"VI SUPPLICO: CONVERTITEVI!" (REGINA DELLA PACE-MEDJUGORJE)

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UN NUOVO APOCALITTISMO

Negli ultimi anni la Russia ha visto emergere una nuova ideologia pseudoreligiosa, gravida dei più grandi pericoli spirituali e dei più gravi sconvolgimenti politici, sia per il paese che per l’umanità

Cari amici,

un nostro ascoltatore mi ha inviato un articolo di uno studioso russo-americano, Michail Epstejn, che sintetizza in modo chiaro la deriva preoccupante della Chiesa russa ortodossa verso un apocalittismo della morte globale. Questo panorama da brividi ci aiuta a capire perché la Regina della pace è qui da così tanto tempo per salvare il mondo dalla catastrofe che le potenze del male stanno preparando.

UN NUOVO APOCALITTISMO – Michail Epstejn – 8 Agosto 2024

Dove sta andando la Chiesa ortodossa russa? L’analisi profonda e scioccante di un noto pensatore russo apre degli spiragli. Non è indifferente per noi cercare di decifrare il groviglio di ideologie e pulsioni che oggi pretende di parlare a nome dell’ortodossia russa.

Dopo la cerimonia di investitura di Vladimir Putin il patriarca Kirill, nel porgergli gli auguri nella cattedrale dell’Annunciazione del Cremlino, ha pronunciato una frase misteriosa: «Oserei addirittura dire: ci conceda Dio che la fine del secolo coincida anche con la fine della sua permanenza al potere. Lei ha tutto ciò che le serve per svolgere per molto tempo ancora e con successo questo grande compito al servizio della patria».

Della fine di quale secolo ci parla qui il patriarca? E perché lui stesso ammette che il suo augurio ha un che di audace?

Negli ultimi anni la Russia ha visto emergere una nuova ideologia pseudoreligiosa, gravida dei più grandi pericoli spirituali e dei più gravi sconvolgimenti politici, sia per il paese che per l’umanità. Ha adottato sia l’ortodossia di Stato che il culto pagano della terra, sia l’odio eurasiatico per l’Occidente che i tratti dell’ideologia nazista e i culti arcaici della guerra e del regno dei morti.

È una sorta di apocalittismo sui generis che assume gli aspetti più tenebrosi dello gnosticismo e maledice tutto ciò che esiste in quanto «immerso nel male». Di qui l’aspirazione a consegnare il mondo intero a un fuoco purificatore che porti, per mano dell’uomo, a una fine del mondo la cui forza distruttrice sarebbe affidata alla potenza delle armi nucleari.

Nella sua Idea russa (1946), Berdjaev scriveva: «Noi, russi, siamo apocalittici o nichilisti. Siamo apocalittici o nichilisti perché siamo tesi verso il fine ultimo e fatichiamo a comprendere la gradualità del processo storico, siamo ostili alla forma pura. (…) Nell’ortodossia si espresse più di ogni altra cosa l’aspetto escatologico del cristianesimo. Anche nel nichilismo russo si possono distinguere elementi ascetici ed escatologici. Il nostro è il popolo del fine ultimo, non dello stadio intermedio del processo storico».

L’odio per la materia

In effetti, come atteggiamento spirituale, nichilismo e apocalittismo sono le due facce della stessa e identica medaglia: la negazione di qualsiasi valore di questo mondo e l’attesa, o anche il desiderio febbrile della sua fine più rapida possibile.

In questo nuovo apocalittismo ci sono diversi elementi: religiosi, nazionalisti e politici. Innanzitutto, ci sono le dottrine gnostiche nate dalle idee occultiste e settarie dei primi secoli del cristianesimo e del Medioevo. In Russia, esse sono al centro delle idee dei Vecchi Credenti, secondo cui il mondo è già preda dell’Anticristo e deve quindi essere distrutto per accelerare il ritorno di Cristo.

Nell’era post-sovietica, stringendo una nuova alleanza con lo Stato, la Chiesa ortodossa russa ha iniziato ad agire come un suo strumento, come un’istituzione «patriottica», alla stregua dell’esercito o della Guardia Nazionale. Per un certo periodo, questo non ha impedito all’ortodossia russa di continuare a essere parte della Chiesa universale. Ma nel 2018, dopo che il patriarcato ecumenico di Costantinopoli ha riconosciuto l’autocefalia della Chiesa ucraina, la Chiesa ortodossa russa ha virato bruscamente verso lo scisma, ha deciso di separarsi dall’ortodossia universale ed è diventata, nello spirito e secondo la lettera della legge, una Chiesa «vecchio-credente».

La Chiesa ortodossa russa si è allontanata dalle riforme di Nikon del XVII secolo, che avevano avvicinato l’ortodossia russa a quella greca, e quindi ha smesso di essere «greco-cattolica» o «greco-russa» come spesso veniva ufficialmente chiamata. Il 16 ottobre 2018, il Sinodo della Chiesa ortodossa russa ha deciso di recidere ogni legame di comunione eucaristica con il patriarcato di Costantinopoli.

Ormai ad essere in preda del male e ad essersi alleato con l’Anticristo non è più soltanto l’Occidente cattolico-protestante, ma anche il mondo ortodosso contemporaneo e, innanzitutto, il «fraterno mondo ucraino». La Chiesa russa, che nell’XI secolo, insieme a tutta la Chiesa bizantina, si era allontanata dal cristianesimo occidentale, mille anni dopo, nel XXI secolo, sotto i nostri occhi, si è allontanata anche dai fratelli ortodossi dell’Occidente e si è messa sulla strada di un ulteriore scisma, cioè sulla strada di una sorta di suicidio della fede.

Poi, d’altra parte, sono seguiti dei passi altrettanto pesanti. Già nel 1872, un Concilio ortodosso tenutosi a Costantinopoli aveva condannato l’eresia «etnofiletista» come una forma di razzismo o tribalismo ecclesiastico, in quanto subordinava gli interessi della Chiesa nel suo complesso agli interessi politici nazionali di un determinato gruppo etnico. Ed anche allora era chiaro che l’ortodossia russa era preda dell’idea di una subordinazione della religione agli interessi dello Stato. Centocinquant’anni dopo, nel 2022, mentre infuriava la guerra della Russia con l’Ucraina, il patriarca ecumenico Bartolomeo, nel suo discorso programmatico alla conferenza internazionale. Per un mondo ragionevolmente aperto, ha sottolineato il pericolo rappresentato per tutto il mondo da questa eresia e dalla politica scismatica della Chiesa ortodossa russa.

Dopo la caduta del comunismo, ha detto, «la fede è stata di nuovo utilizzata a scopi ideologici. La Chiesa ortodossa russa si è schierata con il regime del presidente Vladimir Putin, in particolare dopo l’elezione di Sua Beatitudine il patriarca Kirill nel 2009. Essa svolge un ruolo attivo nella promozione dell’ideologia del Russkij Mir. (…) Questa ideologia è lo strumento di legittimazione dell’espansionismo russo e il fondamento della sua strategia euroasiatica. Il legame tra il passato dell’etnofiletismo e il presente del “mondo russo” è evidente. La fede diventa in tal modo il fondamento stesso dell’ideologia del regime di Putin».

Il patriarca ecumenico ha così descritto l’indole scismatica dell’attuale Chiesa ortodossa russa, trasformatasi in una setta nazionalista nel quadro di uno Stato caratterizzato da una politica di grande potenza. Ora, allo statalismo dell’ortodossia russa si è aggiunto pure un militarismo non solo di natura politica, ma anche apocalittica, in quanto la Chiesa invita i suoi fedeli non solo a morire per la patria ma, in caso di sconfitta militare, a prepararsi ad annientare l’intera umanità.

Una nuova religione della morte

In questo senso stiamo assistendo all’emergere di una nuova religione di Stato, una religione della guerra e della «fine dei tempi», che combina ingredienti altrimenti difficilmente conciliabili: fascismo, ortodossia, religione dei vecchio-credenti, eurasismo, nazionalismo russo, settarismo apocalittico, culto dello Stato, imperialismo e millenarismo.

Questo apocalittismo militarista non ha praticamente alcun legame con il trascendente. Se è una religione, non sa nulla e non vuole sapere nulla di un Dio creatore, né del mondo come opera amata dal Dio che l’ha creata; se è un cristianesimo, non parla né di Cristo, né di amore, né di misericordia, né di perdono, o del mistero della persona umana, della vita e della resurrezione. Si tratta di un apocalittismo, essenzialmente anticristiano, centrato sull’idea della morte, intriso di odio per la persona, per la dignità e la libertà umana, pieno di disprezzo per la scienza e per la tecnica, il cui unico ideale consiste nella distruzione, nel massimo esaurimento di tutto ciò che costituisce il substrato materiale della vita e nell’eliminazione della vita in quanto tale.

Questo apocalittismo è vicino alle concezioni ctonie del potere della terra sull’uomo, della massa continentale della terra che divora gli individui e li trasforma in propaggini deboli, senz’anima e apatiche del corpo nazionale. Di qui viene anche la prossimità di questo apocalittismo al fascismo.

Com’è noto, Umberto Eco aveva individuato 14 archetipi caratteristici del fascismo, ma si possono ridurre a un’unica formula che li riunisce tutti. Il fascismo è un tentativo collettivo di guarire dal trauma della nascita attraverso l’esperienza di una morte simbolica (ma, in ultima analisi, anche fisica); in altre parole, è un tentativo di sottrarsi alla coscienza, al linguaggio, all’individualità e a tutte le ansie di un’esistenza distinta e problematica. È una pulsione a liberarsi dalla propria personalità e a morire estaticamente nel seno collettivo della terra, del popolo, della massa.

Nel contesto russo, la mentalità escatologica (dal greco eschatos: fine) si manifesta molto più fortemente che non nel nazismo tedesco o nel fascismo italiano. E questo non solo perché la dimensione escatologica del cristianesimo è sempre stata più pronunciata nell’ortodossia, ma anche perché, dopo l’invenzione della bomba atomica, l’idea di Giudizio Universale ha smesso di essere un concetto religioso e ha assunto una dimensione pratica.

La formulazione più chiara a questo proposito ci è stata offerta da Aleksandr Dugin in quanto, da vecchio-credente, le rappresentazioni della fine dei tempi tipiche dei vecchio-credenti gli stanno particolarmente a cuore: «Quella che viene proclamata qui è la mobilitazione escatologica degli eurasiatici! Tutte le cose si avvicinano alla loro fine e alla loro conclusione. FINIS MUNDI. La fine del mondo».

Secondo la logica di Dugin, per la Russia è ormai giunto il momento di compiere la sua missione su scala globale, in quanto, tra tutte le civiltà conosciute, si distingue per il suo consapevole orientamento verso la fine della storia e di tutte le cose. E continua:

«Quello che dobbiamo fare non è chiederci se la fine del mondo arriverà o meno, ma pensare a come realizzarla. Questo è il nostro dovere. Non arriverà da sola… Sta a noi decidere. E, soprattutto, sta a noi trovare un modo per porre fine a questa storia…».

I metafisici folli, posseduti da manie di grandezza e sete di suicidio, pensano e dicono molte cose. La questione si fa molto più preoccupante quando un simile insieme di idee si impadronisce di un capo di Stato, che sta conducendo il suo paese e il mondo intero verso il disastro nucleare.

Già nel 2018, quando presentò le ultime versioni delle armi nucleari all’Assemblea federale, Putin espresse la propria visione del futuro con una frase che all’epoca venne considerata ancora semplicemente delirante: «Come martiri, noi andremo in paradiso, mentre loro moriranno e basta perché non avranno avuto il tempo di pentirsi». Che cos’è: uno scherzo sinistro, un avvertimento spietato, un gesto di sacrificio o di vendetta?

Putin stabilì allora per la prima volta un legame tra la politica e i dispositivi militari russi, da un lato, e l’escatologia, la fine del mondo e il passaggio nell’aldilà, dall’altro. Veniva indicato il terreno di una nuova ideologia religiosa i cui eroi saranno i cercatori della fine del mondo, i martiri e gli edonisti della futura apocalisse che, separandosi dall’intero universo, faranno della morte dell’umanità la loro professione.

E ora il patriarca, benedicendo Putin per un altro mandato, collega direttamente il significato della sua prossima attività con la «fine del secolo». Di quale secolo sta parlando? Certamente non del nostro secolo, non dell’arrivo del XXII secolo, quando il presidente avrà 148 anni. «Secolo» nel linguaggio ecclesiastico è una traduzione del greco «eone». Nel Nuovo Testamento, «eone» indica l’intero mondo esistente, contrapposto al «secolo venturo» che verrà dopo la fine del mondo.

«La benedizione di Dio, la protezione della Regina del Cielo, possano rimanere con voi nella vostra vita, fino alla fine del secolo, come diciamo noi». Si parla quindi della fine del mondo così come lo conosciamo noi. È evidente che il patriarca affronta volutamente questo tema, dal momento che rileva l’audacia del suo giudizio sul mistero supremo. Il desiderio che la fine dell’eone coincida con la fine della permanenza di Putin al potere indica che la follia apocalittica è passata dalle fantasie oziose di Dugin alla narrazione teologica della Chiesa ortodossa russa. Inoltre, la missione di portare a compimento l’eone è ora affidata non solo a un paese e a un popolo precisi, ma anche – con il dito puntato del patriarca – al suo leader. Lasciatelo governare fino alla fine di questo mondo, e questo sarà anche il compimento perfetto del suo «grande servizio».

L’aspetto più caratteristico del nuovo apocalittismo russo è che, a differenza di tutti i movimenti precedenti di questo tipo, è tecnicamente armato. Per realizzare le sue aspirazioni a una fine universale, possiede armi nucleari, la materia della morte e dell’inferno, che possono effettivamente porre fine a tutta la vita sulla Terra. Questa oggettivazione della catastrofe planetaria conferisce all’apocalittismo la forza e l’«argomento» di cui erano prive le precedenti sette gnostiche, compresi i vecchio-credenti.

Sognavano un fuoco purificatore che avrebbe bruciato il mondo immerso nei suoi peccati, ma erano impotenti a portarlo sulla Terra. Ora c’è questa forza, e c’è un grande paese che i necrosettari vogliono trasformare nell’avanguardia apocalittica dell’umanità per compiere la missione della sua auto-immolazione. C’è un leader che spiana la strada verso questo obiettivo e c’è un sacerdozio che lo benedice.

fonte Svoboda.org


Un agghiacciante filmato di propaganda russa per reclutare soldati promuove l’idea della guerra santa. Il messaggio finale è: «Noi siamo tatari, baschiri, ceceni, ciuvasci, ingusci, scianti, …noi siamo russi, Dio è con noi».

Michail Epštejn

Studioso di letteratura russo-americano, saggista e teorico culturale, è professore emerito di teoria culturale e letteratura russa presso la Emory University di Atlanta, Georgia. I suoi scritti comprendono la letteratura russa, la filosofia della religione, la semiotica e gli approcci interdisciplinari nelle scienze umane.

L’anima americana è in vendita?

7 Agosto 2024 – di Judie Brown – Corrispondenza Romana

Il cosiddetto “atteggiamento pro-vita” che ammette di permettere l’aborto di un bambino innocente nel grembo materno fino alla quindicesima settimana di vita è a dir poco demoniaco. Non solo proposte sbagliate come quelle abbracciate dall’ex presidente americano Donald J. Trump vanificano l’obiettivo della protezione totale di ogni essere umano vulnerabile, ma trasmettono il messaggio che ormai non esiste più un vero sostenitore della vita. Se avete qualche dubbio su questo, forse l’esempio che segue illuminerà la conversazione.

Consideriamo il caso della bambina di due anni che ha sviluppato dei problemi e il suo comportamento è diventato così difficile da gestire per i genitori che decidono di non volerla più tenere in casa. Dopo averla abbandonata in un vicolo lì vicino, attendono semplicemente la notizia che è stata sbranata da cani selvatici o che è morta di fame. 

Alcuni vicini, inorriditi, denunciano l’accaduto alla polizia locale che, grazie al DNA, riesce a identificare i resti e ad accusare i genitori di omicidio colposo. “Che crimine orribile”, si potrebbe dire, ma la domanda è: “Quando un crimine come questo è considerato accettabile in una società rispettabile?”. La risposta è: “In qualsiasi momento precedente alla nascita di un bambino”. In America, un atto del genere è considerato una semplice scelta dei genitori e non c’è bisogno di fare altro. Questo è il massimo del relativismo morale, naturalmente, ma cosa dobbiamo aspettarci nell’atmosfera odierna di vuota retorica e inganno organizzato?

Se tutto ciò vi sembra scandaloso, allora dovete ammettere che figure politiche come Trump e il suo vice-presidente Vance sono colpevoli di approvare l’uccisione di bambini finché non hanno ancora raggiunto le quindici settimane di età gestazionale. In America chiamano questa posizione “pragmatica”, osservando che Trump è “politicamente realistico” dal momento che ha suggerito che ciascuno dei 50 Stati Uniti prenda in considerazione la questione piuttosto che proporre una legge nazionale. 

Esaltando questo atteggiamento moderato nei confronti dell’aborto, la piattaforma repubblicana afferma quanto segue in merito alla depenalizzazione dell’aborto: «Dopo 51 anni, grazie a noi, questo potere è stato dato agli Stati e al voto del popolo. Ci opporremo all’aborto tardivo…».

In altre parole, il messaggio politico è che i bambini nel grembo materno continueranno a morire per mano degli abortisti e attraverso l’uso di sostanze chimiche, e nessuno si preoccupa di questa carneficina. Così la verità scientifica che un bambino nel grembo materno è un essere umano è stata cancellata dal panorama politico. La spiegazione è che se il popolo americano non appoggia una posizione totalmente a favore della vita, i politici seguiranno la corrente se vorranno essere eletti.

Tutto questo suona vagamente familiare a coloro che, come noi, sono stati in trincea a favore della vita per molti anni, e capiamo le ragioni per cui la nostra richiesta di chiamare l’aborto con il suo vero nome – e cioè omicidio – è un anatema per i politici. Essi hanno una miriade di ragioni per ignorare la verità, tra cui argomenti quali: “Voglio vincere!”, “Voglio ottenere la maggioranza!”, “Non voglio sostenere posizioni estreme con i miei sostenitori!”, “Dobbiamo raccogliere più soldi e quindi dobbiamo sembrare ragionevoli!”.

A prescindere dalle argomentazioni, il punto è che definire il nascituro come persona non è nelle corde… o almeno così vorrebbero farci credere gli indovini. Ma ho una notizia per loro: la verità non può essere modificata per adattarsi a un’agenda, indipendentemente da ciò che dice la gente.

Trump dovrebbe vergognarsi di se stesso, ma ancor più del suo compagno di corsa cattolico, J. D. Vance. Da quando in qua stiamo buttando alle ortiche Cristo e i suoi figli per accattivarci i favori degli arroganti e degli ignoranti?

È ora di dire la verità, indipendentemente dalle conseguenze. Non siamo chiamati a essere popolari, a vincere le elezioni o a fare i conti con la pubblicità. Siamo chiamati a essere fedeli e a non smettere mai di difendere la verità.

I bambini contano su di noi e, a un livello più fondamentale, non possiamo permetterci di vendere la nostra anima ai compromessi e ai pragmatismi, a meno che, ovviamente, non stiamo facendo l’autostop per l’inferno.

(Judie Brown, Presidente dell’American Life League, in Voice of the Family)

LA GRAZIA DEL MOMENTO PRESENTE

di Roberto de Mattei – Corrispondenza Romana 1859 – / Agosto 2024

Ho voluto dedicare la conclusione dell’Università d’Estate della Fondazione Lepanto, che si è tenuta a Subiaco dal 25 al 28 luglio 2024, alla teologia della storia cristiana, con queste parole:

«I secoli passano, le circostanze sono diverse, ma Dio non muta, la Chiesa cattolica è la medesima e la lotta continua ad essere quella tra le due città che si oppongono nella storia come due eserciti.

 La teologia della storia cristiana ci assicura che la Città di Dio è sempre vincitrice; l’apparizione della Madonna a Fatima ci assicura che il trionfo storico del Cuore Immacolato è vicino; l’analisi storica e logica del dinamismo rivoluzionario, ci assicura della irreversibilità del movimento contro-rivoluzionario.

Tuttavia, a chi è immerso nella lotta sfugge il grande orizzonte del campo di battaglia, che sembra talvolta avvolto dalla nebbia o dalle ombre della notte. Esiste il rischio di perdere la strada, ma soprattutto di perdere di vista l’obiettivo ultimo delle nostre battaglie e del nostro cammino. Perché il cammino è lungo e non è lineare. Si avanza per sentieri tortuosi, con ampie curve, talvolta il terreno è ripido e impervio, talvolta pianeggiante, discende poi risale improvvisamente.

Nell’insieme, il movimento certo è ascendente, ma non rettilineo. Si sale verso la cima, ma superando picchi, costeggiando abissi e dirupi, attraverso un percorso diseguale. E i nemici che ci assalgono sono di ogni genere. Così è la storia dell’umanità, così è la nostra vita. E quando cala la notte della confusione, il buio del caos, la paura ci assale.

Uno scrittore francese degli anni Trenta del Novecento, Louis-Ferdinand Céline ha scritto un romanzo che si intitola: Voyage au bout de la nuit (Viaggio al termine della notte). In questo romanzo Céline attribuisce a un ufficiale delle Guardie Svizzere, che si immolarono alle Tuileries nel 1793 per difendere Luigi XVI, una canzone che dice «Notre vie est un voyage / Dans l’Hiver et dans la Nuit / Nous cherchons notre passage / Dans le Ciel où rien ne luit » (La nostra vita è un viaggio / in Inverno e nella Notte / noi cerchiamo il nostro passaggio / in un Cielo senza luce»).

Questo pessimismo romantico non corrisponde alla realtà. È vero che spesso avanziamo nelle tenebre della notte. Ma alla notte segue sempre l’alba luminosa del giorno. E di giorno e di notte la luce soprannaturale che guida il nostro cammino non viene mai meno. 

Quando avanziamo nella notte, il nostro cammino è illuminato da una fiaccola, che illumina i nostri passi, anche se non ci permette di vedere lontano, né davanti né dietro. Questa fiaccola è la grazia del momento presente che attraverso il suo pur limitato fascio di luce, ci permette di non inciampare, di non perdere il sentiero, di mantenere la giusta direzione.  

È a questa grazia del momento presente che si riferisce Nostro Signore quando dice: «Sarò con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 28, 18-20). Tutti i giorni, nessuno escluso, ma anche tutti i momenti, perché non c’è un attimo della storia o della nostra vita che sia sottratto alla sua grazia.

Il momento presente è quello che più ci avvicina all’eternità, perché il momento presente “è”. Il passato non è più, il futuro non è ancora, ma è nell’essere del momento presente, che noi incontriamo Dio, che può essere definito come un eterno presente, perché Dio è l’Essere per essenza. Noi saremo giudicati da Dio nel momento presente, che sarà quello della nostra morte. La nostra vita conosce ombre e luci, alti e bassi o quanto meno la possibilità di alti e di bassi, di picchi diversi, perché nessuno è in pericolo di cadere più di quanto non lo sia chi aspira ad essere perfetto, ma il momento della verità sarà quello della nostra morte.

Talvolta pensiamo che allora Dio farà il bilancio della nostra vita e ci giudicherà secondo una media aritmetica. Non è così. L’immagine della bilancia inganna. La nostra vita non sarà giudicata nel suo insieme, ma in un solo momento, quella che potremmo definire l’istantanea della morte. 

Se dovessimo concepire il giudizio come una bilancia in cui si soppesano le quantità di male o di bene che abbiamo commesso, potremmo fare sciocchi calcoli per cui il peccato di oggi potrebbe essere bilanciato dall’atto di virtù di domani. Non è così. Certo ogni mancanza conta, come conta ogni corrispondenza alla grazia, perché ogni atto ha delle conseguenze, ma non nel senso di una media aritmetica.

 Ciò che veramente conta è l’ultimo istante della nostra vita, il flash al traguardo, e nessuno sa quale sarà l’immagine che in quel lampo di tempo sarà consegnata all’eternità. Nessuno sa qual è l’ultima grazia che riceveremo e se a quell’ultima grazia corrisponderemo. E nessuno conosce il momento della propria morte.  Per questo dobbiamo vivere nel momento presente. La nostra vita non è un film, a lieto fine, ma una successione di istantanee fotografiche del momento presente.

Vivere nel momento presente significa non scoraggiarsi mai, ma vivere abbandonati di momento in momento alla Divina Provvidenza, che di quell’attimo fuggitivo conosce il profondo significato. Vivendo nel momento presente, esercitiamo la virtù di cui più abbiamo bisogno, soprattutto in questi giorni: la speranza, la fiducia nel trionfo finale del Cuore Immacolato di Maria.

Il diario di Eshkol Nevo da Israele, la decima puntata: “Pianti, fughe, alcol: la guerra ci corrode”

di Eshkol Nevo- Corriere della sera  – 4 Agosto 2024

Lo scrittore: credevo che la tregua sarebbe arrivata. E invece ora tutto brucia

Ho indugiato, prima di scrivere questa puntata del Diario. Aspettavo il cessate il fuoco. Credevo che sarebbe arrivato. Volevo scrivere di cuori traboccanti di speranza, di persone che tornavano a sorridere. Di case ricostruite ai due lati del confine. Ma il cessate il fuoco non è arrivato, anzi: tutto brucia. Le fiamme si stanno diffondendo su altri fronti. Al supermercato ci sono lunghe code. La gente compra pacchi di acqua e powerbank per i cellulari, per essere pronta a permanenze prolungate nei rifugi.

Il cessate il fuoco non arriva a causa degli interessi politici di Netanyahu? Oppure perché Hamas mira a trascinare l’intera area in una guerra totale? Non lo so. È difficile stabilirlo. Quel che è chiaro, inequivocabile, è il modo in cui la quotidianità di guerra corrode l’anima degli abitanti di Israele. Le persone scoppiano a piangere così, senza motivo, mentre ti parlano. Bevono di più. Fumano più erba, nel tentativo di smorzare la paura. Ci si sente a disagio a essere allegri. Persino ai matrimoni si parla degli ostaggi. 

E c’è un altro fenomeno, di cui nessuno parla: lo stillicidio di israeliani che vanno all’estero. Alcuni partono per respirare aria libera da missili per qualche settimana e poi tornano. Altri, come la famiglia della migliore amica di mia figlia, non riescono più a sopportare tanta tristezza ed emigrano, non torneranno più. Si parlano tre volte al giorno con FaceTime, mia figlia e la sua amica. Io so, e non le dico, che fra un pochino si parleranno solo una volta al giorno, e poi una alla settimana, e poi una all’anno. 

Non giudico chi non ce la fa più. Può darsi che la loro scelta sia più logica, più responsabile. Ma io rimango. Con i miei amici e i miei studenti e la mia lingua. Senza la mia lingua non posso vivere. E continuo a spostarmi da un posto all’altro, ad ascoltare, a tentare di aiutare, a ricordare. 

Scendo verso il Sud per un incontro con i lettori. È il primo incontro da quando è cominciata la guerra, mi avverte Uri, il direttore della biblioteca, mentre sono già in viaggio, perciò non so quante persone interverranno. Sarò contento comunque, lo tranquillizzo al telefono. Soprattutto sarò felice di vedere te. Ci conosciamo da ormai vent’anni, Uri e io. Mi ha conquistato il giorno in cui gli ho chiesto, dopo una vacanza estiva, com’era andata con la famiglia, e lui ha risposto: un incubo. Chi è disposto ad ammettere di non essersi goduto una vacanza in famiglia può diventare mio amico. Quando entro nella biblioteca ci abbracciamo e mi offre un whisky. Fino a oggi mi aveva sempre offerto caffè o tè. All’improvviso whisky. Facciamo un brindisi e gli chiedo come sta. Non granché, mi risponde. Soffro di disturbo post-traumatico da stress. Diagnosticato. Ti hanno richiamato in guerra? Sono sorpreso, deve avere almeno sessant’anni. Non esattamente, risponde. E spiega: sabato 7 ottobre ha fatto l’errore di guardare uno dei video diffusi da Hamas e ha visto qualcosa che ha fatto riemergere gli orrori a cui aveva assistito mentre era soldato durante la seconda guerra del Libano. Da allora di notte non dorme. Si sveglia per gli incubi. Di giorno tira avanti a malapena. Ha perso venti chili. Non so cosa dire, perciò taccio insieme a lui e gli chiedo di versarci un altro whisky. D’un tratto mi sorge un dubbio. Ascolta, gli dico, fra i brani che ho in programma di leggere durante l’incontro alcuni rischiano di riattivarti il trauma. Pensi sia il caso che li elimini? Leggi quello che vuoi, mi dice. Se sarà un problema, posso sempre tornare nel mio ufficio. 

Una settimana dopo l’incontro m’informo di come sta. Sulla mia testa c’è una nuvola, scrive. A volte è piccola, quasi inoffensiva, poi di colpo diventa un nuvolone nero e minaccioso. Leggo e penso che senza rendersene conto ha descritto perfettamente lo stato d’animo di un intero Paese. 

Finita una visita dal dentista mi accorgo di non avere il tempo di riaccompagnare a casa le mie figlie, perciò chiamo un taxi usando un’applicazione. Come si chiama l’autista? chiede la grande. Ahmad, rispondo. Annulla la prenotazione, dice, è arabo. Neanche per idea, ribatto indispettito. Che differenza fa se è arabo. È un essere umano proprio come te e come me. Ed è cittadino di questo Paese come te e come me. Le mie amiche fanno così, annullano se vedono che il taxista ha un nome arabo, mi spiega. Annulla, papà, non voglio correre rischi. Neanche per idea, mi impunto. Ormai è diventata una questione di principio. Di educazione. Se preferite potete andare a piedi. La sorella minore ascolta la discussione in silenzio, in attesa di sentire come va a finire. Il tassista arabo arriva. Salgono a bordo e arrivano a casa sane e salve, ovviamente. Ho vinto la battaglia. Ho trasmesso il giusto messaggio alle mie figlie. Perché allora in bocca mi è rimasto il gusto amaro della sconfitta? 

Mio padre, che ha ottantadue anni, è diretto a nord, al confine con il Libano. Vuole controllare in che condizioni è la nostra casa al kibbutz Malkia. Ci ha vietato di raccontare alla mamma che si trova nella zona che Hezbollah bombarda senza sosta. Lei impazzirebbe dalla preoccupazione ed è già debole di cuore. Dalla macchina mio padre mi comunica: al cancello di Malkia ci sono i soldati di guardia, ma basta dirgli: abito qui, e ti lasciano entrare. La casa è intera, continua a riferire. Non è stata colpita e nemmeno saccheggiata. Ma il giardino è inselvatichito. Il kibbutz è deserto, nessuno cammina per i sentieri, e nella piscina, che di solito d’estate è affollata di gente in vacanza, non c’è acqua. In quella piscina ho insegnato alla mia figlia minore a nuotare. Non riusciva, ci sono voluti giorni. Si teneva al galleggiante, si teneva a me, si rifiutava di mollarmi. Ormai credevo che sarebbe andata avanti così all’infinito, stavo perdendo le speranze, quando di botto, senza alcun preavviso, ha lasciato la presa e nuotato fino alla sponda opposta, da sola, a grandi, belle, bracciate, e poi è tornata da me entusiasta, ce l’ho fatta! Hai visto? Hai visto? La prossima volta vengo con te, dico a mio padre. Sei sicuro? mi chiede. Sì, penso, la nostalgia è più forte di tutto

(Traduzione di Raffaella Scardi. 
Questa è la decima puntata del diario di guerra di Eshkol Nevo. La prima puntata è uscita sul Corriere il 7 novembre, la seconda il 3 dicembre, la terza il 27 dicembre 2023, la quarta il 23 gennaio 2024, la quinta il 22 febbraio, la sesta il 26 marzo, la settima il 10 aprile, l’ottava il 26 maggio e la nona il 23 giugno)

La ‘tri-unità’ del popolo russo

di Stefano Caprio- Asia News 4 Agosto 2024

A Sebastopoli le celebrazioni della festa del Battesimo della Rus’ di Kiev sono diventate l’occasione per ammantare di un’aura trinitaria l’unità tra Bielorussia, Ucraina e Russia. Proprio mentre il clamoroso scambio di prigionieri politici con Germania e Stati Uniti, ha permesso a Mosca di liberarsi dei più noti “agenti stranieri” che “disturbavano la pace interna” anche dalle celle dei lager.

Nella città di Sebastopoli, capitale della Crimea, in occasione della festa dei 1036 anni del Battesimo della Rus’ di Kiev si è tenuto il forum sul Russkij Mir, il “Mondo Russo”, per celebrare anche l’apertura del grandioso museo della “Nuova Chersoneso”, voluto dal metropolita ortodosso Tikhon (Ševkunov), il “padre spirituale” di Putin mandato in Crimea per punizione dal suo nemico storico, il patriarca di Mosca Kirill (Gundjaev). Il principale assistente ecclesiastico putiniano ha invece sfruttato l’occasione per rilanciare la sua immagine di “ortodossia imperiale”, cominciando proprio dalla terra sacra della penisola sul Mar Nero. Nel museo vengono ricordate le “tre epoche” del cristianesimo: quella apostolica, quella bizantina e quella russa, riassunte proprio nella Crimea del martirio di papa Clemente, della Tauride greca e del Battesimo della Rus’.

Il principe Vladimir di Kiev aveva infatti occupato la città di Chersoneso per minacciare l’impero bizantino, ottenendo in moglie la figlia dell’imperatore di Costantinopoli e accettando per questo il cristianesimo di rito orientale, dopo vari ondeggiamenti tra cattolici latini, ebrei e musulmani. Egli venne battezzato nella terra di Crimea alla fine del primo millennio nell’anno 988, per poi immergere l’intero popolo nelle acque del Dnepr a Kiev, e queste storiche celebrazioni vengono ancora di più separate tra gli ucraini – che le ricordano a metà luglio sottolineando che “a quei tempi, dove ora c’è Mosca, si aggiravano le bestie feroci” – e i russi che a fine mese le esaltano come “l’origine della tri-unità del popolo russo”.

I partecipanti del forum di Sebastopoli, a partire dall’organizzatore, l’oligarca ortodosso Konstantin Malofeev, hanno infatti chiesto che venga inserito nella legislazione russa il concetto di triedinstvo, la “tri-unità” dei bielorussi, i malorossy (“piccoli russi”, cioè gli ucraini) e i velikorossy, i “grandi russi” di Mosca, applicando anche multe e punizioni a chi contesta questo dogma slavofilo fondamentale. Il triedinstvo del resto richiama direttamente la Troitsa, la Trinità, principale dogma della fede cristiana e soggetto della più famosa icona russa, la Trinità di Andrej Rublev, che il patriarca Kirill ha strappato al museo della Galleria Tretjakov (il cognome del principe fondatore è pure simbolico, Tretjakov significa “Terziario”) per esporla alla devozione patriottica nella cattedrale moscovita di Cristo Salvatore e della Lavra di S. Sergij di Radonež, il padre spirituale della Russia di Mosca, vittoriosa contro i tatari e ogni altro nemico di Oriente e Occidente a fine Trecento.

Nelle tre persone della Santissima Trinità sono infatti incarnate le tre varianti della Santa Russia, che riunisce le terre e i popoli nella sobornost universale. Nella proposta del forum di Sebastopoli si prevede il reato di “discredito” della tri-unità del Mondo Russo, con la formulazione per cui “la Federazione Russa riconosce la tri-unità formata storicamente dalla narodnost [“popolarità”, termine risalente allo zarismo ottocentesco] del fondatore dell’antica Rus’, che con la propria iniziativa ha creato uno sviluppo storico di una civiltà, uno Stato, una cultura tri-unitaria, quella del popolo russo che unisce in sé i russi grandi, piccoli e bianchi, che sono indivisibili nelle loro parti”. L’unità trinitaria dei russi è la base che “per secoli ha formato la storia patria, protetta dalle leggi che esprimono i valori tradizionali spirituali e morali, culturali e storici della Russia”.

Il “discredito” prevede punizioni per chi propone di interpretare la tri-unità in “forme erronee, o negandola pubblicamente”, reato per cui si dovrebbe come minimo pagare una multa di 1,5 milioni di rubli (15 mila euro), oppure lavori forzati e di pubblica utilità, fino alla detenzione in lager per 5 anni. Se tale negazione o falsa interpretazione sarà aggravata da circostanze come l’abuso di cariche pubbliche, la diffusione sui media o per motivi politici, ideologici e razziali, fino all’odio nazionale e l’ostilità contro lo Stato, la legge propone di elevare la multa da 3 a 5 milioni di rubli, per arrivare a una condanna tra i 10 e i 15 anni di lager. Nel forum è stata anche costituita una commissione su “cultura e valori tradizionali morali e spirituali”, per aggiungere alla legge proposta le giuste motivazioni, guidata dal governatore di Sebastopoli Mikhail Razvožaev, che coordinerà future sessioni di giuristi ed esperti per stendere tutti i testi necessari per la nuova “costituzione del mondo russo”, consultandosi con i deputati e i senatori del parlamento di Mosca.

Il patriarca Kirill ha sostenuto da Mosca l’iniziativa, lasciando la scena al suo avversario Tikhon, raccomandando di trovare la medicina per “guarire le ferite della divisione tra Russia e Malorossija”, procurate dalle “forze ostili a noi esterne”.  Nel suo messaggio per la festa del Battesimo di Vladimir e della Rus’, egli afferma che “coloro che ci vogliono dividere, seminando incessantemente la discordia e le lotte intestine, hanno lo scopo primario di sprofondarci nel buio di un nuovo paganesimo, distruggendo le nostre fondamenta spirituali e morali”. In opportuna coincidenza con la festa, si è realizzato il clamoroso scambio di prigionieri politici tra Russia, Germania e Stati Uniti, liberando la Russia dai più noti “agenti stranieri” che disturbavano la pace interna anche dalle celle dei lager, e recuperando alcuni “eroi” della resistenza alle forze ostili, assassini e spioni devoti alla grande Patria.

Il capo degli ortodossi russi invita a pregare affinché “si rinnovi la nostra sincera conversione e il pentimento davanti a Dio, per non rinunciare alla grande vocazione cristiana del nostro popolo e custodire l’eredità del grande principe Vladimir, uguale agli apostoli, e riunire la Russia e la Malorossija”. Come ricorda il patriarca, “dal fonte battesimale del Dnepr è sorto un popolo rinnovato e trasfigurato, in possesso di una enorme forza morale e della luce intramontabile del Vangelo della verità, che si è estesa su tutta la cultura russa, che sgorga proprio da quel fonte”. Come conclude Kirill, “se perdiamo la nostra identità cristiana, perderemo anche la Russia, diventando un facile preda delle forze oscure e delle minacciose influenze delle culture estranee”.

La missione della Russia, secondo il patriarca Kirill, è quella di “riunire i popoli della Santa Rus”, Russia, Ucraina, Bielorussia e “tutti gli altri Stati e popoli che si riferiscono all’antica Rus”. A dare il buon esempio ci ha pensato il presidente della Bielorussia, Aleksandr Lukašenko, che unisce agli storici festeggiamenti anche il 30° giubileo della sua presidenza, mostrandosi come il “grande padre” della tri-unità, o almeno della bi-unità di Mosca e Minsk. Come ha ricordato uno dei principali predicatori bielorussi, il protoierej Fëdor Povnyj, Lukašenko “ha creato insieme al primo esarca del nostro Paese, il metropolita Filaret [Vakhromeev, in carica dal 1978 al 2013, morto nel 2021] una nuova concezione della nazione bielorussa”, che ha portato allo “Stato unitario” con la Russia.

Il “presidente-eterno” della Bielorussia, che negli anni Novanta si definiva “ateo ortodosso” come il russo Boris Eltsin, secondo Povnyj “ha saputo mettere a fondamento dello Stato le relazioni di collaborazione con la Chiesa, con una politica interna basata sul dialogo e sulla pace”. La Chiesa ortodossa in Bielorussia è un esarcato (struttura autonoma e dipendente allo stesso tempo) del patriarcato di Mosca, come inizialmente era stato deciso anche per l’Ucraina, che dal 1992 ha però cercato la piena indipendenza, fino all’attuale ambiguità di una Chiesa formalmente autonoma, ma di fatto ancora in parte legata alla Russia. Il successore dell’esarca Filaret, l’attuale metropolita di Minsk Venjamin (Tupeko), ha dichiarato a sua volta che “lo scisma dell’ortodossia in Ucraina”, con tanto di spostamento della data del Natale al 25 dicembre secondo il calendario occidentale, “ha lo scopo di sradicare i fedeli dalle fondamenta spirituali, per poterli più facilmente indirizzare su nuovi orientamenti estranei”.

Lukašenko ha in effetti anticipato lo stesso Putin in molti aspetti della sua gestione dittatoriale, contestata e riaffermata con violenza nel 2020, ma in effetti in piena continuità con il passato sovietico, essendo entrato in carica nel 1994. La Bielorussia ha conservato perfino la denominazione di “Kgb” per la principale struttura di potere del passato e del presente, che in Russia oggi si chiama “Fsb”, il servizio di sicurezza che Putin ha guidato prima di prendere il potere governativo e presidenziale dopo la fine dell’Urss. Di fatto, le uniche due strutture sopravvissute alla fine dell’impero comunista sono il Kgb-Fsb e il patriarcato di Mosca, le “due nature” del dogma ideologico che si intreccia con la “tri-unità” dei popoli ribattezzati in fretta e furia dopo un secolo di ateismo, che forse ormai ci appare persino più rispettoso dei diritti dell’uomo e dei valori spirituali di quanto lo sia l’attuale Ortodossia veliko-malo-bielorussa.

Lo show di Parigi: un atto di guerra contro la Civiltà cristiana

 31 Luglio 2024 ore  – di Roberto de Mattei – Corrispondenza Romana

Tra i molti eventi simbolici del nostro tempo, lo spettacolo grottesco che il 26 luglio ha inaugurato le Olimpiadi di Parigi non può essere semplicemente accantonato come uno show di cattivo gusto o una provocazione culturale.  E’ l’ultimo atto di guerra contro la Civiltà cristiana che ha avuto uno dei suoi picchi storici nella Rivoluzione francese.  

Al centro delle polemiche sulla cerimonia di apertura dei Giochi olimpici c’è stata una coreografia in cui la deejay francese Barbara Butch, nota per essersi auto-definita «grassa, lesbica, queer, ebrea e orgogliosa di esserlo»,guidava la scena, indossando una corona a forma di aureola, circondata da drag queens, dalla modella transgender Raya Martigny e da decine di ballerini dal sesso incerto, mentre irrompeva il  cantante Philippe Katerine quasi nudo e dipinto di blu e nelle sembianze di Dionisio. 

La rappresentazione è sembrata a molti una parodia blasfema dell’Ultima Cena e ha suscitato l’indignazione e le proteste dei cattolici di tutto il mondo. L’ideatore del tableau vivant, Thomas Jolly, che è un personaggio anch’egli apertamente “queer”, per giustificarsi ha affermato di aver tratto ispirazione non dal celebre quadro di Leonardo da Vinci, ma da uno sconosciuto artista del ‘600, Jan Harmensz van Bijlert, autore di un dipinto, Le Festin des dieux, che raffigura un banchetto degli dei sull’Olimpo.

Quale che sia l’ispirazione, l’iniziativa non può essere ricondotta a uno strambo direttore artistico, ma esprime un messaggio a lui commissionato dalle massime autorità francesi, a cominciare dal capo di Stato. Il presidente Emmanuel Macron è colui che, lo scorso 4 marzo, si è dichiarato fiero che la Francia sia stato il primo paese del mondo a inserire l’aborto nella sua carta costituzionale definendo questo atto un messaggio universale. Lo stesso Macron, nella sua arroganza, non scalfita dalla recente débâcle elettorale, ha voluto proporre al mondo un nuovo messaggio di “inclusività” anti-cristiana. Dionisio è il dio “ibrido” delle orge pagane, della sensualità sfrenata e dell’accecamento della ragione e la dichiarata intenzione degli organizzatori era quella di sostituire il sublime mistero del Cristianesimo con il baccanale dionisiaco. 

L’odio verso il Cristianesimo ha sempre avuto bisogno di raffigurazioni simboliche e la Rivoluzione francese si è alimentata fin dall’inizio alla mitologia pagana. C’è una evidente continuità tra la parodia blasfema dell’Ultima Cena del 26 luglio e l’intronizzazione della Dea Ragione, avvenuta il 10 agosto 1793 a Parigi, sotto le sembianze della dea egizia Iside. 

Sotto quest’aspetto c’è qualcosa di sacrilego anche nel gratuito e vergognoso oltraggio alla Regina Maria Antonietta, raffigurata nella performance parigina del 26 luglio, mentre tiene la testa ghigliottinata tra le sue mani, cantando l’inno rivoluzionario Ça ira. Macron e i suoi collaboratori hanno voluto rivendicare la Rivoluzione francese in ciò che ha di più abietto: l’uccisione della Regina di Francia, vittima innocente, come il Re Luigi XVI, dell’odio rivoluzionario, che nei sovrani francesi ha voluto colpire il principio della Regalità sociale di Cristo.

Maria Antonietta, la Regina più calunniata, ma anche più amata, e persino venerata, della storia non era colpevole di nessun crimine se non quello di incarnare una grazia aristocratica incompatibile con l’egualitarismo rivoluzionario. Molto si è scritto sulla sua presunta frivolezza e poco sulla sua pietà. Eppure lo spirito religioso della sovrana, che emerge negli ultimi giorni della sua prigionia, affonda le radici in un’educazione e in una concezione del mondo antitetica a quella rivoluzionaria. Il processo farsa davanti al Tribunale giacobino, il 14 e il 16 ottobre 1793, la vide vittima di accuse infamanti. Un’immagine del pittore inglese William Hamilton la raffigura con un vestito bianco immacolato, mentre esce dalla Conciergerie, circondata dalle “tricoteuses”, che chiedono nuovo sangue alla Rivoluzione. Henry Sanson, figlio del boia di Parigi, racconta nelle sue Memorie che ella salì i gradini della ghigliottina con sorprendente maestà, come se fossero stati quelli della grande scala di Versailles. Le stesse parole con cui Papa Pio VI, nell’allocuzione Quare lacrymae del 17 giugno 1793, definì martire Luigi XVI si possono applicare alla Regina Maria Antonietta. In questa allocuzione, Pio VI, esclamava: «Ahi Francia, ahi Francia! Chiamata dai Nostri predecessori “specchio di tutta la Cristianità e sicura colonna della Fede”, tu che nel fervore della Fede cristiana e nella devozione alla Sede Apostolica non hai mai seguito le altre Nazioni, ma le hai sempre precedute! Quanto sei lontana da Noi oggi, con codesto animo così ostile verso la vera Religione: sei diventata la più implacabile nemica fra tutti gli avversari della Fede che mai siano esistiti!»

L’uccisione dei due sovrani è l’atto fondatore della Repubblica francese e la costituzionalizzazione dell’aborto rappresenta una simbolica continuità nell’omicidio di Stato. Sbaglierebbe però chi volesse identificare la Francia con lo show blasfemo che ha aperto i Giochi Olimpici. La Francia non è piazza della Ghigliottina, ma Notre Dame e la Sainte Chapelle; la Francia non è Robespierre o Macron, ma è san Luigi e santa Giovanna d’Arco. Così sbaglierebbe chi volesse identificare lo spettacolo di degenerazione che offre Parigi in questi mesi, con la civiltà occidentale a cui tanto ha dato la Francia. L’Occidente è la storia di una fede religiosa, di uno stile di vita, di un’arte, di una letteratura, di una musica, e anche di grandi battaglie in difesa della civiltà. 

I nemici esterni dell’Occidente, che sono gli eredi di Maometto nel mondo arabo e quelli di Lenin in Russia e in Cina, non odiano la decadenza dell’Occidente, ma l’Occidente in quanto tale: quell’Occidente che sconfisse l’Islam a Lepanto e a Vienna e fermò il comunismo a Varsavia nel 1920 e in Spagna negli anni Trenta del Novecento. 

I nemici dell’Occidente cercano la loro rivincita. Perché ciò accada, perché essi riescano a vincere la guerra, sanno che l’Occidente deve cessare di essere cristiano, deve tornare alle idee e ai costumi del paganesimo, per cadere come una mela matura, come accadde all’Impero Romano. I barbari non odiavano la decadenza di Roma, ma il potere che per secoli li aveva soggiogati. L’espugnazione della Città Eterna da parte dei Goti di Alarico, la notte del 24 agosto 410, fu il loro trionfo. San Girolamo a Betlemme, e sant’Agostino ad Ippona versarono lacrime profonde per questo simbolico evento. Chi piange oggi per le minacce dei nuovi barbari all’Occidente? Ma, soprattutto, chi è disposto a difendere l’Occidente in nome dei princìpi e delle istituzioni che lo fecero grande nella storia? Eppure la forza di questi valori, che nasce dalla Verità di Cristo, è indistruttibile. Il futuro del mondo non è sotto la bandiera di Dionisio, né sotto quella del comunismo o dell’Islam, ma sotto quella dell’unico Dio vittorioso, che è Gesù Cristo. La fede e la ragione lo attestano.

Come e quando accadrà? A Dio tutto è possibile nella storia. Solo chi crede in un cieco determinismo storico pensa che “la storia non si fa con i se”. La storia si fa con i “se” proprio per la ricchezza delle possibilità che ogni momento presente contiene. Per questo il nostro esame di coscienza si fonda sulle mancanze che abbiamo commesso, ma che non eravamo costretti a commettere. Anche la storia, come la nostra vita, sarebbe potuta andare altrimenti e potrà andare, da un attimo all’altro, in un modo diverso. Che cosa sarebbe accaduto se il 14 luglio 1789 i dragoni del principe di Lambesc, contravvenendo all’ordine di non versar sangue dato loro da Luigi XVI, avessero spazzato via la canaglia rivoluzionaria che marciava verso la Bastiglia? La Rivoluzione anticristiana non si illuda. I dragoni del principe di Lambesc sono sempre, con la spada in pugno, dietro l’angolo della storia. 

LA REALTA’ CHE SFUGGE ALL’EUROPA

di Ernesto Galli della Loggia| 30 luglio 2024 – Corriere della Sera – 31 Luglio 2024

Manca il realismo. E nell’occidente non c’è consapevolezza delle minacce

Tempi difficili attendono l’Europa, quell’Europa che insieme agli Stati Uniti è il cuore dell’Occidente. Ogni giorno nei confronti di questo Occidente cresce l’ostilità dei vecchi e dei nuovi giganti del potere mondiale, Russia e Cina in prima fila. Un’ostilità che alimenta pericoli e sfide di ogni tipo a cui trovare una risposta non è facile.

Ma non lo è specialmente a causa di un dato inedito: la mancanza di realismo che domina gran parte dell’opinione pubblica e delle classi dirigenti dei Paesi occidentali, che caratterizza complessivamente il loro orientamento culturale. È una quasi istintiva mancanza di senso della realtà che impedisce la consapevolezza stessa della vastità e della varietà delle minacce che incombono. È il rifiuto di valutare l’effettiva natura dei pericoli, di considerare, ad esempio, le autentiche intenzioni ostili degli attori della scena internazionale, e di prendere quindi le contromisure del caso. 

Ogni volta, di fronte all’eventualità di reagire tende a prevalere il «meglio aspettare», lo «stiamo a vedere», il «facciamo attenzione a non peggiorare le cose», «perché non lasciar fare alla diplomazia?». E quando pure alla fine una reazione in qualche modo arriva, allora dalla gran massa dell’opinione pubblica si leva il coro del not in my name, delle dissociazioni preoccupate o delle inferocite prese di distanze. Un’istintiva opzione di arrendevolezza pervade le nostre reazioni agli eventi che il mondo ci scaraventa addosso.

Il fatto è che ormai l’Europa sembra non riuscire più a pensare il Negativo. Che il Male, l’Avversario siano divenuti per lei dimensioni emotivamente insopportabili e intellettualmente inconcepibili. E di conseguenza che anche il conflitto e la sua massima espressione, la guerra, rappresentino dimensioni ormai impossibili da pensare e quindi da accettare. Ma in tal modo è per l’appunto la realtà che finisce per essere espulsa di fatto dal campo del pensiero e dell’esperienza. A insidiare ulteriormente il senso di realtà ci pensa, sul versante del discorso pubblico accreditato, l’apparato degli interdetti imposti dal «politicamente corretto»: il timore delle nostre società di non essere mai abbastanza obbedienti a certe prescrizioni, mai abbastanza green, mai abbastanza preoccupate del clima, mai abbastanza gender friendly, e quindi sempre pronte a varare norme di una tale astrattezza da sortire effetti nulli o addirittura opposti a quelli voluti.

Ma a che cosa si deve questa pervadente assenza di realismo nella nostra cultura pubblica? Questa irresistibile tendenza a non vedere e a non pensare il mondo com’è, ma a raffigurarcene uno come dovrebbe essere o meglio come noi vorremmo che fosse?
Siamo qui di fronte, a me pare, agli effetti di una frattura drammatica prodottasi negli ultimi decenni nell’ambito della formazione personale degli individui e della sfera educativa delle società occidentali. Ovverossia al venir meno di due elementi essenziali che erano presenti in entrambe da secoli: il Cristianesimo e la conoscenza della storia.

La cultura cristiana, con al centro l’idea del peccato originale, cioè dell’esistenza in ogni essere umano di un fondo oscuro predisposto al male, esorcizzabile ma sempre pronto a riaffiorare, la cultura cristiana, dicevo, ha sempre rappresentato una raffigurazione simbolicamente potentissima della presenza del Negativo sulla scena del mondo. E dunque una messa in guardia preziosa contro ogni illusione ottimistica, un implicito invito a non nutrire facili speranze, a un sano scetticismo contro l’ipotesi che il mondo faccia abitualmente spazio alle buone intenzioni, a vigilare su ogni utopismo ideologico. Non è certo un caso se, fintanto che ha contato qualcosa, la Chiesa di Roma sia sempre stata maestra insuperabile di un avveduto realismo.

E poi la storia: il primo e più importante nutrimento della politica, di chi voglia conoscerne la realtà vera al di là delle illusioni. E infatti le classi politiche e i loro capi che un tempo fecero grande l’Europa e più recentemente l’hanno salvata dal naufragio — penso a uomini come Churchill o De Gaulle — hanno sempre nutrito la propria azione di una vasta e profonda conoscenza storica. Sapere delle vicende del passato, apprenderne lo svolgimento dalle pagine dei grandi narratori che le hanno meditate e ce le hanno trasmesse — da Tucidide a Tacito, a Machiavelli a Gibbon (dicono ancora qualcosa questi nomi a chi siede oggi a Montecitorio o a Bruxelles?) — costituisce una scuola essenziale per conoscere il mondo com’è e non come ci piacerebbe che fosse. Per conoscere che cosa realmente muove le passioni degli individui e delle folle, la differenza tra le mode di un giorno e gli interessi permanenti di una società, per intendere che cosa voglia dire la libertà.

Ma una volta ridotto a ben poco il Cristianesimo delle masse per effetto della secolarizzazione e quasi cancellato nella formazione delle élite, una volta più o meno espulsa la storia dai suoi programmi d’istruzione a favore dell’economia e della sociologia, l’Europa è rimasta priva di due strumenti intellettualmente formidabili per conoscere e comprendere la realtà negativa del mondo. E dunque facile preda dell’idea che comunque ci attende il progresso assicuratoci, si dice, dalle sempre nuove conquiste della tecnica. Non importa molto, dopotutto, se realizzate nei laboratori di Pechino, di San Pietroburgo o magari di Pyongyang.

Le speranze (cinesi) dell’Ucraina

La guerra non finirà a breve, ma l’arrivo dell’estate fa ripartire le trattative. In attesa del voto americano, il viaggio del ministro ucraino Kuleba a Pechino fa capire quale sia la pista da seguire

Stefano Caprio –Tempi  – 25/07/2024 –

Dopo due anni e mezzo di guerra, il ministro degli esteri di Kiev, Dmytro Kuleba, si è recato per la prima volta a Pechino per un lungo colloquio di tre giorni con il capo della diplomazia cinese Wang Yi, la figura cinese più autorevole dopo Xi Jinping, un evento a suo modo veramente straordinario, che sembra avvicinare la possibilità della fine di un conflitto estenuante non solo per la Russia e l’Ucraina, ma per l’intero quadro geopolitico mondiale.

Gli ultimi due mesi sono del resto stati segnati da tentativi contraddittori di iniziare trattative di pace a vari livelli, dalla conferenza di pace in Svizzera alla missione originale di Viktor Orban, il leader ungherese che da presidente di turno dell’Unione europea si è preso la libertà di ergersi a mediatore internazionale, senza essere sostenuto da nessuno, con un valzer tra Mosca, Pechino e Washington simile a quello del cardinale Zuppi dello scorso anno, quasi fosse il “cardinale europeo” in missione per conto di Dio.

, 24 luglio 2024 (Ansa)

Fattori bellici, economici e atmosferici

Tutte queste iniziative sono allo stesso sorprendenti e prevedibili; da un lato nessuno si illude che ci siano le condizioni per un vero confronto tra Mosca e Kiev, che non si smuovono comunque dalle proprie posizioni sul possesso dei territori, dall’altro era evidente che dopo l’esaurimento di fanti e munizioni delle offensive reciproche di primavera, l’estate sarebbe stata la fase delle pause di ripensamento e discussione su possibili armistizi e confronti.

La Russia ha approfittato per guadagnare terreno tra marzo e aprile, dopo il disgelo invernale, grazie alle indecisioni occidentali sulle forniture di armi all’Ucraina, che a sua volta ha ripreso l’iniziativa appena arrivati missili e aerei per impedire ai russi di godersi l’estate sulle spiagge della Crimea. Tutto è tornato ai livelli dello scorso anno, dopo la riconquista di Kherson da parte degli ucraini, quando il fiume Dnipro ha segnato il confine tra “ucraina di destra e ucraina di sinistra” come era stato stabilito nel trattato della “pace eterna” del 1682 tra Russia e Polonia, la prima volta che venne usato ufficialmente il termine “ucraina”, cioè “confine”, nella storia della divisione tra la Russia d’Oriente e quella d’Occidente.

A determinare le dinamiche sono tanti fattori bellici, economici e atmosferici; il presidente bielorusso Aleksandr Lukašenko ha dichiarato che “non si può fare la guerra sopra i 30 gradi”, e il mese di luglio è quello più caldo a queste latitudini, in attesa delle prime avvisaglie d’autunno in agosto. Ed è anche il periodo della grande “guerra elettorale” mondiale, con i contradditori risultati delle consultazioni in Europa, Francia e Inghilterra e perfino in Iran, dopo l’improvvisa e tragica morte del presidente Ebrahim Raisi e la sua sostituzione con il “riformatore” Masoud Pezeshkyan. A scanso di equivoci, i russi si sono affrettati a riscrivere il testo dell’accordo di “partenariato globale” con Teheran, che dovrebbe essere firmato nei prossimi giorni, e hanno intensificato nelle ultime settimane le relazioni “fraterne” con la Corea del nord, dove vengono inviate in questi giorni frotte di giovani a campi di svago e allenamento patriottico.

Aspettando novembre

Soprattutto a tenere banco sono le vicende preelettorali degli Stati Uniti, con le sorprendenti vicende della “salvezza divina” di Donald Trump dalle pallottole nemiche e della tanto attesa sostituzione di Joe Biden con Kamala Harris, che sparigliano il gioco anche tra russi e ucraini, non riuscendo a capire chi dei candidati sia più favorevole agli uni e agli altri.

Del resto, le elezioni americane coincideranno con le feste russe di inizio del periodo invernale: il 4 novembre a Mosca si celebra la giornata dell’Unità Nazionale che ricorda la vittoria sugli invasori polacchi del 1612, dopo che il falso erede dello zar, l’impostore e traditore Griša Otrepev, che aveva messo piede nel Cremlino insieme alla moglie polacca e ai suoi direttori spirituali gesuiti, fu sparato dalla bocca di un cannone in direzione dell’Occidente, mentre veniva eretto davanti alla torre Spasskaja sulla piazza Rossa il monumento agli eroi nazionali Kuz’ma Minin e Dmitrij Požarskij, che avevano radunato l’esercito dei volontari contro gli invasori del tempo dei “Torbidi” a cui oggi la Russia ritorna.

Le feste novembrine segnano appunto l’inizio delle gelate, e i russi sperano in una vittoria convincente di Donald Trump, che da queste parti gode di grandi favori per le sue posizioni in difesa della sovranità e dei “valori tradizionali”, le colonne della politica putiniana. Quando vinse nel 2018, i deputati della Duma di Mosca si alzarono in piedi per un fragoroso applauso, e ora vengono solleticati dalle promesse del tycoon di “porre fine alla guerra in pochi giorni”, come ha confermato il suo amico Orban dopo la visita nei giorni scorsi.

Questo vorrebbe dire comunque il riconoscimento delle regioni occupate, dalla Crimea al Donbass, ciò che permetterebbe ai russi di cantare vittoria, in sintonia con la memoria della festa dei Torbidi. Nessuno del resto, tra le varianti in discussione, pensa che sia possibile fermare le cannonate e le piogge di droni, che continuano a mietere vittime civili anche tra i bambini, costringendo i russi a ritirarsi dietro le frontiere del 1992, e perfino gli ucraini cominciano a ipotizzare un referendum sulla cessione di parte dei territori, come ha detto in questi giorni il sindaco di Kiev, l’ex-pugile Vitalij Kličko.

Washington e Pechino

La guerra tra Russia e Ucraina non finirà comunque in pochi giorni, anche se è auspicabile una tregua dagli scontri più violenti entro la fine dell’anno. In questi territori ci si azzuffa almeno dal 1300, mettendo in gioco le etnie e le culture di entrambi i mondi dell’Eurasia. Il Cremlino sta convertendo l’intera economia del Paese secondo i criteri della guerra fredda dei tempi sovietici, cercando di mantenersi in equilibrio tra inflazione e conversione militare, esportazioni orientali e sfruttamento dei Paesi “amichevoli” in tutto il mondo, preparandosi comunque a un mondo “multipolare” basato sul conflitto permanente.

L’Ucraina, già teatro nei secoli passati di divisioni territoriali tra Polonia, Prussia, Austria e Russia, oggi si orienta sempre di più all’Europa e all’intero mondo occidentale, mentre la Russia diventa inevitabilmente un vassallo economico e geopolitico della Cina, che sta ancora cercando di orientarsi per capire bene come trarre dalla situazione il massimo vantaggio, e non a caso il viaggio di Kuleba appare come la vera trattativa da affrontare. Anche i Paesi dell’Asia centrale e del Caucaso, i più vicini alle zone di guerra, sono particolarmente coinvolti dalle prospettive che scaturiscono dalla combinazione di conflitti e sanzioni, che indirizzano il commercio mondiale sul Corridoio di Mezzo tra Asia e Europa, in aggiramento alla Russia. C’è molto da discutere, a Pechino e a Washington più ancora che a Mosca e a Kiev, e ogni Paese dell’Europa e del mondo intero deve chiedersi quale sarà il proprio destino negli anni futuri.

Il putinismo oltre Putin

di Stefano Caprio – Asia News – 28 Luglio 2024

Il russo medio non sostiene questa impostazione, ma non sa come contrastarla, e guarda con terrore agli esiti della guerra: la sconfitta getterebbe tutti nel panico, ma anche una vittoria rischierebbe di destabilizzare le relazioni sociali, non sapendo che cosa potrebbe accadere “dopo”, qualunque sia l’esito delle vicende in corso.

Ci sono almeno tre teorie per spiegare come mai la Russia, in un modo o nell’altro, finisca sempre per entrare in conflitto con il mondo intero. La prima è quella del “ritardo storico”, dovuto all’essersi formata come Stato europeo solo alla fine del primo millennio, e aver subito in seguito due secoli di “giogo tartaro” tra il 1200 e il 1400, non riuscendo ad adeguarsi alla modernità. La seconda teoria, più di orientamento “slavofilo”, è che la Russia abbia una propria civiltà originale da sviluppare, che è sempre stata contrastata dai nemici di Oriente e Occidente, e quindi non è mai riuscita ad esprimersi compiutamente. Infine, si dà tutta la colpa alla sfortuna di aver avuto quasi sempre dei leader inadeguati, o per squilibri mentali o per debolezze insuperabili, cosa in parte certamente vera. Le tre teorie, del resto, sono complementari e ampiamente dimostrabili con gli eventi della storia russa.

Queste spiegazioni si adattano in buona parte anche alla Russia di Putin, scaturita dal ritardo storico di un sistema sclerotizzato e in affanno rispetto al mondo “civilizzato” com’era l’Unione Sovietica, dall’essere stata narcotizzata dal totalitarismo comunista e aver cercato poi di ritrovare la propria anima in mezzo a mille contraddizioni, e aver dovuto subire le riforme inefficaci di Mikhail Gorbačev e Boris Eltsin, per ritrovarsi con una figura priva di qualità e in preda a una deriva come Vladimir Putin.

Siamo dunque punto a capo, con una Russia che ha mandato all’aria gli sforzi di un trentennio, e si ritrova a dover reinventare sé stessa sotto la guida di uno zar debilitato e delegittimato a livello internazionale, come era accaduto con altre figure del passato antico e recente. È proprio il caso di dire che Putin ha sparato tutte le sue cartucce, e ora trascina un’idea di guerra mondiale con ben poche speranze di ottenere qualche risultato, se non quello di chinarsi al vassallaggio della Cina e alla compagnia improbabile di partner internazionali come l’Iran e la Corea del nord. Le confuse immagini di trattative di pace di queste ultime settimane, dalla Svizzera all’Ungheria passando di nuovo per Pechino, dipendono da fattori esterni su cui Mosca non ha in realtà un’influenza decisiva, nonostante tutti i suoi sforzi di propaganda esterna, come le prossime elezioni americane che coincideranno con la grande festa nazionale russa dell’Unità Popolare del 4 novembre, la fine dei Torbidi in cui il Cremlino era quasi finito in mano agli odiati polacchi e ai loro alleati interni, gli avi degli “agenti stranieri” di oggi.

Il viaggio di Putin a Pyongyang dello scorso 18 giugno è l’immagine più significativa delle condizioni in cui si trova oggi la Russia, trovando in uno dei Paesi più refrattari del mondo l’unica vera compagnia, tanto che in questi giorni gli studenti russi affollano i campi di “vacanza rieducativa” dei nord-coreani per allenarsi al patriottismo cieco e militante. Si è avverata la profezia del “grande leader” Kim Il-sung, nonno dell’attuale presidente Kim Jong-un, che nel 1950 divorziò dall’Unione Sovietica proclamando la “autonomia del corpo”, un principio di tante forme asiatiche di spiritualità: oggi è la Russia a doversi sostenere da sola, cercando l’equilibrio delle proprie forze, esaltando i cosiddetti “valori tradizionali morali e spirituali”.

Fino a due anni fa, prima dell’inizio della guerra in Ucraina, la Russia era tutt’altro che un Paese isolato e autonomo, anzi era molto integrato nell’economia mondiale e in tutto dipendente dai rapporti con l’estero, in particolare con l’Occidente, nel colossale scambio di risorse soprattutto energetiche e tecnologiche, che ora si è completamente interrotto. Grazie a questi rapporti passati, la Russia si ritrova ancora in uno stato di relativo benessere, certamente al di sopra della media mondiale, e sempre dipendente dall’import-export, che ora cerca affannosamente di ri-orientare sui mercati asiatici; rimane comunque dipendente dall’estero, non avendo le forze e le capacità di reggersi su una vera economia autarchica, che del resto sarebbe una completa follia nel mondo globalizzato. Il segnale evidente di questa impotenza è la crescita inarrestabile dell’inflazione, dovuta agli squilibri di una bilancia estera commerciale impossibile da riassestare ai livelli dei decenni passati.

La Russia non può veramente separarsi dal resto del mondo, soltanto diventa sempre più difficile trovare veramente la sua collocazione: per le importazioni dipende dalla Cina, nell’export rimane legata ai prezzi del petrolio, che sono sempre meno convenienti per Mosca. Per affrontare le sfide del futuro, il regime putiniano per ora riesce soltanto a illudere la popolazione che “niente cambia”, si trovano altre vie per mantenere l’attuale livello di vita, ma rischia di andare incontro a una progressiva degenerazione, se non a un completo fallimento. Il sistema viene ormai definito il “putinismo militante a lungo termine”, che determinerà il futuro del Paese ben al di là delle capacità e della durata del suo leader; è una visione del mondo senza ritorno, che si proietta sull’immagine di un mondo in cui la Russia è schiacciata dalla sua stessa ideologia “multipolare”. C’è un polo occidentale e uno orientale, la Russia rimane tra l’incudine e il martello, e nessuno ha interesse a tirarla fuori da questo vicolo cieco.

Il problema è che quando Putin ha deciso l’invasione dell’Ucraina, sostenuto da una casta di fedelissimi, in realtà alla guerra non erano pronti né la società russa e neanche le élite, tanto meno l’economia e la stessa macchina bellica. Ora il regime si è adattato a questa sfida inattesa prodotta al suo interno, soffocando ogni protesta e ogni incertezza, e si è stabilizzato in una condizione ormai quasi impossibile da scardinare. È una stabilità al ribasso, che può soltanto cercare di compensare le sue crescenti debolezze. Il putinismo si proietta oltre Putin non per vero sostegno e neppure per vera opposizione, ma per un adattamento a una condizione senza più alternative. La Russia ha il problema di conservare sé stessa, nella guerra permanente e nel blocco delle sanzioni, nelle relazioni con Paesi del tutto estranei alla sua natura e alla sua cultura; ha bisogno della guerra come unica forma di relazione con l’esterno e con la sua stessa popolazione, non c’è più alcun compromesso o trattativa da discutere. Se Putin dovesse morire domani, non sorgerebbe dal nulla alcun nuovo leader per proclamare la fine delle ostilità, e riallacciare le relazioni con l’Occidente.

Quando non rimane più nulla, la Russia si arrocca nel patriottismo più integrale e fanatico, eredità del suo multiforme passato imperiale, e questo fatica ad essere compensato dall’ansia della modernizzazione, di “non rimanere indietro” una volta ancora rispetto al resto del mondo. Il russo medio non sostiene questa impostazione, ma non sa come contrastarla, e guarda con terrore agli esiti della guerra: la sconfitta getterebbe tutti nel panico, ma anche una vittoria rischierebbe di destabilizzare le relazioni sociali, non sapendo che cosa potrebbe accadere “dopo”, qualunque sia l’esito delle vicende in corso. Se apriamo di nuovo il Paese agli occidentali, ecco che si approprieranno ancora di tutte le risorse; se rimaniamo dietro la nuova cortina di ferro, non riusciremo a stare al passo del progresso tecnologico, e nessuno ci darà più una mano.

Il sistema sovietico aveva avuto una parabola simile, dall’isolamento al tentativo di raggiungere il livello degli avversari, e questo lo ha distrutto definitivamente. La forza dell’impero si basava spesso sulle fasi critiche dello stesso Occidente, nei periodi di guerre e rivoluzioni, mentre la Russia cercava di mostrare la sua stabilità e serenità interiore. Questo è un altro dei concetti fondamentali del putinismo: noi stiamo bene, ci godiamo le nostre tradizioni e la nostra purezza ortodossa, mentre “quel mondo degradato” sta perdendo la sua identità e la sua presunta superiorità. E in effetti, la svolta bellica e imperialista della Russia coincide oggi con una profonda crisi della democrazia occidentale.

Un sondaggio di Sistema tra esperti e politologi russi, americani e di altra provenienza conferma che il putinismo durerà a lungo anche dopo Putin, a meno che non avvengano catastrofi anche superiori alla sconfitta della guerra in Ucraina, come l’esplosione di una centrale nucleare o un crollo dell’economia cinese. L’unica variante scartata da tutti è quella di un cambio di regime dopo elezioni oneste e aperte a una vera concorrenza, ciò che sembra del tutto improbabile per la Russia, ma non è tanto sicuro ormai neppure in Occidente.

Sant’Anna secondo la tradizione della Chiesa

 24 Luglio 2024 ore 11:20 di Cristina Siccardi – CR

Il 26 luglio ricorre la festività di sant’Anna, la madre di Maria Vergine. Di lei nulla si dice nei Vangeli canonici, mentre alcune notizie sono riportate nei Vangeli apocrifi. Grazie alla tradizione della Chiesa ci sono diverse cose da raccontare.

Tratti agiografici vengono riportati per la prima volta negli apocrifi Protovangelo di Giacomo e Vangelo dello pseudo-Matteo e ulteriori arricchimenti sono stati aggiunti nel corso dei secoli, fino ad arrivare alla Legenda Aurea dell’arcivescovo domenicano Jacopo da Varazze (1230 ca.-1298). Da rilevare che diversi santi orientali hanno predicato sul tema della madre della Madonna, come san Giovanni Damasceno (670/680-749), sant’Epifanio di Salamina (310 ca.-403), san Sofronio di Gerusalemme (560 ca.-638). Le vicende della santa furono poi raccolte nel De Laudibus Sanctissime Matris Annae tractatus del 1494 e nel 1584 papa Gregorio XIII (1501/1502-1585) estese la festività di sant’Anna a tutta la Chiesa cattolica.

Il suo sposo Gioacchino, uomo virtuoso e molto ricco della tribù del Regno di Giuda e della stirpe di Davide, era sterile e, umiliato pubblicamente, in quanto si vedeva rifiutare le offerte al Tempio per non aver dato figli ad Israele, mentre la serva di Anna lo ingiuriava, egli decise di ritirarsi nel deserto, dove digiunò e pregò. La tradizione racconta che, mentre erano separati, un angelo apparve sia ad Anna che a Gioacchino per annunciare loro l’imminente concepimento di una creatura e, quindi, si incontrarono alla Porta Aurea di Gerusalemme. A questo riguardo, è celeberrima la rappresentazione pittorica di Giotto con il suo Incontro di Anna e Gioacchino alla Porta d’Oro, che si trova nella Cappella degli Scrovegni a Padova, in cui viene riprodotto un casto bacio fra gli sposi, considerato come l’immacolato concepimento di Maria.

Il prodigio della nascita di un figlio ricordava numerose nascite insperate dell’Antico Testamento: virgulti della grazia divina e non della carne. Come Samuele, anche Maria Vergine sarà presentata e consacrata al Tempio di Gerusalemme.

Sempre secondo la tradizione Anna e Gioacchino con Maria Bambina abitavano a Gerusalemme nei pressi dell’attuale Porta dei Leoni, nella parte nord-orientale della città vecchia, laddove si trovano i resti della piscina di Betzaeta. Oggi nel luogo dove abitarono Gioacchino, Anna e Maria sorge la chiesa di Sant’Anna, costruita dai crociati nel XII secolo. 

Ancora secondo la tradizione della Chiesa la salma di sant’Anna venne portata in Provenza dai santi Lazzaro, Marta e Maria o, secondo altre fonti, da sant’Auspicio, primo vescovo di Apt (regione della Provenza-Alpi-Costa Azzurra) – qui inviato alla fine del I secolo e morto martire nell’anno 102 – luogo in cui le reliquie della madre di Maria Santissima furono poi sotterrate in profondità, per paura delle invasioni arabe, sotto la cattedrale. Carlo Magno (742-814), dopo aver vinto sui saraceni, andò a pregare nella Cathédrale Sainte-Anne d’Apt la domenica di Pasqua del 792. Su indicazione di un ragazzo cieco, sordo e muto dalla nascita, si scavò in un punto preciso della stessa cattedrale e venne alla luce una cripta illuminata da una lampada, che non aveva mai cessato di ardere davanti alla tomba di sant’Anna, nonostante l’assenza d’aria. Il giovane guarì subito dalle sue infermità e il santuario divenne una popolarissima meta di pellegrinaggi, nonché sacro luogo legato a numerose indulgenze concesse da papa Adriano I.

Secondo un’altra tradizione le reliquie di sant’Anna furono salvate dalla distruzione dal centurione Longino. I resti vennero conservati in Terra Santa finché alcuni monaci li traslarono in Francia. A causa delle incursioni arabe, l’intero corpo fu chiuso in una bara di cipresso e murato per precauzione in una cappella scavata sotto la nascente cattedrale di Apt. Molti anni dopo avvenne il ritrovamento, preceduto e seguito, secondo le narrazioni, da diversi miracoli che portarono all’identificazione del corpo, grazie soprattutto ad una scritta in greco. In seguito ne avvenne la smembratura e divisione fra aristocratici e clero. Attualmente il cranio di sant’Anna è custodito all’interno della Cappella Palatina del castello dei Ventimiglia a Castelbuono, in provincia di Palermo. Nella chiesa della Santissima Trinità di Castelbuono si trovano invece due statue settecentesche di ottima fattura, con paramenti in tessuto, che raffigurano sant’Anna e san Gioacchino, e fra loro due Maria Bambina, la Corredentrice, che, non a caso, ricorda molto Gesù Bambino con la corona sul capo, ma in aggiunta dodici stelle e ai suoi piedi la luna.

Il pellegrinaggio a Sainte-Anne d’Auray, in Bretagna, secondo luogo di pellegrinaggio in Francia dopo il santuario di Lourdes, ha un’origine diversa. Fra il 1623 e il 1625 un contadino bretone, che non sapeva né leggere, né scrivere, ma era molto pio e molto considerato dalla sua comunità, Yves Nicolazic (1591-1645), ebbe delle apparizioni di sant’Anna. Una notte, con suo cognato, videro una dama bianca con una candela in mano al campo del Bocenno. Il 25 luglio 1624, alla vigilia della festa di sant’Anna, la dama gli apparve di nuovo: era notte e lo accompagnò a casa con una torcia in mano. Gli disse con chiarezza: «Yves Nicolazic, non aver paura. Sono Anna, madre di Maria. Dì al tuo sacerdote che nel pezzo di terra chiamato Bocenno, c’era una volta una cappella a mio nome. Voglio che venga ricostruita il più presto possibile e che tu ne abbia cura perché Dio desidera che io sia onorata lì» (cfr. Storia del Santuario di Sainte Anne d’Auray, https://www.sainteanne-sanctuaire.com/?mode=histoire&langue=en). Sant’Anna chiese dunque che venisse riscostruita una cappella a lei consacrata, laddove già era esistita, ma che era stata distrutta intorno al 700. La storia di Yves Nicolazic e delle apparizioni di sant’Anna sono ben note e ben attestate, soprattutto con la dichiarazione da lui stesso sostenuta davanti a Sir Jacques Bullion il 12 marzo 1625 nel presbiterio di Pluneret (diocesi di Gwened), dove Yves era nato.

Nella notte fra il 7 e l’8 marzo 1625, sant’Anna si presentò nuovamente e raccomandò al veggente di prendere con sé i suoi vicini e di seguire la luce di una fiaccola; fu allora che egli trovò un’antica statua di sant’Anna in legno. Tre giorni dopo, i pellegrini iniziarono ad arrivare per pregare davanti al simulacro. Nonostante le riserve del parroco, la prima messa ufficiale fu celebrata per decisione del vescovo di Gwened (Vannes) il 26 luglio 1625 e vinte le prime resistenze del clero, nel 1627 fu eretto un santuario. Il servo di Dio Yves Nicolazic (il 27 novembre 1937 venne aperta un’inchiesta diocesana preliminare per la sua beatificazione) era dai suoi contemporanei chiamato «il Costruttore», in quanto lui stesso diresse i lavori e prestò la sua forza alla costruzione della basilica, che venne affidata ai Carmelitani e fu arricchita di numerose indulgenze dai Pontefici. Ma durante la Rivoluzione francese, nel 1792, in pieno sabba giacobino, la statua fu fatta a pezzi e bruciata. Tuttavia, una mano pietosa salvò il volto, ancora oggi incassato nel piedistallo della statua attuale.

Sant’Anna è la patrona e il modello delle madri di famiglia e di tutte le attività legate alla dimensione della domesticità: tessitori, sarte, merlettaie, rigattieri… ma è anche patrona dei marinai e a migliaia sono gli ex-voto che si trovano a Sainte-Anne-d’Auray. Lei che partorì senza dolore, come narra ancora la tradizione, l’Immacolata figlia, concepita senza peccato, è patrona delle donne incinte, delle puerpere e delle nutrici. A Roma si benedicevano i ceri di sant’Anna, che le donne accendevano durante i loro parti. Ma è anche patrona delle istitutrici, infatti è spesso ritratta nell’atto di insegnare a leggere a Maria Bambina. Le attività di moglie, madre, governante della casa, istruttrice che sant’Anna esplicò perfettamente, sono quelle di cui molte donne del nostro tempo si vergognano o difettano, avendo sottomesso se stesse alle idee femministe e anticristiane.  E poi, ma non certo per ultimo, anzi, è il vertice dei suoi meriti, secondo una lettura profondamente teologica, sant’Anna è anche patrona dei falegnami e degli ebanisti, avendo realizzato e modellato in sua figlia il primo Tabernacolo che custodì Nostro Signore Gesù Cristo.

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