"VI SUPPLICO: CONVERTITEVI!" (REGINA DELLA PACE-MEDJUGORJE)

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Dove va la “generazione Putin”?

di Stefano Caprio – Asia News – 1 Dicembre

Se per descrivere le nuove generazioni si usano termini di vario genere, i russi vedono oggi emergere sempre più la “generazione Putin”. Ci si chiede quale destino si stia preparando, anche se in realtà è difficile scorgere una vera convergenza sociale e ideologica. Ricordano piuttosto i “silenziosi” degli anni della Seconda guerra mondiale.

Verso la fine degli anni Dieci di questo secolo hanno cominciato a raggiungere la maggiore età in Russia le persone che hanno vissuto finora tutta la loro esistenza sotto il regime di Vladimir Putin, assurto alla presidenza nell’anno Duemila. Se per descrivere le nuove generazioni si usano termini vari genere (Boomer, X, Z, Millennials e altre), i russi vedono oggi emergere sempre più la “generazione Putin”, e ci si chiede quale destino si sta preparando per essa, come riflettono i commentatori di una delle ultime rubriche Signal di Meduza.

Alcuni sociologi russi spiegano che circa la metà di questo gruppo sociale crede nelle buone relazioni con l’Occidente e con il mondo intero, e spera nel “futuro felice della Russia”, l’espressione più popolare del defunto Aleksej Naval’nyj, il leader alternativo che era riuscito a mobilitare molti giovani tra il 2012 e il 2020, confidando nei valori della democrazia e non riponendo la propria fiducia nelle alte sfere del regime putiniano. I tre anni di guerra stanno però modificando gli equilibri e gli orientamenti dei giovani russi, che si stanno sempre più adagiando sulle dimensioni delle generazioni precedenti ancora segnate dal passato sovietico, nella generale apatia che si traduce in un sostegno silenzioso alla guerra e alla propaganda degli ideali patriottici.

In realtà non esiste una vera convergenza sociale e ideologica tra i membri della “generazione Putin”, al di là dell’uso strumentale che si cerca di fare di questa espressione. Non è realistico attribuire alla massa dei giovani russi caratteristiche evidenti di politicizzazione o piuttosto di distanza dalla politica, di conformismo o ribellione o altre. I termini delle categorie “generazionali” sono spesso soltanto degli strumenti di pubblicistica, più che delle teorie sociologiche fondate scientificamente. È chiaro che il periodo tra i 17 e i 25 anni esprime la fase più sensibile agli eventi esterni nella personalità di ciascuno, e le grandi scosse sociali come la guerra, la rivoluzione o altre fratture del corso della vita, lasciano tracce profonde nella mente e nell’anima.

All’inizio degli anni Duemila, il sociologo russo Jurij Levada aveva individuato sei generazioni di russi sovietici, riferendole ai vari contesti storici che si sono succeduti nei settant’anni del regime totalitario: la rivoluzione e la guerra civile, la mobilitazione staliniana, la guerra patriottica, il disgelo khrusceviano, la stagnazione brezneviana e la perestrojka gorbacioviana. Seguono nell’ultimo trentennio la generazione eltsiniana, cresciuta nella ricerca della libertà, e ora la Putin-Jugend a cui si chiede solo lealtà e obbedienza al regime. Un altro sociologo, Iskender Jasaveev, parlando con i redattori di Signal avverte che gli specialisti usano con molta cautela la categoria di “generazione Putin”, essendo cambiata più volte in questi anni la politica giovanile.

Anche la stessa fascia definita “giovanile” ha subito modifiche, passando dal gruppo di persone tra 14 e 30 anni, poi fino a 35 e attualmente a 38, considerando le esigenze di mobilitazione per l’“operazione militare speciale”. Soprattutto dopo il 2010, con la svolta sempre più aggressiva del putinismo, lo Stato ha cercato di prendere il controllo della popolazione più giovane, con risultati piuttosto contraddittori. Le proteste navalniste del 2011-2012 hanno suscitato come reazione il rilancio dei “programmi patriottici” nelle scuole di ogni ordine e grado, e si sono formate anche squadre di specialisti per lavorare con i giovani sulla rete internet e nei social network. Ovviamente, con l’annessione della Crimea nel 2014 fino all’invasione dell’Ucraina nel 2022 questi programmi hanno assunto un carattere sempre più militaresco, come risulta evidente dalle prospettive di politica giovanile approvate dal Cremlino per il periodo 2016-2020, destinate “ai tempi di pace e di guerra”.

I sociologi osservano che non è affatto facile considerare gli effetti della “educazione patriottica”, e non si può dare per scontato che gli attuali giovani russi siano dei convinti sostenitori del potere, considerando che i sondaggi faticano a rivelare il pensiero dei singoli, mentre rendono evidente la disponibilità a condividere o meno il pensiero dominante. Il sostegno generale a Putin è un effetto condizionato dalla guerra in Ucraina, che ha imposto un atteggiamento particolarmente attento a ciò che si può dire in pubblico, nascondendo il più possibile la propria opinione. Gli specialisti del Levada-Centr sottolineano che la pressione esterna alla Russia oggi gioca un ruolo diverso da prima, in quanto i giovani russi attuali in grandissima parte non sono mai stati all’estero, e difficilmente vivranno questa esperienza, se non in Paesi “amichevoli” ed esotici, senza conoscere le reali differenze dei mondi.

La guerra del resto ha molto cambiato le relazioni del mondo occidentale nei confronti della Russia, e questo si riflette nella cultura e sui media, con effetti significativi sugli orientamenti dei più giovani che si sentono rifiutati dal mondo, e crescono quindi con la “cultura del risentimento”, ulteriormente alimentata dalla propaganda ideologica di Stato. Come avveniva in Unione Sovietica, si forma quindi un dvoemyslie, un “doppio pensiero”, come osserva Jasaveev: “Questo succede quando i valori da trasmettere vengono prodotti dalla retorica ufficiale, mentre nella vita reale diventano sempre meno credibili e vissuti”. Si diffonde nelle coscienze di fatto un patriottismo molto sbiadito, se non totalmente privo di contenuti che abbiano a che fare con la vita di tutti i giorni.

Nel 2021 un altro sociologo, Grigorij Judin, disse che la generazione cresciuta sotto Putin è in attesa di “eventi che li rendano una generazione particolare”, sentendosi esclusi dal mondo di prima e non trovando un senso nel mondo attuale. Per questa ragione la guerra in Ucraina ha dato delle risposte ai giovani russi di oggi, facendoli sentire protagonisti di un rivolgimento di dimensioni universali, e per questo molti sono appassionati sostenitori dello zar. Un istituto di esperti molto vicino al Cremlino ha poi pubblicato qualche mese fa uno studio monografico sulla gioventù russa, dove si constata che “i giovani hanno una rappresentazione confusa e frammentaria di che cosa sia veramente la Russia”. Rimangono quindi in sospeso le valutazioni sugli orientamenti giovanili in Russia, tra le tante contraddizioni.

Ancora il Levada-Centr osserva che comunque i giovani sono i più “occidentalizzati” tra i cittadini della Russia, in forza dell’uso degli strumenti di comunicazione globale e dei tanti prodotti della cultura di massa, nonostante la propaganda ossessiva dello Stato contro i “disvalori” occidentali. Al di là degli entusiasmi bellico-patriottici, i giovani sono generalmente tolleranti nei confronti della tanto vituperata “comunità Lgbt”, che le nuove leggi russe definiscono come “organizzazione estremistica”. E nonostante i tanti appelli statali ad aumentare la natalità ed esaltare i “valori tradizionali” e famigliari, l’età media della conclusione del matrimonio e della generazione di figli continua a crescere in Russia, senza di fatto riuscire a modificare gli standard sempre più negativi degli ultimi anni.

La rubrica Signal propone un parallelismo con la “generazione Franco” della Spagna, cresciuta nell’epoca della crisi politica ed economica degli anni Trenta del secolo scorso, sfociata poi nella guerra civile. Anche in quel caso si imponeva dall’alto un forte indottrinamento di un’ideologia nazional-religiosa, facendo leva sul cattolicesimo tradizionalista, e la polarizzazione dovuta a quel periodo ha influito sullo sviluppo successivo della società spagnola, tra chi aderiva alle strutture del regime e chi cercava di organizzare movimenti clandestini contro la dittatura. Il regime di Franco si concluse con la morte naturale del dittatore, e la generazione cresciuta sotto il suo potere è poi riuscita a garantire un passaggio pacifico verso la democrazia. Gli spagnoli hanno evitato la nostalgia del franchismo grazie a un grande dibattito sociale sulla fase della dittatura, ciò che è mancato alla Russia dopo la fine dell’Unione Sovietica, e a richiamarsi ai valori di quel tempo sono soltanto quelli che non hanno vissuto quel periodo. Forse ad avere nostalgia di Putin saranno gli uomini del domani, quelli che non hanno mai provato le repressioni e le grottesche forzature ideologiche di questi anni.

Coloro che hanno vissuto la tragedia della seconda guerra mondiale, prima della generazione dei baby-boomer, sono stati spesso definiti come i “silenziosi”, spesso considerati conformisti e apolitici, avendo provato l’orrore della distruzione del mondo intorno a loro mentre si affacciavano alla vita adulta. In seguito, proprio costoro sono diventati gli “innovatori” che hanno iniziato a costruire un mondo nuovo, in Europa e nel mondo. Forse anche tra i russi sottoposti al tritacarne delle guerre e dei lager putiniani ci saranno coloro che oggi sono costretti al silenzio, ma un domani aiuteranno la Russia a risorgere dalle ceneri.

Il compagno di Deborah Vanini, la neomamma morta a 38 anni: “Non ha curato il tumore per far nascere sana la nostra Megan”

Como, parla il compagno della donna che ha scoperto la malattia in gravidanza e ha rinunciato alle cure: «Era speciale, altruista, buona. Mi ha detto: voglio che venga al mondo. I giudizi sui social mi hanno ferito»

LA STAMPA – Francesca del vecchio – 28 Novembre 2024

COMO. «Le decisioni delle persone sono scommesse, il giudizio degli altri conta poco. Quello che mi ha ferito è stata la facilità con cui la gente, sui social, ha criticato la scelta di Deborah senza conoscerne le motivazioni. Senza sapere che persona speciale fosse. Quanto abbia lottato per costruire la nostra famiglia che ora è monca senza di lei».

Massimo Chinaglia, 40 anni, trattiene a fatica le lacrime dall’altra parte del telefono. Appena 24 ore prima di questa intervista, a Como, ha detto addio alla sua compagna, Deborah Vanini di appena 38 anni, che per portare al termine la gravidanza e far nascere la piccola Megan ha scelto di non curare il cancro avanzato che l’aveva colpita ai polmoni.

Chi era Deborah?
«Una persona speciale, altruista, buona. È riduttivo dire che fosse la mia metà: era il mio tutto, il mio punto di riferimento. Voglio parlare di lei perché credo che la sua storia possa essere d’ispirazione e d’insegnamento per le persone che credono che il tempo a nostra disposizione sia infinito. Ci sono casi come quello della mia Debby in cui il “domani” non c’è, casi in cui la sabbia nella tua clessidra è quasi finita e allora anche un sacrificio per un bene superiore vale la pena farlo».

Perché non ha voluto interrompere la gravidanza?
«Quando ci siamo conosciuti, 10 anni fa, sapevamo che volevamo una famiglia con dei figli. Ci abbiamo provato per due anni ma non ci riuscivamo. Poi, a febbraio scorso, il test di gravidanza che ci ha confermato che Deborah era incinta. Solo che di lì a qualche giorno siamo corsi in ospedale perché aveva dei forti dolori a una gamba. Abbiamo firmato una liberatoria per autorizzare la tac nonostante la gravidanza e così abbiamo scoperto un tumore ai polmoni al quarto stadio, le metastasi ad altri organi che erano irrimediabilmente compromessi».

Cosa è successo dopo?
«Mi ricordo quella sera, dopo l’ospedale: Debby l’ha passata con la testa appoggiata sul tavolo della cucina, in lacrime. Era terrorizzata da quello che l’aspettava. Spaventata per le scelte che doveva compiere: non sapeva cosa ne sarebbe stato della sua vita. Poi, quella frase – “Mi curerò dopo il parto” – che mi ha fatto capire che aveva già scelto. Abbiamo sperato nel miracolo, pregato. Abbiamo confidato nei farmaci che le davano per tenere a bada l’avanzamento della malattia, ma quel cancro era troppo cattivo».

Cos’ha pensato della decisione della sua compagna?
«Già, compagna… non abbiamo fatto neanche in tempo a sposarci. Le sono stato accanto perché sapevo che non potevo farle cambiare idea. Mi sono sforzato nei mesi in cui ho dormito con lei in ospedale – anche sul pavimento, se occorreva – di comprendere la sua decisione. So che il suo è stato un gesto di altruismo e di amore verso di me e verso nostra figlia. In fondo, lei sapeva che stava per morire».

Pensa mai a come sarebbe stata la vostra vita se si fosse curata?
«Tutti sanno cos’è un tumore al quarto stadio. I medici furono chiari: era inoperabile. Se avesse iniziato le cure subito, appena scoperto, avrebbe potuto vivere qualche anno in più – 4 o 5 al massimo -, invece di consumarsi in sei mesi. Ma sapeva che in quel tempo che le restava, con la chemio e il resto, una gravidanza non sarebbe mai arrivata. Per questo mi diceva sempre: “Nostra figlia avrà tutta la vita davanti, voglio che venga al mondo. Io, potrei vivere solo pochi anni ancora. Che senso avrebbe rinunciare a lei”. E così ha voluto, fino alla fine».

È stato un parto difficile?
«Non ho mai visto una sala operatoria così piena di persone: saranno state 40. Nonostante l’indecisione se farla partorire in ginecologia o in oncologia, nonostante una tromboembolia e un parto prematuro, è riuscita a godersi la piccola per due mesi, fino a 20 giorni fa. Poi un versamento pleurico e una nuova corsa in ospedale. Da lì le cose sono peggiorate ogni giorno».

Cos’ha pensato in quei momenti?
«Avevamo una bambina di un mese e mezzo a casa, la paura che Deborah potesse non farcela era grande. I medici – lo staff del Niguarda è stato fantastico – hanno cercato di prepararmi. Ma si è mai veramente pronti per una cosa del genere? Alla fine, venerdì notte mi è morta tra le braccia».

Lei adesso come sta?
«Oggi (ieri per chi legge, ndr) è il giorno più duro per me, dopo averla seppellita mi sento mutilato, perso. Ho la gioia di nostra figlia, un “pezzo” di Deborah da cullare mentre sono al telefono. Eppure vedo tutto buio intorno. Volevo diventare padre ma con Deborah al mio fianco. So di avere l’enorme responsabilità di crescere nostra figlia. Ma Debby prima di andarsene mi ha dato tutte le istruzioni, ha anche comprato vestitini, culla, lettino e giochi per i prossimi 7 anni. Aveva capito che le restava poco tempo».

Della vostra storia si è parlato molto. Non sempre in termini positivi. Cosa l’ha offesa di più?
«Più che di offesa, parlerei di mancanza di rispetto per le scelte di una persona che non si conosce. Io non voglio che qualcuno giudichi il fatto che mia figlia crescerà senza madre. Credono che non ci abbia pensato? Chi ha criticato la decisione di Deborah di non curarsi non sapeva nulla della sua malattia, dei suoi sentimenti. Del fatto che si sentisse appagata dalla vita e che per altruismo volesse lasciare a me qualcosa di lei. Una società così incattivita che l’ha giudicata senza sapere dovrebbe prendere esempio dalla sua storia».

Cosa farà adesso?
«Cercherò la forza, da qualche parte. Nella famiglia, di certo, che è l’unico sostegno che si ha nei momenti difficili. Crescerò mia figlia facendo tesoro di quello che Debby mi ha insegnato e quando sarà grande le racconterò del grande gesto d’amore che sua madre ha compiuto perché venisse al mondo».

LA MADONNA VUOLE CHE SIA CONIATA UNA MEDAGLIA

Cari amici, in occasione della ricorrenza della Medaglia Miracolosa vi presento un flash del mio pellegrinaggio a Rue de Bac a Parigi, nella cappella dell’Apparizione.

La prima apparizione è avvenuta sulla sinistra dell’altare, dal lato del Vangelo, dove si trovava la sedia del Padre Direttore. La seconda apparizione, quella del 27 Novembre 1830, è avvenuta invece alla destra dell’altare, dove ora si trova la statua della santa Vergine con gli occhi rivolti al cielo, mentre presenta a Dio il globo sormontato da una piccola croce. Mi avvicino e noto che al di sotto della statua si trova l’urna dove è sepolta santa Caterina Labouré. Qui è stata posta nel 1933, dopo la beatificazione, mentre ha trascorso ben quarantasei anni della sua vita a Reully, ignota a tutti e nell’umile servizio degli anziani. “Mentre la medaglia si diffondeva (dieci milioni in quattro anni), mentre il popolo le attribuiva il nome di  miracolosa a causa dei prodigi che operava, Caterina era introvabile. Si sapeva che esisteva in qualche posto, che era figlia della Carità, e le suore, curiose, dovevano talvolta squadrarsi o domandare per sapere che fosse. Era così comune, così calma, con un’impressione così banale di indifferenza, quando in sua presenza si parlava della suora sconosciuta, che nessuno poté smascherarla apertamente” (J. Guitton – ib).

Questa volta la Madonna appare mentre la novizia si trova in cappella con la comunità. Ma sentiamo il suo racconto che, nella sua scarna semplicità, spiega quel fenomeno stupefacente che è la diffusione della medaglia miracolosa oltre ogni limite di spazio e di tempo: “ Il 27 Novembre 1830, che era il sabato avanti la prima domenica d’Avvento, alle 5 e mezza di sera, dopo il punto della meditazione, mi è sembrato di udire del rumore, dal lato della tribuna, a fianco del quadro di san Giuseppe. La santa Vergine stava in piedi, vestita di bianco, un vestito di seta bianco-aurora fatto, come si dice, alla vergine, con maniche piatte, un velo bianco che scendeva fino in basso; al di sotto del velo ho visto i suoi capelli in bandine, al di sopra un merletto di circa tre centimetri di altezza, senza pieghe, ossia leggermente poggiato sui suoi capelli; con il volto abbastanza scoperto, i piedi appoggiati su un globo, cioè una metà di globo o almeno non mi è parsa che la metà, e poi tenendo un globo nelle mani, che rappresentava la terra, teneva le mani alzate all’altezza dello stomaco, in modo assai naturale, con gli occhi elevati al cielo.

 A questo punto il suo aspetto era tutto bellezza, non saprei dipingerlo…E poi d’un tratto ho visto degli anelli alle sue dita, rivestite di pietre preziose più belle le une delle altre, alcune più grosse ed altre più piccole, che gettavano raggi più belli gli uni degli altri. Questi raggi uscivano dalle pietre, le più grosse con raggi più grossi, sempre allargandosi, e le piccole con raggi più piccoli che si allargavano in basso, e ciò riempiva tutto il basso, non vedevo più i suoi piedi….In quel momento, mentre stavo contemplandola, la santa Vergine abbassò gli occhi guardandomi. Si udì una voce che mi disse queste parole: Questo globo che vedete rappresenta il mondo intero, particolarmente la Francia…e ogni persona in particolare….Qui non so esprimermi su ciò che ho provato e su ciò che ho notato: la bellezza e lo splendore, i raggi così belli…E’ il simbolo delle grazie che spargo sulle persone che me le chiedono. Facendomi comprendere quanto era gradito il pregare la santa Vergine e quanto ella era generosa verso le persone che la pregano….quante grazie accorda alle persone che gliele chiedono,. Quale gioia prova nel concederle….

Intorno alla santa Vergine si è formato un quadro un po’ ovale, dove in alto del quadro c’erano queste parole: O Maria concepita senza peccato prega per noi che ricorriamo a voi, scritte in lettere d’oro. Allora si fece sentire una voce che mi disse: Fate, fate battere una medaglia su questo modello; tutte le persone che la porteranno riceveranno grandi grazie portandola al collo; le grazie saranno abbondanti per le persone che la porteranno con fiducia. In quell’istante il quadro mi è sembrato rigirarsi, per cui ho visto il rovescio della medaglia. Inquieta di sapere ciò che bisognava mettere sul rovescio della medaglia, dopo molte preghiere, un giorno nella meditazione mi è sembrato intendere una voce che mi diceva: La M e i due Cuori ne dicono abbastanza”.

Queste testimonianze scritte da santa Caterina sull’apparizione e sulla medaglia, che lasciano un po’ a desiderare soprattutto per quanto riguarda la sintassi, conservano una forza di evocazione straordinaria, specialmente se si leggono e meditano mentre ci si trova nella cappella. A loro completamento aggiungiamo alcuni particolari ben conosciuti dai pellegrini più fervorosi: la precisazione che gli anelli, ornati di pietre preziose e che emanano raggi sono quindici, come i misteri del rosario (le pietre che non emanano raggi sono il simbolo delle grazie che non vengono richieste, ma che la Madonna vorrebbe dare); poi il serpente “coloro verdastro con chiazze gialle”; sul rovescio, oltre alla M e i due cuori, la croce e le dodici stelle. Un insieme di simboli che richiamano i misteri fondamentali della fede, l’incarnazione e la redenzione, oltre al posto centrale dell’Immacolata nel piano divino della salvezza. Guardo a tutta quella gente che accorre all’altare per inginocchiarsi sui tre lunghi gradini che lo precedono e che sembrano fatti apposta per rispondere all’invito della Madonna. Per loro, ricchi o poveri, colti o ignoranti, quella medaglia con i suoi simboli vale più di qualsiasi trattato di mariologia.

Prima di lasciare quel luogo straordinario di grazia, autentico angolo di paradiso sulla terra, sosto un momento in preghiera dinanzi alle urne di due campioni della carità cristiana: sulla sinistra quella di Santa Luisa de Marillac, cofondatrice con San Vincenzo de Paoli delle Figlie della carità; sulla destra quella contenente il cuore di San Vincenzo, fornace ardente d’amore per Gesù e per i fratelli, che, prima ancora delle apparizioni della santa Vergine, Caterina aveva visto vivo sovrastare la piccola urna, prima “color carne” (pace e calma), poi “rosso coloro fuoco” (amore) e infine  “rosso scuro” (sofferenza).

Finalmente mi decido, sia pure con rammarico, a uscire dalla cappella. Pochi passi e sono di nuovo in rue de Bac. La Parigi grigia e sonnolenta di un mattino di Pasqua mi accoglie indifferente. L’incanto è rotto: siamo di nuovo sulla terra. Mi guardo indietro, mentre il grosso portone di legno si chiude alle mie spalle. Lo sovrasta una statua della Madonna col bambino in braccio che dall’alto guarda, con sollecitudine materna, i passanti frettolosi, che neppure se ne accorgono.

(Padre Livio – Pellegrino a quattro ruote sulle strade d’Europa – cap. 5)

COME SI ARRIVO’ ALLA SECONDA GUERRA MONDIALE

27 Novembre 2024 ore 09:31

di Roberto de Mattei – CORRISPONDENZA ROMANA 1875

Nelle sue Memorie, Winston Churchill racconta: «Un giorno il presidente Roosevelt mi disse che stava chiedendo pubblicamente suggerimenti su come la guerra dovesse essere chiamata. Io dissi subito “la guerra non necessaria”. Non ci fu mai una guerra più facile da fermare che quella che aveva appena distrutto ciò che la guerra precedente aveva lasciato del mondo» (La Seconda guerra mondiale, Mondadori Milano 2024, p. 11). 

In realtà di tutte le guerre si può dire che sono “non necessarie”, anche se una certa ineluttabilità ne accompagna sempre le origini. Calcoli sbagliati, mosse azzardate, passioni sregolate, sono spesso alle origini dei conflitti, provocati da un dinamismo storico che ne travolge i protagonisti. Gli uomini credono di essere gli artefici della storia, ma sono solo figuranti nelle mani della Divina Provvidenza che tutto permette per i suoi fini superiori. 

Così accadde nel trentennio 1914-1945. Dopo la Prima disastrosa guerra mondiale, i vincitori imposero ai vinti una pace foriera di nuove sventure. Il Trattato di Versailles smembrò l’Austria-Ungheria, ma lasciò la Germania intatta, in modo che essa rimase un blocco omogeneo nel cuore dell’Europa. Lo storico francese Jacques Bainville osservò nel 1920: «L’opera di Bismarck e degli Hohenzollern era rispettata in ciò che aveva di essenziale. L’unità tedesca non era solo mantenuta, ma rinforzata» (Les conséquences politiques de la paix, Godefroy de Bouillon, Paris 1996 (1920), p. 31). 

La Conferenza di Parigi consolidò la Germania “repubblicanizzata”, ma allo stesso tempo la umiliò, addossando interamente ad essa la colpa dell’“aggressione” dell’agosto 1914 e stabilendo condizioni di pace punitive. Il popolo tedesco, sdegnato, si rivolse al vecchio maresciallo Hindenburg e poi a un caporale austriaco che si presentava come il vendicatore della patria mortificata. Adolf Hitler, nel Mein Kampf, aveva riassunto il suo programma nella formula «la Germania diventerà una potenza mondiale o non esisterà affatto». Per divenire una potenza mondiale, la Germania doveva rompere l’accerchiamento del paese da parte dei suoi nemici e conquistare vasti territori a est, sottraendoli alle popolazioni slave.  

Giunto attraverso regolari elezioni al potere, il 21 marzo 1933, presso la tomba di Federico il Grande a Potsdam, Hitler inaugurò il Terzo Reich nazionalsocialista. Il nuovo padrone della Germania contava di imporre alle potenze europee la ricostituzione dell’unità nazionale e l’affermazione della razza germanica in Europa e nel mondo. Per realizzare i suoi piani egli contava sull’acquiescenza dell’Occidente e sulla sua diabolica astuzia, prima ancora che su una forza militare ancora precaria. Gli Stati Uniti, da parte loro, avevano abbandonato la Società delle Nazioni per seguire, sia sotto i suoi successori repubblicani del presidente Wilson, che sotto il democratico Franklin D. Roosevelt, una politica estera di sostanziale isolazionismo. Churchill osserva: «E’ difficile stabilire un confronto tra la mancanza di discernimento del governo inglese e la debolezza del governo francese, i quali, nondimeno, rispecchiavano l’opinione dei loro parlamenti in quel disastroso periodo. E neppure gli Stati Uniti possono sfuggire alla censura della Storia (…). Essi si limitarono a guardare stupefatti i vasti mutamenti che avvenivano in Europa, immaginandosi di non doversene menomamente preoccupare» (op. cit., p. 57). 

Dopo aver ristabilito, nel 1935, il servizio militare obbligatorio in Germania, in opposizione alle clausole di Versailles, Hitler decretò, il 7 marzo 1936, la rimilitarizzazione della zona renana, anch’essa proibita dal Trattato di Pace. Churchill osserva ancora: «Poiché si era permesso a Hitler di riarmare senza che gli Alleati o le Potenze loro associate interferissero in modo attivo nei suoi piani, una Seconda guerra mondiale doveva venire considerata assai probabile, per non dire certa. Più si protraeva una decisiva prova di forza, più diminuivano le nostre possibilità, in primo luogo di frenare Hitler senza lotte cruente, in secondo luogo di uscire vittoriosi dal terribile cimento» (p. 121).

  L’anno cruciale della crisi europea fu il 1938. Dopo l’annessione dell’Austria, il 13 marzo, Hitler proclamò il diritto di autodecisione dei tedeschi incorporati nella Repubblica ceco-slovacca.

Il 29 e 30 settembre 1938 la conferenza di Monaco tra Hitler, Chamberlain, Daladier e Mussolini acconsentì alle richieste del Führer. Il premier inglese Chamberlain venne acclamato al suo ritorno a Londra come un salvatore della pace. La guerra in realtà non si allontanava, ma si avvicinava.

Hitler si convinse della sua superiorità politica e militare e alzò la posta, giocando d’azzardo. Il 15 marzo 1939 anche la Boemia e la Moravia venivano incorporate nel Reich e la Repubblica ceco-slovacca spariva dalla carta d’Europa. Il 22 marzo, la Repubblica lituana era costretta a restituire alla Germania il territorio di Memel, che aveva avuto col Trattato di Versailles. Il 28 aprile Hitler denunciava il patto decennale di non aggressione con la Polonia e chiedeva la restituzione di Danzica. Il 23 agosto la Germania nazista stipulava improvvisamente un patto di non aggressione con l’Unione Sovietica. Nel protocollo segreto aggiuntivo era prevista la spartizione della Polonia tra la Germania e la Russia, alla quale Hitler cedeva inoltre la Finlandia, l’Estonia, la Lettonia e la Polonia fino alla Vistola quali “sfere di interesse”. 

La politica estera sovietica, come quella tedesca, aveva il suo cardine, nella sindrome dell’“accerchiamento.” Stalin era convinto che le potenze occidentali volessero creare un “cordone sanitario” attorno all’unico Stato socialista per isolarlo e poi sconfiggerlo militarmente. Egli considerava dunque la guerra come necessaria. Per il dittatore comunista, osserva lo storico tedesco Andrea Hillgruber, «decisive non erano le acquisizioni territoriali bensì la volontà di non impedire la guerra, ma anzi di provocarla indirettamente, facendo assumere a Hitler il ruolo di attore che la scatena» (La distruzione dell’Europa, tr. it. Il Mulino, Bologna 1991, pp. 269-270). Hitler, da parte sua, era persuaso che né la Francia né l’Inghilterra sarebbero scese in campo per difendere la Polonia. Ma la Gran Bretagna, dopo l’occupazione di Praga, aveva abbandonato la politica di appeasement e aveva concesso la sua garanzia alla Polonia nel caso di un attacco tedesco; uguale garanzia dettero la Francia e l’Inghilterra alla Romania e alla Grecia.  Il passaggio delle due potenze occidentali da una politica remissiva a una politica intransigente fu, secondo sir Basil Liddell Hart, talmente brusco e improvviso da rendere inevitabile la guerra (Storia militare della Seconda guerra mondiale, tr. it.,Mondadori, Milano 1996, p. 8).   

Hitler, convinto fino all’ultimo di riuscire a farsi beffe degli Alleati, il 28 agosto propose di negoziare le sue richieste. Era ormai troppo tardi. All’alba del 1° settembre 1939 l’esercito tedesco invase la Polonia, ma il 3 settembre la Gran Bretagna e la Francia dichiararono guerra alla Germania. Esse avevano l’obiettivo di preservare l’indipendenza della Polonia ma, come osserva ancora Liddell Hart, dopo sei anni di guerra furono costrette ad accettare tacitamente la dominazione russa di quella nazione, contravvenendo a tutte le promesse fatte ai polacchi che avevano combattuto al loro fianco. 

 La Russia, svolse un ruolo decisivo nello scoppio della Seconda guerra mondiale, come già era avvenuto nella Prima. Forse lo Zar Nicola II non si rese conto che la Russia, decretando per prima la mobilitazione generale, il 30 luglio 1914, avviava di fatto la guerra europea; ma Stalin, firmando il patto di non aggressione con Hitler il 23 agosto 1939, era certamente consapevole di rendere inevitabile il conflitto, sollevando Hitler dal timore di una guerra su due fronti.

Oggi la situazione internazionale, dopo l’invasione russa dell’Ucraina, è satura, più di allora, di arroganza e di malizia, di viltà e di cecità politica. La storia non si ripete mai esattamente, ma è sempre maestra e guida degli eventi e ancora una volta si possono ripetere le parole «ducunt fata volentem, nolentem trahunt»: quando il mondo volta le spalle a Dio, si trova sottomesso alla legge inesorabile di un destino che non padroneggia.

IL FANTASMA DEL PATRIARCATO

27 Novembre 2024 ore 09:29

di Roberto de Mattei – CORRISPONDENZA ROMANA 1875

Il “fantasma del patriarcato” è il tema di un editoriale del quotidiano “Il Messaggero” pubblicato il 24 novembre a firma del sociologo Luca Ricolfi. Scrive Ricolfi: «Chiunque neghi l’esistenza del patriarcato viene guardato con stupefatto rimprovero, come se avesse osato negare la Shoah. La ragione è semplice: siamo stati talmente martellati dalla tesi che la violenza sulle donne dipende dalla sopravvivenza del patriarcato che, per molti, negare il patriarcato suona come negare la violenza sulle donne. Eppure, se lasciamo per un attimo gli ardori ideologici dei credenti nel patriarcato, e ci concediamo il minimo sindacale di lucidità, non possiamo non vedere le ottime ragioni dei negazionisti. Che sono tante e solidissime. La più importante è che, a parte alcune specifiche enclave (…) nelle società occidentali sono scomparsi quasi interamente i tratti distintivi delle società patriarcali: il potere dispotico del capofamiglia, il matrimonio combinato, la sottomissione dei figli (anche dei figli maschi) all’autorità genitoriale, più in generale il primato dei doveri sui diritti in quasi ogni campo della vita sociale (lavoro, famiglia, guerra). Il processo è durato secoli, ma ha avuto due impulsi fondamentali: l’ascesa del matrimonio d’amore fra Settecento e Ottocento, in epoca romantica, e le rivoluzioni libertarie e anti-autoritarie degli studenti e delle donne negli anni ’60 e ’70 del Novecento. Un aspetto fondamentale di questi processi è l’evaporazione della figura del padre, e più in generale di ogni autorità, tempestivamente annunciata da Alexander Mitscherlich con il suo libro Verso una società senza padre (Feltrinelli 1972), uscito in lingua tedesca fin dal 1963. Su questo, fra i sociologi, gli psicologi sociali e gli psicoanalisti sussistono ben pochi dubbi».

A questo punto il prof. Ricolfi pone un’ovvia domanda: come si fa a parlare di società patriarcale, quando la figura del padre è scomparsa non solo nella famiglia, ma più in generale nella società?

La risposta è questa: «l’ipotesi che dovremmo prendere seriamente in considerazione è che la violenza di cui le donne sono vittime sia semmai il risultato – controintuitivo e paradossale – della sconfitta del patriarcato. Sono sempre più numerose le voci che attirano l’attenzione sul fatto che potrebbero essere proprio le grandi conquiste di libertà e di autonomia delle donne negli ultimi 50 anni, combinate con il crescente individualismo, consumismo, ipertrofia dei diritti – tutti tratti tipici del nostro tempo – ad avere reso gli esautorati maschi sempre più aggressivi, insicuri, fragili, possessivi, e in definitiva incapaci di reggere la minima sconfitta, o di accettare un semplice rifiuto. Insomma: l’odierno maschilismo sarebbe anche una sorta di contraccolpo a conquiste delle donne per cui i maschi non erano pronti, né disposti a farsi da parte. La violenza maschile non sarebbe il segno della sopravvivenza del patriarcato, ma semmai della sua agonia, e del disordine che da quest’ultima deriva». Non c’è da stupirsi dunque di quello che Ricolfi chiama il «paradosso nordico», ovvero «il fatto – a prima vista sorprendente – che la violenza sulle donne, dagli stupri ai femminicidi, sia maggiore nei paesi più civilizzati (come quelli scandinavi) e che un paese come l’Italia, in cui il gender gap è ancora relativamente ampio, sia fra i meno insicuri del continente europeo».

E’ esattamente la conferma, proveniente da un sociologo, di quanto scrivevamo su RadioRomaLibera, un anno fa, il 2 dicembre 2023 (https://www.radioromalibera.org/perche-dobbiamo-tornare-al-patriarcato/), commentando la profonda crisi di identità, che si è avuta in seguito alla distruzione del modello sociale del patriarcato: «Il cosiddetto femminicidio non è frutto della vecchia cultura patriarcale, ma della nuova cultura anti-patriarcale, che confonde le idee, fragilizza i sentimenti, destabilizza la psiche, privata di quel sostegno naturale che, fin dalla nascita, offriva la famiglia, con suoi punti di sicurezza, paterni e materni. L’uomo è solo con i suoi incubi, le sue paure, le sue angosce, sull’orlo di un abisso: l’abisso del vuoto in cui si precipita quando si rinuncia ad essere ciò che si è, quando si abbandona la propria natura immutabile e permanente di uomo, di donna, di padre, di madre, di figlio».

«E se tutti parlano di femminicidio, – aggiungevamo – nessuno parla di un crimine ben più esteso e diffuso: quello di infanticidio, commesso ogni in giorno in Italia, in Europa e nel mondo, da padri e madri che esercitano la massima delle violenze contro il proprio figlio innocente, prima ancora che egli veda la luce». 

L’articolo di Ricolfi ha preso spunto dalla “Giornata internazionale contro la violenza sulle donne”, celebrata il 25 novembre di ogni anno. A Roma il giorno prima si è tenuta una manifestazione nazionale contro la violenza delle donne nel corso della quale sono stati scanditi slogan femministi, tra i quali “Disarmiamo il patriarcato”, ed è stata bruciata una immagine del ministro della Pubblica Istruzione Giuseppe Valditara, colpevole di aver affermato, in un videomessaggio alla presentazione alla Camera dei deputati della Fondazione dedicata a Giulia Cecchettin, che il patriarcato non esiste più in Italia e «l’incremento dei fenomeni di violenza sessuale è legato anche a forme di marginalità e di devianza in qualche modo discendenti da una immigrazione illegale». 

Invitato a commentare queste dichiarazioni alla trasmissione Piazzapulita, sul canale La7, il prof. Ricolfi ha ribadito che il patriarcato, scomparso dalla società occidentale, oggi esiste solo nelle famiglie di immigrati: Noi aggiungiamo: come grottesca e violenta caricatura islamica del modello di patriarcato cristiano e occidentale. Più che di patriarcato bisognerebbe parlare in questo caso di forme di maschilismo islamico altrettanto selvaggio del femminismo occidentale. Ringraziamo il ministro Valditara e il prof. Ricolfi, per avere rotto il silenzio del politicamente corretto, ricordando una verità che è sotto gli occhi di chiunque la voglia vedere.

Il Papa ai giovani: non “stelle per un giorno” ma testimoni dell’amore di Dio

Accuse, consensi e verità. Su queste tre parole riflette Francesco, in occasione della Giornata Mondiale della Gioventù, spronando i ragazzi a non ragionare secondo la logica del mondo ma secondo la verità di Cristo. “La storia – afferma – non la fanno i violenti, i prepotenti, gli orgogliosi”, Dio lascia liberi e non smette mai di amarci. Al termine della Messa il passaggio di consegne dai giovani portoghesi ai coreani per la prossima Gmg di Seoul nel 2027

Benedetta Capelli – Città del Vaticano

Nelle mani dei giovani coreani che prendono la croce della Gmg, al termine della Messa nella Solennità di Nostro Signore Gesù Cristo Re dell’Universo, da quelle dei ragazzi portoghesi c’è molto di più che un semplice passaggio di consegne. Ad accompagnare il momento l’icona della Madonna Salus Popoli Romani, a cui Papa Francesco è devoto. È infatti a Gesù e alla protezione della Vergine che vengono affidate le speranze, i timori e le gioie di tanti giovani in cammino verso Seoul 2027.

Teniamo gli occhi fissi su Gesù, sulla sua Croce, e su Maria, nostra Madre: così, anche nelle difficoltà, troveremo la forza di andare avanti, senza temere le accuse, senza bisogno dei consensi, con la propria dignità, con la propria sicurezza di essere salvati e di essere accompagnati dalla mamma, Maria, senza fare dei compromessi, senza maquillage spirituale. La vostra dignità non ha bisogno di essere truccata. Andiamo avanti, contenti di essere per tutti, di essere nell’amore, e essere testimoni della verità. E per favore, non perdere la gioia.

Le domande difficili

Ci sono poi le parole del Papa che, in un’omelia di padre, si fa interprete delle domande che albergano nel cuore di tanti e a cui sembra impossibile dare risposta. Parla “delle guerre, delle violenze, dei disastri ecologici”, di un futuro incerto fatto di lavori precari, di “divisioni e disparità che polarizzano la società”.  

Nessuna paura delle condanne

Si sofferma così su tre parole – le accuse, i consensi e la verità – che “possono aiutarci – spiega il Papa – a procedere con coraggio nel nostro cammino, attraverso le sfide che incontriamo”. Partendo dalle accuse che vengono mosse a Gesù, Francesco ricorda che Pilato non vuole turbamenti nella “pace militarizzata” del suo distretto e quindi accontenta gli accusatori del Messia. Attraverso questo episodio, il Papa invita i giovani a non aver paura se messi “sotto accusa” perché seguono Gesù, a non sentirsi sbagliati, a non omologarsi perché prima o poi le accuse cadranno e si riveleranno per quelle che sono, “illusioni”.

Ciò che resta, come Cristo ci insegna, è altro: sono le opere dell’amore. Questo è ciò che rimane e che rende bella la vita! Il resto non conta. L’amore concreto nelle opere. Perciò, vi ripeto: non abbiate paura delle “condanne” del mondo. Continuate ad amare! Ma ad amare alla luce del Signore, a dare la vita per aiutare gli altri.

La gratuità dell’amore che salva

La seconda parola è “consenso”.  Gesù dice che il suo regno non è di questo mondo, rifiutando così ogni logica di potere e così i giovani di oggi possono fare, non lasciandosi “contagiare dalla smania di essere visti, approvati e lodati”, lontani dalla ricerca affannosa dell’approvazione altrui che porta a “sgomitare competere, fingere, scendere a compromessi, svendere i propri ideali” e la propria dignità. “Dio vi ama così come siete, non come apparite” è infatti la gratuità dell’amore che rende felici e salva, un amore che è libertà “in armonia – dice il Papa –  con la vostra dignità”.

Non truccatevi l’anima, non truccatevi il cuore; siate come siete: sinceri, trasparenti. Non siate “stelle per un giorno” sui social o qualsiasi altro contesto.  Il cielo in cui siete chiamati a brillare è più grande: è il cielo dell’amore, è il cielo di Dio.

Il cielo di piccole luci

Francesco ricorda che il cielo di Dio è fatto di “piccole luci” che rendono forti, è “un firmamento vero in cui splendere come astri nel mondo”, riflesso di un amore che “non si compra, è gratuito, è donazione di sé stesso”.

Queste piccole luci: affetto fedele degli sposi – cosa bella -, la gioia innocente dei bambini – è una bella gioia questa! -; l’entusiasmo dei giovani, siate entusiasti tutti voi; la cura degli anziani. Una domanda: voi avete cura degli anziani? Andate a trovare i nonni? Siete generosi nella vostra vita e caritatevoli verso i poveri nell’onestà del lavoro.

La grande menzogna dell’io

La verità, l’ultima parola, passa dall’amore per Dio e i fratelli. Ci libera infatti dalla prigionia dell’io, “radice di ogni ingiustizia e infelicità”, e ci fa fiorire nella “piena dignità”. Ricordando il futuro santo Pier Giorgio Frassati e l’invito a non vivacchiare, Francesco esorta a “testimoniare la verità nella carità, amandoci come Gesù ci ha amato”.

Non è vero, come alcuni pensano, che gli eventi del mondo sono “sfuggiti” dalle mani di Dio. Non è vero che la storia la fanno i violenti, i prepotenti, gli orgogliosi. Molti mali che ci affliggono sono opera dell’uomo, inganno dal Maligno, ma tutto è sottoposto, alla fine, al giudizio di Dio.

Al cospetto di Dio

Francesco sfiora l’attualità di oggi, fatta di conflitti e violenze. Ricorda che Dio ci lascia liberi di scegliere, che non ci lascia soli e non smette mai di amarci e risollevarci.

Quelli che distruggono la gente, che fanno le guerre, come avranno la faccia quando si presenteranno davanti al Signore? “Perché hai fatto quella guerra? Perché hai ucciso?”. E loro, cosa risponderanno? Pensiamo a questo. Anche a noi, noi non facciamo la guerra, noi non uccidiamo, ma ho fatto questo, questo, questo, … Quando il Signore ci dirà: “Ma perché hai fatto questo? Perché sei stato ingiusto in questo? Perché hai speso questi soldi nella tua vanità?”. Anche a noi il Signore ci domanderà queste cose.

Maria accanto alla Croce

Infine ricordando il passaggio della croce e dell’immagine di Maria Salus Popoli Romani dai portoghesi ai coreani. Il Papa esorta a guardare a Gesù e a Maria, la madre.

Voi giovani coreani riceverete la Croce, il Signore, la Croce di vita, il segnale di vittoria, ma non da sola. La riceverete con la mamma. È Maria ad accompagnarci sempre verso Gesù; è Maria che nei momenti difficili è accanto alla Croce nostra per aiutarci, perché Lei è Madre, Lei è mamma. È la nostra mamma. Pensate a Maria.

La certezza dell’amore invincibile di Dio

Poco prima del passaggio della Croce e dell’icona di Maria, simboli che “vennero affidati ai giovani da San Giovanni Paolo II perché li portassero in tutto il mondo”, Francesco ha rivolto un pensiero ai ragazzi anche alle vittime delle guerre: 

E voi, cari giovani coreani, adesso tocca a voi! Portando la Croce in Asia voi annuncerete a tutti l’amore di Cristo. Abbiate coraggio! Abbiate il coraggio di testimoniare la speranza di cui abbiamo più che mai bisogno oggi. Là, dove passeranno questi simboli, possano crescere la certezza dell’amore invincibile di Dio e la fratellanza tra i popoli. E per tutti i giovani vittime dei conflitti e delle guerre, la Croce del Signore e l’icona di Maria Santissima, siano sostegno e consolazione.

SOLENNITA’ DI CRISTO RE DELL’UNIVERSO

«Allora Pilato gli disse: Dunque tu sei re? Rispose Gesù: Tu lo dici. Io sono re» (Gv 18, 37). La risposta che Nostro Signore diede a Pilato risuona oggi nella solennità di Cristo Re dell’Universo, introdotta da Pio XI con l’enciclica Quas Primas dell’11 dicembre 1925 per ricordare la regalità di Dio Figlio sulla storia e porre rimedio a un male che già allora affliggeva la società: il laicismo. «Ora, se comandiamo che Cristo Re venga venerato da tutti i cattolici del mondo, con ciò Noi provvederemo alle necessità dei tempi presenti, apportando un rimedio efficacissimo a quella peste che pervade l’umana società», scriveva papa Ratti, esplicitando subito dopo: «La peste dell’età nostra è il così detto laicismo coi suoi errori e i suoi empi incentivi».

Era l’epoca in cui sorgevano i totalitarismi atei (il comunismo) e neopagani (il nazismo), responsabili insieme di oltre cento milioni di morti e miranti a eliminare il cristianesimo. In Messico, nello stesso frangente storico, si consumava la tragedia dei cristeros perseguitati dal governo massonico.

All’espulsione di Dio dalla sfera pubblica si era arrivati gradualmente, sull’onda dell’Illuminismo ispiratore della Rivoluzione francese e di altre ideologie (che oggi continuano a proliferare, magari trasformate). Il loro elemento comune era la pretesa di poter fare a meno di Cristo. Consapevole delle radici del laicismo, Pio XI ricordava lucidamente che «tale empietà non maturò in un solo giorno ma da gran tempo covava nelle viscere della società. Infatti si cominciò a negare l’impero di Cristo su tutte le genti; si negò alla Chiesa il diritto – che scaturisce dal diritto di Gesù Cristo – di ammaestrare, cioè, le genti, di far leggi, di governare i popoli per condurli all’eterna felicità. E a poco a poco la religione cristiana fu uguagliata con altre religioni false […]; quindi la si sottomise al potere civile e fu lasciata quasi all’arbitrio dei principi e dei magistrati».

La solennità di Cristo Re viene celebrata l’ultima domenica dell’anno liturgico nella forma ordinaria del Rito Romano. La sua istituzione aveva ricevuto un grande impulso già nel 1899, quando Leone XIII, con l’enciclica Annum Sacrum, stabilì la consacrazione dell’umanità al Sacro Cuore di Gesù, e fu presentata una petizione di 49 vescovi per istituire una festa liturgica. A riprova di quanto fosse sentita nel popolo di Dio l’urgenza di onorare la regalità di Cristo, una seconda supplica fu presentata a Pio XI all’inizio del suo pontificato. La terza e definitiva petizione venne sottoscritta da 340 tra cardinali, vescovi e superiori generali, sostenuta da 200 congregazioni e ordini religiosi, 12 università cattoliche e centinaia di migliaia di fedeli in tutto il mondo.

Era un popolo cosciente che solo riconoscendo i diritti regali di Cristo, principio e fine ultimo di tutte le cose, può edificarsi non solo il cuore dell’uomo ma l’intera società. La quale è chiamata a obbedire innanzitutto alla legge del suo Creatore se vuole che in essa regnino giustizia e vera pace. Il venir meno del principio di autorità, spiegava Pio XI, nasce proprio dall’aver allontanato il Redentore «dalle leggi e dalla società […]. Dal che è derivato un generale turbamento della società». Da un lato, il pontefice rimarcava che siamo in attesa del Regno dei Cieli, dove entreranno gli uomini che nella penitenza e nell’accettazione della croce faranno la volontà di Dio («Questo Regno è opposto unicamente al regno di Satana»). Dall’altro, affermava che «sbaglierebbe gravemente chi togliesse a Cristo Uomo il potere su tutte le cose temporali» e ammoniva le nazioni sul dovere di venerare pubblicamente Cristo, perché «è Lui solo l’autore della prosperità e della vera felicità sia per i singoli sia per gli Stati»

Ermes Dovico – la Nuova Bussola

L’improbabile fine della guerra della Russia

di Stefano Caprio – 24 Novembre 2025

Si moltiplicano proposte e ipotesi sulla conclusione del conflitto. ma per Putin le possibili trattative con Trump sarebbero soltanto una fase intermedia di un processo da proseguire. Mentre per gli ucraini la situazione si fa sempre più drammatica non solo per le incertezze degli aiuti occidentali ma anche per la sempre minore partecipazione dei cittadini alle azioni di difesa.

Dopo l’elezione di Donald Trump a presidente degli Stati Uniti, l’evento che ha concluso per quest’anno la “guerra mondiale elettorale”, una delle varianti della guerra ibrida della politica e della propaganda, ora si moltiplicano le proposte e le ipotesi sulla conclusione della guerra sul campo dell’Ucraina e della Russia. Quanto Vladimir Putin sia disposto ad accettare una soluzione attraverso trattative di pace, o al contrario portando gli scontri a un livello sempre più elevato e distruttivo, è materia di non facile comprensione nel corso degli eventi degli ultimi giorni.

L’uso delle armi americane a lunga gittata da parte degli ucraini ha provocato l’approvazione della “nuova dottrina sulle armi nucleari” da parte di Putin, una dottrina che si può condensare in una sola frase: “faremo fuori tutti gli ucraini e i loro alleati”, rafforzata dalla dimostrazione con un “missile ipersonico” lanciato sulla città di Dnipro, uno dei giocattoli preferiti dello zar, anche se privo della testata nucleare.

Si capisce bene quanto queste minacce rimangano nell’ambito della retorica bellica, mentre da inizio novembre Putin non mette più fuori il naso dal suo bunker. Il Cremlino ripete di essere pronto a iniziare le trattative a condizione che gli ucraini lascino i territori occupati nella regione di Kursk, mentre Zelenskyj ripete che proprio l’attacco a Kursk è la garanzia dell’inizio delle trattative, che entrambe le parti intendono condurre da una “posizione di forza”.

In effetti dopo l’attacco a sorpresa in territorio russo, la controffensiva di Putin è stata molto decisa e violenta, con l’aiuto del battaglione Akhmat dei volontari ceceni e l’arrivo di migliaia di soldati dalla Corea del nord. Eppure, nonostante tre impetuose ondate di assalti agli ucraini, i russi non sono ancora riusciti a riconquistare del tutto la regione di Kursk, dove le forze ucraine controllano ancora un’area di circa 600 chilometri quadrati, e mentre prima Putin pretendeva la consegna dell’intero territorio delle regioni occupate in Ucraina di Kherson e Zaporižja, ora ripete che le trattative inizieranno solo con la liberazione di Kursk. D’altra parte, da Mosca si intensificano gli attacchi missilistici anche con gli Shahed iraniani contro le principali città dell’Ucraina, a Kiev, Kharkov e Odessa, quindi la pace sembra ogni giorno meno probabile.

L’offensiva continua a pieno regime anche nel Donbass, con l’esercito russo a un passo dalla conquista dell’ennesimo “punto strategico” di Kurakhovo, che darebbe accesso a una delle città più importante della regione di Donetsk ancora dalla parte ucraina, quella di Pokrovsk. Fino al 2016 questo capoluogo di provincia si chiamava Krasnoarmijsk, in onore dell’Armata Rossa, come i russi vorrebbero che tornasse a essere nominata dopo la “liberazione”.

Da qui le armate di Mosca potrebbero cercare di sfondare anche in un’altra regione ucraina, quella di Dnepropetrovsk, rilanciando il progetto di “de-nazificare” e conquistare l’intera Malorossija, con grandi entusiasmi di tutti i propagandisti russi che parlano dell’ormai inevitabile crollo dell’Ucraina, che verrà abbandonata anche dagli alleati occidentali.

La situazione per gli ucraini diventa sempre più drammatica non solo per le incertezze degli aiuti occidentali e l’incognita delle scelte future di Trump, ma anche per la sempre minore partecipazione dei cittadini alle azioni di difesa, con quasi diecimila diserzioni di soldati fuggiti dal campo di battaglia negli ultimi mesi. Il giornalista ucraino Vladimir Bojko parla di 93.500 persone sotto inchiesta per diserzione dall’inizio dell’invasione russa nel 2022. L’industria bellica russa è stata riorganizzata negli ultimi sei mesi, da quando a guidare il ministero della difesa è stato messo l’economista Andrej Belousov, e si calcola che nel prossimo anno Mosca sarà in grado di produrre il 30% in più di munizioni d’artiglieria rispetto a tutti i Paesi della Ue messi insieme, come ha ricordato anche il ministro degli esteri ucraino Andrej Sibiga nel recente incontro a Kiev con Joseph Borrel.

La fine della guerra, nelle intenzioni di Putin, può essere solo la fine dell’Ucraina, e le possibili trattative con Trump sarebbero soltanto una fase intermedia di un processo da proseguire in seguito, anche senza prevedere una conclusione, come “guerra perpetua” verso l’intero Occidente.

 In questo gioca un fattore molto importante proprio la direzione del settore della difesa da parte del ministro “ortodosso-patriottico” Belousov, che è subentrato all’eterno Sergej Šojgu, al governo dai tempi di Eltsin e oggi segretario del Consiglio di sicurezza, mentre tutti i suoi sodali del ministero da lui retto per un ventennio sono oggi in prigione per corruzione e malversazioni varie.

Belousov in realtà si occupava di questioni militari fin dall’inizio dell’invasione in Ucraina, quando era vice-premier per l’economia e conduceva stress-test per capire come contrastare le inevitabili sanzioni occidentali, cercando di orientare l’economia russa in una direzione bellica globale. Anche prima, fin dal 2013 come documenta il centro Dossier, si occupava di “diverse questioni legate agli armamenti in linea amministrativa”, e assisteva le operazioni della compagnia Wagner di Evgenij Prigožin. Ora il ministro viene accostato a figure storiche come il generalissimo Aleksandr Suvorov, che aprì la strada alla vittoria russa contro Napoleone, o in alternativa al primo ministro degli inizi del Novecento Petr Stolypin, colui che indicò la strada delle “riforme patriottiche” anche a Mussolini e Hitler, e perfino all’eroe americano della resistenza a ogni potere John Rambo, fino a meritarsi la nomea russificata di Rambovič.

Il nuovo ministro ha operato il grande “repulisti” del ministero russo della difesa a partire dall’arresto ad aprile dell’ex-vice ministro, Timur Ivanov, aprendo un’indagine che ha già coinvolto più di una ventina di funzionari di massimo livello. Al loro posto ha nominato figure piuttosto impreviste per il settore della difesa, provenienti per lo più da varie strutture dell’amministrazione statale, e sistemando come segretaria generale del ministero la nipote di Putin, Anna Tsivileva, esponente privilegiata della classe dei grandi oligarchi russi. Tsivileva guida dal 2023 anche la fondazione dei “Difensori della Patria”, creata su indicazione dello zio-zar Putin per sostenere i partecipanti alla operazione militare speciale in Ucraina.

Dallo scorso giugno Belousov ha cominciato a mostrarsi in uniforme militare alle riunioni del Comitato di sicurezza, con somiglianza affettata a quella dei generali, e il Cremlino ha dovuto chiarire che “il grado civile del consigliere statale di prima classe viene equiparato a quello dei generali dell’esercito”.

Uno dei paradossi della guerra è che il ministro ha diversi parenti che vivono a Kiev, dove è sepolto un suo zio, il generale dell’esercito ucraino Aleksandr Belousov. Tra i parenti russo-ucraini non c’è comunicazione, se non per le bombe che la Russia continua a gettare sulle case dei parenti del proprio ministro della difesa. Del resto, anche il capo di Stato maggiore dell’esercito ucraino, Aleksandr Syrskij, ha tutta la sua parentela in Russia nella città di Vladimir, che per ora non è stata toccata da bombe ucraine. Pare che il ministero russo della Difesa stia preparando un piano per la suddivisione dei territori dell’Ucraina entro il 2045, con un parte russa, una filo-russa e una “in bilico”.

Ora la Duma di Mosca ha approvato il bilancio preventivo per gli anni 2025-2027, aumentando ulteriormente le spese per la guerra, che già superano il 40% (oltre 120 miliardi di dollari), e soprattutto raddoppiando i fondi destinati ai “Difensori della Patria” della Tsivileva, per coprire tutte le necessità dei soldati al fronte e delle loro famiglie, e anche dei veterani che tornano a casa per diventare le nuove guide del Paese, da istruire per ricoprire ruoli dirigenziali nelle amministrazione regionali e federali. Non importa che i prezzi dei generi alimentari aumentino del 20%, i servizi comunali del 10%, la benzina del 5%; crescono i prelievi fiscali sugli utili, per le piccole e medie aziende, per l’estrazione del gas, del petrolio e del carbone, sugli alcolici, sulle sigarette e le bevande zuccherate.

Un terzo di tutto il bilancio della Russia è sempre affidato all’esportazione di gas e petrolio, vendendo quest’ultimo almeno a 70 dollari al barile, ciò che sarà sempre più difficile per l’aumento della produzione petrolifera degli altri Paesi, che farà scendere il prezzo fino a 40 dollari. La guerra costa sempre di più alla Russia, con un’inflazione galoppante che costringe ad alzare tutti i tassi di interesse e i parametri del costo della vita, e sembrerebbe logico trovare una soluzione per fermare questa folle corsa verso l’autodistruzione dell’economia e della società.

 La Russia però non è mai in grado di fermarsi, fare una sosta o tornare indietro, negli spazi sconfinati della tajga per raggiungere un confine inesistente: andrà avanti ancora, in un modo o nell’altro, con Trump o senza Trump, per trovare la sua Ucraina, anche a costo di perdere la sua anima.

Putin e la nuova dottrina nucleare: per usare l’atomica ora basta una «minaccia critica» a Russia o Bielorussia

di Marco Imarisio – 19 Novembre 2024

La nuova dottrina sostituisce quella del 2020, la quale a sua volta riscriveva quella del 2010. Confermato il principio secondo cui la Russia può usare l’atomica in risposta a un attacco contro sé stessa o la Bielorussia

Tutto come previsto. Ma con una scelta di tempo che meno casuale di così non potrebbe essere. Con la firma del decreto numero 991, «Le basi della politica statale nel campo della deterrenza nucleare», Vladimir Putin parla senza dire una parola. Lascia capire, senza esporsi in modo diretto. Il suo portavoce lo aveva aveva fatto intuire nei giorni scorsi, che il presidente non avrebbe commentato una notizia non confermata da fonti dirette com’era quella del via libera della Casa Bianca all’uso di armi a lunga gittata in territorio russo da parte dell’esercito ucraino.

La nuova dottrina, che sostituisce quella del 2020 la quale a sua volta riscriveva quella del 2010, era stata annunciata all’inizio della scorsa primavera, durante uno dei tanti momenti di alta tensione con l’Occidente. Per essere poi lasciata in naftalina. Fino a martedì mattina. Sette pagine in tutto, e una premessa benevola. «La Federazione Russa considera l’arma nucleare come uno strumento di deterrenza il cui uso è una misura estrema e obbligata, e intraprende tutti gli sforzi necessari per diminuire la minaccia nucleare e scongiurare un inasprimento dei rapporti interstatali capace di provocare conflitti militari compresi quelli nucleari».

Ma dopo le buone intenzioni, ecco le novità, che poi tali non sono, in quanto già ampiamente anticipate a mezzo stampa, come avvenne lo scorso 12 settembre. «In seguito all’insorgere di nuovi rischi e pericoli militari per la Russia», così spiega la Tass, l’agenzia di Stato incaricata di rendere note e spiegare le leggi appena approvate dal Cremlino, viene confermato il principio secondo cui la Russia può usare l’atomica in risposta a un attacco contro sé stessa o la Bielorussia, avvenuto con l’impiego di armi convenzionali, a patto che minacci la sovranità e l’integrità territoriale. Mentre prima si parlava di «minaccia all’esistenza stessa dello Stato», qui la soglia dell’asticella viene abbassata fino a una più generica e sindacabile «minaccia critica».

A partire dal giorno della firma, quindi con effetto immediato, l’aggressione di qualunque Stato appartenente a una coalizione militare contro la Russia e i suoi alleati, viene considerata come un’aggressione della coalizione intera. Anche un attacco da parte di uno Stato non-nucleare, vedi alla voce Ucraina, con la partecipazione o con il sostegno di uno Stato nucleare sarà considerato come un attacco congiunto e quindi passibile di una risposta nucleare. 

La risposta atomica è possibile anche in caso di «informazione veritiera» riguardo un lancio di missili balistici contro la Russia o su suoi obiettivi militari ubicati fuori dai suoi confini, e pure in presenza di «un’informazione attendibile» sul lancio o sul decollo in massa di «mezzi di attacco aereo» in territorio russo.

Il semplice dispiegamento da parte dell’avversario potenziale di sistemi e mezzi della difesa antimissilistica, di armi ipersoniche ad alta precisione, e di droni d’urto, può invece autorizzare il Cremlino a far scattare una eventuale deterrenza nucleare. Così come da oggi potrebbe essere sufficiente a raggiungere lo stato d’allerta nucleare anche la semplice progettazione e lo svolgimento di grosse manovre militari in vicinanza ai confini della Russia e «la formazione o l’allargamento delle coalizioni militari esistenti che avvicinano la loro infrastruttura alla Russia».

Il messaggio è chiaro. Più che i contenuti, conta il momento. Putin conosce bene qual è la grande paura dell’Occidente e di tutto il mondo. Il presidente sa anche che si tratta di una partita che non può permettersi di giocare, una sfida al rialzo per la quale, ammesso e non concesso che ci stia davvero pensando, gli mancano le risorse. Ma la scelta di sbrinare un decreto che era evidentemente pronto da mesi non è solo rivolta al mondo esterno. Dopo la notizia non ufficiale giunta venerdì dagli Usa, l’opinione pubblica russa, soprattutto quella televisiva, ha subito gonfiato i muscoli dell’orgoglio nazionale. 

I talk show serali del lunedì hanno toccato vette altissime. «Non è difficile intuire la nostra risposta se le indiscrezioni che giungono dall’America dovessero diventare realtà» ha detto un esperto militare sul primo canale di Stato, mostrando una cartina con tutte le capitali e luoghi sensibili d’Europa potenzialmente raggiungibili dai missili del suo Paese, per poi concentrarsi sul «nemico principale», ovvero il Regno Unito. «Bastano tre missili ben piazzati e l’intera civiltà britannica crollerà e sarà distrutta per sempre».

Non importa se i pochi media più avveduti e le persone con reale conoscenza delle intenzioni di Putin e del suo circolo ristretto continuano a escludere il ricorso all’arma totale. Questa è l’aria che tira e che viene fatta soffiare in Russia, come conseguenza di una propaganda che negli ultimi anni ha sempre più veicolato messaggi di natura ultranazionalistica, spesso andando oltre le intenzioni originarie. Putin non poteva parlare, ma doveva dare una risposta.

«L’uso dei missili dell’Alleanza può essere ora qualificato come aggressione dei Paesi del blocco contro la Russia. In questo caso sorge il diritto di assestare un colpo di risposta con l’arma di sterminio di massa su Kiev e sui principali obiettivi della Nato ovunque si trovino. E questa è già la Terza Guerra Mondiale. Forse il vecchio Biden ha deciso davvero di lasciare la vita in bella maniera portandosi dietro una buona parte dell’umanità». Firmato Dmitry Medvedev, uno dei pochi politici ad avere commentato finora il nuovo trattato firmato dal Cremlino, l’ex enfant prodige della politica russa che all’estero gode ancora di ampia visibilità proprio in virtù delle sue invettive senza freni. La doppia narrazione andrà avanti a lungo, anche in Russia. Con i cavalieri dell’Apocalisse sempre in prima fila.

Ucraina, Anne Applebaum: «Non si tratta solo di cedere regioni. Lo zar vuole la fine dell’Ucraina»

di Lorenzo Cremonesi, inviato a Kiev- Corriere della Sera – 17 Novembre 2024

Per la studiosa polacco-americana, esperta di Russia ed Europa orientale, dal giorno delle elezioni americane Mosca ha moltiplicato le offensive contro l’Ucraina

DAL NOSTRO INVIATO
KIEV – «Chi fermerà l’aggressione di Putin?

Tengo a porre la questione in termini concreti. Perché il nocciolo del problema non è convincere gli ucraini a smettere di combattere, ma piuttosto persuadere i russi a farlo». Anne Applebaum esordisce così nella nostra intervista. La nota studiosa polacco-americana, esperta di Russia ed Europa orientale, ci risponde per telefono da Vienna.

Trump promette di porre fine alla guerra velocemente. Il Cancelliere Scholz telefona a Putin. Siamo all’inizio dei negoziati?
«A me preoccupata che tanti parlino di convincere gli ucraini a smettere di sparare, quando nella realtà sono i russi che continuano ad attaccare. Dal giorno delle elezioni americane, Mosca ha moltiplicato le offensive e incrementato i raid di droni, missili e aerei: stanno provando come non mai a lanciare blitz nella regione di Kursk e nel Donbass. Putin ha concentrato nuove truppe e armamenti di rincalzo proprio con questo obbiettivo». 

Però?
«Purtroppo non ho ancora sentito nessun leader alleato affermare nello specifico che occorre costringere i russi a bloccare l’aggressione. Non da Trump, non da Scholz o altri. Sono in tanti a parlare della necessità di avviare i negoziati, di contattare personalmente Putin. Si dice: magari l’Ucraina rinuncerà a questo o quell’altro pezzo del suo territorio. Bene! Magari finirà così. Però intanto si dimentica che in verità Putin non ha mai rinunciato al suo obbiettivo principale, che è quello di distruggere l’Ucraina come Stato sovrano, rimuoverla dalla mappa geografica. E non si arrenderà».

Dunque, non è cambiato nulla dall’invasione ordinata da Putin mille giorni fa?
«Qualsiasi processo negoziale che non porti alla preservazione dello Stato ucraino e non ne garantisca la sicurezza contro ogni possibile futuro assalto russo sarà soltanto una soluzione temporanea. Onestamente, non ho capito di quale soluzione stiano parlando tra Scholz e Putin».

Come finire la guerra?
«Ci sono vari modi. Si può vincere sui campi di battaglia, ma l’amministrazione Biden non l’ha favorito. Possiamo imporre più sanzioni, con un embargo rafforzato sull’export energetico russo e per esempio facilitando gli attacchi ucraini contro i porti, i gasdotti e oleodotti. Possiamo anche lavorare con le opposizioni interne alla Russia. Oppure offrire la carota di accordi economici particolarmente vantaggiosi. Il punto è come fare per costringere i russi a ritirarsi. Sino ad ora tutti coloro che parlano di negoziati mi sembrano irrealistici. La questione non è se l’Ucraina può rinunciare o meno al Donetsk. Piuttosto si tratta di capire se alla fine del negoziato l’Ucraina potrà ancora esistere come Stato funzionante, capace di stare sulle sue gambe. Perché, se si arriva a qualche forma di accordo che lasci l’Ucraina debole e instabile, sarebbe una catastrofe: la Russia attaccherà ancora e tutti si volteranno dall’altra parte. Ogni tanto sentiamo qualche fedele di Trump ripetere che basta tagliare alcuni pezzi di Ucraina e tutto andrà bene: non sanno di cosa parlano, sarebbe il collasso».

Non c’è alcun piano di pace?
«Non lo vedo. Non credo che si sappia di cosa si sta trattando e non credo lo sappiano neppure coloro che parlano di piani di pace nel circolo di Trump. Prima delle elezioni figure come l’ex Segretario di Stato repubblicano Mike Pompeo avevano accennato alla possibilità di aumentare gli aiuti militari per Zelensky, ma adesso non più. Se mandassimo mille aerei o quadruplicassimo l’invio delle artiglierie magari potrebbe funzionare, però non è all’ordine del giorno». 

Cosa può fare Bruxelles?
«L’Europa necessita di elaborare subito, adesso, la sua politica indipendente di aiuti all’Ucraina. Polonia, Francia, Germania, Italia, Scandinavia, Paesi Baltici e tutti gli altri devono riunirsi immediatamente ed elaborare un piano comune. L’Europa e in particolare voi italiani dovreste capire che, se la guerra finisce male e l’Ucraina verrà distrutta, voi non avrete risparmiato, anzi, poi fermare la Russia sarà molto ma molto più costoso. Le vostre spese per la sicurezza saranno immense, i rischi infinitamente più gravi. Cresceranno i piani russi di sabotaggio, assassinii mirati, guerra informatica, interferenze politiche, economiche. Non ci sarà alcuna soluzione del problema se permetterete il collasso dell’Ucraina».

Ma l’Europa è divisa e poco armata, non penserà che possa sostituirsi agli Stati Uniti, vero?
«Lo so bene. Però alcuni Paesi europei come la Polonia, gli Stati baltici, la Scandinavia, la Finlandia, la Svezia hanno ben chiara la gravità della minaccia russa e faranno del loro meglio per agire, magari anche l’Italia».

La premier Meloni parla di continuare gli aiuti a Kiev…
«Sì, ma dice anche che si deve lavorare per finire la guerra e allora occorre che avvenga in modo che la situazione non peggiori».

Qualche ucraino ottimista sostiene che Trump fallirà con Putin, non riuscirà a portare la pace, e allora diventerà molto più falco interventista di Biden…
«Non lo so. Neppure Trump oggi sa cosa farà domani, non sa cosa succede sul terreno, non ha piani precisi e nessuno ne ha tra la sua cerchia. Forse Marco Rubio ha qualche vaga idea».

Crede che se Zelensky sotto la pressione alleata facesse troppe concessioni a Putin rischierebbe una rivolta interna?
«Certamente è un rischio reale e va tenuto in considerazione. Zelensky deve tenere conto che esiste una cospicua parte della popolazione ucraina e delle sue forze combattenti contraria al compromesso territoriale con la Russia». 

Quali segnali arrivano da Putin?
«Nessun segnale incoraggiante. Possiamo però notare che Putin a sua volta deve fronteggiare gravissimi problemi interni. L’economia e l’inflazione peggiorano di giorno in giorno. Ha interi settori della sua economia paralizzati. Aveva promesso che la guerra sarebbe finita in tre giorni e sta arrivando al terzo anno: nulla lascia credere che la gente sostenga l’impegno militare. Tutt’altro. Versa enormi salari ai soldati per motivarli, tanti vanno al fronte soltanto per potere pagare l’affitto. Gli mancano uomini e deve chiedere aiuto alla Corea del Nord. Per gli alleati questo è il momento di attaccare, non cedere».

Zelensky insiste sul pericolo nordcoreano, ma sembra poco ascoltato dagli alleati, concorda?
«No, viene ascoltato. Probabilmente siamo stati tutti distratti dalle elezioni americane, ma certamente il problema è ben chiaro nel fronte Nato. Credo che nei prossimi due mesi arriveranno nuove armi americane e potrebbero colpire nel profondo delle regioni russe».

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