"VI SUPPLICO: CONVERTITEVI!" (REGINA DELLA PACE-MEDJUGORJE)

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Mirjana: la pergamena arrotolata con scritti i dieci segreti

“Il 23 dicembre 1982 la Madonna mi apparve come al solito; anche quella volta fu un’esperienza bellissima che mi riempì l’anima di gioia. Ma verso la fine mi guardò con tenerezza e disse: “A Natale ti apparirò per l’ultima volta”.

Al termine dell’apparizione ero sconvolta. Avevo sentito bene quello che aveva detto, ma non potevo crederci. Come avrei potuto vivere senza le apparizioni? Sembrava impossibile. Pregai intensamente perché ciò non si avverasse.

(…) Seppi poi che quell’ultima apparizioni era durata 45 minuti, una cosa straordinaria. La Madonna ed io parlammo di molte cose. Passammo in rassegna tutti i 18 mesi passai insieme, quanto ci eravamo dette e che Lei mi aveva rivelato. Mi affidò il decimo e ultimo segreto. Disse che avrei dovuto scegliere un sacerdote per un ruolo speciale. Dieci giorni prima dell’avvenimento previsto nel primo segreto dovrò comunicargli cosa succederà. Poi lui ed io dovremo pregare e digiunare per sette giorni, e tre giorni prima dell’evento il sacerdote lo rivelerà al mondo.

Ognuno dei dieci segreti verranno rivelati in questo modo.

La Madonna mi fece anche un dono prezioso: mi disse che mi sarebbe apparsa una volta all’anno, il 18 marzo, per tutta la mia vita. Il 18 marzo è il mio compleanno, ma la Madonna non ha scelto questa data per questo motivo. (…) Si potrà comprendere perché Maria ha scelto questa data solo quando gli eventi oggetto dei segreti inizieranno a verificarsi. Aggiunse che avrei avuto qualche altre apparizione extra.

Poi mi porse qualcosa simile a una pergamena arrotolata, spiegando che vi erano scritti tutti e dieci i segreti, e che avrei dovuto mostrarla al sacerdote da me scelto per rivelarli quando sarebbe giunta l’ora. La presi dalla sua mano senza guardarla.

“Ora dovrai rivolgerti a Dio in fede, come qualsiasi altra persona”, disse. “Mirjana, ho scelto te. Ti ho confidato tutto l’essenziale. Ti ho anche mostrato molte cose terribili. Ora devi sopportare tutto con coraggio. Pensa a me e alle lacrime che devo versare per questo. Devi sempre avere coraggio. Hai compreso subito i messaggi. Devi anche capire che devo andare via. Sii coraggiosa”.

Il rotolo, di color beige, era costituito da un materiale simile alla pergamena – non proprio carta o tessuto, una via di mezzo. Lo svolsi con cura e vi trovai i dieci segreti scritti in elegante calligrafia, in corsivo. Non vi erano decorazioni o illustrazioni; ogni segreto era scritto con parole semplici e chiare, simili a quelle utilizzate dalla Madonna quando me li spiegò la prima volta. I segreti non erano numerati, ma riportati in ordine, uno dopo l’altro; il primo scritto in alto e l’ultimo in basso; ogni evento con la rispettiva data. )

C’è chi ha detto che sono privilegiata perché so cosa accadrà in futuro, ma io non la vedo così. Sarebbe molto più facile se potessi rivelare tutto ora; ma i segreti sono la volontà di Dio. Io sono consapevole della mia debolezza umana e posso affermare con certezza che non sono io a custodire i segreti: solo con l’aiuto di Dio riesco a farlo.

Srotolai la pergamena… Mia cugina la tenne in mano e disse di aver visto qualcosa di simile a una preghiera o una poesia. La mia amica, invece, disse di aver visto una lettera in cui una persona chiedeva aiuto. Nessuna delle due aveva visto la stessa cosa; mi resi conto che solo io potevo leggere quello che vi era scritto mia idea sulla pergamena: la sua esistenza implica che non devo essere necessariamente viva per rivelare i. (…) Se dimenticassi i particolari, Dio Onnipotente mi farebbe dono di ricordarli quando necessario.

“Un giorno un sodato dell’ONU venne a casa nostra. “Abbiamo trovato il vostro appartamento di Sarajevo”, disse, e mi consegnò un pacco contenente i nostri documenti. Fra di essi c’era la pergamena. (dopo il bombardamento della città nella guerra balcanica)

La Madonna ci sta preparando a tutto ciò che avverrà nel mondo. Ci sta addestrando alla vittoria. Quando gli eventi dei segreti si manifesteranno, sarà tutto chiaro. Capirete, ad esempio, perché la Madonna ha scelto di apparirmi il 18 marzo di ogni anno e il 2 di ogni mese (dal 1987 al 2 marzo 202). Capirete l’importanza di queste date e perché appare da così tanto tempo.

(Mirjana Soldo  – Il  mio  Cuore trionferà)

Il Khan Putin e la nuova Orda dei russi in Mongolia

di Stefano Caprio – Corriere della Sera – 8 Settembre 2024

La prima visita di un condottiero russo all’allora capitale Karakorum ebbe luogo nel 1247, quando tutta la Russia e l’intera Asia erano sottomesse al Gran Khan Baty, l’erede di Gengis Khan. Putin ha bisogno di mostrarsi sui palcoscenici internazionali, e Ulan-Bator è una location assai più conveniente della Cina, dove il russo appare inevitabilmente un suddito. Come mostra la travagliata vicenda del gasdotto Forza della Siberia-2.

Il viaggio di Vladimir Putin a Ulan-Bator ha suscitato molte reazioni, per la tracotanza nell’ignorare l’ordine d’arresto del tribunale internazionale, per l’evidente tentativo di forzare la Cina agli accordi commerciali nel settore energetico e per diverse altre ragioni. In realtà, Putin ha voluto mostrare il vero significato di tutta la sua politica di aggressione e sconvolgimento del panorama geopolitico internazionale, nelle radici più profonde del risentimento dei russi contro il mondo intero: non solo per la perdita dell’impero sovietico, ma risalendo fino alla più grande umiliazione della storia millenaria della Russia, per l’invasione e il giogo bisecolare dell’Orda dei tataro-mongoli.

La prima visita di un condottiero russo in Mongolia aveva infatti avuto luogo nel 1247, quando tutta la Russia e l’intera Asia erano sottomesse al Gran Khan Baty, l’erede di Gengis Khan che il principe Aleksandr Nevskij – una delle figure più esaltate da Putin e dal patriarca Kirill – incontrò nella capitale dell’Orda a Karakorum, dove rimase per ben due anni. Qara Qorum in mongolo classico sono le “Montagne Nere”, situate nella parte più occidentale del Paese, e la città era stata fondata poco dopo la morte del “Khan degli Oceani” che aveva riunito i popoli turanici e mongolici conquistando l’impero più vasto di tutta la storia, dal suo terzo figlio e primo successore Ögödei. Rimase capitale dell’impero mongolo per trent’anni fino al 1264, quando Kublai Khan trasferì la sede a Khanbalig, l’odierna Pechino, e venne infine distrutta dai Ming un secolo dopo.

L’importanza di Karakorum a quel tempo era tale che perfino il papa Innocenzo IV aveva inviato da Roma uno dei suoi migliori missionari come ambasciatore, Giovanni da Pian del Carpine, uno dei primi discepoli di san Francesco d’Assisi. Egli descrisse nella Historia Mangolorum la grandezza dell’impero e le devastazioni compiute, soprattutto la totale distruzione di Kiev, la capitale della Rus’, che scomparve dalla storia per quasi quattrocento anni. Il frate conobbe nel regno di Baty anche il principe Aleksandr, che nell’accordo con i mongoli pose le fondamenta dell’ascesa di Mosca, che fiorì sotto di essi grazie ai vantaggi commerciali, che si estendevano anche alla Chiesa ortodossa.

Ora Putin può atterrare trionfalmente all’aeroporto della capitale della Mongolia, e mostrarsi come il vero Khan del nuovo “ordine mondiale”, quello dell’Orda dei russi invasori, a fianco del presidente Ukhnaagiin Khürelsükh nella Yurta, la tenda addobbata come la reggia di Karakorum all’interno del palazzo presidenziale di Ulan-Bator. Il nuovo zar russo è il vero sovrano, e il capo della piccola e pacifica Mongolia moderna appare come un suo suddito devoto: è la grande rivincita di tutta la storia russa.

Putin ha voluto festeggiare per questo l’anniversario di un’altra vittoria simbolica, quella di 85 anni fa delle truppe unite sovietiche e mongole contro l’esercito giapponese durante il conflitto sul fiume Khalkhin-gol, prima dell’inizio della seconda guerra mondiale. È una delle costanti della riscrittura della storia russa che più ricorrono nella mente del Khan del Cremlino, la connessione delle vittorie novecentesche con le guerre più antiche, da Aleksandr Nevskij a Stalin, dalla Rus’ di Kiev all’Unione Sovietica. Certo, contava molto anche lo schiaffo sul volto delle convenzioni internazionali, mostrando l’inconsistenza dell’ordine di arresto del Tribunale dell’Aja a cui la Mongolia era tenuta, e che in precedenza aveva trattenuto Putin dai viaggi in Armenia e in Sudafrica, due alleati assai meno sicuri rispetto ai mongoli.

Oltre a tutto questo, Putin ha scelto un momento particolarmente delicato per il viaggio a Ulan-Bator, proprio durante lo scontro particolarmente acceso con l’Ucraina tra la controffensiva ucraina di Kursk e la contro-controffensiva russa nel Donbass, con innumerevoli vittime da una parte e dall’altra, anche tra la popolazione civile. Inoltre, proprio nei giorni del viaggio in Oriente, che dalla Mongolia è proseguito fino alla capitale russa sul Pacifico di Vladivostok per il Forum economico orientale, si tenevano i giorni del lutto in Ossezia del nord nel Caucaso, per i vent’anni dalla strage dei terroristi (e delle forze speciali russe) nella scuola di Beslan. Putin vi era andato qualche giorno prima, trovandosi di fronte le madri arrabbiate dei 186 bambini massacrati, che ancora pretendono giustizia, dovendosi ritirare con la coda tra le gambe. Nel complesso delle motivazioni, il viaggio intendeva sottolineare la “normalità” della situazione dal punto di vista del Cremlino, come se la conquista dei mille chilometri quadrati della regione di Kursk non avessero inciso sui piani della guerra e della vittoria.

Il ritornello di Putin dall’inizio della guerra è che “tutto procede secondo i piani”, quando è evidente che tutto funziona all’incontrario, e invece di riconquistare Berlino tocca andare nella Yurta della Mongolia, anche se i recenti successi elettorali delle destre neo-naziste in Turingia e Sassonia hanno suscitato a Mosca grandi entusiasmi, soprattutto per la richiesta di togliere le bandiere ucraine dai palazzi tedeschi. Qualunque vittoria fa brodo, da quelle di Nevskij nel 1240 contro gli svedesi e i Cavalieri Teutonici a quella del 1938 contro il Giappone, oggi alleato dei “nazisti occidentali” contro cui la Russia ha scatenato la guerra universale, anche se certo non si può paragonare la presa di Bakhmut e Avdeevka con quella di Könisberg e Vienna. Tanto più che la vittoria di Khalkin-gol fu ottenuta insieme al fedele alleato mongolo, e di veri alleati la Russia attuale non è che ne possa trovare tanti, né in Occidente né in Asia, perfino tra i Paesi ex-sovietici.

Qualche commentatore ritiene che il viaggio di Putin dovesse servire per rialzare le percentuali di consenso tra la popolazione, crollate molto sotto il 70% anche nei sondaggi ufficiali dopo l’iniziativa ucraina a Kursk. Ma l’approvazione popolare in Russia è un fattore ormai molto secondario e facilmente manovrabile, soprattutto dopo la riconsacrazione al trono dello scorso marzo, e le uniche preoccupazioni potrebbero venire da una reale crisi economica, per ora contenuta grazie ai proventi della stessa guerra. C’è ovviamente anche un aspetto propagandistico del “ritorno a Karakorum”, ma è più per l’estero che per l’interno, soprattutto grazie alla condiscendenza di Ulan-Bator nell’ignorare l’ordine di arresto.

Putin ha comunque bisogno di mostrarsi sui palcoscenici internazionali, e la Mongolia è una location assai più conveniente della Cina, dove il russo appare inevitabilmente un suddito della grande potenza orientale, e perfino degli Stati centrasiatici, che stanno approfittando della guerra in Ucraina per trovare una propria grandezza indipendente da Mosca, al di là dei sorrisi e degli accordi di circostanza. E comunque la visita a Ulan-Bator serviva proprio per spingere i cinesi ad essere più disponibili per il progetto del gasdotto “Forza della Siberia-2”, un elemento cruciale della “svolta economica verso Oriente” che a Pechino guardano con una certa sufficienza, avendo molte alternative nel settore energetico. I mongoli avevano bloccato il piano, che prevede un passaggio sul loro territorio, e Putin si è svuotato le tasche nel colloquio con Khürelsükh offrendo di tutto, pur di riprendere la progettazione di questa opera cruciale per il futuro della Russia, che vende petrolio e gas a chiunque e a qualsiasi prezzo, pur di mantenere il controllo su un’economia impazzita.

Ovviamente la Mongolia è stata invitata al Summit dei Paesi Brics, che si terrà a Kazan nel Tatarstan dal 22 al 24 ottobre e dovrà celebrare il ruolo della Russia nel nuovo ordine mondiale “multipolare”, la variante contemporanea dell’impero di Putin-Khan. Il Brics è l’anti-Occidente, su cui si cerca di imbarcare qualunque partner, facendolo diventare più un “Bricolage” di Paesi in cerca di identità e di occasioni da sfruttare, che una vera potenza della nuova geopolitica mondiale. La “Forza della Siberia” si trasforma nella parte mongola in un titolo ancora più altisonante, il Sojuz Vostok, “Unione dell’Oriente” lungo mille chilometri per unire Mosca e Pechino, mettendo sullo stesso piano le due potenze della nuova Orda mondiale, almeno nelle intenzioni dei russi. Dopo la Mongolia, Putin è intervenuto a Vladivostok per spiegare a tutti quanto sia importante investire sullo sviluppo dell’Oriente russo per contrastare le pretese di dominio dell’Occidente, che “non permette all’Ucraina di aprire le trattative con la Russia” e indicando come possibili mediatori proprio i Paesi Brics, India e Brasile, al massimo anche la Turchia, che pure ha accettato di partecipare al summit di Kazan.

L’unica preoccupazione espressa da Putin al convegno di Vladivostok ha riguardato la demografia, promettendo di rendere la natalità multipla una “nuova moda” tra le giovani generazioni russe. A questo fine si rifanno i programmi scolastici del nuovo anno appena iniziato, cercando di convincere anche i minorenni a darsi da fare in questo senso fin dai banchi della scuola, ritenendo la gravidanza il vero “valore tradizionale” a cui poi aggregare in qualche modo quello della famiglia, qualunque essa sia. Non è forse casuale che solo ora si diffondano le voci sui due figli “segreti” di Putin avuti dalla moglie “non ufficiale” Alina Kabaeva di 6 e 9 anni, Ivan e Vladimir, per dare il buon esempio al di là delle esigenze di sicurezza e dell’ufficialità più o meno “tradizionale” dei legami affettivi. I russi per ora non sembrano molto convinti di seguire questo modello, attendendo piuttosto la fine del “giogo putiniano”, entro un paio di secoli.

L’intervista. «Io prete, torturato dai russi. Mi ha salvato la preghiera»

Giacomo Gambassi martedì 3 settembre 2024, AVVENIRE

Parla padre Bohdan Geleta. il redentorista greco-cattolico dell’Ucraina rimasto nelle prigioni di Putin con padre Ivan Levitskyi per quasi due anni. «Così i russi spingono i reclusi al suicidio»

La liberazione dei due religiosi redentoristi tenuti prigionieri dai russi per un anno e 7 mesi: Bohdan Geleta (a destra) e Ivan Levitskyi (al centro). A sinistra, il nunzio apostolico Visvaldas Kulbokas – Avvenire

Ha vissuto per mesi con la musica ossessiva che saturava la cella d’isolamento in cui era stato rinchiuso. «C’era un altoparlante in un angolo della minuscola stanza. E per tutto il giorno da lì uscivano canzoni sovietiche». Una pausa. «Ecco come si riesce a far impazzire le persone. Ed ecco perché così tanti prigionieri di guerra si tolgono la vita durante la detenzione». Un altro flash. «Quando mi hanno messo per la prima volta in cella, c’era un giovane in piedi che guardava fisso nel muro. Ed è rimasto così per l’intera notte. Poi ho capito che era stato sottoposto all’elettroshock. E gli avevano intimato che, se non avesse saputo a memoria l’inno russo, lo avrebbero ucciso la mattina dopo. Lo ha imparato in una sorta di stato di trance. Lo avevano catturato con la sua fidanzata perché aveva gridato in strada “Gloria all’Ucraina!”». Padre Bohdan Geleta è uno dei testimoni del “metodo gulag” segnato da torture, violenze e privazioni che la Russia impiega nei campi dove vengono internati i prigionieri di guerra ucraini. Perché lui è stato uno di loro.

I due religiosi redentoristi tenuti prigionieri dai russi nella prima Messa dopo la liberazione: Bohdan Geleta (a sinistra) e Ivan Levitskyi (a destra). A sinistra, l’arcivescovo Sviatoslav Shevchuk – ugcc.ua

Religioso redentorista e sacerdote della Chiesa greco-cattolica, è rimasto nelle mani dei militari di Putin per «un anno e sette mesi», dice. Insieme con padre Ivan Levitskyi, redentorista anche lui. Entrambi preti a Berdyansk, la città affacciata sul mare d’Azov nella parte della regione di Zaporizhzhia conquistata dai russi all’inizio della guerra. Ed entrambi arrestati il 16 novembre 2022 dagli uomini dell’Fsb, i servizi segreti di Mosca. Senza un’accusa specifica. «Ci hanno offerto subito di collaborare ma non abbiamo mai ceduto», spiega padre Geleta. In diciannove mesi i due sacerdoti si sono trovati in tre diversi luoghi di reclusione. Fino allo scorso 27 giugno quando sono stati liberati, in uno scambio di prigionieri fra Ucraina e Russia che anche la Santa Sede contribuisce a favorire come “via di dialogo” grazie all’intervento in prima persona di papa Francesco, alla segreteria di Stato, alla rete delle nunziature e alla missione di pace del cardinale Matteo Zuppi. «La preghiera è stata la mia forza – confida padre Bohdan -. Non sapevo se sarei sopravvissuto ma posso dire di aver condiviso con Cristo la sua croce e la sua sofferenza». Eppure, ammette il sacerdote nell’intervista realizzata con il dipartimento per la comunicazione della Chiesa greco-cattolica ucraina, nonostante la ritrovata libertà, la sua vita e il suo ministero non sono più come prima. «La guerra cambia tutto e tutti. Una parte di me è ancora lì, in mezzo a quanti sono ancora prigionieri. E oggi mi sento chiamato a continuare a pregare e a servire le persone che hanno vissuto e vivono questi traumi». La liberazione dei sacerdoti era stata salutata con parole di affetto da papa Francesco e i due preti avevano incontrato il cardinale Pietro Parolin a conclusione della visita del segretario di Stato vaticano in Ucraina lo scorso luglio.

Padre Bohdan, partiamo dalla sua missione di sacerdote in un territorio sotto occupazione come Berdyansk.

Quando è iniziato il conflitto, la città sembrava estinta, come in un film di fantascienza. Nessuno per strada: solo il vento e le foglie. Tutti i negozi chiusi. Abbiamo accolto chi fuggiva da Mariupol aprendo anche le porte del monastero. Nessuno ci ha proibito di pregare ma l’80% dei nostri parrocchiani aveva lasciato la zona. Nei mesi d’occupazione abbiamo continuato a celebrare le liturgie e a incontrare la gente. Ma più volte abbiamo visto un’auto con la lettera “Z” dell’esercito russo intorno alla chiesa. E il pensiero che un giorno o l’altro ci avrebbero portato via non ci ha mai abbandonato.

Il vostro presentimento si è concretizzato nel novembre 2022.

Padre Ivan è stato fermato nel centro cittadino dove era andato a guidare la preghiera. Io al termine di un funerale. Due persone con il volto coperto sono entrate in chiesa. Avevano le armi. E hanno detto in russo: “Vieni con noi”. Ho chiesto loro in ucraino perché fossero entrati in chiesa in quel modo. Mi hanno risposto che non capivano l’ucraino e che avevamo violato alcune norme: in particolare dovevamo chiedere il permesso alle autorità locali per pregare in città. Ma lo facevamo da nove mesi. E siamo finiti nel polo di detenzione preventiva di Berdyansk.

Così è iniziato l’incubo della prigionia.

Immediatamente siamo stati separati. Io sono stato messo nella cella numero tre. Eravamo in 7 o 8 in un locale per due reclusi. Dormivamo sul pavimento. I muri erano fradici di umidità. Nei quattro mesi che abbiamo trascorso lì, abbiamo visto passare molti reclusi: alcuni rimanevano una settimana, altri mesi. Si udivano anche le grida provenire dai corridoi perché c’erano persone che venivano torturate: era orribile.

Come è stato giustificato l’arresto?

Fin da subito l’Fsb ci ha chiesto di collaborare ma non siamo mai scesi a compromessi. Abbiamo solo detto la verità: che questa è una guerra e che gli occupanti sono criminali. E lo abbiamo fatto sempre a viso aperto. Ho anche spiegato che non volevo il passaporto russo. Poi a distanza di settimane mi hanno rivelato che erano state trovate alcune armi nella nostra chiesa e che sarei stato processato e condannato a 25 anni di carcere.

Solo falsità.

Per le autorità russe la nostra Chiesa è una setta che si è separata dall’ortodossia e che va sradicata. E la loro violenza è anche supportata dal fanatismo religioso.

Il cardinale Pietro Parolin incontra i due religiosi redentoristi tenuti prigionieri dai russi: Bohdan Geleta (al centro) e Ivan Levitskyi (a sinistra) – Vatican Media

Poi sono arrivati i trasferimenti.

Siamo finiti in un’altra prigione, la 77° colonia penale di Berdyansk dove la mia cella era invasa dalla musica. La preghiera è stata la salvezza. E ho sentito anche la preghiera della Chiesa, a cominciare da quella del Papa e del nostro arcivescovo maggiore Sviatoslav Shevchuk. Dopo nove mesi, ho rincontrato per la prima volta padre Ivan: siamo stati bendati e ammanettati prima di essere caricati in un’auto. Per tre giorni siamo stati in uno scantinato. Poi siamo giunti nella colonia di Horlivka.

Lì abbiamo passato dieci mesi, quelli più duri. Io non sono mai stato picchiato, ma padre Ivan sì. E ha perso conoscenza due volte. Siamo stati rasati. Ci hanno dato le uniformi. Ed è iniziata la vita da prigionieri di guerra marcata da troppi abusi. Molti dei nostri compagni erano giovani militari: ragazzi di 21 o 22 anni catturati dopo le prime settimane di invasione. Poi c’erano i soldati del battaglione Azov che erano i più maltrattati.

Avevamo tutti gli stessi abiti, tranne i soldati di Azov che dovevano essere distinguibili. Le giornate erano scandite dal lavoro: in realtà scavavi una buca, la riempivi o strappavi l’erba. Le uniche informazioni che avevamo erano filtrate dal nemico: che l’Ucraina era caduta, che Zaporizhzhia era stata occupata, che Kharkiv era in mano russa, che l’esercito di Putin avrebbe presto raggiunto Kiev e i confini della Polonia. Alcuni di noi ci credevano; la stragrande maggioranza no perché ogni giorno sentivamo i colpi d’artiglieria e le esplosioni: significava che la guerra non era persa.

Mai una celebrazione.

Tutti sapevano che eravamo preti. Però i secondini ci hanno proibito di dialogare con gli altri o di radunare chicchessia. Ci incontravamo solo noi due per pochi minuti al mattino e alla sera. Avevamo una Bibbia in russo, leggevamo un brano e recitavamo il “Padre nostro” e l’“Ave Maria”. Ma ci bastava.

Ci si abitua?

Impossibile abituarsi. Spesso mi domandavo dove i soldati russi trovassero la forza per essere così crudeli.

Come è avvenuta la liberazione?

Più volte era stata ventila l’ipotesi di un rilascio in occasione delle maggiori festività: il Natale, la Pasqua, qualche ricorrenza civile. Ma solo a maggio è arrivato un segnale chiaro. Non sapevamo che fosse l’attesa liberazione. Anzi, pensavamo che ci avrebbero deportati in Russia, in qualche posto remoto della Siberia. In un aereo abbiamo incontrato altri cento ucraini. Ci hanno portato a Mosca e tolto le manette. Poi di nuovo a volto coperto ci hanno caricato su due velivoli e poi in un elicottero. Alla fine eravamo in dieci e siamo entrati in Bielorussia, poi in Ucraina dove è avvenuto lo scambio.

Dopo due mesi dal rilascio, come si convive con un fardello così pesante?

Anzitutto voglio dire, specialmente alle madri, alle mogli, alle famiglie che hanno una persona reclusa, di non perdere la speranza. E poi mi sento legato da una misteriosa solidarietà spirituale a quanti restano in stato di detenzione: non possono e non devono essere dimenticati.

Gli stupri, il virus che continua a intossicare l’India

Francesca Marino  02 set 2024-IL FOGLIO

Nuove leggi e pene più severe (anche per i silenzi della polizia) non sono servite: aumentano le violenze, spesso brutali. Come quella subita fino alla morte da una dottoressa, per cui il paese da giorni protesta

Calcutta, lo scorso 9 agosto. La sala seminari dell’R.G. Kar Medical College and Hospital, che di sera è vuota e ha un bagno riservato, serve da sala di riposo per medici e infermieri di turno. Una dottoressa tirocinante poco più che trentenne si è buttata a riposare su una panca dopo un turno massacrante di più di ventiquattro ore. La ritroveranno il giorno dopo, morta. Ridotta a un fagotto di sangue e abiti strappati, le pelvi spezzate, le carni straziate. I genitori stenteranno a riconoscerla. L’autopsia conferma che la ragazza è stata vittima di un brutale stupro di gruppo, ma la polizia si limita ad arrestare un volontario dell’ospedale, più o meno a caso. Non sigillano nemmeno la scena del crimine, tanto è inutile. La storia finisce immediatamente su media e social media, e scatena un’ondata di proteste in tutta l’India. 


La mente di tutti corre al caso di una studentessa di 23 anni che nel 2012 a Delhi era stata stuprata da un branco di sei individui all’interno di un autobus in movimento. Nirbhaya, così era stata chiamata la ragazza, era morta tredici giorni dopo a causa delle ferite riportate: la sua morte, e la brutale ferocia dell’aggressione, avevano scatenato un’ondata di rabbia a livello nazionale e proteste di piazza a non finire, costringendo il governo dell’epoca a modificare la leggi indiana relativa ai reati sessuali. La nuova legge, tra le altre cose, ha ampliato la definizione di stupro, lo ha reso un reato perseguibile d’ufficio e per cui non è ammessa la libertà su cauzione, ha aumentato le pene detentive per la maggior parte dei tipi di violenza sessuale e ha previsto la pena di morte nei casi in cui lo stupro abbia causato la morte della vittima o l’abbia lasciata in stato vegetativo o abbia come vittima una bambina. Secondo la legge, inoltre, un agente di polizia che si rifiuta di presentare un Fir (First Information Report) su un caso di stupro rischia la reclusione fino a un anno o una multa o entrambe le cose.


Eppure, la situazione non è migliorata. Secondo la polizia, in India viene denunciato uno stupro ogni venti minuti circa, mentre ogni diciotto minuti viene denunciata una qualche forma di violenza sessuale. Sempre secondo dati rilasciati dalle forze dell’ordine, c’è stato un incremento del centoquaranta per cento circa dei casi di stupro e del cinquecento per cento dei casi di molestie sessuali. Il West Bengal, lo stato in cui si trova Calcutta, è al secondo posto nel numero di stupri denunciati, e al primo nella poco lusinghiera classifica degli stupri non puniti. Nonostante il Chief Minister dello stato sia una donna, Mamata Banerjee: che ha però il vezzo, ogni volta che in città o nello stato avviene uno stupro particolarmente efferato, di incolparne i suoi avversari politici, di coprire i responsabili e, infine, di incolpare la vittima: che, se fosse stata a casa come tutte le brave ragazze, sarebbe ancora viva. 


Era successo, sempre nel 2012, nel caso di Suzette Jordan, attivista dei diritti umani brutalmente stuprata una notte nel centro elegante di Calcutta: Mamata aveva incolpato i suoi avversari politici per aver “montato” il caso e fatto a pezzi moralità e personalità di Suzette. In quest’ultimo caso l’ineffabile signora, dopo aver trasferito in fretta e furia i vertici dell’ospedale e aver passato in tutta calma il caso, dopo giorni in cui la polizia cittadina inquinava le prove, agli investigatori del Central Bureau of Investigation, si è messa in marcia alla testa di uno scelto gruppo di persone per protestare contro il suo stesso governo. E contro sé stessa, visto che detiene anche i portafogli di ministro della Salute e degli Interni dello stato. Giorni prima, in piazza erano scese, a Calcutta e in tutta l’India, migliaia di donne, ragazze e bambine al grido di “Riprendiamoci la notte”: contro i manifestanti era stata schierata la polizia, e la Banerjee ha fatto arrestare centinaia di persone colpevoli di aver diffuso sui social i dettagli del delitto facendo in modo che trasparisse l’identità della vittima.


“Abbiamo fatto marce e fiaccolate, campagne contro lo stupro e lo sfruttamento delle donne. Le leggi sono state rafforzate e rese più dure ma, a quanto pare, non è servito a niente. Non è servito a niente perché siamo ancora qui a guardarci incredule davanti all’ennesimo orrore, che è sempre un po’ peggiore di quello precedente” commenta Urmi Basu, fondatrice e direttore esecutivo dell’Ong “New Light” di Calcutta. Attivisti e sociologi sono difatti concordi nel ritenere che non basta discutere di pene e misure di sicurezza, ma c’è bisogno di compiere un lavoro quotidiano e certosino nelle scuole e nelle famiglie. “Bisogna cambiare la mentalità corrente, la mentalità di una società schizofrenica che venera la Dea come forza creativa e che ‘onora’ le proprie donne negando loro libertà e diritti. Una società che produce premier, scienziati, capitani d’industria, giudici di Corte suprema e presidenti della Repubblica donna ma che non riesce a ancora fare i conti con la parità di diritti e di trattamento per ragazzi e ragazze”. 

Madre di Misericordia, riconosciuti i frutti di Pellevoisin

L’arcivescovo di Bourges, d’intesa con il Dicastero per la Dottrina della Fede, ha riconosciuto la bontà dei messaggi e dei frutti legati alle apparizioni della Madonna, ancora ufficialmente presunte, a Estelle Faguette. Perno della devozione: lo scapolare del Sacro Cuore.

Ecclesia 31_08_2024-Ermes Dovico – La Nuova Bussola

Dopo i recenti via libera per Rosa Mistica (Montichiari), la Madonna dello Scoglio (Placanica), la Santissima Trinità Misericordia (Maccio di Villa Guardia) e altri al di fuori dei confini italiani, il Dicastero per la Dottrina della Fede ha autorizzato un altro decreto di nihil obstat, stavolta in relazione all’esperienza spirituale vissuta da Estelle Faguette e legata a Nostra Signora della Misericordia di Pellevoisin, piccolo comune della Francia centrale.

Anche in questo caso, secondo la prassi ordinaria indicata nelle nuove Norme per procedere nel discernimento di presunti fenomeni soprannaturali (maggio 2024), il DDF non si esprime sulla soprannaturalità delle apparizioni, ma riconosce la bontà dei messaggi e dei frutti spirituali da esse scaturiti. E anche in questo caso il riconoscimento è formalizzato con una lettera del cardinale Víctor Manuel Fernández, recante la data del 22 agosto 2024 ma pubblicata ieri, in cui si dà appunto il benestare al decreto di nihil obstat, come proposto dall’arcivescovo di Bourges, monsignor Jérôme Daniel Beau. La lettera del prefetto del DDF, intitolata “Nostra Signora della Misericordia ci porta al Cuore di Cristo”, contiene diversi apprezzamenti e citazioni dei racconti e dei messaggi trasmessi dalla veggente, affermando in conclusione che nella già fiorente devozione sorta a Pellevoisin si trova «un cammino di semplicità spirituale, di fiducia, di amore, che farà un gran bene».

All’origine ci sono le 15 apparizioni mariane che Estelle Faguette (12 settembre 1843 – 23 agosto 1929) avrebbe avuto nel 1876, dal 14 febbraio all’8 dicembre.

Estelle proveniva da una famiglia molto povera e cercava, con il suo lavoro, di aiutare i genitori. Ma era di salute malferma e, nel 1875, a 32 anni, pativa ormai una grave forma di tubercolosi che si credeva dovesse presto portarla alla morte. Nel settembre di quell’anno la giovane Estelle scrisse una lettera alla Madonna e la fece porre nella riproduzione di una grotta di Lourdes che si trovava a Pellevoisin, nella proprietà dei conti di La Rochefoucauld, presso cui lavorava. Nella lettera, tra l’altro, scriveva: «O mia buona Madre, eccomi di nuovo prostrata ai vostri piedi, non potete rifiutarvi di ascoltarmi. Non vi siete dimenticata che io sono vostra figlia e che vi amo: ottenetemi allora dal vostro divin Figlio la salute del mio povero corpo per la sua gloria. Guardate al dolore dei miei genitori. Voi sapete bene che non hanno che me come loro risorsa. (…) Ricordatevi anche ciò che avete sofferto quando Gesù fu disteso sulla croce. Ho confidenza in voi, mia buona Madre, se voi volete, vostro Figlio può guarirmi (…) ma che sia fatta la sua volontà e non la mia (…). Vi prometto, o mia buona Madre, se mi concederete le grazie che vi domando, di fare tutto ciò che dipenderà da me per la vostra gloria e quella del vostro divin Figlio (…)».

Pochi mesi dopo questa lettera, Estelle, nella notte tra il 14 e il 15 febbraio 1876, passata tra molti dolori, ebbe la prima apparizione della Madre celeste, che, dopo aver scacciato il demonio, le preannunciò che avrebbe sofferto «ancora cinque giorni in onore delle cinque piaghe di mio Figlio e sabato sarai morta o guarita. Però, se mio Figlio ti restituisce la vita, voglio che divulghi la mia gloria». Nei giorni successivi, Estelle ebbe altre apparizioni. Già nella seconda, Maria SS. le assicurò che sabato – il 19 febbraio – sarebbe guarita. La giovane rispose che, potendo scegliere, a quel punto avrebbe preferito morire, perché sentiva di essere ormai ben preparata all’estremo momento. La Madonna la rimproverò dolcemente: «Ingrata, se mio Figlio ti rende la vita, è perché tu ne hai bisogno. Infatti, che cosa ha dato all’uomo sulla terra di più prezioso della vita? Restituendoti la vita, non credere però che sarai esente dalle sofferenze; no, tu soffrirai e non sarai esente da pene. È questo che dà merito alla vita. Se mio Figlio si è lasciato commuovere è stato per la tua grande rassegnazione e la tua pazienza. Non perderne il frutto con la tua scelta. Non ti ho forse detto: se Lui ti restituisce la vita, tu renderai pubblica la mia gloria?».

Una gloria, quella di Maria, che riflette quella di Gesù, termine di riferimento di tutte le apparizioni. Non per nulla, nel prosieguo del ciclo, stando sempre al resoconto di Estelle, la Madre celeste le dirà: «Ciò che più mi affligge è la mancanza di rispetto che si ha per mio Figlio nella santa Comunione e l’atteggiamento nella preghiera quando la mente è occupata da altre cose. Lo dico per quelli che pretendono di essere pii».

Nella nona apparizione (9 settembre 1876) la Santa Vergine parlò per la prima volta di una nuova pia pratica, peculiare proprio della sua venuta a Pellevoisin: la diffusione dello scapolare del Sacro Cuore di Gesù. «Da molto tempo i tesori di mio Figlio sono aperti: che preghino!», avrebbe detto la Madonna, mostrando lo scapolare del Sacro Cuore che Lei stessa indossava sul petto: «Mi piace questa devozione. È qui che sarò onorata».

Nel complesso, nelle 15 apparizioni descritte da Estelle emerge la straordinaria premura materna di Maria verso la Chiesa e verso la Francia, teatro in quegli anni di idee e sconvolgimenti portatori di una diffusa scristianizzazione. Centrale, qui come a Lourdes, è il richiamo alla conversione e il valore salvifico della sofferenza vissuta in unione al Signore. Ed è evidente il ruolo di Maria – la «tutta misericordiosa», come si presentò nella terza apparizione del ciclo – quale Mediatrice di tutte le grazie, che Lei ottiene da Gesù e quindi dispensa ai suoi figli. È la stessa Madre celeste a esplicitarlo, come ad esempio riporta Estelle nel racconto dell’ultima apparizione, dopo aver visto spargersi una pioggia di grazie (devozione, salvezza, fiducia, conversione…) dalle braccia aperte di Maria: «Queste grazie sono di mio Figlio. Io le prendo dal Suo Cuore. Lui non può rifiutarmele».

Sebbene fin qui la Chiesa non si sia spinta a riconoscere ufficialmente le apparizioni di Pellevoisin, già prima dell’attuale nihil obstat sono arrivati significativi riconoscimenti ecclesiali di singole richieste e fatti legati a Nostra Signora della Misericordia. Riconoscimenti provenienti anche da alcuni papi.

Ad esempio Leone XIII, dopo aver ricevuto per due volte Estelle in udienza privata (il 30 gennaio  17 febbraio 1900), approvò il 4 aprile 1900, attraverso un decreto della Congregazione dei Riti, lo scapolare del Sacro Cuore di Gesù secondo il modello di Pellevoisin (eccetto due lievi modifiche), avente sul retro un’immagine di Maria, con la scritta “Madre di misericordia”. Poi, come ricorda la lettera di Fernández, Benedetto XV, ricevendo lo scapolare, affermò che «Pellevoisin è stata scelta dalla Beata Vergine come luogo privilegiato dove diffondere le sue grazie».

Nel 1983, l’allora vescovo di Bourges, Paul Vignancour (1908-1987), riconobbe come miracolosa la guarigione di Estelle. E a conferma della credibilità di quest’ultima, nel 2020 la Conferenza episcopale francese ha votato a favore dell’apertura della sua causa di beatificazione. Una causa che ora, come sottolinea la stessa arcidiocesi di Bourges, potrà essere favorita dal nihil obstat concesso da Roma.

(Ermes Dovico – La Nuova Bussola – 1 Settmbre 2024)

L’arresto di Durov e i paradossi della libertà

di Stefano Caprio- Asia News – 1 Settembre 2024

Sia i portavoce del potere, sia la maggior parte delle voci di opposizione a Mosca hanno reagito sorprendentemente all’unisono all’arresto in Francia dello zar russo di internet, difendendo la libertà di espressione e di comunicazione. A conferma che l’arma definitiva della guerra non è il drone d’assalto o la bomba nucleare, ma l’ideologia che distorce la realtà

L’evento più clamoroso per la Russia negli ultimi giorni non è stata la previsione sulla vittoria dell’Ucraina nella guerra, sbandierata dal presidente Volodymyr Zelenskyj sulla scia dell’entusiasmo per l’offensiva nella regione di Kursk, ma l’arresto dello zar russo di internet, Pavel Durov, in un aeroporto francese. Sia i portavoce del potere, sia la maggior parte delle voci di opposizione in Russia hanno reagito all’unisono, in modo stupefacente, in difesa della libertà di espressione e di comunicazione. La guerra dell’informazione è infatti ben più estesa e devastante di quella sul campo, non ovviamente per il numero delle vittime e la portata delle distruzioni, ma per la sensazione effettiva del potere, o della consistenza della lotta contro di esso.

La piattaforma di messaggistica Telegram, fondata da Durov nel 2013, è in effetti l’unico spazio in cui il pubblico russofono può avere accesso ai contenuti politici senza blocchi, interruzioni o sanzioni, e questo vale non solo per la Russia, ma per molti Paesi del Medio Oriente, dell’Asia centrale e di quella sud-orientale. Nell’Europa occidentale, e in particolare in Francia, Telegram viene invece spesso associata al narcotraffico, al terrorismo, alla pirateria informatica e alla diffusione di materiali pornografici, compresi quelli di pedofilia.

Pavel Durov, imprenditore pietroburghese che compirà quarant’anni a ottobre, domina lo spazio dei social network in Russia fin dal 2006, agli inizi della diffusione nel mondo di questi nuovi mezzi di comunicazione. Insieme al fratello Nikolaj aveva fondato la prima rete VKontakte (“In Contatto”), che divenne immediatamente popolare in Russia e in molti altri Stati ex-sovietici, insieme con l’altro messenger Odnoklassniki (“Compagni di Classe”), anch’esso legato al sistema di Durov. Questi primi strumenti sono stati lasciati al totale controllo del Cremlino dopo l’inizio del conflitto con l’Ucraina nel 2014, e il giovane magnate digitale ha rivendicato la propria libertà di diffondere qualunque informazione, anche criticando il governo, rimanendo sul trono di Telegram.

Durov ha quindi lasciato ufficialmente la Russia, dove comunque ritorna ogni volta che lo ritiene necessario, e ha stabilito la sua residenza a Dubai, prendendo allo stesso tempo la cittadinanza degli Emirati, delle isole di Saint Kitts & Nevis e della Francia, rinunciando agli Stati Uniti e a Singapore, dove “sentiva troppe pressioni”, come da lui raccontato in un’intervista a Tucker Carlson, l’unico giornalista occidentale amato dai russi. Il passaporto francese gli era stato concesso per via assolutamente privilegiata, dopo alcune cene con il presidente Emmanuel Macron, che gli consigliava di spostare a Parigi la sede della sua impresa.

Il suo arresto in Francia – con rilascio ai domiciliari su cauzione dopo una settimana, con obbligo di rimanere nel Paese – ha scatenato una tempesta di reazioni in Russia, sollevando numerose perplessità sui suoi reali motivi. Durov si è recato a Parigi con il suo aereo privato dall’Azerbaigian, dove sembra avesse avuto l’opportunità di incontrare direttamente Vladimir Putin. Sembra improbabile che non fosse al corrente dei rischi del viaggio, viste le sue relazioni ai massimi livelli, per cui si ipotizza che si tratti di una manovra dalle finalità oscure, a meno che non dimostri la protervia di chi si crede al di sopra di tutte le leggi. Per i russi, il sospetto è che il padrone di Telegram sia andato a consegnare le chiavi d’accesso alle informazioni cruciali del suo messenger, per favorire gli occidentali nella guerra globale.

La piattaforma è in effetti molto usata dai soldati russi per comunicare tra loro (anche dagli ucraini, del resto), ma non è molto credibile che i comandanti militari vi facciano passare i piani strategici, e del resto il sistema di Telegram non ha vere e proprie “chiavi d’accesso”, essendo costruito su un castello di database e di server non comunicanti tra loro. Al di là dell’effettivo significato tecnico-militare della vicenda, la sua risonanza dimostra il significato più vasto degli intrecci nel mondo della comunicazione; la Russia, isolata politicamente ed economicamente dall’Occidente e in cerca di una nuova dimensione a cavallo dei mondi, non può rinunciare al suo ruolo nello spazio globale virtuale.

Il controllo sulle informazioni è infatti lo strumento principale per imporre un’interpretazione degli eventi favorevole ai propri scopi. Non si tratta certo di una novità: la manipolazione della realtà era già uno degli obiettivi principali degli antichi storici romani, dallo stesso Giulio Cesare a Tito Livio, Tacito e Sallustio, come arma ideologica dell’impero. I russi ne hanno tratto insegnamento fin dalla medievale “Cronaca di Nestor” che narra gli eventi della Rus’ di Kiev, presentando il “popolo nuovo” chiamato a riscrivere la storia, a cui si sono ispirati gli zar e i segretari sovietici, fino al loro attuale emulatore del Cremlino. Uno scrittore e filosofo russo dell’Ottocento, Vladimir Odoevskij, aveva addirittura profetizzato la nascita dei blog e di internet nel suo romanzo utopico “Anno 4338”, scritto nel 1835, in cui narrava che “tra le case sono stabiliti dei telegrafi magnetici, grazie ai quali coloro che vivono a grandi distanze possono conversare tra loro”, diffondendo perfino dei “giornali casalinghi, preparati da chi ha maggiori conoscenze e che sostituiscono l’abituale corrispondenza”, che oltre a informare sulla vita interna delle famiglie offrono “diverse riflessioni, osservazioni, scoperte e proposte”.

Di proposte su Telegram ce n’è effettivamente un gran numero, e molte di esse suscitano reali preoccupazioni. In passato Durov ha dovuto piegarsi controvoglia alle imposizioni di Stati stranieri, come nel 2022 quando la Germania lo accusò di non moderare i contenuti secondo le leggi, la stessa accusa che ha portato all’arresto di Parigi. Non molto tempo fa in Europa è stata elaborata la versione finale del Digital Services Act, il regolamento Ue sui servizi digitali 2022/2065, a cui i rappresentanti di Telegram giurano di attenersi scrupolosamente, bloccando i contenuti pirata e non diffondendo agli europei i canali vietati come RT, il derivato della Russkoe Televidenie, uno dei principali mezzi di propaganda del Cremlino. Del resto, la Commissione europea ha specificato che non sono state rilevate violazioni a queste regole da parte di Telegram.

L’inchiesta parigina si basa sulla legislazione francese, e imputa a Durov la mancata collaborazione con la polizia locale. E qui sorge la domanda che interessa tutto il mondo digitale, non solo per i destini del boss dell’ecosistema: quanto è giustificabile il controllo di quello che si diffonde sulla rete? Dov’è il confine tra la “moderazione” e la censura? Se si vuole difendersi dai crimini informatici, allora bisognerebbe concedere il diritto a intromettersi in qualunque scambio di contenuti, come in effetti spesso succede al di là delle leggi. Questo è infatti il desiderio della Russia, più ancora che della Francia o degli Stati Uniti, fino alla possibilità di controllare i pensieri e i moti dell’anima, e non c’è nulla come il mondo virtuale per forzare ogni reparto segreto della vita interiore delle persone.

Questo è il motivo per cui anche nei Paesi più democratici c’è sempre meno fiducia nelle autorità e nelle loro dichiarazioni, e ognuno cerca di ritagliarsi uno spazio in cui sentirsi più o meno autonomo, come Telegram cerca di proporre in modalità più credibili di tanti social più diffusi. La libertà di espressione è sempre stato un concetto ambiguo, e sta diventando un ideale ancora più confuso e contraddittorio. La Russia combatte la sua guerra “contro il falso liberalismo”, il demone per cui invita tutti i cittadini del mondo a trasferirsi nel “mondo della purezza dei valori tradizionali”, ma invoca la libertà per Durov e i suoi strumenti assai poco tradizionali.

L’arma definitiva della guerra non è il drone d’assalto o la bomba nucleare, è l’ideologia che distorce la realtà, e trasforma un valore universale come la libertà della persona in uno strumento del controllo del potere. Se si può discutere quanto sia lecito concedere agli ucraini l’uso dei missili occidentali verso la Russia, o la rescissione dei legami ecclesiastici con l’ortodossia russa, non si può prescindere da un impegno nel definire i contenuti della libertà di pensiero, di espressione e di parola, su internet e in qualunque luogo, considerando che in questo campo non ci sono confini geografici o zone di separazione e non belligeranza. Siamo tutti russi e francesi, siamo tutti protagonisti di Telegram o di qualunque altro sistema che diffonde le parole e le immagini, che ci obbliga a scegliere e a decidere in quale realtà vogliamo vivere.

Putin giudicato dallo storico russo Medvedev

 28 Agosto 2024 ore 09:34

di Bruno Fanucchi – Corrispondeza Romana  1862

Il 12 giugno 1990, sotto la presidenza di Boris Eltsin, la Duma di Stato adottò la Dichiarazione di sovranità dello Stato, che segnava l’inizio della Russia moderna, e rese il 12 giugno Giornata nazionale, che da allora viene tradizionalmente celebrata con grandi eventi artistici e popolari in tutto il Paese e in particolare sulla Piazza Rossa, davanti alle mura del Cremlino, nel cuore di Mosca. «Nel 2024 – sottolineava un comunicato stampa ufficiale del Cremlino in vista dell’evento di quest’anno – la Russia celebrerà questa festa di fronte a una guerra ibrida senza precedenti scatenata dall’Occidente contro Mosca». La propaganda di Putin ha così continuato: «La situazione attuale non è una novità, è una conseguenza diretta del confronto storico tra la Russia e l’Occidente, dell’ambizione dei Paesi della NATO di sconfiggere Mosca dal punto di vista strategico, di cancellare la Russia dalla mappa politica mondiale come Stato indipendente».

Quindi è la Russia ad essere attaccata e circondata, e si sta semplicemente difendendo dalle forze della NATO e dell’Occidente decadente. Questo discorso immaginario, trasmesso notte e giorno sui social network di tutto il mondo, è purtroppo fiorente. In vari Paesi europei, molti politici, esperti e giornalisti stanno mettendo in evidenza la “minaccia nucleare” regolarmente sollevata dallo stesso Vladimir Putin, per alleggerirsi la coscienza e soprattutto per non fare nulla per contrastare l’aggressione russa e le sue terribili conseguenze per la stabilità dell’Europa. Chiedono inoltre al Presidente Volodymyr Zelenski di negoziare alle condizioni di Mosca per «evitare una terza guerra mondiale», che in realtà è già iniziata, ma in una forma finora totalmente sconosciuta.

Nella stessa Russia, le voci che denunciano la guerra di Putin sono sempre meno, visto che questo atto di coraggio può valere fino a 15 anni di carcere. «Ci sono persone che soffrono per questa situazione, che esprimono il loro dissenso, che sono uscite a manifestare o hanno partecipato al funerale di Alexei Navalny, che vanno in prigione per le loro convinzioni. Tanto di cappello per il loro coraggio», ha dichiarato lo storico russo Sergei  Medvedev in una recente intervista a Laure Mandeville del Figaro. Medvedev ha lasciato Mosca all’indomani del 24 febbraio 2022 e ora insegna alla Charles University di Praga.

Medvedev aggiungeva: «Ma, se si ha una visione d’insieme, si ha comunque la sensazione che i russi abbiano costruito nella loro testa una comoda spiegazione psicologica. Hanno accettato la teoria di Stato secondo cui l’Ucraina è occupata dai fascisti, che l’Occidente ce l’ha con la Russia e utilizza l’Ucraina a questo scopo, mentre noi russi stiamo proteggendo i nostri interessi e il nostro Paese contro i fascisti. È una storia per bambini di 3 anni, ma decine di milioni di russi vivono comodamente immersi in questa favola. Dicono: Putin vede le cose meglio, dipende da lui. Se abbiamo iniziato la guerra, dobbiamo finirla»… e questo significa andare fino in fondo, cioè fino alla scomparsa totale dell’Ucraina. Perché la Russia non può perdere!

Per comprendere meglio la cecità di gran parte della società russa e la colpevole cecità delle élite occidentali, che da quasi un quarto di secolo arretrano davanti a Putin, vale la pena leggere l’eccellente libro dello stesso Medvedev da poco pubblicato: A War made in Russia (John Wiley and Sons Ltd, 2023, 192 pagine). È un testo fondamentale in cui l’autore analizza e dimostra con talento la posta in gioco in Russia e nel nostro Vecchio Continente dall’inizio di questa guerra di aggressione pianificata da tempo.

«In vista della guerra che verrà – ci ricorda giustamente Medvedev – la Russia ha lanciato un impressionante programma di riarmo per gli anni 2011-2020, per un costo di 700 miliardi di dollari. Nel 2013 è stata elaborata la Dottrina Gerasimov, dal nome del Capo di Stato Maggiore delle Forze Armate (tuttora in carica): essa propugnava il concetto di guerra ibrida, che – accanto ai tradizionali strumenti militari – poneva l’accento su azioni non militari: pressioni politiche e diplomatiche, guerra dell’informazione, attività sovversive, sostituzione dei leader dei Paesi avversari, ecc.».

Siamo arrivati a questo punto con il recente tour africano di Sergei Lavrov in alcuni Paesi francofoni (Mali, Burkina Faso, Niger, Guinea, Ciad, Repubblica Centrafricana, Congo Brazzaville) e il dispiegamento dell’Africa Corps – il successore del gruppo Wagner – in diverse delle ex colonie francesi che sono state o stanno per essere regolarmente sfruttate. 

«La guerra è diventata il linguaggio della vita quotidiana. È diventata attraente e persino desiderabile», e Putin ha ripreso e messo in pratica l’idea suggeritagli da Vladislas Surkov, uno dei suoi consiglieri più influenti e ascoltati, che all’inizio degli anni Duemila affermava che «la Russia sarebbe dovuta diventare esportatrice di caos» e – di fatto – ora è diventata «la principale esportatrice di guerre al mondo». 

Vero e proprio ideologo del Cremlino e cofondatore del partito Russia Unita, Surkov è stato persino vice primo ministro della Federazione Russa negli anni 2012-2013 e, all’indomani della “Rivoluzione arancione” del 2004 a Kiev, è stato il fondatore del movimento Nachi (Nostro), che ha guidato il movimento giovanile pro-Putin sostenendo una guerra totale contro i «nazisti ucraini».

Nelle primissime pagine del suo libro, Medvedev osserva che i russi e gran parte dei giovani che ne sono stati attratti «sono stati sedotti dallo slogan revanscista di Putin e dalla sua promessa di risollevare la Russia messa in ginocchio».  L’autore ci ricorda che Vladimir Žirinovskij parlava già così: «Risolleverò la Russia messa in ginocchio», come recitava il suo manifesto elettorale del 1993, ben quindici anni prima di uno dei principali slogan di Putin. Nel 2005, Putin ha descritto il crollo dell’URSS come «la più grande catastrofe geopolitica del XX secolo».

«Il nemico numero 1 è diventato l’Ucraina. Gli ucraini sono diventati per lui quello che gli ebrei erano per Hitler», aggiunge Medvedev, sottolineando che «Putin sta semplicemente seguendo i precetti del suo padre spirituale Žirinovskij, prontissimo nel lanciare bombe atomiche in discorsi incendiari».

Avendolo intervistato nel suo ufficio alla Duma di Mosca nei primi anni 2000, posso testimoniare che Žirinovskij parlava con la stessa verve e paranoia che Putin – ahimè – imita così bene oggi. E Medvedev spiega: «Tutti i suoi recenti articoli pseudo-storici, tutte queste dichiarazioni piene di disprezzo e odio nei confronti dell’Ucraina, testimoniano il fatto che ha deciso di passare alla ‘soluzione finale della questione ucraina’». «Man mano che venivano alla luce sempre più prove delle atrocità commesse dall’esercito russo nei territori temporaneamente occupati dell’Ucraina –prosegue – diventava chiaro che non si trattava di un’orgia di ubriachi o di eccessi commessi da carnefici, ma di un terrore pianificato in cui erano coinvolte la compagnia militare privata Wagner e unità punitive appositamente addestrate, e che la distruzione con bombardamenti di intere città ucraine e dei loro abitanti (come a Marioupol) non era dovuta a una confusione di obiettivi, ma a un intento criminale».

Il presidente del Partito liberaldemocratico, Vladimir Žirinovskij, che è stato richiamato a Dio il 6 aprile 2022 all’età di 75 anni, si è rallegrato dell’invasione dell’Ucraina e ha invocato un confronto finale con l’Occidente. Sognava una terza guerra mondiale, nella quale poter «bruciare Parigi» e «atomizzare Berlino»… Proprio come Putin oggi. Alla fine di dicembre 2021, in una delle sue ultime apparizioni pubbliche, ha persino implorato di «bombardare Kiev» a Capodanno.

 «Soffocare la macchina da guerra di Putin è essenziale per la sicurezza globale. Ogni arma che la Russia non può produrre è una vita salvata», ha sottolineato il capo della diplomazia ucraina, Dmytro Kuleba, accogliendo con favore le nuove sanzioni contro il settore industriale della difesa russo e il suo accesso alla tecnologia e alle risorse all’estero. Ciò che è in gioco è la sopravvivenza del popolo ucraino.

Ucraina-Russia, perché la pace è lontana

di Massimo Nava| 29 agosto 2024 – Corriere della Sera  30 Agosto 2024

Non vedremo mai una sconfitta totale dell’Ucraina né della Russia. E ovviamente nessuno potrà pensare di sbandierare una vittoria al proprio popolo ferito e sofferente

Sopravvivenza, stallo, collasso. In un algoritmo su oltre due anni di guerra in Ucraina, risulterebbero queste le parole più usate dagli analisti. E non è difficile capirne perché. Non vedremo mai una sconfitta totale dell’Ucraina né della Russia. E ovviamente nessuno potrà pensare di sbandierare una vittoria al proprio popolo ferito e sofferente. È un’evidenza che soltanto ciechi e propagandisti messianici non vedono, così come non vedono il rischio sempre più alto di uno scontro Nato/Russia dalle conseguenze imprevedibili. Immaginare un dopo guerra, allo stato attuale del conflitto sul campo, significa ragionare su tempi lunghi e su condizioni che al momento appaiono irrealizzabili.

L’Ucraina ha perso circa un quinto del territorio, ha quasi sei milioni di rifugiati all’estero, ha un tasso di natalità bassissimo e conta oggi circa 38 milioni di abitanti, una decina di milioni in meno rispetto all’anno dell’indipendenza (1991). È un Paese distrutto, i cui danni di guerra ammontano a oltre 500 miliardi di dollari che, al momento, nessuno sa bene come saranno finanziati. Organismi internazionali, multinazionali del settore agroalimentare e fondi privati stanno facendo conti su ciò che resta del territorio sovrano, non sull’ improbabile riconquista di sovranità delle provincie occupate dai russi.

L’Occidente – Usa e Unione europea – perseguono una strategia contorta, che consiste nell’ aiutare l’Ucraina a non perdere e a non collassare, inviando armi e aiuti limitati e insufficienti, senza forzare la situazione per evitare un’escalation del conflitto con la Russia. Di questo sono consapevoli gli stessi ucraini, ma si fa finta che Kiev possa ancora vincere, mentre l’obiettivo è che riesca a sopravvivere: come Stato indipendente, ridotto ma collegato all’Occidente. Un Occidente che le apra, su tempi indefiniti, le porte della Ue e della Nato. Nessuno vuole fare i conti con il fatto che a principi eticamente nobili (la condanna dell’aggressione russa e della violazione di confini statuali) non potranno corrispondere risultati politici auspicati. Salvo essere in grado di costruire coalizioni genere Russia/America contro il Terzo Reich.

Quanto alla Russia, l’andamento della guerra è altrettanto catastrofico, salvo consolarsi con la probabile irreversibilità (comunque non riconosciuta da nessuno) della sovranità su Crimea e Donbass. Il bilancio è altamente negativo: enormi costi umani ed economici della macchina bellica per mantenere un livello superiore alla resistenza ucraina, isolamento culturale e sanzioni internazionali, scivolamento verso la dipendenza economica dalla Cina e condanna a un ruolo irrilevante sulla geopolitica asiatica, allargamento della Nato ai propri confini, rafforzamento irreversibile del nazionalismo ucraino (che umilia persino Puskin) e dell’abbraccio Ucraina-Occidente, ovvero esattamente il contrario degli obbiettivi iniziali del Cremlino. Anche perché l’Ucraina non è entrata nella Nato, ma la Nato in modo surrettizio è dentro l’Ucraina.

È però illusorio immaginare la sconfitta della Russia e il ritiro unilaterale dal teatro di guerra. Il fallimento dell’ «operazione speciale» costringe paradossalmente il Cremlino a perseguire i propri obbiettivi poiché anche la Russia, in modo speculare, lotta per la propria sopravvivenza: non come nazione, ma come grande potenza minacciata e militarmente accerchiata. Ad oggi, l’economia russa si regge sulla macchina militare, sull’aggiramento delle sanzioni e sulle esportazioni di gas verso l’Asia, ma a prezzi ridotti. Se il Cremlino volesse, o fosse costretto, ad abbandonare questa strada, si calcola che ci vorranno anni per riconvertire il sistema economico e scongiurare l’abbraccio della Cina.

In pratica, la guerra russo/ucraina si riduce a termini come stallo, collasso, sopravvivenza, attribuibili in modo ambivalente alle parti in causa. Spettatori interessati, Cina e Stati Uniti, le due superpotenze che, comunque vada a finire, hanno già vinto. Pechino sta traendo il massimo profitto geopolitico ed economico senza nemmeno sporcarsi le mani. Washington ha ridotto a quasi nulla i corridoi energetici e le relazioni economiche Ue-Russia, ha allargato la Nato ad Est, fino ai confini con la Russia e svuotato i magazzini di armi inviate a credito a Kiev e ai Paesi europei. L’Europa, divisa e miope, invasa da profughi ucraini e recriminazioni russe, aspetta soltanto di pagare il conto.

La Russia è davvero invincibile?

28 Agosto 2024 ore 09:36

di Roberto de Mattei – Corrispondenza Romana

La Russia è un immenso territorio di 17.075.400 chilometri quadrati, che nella sua estensione abbraccia l’Europa e l’Asia, dove è situato il 77% del suo territorio. Carlo XII, Napoleone ed Hitler tentarono senza successo di invaderla (cfr. Andrea Santangelo, Invincibile Russia.  Come Pietro il Grande, Alessandro I e Stalin hanno sconfitto gli invasori, Carocci, Roma 2022).

 Il primo tentativo avvenne durante la” Grande Guerra del Nord” (1700-1721) per l’egemonia sul mar Baltico. Il 21 gennaio 1708 il giovane re svedese Carlo XII entrava a Grodno, alla testa di un esercito considerato il migliore d’Europa, con l’intenzione di giungere fino a Mosca. Il suo avversario Pietro il Grande si rivelò però uno stratega migliore, applicando la dottrina della “terra bruciata” che prevedeva di cedere grandi spazi, per guadagnare tempo e colpire il nemico al momento giusto. La battaglia decisiva, avvenuta a Poltava, l’8 luglio 1709, si concluse con la disfatta dell’armata svedese. La guerra segnò il tramonto della Svezia e la crisi della Confederazione polacco-lituana. L’Estonia e la Livonia (che comprendeva parte dell’attuale Lettonia) passarono sotto il dominio russo. Il Senato russo accordò allo Zar il titolo di “Pietro il Grande, padre della patria e zar di tutte le Russie”.

La seconda invasione della Russia avvenne nel 1812, ad opera dell’Imperatore Napoleone I, in quel momento vincitore in Europa su tutti i fronti. La Grande Armée di Napoleone contava 600.000 uomini, provenienti non solo dalla Francia, ma anche da Stati o regioni annesse al territorio francese. La guerra fu proclamata il 22 giugno 1812 e la battaglia decisiva si svolse sulle colline di Borodino il 7 settembre dello stesso anno. Da un punto di vista militare fu una vittoria per Napoleone che il 14 settembre entrò con il suo esercito in una Mosca deserta, senza riuscire però a distruggere l’armata nemica. Il conte Rostopčin, governatore di Mosca aveva dato ordine ai cittadini di abbandonare la città e di incendiarla.  Dopo 34 giorni, il 19 ottobre 1812, mentre l’inverno si avvicinava, Napoleone lasciò Mosca, dando l’ordine della ritirata, inseguito dall’esercito russo comandato dal generale Kutuzov. L’invasione della Russia si concluse in maniera disastrosa. Nella tragica battaglia sul fiume Beresina, un affluente del Dnepr, i francesi riuscirono a forzare il tentativo di accerchiamento russo, pagando un altissimo prezzo di sangue. Napoleone perse in Russia oltre 530.000 uomini, dei quali circa 120.000 furono catturati. Due anni e mezzo dopo fu Waterloo.

Il tentativo di conquista più radicale fu quello di Hitler che, con un improvviso capovolgimento di fronte, cancellò il patto Molotov-Ribbentrop, stipulato nell’agosto 1939 con Stalin per spartirsi le reciproche zone di influenza europea. Forte di questo accordo, il 1° settembre Hitler aveva invaso la Polonia occidentale, dando inizio alla Seconda guerra mondiale. Stalin, da parte sua, nel giugno 1940 aveva occupato la Polonia orientale e i tre Stati Baltici, Estonia, Lettonia e Lituania. Ma il 22 giugno 1941 scattò l’“Operazione Barbarossa”, con la quale l’esercito tedesco invadeva la Russia. L’armata sovietica era molto più numerosa, ma Hitler confidava nella maggiore qualità del corpo ufficiali tedesco e nella Blitzkrieg, la “guerra lampo” dei suoi generali. La rapidità dell’avanzata militare tedesca sorprese Stalin, convinto che Hitler non avrebbe mai osato ripercorrere le tracce di Carlo XII e Napoleone. A dicembre i carri armati tedeschi, dopo aver travolto l’Ucraina, si presentarono davanti alle porte di Leningrado e di Mosca e, nell’inverno del 1942-1943, arrivarono al centro industriale di Stalingrado. I sovietici riuscirono a non perdere la guerra grazie alle loro maggiori riserve in termini di uomini e di mezzi, combattendo, a differenza dei tedeschi, su di un unico fronte. Stalingrado rappresentò il momento in cui la guerra svoltò a favore dei sovietici. L’Armata Rossa, solo nel 1943, subì quasi 8 milioni di perdite totali, ma l’ago della bilancia, grazie anche a questo deliberato olocausto, si spostò a favore di Stalin. 

La Russia è dunque invincibile? L’invulnerabilità della Russia è una leggenda superficiale, basata sull’ampiezza del suo territorio e sul numero dei suoi abitanti, senza tener conto però delle caratteristiche psicologiche del suo popolo, intelligente e meditativo, ma al tempo stesso indolente e fatalista. I russi preferiscono la pace alla guerra e il loro esercito si è rivelato spesso un colosso di argilla. Le vittorie contro Napoleone e Hitler furono dovute soprattutto al fattore inverno e agli errori strategici dei generali nemici, che confidarono troppo nelle loro capacità militari. 

Nella guerra di Crimea (1853-1856), l’Impero dello Zar Nicola I era all’apogeo della sua potenza militare, ma fu duramente sconfitto da una coalizione tra l’Impero Ottomano, la Francia, la Gran Bretagna e il Regno di Sardegna. Nel conflitto con il Giappone del 1904-1905, l’esercito zarista subì una serie di rovinose sconfitte a causa della propria debolezza più che della forza del nemico. All’inizio della Prima guerra mondiale, nel 1914, la Germania aveva spostato tutte le sue forze sul fronte francese, lasciando solo alcune divisioni sul fronte russo. Ciò malgrado, la battaglia di Tannenberg, tra il 26 e il 30 agosto, si concluse con una schiacciante vittoria delle forze tedesche, guidate dal generale Paul von Hindenburg. Fu l’inizio del crollo dell’Impero degli Zar, culminato nel 1917 con la disgregazione dell’esercito e la Rivoluzione bolscevica.  

La guerra in Afghanistan del 1979-1989 fu l’ultima bruciante sconfitta dell’Armata sovietica, mentre il Muro di Berlino iniziava a sgretolarsi. La guerra russo-ucraina potrebbe essere la successiva. Il 24 febbraio 2022 il presidente della Federazione russa Vladimir Putin annunciò una “Operazione militare speciale”, dando inizio, con 190.000 uomini, all’invasione dell’Ucraina. Putin si attendeva il crollo del governo di Kyiv, con una rapida occupazione del Donbass. Ben diverso è il bilancio dopo due anni e mezzo di guerra. Secondo lo Stato Maggiore delle Forze Armate dell’Ucraina, al 17 agosto 2024, la Russia avrebbe perso 598.180 combattenti dall’inizio della sua invasione, senza che l’“Operazione speciale” abbia ancora raggiunto i suoi obiettivi finali.

Inattesa fu la resistenza dell’Ucraina nel febbraio 2022 e inatteso è stato l’attacco lampo dell’agosto 2024, quando le forze armate di Kyiv hanno attraversato il confine tra la regione di Sumy e quella di Kursk e sono penetrate in Russia. Gli analisti politici e militari si interrogano sullo scopo di questa iniziativa, che ha portato alla conquista di oltre 1000 chilometri di territorio russo. Essa, al di là degli aspetti strategici, ha comunque un profondo significato simbolico, perché dimostra la determinazione degli ucraini nella difesa della loro patria. Putin inoltre deve ammettere il fallimento dell’“operazione speciale” e l’esistenza di uno stato di guerra con l’Ucraina.

Un altro gesto simbolico si è sovrapposto, il 20 agosto, alla controffensiva ucraina: la messa al bando della Chiesa ortodossa ucraina, dipendente, sotto l’aspetto politico e religioso, dal Patriarca di Mosca Kirill, braccio destro di Putin. Il vicepresidente del Consiglio di sicurezza russo, Dmitry Medvedev, commentando l’approvazione di questa legge da parte del Parlamento ucraino, ha affermato che il paese «sarà distrutto come Sodoma e Gomorra», mentre Putin accusa la Nato e l’Occidente di armare gli ucraini e agita lo spettro nucleare.

Chi combatte per la restaurazione dell’Occidente cristiano non si lascia impressionare da queste minacce. Il messaggio di Fatima ci assicura che dopo l’inevitabile castigo dell’umanità per i suoi peccati, la Russia volterà le spalle alla religione ortodossa, all’ideologia comunista e all’eredità asiatica per ritornare a quella fede cattolica che sbocciò a Kyiv, sotto san Vladimiro, alla vigilia dell’anno Mille. 

Il discorso di Kamala Harris: molto fumo contro Trump e poca sostanza

Kamala Harris ha tenuto un discorso che i titolisti hanno subito definito “storico” perché è la prima donna di colore candidata presidente. Ma i contenuti sono vaghi, a parte la lunga arringa contro Trump. Kamala è finora solo una candidata virtuale costruita dai Democratici: non è nemmeno mai stata intervistata da quando è candidata. 

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Il discorso più importante della sua carriera. Questa è la definizione che Kamala Harris ha dato del discorso di accettazione della candidatura alla Casa Bianca, giovedì 22 agosto, alla Convention Nazionale Democratica a Chicago. Un discorso che i titolisti, non solo italiani, si sono affrettati a definire “storico”, perché segna l’inizio della corsa della prima candidata alla presidenza che è sia donna che di colore.

Il biglietto da visita di un presidente è la storia personale e famigliare. Un modo classico per rompere il ghiaccio con i militanti e gli elettori è quello di parlare di sé, della propria famiglia e delle proprie origini. La Harris lo ha fatto all’inizio del discorso e ha presentato una famiglia “allargata”, quasi alla Murgia. Infatti, dopo aver tessuto le lodi della madre indiana Shyamala che “ha attraversato il mondo” per realizzare il suo sogno di ricercatrice medica in America, «l’armonia tra i miei genitori non durò. Quando frequentavo la scuola elementare, si separarono e fu soprattutto mia madre a crescerci». Ma anche: «Mia madre lavorava a lungo e, come molti genitori che lavorano, si appoggiava a una cerchia fidata per aiutarci a crescere. La signora Shelton, che gestiva l’asilo nido sotto di noi e divenne una seconda madre. Zio Sherman, zia Mary, zio Freddy e zia Chris. Nessuno di loro era parente di sangue. Ma tutti parenti per amore».

Già con questo biglietto da visita, la Harris si presenta ad un elettorato che è socialmente molto diverso dall’America che siamo abituati a vedere. Da quando la Harris è nata, negli anni Sessanta, ad oggi, le coppie sposate con figli sono calate dal 44% al 18% della popolazione statunitense. Quella di oggi è una nazione di single che nello stesso arco di tempo sono passati dal 13% al 29%. È soprattutto a loro che la Harris si rivolge per cercare consensi. Le sue parole d’ordine sono “diritti civili” e soprattutto “aborto”. I diritti civili sono una causa storica, ma ormai sono diventati sinonimo di diritti sessuali e riproduttivi. Che Trump, a suo dire, vorrebbe eliminare del tutto.

A Trump, la Harris dedica quasi la metà del discorso. E la BBC, che non passa certo per essere un’emittente di destra, ha individuato varie bufale della Harris. Il programma repubblicano non coincide con il “Progetto 2025” della Heritage Foundation, think tank conservatore. Trump non ha intenzione di vietare l’aborto su scala nazionale, cosa su cui rischia, anzi, di incrinare i rapporti con il popolo pro-life. Il candidato repubblicano non ha intenzione di abolire Medicare (il programma sanitario per i non abbienti) e la Social Security (il sistema pensionistico), né ha intenzione di abolire il Dipartimento dell’Istruzione. Non è neppure corretto affermare, come ha fatto la Harris, che Trump voglia uscire dalla Nato: lo ha detto nella sua campagna elettorale delle primarie, ma appena diventato candidato presidente ha smentito (o ha cambiato idea) e assicura che gli Usa resteranno “nella Nato al 100%”. Purché gli alleati europei contribuiscano di più alle spese.

Tuttavia, oltre alle critiche a Trump, la Harris non è chiara sulle sue proposte. La parte del discorso sulle sue proposte economiche è incredibilmente vaga, con formule retoriche tipo « Un’economia delle opportunità in cui tutti abbiano la possibilità di competere e di avere successo. Sia che si viva in una zona rurale, in un piccolo paese o in una grande città». Oppure: «Garantiremo l’accesso al capitale ai proprietari di piccole imprese, agli imprenditori e ai fondatori. Metteremo fine alla carenza di alloggi in America e proteggeremo la Social Security e Medicare». Sì, ma come?

Anche in politica estera, i cenni alle prossime linee strategiche degli Usa sono vaghi e nel caso del Medio Oriente anche cerchiobottisti: «Israele non deve mai più affrontare l’orrore che l’organizzazione terroristica Hamas ha causato il 7 ottobre». E però «Allo stesso tempo, ciò che è accaduto a Gaza negli ultimi 10 mesi è devastante». E quindi: «Israele sia al sicuro – gli ostaggi siano liberati – le sofferenze a Gaza finiscano – e il popolo palestinese possa realizzare il suo diritto alla dignità, alla sicurezza, alla libertà e all’autodeterminazione». E “Buona fortuna”, direbbero tutti i presidenti che finora hanno provato a raggiungere questi obiettivi, a partire da Jimmy Carter.

Tanto fumo, tanta campagna anti-Trump, ma poco arrosto. Kamala Harris, cooptata dal Partito Democratico per sostituire un ormai impresentabile Joe Biden, ha il solo scopo di battere il tycoon. Non importa come, non importa con quali programmi. Non importa “chi”: Kamala Harris era ritenuta una vicepresidente impopolare, un imbarazzo per il partito, al punto di suggerire a Biden di sostituirla. Adesso il Partito e la fitta schiera di media suoi alleati (inclusa la quasi totalità di quelli italiani, che pure non si rivolgono al pubblico di elettori americani) hanno costruito un’immagine di Kamala totalmente diversa da quella che abbiamo sempre vista. Un’immagine, appunto, perché la vera Kamala Harris, da 35 giorni candidata, ora anche ufficialmente, non ha ancora rilasciato una sola intervista, né ha tenuto alcuna conferenza stampa. Al di là dei discorsi preparati, dove segue un copione, non sappiamo ancora nulla di lei, di cosa voglia fare o se sia in grado di farlo. E il suo discorso non ci aiuta molto a capirlo.

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