"VI SUPPLICO: CONVERTITEVI!" (REGINA DELLA PACE-MEDJUGORJE)

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L’attacco ucraino a Toropets per dire a Biden che “il piano Zelensky” può chiudere la guerra

dal nostro corrispondente Paolo Mastrolilli . La Repubblica- 19 Settembre 2024

La strategia di Kiev per vincere sarà presentata a New York la prossima settimana

NEW YORK — «Pensiamo presenti una strategia e un piano che possono funzionare». È positivo il giudizio dell’ambasciatrice americana all’Onu, Linda Thomas Greenfield, dopo che il governo ucraino ha informato il segretario di Stato Blinken su come intende portare a termine la guerra. I dettagli del “piano per la vittoria” annunciato dal presidente Zelensky non sono ancora noti, anche perché il programma prevede che lo illustri a Joe Biden durante l’incontro che avranno la settimana prossima, a margine dell’Assemblea Generale dell’Onu. Il dipartimento di Stato ha confermato che Blinken è stato informato sui contenuti, durante la recente visita a Kiev, e le prime reazioni sono incoraggianti

Zelensky sa che le elezioni del 5 novembre comporteranno un’accelerazione sul fronte dell’invasione russa. Se vincesse Trump, il suo vice Vance ha già lasciato intendere che cercherebbe di porre fine al conflitto creando delle zone demilitarizzate nei territori ucraini occupati da Mosca. Di fatto un passaggio sotto il controllo del Cremlino, anche se non ufficiale. I combattimenti così si fermerebbero, ma in cambio Kiev dovrebbe affermare la propria neutralità, rinunciando ad entrare nella Nato, e forse anche nell’Ue. Se vincesse Harris ci sarebbe più continuità, perché lei ha confermato di considerare l’aggressione di Putin come una minaccia per la sicurezza dell’intera Europa e degli interessi Usa. La guerra però sta logorando tutte le parti, tanto chi la sta combattendo sul terreno, quanto chi la sostiene sul piano militare, economico e diplomatico. Quindi cresce l’esigenza di cercare una soluzione.

Zelensky da diverse settimane ha annunciato che sta lavorando ad un “piano per la vittoria”, che porti alla fine del conflitto senza la capitolazione. L’offensiva a Kursk è stata un’anticipazione, che serviva a distrarre le forze armate russe dal Donbass e prendere territori da usare come merce di scambio nell’eventuale negoziato. Il piano punta a rafforzare le posizioni di Kiev, in modo da avere leve nelle trattative. A questo scopo, però, servono le armi a lunga gittata e il permesso ad utilizzarle contro il territorio russo per colpire le basi militari e logistiche da cui partono gli attacchi verso le città ucraine, consolidare e possibilmente ampliare le conquiste fatte oltre il confine. Kiev però ha sviluppato anche le sue armi in grado di raggiungere il territorio russo, come dimostra l’attacco con i droni a Toropets.

Il capo del Pentagono Austin ha detto che il piano non è stato discusso durante l’ultimo incontro a Ramstein, ma emissari del governo hanno già portato a Washington la lista degli obiettivi che vorrebbero colpire. L’8 settembre Zelensky ha rivelato di aver discusso alcuni elementi del piano anche con una delegazione parlamentare, e martedì il portavoce del dipartimento di Stato Miller ha confermato che è stato anticipato a Blinken la settimana scorsa a Kiev. Il via libera definitivo però potrà venire solo dall’incontro con Biden la settimana prossima.

Testata l’arma segreta di Kiev: apocalisse nel cuore della Russia

di Gianluca Di Feo –  La Repubblca- 19 Settmbre 2024

Una gigantesca esplosione manda in fumo migliaia di tonnellate di proiettili e missili a Toropets, a 410 km da Mosca

Probabile l’uso del nuovo Palianytsia, di fabbricazione ucraina. Zelensky esulta: “Successo militare molto importante

In oltre trenta mesi di guerra e orrore non c’è mai stato nulla di così apocalittico. La notte è stata squarciata da una serie di gigantesche colonne di fuoco, che si sono alzate nel cielo simili a funghi atomici. Come nelle esplosioni nucleari, i sismografi di tutto il mondo hanno registrato un’energia pari a un terremoto di magnitudo 2,8 seguita pochi minuti dopo da una seconda scossa: epicentro alle porte di Toropets, 480 chilometri a Nord-Ovest di Mosca, sede di uno dei più grandi depositi di armamenti dell’esercito russo.

Ieri prima dell’alba uno sciame di nuovi droni ucraini si è abbattuto sulla santabarbara estesa per 13 chilometri quadrati, con dozzine di bunker dove prima del conflitto erano custodite 19mila tonnellate di proiettili e missili: una riserva che secondo alcune fonti nell’ultimo anno sarebbe diventata di 30mila tonnellate. Le immagini satellitari delle scorse settimane mostrano casse di munizioni accatastate nei piazzali, senza le minime precauzioni. Dopo l’attacco, invece, le foto dallo spazio documentano una situazione infernale: l’intera base è costellata di roghi, mentre proseguono le detonazioni e una nuvola colossale si spande nell’atmosfera. È come se un vulcano si fosse risvegliato all’improvviso nel cuore della Russia.

Zelensky esulta, lodando «il successo militare molto importante ottenuto in territorio russo». Il presidente ha ringraziato il servizio di sicurezza Sbu, l’intelligence militare Gur e le forze speciali: l’operazione deve quindi essere stata realizzata con la presenza di uomini in prossimità dell’obiettivo. Proprio il giorno prima aveva trasmesso alla Casa Bianca il suo piano per «vincere la guerra e obbligare il Cremlino a negoziare»: il bombardamento di Toropets sembra essere la premessa a un’ ondata di incursioni in profondità, questa volta condotte con un’arma ucraina in grado di supplire a quelle che gli alleati non permettono di utilizzare oltre il confine.

Nei video si sente il rumore di motori a reazione, a indicare il probabile impiego del Palianytsia: un sistema top secret a lungo raggio chiamato drone ma in realtà molto più simile a un missile cruise. Prende il nome dalla parola usata dagli ucraini per smascherare gli infiltrati russi, che non riuscivano a pronunciarla correttamente. Zelensky ne ha rivelato l’esistenza sui social lo scorso 25 agosto: «È stato progettata in patria per distruggere il potenziale offensivo del nemico». L’unica immagine presentava un piccolo ordigno con ali tozze, tanto che si ipotizzava trasportasse meno di trenta chili di tritolo. Nello stesso post su X veniva però mostrata una catena di montaggio con cilindri di dimensioni notevoli destinati a comporre un missile molto più potente. L’esordio è avvenuto a inizio settembre contro un altro deposito di munizioni a Bryansk. Poi il raid di ieri mattina a Toropets, in cui le prime tre armi ucraine sono penetrate nei bunker e li hanno fatti saltare in aria.
Le fonti ufficiali di Mosca parlano di tredici feriti, tra cui alcuni bambini, ma il bilancio non sembra credibile: i villaggi dei dintorni stanno venendo evacuati e ci sono case praticamente sventrate dall’onda d’urto. Difficile quantificare l’impatto dell’attacco sulle sorti del conflitto ma sarà sicuramente rilevante. Durante la Guerra Fredda furono costruite in Russia tredici mega-polveriere: Toropets è l’unica completamente ristrutturata tra il 2015 e il 2018. Il suo compito era custodire le scorte per affrontare la sfida con la Nato sul fronte più caldo: il confine con la Polonia e i Paesi Baltici.


Dopo l’invasione dell’Ucraina l’importanza è aumentata, trasformandosi dal 2023 nel centro di smistamento di tutta la produzione bellica per sostenere “l’operazione militare speciale”. Secondo alcune fonti, custodiva anche i proiettili e i missili arrivati dalla Corea del Nord. E per l’intelligence di Kiev l’assalto ha incenerito pure le riserve di missili Iskander e di bombe plananti Kab, i due strumenti con cui i russi infieriscono di più sulle città ucraine. Di sicuro però lì si trovavano quantità enormi di pallottole per Kalashnikov, di razzi, di munizioni per artiglieria e di mine. Nel giro di un paio di settimane la distruzione della santabarbara comincerà a pesare sui campi di battaglia.

I media di Mosca stanno cercando di occultare la notizia, ma i filmati del disastro circolano sui social e la nuvola di fumo è visibile a decine di chilometri di distanza. Alcuni blogger hanno diffuso il video dell’inaugurazione della base, in cui il viceministro della Difesa Bulgakov nel 2018 magnificava la sicurezza della struttura «resa in grado di resistere a una bomba atomica»: nel 2022 è stato arrestato per corruzione e si ritiene che un terzo dei fondi dell’appalto di Toropets siano finiti nelle tasche di politici e generali. E adesso tutti si chiedono quale sarà la reazione di Putin davanti a un colpo così devastante.

È stato versato troppo sangue ucraino per cedere ora terra ai russi in cambio di pace

17 set 2024 – IL FOGLIO –  Washington Post

“Non si può tagliare un paese come se fosse una fetta di torta. Questi sono tutti nostri territori, e li rivendichiamo tutti”. Voci dal Donbas, dove si combatte da oltre dieci anni

Pokrovsk, UcrainaMentre le forze russe avanzano nella regione orientale del Donbas, in Ucraina, aumenta la pressione su Kyiv affinché si sieda al tavolo con la Russia e inizi a parlare di pace. Anche se il presidente ucraino Volodymyr Zelensky andrà negli Stati Uniti con un “piano di vittoria” da presentare al presidente Joe Biden che, a suo dire, porrà fine alla guerra a favore dell’Ucraina, il futuro della leadership statunitense è in bilico.

Il candidato repubblicano Donald Trump e il suo compagno nella corsa elettorale, il senatore J. D. Vance, hanno chiarito che il loro piano per la fine della guerra comporterebbe la cessione di territori da parte dell’Ucraina. Qualsiasi tipo di accordo “terra in cambio di pace” probabilmente segnerebbe il destino del Donbas, che è stato impantanato dal conflitto e dal separatismo fomentato da Mosca sin dall’inizio della guerra nel paese, un decennio fa. I sondaggi, tuttavia, mostrano che gli ucraini non sono pronti a rinunciare alla loro terra, soprattutto tra i soldati del Donbas che hanno combattuto per essa negli ultimi dieci anni.

 “Ci sarebbe un colpo di stato, perché questa idea sarebbe promossa da coloro che siedono in città pacifiche. (…) Nessuno qui lo sosterrebbe: questa terra è ora cosparsa del nostro sangue”, ha detto Veronika, 23 anni, medico di guerra che si è trasferita a Sloviansk dopo essere fuggita da adolescentedalla città di Donetsk con la sua famiglia, quando i separatisti sostenuti dalla Russia l’hanno conquistata nel 2014. Come molte delle persone intervistate in questo articolo, il Washington Post non identifica Veronika con il suo nome completo, in conformità con le regole militari.

Un sondaggio d’opinione condotto a maggio dall’Istituto Internazionale di Sociologia di Kyiv ha rilevato che un terzo degli ucraini è ora disposto a fare concessioni territoriali alla Russia se ciò consentirà di porre rapidamente fine alla guerra e di preservare l’indipendenza dell’Ucraina. Ma più della metà della popolazione rifiuta ancora l’idea di concedere terre in cambio della pace. Un precedente sondaggio del Carnegie Endowment for International Peace ha rilevato che quasi la metà degli ucraini era pronta a impegnarsi in negoziati con la Russia, ma il numero crollava se venivano messe sul tavolo le concessioni territoriali. Quasi due terzi, ad esempio, rifiutavano un accordo che congelasse “le attuali linee del fronte” e l’86 per cento non si fidava del fatto che la Russia non avrebbe attaccato anche dopo la firma di un trattato. E mentre solo il 7 per cento ha dichiarato che si unirebbe a una protesta armata in caso di concessioni territoriali, questo numero è più che raddoppiato tra i soldati e i veterani, compresi quelli che hanno combattuto negli ultimi dieci anni, che hanno visto le forze russe radere al suolo le città ucraine che avevano conquistato e che ora sono alle prese con la prospettiva di perdere la loro patria a lungo contesa.

Zelensky insiste che questo non accadrà e ha ripetutamente parlato del suo piano – senza rivelare alcun dettaglio, se non il fatto che  riguarda l’avanzata ucraina nella regione russa di Kursk del mese scorso  – che secondo lui spingerà Mosca a porre fine alla guerra.

“Come perdere un arto”

Pasha, 34 anni, un ex minatore di Pokrovsk che ora serve come comandante di droni, ha detto che la perdita del Donbas sarebbe stata “cataclismatica” e che non c’era alcuna garanzia che sarebbe stata la fine. “La Russia è un paese con ambizioni imperialistiche: non si fermerà”. Molti combattenti insistono sul fatto che i negoziati con la Russia non funzionano mai. Avendo vissuto il fallimento degli accordi di Minsk – un accordo per il cessate il fuoco del 2014-2015, a malapena attuato, che Putin ha eliminato due giorni prima dell’invasione – quelli del Donbas credono che un accordo terra-in-cambio-di-pace darebbe a Mosca solo il tempo di ricostruirsi prima di tentare un’altra invasione. 

Natalia Bredova, 38 anni, di Sloviansk, conosce bene il costo della guerra. Suo figlio Volodymyr, di 20 anni, è stato ucciso combattendo ad Avdiivka nel marzo scorso. Anche suo marito è in servizio nell’esercito. “Troppi uomini sono morti per questo – è troppo tardi per parlare di negoziati. Sono la luce della nostra nazione. Dobbiamo continuare a combattere”, ha detto, aggiungendo che non vivrebbe mai sotto l’occupazione russa anche se “le venissero offerte montagne d’oro”.
 

Per molti ucraini del Donbas, un grande bacino carbonifero che un tempo era un gioiello della corona industriale dell’impero sovietico, la minaccia incombente dell’occupazione russa è una realtà che dura da anni. Vitaliy Barabash, il capo dell’amministrazione militare di Avdiivka, combatte contro la Russia dal 2014. La città è stata infine conquistata dalla Russia quest’inverno, dopo un decennio di combattimenti. 

Ora siede in uno squallido ufficio nel retrobottega di Pokrovsk, portando a termine i suoi ultimi compiti amministrativi, tra cui aiutare i residenti a richiedere un risarcimento per le case perse e coordinare i centri di accoglienza per i rifugiati di Avdiivka a Dnipro. Una parete è decorata con le bandiere del Donbas e di Avdiivka, quest’ultima con una fiamma rossa frastagliata su uno sfondo verde, che simboleggia la fiamma che un tempo ardeva sull’enorme fabbrica di acciaio di Avdiivka. “Sono nell’esercito dal 2014, quindi so cosa si prova a perdere un territorio”, ha detto. “Ma molte persone stanno soffrendo… e questo è stato come perdere un arto”.
 Barabash è scomparso per tre giorni dopo che la Russia ha catturato Avdiivka. “Avevo bisogno di stare da solo. … Anche i miei parenti sapevano che non dovevano contattarmi. Ero in un pessimo stato mentale”. Oggi, per superare lo stress, gli piace andare al poligono di tiro o guidare la sua moto nei dintorni di Dnipro. Non crede che Zelensky firmerà un accordo di pace che “abbandonerà” il Donbas – e ha detto che sarebbe uno “stupido errore” ragionare con Mosca. “La maggior parte delle persone spera che torneremo ad Avdiivka. Sono pronti a vivere nelle tende e a ricostruire questa città”.
 

Alimentare le divisioni a est

Putin ha a lungo sostenuto che una delle sue giustificazioni per la guerra contro l’Ucraina era quella di difendere la popolazione russofona nell’Ucraina orientale da quello che lui  ha  falsamente affermato essere un genocidio. I soldati russi intervistati dal Washington Post in Russia hanno citato questo come uno dei motivi principali per cui ritengono che la guerra debba continuare. Sebbene il sentimento filorusso e la nostalgia per il passato sovietico siano storicamente più forti nell’est rispetto ad altre parti dell’Ucraina, ci sono molti ucraini di lingua russa nel Donbas che vogliono che rimanga ucraino – soprattutto dopo l’invasione su larga scala del 2022.
 Dall’inizio del conflitto nel 2014, migliaia di vite e case sono andate perdute in nome della pretesa del Cremlino di difendere i russofoni. Mentre le truppe russe si spostavano verso ovest, gli abitanti del Donbas sono stati costretti ad abbandonare le case di famiglia piene di ricordi e di beni personali, e a guardare le loro città e i loro villaggi mentre venivano bombardati fino a renderli irriconoscibili. Altri, dopo aver vissuto lontano per mesi o anni come rifugiati, hanno sentito la mancanza delle loro case e delle calde estati della regione, degli sterminati campi di girasoli e dei caratteristici cumuli di scorie che punteggiano l’orizzonte. Sono tornati a casa con cautela e hanno imparato a vivere a pochi chilometri dalle linee del fronte, sotto l’incessante minaccia di attacchi missilistici.

Ora, molti  stanno di nuovo facendo le valigie, pronti a partire se le forze russe si avvicinassero ancora di più. “Con la guerra su larga scala, le maschere sono state strappate via, tutto è diventato definito, inequivocabile e concreto”, ha detto Yegor Firsov, 35 anni, un legislatore che ha rappresentato Donetsk prima dell’invasione nel Parlamento ucraino e che ora presta servizio come medico di combattimento a Niu-York, in prima linea.
 

Firsov ricorda Donetsk prima dell’occupazione come un luogo ricco e cosmopolita: una città che un tempo ha visto Beyoncé esibirsi alla Donbas Arena e ha ospitato i Campionati europei di calcio del 2012, quando centinaia di migliaia di ucraini si sono riuniti sventolando bandiere blu e gialle, tifando per l’Ucraina. Ma Donetsk può anche essere un luogo “pericoloso, duro, spesso selvaggio”, ha detto in un’intervista a Pokrovsk durante l’estate.
 

La gente sentiva sempre più che la regione e le sue rimostranze venivano ignorate da Kyiv. Mentre gli oligarchi locali accumulavano più potere, la pluralità politica della città è svanita e Donetsk è diventata gradualmente più apertamente solidale con Mosca. “Donetsk era un posto pieno soldi, grandi imprese e grandi fabbriche lasciate dall’Unione sovietica”, ha detto Firsov. “E per mantenere il potere nelle stesse mani, l’élite in carica ha scelto un percorso monolitico e unico… e la popolazione del Donbas, all’epoca, ha appoggiato questa scelta”. Avendo guidato le proteste pro europee della città nel 2014, Firsov conosce bene gli effetti della propaganda russa. Per un decennio la tv di stato russa ha detto agli abitanti del Donbas che Kyiv stava bombardando le loro case e che l’allora presidente ucraino Petro Poroshenko era responsabile del conflitto. Ma quando è iniziata l’invasione, Firsov ricorda come migliaia di uomini e donne si siano arruolati per servire la Brigata di difesa territoriale della regione di Donetsk. “Era chiaro che il nemico è la Russia, è l’aggressore, sta distruggendo noi e le nostre case”, ha detto.
 

“Tutti i nostri territori”

Se un tempo alcuni ucraini ritenevano che il Donbas fosse una parte separata del paese da cui liberarsi, l’invasione su larga scala sembra aver cambiato questo sentimento per molti, anche nella parte occidentale del paese. Dopo l’inizio della guerra nel 2014, alcuni rifugiati del Donbas si sono sentiti emarginati nelle parti del paese in cui sono fuggiti. La gente li trattava come se fossero la radice dell’instabilità dell’Ucraina e portassero solo problemi. Ora che perdere la propria casa e vivere come rifugiati è diventata un’esperienza condivisa dagli ucraini in tutto il paese, gli abitanti del Donbas dicono che c’è maggiore empatia.
 

Molti nel Donbas stanno adottando sempre più spesso l’ucraino, anziché il russo, come lingua principale. Soldati provenienti da altre parti del paese, che non erano mai stati nell’Ucraina orientale, si sono reinsediati nella regione. Alcuni si sono sposati con persone del posto e hanno messo su famiglia. “Era la guerra nel Donbas nel 2014, ora è la guerra in Ucraina”, ha detto Firsov. “Se prima si discuteva se avessimo bisogno del Donbas, se potessimo rinunciarvi, ora non c’è più alcuna discussione del genere. Questi sono tutti nostri territori, e li rivendichiamo tutti”.
 

Seduti sulla riva del lago salato di Sloviansk, mentre il sole tramontava e i bambini sguazzavano e giocavano nel fango intorno a loro, Mykola e Artem, due soldati del nord dell’Ucraina, si stavano godendo un’ora di tregua quest’estate, in attesa di ordini dal loro comandante. Erano arrivati nel Donbas un mese prima: era la prima volta che vedevano questa parte del paese. “Ci sono molte emozioni quando si arriva qui, data la sua storia”, ha detto Artem. “Ma non si può tagliare un paese come se fosse una fetta di torta. Questa è una parte dell’Ucraina: stessa natura, stessi alberi, stesso sole”.
 

Francesca Ebel e Serhii Korolchuk. Copyright Washington Post

il viaggio del pontefice

Cristo si è fermato a Timor est

Si è proprio certi che ai popoli di Singapore, della Mongolia o di Bangui interessino le elucubrazioni sul diaconato femminile, sul celibato sacerdotale, sulle attese del Cammino sinodale tedesco?

Matteo Matzuzzi  14 set 2024 – IL FOGLIO

Quasi un’intera isola a messa dal Papa, “per vedere Gesù”. Una lezione di fede profonda e genuina alla declinante Chiesa d’occidente

Una distesa infinita di ombrelli bianchi e gialli a riparare una spianata di seicentomila fedeli giunti a Taci Tolu per assistere alla messa celebrata dal Papa. Poco meno di un terzo della popolazione di Timor est, che in tutto ne conta un milione e mezzo. Erano tutti lì, a salutare Francesco e a pregare con lui. Lembo estremo d’Asia, il più cattolico e il solo – con le Filippine – ad avere una maggioranza di cattolici. I preti sono 347, tre i vescovi, sessantasei le parrocchie. Più un migliaio fra religiose e religiosi. Su quella spianata hanno trovato ossa umane, resti della guerra civile che ha devastato l’ex colonia portoghese che ha saputo, a fatica, riconciliarsi. “Qui il Vangelo è fonte di concordia sociale”, ha detto il Pontefice prima di ammonire sui rischi ancora presenti: povertà, alcol, abusi. E pure i coccodrilli, che fra i laghi salati che circondano la capitale Dili potrebbero avere la tentazione di farsi una passeggiata sulla terraferma e mordere. Non era un semplice avvertimento per così dire faunistico, quello di Francesco: “State attenti! Perché mi hanno detto che in alcune spiagge vengono i coccodrilli; i coccodrilli vengono nuotando e hanno il morso più forte di quanto possiamo tenere a bada. State attenti! State attenti a quei coccodrilli che vogliono cambiarvi la cultura, che vogliono cambiarvi la storia. Restate fedeli. E non avvicinatevi a quei coccodrilli perché mordono, e mordono molto. Vi auguro la pace. Vi auguro di continuare ad avere molti figli: che il sorriso di questo popolo siano i suoi bambini! Prendetevi cura dei vostri bambini; ma prendetevi cura anche dei vostri anziani, che sono la memoria di questa terra”. Chiaro riferimento a quelle colonizzazioni ideologiche contro cui Bergoglio si scaglia fin dal primo giorno che siede sul trono di Pietro.

Non c’è cronaca dell’infinito tour papale in estremo oriente che non abbia rimarcato la straordinarietà delle folle di Timor est. Eppure qui un Papa l’hanno già visto, Giovanni Paolo II nel 1989. Ma era tutt’altra faccenda, c’era la guerra, le divisioni evidenti, anche se quella visita segnò un passo fondamentale nel processo di autodeterminazione. Migliaia di persone di tutte le età assiepate lungo le strade attendendo il vescovo di Roma: festose ma ordinate, composte. Devote. Più interessate a sentire Francesco e a celebrare con lui l’eucarestia che a immortalarsi in selfie con croci, vescovi e parvenu per suggellare l’evento. “Timor è un piccolo paese, un’isola lontana, però la sua gente semplice vive l’originalità della fede in Gesù Cristo”, ha detto nel suo messaggio di ringraziamento l’arcivescovo di Dili, il cardinale Virgílio do Carmo da Silva

Quanto stridono queste immagini, questa profonda devozione, con il deserto d’occidente, abitato dai “popoli dell’opulenza”, come li definì Paolo VI nella Populorum progressio. Oggi, a più di mezzo secolo di distanza da quel documento, si può dire senza pericolo di fraintendimento che quell’opulenza non è solo la ricchezza materiale, ma è molto di più. Drammaticamente, di più. E’ l’assuefazione a un modo di vivere in cui le domande ultime sono infilate a forza in un cantuccio, dove non ci si domanda più nemmeno se Dio esiste: semplicemente, il tema non interessa. Un mondo in cui ai dogmi di fede se ne sono sostituiti altri, estremizzando a tal punto concetti come laicità, uguaglianza e inclusività da non ricordarsi più neppure cosa volevano dire in origine. L’Europa che nei sogni di Robert Schuman era quelle delle cattedrali, oggi si arrovella su tecnicismi e regolamenti. Dei due polmoni di fede e cultura che tanto a cuore stavano a Giovanni Paolo II, non c’è più traccia. Di radici, di qualunque origine fossero, neanche a parlarne. “Dove sei finita, Europa?” si chiese (e chiese agli astanti) Francesco quando ebbe occasione di parlare del Vecchio continente. I suoi valori, i suoi ideali, la sua anima. La fede profonda che aveva permesso di costruire Notre-Dame – senza vetrate “contemporanee” – e decine di altre cattedrali con le guglie puntate verso le cose di lassù, oggi è retaggio di una storia perduta. Bisogna andare a Dili, nella piccola isola di Timor est per ritrovarla. Senza tanti orpelli, vero. Ma anche senza tanto interrogarsi su aggiornamenti, cambiamenti, sistemazioni, rivoluzioni, riforme. La fede semplice. Che poi è quella dei contadini che si fermavano in mezzo al campo mentre le campane del villaggio richiamavano alla preghiera dell’Angelus di mezzogiorno, delle beghine che non capivano niente di quel che bofonchiava il prete in latino, ma intanto sgranavano il Rosario. A Dili, tra i coccodrilli veri o metafora delle colonizzazioni ideologiche, bastava la croce e il Papa, rappresentante di Cristo. Nient’altro

Non è questione di povertà materiale, non solo almeno: le stesse scene si sono viste in Corea del sud, terra di evangelizzazione giovane e di fede dinamica. Allora torna alla mente una delle più antiche interviste rilasciate da Francesco, quasi agli albori del pontificato. Il Papa conversava con una rivista pubblicata in Argentina, nelle ville miseria di Buenos Aires: “Quando parlo di periferie, parlo di confini. Normalmente noi ci muoviamo in spazi che in un modo o nell’altro controlliamo. Questo è il centro. Nella misura in cui usciamo dal centro e ci allontaniamo da esso, scopriamo più cose e, quando guardiamo al centro da queste nuove cose che abbiamo scoperto, da nuovi posti, da queste periferie, vediamo che la realtà è diversa”. Aggiungeva, il Papa, che “una cosa è osservare la realtà dal centro e un’altra è guardarla dall’ultimo posto dove tu sei arrivato”. “L’Europa vista da Madrid nel XVI secolo era una cosa, però quando Magellano arriva alla fine del continente americano, guarda all’Europa dal nuovo punto raggiunto e capisce un’altra cosa”.

Colpirà ancora di più, allora, l’inevitabile paragone che si farà a fine mese, quando Francesco per la prima volta metterà piede nel cuore di quell’Europa che fino ad ora ha toccato solo marginalmente, nelle sue periferie. E non inizierà un viaggio entrando dalla porta laterale, bensì da quella frontale: Bruxelles, dopo il Lussemburgo. La capitale dell’Unione che è al contempo l’emblema più evidente di come il cattolicesimo in Europa sia declinante e arranchi stanco verso qualcosa che lo ridesti, non sapendo però bene cosa. Nei mesi scorsi, al Foglio, l’arcivescovo emerito di Bruxelles, il cardinale Jozef De Kesel, ammise che “in una società secolarizzata la sensibilità religiosa non è più così grande come un tempo. La Chiesa e la sua fede non sono più onnipresenti. La fede cristiana non è più la convinzione dell’intera società. Ma questo non significa che Dio sia assente. Dio è all’opera in questo mondo, anche oltre i confini della Chiesa. Che le chiese siano vuote e scompaiano silenziosamente è semplicemente non vero. Naturalmente, in una società in cui tutti sono cristiani, le chiese sono necessarie ovunque. Non è così in una società secolare e pluralista. In questo senso, le chiese sono occasionalmente ritirate dal culto. E si presta molta attenzione alla destinazione che viene loro assegnata. Ma la grande maggioranza delle chiese rimane un edificio di culto. Anche a Bruxelles ci sono chiese molto affollate”. 

Alla radice della stanchezza, forse, c’è anche quello che De Kesel definiva “un malinteso sul termine ‘aggiornamento’ tanto usato riguardo al Concilio Vaticano II: Papa Giovanni voleva effettivamente avvicinare la Chiesa al mondo. Fare in modo che non sia un mondo a sé stante accanto al mondo reale. Aggiornamento significa apertura al mondo. Ma non significa adattamento al mondo. Nella Bibbia, la tentazione del popolo di Dio è sempre stata quella di essere come le altre nazioni. Ma se la Chiesa deve offrire solo ciò che si può ascoltare altrove, non avrà alcun fascino. Ecco perché alla fine del mio libro scrivo che la Chiesa del futuro dovrà essere una Chiesa più confessionale: testimoniare il Vangelo nel modo più autentico possibile attraverso le parole e le azioni”. 

Ecco che tornano le parole dell’arcivescovo di Dili: qui si vive l’originalità della fede in Gesù Cristo. Ed è la stessa cosa che accade in tante parti d’Africa, dove decine di famiglie ogni domenica camminano per chilometri pur di partecipare alla messa. Mentre qui, da noi, si mandano lettere al vescovo se qualche parroco osa alternare le celebrazioni festive fra due chiese distanti due chilometri. La messa espressa, sotto casa, comoda come sosta fra la colazione al bar e il pranzo al ristorante. Il sud del pianeta parla al nord e chissà che da laggiù non arrivi prima o poi una nuova onda evangelizzatrice, che non è certo l’uso di preti e suore africane o asiatiche per sopperire alla carenza di vocazioni occidentali. Diceva a tal proposito Adrien Candiard che se “l’idea è quella di riempire la crisi della Chiesa occidentale con manovalanza africana o asiatica”, è meglio lasciar perdere: “Le suore del Madagascar hanno tanto da fare in Madagascar, anche sul terreno della missione, non portiamole qui ad assistere le suore anziane nella vecchia Europa”. 

Il discorso è più profondo. Si è proprio sicuri che la fede genuina e semplice sia quella dei Sinodi infiniti che producono documenti, tabelle, schemi, strumenti di lavoro. Sinodi che vorrebbero combattere l’autoreferenzialità e poi finiscono per  chiudersi in Vaticano per settimane a discutere di questioni che il mondo, fuori, conoscerà solamente attraverso sintesi e mediazioni? Si è proprio certi che ai popoli di Timor est, di Singapore, ma anche al piccolo gruppo di fedeli della Mongolia o a quelli di Bangui interessino le elucubrazioni sul diaconato femminile, sul celibato sacerdotale, sulle attese del Cammino sinodale tedesco che tra un cenacolo sulla collegialità e l’istituzione di un Comitato ad hoc punta a rovesciare la struttura gerarchica della Chiesa? S’è mai domandato, qualcuno, perché i seicentomila cattolici riuniti per accogliere il Papa e pregare con lui siano tutti a Timor est e non nelle spianate bavaresi o nella Grand Place di Bruxelles? 
Certo, i programmi di riforma e le lettere pastorali di vescovi e arcivescovi infarcite dell’aggettivo “sinodale” (ovunque presente e declinato a seconda dell’argomento specifico, usato per giustificare l’accorpamento di parrocchie o per invocare nuovi catechisti… si fa tutto in nome della sinodalità, tanto per rimanere tranquilli) puntano a un ritorno alle origini, alla fede semplice e pura, quella senza troppe inutili sovrastrutture, senza gli orpelli e tutto ciò che sa di barocco o di eccessivo. Ma il risultato qual è? Che a forza di parlare di semplificazione e purificazione, sono aumentati i convegni e i gruppi di lavoro, le assise sinodali e le assemblee più o meno deliberanti, i rapporti e i documenti. Spesso accompagnati dai moniti vaticani seguiti dalle controrisposte di qualche episcopato baricadero. La fede genuina e delle origini è quella dei quindici secondi di benedizione suggeriti in Fiducia supplicans? A sentire quel che dicono i pastori delle Chiese dove la messa non è ancora ridotta a routinario appuntamento domenicale e nulla più, la risposta è negativa. 

Una delle tappe più significative dell’ultimo viaggio papale è stata a Vanimo, in Papua Nuova Guinea. Città poverissima, tre supermercati per 150 mila abitanti, infrastrutture inesistenti: per gli indigeni dei villaggi vicini accorsi per vedere Francesco sono state allestite tende (gli alberghi sono solo due e riservati a  chi ha ragguardevoli disponibilità economiche). Eppure, questa “scomodità” è un dettaglio in confronto alla possibilità di guardare in faccia il Pontefice: “Chi desidera vedere il Papa dice che è Gesù che viene, vuole ascoltarlo e ricevere la benedizione”, diceva alla vigilia del viaggio intervistato da Vatican News padre Alejandro Diaz, di origini argentine, monaco dell’Istituto del Verbo Incarnato, missionario da un anno nel villaggio di Wutung. E’ colui che propose tempo fa a Francesco di recarsi lì. Racconta di quando ci si inoltra nella giungla per raggiungere i villaggi sparsi e lontani da tutto: “E’ una Chiesa che sta nascendo, ha ottant’anni di vita, stiamo seminando e già ne vediamo i frutti: si fanno tanti battesimi, la partecipazione alle liturgie eucaristiche è affollata, soprattutto di giovani e bambini. Abbiamo addirittura dovuto dire ai chierichetti di non venire tutti insieme perché sono troppi, alla messa del mattino ce ne sono venticinque! Nessuno li obbliga ovviamente, lo fanno perché lo desiderano”. Nei villaggi si va nel fine settimana, percorrendo strade fangose con ostacoli d’ogni tipo: “Arriviamo alle volte la sera tardi ma la gente ci aspetta. Confessiamo, celebriamo la messa. La gente esce dal villaggio, acclamando vedendoci arrivare, questo ti spacca il cuore, non puoi fare altro che piangere. E’ così assetata di Dio che ci edifica l’anima”.

Beata Vergine Maria Addolorata

Furono i serviti a diffondere il culto dei «Sette dolori della Vergine», un numero che si basa su altrettanti episodi narrati nei Vangeli. Oggi la celebrazione ha il nome di «Beata Vergine Maria Addolorata», che meglio esprime la sua totale partecipazione all’opera salvifica del Figlio.

Ermes Dovico – La Nuova Bussola

Riassunta mirabilmente nello Stabat Mater del beato Jacopone da Todi, la devozione all’Addolorata ebbe un particolare impulso nel Basso Medioevo anche grazie alla costituzione nel 1233 dell’ordine dei Servi di Maria. Nel 1667 i serviti ottennero l’approvazione ufficiale del culto dei «Sette dolori della Vergine», un numero che si basa su altrettanti episodi narrati nei Vangeli: la profezia di Simeone («e anche a te una spada trafiggerà l’anima»), la fuga in Egitto, i tre giorni di angoscia che precedono il ritrovamento di Gesù tra i dottori nel tempio, l’incontro sulla via del Calvario, i patimenti ai piedi della croce, la deposizione e la sepoltura del Figlio.

Ma tutta la vita di Maria è stata segnata dal dolore, dalla cui libera accettazione è sgorgato il suo infinito amore. Già sant’Ildefonso da Toledo (607-667) spiegava che le sofferenze della Vergine furono maggiori di quelle dell’insieme di tutti i martiri. E san Bonaventura († 1274), Dottore della Chiesa, scriveva che «non vi è dolore simile al dolore di Lei eccettuato quello del Figlio, cui è simile il dolore della Madre». Dopo varie tappe, fu san Pio X a fissare la data della festa al 15 settembre (significativamente dopo l’Esaltazione della Santa Croce). Un altro cambiamento è occorso con la riforma liturgica del 1969. Nel nuovo calendario, seppur ridotta a semplice memoria, la celebrazione ha il nome di “Beata Vergine Maria Addolorata”, che meglio esprime la sua partecipazione all’opera salvifica del Figlio, «servendo al mistero della Redenzione in dipendenza da Lui e con Lui» (Lumen Gentium, 56).

In questa luce di speciale cooperazione alla Redenzione – al servizio totale dell’unico Redentore, Nostro Signore Gesù Cristo – si spiega il titolo di Corredentrice, usato da pontefici quali san Pio X, Pio XI e san Giovanni Paolo II, da una serva di Dio come la mistica Luisa Piccarreta e da una schiera formidabile di altri santi come per esempio Gabriele dell’Addolorata, Veronica Giuliani, Padre Pio, Teresa Benedetta della Croce (Edith Stein), Massimiliano Maria Kolbe, Francesca Saverio Cabrini, Leopoldo Mandic e Madre Teresa di Calcutta. Diceva quest’ultima: «La definizione papale di Maria Corredentrice, Mediatrice di tutte le grazie e Avvocata, porterà grandi grazie alla Chiesa».

Kirill: la cultura russa e la salvezza del mondo

di Stefano Caprio- Asia News- 15 Settembre 2024

Cercando di non limitarsi a ripetere le affermazioni della solita propaganda di Stato nel contesto del conflitto universale tra la Russia e l’Occidente, il patriarca di Mosca qualche giorno fa a San Pietroburgo ha voluto approfondire con argomenti filosofici e letterari le motivazioni per cui la Russia si sente oggi chiamata a diffondere i “grandi valori” a cui la società universale avrebbe deciso di rinunciare.

Il patriarca della Chiesa ortodossa russa Kirill (Gundjaev) è intervenuto al X Forum delle “culture unitarie” di San Pietroburgo, nella solenne sala del palazzo Marinskij del parlamento locale, sul tema della “Cultura nel XXI secolo: sovranità o globalismo?”, per ribadire le tesi fondamentali della missione del “mondo russo” nella realtà contemporanea. Cercando di non limitarsi a ripetere le affermazioni della solita propaganda di Stato nel contesto del conflitto universale tra la Russia e l’Occidente, il patriarca ha voluto approfondire con argomenti filosofici e letterari le motivazioni per cui la Russia si sente oggi chiamata a diffondere i “grandi valori” a cui la società universale avrebbe deciso di rinunciare.

Si tratta in qualche modo di ritrovare il ruolo di orientamento fondamentale della Chiesa ortodossa nella Russia militarista, ruolo che Kirill ha dovuto cedere a Putin nella fase dei conflitti dell’ultimo ventennio, a partire dal conflitto con la Georgia, dall’annessione della Crimea e poi con l’invasione dell’Ucraina. Il patriarca inizialmente non aveva appoggiato la radicalizzazione del confronto voluta dal presidente, ma negli ultimi due anni e mezzo di guerra non ha potuto (o voluto) fare altro che sostenere le giustificazioni del conflitto per la difesa dei valori tradizionali, che l’Occidente degradato vorrebbe cancellare dalla coscienza degli ucraini, dei russi e di tutti i popoli legati storicamente al “faro spirituale” della Mosca super-ortodossa. Il patriarcato ha ispirato questa linea ideologica fin dalla fine degli anni Novanta, e ora forse si rende conto di essere andato fin troppo oltre nelle pretese di definizione globale della “verità religiosa e culturale”.

Non a caso Kirill ha iniziato il suo intervento sottolineando la comune identità pietroburghese, per la quale “la piccola patria rimane sempre la città sulla Neva”, che rappresenta nell’identità russa la parte più occidentale, dal punto di vista culturale più ancora che geografica. Gli abitanti di San Pietroburgo, secondo il patriarca, “non hanno mai perduto il legame interiore spirituale, culturale e intellettuale con la città”, da cui del resto proviene lo stesso presidente Vladimir Putin, che a differenza di Kirill rappresenta piuttosto la fascia meno evoluta ed erudita della capitale settentrionale, come lo stesso Putin rivendica spesso, definendosi “uomo del popolo” e non certo un intellettuale delle élite aristocratiche.

Quindi il discorso di Kirill assume toni più profondi ed aulici, affermando che “un serio ragionamento sulla cultura deve essere sempre assiologico, cioè nella dimensione dei valori”, elevando la definizione che riguarda appunto i “valori tradizionali”, ribadito fino alla noia da Putin e da tutti i politici russi quasi senza un vero contenuto. Invece “la cultura è ciò che porta dentro di sé i valori”, spiega il patriarca, altrimenti “senza valori non si conserva alcuna cultura, che si dissolve nella polvere… noi conosciamo questi cataclismi che hanno distrutto intere civiltà”. Questa è la sfida che l’ortodossia russa vuole lanciare al mondo intero, la custodia della tradizione come garanzia della sopravvivenza della vera civilizzazione, il “meccanismo di trasmissione dei valori”.

Con una serie di dotte citazioni, Kirill commenta l’origine stessa del termine “cultura” a partire dal concetto di “culto”, che giustifica “l’approccio assiologico: ciò che ha valore è ciò che è santo per la società nel suo sviluppo storico”. La prevalenza della religione sulla stessa filosofia è un tema molto caro a Kirill, che nella relazione critica i principali teorici del razionalismo occidentale, da August Comte a Ludwig Feuerbach fino al “ben noto per noi russi” Karl Marx. Spesso il patriarca ha collegato questa “deriva positivista” con l’eredità della scolastica latina, un argomento classico delle polemiche teologiche tra cattolici e ortodossi, ma ora cerca di andare oltre, in quanto “nei nostri tempi questa pretesa di superiorità filosofica sulla religione è ormai riconosciuta come inconsistente, soprattutto dopo la conclusione del dramma dell’ateismo umanista del XX secolo”.

La sfida di oggi, secondo Kirill, è quella di trovare un nuovo senso della vita nelle società mondiali, disseccate dalle fonti della vera spiritualità. La filosofia marxista affermava che l’uomo “vive per le generazioni future, ma questo è un assurdo, allora la tua vita personale che valore può avere?”. Se l’uomo è soltanto una “cinghia di trasmissione”, anche chi verrà dopo di noi vivrà senza dare alcun senso all’esistenza, questa è “una relazione distruttiva con la personalità umana, con l’essere razionale che Dio ha destinato a scopi elevati”, afferma il patriarca. C’è bisogno di una nuova paideia, un processo di educazione e formazione dell’uomo, il termine greco che dà origine al significato stesso della “cultura”.

Il mondo di oggi non è più capace di formare, non trasmette neppure “la cultura fisica e il senso estetico”, e quindi oggi si rende necessario “fare ogni sforzo per difendere e proteggere le fondamenta stesse della cultura, come un coltivatore che non dimentica i semi nel terreno, che finirebbero soffocati dalla natura selvaggia”. Questa è proprio l’immagine che il patriarca vuole promuovere, comparando la cura russa dei valori con la “foresta incolta” dell’Occidente e in generale della società universale, in quella che egli chiama la raskulturivanie, la “de-culturizzazione” del mondo. Esempio di questa degradazione è stata la passata Olimpiade di Parigi, con i suoi simbolismi dissacranti e le sue polemiche di genere: “quando guardavo le immagini dei cortei inaugurali sulla Senna” – ricorda il patriarca – “mi dicevo: non si può offendere Dio in questo modo! Questo è un incredibile regresso della civiltà occidentale, che cerca di soffocare in sé tutte le altre culture”.

Gli uomini di oggi, secondo Kirill, “continuano a pronunciare parole comuni e a seguire le abitudini, senza chiedersi nulla sulla loro origine e sul loro significato”. I russi per dire grazie usano la parola Spasibo, che deriva da Spasi Bog, “Dio ti salvi”, e sono tanti gli esempi che il patriarca ricorda per indicare le radici del senso del vivere comune, che vanno ritrovate per evitare la raskulturivanie e non farla diventare una rasčelovečivanie, una “disumanizzazione” in cui “la cultura perde la propria anima”. Il patriarca ricorda che “il cristianesimo non è mai stato una proprietà di un’unica cultura, esso appartiene al mondo intero”, e va ben oltre il concetto di “mondo cristiano”, perché valorizza “ogni cultura nazionale come tesoro dell’intero mondo”. La cultura russa non fa eccezione, ma avendo attraversato prove particolarmente dure, “che ha saputo affrontare con coraggio”, oggi è la cultura in grado di “arricchire il mondo intero” e di contrastare “il globalismo che annulla e appiattisce le diverse culture, cercando di rendere tutti gli uomini uguali… questi uomini non saranno in grado di trasmettere i valori alle generazioni future, nella cancel culture, la cultura del clic in cui tutto è permesso”.

In conclusione, il patriarca Kirill pone dunque la domanda su cui il mondo intero oggi si divide: “la cultura del XXI secolo deve essere sovrana, oppure globale?”, e la riporta su un livello più profondo, “deve essere una cultura, oppure una anti-cultura?”. Si tratta di una questione su “che cosa deve essere oggi l’uomo”, ed egli propone la risposta del podvig, il termine monastico per indicare il sacrificio della persona per il bene comune. Citando infine il grande teologo russo Pavel Florenskij, martire del comunismo staliniano, egli ricorda le sue parole dal lager delle isole Solovki: “non fate niente che non abbia un vero gusto della vita, perché fare le cose in qualche modo può far perdere il senso di ogni cosa”.

Il patriarca russo riprende le riflessioni di molti ideologi ortodossi, cercando di evitare le sintesi troppo banali e radicali, appellandosi a pensatori come il teologo e politologo Aleksandr Ščipkov, che ha pubblicato nei giorni scorsi un saggio sulla “Crisi della teoria e della pratica delle azioni di difesa dei diritti umani” in cui commenta il “problema della concettualizzazione dei diritti liberali e della crisi degli istituti umanitari”. I russi insistono per dimostrare la debolezza della concezione occidentale della libertà, che si trasforma in una “dottrina dogmatica”, una “falsa metafisica” che rende impossibile la riconquista della vera libertà dei “valori” per cui oggi la Russia combatte. Esiste una guerra militare e una guerra di informazione, ma la guerra dei russi è anzitutto di principio, e chiede risposte alle domande più profonde del mondo contemporaneo.

I cattolici di fronte alle elezioni americane

21 Agosto 2024 ore 13:04

di Roberto de Mattei Corrispondenza Romana – 1861

Esiste una dottrina cattolica del male minore che si può riassumere in questi termini

  1. Non si può mai commettere in maniera positiva e diretta il sia pur minimo male; 
  2. per evitare un male maggiore si può tollerare un male minore commesso da altri, a condizione di non approvarlo in quanto tale e di ricordare l’esistenza di un bene maggiore a cui tendere. 

Questa dottrina è fondamentale per orientarsi in un’epoca confusa in cui si è persa la nozione del principio: «Bonum ex integra causa, malum ex quocumque defectu» (San Tommaso d’Aquino, Summa Theologiae I-IIae, q. 18, a. 4 ad 3).

Alla luce di questo principio, un cattolico non può mai votare o approvare una legge abortista, neanche minimale, ma può votare per un candidato che non sia un antiabortista integrale.  Per questo è lecito ad un cattolico americano votare per Donald Trump, le cui posizioni sull’aborto, come osserva Edward Feser, lasciano molto a desiderare . Trump è infatti favorevole a mantenere l’aborto legale nei casi di stupro, incesto e pericolo della madre e si limita a trattare l’omicidio di Stato come una questione puramente procedurale, relativa al governo, centrale o locale, che dovrebbe regolarla. Inoltre la piattaforma del Partito Repubblicano nell’incontro di Milwaukee dello scorso 8 luglio, per la prima volta in quarant’anni non ha incluso un riferimento al divieto di aborto a livello nazionale. Tuttavia Trump non fa dell’aborto una bandiera, a differenza della sua avversaria Kamala Harris. Il programma socialista ed egualitario della Harris prevede il ripristino del diritto costituzionale all’aborto, sancito dalla sentenza Roe v. Wade del 1973 e annullato dalla decisione della Corte Suprema del 24 giugno 2023. Inoltre, durante le primarie del 2019, Kamala ha annunciato che avrebbe approvato al suo primo giorno alla Casa Bianca. l’Equality Act, per garantire ogni forma di diritto al mondo Lgbt (sul tema, cfr. il suo libro The Truths we hold. An American journey, Vintage, 2021, pp. 112-120).

Il candidato democratico alla vicepresidenza, Tim Walz, membro di punta del Partito Democratico Contadino Laburista del Minnesota, è, se possibile, ancora più di sinistra di Kamala Harris. Malgrado i media insistano sulla moderazione di Kamala Harris, se i democratici vinceranno a novembre il processo di decadenza morale degli Stati Uniti sarà accelerato dal ticket Harris-Walz, tra i più progressisti nella storia di questo Paese.  

E’ una pena che il Partito Repubblicano non sia riuscito a produrre alcun candidato migliore di Donald Trump, ma Kamala Harris rappresenta certamente il male maggiore da evitare. Trump merita di essere criticato su molti punti, ma non è lecito regalare la vittoria alla Harris, votandola o astenendosi dal voto. 

Sul piano della politica internazionale, sia nel caso che vinca Kamala Harris che Donald Trump, è difficile che ci siano grandi variazioni. Si dice che sotto Trump gli Stati Uniti si sgancerebbero dall’Europa e dalla Nato, ma si tratta di una prospettiva esagerata. Kamala Harris appartiene alla scuola dei wilsoniani (dal nome di Thomas Woodrow Wilson, presidente degli Stati Uniti dal 1913 al 1921); Trump a quella dei jacksoniani (dal nome di Andrew Jackson, presidente dal 1829 al 1837). I primi sostengono che gli Stati Uniti hanno il dovere morale di diffondere i valori democratici nel mondo, i secondi ritengono che gli Stati Uniti non dovrebbero trovare motivi di conflitto all’estero. Tuttavia, come osserva lo storico Walter Russell Mead, l’opinione dei jacksoniani concorda con quella del generale Douglas MacArthur (1880-1964) secondo il quale in caso di guerra, «non c’è alternativa alla vittoria» (Il serpente e la colomba. Storia della politica estera degli Stati Uniti d’America, Garzanti, Milano 2002, p. 17). 

Durante il suo primo mandato presidenziale, Donald Trump si fece fotografare nello Studio Ovale con un ritratto alle sue spalle del presidente Jackson, le cui statue sono finite nel mirino degli attivisti “woke” con l’accusa di essere stato un razzista e uno schiavista. Lo stesso Mead ha sottolineato la connessione tra Trump e Jackson in un saggio pubblicato nel 2017 sulla rivista Foreign Affairs. Il candidato alla vice presidenza Vance, da parte sua, in un’intervista rilasciata a New Statesman il 14 febbraio 2024, ha sottolineato che l’approccio “jacksoniano” di Trump, è «un misto di estremo scetticismo verso l’intervento all’estero, combinato con una postura estremamente aggressiva quando si interviene». Gli Stati Uniti, osserva Mead, non possono intraprendere una importante guerra internazionale, senza il sostegno dei jacksoniani e, una volta iniziata, non possono interromperla se non alle loro condizioni.

La politica estera di Kamala Harris è certamente più interventista di quella di Trump, tuttavia malgrado la sua tendenza isolazionista, il candidato repubblicano ha come priorità l’interesse nazionale dell’America. La fine della Nato e la caduta dell’Europa sotto il dominio russo sono negli interessi di Washington? Trump vuole concentrarsi sullo scenario che ritiene più inquietante per gli Stati Uniti, quello dell’Indo-Pacifico, ma l’Europa costituisce un perno fondamentale della potenza imperiale americana. Se sarà eletto, premerà verosimilmente sull’Europa, perché trovi in sé stessa le risorse economiche e militari per difendersi, ma non la abbandonerà certo al suo destino. 

I democratici accusano Trump di essere sostenuto da Putin, ma l’interesse prioritario del dittatore russo non è la vittoria di Trump né quella di Harris, ma piuttosto una situazione di destabilizzazione del continente americano, che faciliti i suoi progetti di espansione nell’Europa orientale. Lo spettro della guerra civile, o quantomeno di forti tensioni interne, è sempre vivo negli Stati Uniti e non c’è da meravigliarsi se lo scenario che Putin preferirebbe sarebbe quello di un crollo dell’Impero americano analogo a quello dell’Impero russo del 1991.  

D’altra parte, il vero aiuto a Putin non è dato da Trump, ma da tutti coloro che sono convinti che la guerra russo-ucraina sia la conseguenza di una legittima reazione del Cremlino all’imperialismo americano. Se questo fosse vero, l’America sarebbe il nemico primario dell’Europa, come ha sempre pensato l’estrema sinistra europea prima e dopo il crollo dell’Unione Sovietica. Eppure appare evidente a qualsiasi uomo di buon senso che la dipendenza economica e militare dell’Europa dagli Stati Uniti resta un male minore rispetto a una situazione di vassallaggio nei confronti della Russia, che sta diventando a sua volta un paese vassallo della Cina comunista. 

Accettare il male minore non significa rinunciare al bene maggiore, che non ha nulla a che fare né con il liberalismo americano né con il dispotismo russo-cinese. L’ideale irrinunciabile è «l’instaurazione di tutte le cose in Cristo», ovvero la restaurazione della Civiltà cristiana, come l’Occidente l’ha conosciuta nel Medioevo, ma spinta a un più alto grado di perfezione. San Pio X ne ha indicato la strada: «Non si deve inventare la civiltà, né si deve costruire la nuova società tra le nuvole. Essa è esistita ed esiste: è la Civiltà cristiana, è la società cattolica. Non si tratta che di instaurarla e restaurarla incessantemente nelle sue naturali e divine fondamenta, contro i rinascenti attacchi della malsana utopia, della rivolta e dell’empietà: Omnia instaurare in Christo (Ef. I, 10)» (Lettera Notre Charge Apostolique, del 25 agosto 1910). 

Papa Francesco: «Trump o Harris? Entrambi contro la vita, scegliete il male minore»

di Gian Guido Vecchi – Corriere della Sera – 14 Settembre 2024

Il Papa, di ritorno dal viaggio più lungo del suo pontificato, ha parlato della guerra a Gaza, della situazione in Venezuela («Le dittature non servono e finiscono male»), dell’emergenza climatica e di abusi («Una cosa demoniaca, distrugge la dignità della persona»)

SUL VOLO PAPALE – Il volo SQ 368 ha lasciato da poco Singapore, Francesco raggiunge i giornalisti in fondo all’aereo e a vederlo non si direbbe che, a quasi 88 anni, abbia appena concluso il viaggio più lungo del suo pontificato, dodici giorni «ai confini del mondo» tra Asia e Oceania. Il Papa posa il bastone, si siede e risponde tranquillo alle domande per quaranta minuti. «Avanti e coraggio!», saluta tutti alla fine, e sorride: «Speriamo ci diano da mangiare, adesso».

Santità, durante il viaggio ha parlato in difesa della dignità della vita. In vista delle elezioni negli Usa, che consiglio darebbe a un elettore cattolico che deve decidere tra un candidato favorevole all’interruzione di gravidanza e un altro che vorrebbe deportare undici milioni di migranti?
«Ambedue sono contro la vita, sia quello che butta via i migranti sia quello che uccide i bambini. Io non sono statunitense, non andrò a votare lì. Non dare ai migranti accoglienza e possibilità di lavorare è peccato, e grave. Io sono stato a celebrare Messa alla frontiera, vicino alla diocesi di El Paso. C’erano tante scarpe dei migranti, sono finiti male lì. In America centrale c’è una corrente di migrazione, tante volte vengono trattati come schiavi. La migrazione è un diritto che già c’era nella Sacra Scrittura, nell’Antico Testamento: l’orfano, la vedova e lo straniero, cioè il migrante, sono i tre che il popolo di Israele deve custodire. Non dimentichiamolo. Quanto all’aborto, la scienza dice che a un mese dal concepimento ci sono tutti gli organi di un essere umano. Tutti. Fare un aborto è uccidere un essere umano. Ti piace la parola, non ti piace, ma è uccidere. La Chiesa non è chiusa perché non permette l’aborto, la Chiesa non permette l’aborto perché uccide. È un assassinio, un assassinio. Mandare via i migranti, non lasciarli sviluppare, non lasciare che abbiano una vita, è una cosa brutta, è cattiveria. Mandare via un bambino dal seno della mamma è un assassinio. Su queste cose dobbiamo parlare chiaro, niente “ma”, “però”, entrambe le cose sono chiare» 

Ci possono essere circostanze in cui è moralmente ammissibile votare per candidato favorevole all’interruzione della vita?
«Nella morale politica, in genere, si dice che non votare è brutto, non è buono. Si deve votare. E si deve scegliere il male minore. Chi è il male minore, quella signora o quel signore? Non so, ognuno in coscienza pensi e faccia questo».

C’è il pericolo che il conflitto di Gaza si estenda anche alla Cisgiordania, cosa si sente di dire alle parti in guerra? C’è la possibilità di una mediazione della Santa Sede per arrivare a un cessate fuoco e alla pace?
«La Santa Sede lavora su questo. Io chiamo la parrocchia di Gaza tutti i giorni, lì dentro ci sono seicento persone, cristiani, musulmani, ma vivono come fratelli. Mi raccontano cose brutte, cose difficili. Io non posso qualificare se questa azione di guerra sia troppo sanguinaria o no, ma per favore, quando si vedono i corpi di bambini uccisi, quando per la presunzione che lì ci siano alcuni dei guerriglieri si bombarda una scuola, è brutto questo, è brutto. Delle volte si dice che è una guerra difensiva, ma alcune volte credo sia una guerra troppo, troppo… Mi scuso di dire questo, ma non trovo che si compiano i passi per fare la pace. A Verona ho avuto una esperienza molto bella, c’era un ebreo cui era morta la moglie e uno di Gaza al quale era morta la figlia , e hanno parlato della pace, si sono abbracciati, hanno dato una testimonianza di fratellanza. Alla fine, chi vince la guerra troverà una grande sconfitta. La guerra è sempre una sconfitta, sempre, senza eccezione. Voglio dire una cosa, questo forse è un po’ immischiarmi in politica: io ringrazio tanto, tanto, il re della Giordania per quello che fa; è un uomo di pace, Re Hussein, un uomo bravo».

Il mese prossimo sarà rinnovato l’accordo tra Pechino e il Vaticano sulla nomina dei vescovi: è soddisfatto dei risultati e del dialogo ottenuti finora? E ci sono spazi di collaborazione tra Cina e Santa Sede per arrivare alla pace nelle regioni in conflitto?
«Io sono contento dei dialoghi con la Cina, il risultato è buono. Anche per la nomina dei vescovi, si lavora con buona volontà, ho sentito la Segreteria di Stato e sono contento. La Cina per me è una illusione, io vorrei visitare la Cina. Io ammiro la Cina, la rispetto. È un grande Paese, di cultura millenaria, con una capacità di dialogo, di capirsi, che va oltre i diversi sistemi che ha avuto. Credo che la Cina è una promessa e una speranza per la Chiesa. La collaborazione si può fare, e sui conflitti certamente. In questo momento si muove il cardinale Zuppi e ha rapporti anche con la Cina».

In Venezuela la situazione è drammatica, in questi giorni il presidente teoricamente eletto ha dovuto andare in esilio in Spagna. Che messaggio darebbe al popolo del Venezuela?
«Non ho seguito la situazione del Venezuela ma il messaggio che darò ai governanti è dialogare e fare la pace. Le dittature non servono e finiscono male, prima o dopo. Leggete la storia della Chiesa… Io dirò che il governo e la gente facciano di tutto per trovare un cammino di pace. Non riesco a dare un’opinione politica perché non conosco i dettagli. So che i vescovi hanno parlato e il messaggio dei vescovi è buono».

In tema di viaggi lunghi, andrà in Argentina? Magari con uno scalo alle Canarie?
«Se andrò in Argentina, è una cosa ancora non decisa. Io vorrei andare, è il mio popolo, ma ancora non deciso. Ci sono diverse cose da risolvere prima. Io penso un po’ di andare alle Canarie, perché lì ci sono situazioni di migranti che vengono dal mare e vorrei essere vicino ai governanti e al popolo».

Ci sarà a Parigi per l’inaugurazione di Notre-Dame a dicembre?
«No, non andrò a Parigi»

A Timor-Leste ha menzionato giovani vittime di abusi sessuali, ovviamente abbiamo pensato al vescovo Belo. In Francia c’è stato un caso simile con l’Abbé Pierre, il fondatore di Emmaus. In entrambi i casi, il loro carisma ha fatto sì che fosse più difficile credere alle accuse. Vorrei chiedere: cosa sapeva il Vaticano riguardo l’Abbé Pierre? E cosa può dire alle vittime, e a chi ha difficoltà a credere che una persona che ha fatto tanto bene abbia anche potuto commettere dei crimini?
«Hai toccato un punto molto dolente, molto delicato. È gente buona, gente che fa il bene. Hai nominato l’Abbé Pierre. Con tanto bene fatto, si vede che questa persona è un peccatore brutto. E questa è la nostra condizione umana. Non dobbiamo dire: copriamo, copriamo perché non si veda. I peccati pubblici sono pubblici e vanno condannati. Noi dobbiamo parlare chiaro su queste cose, non nascondere. Il lavoro contro gli abusi è una cosa che tutti noi dobbiamo fare. Ma non solo contro gli abusi sessuali, contro ogni tipo di abuso: l’abuso sociale, l’abuso educativo, il cambiare la mentalità alla gente, il togliere la libertà. L’abuso è a mio giudizio una cosa demoniaca, perché ogni tipo di abuso distrugge la dignità della persona, cerca di distruggere quello che tutti noi siamo: immagine di Dio. Io sono contento quando vengono fuori questi casi. Tre anni fa, abbiamo fatto un incontro con i presidenti delle Conferenze Episcopali sui casi di abuso sessuale e altri abusi. Abbiamo avuto una statistica molto ben fatta, credo dalle Nazioni Unite: il 42-46 per cento degli abusi avviene in famiglia o nel quartiere. L’abuso sessuale dei bambini, dei minorenni, è un crimine e una vergogna. Ancora sull’Abbé Pierre, non so quando il Vaticano è venuto a saperlo, io non ero qui e mai mi è venuto di fare una ricerca su questo. Certamente dopo la morte, prima non so».

Alcuni Paesi cominciano a distanziarsi dal loro impegni climatici o a compiere la transizione alla «green energy». Cosa ne pensa?
«Penso che il problema climatico è grave, è molto grave. Parigi è stato il culmine (la Cop21 del 2016, ndr.), da quel momento in poi gli incontri climatici sono in discesa. Si parla, si parla, ma non si fa. Questa è la mia impressione. Di questo ho parlato in due scritti, Laudato si’ e Laudate Deum».

A Timor Leste ha detto di stare attenti ai coccodrilli. Cosa intendeva?
«Timor-Leste ha una cultura semplice, familiare, gioiosa. È una cultura di vita, ha tanti bambini, tanti. Quando ho usato l’immagine dei coccodrilli che vengono sulla spiaggia, parlavo delle idee che possono venire da fuori per rovinare questa armonia».

Lì i cattolici sono la maggioranza ma c’è una crescita delle sette. Il termine «coccodrilli» si riferiva anche a loro?
«Può darsi, io non parlo di quello, non posso, ma può darsi. Perché tutte le religioni vanno rispettate, ma si fa una distinzione tra religione e setta. La religione è universale, qualsiasi essa sia. La setta è restrittiva, è un gruppetto che ha sempre un’altra intenzione».

Durante questo viaggio ha parlato molto apertamente dei problemi anche di ogni Paese, non solo delle bellezze. E proprio per questo ci siamo chiesti: come mai non ha parlato del fatto che a Singapore esiste ancora la pena di morte?
«È vero, non mi è venuto in mente. La pena di morte non funziona: lentamente dobbiamo di eliminarla. Tanti Paesi hanno la legge, ma non eseguono la sentenza. Negli Stati Uniti è lo stesso… Ma la pena di morte va fermata, non va, non va».

Come ha trovato Singapore?
«Non mi aspettavo di trovare Singapore così. La chiamano la New York dell’Oriente, un Paese sviluppato, pulito, gente educata, la città, grattacieli grandi, anche quelli per gli operai, messi bene, puliti, questo mi è piaciuto tanto, non ho sentito discriminazione. Anche una grande cultura interreligiosa. E il ruolo internazionale, ho visto che la prossima settimana c’è la Formula uno. Ogni Paese ha una ricchezza diversa. Per questo è importante la fratellanza nella comunicazione. Ad esempio, se io penso a Timor-Leste ho visto tanti bambini, a Singapore non ne ho visti tanti. Forse è una cosa da imparare… Il futuro sono i bambini».

“Nel momento in cui satana si illuderà di essere il padrone del mondo gli strapperò il suo bottino dalle mani”.

Cari amici, vi presento la figura di una grande mistica del nostro tempo, suor  Maria Natalia Magdolna, le cui rivelazioni, in sintonia con quelle di Maria Valtorta, aiutano a comprendere meglio i messaggi della Regina della  pace.

Suor Maria Natalia Magdolna (1901-1992) era una religiosa ungherese delle Suore del Buon Pastore di Santa Maria Maddalena. Nacque in un villaggio vicino a Pozsony nel 1901 (la futura Bratislava della Repubblica Slovacca). La neonata fu battezzata il 2 febbraio nella festa della Purificazione e venne consacrata alla Vergine Maria. Fin da bambina ebbe una grande attrazione per la vita religiosa ed un profondo amore per Gesù e Maria. Narra Claudia Matera nel suo libro Rivelazioni profetiche di Suor Maria Natalia Magdolna, Mistica del XX secolo, editi della Sugarco, che a 13 anni ebbe un incontro straordinario:”

Un pomeriggio d’estate… il cancello si aprì ed entrò una signora… Una gioia soprannaturale promanava da lei. La donna chiese ospitalità e la famiglia di Maria Natalia accettò. “La donna cominciò a parlare a tutti noi del paradiso e le sue parole mi rallegravano l’anima… Dalla sua intera persona irradiavano una maestà e una bellezza celestiale… Mi parlò del paradiso per l’intera notte. Non desideravo smettere di ascoltarla per la bellezza del suo parlare “(pag. 75-76). La piccola seguì la sua vocazione religiosa e divenne suora. A 18 anni entrò nel convento a Pozsnan: fu trasferita in seguito in Belgio ma molto malata dovette ritornare in Ungheria.

A 33 anni, nel 1934, ebbe una visione di Gesù che le disse: “Tu mi chiedesti di volermi imitare e che ti prendessi con me a 33 anni. L’ora è arrivata. Ti sto chiamando. Ma se tu accetti di continuare a soffrire sulla terra per salvare anime, io prolungherò la tua vita”. Suor Maria Natalia accettò la sua missione. In seguito la suora fu inviata nel convento di Keckemet sempre in Ungheria, dove Padre Jenö Krasznay, teologo, la guidò spiritualmente per un certo periodo. Il sacerdote si rese conto della soprannaturalità delle rivelazioni profetiche della suora. Nel 1950 vennero soppresse dal comunismo tutte le comunità religiose e la suora andò a vivere in campagna, dove trascorse in penitenza e preghiera il resto della sua vita.

Ebbe un’intensa vita mistica, costellata da numerose rivelazioni e visioni profetiche da parte di Gesù e Maria. I Messaggi furono ricevuti principalmente tra il 1939 e il 1943. Furono profezie rivelate alla suora per risvegliare le coscienze sopite della Chiesa e dei fedeli, per suscitare il senso di urgenza e di preghiera ma allo stesso tempo di gioia e pace. Sono messaggi relativi al trionfo del Cuore Immacolato di Maria e alla seconda venuta di Gesù, messaggi meravigliosi e tremendi allo stesso tempo, che ci spingono ad una seria revisione di vita, e che sottolineano il valore della preghiera riparatoria e di espiazione. 

Gesù mi parlò così: “Vi rinnovo la mia richiesta: pregate affinché i peccatori si convertano e ritornino a Dio. Pregate, perché accolgano la grazia e cambino vita prima dell’avvento della pace benedetta profetizzata. Coloro che non ritornano a Dio prima di quel momento di grazia rischiano di perdersi eternamente. Voi anime fedeli, non temete. Pregate e abbiate fiducia nella forza santa della preghiera e rallegratevi, perché […] mia Madre Immacolata, nella pienezza del suo potere regale e della grazia, in unione con le schiere angeliche, annienterà il potere dell’inferno”. 

La Vergine soggiunse: “Quando satana arriverà dovunque al potere; quando avrà catturato la maggior parte delle anime; quando il suo sconfinato orgoglio gli lascerà credere di poter annientare il bene, la creazione intera e persino le anime; quando la vera fede non sussisterà più che in qualche anima; quando la luce della vera fede rimarrà accesa in pochissime famiglie, perché i tiepidi e gli indecisi avranno ceduto alle seduzioni di satana, allora improvvisamente e inaspettatamente arriverà la vittoria decisiva della divina misericordia, che porrà fine al regno della menzogna e preparerà la via alla pace universale. Nel momento in cui satana si illuderà di essere il padrone del mondo e penserà di essere sul punto di sedere in trono, gli strapperò il suo bottino dalle mani. La vittoria finale non apparterrà che al mio divino Figlio e a me. “.

E ancora: “Il tempo della pace nel mondo non è rimandato, ma il Padre del Cielo vuole concedere ancora tempo a coloro che sono in grado di convertirsi e di rifugiarsi in Dio. Tra questi si convertiranno anche molti che ora negano l’esistenza di Dio, ma che un giorno crederanno in lui. Questo tempo supplementare di grazia che è accordato all’umanità è dovuto alle penitenze e alle preghiere che sono state offerte nel mondo intero, a favore di tutta l’umanità, nel corso di molti anni e di cui il Padre si è compiaciuto. Le porte dell’inferno rimarranno chiuse davanti a coloro che si saranno convertiti: non si danneranno, perché la grazia della fede li fortificherà e non ricadranno più nei loro peccati.

La preghiera ha questa potente efficacia, perché io, la Regina Vittoriosa del Mondo, prego con voi e con voi consolo Dio delle grandi offese che riceve. Fate sì che il vostro stesso respiro diventi preghiera espiatoria agli occhi di Dio. Se volete accelerare il grande miracolo della mia vittoria, con la quale voglio salvare il mondo, dovete affidarvi a me e a mio Figlio con fiducia filiale e incondizionata, proprio come i bimbi si affidano alla mamma, facendo riparazione, offrendo la vostra vita e pregando.  La vostra fede, fino ad ora, è stata molto immatura e l’efficacia della vostra preghiera dipende dalla vostra fede. Se pregate con piena fiducia, la vittoria che state aspettando porterà la gioia della pace universale in un universo purificato. Abbiate fede! Fidatevi di me sempre, figli miei!”. 

Gesù riprende le parole della Madre: “il mondo si è pervertito ostinandosi nella sua iniquità e si allontana sempre di più da me, ma io non posso pentirmi del mio amore. Stendo la mia mano verso di esso in un gesto che può essere allo stesso tempo misericordia o castigo: misericordia per quelli che mi amano, castigo per quelli che mi disprezzano. Mentre vi parlo voi ascoltate la voce di colui che è al di sopra di tutte le cose. Quando stendo la mano verso di voi compare accanto a me mia Madre, affinché possiamo sfuggire al castigo. La malvagità genera malvagità e il mondo ha raggiunto un punto tale di malvagità da esigere che il male venga fermato per la stessa sopravvivenza del mondo”.

Claudia Matera, Rivelazioni profetiche di Suor Maria Natalia Magdolna, Sugarco Edizioni, pp. 163-164

Papa Francesco chiude a Singapore il viaggio in Oriente: l’insegnamento del primo missionario e il sogno Cina

di Gian Guido Vecchi, nostro inviato a Singapore – Corriere della Sera – 13 Settembre 2024

L’omelia davanti ai 50 mila di Singapore per l’ultima tappa di un pellegrinaggio fortemente voluto da Papa Francesco

DAL NOSTRO INVIATO 
SINGAPORE – «Signore, eccomi; che cosa vuoi che io faccia?». Afa, umidità, nello stadio si respira a fatica, e c’è qualcosa di commovente nell’immagine di un Papa che ha patito ricoveri per la bronchite, si sposta in sedia a rotelle o si regge in piedi appoggiato a un bastone, a quasi ottantotto anni ha percorso decine di migliaia di chilometri tra Asia e Oceania per andare «ai confini del mondo» e ora, nell’ultimo giorno del viaggio più lungo, conclude la sua omelia a cinquantamila fedeli come un riferimento al senso del suo pontificato e alle origini della sua stessa formazione. 

Perché la citazione di Francesco è tratta da una lettera di Francesco Saverioprimo missionario gesuita in Oriente, scrisse al fondatore della Compagnia di Gesù, Ignazio di Loyola, e ai primi compagni. Una lettera «bellissima», dice il primo Papa gesuita della storia, nella quale padre Saverio «manifesta il suo desiderio di andare in tutte le università del suo tempo a “gridare qua e là come un pazzo e scuotere coloro che hanno più scienza che carità”, perché si sentano spinti a farsi missionari per amore dei fratelli, “dicendo dal profondo del loro cuore: “Signore, eccomi; che cosa vuoi che io faccia?”».

Nella città-stato all’estremità meridionale della penisola malese, Bergoglio ha passato la notte dai confratelli, nel centro che i gesuiti hanno dedicato al patrono delle missioni. Tante volte, ricorda ora, Francesco Saverio trovò ospitalità in questa terra, «l’ultima il 21 luglio 1552, pochi mesi prima di morire». 

Ed è straordinario il riferimento a quel viaggio verso la Cina, la sua ultima missione: Francesco Saverio morì nell’isola di Sanciano, vegliato da un amico cinese, a poche miglia marine dalla costa del «Regno di Mezzo». Ma non importa, l’essenziale è sapersi spendere per «la carità e la giustizia», fino alla fine: «Cari fratelli e sorelle, se qualcosa di buono c’è e rimane in questo mondo, è solo perché, in infinite e varie circostanze, l’amore ha prevalso sull’odio, la solidarietà sull’indifferenza, la generosità sull’egoismo».

In questi giorni ha invocato «pace tra le nazioni e per il creato». Domenica scorsa, in assenza di strade percorribili dalla capitale, ha preso un C-130 militare per raggiugere in giornata Vanimo, sulla costa occidentale di Papua Nuova Guinea, il punto più inaccessibile di uno dei luoghi più remoti del pianeta, deciso a visitare una missione nata per aiutare gente cui manca tutto, luce, gas, istruzione, servizi sanitari, uno degli indigeni che avevano attraversato la giunga per vederlo aveva gli occhi sbarrati: «È incredibile che il Papa sia qui». Portava con sé una tonnellata di farmaci, vestiti, giocattoli.

«Le risorse della terra e delle acque sono beni destinati da Dio all’intera collettività», ha scandito nel Paese più povero dell’Oceania, dove le multinazionali cinesi, americane, australiane ed europee si dividono giacimenti di oro, argento, rame, gas, petrolio, acqua. In Indonesia, nel Paese musulmano più popoloso del mondo, aveva firmato una «dichiarazione congiunta» con il grande imam di Giacarta perché le religioni collaborino «per il bene dell’umanità» e non siano strumentalizzate dagli estremisti. 

Da ultimo, a Timor Leste, ha celebrato davanti a seicentomila persone, e non s’era mai visto che la metà o quasi della popolazione di un intero Stato partecipasse a una Messa. Il contrasto è netto, dalla teoria di baracche con le fogne a cielo aperto di Giacarta alla skyline postmoderna e vertiginosa di Marina Bay. Ma le parole di elogio a Singapore sono anche un messaggio ai Paesi più ricchi: «Il vostro impegno per uno sviluppo sostenibile e per la salvaguardia del creato è un esempio da seguire, e la ricerca di soluzioni innovative per affrontare le sfide ambientali può incoraggiare altri Paesi a fare lo stesso».

Qui Francesco ha continuato il suo periplo intorno alla Cina iniziato dieci anni fa in Corea e proseguito con i viaggi in Sri Lanka, Filippine, Myanmar, Bangladesh, Thailandia, Giappone, Kazakistan e Mongolia. Nella città-stato il 74 per cento della popolazione è di etnia cinese e nella messa allo stadio la preghiera dei fedeli è anche in mandarino, oltre a inglese e tamil. 

Del resto basta vedere i volti sugli spalti. Tra i concelebranti c’è anche il cardinale cinese di Hong Konk, Stephen Chow Sau-Yan, figura-chiave nel rapporto della Santa Sede con Pechino. Di origine cinese è anche il cardinale di Singapore, Willliam Goh Seng Chye. 

«La grandezza e l’imponenza dei nostri progetti possono farcelo dimenticare, illudendoci di potere, da soli, essere gli autori di noi stessi, della nostra ricchezza, del nostro benessere, della nostra felicità, ma la vita alla fine ci riporta ad un’unica realtà: senza amore non siamo nulla», dice Francesco. Per questo ha voluto a tutti i costi questo viaggio nelle periferie del pianeta: «Una Chiesa che si nasconde nel centro, è una Chiesa malata»

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