamente, ventimila «eretici».

Lo storico che più ha approfondito l’opera di quel Pontefice, Michele Maccarrone, in Studi su Innocenzo III (Editrice Antenore), ha messo in evidenza l’influenza che su di lui avevano avuto il canonista Uguccione di Bologna e il teologo parigino Pietro di Corbeil. Riuscì, papa Innocenzo, a stabilire il primato della Chiesa sull’Impero, quello dei chierici sui laici, nonché la supremazia papale rispetto alle altre sedi vescovili e metropolitane. «Lavoratore indefesso e tenace», scrive di lui Josef Gelmi nel libro I papi (Bur), «si rivelò dotato di un’intelligenza straordinaria, superiore a quella dei suoi contemporanei». Per di più — come gran parte degli «esseri superiori» — aveva anche, secondo Gelmi, «uno spiccato senso dell’umorismo».

Sicuramente Giovanni Maria Vian — autore dell’interessantissimo L’ultimo papa, in libreria per Marcianum Press — rimase colpito nel 2010 quando lo storico Anthony Grafton scrisse sulla «New York Review of Books» che Benedetto XVI, papa Ratzinger, come pensatore era paragonabile, per importanza, proprio a Innocenzo III. E, forse, addirittura ad un altro gigante della storia della Chiesa: Leone Magno, che era stato Papa dal 440 al 461.

In un libro intervista con Peter Seewald, pubblicato tre anni dopo la rinuncia di Benedetto XVI — Ultime conversazioni (Garzanti) — Ratzinger accettò di rispondere a una strana domanda sulla «profezia di san Malachia». Profezia attribuita a Malachia O’Morgair, vescovo irlandese di Armagh, (1094-1148). Di cui però non è rimasta traccia nella biografia di Malachia ad opera di Bernardo di Chiaravalle (1090-1153) vissuto all’epoca di O’Morgair del quale fu estimatore e amico, al punto di definirlo «gioiello d’Irlanda». In realtà questo testo era stato scritto quasi sicuramente nel 1590 per favorire in conclave un cardinale (che peraltro non divenne Papa). La «profezia di san Malachia» — una serie di 112 motti in latino riferiti ad un centinaio di Papi ma anche antipapi che si conclude con la descrizione della fine del mondo ai tempi di un «ultimo Papa» — è dunque un falso. Su questo concordano tutti coloro che l’hanno studiata come, tra gli altri, Jean-Luc Maxence — I segreti della profezia di san Malachia. Misteri e destini dei papi (Rusconi) — e Gerardo Mastrullo, in Le profezie di Malachia. I papi e la fine del mondo (edizioni La Vita Felice). Un falso che iniziò a diffondersi all’epoca in cui venne stampato per la prima volta: a Venezia nel 1595.

In Ultime conversazioni papa Benedetto XVI confermava la previsione che, da teologo, aveva avanzato già negli anni Cinquanta del secolo scorso. La società occidentale e di conseguenza l’intera Europa, secondo il giovanissimo Ratzinger, «non sarà una società cristiana e, a maggior ragione, i credenti dovranno sforzarsi di continuare a plasmare e sostenere la coscienza dei valori e della vita». Qui, a sorpresa, Seewald gli chiedeva, un po’ sfrontatamente, se, in qualche modo, si considerava lui stesso come l’ultimo Papa di cui aveva parlato san Malachia (o chi per lui). E Ratzinger, anziché respingere sdegnosamente la domanda (o cercare di eluderla), aveva risposto con l’ironia di Innocenzo III. «Tutto può essere», aveva detto. Ma poi, da buon conoscitore dell’argomento, aveva aggiunto che «probabilmente» questa profezia era nata nei circoli intorno a Filippo Neri (1515-1595), una figura importantissima nella storia della seconda metà del Cinquecento. Grande amico di Carlo e Federico Borromeo, Filippo Neri aveva guidato papa Clemente VIII alla riconciliazione con Enrico IV di Francia. Il Papa avrebbe voluto compensare Filippo Neri con la nomina a cardinale, ma lui rifiutò. In compenso fu beatificato nel 1615, ad appena vent’anni dalla morte, e proclamato santo dopo soli altri sette anni (1622). Da Gregorio XV.

All’epoca di san Filippo Neri, aveva aggiunto Ratzinger, «i protestanti sostenevano che il papato fosse finito e lui voleva solo dimostrare, con una lista lunghissima di Papi, che invece non era così». Non per questo, però, aggiungeva Ratzinger, «si deve dedurre che finirà davvero» in quel modo. Piuttosto che «la sua lista non era ancora abbastanza lunga!».

Curiosamente nella monumentale biografia, di oltre mille pagine, che successivamente lo stesso Seewald ha dedicato a Ratzinger — Benedetto XVI. Una vita (Garzanti) — l’autore ha tralasciato l’episodio. Probabilmente perché ne aveva già parlato nel libro precedente. Però Seewald, nella corposa biografia di Ratzinger, torna sulla figura del già citato san Carlo Borromeo che per papa Benedetto era «l’espressione classica di una vera riforma». Vera riforma che consiste in «un rinnovamento che conduce in avanti proprio perché insegna a vivere in modo nuovo i valori permanenti, tenendo presente la totalità del fatto cristiano e la totalità dell’uomo». Borromeo, secondo Ratzinger aveva «ricostruito — restaurato — la Chiesa cattolica, la quale anche dalle parti di Milano era ormai pressoché distrutta». Senza «per questo essere tornato al Medioevo». Al contrario san Carlo creò «una forma moderna di Chiesa». Il carattere dell’azione riformatrice di Borromeo, secondo Ratzinger, si era manifestato per esempio nel fatto che «soppresse un ordine religioso ormai al tramonto ed assegnò i suoi beni a nuove comunità vive». Facendo riferimento ai residui del passato che lui stesso aveva tante volte criticato nella Chiesa, il cardinale chiese provocatoriamente: «Chi oggi possiede un coraggio simile, da dichiarare definitivamente appartenente al passato ciò che è interiormente morto dentro (e continua a vivere solo esteriormente) e da affidarlo con chiarezza alle energie del tempo nuovo?». Quel che accade ai nostri giorni, proseguiva Ratzinger, è che «nuovi fenomeni di risveglio cristiano vengono osteggiati proprio da parte dei sedicenti riformatori». Ed è questo il punto su cui Vian incentra la propria attenzione.

In fondo Ratzinger, scriveva Seewald, «manifestava più radicalità e disponibilità alla riforma della maggior parte dei suoi critici». I quali, come lui stesso notava, «difendono spasmodicamente delle istituzioni che continuano ad esistere ormai solo in contraddizione con sé stesse». Nell’azione riformatrice di Carlo Borromeo, Ratzinger intravedeva invece «qual è il presupposto essenziale per un simile rinnovamento». San Carlo «poté convincere gli altri perché lui stesso era un uomo convinto». Poté «resistere con la sua certezza in mezzo alle contraddizioni del suo tempo perché egli stesso le viveva». E le poteva vivere perché era «cristiano nel più profondo senso della parola», cioè era «totalmente centrato su Cristo». Ristabilire «questa integrale relazione a Cristo è quel che veramente conta». Quasi un autoritratto.

Poi Ratzinger aggiungeva l’impressione che «tacitamente» si stesse «perdendo il senso autenticamente cattolico della realtà “Chiesa”» senza che nessuno abbia il coraggio di respingerlo «espressamente». Molti, sosteneva Benedetto XVI, tre anni dopo aver lasciato il «trono», non credono più che la Chiesa sia «una realtà voluta dal Signore stesso». Anche presso alcuni teologi «la Chiesa appare come una costruzione umana, uno strumento creato da noi e che quindi noi stessi possiamo riorganizzare liberamente a seconda delle esigenze del momento». Ma in verità «dietro la facciata umana sta il mistero di una realtà sovrumana sulla quale il riformatore, il sociologo, l’organizzatore non hanno alcuna autorità per intervenire». Se la Chiesa fosse solo «un nostro artifizio», anche i contenuti della fede finirebbero per «diventare arbitrari». In questo modo, il Vangelo finisce per diventare una sorta di «progetto di liberazione-sociale», o di «altri progetti storici, immanenti, che in apparenza possono sembrare anche religiosi, ma nella sostanza sono ateistici». Considerazioni che andavano ben oltre l’iniziale riflessione su san Carlo Borromeo.

Vian adesso torna su questi temi con un dotto excursus non privo di notazioni assai originali. E dense di implicazioni. Particolare attenzione è dedicata dall’autore a Escatologia. Morte e vita eterna (Editore Cittadella), il libro che raccoglieva le iniziali lezioni di Ratzinger a Friburgo nel 1957. Libro che Benedetto XVI ripubblicò molte volte, ognuna con delle aggiunte e degli approfondimenti. L’ultima delle quali, nel 2007, due anni dopo essere stato eletto Papa. Con una nuova prefazione. La sua interpretazione parte da Platone, Aristotele, Tommaso d’Aquino, ma tiene conto anche di alcuni tra i maggiori biblisti e teologi suoi contemporanei come Karl Barth autore dell’Introduzione alla teoria evangelica (Edizioni San Paolo). E poi Rudolf Bultmann che con Karl Jaspers scrisse Il problema della demitizzazione (Morcelliana), Oscar Cullmann con il suo Cristo e il tempo. La concezione del tempo e della storia nel cristianesimo primitivo (Edb), Charles Harold Dodd, autore dell’Interpretazione del quarto vangelo (Paideia). Ma anche quelle che Vian definisce «singole pepite d’oro» nelle «varie teologie della liberazione e della rivoluzione». Con un particolare «metodo impegnativo», Ratzinger, scrive Vian, «ridimensiona l’imminenza della fine del mondo che secondo molte interpretazioni moderne sarebbe stata centrale nella predicazione di Gesù». E nella profezia di san Malachia. Il suo annuncio del «regno di Dio» è infatti «improntato a un senso di continua attualità e non è legato né a luoghi né a tempi». Dal momento che si realizza in Gesù che è lui stesso il Regno, secondo una bella espressione di Origene (185-253 d.C.), uno dei maggiori pensatori cristiani dell’antichità.

Nel Ratzinger di Vian spicca soprattutto il non comune contributo teologico che colloca quel pontefice «in una categoria quasi per nulla rappresentata nella storia del papato». E «in una posizione di assoluto rilievo», come mostrano le sue riflessioni sulle «realtà ultime» e sull’ebraismo. Importantissime queste ultime. A dispetto degli «stereotipi a lui ostili tenacemente applicati soprattutto in Germania sin dalla fine degli anni Sessanta del secolo scorso». E che proseguirono anche dopo la pubblicazione nel 2019 di un suo «denso e innovativo studio sull’ebraismo», accompagnato da un successivo scambio di lettere con il rabbino capo di Vienna, Arie Folger. Il tutto è racchiuso nel libro Ebrei e cristiani (San Paolo Edizioni). Il pensiero di Ratzinger, prosegue Vian, «è fondato rigorosamente sulla Bibbia, che è ebraica e cristiana», e «sulla tradizione cristiana costituitasi nel confronto con il pensiero greco». Ma, secondo il teologo bavarese divenuto Papa, questa tradizione è viva «proprio perché è nutrita dalla storia, con essa si è sempre confrontata e vuole confrontarsi». Perciò «ha la pretesa e la possibilità di proporre la sua ragione e le sue ragioni a una contemporaneità che nei confronti delle religioni si mostra intollerante». In qualche modo «rinnovando lo scontro tra le pretese idolatriche dell’intolleranza ellenistica e la resistenza della fede monoteista giudaica al tempo dei Maccabei».

«Lucida», secondo Vian, è stata anche «la diagnosi del Papa a proposito dell’estinguersi della fede nei deserti di questo mondo e dello scandalo intollerabile degli abusi». «Debole e per nulla sostenuto» è stato invece il suo governo. Se non «addirittura contrastato da collaboratori che si sono rivelati non all’altezza del pontefice». O anche «infedeli». Quanto all’interrogativo sull’ultimo Papa, secondo Vian, «resta per il momento senza risposta». Il che ci costringe a lasciare in sospeso il giudizio — per quel che riguarda lo storico Vian impossibile da dare in senso compiuto, se non per qualche cenno, a proposito di un Papa che è in vita e assai attivo — sul pontificato di papa Bergoglio.

Le testate atomiche con Mosca nel mirino: una risposta alla minaccia su Berlino e Copenaghen

di Gianluca Di Feo – La repubblica 12 Luglio 2024

Il Pentagono rincorre il Cremlino: punta a produrre nel 2025 le armi ipersoniche già a disposizione di Mosca Ma così torna la “mutua distruzione assicurata”

12 LUGLIO 2024 ALLE 01:01

Ricomincia il grande duello missilistico. Una sfida di gittate che mira a tenere reciprocamente sotto tiro le capitali, riproponendo l’equilibrio del terrore che era stato cancellato alla fine della Guerra Fredda. Washington e Berlino rispondono alle minacce sempre più esplicite del Cremlino, cercando di recuperare il terreno nell’unico settore in cui i russi hanno dimostrato un vantaggio: i missili a medio raggio.

dal nostro inviato Paolo Mastrolilli12 Luglio 2024

Siamo davanti a una rincorsa agli armamenti. Mosca dal 1999 ha investito le migliori risorse tecnologiche per sviluppare una generazione di ordigni, concepiti per superare le difese della Nato. Sono stati così progettati nuovi modelli di missili balistici, di cruise e di ipersonici: oggi dispongono di due sistemi operativi, il Kinzhal e lo Zirkon, con velocità che sfiorano i 10mila chilometri l’ora. Nei sanguinosi raid contro Kiev è stato esibito tutto questo arsenale, prodotto in numeri sempre più alti.

Inoltre i russi hanno valorizzato l’ultimo rimasuglio dell’impero sovietico: la penisola baltica di Kaliningrad, incastonata all’interno della Polonia per volontà di Stalin. Putin l’ha trasformata in una fortezza, rendendola letteralmente una spina nel fianco della Nato. Da lì i missili balistici Iskander, che si sono rivelati particolarmente precisi, possono piombare sopra Berlino, Copenaghen, Varsavia, Vilnius e Riga. Spesso vi vengono trasferiti pure i caccia Mig31 con gli ipersonici Kinzhal che estendono l’ombra di morte pure a Stoccolma ed Helsinki, ultime entrate nell’Alleanza atlantica.

Il Baltico è un mare con fondali bassi e spazi ristretti, che offre margini di manovra limitati ai sottomarini e agli incrociatori statunitensi o britannici, i soli nella Nato a imbarcare ordigni a lungo raggio. Ed ecco che l’unico modo per introdurre un deterrente è portare i missili sul suolo tedesco, in modo probabilmente da esporre Mosca e San Pietroburgo a una rappresaglia. Il condizionale è d’obbligo, perché negli ultimi venticinque anni nessun Paese occidentale ha costruito armamenti di questo tipo: dopo la scomparsa dell’Urss, i cruise Tomahawk sono stati convertiti nello strumento per punire dittatori e jihadisti, da Saddam Hussein a Slobodan Milosevic, da Osama Bin Laden a Bashir Assad. Soltanto nel 2019, con gli occhi rivolti alla Cina, il Pentagono ha riaperto le ricerche.

Poiché tutti gli euromissili erano stati rottamati e l’Us Army ne era completamente priva, si è deciso di prendere un lanciatore delle navi e infilarlo in un mega-container, trainato da una motrice. Una soluzione chiamata Thypon: può scagliare l’ultima versione dei Tomahawk, che non superano i 900 chilometri orari e arrivano a 1800 chilometri di distanza. O in alternativa i recenti SM-6 Standard, nati come intercettori che volano a due volte e mezzo la velocità del suono. Di Thypon però ce ne sono pochissimi: una batteria è stata testata nelle Filippine lo scorso aprile, un’altra è in fase di completamento. Si tratta comunque di un “tappabuchi” – come sottolinea il comunicato congiunto di Biden e Scholz – in attesa che gli Usa riescano a mettere a punto il loro ipersonico: il Dark Eagle ha superato il primo test lo scorso 28 giugno e dovrebbe entrare in servizio nel 2025.

In questa competizione adesso vuole inserirsi pure l’Europa. Italia, Francia, Germania e Polonia hanno annunciato ieri il piano per realizzare un cruise con mille chilometri di portata, probabilmente partendo da quello costruito dal consorzio Mbda per la marina francese: i tempi non saranno brevi.

La febbre dei missili ha un lato oscuro. Quelli russi sono tutti predisposti per colpire con testate nucleari tattiche, esibite dal Cremlino nell’esercitazione di un mese fa e presenti pure a Kaliningrad. La Nato invece nel territorio europeo ha solo tradizionali bombe americane “a caduta libera”, dislocate pure ad Aviano e Ghedi. Per questo motivo all’interno dell’Alleanza da un anno si è aperto un dibattito tra esperti sulla necessità di rinforzare lo “scudo atomico”, con l’ipotesi di dotare Tomahawk e Dark Eagle di ogive tattiche. Sarebbe il ritorno all’incubo della “mutua distruzione assicurata”, in sigla inglese Mad, con una differenza sostanziale rispetto al passato: oggi la nuova Guerra Fredda si intreccia con un conflitto caldissimo combattuto nel cuore del continente.

Diviso fra Trump e Biden, il cattolico vota senza indugi Le Pen

MATTEO MATZUZZI  06 LUG 2024- IL FOGLIO

Se negli Stati Uniti la situazione resta fluida, in Francia sempre più cattolici guardano con interesse (e votano) il Rassemblement National. Un paradosso non troppo spiegabile

 Dove va il voto cattolico? Negli Stati Uniti la situazione resta fluida: da una parte il pur cattolico Biden (ma abortista, pro gender e non proprio in linea con la crociata ai “fabbricanti di armi” lanciata da Papa Francesco), dall’altra Trump, che è l’opposto di ciò che è il modello del buon cattolico. Ma è l’America, si dirà.

Più interessante è quanto avviene in Europa, soprattutto nella Francia laica e secolarizzata. Qui, anno dopo anno, sempre più cattolici guardano con interesse (e votano) il Rassemblement National di Marine Le Pen. Nella patria del cattolicesimo dinamico e progressista, di Jacques Maritain e Jacques Delors, i fedeli ammiccano in percentuali sempre maggiori alla destra estrema. Curioso. Anche perché il Rn non è affatto un comodo rifugio per i cattolici, anzi: Madame Le Pen sui cosiddetti valori non negoziabili è molto più in linea con il pensiero di Marina Berlusconi (si banalizza, ma per capirci) che con quello del prode monsignor Carlo Maria Viganò.

Le Pen è laicissima, non vuole simboli religiosi, siano essi islamici, ebraici o cristiani. Eppure, buona parte del suo consenso lo pesca tra i catholiques. Ennesimo segnale che le categorie del passato non servono proprio più a nulla. 

La passione dei russi per l’America

di Stefano Caprio – Asia news – 7 Luglio 2024

Tra la gente a Mosca è molto in voga la domanda “sei con Biden o con Trump?”. Non tanto per motivi ideologici o geopolitici, ma per un fascino misterioso di comunanza e repulsione allo stesso tempo verso il grande nemico, che per molti aspetti è percepito come un Grande Fratello.

Uno degli argomenti che più appassiona i russi di questi tempi, al di là delle vicende belliche o delle altalene dell’economia, sono le elezioni negli Stati Uniti. Attirano in vario modo anche quelle della Francia e della Gran Bretagna, e le trattative per la composizione della nuova Commissione europea; ma in realtà queste sono questioni di competenza della propaganda e della “guerra ibrida” delle istituzioni, interessate a spostare ad ogni latitudine gli equilibri politici in favore degli interessi della Russia. Tra la gente è invece molto in voga la domanda “sei con Biden o con Trump?”. Non tanto per motivi ideologici o geopolitici, ma per un fascino misterioso di comunanza e repulsione allo stesso tempo verso il grande nemico, che per molti aspetti è percepito come un Grande Fratello.

La Russia ha scelto di contrapporsi all’Occidente dominato dagli anglosaksy, il termine che definisce lo schieramento degli avversari, ma che in vario modo costituisce uno specchio per il “mondo russo”, che nelle sue giravolte tra Oriente e Occidente non riesce a separare i suoi destini da quelli dell’America. L’Asia e la Cina, e la stessa Europa, non possono infatti rappresentare una vera alternativa, considerando che il territorio russo si estende per oltre un terzo del continente eurasiatico, e in un modo o nell’altro si ritiene sempre la parte dominante di tutti e due i suoi versanti. L’America è l’unica vera alternativa, separata da due oceani e confinante al vertice estremo del globo terrestre, tanto che è difficile definire la latitudine dell’Alaska, territorio appartenuto per qualche tempo all’impero russo, rispetto alla Čukotka o alle sterminate distese dell’Artico, conteso per un futuro senza più divisioni della bussola.

L’impero anglosassone e quello russo nacquero insieme agli albori del mondo moderno, nella sintonia tra Ivan il Terribile ed Elisabetta d’Inghilterra, la “regina vergine” a cui fu dedicato il primo Stato americano, la Virginia. Entrambi proclamarono la loro separazione definitiva dalla Chiesa di Roma, in nome di una superiorità morale e spirituale che si elevava sopra gli scismi e i compromessi della fede con la politica dei regni europei. La Chiesa anglicana e la Chiesa ortodossa russa non sono fino in fondo né cattoliche, né protestanti e nemmeno ortodosse nel senso della dipendenza da altri centri come Roma e Bisanzio, rappresentando forme di unione tra religione e politica assolutamente differenti ed esclusive, nei secoli passati come ancora oggi, in condizioni ovviamente assai diverse. Rimane il fatto che il re d’Inghilterra è ancora il capo della Chiesa, e nel regime americano di assoluta separazione, i movimenti religiosi più impegnati possono condizionare la politica più di tutte le trame dei papi o dei cardinali europei; per non parlare della riedizione della sinfonia russa tra lo zar e il patriarca, in barba a qualunque dettame della comunione bizantina, ormai ufficialmente rigettata dai russi.

Il Far West americano dei cowboys fu preceduto dal Far East dei cosacchi, con i popoli minori asiatici al posto delle tribù degli indiani, entrambi con le frecce contro le armi da fuoco, come descritto dai quadri russi e dai film americani. Russi e americani rappresentano la stessa soluzione di imperi multietnici con un popolo dominante a livello culturale, linguistico, economico e religioso. Le soluzioni ovviamente sono molto diverse: l’Unione americana lascia molte competenze ai singoli Stati, mentre la Federazione russa non ammette nessuna iniziativa indipendente dal centro moscovita; e se gli americani mostrano ora la contrizione per il passato coloniale, la Russia lo rivendica come il grande compito di civilizzazione per il suo immenso territorio e per il mondo intero, dove del resto gli americani spadroneggiano da un secolo.

Alle consonanze della storia e della geografia, si associano in tempi più recenti le grandi differenze dei sistemi politici, per cui la Russia non ha mai conosciuto la competizione democratica sotto gli zar e i sovietici, e guarda alla contrapposizione americana degli schieramenti con un misto di scherno e di invidia. Le elezioni americane vengono seguite con pieno coinvolgimento dai russi fin dall’Ottocento, quando il massimo scrittore Lev Tolstoj si dedicava con articoli e suggerimenti alle vicende d’oltreoceano, ricevendo politici e candidati americani nella sua tenuta di Jasnaja Poljana, o nel Novecento dei confronti tra Stalin e Roosevelt, o tra Kennedy e Khruščev. Una sfida particolarmente sentita fu quella tra Ronald Reagan e Walter Mondale del 1984, al tramonto dell’impero sovietico, quando i russi tifavano per il democratico Walter, la cui vittoria era pronosticata da tutti i programmi televisivi sovietici nella speranza di un “dialogo progressista” che esaltasse i lavoratori americani, contro “l’edonismo reganiano” che propugnava uno stile di vita degradato e immorale. Un tema tornato di attualità nella Russia putiniana che difende i “valori tradizionali” e che oggi dovrebbero essere di competenza del biondo Donald, più che del decrepito Joe, anche se su questo aspetto non mancano dubbi e incertezze.

Le uniche elezioni americane che non suscitarono particolari passioni nei russi furono quelle di Bill Clinton nel 1992 e per il secondo mandato del 1996, quando la Russia post-sovietica si trovava immersa in un vortice incontrollabile di democrazia mai sperimentata. La prima presidenza di Boris Eltsin, a dire il vero, non vide particolari confronti con avversari di altra tendenza, se non nelle tensioni del parlamento a fine 1993, quando il presidente della Russia democratica risolse la questione bombardando la Casa Bianca sulle rive della Moscova. L’unico vero scontro politico ebbe luogo nel 1996, quando Eltsin si ripresentò di fronte al comunista Gennadij Zjuganov, segretario del partito risorto dopo la penitenza post-sovietica e appoggiato apertamente dalla Chiesa ortodossa. Fu forse l’unica volta che si presentavano in Russia due mondi diversi, rendendo finalmente reale il confronto tra i comunisti “slavofili” e i democratici “occidentalisti”, tanto discusso nei salotti dell’intelligentsija ottocentesca. Non a caso gli americani fecero tutto il possibile per sostenere l’ormai già decadente Eltsin, che non riuscì a dare seguito alla vittoria, finendo per consegnare il Paese nelle mani di Vladimir Putin e concludendo per sempre la breve avventura della Russia democratica.

Ai russi è rimasta comunque un po’ di nostalgia degli anni Novanta, che si intreccia con quella dei tempi sovietici. Se da Stalin a Brežnev si guardava alle vicende politiche americane in corrispondenza con le strategie della guerra fredda, considerando gli americani come dei bambinoni sempre indecisi tra una parte e l’altra (si usava il termine sarcastico amerikosy), oggi si ricordano le sfide infuocate sulle televisioni russe degli anni “democratici”, in cui senza il controllo del potere assoluto si scatenavano le risse e gli insulti senza alcun limite. Oggi si è costretti a votare per finta per l’eterna riconsacrazione dello zar, mentre allora c’erano gli “intrighi” che il popolo russo non riesce a reggere a lungo, ma che rendono tutto molto più interessante e imprevedibile. L’emozione di un confronto alla pari, i cui risultati non verranno manipolati più di tanto, in fondo manca molto ai russi, che sono costretti a fare da spettatori esterni sia delle varie elezioni mondiali, sia degli eventi sportivi da cui sono esclusi, potendo tifare al massimo per la Georgia o la Slovacchia ai campionati europei, rimanendo infine soltanto con la Turchia.

Un altro fattore che attrae e irrita i russi allo stesso tempo è l’invidia per lo status di superpotenza degli Stati Uniti, le cui competizioni elettorali interessano al mondo intero, mentre quelle degli imperi eurasiatici non presentano alcun fascino in altre latitudini. Non c’è paragone neppure con le fragili democrazie europee, dove non stuzzica più di tanto il confronto tra Starmer e Sunak o tra Macron e Le Pen, anche se il Rassemblement National di quest’ultima è la formazione politica più farcita di “agenti stranieri” putiniani a livello mondiale. I russi detestano queste prerogative degli americani, sperano solo che gli Usa si disfino e il dollaro precipiti sui mercati mondiali, li considerano i maggiori colpevoli di tutti i mali che si diffondono sul pianeta, e proprio per questo non riescono a rimanere indifferenti alle loro vicende, e alla personalità dei loro leader. Si discute molto su quale sarà l’atteggiamento del prossimo presidente verso la Russia, e si cerca di tifare per quello più odioso per giustificare il proprio irresistibile risentimento, finendo inevitabilmente per esaltare quello apparentemente più favorevole.

Fu veramente grottesco quando alla Duma di Mosca fu annunciata la vittoria di Donald Trump a novembre 2016, e tutti i deputati si unirono freneticamente in un grande applauso. I propagandisti più esaltati girarono per le strade di Mosca agitando la bandiera americana, e a gennaio del 2021, quando i sostenitori di Trump assaltarono il Campidoglio, i russi idealmente si unirono a loro, realizzando uno dei sogni più ricorrenti nelle fantasie della politica mondiale. Quando poi ad agosto 2021 gli americani si ritirarono dall’Afghanistan, i russi decisero che era giunto il momento di assumere il dominio della scena globale, fino all’invasione dell’Ucraina. Oggi tornano quelle sensazioni, con l’aggiunta che i due candidati alla presidenza Usa sommano 160 anni in due, facendo apparire lo zar Putin 71enne il vero volto del futuro mondiale.

Putin si è infatti affrettato a dichiarare che “noi russi prendiamo sul serio il fatto che Trump, come candidato, dichiari di essere pronto a fermare la guerra in Ucraina, e non ho dubbi che lo affermi sinceramente”. Questa scelta di campo non necessariamente convincerà tutti i russi a tifare per Trump, nonostante siano ben pochi i sostenitori di Biden; l’importante è convincere tutti che la vittoria sarà comunque a favore della Russia, inglobando anche l’America nel “mondo russo”.

VATICANO

Viganò scomunicato per scisma

Un comunicato del Dicastero per la Dottrina della Fede annuncia la scomunica “latae sententiae” per l’ex nunzio negli USA che non riconosce la legittimità del Papa e dell’ultimo Concilio

Vatican News – Venerdì 5 Luglio 2024

L’arcivescovo Carlo Maria Viganò, già nunzio apostolico negli Stati Uniti d’America ha ricevuto la scomunica comminata d’ufficio per aver voluto abbandonare la comunione con il Vescovo di Roma e la Chiesa cattolica. «In data 4 luglio 2024 – si legge nel comunicato diffuso dal Dicastero – il Congresso del Dicastero per la Dottrina della Fede si è riunito per concludere il processo penale extragiudiziale ex can. 1720 CIC a carico» di monsignor Carlo Maria Viganò, arcivescovo titolare di Ulpiana, «accusato del delitto riservato di scisma (cann. 751 e 1364 CIC; art. 2 SST)».

«Sono note – continua il comunicato – le sue affermazioni pubbliche dalle quali risulta il rifiuto di riconoscere e sottomettersi al Sommo Pontefice, della comunione con i membri della Chiesa a lui soggetti e della legittimità e dell’autorità magisteriale del Concilio Ecumenico Vaticano II». «All’esito del processo penale», Viganò «è stato riconosciuto colpevole del delitto riservato di scisma. Il Dicastero ha dichiarato la scomunica latae sententiae ex can. 1364 § 1 CIC. La rimozione della censura in questi casi è riservata alla Sede Apostolica». La decisione è stata comunicata all’arcivescovo in data 5 luglio 2024.

Com’è noto lo scorso 20 giugno era stato lo stesso prelato a divulgare integralmente il decreto che lo convocava a Roma per rispondere delle accuse dandogli la possibilità fino al 28 giugno di nominare un avvocato difensore che lo rappresentasse o facendo pervenire una memoria difensiva. Non essendo avvenuto, gli è stato attribuito un difensore d’ufficio che ha svolto secondo le norme del Diritto la difesa di Viganò.

A più riprese, negli ultimi anni, l’ex nunzio negli USA aveva dichiarato di non riconoscere la legittimità del Papa e dell’ultimo Concilio. Nella scomunica latae sententiae si incorre per il fatto stesso di aver commesso il delitto. Allo scomunicato è proibito di celebrare la Messa e gli altri sacramenti; di ricevere i sacramenti; di amministrare i sacramentali e di celebrare le altre cerimonie di culto liturgico; di avere alcuna parte attiva nelle celebrazioni appena citate; di esercitare uffici o incarichi o ministeri o funzioni ecclesiastici; di porre atti di governo. Il senso della scomunica è comunque quello di essere una pena medicinale che invita al ravvedimento, quindi si resta sempre in attesa di un ritorno della persona alla comunione.

JOSEPH RATZINGER UN BUON EUROPEO

IL FOGLIO 01 LUG 2024

L’amata patria culturale: una raccolta di scritti illuminanti del Papa che ha lottato per unire fede e ragione e contro la barbarie mascherata da progresso

“Mi sono venute in mente frasi famose mentre leggevo questa bella raccolta di scritti di Joseph Ratzinger (Benedetto XVI) sulla sua amata patria culturale, l’Europa” scrive l’accademico americano Paul Seaton su Law&Liberty. “Alcuni provengono dalla Scrittura. Un profeta non è privo di onore, tranne che nel suo paese; il buon pastore va alla ricerca della pecora smarrita. Penso anche a Shakespeare: ‘La sua vita fu generosa, e gli elementi così mescolati in lui che la natura avrebbe potuto levarsi a dire al mondo intero, questi fu un uomo’. Infine, una frase nicciana ricorreva regolarmente: ‘Un buon europeo’. Ratzinger era un buon europeo.

Le ragioni sono illustrate in una nuova raccolta di suoi scritti selezionati, ‘True Europe’. Come vero figlio dell’Europa, questo eminente pensatore e uomo di chiesa cattolico si preoccupava costantemente della sua patria culturale e dei suoi figli moderni. Trascorse buona parte della sua vita adulta considerando entrambi, misurando l’Europa dei suoi tempi rispetto a ciò che il titolo della raccolta evidenzia: ‘identità e missione’ che definiscono l’Europa. Quella ‘missione’ originaria, quella definizione dell’identità come ‘continente culturale’, era quella di unire la fede cristiana e la ragione filosofica in un dialogo reciprocamente arricchente, e di umanizzare costantemente la politica e la vita sociale alla luce della dignità conferita all’uomo. E durante la sua lunga vita (1927-2022), fu costantemente motivo di preoccupazione, poiché gli europei moderni voltarono ripetutamente le spalle a questa grande eredità.
 

Cresciuto adolescente in Baviera nei primi anni 40, Ratzinger vide l’ascesa della mostruosa ideologia razzista che conquistò la sua nazione. Poi, dopo una devastante guerra mondiale, vide la sua amata Europa divisa da una cortina di ferro, con il suo stesso paese a esemplificare la divisione, questa volta colpita da un mostruoso totalitarismo ideologico della sinistra. Due decenni dopo, l’ancora giovane professore osservò l’antinomismo, l’utopismo e la violenza rivoluzionaria del ‘68. E dal 1989 fino alla sua morte, ha seguito una serie di decisioni fatali delle élite che hanno portato l’Europa in una direzione inquietante, verso un secolarismo totale che ha espulso Dio e la fede biblica dalla vita pubblica e ha intronizzato un’umanità radicalmente autonoma sans Dieu et sans racines (senza Dio e senza radici). Così, nel corso di una vita movimentata, osservò i suoi compatrioti impazzire in una serie di modi ideologici, di destra, di sinistra e umanitari. Avevano in comune il rifiuto della fede cristiana e le corrispondenti apoteosi della ragione e della volontà che, in verità, costituivano un terribile accecamento e restringimento.
 

Ciò di cui fu testimone fu una serie di esperimenti in forme di ateismo tipicamente moderne, ciò che il teologo gesuita francese Henri de Lubac (1996-91), collettivamente soprannominò ‘umanesimo ateo’. Qui era un paradosso: queste aberrazioni della ragione e della volontà, queste estreme negazioni della fede, erano state concepite e avevano visto la luce per la prima volta in Europa. Erano i prodotti europei per eccellenza. Come è stato possibile? Posta la questione in questo modo, è diventato evidente il compito di una diagnosi culturale. Perché e come l’Europa ha concepito le sue antitesi? Come si potrebbero discriminare gli sviluppi europei validi da quelli non validi? E, cosa ancora più urgente, come richiamare efficacemente gli europei a sé stessi, alla loro identità originaria e alla loro missione determinante? Come rendere Dio credibile e attraente per coloro che lo avevano abbandonato?
 

Le conferenze, i saggi e gli interventi di questo volume aiutano i lettori a vedere come l’eminente studioso, pensatore e uomo di chiesa ha affrontato questo compito colossale. Erano richieste tutte e tre le competenze: studioso, pensatore e uomo di chiesa. Come studioso, ha raccolto e sintetizzato i dati rilevanti, risalendo indietro nella storia fino alla prima occorrenza del termine Europa in Erodoto, per poi tracciare il concetto e la realtà di un continente culturale distintivo mentre prendeva forma. Come pensatore, ne analizzò le diverse componenti (greca, romana, cristiana, moderna) nei loro elementi positivi e nei loro contributi alla cultura umana, e considerò la scena contemporanea alla loro luce. Essendo un uomo di chiesa noto per la sua cultura e il suo candore, veniva regolarmente invitato a parlare di questioni europee. Da qui una caratteristica generale dei brani qui raccolti: sono riflessioni offerte a pubblici diversi – chi ecclesiale, chi laico – in diverse occasioni tra il 1979 e il 2021. Ciascuna è una gemma, e collettivamente contribuiscono a comporre un mosaico di Ratzinger sull’Europa allora e oggi, e sui suoi possibili futuri. Di volta in volta, la voce è analitica e narrativa; critica e costruttiva; gentile, ferma e schietta; e minacciosa e invitante. La sua nota dominante è una combinazione non forzata di serenità, nata dalla razionalità, e fede. Parlando in questo modo, egli incarna e riafferma la sua convinzione circa la vocazione dell’Europa a coniugare fede e ragione in un dialogo reciprocamente illuminante, e così a servire l’intera persona umana. Crede che il mondo e la Chiesa verrebbero sminuiti in modo incommensurabile dalla perdita di questa identità, come realtà e ideale. Eppure molti segnali odierni rendono questa possibilità reale.
 

Ratzinger è colpito da quanto l’Europa contemporanea odia sé stessa. Ciò si manifesta nei modi più elementari e più elevati. Elementari, perché le sue popolazioni autoctone rifiutano l’atto elementare di speranza che è quello di mettere al mondo una nuova vita; elevati, a causa del suo costante rifiuto del suo ricco patrimonio culturale al di fuori delle categorie moderne come scienza, libertà e secolarismo portate agli estremi. E’ allo stesso tempo stanca della vita e si vanta di essere il nuovo modello dell’umanità. Non c’è da stupirsi che altre regioni del mondo guardino all’Europa di oggi e dicano: no grazie, desideriamo vivere e desideriamo continuare a vivere in continuità con le nostre radici e la nostra storia.
 

Benedetto coglie regolarmente l’occasione per dire ai suoi compatrioti europei quanto rappresentino un’anomalia culturale sulla scena odierna, alla luce del loro ripudio delle proprie radici e fondamenti culturali. Orgogliosi di essere aperti a tutte le altre culture, perdono la lezione principale che gli altri potrebbero insegnare loro, ovvero che una cultura che si stacca dalle sue radici e dalla sua storia non è adatta a questo mondo. Né è solo sé stessa che l’Europa odia. Odia la vita umana stessa e il mezzo che Dio ha dato all’umanità per condividere la sua trasmissione: il matrimonio eterosessuale monogamo.

Alcuni dei passaggi più significativi affrontano l’adesione da parte degli europei al diritto all’aborto e alla pratica legalizzata dell’eutanasia come segni distintivi della libertà umana. Questa è mascherata da progresso di civiltà. Pur riconoscendo le difficoltà in una serie di circostanze personali, Ratzinger sottolinea l’ostinata cecità nei confronti delle verità conosciute sulla nascente vita umana che porta al diritto di abortirla, insieme alla corruzione della coscienza umana che presuppone e giustifica. Al contrario, la gratitudine e il rispetto per il dono della vita sono racchiusi nel comandamento biblico di non uccidere. Sotto questo aspetto, l’Europa contemporanea ha profondamente compromesso la sua pretesa di esistenza civilizzata.

La diagnosi di Benedetto sull’Europa contemporanea può essere riassunta come segue: la nuova Europa è motivata dall’arroganza dell’emancipazione totale, che porta inesorabilmente a tagliarsi fuori dalle fonti della vita. Non c’è da stupirsi che l’Europa stia morendo. L’uomo non è Dio, e fingere il contrario porta necessariamente a sminuire la Sua immagine. Un’Europa sradicata deve riscoprire le sue radici vitali.
 

Ratzinger ripercorre gli errori moderni che hanno portato ai giorni nostri. Quando si conosce il terminus ad quem, si può guardare alla storia e ai suoi sviluppi con occhio attento. Le partenze possono essere collocate in diverse categorie: antropologie rielaborate; teologie rielaborate; comprensioni rielaborate della scienza e della natura; concezioni rielaborate dello stato e della politica; comprensioni rielaborate della storia (da teologica e provvidenziale a secolare e immanente); e così via. Ci sono molti pezzi nel puzzle della causalità storica.  Ratzinger è lungi dall’essere semplicemente ‘antimoderno’.  Ciò che preoccupa Ratzinger è la sua preventiva “mappatura del mondo” da parte della scienza moderna, la visione del mondo che essa presuppone e promuove. Qui sorgono domande sulla sua adeguatezza a cui la scienza stessa non può rispondere.
 

Lo ‘scientismo’, l’idea secondo cui la scienza moderna è l’apice della ragione, è falso, in modo dimostrabile, e la scienza deve essere (re)inserita in un dialogo con altri usi della ragione, a partire dalla filosofia ma includendo anche la fede. Qualcosa di simile accade con i valori etici moderni come l’uguaglianza umana, la dignità e i diritti di coscienza, che sono fondamentali per la democrazia moderna. Essendo valori condivisi dai suoi contemporanei, pone loro due domande: da dove vengono questi valori? E cosa può sostenerli oggi?

Uno sguardo aperto alla storia umana e alle culture del mondo rivela che essi vennero alla luce per la prima volta in terra cristiana e furono radicati nella rivelazione cristiana. I pensatori moderni hanno poi tentato in vari modi di fondarli in altri contesti: nella natura, nella ragione e persino nella storia o nella volontà. Oggi, questi sforzi hanno rivelato le loro inadeguatezze, e i contemporanei si ritrovano con impegni senza fondamento o sostegno. La loro fonte originaria, il cristianesimo, è tuttavia pronta a fornire tale sostegno.
 

Traduzione di Giulio Meotti

Carlo Acutis, parla la mamma del santo ragazzino: «Mistico del pc, calamitava tutti. Dopo averlo perso sono rimasta incinta: avevo 44 anni, mi sembrava impossibile»

di Giancarla Ghisi – Corriere della Sera – 1 Luglio 2024

Antonia Salzano, madre del giovanissimo beato: «Era un bimbo grazioso, non bellissimo, eppure la gente era attratta. E’ sempre stato in anticipo su tutti. I gemelli? Devoti, ma voglio che abbiano una vita normale. È stato seppellito a Biella, poi l’abbiamo portato ad Assisi: il suo corpo era intatto, l’ho vestito come un ragazzo dei nostri tempi»

C’è attesa per il grande giorno. Quello in cui Carlo Acutis diventerà Santo. Un ragazzo pieno di vitalità morto a 15 anni, il 12 ottobre del 2006, in meno di una settimana per leucemia fulminante. «Forse verrà fissata a ottobre o addirittura nel 2025. La conferma della data l’avremo presto. Il Papa prossimamente convocherà un Concistoro ordinario pubblico nel quale fisserà la cerimonia della canonizzazione», racconta Antonia Salzano, la mamma. Sarà il primo Santo dei millennial e della Rete. Carlo, nato a Londra, è cresciuto a Milano in una famiglia della buona borghesia senza particolari attenzioni verso la religione. Il suo percorso religioso è iniziato quando era ancora un bimbo. A lui, ad oggi, sono riconosciuti diversi miracoli.

Signora Salzano quando ha capito che su0 figlio aveva un dono?
«Già da piccolo aveva atteggiamenti particolari. È sempre stato in anticipo rispetto ai suoi amichetti, ai cugini e anche i miei due figli gemelli. A tre mesi disse la prima parola e ci stupì molto. A cinque mesi già parlava. All’inizio eravamo sorpresi. Io fino ad allora ero stata poche volte in chiesa: solo quando ho ricevuto il battesimo, la cresima e quando mi sono sposata. Mio marito qualche volta in più, la sua era una famiglia cattolica, a volte la domenica accompagnava i genitori a messa. Non eravamo contrari alla fede c’eravamo abituati a farne a meno».

Oltre a lei suo marito si è accorto di qualcosa?
«I primi anni abitavamo a Londra. Quando è nato Carlo ho lasciato il mio lavoro nell’editoria per stare vicino a mio figlio. Mio marito era impegnato nell’azienda di assicurazioni di famiglia e nonostante avesse con lui un ottimo rapporto non viveva la quotidianità. Quando nei fine settimana stavano del tempo insieme era sempre più la consapevole che fosse un bambino speciale».

Anche nei comportamenti quotidiani?
«Sì. Quando siamo ritornati in Italia, a Milano, aveva una sua vita impegnata fra gli amici, lo studio, lo sport, un’attività di catechista, l’aiuto ai senzatetto e poi Dio. Era piccolo, facevamo delle passeggiate e voleva sempre fermarsi in chiesa. E diventava difficile farlo uscire. La sua meta era sempre il tabernacolo, che considerava casa di Gesù. Diceva: “Non serve andare a Gerusalemme, lui è qui in quel tabernacolo. I soldi del viaggio teniamoli per aiutare i poveri”». La madre di Carlo Acutis, Antonia Salzano  

Immagino che ponesse domande.
«Sì, anche molto profonde. Io ero ignorante, non sapevo cosa dire, mi metteva in imbarazzo. Avevo un certo addormentamento spirituale. Non conoscevo nemmeno la differenza tra Vangelo e Bibbia. Ignoravo molte delle verità di fede. Mi sono avvicinata alla religione con la morte improvvisa di mio padre. Conoscevo una signora che abitava nella mia zona, mi aveva parlato di un sacerdote illuminato, padre Ilio Carrai il “Padre Pio di Bologna”. Quando mi ricevette mi disse: “Suo figlio è speciale, con un’importante missione per la Chiesa. E mi consigliò di studiare teologia. Da lì è iniziato il mio cammino verso la conversione». 

Ha un ricordo particolare di Carlo
«Beh…Tanti. Lui aveva carattere forte, sapeva quello che voleva. Prima della Comunione ha scritto: “Essere sempre unito a Gesù è il mio programma di vita”. In quel momento ha cominciato a connettersi con il Cielo. Era un informatico, un mago del computer con cui faceva filmati e giornalini. Ricordo un altro episodio, a sei anni Carlo scrisse una letterina al nostro collaboratore domestico molto attento alla moda, spendeva tutto comprando oggetti superflui: “Gesù, fa che Rajesh sia meno vanitoso”. E poi con estrema leggerezza e humor gli diceva: “Rajesh, tu invecchierai mentre io resterò giovane per sempre. Oggi lui è un divulgatore religioso, si è convertito».

La gente attorno a lui cosa diceva?
«È sempre stato una specie di calamita. Da piccolo era un bimbo grazioso, non di quelli bellissimi, eppure se andavo al supermercato la gente veniva attratta da lui. Si pensa che i mistici siano veggenti o possiedano le stigmate. Mentre ho capito che Carlo è un vero mistico e ha una profonda e costante unione con Dio». 

Quindi suo figlio non aveva paura della morte?
«No, l’ha affrontata con il sorriso consolando chi stava vicino. A noi ha detto prima di entrare in ospedale: “Da qui non uscirò vivo”. Né io né mio marito potevamo crederci, fino a tre giorni prima era andato a scuola. E mentre veniva curato, mentre tutto il personale medico si stupiva per il suo sorriso davanti a un dolore fisico atroce causato dalla leucemia, rispondeva: “Offro le mie sofferenze per la Chiesa, il Papa e per non fare il purgatorio ma andare dritto in paradiso”. Era figlio unico, penso che con certi suoi atteggiamenti mi volesse preparare».

Ad esempio?
«Qualche giorno dopo la sua morte una notte mi sono svegliata di soprassalto. Ho acceso il suo computer e mi sono trovata sul desk un filmato fatto qualche mese prima in cui sorridendo diceva: “Quando arriverò a pesare 70 chili lascerò questa terra”». 

Un addio annunciato?
«C’erano tanti piccoli segni che allora non ho voluto cogliere. Ad esempio l’ultimo dell’anno alla tradizionale pesca dei santi di San Silvestro. È una tradizione di famiglia per trovare il protettore o la protettrice dell’anno, lui di solito lui estraeva Gesù o la Madonna. L’anno della sua morte pescò Alessandro Sauli e tutti a chiederci cosa potesse significare. Quando entrò in ospedale, proprio davanti vidi una chiesa, era intitolata a questo Santo. E l’11 ottobre in cui venne considerata la morte cerebrale di Carlo è lo stesso giorno in cui morì il suo Santo dell’anno».

Come vivono i suoi figli la presenza di questo fratello importante?
«Con serenità. Io li lascio liberi perché devono fare la loro strada. Hanno 13 anni, sono devoti, guardano e pensano al fratello che non hanno conosciuto con estrema naturalezza. Fanno una vita normale come tutti i ragazzi. Soprattutto sono un regalo di Carlo. Non pensavo di potere avere ancora figli a 44 anni. Carlo prima di andarsene mi disse: “Ti manderò tanti segni”. In sogno mi annunciò: “Presto sarai mamma. E dopo un mese sono rimasta incinta». 

Il libro

La copertina del libro il Segreto di mio figlio scritto da Antonia Salzano Acutis 

Cosa le ha lasciato Carlo?
«Tanto lavoro. Lui animava una serie di progetti di evangelizzazione che continuano. Invitava a seguire la propria strada, senza uniformarsi: “Tutti nascono come originali ma molti muoiono come fotocopie”. Diciamo che sono la sua segretaria qui, in terra. Ormai è conosciuto nel mondo. Arrivano manifestazioni di conversione, miracoli. Poi, ci sono le sue mostre sui miracoli eucaristici avvenuti nei secoli (www.miracolieucaristici.org) da lui interpretati che viaggiano dagli Stati Uniti alla Cina. Carlo è un illuminatore, aiuta risvegliare le coscienza anestetizzate».

Un capitolo importante riguarda i miracoli: è sorpresa?
«Sono sempre stata preparata da Carlo, dalle sue parole e dai sui atteggiamenti, dagli appunti religiosi che ha lasciato. Il primo miracolo è stato durante il suo funerale, una signora malata di tumore pronta per fare la chemioterapia è guarita. Quello riconosciuto dal Papa per la canonizzazione riguarda una ragazza del Costa Rica di 23 anni che studiava a Firenze. Due anni fa cadde dalla bicicletta battendo la testa. Venne operata ma il trauma cranico era molto grave, le condizioni disperate. Per i medici c’è poco da fare. La madre, Liliana, è andata ad Assisi, ha pregato sulla tomba di Carlo e lasciato una lettera. Quando è tornata la ragazza ha ripreso a respirare autonomamente. Ora sta per laurearsi». 

Oggi, come vivono Carlo suoi amici?
«Sono quasi tutti ingegneri. C’è chi fa volontariato, chi segue il sito internet, sono rimasti vicini a lui».

Nella storia, dopo Assunta mamma di Santa Maria Goretti, e i genitori della Beata Chiara Luce Badano, la famiglia Acutis potrà vivere questo momento.
«Un momento importante, per me, mio marito e i ragazzi ma soprattutto per Carlo che ha saputo trasmetterci la fede e far avvicinare alla fede tante persone».

Perché ha scelto Assisi come capitolo finale della sua vita?
«Era devoto a San Francesco. Qui abbiamo una casa e ci veniva sempre volentieri. Inizialmente la sua salma era nella cappella di famiglia vicino a Biella ma lui aveva lasciato detto: “Voglio essere sepolto ad Assisi”. Non appena c’è stata la possibilità l’abbiamo trasportato nel cimitero umbro. Quando è diventato beato, le sue spoglie sono state traslate al Santuario della Spogliazione. Il suo corpo si era mantenuto intatto, questo mi ha permesso di vestirlo, l’ho voluto vestire come un ragazzo dei nostri tempi».

Putin in Corea e Vietnam e il cannibalismo della guerra russa

di Stefano Caprio- Asia News – 23 Giungo 2024

La Corea come la Crimea, chiave per destabilizzare l’Asia come l’Europa, in un quadro di tensione bellica permanente e crescente a tutte le latitudini: questo sembra il vero scopo del viaggio putiniano, che dalla Cina all’Uzbekistan, dalla Corea al Vietnam disegna il suo nuovo “ordine mondiale” cercando di incutere timori allo stesso tempo a Oriente e a Occidente. 

Con il viaggio di questi giorni in Corea del nord e in Vietnam, Vladimir Putin ha superato ogni barriera nel degrado della reputazione della Russia. Secondo un’espressione che si attribuisce alla poetessa Anna Achmatova, sono terminati in Russia i “tempi vegetariani”, come la grande dissidente dei tempi staliniani scriveva nei suoi diari degli anni Cinquanta del secolo scorso. Confrontando gli anni Venti leniniani dopo la rivoluzione, con gli anni Trenta del terrore staliniano, ella diceva che dal “periodo relativamente vegetariano”, con le repressioni più spaventose l’Unione Sovietica era sprofondata nel “pieno cannibalismo”.

La Achmatova andava oltre la sua stessa tragedia familiare, che aveva travolto il marito Nikolaj Gumilev, altro grande protagonista della letteratura russa di inizio Novecento, finito nelle prime ondate dei lager insieme ad altri 96 rappresentanti dell’intelligentsija di San Pietroburgo (ormai diventata Leningrado), accusati di partecipazione alla cosiddetta “rivolta militare” del professor Tagantsev (un analogo delle “azioni di discredito delle forze armate” della Russia putiniana), e furono tutti destinati alla fucilazione. Come racconta la Achmatova, i “tempi vegetariani” finirono a dicembre del 1934 con l’assassinio di Sergej Kirov, l’astro nascente del comunismo leningradese, che faceva ombra al dittatore georgiano, inaugurando gli anni del “Grande Terrore”. Con la morte in lager del principale oppositore di Putin, il martire delle proteste di piazza Aleksej Naval’nyj, siamo tornati ai sentimenti dello stalinismo più trionfante, celebrato in questi giorni da Kim Yong-un e Nguyễn Phú Trọng.

Una storia simbolica illumina proprio questa dimensione del putinismo più estremo, come si sta evidenziando sempre più dopo la rielezione plebiscitaria e l’incoronazione dei mesi scorsi. Un criminale tristemente famoso, il satanista e cannibale Nikolaj “il Duca” Ogolobjak, si era riscattato nella guerra in Ucraina, ma tornando a casa è stato nuovamente arrestato per narcotraffico. Nel 2010 era stato condannato a venti anni di lager per un omicidio rituale di quattro persone, ma lo scorso anno si era arruolato nel cosiddetto Štorm Z, il battaglione dei detenuti per l’Ucraina, per poi essere ricompensato con la grazia presidenziale. Il “duca” era il leader di una banda di satanisti, che si dilettavano a smembrare gli adolescenti fin dal 2008, con diversi riti sanguinari in cui sacrificavano gatti, cani e giovani uomini saziandosi della loro carne e sangue; Ogolobjak era l’unico maggiorenne del gruppo, e gli fu comminata la pena più severa.

In Ucraina, Nikolaj ha combattuto soltanto sei mesi, tornando trionfante e libero a casa, ma al fronte non hanno intenzione di riprenderlo dopo i nuovi crimini, visti i suoi comportamenti piuttosto spaventosi anche tra i commilitoni, per cui vive tranquillo a casa con la madre, difeso dalla fama di “eroe della patria”. Un caso ancora più paradossale in questi giorni è quello di Andrej Orlov, un mite cittadino russo della regione di Tomsk in Siberia che ha sparato con un fucile al suo migliore amico, colpendolo al fianco dopo una bevuta comune di vodka per finire in lager, da cui finalmente può andare a guadagnare soldi in guerra, visto che non era stato accettato come volontario per problemi burocratici. Al processo ha raccontato che “se non fossi stato ubriaco lo avrei fatto fuori, ma almeno mi sono guadagnato il biglietto per l’Ucraina”.

I cannibali della guerra russa guardano quindi con entusiasmo alle parate del loro grande leader a Pyongyang e Hanoi, dove Putin si è recato in primo luogo per fare scorte di armi e munizioni, e magari per progettare altre minacce nucleari un po’ più efficaci delle navi da guerra inviate a Cuba, che si sono disfatte all’arrivo al porto dell’Avana. Oltre all’amicizia “eterna e strategica” con Pyongyang, la visita ad Hanoi ha riportato la Russia ai fasti novecenteschi del riconoscimento della repubblica socialista in guerra con la Francia e gli Stati Uniti, quando Mosca protesse il Vietnam anche dagli assalti della Cina, che ora guarda con molto dispetto alle parate di Putin intorno al suo regno. Se la Corea del nord può aiutare la Russia con le forniture militari, Putin assicura ai vietnamiti le attrezzature belliche che costituiscono il 70% del suo arsenale difensivo, anche se le preoccupazioni per le sanzioni internazionali stanno spingendo Hanoi verso altri fornitori come la Corea del sud, il Giappone, l’India e la Cechia. Ma ora la fratellanza con la Russia dovrebbe ricostituire un fronte sicuro contro i “grandi colonizzatori” del mondo occidentale, senza scordare che i russi contano molto sulle materie prime dei vietnamiti, e sul fascino del sud-est asiatico per i turisti russi, ormai esclusi dall’Europa e da tutto l’Occidente.

Nell’incontro con Kim Yong-un, Putin ha nuovamente ribadito che “la Russia sta lottando con il gegemon”, il diavolo egemonico statunitense, e apprezza molto l’appoggio della Corea del nord alla sua guerra santa. “Sto parlando della nostra lotta con la politica colonizzatrice ed egemonica che ci viene imposta da molti decenni dall’imperialismo americano e dai suoi satelliti, soprattutto contro la Federazione Russa”, ha precisato il capo del Cremlino. In effetti il responsabile delle sanzioni americane in Europa, David O’Sullivan, ha insistito sul fatto che “bisogna trovare nuove forme di pressione contro la Russia, per riuscire a fermare la guerra in Ucraina”, che finirà soltanto quando si costringerà Putin a ritirare le truppe.

Anche O’Sullivan ha parlato di “politica del cannibalismo” della Russia, a cui vanno sottratte le tecnologie e le altre strutture dell’industria bellica, per le quali “soffrono non soltanto i cittadini dell’Ucraina, ma anche quelli della stessa Russia”, e in realtà anche della regione dell’Asia meridionale e del Pacifico, dove Putin cerca di estendere la sua influenza con queste visite. Del resto, non si può dimenticare che il nonno di Kim Yong-un, il “grande leader” e “presidente eterno” Kim Il-sung, era un capitano dell’Armata Rossa, e aveva ottenuto il potere grazie alla protezione di Mosca, quando Stalin creò la “repubblica popolare e democratica” con gli stessi metodi usati da Putin per l’annessione e il riconoscimento della “sovranità” della Crimea e del Donbass, inviando le sue armate nella città periferica di Pyongyang. La differenza sta solo nel fatto che Stalin evitò di “annettere” la Corea del nord, anche se avrebbe potuto, come negli stessi anni fece con i mongoli della repubblica siberiana di Tuva.

Negli anni Quaranta del secolo scorso, Tuva era ritenuta una parte della Cina, tranne che dall’Unione sovietica e dalla Mongolia, la cui sovranità non era a sua volta riconosciuta da nessuno; ma Stalin decise di inghiottire questi territori, che oggi sono una parte problematica della Federazione Russa, con Tuva e la Buriazia che spingono per l’indipendenza. Una figura iconica dei tuvini è l’ex-ministro della difesa Sergej Šojgu, che nonostante le recenti purghe viene mantenuto a galla nel consiglio di sicurezza del Cremlino, per mantenere il controllo su questi territori asiatici da cui proviene gran parte dei combattenti in Ucraina. Ora la visita in Corea del nord rende più evidente il quadro mostruoso delle alleanze asiatiche-orientali della Russia, che potrebbe coinvolgere Pyongyang nelle minacce atomiche al mondo intero.

La Corea come la Crimea, chiave per destabilizzare l’Asia come l’Europa, in un quadro di tensione bellica permanente e crescente a tutte le latitudini: questo sembra il vero scopo del viaggio putiniano, che dalla Cina all’Uzbekistan, dalla Corea al Vietnam disegna il suo nuovo “ordine mondiale” cercando allo stesso tempo di incutere timori a Oriente e a Occidente. In tali frangenti la popolazione russa viene sopraffatta sempre più dal cannibalismo che cancella ogni traccia dei “tempi vegetariani”. Se prima dell’invasione della Crimea si interessava di politica il 10-12% della popolazione russa, ora le percentuali si avvicinano sempre più allo zero. La psicologia politica e l’antropologia sociale testimoniano che la volontà di opporsi al regime totalitario dipende non solo dal timore per i rischi personali, ma anche dal disgusto per le alleanze con i vari Frankenstein dell’Asia, dell’Africa, e in parte anche dell’Europa e dell’America. Il paradosso è che nel romanzo gotico di fantascienza di Mary Shelley, Frankenstein era vegetariano.

Le minacce di Putin: l’insostenibile leggerezza atomica

Antonio Armellini| 22 giugno 2024 – Corriere della Sera

L’equivoco «tattico»: questi ordigni sono decine di volte più potenti di quello di Hiroshima del 1945 e sono in grado di distruggere un territorio pari a una provincia

Putin ha agitato di nuovo la minaccia nucleare durante la sua visita a Pyongyang, dove ha ottenuto dal dittatore nord-coreano le armi per continuare la sua aggressione all’Ucraina. L’accordo con Kim Jong Un potrebbe paradossalmente servire per mettere sotto tutela il suo avventurismo e la guerra atomica non sembra alle porte. La banalizzazione del discorso intorno all’impiego dell’arma nucleare – e soprattutto al suo uso «tattico» – deve però seriamente preoccupare.

Che piaccia o meno, il mondo ha conosciuto negli ultimi settanta e più anni una (relativa) pace, proprio grazie alla bomba. La consapevolezza che uno scambio di missili strategici avrebbe devastato buona parte del pianeta, ha fatto sì che la deterrenza nucleare diventasse uno strumento fondamentale nelle mani di chi la bomba ce l’aveva, ma che fosse inteso che al penultimo gradino era necessario fermarsi. Fu così nella crisi dei missili a Cuba e fu così in maniera meno pubblica in altre occasioni. 

Il Trattato di non proliferazione nucleare – il TNP – impose a chi la bomba non ce l’aveva ancora di rinunciare a dotarsene, in cambio di garanzie dei due, poi tre, infine cinque paesi nucleari riconosciuti. Servì per un po’ allo scopo, prima che una proliferazione illegale ma di fatto accettata – India, Pakistan, Corea del Nord, Israele – ne riducesse di molto la credibilità. Il non detto che la bomba la si minaccia per affermare una supremazia, ma non la si usa, ci ha bene o male garantito dal reciproco annichilimento in una fase storica caratterizzata dal sostanziale equilibrio di forze fra le due Superpotenze. Quella fase è finita, gli equilibri internazionali sono tutti in discussione, non si parla più di disarmo e Putin torna a giocare la carta della deterrenza aggressiva per affermare la propria superiorità.

La tecnologia ha nel frattempo fatto molti passi avanti e la miniaturizzazione ha permesso di costruire armi nucleari sempre più piccole e (relativamente) maneggevoli. Armi «tattiche», destinate ad impieghi più limitati e al limite da campo di battaglia. Più maneggevoli lo sono, ma sul «piccole» bisogna intendersi: questi ordigni sono decine di volte più potenti di quello di Hiroshima del 1945 e sono in grado di distruggere un territorio pari, più o meno, a una provincia come Viterbo. Sinora non si è andati aldilà delle dichiarazioni di intenti e in quella che fu forse l’unica volta che ci si avvicinò seriamente al loro uso (fra India e Pakistan nel 2001), il buon senso alla fine prevalse.

In Ucraina, come a Gaza, la guerra si trascina con prospettive sempre meno chiare e le soluzioni sembrano allontanarsi nel tempo. Medvedev e Lukashenko hanno minacciato più volte di elevare lo scontro al livello nucleare tattico, ma la cosa è rimasta sin qui qualcosa di più di una ipotesi di scuola per i pianificatori militari delle due parti. Tanto la Russia come Israele sono peraltro potenze nucleari che dichiarano di lottare per la loro sopravvivenza: un deterioramento drastico della situazione potrebbe far apparire meno irrealistico un impiego «tattico» dell’arma nucleare, per risolvere rapidamente la situazione sul campo e lanciare nel contempo un forte segnale simbolico, capace di sovvertire i rapporti di forza senza per questo necessariamente sconvolgere totalmente gli equilibri in atto.

Sarebbe un disastro senza proporzioni. L’ipotesi è ora astratta, ripeto, ma la banalizzazione sulla natura e l’impiego del nucleare «tattico» rischia di dare vita a una deriva che è indispensabile contrastare prima che abbia la possibilità di manifestarsi. L’idea di una bomba per assurdo «sostenibile» (la miniaturizzazione intanto va avanti), la creazione di catene di comando più decentrate, la pressione di opinioni pubbliche polarizzate oltre ogni limite, potrebbero innescare un processo difficilmente contenibile, con conseguenze devastanti da qualunque angolo le si guardi. Sul terreno, dove le prospettive di pace svanirebbero per almeno una generazione. Con il rischio più che concreto di una escalation le cui caratteristiche sarebbe impossibile prevedere, e ancor meno governare. Il culmine sarebbe un altro: nella storia dell’umanità è sempre avvenuto che, ogni volta che si è trovata una nuova arma, questa prima o poi ha finito per essere usata. Siamo riusciti sin qui ad evitare che ciò accadesse, ma una volta varcata la linea rossa del non uso, sia pure «tattico», l’assunto che la bomba la si ha ma non la si usa entrerebbe in crisi, facendo saltare la logica della deterrenza e aprendo la via a prospettive sin qui inimmaginabili. 

È inevitabile tutto ciò? Sicuramente no, ma non è impossibile. È indispensabile una pressione concertata da parte di tutti per contenere, e poi cancellare, la follia della proliferazione delle armi di teatro. Sia per ciò che comportano in sé, sia per il loro potenziale di delegittimare lo scudo della deterrenza. Fra i diversi modi per arrivare all’estinzione reciproca, sarebbe uno dei più stupidi.

Cardinal Ruini: «La morte mi fa un po’ paura. E oggi molto più che un tempo penso che l’inferno esista»

di Antonio Polito- Corriere della sera -22 Giugno2024

Raffinato studioso e “politico”, ha guidato i vescovi italiani per 16 anni. Ora il sacerdote venuto da Sassuolo ha 93 anni e passa le giornate pregando e leggendo. Con lui inizia una serie di conversazioni dedicate all’esistenza. «Sì, certo che ci penso. Ci penso sempre più spesso. Ho 93 anni, e sono un tipo realista: vuole che non pensi alla morte? Diciamo che quel pensiero si è fatto per me “esistenzialmente rilevante”». 

Il cardinale Camillo Ruini accetta di parlare di uno dei suoi argomenti preferiti. Anche dal punto di vista teologico, visto che gli ha dedicato un libro, intitolato C’è un dopo?. Dove il punto interrogativo è un po’ la summa dell’approccio razionale di questo sacerdote, per sedici anni a capo dei vescovi italiani: tanto fermo nella sua fede, quanto aperto al dubbio altrui. 

Gli chiedo che cosa pensa che succeda, esattamente, quando si muore. «Al momento della morte (che oggi, secondo le convenzioni mediche, è fissato nella fine irreversibile dell’attività cerebrale) accade la separazione dell’anima dal corpo». Per la fede cristiana, mi spiega, questo è un fatto reale, concreto. «Cambia tutto per l’essere umano. L’anima infatti non esaurisce l’uomo. L’uomo e la donna sono un insieme di anima e corpo. Senza corpo, l’anima entra dunque in un’altra esistenza». 

E che cosa vede, quest’anima, nel momento in cui chiudiamo gli occhi? 
«La verità è che non lo sappiamo. Abbiamo testimonianze di persone, oggetto di studi scientifici, che hanno conosciuto esperienze di morte imminente o di grande vicinanza alla morte per poi sopravvivere, e convergono verso un certo tipo di racconto che ho riassunto nel mio libro: l’ammalato può udire il medico che lo dichiara morto, poi ha la sensazione di entrare in un tunnel lungo e oscuro; quindi improvvisamente si ritrova fuori dal proprio corpo, che ora può vedere dall’esterno e dall’alto, insieme ai medici e infermieri che lavorano su di esso. Scopre così di possedere un altro corpo, molto diverso da quello fisico che ha abbandonato, e dotato di facoltà nuove. Gli si fanno incontro altri defunti, in particolare parenti e amici che lo aiutano, e soprattutto gli appare un essere di luce, uno spirito d’amore che gli fa rivivere gli avvenimenti più importanti della sua esistenza. A un tratto si trova vicino a un confine che sembra essere quello tra la vita terrena e l’altra vita. Sente di dover tornare sulla terra perché non è ancora arrivato per lui il momento della morte, tenta di opporsi perché è ormai affascinato dall’altra vita, ma si riunisce in qualche modo al proprio corpo fisico e torna in questo mondo. Sono racconti che hanno somiglianze con quelli di grandi mistiche come Caterina da Siena e anche con quello di Er, l’uomo che Platone diceva fosse risuscitato e avesse narrato ciò che la sua anima aveva visto. Ma ogni descrizione non può essere che una fantasia, nel senso che non è sostenibile dal punto di vista della ragione. Non si possono fare reportage sul “dopo”. Un celebre filosofo, Ludwig Wittgenstein, ha scritto che la morte non è un evento della vita, la morte non si vive». 

Allora le chiedo quale sia la sua personale “fantasia”: che cosa si aspetta di vedere quando chiuderà gli occhi? 
«Un incontro con Dio. Quando l’anima si separerà dal corpo mi troverò in presenza di Dio, che è insieme giustizia e grazia». 

La predicazione della Chiesa, che in un passato non lontano aveva nella morte e nel dopo il suo cavallo di battaglia, da qualche decennio tende a parlarne solo marginalmente, di solito ai funerali, e non sempre trovando le parole giuste per indagarne il senso. Sembra quasi che anch’essa partecipi a quell’opera di “decostruzione”, di “rimozione” della morte di cui parla Ruini nel suo libro. Quasi fosse diventata un tabù anche per la fede, così come lo è ormai nel discorso laico. La morte è diventata pornografica: se nella società vittoriana l’osceno era la sessualità, il nostro tempo ha capovolto i termini, ora si può parlare tranquillamente di sesso ma si preferisce tacere della morte. Tanto più, perciò, vale la pena conversarne con un sacerdote che invece non ne ha paura. 

«FINO ALLA RESURREZIONE,
L’ANIMA SEPARATA DAL CORPO 
È IN UNA CONDIZIONE INNATURALE,
COME UN PINGUINO ALL’EQUATORE»

«Oddio, un po’ di paura ce l’ho. Chiunque ce l’ha. Ma in me prevale un sentimento di fiducia nella misericordia di Dio. Insomma, è Lui che ci ha amati per primo, c’è da fidarsi. Più che paura, provo pentimento. Non solo per i peccati commessi, ma perché so di non avere completamente donato me stesso e la mia vita agli altri. Ho condiviso un difetto tipico degli intellettuali, quello di volermi tenere un po’ di spazio per me, per le idee, per i libri. Ho finito per occuparmi forse più della comunità che delle persone. Anche se mi rincuora l’affetto di tanti (ex) ragazzi che ho conosciuto da prete e che hanno abbracciato la fede cristiana. Dunque, prego. Ora e nell’ora della nostra morte». 

Torniamo un attimo all’anima: l’abbiamo lasciata sola, privata del corpo, alla presenza di Dio. Per la Chiesa l’anima è immortale: allora che bisogno c’è della resurrezione del corpo? 
«Buona domanda. Sono i due cardini dell’aldilà cristiano, l’immortalità dell’anima e la resurrezione dei corpi. Anche se il secondo è andato perdendo rilievo a causa del prolungarsi del tempo: i primi cristiani credevano che la fine della storia, il ritorno di Cristo e il giudizio universale sarebbero arrivati presto, forse nel corso della loro stessa vita. Si trattò comunque della più grande rivoluzione introdotta nel mondo antico dal cristianesimo: la speranza in una vita eterna. Il concetto di immortalità dell’anima era sì presente nella cultura del tempo. Ma fino a Platone, che nel dialogo Il Fedone ci presenta un’anima vitale, eterna, per i greci essa era povera cosa. L’Ade era un buco nella terra dove l’anima conduceva una grigia esistenza larvale, non molto diversamente da ciò che si immaginava avvenisse nello “sheol” degli ebrei. Una esistenza-non esistenza. Il mondo pagano era insomma caratterizzato da una forte mancanza di speranza. Ma il cristianesimo aggiunge all’immortalità dell’anima la certezza della sua ricongiunzione con il corpo, e dunque la speranza di restaurare così quella profonda integrazione che sola può realizzare pienamente gli esseri umani. La nostra stessa intelligenza ha bisogno di procedere per immagini fisiche anche quando compie la più intellettuale delle astrazioni. Fino alla resurrezione, perciò, l’anima si trova in una condizione innaturale. Come un pinguino all’Equatore». 

Giovanni Paolo II consegna al cardinale Camillo Ruini la bolla papale Incarnationis Mysterium:
era il 2000

Mi scusi eminenza, ma allora pure le anime che vanno in Paradiso non sono pienamente felici senza un corpo? 
«Sono enormemente felici, perché vedono Dio; ma anche per loro la resurrezione comporta un progresso, ritrovano la loro pienezza». 

Accettare l’idea dell’immortalità dell’anima è facile per un credente; pensare che con la morte finisca tutto è intollerabile anche per molti atei. Ma ammetterà che la resurrezione dei corpi è davvero difficile da credere… 
«Io sono anche più pessimista di lei: temo che molti cattolici non credano affatto nell’aldilà. La resurrezione è rimasta più nella liturgia che nella vita reale dei cristiani. Su questo anche il mondo giudaico all’epoca di Cristo era spaccato: i Sadducei non ci credevano, rimanevano fermi al Pentateuco, i primi cinque libri della Bibbia. I Farisei invece ci credevano. È stato Gesù a dare una svolta attribuendo, secondo il racconto dei Vangeli, un peso enorme all’aldilà. Scrive Paolo: “Se noi speriamo in Cristo solo in questa vita, siamo i più miserabili di tutti gli uomini”». 

E fu un’idea di indiscutibile successo: nel giro di pochi secoli trasformò una piccola setta ebraica nella più diffusa religione dell’Impero. Ma l’Inferno? Lei crede davvero che ci sia qualcuno laggiù? 
«Sì, ci credo, e oggi molto più di un tempo. Per due ragioni: la prima è l’insistenza di Gesù. Anche se il Vangelo è la “buona notizia” della salvezza, più volte vi si prospetta la punizione eterna per chi segue il male. La seconda ragione è un episodio che riguarda la vita di Giovanni Paolo II. Un giorno il pontefice usò una frase che sembrava accettare la teoria del teologo von Balthasar, il quale aveva detto di augurarsi che l’Inferno fosse vuoto. Più tardi, però, il cardinal Re mi riferì che Wojtyla non si riconosceva in quell’ambiguità e aveva chiesto alla Curia di non citare mai quella sua espressione perché in realtà l’Inferno esiste ed è popolato». 

«TEMO CHE MOLTI CATTOLICI 
NON CREDANO NELL’ALDILÀ,
L’IDEA DELLA VITA DOPO LA MORTE
È RIMASTA QUASI SOLO NELLA LITURGIA»

E che succede all’Inferno? 
«In Matteo è scritto “fuoco, pianto e stridor di denti”. Un dolore concreto, insomma, non figurato. Gesù dice: “Andate via da me maledetti, nel fuoco eterno…”. Un linguaggio così forte che non lascia spazio a dubbi: oggi nessun prete direbbe “maledetti” a chicchessia, l’ultimo che ho sentito esprimersi con tale energia fu Padre Pio. In termini meno crudi potremmo dire che la punizione per chi va all’Inferno è perdere per sempre la visione di Dio, e dunque il senso stesso della vita, che diventa così disperata, senza speranza». 

E i poveri bambini non battezzati? 
«Qui c’è stato un grande cambiamento nell’insegnamento della Chiesa. Sant’Agostino metteva nella “massa dannata” anche i bimbi non liberati col battesimo dal peccato originale, pur prevedendo per loro una pena mitissima. Nel Medioevo si è poi diffusa l’idea del limbo, un luogo in cui non si soffre. Anzi, due limbi: uno “puerorum” per i bambini, e uno “patrum” per i patriarchi, i profeti, i giusti dell’Antica Alleanza, vissuti prima della nascita di Cristo e dunque privi della Via per la salvezza. Ma oggi la Commissione teologica internazionale, presieduta dal Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, sostiene che è ragionevole ritenere, per analogia, che, come Dio ama e salva i peccatori, ancor più si possa sperare che anche i bambini, personalmente innocenti, possano salvarsi». 

Tragica, la dottrina del peccato originale: mette l’essere umano sotto una luce odiosa fin dalla nascita… 
«È un dogma. Come diceva Pascal è il mistero più incomprensibile di tutti, grazie al quale però noi diventiamo comprensibili a noi stessi. Non le sembra molto aderente alla realtà l’idea che gli uomini abbiano una tendenza al peccato? Empiricamente, mi sembra davvero difficile da negare. La “concupiscenza”, intendendo con questo termine una generale inclinazione verso il male che è proprio il segno del peccato originale, è l’altra faccia del libero arbitrio dell’uomo». 

Ma Dio avrebbe potuto impedire l’esistenza del male… 
«Avrebbe potuto. Ma non si può dire che avrebbe dovuto, perché anche Dio è libero. Può, non deve. Sta a noi comprendere. E a me pare che con il progredire delle scienze stiamo sempre più scoprendo l’intelligibilità del Creato, l’alfabeto in cui è scritto. Benedetto XVI si chiedeva: questa intellegibilità è solo un epifenomeno della materia, o non è piuttosto qualcosa di originario, preesistente all’uomo? Molte cose ci sono chiare: per esempio, è incontestabile che nel feto ci sia vita. Poi ciascuno è libero di trarne le conclusioni morali che preferisce. Ma il fatto è innegabile». 

Paolo invita i credenti a non affliggersi “come gli altri che non hanno speranza”. La promessa di una vita eterna rende certamente migliore anche la vita terrena, Ma allora come spiegare il declino della fede cattolica in Occidente? 
«Sa, la speranza è un bene se qualcuno ci crede… Per la cultura europea, Feuerbach, Freud, Nietzsche, Marx, è invece un’illusione. Per loro l’umanesimo è ciò che l’uomo può realizzare con le sue forze limitate. Eppure noi siamo animati da un desiderio illimitato di infinitezza e di conoscenza. È un desiderio naturale e se un desiderio è naturale non può essere vano. Quello che sta accadendo in Europa è il declino della speranza. Così si torna al paganesimo, a una società meno fiduciosa in sé stessa, e dunque meno capace di grandi imprese. E che ha ripreso a credere negli idoli: quanti ne vediamo di nuovo in giro di questi tempi!». 

«TANTE COSE ORMAI SONO CHIARE,
È INCONTESTABILE CHE NEL FETO CI SIA VITA.
POI CIASCUNO È LIBERO 
DI TRARRE LE SUE CONCLUSIONI »

Sta pensando all’Italia di oggi? 
«Da questo punto di vista l’Italia non è dissimile da molti altri Paesi europei. Colpa anche nostra, della Chiesa intendo. Non possiamo tirarci fuori: abbiamo un po’ subito la concorrenza, per così dire. Non abbiamo contrastato abbastanza i nostri avversari sul piano delle idee. Prima del Concilio, seppure tra debolezze e settarismi, c’era ancora uno sforzo per affermare la verità della fede. Con il Concilio si è cercato giustamente di ridurre il fossato con i non credenti, ma ci si è forse illusi che quel fossato fosse più piccolo di quanto non sia, e che dall’altra parte ci fosse la stessa intenzione di saltarlo. Abbiamo abbassato la guardia, ci siamo mostrati indifesi. Soprattutto quando nella teologia sono stati introiettati principi che erano incompatibili con la fede cristiana». 

Mi fa un esempio? 
«Per favorire il dialogo interreligioso abbiamo accettato l’idea che Cristo possa non essere l’unica via per la salvezza. Quando Giovanni Paolo II nel 2000 affermò l’unicità del Salvatore venne contestato, si scrisse che quelle erano idee di Ratzinger, non sue. Ma fu proprio il Papa a chiedere al cardinale, che sarebbe poi diventato il suo successore con il nome di Benedetto XVI, di scrivere per lui una formulazione chiara e senza equivoci: intendeva pronunciarla all’Angelus per porre fine a ogni dubbio. Dopo averla letta chiese a Ratzinger un’ultima volta: “Questo testo è abbastanza chiaro, metterà fine ai cavilli?”. E invece non appena lo pronunciò ripresero a cavillare». 

Camillo Ruini è stato considerato, alla guida della Cei, anche un fine politico. Che giudizio dà della politica italiana di oggi? 
«Non può vivere solo della dialettica amico-nemico. Ci sono principi non negoziabili: l’amore del prossimo, la famiglia, la vita… C’è un comandamento chiaro che dice “non ammazzare”. Una parte della politica li difende ancora, ma la pressione culturale è enorme». 

La nostra conversazione dura da un’ora. Il cardinale mi deve lasciare. Da un anno circa è costretto su una sedia a rotelle. Sta bene, la sua lucidità è impressionante in un uomo della sua età, cita a memoria non solo le Sacre Scritture ma anche i filosofi laici. Al momento sta rileggendo la Summa Theologiae di Tommaso, è arrivato alla “questione 75”, prima parte. Ma ha perso di recente l’autosufficienza, e per farmi un esempio mi dice che non può più prendere da solo un libro su uno scaffale. «Però lei non immagina con quanta rapidità ci si adatti alle privazioni», mi dice salutandomi. E lo prendo come un augurio

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