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Sant’Elia e le nubi “nottilucenti” di luglio

ROBERTO DE MATTEI

JUL 22, 2024 – radioromalibera

Nelle ultime settimane di luglio, nelle ore del crepuscolo è apparso nel cielo un raro fenomeno atmosferico noto con il nome di “nubi nottilucenti”.  

Le nubi nottilucenti sono le più alte della Terra, a più di 80 km di altezza. Esse si verificano quando il vapore acqueo si congela in cristalli di ghiaccio che inglobano piccole particelle dei resti di meteoriti, creando riflessi di un blu cristallino. A fine giugno 2024, è stato osservato uno straordinario spettacolo di nubi nottilucenti in Lituania poi, nel mese di luglio, lasciando sbalorditi gli astronomi, molte di queste nubi, sono state viste a latitudini basse come l’Irlanda del Nord, l’Inghilterra, Francia e anche l’Italia.

Dovendo cercare un significato simbolico a tutto ciò che accade, fa riflettere il fatto che questo fenomeno inaspettato si sia prodotto nel mese di luglio nel quale si festeggia, il 16  la Madonna del Carmelo e il 20 quella di sant’Elia. La nube è infatti un simbolo applicato sia alla Madonna del Carmelo che a sant’Elia e ai suoi discepoli.

Nel I Libro dei Re, si narra che sant’Elia, dopo aver ucciso i falsi profeti di Baal, “salì sulla vetta del Monte Carmelo e, chinandosi verso terra, si mise il volto fra le ginocchia e disse al suo servo: Sali, e guarda dalla parte del mare. Il servo salì, e dopo aver guardato disse: Non vedo nulla. Ed Elia disse: Fallo per sette volte. La settima volta egli disse: Ecco che si leva dal mare una piccola nube, grande come la palma d’una mano d’uomo». E in poco tempo si oscurò il cielo, si levò il vento, e cadde una forte pioggia (18, 42-45).

In questa nube Elia vide il misterioso simbolo della Signora che doveva venire, Maria Regina del Carmelo. La nube simboleggiava la Madonna, e la pioggia Gesù Cristo.  Ma anche Elia, rapito in Cielo da un carro di fuoco è trasportato in un luogo ignoto (II Libro dei Re, 2, 11) è paragonato a una nube.  Egli tornerà quando l’anticristo perseguiterà la Chiesa di Dio. Sant’Elia, come l’anticristo, avrà dei precursori: gli apostoli degli ultimi tempi di cui parla san Luigi Maria Grignion de Monfort nel Trattato della Vera Devozione alla Vergine Maria: Saranno nubi tonanti e nuvole volanti nell’aria al più piccolo soffio dello Spirito Santo; senza attaccarsi a nulla, senza meravigliarsi di nulla, senza mettersi in pena per nulla, spanderanno la pioggia della parola di Dio e della vita eterna; tuoneranno contro il peccato, grideranno contro il mondo, colpiranno il demonio e i suoi seguaci, trafiggeranno da parte a parte, per la vita e per la morte, con la spada a due tagli della parola di Dio, tutti coloro ai quali saranno inviati da parte dell’Altissimo”. (Trattato della Vera devozione, n. 58).  

La nube è anche il simbolo della Divina Sapienza, di cui nel Libro del Siracide leggiamo: “Io sono uscita dalla bocca dell’Altissimo e ho ricoperto come nube la terra. Ho posto la mia dimora lassù, il mio trono era su una colonna di nubi. Il giro del cielo da sola ho percorso, ho passeggiato nelle profondità degli abissi. Sulle onde del mare e su tutta la terra, su ogni popolo e nazione ho preso dominio” (21, 3-6). Gli Apostoli degli ultimi tempi saranno ripieni della Divina Sapienza, necessaria, dice ancora san Luigi Maria, per sostenere nei tempi difficili che ci attendono, la nostra debolezza, per illuminare le nostre menti, per infiammare i nostri cuori, per insegnarci a parlare, ad agire, a lavorare e sa offrire con Gesù Cristo nelle ore di confusione. 

Nel libro dell’Esodo si legge che Dio guidava il suo popolo nel deserto, dall’Egitto alla terra promessa. attraverso una nube: “Il Signore marciava alla loro testa di giorno con una colonna di nube, per guidarli sulla via da percorrere, e di notte con una colonna di fuoco, per far loro luce, così che potessero viaggiare giorno e notte. Di giorno la colonna di nube non si ritirava mai dalla vista del popolo, né la colonna di fuoco durante la notte” (Esodo, 13,21-22).

 Ricordando questo passo, san Paolo scrive: “Non voglio lasciarvi ignorare, o fratelli, che i padri nostri furono tutti sotto la nuvola, e tutti attraversarono il mare, e tutti furono battezzati per Mosè nella nube e nel mare, e tutti mangiarono dello stesso cibo spirituale, e tutti bevvero la stessa bevanda spirituale (bevevano alla pietra spirituale che li accompagnava, e questa pietra era Cristo). Ma non in gran numero di essi Dio si compiacque” (I Corinti, 10, 1-2).

La nube che accompagnò il popolo di Israele per quarant’anni senza interruzione, lo guidava e lo proteggeva dai nemici allo stesso tempo. “La nube – dice la Sacra Scrittura – era tenebrosa per gli uni, mentre per gli altri illuminava la notte; così gli uni non poterono avvicinarsi agli altri durante tutta la notte” (Esodo 14,19-20). Sant’Alfonso de’Liguori, nelle Glorie di Maria, vede in questo misterioso fenomeno una figura di Maria e dei due offici che ella esercita continuamente a nostro favore: “ come nube ci protegge dall’ardore della giustizia divina e come fuoco ci protegge dai demoni “

La storia dell’umanità ha conosciuto nubi dense e oscure, come quella che nel 536 dopo Cristo oscurò il sole per 18 mesi gettando l’Europa, il Medio Oriente e parti dell’Asia nell’oscurità. Lo racconta lo storico medievale Micheal McCormick della Harvard University in uno studio pubblicato sulla rivista “Science” (“Eruption made 536 ‘the worst year to be alive’” (https://www.science.org/content/article/why-536-was-worst-year-be-alive). in cui afferma che il peggior anno della storia dell’umanità non fu quello della Peste Nera del 1349 o della Prima Guerra mondiale del 1914, ma proprio il 536 quando il giorno non si distingueva dalla notte e iniziò il decennio più freddo degli ultimi 2000 anni. 

Eppure, se ci sono nubi che oscurano il cielo e la terra, come quella del terribile anno 536, ci sono anche nubi che sembrano annunciare il Regno di Maria, come quelle nottilucenti che solcano, assieme alle aurore boreali i cieli tempestosi dell’Occidente. Il mese di sant’Elia ce lo ricorda.

Troppo veloci per dare l’allarme, ora i missili ipersonici russi fanno veramente paura

di Gianluca Di Feo– La Repubblica –

Kinzhal e Zircon stanno cambiando il volto del conflitto in Ucraina. Viaggiando a migliaia di km orari, arrivano prima che la contraerea possa entrare in azione

27 MARZO 2024AGGIORNATO 31 MARZO 2024

In meno di due minuti dal lancio piombano su Odessa; entro sei scoppiano nel centro di Kiev. Un incubo, che terrorizza la popolazione perché gli ordigni arrivano prima che possa venire dato l’allarme. Si è visto lunedì nella capitale, quando le sirene hanno cominciato a suonare mentre si sentivano già i boati delle esplosioni.

E’ il segno di un’evoluzione sinistra nel conflitto: Mosca sta impiegando un nuovo modello di arma ipersonica. E c’è il timore che possa farlo in numeri significativi. Stiamo parlando di missili che toccano i diecimila chilometri l’ora: in un secondo percorrono più di tre chilometri. Dai primi mesi dell’invasione i russi hanno utilizzato alcuni Kinzhal, con prestazioni simili ma che vengono trasportati da caccia Mig-31. Ogni volta che i jet decollano dalle basi bielorusse, l’allerta scatta in tutte le regioni settentrionali e – grazie anche alle informazioni raccolte dai satelliti e dai radar volanti della Nato – le difese seguono i movimenti dei Mig-31 per prevedere la traiettoria dell’attacco. Questa tattica ha permesso in alcuni casi alle batterie americane Patriot che difendono la capitale di abbatterli.


Adesso sono entrati in campo gli Zircon. E sta cambiando tutto. Non è ancora chiaro se siano stati imbarcati sulle fregate della flotta del Mar Nero o se siano stati installati su semoventi cingolati: di sicuro si alzano in volo dalla Crimea. E si riesce a scoprirli solo quando iniziano la loro traiettoria micidiale. Non c’è maniera di mettere in guardia la contraerea: alla massima velocità, gli basta un minuto per colpire Odessa; in poco più di cinque scoppiano a Kiev; in quattro sono su Karkhiv. Leopoli, il capoluogo della regione sul confine polacco dove vengono smistati gli aiuti occidentali, è a soli cinque minuti e 18 secondi dalla base di lancio.

Ogni testata contiene almeno trecento chili di esplosivo ed è studiata per penetrare nel sottosuolo, distruggendo bunker o sventrando palazzi. Il sistema è stato progettato per affondare navi nemiche, superando le barriere della contraerea: la sua missione prioritaria è spazzare via le portaerei statunitensi. L’anno scorso la Marina lo ha imbarcato su una fregata, che ha compiuto una crociera dalla Scandinavia al Sud Africa e poi ha raggiunto il Mediterraneo via Suez. Adesso sarebbe riuscita anche a realizzare delle batterie semoventi, molto più difficili da individuare perché si spostano di frequente.

Il primo attacco c’è stato il 7 febbraio, poi quello di lunedì scorso in cui una raffica di Zircon avrebbero devastato un comando sotterraneo dell’intelligence di Kiev. Dal canto loro, gli ucraini sostengono di averne abbattuto uno e hanno mostrato i resti della parte posteriore. In questo momento però la contraerea è drammaticamente a corto di munizioni: gli aiuti statunitensi sono bloccati e le nazioni europee dispongono di pochi missili terra-aria, che costano più di 2,5 milioni di euro ciascuno.

I russi invece ne avrebbero parecchi pronti all’uso. Lo ha dichiarato la portavoce del comando militare di Odessa, Natalia Humeniuk: parlando dei nuovi ordigni, ha detto che il nemico ha accumulato “grandi riserve” di missili antinave ad alta velocità per scagliarli contro le città. Non è chiaro se si riferisse ai Bastion – che raggiungono i tremila chilometri orari – o agli Zircon, la cui produzione è cominciata nell’autunno 2022. Si tratta comunque di minacce molto più insidiose rispetto ai droni Shahed, che non superano i duecento chilometri all’ora, e ai missili cruise, che in genere vanno a 8-900 chilometri orari. Gli analisti occidentali dubitano che la Russia stia riuscendo a costruire numeri rilevanti di armi ipersoniche, ma le stime al ribasso sull’industria bellica di Putin sono state spesso smentite.

Più fondate le perplessità sulla precisione degli ordigni, che sarebbe ancora approssimativa: far funzionare i sistemi elettronici di guida a 10 mila chilometri orari, con temperature elevatissime, è molto difficile. I video delle ultime incursioni però sembrano indicare una buona efficienza degli apparati di controllo: si vedono più cruise precedere di pochi secondi un missile ipersonico, che diffonde un sibilo irreale, in modo da aprirgli la strada verso l’obiettivo. Segno che le missioni vengono programmate e sincronizzate lungo la stessa rotta.

La Nato ha un ritardo notevole in questo settore: il Pentagono è fermo ai test di un prototipo; le aziende europee non sono ancora andate oltre i progetti. Putin invece schiera due modelli operativi e vuole incrementare questo vantaggio. Sia il Kinzhal che lo Zircon possono portare testate nucleari tattiche ed entrambi hanno un raggio d’azione di mille chilometri. Ma il Cremlino ha mandato una squadriglia di Mig-31con le nuove armi a Kaliningrad, nel cuore del Baltico: da lì tutte le capitali della Ue sono a portata di tiro.

Kamala Harris: aspirazioni, virtù e debolezze della vice di Biden e candidata «ineluttabile» che il partito non ha digerito

di Massimo Gaggi –Corriere della Sera 21 Luglio 2024

Kamala Harris ha ricevuto il sostegno di Biden nel messaggio con cui il presidente ha annunciato il suo ritiro dalla corsa alla Casa Bianca. Ma tanti tra i dem non la considerano pronta 

NEW YORK — «Abbiamo sempre visto in lei una donna ambiziosa e molto dotata, capace di brillare. Ma non avevamo mai pensato che potesse arrivare al vertice per la sua mancanza di disciplina, l’incapacità di focalizzarsi su ciò che davvero conta. Ha talento, ma è un diamante grezzo». Il giudizio su Kamala Harris di Gil Duran, che fu suo portavoce dieci anni fa quando lei era procuratrice capo della California, è una buona traccia per addentrarsi nella storia controversa di un personaggio che ha affascinato, diviso e poi deluso i progressisti americani. 

E che ora che il presidente ha annunciato il ritiro dalla corsa e le ha dichiarato pubblicamente il suo sostegno, potrebbe diventare la prima donna, per di più di colore, presidente degli Stati UnitiO potrebbe, più probabilmente, essere sconfitta da un Donald Trump che vola nei sondaggi sulle ali del rischiato martirio e può contare sul sostegno di un’America sotterranea che non ha mai digerito l’afroamericano Obama e ora, tra misoginia e riserve a sfondo razziale, vuole sbarrare la strada a Kamala. Mentre lei non gode nemmeno dell’appoggio del suo partito: alcuni leader sono rassegnati all’inevitabilità della sua candidatura, visto il suo ruolo istituzionale, mentre altri democratici di peso stanno cercando di aprire la strada ad altri candidati.

I passi falsi

Giorni tremendi per lei che sta cercando di riprendersi dai tanti passi falsi che hanno segnato i suoi tre anni e mezzo di vicepresidenza. E anche dai talk show nei quali, per renderla simpatica, la chiamano «Momala» (il termine usato dai figli di suo marito per evitare di chiamarla matrigna): l’America ha bisogno di un leader determinato non di una figura materna. Lei si sta sforzando, con un certo successo, di mostrarsi più presidenziale: sicura e fiduciosa negli ultimi comizi e nel rispondere per le rime a J.D. Vance, scelto da Trump come vicepresidente. 

Ma inseguita ovunque dalla sua fama di leader che fa discorsi poco centrati: divaga anziché andare al sodo. E, poi, Biden che prima l’ha salvata dal fallimento politico incoronandola vicepresidente (candidata anche lei per la nomination, non era riuscita nemmeno ad arrivare all’inizio delle primarie del 2020 per l’implosione del team della sua campagna, tra dispute che lei non ha saputo governare e fondi elettorali misteriosamente spariti), ma poi l’ha lasciata nella semioscurità. Dalla quale l’ha tirata fuori dandole la mission impossible di arginare l’immigrazione clandestina.

Quando, nel 2016, arrivò sulla scena politica nazionale, eletta a valanga senatore della California, furono in molti (compreso chi sta scrivendo questo articolo) a vedere in lei il possibile leader futuro dei democratici e di un’America che nel 2045 sarà in maggioranza di colore: per metà afroamericana (padre economista giamaicano) per metà indiana (madre professoressa universitaria impegnata nella ricerca contro il cancro), sembrava una sorta di versione femminile di Obama da proporre per il dopo Trump: competente (la carriera giudiziaria), tosta (dura nel punire i criminali, lasciando in carcere anche chi commette reati non violenti pur essendo politicamente una progressista), ambiziosa, ma apparentemente anche empatica e seducente tra sguardi scintillanti e sorrisi coinvolgenti.

I gomiti aguzzi

Fin lì nella sua carriera aveva mostrato determinazione, abilità e una certa spregiudicatezza. Classe 1964, nata a Oakland, la città industriale sulla Baia, affacciata davanti a San Francisco, alla fine degli anni Novanta era riuscita a farsi strada nell’ufficio del district attorney di San Francisco sgomitando senza sosta (soprannominata per questo «gomiti aguzzi»). Quando si candidò ad attorney general della California promise che, da buona progressista, si sarebbe battuta contro la pena di morte. Vinse, ma poi in tribunale difese a spada tratta l’applicazione della pena capitale, pur continuando ad avversarla su piano personale.

Da senatrice partì col piede giusto sulla tutela dell’ambientela lotta alla criminalità, la difesa del diritto delle donne ad abortire, ma ben presto decise di tentare il trasloco da Capitol Hill, sede del Congresso, alla Casa Bianca. Trionfò nel primo dibattito tra candidati democratici accusando Biden di aver osteggiato negli anni Settanta l’integrazione razziale, penalizzando anche lei, allora bambina. Ma i dibattiti successivi furono per lei disastrosi e, incapace di evitare la dissoluzione del suo team elettorale, rinunciò alla candidatura prima dell’inizio delle primarie.

Recuperata da Biden che la scelse come vice senza farsi condizionare dall’affronto subito, Kamala è sempre apparsa una figura enigmatica. Incapace di incidere sui temi cruciali, abituata a rispondere anche alle domande più dirette con risposte prolisse e inconcludenti, è stata sbeffeggiata sui social per i sorrisi che troppo spesso diventano risate eccessive, sgangherate, fremiti di tutto il corpo. Ora cerca di dare un’immagine diversa, presidenziale. E può vantare anche una notevole esperienza in campo internazionale. Difficilmente basterà.

La fine della filosofia post-sovietica

di Stefano Caprio – 21 Luglio 024

Per lo storico del pensiero Mikhail Majatskij la Russia di Putin ha “cancellato la filosofia”, sostituendola con un’ideologia patriottica pseudo-scientifica, basata sulla rilettura arbitraria della storia russa e universale. Lo stesso richiamo al pensatore esistenzialista Ivan Il’in non viene utilizzato per far riflettere davvero sul senso delle tragedie in corso. E torna quanto mai urgente l'”estetica della rinascita” su cui scriveva già negli anni Ottanta Aleksej Losev.

Un importante storico russo della filosofia, Mikhail Majatskij, che vive e insegna da più di trent’anni in Svizzera, ha pubblicato una raccolta di saggi di vari autori dal titolo “Di fronte alla catastrofe”, e ritiene che la guerra russa in Ucraina abbia definitivamente concluso il periodo della “cultura post-sovietica”. La Russia di Putin, a suo parere, ha “cancellato la filosofia”, sostituendola con un’ideologia patriottica pseudo-scientifica, basata sulla rilettura arbitraria della storia russa e universale. Rifacendosi alle riflessioni dei filosofi francesi come Jacques Ranciére e Gilles Deleuze, Majatskij definisce le condizioni in cui la Russia vive da quasi tre anni come “l’apoteosi dell’imprevedibile, della casualità e della a-causalità”, che distrugge ogni potenzialità e ogni prospettiva per il futuro.

Non si può del resto parlare di una vera e propria “filosofia post-sovietica”, considerato che i primi vent’anni dopo la fine dell’Urss sono stati dedicati soprattutto alla riscoperta del patrimonio culturale devastato e quasi cancellato nel XX secolo, soprattutto quello del pensiero slavofilo sconfitto dalla rivoluzione bolscevica. All’inizio degli anni Novanta si sono moltiplicate le raccolte e gli studi come L’idea russa di Mikhail Maslin, che fu poi il redattore della Storia della filosofia russa adottata nel 2008 dall’università Lomonosov di Mosca. Molti altri hanno pubblicato manuali e studi di storia della filosofia per le università, allo scopo di giungere a una vera e propria “riconversione della filosofia”, passando dagli studi obbligatori di epoca sovietica, di marxismo-leninismo e di ateismo, alla storia e alla filosofia religiosa o addirittura alla teologia. Sono nati anche diversi istituti di studi ecclesiastici, di cui il più autorevole è senz’altro quello ortodosso di San Tikhon di Mosca, e perfino i cattolici hanno aperto fin dal 1991 nella capitale l’istituto San Tommaso, oggi affidato ai padri gesuiti.

Nell’ultimo decennio, il nazionalismo grande-russo ha travolto progressivamente tutti i tentativi di ritrovare lo spirito multiforme della cultura russa dei secoli precedenti al “giogo sovietico”, attestandosi su posizioni simili a quelle “panslaviste” che avevano esasperato il dibattito ottocentesco tra slavofili e occidentalisti. Riprendendo posizioni che vedevano nell’idea o nel “mondo russo” il compimento dei destini della storia – come quelle del famoso saggio La Russia e l’Europa di Nikolaj Danilevskij del 1869, il cosiddetto “catechismo completo dello slavofilismo” – la filosofia è stata nuovamente piegata alla lotta contro l’Occidente che umilia la Russia. Un sentimento derivato allora dalla rovinosa sconfitta nella guerra di Crimea, e oggi riproposto in seguito al crollo dell’Unione Sovietica. Danilevskij proponeva la ricerca “biologica” del tipo russo come il tipo umano definitivo, originale e “pacificato”, dopo la successione di dieci tipi storici dopo quello romano-germanico, ormai fossilizzati e destinati a rifondersi nel dominio culturale russo.

Un punto di riferimento più recente è il pensatore esistenzialista Ivan Il’in, definito “il filosofo preferito di Putin”, espulso dall’Urss nel 1922 e morto nel 1954, dopo essere stato un simpatizzante del nazismo come unica salvezza dal comunismo sovietico. A suo nome è stata ora aperta una nuova “Scuola di filosofia politica” presso l’università moscovita più prestigiosa, la Scuola superiore di economia, affidata alla direzione di uno dei massimi ideologi del sovranismo russo eurasiatico e universale, il popolare Aleksandr Dugin. In realtà, Il’in si era concentrato sulle questioni dell’uomo e del rinnovamento della società, in una filosofia dell’esperienza spirituale molto intensa, tanto da scrivere ancora in Russia, nel 1918, la tesi dottorale su La filosofia di Hegel come dottrina sulla concretezza di Dio e dell’uomo, una delle migliori ricerche russe di critica filosofica. Visse a Berlino negli anni dell’ascesa di Hitler, ma si ritirò quindi in Svizzera per comporre infine nel 1953 gli Assiomi dell’esperienza religiosa, basandosi sul concetto-chiave di “evidenza” inteso in senso molto ampio, figurativo e metaforico: proponeva la condizione dell’anima umana come opposta alla cecità della visibilità superficiale, la capacità di contemplazione multiforme e di profonda sensibilità, per ritrovare la direzione da prendere dopo tutti gli sconvolgimenti.

Neanche questi filosofi, pur considerati gli ispiratori della Russia militante, sono oggi in grado di far riflettere veramente sul senso delle tragedie in corso. Nulla può veramente giustificare la guerra mondiale della Russia a cominciare dall’Ucraina e da tutti i territori del suo perduto impero, e i richiami ideologici non hanno vere radici neppure nella filosofia russa più estrema del passato antico e recente. Gli avvenimenti degli ultimi due anni non hanno una definizione adeguata, non c’è “eurasismo” o “sovranismo” che esplicitino il significato semantico della distruzione, e il “mondo russo” che viene proclamato è un mondo vuoto, dal punto di vista concettuale prima ancora che sociale, politico, militare o economico.

Majatskij indica anche una raccolta americana di saggi appena uscita, Experts’ Scenarios on Russia’s Future, che cerca di individuare gli effetti futuri della guerra in corso; ma in questo si rende evidente quanto la guerra banalizzi e svuoti di significato gli atteggiamenti e le reazioni umane, rendendo incapaci di valutare la vera portata dei conflitti, soprattutto quando essi si moltiplicano e si sovrappongono. Chi sia l’aggressore e chi l’aggredito è evidente, ma questo diventa insignificante nel calderone ideologico delle frasi fatte: “siamo un unico popolo”, “l’Ucraina non esiste”, “non lottiamo con gli ucraini, ma con l’imperialismo americano” e altre espressioni analoghe sull’oppressione israeliana dei palestinesi, o sull’integrità territoriale dell’Armenia e così via. La Russia ha inaugurato la “stagione dell’infantilismo” secondo il filosofo, dimostrando di non essere capace di attenersi alle regole della politica internazionale, ma soltanto di voler piegare le regole ai propri interessi, cercando giustificazioni del tutto prive di fondamento.

Ciò che accade non è soltanto irreparabile, ma come diceva Hannah Arendt, “è accaduto qualcosa che non si può punire e non si può perdonare”. La morte di decine di migliaia di pacifici ucraini, tra cui centinaia di bambini, è un evento irreparabile, per non parlare del trauma psichico di milioni di bambini e adulti da tutte le parti: la moralità non si schiera da una parte o dall’altra, semplicemente svanisce nel nulla. Non c’è alcun “mondo russo”, c’è solo il trionfo del risentimento, del sadismo, dell’indifferenza e della frustrazione: Majatskij propone di apporre sulla tomba di Putin, alla sua sepoltura, la scritta “Ha messo fine al progetto Russia”.

Del resto, un’espressione molto diffusa tra i russi emigrati in tutti i Paesi è “noi siamo morti”, consegnandosi preventivamente alla sepoltura o sognando una rinascita futura. È cambiato lo stesso concetto di “emigrazione” dopo il febbraio 2022, con una divisione artificiosa tra chi è riuscito a scappare avendone la possibilità, chi invece non ha potuto e chi pur potendo non se n’è andato. Chi è fuori si augura il crollo del regime putiniano nel più breve tempo possibile, chi è dentro cerca di sopravvivere e spera che non gli crolli tutto addosso, e diventa impossibile determinare i campi di chi è contro o a favore della guerra; prevale il senso di smarrimento della propria realtà personale, familiare, perfino nazionale ed etnica, da una parte e dall’altra di tutte le barricate. L’esodo di questi due anni ha creato una nuova condizione demografica, se non proprio antropologica, priva di riferimenti culturali e religiosi, geografici e politici, e questa indeterminatezza non riguarda soltanto i russi e gli ucraini, considerando la comune frequentazione e mescolanza del mondo artificiale e informatico, in cui tutti viviamo.

Siamo tutti in bilico sulle frontiere della storia, proviamo il brivido della lama sottile che ci impedisce i movimenti, per timore di perdere l’integrità spirituale, prima ancora di quella territoriale. La guerra non si ferma, e pare al contrario estendersi all’infinito: le conferenze di pace e gli inviti alle trattative appaiono schermaglie prive di contenuto, dovute alle necessarie pause per il caldo torrido e la ricarica delle armi, per riprendere le offensive autunnali prima della nuova attesa invernale. C’è stanchezza e assuefazione allo stesso tempo, non ha più senso guardare i notiziari, che non fanno altro che moltiplicare la rabbia, l’ottusità e la depressione. Non c’è soluzione, ci può essere solo resurrezione, una rinascita umana dopo la vergognosa riduzione della rinascita religiosa al servizio della politica più disumana.

Uno dei pochi filosofi che seppe conservare l’eredità del pensiero religioso russo durante i decenni sovietici, Aleksej Losev, poco prima di morire scrisse nel 1982 un saggio sulla Estetica della rinascita, in cui riprendeva le intuizioni del grande teologo Pavel Florenskij, morto in lager nel 1937. Tra la “sottomissione a Dio” del medioevo e la “lotta con Dio” del nuovo tempo, due posizioni definite entrambe di “biopolitica teologica”, rimane soltanto il vero umanesimo, quello che crede in un Dio che vuole sperimentare l’umanità per farla rinascere da ogni distruzione, attraverso la purificazione del pentimento e la libera scelta del proprio destino

FATIMA – APPARIZIONE DEL 13 LUGLIO 1917

CORRISPONDENZA ROMANA 1856di Redazione

Riportiamo qui di seguito una parte del capitolo VIII del libro dello storico americano William Thomas Walsh (1891-1949), La Madonna di Fatima, appena pubblicato in italiano da Ares, a cura di Luigi Vassallo. In questo libro, pubblicato per la prima volta nel 1947 in inglese, l’autore raccoglie l’esito delle sue ricerche sugli eventi prodigiosi di Fatima. Da insigne storico quale era, egli racconta in modo appassionante e documentato le apparizioni della Vergine ai tre umili pastorelli, la profezia dello scoppio della II Guerra mondiale e dell’avvento del comunismo, la sua implorazione di penitenza da parte dell’umanità e la promessa della pace e della conversione della Russia qualora il suo messaggio fosse accolto.

In questo particolare tredici luglio del 1917, in tutti i villaggi e i campi della Serra c’era qualcosa di insolito. Prima ancora che i bambini arrivassero in vista della Cova da Iria, dovevano essersene accorti. Infatti, in tutta la zona montuosa e oltre, la gente aveva sentito parlare, attraverso la misteriosa vite che diffonde le notizie in modo così capillare e veloce nei luoghi di campagna, di ciò che era accaduto nella festa di sant’Antonio [13 giugno]. Un numero sorprendente di persone aveva deciso di essere presente alla prossima apparizione. Maria Carreira era tornata da Moita, portando con sé il figlio storpio, il marito incredulo e tutte le figlie. Tra i più ferventi credenti c’era un altro abitante di Moita, José Alves, che aveva detto in faccia al Priore di Fatima che la sua teoria sull’intervento diabolico era una sciocchezza. Chi aveva mai sentito parlare del diavolo che incitava la gente a pregare? (…)

I bambini, al centro della folla, stavano recitando il rosario e guardavano con fiducia verso est. Non hanno prestato attenzione a una donna sgarbata che li rimproverava di essere degli impostori. Giacinta e Francesco non videro nemmeno il padre, che prese posto accanto a loro, pronto ad aiutarli se necessario. Ti Marto guardava Lucia. Il suo viso aveva un pallore simile a quello della morte. La sentì dire: “Toglietevi i cappelli! Toglietevi i cappelli, perché vedo già la Madonna!”. 

Vide qualcosa come una nuvoletta scendere sul leccio; e all’improvviso, mentre la luce del sole si affievoliva, una fresca brezza soffiò sulla Serra. Poi sentì qualcosa che gli sembrò “come una mosca cavallina in un vaso d’acqua vuoto”; ma né lui né Maria Carreira né gli altri, tranne i bambini, riuscirono a distinguere alcuna parola.

A questo punto, tutti gli stimoli del mondo sensoriale – la folla, il sole, la brezza, tutte le banalità dello spazio e del tempo – si erano allontanati dai tre giovani mistici, mentre una forza soprannaturale scendeva su di loro e li trascinava in quel bianco splendore dove ancora una volta, con gioia inesprimibile, videro la Signora planare in cima all’alberello. 

Che cosa vuole da me?” chiese Lucia come prima. 

Voglio che tu venga qui il tredicesimo giorno del prossimo mese e che continui a recitare ogni giorno cinque decadi del Rosario in onore della Madonna del Rosario per ottenere la pace del mondo e la fine della guerra. Perché solo Lei potrà aiutare”.

Lucia disse: “Vorrei chiederle di dirci chi è e di fare un miracolo affinché tutti credano che ci è apparsa!

Continua a venire qui ogni mese”, rispose la Signora. “In ottobre vi dirò chi sono e cosa desidero, e farò un miracolo a cui tutti dovranno credere”.

Qui Lucia pensò ad alcune richieste che varie persone le avevano chiesto di presentare. “Non ricordo bene quali fossero”, scrisse nel 1941. Ma si ritiene che una di esse fosse la guarigione del figlio storpio di Maria Carreira; si dice che la Signora abbia risposto che non lo avrebbe guarito, ma che gli avrebbe dato un mezzo di sostentamento se avesse recitato il Rosario ogni giorno. Ciò che Lucia ricorda ora è la sua insistenza sull’uso quotidiano della corona per ottenere grazie durante l’anno.

Sacrificatevi per i peccatori – ripeteva – e dite molte volte, specialmente quando fate qualche sacrificio: ‘O Gesù, è per amor Vostro, per la conversione dei peccatori e in riparazione dei peccati commessi contro il Cuore Immacolato di Maria’”. Mentre la Signora pronunciava le ultime parole, aprì come prima le sue belle mani e da esse fece scendere il raggio rivelatore e penetrante che aveva riscaldato i cuori dei bambini nelle precedenti occasioni. Ma questa volta sembrò passare nella terra, rivelando sotto di sé – e queste sono le parole di Lucia, scritte nel 1941, “[Un] mare di fuoco; e immersi in questo fuoco i demoni e le anime, come se fossero carboni ardenti, trasparenti e neri o color bronzo, con forme umane, che fluttuavano nella conflagrazione, portati dalle fiamme, che ne uscivano con nuvole di fumo, cadendo da tutte le parti come cadono le scintille nelle grandi conflagrazioni – senza peso né equilibrio, tra grida e gemiti di dolore e di disperazione che inorridiscono e fanno rabbrividire di paura”.  “I diavoli si distinguevano per le forme orribili e ripugnanti di animali spaventosi e sconosciuti, ma trasparenti come carboni neri arroventati”.

I bambini erano così spaventati che sarebbero morti, secondo loro, se non fosse stato detto loro che sarebbero andati tutti in Paradiso. Dopo aver guardato con orrore affascinato lo spettacolo raccapricciante che nemmeno santa Teresa ha descritto in modo più spaventoso, alzarono gli occhi come in un appello disperato alla Signora che li guardava con cupa tenerezza.

Vedete l’inferno, dove vanno le anime dei poveri peccatori”, disse. “Per salvarle Dio vuole stabilire nel mondo la devozione al mio Cuore Immacolato. Se faranno quello che vi dirò, molte anime si salveranno e ci sarà la pace.

La guerra finirà. Ma se non smettono di offendere Dio, ne inizierà un’altra e peggiore sotto il regno di Pio XI.

Quando vedrete una notte illuminata da una luce sconosciuta, sappiate che è il grande segno che Dio vi dà per punire il mondo per i suoi crimini attraverso la guerra, la fame e la persecuzione della Chiesa e del Santo Padre.

Per evitare questo, vengo a chiedere la consacrazione della Russia al mio Cuore Immacolato e la Comunione riparatrice nei primi sabati. Se ascolteranno le mie richieste, la Russia si convertirà e ci sarà la pace. Altrimenti spargerà i suoi errori per il mondo, provocando guerre e persecuzioni alla Chiesa. I buoni saranno martirizzati, il Santo Padre avrà molto da soffrire, varie nazioni saranno annientate.

Alla fine, il mio Cuore Immacolato trionferà. Il Santo Padre mi consacrerà la Russia, che si convertirà e che concederà al mondo un certo periodo di pace.

In Portogallo, il dogma della fede sarà sempre mantenuto.

Non ditelo a nessuno. A Francesco, sì, puoi dirlo.

Quando recitate il Rosario, dite dopo ogni mistero: O mio Gesù, perdonateci e liberateci dal fuoco dell’inferno. Portate in cielo tutte le anime, specialmente quelle più bisognose”.

La Signora ha poi rivelato ai bambini un ultimo segreto che non è mai stato svelato e che Lucia non rivelerà fino a quando la Regina del Cielo stessa non glielo ordinerà. Non l’ha mai rivelato nemmeno ai suoi confessori.

Nel lungo momento di silenzio che seguì, la folla sembrò percepire la solennità apocalittica e la tensione di una comunicazione da cui dipendeva, forse, il destino dell’intera umanità. Non si sentiva un suono da nessuna parte. I bambini, la folla, il vento, tutto taceva come la morte. Alla fine Lucia, pallida come un cadavere, si azzardò a chiedere con la sua voce alta e sottile: “Non volete più nulla da me?”. “No, oggi non voglio più nulla di te”. Con un ultimo sguardo affettuoso ma autorevole, la Signora si diresse come al solito verso est – così Lucia conclude il tremendo racconto della terza apparizione – “e scomparve nell’immensa distanza del firmamento”.

Mentre i bambini distogliendo lo sguardo verso est si guardavano l’un l’altro, smarriti e scossi, la gente cominciò a premere intorno a loro, quasi soffocandoli e calpestandoli nella loro smania di fare ogni sorta di domande.

Che aspetto aveva?” “Che cosa ha detto?” “Perché sei così triste?” “È la Vergine?” “Verrà ancora?”.

È un segreto”, disse Lucia. “È un segreto”.

Buono o cattivo?”.

Buono per alcuni, cattivo per altri”.

E non ce lo dirai?”.

No, signore. È un segreto e la Signora ci ha detto di non dirlo”. 

Ti Marto prese in braccio sua figlia Giacinta e si diresse a gomitate verso il margine della folla, con la bambina aggrappata al collo. I ritardatari li seguirono, continuando a tempestarli di domande. E Lucia e Francisco continuavano a ripetere: “È un segreto. È un segreto”. Qualcuno si offrì di riportarli a casa in automobile. Ti Marto acconsentì e i bambini salirono per la prima volta su uno di quegli strani mostri senza cavalli che avevano visto di tanto in tanto rombare lungo la strada da Ourem a Leiria. Non erano dell’umore giusto per godersi una nuova esperienza. Ma furono grati per il viaggio, perché tutti e tre erano esausti

Come e perché J.D. Vance cambierà gli Stati Uniti (e anche le nostre vite)

diGianluca Mercuri- Corriere della Sera – 17 Luglio 2024

Il vice di Trump è già una superstar: ecco perché possiamo dire che sta arrivando uno di quegli uomini in grado di cambiare la storia

«È un’occasione per riunire l’intero Paese, persino il mondo intero». Parlando ieri con la giornalista del Washington Examiner che avrebbe dovuto intervistarlo sabato (poi l’appuntamento mediatico ha ceduto il passo all’appuntamento con la Storia), Donald Trump ha sintetizzato così la strategia che lui e il suo staff hanno delineato per l’atteso discorso di giovedì alla Convention repubblicana di Milwaukee.

Dai toni incendiari — di cui Trump è indiscutibilmente il massimo responsabile in questi anni di polarizzazione e di violenza — si passerebbe dunque a un approccio ecumenico, da unificatore dell’America, presidente di tutti.

Sarebbe una virata totale. Lo sarà? I dubbi di Aldo Cazzullo nell’editoriale di ieri hanno radici profonde: l’intermezzo ecumenico di Trump sarà prevedibilmente breve, spiega, perché «sappiamo che questa non è la sua vera natura. E che nei prossimi mesi il suo discorso sarà: volevano eliminarmi per via giudiziaria, volevano eliminarmi fisicamente; chi non si mobilita per me, chi non combatte — il fatidico “fight” —, farà il loro gioco».

D’altronde, che l’ammorbidimento sia estemporaneo e del tutto provvisorio Trump l’ha confermato nelle stesse ore, con una scelta che può cambiare davvero il corso della storia. La storia dell’America e del mondo, la storia di tutti noi. Perché Trump, tempra o non tempra, fight o non fight, ha 78 anni. 

Il vicepresidente che ha indicato è invece nel pieno delle forze, una stella potentissima e abbagliante, un uomo in cui intelligenza, cultura, carisma, fascino personale, energia, giovinezza, determinazione, spregiudicatezza e una evidente inclinazione alla spietatezza ideologica strabordano da ogni atto e parola. Un uomo che ha solo 39 anni, e che dopo i prossimi quattro in cui Trump pare avviato a rioccupare la Casa Bianca e la scena mondiale, ha già — dopo pochissime ore — ottime probabilità di succedergli nei successivi otto.

 Significherebbe che la destra più drastica e potente della storia americana dominerebbe per 12 anni, 12 anni in cui condurrebbe un micidiale scontro di civiltà contro ogni espressione della sinistra culturale, quelle radicali come quelle moderate. La guerra non farebbe prigionieri, armate politico-ideologiche si accoderebbero ovunque a quella americana. Il mondo cambierebbe. Non c’è bisogno di essere Goethe e di farsi ricevere a Erfurt un paio d’ore per avere l’impressione che il genio tedesco ebbe di Napoleone: qui basta poco per pensare (temere, sperare?) che sta arrivando uno di quegli uomini che cambiano la storia.

J.D. Vance è già una superstar, in ogni senso. Il suo libro Hillbilly Elegy, del 2016, è un bestseller diventato il manifesto della destra americana e di tutte le destre mondiali che i libri se li leggono. 

Racconta il declino della Rust Belt, la «cintura della ruggine» un tempo cuore dell’industria pesante e della classe operaia bianca, e poi cuore del declino di entrambe. Mito e realtà di un’America profonda e depressa, che fa da base al revanscismo anti élite, sono magnificamente descritti da Vance. Un libro che nessun critico progressista ha osato stroncare per il semplice motivo che è davvero un libro meraviglioso. Per come racconta un passaggio storico, per come spiega cosa ci sia — anche di profondo, di legittimo, di condivisibile — dietro la reazione di una specie umana, il maschio bianco americano di basso reddito, che la sinistra ha tendenzialmente schifato e dimenticato (non sempre, e non ovunque) e la destra ha strumentlmente accolto e usato (sempre e ovunque, facendo bene il suo mestiere ma spesso seminando odio). Se il libro è bello e credibile, però, è anzitutto per il modo in cui Vance racconta la sua storia e quella della sua famiglia. Basta questo passaggio rievocato da Viviana Mazza per mostrarne la forza:

«È cresciuto a Middletown, in Ohio, senza una figura paterna stabile e con la mamma alcolizzata, educato all’importanza di andare bene a scuola da una fiera nonna del Kentucky, “Mamaw”, che rimase incinta a 13 anni, possedeva 19 pistole e una volta diede fuoco al nonno (che sopravvisse) quando non ne potè più della sua violenza e dell’alcolismo».

Ma perché questo ex marine povero, che poi è finito nelle università di élite e nell’alta finanza, può avere un ruolo decisivo nel nostro futuro? Per capirlo conviene leggere quello che scrive di lui Zack Beauchamp, tra i massimi studiosi americani della destra radicale (è appena uscito il suo The Reactionary Spirit: How America’s Most Insidious Political Tradition Swept the World). Oggi Beauchamp attacca il pezzo su Vox raccontando il suo incontro con Vance e l’impressione che ne ebbe, quella di un uomo «amichevole, riflessivo e intelligente, molto più intelligente della media dei politici che ho intervistato». Poi cambia improvvisamente tono:


«Ma la sua visione del mondo è essenzialmente incompatibile con i principi fondamentali della democrazia americana».

Il perché lo argomenta riccamente. Elenca tutte le sortite di Vance che stanno riemergendo in queste ore. Per esempio, quando ha detto che, se nel 2020 fosse già stato il suo numero 2, «avrebbe portato a termine il piano di Trump che prevedeva che il vicepresidente annullasse i risultati delle elezioni», e dunque ha dato ragione ai golpisti del 6 gennaio che, istigati da Trump, avevano assaltato il Congresso esattamente per fare a pezzi Mike Pence, il vicepresidente che si era rifiutato di assecondare il golpe. Infatti, «ha raccolto fondi per i rivoltosi». 

Ha invitato il Dipartimento di Giustizia «ad aprire un’indagine penale su un editorialista del Washington Post che aveva scritto un articolo critico su Trump», lasciando intravedere che intenzioni ha con la libera stampa. Dopo l’attentato all’ex presidente, sabato, «ha cercato di sbianchettare il radicalismo di Trump attribuendo la colpa della sparatoria alla retorica dei democratici sulla democrazia, senza un briciolo di prova». Ha detto infatti: «Non è un incidente isolato. La premessa centrale della campagna di Biden è che il presidente Trump è un fascista autoritario che deve essere fermato ad ogni costo. Questa retorica ha portato direttamente al tentativo di assassinarlo». Biden mandante morale, insomma, e tanti saluti al 6 gennaio, definitivamente archiviato dal proiettile di Butler e dall’orecchio insanguinato del leader che voleva sovvertire con ogni strumento l’esito elettorale, ma ora è un mezzo martire mondato da ogni atto ignobile.

Da queste parole si capisce già bene «l’agenda aggressiva» che Vance intende mettere in campo nei prossimi 12 anni. Per esempio, uno spoils system fatto col napalm, una purga totale: Trump, ha detto Vance in un’intervista di febbraio alla Abc rimasta famosa perché il conduttore George Stephanopoulos si è indignato al punto di interromperla, dovrebbe «licenziare ogni singolo burocrate statale di medio livello» e «sostituirlo con la nostra gente». Se i tribunali tentassero di impedirlo, Trump dovrebbe semplicemente ignorare la legge. «Si presenti davanti al Paese come fece Andrew Jackson, e dica che ora che la Corte Suprema ha emesso la sua sentenza, la applichi se ci riesce».

Ecco, il paragone con Andrew Jackson — il primo presidente populista (dal 1829 al 1837), di tendenze autoritarie e responsabile di varie atrocità — è di per sé indicativo. Jackson — il cui ritratto campeggiava nello Studio Ovale di Trump — ignorò nel 1832 la sentenza della Corte Suprema che aveva deciso uno stop all’espropriazione di terre indiane da parte dei bianchi. «Il risultato fu la pulizia etnica di circa 60.000 nativi, un evento che oggi chiamiamo “Sentiero delle lacrime”», ricorda Beauchamp. Vance, insomma, nella furia di porre il presidente al di sopra di qualsiasi organo di garanzia, evoca indirettamente una carneficina come precedente da seguire.

Il succo che ne trae l’esperto è questo:

«J.D. Vance è un uomo che crede che l’attuale governo sia così corrotto da giustificare misure radicali, persino autoritarie, in risposta. Si vede come l’avatar del popolo virtuoso d’America, i cui nemici politici sono intrusi che non meritano rispetto. È un uomo di legge che crede che il presidente sia al di sopra della legge».

Importante è anche il trasformismo con cui Vance è passato dal «never Trump» al diventare il suo delfino, subito paragonato dai predicatori di destra al riallineamento tra Kamala Harris e Joe Biden nel 2020. Ma davvero non c’è paragone: quello era un ordinario scontro alle primarie, mentre l’avversione di Vance per Trump è durata anni ed è stata espressa in modo durissimo. Politico ha ricordato tutti i dettagli. I più noti sono questi: nel febbraio 2016 scrisse a un ex un compagno di studi di essere incerto «tra il pensare che Trump sia uno stronzo cinico come Nixon, che non sarebbe poi così male (e potrebbe persino rivelarsi utile) o che sia l’Hitler d’America». Su Facebook attaccò il Partito repubblicano perché si era messo nelle mani di un «demagogo». Cambiò idea nel 2022, quando si candidò al Senato. Fu allora che l’ex compagno diffuse lo screenshot del vecchio messaggio.

Una volta, a proposito del suo attuale capo, twittò «mio Dio che idiota».

Celebre è poi il commento che gli pubblicò il New York Times nel 2016: «Trump è inadatto alla più alta carica della nazione». Come pure un’intervista alla Npr: «Non riesco a digerire Trump. Penso che sia nocivo e che stia portando la classe operaia bianca in un luogo molto buio». Pensò perfino di votare per Hillary Clinton contro di lui: «Credo che ci sia una possibilità, se ritengo che Trump abbia davvero una buona possibilità di vincere, di dovermi tappare il naso e votare per lei». Come si vede, basta un po’ di pazienza e di lavoro di ricostruzione per mostrare come la sua conversione al trumpismo non sia onestamente paragonabile allo scontro contingente tra Harris e Biden. C’è qualcosa di più, e un commentatore serio come Beauchamp lo spiega bene:

«Quando ho parlato con il senatore della Georgia Josh McLaurin — l’ex compagno di stanza alla facoltà di legge che aveva ricevuto il testo di Vance “America’s Hitler” — gli ho chiesto come il Vance che conosceva si sia evoluto nel Vance che vediamo oggi. “La linea di demarcazione tra l’ex JD e l’attuale JD è la rabbia”, mi ha detto McLaurin. “La svolta pro Trump può essere intesa come disprezzo in risposta alla rabbia”, in particolare il disprezzo diretto ai nemici politici di Vance. I commenti di McLaurin suggeriscono che la conversione di Vance al trumpismo sia autentica. Sono propenso a concordare, anche se la tempistica della sua conversione è sicuramente conveniente: si è convertito al populismo di destra giusto in tempo per candidarsi a un seggio vacante nell’Ohio trumpiano».

D’altronde, ricorda giustamente, sapere cosa pensino davvero i politici è importante ma fino a un certo punto: conta di più cosa fanno. E comunque gli indizi di una adesione sincera di Vance alle pieghe più reazionarie del moderno pensiero conservatore sono sparsi ovunque. I suoi riferimenti sono l’accademico Patrick Deneen, che invoca un «cambio di regime» in America, e il suo ex datore di lavoro e attuale sponsor Peter Thiel, il miliardario della Silicon Valley (non sono affatto tutti di sinistra) capace di dire «non credo più che libertà e democrazia siano compatibili».

Un concetto affine a quello della «democrazia illiberale» teorizzata da Viktor Orbán

È il primo ministro ungherese il vero modello di J.D. Vance come di tutte le moderne destre mondiali. Lo ispira in molte cose — l’approccio verso la stampa e la magistratura per esempio, che a Budapest sono diventate quasi interamente organiche al governo — ma c’è soprattutto una frase da tenere d’occhio: a proposito delle università, secondo Vance, Orbán «ha preso alcune decisioni intelligenti da cui potremmo imparare negli Stati Uniti». Allude alla conquista del mondo accademico da parte della destra ungherese a suon di finanziamenti statali — qui la racconta l’Economist — e fa capire che più che mai le università sono e sempre più saranno il campo di battaglia tra destra e sinistra: se ora sono il laboratorio delle teorie progressiste più radicali e anche controverse, per l’uomo dell’Ohio devono cambiare di segno e diventare roccaforti del pensiero conservatore.

Insomma, non è certo un caso se Kevin Roberts, presidente del think tank di ultradestra Heritage Foundation, forza trainante del «Progetto 2025» che mira né più né meno a orbanizzare l’America, dica apertamente che Vance «sarà assolutamente uno dei leader — se non il leader — del nostro movimento».

Last but not least: Vance è un antiabortista feroce. Feroce perché vuole costringere a concludere la gravidanza perfino le donne vittime di stupro e incesto. Lo ha spiegato così: «Due errori non fanno un diritto. Non si tratta di stabilire se una donna debba essere costretta a partorire un figlio, ma se si debba permettere a un bambino di vivere, anche se le circostanze della sua nascita sono in qualche modo scomode o un problema per la società».

Naturalmente è pure islamofobo: un prerequisito ormai per questa «Nuova Destra» assertiva che vuole spazzare via la «dittatura» della sinistra. Solo che qui l’articolazione del pensiero si fa grezza fino al grottesco. Lo si è visto di recente, quando ha detto che la Gran Bretagna può essere «il primo paese davvero islamista dotato di armi nucleari, ora che hanno vinto i laburisti».

Ecco dunque il vero campione della destra: Trump è solo di passaggio. Il vansismo soffierà forte ovunque. In Europa e in Italia in tanti non vedono l’ora.

L’allenatore della Spagna campione d’Europa: «Senza Dio nulla ha senso»

La notizia è già girata: la nazionale spagnola, guidata dall’allenatore Luis de la Fuente Castillo, ha vinto gli Europei 2024, salendo così per la quarta volta sul tetto d’Europa. Sopra a quel tetto e più su, oltre il cielo di Berlino, secondo il CT della squadra iberica c’è Qualcuno che dà senso a tutto, anche a una conquista sportiva tra le più prestigiose.

Nella conferenza stampa che ha preceduto la finale che ha visto trionfare la Spagna sull’Inghilterra per due reti a una, un giornalista della BBC lo ha interpellato sulla sua fede, come riporta Aciprensa:

 «Quelli di noi che sono atei rispettano ma non comprendono appieno il rapporto di coloro che hanno fede in Dio. Dov’è Dio e la fede quando c’è una finale e ci vuole assolutamente tutto per vincere?».

 La risposta di de la Fuente Castillo, che ha suscitato le risate dei presenti, ha mostrato come l’esperienza del credente nei confronti di chi non crede sia esattamente la stessa, uguale e contraria:

«Ti capisco perfettamente perché con gli atei mi succede la stessa cosa, esattamente la stessa cosa».

Non dice cosa c’entri la fede con il desiderio di vincere una finale, ma spiega come questa dimensione investa tutta la vita, quindi anche la professione, nel suo caso quella di allenatore:

«La fede è qualcosa di personale e trasferibile, in questo caso non è incedibile, è trasferibile, ma è personale. […] Siccome sono libero e posso scegliere quello che penso di dover fare, la mia intelligenza e le mie esperienze […] ebbene, mi invitano a credere in Dio e mi danno molta sicurezza e molta forza».

 E non si tratta di superstizione, un insieme di riti o pensieri da rivolgere a un’entità misteriosa per estorcere benefici personali. La fede di cui parla è invece un atto umano integrale che si appoggia alla ragione, all’esperienza e alla volontà: come l’amore, la fede nasce anche da una decisione. Lo spiega chiaramente in un’altra intervista a El Mundo online dove racconta di essere tornato alla fede cattolica nella quale pure era stato educato per una sua libera decisione. Le ragioni per credere erano sempre state lì, ma per un lungo tratto della sua vita erano prevalsi i dubbi. Lo chiarisce rispondendo alla domanda del giornalista:

«Dammi una ragione per credere in Dio». «Altrimenti la vita non avrebbe senso. È qualcosa che devi vivere, che avrebbe dovuto esserti spiegata. Sono religioso perché ho deciso di esserlo. Vengo da una famiglia religiosa, ma per tutta la vita ho avuto molti dubbi e mi sono allontanato dalla religione. Ma a un certo punto della mia vita, ho deciso di rivolgermi di nuovo e di appoggiarmi a Dio per tutto ciò che faccio. Non esiste una, ma mille ragioni per credere in Dio. Senza Dio, nulla nella vita ha senso».

Per questo, una volta che la luce della fede ha iniziato a penetrare ogni aspetto della realtà, è difficile per chi crede comprendere la visione dell’ateo. Per il sessantatreenne allenatore delle furie rosse la fede cristiana non è solo visione e comprensione intellettuale, però, è il rapporto con Qualcuno che attraversa ogni altra relazione, con il prossimo, la carriera, i successi e i fallimenti.

Da come racconta sempre nell’intervista a El Mundo, la dimensione spirituale sembra rimettere in ordine tutto il resto, permettendogli di gioire dei successi, di chiedere perdono per gli errori, di proteggersi dall’invasività dei social media e di considerare un obiettivo di prim’ordine il suo valore come persona e non la lunghezza dell’elenco di titoli conquistati: 

«A Del Bosque non piace molto che la gente anteponga la sua brava persona ai suoi meriti professionali. Ti succede qualcosa di simile?»
«No, no, per niente. Per me essere una brava persona è fondamentale, è un valore aggiunto. Datemi delle brave persone, innanzitutto, e poi dei bravi professionisti.»
«Ma preferisci che la gente dica: ‘è una brava persona, ma un pessimo allenatore’?»
«Professionalmente, i risultati ti mettono al tuo posto. La valutazione professionale è soggettiva. Ma quello che penso sia più importante è che ti dicano che sei una brava persona. È meglio vivere facendo il bene che facendo il male, il male non riposa».

Il male tormenta e annoia, anche se in era moderna ha riscosso più successo artistico e cinematografico. Il peccato fa male, non è così divertente come lo staff marketing che vi si dedica – instancabile-  fa di tutto per farci credere. Si potrebbe ripartire da questo e dalla considerazione che una persona che serve questo ideale non è affatto il bonario e ottuso parrocchiano (anche questo, uno stereotipo che gradiremmo abbattere) che si accontenta di esercizi devozionali e buoni sentimenti, ma un allenatore che lavora sodo, apprezza i propri giocatori innanzitutto come persone e, per inciso, ha appena sollevato il trofeo più prestigioso d’Europa. Alla fine non è poi così da “nerd” invocare l’intercessione dei santi e della Vergine, come dice di fare abitualmente il tecnico spagnolo, no?

NEWS 15 Luglio 2024    di Paola Belletti –IL TIMONE

Missili Usa in Germania, il Cremlino minaccia: “Le capitali europee diventano bersagli”

dalla nostra inviata Rosalba Castelletti- La Repubblica

Per il portavoce Peskov, è un ritorno alla Guerra fredda che porterà al crollo della Ue. Secondo colloquio in un mese tra il capo del Pentagono Austin e il ministro della Difesa Belousov

13 LUGLIO 2024 AGGIORNATO ALLE 19:57 2 MINUTI DI LETTURA 

  • MOSCA – Lo schieramento di missili statunitensi a lungo raggio in Germania concordato da Washington e Berlino questa settimana a margine del vertice Nato inizierà soltanto nel 2026, ma la retorica moscovita si è già infiammata. «È una situazione paradossale. L’Europa è un bersaglio per i nostri missili, il nostro Paese è un bersaglio per i missili americani in Europa. Ci siamo già passati, ci siamo passati. Abbiamo la capacità di contenere questi missili, ma le vittime potenziali sono le capitali di questi Paesi», ha dichiarato il portavoce del Cremlino Dmitrij Peskov intervistato dal giornalista Pavel Zaburin della tv di Stato Rossija1 mettendo in guardia il continente europeo. Per Peskov è un ritorno alla «guerra fredda», che però non porterà nulla di buono all’Unione Europea.

«L’Europa sta andando a pezzi. Non è il momento migliore per l’Europa. In un modo o nell’altro, la storia si ripeterà», ha osservato ricordando che il crollo dell’Unione Sovietica chiuse il precedente confronto tra i due blocchi segnato dalla crisi degli euromissili. Allora la tensione si concluse con la firma del Trattato sulle forze nucleari a raggio intermedio (o Trattato Inf) che vietava missili con una gittata tra i 500 e i 5.500, ma l’intesa è decaduta nel 2019 col ritiro degli Stati Uniti sotto l’amministrazione guidata da Donald Trump. Il dispiegamento in Germania di missili SM-6, Tomahawk e altri vettori ipersonici attualmente in fase di sviluppo violerebbe il Trattato Inf se fosse ancora in vigore.

Già venerdì il portavoce di Vladimir Putin aveva dichiarato che lo schieramento di missili Usa a Berlino non era altro «che una provocazione e una nuova, e molto pericolosa, escalation della tensione», mentre il viceministro degli Esteri Sergej Rjabkov aveva commentato che «nessuno in Occidente dovrebbe avere dubbi sulla determinazione» della Russia a rispondere e aveva bollato il summit Nato come «un vertice della vergogna». «È stato disastroso e non ha fatto altro che aggravare le tensioni, aumentando i rischi che la situazione precipiti», ha detto Rjabkov. Sono tutte dichiarazioni che mirano a incunearsi tra le fratture in seno alla Unione europea e alla stessa Germania. Non tutti, infatti, hanno accolto con favore l’annuncio di Olaf Scholz: i Verdi, parte della coalizione di governo, hanno criticato l’intesa con gli Usa e il partito di estrema destra all’opposizione Afd ha accusato il cancelliere di rendere «la Germania un obiettivo».

Le parole di Peskov e Rjabkov non sono che benzina sul fuoco.

Dell’accordo tra Washington e Berlino è probabile che venerdì abbiano parlato anche il capo del Pentagono Lloyd Austin e il ministro della Difesa Andrej Belousov che ha preso il posto di Sergej Shojgu in seguito al rimpasto di governo dello scorso maggio. La chiamata, avvenuta su iniziativa di Mosca, è stata la seconda in meno di un mese: i due si erano già sentiti il 25 agosto. Prima della nomina di Belousov, l’ultima telefonata tra Austin e il suo omologo russo risaliva invece al febbraio 2023. Stando al ministero della Difesa russo, Austin e Belousov avrebbero discusso proprio come «prevenire le minacce alla sicurezza e ridurre il rischio di possibile escalation».

Il mausoleo dell’epoca di Putin e l’ospedale pediatrico di Kiev

di Stefano Caprio- Asia news – 14 Luglio 2024

Proprio mentre era in corso il bombardamento sul luogo di cura per i piccoli pazienti oncologici ucraini, a Mosca si chiudeva (per riaprire in forma permanente) la mostra che esalta la “Russia senza fine”. Mentre si lodano i successi interni, lo sterminio esterno viene commentato con cinica indifferenza: “È la guerra, non c’è niente di speciale”.

Mentre era in corso il bombardamento russo sull’ospedale oncologico per bambini Okhmatdet di Kiev, lo scorso 8 luglio, si è finalmente conclusa a Mosca nella fiera Vdnk l’esposizione della mostra “Russia: i successi dell’epoca di Putin”, che aveva aperto fin dallo scorso 4 novembre la campagna elettorale delle nuove elezioni presidenziali di marzo, con un concerto davanti alla fontana dell’Amicizia dei Popoli dei cantanti russi più “patriottici”: il lirico Grigorij Leps e il sovietico Oleg Gazmanov, il rocker Šaman e il rapper ST. La mostra è tanto piaciuta al presidente da diventare un “mausoleo permanente” col titolo “La Russia non finisce mai”, come ha annunciato la direttrice Natalia Virtuozova. La manifestazione doveva chiudersi in aprile, ma dopo la sua ri-consacrazione Putin ha deciso che “rimanesse aperta fino all’estate, per permettere a milioni di visitatori di apprezzare le bellezze della Russia”.

Verrà quindi costruito sulle rive della Moscova, accanto ai padiglioni di quella che era la grande parata delle conquiste sovietiche, un nuovo grandioso edificio per “la conservazione dell’eredità della Russia di oggi”, sul lungofiume Krasnopresnenskij. In esso avranno spazio le espressioni delle oltre cento regioni della Russia maturate nel quarto di secolo putiniano, sotto la regia del gran consigliere Sergej Kirienko. Uno dei presentatori dell’evento conclusivo, lo showman di origine lettone e fama sovietica Valdis Pelšs, aveva infatti spiegato con entusiasmo che “molti visitatori della mostra sono pronti a rimanere ancora per giorni interi, purché non si perdano questi tesori… non capita tutti i giorni la fortuna di vedere la bellezza unica del nostro Paese, da Vladivostok a Kaliningrad, tutta in un solo posto”. La “Russia senza fine” è proprio la definizione plastica dell’idea di “mondo russo” che oltrepassa ogni confine e unisce tutti i popoli.

Lo stesso Putin non era presente al concerto finale, ma il giorno dopo ha voluto incontrare tutti i collaboratori, che gli hanno consegnato “tre scatoloni di ringraziamenti” da parte dei visitatori, e si è congratulato con i vincitori dei concorsi “Le nostre cose di famiglia” e “La forza della famiglia”, assicurando che “per lo Stato non ci può essere nulla di più importante”. Durante la campagna elettorale e anche dopo, Putin ha comunque visitato più volte la mostra, esprimendo ogni volta la sua grande soddisfazione, invitando a vederla anche tutti i diplomatici stranieri residenti in Russia: “Così potrete rendervi conto di persona di come il nostro Paese cresce e si sviluppa, e non avrete più voglia di andarvene via”. Secondo i dati ufficiali, la mostra è stata visitata da oltre 17 milioni di persone, oltre il 10% dell’intera popolazione della Federazione russa.

Un posto speciale hanno avuto le nuove risorse pensate per la zona dell’Artico, con uno speciale “autobus artico elettrico” e piani per le nuove città che verranno costruite sopra il Circolo polare. In ogni stand regionale si potevano effettuare passeggiate virtuali in tutti i luoghi più esclusivi, tra monumenti, castelli e industrie, e ognuno offriva fiere di artigianato e specialità locali, con la degustazione di prodotti delle varie zone. Tutti i principali propagandisti e molti politici sono intervenuti con incontri e discorsi pubblici, da Vladimir Solov’ev a Margarita Simonyan, il premier Mikhail Mišustin con tanti ministri e alti funzionari, per esaltare il “mondo speciale” creato da Putin enunciando le cifre di tutti i record da lui raggiunti. Ogni centomila visitatori si premiava l’ultimo arrivato, tanto che qualcuno ha maliziosamente osservato che molti sono tornati parecchie volte, per centrare il “numero perfetto”. Del resto il parco Vdnk è uno dei luoghi preferiti del passeggio moscovita.

Uno dei padiglioni più apprezzati è stato quello della Zar-bomba, la bomba termonucleare AN602 che fu prodotta in Unione Sovietica, tra il 1956 e il 1961, da un gruppo di fisici nucleari guidati dal leggendario scienziato Igor Kurčatov. Fu la dimostrazione della capacità dei sovietici di competere nella guerra atomica, e viene considerata l’arma esplosiva più potente di tutta la storia dell’umanità, tanto da essere classificata perfino nel Guinness dei primati. Molti visitatori si sono soffermati sui paragoni tra gli stand delle regioni confinanti, per vedere chi fosse più capace di esaltare le proprie caratteristiche, artistiche o tecnologiche, e i bambini si sono accalcati a quello dell’Esercito dell’Infanzia, dove si poteva partecipare in video-gioco all’operazione speciale in Ucraina e ad altre guerre del passato e del presente. Molte regioni hanno investito nella mostra cifre enormi, sottratte alle necessità di bilancio per i propri cittadini; quella di Krasnodar ha speso 146 milioni di rubli (un milione e mezzo di euro), 50 milioni quella di Vladimir e 23 milioni quella del Kuzbass. Molti hanno ricordato ironicamente i “villaggi Potemkin”, le facciate ridipinte per le visite della zarina Caterina II a fine Settecento.

Lo scopo della mostra è quello di tutta la propaganda interna nella vita della Russia: mostrare soltanto la parte positiva e “i grandi passi avanti” in tutti gli angoli del Paese. Si poteva girare tutta la fiera con il “forum turistico” Viaggia con noi, gustare i piatti della cucina ciuvascia o buriata, prendere parte ai concorsi sportivi, tutto quello che ormai è impossibile provare al di fuori della Russia, in un mondo esterno soltanto da disprezzare. È il compito di “portare avanti le nostre tradizioni verso il futuro”, come si è ripetuto in centinaia di tavole rotonde su temi patriottici e sulla “politica giovanile”. Ora il nuovo mausoleo verrà chiamato il centro Russia, aprendo delle filiali in ogni regione, e molti lo hanno soprannominato Putin-Centr, o anche “la nuova infrastruttura del blocco di Kirienko”, dove sarà possibile avere accesso a finanziamenti sterminati per chi guarda all’eredità della Russia anche come eredità dello stesso Putin, in un futuro per ora impossibile da calcolare.

L’apoteosi del putinismo, che esalta una realtà grottesca fondata sulla menzogna propagandistica, impressiona proprio nel confronto con l’ennesima tragedia consumata a Kiev negli stessi momenti. Le motivazioni del bombardamento di un ospedale pediatrico particolarmente sensibile sono probabilmente quelle della distruzione dei grandi generatori indipendenti, come appunto quelli delle cliniche dove non si può sospendere l’energia elettrica, per “ridurre al nulla e al silenzio” la vita dei cittadini ucraini. E mentre si lodano i successi interni, lo sterminio esterno viene commentato in Russia con cinica indifferenza: “è la guerra dove capita di tutto, non c’è niente di speciale”, come ha affermato il portavoce del Cremlino Dmitrij Peskov. I propagandisti più “elevati” hanno cercato di attribuire la tragedia dell’Okhmatdet alla contraerea ucraina, ma la gran parte di quelli “ordinari” hanno tranquillamente ammesso che “la Russia fa il suo mestiere”, anche qui ripetendo il ritornello “non c’è niente di speciale”. Sul canale ortodosso-patriottico Tsargrad è stato trasmesso un servizio su “L’ospedale per bambini a Kiev non è un caso, riconosciamolo e basta avere paura”.

In Russia tutto è splendido e speciale, al di fuori tutto è miserevole e privo di interesse, per quanto terribili o sconvolgenti possano essere gli avvenimenti: questo è lo schema della narcosi della coscienza dei cittadini russi. Si ripete che non c’è nulla di particolare, così si può fare a meno di pensarci: la negazione della realtà non conosce limiti, e questa è purtroppo una caratteristica di tanti sistemi politici, e ideologie varie nel mondo. Molti si lasciano avvolgere dalle spire della menzogna, molti fanno finta di caderci, ma non è tanto la consapevolezza, quanto il comportamento che conta: se non c’è niente di speciale, non è il caso di agitarsi e protestare. Pur di evitare conseguenze spiacevoli, si è disposti a negare non soltanto le sofferenze degli altri, ma anche le proprie, magari facendo finta di nuotare nei piaceri e nell’abbondanza.

Coloro che in Russia sostengono ancora posizioni contrarie alla guerra, non sono fuggiti all’estero né sono caduti sotto la scure della persecuzione, sono costretti ad adattarsi a una situazione che pare impossibile da cambiare in alcun modo. Al “non c’è niente di speciale” corrisponde un altro ritornello, “bisogna continuare a vivere in qualche modo”, perché la società russa non può controllare il potere, ma soltanto sperare che non sia davvero eterno. Un grande scienziato e intellettuale dei tempi sovietici, il filologo Jurij Lotman, da veterano della Grande guerra patriottica proponeva una modalità “bellica” per vivere a lungo sotto il regime totalitario: “bisogna fare come se fossimo in prima linea nella guerra, fuggendo dai nemici, nascondendoci di trincea in trincea, da un albero all’altro, senza illudersi di poter fare piani per il futuro, ma cercando soltanto di non perdere sé stessi”. Il mondo cambia, e anche la Russia cambia spesso in modo radicale e imprevisto: se si riesce a sopravvivere, forse si potrà vedere un mondo nuovo.

Spari al comizio di Trump in Pennsylvania, l’ex presidente ferito. «Il proiettile mi ha perforato l’orecchio, non mi arrenderò mai». L’attentatore Thomas Matthew Crooks è stato ucciso

I dubbi e le polemiche sulla sicurezza dopo l’attentato a Trump: «Avevamo segnalato il cecchino, perché non lo hanno fermato?»

di Guido Olimpio – Corriere della Sera  14 Luglio 2024

Come ha potuto Thomas Matthew Crooks appostarsi su un tetto a poche centinaia di metri dal comizio di un ex presidente degli Stati Uniti, indisturbato? Perché non è stato fermato?

Come ha potuto Thomas Matthew Crooks, il 20enne che ha attentato alla vita di Donald Trump, posizionarsi indisturbato su un tetto a poche centinaia di metri dal comizio dell’ex presidente degli Stati Uniti? Perché non è stato fermato, nonostante alcuni video lo riprendano chiaramente mentre prende la mira, prima di sparare? 

Sono queste alcune delle domande cui si cercherà di rispondere, da parte delle autorità, nelle prossime ore – le prime, dopo l’attentato al candidato repubblicano alla Casa Bianca. Ecco l’analisi firmata da Guido Olimpio. 

I quattro cerchi di un attentato, un’azione con al centro un obiettivo primario: Donald Trump.

Il primo cerchio: prima dell’evento

Il primo. Il Secret Service ha il non facile compito di tutelare il presidente, la first lady ed alcune personalità, compreso il candidato sfidante. A tutti è assegnato un nome in codice: «Celtic» – in passato – per Biden, «Pioneer» per Kamala Harris e «Mogul» riservato proprio a Trump. Non sappiamo se siano le denominazioni attuali. La protezione inizia molto prima di un evento pubblico, come un comizio o il bagno di folla. Vengono valutate minacce, è studiata la presenza in zona di elementi potenzialmente pericolosi – magari scoperti perché hanno postato oppure detto qualcosa -, c’è un’analisi di teatro. Vedremo se lo sparatore aveva lasciato trapelare qualche segnale. Un’indagine nel quale è subito entrata l’FBI.

Il secondo cerchio: perché l’attentatore non è stato fermato?

Il secondo. Nella zona dell’incontro sempre il Secret Service schiera il Counter Sniper team (per rispondere a un cecchino), il Counter Assault team (per contrastare un pericolo ancora maggiore) e uno stuolo di guardie del corpo. In queste ore sono sorte polemiche sulla mancata sorveglianza dell’area circostante al podio. Molti esperti – ex funzionari – hanno sottolineato che era necessaria una ricognizione attenta sugli edifici vicini allo spiazzo, in quanto rappresentavano un punto di tiro scontato. Non è ancora chiaro come l’attentatore sia riuscito a salire sul tetto senza essere visto. Qualcuno tra la folla si è accorto della presenza, però era tardi. 

Secondo quanto riportato dall’agenzia Reuters, Ben Maser – un saldatore 41enne – ha raccontato che si trovava fuori dal perimetro del comizio, ascoltando Trump, quando ha notato due agenti che sembravano cercare qualcuno. Anche lui, a quel punto, ha iniziato a scrutare l’area. Una persona intervistata dalla Bbc ha detto di aver visto l’uomo armato e di aver cercato senza successo di allertare la polizia e i servizi segreti. «Abbiamo notato il tizio che si arrampicava sul tetto dell’edificio accanto a noi, a 15 metri di distanza», ha raccontato Greg Smith. «Aveva un fucile, si vedeva chiaramente un fucile. Lo stavamo indicando, la polizia era a terra e noi dicevamo: ‘Ehi, amico, c’è un tizio sul tetto con un fucile’… e la polizia non sapeva cosa stesse succedendo». Smith ha detto di aver cercato di allertare le autorità per tre o quattro minuti, ma ha pensato che probabilmente non potevano vedere l’uomo armato a causa della pendenza del tetto. «Perché non ci sono i servizi segreti su tutti questi tetti?», ha chiesto. «Non è un posto grande. “È un errore di sicurezza, un errore di sicurezza al 100%». 

Una coppia di uomini del Counter Sniper team lo hanno ingaggiato uccidendolo ma intanto l’elemento «ostile» aveva già aperto il fuoco ferendo di striscio The Donald. L’assalitore è stato neutralizzato con ritardo.

Il terzo cerchio: l’evacuazione (confusa)

Il terzo. Gli agenti hanno fatto da scudo a Trump, si sono messi in cerchio abbracciandolo. Le immagini diffuse dalle tv, ad un certo punto, hanno mostrato l’uomo politico ben visibile e scoperto. Situazione a rischio nel caso ci fosse stato un secondo attentatore mescolato tra gli astanti, a pochi metri. 

Ancora peggio se avesse tirato un ordigno rudimentale. Nessuno, a parte, un agente solitario si è messo davanti al podio, rimasto accessibile almeno ad un fotografo. L’evacuazione – rimarcano ancora gli esperti – non è stata rapida, a tratti è parsa confusa. Sempre le riprese televisive hanno «documentato» le mosse di una donna della scorta che non riusciva a riporre l’arma nella fondina.

Il quarto cerchio: i periodi difficili del Secret Service

Il quarto. Il Secret Service è «arrivato» a questo appuntamento dopo periodi difficili e sotto diversi presidenti. Ricordiamo l’intruso dentro la Casa Bianca, le ripetute violazioni delle cancellate della residenza, il personale finito nei guai per comportamento poco consono al ruolo e al prestigio. Dal 2022 è diretto da Kimberly Chetley, una veterana con 28 anni nel servizio e una parentesi alla Pepsi Cola. Fu lei a evacuare Dick Cheney nelle ore tragiche dell’11 settembre 2001 ed in seguito si è occupata di Joe Biden quando ricopriva la carica di vicepresidente. Alla guida del settore operativo c’è, invece, Cynthia Sjoberg Radway, una delle molte donne entrate nel dipartimento. Parliamo di un’agenzia che ha risorse, usa mezzi speciali (pensate a The Beast, la limousine super corazzata e al convoglio che la segue), dispone di 150 uffici distaccati e conta su 7 mila funzionari ma che non può permettersi di sbagliare neppure una volta.


diViviana Mazza- Corriere della Sera – 14 Luglio 2024

Attentato a Trump: l’ex presidente colpito all’orecchio da un proiettile, portato in un ospedale locale e poi dimesso: «Sto bene», dice, «non mi arrenderò mai». Ucciso l’attentatore, che l’Fbi ha confermato l’identità dell’attentatore: si chiamava Thomas Matthew Crooks e aveva 20 anni

DALLA NOSTRA CORRISPONDENTE
NEW YORK – Il comizio di Donald Trump è appena iniziato a Butler, a un’ora da Pittsburgh, in Pennsylvania, quando si sentono due colpi. L’ex presidente che la prossima settimana sarà incoronato candidato del partito repubblicano alla Casa Bianca si tocca l’orecchio, capisce e si cala subito dietro il podio, tra le urla e il panico della folla che cerca rifugio.

«Shooter is down» (il tiratore è a terra), gridano i servizi segreti dopo pochi istanti. Trump riemerge, circondato dagli agenti dei servizi segreti. Due righe di sangue sulla parte destra del volto, l’orecchio ferito. Circondato dagli agenti dei servizi segreti che gli fanno scudo, solleva il pugno. Sembra gridare «Fight! Fight!» (Lottate, lottate) mentre viene scortato via. E la folla urla: «U.S.A., U.S.A.! U.S.A.!».

Poco dopo, le autorità comunicano che l’attentatore e un partecipante al comizio sono morti, altri due sono feriti. 

L’arma utilizzata sarebbe un fucile semiautomatico, l’AR-15. 

Dopo l’ipotesi che fosse passata in qualche modo dai rigidi controlli con metal detector che ci sono a tutti i comizi di Trump (portano via anche ombrelli, bottiglie d’acqua), in serata è apparso chiaro che l’attentatore abbia sparato da un tetto sul perimetro esterno. 

L’attentatore, secondo quanto confermato dall’Fbi, è Thomas Matthew Crooks , 20enne della Pennsylvania

Un video geolocalizzato dall’App mostra il corpo di una persona in mimetica grigia che giace,  immobile, sul tetto di un edificio alla Agr International Inc., un’azienda di imbottigliamento a 150 metri circa dall’area dove si è tenuto il comizio.

È un momento gravissimo, storico, per l’America sconvolta da fratture politiche e da una campagna elettorale ormai da tempo tossica. 

Il commento forse più indicativo è quello di un partecipante al comizio, che dice alla Cnn: «Non sono sorpreso che sia accaduto». Alle preghiere per Trump espresse sui social da numerosi alleati — dallo speaker repubblicano della Camera Mike Johnson ai politici che sperano di essere scelti come vice nel ticket per la Casa Bianca — si uniscono quelle dei colleghi del partito democratico, dal leader del Senato Chuck Schumer che parla di «orrore» all’ex speaker della Camera Nancy Pelosi. Parlano anche gli ex presidenti George W. Bush e Barack Obama. «Dovremmo sentire tutti sollievo per il fatto che il presidente Trump non sia stato gravemente ferito e usare questo momento per impegnarci alla civiltà e al rispetto nella nostra politica», afferma in una nota Obama. 

Dopo circa un’ora e mezza arriva un comunicato del presidente Joe Biden, subito seguito da una breve conferenza stampa in cui dice innanzitutto di aver cercato di parlare con il rivale ferito ma di non esserci riuscito perché era con i medici. Lo chiama per nome, «Donald»: «Sono grato per il fatto che è sicuro e sta bene, prego per lui e la sua famiglia… Non c’è posto per questo tipo di violenza in America. Dobbiamo unirci come nazione nel condannarla». Poco dopo, la notizia di un colloquio diretto tra i due.

Tutti, repubblicani e democratici, ripetono che «non c’è spazio per la violenza politica», inclusi chi ne è stato vittima: Steve Scalise, numero due dei repubblicani alla Camera, che si vide sparare contro nel 2017 e fu ferito a una partita di baseball tra deputati; e Gretchen Whitmer, governatrice democratica del Michigan considerata una potenziale sostituta se Biden dovesse ritirarsi, che fu obiettivo di un piano di rapimento da parte di sostenitori di Trump.

Il portavoce di Trump Steven Cheung informa poi che è al sicuro e ringrazia le forze dell’ordine per averlo protetto: l’ex presidente, nella serata americana, lascia con il suo jet la Pennsylvania per tornare dalla sua famiglia, nel New Jersey. 

Alcuni membri dello staff di Trump sono in lacrime, altri furiosi. E il discorso si infiamma sui social, con gli alleati del candidato repubblicano che puntano il dito contro i commenti di chi nel partito rivale ha usato descrizioni violente nel parlare di lui. Pochi minuti prima, la vicepresidente Kamala Harris, tra gli elettori asiatici-americani di Philadelphia, aveva condannato Trump come un leader «che incita all’odio» e «alla paura» e che «non dovrebbe mai più avere l’opportunità di stare in piedi dietro a un microfono. E mai dovrebbe avere di nuovo l’opportunità di stare in piedi dietro al simbolo della presidenza degli Stati Uniti d’America». A Butler, a sua volta, Trump aveva appena preso in giro Harris per il modo in cui ride e storpiato il suo nome.

Su Fox News, tv della destra, le immagini di Trump con il pugno alzato, il volto insanguinato, la bandiera americana che sventola alle sue spalle vengono mostrate in silenzio per diversi minuti. Il miliardario e proprietario di X Elon Musk, ripubblicando le immagini, annuncia ufficialmente il suo endorsement per Trump. Il figlio del tycoon, Don Jr., proclama che suo padre «non smetterà mai di lottare per Salvare l’America». Uno dei fan al comizio si dice sotto choc, ma aggiunge: «L’ho visto col pugno alzato e ho pensato: sta bene. È stato epico». 

In serata, l’ex presidente invia una email ai suoi sostenitori, dicendo: «Questo é un messaggio da parte di Donald Trump: non mi arrenderò mai!».

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