14 Agosto 2024 di Roberto de Mattei – Corrispondenza Romana 1860

Il riferimento di Orbán alla tradizione cristiana è certamente giusto. Ma come può un cristiano, sia pure calvinista come lui, pensare che il futuro del mondo appartenga all’Asia comunista, islamica, confuciana, induista e buddista, e non a Gesù Cristo, Re della storia. al quale tutto è possibile, anche una luminosa rinascita dell’Occidente oggi immerso nel buio della confusione?

Centodieci anni fa, tra il 14 e il 24 agosto 1914, fu combattuta tra l’esercito tedesco e le armate francese e britannica la “battaglia delle frontiere”, la prima battaglia della Grande Guerra, ai confini tra Francia, Belgio e Germania. Le vittime furono decine di migliaia, da ambo le parti. I francesi erano convinti di sbaragliare il nemico grazie a una presunta superiorità morale delle loro truppe; i tedeschi, confidavano nella loro supremazia militare e organizzativa. Entrambi erano convinti che la guerra non si sarebbe prolungata più di sei mesi. Il conflitto sarebbe durato invece oltre quattro anni provocando quasi dieci milioni di morti e l’inizio della decadenza dell’Occidente. Allora la guerra scoppiò nel cuore dell’Europa, oggi sta divampando ai confini di un continente accerchiato. 

Di fronte alla minaccia della guerra mondiale, due scuole di pensiero si sono confrontate nell’ultimo secolo: gli “universalisti” e i “realisti”. I primi sono convinti che la pace del mondo sarebbe assicurata dal tramonto degli Stati nazionali, sostituiti da una costituzione giuridica universale. Per i secondi, invece, gli interessi degli Stati nazionali dovrebbero essere la norma regolatrice dell’ordine internazionale.  Entrambe le scuole di pensiero, prive di una profonda teologia della storia, hanno mostrato la loro inadeguatezza, cadendo nell’utopismo o nel machiavellismo.   

Oggi la scuola “realista” sembra aver trovato un suo punto di riferimento nel premier ungherese Viktor Orbán che oppone una “realpolitik”, fondata sugli interessi nazionali del suo paese, all’universalismo della sinistra internazionale. Ma questo “nazionalismo pragmatista” rappresenta una soluzione adeguata alla grave crisi che attraversiamo? L’ultimo discorso di Orbán, tenuto il 30 luglio al campo universitario estivo di  Bálványos, in Romania, ci offre qualche spunto di riflessione a questo proposito.

 Per Orbán la guerra russo-ucraina ha portato alla luce il fatto che il problema più grande che il mondo oggi deve affrontare è la disintegrazione dell’Occidente. Secondo il Primo ministro dell’Ungheria, l’Occidente attraversa oggi una crisi profonda, soprattutto a causa della negazione del ruolo degli Stati nazionali. «Se leggiamo attentamente i documenti europei, è chiaro che l’obiettivo è quello di trasferire poteri e sovranità dagli stati nazionali a BruxellesLa conseguenza è che Bruxelles rimane sotto l’occupazione di un’oligarchia liberale». 

Da questa giusta osservazione segue un meno condivisibile auspicio ad un mondo “post-liberale”, aperto ad Oriente. Non a caso – osserva Orbán – sistemi estranei alle democrazie occidentali, come quelli di Singapore, Cina, India, Turchia, Russia «non sono liberali e forse neppure democratici, ma ciononostante contribuiscono al successo delle rispettive nazioni». L’Asia è divenuta per questo il centro della geopolitica del futuro. «L’Asia avrà – o forse ha già – più soldi, i più grandi fondi finanziari, le più grandi aziende del mondo, le migliori università, i migliori istituti di ricerca e le più grandi borse valori. Avrà – o ha già – la ricerca spaziale più avanzata e la scienza medica più avanzata». E’ all’Asia dunque, più che all’Occidente, che l’Ungheria deve guardare per garantire i suoi interessi nazionali.

L’Europa, per Orbán, è destinata ad avere un ruolo di «museo a cielo aperto»; «un continente oggetto di meraviglia, ma privo al suo interno di un dinamismo di sviluppo». A meno che non si punti sull’«autonomia strategica europea» evocata dal presidente francese Macron. In questa prospettiva sarebbe possibile realizzare sviluppi infrastrutturali, soprattutto nell’Europa centrale, promuovere un’alleanza militare europea con una forte industria della difesa, puntare all’autosufficienza energetica, che non sarebbe possibile senza l’energia nucleare. In ogni caso «dobbiamo essere preparati al fatto che l’Ucraina non sarà membro della NATO o dell’Unione europea, perché noi europei non abbiamo abbastanza soldi per questo. L’Ucraina tornerà alla posizione di stato cuscinetto». 

Secondo Orbán l’attuale cambiamento del sistema globale, che vedrà al suo centro l’Asia e non più l’Occidente, «non è una minaccia, ma piuttosto un’opportunità per l’Ungheria». Il premier ungherese ha citato come esempio l’offerta del presidente cinese Xi Jinping all’Ungheria di partecipare alla modernizzazione reciproca, annunciata durante la sua visita a Budapest nel maggio 2024: un’occasione significativa per attrarre risorse e fondi della Cina. Per questo, afferma Orbán: «Non ci lasceremo coinvolgere nella guerra contro l’Oriente. Non ci uniremo alla formazione di un blocco tecnologico che si oppone all’Oriente, e non ci uniremo alla formazione di un blocco commerciale che si oppone all’Oriente. Stiamo radunando amici e partner, non nemici economici o ideologici. Non stiamo prendendo la strada intellettualmente molto più facile di agganciarci a qualcuno, ma stiamo andando per la nostra strada».

Nel giugno 2024, dopo le elezioni europee, Orbán ha fondato a Strasburgo il gruppo sovranista dei Patrioti per l’Europadi cui fanno parte il Rassemblement national di Marine Le Pen e la Lega di Matteo Salvini. Il nuovo gruppo si propone di costituire un blocco alternativo a quello dei Conservatori e riformisti europei (ECR) di cui sono copresidentiNicola Procaccini di Fratelli d’Italia e il polacco Joachim Brudziński del partito Diritto e Giustizia (PiS). La linea “filo-orientale” di Orbán si contrappone a quella “filo-occidentale” polacca, che, oltre Varsavia, comprende Londra, Kiev, i Paesi baltici e scandinavi, ma anche l’Italia di Giorgia Meloni.

Però, alcune domande ed obiezioni possono essere sollevate nei confronti della posizione di Orbán esposta il 30 luglio a Bálványos.

Una concezione autenticamente realista della politica internazionale deve mettere in bilancio la possibilità, a breve termine, di una più ampia deflagrazione bellica. Quale posizione prenderà Orbán in questo caso? Si richiamerà all’esempio di Giovanni Hunyadi, l’eroe ungherese vittorioso contro l’Islam a Belgrado (1456), o sceglierà la via del “collaborazionismo” con quei nemici dell’Occidente contro i quali l’Europa ha definito la sua identità nel corso della storia? 

Il realismo di Orbán ricorda la Ostpolitik di Nixon e Kissinger verso la Cina e quella di Paolo VI e del cardinale Casaroli verso l’Unione Sovietica. I primi non previdero che grazie alla loro politica di distensione la Cina sarebbe diventata il principale avversario politico ed economico degli Stati Uniti. I secondi non previdero il crollo del comunismo e sacrificarono al dialogo con Mosca la testa del primate di Ungheria Josef Mindszenty. La strategia di Orbán ricorda l’Ostpolitik vaticana e americana non solo per la “mano tesa” all’Oriente russo e cinese, ma anche per l’errata convinzione di una irreversibilità del corso storico, al quale non si può fare altro che uniformarsi.  

La dimensione ideologica, senza la quale non si può spiegare il neo-comunismo di Putin e di Xi Jinping, sembra del tutto assente dalla visione strategica di Orbán, concentrata nella difesa pragmatica dello Stato nazionale. Ciò comporta, a suo parere, la lotta al declino demografico, la conservazione della lingua e il rifiuto della “religione zero” in Ungheria. «La religione zero è uno stato in cui la fede è scomparsa da tempo, ma c’è stata anche la perdita della capacità della tradizione cristiana di fornirci regole culturali e morali di comportamento che governano il nostro rapporto con il lavoro, il denaro, la famiglia, le relazioni sessuali e l’ordine delle priorità nel modo in cui ci relazioniamo gli uni con gli altri».   

 Il riferimento di Orbán alla tradizione cristiana è certamente giusto. Ma come può un cristiano, sia pure calvinista come lui, pensare che il futuro del mondo appartenga all’Asia comunista, islamica, confuciana, induista e buddista, e non a Gesù Cristo, Re della storia. al quale tutto è possibile, anche una luminosa rinascita dell’Occidente oggi immerso nel buio della confusione?