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L’agosto della disgregazione della memoria in Russia

di Stefano Caprio – Asia News – 25 Agosto 2024

Il tentato golpe che nel 1991 portò alla fine dell’Unione Sovietica, la consacrazione della cattedrale di Cristo Salvatore nel 2000, la strage dei bambini di Beslan del 2004: tre anniversari estivi  che hanno costretto i russi a ripensare in questi giorni all’incerta evoluzione del proprio destino.

Il mese di agosto, che in Russia manifesta le prime incertezze meteorologiche autunnali, è gravido di memorie decisive per il corso degli eventi degli ultimi decenni, che si ricollegano agli sconvolgimenti degli ultimi tempi. Il 19 agosto 1991 ebbe luogo a Mosca il tentativo di colpo di Stato da parte del Kgb contro il presidente Mikhail Gorbačëv, che segnò l’inizio della disgregazione dell’impero sovietico. Cinque mesi prima si era tenuto un referendum, in cui la stragrande maggioranza dei cittadini delle quindici repubbliche aveva votato per mantenere in piedi l’Unione Sovietica, e l’impero sembrava ancora in grado di superare le contraddizioni e le divisioni, rimanendo una superpotenza con un poderoso arsenale atomico, in grado di controllare metà dei Paesi del mondo come suoi satelliti.

Il fallimento del tentativo di eliminare Gorbačëv, con assalto di carri armati davanti alla Casa Bianca sul lungofiume della Moscova e il trionfo di Boris Eltsin che sventola la bandiera della Russia in mezzo a una folla festante, senza vittime né distruzioni, spalancò uno scenario completamente diverso: gli “uomini forti” erano ormai impotenti, e soltanto cinque giorni dopo, il 24 agosto 1991, l’Ucraina proclamava la sua indipendenza e di fatto la fine dell’impero, che venne sciolto quattro mesi dopo, il 25 dicembre. Dalle torri del Cremlino vennero tolte per sempre le bandiere rosse con la falce e martello (oggi conservate in un museo), sostituite dal tricolore della repubblica russa, che poco dopo si trasformò in Federazione, e il primo e ultimo presidente sovietico si ritirò in pensione.

Per quanto si cerchi di attribuire la responsabilità di quegli eventi alle singole personalità di Gorbačëv, Eltsin o dei falliti golpisti, è evidente che una realtà così gigantesca e poderosa come l’Unione Sovietica non poteva dipendere solo dalle incapacità di alcuni, o dall’audacia di altri. Molti sono i fattori che hanno poi determinato l’evoluzione successiva della Russia: i problemi economici e amministrativi, la diffusione senza limiti della corruzione, gli insuccessi bellici, le catastrofi ecologiche come l’esplosione della centrale di Černobyl, la crisi dell’ideologia marxista-leninista, la crescita delle rivendicazioni identitarie nazionali e molto altro.

L’effetto del crollo ha lasciato nella memoria dei russi soprattutto il risentimento nei confronti dell’Occidente, ma la verità è che gli avversari storici non cercavano la completa dissoluzione del mostro sovietico, per mantenere un ordine mondiale bifronte. Più volte gli occidentali hanno salvato l’impero, come nella seconda guerra mondiale, nonostante l’alleanza iniziale di Stalin con Hitler, o nella crisi dei missili di Cuba, conclusa con gli abbracci tra John Kennedy e Nikita Khruščev, fino alla catastrofica invasione dell’Afghanistan, risolta a livello regionale senza trascendere in una nuova guerra globale. Perfino il crollo del muro di Berlino del 1989 non prevedeva la scomparsa dell’Unione, nonostante la riunificazione delle due Germanie e la spinta decisiva al distacco da parte degli altri paesi dell’Europa orientale, compresi i Baltici e infine l’Ucraina.

Dopo il 1991, le fasi della disgregazione sono proseguite con la guerra cecena, e di nuovo l’Occidente si è schierato dalla parte di Mosca, senza appoggiare l’indipendenza dei popoli minori della federazione. Ora siamo arrivati a una fase successiva del processo iniziato 33 anni fa, con la guerra in Ucraina e i rivolgimenti dell’intero ordine geopolitico globale, ma ancora non si vede quale sarà la conclusione, se un effettivo “ordine multipolare” o soltanto una nuova cortina di ferro tra Oriente e Occidente.

Il patriarca ortodosso di Mosca Kirill (Gundjaev) ha tentato di trasformare la memoria agostana in una nuova celebrazione della rinascita della Grande Russia, ricordando la solenne consacrazione della cattedrale di Cristo Salvatore, avvenuta proprio il 19 agosto dell’anno giubilare del 2000, ospitando il Concilio che dichiarò la canonizzazione dell’ultimo zar Nicola II, e approvò il documento sulla Dottrina Sociale della Chiesa, il manifesto del “sovranismo ortodosso” che ha guidato la politica del nuovo presidente Vladimir Putin nel successivo quarto di secolo. La più grande chiesa ortodossa della Russia, costruita nel corso di diversi decenni per celebrare la vittoria su Napoleone del 1812, era stata poi fatta saltare in aria da Stalin nel 1931, quando il dittatore georgiano aveva ormai assunto il potere assoluto.

Dopo il crollo dell’Urss, la ricostruzione della cattedrale accanto al Cremlino costituì il primo atto simbolico del recupero dell’identità imperiale, e l’opera ebbe inizio grazie all’accordo tra il patriarca Aleksij II (Ridiger) e l’allora onnipotente sindaco di Mosca Jurij Lužkov, in previsione delle celebrazioni dell’850° anniversario della fondazione della capitale, in vista della sostituzione di Kiev come “città-madre” di tutte le Russie. Già nell’agosto del 1996, qualche mese prima del successivo anno giubilare, Aleksij celebrò la prima liturgia nella cappella inferiore della Trasfigurazione, e i lavori si conclusero nel 1999, quando ormai il potere stava passando nelle mani di Vladimir Putin.

Kirill era allora il metropolita-oligarca che cercava di risollevare le sorti della Russia e della sua Chiesa, umiliata dalle accuse di collaborazionismo con il potere ateista e insidiata dalle ondate di proselitismo di cattolici e protestanti provenienti da tutto l’Occidente, nella convulsa “rinascita religiosa” degli anni Novanta. Dopo quindici anni di patriarcato, oggi Kirill non ha dubbi nell’attribuirsi ogni merito della ricostruzione della cattedrale e di tutto il potere ecclesiastico russo, ricordando durante la celebrazione come allora “avevo spiegato al sindaco Luzkov la colossale mancanza di chiese nella capitale, che era ai margini delle statistiche di spazi ecclesiastici rispetto al numero di fedeli”. Ora invece egli esalta con orgoglio “lo straordinario monumento che sta al centro di Mosca”, il cui significato risiede nel fatto che “anche le persone che sembrano lontane dalla fede hanno compreso la sua necessità”, essendo comunque “legate alla fede per la propria origine, educazione ed appartenenza al popolo russo”.

Dalla cattedrale si è quindi passati al piano delle “Duecento chiese” da ricostruire a Mosca, realizzato e superato grazie soprattutto al successore di Lužkov, l’attuale sindaco Sergej Sobjanin in carica dal 2010, in tandem con lo stesso patriarca. Kirill ricorda che “Mosca è l’unica megalopoli al mondo dove si costruiscono così tante chiese, mentre nel resto del mondo si chiudono, e questo testimonia la crescita della fede nel nostro popolo”; anche se le statistiche affermano che a Mosca, e in tutta la Russia, più chiese si costruiscono, meno persone le visitano. In effetti, il patriarca insiste sul fatto che “non dobbiamo limitare la nostra predicazione ai confini delle chiese”, ma rendere l’intero popolo più partecipe della vita ecclesiastica.

La memoria di agosto si trasforma quindi dalla dissoluzione alla rinascita, ma un altro evento ha costretto i russi a ripensare in questi giorni all’incerta evoluzione del proprio destino. La mattina del 1° settembre 2004 avvenne infatti il più tragico atto terroristico della storia russa recente, la strage della scuola di Beslan in Ossezia del nord all’inizio del nuovo anno scolastico, con 1.100 ostaggi trattenuti dai terroristi per tre giorni, con esplosioni e sparatorie furibonde che lasciarono sul terreno 27 terroristi morti e 314 vittime tra gli ostaggi, di cui 186 bambini. Il presidente Putin, per la prima volta in vent’anni, si è recato in questi giorni in visita alle “Madri di Beslan”, compiendo un giro propagandistico anche in Cecenia, proprio durante l’offensiva ucraina nella regione di Kursk.

Putin intendeva mostrare la sua superiorità sulle pretese ucraine, ricordando le motivazioni stesse che lo avevano portato al potere, quando aveva promesso, già da primo ministro nel 1999, che avrebbe fatto fuori tutti i terroristi. Il bagno di folla caucasica ha ricordato quello successivo al tentativo di golpe di Evgenij Prigožin dello scorso anno, quando Putin (o un suo sosia) si concesse agli abbracci degli ingusceti per celebrare la sua unione indistruttibile con tutti i popoli della Russia. Alle madri dei bambini assassinati a Beslan aveva allora promesso di “raccontare tutta la verità” sulla strage, ma le loro rappresentanti si sono lamentate di non aver avuto in realtà alcuna soddisfazione in questo senso. Il presidente, in un dialogo che non è stato mostrato in televisione, ha risposto imbarazzato che avrebbe chiesto ad Aleksandr Bastrykin, capo del comitato investigativo, di risolvere la questione “al più presto”.

In preda a evidente confusione, Putin ha poi ricordato in modo impreciso il numero delle vittime dell’attentato, parlando di “334 persone, tra cui 136 bambini”, cinquanta in meno di quelli effettivamente defunti. Egli ha poi cercato istericamente di incolpare “le forze che dall’estero hanno cercato di giustificare e aiutare i terroristi, anche con motivazioni morali”, ricollegandosi agli avvenimenti attuali, poiché “i nostri nemici continuano a sconvolgere il nostro Paese, istigando e provocando le azioni criminali nella regione di Kursk, nel Donbass e in tutta la Novorossija”, cioè l’Ucraina. Cercando aiuto nella memoria di fatti passati, Putin e Kirill sperano di far risplendere il volto della nuova Russia vittoriosa, rendendo ancora più evidente la confusione e l’impotenza di un sistema sempre più incerto e contraddittorio.

Convention dem: se a Chicago il mondo resta fuori dall’arena

di Paolo Giordano – Corriere della Sera 23 Agosto 2024

La guerra? Si fa ma non si dice. Iran, Georgia, Afghanistan: non pervenuti, la sola democrazia da difendere è quella degli Usa. I cortei per Gaza si disperdono da soli. A Chicago si combatte solo per i voti della classe media

CHICAGO — La politica estera non ha avuto il pass per la convention. Se ne sta fuori dal perimetro di sicurezza, con i suoi cartelli, la rabbia repressa. Mercoledì pomeriggio, alla quarta delle manifestazioni pro Palestina, il corteo si era ormai ridotto, distillandosi nella sua composizione: quasi sparite le componenti intersezionali — femministe, black, queer — rimaneva la comunità musulmana, per la quale l’occupazione di Gaza non è metafora di altro. Forse è una deformazione professionale, ma della sequela di discorsi che ho ascoltato allo United Center, ho trovato eloquenti soprattutto le reticenze. 

Il mandato eroico dei democratici per queste elezioni è il salvataggio della democrazia dalla minaccia eversiva di Trump: «We are saving democracy» dicono, «Democracy is on the ballot». Ma è sottinteso, quando lo dicono, che la democrazia da salvare sia la loro, quella degli Stati Uniti. Nessuno, almeno finora, ha nominato il Venezuela, la Georgia, l’Afghanistan o l’Iran, dove la democrazia sanguina sul serio. E quasi nessuno ha nominato l’Europa. 

Nei giorni della presa di Kursk e della caduta di New York nel Donbass, anche l’Ucraina è stata pressoché assente dagli speech, l’Ucraina si fa ma non si dice, e se proprio va menzionata, meglio dire «Kiev». 
Quanto a Israele e Palestina, sono sigillati insieme in una formula vuota: finire la guerra a Gaza e liberare gli ostaggi. Fuori dallo United Center, mercoledì, sfilava in corteo un bambino palestinese mutilato a Rafah, avrà avuto sei anni; dentro l’arena, intanto, la folla dei delegati fremeva per le star della serata: Pelosi, Shapiro, Walz e Stevie Wonder. Fuori, gli slogan erano quelli più estremi, «Globalize the Intifada», «From the river to the sea»; dentro, si combatteva per i voti della classe media, qualunque cosa sia: casette col cortile, barbecue e cane, l’America vera, che non combatte contro l’occupazione ma per l’assicurazione sanitaria. 

Fuori, Israele va cacciato dal Medio Oriente; dentro, Tim Walz vuole i repubblicani «via dalle nostre stanze da letto!» Dentro, Joe Biden è il presidente che ha messo gli interessi dell’America davanti ai propri e Kamala Harris sarà «la Presidente della Gioia»; fuori, si chiamano «Killer Kamala» e «Genocide Joe». Per fortuna lo United Center è insonorizzato. Il mondo che non è America non disturba l’arena. 

Barack Obama è il solo a dirlo chiaramente: gli Stati Uniti non devono essere «la polizia del mondo». Eccola, in sintesi, l’agenda di politica estera dei democratici. A pensarci bene, rischia quasi di crearsi una convergenza paradossale di interessi fra il dentro e il fuori: il popolo radicale, che da sempre vuole un’America che si faccia gli affari propri, sta per essere accontentata. In cosa questo si tradurrà, be’, è un’avventura da scoprire. 
Alla manifestazione di domenica, dopo uno scontro e alcuni arresti, la polizia di Chicago si è disposta su tre lati di Union Park, per poi marciare verso i manifestanti al ritmo delle parole «Move-back… Move-back…». Era il tramonto, si era alzato un po’ di vento e la folla era già mezzo dispersa. I poliziotti procedevano poco convinti, quasi in imbarazzo per la superfluità dell’azione di sgombero. A un certo punto il loro mormorio si è trasformato in una ninna nanna. «Move-back… Move-back…». 
Magari siamo noi europei a sbagliare, ad angustiarci troppo con la politica estera. Forse si potrebbe, anzi si dovrebbe vivere accorciando lo sguardo, preoccuparsi al massimo dei vicini di casa, della propria comunità, come ha suggerito Tim Walz. «Move-back… Move-back…» Arretrare, ecco. Dedicarsi alla gioia a portata di mano. Abbandonarsi a questa inesorabile deriva dei continenti. 

I cattolici di fronte alle elezioni americane

21 Agosto 2024 ore 13:04

di Roberto de Mattei Corrispondenza Romana – 1861

Esiste una dottrina cattolica del male minore che si può riassumere in questi termini: 

  1. Non si può mai commettere in maniera positiva e diretta il sia pur minimo male; 
  2. per evitare un male maggiore si può tollerare un male minore commesso da altri, a condizione di non approvarlo in quanto tale e di ricordare l’esistenza di un bene maggiore a cui tendere. 

Questa dottrina è fondamentale per orientarsi in un’epoca confusa in cui si è persa la nozione del principio: «Bonum ex integra causa, malum ex quocumque defectu»(San Tommaso d’Aquino, Summa Theologiae I-IIae, q. 18, a. 4 ad 3).

Alla luce di questo principio, un cattolico non può mai votare o approvare una legge abortista, neanche minimale, ma può votare per un candidato che non sia un antiabortista integrale.  Per questo è lecito ad un cattolico americano votare per Donald Trump, le cui posizioni sull’aborto, come osserva Edward Feser, lasciano molto a desiderare . Trump è infatti favorevole a mantenere l’aborto legale nei casi di stupro, incesto e pericolo della madre e si limita a trattare l’omicidio di Stato come una questione puramente procedurale, relativa al governo, centrale o locale, che dovrebbe regolarla. Inoltre la piattaforma del Partito Repubblicano nell’incontro di Milwaukee dello scorso 8 luglio, per la prima volta in quarant’anni non ha incluso un riferimento al divieto di aborto a livello nazionale. Tuttavia Trump non fa dell’aborto una bandiera, a differenza della sua avversaria Kamala Harris. Il programma socialista ed egualitario della Harris prevede il ripristino del diritto costituzionale all’aborto, sancito dalla sentenza Roe v. Wade del 1973 e annullato dalla decisione della Corte Suprema del 24 giugno 2023. Inoltre, durante le primarie del 2019, Kamala ha annunciato che avrebbe approvato al suo primo giorno alla Casa Bianca. l’Equality Act, per garantire ogni forma di diritto al mondo Lgbt (sul tema, cfr. il suo libro The Truths we hold. An American journey, Vintage, 2021, pp. 112-120).

Il candidato democratico alla vicepresidenza, Tim Walz, membro di punta del Partito Democratico Contadino Laburista del Minnesota, è, se possibile, ancora più di sinistra di Kamala Harris. Malgrado i media insistano sulla moderazione di Kamala Harris, se i democratici vinceranno a novembre il processo di decadenza morale degli Stati Uniti sarà accelerato dal ticket Harris-Walz, tra i più progressisti nella storia di questo Paese.  

E’ una pena che il Partito Repubblicano non sia riuscito a produrre alcun candidato migliore di Donald Trump, ma Kamala Harris rappresenta certamente il male maggiore da evitare. Trump merita di essere criticato su molti punti, ma non è lecito regalare la vittoria alla Harris, votandola o astenendosi dal voto. 

Sul piano della politica internazionale, sia nel caso che vinca Kamala Harris che Donald Trump, è difficile che ci siano grandi variazioni. Si dice che sotto Trump gli Stati Uniti si sgancerebbero dall’Europa e dalla Nato, ma si tratta di una prospettiva esagerata. Kamala Harris appartiene alla scuola dei wilsoniani (dal nome di Thomas Woodrow Wilson, presidente degli Stati Uniti dal 1913 al 1921); Trump a quella dei jacksoniani (dal nome di Andrew Jackson, presidente dal 1829 al 1837). I primi sostengono che gli Stati Uniti hanno il dovere morale di diffondere i valori democratici nel mondo, i secondi ritengono che gli Stati Uniti non dovrebbero trovare motivi di conflitto all’estero. Tuttavia, come osserva lo storico Walter Russell Mead, l’opinione dei jacksoniani concorda con quella del generale Douglas MacArthur (1880-1964) secondo il quale in caso di guerra, «non c’è alternativa alla vittoria» (Il serpente e la colomba. Storia della politica estera degli Stati Uniti d’America, Garzanti, Milano 2002, p. 17). 

Durante il suo primo mandato presidenziale, Donald Trump si fece fotografare nello Studio Ovale con un ritratto alle sue spalle del presidente Jackson, le cui statue sono finite nel mirino degli attivisti “woke” con l’accusa di essere stato un razzista e uno schiavista. Lo stesso Mead ha sottolineato la connessione tra Trump e Jackson in un saggio pubblicato nel 2017 sulla rivista Foreign Affairs. Il candidato alla vice presidenza Vance, da parte sua, in un’intervista rilasciata a New Statesman il 14 febbraio 2024, ha sottolineato che l’approccio “jacksoniano” di Trump, è «un misto di estremo scetticismo verso l’intervento all’estero, combinato con una postura estremamente aggressiva quando si interviene». Gli Stati Uniti, osserva Mead, non possono intraprendere una importante guerra internazionale, senza il sostegno dei jacksoniani e, una volta iniziata, non possono interromperla se non alle loro condizioni.

La politica estera di Kamala Harris è certamente più interventista di quella di Trump, tuttavia malgrado la sua tendenza isolazionista, il candidato repubblicano ha come priorità l’interesse nazionale dell’America. La fine della Nato e la caduta dell’Europa sotto il dominio russo sono negli interessi di Washington? Trump vuole concentrarsi sullo scenario che ritiene più inquietante per gli Stati Uniti, quello dell’Indo-Pacifico, ma l’Europa costituisce un perno fondamentale della potenza imperiale americana. Se sarà eletto, premerà verosimilmente sull’Europa, perché trovi in sé stessa le risorse economiche e militari per difendersi, ma non la abbandonerà certo al suo destino. 

I democratici accusano Trump di essere sostenuto da Putin, ma l’interesse prioritario del dittatore russo non è la vittoria di Trump né quella di Harris, ma piuttosto una situazione di destabilizzazione del continente americano, che faciliti i suoi progetti di espansione nell’Europa orientale. Lo spettro della guerra civile, o quantomeno di forti tensioni interne, è sempre vivo negli Stati Uniti e non c’è da meravigliarsi se lo scenario che Putin preferirebbe sarebbe quello di un crollo dell’Impero americano analogo a quello dell’Impero russo del 1991.  

D’altra parte, il vero aiuto a Putin non è dato da Trump, ma da tutti coloro che sono convinti che la guerra russo-ucraina sia la conseguenza di una legittima reazione del Cremlino all’imperialismo americano. Se questo fosse vero, l’America sarebbe il nemico primario dell’Europa, come ha sempre pensato l’estrema sinistra europea prima e dopo il crollo dell’Unione Sovietica. Eppure appare evidente a qualsiasi uomo di buon senso che la dipendenza economica e militare dell’Europa dagli Stati Uniti resta un male minore rispetto a una situazione di vassallaggio nei confronti della Russia, che sta diventando a sua volta un paese vassallo della Cina comunista. 

Accettare il male minore non significa rinunciare al bene maggiore, che non ha nulla a che fare né con il liberalismo americano né con il dispotismo russo-cinese. L’ideale irrinunciabile è «l’instaurazione di tutte le cose in Cristo», ovvero la restaurazione della Civiltà cristiana, come l’Occidente l’ha conosciuta nel Medioevo, ma spinta a un più alto grado di perfezione. San Pio X ne ha indicato la strada: «Non si deve inventare la civiltà, né si deve costruire la nuova società tra le nuvole. Essa è esistita ed esiste: è la Civiltà cristiana, è la società cattolica. Non si tratta che di instaurarla e restaurarla incessantemente nelle sue naturali e divine fondamenta, contro i rinascenti attacchi della malsana utopia, della rivolta e dell’empietà: Omnia instaurare in Christo (Ef. I, 10)» (Lettera Notre Charge Apostolique, del 25 agosto 1910). 

Muore a 93 anni la veggente di Akita

La religiosa giapponese fu destinataria di messaggi da parte della Vergine e di altri fenomeni soprannaturali. È morta nel giorno dell’Assunzione di Maria, all’età di 93 anni, suor Agnese Sasagawa, la veggente di Akita, unica mariofania attestata in Giappone. 

Nata da famiglia buddista e poi convertitasi al cattolicesimo, suor Agnese era novizia delle Serve dell’Eucaristia nel 1973 quando le si manifestarono i primi eventi soprannaturali, preludio delle tre apparizioni della Vergine Maria avvenute tra luglio e ottobre dello stesso anno e seguite poi da ulteriori fenomeni (tra cui le lacrimazioni di una statua già presente sul posto), oltre che dalla guarigione della stessa suor Agnese, affetta da sordità. Nella mariofania giapponese sorprende la straordinaria continuità – evidenziata anche dal card. Ratzinger  con il messaggio di Fatima.


Articolo di Ermes Dovico – La Nuova Bussola 2 Giugno 2019

Nel 1973 la Madonna si manifestò in Giappone ad Agnese Sasagawa, novizia delle Serve dell’Eucaristia, comunicandole il bisogno che l’umanità faccia penitenza. “Le sole armi che vi restano sono il Rosario e il Segno lasciato da Mio Figlio”, disse la Madre Celeste nelle apparizioni di Akita (riconosciute dal vescovo), lasciando un severo monito per gli impenitenti e insieme una salda speranza per chi si converte, in perfetta continuità con il messaggio del 1917 ai tre pastorelli.

Il messaggio che veicola, con l’urgente richiamo alla conversione e alla penitenza, è del tutto simile a quello di Fatima. E insieme ai fatti a cui si accompagna mostra l’intimo legame con diverse altre apparizioni mariane della nostra epoca, già riconosciute dalla Chiesa o ancora no, da Civitavecchia a Medjugorje. Parliamo delle apparizioni di Nostra Signora di Akita, che è il titolo con cui la Chiesa venera la Vergine a seguito delle visioni avute tra il luglio e l’ottobre del 1973 dalla giapponese Agnese Katsuko Sasagawa, allora quarantaduenne novizia nell’ordine delle Serve dell’Eucaristia.

Il preludio alla mariofania di Akita, teatro degli eventi soprannaturali, lo si era avuto il 12 giugno dello stesso anno, quando Agnese aveva visto dei raggi di luce provenire dal Tabernacolo della cappella del suo convento. Il fenomeno si era ripetuto nei due giorni seguenti e poi ancora, con una luce ancora più intensa, il 24 giugno, data in cui quell’anno cadeva il Corpus Domini. Il 28 giugno Agnese ricevette una ferita a forma di croce nel palmo della mano sinistra, da cui fuoriuscì molto sangue, e il giorno dopo, festa del Sacro Cuore di Gesù, vide degli angeli intorno all’altare nell’atto di cantare il Sanctus.

Tempo un’altra settimana e avvenne la prima manifestazione mariana di Akita. Il 6 luglio 1973 la buona Agnese, che soffriva di sordità, vide apparire, verso le tre del mattino, una donna: “Non temere, sono colei che sta presso di te e ti custodisce. Seguimi”. La novizia pensava si trattasse della sorella morta qualche tempo prima, ornata della grazia del Battesimo. In realtà, quella creatura, apparsale in forma femminile, era il suo angelo custode, che le si manifesterà per sei anni consecutivi e che in quella prima occasione le disse ancora: “Non avere paura, ma prega per i tuoi peccati e non solo, anche in riparazione per tutti gli uomini. Il mondo attuale ferisce il Santissimo Cuore di Gesù con la sua ingratitudine e i suoi oltraggi. La ferita alla mano della Santissima Vergine Maria è molto più profonda della tua”.

Prima di scomparire, l’angelo la condusse in cappella, dove Agnese, dopo aver sostato ad adorare il Santissimo Sacramento, si avvicinò alla statua di legno della Madonna, da cui sentì improvvisamente provenire una voce bellissima, celestiale. Che tra l’altro le disse: “Figlia mia, novizia mia, tu sei stata molto coerente nella fede che hai mostrato. L’orecchio malato è per te qualcosa di molto doloroso, ma ti verrà guarito. Sii paziente. Sacrificati ed espia per i peccati del mondo. Tu sei per me una figlia indispensabile. Fa’ tuoi i propositi delle Serve del Santissimo Sacramento, prega per il Papa, i vescovi e la Chiesa”. Quello stesso giorno, alcune suore videro fuoriuscire del sangue dalla mano destra della statua della Vergine, sgorgante da una ferita a forma di croce, uguale ma più profonda rispetto a quella di Agnese.

Un fatto non da poco è che il prodigioso simulacro ligneo del Giappone è stato realizzato basandosi sull’immagine della Signora di tutti i Popoli, ossia l’effigie della Vergine apparsa ad Amsterdam all’umile veggente Ida Peerdeman (1905-1996): in quelle apparizioni, riconosciute ufficialmente dal vescovo locale il 31 maggio 2002, Maria Santissima aveva chiesto all’umanità di ritornare alla Croce e di essere onorata con il titolo di “Corredentrice, Mediatrice e Avvocata” domandando la proclamazione di uno specifico dogma al riguardo e profetizzando che esso sarà combattutissimo, “l’ultimo e più grande”, a seguito del quale la Chiesa e il mondo intero avranno straordinarie grazie dal Cielo (una nuova, potentissima, effusione dello Spirito Santo) e un lungo periodo di pace.

Tra i molti messaggi ricevuti dalla veggente olandese, uno in particolare, del 14 febbraio 1950, riguardava la lontana terra nipponica: “Il Giappone si convertirà”.

Tornando ad Akita, il 3 agosto avvenne la seconda apparizione, in cui la Madonna annunciò che “il Padre Celeste si sta preparando a infliggere un grande castigo su tutta l’umanità. Con Mio Figlio sono intervenuta tante volte per placare l’ira del Padre. Ho impedito l’arrivo di calamità offrendogli le sofferenze del Figlio sulla Croce, il Suo prezioso sangue e le anime dilette che Lo consolano formando una schiera di anime vittime”.

Il 13 ottobre (a 56 anni di distanza dal miracolo del sole a Fatima) avvenne la terza e ultima apparizione, nella quale la Beata Vergine diede dei tremendi dettagli sul castigo che si sarebbe abbattuto sull’umanità, facendo capire comunque che esso dipende dalla libertà degli uomini, i quali, con la loro conversione, possono evitarlo. “[…] Come ti ho detto, se gli uomini non si pentiranno e non miglioreranno se stessi, il Padre infliggerà un terribile castigo su tutta l’umanità. Sarà un castigo più grande del Diluvio, tale come non se ne è mai visto prima. Il fuoco cadrà dal cielo e spazzerà via una grande parte dell’umanità, i buoni come i cattivi, senza risparmiare né preti né fedeli. I sopravvissuti si troveranno così afflitti che invidieranno i morti. Le sole armi che vi restano sono il Rosario e il Segno lasciato da Mio Figlio. Recitate ogni giorno la preghiera del Rosario. Con il Rosario pregate per il Papa, i vescovi e i preti”.

Come già nei messaggi ai tre pastorelli, la Vergine insiste quindi sulla recita del Rosario come arma decisiva per vincere il proprio combattimento spirituale e cooperare al disegno di salvezza. Il messaggio del 13 ottobre proseguiva soffermandosi sulla battaglia tra Bene e Male interna alla Chiesa nonché sulla dannazione eterna per chi muore impenitente. “L’opera del diavolo si insinuerà anche nella Chiesa in una maniera tale che si vedranno cardinali opporsi ad altri cardinali, e vescovi contro vescovi. I sacerdoti che mi venerano saranno disprezzati e ostacolati dai loro confratelli […], chiese e altari saccheggiati. La Chiesa sarà piena di coloro che accettano compromessi e il demonio spingerà molti sacerdoti e anime consacrate a lasciare il servizio del Signore. Il demonio sarà implacabile specialmente contro le anime consacrate a Dio. Il pensiero della perdita di tante anime è la causa della mia tristezza. Se i peccati aumenteranno in numero e gravità, non ci sarà perdono per loro […]. Prega molto la preghiera del Rosario. Solo io posso ancora salvarvi dalle calamità che si approssimano. Coloro che avranno fiducia in me saranno salvati”.

I segni celesti continuarono. Il 13 ottobre 1974, un anno dopo il terzo e ultimo messaggio della Vergine, suor Agnese guarì improvvisamente dalla sua sordità, beneficiando per sei mesi del miracolo: la promessa della Madonna, con il recupero definitivo dell’udito, si realizzerà nel maggio 1982, per la domenica di Pentecoste. La suora giapponese riferì inoltre che, dal 4 gennaio 1975 al 15 settembre 1981, assistette a 101 lacrimazioni della statua lignea di Maria, protagonista pure di essudazioni profumate. Di questi fenomeni, in modo simile a quanto avverrà negli anni Novanta a Civitavecchia, furono testimoni centinaia di persone e pure una troupe televisiva giapponese poté filmare la statua mentre piangeva. Le analisi condotte dal Dipartimento di biochimica dell’Università di Akita e – attraverso il dottor Kaoru Sagisaka, un non cristiano – dalla Facoltà di medicina legale hanno confermato che il sangue e le lacrime erano effettivamente di natura umana.

Nell’aprile 1984, il vescovo di Niigata, John Shojiro Ito, riconobbe ufficialmente le apparizioni come degne di fede: “Dopo le indagini condotte fino al giorno presente, non si può negare il carattere soprannaturale di una serie di eventi inspiegabili della statua della Vergine onorata ad Akita. Di conseguenza autorizzo che in tutta la diocesi affidata a me si veneri la Santa Madre di Akita”. Pur senza emettere un documento ufficiale, nel 1988, anche l’allora cardinale Joseph Ratzinger, prefetto della Congregazione per la dottrina della Fede, definì attendibili i fatti avvenuti ad Akita. E, dieci anni dopo, Howard Q. Dee, ex ambasciatore delle Filippine presso la Santa Sede, dichiarò in pubblico che Ratzinger gli aveva detto che il messaggio di Akita è “essenzialmente lo stesso” di quello di Fatima.

Anche ad Akita, accanto al monito per coloro che rifiutano fino all’ultimo respiro terreno la Misericordia di Dio, la Vergine, come una mamma che cerca continuamente di condurre i propri figli alla beatitudine eterna, rivela tutta la potenza della sua intercessione presso la Santissima Trinità e, in mezzo a un’oscurità che sembra ineluttabile, lascia parole di speranza, in cui sembra di risentire l’eco della promessa consegnata a Lucia, Giacinta e Francesco: “Infine il Mio Cuore Immacolato trionferà”.

La battaglia di Kursk, la nuova Ucraina

di Stefano Caprio-Asia News 18 Agosto 2024

Rileggendo la sua lunga storia la conquista dei “mille chilometri quadrati” della regione di Kursk da parte dell’esercito ucraino ha anche un significato simbolico, prima ancora dei vantaggi militari o diplomatici che ne potrebbero conseguire. È un modo per riaffermare la storica superiorità di Kiev su Mosca. Proprio mentre i russi inaugurano un nuovo grandioso complesso a Sebastopoli in Crimea.

Come è noto, il termine “ucraina” significa “confine”, e la sorprendente avanzata delle truppe di Kiev nella regione di Kursk sposta questo limite verso Oriente, ridefinendo ancora una volta i rapporti tra le due anime dell’antica Rus’, la Russia e l’Ucraina contemporanea. Non esiste infatti un vero confine geografico tra queste due parti del mondo russo, se non il fiume Dnepr che da Kiev a Kherson esprime quel passaggio che ha generato la stessa natura storica dei russi, che attraverso i fiumi cercavano di connettersi con i regni europei e staccarsi dalle radici asiatiche, rimbalzando storicamente da entrambe le sponde dell’Eurasia.

Kursk era un principato più antico di Mosca, risalente alla fine dell’XI secolo, quando nel 1095 fu concesso a Izjaslav, il figlio del granduca di Kiev Vladimir “il Monomaco”, che si riteneva erede degli imperatori bizantini avendo sposato una delle loro figlie, e fu l’ultimo monarca della Rus’ di Kiev a tenere in qualche modo uniti tutti i territori contesi da figli e nipoti. Del “secondo Vladimir”, a cui fu dedicata la città che divenne capitale per qualche decennio, usurpando il potere della stessa Kiev, si ricorda un testo chiamato Poučenie, “Ammonizione”, che all’inizio del XII secolo supplicava, con dovizia di citazioni bibliche, tutti gli altri principi di far cessare le lotte intestine, in russo antico i meždousobnja brani, che caratterizzavano la vita dell’antico Stato russo e che ancora oggi si ricordano nelle invocazioni della liturgia slava-ecclesiastica, come uno dei mali principali per cui chiedere a Dio la misericordia e il perdono.

La lotta per Kursk è ricordata nell’antica Cronaca di Nestor come la guerra tra i Monomakhovy e i Mstislavoviči, gli eredi di due rami della famiglia antica dei sovrani kieviani, e si trasformò tra il 1183 e il 1185 nella campagna contro i nemici provenienti da oltre il fiume Volga, i polovtsy poi riassorbiti dai tataro-mongoli. Il principe Vsevolod di Kursk si unì a quello di Novgorod, Igor Svjatoslavič, in una battaglia che avrebbe potuto riunire tutte le famiglie in lotta contro il nemico esterno, ma che si concluse con una tragica sconfitta. Questo evento fu esaltato dal poema del Canto della schiera di Igor, il più grande capolavoro della letteratura della Rus’ di Kiev, in cui la sconfitta si trasforma in promessa di rinascita, chiamando la natura, gli antichi dèi pagani e l’intero popolo russo a unirsi per riscoprire la propria anima, chiudendo infine con la consacrazione della Rus’ alla Madre di Dio, nella “doppia fede” pagana e cristiana che caratterizzava questi secoli leggendari a cui oggi la Russia cerca di rifarsi per ritrovare sé stessa, finendo per scontrarsi di nuovo con le proprie divisioni e contraddizioni.

Kursk fu uno degli ultimi baluardi di fronte all’avanzata dei tartari, ottenendo una parziale vittoria nella battaglia di Kalka del 1223, per poi essere travolta dalle armate del khan Batyj nel 1239, subito prima della distruzione della stessa Kiev. Il suo territorio continuò a essere chiamato “principato di Kursk”, anche se non c’era più alcun principe, rimanendo a disposizione di tutti gli avventurieri dell’occidente polacco-lituano e dell’oriente della nuova capitale che si stava formando in quei frangenti sfruttando l’amicizia con i tartari, quella Mosca fondata nel 1147 e distante 500 chilometri da Kursk, che fino al 1300 era rimasta una semplice stazione di posta dei commerci più settentrionali, sul fiume Moskva. La riscossa avvenne agli inizi del XIV secolo, con singolare analogia storica grazie alla dinastia detta di Putivl, il titolo di una roccaforte simile al nome dell’attuale presidente della Russia, per cui Putin significa “Colui che è sulla strada”. Per tre secoli il principato di Kursk rimase parte del regno di Lituania, per essere poi riassorbito nella Russia seicentesca degli zar insieme a Kiev.

La conquista dei “mille chilometri quadrati” della regione di Kursk da parte dell’esercito ucraino assume quindi un significato simbolico evidente, prima ancora dei vantaggi militari o diplomatici che ne potrebbero conseguire, riaffermando la storica superiorità di Kiev su Mosca, ribadita nei giorni scorsi in occasione dei festeggiamenti per il Battesimo dell’antica Rus’. È una “vittoria morale” che trascina la coperta corta della comune loggia dei territori verso l’Ucraina, oggi supportata da Europa e America, come un tempo da Lituania e Polonia, e tra l’altro si ricollega, sempre in modo simbolico, alla tragedia del sottomarino K-141 Kursk, affondato nel mare di Barents il 12 agosto del 2000 con 107 vittime dell’intero equipaggio, proprio all’inizio del regno dello zar Putin. Come ha commentato sarcasticamente il presidente ucraino Zelenskyj, “per Putin tutto inizia e tutto finisce con Kursk”. Come peraltro fanno notare diversi osservatori, come il polit-tecnologo Abbas Galljamov, ex-consigliere di Putin oggi in esilio, non è soltanto una mossa ad effetto nella “guerra informativa e psicologica”, ma ha anche un grande significato pratico, mostrando al mondo intero “stanco della guerra” che la Russia sterminata è in fondo un Paese senza vera difesa, oggi come ai tempi dei polovtsy, dei tartari e delle lotte intestine.

Concentrandosi sul Donbass, i russi hanno lasciato scoperti i confini di Kursk, Belgorod, Brjansk e altre zone meridionali, cambiando il quadro dipinto dalla propaganda putiniana che predica la guerra perenne e universale, senza tener conto della propria fragilità endemica, quella di un territorio troppo vasto per un popolo pur aggressivo e orgoglioso, ma di fatto non così dominante come vorrebbe essere nelle sue aspirazioni imperiali. I russi sono poco più di 140 milioni (di cui almeno 30 di altra etnia) su un’estensione vasta come un sesto delle terre emerse, quattro volte più grande della Cina e dell’India, dove vivono popolazioni dieci volte più numerose, e a Occidente deve fronteggiare mezzo miliardo di europei, schierati a difesa dei 40 milioni di ucraini, forse non abbastanza per sovrastare l’esercito di Mosca, ma più che sufficienti per riportare il conflitto agli antichi meždousobnja brani.

Galljamov risale addirittura a prima della storia della Rus’, ricordando “le guerre degli Sciti”, le mitiche popolazioni che per gli antichi romani riassumevano tutte le minacce provenienti da Oriente. Allora i barbari asiatici si scagliavano contro una parte o l’altra dell’impero, per poi doversi ritirare e attestare su zone limitate, senza mai riuscire a prendere il controllo del Caucaso o del mar Nero, dove avvenivano le battaglie di quei tempi, e dove oggi si ripetono quelle contraddizioni. Gli ucraini combattono non tanto per conquistare territori, ma per tagliare la strada ai russi nelle zone cruciali, magari prendendo il controllo di centrali elettriche o nucleari, ponti e snodi stradali, considerando lo stesso Donbass soltanto un “corridoio per la Crimea e il mar Nero”, da dove Putin vorrebbe poter affermare il suo potere verso l’Europa, il Mediterraneo, il mondo intero.

L’attacco ucraino ha quindi colpito al cuore l’intero sistema bellico della Russia, lasciando esterrefatto lo stesso zar per l’incompetenza mostrata dai suoi generali, che non si erano neppure accorti delle migliaia di soldati pronti a irrompere sul suo territorio. La propaganda cerca in tutti i modi di denigrare e ridurre al minimo le conseguenze della “contro-invasione”, addirittura diffondendo una nuova variante dell’inno bellico del cantante Šaman, che invece di proclamare Ja russkij!, oggi grida Ja kurskij!, “Sono di Kursk!”, finendo per scivolare totalmente nel ridicolo, sottolineando ulteriormente l’efficacia della strategia di Kiev. Il ministero russo della difesa, terremotato nei mesi scorsi da Putin per renderlo il vero centro del potere militare-spirituale della Russia, continua a ripetere che l’esercito ha fermato l’avanzata ucraina, quasi pensassero che potessero giungere fino a Mosca come le colonne della compagnia Wagner di Evgenij Prigožin, senza rendersi conto del vero effetto della mossa a sorpresa, che fa il paio simbolicamente con la riconquista di Kherson, alla foce del Dnepr a novembre 2022, bloccando la guerra russa sulle due sponde, le “due ucraine” della storia.

Il valore simbolico della “campagna di Kursk” è ulteriormente sottolineato dal legame temporale con l’apertura solenne a Sebastopoli, la capitale della Crimea, del grandioso complesso ecclesiastico-museale del “Nuovo Chersoneso”, già ribattezzato la “Mecca russa”, voluto fortemente dallo stesso Putin e realizzato sotto la regia del suo “padre spirituale”, il metropolita ortodosso della Crimea Tikhon (Ševkunov). Gli ucraini sanno cogliere i momenti in cui ferire in modo particolarmente sanguinoso l’orgoglio dei russi, fin dalla rivolta popolare dell’Euromaidan, che ebbe inizio nell’inverno 2013-2014, proprio durante le Olimpiadi invernali di Soči che volevano mostrare il trionfo del putinismo, che nei giorni scorsi ha invece trangugiato l’amarezza dell’esclusione dalle Olimpiadi di Parigi.

Gli storici e gli archeologi del mondo intero sono esterrefatti per lo scempio prodotto dai russi, con la distruzione a Sebastopoli del sito archeologico dell’antica Tauride, patrimonio universale dell’Unesco, oggi ricoperto da edifici grotteschi per turisti e ammiratori, che diffondono musiche di ogni genere e invitano ai concerti della Russia vincitrice. Era una colonia greca, la più antica su tutte le coste del mar Nero, e il 30 luglio all’inaugurazione le sue strade ricoperte dalle fastose decorazioni sono state calpestate da 250 mila persone. Neanche i sovietici avevano osato toccare le rovine di Chersoneso, oggi sacrificate all’estasi ortodosso-patriottica, ma il trionfo della riscrittura della storia viene ormai oscurato dalla revisione di un’altra storia, quella che apre di nuovo le voragini della Russia di Kursk.

La rischiosa Ostpolitik di Viktor Orbán

14 Agosto 2024 di Roberto de Mattei – Corrispondenza Romana 1860

Il riferimento di Orbán alla tradizione cristiana è certamente giusto. Ma come può un cristiano, sia pure calvinista come lui, pensare che il futuro del mondo appartenga all’Asia comunista, islamica, confuciana, induista e buddista, e non a Gesù Cristo, Re della storia. al quale tutto è possibile, anche una luminosa rinascita dell’Occidente oggi immerso nel buio della confusione?

Centodieci anni fa, tra il 14 e il 24 agosto 1914, fu combattuta tra l’esercito tedesco e le armate francese e britannica la “battaglia delle frontiere”, la prima battaglia della Grande Guerra, ai confini tra Francia, Belgio e Germania. Le vittime furono decine di migliaia, da ambo le parti. I francesi erano convinti di sbaragliare il nemico grazie a una presunta superiorità morale delle loro truppe; i tedeschi, confidavano nella loro supremazia militare e organizzativa. Entrambi erano convinti che la guerra non si sarebbe prolungata più di sei mesi. Il conflitto sarebbe durato invece oltre quattro anni provocando quasi dieci milioni di morti e l’inizio della decadenza dell’Occidente. Allora la guerra scoppiò nel cuore dell’Europa, oggi sta divampando ai confini di un continente accerchiato. 

Di fronte alla minaccia della guerra mondiale, due scuole di pensiero si sono confrontate nell’ultimo secolo: gli “universalisti” e i “realisti”. I primi sono convinti che la pace del mondo sarebbe assicurata dal tramonto degli Stati nazionali, sostituiti da una costituzione giuridica universale. Per i secondi, invece, gli interessi degli Stati nazionali dovrebbero essere la norma regolatrice dell’ordine internazionale.  Entrambe le scuole di pensiero, prive di una profonda teologia della storia, hanno mostrato la loro inadeguatezza, cadendo nell’utopismo o nel machiavellismo.   

Oggi la scuola “realista” sembra aver trovato un suo punto di riferimento nel premier ungherese Viktor Orbán che oppone una “realpolitik”, fondata sugli interessi nazionali del suo paese, all’universalismo della sinistra internazionale. Ma questo “nazionalismo pragmatista” rappresenta una soluzione adeguata alla grave crisi che attraversiamo? L’ultimo discorso di Orbán, tenuto il 30 luglio al campo universitario estivo di  Bálványos, in Romania, ci offre qualche spunto di riflessione a questo proposito.

 Per Orbán la guerra russo-ucraina ha portato alla luce il fatto che il problema più grande che il mondo oggi deve affrontare è la disintegrazione dell’Occidente. Secondo il Primo ministro dell’Ungheria, l’Occidente attraversa oggi una crisi profonda, soprattutto a causa della negazione del ruolo degli Stati nazionali. «Se leggiamo attentamente i documenti europei, è chiaro che l’obiettivo è quello di trasferire poteri e sovranità dagli stati nazionali a BruxellesLa conseguenza è che Bruxelles rimane sotto l’occupazione di un’oligarchia liberale». 

Da questa giusta osservazione segue un meno condivisibile auspicio ad un mondo “post-liberale”, aperto ad Oriente. Non a caso – osserva Orbán – sistemi estranei alle democrazie occidentali, come quelli di Singapore, Cina, India, Turchia, Russia «non sono liberali e forse neppure democratici, ma ciononostante contribuiscono al successo delle rispettive nazioni». L’Asia è divenuta per questo il centro della geopolitica del futuro. «L’Asia avrà – o forse ha già – più soldi, i più grandi fondi finanziari, le più grandi aziende del mondo, le migliori università, i migliori istituti di ricerca e le più grandi borse valori. Avrà – o ha già – la ricerca spaziale più avanzata e la scienza medica più avanzata». E’ all’Asia dunque, più che all’Occidente, che l’Ungheria deve guardare per garantire i suoi interessi nazionali.

L’Europa, per Orbán, è destinata ad avere un ruolo di «museo a cielo aperto»; «un continente oggetto di meraviglia, ma privo al suo interno di un dinamismo di sviluppo». A meno che non si punti sull’«autonomia strategica europea» evocata dal presidente francese Macron. In questa prospettiva sarebbe possibile realizzare sviluppi infrastrutturali, soprattutto nell’Europa centrale, promuovere un’alleanza militare europea con una forte industria della difesa, puntare all’autosufficienza energetica, che non sarebbe possibile senza l’energia nucleare. In ogni caso «dobbiamo essere preparati al fatto che l’Ucraina non sarà membro della NATO o dell’Unione europea, perché noi europei non abbiamo abbastanza soldi per questo. L’Ucraina tornerà alla posizione di stato cuscinetto». 

Secondo Orbán l’attuale cambiamento del sistema globale, che vedrà al suo centro l’Asia e non più l’Occidente, «non è una minaccia, ma piuttosto un’opportunità per l’Ungheria». Il premier ungherese ha citato come esempio l’offerta del presidente cinese Xi Jinping all’Ungheria di partecipare alla modernizzazione reciproca, annunciata durante la sua visita a Budapest nel maggio 2024: un’occasione significativa per attrarre risorse e fondi della Cina. Per questo, afferma Orbán: «Non ci lasceremo coinvolgere nella guerra contro l’Oriente. Non ci uniremo alla formazione di un blocco tecnologico che si oppone all’Oriente, e non ci uniremo alla formazione di un blocco commerciale che si oppone all’Oriente. Stiamo radunando amici e partner, non nemici economici o ideologici. Non stiamo prendendo la strada intellettualmente molto più facile di agganciarci a qualcuno, ma stiamo andando per la nostra strada».

Nel giugno 2024, dopo le elezioni europee, Orbán ha fondato a Strasburgo il gruppo sovranista dei Patrioti per l’Europadi cui fanno parte il Rassemblement national di Marine Le Pen e la Lega di Matteo Salvini. Il nuovo gruppo si propone di costituire un blocco alternativo a quello dei Conservatori e riformisti europei (ECR) di cui sono copresidentiNicola Procaccini di Fratelli d’Italia e il polacco Joachim Brudziński del partito Diritto e Giustizia (PiS). La linea “filo-orientale” di Orbán si contrappone a quella “filo-occidentale” polacca, che, oltre Varsavia, comprende Londra, Kiev, i Paesi baltici e scandinavi, ma anche l’Italia di Giorgia Meloni.

Però, alcune domande ed obiezioni possono essere sollevate nei confronti della posizione di Orbán esposta il 30 luglio a Bálványos.

Una concezione autenticamente realista della politica internazionale deve mettere in bilancio la possibilità, a breve termine, di una più ampia deflagrazione bellica. Quale posizione prenderà Orbán in questo caso? Si richiamerà all’esempio di Giovanni Hunyadi, l’eroe ungherese vittorioso contro l’Islam a Belgrado (1456), o sceglierà la via del “collaborazionismo” con quei nemici dell’Occidente contro i quali l’Europa ha definito la sua identità nel corso della storia? 

Il realismo di Orbán ricorda la Ostpolitik di Nixon e Kissinger verso la Cina e quella di Paolo VI e del cardinale Casaroli verso l’Unione Sovietica. I primi non previdero che grazie alla loro politica di distensione la Cina sarebbe diventata il principale avversario politico ed economico degli Stati Uniti. I secondi non previdero il crollo del comunismo e sacrificarono al dialogo con Mosca la testa del primate di Ungheria Josef Mindszenty. La strategia di Orbán ricorda l’Ostpolitik vaticana e americana non solo per la “mano tesa” all’Oriente russo e cinese, ma anche per l’errata convinzione di una irreversibilità del corso storico, al quale non si può fare altro che uniformarsi.  

La dimensione ideologica, senza la quale non si può spiegare il neo-comunismo di Putin e di Xi Jinping, sembra del tutto assente dalla visione strategica di Orbán, concentrata nella difesa pragmatica dello Stato nazionale. Ciò comporta, a suo parere, la lotta al declino demografico, la conservazione della lingua e il rifiuto della “religione zero” in Ungheria. «La religione zero è uno stato in cui la fede è scomparsa da tempo, ma c’è stata anche la perdita della capacità della tradizione cristiana di fornirci regole culturali e morali di comportamento che governano il nostro rapporto con il lavoro, il denaro, la famiglia, le relazioni sessuali e l’ordine delle priorità nel modo in cui ci relazioniamo gli uni con gli altri».   

 Il riferimento di Orbán alla tradizione cristiana è certamente giusto. Ma come può un cristiano, sia pure calvinista come lui, pensare che il futuro del mondo appartenga all’Asia comunista, islamica, confuciana, induista e buddista, e non a Gesù Cristo, Re della storia. al quale tutto è possibile, anche una luminosa rinascita dell’Occidente oggi immerso nel buio della confusione?

San Massimiliano Kolbe, apostolo del Regno di Maria

Roberto de Mattei – Corrispondenza romana 1860

Aug 13, 2024

Il 14 agosto la liturgia universale della Chiesa ricorda san Massimiliano Maria Kolbe, il grande apostolo dell’Immacolata del XX secolo.

Raimondo Kolbe nacque in Polonia il 7 gennaio 1894 da ferventi genitori cristiani. Accolto nel collegio dei francescani conventuali di Leopoli prese il nome di Massimiliano. Studiò a Roma dove conseguì la laurea in filosofia e in teologia e fu ordinato sacerdote, il 28 aprile 1918. Celebrò la sua prima Messa il giorno successivo all’altare della cappella di sant’Andrea delle Fratte dove la Madonna nel 1842 era miracolosamente apparsa, convertendolo, all’ebreo Alfonso Ratisbonne. 

A Roma, fondò nel 1917 la Milizia dell’Immacolata per la conversione di tutti gli uomini per mezzo di Maria. Dopo sei anni, ammalatosi di tubercolosi, ritornò in Polonia, a Cracovia, e non potendo insegnare a causa della sua salute malferma, si dedicò all’apostolato mariano, soprattutto con la stampa, estendendo il suo apostolato missionario in Europa e in Asia. Il castigo della guerra stava tuttavia per abbattersi sull’Europa, interrompendo bruscamente tutti i suoi grandi progetti. Il 1° settembre 1939 la Germania invase la Polonia; tre giorni dopo il convento di Niepokalanów, centro delle sue attività, venne sgomberato dai tedeschi e padre Kolbe fu tratto in arresto e internato nel campo di concentramento di Auschwitz. I testimoni raccontano che “Egli viveva giornalmente addirittura di Dio. A Dio ci attirava tutti e desiderava che noi si vivesse bene, che si sopportasse bene la vita del lager. Aveva addirittura in sé una specie di calamita con cui ci attirava a sé, a Dio e alla Madre Santissima. Ci parlava spesso di Dio e ci inculcava che Dio è buono e misericordioso. Il Servo di Dio desiderava convertire l’intero lager… ” .  

Auschwitz fu l’ultimo terreno missionario per padre Kolbe e la morte l’ultimo suo gesto di apostolato, suggello di una vita che aveva avuto l’eroismo come meta. “Le circostanze che accompagnarono la condanna a morte di padre Kolbe furono le seguenti: – attesta lo stesso prigioniero per cui Kolbe offrì la vita – dopo la fuga di un prigioniero dal nostro blocco, venimmo allineati in dieci file, durante l’appello della seraIl Lagerführer Fritsch (comandante del campo) circondato dalle guardie si avvicinò, e cominciò a scegliere nelle File dieci prigionieri per mandarli a morte. Il Fuhrer indicò anche me col dito. Uscii dalla fila e mi sfuggì un grido, che avrei desiderato rivedere ancora i miei figli. Dopo un istante, uscì dalla fila un prigioniero, offrendo sé stesso in mia vece. Una guardia lo condusse al gruppo dei condannati a morte e mi fece rientrare nella fila”

I dieci condannati furono rinchiusi in un bunker e condannati alla morte per fame.  

Gli ultimi giorni di padre Kolbe ci sono stati descritti da un testimone, addetto agli umili servizi nel bunker: “Dalla cella dove erano gli infelici si udivano ogni giorno le preghiere recitate ad alta voce, il Rosario e canti religiosi, ai quali si associavano anche i prigionieri delle altre celle. Nei momenti di assenza delle guardie scendevo nel sotterraneo per conversare e consolare i compagni. Le calde preghiere e gli Inni alla SS. Vergine si diffondevano per tutto il sotterraneo. Mi sembrava di essere in chiesa. Incominciava il p. Massimiliano Kolbe, e tutti gli altri rispondevano” 

Dopo un’agonia di circa due settimane, padre Kolbe, con gli ultimi sopravvissuti, fu ucciso mediante iniezione di acido fenico nella vena del braccio sinistro. La morte gli conferì un fascino singolare. Il suo volto sereno e puro era raggiante. Era il 14 agosto 1941, vigilia della festa dell’Assunzione.

  Durante l’autunno dell’anno 1940 – testimonia un confratello – nel corso di una conversazione con padre. Massimiliano, gli dissi: “Lei, Padre, ci dice sempre che, se la Gestapo ci portasse via e noi si perisse in un campo, sarebbe un martirio per la fede; intanto, tante persone vengono continuamente arrestate, molte periscono nei campi, e, tuttavia, non si può dire che esse periscano per la fede, ma per la patria! Perché la nostra morte dovrebbe essere appunto una morte per la fede?”.

Il Padre mi guardò, spalancando gli occhi, e rispose con convinzione: “Si, caro figliuolo, la nostra morte sarebbe un martirio per la fede, ed il perché te lo spiegherò subito:“Subito da principio, quando ci riunimmo nel convento, spiegai allo “starosta” (capo del distretto) tedesco a Sochaczew, perché ci trovavamo riuniti nel convento in così grande numero; quale era il nostro scopo, che non avevamo alcun fine politico, ma solo religioso, nonché la premura di guadagnare anime all’Immacolata; per di più gli presentai il piccolo diploma della Milizia dell’Immacolata, il quale è il riassunto dei nostri ideali. Per questi ideali, contenuti nel piccolo diploma, cioè per l’adoprarci a santificare noi stessi e a santificare le altre anime, siamo pronti a dare la vita.“  I Tedeschi sanno quindi ufficialmente, quale sia lo scopo per cui rimaniamo in convento, e qualora tentassero qualcosa contro di noi, lo farebbero per odio alla religione. Il nostro sacrificio dunque, offerto in simili circostanze alla Immacolata, sarà un vero martirio per la S. Fede”.

Massimiliano Kolbe fu l’apostolo del Regno di Maria di cui hanno parlato grandi figure come san Luigi Grignion di Montfort e Plinio Correa de Oliveira. “Viviamo in un’epoca – scriveva – che potrebbe essere chiamata l’inizio dell’era dell’Immacolata”;  “…sotto il suo vessillo si combatterà una grande battaglia e noi inalbereremo le Sue bandiere sulle fortezze del re delle tenebre. E l’Immacolata diverrà la Regina del mondo intero e di ogni singola anima, come la beata Caterina Labouré prevedeva”; l’Immacolata sarà, anzi dovrà essere riconosciuta Regina di tutti e di ogni singola persona, in Polonia e nel mondo intero, e al più presto possibile: ecco la nostra parola d’ordine, per la quale torna conto vivere, lavorare, soffrire e morire” 

  San Massimiliano Kolbe non conosceva la grande promessa di Fatima, ma aveva previsto “non lontano, né un puro sogno“, dopo quella che aveva definito “la prova del sangue“, l’avvento del giorno grandioso in cui la Russia si sarebbe convertita e la statua dell’Immacolata sarebbe stata solennemente intronizzata nel cuore di Mosca.

In vita molti derisero, o fraintesero, i suoi ideali di apostolato. Tra le difficoltà che i militi dell’Immacolata sono destinati a incontrare, la più dura – avvertiva padre Kolbe – non è la fatica del lavoro, né la persecuzione da parte dei nemici, ma “quella persecuzione alla quale ci possono sottoporre persone assennate, prudenti e perfino devote e sante”. Da molti, compresi alcuni suoi confratelli e superiori, fu così accusato, di essere un “sognatore chimerico” e di avere esagerato nel culto dell’Immacolata. La storia gli avrebbe dato ragione. Pio XII nella enciclica Ad caeli Reginam dell’11 ottobre 1954 offrì le basi teologiche per il culto a Maria Regina del Cielo e della terra e nel suo discorso del 1° novembre 1954, affermò che “l’invocazione del regno di Maria è […] la voce della fede e della speranza cristiana”.  

Giovanni Paolo II canonizzò padre Massimiliano Kolbe il 17 ottobre 1982. II Regno di Maria è il grande ideale per il quale oggi lottano e pregano migliaia di anime in tutto il mondo.

La stanza dove nacque la Milizia dell’Immacolata

Per contrastare la massoneria sempre più tracotante «e gli altri servi di Lucifero», san Massimiliano Kolbe, il 16 ottobre 1917, fondò a Roma, con sei confratelli, la Milizia dell’Immacolata. Una grande opera mariana nata in un’umile stanza.

Roma, a pochi passi dai celebri Fori Imperiali, sorge il convento San Teodoro retto dai Frati Minori Conventuali. Il luogo è quasi nascosto, silenzioso. Un palazzo non alto, di soli due piani, si nasconde in una piccola viuzza che costeggia la parte finale dei Fori Imperiali. Qui, in questo palazzo, il 16 ottobre 1917 nasceva la Milizia dell’Immacolata, fondata da san Massimiliano Maria Kolbe (Zduńska Wola, Polonia, 8 gennaio 1894 – Auschwitz, Polonia, 14 agosto 1941), del quale oggi ricorre la memoria liturgica: quel giorno, “l’innamorato della Vergine Maria”, assieme ad altri sei giovani frati, fondava una delle più importanti istituzioni mariane. All’epoca il palazzetto era sede del Collegio Internazionale dei Frati Minori Conventuali nonché della Pontificia Facoltà Teologica San Bonaventura (Seraphicum) dove Massimiliano Kolbe risiedeva e studiava.

Ma cosa vuole dire questo termine, Milizia dell’Immacolata? San Massimiliano Kolbe presenta la Milizia come «una visione globale di vita cattolica sotto forma nuova, consistente nel legame con l’Immacolata, nostra mediatrice universale presso Gesù»: un vero e proprio cammino sui passi della Vergine.

Il fulcro della spiritualità e della formazione della Milizia risiede nella consacrazione a Maria Santissima, intesa per san Massimiliano Kolbe come «trasformazione in Lei». L’associazione mariana ha tre linee guida fondamentali: l’Immacolata, l’amore e la missione. Tutto ciò serve a una matura formazione spirituale del fedele. La Milizia ha, dunque, un progetto semplice ed efficace: la santità per tutti.

E in questa visione kolbiana, un ruolo fondamentale lo ricopre la preghiera, ma non solo. Il progetto si realizza anche lavorando e offrendo al Signore ogni piccolo gesto: preghiera e azione in perfetta armonia, in divina sintonia. La consacrazione all’Immacolata è alla base dell’opera missionaria di Kolbe. Il santo lo scrive nel dicembre 1937 delineando alcuni appunti per un suo libro: «Appartiene all’essenza della Milizia dell’Immacolata il fatto di essere dell’Immacolata totalmente, sotto ogni aspetto».

 E continua: «Di conseguenza, nell’atto di consacrazione i membri della Milizia supplicano l’Immacolata: Ti prego di volermi accettare tutto e completamente come cosa e proprietà Tua, e di fare ciò che Ti piace di me e di tutte le facoltà della mia anima e del mio corpo, di tutta la mia vita, morte ed eternità».

La piccola stanza in cui san Massimiliano Kolbe e sei suoi compagni del collegio fondarono la Milizia vibra di spiritualità. Una volta varcata la porta della stanza, si avverte che si è entrati in un luogo di forte preghiera, in un luogo santo: le mura risuonano, seppur nel silenzio che caratterizza questo luogo, di innumerevoli Ave Maria, di preghiere a Dio. Colpiscono subito i ritratti di quei sette giovani ragazzi: sono volti che danno luce; hanno un sorriso discreto, colmo di speranza.

Sono i volti di: padre Giuseppe Pal, giovane sacerdote della Provincia rumena; fra Antonio Głowiński, diacono della Provincia rumena; fra Girolamo Biasi, della Provincia padovana; fra Quirico Pignalberi, della Provincia romana; fra Antonio Mansi, della Provincia napoletana; fra Enrico Granata, della Provincia napoletana; e poi, il volto dello stesso Kolbe, del giovanissimo fra Massimiliano.

La stanza è stata ristrutturata nel tempo ma il pavimento è originale: quel pavimento, color rosso mattone, è stato calpestato da quei sandali francescani. Proprio al centro della stanza campeggia un tavolino: sopra di esso, una copia fotostatica dello statuto-programma della Milizia e una statuetta dell’Immacolata. Vicino, alcune piccole panche per sedersi. Si può solo immaginare quel momento dell’ottobre 1917: i giovani davanti alla statuetta a redigere l’importante documento. La stanza conserva, inoltre, alcune importanti reliquie di san Massimiliano Kolbe custodite in una vetrinetta: un pezzetto della sua barba; la sua tonaca e una statuetta dell’Immacolata.

Ma cosa accadde quel giorno? È san Massimiliano Kolbe stesso a descriverlo in una relazione da lui tenuta ai religiosi della comunità di Nagasaki, sua terra di missione, nel 1935, a ridosso del 18° anniversario della fondazione della Milizia:

«Rammento che discorrevo con i chierici miei confratelli sulla miserevole condizione del nostro Ordine e sul suo avvenire. E in quei momenti si imprimeva nel mio animo la seguente idea: o rimettere in piedi o mandare all’aria. Provavo un vivo dispiacere per quei giovani che entravano da noi spesso con ottima intenzione e il più delle volte smarrivano il loro ideale di santità proprio in convento. Ma non sapevo bene come fare (…).

Allorché a Roma la massoneria uscì allo scoperto in modo sempre più audace, portando i propri stendardi sotto le finestre del Vaticano – e sul vessillo nero dei seguaci di Giordano Bruno aveva fatto dipingere s. Michele Arcangelo sotto i piedi di Lucifero, e in foglietti di propaganda inveiva apertamente contro il santo Padre – nacque l’idea di istituire una associazione che si impegnasse nella lotta contro la massoneria e gli altri servi di Lucifero.

Per accertarmi che tale idea venisse dall’Immacolata, interpellai il mio direttore spirituale di quegli anni, il p. Alessandro Basile, gesuita, confessore ordinario degli alunni del Collegio. Ottenuta l’assicurazione da parte della santa obbedienza, mi proposi di dare inizio all’opera (…). Così, dunque, con il consenso del P. Rettore, il 17 ottobre 1917 [la sera del 16 ottobre, più precisamente, ndr] ebbe luogo la prima riunione dei primi sette componenti. La riunione ebbe luogo di sera, in segreto, in una cella interna chiusa a chiave, realizzata con una parete provvisoria. Di fronte a noi vi era una statuetta dell’Immacolata fra due candele accese». In quella stanza, la statuetta dell’Immacolata è ancora lì. Così come le due candele. La missione di Kolbe continua.

(Antonio Tarallo – La nuova Bussola – 14 Agosto 2024)

SERVA DI DIO LUISA PICCARRETA

Comunicato del Postulatore Mons. Paolo Rizzi circa la Causa di Beatificazione

Roma, 10 agosto 2024

Rilasciato il nulla osta per la ripresa della Causa di Beatificazione della Serva di Dio Luisa Piccarreta. Lo ha comunicato il Postulatore della Causa, Mons. Paolo Rizzi, con una nota del 10 agosto 2024 di cui si pubblica il testo.

Causa di Beatificazione di Luisa Piccarreta

La Causa di Beatificazione della Serva di Dio Luisa Piccarreta non è mai stata chiusa, ma è sempre stata pendente presso il Dicastero della Cause dei Santi, il quale ne aveva sospeso temporaneamente l’iter canonico poiché il Dicastero per la Dottrina della fede, al cui studio erano stati sottoposti la spiritualità, il pensiero e gli scritti della Serva di Dio, nel 2019 segnalava che gli scritti presentavano alcune ambiguità di natura teologica, cristologica e antropologica che, pur non essendo di per se stessi errori dottrinali, richiedevano un’ulteriore valutazione. Le risposte chiarificatrici della Postulazione ai menzionati rilievi, con il supporto di un teologo esperto in mistica, hanno consentito al Dicastero per la Dottrina della Fede di concludere che negli scritti e nel pensiero della Serva di Dio non si ravvisano affermazioni palesemente difformi dalla dottrina della Chiesa e nel giugno 2024 ha rilasciato il nulla osta per la ripresa della Causa, notificato formalmente dal Dicastero delle Cause dei Santi a questa Postulazione l’8 luglio 2024.

Secondo le prescrizioni del Dicastero delle Cause dei Santi, il proseguimento del percorso canonico, già in atto, deve necessariamente accompagnarsi alla pubblicazione dell’edizione tipica e critica degli Scritti di Luisa Piccarreta a cura dell’Associazione pubblica di fedeli “Luisa Piccarreta-P.F.D.V.” di Corato, attore della Causa, e sotto la vigilanza dell’Arcivescovo di Trani-Barletta-Bisceglie. Tale edizione dovrà essere corredata da un’apposita “Introduzione e relative note” le quali, allo scopo di chiarire alcune espressioni facilmente conducibili a interpretazioni fuorvianti ed errate del messaggio cristiano, mettano in luce l’importanza dell’amore misericordioso e gratuito del Signore, che in alcune pagine degli Scritti è offuscato a causa del contesto storico nel quale sono stati elaborati, segnato da una visione ossessiva della giustizia di Dio e dalla conseguente mistica di riparazione dei peccati. Questa edizione sarà l’unica ufficialmente riconosciuta dall’Autorità ecclesiastica e ad essa dovranno fare riferimento tutti i Gruppi della Divina Volontà, per correggere forme di spiritualità nocive – diffuse in alcuni Gruppi – determinate da una lettura distorta degli Scritti della Serva di Dio, da una loro scriteriata diffusione o addirittura da una loro manipolazione e traduzione arbitraria in altre lingue.

Quanti hanno veramente a cuore la Causa di Beatificazione sono chiamati a orientare o riorientare decisamente la devozione alla Serva di Dio nella prospettiva del mistero della gloria: la croce va guardata, contemplata e accolta nel risplendente mistero della risurrezione di Cristo, vincitore del male, del peccato e della morte. Leggendo gli Scritti di Luisa, tutti dovranno «sentirsi sollecitati ad avere uno sguardo più attento all’intenzione dell’autrice, più fedele all’insegnamento della Chiesa e soprattutto illuminato dalla consapevolezza che la Divina Volontà è un appello misericordioso del Padre celeste rivolto alla libertà degli uomini e delle donne dei nostri tempi, mai una minaccia da scagliare contro il mondo corrotto dal peccato» (Mons. Leonardo D’Ascenzo, Arcivescovo di Trani-Barletta Bisceglie, Comunicato n. 4 circa la Serva di Dio Luisa Piccarreta, 4 marzo 2020).

Nel riconoscere obiettivamente che in questa direzione tanti Gruppi della Divina Volontà hanno attuato un deciso ed evidente cammino di ecclesialità, è indispensabile e doveroso che quanti invece non l’hanno ancora fatto si sforzino di «ancorare la lettura degli Scritti di Luisa alla dottrina della Chiesa e a una degna condotta di vita, facendo scaturire dal messaggio della Divina Volontà un annuncio missionario equilibrato e rispettoso, inserito armonicamente nei percorsi pastorali delle Chiese locali» (Mons. Leonardo D’Ascenzo, ibidem) .

In questa prospettiva, pare quanto mai opportuno che i Vescovi riconoscano e ammettano nelle loro circoscrizioni ecclesiastiche soltanto quei Gruppi della Divina Volontà che rispondano ai menzionati requisiti. Dopo l’approvazione del loro Vescovo possono ottenere la filiazione alla Famiglia del Divin Volere, istituita dall’Associazione pubblica di fedeli “Luisa Piccarreta-P.F.D.V.” di Corato, struttura di servizio sotto la vigilanza dell’Arcivescovo pro-tempore di Trani-Barletta-Bisceglie, la cui figura ecclesiale il Dicastero delle Cause dei Santi ha sempre indicato come riferimento ufficiale per quanti seguono in tutto il mondo la spiritualità e il messaggio della Serva di Dio Luisa Piccarreta.

Roma, 10 agosto 2024     

Il Postulatore

 Mons. Paolo Rizzi

Il nuovo militarismo nel sistema formativo della Russia in guerra

di Stefano Caprio – Asia News – 11 Agosto 2024

Per il filosofo Nemtsev la tendenza latente alla violenza diventa la forma decisiva per ritrovare quanto perduto. I civili diventano “quasi-militari”, con addestramento spontaneo individuale e di gruppo. Anche l’abbigliamento nel quotidiano richiama l’esperienza bellica con guanti tattici e ginocchiere di protezione. La guerra contenuto fondamentale della letteratura, arte e cultura russa.

Si è tenuta in questi giorni una grande conferenza on-line dei “Ponti Accademici”, che ha riunito ricercatori e studiosi della storia e della cultura russa da vari Paesi d’Europa sui temi di sociologia e antropologia della società russa, sottoposta a cambiamenti piuttosto radicali in questi anni di guerra. Il filosofo, storico e letterato di Novosibirsk, Mikhail Nemtsev, ha presentato una delle relazioni principali, su “Antropologia del nuovo militarismo russo”, per mostrare le specificità di un atteggiamento aggressivo peraltro molto tradizionale in Russia, sia nei secoli imperiali che nel recente passato sovietico, con l’educazione militarista che sta ora tornando in voga nell’attuale sistema formativo russo.

Nemtsev spiega che dopo una pausa negli anni Novanta, le propensioni al militarismo sono tornate a diffondersi a tutti i livelli soprattutto negli ultimi 15 anni, sia nelle catene produttive dell’industria bellica privata e di Stato, sia nella tendenza a rivedere la storia in modo “alternativo”, ciò che costituisce la base dell’ideologia ormai dominante del “mondo russo” interpretata in diverse varianti e a vari livelli. Una spinta devastante è venuta dal periodo della pandemia di Covid-19, che ha molto alimentato le concezioni cospirologiche, arrivando a considerare le misure sanitarie come vere e proprie azioni militari a cui sottomettersi o da combattere contro un nemico immaginario, ma spesso indicato in forze oscure ed estranee alla Russia, per annientarne la forza spirituale e morale.

Si arriva così a una interpretazione “estetica ed etica” dell’esperienza militare, che si distingue anche dagli archetipi del passato come la liberazione dal giogo tartaro medievale, la riunione delle terre russe contro i torbidi interni ed esterni, la santa alleanza imperiale per dominare l’Europa contro gli invasori, fino alla “lotta per la pace universale” di sapore sovietico. Il militarismo attuale è una “riscoperta dell’identità russa sotto nuova forma”, commenta il filosofo, in cui la tendenza latente alla violenza diventa la forma decisiva per ritrovare tutto quanto si credeva perduto.

In realtà, come spiega Nemtsev, il mondo contemporaneo si basa ormai da oltre tre secoli sulla divisione netta tra “civile” e “militare”: i soldati fanno il loro lavoro e i civili vivono nella loro dimensione, sostenendo e mantenendo l’esercito in modo che esso non s’intrometta negli affari privati delle persone. Questo modello ideale viene ora a cadere in Russia, con l’espansione dell’approccio militare anche nella vita civile, nella propaganda e nelle lezioni scolastiche di addestramento alla guerra, e in generale con un interesse sempre più diffuso tra la gente comune nei confronti della dimensione militare, ritenuta sempre più importante e significativa, su cui investire forze e interessi. I civili non diventano propriamente militari, ma “quasi-militari”, con addestramento spontaneo individuale e di gruppo, formando associazioni di cosacchi e combattenti, o anche solo collezionando una sempre più ampia letteratura sulla storia e sull’arte della guerra.

Questa trasformazione non è esclusiva soltanto della Russia, un fenomeno simile si verifica in modo abbastanza evidente negli Stati Uniti, per non parlare dei tanti Paesi militarizzati dell’Asia, Africa e Sudamerica, mentre l’Europa si mantiene in uno stato di “separazione” pacifica che non desidera intromissioni belliche. In Russia, come negli Usa, diventa invece sempre più attraente l’immagine di sé come combattente, dilettandosi nel tiro a segno e partecipando a corsi di sopravvivenza e di esperienze estreme, oltre alle tante espressioni violente di protesta. I russi amano molto vestirsi da soldati anche nella vita quotidiana, non solo in giacconi mimetici, ma perfino con guanti tattici e ginocchiere di protezione.

Accanto quindi alle politiche aggressive dei leader e dei governi, a livello federale e regionale, si sviluppa sempre più la sub-cultura della guerra a cui tutti aspirano a partecipare. Tutto questo è venuto alla luce in modo clamoroso nel 2014, con l’inizio del conflitto con l’Ucraina e l’annessione della Crimea, con il grido putiniano Krym Naš!, “La Crimea è nostra!” che ha reso esaltante un conflitto fratricida poi dilagato fino a dimensioni globali. Alcuni personaggi hanno identificato clamorosamente questa tendenza bellica “popolare”, come l’eroe della “guerra ibrida” in Ucraina, Strelkov (Igor Girkin, attualmente detenuto nelle prigioni russe), e il creatore della compagnia Wagner, lo scomparso “cuoco di Putin” Evgenij Prigožin, forse il protagonista più amato dalle masse negli ultimi anni. Ora tutti i gruppi di mercenari sono stati riassunti nella nuova concezione del ministero della Difesa, che con la nomina dell’economista Andrej Belousov è diventata la struttura dominante della politica e dell’economia russa, e in qualche modo perfino della religione ortodossa “militante”.

Nemtsev riassume il tutto con la constatazione che “l’interesse militare oggi è presente e sempre più imponente a tutti i livelli della società russa”, al di là dell’uso politico che ne viene fatto dalle strutture di potere. È certamente un fattore importante nel sostegno di massa al regime putiniano, che ha bisogno di contare su persone che raccontino ai loro amici e ai loro figli quanto sia eccitante correre per i boschi con armi automatiche e camuffamenti, lanciarsi col paracadute su obiettivi da assaltare o altre avventure simili, ben più attraenti delle competizioni sportive e lasciando le Olimpiadi al trastullo dei depravati occidentali.

Per almeno due generazioni, dopo le guerre mondiali, si è ragionato a partire dal principio “purché non ci sia più la guerra”, mentre ora si torna a pensare che “non c’è altra soluzione se non la guerra”. Il culto della guerra del resto viene consegnato dalla memoria dei tanti monumenti agli eroi vincitori, in Russia come negli altri Paesi, e Nemtsev ricorda che la guerra è un contenuto fondamentale della letteratura russa, non soltanto in Guerra e Pace di Lev Tolstoj, ma nell’arte e nella cultura di tanti popoli. Egli definisce la guerra come “un elemento fondamentale della vita delle società contemporanee”, a prescindere dalle vittorie o dalle sconfitte del passato; la memoria e i dibattiti sulle guerre passate sono considerati essenziali per definire l’identità nazionale. E oggi la Russia ha fuso questa memoria in un’identificazione con la Grande Guerra patriottica (come viene chiamata la seconda guerra mondiale), trasformata in “culto della Vittoria”, unendo la data del 9 maggio 1945 con quella del 24 febbraio 2022, l’ingresso a Berlino e l’invasione dell’Ucraina.

Perfino la stessa parola “guerra” è stata accantonata e proibita per legge, sostituendola con il concetto mistico di “operazione speciale”, allo stesso tempo militare, politica, economica e religiosa. Viene simbolicamente rappresentata dalla svastica Z, così che esiste ormai soltanto la Z-poesia, Z-letteratura, Z-ortodossia religiosa, e l’espressione pubblica ammessa si condensa nel verbo Zigovat, “fare la Zeta” in ogni dimensione. La società non si oppone a questa nuova dimensione, a parte i pochi dissidenti repressi, avvelenati, uccisi o scambiati con qualche eroe bellico e criminale. Si accetta di vivere in un mondo inedito di conflitti permanenti come nei film di fantascienza, con l’invasione degli alieni sulla terra: sono arrivati i marziani, impareremo a vivere su Marte (il “pianeta della guerra”, del resto).

Il fatto è, conclude Nemtsev, che “il popolo è una comunità di persone che in un territorio determinato affrontano insieme le questioni della vita e della morte”. Il popolo è composto da quelli da cui si nasce, quelli con cui si va insieme a scuola, quelli con cui si generano nuovi figli e si costruiscono le famiglie, e quelli che infine si seppelliscono. Il filosofo cita un detto russo, na miru i smert krasna, “al mondo anche la morte è meravigliosa”. Il culto della guerra è culto della morte, che deve essere dignitosa e onorevole, piena di valori positivi. La guerra è il contenuto finale dei “valori morali e spirituali tradizionali”: si vive per una morte gloriosa, difendere la Patria è la via principale verso la santità, come ripete il patriarca Kirill con i suoi metropoliti, una versione estrema dell’imitazione di Cristo e dei martiri.

Non importa chi è rimasto e chi se n’è andato, chi combatte e chi cerca di fuggire, il patriottismo bellico definisce i confini dell’anima ben prima di quelli geografici e militari. Thomas Mann, uno dei più grandi scrittori tedeschi, scriveva nel 1946 che “non ho intenzione di tornare in Germania, come farò a vivere con chi ha sostenuto per anni il nazismo?”. È una domanda che riguarda anzitutto ogni persona: come vivere nella cultura della morte, e come scegliere di riscoprire la vita, assumendosi le proprie responsabilità e chiedendo perdono, per ricostruire lo Stato, la società, la Russia e il mondo che ci aspetta dopo la guerra.

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