di Gian Guido Vecchi, nostro inviato a Singapore – Corriere della Sera – 13 Settembre 2024

L’omelia davanti ai 50 mila di Singapore per l’ultima tappa di un pellegrinaggio fortemente voluto da Papa Francesco

DAL NOSTRO INVIATO 
SINGAPORE – «Signore, eccomi; che cosa vuoi che io faccia?». Afa, umidità, nello stadio si respira a fatica, e c’è qualcosa di commovente nell’immagine di un Papa che ha patito ricoveri per la bronchite, si sposta in sedia a rotelle o si regge in piedi appoggiato a un bastone, a quasi ottantotto anni ha percorso decine di migliaia di chilometri tra Asia e Oceania per andare «ai confini del mondo» e ora, nell’ultimo giorno del viaggio più lungo, conclude la sua omelia a cinquantamila fedeli come un riferimento al senso del suo pontificato e alle origini della sua stessa formazione. 

Perché la citazione di Francesco è tratta da una lettera di Francesco Saverioprimo missionario gesuita in Oriente, scrisse al fondatore della Compagnia di Gesù, Ignazio di Loyola, e ai primi compagni. Una lettera «bellissima», dice il primo Papa gesuita della storia, nella quale padre Saverio «manifesta il suo desiderio di andare in tutte le università del suo tempo a “gridare qua e là come un pazzo e scuotere coloro che hanno più scienza che carità”, perché si sentano spinti a farsi missionari per amore dei fratelli, “dicendo dal profondo del loro cuore: “Signore, eccomi; che cosa vuoi che io faccia?”».

Nella città-stato all’estremità meridionale della penisola malese, Bergoglio ha passato la notte dai confratelli, nel centro che i gesuiti hanno dedicato al patrono delle missioni. Tante volte, ricorda ora, Francesco Saverio trovò ospitalità in questa terra, «l’ultima il 21 luglio 1552, pochi mesi prima di morire». 

Ed è straordinario il riferimento a quel viaggio verso la Cina, la sua ultima missione: Francesco Saverio morì nell’isola di Sanciano, vegliato da un amico cinese, a poche miglia marine dalla costa del «Regno di Mezzo». Ma non importa, l’essenziale è sapersi spendere per «la carità e la giustizia», fino alla fine: «Cari fratelli e sorelle, se qualcosa di buono c’è e rimane in questo mondo, è solo perché, in infinite e varie circostanze, l’amore ha prevalso sull’odio, la solidarietà sull’indifferenza, la generosità sull’egoismo».

In questi giorni ha invocato «pace tra le nazioni e per il creato». Domenica scorsa, in assenza di strade percorribili dalla capitale, ha preso un C-130 militare per raggiugere in giornata Vanimo, sulla costa occidentale di Papua Nuova Guinea, il punto più inaccessibile di uno dei luoghi più remoti del pianeta, deciso a visitare una missione nata per aiutare gente cui manca tutto, luce, gas, istruzione, servizi sanitari, uno degli indigeni che avevano attraversato la giunga per vederlo aveva gli occhi sbarrati: «È incredibile che il Papa sia qui». Portava con sé una tonnellata di farmaci, vestiti, giocattoli.

«Le risorse della terra e delle acque sono beni destinati da Dio all’intera collettività», ha scandito nel Paese più povero dell’Oceania, dove le multinazionali cinesi, americane, australiane ed europee si dividono giacimenti di oro, argento, rame, gas, petrolio, acqua. In Indonesia, nel Paese musulmano più popoloso del mondo, aveva firmato una «dichiarazione congiunta» con il grande imam di Giacarta perché le religioni collaborino «per il bene dell’umanità» e non siano strumentalizzate dagli estremisti. 

Da ultimo, a Timor Leste, ha celebrato davanti a seicentomila persone, e non s’era mai visto che la metà o quasi della popolazione di un intero Stato partecipasse a una Messa. Il contrasto è netto, dalla teoria di baracche con le fogne a cielo aperto di Giacarta alla skyline postmoderna e vertiginosa di Marina Bay. Ma le parole di elogio a Singapore sono anche un messaggio ai Paesi più ricchi: «Il vostro impegno per uno sviluppo sostenibile e per la salvaguardia del creato è un esempio da seguire, e la ricerca di soluzioni innovative per affrontare le sfide ambientali può incoraggiare altri Paesi a fare lo stesso».

Qui Francesco ha continuato il suo periplo intorno alla Cina iniziato dieci anni fa in Corea e proseguito con i viaggi in Sri Lanka, Filippine, Myanmar, Bangladesh, Thailandia, Giappone, Kazakistan e Mongolia. Nella città-stato il 74 per cento della popolazione è di etnia cinese e nella messa allo stadio la preghiera dei fedeli è anche in mandarino, oltre a inglese e tamil. 

Del resto basta vedere i volti sugli spalti. Tra i concelebranti c’è anche il cardinale cinese di Hong Konk, Stephen Chow Sau-Yan, figura-chiave nel rapporto della Santa Sede con Pechino. Di origine cinese è anche il cardinale di Singapore, Willliam Goh Seng Chye. 

«La grandezza e l’imponenza dei nostri progetti possono farcelo dimenticare, illudendoci di potere, da soli, essere gli autori di noi stessi, della nostra ricchezza, del nostro benessere, della nostra felicità, ma la vita alla fine ci riporta ad un’unica realtà: senza amore non siamo nulla», dice Francesco. Per questo ha voluto a tutti i costi questo viaggio nelle periferie del pianeta: «Una Chiesa che si nasconde nel centro, è una Chiesa malata»