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PERCHE’ I CATTOLICI HANNO VOTATO TRUMP

La battaglia irrisolta e tutt’altro che finita fra senso religioso e neopaganesimo wokista. Si parte da Adorno e si arriva a Musk

Matteo Matzuzzi  16 nov 2024 –IL FOGLIO 

Jakub Grygiel (Catholic University): “I semi del wokismo hanno creato divisioni enormi nella società e nella cultura americana. Il problema va al di là della politica”. Secondo il liberal National Catholic Reporter, “Donald Trump ha sostituito Franklin Delano Roosevelt come avatar del populismo”. Esiste ancora l’America che crede in Dio, quella del motto In God We Trust?

sondaggi l’avevano predetto da mesi che il voto cattolico, negli Stati Uniti, si sarebbe diviso quasi equamente fra Donald Trump e Kamala Harris. Una sintesi perfetta della spaccatura profonda tra due mondi non più comunicanti, fra i cattolici liberal à la Joe Biden e quelli nostalgici della guerre culturali, pro life integerrimi e senza tentennamenti, pure un po’ “ortodossi” nel mescolare fede, nazione e bandiera. Analisi e sondaggi hanno poi lasciato spazio ai risultati veri, quelli delle urne. E qui s’è scoperto che sono sì divisi, ma che il gruppo più numeroso è quello che ha scelto Trump, come mai prima d’ora: 52 per cento contro 41. Fra i cattolici bianchi, poi, la percentuale sale al 60 per cento. Trump che, riconoscono anche i commentatori conservatori cattolici, non ha particolari né profonde convinzioni religiose. Anzi, del cattolico modello è l’antitesi perfetta. Eppure, il cattolicesimo americano, di minoranza e quindi più battagliero e convinto rispetto a quello tiepido europeo, ha preferito lui. La domanda allora diventa d’obbligo: la religione conta ancora negli Stati Uniti? Incide sulle elezioni fino a determinarne l’esito? E perché i cattolici hanno scelto proprio lui? 

In questa campagna elettorale, si legge sulla rivista fieramente conservatrice First Things, “si è visto il minor numero di riferimenti alla religione nella storia americana, a parte i giornalisti che hanno strombazzato i pericoli del ‘nazionalismo cristiano bianco’”. Mesi fa, il Pew Research Center rilevava che l’ottanta per cento degli americani si diceva sicuro della perdita di influenza della religione nella vita pubblica. All’inizio del millennio, i “pessimisti” erano il cinquanta per cento. Esiste ancora l’America che crede in Dio, quella del motto In God We Trust? Se lo chiedeva già il Time alla fine degli anni Sessanta, quando in copertina poneva il dubbio se Dio fosse morto. Quesito oltremodo lecito oggi che si dichiara cristiano il 64 per cento della popolazione (era il 90 cinquant’anni fa). La crisi ha travolto le chiese protestanti, con i luterani che in un decennio sono diminuiti addirittura del 25 per cento. Resistono gli evangelici e i cattolici. Un crollo evidente dovuto per lo più a cause naturali e cioè alla mancata sostituzione fra i banchi delle chiese dei vecchi bianchi che progressivamente muoiono. I loro figli, e ancor più i loro nipoti, la domenica preferiscono fare altro: il Wall Street Journal rilevava che solo il 31 per cento degli americani fra i 18 e i 29 anni d’età ritiene la religione un fattore “molto importante” per la loro vita. E se il rapporto con Dio non è significativo, poi si trova sempre qualcosa di meglio con cui occupare il tempo. 

Sull’America senza Dio s’è scritto e detto di tutto, fino al punto da metterne in discussione il futuro: può resistere senza quel legame viscerale con la trascendenza, con il mito della terra eletta, della città splendente sulla collina che illumina il mondo? La campagna elettorale appena conclusa pare aver riproposto quei temi culturali fondativi, e di cattolicesimo se n’è parlato, basti solo pensare a quanto sottolineata è stata la conversione del vicepresidente J. D. Vance, che ha portato Trump a parlare a quelli che in modo sprezzante fino a non pochi decenni fa erano considerati i sudditi del Papa. E’ il “momento cattolico” che auspicò alla fine degli anni Ottanta Richard John Neuhaus, mentre vedeva declinare inesorabilmente il mainstream protestante? 
Ha scritto sul Catholic Thing John M. Grondelski, già preside associato della Scuola di Teologia alla Seton Hall University di South Orange, in New Jersey: “San Giovanni Paolo II aveva ragione a insistere sul fatto che la cultura è a monte della politica e dell’economia: i valori che si sposano decidono cosa si fa con il potere e il denaro. Ecco perché le espressioni politiche di questioni come l’aborto riflettono in realtà patologie culturali. Il popolo americano sembra capirlo istintivamente. Non completamente, certo: in sette stati su dieci la maggioranza ha votato per promuovere l’omicidio prenatale fino alla nascita. Ma, nel loro intimo, gli americani riconoscono che qualcosa non va”. Grondelski cita il filosofo polacco contemporaneo Zbigniew  Stawrowski, quando osserva che la spaccatura fondamentale nel mondo contemporaneo non è costituita dall’occidente contro il resto del mondo, ma è quella che si vede all’interno dell’occidente stesso. Secondo Stawrowski, l’illuminismo ateo e secolarista ha rubato termini come ‘diritti’, ‘libertà’, ‘scelta’, ‘matrimonio’, ‘giustizia’ e li ha stravolti al punto da far loro avere un significato opposto a quello originario. E ciò ha creato un cortocircuito nella nuova “terra promessa”, che ha avuto come risultato primario e più evidente quello di irrigidire le posizioni su fronti sempre più contrapposti e arrabbiati. 

Dice al Foglio Joshua Mitchell, docente di Teoria politica alla Georgetown University: “La Identity politics ha conquistato le menti e i cuori di milioni di cittadini americani ed è stata motivo di allarme per milioni di altri cittadini. Si è impossessata anche di tutte le istituzioni americane: quelle educative, i media, l’industria dell’intrattenimento, l’esercito, la burocrazia governativa. L’elezione di Donald Trump rappresenta il primo serio sforzo da parte degli americani di rifiutare la politica identitaria del Partito Democratico. Se non saremo in grado di tornare all’impegno di E pluribus unum – da molti, uno solo – allora l’America è condannata. Ci vorrà una generazione per eliminare questo strato malsano, ma abbiamo iniziato questa immensa impresa”. Era lo stesso Mitchell, anni fa, a dirsi allarmato per la tenuta della frontiera: la secolarizzazione e il disinteresse per la fede dei padri erano all’origine del disordine. Un tempo, sosteneva, Martin Luther King lo capivano tutti. Oggi, quasi nessuno. 

“I credenti hanno tirato un sospiro di sollievo” il giorno dopo le elezioni, s’è detto sicuro R. R. Reno, direttore della rivista conservatrice First Things. Un sospiro di sollievo per la tutela della libertà religiosa che, in ogni caso, non è stata centrale nella campagna trumpiana. Con l’elezione del tycoon, però, finisce l’epoca dell’imposizione dei “dogmi progressisti”. Tuttavia, scrive Reno, “ci sono ragioni più profonde per cui i credenti sono felici circa l’esito delle elezioni: “Tre generazioni fa, Theodor Adorno e un gruppo di scienziati sociali pubblicarono La personalità autoritaria (1950), un libro che pretendeva di identificare le caratteristiche delle persone che appoggiano i demagoghi autoritari. Tra queste caratteristiche c’erano l’accettazione delle norme morali tradizionali, soprattutto per quanto riguarda il sesso e la vita familiare, e la disponibilità a seguire gli ordini delle figure autoritarie. Sebbene lo studio non abbia preso di mira i credenti religiosi, secondo questo studio un cristiano fedele che aderisce all’insegnamento morale della Bibbia e riconosce l’autorità di Dio come suprema sarebbe considerato un protofascista”. Un quadro che, aggiunge il direttore di First Things, “ha plasmato l’opinione pubblica americana d’élite. Il mainstream liberal ha accettato la tesi secondo cui un incipiente autoritarismo si annidasse nella popolazione americana. Molti adottarono la dicotomia manichea del libro di Karl Popper La società aperta e i suoi nemici (1945). L’opposizione al conservatorismo era vista come una lotta culturale decisiva tra una ‘middle America’ arretrata e chiusa, gli ‘Archie Bunkers’ (da Archie Bunker, il bigotto protagonista della popolare sit-com, degli anni Settanta ‘All in the Family’, ndr) e i progressisti aperti e lungimiranti”. In questo contesto, aggiunge Reno, “la vecchia critica razionalista secondo cui il credo religioso non ha un fondamento nella ragione ha lasciato il posto all’obiezione morale secondo cui la fede tradizionale inculca un’obbedienza servile. Essa perpetua il patriarcato, l’omofobia e altri peccati contro l’ambizione progressista di detronizzare le vecchie autorità e rimuovere le barriere tradizionali. La fede ardente venne vista come una pericolosa minaccia”. La vittoria di Trump, è la tesi di First Things, “suggerisce fortemente che il clima d’opinione che dipinge la politica come una battaglia tra la società aperta e i suoi nemici sta perdendo valore. Di conseguenza, anche la presentazione della fede religiosa come pericolosa e oppressiva da parte delle élite sta diventando poco convincente”. 

Interpellato dal Foglio, R. R. Reno si dice sicuro che le radici a fondamento della Nazione americana siano, nonostante tutto, ancora visibili: “Qui le divisioni sono spirituali oltre che politiche. La sinistra non promuove più gli interessi della classe operaia, come faceva nel XIX e XX secolo. Al contrario, si preoccupa di inaugurare un mondo senza confini, un’utopia di diversità e inclusione che sarà gestita da esperti che garantiranno la nostra salute, felicità e prosperità. Si tratta di una visione globalista che è del tutto in sintonia con l’ordine capitalistico globale sorto dopo la fine della Guerra fredda. In questa visione, il mondo ideale è liquido e mobile. Sebbene i sostenitori di questa nuova sinistra possano essere spirituali, tendono a essere ostili al cristianesimo (e all’ebraismo) tradizionale, che per sua natura traccia dei confini (ortodossia contro eterodossia, giusto contro sbagliato, maschile distinto da femminile, ecc.). La destra è definita dal desiderio di ripristinare vecchie lealtà e identità solide. Appoggia i confini, le frontiere e le distinzioni. Questo è evidente nel tenore nazionalistico della nuova destra. Il mondo ideale è solido e stabile. Questa mentalità che disegna confini e consolida si sposa con il cristianesimo tradizionale, anche se può essere in conflitto in particolari questioni politiche”. In questo senso, conferma che “la vittoria di Trump è stata decisiva e impressionante, soprattutto alla luce della tremenda opposizione che ha dovuto affrontare da parte di quasi tutte le istituzioni dell’establishment negli Stati Uniti (e nel mondo). A mio avviso, i risultati elettorali suggeriscono fortemente che il consenso politico-spirituale in occidente si sta spostando verso destra, come l’ho definita sopra. Con una buona leadership, questo spostamento può maturare in un consenso nuovo e unificante che spinga il wokismo ai margini e affronti la disgregazione sociale che giustamente identificata come un problema. I leader religiosi dovrebbero cercare di svolgere un ruolo positivo nello sviluppo di questo nuovo consenso”.

Micheal Sean Winters, sul National Catholic Reporter, liberal e quindi su frequenze opposte a quelle di First Things, ha scritto che “ora l’ira populista non è diretta agli interessi monetari, ma all’establishment culturale e politico e Donald Trump ha sostituito Franklin Delano Roosevelt come avatar del populismo. La vittoria di Trump è stata il culmine di una varietà di fattori, ma la causa più ovvia è stata la sua capacità di presentarsi come l’antipolitico in un paese che odia i politici”. Gli elettori del Midwest, ha aggiunto Winters, “sono stanchi di sentirsi dire che sono dalla parte sbagliata della storia, che sono dei bifolchi, che se non riescono a conciliare le loro prospettive economiche desolanti con le prove di aumento del pil, è colpa loro. Quando sollevano la preoccupazione, perfettamente rispettabile, che forse non dovremmo essere così veloci nel cestinare le norme tradizionali in materia di sessualità, vengono definiti bigotti. Si chiedono perché qualcuno li accusi di avere un ‘privilegio bianco’, quando di certo non si sentono privilegiati. Giorno dopo giorno, hanno visto che non sono stati solo i vescovi cattolici statunitensi a definire l’aborto la ‘priorità preminente’ delle elezioni. I democratici hanno fatto leva su questo tema, senza riconoscere le remore morali che anche molti pro choice hanno nei confronti della questione. Tutto questo ha creato la spinta che ha reso possibile la vittoria di Trump. Un candidato in grado di entrare in contatto con le persone ha identificato alcune delle profonde rimostranze dell’elettorato”. Il che, dal punto di vista del National Catholic Reporter, è assai pericoloso e problematico per il destino della Nazione. 

Conversando con il Foglio, il professor Jakub Grygiel, docente di Relazioni internazionali alla Catholic University di Washington, parte da un dato di fatto: “Gli Stati Uniti non sono immuni dalla grande crisi dell’occidente che vede il senso religioso (e cristiano) impegnato in una lotta con il neopaganesimo (parafrasando il saggio The idea of a Christian Society di T. S. Eliot). Forse, questa lotta si nota qui con più chiarezza perché il premio materiale, di potere, è maggiore”. In ogni caso, dice Grygiel, “questo neopaganesimo, di cui il wokismo è il sintomo più recente e virulento, non scomparirà con le elezioni. L’errore del neopaganesimo è stato quello di condurre una rivoluzione nell’ultimo decennio – ma forse un po’ di più, diciamo a partire da Obama – con troppa velocità e violenza. Da anni il messaggio del wokismo è stato che la guerra è finita e hanno vinto loro. Il problema è che sono stati un po’ troppo frettolosi nell’accreditare la vittoria. Il risultato, ora, è un tentativo di fare una controrivoluzione, di cui l’elezione di Trump è solo un piccolo, anche se rumoroso, sintomo. Ma i semi del wokismo restano e hanno creato divisioni enormi nella società e nella cultura americana. Il problema va al di là della politica, nel senso che se la cultura è stata corrotta, la politica può solo mitigare i danni, ma non più di tanto”. 

Che fare, dunque? “La variabile da osservare per vedere se la nazione si rigenera o se continuerà a sfasciarsi è quella tradizionale: la famiglia (il matrimonio) e, di conseguenza, la crescita demografica. La prima variabile, anche qui, è in netta crisi. La seconda è migliore rispetto all’Europa, ma solo perché in gran parte la situazione demografica è aiutata dall’immigrazione. E’ interessante notare che anche personalità come Elon Musk sono divenute quasi ossessionate dal calo demografico, avvertendolo come un problema economico, sociale ma soprattutto culturale e quindi politico. Io leggo questo – osserva Jakub Grygiel – come un ritorno a un senso religioso (che lo stesso Musk in alcune interviste ha accettato. Si è definito “culturalmente cristiano”). C’è, a mio avviso, un ritorno – soprattutto nelle generazioni più giovani – a un senso di tradizione e a un desiderio di radici che crescono in famiglia: ecco un’altra controrivoluzione opposta all’idea di un individualismo sfrenato, senza limiti e responsabilità, che ha elevato ‘l’auto-definizione’ all’unica virtù. Questo non significa che gli Stati Uniti torneranno all’era pre 1968, quando In God We Trust era il motto di unità. Significa solo che la lotta tra il senso religioso e il neopaganesimo non è per niente finita”.

L’ERA DEL GRANDE TEPPISTA

di Stefano Caprio – Asia News 16 Novembre 2024

Lo scrittore Viktor Erofeev, che vive in esilio a Berlino dal 2022, ha pubblicato un romanzo dal titolo Velikij Gopnik, in cui cerca di mostrare come il putinismo sia cresciuto dall’inconscio dei russi a partire dai cortili di Leningrado. Fino a un estremismo verso la propria stessa anima, incapace “di accettare una vita normale”.

Uno degli scrittori e intellettuali più importanti della Russia, Viktor Erofeev, che vive a Berlino dal 2022, ha pubblicato un romanzo dal titolo Velikij Gopnik, il “Grande Teppista”, in cui cerca di mostrare come il putinismo sia cresciuto dall’inconscio dei russi a partire dai cortili di Leningrado, dove il futuro “presidente eterno” Vladimir Putin si mostrava in tutta la sfacciataggine del furfantello di strada, appunto il gopnik, termine diventato popolare nell’ultimo periodo sovietico. La caratteristica delinquenziale del potere sembra ormai trasferita dalla Russia al mondo intero, soprattutto dopo l’elezione di Donald Trump e dall’annuncio di nomine di personaggi a dir poco inquietanti nei posti-chiave dell’amministrazione americana, dalla segreteria di Stato alla difesa e alla giustizia, coordinati dal nuovo ministro della semplificazione statale, l’irruente miliardario Elon Musk. A capo dell’intelligence Usa dovrebbe addirittura andare Tulsi Gabbard, beniamina delle televisioni russe, considerata la principale propagandista putiniana in Occidente, e ministro della salute potrebbe diventare Robert Kennedy, il più estremo dei no-vax.

Si poteva aspettare una reazione alla cancel culture che negli anni passati ha cercato di imporre una socialità sottoposta a un’ossessiva censura interiore, col timore che qualunque espressione possa diventare offensiva secondo varie interpretazioni. Ora vediamo il rigurgito opposto del rifiuto di ogni convenzione, non soltanto linguistica o comunicativa, ma anche giuridica e di rapporti internazionali. Questo era l’atteggiamento dei gopniki, i banditi di strada che rubavano non per necessità, ma per protesta contro le regole dominanti, particolarmente rigide nel mondo sovietico brezneviano. Il termine viene dalla sigla Gop, Gorodksoe Obščestvo Prizora, “Comunità Cittadina di Sorveglianza”, quando a fine XIX secolo venne istituito in un edificio del centro di San Pietroburgo un centro di detenzione e controllo dei ragazzi bezprizorniki, “senza controllo”, orfani o scappati di casa che si dedicavano a furti e atti teppistici per le strade della capitale.

Dopo la rivoluzione del 1917, in quello stesso edificio – che oggi ospita l’hotel Oktjabrskaja – si continuò l’opera di recupero dei minorenni, chiamata Gosudarstvennoe Obščežitie Proletariata, sempre Gop, ma inteso come “Ostello Statale del Proletariato”. La quantità di teppisti leningradesi crebbe in modo esponenziale, e i gopniki della Ligovka, il quartiere della città dove era situato l’ostello, divennero una definizione estesa a tutta l’Unione Sovietica, quasi una categoria universale del genere umano. Da questa “subcultura” del passato russo-sovietico, Erofeev propone ora di trarre indicazioni su come si è costruita la Russia di oggi, parlando di un presidente reale e di uno “mitologico”, del ritorno dello stalinismo nelle anime, dei motivi che hanno generato un nuovo totalitarismo, fino alla guerra in Ucraina.

Il libro è in parte autobiografico e intreccia diversi soggetti e motivi secondari, che lo fanno diventare un romanzo concettuale, secondo lo stile di Erofeev che rinnova le caratteristiche “polifoniche” della grande letteratura russa. Raschiando i meandri più contraddittori della natura umana, si svelano le tante dimensioni del gopnik che risiede in ciascuno, diventando un’apertura quasi “metafisica” agli orizzonti che poi finiscono per imperversare nella società russa e mondiale. È la realtà che viene travolta dal caos, mostrando fragilità imprevedibili, sia metaforiche che documentali, dall’angoscia e dal risentimento fino alla repressione e alla guerra, in una cronologia confusa e spezzettata.

L’autore salta dalla Russia putiniana prima della guerra a diverse fasi del periodo sovietico, a cominciare dal febbraio della rivoluzione del 1917 che si proietta su tutti gli altri eventi successivi. Anche la geografia mostra sovrapposizioni tra Russia, Francia, America e Africa, come una catastrofe planetaria dovuta al collasso del “mondo russo”. In 200 pagine di romanzo si addensano affreschi anche solo accennati dei tanti volti del Grande Teppista, rendendone la lettura impegnativa pur nella splendida efficacia della lingua, ma vale la pena di nuotare nel mare tempestoso del Velikij Gopnik per comprendere la crisi degli anni Venti in cui tutti ormai siamo immersi.

Dai ricordi d’infanzia dello scrittore, sui difficili rapporti con la madre che non riconosceva il suo talento e il suo modo di vedere la vita, si passa ai contrasti dell’eroe-autore con lo Stato, ripercorrendo gli anni in cui Erofeev era un dissidente antisovietico. Il momento cruciale è il tentativo di salvare dalla prigione la sorella minore O., che in parte ricorda la storia autentica della persecuzione del fratello minore Andrej in anni recenti, tra il 2007 e il 2010, tentando di accordarsi con l’ideologo dell’amministrazione, il presidente Stavrogin, un nome preso dai Demoni di Dostoevskij. Viene inserito negli episodi il “piccolo Stalin”, che accompagna le varie fasi del romanzo in dimensione onirica, fino a diventare compagno del “successore”. Si analizza quindi la psicologia del gopnik dall’infanzia e dai romantici insuccessi, fino al potere assoluto in cui si trasforma in un moderno Erostrato, l’antico pastore e criminale greco che, per immortalare in qualche modo il suo nome, incendiò e distrusse il celeberrimo tempio di Artemide, una delle sette meraviglie del mondo antico. Particolarmente efficace è la descrizione della “pandemia della stupidità”, che viene analizzata in una corrispondenza del protagonista con Erasmo da Rotterdam.

Citando un brano del romanzo, il Grande Gopnik, come una zecca, si mise a mordere tutti dalla parte posteriore, ma quando si voltò verso di loro, scoprì che si stava guardando nello specchio. Questa immagine è il contenuto fondamentale del libro, e la descrizione della Russia attuale: il potere nel Paese è in mano ai gopniki, che nascono dal profondo dell’anima russa. Erofeev avverte i lettori: voi potete non essere d’accordo con Putin e perfino odiarlo, ma la lingua con cui egli pensa e si esprime non è diversa dalla vostra. Putin si capisce soltanto da come muove le labbra, anche senza pronunciare una parola intera, e la sua visione del mondo è radicata nel terreno storico nazionale, che genera da secoli delle erbe avvelenate, si ricorda nel racconto.

La “mentalità popolare” viene descritta nelle scene del piccolo Stalin, con cui il protagonista del romanzo s’incontra in una circostanza particolare, nella stanza da bagno accanto alla madre denudata, mentre siede sulla tazza e partorisce una piccola bambola maschile, capace di generare una nuova specie umana. Da qui ha origine lo stalinovirus, che penetra tutte le cellule umane e si moltiplica all’infinito. Stalin afferma di non essere mai uscito dal bagno, perché ho esperienza del sottosuolo, come il protagonista di un altro romanzo di Dostoevskij, che sognava la vendetta contro il mondo intero senza mai abbandonare il suo scantinato. Stalin spiega che ogni comandante, anche se non se ne rende conto, è un mio uomo, ogni capofamiglia tiene in pugno tutti i suoi, non vi libererete mai di me, e perfino la madre del protagonista all’occorrenza parla con lui con “la voce della Patria”.

La struttura staliniana penetra negli strati più profondi della vita sociale, si manifesta anche nelle situazioni più banali e quotidiane, dando vita al “mito di Putin” nel diffondersi del gopničestvo, il “teppismo” e vandalismo che trascina l’intera società ai livelli più miserevoli, quello che Erofeev definisce il “cimitero delle offese infantili”. Riportiamo di nuovo un brano del testo, non più metaforico, ma direttamente pubblicistico: Il gopničestvo è diventata la religione della Russia, ha risucchiato in sé anche l’Ortodossia, l’Impero e tutte le attività collettive… i gopniki sono i nostri campioni, We are the champions, my friends, l’unica nostra passione è la Vittoria”.

Una delle scene del romanzo mostra un Putin giovane delinquente di strada, che invita il suo amico tedesco Henrick a vivere con lui un’esperienza iper-realistica, immergendosi in un pestaggio del suo nemico personale e nell’umiliazione di una ragazza vicina di casa, di cui lui si è innamorato senza ricevere soddisfazione. Il ragazzo “Vova”, diminutivo di Vladimir, si trasforma nel presidente che viene a sua volta continuamente frustrato dalle infinite sconfitte nella guerra. A questo punto appare sulla scena il Kolobok, una figura delle favole russe, un “panino animato” che fugge dalla cucina in cui è stato preparato e deve schivare le fiere del bosco, finché viene divorato dalla volpe, quello che in Occidente viene riportato come The Gingerbread Man, “L’omino di pan di zenzero”. La sua figura rappresenta le condizioni di miseria e fame della società, il bisogno di “raschiare il fondo del barile”, unico desiderio rimasto dopo tutte le avventure del banditismo di strada.

Nella favola la lepre rappresenta il popolo, il lupo è il bandito e l’orso è lo Stato, mentre la volpe è il “nemico esterno”, più sviluppato e “tecnologicamente avanzato”. La conclusione del romanzo è che “la Russia è la terra dove non c’è difesa”, non soltanto dal teppismo di strada che diventa la politica dello Stato, ma soprattutto dall’estremismo verso la propria stessa anima, “l’incapacità di accettare una vita normale”. Un pericolo che riguarda il mondo russo delle inestinguibili vendette contro i nemici “di strada e di confine”, e che si diffonde nel mondo intero come un nuovo virus dell’ostilità di tutti contro tutti, contro cui non esiste alcun vaccino, che verrebbe comunque rifiutato dai gopniki no-vax.

I passi falsi da evitare con Putin

di Paolo Mieli| Corriere della Sera – 13 novembre 2024

Prima delle elezioni Trump aveva promesso che avrebbe risolto la crisi ucraina in un battibaleno. Adesso è costretto a constatare che ha di fronte un Putin diverso da quello con il quale dialogava quattro anni fa

Domenica scorsa il Washington Post ha dato notizia di una telefonata tra Donald Trump e Vladimir Putin in cui il futuro presidente degli Stati Uniti aveva stabilito, anzi ristabilito, un rapporto cordiale con l’interlocutore. Telefonata che, sempre secondo il giornale, si sarebbe conclusa con un’esortazione al leader russo a non procedere oltre nell’escalation militare in Ucraina. 

Il neoeletto capo di Stato Usa non ha ritenuto di rettificare la notizia proveniente da un giornale che non si era pronunciato nel corso della campagna elettorale e, di conseguenza, non poteva essere considerato come pregiudizialmente ostile nei suoi confronti. Talché nessuno ha pensato a una trappola giornalistica. Il Cremlino ha preso tempo e ventiquattr’ore dopo ha definito lo scoop del giornale americano «pura fiction».

Dalla successione temporale di queste mancate dichiarazioni e piccate reazioni si può intuire che la telefonata con ogni probabilità c’è stata. Ma Putin non ha gradito che la notizia del colloquio sia stata accompagnata dall’indiscrezione sull’invito di Trump ad attenuare l’uso delle armi in territorio ucraino. E per fare capire meglio le proprie intenzioni, lo stesso Putin ha intensificato l’azione nel Donbass e a Kursk. Poi, la notte successiva, ha ordinato un attacco di missili e droni contro Kiev come non se ne vedevano da due mesi e mezzo.

La successione di questi episodi, apparentemente relativi solo a un’indiscrezione giornalistica, può essere considerata come il primo passo falso di Trump. Prima delle elezioni, Trump aveva promesso che avrebbe risolto la crisi ucraina in un battibaleno. Adesso è costretto a constatare che ha di fronte un Putin diverso da quello con il quale dialogava quattro anni fa. E che la faciloneria con la quale pensava di poter risolvere il caso — concedendo ai russi le terre «conquistate», lasciando l’Ucraina a secco e interponendo tra il Paese aggressore e quello aggredito un inesistente esercito europeo — è del tutto inadeguata. 

Non solo perché umiliante nei confronti di Volodymyr Zelensky, gratificato oltretutto dall’entourage di Mar-a-Lago di autentiche offese e minacce di estromissione. Ma perché, al punto a cui è arrivata la guerra, questa prospettiva non sta in piedi.

Nella sola giornata di ieri il cancelliere tedesco Olaf Scholz ha ribadito al cospetto del Bundestag che non consegnerà i missili Taurus all’Ucraina. Il nuovo capo dell’Organizzazione dell’Alleanza atlantica, Mark Rutte (per l’occasione assieme all’americano Antony Blinken), ha annunciato che la Nato darà una «risposta ferma» allo schieramento di soldati nordcoreani in Ucraina.

Sempre ieri Maria Zakharova ha detto che, se Kiev otterrà l’autorizzazione a colpire in profondità il territorio russo, l’«inevitabile» risposta sarà «distruttiva». Secondo il New York Times, nelle stesse ore lo speaker della Camera statunitense, Mike Johnson, avrebbe confidato, in un incontro a porte chiude, ad alcuni deputati trumpiani che non saranno più inviati soldi all’Ucraina. Il caos, insomma.
A cui si aggiunge che ieri in Polonia è stato arrestato un cittadino bielorusso per un tentato incendio doloso a Danzica. Nella stessa Polonia, contemporaneamente, è stata inaugurata una base che fa parte del sistema missilistico balistico statunitense. Da Mosca sono giunte immediate proteste perché la suddetta base è a 230 chilometri dall’enclave russa di Kaliningrad. E potremmo continuare ancora. Insistendo in particolare sul ruolo e le potenzialità militari della Polonia.

Può darsi che alcune di queste parole siano solo chiacchiere al vento. 

Ma la nostra impressione è che Trump sia giunto non del tutto preparato all’appuntamento dell’emergenza in atto, fuori dai confini del suo Paese. Appuntamento con la Russia, ovviamente con l’Ucraina e con un’Europa a dir poco frastornata. La situazione che Trump eredita da Joe Biden è assai più intricata di quella che quattro anni fa lo stesso Trump lasciò a Biden in materia d’Afghanistan.

Per Biden gli obblighi relativi al passaggio di quelle consegne, fu all’origine, nell’agosto del ’21, del catastrofico ritiro da Kabul. Ritiro che costò all’allora Presidente degli Stati Uniti un danno d’immagine da cui non si è più ripreso. L’idea, adesso, di sgattaiolarsene via dall’Ucraina lasciando la patata bollente nelle mani dell’Europa (pur colpevolmente impreparata a tale eventualità) è semplicemente puerile. Anche perché ne va dell’affidabilità della Casa Bianca per quel che riguarda l’altra crisi in atto, quella del Medio Oriente dove in queste stesse ore missili houthi hanno colpito navi americane. E al cospetto della Cina con cui il confronto sarà, per così dire, non semplice.

Inoltrarsi in questo modo lungo la via che dovrebbe portare ad un accordo per l’Ucraina fa tornare alla mente il Trump facilone che annunciò di aver ottenuto la pace tra le due Coree chiudendo con un colpo di bacchetta magica una situazione rimasta in sospeso dal 1953. Ci conviene per una volta far finta di credere ai russi e considerare quella del Washington Post come una notizia senza fondamento. Sperare che il «primo» colloquio diretto tra Trump e Putin avvenga su altre basi. Che Trump, scottato da questo supposto passo falso, si disponga ad un costrutto più serio da proporre agli interlocutori. E che capisca dell’inutilità (o peggio) di affidarsi all’amichevole benevolenza di Putin

La richiesta di Trump a Putin nella prima telefonata dopo le elezioni Usa: «Ferma l’escalation in Ucraina»

di Lorenzo Cremonesi, inviato a Kiev – 11 Novembre 2024

Il Washington Post: prima telefonata tra i due. Battaglia di droni, chiusi due aeroporti a Mosca

DAL NOSTRO INVIATO
KIEV – Donald Trump parla al telefono con Vladimir Putin per la prima volta dalla sua vittoria elettorale e il tema è scontato: Ucraina. Come arrivare al cessate il fuoco, quali le condizioni della pace? Lo rivela il Washington Post, riperso subito dai portali ucraini, aggiungendo che il leader americano avrebbe comunicato dalla sua residenza in Florida e avrebbe suggerito al presidente russo di evitare di intensificare la guerra in vista della necessità di riportare la pace in Europa. I due avrebbero concordato sulla priorità di continuare i contatti e Trump sarebbe deciso a lavorare «per una veloce soluzione che porti alla fine della guerra in Ucraina». Secondo il quotidiano, Volodymyr Zelensky sarebbe stato informato della conversazione e non avrebbe espresso alcuna obiezione. Sembra che in questa fase i contatti diretti tra Trump e gli altri leader mondiali avvengano senza il sostegno del Dipartimento di Stato o alcun traduttore ufficiale.

Corre dunque veloce Trump, sembra mettere le mani avanti ben prima del suo insediamento ufficiale il 20 gennaio prossimo e mentre Joe Biden utilizza questo ultimo scorcio di mandato presidenziale per inviare nuovi aiuti militari a Kiev. Le cronache dai campi di battaglia non vedono alcuna tregua, tutt’altro, prevale l’intensificarsi degli attacchi russi. E ciò nonostante subiscano perdite gravissime. Secondo il capo di Stato maggiore britannico, ammiraglio Tony Radak, i morti e feriti quotidiani sarebbero circa 1.500. Il New York Times cita fonti militari americane e ucraine secondo le quali i russi avrebbero concentrato 50.000 soldati, inclusi migliaia di nordcoreani, per riconquistare l’enclave di Kursk. L’attacco potrebbe avvenire già nei prossimi giorni in concomitanza con l’inasprirsi delle avanzate nel Donbass. Fonti a Kiev segnalano che nella piccola enclave russa occupata ai primi di agosto e ormai ridotta a meno di 500 chilometri quadrati i soldati ucraini sarebbero oggi circa 25.000.

Si aggrava anche la sfida dei cieli. Droni contro droni, attacchi a «sciami» per confondere i radar nemici e colpire in profondità: russi e ucraini concordano nell’affermare che non si erano mai visti così tanti droni volare in poche ore dall’inizio della guerra quasi mille giorni fa. Il ministero della Difesa russo afferma che nella notte tra sabato e domenica ha abbattuto almeno 84 droni nemici. Nei suoi comunicati parla di «attacchi di massa sulle infrastrutture civili» in varie regioni del Paese. Un uomo è morto nel suo appartamento nella zona di Belgorod, poco lontano dal confine ucraino. 

L’elemento di eccezionalità sta specialmente nei voli intensi nei cieli di Mosca: ieri hanno costretto le autorità locali a chiudere i due aeroporti internazionali di Sheremetyevo e Domodedovo. Vengono segnalati incendi. Almeno 14 voli diretti a Mosca sono stati dirottati all’aeroporto di Nizhnyi Novgorod, quasi 500 chilometri a Est della capitale. E cinque persone sono rimaste ferite dai rottami dei droni colpiti dalla contraerea nel quartiere moscovita di Ramenskoe e in un villaggio vicino. A detta dello Stato maggiore ucraino, i suoi attacchi hanno causato ingenti danni nei depositi russi di armi e munizioni a Bryansk.

I russi non stanno a guardare. Ancora a detta dei portavoce militari ucraini, l’altra notte almeno 145 droni nemici hanno colpito il Paese, di cui 62 sarebbero stati abbattuti. Vi sarebbero 5 feriti nella regione di Kharkiv e un altro a Odessa. «Abbiamo subito un attacco record», ha dichiarato Zelensky. Nelle ultime settimane i droni russi hanno ripetutamente bersagliato le città ucraine e le zone a ridosso del fronte nel Donbass. A Kiev non passa notte che non suonino gli allarmi. Ma più colpite, a causa della carenza di contraerea, sono la città di Kharkiv nel Nord-Est e Zaporizhzhia nel centro-Sud, dove anche i missili russi hanno causato diversi massacri.

Sono proprio i droni a caratterizzare tutte le fasi della guerra scatenata da Putin. Inizialmente dominavano gli ucraini con i Barakhtar turchi e quelli prodotti dalle loro fabbriche. Oggi sono arrivati alla produzione record di oltre un milione all’anno. Ma ormai i russi li hanno raggiunti e superati di gran lunga: nel solo mese di ottobre hanno sparato oltre duemila droni e continuano a migliorarli. Il nuovo modello Geran-2 è una versione molto più potente dello Shahed-36 iraniano: ha un raggio di mille chilometri e trasporta testate con 50 chili di esplosivo.

La Russia e l’America di Trump

di Stefano Caprio- Asia 10 Novembre News –

Non è affatto chiaro se “patria” significhi la stessa cosa per i seguaci di Trump o per i sudditi di Putin, se indichi il nativismo di “sangue e terra” o piuttosto l’unione “spirituale” di chi ha una visione condivisa del proprio Stato, della regione o del mondo intero. Mentre su Kiev il nuovo presidente degli Stati Uniti ha promesso una soluzione entro il 20 gennaio, giorno della sua inaugurazione (ma anche festa ortodossa del Battesimo del Signore).

Lo show delle elezioni americane è stato seguito nel mondo intero fino all’elezione di Donald Trump come 47° presidente, con ampie discussioni e prese di posizione sull’uno o sull’altra candidata, in pubblico e anche tra i vicini e i parenti. Ora tutti si chiedono quali saranno le conseguenze della scelta molto netta dell’elettorato statunitense: l’Ucraina ha più volte manifestato la preoccupazione di perdere il sostegno militare, e anche a Taiwan temono che Trump non abbia intenzione di difendere l’isola dalla Cina, avendo detto che gli Usa non sono una “compagnia gratuita di assicurazioni”, e Taipei deve pagare per ottenere aiuti. In Israele la maggioranza faceva il tifo per il tycoon, soprattutto dopo le critiche di Kamala Harris alle azioni israeliane nel settore di Gaza.

In Russia Trump era stato di gran lunga il preferito alle elezioni del 2016 contro Hillary Clinton, ritenendolo il più disponibile ad appoggiare i piani del Cremlino, e la sua vittoria di allora fu accolta con uno scroscio di applausi alla Duma di Mosca. Le attese dei russi non sono però state confermate, a giudicare dall’enorme quantità di sanzioni contro Mosca emesse nel periodo della sua prima presidenza. Dopo gli ultimi anni di conflitto locale e mondiale, le opinioni della popolazione russa sono molto scettiche sulla possibilità di un disgelo, nonostante le assicurazioni del vecchio-nuovo presidente di poter facilmente fermare la guerra e di contare sulla “amicizia personale” con Vladimir Putin. Secondo i sondaggisti, almeno la metà dei russi non vedeva grande differenza tra Trump e la Harris in questo senso, considerando che le relazioni russo-americane, e con l’intero Occidente, sono ormai relegate in un vicolo cieco da cui sarà difficile uscire a breve termine.

Tuttavia, la figura di Donald Trump suscita ancora molta simpatia tra i russi, nonostante la generale “russofobia” dell’intero establishment americano, e in questo l’indice di gradimento era tra il 26-27% rispetto al 4-5% della Harris. Sempre secondo i risultati virtuali riportati dalla rubrica Signal di Meduza, se i russi avessero votato alle elezioni in America, Trump avrebbe vinto con il 78% delle preferenze, e simili risultati si sarebbero verificati nei Paesi europei più tradizionalmente filo-russi, come ad esempio la Serbia. Già dal 2017, nonostante le sanzioni, la figura di Trump ha recuperato popolarità tra i russi, più per la narrazione mediatica che per le decisioni effettive a livello politico e amministrativo.

Il giovane esperto del Consiglio per gli affari internazionali di Mosca Aleksej Naumov, considerato un importante “americanista”, spiega che i russi “credono in modo irrazionale nella possibilità di accordarsi sull’ordine mondiale, dove tutti potranno vivere nella pace e nel benessere”. Questo sentimento viene sfruttato da tutti i politici di tendenza populista in patria e all’estero, proponendo ai “propri ragazzi” le risposte più semplici e immediate alle questioni più complesse, ed è proprio questo lo stile caratteristico di Donald Trump. Secondo il nuovo presidente di Washington, il mondo è stato distrutto dai politici di carriera, che si allontanano dalla “gente comune”, e l’unico modo per ristabilire la giustizia è mandare tutto all’aria e costruire insieme un mondo nuovo, ciò che suona molto bene alle orecchie dei russi.

Lo stesso Putin non si è trattenuto, e dall’incontro del club Valdaj di Soči ha finito per complimentarsi con Trump, definendolo “un uomo coraggioso, che di fronte a grandi sfide ha saputo comportarsi da uomo” e dichiarando di essere pronto a sentirlo almeno per telefono. Il presidente russo ha ricordato che “fino a un certo punto tutti i leader occidentali mi chiamavano tutte le settimane, e poi di colpo hanno smesso… se non vogliono, non c’è problema, come vedete noi siamo in piena forma”. Putin esprime l’apprezzamento dei russi per il politico “non asservito al sistema”, non tanto “amichevole”, ma le cui azioni fuoriescono dai limiti abituali della politica occidentale. Insomma, al mondo impazzito non fa male un po’ di sana confusione.

I nemici di Trump lo definiscono come “un fascista”, come ha detto l’ex-capo dello staff presidenziale John Kelly, ma il “fascismo” è uno dei termini più abusati in questi anni convulsi e anche prima, come fanno gli stessi russi nei confronti dell’Ucraina “nazista” e del “fascismo occidentale”, considerando che il termine “fascismo” in Russia comprende comunque anche la storia della Germania hitleriana. George Orwell affermava già nel 1944, dopo la caduta del regime di Mussolini in Italia, che il concetto stesso di “fascismo” aveva perso il suo significato originario, diventando un timbro di inconciliabilità con i principi comuni della società democratica. Orwell ironizzava osservando che nella Gran Bretagna a lui contemporanea venivano tacciati di fascismo “i contadini, le amministrazioni scolastiche, l’astrologia, gli omosessuali, i cacciatori di volpi, le donne, i cani” e altre categorie a caso. Fascismo è tutto ciò che non piace in politica, e il suo contrario è sempre “democratico”.

Lo stesso Trump, del resto, ha versato olio sul fuoco con frasi provocatorie che rimandano alla propaganda dello stesso Hitler, che Donald ammette di “aver studiato attentamente”. L’atteggiamento autoritario di Trump è comunque ancora in via di definizione; se ormai si è affermato il “putinismo”, bisogna ancora capire in che cosa consiste il “trumpismo”. Come afferma Signal, “tutti i fascisti sono autocrati, ma non tutti gli autocrati sono fascisti”. Il nuovo presidente ha bisogno di rafforzare il suo potere controllando il Deep State, la grande macchina amministrativa a tutti i livelli dello Stato e della magistratura, come fecero al loro tempo i grandi dittatori novecenteschi, da Mussolini a Hitler e Stalin e come ha fatto lo stesso Putin con la sua “verticale del potere”, e per questo occorre tempo.

Il sociologo Dylan Riley, del dipartimento di sociologia di Berkeley, ricorda che i regimi fascisti europei nacquero dalla reazione conservatrice rispetto agli esiti della prima guerra mondiale negli anni Venti, e l’analogia con il decennio attuale è molto significativa, in seguito alla fine della guerra fredda e alla crisi della globalizzazione. Allora incombeva la minaccia della rivoluzione comunista, oggi dilaga il sentimento sovranista contro le pretese di egemonia da parte dell’una o dell’altra parte, dall’America alla Cina, con in mezzo la Russia e l’Europa. Lo storico tedesco Jan-Werner Müller dell’università di Princeton propone un’altra importante osservazione, per cui dalla storia del secolo passato anche le forze più reazionarie hanno tratto un’importante lezione: l’annientamento degli istituti democratici è un segno di debolezza, più che di forza.

Se formalmente l’anno elettorale, inaugurato da Putin a marzo e concluso da Trump a novembre, ha celebrato le figure dominanti attraverso le normali procedure democratiche più o meno rispettate (in Georgia sono contestate più che altrove), quello che ancora si deve comprendere è se il mondo si sta veramente “spostando a destra”, sempre che valgano ai nostri giorni le classiche divisioni della politica delle due sponde contrapposte. Che cosa significhi la “patria” per i seguaci di Trump o per i sudditi di Putin non è affatto chiaro, se indichi il nativismo di “sangue e terra” o piuttosto l’unione “spirituale” di chi ha una visione condivisa del proprio Stato, della regione o del mondo intero. Che cosa hanno veramente in comune Trump e Putin, con i riferimenti europei di Orban e Le Pen o quelli asiatici di Modi e Xi Jinping, per non parlare dei tanti leader sudamericani o africani? La rielezione di “Donald il forte” potrebbe essere l’occasione per unire le linee del quadro, e Putin ha tutte le intenzioni di sfruttarla.

Un personaggio che sta contribuendo più di tutti in questa opera di congiunzione planetaria, fino alle dimensioni cosmiche, è il super-miliardario Elon Musk, capace di aleggiare sopra e sotto le stanze della Casa Bianca e del Cremlino, soprattutto con i suoi mezzi di comunicazione, oltre che ai progetti economici e finanziari. Egli stesso ha dichiarato trionfante che “X non è una bolla, ma un modo efficace di capire la realtà”. La narrazione finisce per superare la realtà stessa, e l’impossibile piano di conclusione della guerra russa in Ucraina ora prende forma nei messaggi da diffondere, secondo cui i consiglieri di Trump lo starebbero già elaborando nei dettagli. L’ultima versione presuppone il rifiuto all’ingresso dell’Ucraina nella Nato per i prossimi vent’anni, con garanzia di cessazione degli scontri armati, una formula di “congelamento” del conflitto che priverebbe comunque gli ucraini del 20% dei propri territori, occupati dai russi.

Perfino a Kiev si comincia a orientarsi sulla “nuova visione”, come si è espresso il capo del comitato della Verkhovnaja Rada, Aleksandr Merežko, con cauto ottimismo: “Trump vuole essere un presidente di successo, ma il successo significa che l’Ucraina deve diventare per lui una storia di successo, non una storia di sconfitta”. Il nuovo presidente ha promesso di trovare la soluzione entro il 20 gennaio prossimo, giorno della sua inaugurazione, che coincide con la festa liturgica ortodossa del Battesimo del Signore, quando Putin si calerà trionfante nell’acqua ghiacciata, avendo ottenuto la prosecuzione della guerra mondiale, non più “fredda”, ma addirittura “congelata”, per i secoli a venire.

NON E’ TIFO, E’ CACCIA ALL’EBREO. COSA CI DCE IL PROGROM DI AMSTERDAM

Claudio Cerasa  09 nov 2024-IL FOGLIO

Non è calcio: è antisemitismo. Non è tifo: è caccia all’ebreo. Non è un affare tra ultras: è, semplicemente, il ritorno dei pogrom nel cuore dell’Europa. Nella notte tra giovedì e venerdì, fra le strade di Amsterdam, subito dopo la partita di Europa League tra l’Ajax e il Maccabi Tel Aviv, una folla di filopalestinesi, intorno a mezzanotte, ha attaccato i tifosi di calcio della squadra israeliana, aggredendo centinaia di persone mentre tornavano ai loro alberghi dallo stadio. La folla era armata di coltelli, e non solo, e si è mossa seguendo un metodo scientifico, programmato, organizzato, servendosi anche di una certa compiacenza delle forze dell’ordine olandesi, che non hanno scortato i tifosi verso i loro alberghi, e lo hanno fatto seguendo un copione preciso: hanno deciso di risparmiare le violenze a tutti coloro che, una volta trovatisi dinanzi alla furia cieca degli antisemiti, fossero in grado di dimostrare di non essere ebrei.

Qualcuno, ovviamente, cercherà di liquidare gli orrori di Amsterdam come se questi siano stati un semplice episodio isolato, un semplice scazzo fra tifosi – quando tre scemi fanno il saluto romano, ha notato con intelligenza il nostro Andrea Minuz, è il ritorno del fascismo, è allarme, è emergenza, ma se in scena va la caccia all’ebreo è solo sport, è solo tifo, è solo disordine del post partita – come se fossero un semplice regolamento di conti fra tifoserie rivali (cosa che tra l’altro chiunque mastichi un po’ di calcio non dovrebbe sostenere considerando il fatto che l’Ajax è una squadra che nasce in un ghetto di Amsterdam, che l’Ajax è la squadra i cui tifosi sono conosciuti in tutto il mondo come “Super Joden”, “Super ebrei” e  considerando il fatto che gli stessi tifosi prima delle partite spesso sventolano bandiere di Israele, indossano il Maghen David, cantano canzoni tipiche della tradizione ebraica, come la celebre “Hava Nagila”, e da anni hanno costruito un rapporto di amicizia proprio con i “Maccabi Fanatics”).

Il calcio però oggi drammaticamente non c’entra. Perché, sì, siamo tutti Maccabi Fanatics, je suis Maccabi, ma quello che è andato in scena ad Amsterdam è la concretizzazione del sogno per cui combattono da mesi i terroristi islamisti in medio oriente. Ovverosia, l’esportazione di una forma inarrestabile di intifada globale, che evidentemente riesce a far presa laddove l’odio nei confronti di Israele, del sionismo, ha trasformato l’essere ebreo in un peccato mortale. Il 7 ottobre del 2023 sono stati uccisi, in Israele, ebrei, solo ed esclusivamente per il loro essere ebrei. Il 7 novembre del 2024, ad Amsterdam, nel cuore dell’Europa, nella città di Anna Frank, sono stati aggrediti centinaia di ebrei, solo ed esclusivamente per il loro essere ebrei. E tutto, se ci si pensa, è parte di uno stesso e unico e osceno film.

Un film all’interno del quale il 7 ottobre viene sbianchettato ogni giorno. Un film all’interno del quale i manifesti degli ostaggi israeliani rapiti da Hamas vengono strappati via dai muri delle città. Un film all’interno del quale gli aggrediti diventano aggressori e gli aggressori aggrediti. Un film all’interno del quale i terroristi vengono trattati dalla comunità internazionale come se fossero partigiani. Un film all’interno del quale un ebreo può temere per la sua vita solo per essere colpevole di un peccato mortale: essere ebreo.

Non è calcio: è antisemitismo. Non è tifo: è caccia all’ebreo. Non è un affare tra ultras: è, semplicemente, il ritorno dei pogrom nel cuore dell’Europa, il ritorno di una Notte dei cristalli, l’ondata dei pogrom antisemiti divampati nella Germania nazista tra il 9 e il 10 novembre 1938, ed è il ritorno di un mondo all’interno del quale l’antisemitismo non è solo tollerato, ma è celebrato, incoraggiato e trasformato in una scelta doverosa per chiunque voglia aderire con gioia alla seducente piattaforma dell’Intifada globale. Non è tifo: è caccia all’ebreo. Je suis Maccabi.

Il 20% dell’Ucraina a Putin e il no alla Nato: cosa prevede il “piano di pace” dei consiglieri di Trump

La REPUBBLICA – 8 Novembre 2024 a cura della redazione Esteri

Il presidente eletto potrebbe congelare il conflitto, promettendo di continuare a dare armi a Kiev per evitare futuri attacchi di Mosca

Congelare il conflitto sulle posizioni attuali, creare regioni autonome lungo una zona demilitarizzata e lasciare Kiev in un limbo diplomatico, fuori dalla Nato, rinviando ogni soluzione definitiva a quando Putin non sarà più presidente. È il piano di Donald Trump, presidente eletto, per la guerra in Ucraina. In parte, lo aveva già raccontato il Financial Times a fine ottobre. Il Wall Street Journal ha fornito nuovi dettagli.

I territori occupati

I consiglieri del tycoon hanno in mente una intesa che fisserebbe l’occupazione da parte della Russia di circa il 20% dell’Ucraina. La linea del fronte sostanzialmente si bloccherebbe e entrambe le parti concorderebbero su una zona demilitarizzata di 800 miglia. Chi pattuglierebbe quel territorio resta poco chiaro, ma un consigliere ha detto che la forza di mantenimento della pace non coinvolgerebbe truppe americane, né proverrebbe da un organismo internazionale finanziato dagli Stati Uniti, come le Nazioni Unite.

Il no alla Nato

L’idea proposta all’interno dell’ufficio di transizione di Trump prevedrebbe che Kiev prometta di non unirsi alla Nato per almeno 20 anni. In cambio, gli Stati Uniti continuerebbero a fornire all’Ucraina armi per scoraggiare un futuro attacco russo.

I decisori

Come nel primo mandato di Trump, diverse fazioni sono pronte a competere per influenzare la politica estera del repubblicano. Gli alleati più tradizionalisti come Mike Pompeo, l’ex segretario di stato ora in lizza per guidare il Pentagono, probabilmente spingeranno per un accordo che non sembra dare una vittoria importante a Mosca. Altri consiglieri, in particolare Richard Grenell, uno dei principali candidati a guidare il Dipartimento di Stato o a fungere da consigliere per la sicurezza nazionale, potrebbero dare priorità al desiderio di Trump di porre fine alla guerra il prima possibile, anche se ciò significa costringere Kiev a concessioni significative.

La reazione di Putin

Più di 24 ore dopo la vittoria di Trump, sono arrivate anche – a distanza – le congratulazioni di Vladimir Putin. Il capo del Cremlino ha detto di non aver ancora parlato con il presidente eletto americano, ma ha affermato di essere pronto a farlo, non reputando “vergognoso” prendere lui stesso l’iniziativa per telefonare al tycoon. Lo zar ha colto l’occasione del suo intervento alla conferenza annuale del Club di Valdai, a Soci, per fare il commento tanto atteso sulla rielezione di Trump, che in campagna elettorale aveva detto di poter mettere fine al conflitto in Ucraina “in 24 ore”. Un’iniziativa “degna di attenzione”, ha detto il presidente russo, probabilmente riferendosi al piano anticipato dal Wall Street Journal e dal Financial Times.

Tifosi israeliani aggrediti ad Amsterdam dopo Ajax-Maccabi, Netanyahu svegliato nella notte: «È una caccia all’ebreo, ora tutti via con un ponte aereo»

di Francesco Battistini – Corriere della Sera – 8 Novembre 2024

Le voci degli israeliani attaccati da gruppi filo palestinesi ad Amsterdam riportate al premier israeliano, che convoca nella notte una riunione straordinaria del Consiglio di sicurezza nazionale. «Avevamo avvisato le autorità olandesi del pericolo, non hanno fatto nulla. Scioccante»

TEL AVIV – Yarin: «Siamo finiti in un fast-food, un Kfc, con solo pochi poliziotti fuori che non sapevano che cosa fare. I musulmani hanno cercato d’investirci, di rapirci, di picchiarci, d’ucciderci…». 
Avigdor: «Subito dopo la partita, quando siamo usciti dal treno, è iniziato il caos. Gente che correva e picchiava, persone che venivano investite e aggredite. Ora siamo in quindici rintanati in albergo. Ci lanciano petardi, ci aspettano fuori con le moto. E la polizia non fa nulla!». 
Yonatan Adler: «Sapevano in che hotel stavamo. Ci hanno aspettato lì davanti. Quattro o cinque arabi ci hanno assalito, sapevano pure che eravamo ebrei. Uno mi ha strappato la sciarpa. Alcuni erano mascherati. Altri ancora hanno scattato delle foto». 

Circolano due video: un uomo che cerca di difendersi dalle percosse e che implora gli assalitori d’avere pietà, mentre lo costringono a gridare «Palestina libera!»; un altro che supplica i suoi aggressori, «non sono ebreo!». 

Un anonimo telefona a Canale 12: «Aiutateci! E la Kristallnacht 2, non siamo al sicuro qui». Un commento sui social: «E questo accade nella città di Anna Frank».

L’hanno svegliato nella notte. Gli hanno riportato le voci da Amsterdam. Almeno una dozzina di feriti, cinque dei quali finiti in ospedale, alcuni irrintracciabili per ore, la caccia all’ebreo nelle strade del centro. E Bibi Netanyahu ha capito subito: riunione d’urgenza del Consiglio di sicurezza nazionale esteso al nuovo ministro degli Esteri, Gideon Saar. 

Il governo israeliano ha elevato per prima cosa una protesta formale a quello olandese, chiedendo di punire con severità i responsabili delle spedizioni punitive sui tifosi del Maccabi: «Le immagini pesanti di quest’aggressione non verranno ignorate – ha detto Bibi -, questo è un attacco antisemita. Il calcio non c’entra». 

I servizi israeliani avevano segnalato alle autorità olandesi il rischio d’incidenti gravi. 

L’Olanda è uno dei Paesi europei che ha i rapporti più stretti con Israele e l’ultradestra di Geert Wilders, il leader anti-islamico, ne ha fatto un punto del programma. Ma il 7 Ottobre ha cambiato molte cose, il governo olandese è oggi fra quelli che spingono per sanzioni più pesanti per la guerra di Gaza, alcuni fondi pensione hanno chiuso i rapporti con le banche israeliane. E la piazza ribolle: poco prima della partite, intorno allo stadio, erano comparse numerose bandiere palestinesi e uno striscione inneggiante a Hamas. 
Anche i fan del Maccabi avevano fatto la loro parte: dalla curva erano partiti cori che inneggiavano al massacro degli arabi. Di qui, nella notte, la decisione del governo Netnyahu di fare da sé. E di soccorrere i tifosi con un piccolo ponte aereo. «Questo pogrom è scioccante – dice un deputato suo fedelissimo, Boaz Bismuth -, dall’Olanda ci dicono che le autorità non hanno fatto niente per controllare la situazione. L’odio verso gli ebrei è vivo e vegeto, in Europa. Questo evento ci ricorda che dobbiamo arrangiarci». Su consiglio del segretario militare, Bibi sceglie di non fidarsi nemmeno delle rassicurazioni del primo ministro Dick Schoof, contattato per telefono. Meglio chiamare El Al e mettere a disposizione dei tifosi i due voli speciali delle 9 del mattino. E un numero di cellulare diretto. E una squadra medica dell’esercito. Tutti via dall’Olanda, al più presto.

La vittoria di Trump e il futuro dell’Europa

 6 Novembre 2024 – Corrispodenza Romana

di Roberto de Mattei

Donald Trump è il 47esimo presidente degli Stati Uniti. La sua vittoria non è stata di stretta misura, ma è avvenuta con un largo margine. Trump è stato incoronato da un voto popolare che gli ha permesso di conquistare anche la maggioranza della Camera e del Senato. Considerando che anche la Corte Suprema ha una maggioranza vicina ai repubblicani, le elezioni del 5 novembre 2024 attribuiscono al nuovo Presidente una forza di governo che pochi suoi predecessori hanno avuto. Ma soprattutto l’immagine è quella di un America più potente, che si riconosce nel suo slogan “Make America Great Again” (Rendiamo di nuovo grande l’America).

Ciò accade alla vigilia del vertice dei presidenti dei Parlamenti del G20, che si svolge dal 7 all’8 novembre a Brasilia. Il G20è gruppo informale che raccoglie, oltre ai paesi del G7, anche alcuni (non tutti) dei 9 paesi dei Brics (acronimo di Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica), che si sta espandendo sotto la leadership cinese: in tutto 19 paesi più l’Unione Europea e l’Unione Africana. Nel G20 convivono l’anima che guarda agli Stati Uniti come punto di riferimento e l’anima anti-occidentale dei Brics, guidata dalla Cina e dalla Russia. Lo scopo dei Brics è costruire un modello alternativo all’ordine liberale costruito dagli Stati Uniti, ponendo fine, in particolare, all’egemonia del dollaro come moneta di riferimento del sistema monetario internazionale, anche se nessuna moneta è in grado in questo momento di concorrere con quella americana. La parola d’ordine dei Brics è il multipolarismo, inteso come modello antitetico all’“unipolarismo” americano.

Aleksander Dugin, autore nel 2013 di un saggio caro a Vladimir Putin dal titolo Teoria del mondo unipolare (tr. italiana Nova Europa 2017), propone di«decostruire l’ultima cultura egemonica superstite» (pp. 32-33), quella Occidentale, per sostituire ad essa l’Eurasia. Il presidente Putin e il leader cinese Xi Jinping, che considerano l’invasione dell’Ucraina un passo verso la fine dell’unipolarismo americano, non hanno come obiettivo un mondo multipolare, ma l’egemonia russo-cinese su un Occidente culturalmente e materialmente disintegrato.

Per Putin, l’Occidente è il regno, a guida angloamericana, delle democrazie liberali, dove domina la cancel culture e l’ideologia “woke”, in una parola il nuovo “Impero del male”, a cui si contrappone la Russia, baluardo dei valori tradizionali. Questa narrazione ha conquistato una parte del mondo conservatore, anche cattolico, ma l’elezione di Trump, dimostra che l’America non è sull’orlo del baratro. La vittoria di Kamala Harris avrebbe rappresentato l’avvento al vertice degli Stati Uniti di una liberal-comunista, decisa ad applicare una politica contro la vita e la famiglia su scala nazionale. E’ proprio a questo disfacimento morale che Donald Trump si oppone, nella convinzione che l’America non sia condannata a un irreversibile declino. Ma quali saranno le conseguenze dell’elezione di Trump sul piano della politica internazionale, e soprattutto in riferimento ai grandi conflitti in corso? 

Trump, a differenza della Harris, non è un ideologo e può essere considerato un esponente del “realismo politico” conservatore. Tuttavia l’America ha già conosciuto gli errori della realpolitik nell’era di Nixon e di Kissinger quando, con la storica visita a Pechino del 1972, l’allora presidente degli Stati Uniti si illuse di isolare la Russia avviando nuove relazioni di amicizia con la Cina. Il risultato fu che proprio grazie a questa apertura politica ed economica, la Cina divenne una delle più grandi potenze mondiali, in competizione con gli Stati Uniti. 

L’operazione che forse ha in mente Trump è analoga, ma rovesciata rispetto a quella che tentò Nixon. L’idea di Nixon, ispirata da Kissinger, era quella di isolare la Cina separandola dalla Russia, che era allora il nemico primario. Oggi che il nemico principale è la Cina, per isolarla si dovrebbe avviare un patto di amicizia con Putin. In poche parole, in nome della realpolitik, si dovrebbe sacrificare l’Ucraina, costringendola ad una pace ingiusta con il Cremlino. Questo cinismo politico trascura però la dimensione delle idee che guidano la storia. Quando Trump accusa Kamala Harris di essere comunista, mostra di sapere che il comunismo non è morto e sepolto come alcuni vorrebbero far credere. Ma se il comunismo è ancora vivo sul piano nazionale, sarebbe morto su quello internazionale? Eppure in Cina c’è l’obbligo di studiare Marx, Lenin, Mao e lo stesso pensiero di Xi Jinping, che presenta sé stesso e il Partito Comunista Cinese come «atei marxisti inflessibili». In Russia, Putin è un nazionalcomunista che si richiama dichiaratamente a Stalin e vorrebbe ristabilire i confini della defunta Unione Sovietica. L’amicizia di Putin e Xi Jinping ha un fondamento ideologico più forte dei rispettivi interessi politici

In Oriente, la Corea di Kim Jong-un è la longa manus della Repubblica popolare cinese, governata da un dittatore, che rivendica continuamente la dottrina e la prassi del comunismo. Kim Jong ha ribadito nell’ultimo congresso del Partito Comunista che il nemico più grande della Corea sono gli Stati Uniti e ha ordinato di sviluppare missili nucleari terrestri e subacquei, perché il suo paese, deve rafforzare la sua capacità militare contro gli Stati Uniti. E con l’invio, in questi giorni, di soldati nordcoreani in Russia, nella regione di Kursk, la Corea del Nord partecipa, ormai ufficialmente, all’invasione dell’Ucraina. Sul campo di battaglia non saranno certo poche migliaia di nordcoreani a cambiare l’esito del conflitto, tuttavia la loro presenza è fortemente simbolica. I militari della Corea del Nord, che è una proiezione politica della Cina comunista, sono a pochi chilometri dai confini della Polonia e di quelli dell’Europa e della Nato. Come si comporterà Donald Trump di fronte a questa sfida? E’ questo il grande interrogativo che si pone chi ha a cuore il futuro dell’Europa.

Il discorso di Trump oggi: l’elogio a Musk e Melania, Kamala Harris mai nominata, «ho saputo aspettare 4 anni». Il racconto da Palm Beach

di Aldo Cazzullo-Corriere della Sera – 6 Novembre 2024

Trump, quasi afono, arriva sul palco di West Palm Beach sulle note dei Village People. Ha lasciato Musk a Mar Lago, ha portato tutta la famiglia sul palco: «Siamo un grande popolo, è il momento più importante della storia americana»

WEST PALM BEACH (FLORIDA) – Donald Trump torna, ricco e spietato. Lo dice proprio: «Ho saputo aspettare quattro anni». Il ciuffo spettinato lo fa sembrare ancora di più un uccello da preda. Con un ampio gesto da presentatore offre alla platea la famiglia: i figli Donald junior, Eric, Ivanka, Tiffany, con i rispettivi partner; ma l’unico che nomina è il più giovane, Barron, il figlio di Melania. Non è più il bambino che avevamo visto otto anni fa, dopo la vittoria su Hillary Clinton; ma ha lo stesso sguardo spaurito di allora. 

Sono le due e mezza del mattino in America, le otto e mezza in Italia. Siamo nel Convention Center dell’hotel Hilton di West Palm Beach, al riparo dall’uragano Rafael che spazza la Florida. Trump è appena arrivato, ormai quasi afono. Sale sul palco ornato da cinquanta bandiere americane e altrettante aquile. Nel villone di Mar-a-Lago, qui vicino, ha lasciato il suo nuovo amico del cuore: Elon Musk. Lui non c’è, ma Donald ne parla a lungo. Rievoca la telefonata con cui gli ha chiesto aiuto, per collegare con i satelliti di Starlink il North Carolina isolato dagli uragani. Conclude: «Elon è un genio».

E quei due in coppia sono capaci di tutto. Musk ha già twittato, quando ancora i sette Stati decisivi sembravano in bilico: «Game set match», gioco partita incontro. 

Per Kamala Harris, è finita. Anzi, non era neppure cominciata. I sette Stati in bilico, Trump li ha vinti tutti. Come il voto popolare. Come il Senato. Come la Camera. Una vittoria netta, più di quella contro Hillary. Ancora una volta i sondaggi hanno sottostimato Trump, ancora una volta non hanno colto il movimento degli ultimi giorni. 

Quando lo vede arrivare, annunciato dalle note di Ymca dei Village People, la folla impazzisce. Le ragazze, tutte vestite di rosso, si fanno largo a spinte per arrivare sotto il palco, gli gridano «I love you!», lo filmano, lo fotografano. Lui sorride alla moglie Melania, le annuncia che è di nuovo first lady, come a dire: visto che ti ha riconquistato la Casa Bianca? Poi le dà un bacio sulla guancia. Si congratula perché il suo libro è primo in classifica (in realtà è secondo, ma vendere il brand Trump è da sempre l’affare di famiglia). 

Poi evoca la suocera, Amalija, mancata a gennaio: «Una splendida donna, bella fuori e bella dentro». Stranamente, neppure una parola per la figlia prediletta, Ivanka, e per suo marito Jared Kushner, consigliere storico. In compenso cede il microfono al vicepresidente J.D. Vance e ad altri due amici, lo stratega e il golfista, che si alternano in una gara di servilismo, come il geometra Calboni di Fantozzi: «È un bel presidente!». Nell’angolo in fondo a sinistra, a capo chino, Robert Kennedy junior: «I Kennedy erano democratici da venticinque mila anni», maramaldeggia Trump; ora il figlio di Bob è qui con lui.

The Donald torna, e sarà più duro ancora dell’altra volta. Nel 2016 alla Casa Bianca puntò sui generali, su uomini del sistema che seppero dirgli no, come fece pure il vicepresidente Pence. Stavolta vorrà al suo fianco solo fedelissimi.

Quattro anni di Trump. Addio agli accordi internazionali per lottare contro il cambio climatico. Si aprono le incognite dell’Ucraina e del Medio Oriente. Ma che problema c’è? «Tornerà l’età dell’oro dell’America» assicura. La folla scandisce: «Iu-Es-Ei!». E lui: «Siamo un grande popolo, un popolo lavoratore. Africani-americani, latino-americani, asiatici-americani, musulmani americani: tutti grandi». A Kamala non usa il riguardo che aveva avuto per Hillary, non la nomina mai; promette però di «superare gli ultimi anni di divisioni».

Talora gigioneggia, accenna un passo di danza. Poi si fa serio: «Molti mi hanno detto che Dio ha risparmiato la mia vita perché potessi salvare il nostro Paese». E se Dio non si distrae, sarà Trump a officiare riti sportivi di enorme impatto, come i Mondiali di calcio del 2026 e l’Olimpiade di Los Angeles 2028. Trump che in campagna elettorale ha citato tra i leader stranieri solo Putin e Orban, e ora attende al varco Scholz e Macron, Sanchez e Von der Layen, progressisti e centristi europei, pure loro tra gli sconfitti di questa serata storica. «È il più importante momento della storia americana», esagera lui. «Ed è un momento che non dimenticherò mai», aggiunge; e questa volta ha ragione.

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