"VI SUPPLICO: CONVERTITEVI!" (REGINA DELLA PACE-MEDJUGORJE)

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Il mistero del Santo Natale: “Non c’era posto per loro”

di Roberto de Mattei – Corrispondenza Romana 23 Dicembre 2024

La Siria, su cui in questi giorni è concentrata l’attenzione di tutto il mondo, è un paese antico e travagliato, che ha avuto l’onore di essere ricordato nel Vangelo, assieme al suo governatore Quirinio, nel passo in cui san Luca rievoca con lo stile sobrio che gli è proprio il mistero della Natività.  

“In quei giorni –  si legge –  un decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse il censimento di tutta la terra.  Questo primo censimento fu fatto quando era governatore della Siria Quirinio” (Lc, 2, 2).

Publio Sulpicio Quirinio era nato nei pressi di Roma, a Lanuvio, attorno al 45 a. C., ed era governatore della Siria, una delle province più importanti dell’impero. Da lui dipendeva anche la Giudea, prefettura romana della Siria. La scuola storica protestante ha accusato san Luca di un errore storico, affermando che il censimento sarebbe avvenuto qualche anno dopo la nascita di Gesù, ma fornendo prove contraddittorie. Noi ci atteniamo ai Vangeli, che sono divinamente ispirati, e seguiamo il racconto di san Luca: “Andavano tutti a farsi registrare, ciascuno nella sua città. Anche Giuseppe, che era della casa e della famiglia di Davide, dalla città di Nazaret e dalla Galilea salì in Giudea alla città di Davide, chiamata Betlemme, per farsi registrare insieme con Maria sua sposa, che era incinta.  Ora, mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto.  Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo depose in una mangiatoia, perché non c’era posto per loro nell’albergo” (Lc, 2-3- 7). 

Soffermiamoci su quest’ultima frase come fonte di meditazione. Il testo latino dice “Quia non erat eis locus in diversorio”. Il Vangelo non si limita a dire che “non c’era posto”, ma aggiunge “”per loro”. La mancanza di posto non era dunque assoluta. Per altri, non per loro, il posto c’era. 

Il termine che segue: “nell’ albergo”, può dare adito a confusione, perché traduce in maniera imprecisa, il latino diversorium, che non ha solo il significato moderno di albergo, ma anche quello, più generale, di alloggio, di rifugio, di asilo. Giuseppe, giunto a Betlemme, cercava un luogo conveniente per poter alloggiare la sua sposa, provata, come lui, dal freddo e dalla stanchezza del cammino. Avendo a Betlemme dei parenti, della casa di Davide, è logico immaginare che si sia prima rivolto ai componenti della sua tribù e famiglia, ma essi gli rifiutarono l’ospitalità. Giuseppe ai loro occhi era solo un nobile decaduto, un parente povero e per di più imprevidente, per essersi messo in viaggio con un clima così rigido e senza avere la certezza di un alloggio. 

San Giuseppe iniziò allora a chiedere un posto nelle locande, ma il paese era pieno di forestieri, gli alberghi erano gremiti e la risposta era sempre negativa.  Le sue richieste erano ben giustificate dallo stato di gravidanza avanzata di Maria. I due sposi, inoltre, non avevano certo l’apparenza di malfattori o di vagabondi. La tranquillità dolce e afflitta di Giuseppe rivelava un uomo superiore, ma i locandieri non vollero cogliere la luce che rifulgeva dietro le sue buone maniere e la sua dignitosa povertà. San Giuseppe, principe della Casa di Davide, sposo di Maria Santissima e padre putativo del Verbo Incarnato, dovette affrontare il rigetto di uomini mediocri e volgari e in ciò, osserva Plinio Correa de Oliveira, sta tutta la sua eroica grandezza. 

Non c’era posto per loro e forse essi stessi non vollero trovar posto, neanche nel “caravanserraglio”, il grande spazio a cielo aperto in cui si ammassavano uomini e bestie, tutto alla rinfusa in uno spirito di confusione ben diverso dallo spirito di raccoglimento che avrebbe dovuto circondare la nascita del Divin Salvatore. Ciò non conveniva al riserbo e al pudore della Madre di Dio. Madre Cecilia Baij, nella sua Vita del glorioso patriarca san Giuseppe ci dice che il cuore dello sposo era sempre più afflitto, anche perché attribuiva a sua colpa l’angosciosa situazione. Maria lo consolava, dicendogli che tutto era permesso da Dio per i suoi altissimi fini.

Per divina ispirazione Giuseppe ricordò come fuori di Betlemme vi era una spelonca che serviva per ricovero di bestie ed egli decise di andare in quella per non stare nella strada pubblica. Padre Serafino Lanzetta ha ben confutato gli esegeti protestanti e modernisti, secondo i quali la grotta della nascita di Gesù a Betlemme, su cui è stata costruita la Basilica della Natività, non sarebbe il luogo della nascita di Nostro Signore (https://www.corrispondenzaromana.it/notizie-dalla-rete/la-nascita-di-gesu-in-una-povera-grotta-perche-e-cosi-rilevante-per-la-fede-nel-verbo-incarnato/). Fu invece proprio in quel luogo e in quella notte che cambiò la storia del mondo.

La grotta era libera e disabitata. Giuseppe e Maria vi entrarono ed ebbero un’intima consolazione, più grande che se non fossero entrati in un sontuoso palazzo. Essi compresero che era volontà di Dio che in questo luogo nascesse il Salvatore dell’umanità.

Il mistero di Betlemme prefigura quello del Calvario. Gesù, Figlio di Dio, Re dell’universo, Signore di tutte le cose create, da cui dipende tutto ciò che esiste in Cielo e in terra, veniva a cercare un alloggio, ma non trovò chi l’accogliesse. Fin dalla sua nascita il Verbo Incarnato fu rifiutato dal suo popolo. Questo rifiuto era il simbolo visibile del rifiuto della Redenzione.

Nell’ incipit del Vangelo di san Giovanni leggiamo: “In propria venit et sui eum non receperunt”(Gv, 1, 11). “Venne nella sua casa e i suoi non lo ricevettero”.   

E’ il mistero del Messia che nell’ora della nascita non fu riconosciuto dalla sua città e nell’ora della morte fu rifiutato, deriso, insultato, e ucciso dal popolo eletto.

E’ il mistero delle persecuzioni e dell’incomprensione che circondano coloro che vogliono seguire le orme del Divino Maestro. Il mondo non ha posto per essi.

Eppure quanto sarebbe stato felice, quante grazie, quante ricchezze spirituali avrebbe ricevuto, colui che avesse ospitato il Signore nella Sua casa. E quanto può essere felice chi oggi lo ospita nel suo cuore. Può assaporare quella atmosfera di gioia che inebriò tutti i visitatori della santa Grotta di Betlemme, non per la bellezza, lo sfarzo e l’accoglienza del luogo, ma per lo straordinario compimento della profezia di Isaia: “Puer natus est nobis, filius datus est nobis” (Is 9, 5): “Un Bambino è nato per noi”. Un fatto emozionante, confermato dalle parole degli Angeli: “Non temete, ecco vi annunzio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi vi è nato nella città di Davide un salvatore, che è il Cristo Signore”.

Quando è avvenuta la nascita di Gesù? Dall’anno al giorno, tutto quello che sappiamo

di Gian Guido Vecchi- Corriere della Sera – 24 Dicembre 2024

In che anno è nato Gesù, il rabbì di Nazareth in base alla cui nascita buona parte del mondo misura il tempo, dividendo il corso della storia in un «prima» e un «dopo»? (No, la risposta non è l’anno zero: e qui vediamo perché)

CITTÀ DEL VATICANO – Si chiamava Yehoshua ben Yosef, per gli amici Yeshùa, un rabbì di Nazaret in base alla cui nascita buona parte del mondo misura il tempo, dividendo il corso della storia in un «prima» e un «dopo».

Ma in che anno nacque, Gesù? Detta così, parrebbe una domanda banale: siamo nel 2024 e quindi nacque nell’anno zero, duemilaventiquattro anni fa, no? No. Perché lo sa la Chiesa, lo sanno gli studiosi: Gesù nacque prima, non fu crocifisso nell’anno 33 e, quando morì, non aveva trentatré anni.

La data di morte considerata più probabile è venerdì 7 aprile dell’anno 30. Con buona pace delle tombole natalizie («gli anni di Cristo!») e delle simbologie legate al numero 33, Yeshùa morì intorno ai 36 anni.

Tutto dipende dal fatto che quindici secoli fa, quando si definì l’ «era cristiana», si è sbagliato a calcolare la data della nascita e, di conseguenza, quella della crocifissione.

Resta ignoto il giorno in cui venne alla luce ma anche qui la faccenda è più complicata di quanto appaia: il 25 dicembre è considerato in genere convenzionale, un’appropriazione cristiana della festa romana dedicata al Sole, ma c’è chi ha sostenuto che in effetti, a quanto si evince dai Rotoli del Mar Morto, potrebbe essere nato proprio nell’ultima decade di dicembre: magari, perché no, il 25.

Ma cominciamo dal principio.

Gesù, nato «avanti Cristo»

I quattro Vangeli non indicano né la data di nascita né la data di morte di Gesù. Ma sappiamo che Erode il Grande, re di Giudea, muore nel 4 avanti Cristo. Quindi Gesù non può essere nato più tardi. Suonerà strano, ma il Cristo è nato «avanti» se stesso, o almeno il se stesso del calendario. Perché, a seguire il racconto di Matteo (2,16), quando Gesù nasce Erode è ancora vivo: ed è lui che, dopo aver saputo dai Magi della nascita di quel bimbo che chiamano «re dei Giudei», ordina di uccidere tutti i bambini «da due anni in giù», segno che il bimbo non era appena nato. C’è da considerare anche il periodo tra la fuga in Egitto di Maria e Giuseppe con il bimbo e il ritorno, quando nel racconto evangelico un angelo appare in sogno a Giuseppe e gli dice di rientrare nella terra d’Israele «perché sono morti quelli che cercavano di uccidere il bambino», cioè Erode.

A complicare la faccenda, e a far ballare un altro anno, c’è da dire che l’ «anno 0» dell’era cristiana non esiste: per quanto oggi ci possa sembrare assurdo, il calcolo passa direttamente dall’1 avanti Cristo all’1 dopo Cristo. E questo perché, quando il monaco Dionigi il Piccolo definì a Roma all’inizio del VI secolo la datazione «Anno Domini», non esisteva ancora il concetto di zero, che in Occidente viene trasmesso solo nel 1202 dal Liber abbaci del grande matematico pisano Leonardo Fibonacci: la parola «zero» è la versione toscana del latino zephirum con il quale Fibonacci aveva reso l’arabo sifr, diffondendo in Europa la numerazione indo-araba che usiamo oggi grazie soprattutto all’opera del matematico persiano Muhammad ibn Musa al Khwarizmi, vissuto tra l’VIII e il IX secolo dopo Cristo.

A farla breve, insomma, la gran parte degli studiosi colloca la nascita di Yehoshua ben Yosef, Yeshùa nella forma abbreviata, intorno agli anni 6-7 avanti Cristo.

Ma come è nato l’errore?

Del resto, che ci sia stato uno sbaglio non è un mistero e la Chiesa ne è consapevole. Ne parlò pubblicamente San Giovanni Paolo II durante un’udienza generale del mercoledì, il 14 gennaio 1987: «Per quanto riguarda la data precisa della nascita di Gesù, i pareri degli esperti non sono concordi. Si ammette comunemente che il monaco Dionigi il Piccolo, quando nell’anno 533 propose di calcolare gli anni non dalla fondazione di Roma, ma dalla nascita di Gesù Cristo, sia caduto in errore. Fino a qualche tempo fa si riteneva che si trattasse di uno sbaglio di circa quattro anni, ma la questione è tutt’altro che risolta». In effetti, molti studiosi propendono per sei.

Ma com’è possibile che si sia sbagliato? Il monaco Dionigi il Piccolo era un grande erudito ma a quanto pare si ingannò nel tradurre dal greco un passo fondamentale di Luca, l’indicazione cronologica più precisa dei Vangeli, all’inizio del capitolo 3: «Nel quindicesimo anno di governo di Tiberio Cesare», Giovanni comincia a battezzare nel Giordano. Gesù lo raggiunge, viene battezzato e comincia il suo ministero pubblico, si legge nel versetto 23, quando archómenos hosèi etôn triákonta, aveva «circa» (hosèi) trent’anni. Dionigi tradusse come se fossero trent’anni o quasi trent’anni, secondo le interpretazioni, e in base alla cronologia romana di Tiberio calcolò come data di nascita il 25 dicembre del 753 dalla fondazione di Roma, fissando come anno 1 dell’era cristiana il 754.

Un gioco da ragazzi. Ma sbagliato: in greco l’espressione «osei eton triakonta» indica un trentenne, non trent’anni precisi: e infatti, calcolano gli studiosi, Giovanni Battista inizia a battezzare nella regione del Giordano tra la fine dell’anno 27 e l’inizio del 28, e a quel tempo Gesù avrebbe avuto trentatré o trentaquattro anni. E così si arriva all’errore: nella data di nascita, e in quella della morte.

Seguendo la cronologia del Vangelo di Giovanni, che appare più corretta, Gesù e i discepoli si riuniscono per l’Ultima Cena la sera del giovedì, dopo il tramonto e quindi all’inizio del 14 di Nisan, il giorno di preparazione della Pasqua nel rituale ebraico. Il calendario ebraico calcola il ciclo lunare e la data della Pesach non è in un giorno fisso della settimana, come la domenica per la Pasqua cristiana. La Pasqua ebraica – che fa memoria di quando Dio «passò oltre» (pasàch, da cui Pesach) le case degli israeliti nella decima piaga dell’Esodo e quindi della liberazione del popolo di Israele dall’Egitto – quell’anno cadeva di sabato.

Considerato che Gesù è morto dopo i trent’anni, le date possibili erano soltanto due, corrispondenti ai due anni intorno al terzo decennio dopo Cristo nei quali Pesach era di sabato: l’anno 30 o il 33. Quando ancora non ci si era accorti dell’errore nel calcolare la nascita, si è pensato che l’anno 30 fosse troppo presto e che quello giusto fosse, appunto, il 33.

Ma se Gesù è nato tra il 6 e il 7 avanti Cristo, il 33 è troppo tardi, sarebbe morto quasi quarantenne. E allora non resta che l’anno 30. Ad essere precisi, per il bimillenario toccherebbe anticipare. A meno di voler mantenere la simbologia, come fece proprio Giovanni Paolo II celebrando solennemente il Giubileo del 2000, anche se sapeva che i duemila anni dalla nascita di Cristo erano in realtà già passati.

E se fosse nato davvero il 25 dicembre?

Resta la questione del giorno. Il 25 dicembre, i romani celebravano il «Natalis Solis Invicti», la nascita del nuovo sole dopo il solstizio d’inverno. I cristiani fecero propria la festa pagana e del resto, nel prologo del Vangelo di Giovanni, il Lógos-Gesù è presentato come «la luce vera che illumina ogni uomo venendo nel mondo». Un Cronografo redatto a Roma del 354 indica che i cristiani cominciarono a festeggiare in quel giorno il Natale di Gesù a partire dal 336 dopo Cristo.

Benedetto XVI, in un’udienza generale del 23 dicembre 2009, spiegò peraltro che «il primo ad affermare con chiarezza che Gesù nacque il 25 dicembre è stato Ippolito di Roma, nel suo commento al Libro del profeta Daniele, scritto verso il 204». Joseph Ratzinger, citando alcuni esegeti, aggiungeva che «in quel giorno si celebrava la festa della Dedicazione del Tempio di Gerusalemme, istituita da Giuda Maccabeo nel 164 avanti Cristo». Il 25 dicembre è insomma una data simbolica per diverse ragioni.

Eppure uno studioso come Tommaso Federici, che fu biblista e docente alla Pontificia Università Urbaniana e saggista per l’ «Osservatore Romano», arrivò a sostenere la storicità della data in un articolo pubblicato nel 1998 dal quotidiano della Santa Sede e in un altro del 2000 su «30Giorni». Prendeva in considerazione, sulla base del racconto evangelico di Luca, l’annuncio al sacerdote Zaccaria della nascita di Giovanni Battista e «sei mesi più tardi» l’annuncio a Maria della nascita di Gesù. Citava tra gli altri uno studioso israeliano, Shemarjahu Talmon, dell’Università ebraica di Gerusalemme, che aveva lavorato sui documenti di Qumran e aveva definito l’ordine dei 24 turni sacerdotali nel Tempio. In base al turno, la famiglia di Abijah, cui apparteneva il sacerdote Zaccaria, «doveva officiare due volte l’anno, i giorni 8-14, del mese terzo, e i giorni 24-30 dell’ottavo mese», e quest’ultimo turno cadeva «nell’ultima decade di settembre».

Di qui la conclusione dello studioso: «Non è senza senso che il calendario bizantino festeggi “la concezione di Giovanni” il 23 settembre, e la sua nascita 9 mesi dopo, il 24 giugno. I “sei mesi” dopo dell’Annunciazione, fissata come festa liturgica il 25 marzo, precedendo di 3 mesi la nascita di Giovanni Battista, preludono ai 9 mesi che cadono in dicembre: il 25 dicembre è data storica».

Santo Stefano Protomartire

La celebrazione liturgica di santo Stefano, il protomartire capace di perdonare i suoi carnefici, è stata fissata dalla Chiesa antica al 26 dicembre perché nei giorni immediatamente successivi al Natale si vollero ricordare i comites Christi, cioè i «compagni» più vicini alla testimonianza di vita di Gesù.

Ermes Dovico – La Nuova Bussola – 26 Dicembre 2024

«Signore, non imputar loro questo peccato», furono le ultime parole terrene di santo Stefano, il primo martire cristiano che testimoniò la sua fede in Cristo Risorto senza timore della morte, e da fedele in Cristo lo imitò fino a chiedere a Dio di perdonare i suoi carnefici. La sua celebrazione liturgica è stata fissata dalla Chiesa antica al 26 dicembre proprio perché nei giorni immediatamente successivi al Natale si vollero ricordare i comites Christi, cioè i «compagni» più vicini alla testimonianza di vita di Gesù: così il protomartire Stefano al 26 dicembre, san Giovanni Evangelista, l’apostolo prediletto, al 27 dicembre, i Santi Innocenti, vale a dire i bambini fatti uccidere da Erode nel tentativo di eliminare Gesù Bambino, al 28 dicembre. Per lo stesso motivo, la liturgia natalizia includeva in origine anche la solennità dei santi Pietro e Paolo, poi spostata al 29 giugno.

Gli Atti degli Apostoli presentano la figura di Stefano nell’episodio in cui si descrive il malcontento degli ebrei di lingua greca verso i giudei perché, «mentre aumentava il numero dei discepoli», i primi ritenevano che le loro vedove venissero trascurate nella distribuzione quotidiana. Si era al tempo della primitiva comunità cristiana, in cui i fedeli condividevano tutti i loro beni. Per risolvere il problema e non potendo sottrarre tempo al ministero della Parola, i Dodici convocarono i discepoli invitandoli a scegliere tra di loro «sette uomini di buona reputazione, pieni di Spirito e di saggezza», ai quali affidare il servizio delle mense. San Luca menziona Stefano, «uomo pieno di fede e di Spirito Santo», come primo dei sette eletti, accanto a Filippo, Pròcoro, Nicànore, Timone, Parmenàs e Nicola di Antiochia, sui quali gli Apostoli – dopo aver pregato – imposero le mani, fatto in cui la Chiesa vede l’istituzione del ministero diaconale.

Mentre la comunità cristiana di Gerusalemme continuava a crescere e Stefano compiva miracoli e parlava con «sapienza ispirata» a cui nessun detrattore riusciva a controbattere, l’invidia sorta nella sinagoga dei liberti (discendenti degli Ebrei palestinesi, resi schiavi da Pompeo nel 63 a.C.) spinse questi ultimi a sobillare il popolo, gli anziani e gli scribi. Stefano venne trascinato davanti al sinedrio, dove fu accusato di blasfemia da falsi testimoni alla presenza del sommo sacerdote. Fu allora che il santo, con il volto «come quello di un angelo», iniziò un discorso, il più lungo di tutti gli Atti, in cui ricostruì la storia della salvezza da Abramo al profeta Isaia, passando per i dodici patriarchi, per ammonire infine i suoi accusatori di convertirsi a Cristo: «O gente testarda e pagana nel cuore e nelle orecchie, voi sempre opponete resistenza allo Spirito Santo; come i vostri padri, così anche voi. Quale dei profeti i vostri padri non hanno perseguitato? Essi uccisero quelli che preannunciavano la venuta del Giusto, del quale voi ora siete divenuti traditori e uccisori; voi che avete ricevuto la legge per mano degli angeli e non l’avete osservata».

L’ira dei presenti al sinedrio traboccò quando Stefano, fissando il cielo e vedendo la gloria di Dio, disse: «Ecco, io contemplo i cieli aperti e il Figlio dell’uomo che sta alla destra di Dio». Tra le grida furiose dei suoi nemici che si turarono le orecchie per non ascoltarlo, Stefano fu assalito e trascinato fuori da Gerusalemme. Coloro che lo lapidarono, mentre il protomartire invocava il perdono sui suoi carnefici, deposero il mantello ai piedi del giovane Saulo, il futuro san Paolo, il quale «era fra coloro che approvarono la sua uccisione»: l’Apostolo delle genti avrebbe continuato a perseguitare la Chiesa fino alla conversione sulla via di Damasco, frutto di una straordinaria grazia, alla quale corrispose annunciando instancabilmente Cristo e soffrendo per Lui fino al suo stesso martirio.

Urbi et Orbi, il Papa: tacciano le armi! Aprire con audacia a negoziati per una pace giusta

Dalla Loggia centrale della basilica vaticana, Francesco pronuncia il tradizionale messaggio di Natale alla città e al mondo, esortando al coraggio di “far tacere le armi e superare le divisioni”. La preghiera per la fine dei conflitti e delle crisi in Ucraina, Medio Oriente, Africa, Myanmar, Cipro e diversi Paesi del continente americano. Nell’Anno Giubilare, l’invito è a non avere paura, perché la misericordia di Dio “dissolve l’odio”

Isabella Piro – Città del Vaticano 25 Dicembre 2024

“Tacciano le armi!”: nel suo messaggio natalizio “Urbi et Orbi” – in questo secondo giorno del Giubileo della speranza che ieri sera ha visto il suggestivo rito di apertura della Porta Santa della basilica di San Pietro – Francesco ripete più volte questo accorato appello alla città e al mondo, esortando ad avere l’audacia e il coraggio di cercare la pace, il dialogo e la riconciliazione, senza paura, fiduciosi nella misericordia di Dio.

Non abbiate paura!

Dalla Loggia centrale della basilica vaticana, lo sguardo del Pontefice si volge ai circa trentamila fedeli che affollano piazza san Pietro, in una giornata di vento freddo, ma tersa e luminosa, proprio come la speranza. Sullo sfondo risaltano il presepe proveniente da Grado e l’albero di Natale giunto da Ledro, e spiccano i colori e i pennacchi delle divise delle Guardie svizzere e dell’Arma dei carabinieri, mentre vengono eseguiti l’inno pontificio e quello italiano. Ma se lo sguardo è ravvicinato, il pensiero di Francesco travalica ogni confine per portare vicinanza e conforto “nel travaglio di questo nostro tempo”. E facendo eco alle parole pronunciate da san Giovanni Paolo II all’inizio del suo pontificato, nel 1978, il vescovo di Roma ribadisce:

Fratelli e sorelle, non abbiate paura! La Porta è aperta, è spalancata! Non è necessario bussare, è aperta! Venite! Lasciamoci riconciliare con Dio, e allora saremo riconciliati con noi stessi e potremo riconciliarci tra di noi, anche con i nostri nemici. La misericordia di Dio può tutto, scioglie ogni nodo, abbatte ogni muro di divisione, la misericordia di Dio dissolve l’odio e lo spirito di vendetta. Venite! Gesù è la Porta della pace.

La martoriata Ucraina

In questo Natale che dà inizio all’Anno giubilare, dunque, l’invito che il Papa rivolge a ogni persona, ogni popolo, ogni nazione è ad “avere il coraggio di varcare la Porta, a farsi pellegrini di speranza, a far tacere le armi e a superare le divisioni!”. Il primo pensiero è per l’Ucraina, proprio oggi all’alba colpita da un massiccio attacco missilistico russo su diverse città e impianti energetici: 

Tacciano le armi nella martoriata Ucraina! Si abbia l’audacia di aprire la porta al negoziato e a gesti di dialogo e d’incontro, per arrivare a una pace giusta e duratura.

Pace in Israele e Palestina, dialogo in Libano, Siria e Libia

Il medesimo appello Francesco lo lancia in favore della pace nell’intera regione mediorientale:

Tacciano le armi in Medio Oriente! Con gli occhi fissi sulla culla di Betlemme, rivolgo il pensiero alle comunità cristiane in Palestina e in Israele, in particolare alla cara comunità di Gaza, dove la situazione umanitaria è gravissima. Cessi il fuoco, si liberino gli ostaggi e si aiuti la popolazione stremata dalla fame e dalla guerra. Sono vicino anche alla comunità cristiana in Libano, soprattutto al sud, e a quella in Siria, in questo momento così delicato. Si aprano le porte del dialogo e della pace in tutta la regione, lacerata dal conflitto. E voglio ricordare qui anche il popolo libico, incoraggiando a cercare soluzioni che consentano la riconciliazione nazionale.

Il dramma delle crisi umanitarie in Africa

Anche l’Africa è al centro delle preoccupazioni del Pontefice che dà voce alle popolazioni sofferenti del continente, come quelle della Repubblica Democratica del Congo, colpite da “un’epidemia di morbillo”, e quelle del Burkina Faso, del Mali, del Niger e del Mozambico, del Corno d’Africa:

La crisi umanitaria che le colpisce è causata principalmente dai conflitti armati e dalla piaga del terrorismo ed è aggravata dagli effetti devastanti del cambiamento climatico, che provocano la perdita di vite umane e lo sfollamento di milioni di persone.

Per tutti questi popoli, Francesco implora “i doni della pace, della concordia e della fratellanza”, auspicando particolare impegno da parte della comunità internazionale nel “favorire l’accesso agli aiuti umanitari per la popolazione civile del Sudan e nell’avviare nuovi negoziati in vista di un cessate-il-fuoco”

Speranza in Myanmar, giustizia per Haiti, Venezuela, Colombia e Nicaragua

Speranze di pace il Papa le esprime anche per il Myanmar, i cui abitanti patiscono gravi sofferenze e sono costretti a fuggire dalle proprie case a causa dei continui scontri armati.

Un pensiero particolare, poi, il Pontefice lo rivolge al continente americano:

Il Bambino Gesù ispiri le autorità politiche e tutte le persone di buona volontà nel continente americano, affinché si trovino al più presto soluzioni efficaci nella verità e nella giustizia, per promuovere l’armonia sociale, penso in particolare ad Haiti, in Venezuela, Colombia e Nicaragua, e ci si adoperi, specialmente in quest’Anno giubilare, per edificare il bene comune e riscoprire la dignità di ogni persona, superando le divisioni politiche.

Soluzione condivisa per Cipro

Esortando, inoltre, ad abbattere “tutti i muri di separazione”, sia ideologici che fisici, nel mondo, Francesco cita “la divisione che interessa da ormai cinquant’anni l’isola di Cipro e che ne ha lacerato il tessuto umano e sociale”.

Auspico che si possa giungere a una soluzione condivisa, una soluzione che ponga fine alla divisione nel pieno rispetto dei diritti e della dignità di tutte le comunità cipriote.

Riscoprire la sacralità di ogni vita

Gesù è “Porta di salvezza aperta per tutti”, prosegue il Pontefice, Porta che “siamo invitati ad attraversare per riscoprire il senso della nostra esistenza e la sacralità di ogni vita – ogni vita è sacra -, e per recuperare i valori fondanti della famiglia umana”. È lì, infatti, che il Signore ci attende:

Attende ciascuno di noi, specialmente i più fragili: attende i bambini, tutti i bambini che soffrono per la guerra e la fame; attende gli anziani, costretti spesso a vivere in condizioni di solitudine e abbandono; attende quanti hanno perso la propria casa o fuggono dalla propria terra, nel tentativo di trovare un rifugio sicuro; attende quanti hanno perso o non trovano un lavoro; attende i carcerati che, nonostante tutto, rimangono sempre figli di Dio; attende quanti sono perseguitati per la propria fede. E sono tanti. 

Rimettere i debiti dei Paesi più poveri

Non manca, poi, Francesco di reiterare il suo appello in favore dei popoli più indigenti: Il Giubileo sia l’occasione per rimettere i debiti, specialmente quelli che gravano sui Paesi più poveri…

La gratitudine per chi fa del bene

In mezzo a tanto buio, in mezzo a tante difficoltà che gravano a livello globale, tuttavia, il Pontefice esorta alla “gratitudine verso chi si prodiga per il bene in modo silenzioso e fedele”: genitori, educatori e insegnanti, “che hanno la grande responsabilità di formare le generazioni future”; operatori sanitari, forze dell’ordine, operatori di carità e missionari, “che portano luce e conforto a tante persone in difficoltà” nel mondo.

Infine, l’invito ai fedeli ad aprire “le porte del cuore” al Signore, “come Lui ci ha spalancato la porta del suo Cuore”:

Pellegrini di speranza, andiamogli incontro!

Il sagrato della basilica di San Pietro

Concessione dell’indulgenza plenaria

Al termine del messaggio pontificio, prima della benedizione “Urbi et Orbi” impartita da Francesco, il cardinale protodiacono, Dominque Mamberti – che affianca il Papa insieme al porporato scalabriniano Silvano Maria Tomasi – annuncia la concessione dell’indulgenza plenaria a “tutti i fedeli presenti e a quelli che ricevono la sua benedizione, a mezzo della radio, della televisione e delle nuove tecnologie di comunicazione”.

“Atei decaduti”. La conversione di Niall Ferguson e di altri intellettuali

Giulio Meotti  24 dic 2024 – IL FOGLIO

Lo storico britannico: “Senza cristianesimo l’occidente non sopravvivrebbe”. E persino il biologo e divulgatore di Oxford Richard Dawkins, dopo aver processato Mosé, Agostino e Ratzinger, si è definito “cristiano culturale”

“Sono un ateo decaduto”. Lo storico Niall Ferguson, uno degli intellettuali più influenti al mondo, è diventato cristiano. “Ho abbracciato il cristianesimo”, racconta a Greg Sheridan del quotidiano Australian. “Siamo stati tutti battezzati, Ayaan e i nostri due figli, a settembre… E’ stato il culmine di un processo piuttosto lungo. Il mio viaggio è partito dall’ateismo. I miei genitori avevano lasciato la Chiesa di Scozia anche prima che io nascessi”. Prima c’è stata una elaborazione culturale. “Da storico, ho capito che nessuna società era mai stata organizzata con successo sulla base dell’ateismo”.

Lo storico di Harvard e Stanford, autore di numerosi best seller fra storia, cultura, economia e politica, fa parte di un gruppo di intellettuali passati dall’ateismo al cristianesimo o all’agnosticismo. Tom Holland, il brillante storico autore di “Rubicone”, “Millennium” e “Fuoco persiano” (in Italia per il Saggiatore), a gennaio ha descritto il suo percorso. Douglas Murray, saggista gay conservative inglese, rappresenta un altro tipo di intellettuale che ha imparato ad apprezzare sempre di più il contributo culturale, persino la necessità, del cristianesimo ma si è fermato prima di una vera conversione, sebbene sia passato da “ateo cristiano” ad “agnostico cristiano”. Prima Ferguson ha fatto battezzare i suoi figli più grandi. “Avevo una specie di visione da Alexis de Tocqueville, secondo cui la religione era un bene per la società. Faceva parte della civiltà occidentale e sentivo che avrei dovuto abbracciarla. Ma andavo in chiesa occasionalmente con uno spirito di scetticismo e distacco. Era una specie di impulso Tory”. 

“Da ateo dico che senza il cristianesimo l’occidente non sopravvivrebbe”, ha spiegato ancora Ferguson. Riflette sullo stato di abbandono occidentale. “Abbiamo rinunciato all’osservanza religiosa. Questo è un errore: le chiese vuote la domenica, le persone che non recitano la preghiera a cena. Abbiamo perso qualcosa di molto potente e  curativo. Ciò che mi colpisce, come frequentatore abituale della chiesa, è quanto si impara ogni domenica mattina. Questo spiega, molto più dell’ascesa dei social media, anche i problemi di salute mentale che caratterizzano le nostre società odierne. Stiamo tutti conducendo questo esperimento, senza Dio e senza osservanza religiosa. E non sta andando bene. Ma diamo la colpa allo smartphone o a Twitter. Penso che la vera spiegazione per l’epidemia di salute mentale sia che abbiamo gettato via quei meravigliosi meccanismi di supporto che si sono evoluti nel corso dei secoli per aiutarci a sopravvivere”. 

C’era un tempo in cui Richard Dawkins, il biologo e divulgatore di Oxford, era osannato dai media e dall’intellighenzia occidentali per aver dato il colpo di grazia alla cristianità, processato Mosé, Agostino e Ratzinger. Ora però Dawkins ha confessato di identificarsi come un “cristiano culturale” e che preferisce vivere in un paese basato sui principi cristiani e non vorrebbe mai che il Regno Unito diventi una nazione islamica. “Penso che siamo un paese culturalmente cristiano, mi definisco un cristiano culturale. Non sono un credente, ma c’è una distinzione tra essere un cristiano credente ed essere un cristiano culturale. Mi sento a casa nell’etica cristiana. Sento che siamo un paese cristiano. E se lo sostituissimo con un’altra religione, sarebbe davvero terribile”. Che si creda o meno, non sarebbe comunque occidente.

Il Natale ci dice che la salvezza passa dalla famiglia

La Santa Famiglia è il modello di tutte le famiglie umane perché è attraverso di essa che è venuto al mondo il Redentore. Insieme al dono di suo Figlio, l’eterno Padre ci dona la sua paternità, offrendoci la possibilità di entrare a far parte della grande famiglia divina. Il Natale ci ricorda allora che la via della salvezza passa attraverso la famiglia. Da un’omelia di san Giovanni Paolo II.

Ecclesia 25_12_2024 

Pubblichiamo di seguito l’omelia pronunciata da san Giovanni Paolo II domenica 25 dicembre 1994, per la Messa della notte di Natale.

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1. “Puer est natus nobis, Filius datus est nobis”: “Un bambino è nato per noi, ci è stato dato un figlio” (Is 9, 5).

In questa notte, in cui si celebra il Natale del Signore, le parole del profeta Isaia acquistano una particolare attualità. Ecco: nasce il Bambino. Scrive l’evangelista Luca: “Si compirono per lei i giorni del parto. Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo depose in una mangiatoia, perché non c’era posto per loro nell’albergo” (Lc 2, 6-7). Sono parole che ben conosciamo. Parlano a noi da innumerevoli rappresentazioni artistiche e da tanti brani di letteratura. Esse si trovano al centro della cultura cristiana e, in certo senso, anche di quella universale.

Nasce il Dio-Uomo, scegliendo di venire al mondo dal grembo di una madre come ogni uomo. È il primogenito, il primo e l’unico, dato alla luce da Maria. Come avviene per ogni neonato, anch’egli è lasciato alle premure della sua Genitrice e di Giuseppe, il carpentiere, che per volontà del Padre celeste ne diviene il custode sulla terra.

Il tempo della sua nascita ha una precisa collocazione storica: Gesù viene alla luce al tempo di Cesare Augusto, mentre Quirino è il governatore romano della Siria ed ha sotto la sua giurisdizione anche la Palestina. Gesù nasce durante il censimento disposto da Augusto per tutto l’impero. Per sottomettersi a tale ordine, Giuseppe e Maria si recano da Nazaret a Betlemme, perché appartenenti entrambi alla stirpe di Davide. Ma ciò che ha una particolare eloquenza è il fatto che, appena nato, il bambino Gesù “venne deposto in una mangiatoia, perché non c’era posto per loro nell’albergo” (Lc 2, 7).

2. “Puer est natus nobis, Filius datus est nobis . . .”.

Il Vangelo di san Luca ci racconta tutto ciò che riguarda la nascita del Bambino: era un puer, cioè un maschio; la madre era vergine, sposa di un uomo della casa di Davide (cf. Lc 1, 27), il luogo della nascita Betlemme (cf. Lc 2, 4), la culla una semplice mangiatoia (cf. Lc 2, 7). Esponendo l’evento, Luca lascia intravedere allo stesso tempo il contesto familiare. Come ogni famiglia umana, anche quella di Gesù attraversa i suoi momenti difficili. Poco dopo la nascita del Bambino, infatti, essa dovrà fuggire davanti alla crudeltà di Erode e, dopo la morte di questi, tornata in Galilea, condividerà la sorte di tanta gente semplice d’Israele.

Questa Famiglia è stata lungo l’arco di quest’anno il modello di tutte le famiglie umane, e lo rimane per sempre. Essa è, infatti, la Santa Famiglia. È la Famiglia nella quale venne al mondo il Figlio di Dio, il Redentore del mondo.

Nella notte del Natale del Signore, i pastori, che custodivano il gregge nei campi intorno a Betlemme, udirono le parole che li invitavano al luogo dove era deposto il Bambino. Un angelo disse loro: “Ecco, vi annunzio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi vi è nato nella città di Davide un Salvatore, che è il Cristo Signore. Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, che giace in una mangiatoia” (Lc 2, 10-12). I pastori di Betlemme possono così convincersi che la via della salvezza passa attraverso la famiglia.

Anche noi abbiamo potuto nuovamente convincerci di tale verità nel corso di quest’anno che sta ormai per terminare. Esso in tutto il mondo e nella Chiesa è stato l’Anno della Famiglia.

3. “Filius datus est nobis . . .”: “Ci è stato dato un figlio . . .” (Is 9, 5). Come è precisa la distinzione applicata dal profeta Isaia! Egli preannuncia la nascita del Signore, così come la raccontano il Vangelo di Luca e di Matteo, come pure quello di Giovanni. Se, infatti, il Bambino è nato come Figlio dell’uomo, figlio di una Madre umana, allo stesso tempo questo Figlio è stato dato dal Padre celeste come il più grande dono per l’uomo. Qui riuniti, siamo testimoni del mistero dell’Incarnazione. Il Figlio consustanziale al Padre, Colui che professiamo nel Credo con le parole: “Dio da Dio, Luce da Luce”, si fa uomo. “Il Verbo si fece carne”, scrive san Giovanni nel suo Vangelo (Gv 1, 14).

Con la sua nascita il Dio-Uomo introduce l’intera umanità nella dimensione della divinità, elargisce ad ogni uomo, che nella fede si apre ad accogliere il dono, la partecipazione alla vita divina. Proprio questo è il significato di quella salvezza di cui odono parlare i pastori nella notte di Betlemme: “Vi è nato un Salvatore . . .” (Lc 2, 11).

La via della salvezza passa attraverso la famiglia, non soltanto nel primordiale senso umano del termine, ma più ancora in ragione di quello che scaturisce dal Natale del Signore. Quando infatti l’eterno Padre ci consegna il suo Figlio perché questi dimori tra noi, egli dona a noi anche se stesso, ci dona insieme a lui la sua paternità, offrendo a tutti, all’umanità intera, la possibilità di entrare a far parte della grande famiglia divina. Le vie della salvezza dell’uomo si uniscono con quella Famiglia divina che si manifestò nella notte di Betlemme. L’Anno della Famiglia, che sta per finire, aiuti noi tutti ad approfondire questo mistero, per il bene di tutti gli uomini e di tutte le Nazioni del mondo.

4. Leggiamo in Isaia: “Il popolo che camminava nelle tenebre vide una grande luce; su coloro che abitavano in terra tenebrosa una luce rifulse. Hai moltiplicato la gioia, hai aumentato la letizia” (Is 9, 1-2).

Come avviene che il Natale del Signore sia un evento di gioia? È quanto accade, infatti, non solo per i cristiani, ma anche per gli altri. Il periodo di Natale è, nella liturgia e nella tradizione, un periodo di particolare letizia. La troviamo nei canti che oggi, sin dalla mezzanotte, risuonano qui nella Basilica di San Pietro e in tutto l’orbe terrestre. Essi risuonano perfino in mezzo alla sofferenza, come possono testimoniare quanti stanno vivendo l’esperienza del carcere, del campo di concentramento, dell’ospedale o di altri luoghi, nei quali si è sofferto o si continua a soffrire. La gioia per la nascita del Figlio di Dio è più grande della sofferenza. E io condivido questa gioia con voi tutti e tutti ad essa invito con le parole angeliche: “Gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace in terra agli uomini che egli ama” (Lc 2, 14).

Cari Fratelli e Sorelle, vi annunzio una grande gioia: per mezzo del Figlio, che s’è fatto uomo per noi, Dio ci ama!

Giubileo, il Papa apre la Porta Santa: “Portiamo speranza nei luoghi profanati da violenze”

Il Papa al momento dell’apertura della Porta Santa – Siciliani

Francesco compie il rito che dà inizio all’Anno Santo. Per primo attraversa il varco di San Pietro, dietro di lui oltre 50 pellegrini di ogni angolo del mondo in abiti tradizionali. Circa 20 mila persone in Piazza, altre 6 mila in Basilica dove il Pontefice celebra la Messa della Notte di Natale. Nell’omelia l’invito a “trasformare” un mondo piagato da povertà, schiavitù, conflitti: “Pensiamo ai bambini mitragliati, alle bombe su scuole e ospedali”

Salvatore Cernuzio – Città del Vaticano

In silenzio, sulla sedia a rotelle, con il capo chino in preghiera e l’espressione assorta. Due colpi alle valve di bronzo tra le formelle che narrano la storia della salvezza. La Porta Santa della Basilica di San Pietro si spalanca e Papa Francesco per primo la attraversa.

Ecco il Giubileo. Ecco l’Anno Santo della speranza. Ecco il tempo delle indulgenze, del perdono, della rinascita, del rinnovamento. Il tempo dell’impegno a “portare speranza là dove è stata perduta”

Dove la vita è ferita, nelle attese tradite, nei sogni infranti, nei fallimenti che frantumano il cuore; nella stanchezza di chi non ce la fa più, nella solitudine amara di chi si sente sconfitto, nella sofferenza che scava l’anima; nei giorni lunghi e vuoti dei carcerati, nelle stanze strette e fredde dei poveri, nei luoghi profanati dalla guerra e dalla violenza

“Pellegrini di speranza” da ogni angolo del mondo

Il momento è solenne. I rintocchi delle campane accompagnano il lento incedere di Francesco. I fedeli – 20 mila fuori nella Piazza a seguire la celebrazione dai maxi schermi, circa 6 mila all’interno di San Pietro –, che fino a quel momento hanno atteso l’arrivo del Papa con la preghiera, rimangono per tutto il tempo in silenzio. Si uniscono alla Schola Cantorum intonando l’inno d’ingresso che risuona nell’atrio e all’esterno.

Cinquantaquattro pellegrini di diverse nazionalità, anche da Cina, Iran e zone dell’Oceania, attraversano la Porta Santa dopo il Papa. Si vedono copricapi piumati, cerchietti di fiori, sombrero, turbanti, mettersi in fila e attraversare il varco che il Papa chiuderà il 6 gennaio 2026. Sono i primi “pellegrini di speranza”, insieme a cardinali, vescovi, concelebranti, rappresentanti di altre religioni cristiane, autorità tra cui il sindaco di Roma, Roberto Gualtieri, e la premier Giorgia Meloni.

Il dolore per le guerre

“A ogni uomo e donna sia dischiusa la porta della speranza… che non delude”, scandisce Francesco. Ha il volto serio, ma negli occhi si legge la commozione. È al suo secondo Giubileo, dopo quello straordinario indetto nel 2016 per ricordare al mondo l’importanza della Misericordia. Questo è il XXVII Anno Santo ordinario della Chiesa cattolica, oltre mille anni dopo il primo, venticinque dopo il “grande Giubileo” di San Giovanni Paolo II che traghettò la Chiesa nel nuovo millennio. Ora un Papa ottantottenne, “venuto dalla fine del mondo”, vuole dare un’iniezione di speranza ad un mondo afflitto come mai negli ultimi decenni da crisi, violenze, guerre che costringono ad assistere a “bambini mitragliati” o a “bombe su scuole e ospedali”, come Francesco denuncia – a braccio – nell’omelia della successiva Messa della notte di Natale.

Questa è la notte in cui la porta della speranza si è spalancata sul mondo; questa è la notte in cui Dio dice a ciascuno: c’è speranza anche per te! C’è speranza per ognuno di noi. Ma non dimenticatevi, sorelle e fratelli, che Dio perdona tutto, Dio perdona sempre

La speranza una promessa, non un happy end

La “speranza cristiana” che si fa dono nel tempo giubilare “non è un lieto fine da attendere passivamente”, “non è l’happy end di un film”, bensì “la promessa del Signore da accogliere qui e ora, in questa terra che soffre e che geme”, dice il Papa in una Basilica gremita, ornata di fiori, dove all’altare è esposta la statua della Madonna della Speranza. Questa speranza, tema del Giubileo, è “qualcos’altro”; chiede di muoverci “senza indugio” verso Dio. “A noi discepoli del Signore, infatti, è chiesto di ritrovare in Lui la nostra speranza più grande, per poi portarla senza ritardi, come pellegrini di luce nelle tenebre del mondo”.

“La speranza non è morta, la speranza è viva, e avvolge la nostra vita per sempre!”

Trasformare il mondo

“Fratelli e sorelle, questo è il Giubileo, questo è il tempo della speranza!”, esclama Papa Francesco. L’Anno Santo “ci invita a riscoprire la gioia dell’incontro con il Signore, ci chiama al rinnovamento spirituale e ci impegna nella trasformazione del mondo, perché questo diventi davvero un tempo giubilare: lo diventi per la nostra madre Terra, deturpata dalla logica del profitto; lo diventi per i Paesi più poveri, gravati da debiti ingiusti; lo diventi per tutti coloro che sono prigionieri di vecchie e nuove schiavitù”.

“Senza indugio”

Il Papa invita a mettersi in cammino “senza indugio” così da “ritrovare la speranza perduta, rinnovarla dentro di noi, seminarla nelle desolazioni del nostro tempo e del nostro mondo”. Tante desolazioni: “Pensiamo alle guerre”, afferma il Papa. “Non indugiare”, “non trascinarci nelle abitudini”, “non sostare nelle mediocrità e nella pigrizia”, esorta ancora. La speranza “ci chiede di farci pellegrini alla ricerca della verità, sognatori mai stanchi, donne e uomini che si lasciano inquietare dal sogno di Dio, il sogno di un mondo nuovo, dove regnano la pace e la giustizia”.

La speranza che nasce in questa notte non tollera l’indolenza del sedentario e la pigrizia di chi si è sistemato nelle proprie comodità, e tanti di noi abbiamo il pericolo di sistemarci nelle nostre comodità. La speranza non ammette la falsa prudenza di chi non si sbilancia per paura di compromettersi e il calcolo di chi pensa solo a sé stesso; è incompatibile col quieto vivere di chi non alza la voce contro il male e contro le ingiustizie consumate sulla pelle dei più poveri

“Audacia”, “responsabilità”, “compassione”, sono le strade che indica il Vescovo di Roma in questo tempo speciale, a partire già da questa notte in cui si apre la “porta santa” del cuore di Dio: “Con Lui – conclude il Papa – fiorisce la gioia, con Lui la vita cambia”. Con Lui “la speranza non delude”.

💫PREGHIERA DEL GIUBILEO💫🙏🙏🙏🙏🙏🙏🙏🙏🙏🙏🙏

Il cardinale Piacenza, il Giubileo è per tutti una occasione di penitenza e richiesta di perdono per cambiare vita

Di Angela Ambrogetti

Città del Vaticano, martedì 24 dicembre, 2024 10:00 (ACI Stampa).

Oggi si apre il Giubileo. Per capire meglio di cosa si tratta abbiamo parlato con il Cardinale Mauro Piacenza, Penitenziare Maggiore Emerito della Chiesa Cattolica.

Eminenza, siamo di fronte ad un nuovo Giubileo, il Giubileo ordinario del 2025. Che senso ha, oggi, nella post-modernità, celebrare ancora un evento la cui istituzione risale al medioevo?

Il Giubileo non avrebbe senso se non fosse celebrato in memoria del più grande evento della storia: l’irruzione di Dio nel mondo, l’Incarnazione del Verbo, il Natale. Il Giubileo, ogni Giubileo ordinario, indipendentemente dalle epoche storiche e dalle circostanze in cui viene indetto, ha sempre come scopo il rinnovamento dell’intero popolo di Dio, per la radicale conversione di ciascuno e, quindi, per una più efficace missione, verso chi non ha ancora conosciuto l’amore di Dio. Se è vero che l’indizione del primo Giubileo della storia risale a Papa Bonifacio VIII nel 1300, è altrettanto vero che il Giubileo recupera e, in un certo senso, conferisce nuovo significato, ad un’antichissima prassi documentata già nell’Antico Testamento, che, nella storia del popolo eletto, vedeva l’evento giubilare come occasione di rinnovamento e di liberazione, anche con una esplicita valenza sociale.

Lei è stato il Penitenziere Maggiore della Chiesa cattolica, in certo senso potremmo dire il “custode del perdono”; Il custode di quella misericordia tanto cara a Papa Francesco. È davvero in crisi il sacramento della Confessione?

Certamente il Sacramento della Riconciliazione è semplicemente inconcepibile, come del resto gli altri sacramenti, se non c’è fede in Dio, se non si crede che Dio si è fatto uomo in Gesù Cristo, che ha agito con gesti e parole e che, tali gesti e parole, oggi, sono ripresentati sacramentalmente, cioè realmente ed efficacemente, dal Corpo di Cristo che è la Chiesa. La fede in Dio, in Cristo suo Figlio e nella Chiesa sono il presupposto minimo e necessario per credere nella forza della grazia, che ci raggiunge attraverso i sacramenti. Poi è vero, ed i sacerdoti ne sono perfettamente consapevoli, che in molte circostanze, soprattutto nelle regioni di più antica evangelizzazione, ci si accosta ai sacramenti talora anche per ragioni culturali, abitudinarie, che non vanno affatto sminuite, ma anzi devono essere colte come occasione di evangelizzazione, per passare dal naturale senso religioso alla soprannaturale fede. Il Sacramento della riconciliazione, tra tutti, è quello che più drammaticamente esige la fede. Infatti, se è un bisogno universale il liberarsi dal senso di colpa derivante dal male commesso, non è da confondere con il senso del peccato, che sussiste solo se si ha chiaro che con un determinato pensiero, parola, opera o omissione, si è compiuta una offesa a Dio, cioè non ci si è comportati da figli, liberi e fedeli. Nel mondo giovanile, forse grazie anche alla fedele dedizione di molti Sacerdoti capaci, c’è una ripresa della confessione, soprattutto se abbinata al rapporto di accompagnamento spirituale, quindi ad uno strutturato cammino di accompagnamento e crescita nella fede.

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Come disporsi al Giubileo? Quali sono gli atteggiamenti e gli atti necessari per attraversare con frutto la Porta Santa?

I vari simboli del giubileo concorrono tutti ad un unico scopo: convertire a Cristo. Il pellegrinaggio è segno del cammino della vita, che non è un vagare casuale e senza meta, ma un viaggio unico ed irripetibile, verso una meta ben precisa: la felicità personale, la beatitudine – direbbe san Tommaso – che coincide con la comunione piena con Dio. La porta rappresenta Cristo stesso: “Io sono la porta” (Gv 10, 9) ha detto Gesù, nel discorso sul buon Pastore; attraversare la Porta Santa significa ri-immergersi simbolicamente in Cristo, ravvivando la grazia Sacramentale dell’immersione del santo battesimo e ribadendo il nostro si a Lui, il si della intera nostra esistenza al Signore della Vita. Questi due gesti, il pellegrinaggio che culmina con il passaggio della Porta Santa, tipici di ogni giubileo, devono essere preparati ed accompagnati da un abbondante ascolto della Parola di Dio, da sinceri atteggiamenti penitenziali, da una buona confessione, dal fermo proposito attuale di non commettere i medesimi peccati e da un distacco interiore da ogni “affezione” al male, che può abitare nel cuore dell’uomo. É un grande cammino comunitario di preghiera e di rinnovamento, per ribadire a noi stessi, ai fratelli e a Dio il nostro “eccomi”, come Maria Santissima.

Quindi il giubileo riguarda solo i cattolici? Gli altri ne sono esclusi?

Nessuno è escluso dalla possibilità di entrare in contatto con la grazia e con la divina misericordia, ce lo ha ricordato in modo luminoso il Concilio Vaticano II, che, nella Costituzione dogmatica Gaudium et Spes, afferma esplicitamente «Poiché Cristo, infatti, è morto per tutti e la vocazione ultima dell’uomo è realmente una sola, quella divina, dobbiamo ritenere che lo Spirito Santo, nel modo che Dio conosce [modo Deo cognito], offra a tutti la possibilità [cunctis possibilitatem offerre] di essere associati al mistero pasquale» (GS 22).

Accanto al “modo Deo cognito”, tuttavia, c’è anche il “modo rivelato” da Dio stresso in Gesù Cristo, per tutti gli uomini. Il giubileo, con i suoi gesti, con i sacramenti ed i sacramentali, è per coloro che hanno incontrato Gesù: il “modo rivelato” della salvezza, la salvezza in persona, perché il Salvatore, l’unica via sicura di salvezza. La grazia giubilare, che – ricordiamolo – è la remissione di tutte le pene dovute per i peccati, può essere ottenuta alle consuete condizioni che ho prima citato, che, necessariamente, possono essere assolte da chi è cattolico.

Cosa si intende esattamente per “distacco interiore da ogni affezione al male?

Per ottenere l’indulgenza, che è un bene spirituale, attinto liberamente dalla sapienza della Chiesa, dall’oceano della Divina Misericordia, oltre alle condizioni consuete (essere confessati, comunicati, pregare il Credo, pregare per esempio con un Pater, Ave, Gloria secondo le intenzioni del Sommo Pontefice, e compiere una delle buone opere suggerite dalla Chiesa ed appositamente “indulgenziate”) è necessario decidersi a rompere con il peccato, cioè ad escludere dalla propria vita l’intenzione positiva e deliberata di peccare e, con essa, l’affezione, cioè l’attaccamento, l’abitudine al peccato, che spesso diventa vero e proprio vizio. Certamente per essere validamente assolti, cioè perché la nostra umile ammissione dei peccati sia vera e sincera, è sufficiente il proposito attuale, cioè nel momento della confessione stessa, di non peccare più, perché nessuno potrebbe impegnare se stesso per il futuro, men che meno nessuno potrebbe promettere di non peccare più. Il proposito della volontà non è una promessa, altrimenti saremmo mentitori. Tuttavia, il distacco interiore dal peccato, deciso dalla libertà e perseguito fermamente dalla volontà, è necessario, perché la nostra domanda di indulgenza trovi risposta. Ci conforti sempre la certezza della davvero infinita misericordia divina!

Nelle settimane scorse ci sono state alcune polemiche giornalistiche circa la mascotte del Giubileo “Luce” ed il suo disegnatore e, poi, per la comparsa, sul sito del Dicastero per l’Evangelizzazione, nel calendario degli eventi, della data di passaggio della Porta Santa di una associazione lgtbq+. Cosa pensa di queste iniziative e delle polemiche che ne sono sorte?

Sono, appunto, polemiche. Non conosco le dinamiche che hanno portato a quelle scelte, e non so nemmeno se un evento come il giubileo avesse bisogno di una “mascotte”, non essendo in alcun caso paragonabile ad una evento sportivo o comunque mondano. A mio avviso, poi, ho già risposto alla seconda parte della domanda. La Chiesa é Madre e non chiude le porte a nessuno: chiunque può attraversare la Porta Santa. Tutt’altra questione è l’effetto spirituale che quel “passaggio” può avere nell’anima della persona e ancora differente è l’ottenimento dell’indulgenza, le cui condizioni non cambiano per chiunque decida, come singolo o in associazione, di vivere il giubileo. Condizioni oggettive e pubbliche di peccato, dalle quali non si nono prese oggettive e pubbliche distanze, non permettono all’anima di ottenere alcuna indulgenza. Ciascuno in coscienza sa bene se segue e vive secondo la volontà di Dio, e la coscienza, se formata ed informata, se non deviata ed ascoltata, non mente mai.

Com’è la vita di un Penitenziere Maggiore emerito? E cosa si augura per questo giubileo 2025?

La mia vita, da quando sono andato in pensione da Penitenziere Maggiore, è straordinariamente, e per certi versi sorprendentemente, intensa. Tra udienze, predicazione di corsi di esercizi spirituali e ritiri per varie categorie di persone, presidenza di Convegni e Celebrazioni, presidenza della Fondazione Pontificia “Aiuto alla Chiesa che soffre”, tempo dedicato al lungo all’ascolto delle confessioni sacramentali – ministero al quale sono legatissimo, come pure all’accompagnamento delle anime non c’è certamente il tempo di annoiarsi, anzi, non di rado si è costretti ad operare una cernita tra gli inviti, perché sarebbe impossibile accontentare tutti. Certamente è un vita “più monastica”, con maggior tempo da dedicare al silenzio, alla preghiera, alla meditazione, alle buone letture, all’amore di una vita: Gesù Cristo Signore! Spero di cuore che il giubileo possa costituire un profondo rinnovamento costruttivo della Chiesa e, in essa, della fede; penso anche alla provvidenziale coincidenza con il 1700mo anniversario del Concilio di Nicea del 325. Riscoprire la bellezza e la freschezza della fede cattolica, è quanto mai urgente e sarebbe la migliore preparazione al prossimo Giubileo della Redenzione, quello del 2033.

L’uomo che prega Dio, il destino o i suoi simili ammette la sua povertà

Sergio Belardinelli  21 dic 2024-IL FOGLIO

L’implorazione dell’aiuto di noi, esseri mai autosufficienti, manifesta questa nostra specialissima costituzione ontologica ed esistenziale

Una delle caratteristiche specifiche degli uomini è quella di pregare. Preghiamo i nostri simili, il destino, gli dei, Dio. Nessun altro animale lo fa. Pregando manifestiamo la nostra fondamentale fragilità, la nostra dipendenza, l’impossibilità di una assoluta autonomia, se si vuole, i tratti caratteristici di una natura lapsa, segnata dal male e dall’imperfezione. Riconoscere tutto questo è però anche il segno della nostra grandezza, ci costringe a pensare, ci sottrae per certi versi alla nostra autoreferenzialità, mostrandoci un altro lato del nostro essere, una relazione costitutiva con l’altro, comunque venga inteso, che tale resta anche quando la solidarietà che ne consegue non viene percepita né praticata.

L’implorazione dell’aiuto di un “altro” manifesta questa nostra specialissima costituzione ontologica ed esistenziale. Preghiamo perché siamo esseri bisognosi, mai completamente autosufficienti. Su questo credo che non ci siano dubbi. Basta guardare un bambino, un ammalato e chiunque si trovi in una qualsiasi difficoltà. Considerato però che il significato della preghiera varia a seconda dell’“altro” a cui ci rivolgiamo – un conto è pregare, poniamo, un nostro simile, altro conto è pregare Dio –, giova forse spendere in proposito qualche considerazione. 

Quando, ad esempio, un affamato chiede a qualcuno di dargli da mangiare, non può avere alcuna certezza che la sua richiesta verrà esaudita; può sperarlo; e comunque non tarderà molto a verificare se lo sarà o meno; deve solo attendere che l’altro prenda la sua decisione. Qui l’effetto della preghiera è facilmente verificabile. Nel caso in cui ci rivolgiamo a Dio, invece, la situazione è del tutto diversa e persino paradossale. Un affamato che prega Dio affinché lo aiuti a procurarsi un tozzo di pane ha la certezza che la sua preghiera non cadrà nel vuoto, giacché Dio, almeno il Dio dei cristiani, ascolta sempre i suoi figli. Ma l’effetto di questa preghiera non è altrettanto facile da verificare come lo sono gli effetti delle preghiere che rivolgiamo ai nostri simili. Iddio ci ascolta e sicuramente vuole il nostro bene, ma le sue vie non sono le nostre vie. Spesso i suoi disegni sono così imperscrutabili che non possiamo nemmeno escludere che molti tra coloro che muoiono di fame muoiano pregando Dio di dar loro da mangiare. Uno scandalo che dai tempi di Giobbe riempie di sdegno il cuore degli uomini, suscitando altresì il dubbio che abbia il minimo senso rivolgere a Dio una qualsiasi preghiera.

Che sia forse meglio confidare negli uomini piuttosto che in Dio? Non credo, ma ci vuole fede. Di certo le preghiere che rivolgiamo agli uomini hanno criteri di verifica immediati e indiscutibili: avevo fame e quel tizio mi ha dato da mangiare. Con Dio le cose stanno diversamente. Soltanto la fede conferisce il giusto senso alla preghiera che rivolgiamo all’Onnipotente. Soltanto la fede ci dice che non possiamo chiedere a Dio di esaudire le nostre preghiere senza metterci nelle sue mani, senza riconoscere che la sua volontà è più importante della nostra. Ogni preghiera è in fondo un confidare in qualcuno. Lo è quando ci rivolgiamo a un nostro simile e lo è quando ci rivolgiamo a Dio. Se chiediamo a qualcuno di aiutarci e questi non lo fa, possiamo dire con buone ragioni che sia un egoista o comunque uno che non ha alcuna voglia di farlo. Avevamo riposto la nostra fiducia nella persona sbagliata. Con Dio questo errore non è neanche immaginabile. Dobbiamo fidarci a tal punto di lui che, rispetto alla sua imperscrutabile volontà, siamo persino disposti ad accettare che sia per il nostro bene che egli non realizza ciò che gli chiediamo.

In quest’ottica, restano ovviamente le tragedie della vita; restano le ingiustizie, il dolore, la guerra con il suo orrendo seguito di morte, ma, a differenza degli uomini, Dio per principio non delude mai. In compenso chiede a noi di esaudire le preghiere dei nostri simili e di collaborare in questo modo ai suoi piani imperscrutabili, volti a sanare tutte le ferite che da sempre ci procuriamo gli uni con gli altri. Ci chiede perseveranza nella preghiera, non in una logica di scambio, né come ostinata volontà di ottenere ciò che vorremmo, bensì come docile apertura di credito nei confronti della possibilità che ciò che gli chiediamo corrisponda a ciò che egli vuole. Una sorta di accettazione preventiva di ciò che accade e che accadrà. In quest’ottica, ripeto, Dio non delude mai. Soprattutto non delude gli umili, coloro che soffrono, i perseguitati. Pare che siano le loro preghiere a essere più potenti. Non a caso sono loro, non certo i sapienti, diciamo pure, gli intellettuali, a essere chiamati beati.

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