"VI SUPPLICO: CONVERTITEVI!" (REGINA DELLA PACE-MEDJUGORJE)

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Santi Arcangeli Michele, Gabriele e Raffaele

Michele (da Mi-ka-El), che significa «Chi è come Dio?», già nel nome esprime l’onnipotenza del Creatore assieme all’umiltà dell’Arcangelo. Gabriele (da Gavri’El), «Fortezza di Dio», testimonia bene come Antico e Nuovo Testamento si illuminino a vicenda. Raffaele (da Rafa’El), «Medicina di Dio», si rivela quale «uno dei sette angeli che sono sempre pronti a entrare alla presenza della gloria del Signore»

Ermes Dovico – La Nuova Bussola 9 Settembre 2024

In seguito alla riforma del calendario liturgico del 1969, la Chiesa ricorda insieme i tre Arcangeli nel giorno che in precedenza era dedicato al solo san Michele (il 24 marzo cadeva la festa di san Gabriele e il 24 ottobre quella di san Raffaele).

Michele (da Mi-ka-El), che significa «Chi è come Dio?», già nel nome esprime l’onnipotenza del Creatore assieme all’umiltà dell’Arcangelo, come ben descritto da san Gregorio Magno: «Quando deve compiersi qualcosa che richiede grande coraggio e forza, si dice che è mandato Michele, perché si possa comprendere, dall’azione e dal nome, che nessuno può agire come Dio». Il Libro di Daniele lo chiama «il gran principe» che vigila sui figli del popolo di Dio. E l’Apocalisse fa capire perché la Chiesa lo veneri come principe delle milizie celesti, avversario di Satana e degli altri angeli ribelli: «Scoppiò quindi una guerra nel cielo: Michele e i suoi angeli combattevano contro il drago. Il drago combatteva insieme ai suoi angeli, ma non prevalse e non vi fu più posto per loro in cielo» (Ap 12, 7-8). Dopo la celebre visione avuta verso il 1884, Leone XIII compose una preghiera a san Michele che fu recitata al termine di ogni Messa non cantata fino al 1964. L’istruzione Inter Oecumenici la fece cadere in disuso a livello liturgico, sebbene nel XXI secolo si assista a una sua riscoperta grazie anche al sorgere di gruppi di fedeli amanti della Messa in rito antico.

Gabriele (da Gavri’El), «Fortezza di Dio» o «forza di Dio», è scelto dall’Onnipotente per il messaggio centrale nella storia della salvezza: annunciare la nascita di Gesù alla Vergine Maria, che onora chiamandola «piena di grazia», in perfetto accordo con la volontà divina. Come riporta l’evangelista Luca, Gabriele aveva annunciato sei mesi prima la nascita di Giovanni Battista, apparendo nel tempio a Zaccaria. La sua figura testimonia bene come Antico e Nuovo Testamento si illuminino a vicenda: proprio lui (cfr. Dn 9, 21-27) spiega a Daniele la profezia delle «settanta settimane» (490 anni per l’esegesi) che sarebbero passate prima di «mettere i sigilli ai peccati, espiare l’iniquità, stabilire una giustizia eterna, suggellare visione e profezia e ungere il Santo dei Santi», prefigurazione della prima venuta di Cristo e della sua Redenzione. La Chiesa lo ha eletto patrono dei lavoratori delle comunicazioni.

Raffaele (da Rafa’El), «Medicina di Dio», compare nel Libro di Tobia, dove si rivela inizialmente in forma umana con il nome di Azaria: è lui che accompagna Tobia nel viaggio per riscuotere un vecchio credito del padre, un uomo generoso nel fare elemosine e diventato cieco. Lungo il viaggio Raffaele aiuta Tobia a sposare Sara, lo esorta a pregare insieme a lei e ne libera il matrimonio dagli attacchi del diavolo, che fino ad allora aveva tormentato la giovane facendole morire tutti i mariti alla prima notte di nozze. Al ritorno a casa, il padre di Tobia guarisce dalla cecità grazie alla sua intercessione. Prima di risalire in cielo, si rivela come Raffaele, «uno dei sette angeli che sono sempre pronti a entrare alla presenza della gloria del Signore». Con un versetto simile l’Apocalisse presenta gli angeli a cui vengono date le sette trombe all’apertura del settimo sigillo. Raffaele è patrono di ammalati, fidanzati, sposi e viaggiatori.

Il senso metafisico della Russia

di Stefano Caprio – Asia News – 29 Settembre 2024

Un Forum organizzato dalla facoltà di filosofia della principale università di Mosca dedicato agli avvenimenti del tempo presente in Russia ha espresso posizioni non scontate e univoche. Pur senza criticare apertamente le posizioni del potere dominante, i filosofi dimostrano di non voler rinunciare alla vera dimensione dell’anima russa, quella dell’apertura a tutte le varianti dello spirito

Si è tenuto nei giorni scorsi al Grand Hotel Metropol, tra il teatro Bolšoj e la piazza Rossa, un Forum filosofico internazionale dal titolo “Conoscere il senso della Russia”, organizzato dalla facoltà di filosofia della principale università di Mosca, la “Lomonosov Mgu”, con il sostegno del fondo presidenziale per le iniziative culturali. Gli organizzatori hanno affermato di voler uscire dallo stile delle dissertazioni scientifiche per provare, basandosi sulla tradizione della filosofia russa, a capire gli avvenimenti del tempo presente “in prima persona”. Filosofi, storici e filologi si sono impegnati a confrontare le questioni metafisiche con i problemi pratici dell’attuale politica della Russia.

Non si è trattato semplicemente di una iniziativa di “alta propaganda”, anche se il forum è stato aperto da una serie di pronunciamenti di uomini politici, che usano le categorie filosofiche per giustificare le scelte più ardite e aggressive dell’ideologia militarista e imperiale del putinismo attuale. Su tutti si è imposto il vice-presidente della Duma di Mosca, Petr Tolstoj, lontano discendente del grande scrittore di “Guerra e Pace” e uno dei principali sostenitori della “filosofia del mondo russo” che deve riportare il mondo ai veri valori tradizionali. A suo parere “soltanto chiarendoci tra di noi e dentro di noi, potremo spiegare a tutto il mondo in che cosa consiste la civiltà russa”. Lo Stato deve proporre all’intera società un’immagine compiuta del futuro che ci attende, e i filosofi devono fornire le categorie più adeguate per questo compito.

L’università Mgu, pur essendo l’istituto statale più importante, ha cercato in questi anni di sconvolgimenti di rimanere equilibrata e distante dagli eccessi propagandistici, a differenza di altre istituzioni come l’università umanistica Rggu o la Scuola superiore di economia Vyška, che fino a due anni fa erano le più aperte al dialogo culturale con l’Occidente, per poi trasformarsi in scuole quadri per ideologi del conflitto universale. In particolare, la facoltà di filosofia Mgu ha mantenuto abbastanza integro il gruppo che cerca di conservare il legame con le varie correnti filosofiche della Russia del presente e del passato, evitando di coinvolgersi in progetti e iniziative legate direttamente alla politica. Ora si è voluto stimolarli “dall’alto” a prendere posizione in modo più esplicito, ma il forum ha comunque espresso posizioni non scontate e univoche, riflettendo la molteplicità tipica della vera cultura russa.

La “filosofia russa” in quanto tale, soprattutto nella fase più intensa dei dibattiti ottocenteschi, non si è mai concentrata infatti su posizioni unilaterali. Al contrario, si caratterizza per il confronto e la rielaborazione delle diverse posizioni dell’eredità comune europea e mondiale. Nella divisione classica tra gli “slavofili” e gli “occidentalisti”, i russi partivano dalla rilettura dei più grandi filosofi tedeschi: lo slavofilismo sosteneva la necessità di svolgere fino in fondo l’idea di una “filosofia religiosa” proposta da Friedrich Schelling, mentre i loro avversari si basavano sulle teorie razionaliste di Georg Wilhelm Hegel, con l’inevitabile corso storico verso lo “spirito assoluto” da realizzare con la rivoluzione sociale. Questo rende l’intera cultura russa leggibile da diverse prospettive e in direzioni opposte, a differenza di quanto vorrebbero imporre gli ideologi della Russia attuale nella proclamazione astratta dei “valori tradizionali”.

Così l’importante filologa Tatiana Kasatkina, richiamandosi allo spirito multiforme del grande scrittore slavofilo Fëdor Dostoevskij, ha affermato nel suo intervento che “le attuali élite della Russia non hanno veramente compreso il senso dell’idea russa”. Come insegna la storia dell’impero pietroburghese, già ai tempi di Pietro il Grande le classi aristocratiche erano separate dal popolo, creando per questo una “ideologia di tipo coloniale”, in quanto il popolo stesso veniva disprezzato e considerato barbarico, senza veri contenuti spirituali, e “invece di servire la società, hanno cominciato ad amministrarla dall’alto”, conclude Kasatkina, con evidenti analogie con l’attuale situazione della Russia.

Il filosofo Mikhail Bogatov ha commentato a sua volta il fatto che “mentre pianificano il loro futuro, i russi spesso non tengono conto del ruolo effettivo del proprio Paese, il proprio topos nella realtà universale”. Ciò che ha spesso tormentato la Russia è proprio il tentativo di imporre una visione del mondo che finisce per escludere la Russia stessa, che rimane un “mondo incompiuto” e in sospeso tra altre potenze e altre culture. Spesso questo viene giustificato come il “sacrificio” dei russi in favore degli altri popoli, annullando di fatto sé stessi, e anche questa affermazione sembra confermarsi oggi in dimensioni clamorose. Bogatov osserva che questa contraddizione risulta molto evidente nei nuovi corsi scolastici obbligatori di “Fondamenta della statualità russa”, che a suo parere “sembrano scritti per convincere gli stranieri della grandezza della Russia”, più che per informare adeguatamente gli stessi studenti.

Anche un altro eminente professore di storia, Sergej Perevezentsev, giunge alla conclusione che la politologia russa sembra essere oggi sempre più dipendente da quella anglosassone, ma in forma “difensiva e conservatrice”, lasciandosi dettare le argomentazioni dal dibattito in corso nel “mondo nemico”. I valori tradizionali che la Russia intende difendere non sono i “valori russi”, ma i “contro-valori” rispetto all’Occidente, per distinguersi ammiccando alle fazioni politiche dei vari Paesi del mondo, soprattutto d’Europa e America, che si sentono attratti dall’ideologia sovranista e tradizionalista della Russia, provando una profonda insoddisfazione per i cambiamenti in atto nella società contemporanea.

Il sociologo Sergej Baranov è poi intervenuto su “Civiltà russa come variante originale e sovrana della civiltà dell’Europa orientale, e civiltà attuale del tempo assiale”, cercando di riportare la metafisica sul versante della missione russa. A suo parere “oggi la filosofia ha la possibilità di costruire qualcosa di diverso dalle radici occidentali”, ripartendo anch’egli dalla contrapposizione dei valori, passando “dall’ambito del razionalismo occidentale alla filosofia della pratica super-razionale”, una definizione oscura per incitare a una “rivoluzione spirituale della persona”, e attraverso di essa giungere a un “ordinamento sociale-economico e tecnologico di tipo assiale”, un modo per ribadire la superiorità russa dei valori.

Nelle conversazioni di corridoio con i tanti giornalisti presenti, alcuni partecipanti si sono messi a discutere sul perché gli slavofili si siano concentrati sulla dimensione religiosa, come segno della distinzione della Russia dall’Occidente. Ritornando alle grandi visioni dell’Ottocento, i filosofi tornano alla questione della “gerarchia degli imperi” che distingueva la Russia, che allora proponeva all’Austria e alla Prussia la “Santa Alleanza” di ortodossi, cattolici e protestanti, e oggi risale alle radici religiose dell’Europa con la “operazione militare speciale”.

Il forum era dedicato al 150° dalla nascita di uno dei più grandi filosofi russi, quel Nikolaj Berdjaev che dopo la rivoluzione bolscevica e le guerre mondiali descriveva la situazione del mondo come quella di un “Nuovo Medioevo”. Molte relazioni hanno cercato nel filosofo del “personalismo russo” una ispirazione per capire la Russia e il mondo di oggi, accostandolo a un altro intellettuale il cui anniversario cadeva nei giorni dell’incontro, il filosofo e storico della religione Aleksej Losev, l’unico “pensatore idealista” permesso da Stalin nei tempi dell’ateismo ufficiale. Berdjaev sosteneva l’importanza della libertà e della creatività come elementi essenziali dell’idea russa, in tempi in cui era necessario pensare un mondo nuovo, in cui l’uomo deve cercare di ritrovare il rapporto con il Creatore.

Molti altri interventi hanno cercato di ribadire la potenzialità innovativa e originale della cultura russa, e il decano della facoltà filosofica Mgu, Aleksej Kozyrev, ha concluso affermando che “la relazione tra la filosofia russa e la politica dipende dalla scelta di ciascuno”, il pensiero non deve dipendere dagli obblighi e dalle imposizioni, ma in ogni caso “le valutazioni filosofiche degli eventi non possono ridursi ad affermazioni primitive”. Pur senza criticare apertamente le posizioni del potere dominante, i filosofi russi dimostrano che non vogliono rinunciare alla vera dimensione dell’anima russa, quella dell’apertura a tutte le varianti dello spirito, parlando ciascuno “in prima persona” davanti al mondo intero.

Il Papa a Bruxelles: «In Occidente un cristianesimo di minoranza, bisogna ritornare all’essenziale del Vangelo»

Papa Francesco prega sulla tomba di Baldovino, il re che non volle firmare la legge sull’aborto

di Gian Guido Vecchi – Corriere della Sera 28 Settembre 2024

Francesco ha incontrato vescovi, religiosi e fedeli nella basilica del Sacro Cuore di Koekelberg. «Imparare dalle vittime di abusi a essere una Chiesa che si fa serva di tutti senza soggiogare nessuno»

BRUXELLES, dal nostro inviato –  «Cosa ci fa vedere la crisi? Siamo passati da un cristianesimo sistemato in una cornice sociale ospitale a un cristianesimo “di minoranza”, o meglio, di testimonianza». Papa Francesco si rivolge a vescovi, religiosi e fedeli nella Basilica di Bruxelles, al cuore di quell’Europa che guarda sempre più alla Chiesa con indifferenza, se non con disprezzo. Le colpe del passato hanno la loro parte, venerdì sera il Papa ha incontrato nella nunziatura diciassette vittime di abusi dopo aver ripetuto che «la Chiesa deve vergognarsi e chiedere perdono e fare tutto il possibile perché non succeda più». Ed ora si rivolge alla comunità cattolica con parole che valgono per tutto il vecchio mondo secolarizzato: «I cambiamenti della nostra epoca e la crisi della fede che sperimentiamo in Occidente ci hanno spinto a ritornare all’essenziale, cioè al Vangelo, perché a tutti venga nuovamente annunciata la buona notizia che Gesù ha portato nel mondo, facendone risplendere tutta la bellezza».

Elemento fondante

Le considerazioni del Papa riassumono un elemento fondante del suo pontificato e suonano tanto più significative alla viglia della sessione conclusiva del Sinodo, convocato da Francesco in Vaticano tra il 2 e il 27 ottobre perché la Chiesa rifletta su sé stessa. Non a caso Francesco ha deciso di sottrarre alla discussione sinodale i temi classici di scontro tra conservatori e progressisti e deciso di istituire dei «gruppi di studio» incaricati di approfondire, fino a giugno dell’anno prossimo, il «ruolo delle donne» e le «questioni dottrinali, pastorali ed etiche controverse». Ora spiega: «Il processo sinodale dev’essere un ritorno al Vangelo, non deve avere tra le priorità qualche riforma “alla moda”, ma chiedersi: come possiamo far arrivare il Vangelo in una società che non lo ascolta più o si è allontanata dalla fede? Chiediamocelo tutti».

La crisi

Del resto «la crisi, ogni crisi, è un tempo che ci è offerto per scuoterci, per interrogarci e per cambiare». La crisi che sta vivendo la Chiesa in Occidente «è un’occasione preziosa per essere svegliati dal torpore e ritrovare i sentieri dello Spirito, come è successo ad Abramo, a Mosè e ai profeti». Nel greco neotestamentario si dice kairòs, fa notare, il momento opportuno: «Quando sperimentiamo la desolazione, dobbiamo sempre chiederci quale messaggio il Signore ci vuole comunicare». Proprio questa mattina, dopo aver salutato nella nunziatura alcune autorità della Ue, Francesco è andato a sorpresa in una chiesa di Saint-Gilles per fare colazione assieme ai senzatetto aiutati dalla parrocchia. Si è seduto al tavolo con loro, li ha ascoltati, ha detto: «La Chiesa ha la sua ricchezza più grande nelle sue membra più deboli, e se vogliamo davvero conoscerne e mostrarne la bellezza, ci farà bene donarci tutti gli uni agli altri così, nella nostra piccolezza, nella nostra povertà, senza pretese e con tanto amore. Grazie per avermi accolto tra voi».

Misericordia

Francesco chiede una «conversione ecclesiale» e scandisce la sua riflessione in tre parole, «evangelizzazione, gioia, misericordia». Il ritorno all’essenziale del Vangelo si accompagna alla necessità di esprimerne la gioia, Francesco cita il suo predecessore: «Molto prima di diventare Papa, Joseph Ratzinger scrisse che una regola del discernimento è questa: “Dove manca la gioia, dove l’umorismo muore, qui non c’è nemmeno lo Spirito Santo, e viceversa: la gioia è un segno della grazia”». E poi c’è la misericordia, Bergoglio ringrazia chi nella Chiesa sta vicino alle vittime dei preti pedofili: «Grazie per il grande lavoro che fate per trasformare la rabbia e il dolore in aiuto, vicinanza e compassione. Gli abusi generano atroci sofferenze e ferite, minando anche il cammino della fede. E c’è bisogno di tanta misericordia, per non rimanere col cuore di pietra dinanzi alla sofferenza delle vittime, per far sentire loro la nostra vicinanza e offrire tutto l’aiuto possibile, per imparare da loro a essere una Chiesa che si fa serva di tutti senza soggiogare nessuno. Sì, perché una radice della violenza consiste nell’abuso di potere, quando usiamo i ruoli che abbiamo per schiacciare gli altri o per manipolarli». 

Gli sbagli

Come sempre, Francesco pensa anche ai carcerati: «Ricordiamoci: tutti possiamo sbagliare, ma nessuno è sbagliato, nessuno è perduto per sempre. Quando io entro in un carcere, mi domando: perché loro e non io? Misericordia, sempre misericordia». Alla fine evoca «L’atto di fede» di René Magritte, l’opera del pittore belga che rappresenta una porta chiusa dall’interno ma aperta al centro sul cielo: «Vi lascio questa immagine come simbolo di una Chiesa che non chiude mai le porte, che a tutti offre un’apertura sull’infinito, che sa guardare oltre. La Chiesa che evangelizza, vive la gioia del Vangelo, pratica la misericordia».

Legge omicida

Uscito dalla basilica, Francesco si è recato nella cripta reale, nella chiesa di Nostra Signora di Laeken. Accolto dal Re e dalla Regina, si è fermato a pregare in silenzio davanti alla tomba di Re Baldovino, che nel 1990 si sospese temporaneamente dalla carica per non firmare la legge sull’aborto. Il Papa lo ha elogiato per avere avuto il coraggio «lasciare il suo posto da Re per non firmare una legge omicida». Francesco ha allusa anche all’eutanasia quando ha esortato i belgi, fa sapere la Santa Sede, «a guardare a lui in questo momento in cui si fanno strada leggi criminali, auspicando che proceda la sua causa di beatificazione».

“Vogliono distruggere Israele, avamposto dell’occidente”. Intervista a Benny Morris  

Giulio Meotti  25 set 2024- IL FOGLIO

“Se l’Iran perdesse in guerra, il regime fanatico degli ayatollah cadrebbe” dice lo storico isrealiano, che spera vengano neutralizzati anche i suoi

“C’è uno scontro di civiltà, ne siamo dentro, ma in occidente la maggioranza rifiuta di accettarlo, di vedere la realtà nonostante gli attentati di Madrid, Londra, Parigi, Stoccolma e Berlino”. Dopo decenni a studiare il conflitto mediorientale e a capire le ragioni palestinesi, Benny Morris è arrivato alla conclusione che non è sulla terra, ma fra due concezioni del mondo. 

“Ci sono valori occidentali in contrasto con un mondo islamico il cui atteggiamento verso la vita, la libertà politica, la creatività, è completamente diverso e il mondo islamico attacca l’occidente e si infiltra in esso” spiega al Foglio l’insigne storico israeliano, a lungo docente alla Ben Gurion University nella città di Beersheba, oggi 75enne capofila di quella che venne definita la corrente dei “Nuovi Storici”. 

“Israele è la frontiera di questo scontro di civiltà, perché cerca di essere un argine al fondamentalismo islamico di Hamas e Hezbollah, sostenuti dall’Iran” prosegue Morris al Foglio. “Vogliono distruggere Israele, l’Iran lo dice apertamente, come i suoi satelliti Hamas e Hezbollah, non solo perché ha preso loro una terra che doveva essere islamica nella loro logica, ma la verità è che vedono Israele come un avamposto della civiltà occidentale.

Gli arabi che ci hanno visto arrivare qui negli anni 1880, 1890 e all’inizio del 1900, ci consideravano un’estensione dell’occidente. Ci sono altri posti dove l’oriente incontra l’occidente. La Nigeria settentrionale, il Kenya settentrionale al confine con la Somalia, le Filippine, la Thailandia: queste sono le terre di confine tra l’islam e l’occidente. E noi siamo una di queste, sfortunatamente. Dopo Israele, vogliono islamizzare il mondo intero. E vogliono farlo gradualmente”. 


Non è realistico, ma questo non significa che non ci provino. “E loro pensano che si stanno avvicinando al loro obiettivo. Le comunità islamiche in occidente, come in Francia, Belgio e Inghilterra, sono diventate persino politicamente importanti e nelle elezioni vediamo che contano sempre di più. E dalla loro hanno tassi di fertilità più alti degli occidentali postcristiani.

 Secondo Bernard Lewis, l’Europa alla fine del secolo avrà una maggioranza islamica”. Qualche anno fa, Morris fu quasi linciato mentre andava a una conferenza alla London School of Economics. “Non sono sorpreso dalla loro infiltrazione nelle università: ricevono molto denaro da paesi come il Qatar e l’Arabia Saudita. Università dove vediamo che i giovani con la kefiah cantano ‘Palestina libera dal fiume al mare’ e sostengono Hamas. Anche in America, dove ha una piccola comunità islamica. E anche nelle elezioni del prossimo novembre, in stati come il Michigan”. 


Per molti, Israele non può permettersi due guerre contemporaneamente, a sud contro Hamas e a nord contro Hezbollah. “A Gaza la guerra sta scendendo di intensità e ora l’attenzione è sul nord” ci dice Morris. “Quel che resta di Hamas è nei tunnel. Israele ha una divisione e mezzo a Gaza. A nord potrebbe, e io spero, che diventi una guerra aperta contro l’Iran e i suoi satelliti. Israele si è ripreso dal trauma del 7 ottobre.

Se dovesse scoppiare una guerra totale ci sarebbe una massiccia invasione di terra da parte di colonne corazzate israeliane e un’occupazione prolungata del Libano meridionale. Ma lo stato maggiore e Netanyahu sembrano trattenersi, diffidenti data l’esperienza di Israele nel 1982-2000, quando occupò gran parte del Libano meridionale. Ma lo spopolamento della zona di confine israeliana è stato il principale risultato strategico di Hezbollah negli ultimi undici mesi di guerra transfrontaliera e l’estensione missilistica di Hezbollah più a sud in questi ultimi giorni minaccia di spopolare in modo massiccio il resto della Galilea, cosa che nessun governo israeliano può tollerare”.

Morris ha scarsa fiducia nell’Europa. “L’Europa è ancora immersa nell’appeasement da anni Trenta sull’Iran: allora l’Europa sapeva che Hitler era il male ma rifiutò di affrontarlo. Anche dopo l’11 settembre e il 7 ottobre, l’occidente non vede. Gli europei occidentali vivono una vita prospera e non vogliono essere trascinati in guerra”. Non ha fiducia neanche che la Repubblica islamica crolli per cause interne.

“Il regime iraniano gode del sostegno delle periferie e delle campagne, mentre la classe media li odia. Gli ayatollah hanno quasi metà del paese con sé. Una parte degli iraniani è molto religiosa e pensa che Allah sia dalla loro parte. E chi si oppone è massacrato nelle strade. Non è facile opporsi a un regime che ti vuole morto. Il regime non cadrà, a meno che non sarà sconfitto in una vera guerra e gli americani decidono di averne abbastanza e Israele bombarda le sue installazioni atomiche. Allora collasserebbe.

Ora è il momento di distruggere il regime fanatico degli ayatollah e sovvertire le sue ambizioni anti-occidentali. Se l’Iran avesse l’atomica, sarebbe tremendo per tutti, per Israele in primis, perché ci vuole distruggere. Ma Israele non lo consentirà. Netanyahu ha rimandato la resa dei conti, ma dovrebbe farlo finché Israele ha la superiorità militare e tecnologica per risolvere il problema. L’Iran è la principale minaccia a Israele e all’occidente”.

Il ritorno dello spettro di una guerra nucleare: 12 mila testate in mano a 9 Paesi, 3.900 sono schierate e 2.100 pronte all’uso

diGiuseppe Sarcina- Corriere della Sera – 26 Settembre 2024

La tecnologia fornisce armi sofisticate, ma i negoziati per arginarle sono bloccati

Una bolla immensa di luce si abbatte su Londra. Distrugge il Parlamento di Westminster, poi Buckingham Palace e il grattacielo «The Shard», progettato da Renzo Piano. Sventra palazzi, rade al suolo interi quartieri. Alla fine ecco il profilo sinistro del fungo atomico che si innalza sulla capitale britannica.

Il video dura quattro minuti. È la simulazione di un bombardamento nucleare russo sulla metropoli inglese che si conclude con stime terrificanti: 850 mila morti, oltre 2 milioni di feriti. Il filmato era già circolato nei mesi scorsi, ma è ricomparso in questi giorni sul canale tv Tsargrad che fa capo all’oligarca Konstantin Malofeev, uomo d’affari molto legato alla Chiesa ortodossa e, soprattutto, a Vladimir Putin.

Solo una provocazione, un’altra trovata del marketing del terrore promosso da Mosca? Naturalmente tutti noi speriamo che sia così. Intanto, però, ieri lo stesso Putin ha dichiarato: tratteremo come aggressori quelle potenze nucleari che appoggeranno chi attaccherà il nostro territorio; potremmo rispondere con le armi atomiche.

Dopo aver visto il virtuale annientamento di Londra, i media britannici hanno concluso che l’avvertimento di Putin fosse diretto soprattutto al governo guidato da Keir Starmer, uno dei più convinti sostenitori della strategia di Volodymyr Zelensky. Vale a dire colpire duramente le basi militari anche all’interno del territorio nemico. 

L’inquietudine

In ogni caso le parole del leader russo e quelle immagini apocalittiche riaccendono le inquietudini nell’opinione pubblica dei Paesi occidentali. Non si può escludere, come dicono i generali del Pentagono, il rischio di un’escalation nucleare.

Sabato 21 settembre si è saputo che era fallito un nuovo test del missile intercontinentale Sarmat, in grado di trasportare testate atomiche. È uno degli ordigni più micidiali custoditi nei depositi russi. Nel 2018 Putin mostrò una clip in cui si vedeva un Sarmat piombare sulla Florida.

Ma il problema non è solo Putin. Con una sovrapposizione che non sembra affatto casuale, si sta muovendo anche la Cina. Due giorni fa Pechino ha lanciato un missile intercontinentale, caduto poi nell’Oceano Pacifico. Non accadeva dal 1980. A quanto risulta, Washington ha seguito con allarme quello che il ministero della Difesa cinese ha definito «un test di routine».

In realtà il mondo sta vivendo una fase di riarmo nucleare, come conferma l’ultimo rapporto dell’istituto Sipri, (Stockholm international peace research institute), pubblicato l’altro giorno, martedì 24 settembre.

 L’autorevole istituto svedese raffigura uno scenario preoccupante, sulla base dei pochi dati ufficialmente disponibili. Oggi gli Stati in possesso di un arsenale atomico sono nove: Stati Uniti, Russia, Regno Unito, Francia, Cina, India, Pakistan, Corea del Nord e Israele. In totale questo gruppo di Paesi dispone di 12.121 testate nucleari, di cui 9.585 potenzialmente pronte all’uso. 

Il lancio immediato

Il Sipri calcola che sono già schierati 3.904 ordigni, tra cui 2.100 in condizione di «elevata prontezza operativa», cioè predisposti al lancio immediato. Attenzione, perché quelli già pronti a colpire sono 100 in più rispetto allo scorso anno. Questo significa che il trend di contenimento, se non di riduzione dei rischi si è invertito.

Stati Uniti e Russia controllano il 90% degli armamenti. Nel dettaglio Washington dispone di 5.044 testate, di cui 1.770 «dispiegate». Mosca contrappone un totale di 5.580 ordigni, con 1.710 già operativi.

Nella classifica delle potenze atomiche seguono il Regno Unito, con un totale di 225 bombe, tra cui 120 in campo; la Francia, con un numero complessivo di 290 e 280 schierate. La Cina guidata da Xi Jinping, al momento, sembra lontana: solo 24 dispositivi attivati, ma con un inventario di 500 bombe. 

I piani di Pechino

Tuttavia i piani di Pechino sembrano destinati a cambiare gli equilibri della deterrenza o del pericolo globale. Si prevede che entro il 2030 i cinesi raggiungeranno Stati Uniti e Russia per numero di missili balistici intercontinentali. Anche altri Paesi, come Regno Unito, India e Pakistan, prevedono di aumentare le scorte atomiche.

Stiamo assistendo a due fenomeni contrapposti. Da una parte lo sviluppo tecnologico fornisce armamenti sempre più sofisticati e sempre più devastanti. Dall’altra la diplomazia internazionale non sembra in grado di riprendere i negoziati per arginare la proliferazione nucleare.

Il dialogo interrotto

Il dialogo tra Stati Uniti e Russia si è interrotto nel febbraio del 2023, quando Putin ha deciso di sfilarsi dal Trattato «New Start» che fissava un tetto di 1.550 testate nucleari e di 700 «vettori» (missili, aerei, sommergibili) per parte. Eppure due anni prima, nel febbraio 2021, il presidente russo aveva accettato di prolungare la durata dell’accordo fino al 2026. E a lungo Biden ha sperato di coinvolgere anche Xi Jinping nelle trattative per il parziale disarmo. Ma l’aggressione all’Ucraina ha cambiato tutto.

Putin vuole cambiare la dottrina nucleare: «Pronti a usare l’atomica»

di Fabrizio Dragosei- Corriere della Sera – 26 Settembre 2024

Un Consiglio di sicurezza straordinario «sulla deterrenza nucleare» serve ad ammonire l’Occidente: anche un attacco di Paesi senza armi atomiche, ma supportati da potenze nucleari, potrebbe essere considerato minaccia critica

Un attacco contro la Russia condotto con razzi, droni, aerei, «armi aeree e spaziali» e quant’altro da un Paese che non dispone di bombe atomiche ma «con la partecipazione o l’appoggio di uno Stato nucleare» potrà essere considerato una «aggressione congiunta contro la Federazione Russa». 
E così «anche se il nemico, utilizzando armi convenzionali, crea una minaccia critica» a Russia o Bielorussia. 

Ognuna di queste evenienze sarebbe tale da mettere in moto una risposta di Mosca con il ricorso ad armi nucleari. È questa la sostanziale modifica che sta per essere apportata alla dottrina del Paese che dispone del più grande arsenale atomico del globo, assieme agli Stati Uniti, che con la Russia possiedono l’88 per cento delle armi atomiche del mondo. 

E Putin ha sottolineato particolarmente che basta l’appoggio di una potenza nucleare a un Paese non nucleare che attacchi la Russia perché questo attacco sia considerato «un’aggressione congiunta». 

Perché sia efficace, la deterrenza deve essere credibile. Il tuo nemico, cioè, deve essere convinto che in determinate circostanze farai veramente quello che hai minacciato di fare. E per Vladimir Putin, che ieri sera ha presieduto al Cremlino una riunione specifica del Consiglio di Sicurezza russo sulla «deterrenza nucleare», questo è un problema. Perché ha già sollevato più volte lo spettro del ricorso all’arma atomica ma, per fortuna, non lo ha mai fatto. 
E gli ucraini stanno convincendo un numero sempre maggiore di alleati occidentali che lo zar stia semplicemente bluffando. 

Ricorrere a ordigni di questo tipo, per quanto «piccoli» o «tattici» o «di teatro» come dicono gli esperti (ma sempre più potenti dei due di Hiroshima e Nagasaki) potrebbe portare a una escalation che nessuno sa dove si fermerebbe. Forse a quella previsione attribuita ad Albert Einstein che la guerra successiva verrebbe combattuta dai sopravvissuti «con i sassi».

Ma ora le cose cambiano, a quanto sembra, e il nuovo pensiero del Cremlino viene scritto nero su bianco. Putin ha aperto la seduta di ieri ricordando che il documento da approvare era stato preparato da esperti e militari. In passato la Russia ha fatto di tutto, secondo lui, per non inasprire la situazione. 

«Abbiamo cercato di non consentire un allargamento strisciante degli armamenti e dei loro componenti. Oggi la triade nucleare è essa stessa garanzia di sicurezza. La situazione sta cambiando e siamo obbligati a tener conto anche di nuove fonti di minacce. È necessario correggere l’approccio a un eventuale uso delle forze nucleari». 

Ecco quindi la possibile risposta a un’azione ucraina appoggiata da Stati Uniti e Paesi nucleari europei (Gran Bretagna e Francia). Esattamente quello di cui si discute in questi giorni. 

Ma cosa potrebbe fare Mosca? L’uso di una atomica contro il territorio di Kiev avrebbe certamente effetti catastrofici e conseguenze imprevedibili. Ecco allora che forse gli strateghi di Putin pensano a una azione «dimostrativa», magari in mare. Ma anche in questo caso, nessuno può dire fin dove si arriverebbe. Intanto, quasi a sottolineare quello che in serata ha detto il leader, i media russi ieri hanno rilanciato un vecchio filmato con una simulazione di quello che significherebbe un attacco nucleare su Londra

Putin va dagli sciamani: “Si è fatto benedire per piegare l’Ucraina”

di Rosalba Castelletti – La Repubblica

Il presidente russo mischia riti pagani e misticismo ortodosso.

A Mosca la voce che volesse il via libera a usare il nucleare:

“Falso, è interessato a elisir di lunga vita e reincarnazione”

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17 Settembre 2024

Da Tuva alla Mongolia con superstizione. C’è un motivo se, a inizio settembre, Vladimir Putin ha visitato il capoluogo tuvano, Kyzyl, e da lì è volato nella capitale mongola, Ulan Bator, sfidando il mandato d’arresto della Corte Penale Internazionale. E non ha nulla a che fare con le ragioni della politica. Il comun denominatore tra le due visite è la fede ancestrale del presidente russo negli sciamani, quei sacerdoti che si dicono capaci di viaggiare nell’aldilà e di comunicare con spiriti e divinità. «La Mongolia e Tuva sono considerate la patria degli sciamani più potenti al mondo. E Putin combina da tempo il misticismo ortodosso con le tradizioni pagane», spiega Mikhail Zygar, ex fondatore e direttore della tv indipendente Dozhd e autore di All the Kremlin’s Men (“Tutti gli uomini del Cremlino”). E il politologo Abbas Galljamov, ex scrittore di discorsi di Putin, lo conferma.

Ufficialmente a Kyzyl Putin ha inaugurato una lezione di patriottismo in una scuola locale e a Ulan Bator ha partecipato alle celebrazioni dell’85° anniversario della battaglia di Khalkhin Gol che vide mongoli e sovietici sconfiggere i giapponesi. In realtà lo scopo principale dei due viaggi sarebbe stato incontrare i potenti sciamani tuvani e mongoli. A organizzare la missione — la terza in Mongolia in dieci anni, l’ennesima a Tuva — sarebbe stato Mikhail Kovalchuk, uno dei più stretti consiglieri di Putin e presidente dell’Istituto Kurchatov, dove nacque la prima bomba atomica sovietica. Un coinvolgimento non disinteressato: a Mosca circolerebbe voce che Putin cercasse la benedizione degli spiriti a usare l’arma nucleare, o “arma di Dio” come la chiama il falco Sergej Karaganov.

«Senza il consenso degli sciamani, non potrebbe intraprendere un passo così importante per paura di far arrabbiare gli spiriti. Tuttavia, questa versione sembra pura fantasia. Nessuna delle mie fonti può confermarlo», precisa Zygar. L’ex speechwriter Galljamov, invece, cavalca l’ipotesi. «Oltre a ricevere la benedizione per l’uso delle armi nucleari — scrive — Putin era interessato anche alla questione della propria longevità, così come alla reincarnazione». Zygar e Galljamov vivono entrambi in esilio: su di loro in patria pende la famigerata etichetta di “agente straniero” e una condanna in contumacia a otto anni di carcere per aver diffuso “fake news” sull’esercito russo. Ma entrambi coltivano fonti nell’amministrazione presidenziale. E tutte sarebbero concordi almeno su un punto: qualunque fosse l’obiettivo, la sua prossima mossa in Ucraina o un elisir di lunga vita, Putin sarebbe rimasto soddisfatto degli incontri.

Non è sempre andata così. Si racconta che, in uno dei primi rituali a cui prese parte, ai funzionari del Cremlino non piacque l’aspetto degli sciamani. Li reputavano troppo giovani e, di conseguenza, poco autorevoli. Perciò decisero di sostituirli con attori più anziani. «La cerimonia fu spettacolare e tutti furono contenti», racconta Zygar. Poco importa che fosse tutta una recita. A organizzare il primo di tanti incontri tra Putin e gli sciamani era stato l’ex ministro della Difesa e oggi capo del Consiglio di Sicurezza Sergej Shojgu. Originario di Tuva, Shojgu ha più volte accompagnato il leader del Cremlino nella sua regione natale, l’ultima — almeno stando ai bollettini del Cremlino — nel 2017.

Resta memorabile il loro viaggio del 2009 quando Shojgu era ancora ministro per le Emergenze e Putin si fece immortalare sullo sfondo della taiga mentre cavalcava a torso nudo o nuotava a farfalla in un fiume. È su consiglio di Shojgu e degli sciamani tuvani che, secondo un’inchiesta del sito investigativo Proekt, Putin avrebbe più volte fatto il bagno nel sangue estratto dalle corna dei maral, o cervi dell’Altaj, che dovrebbe ringiovanire la pelle. Nel corso di questi incontri, Putin si sarebbe inoltre convinto che forze soprannaturali lo hanno consacrato come il “Prescelto”. Prima di lanciare l’offensiva in Ucraina nel 2022, si sarebbe consultato con vari mistici, sciamani compresi, e gli avrebbero tutti predetto la vittoria. Il sospetto, però, è che da attori consumati non dicano a Putin quello che gli spiriti sussurrano loro, ma quello che il leader del Cremlino vuole sentirsi dire.

Non è il caso dell’autoproclamato “Sciamano-Guerriero” Aleksandr Gabyshev che ha tentato più volte di percorrere a piedi gli 8mila chilometri tra l’Estremo Oriente Russo e Mosca per «scacciare via dal Cremlino quel demone di Putin» con antichi riti mistici. Arrestato dopo aver percorso circa 3mila chilometri in sei mesi nel 2019, Gabyshev avrebbe voluto riprovarci nel 2021, vigilia del conflitto in Ucraina, ma non appena ha annunciato che si sarebbe rimesso in marcia dalla Jacuzia è stato ricoverato con la forza in una clinica psichiatrica. Non ne è più uscito. Ben venga lo sciamanesimo, purché non maledica l’Eletto.

La ‘trinità delle religioni’ della Russia

di Stefano Caprio- 21 Settembre 2024

Oggi l’ortodossia in Russia si caratterizza sempre più come una religione a parte, che mantiene l’aspetto formale del cristianesimo di rito slavo-orientale, e allo stesso tempo si estende sempre più ad altre confessioni “patriottiche”, fino ad associare anche l’islam e il buddismo nell’unica espressione della patria trinitaria.

La teoria della Russia che unisce i popoli e i mondi nel “mondo russo”, che da oltre due anni sostiene le motivazioni della guerra in Ucraina e da molto prima ispira la rinascita della grande Russia come centro del mondo, ha una formulazione sostanzialmente trinitaria. A partire dall’ideale tardo-medievale di “Mosca – Terza Roma”, in quanto erede di Roma e di Costantinopoli, le dimensioni della realtà russa vengono declinate in versione triadica per diversi aspetti: quello geografico, che attribuisce alla Russia tre coordinate geografiche, Settentrione-Oriente-Occidente a partire dal Circolo Polare Artico, con la metà orientale dell’Europa e la metà settentrionale dell’Asia, quello storico delle tre capitali di Kiev, Mosca e San Pietroburgo e dei tre popoli di Bielorussia, Russia e Ucraina (Russia Bianca, Grande e Piccola), e quello spirituale del cristianesimo latino, greco e slavo.

La Russia è il “mondo terzo” rispetto alle grandi potenze del passato e del presente, come accade oggi nuovamente nel confronto tra l’America e la Cina, un “popolo nuovo” rispetto agli imperi antichi di Roma e Bisanzio, e a quelli dei secoli successivi di Europa e America. Non a caso l’immagine simbolicamente decisiva della missione bellico-spirituale della Russia del presidente Putin e del patriarca Kirill, con la partecipazione di “terze figure” a turno come il metropolita Tikhon di Crimea o il comandante Prigožin della guerra globale, è l’icona della Santissima Trinità di Sant’Andrej Rublev, il monaco del Quattrocento che interpretava la rinascita della Russia di Mosca dopo il Giogo Tartaro insieme ai suoi due maestri, San Sergij di Radonež e San Stefan di Perm.

La religione è in effetti la principale fonte di ispirazione di tutte le varianti storiche della Russia, compresa quella sovietica nella versione “rovesciata” dell’ateismo di Stato. Oggi l’Ortodossia è la grande giustificazione della “difesa dei valori tradizionali” che mobilita tutta la Russia alla guerra contro l’Anticristo occidentale, e si caratterizza sempre più come una religione a parte, che mantiene l’aspetto formale del cristianesimo di rito slavo-orientale, e allo stesso tempo si estende sempre più ad altre confessioni “patriottiche”, fino a formare una nuova “trinità spirituale” che associa all’ortodossia anche l’islam e il buddismo, fino quasi a non distinguerle, nell’unica espressione della patria trinitaria.

Nel 1997, anno decisivo per la svolta del “sovranismo spirituale” che ha poi generato il regime di Vladimir Putin, la Duma di Mosca approvò una nuova legge sulla libertà religiosa, che correggeva quella troppo “liberale” del 1990 di Eltsin, associata a quella ancora più permissiva del 1991 di Gorbačev, che al tramonto dell’era sovietica permettevano a qualunque confessione religiosa di diffondere liberamente il proprio credo. Nella nuova legge, ispirata dalla Chiesa ortodossa dell’allora patriarca Aleksij II insieme al suo futuro successore, il metropolita Kirill, e sostenuta nella Duma dal risorto partito comunista di Gennadij Zjuganov, si affermava che la Russia ha una religione “storicamente principale”, appunto quella ortodossa, a cui si associavano in scala minore altre quattro “religioni tradizionali”: l’islam, l’ebraismo, il buddismo e il cristianesimo, quest’ultimo distinto dall’ortodossia per indicare le varianti protestante e cattolica, minori ma presenti in Russia da secoli.

La nuova legge, irrigidita ulteriormente con successive modifiche, impone la prevalenza dell’ortodossia rispetto a tutte le altre nello schema “1+4”, riducendo le comunità religiose non comprese nello schema allo stato di “non tradizionali” e quindi bisognose di continue conferme e revisioni per permettere la loro esistenza, fino all’esclusione totale di quelle più refrattarie alla registrazione e al controllo, come i Testimoni di Geova, i Pentecostali e il movimento di Scientology. Le 4 “meno tradizionali” sono comunque confinate per principio all’assistenza delle “etnie minori” dell’islam caucasico, il buddismo asiatico e il cristianesimo polacco-tedesco, presenti in varia misura sui territori della Federazione, mentre i “veri russi” sono comunque associati all’ortodossia, anche senza il battesimo e gli altri sacramenti. Con lo sviluppo bellico-religioso degli ultimi anni, delle quattro “minori” di fatto due si esaltano e due scompaiono: islam e buddismo sono sempre più in linea con l’ortodossia, mentre cattolici/protestanti ed ebrei rappresentano i “popoli ostili”, per quanto le loro gerarchie si sforzino di apparire leali col regime militare vigente.

Un articolo di questi giorni sulla Nezavisimaja Gazeta parla in effetti di un sistema religioso “tripartitico” in Russia. L’ebraismo, che i russi determinano con il titolo in sé poco benevolo di iudaizm, subisce gli effetti di un antisemitismo ancestrale dei russi, con i tanti pogrom che li spinsero dalla Bielorussia verso le terre meridionali della Novorossija, la zona del mar Nero tra Odessa e Soči da cui salparono i fondatori del moderno Stato d’Israele. Per quanto il rabbino capo italo-americano Berl Lazar, in Russia dal 1990, si sforzi di apparire “più russo dei russi”, sostenendo entusiasticamente le politiche del Cremlino, gli ebrei oggi sono nuovamente emarginati e perseguitati, soprattutto nelle regioni islamiche caucasiche, ma anche nel resto della Federazione. Per quanto uno dei soggetti federali sia il “Distretto autonomo ebraico” di Birobidžan nella Siberia orientale, creato ai tempi di Stalin come “ghetto ebraico” dell’impero, di fatto oggi gli ebrei russi cercano il più possibile di fuggire dalla Russia, che sostiene i palestinesi nel conflitto in corso dal 7 ottobre dello scorso anno, cercando di raggiungere Israele, il Paese più russofono dopo quelli ex-sovietici.

Anche i protestanti delle confessioni più storicamente radicate in Russia, come i battisti, i luterani e gli ingermanladtsy (scandinavi e finnici), si presentano in ogni occasione come grandi sostenitori della “guerra santa” contro il mondo occidentale, ma la loro stessa identità germanica, baltica e finnica li collega con le regioni meno allineate con Mosca, e oltre i confini con le nazioni europee meno “amichevoli”. Per non parlare dei cattolici, rappresentati in parte preminente dai polacchi e dai lituani, e dagli stessi tedeschi storicamente presenti sul territorio russo. Anche i sei vescovi cattolici (un italiano, tre tedeschi, un polacco e un russo) professano la loro fedeltà alla Russia senza condannare la guerra pur invocando la pace, e alcuni sacerdoti latini russi sostengono pubblicamente la causa bellica, ma la Chiesa “romano-cattolica” è affiancata anche da diverse comunità greco-cattoliche, molto vicine per tradizione ed etnia ai grandi nemici ucraini, e alcune sono state già soppresse dall’alto come “nemiche della Russia”.

L’articolo della Nezavisimaja Gazeta mette piuttosto in rilievo la centralizzazione delle comunità buddiste in Russia, dopo che la Sangkha si era divisa per anni in diversi centri regionali, quello della Calmucchia, della regione di Tuva e della Buriazia, senza mai trovare forme efficaci di unità. Ora il buddismo russo, che rappresenta almeno 6-7 milioni di persone (protestanti, cattolici ed ebrei a stento radunano 4 milioni tutti insieme), ha una nuova sede a Mosca per tutti, e diffonde le sue lamentele per le offese sacrileghe contro Buddha, mentre sostiene entusiasticamente la guerra in Ucraina, in cui i soldati delle regioni buddiste sono tra le principali riserve di “carne da cannone”, con la presenza di cappellani buddisti arruolati direttamente come militari. Nei giorni scorsi è stato festeggiato il 260° anniversario della gerarchia buddista buriata Khambo-lam, con grandi congratulazioni dal presidente Putin e da tutta la dirigenza del Cremlino, soprattutto dall’ex-ministro della difesa Sergej Šojgu, considerato nella nativa Tuva un eroe buddista semi-divino.

L’islam caucasico e asiatico è da sempre un grande sostenitore dell’ortodossia russa, da tradizioni che risalgono alla conversione maomettana dei Khan tatari quando ancora dominavano la Rus’, in sintonia con la Chiesa ortodossa moscovita che traeva grandi vantaggi dai rapporti amichevoli con l’Orda d’Oro del Volga. In un certo senso, l’alleanza tra ortodossi e musulmani è una garanzia storica del dominio imperiale russo sui diversi popoli, tenendo alla larga le versioni più radicali e terroristiche, pur sempre minacciose a partire dai territori dell’Asia centrale. Con il buddismo, l’islam completa la “trinità delle religioni”, e il patriarca Kirill non perde occasione di mostrare quanto l’ortodossia russa sia in grado di unire i popoli e le confessioni nel grande trionfo dei “valori tradizionali morali e spirituali”.

Alla comunione trinitaria sembra però affacciarsi sempre più una quarta ipostasi, anch’essa discendente dalle tradizioni dei popoli della Russia asiatica, a cui lo stesso presidente Putin guarda con particolare interesse. Si tratta dello sciamanesimo mongolo, riconosciuto in Russia come confessione ufficiale pur “ancor meno tradizionale”, ma nel viaggio recente di Vladimir Putin in Mongolia, passando per Tuva, pare ci sia stato un consulto con alcuni sciamani locali riguardo al corso da tenere nella guerra con l’Ucraina, come affermano diverse fonti. Putin si era recato più volte in queste terre, accompagnato dal fido Šojgu, ma questa volta la causa avrebbe assunto un carattere veramente apocalittico: secondo alcuni, il presidente avrebbe chiesto agli sciamani la benedizione per l’uso delle armi nucleari, ed è tornato rincuorato dalle loro assicurazioni che tale scelta non farebbe troppo infuriare gli spiriti maligni. In questo caso, lo sciamanesimo sorpasserebbe anche la “trinità tradizionale”, imponendo un culto che si dissolve nella spiritualità più pura e assoluta, quella della scomparsa degli esseri umani dalla terra.

“Nihil obstat”: il Vaticano dà il via libera alla devozione a Medjugorje

La valutazione degli abbondanti e diffusi frutti tanto belli e positivi non implica dichiarare come autentici i presunti eventi soprannaturali, ma soltanto evidenziare che ‘in mezzo’ a questo fenomeno spirituale di Medjugorje lo Spirito santo agisce fruttuosamente per il bene dei fedeli”. Decisive per la valutazione positiva le nuove norme promulgate dal Papa lo scorso maggio

Matteo Matzuzzi  19 set 2024 – IL FOGLIO

Pubblicata la Nota “La Regina della Pace” che riconosce i frutti positivi dei fenomeni spirituali iniziati nel 1981. Nessuna decisione sul riconoscimento delle apparizioni

Roma. “E’ arrivato il momento di concludere una lunga e complessa storia attorno ai fenomeni spirituali di Medjugorje. Si tratta di una storia in cui si sono susseguite opinioni divergenti di vescovi, teologi, commissioni e analisti”. Inizia così “La Regina della Pace”, la Nota del dicastero per la Dottrina della fede che pone fine a quarant’anni di discussione sul “fenomeno Medjugorje”.

La decisione del Vaticano è positiva, “nihil obstat” alla devozione e all’esperienza spirituale che ha avuto inizio sulle colline bosniache nel 1981Attenzione, però: se i frutti permettono il via libera, sulla veridicità delle apparizioni la Chiesa non si esprime. Dopotutto non è più necessario: con le recenti norme pubblicate lo scorso maggio, infatti, la valutazione sui frutti spirituali è slegata dalla dichiarazione di soprannaturalità di un dato fenomeno. Infatti, si legge nella Nota pubblicata oggi, “la valutazione degli abbondanti e diffusi frutti tanto belli e positivi non implica dichiarare come autentici i presunti eventi soprannaturali, ma soltanto evidenziare che ‘in mezzo’ a questo fenomeno spirituale di Medjugorje lo Spirito santo agisce fruttuosamente per il bene dei fedeli. Pertanto si invita ad apprezzare e condividere il valore pastorale di questa proposta spirituale”. Per fugare ogni dubbio, il dicastero sottolinea ancora che “la valutazione positiva della maggior parte dei messaggi di Medjugorje come testi edificanti non implica dichiarare che abbiano una diretta origine soprannaturale. Di conseguenza, quando ci si riferisce a ‘messaggi’ della Madonna, si deve intendere sempre ‘presunti messaggi’”.

I vescovi sono invitati a conformarsi alla decisione vaticana, anche coloro che da sempre nutrono più d’un dubbio sulle apparizioni: “Anche se possono sussistere diversi pareri circa l’autenticità di alcuni fatti o su alcuni aspetti di questa esperienza spirituale, le autorità ecclesiastiche dei luoghi dove essa sia presente sono invitate ad apprezzare il valore pastorale e a promuovere pure la diffusione di questa proposta spirituale. Valutando prudenzialmente quanto accade nel proprio territorio, resta comunque ferma la potestà di ogni vescovo diocesano di decidere al riguardo. Pur essendo ampiamente diffusi in tutto il mondo i frutti positivi di questo fenomeno spirituale, ciò non nega che possano esserci dei gruppi o delle persone che, utilizzando inadeguatamente questo fenomeno spirituale, agiscano in un modo sbagliato”. Per i pellegrini, un’avvertenza fondamentale: “Le persone che si recano a Medjugorje siano fortemente orientate ad accettare che i pellegrinaggi non si fanno per incontrarsi con i presunti veggenti, ma per avere un incontro con Maria, Regina della Pace, e, fedeli all’amore che lei prova verso suo Figlio, per incontrare Cristo ed ascoltarlo nella meditazione della Parola, nella partecipazione all’Eucaristia e nell’adorazione eucaristica. Come accade in tanti Santuari diffusi in tutto il mondo, nei quali la Vergine Maria è venerata con i più variegati titoli”.

I frutti di Medjugorje sono tanti: “Per tante persone la vita è cambiata dopo aver accolto la spiritualità medjugoriana nella vita quotidiana (messaggi, preghiera, digiuno, adorazione, Santa Messa, confessione…), e come conseguenza hanno preso una decisione a favore della chiamata sacerdotale o religiosa. Certuni sentono di aver ricevuto a Medjugorje la conferma decisiva di una vocazione maturata già da tempo. Ci sono altresì tanti casi di scoperta della vocazione particolare fuori di Medjugorje, ma nel contesto di gruppi ispirati dalla sua spiritualità e dalla lettura di libri attorno a questa esperienza”.

Non solo, visto che “non mancano tante vere conversioni di persone lontane da Dio e dalla Chiesa, le quali sono passate da una vita segnata dal peccato a cambiamenti esistenziali radicali orientati al Vangelo. Nel contesto di Medjugorje si riportano pure numerosissime guarigioni. Tanti altri hanno scoperto la bellezza di essere cristiani. Per molti, Medjugorje è diventato un luogo scelto da Dio per rinnovare la loro fede: c’è, quindi, chi vive questo luogo come un nuovo punto di partenza per il suo cammino spirituale. In alcuni casi, molti hanno potuto superare le proprie crisi spirituali grazie all’esperienza di Medjugorje. Altri riferiscono il desiderio suscitato nel contesto di Medjugorje di donarsi profondamente al servizio di Dio nell’obbedienza verso la Chiesa o a un maggiore impegno nella vita di fede nella propria parrocchia di origine. In molte nazioni in tutto il mondo, nel frattempo, sono sorti tantissimi gruppi di preghiera e devozione mariana, ispirati dall’esperienza spirituale di Medjugorje. Sono sorte anche opere di carità legate a diverse comunità e associazioni, in particolare quelle che si occupano di orfani, tossicodipendenti, alcolisti, ragazzi con diverse problematiche, disabili.  E’ particolarmente notevole la presenza di molti giovani, di coppie giovani e di adulti, che riscoprono a Medjugorje la fede cristiana tramite la Madonna: questa esperienza li indirizza verso Cristo nella Chiesa”. In ogni caso, “al di là di questi frutti concreti, il luogo è percepito come uno spazio di grande pace, di raccoglimento e di pietà sincera e profonda che contagia”.

Quanto ai messaggi, sono indispensabili alcuni chiarimenti: “L’insieme dei messaggi possiede un grande valore ed esprime con parole differenti i costanti insegnamenti del Vangelo. Alcuni pochi messaggi si allontanano da questi contenuti così positivi ed edificanti e sembra persino che arrivino a contraddirli. E’ conveniente stare attenti perché questi pochi elementi confusi non mettano in ombra la bellezza dell’insieme. Per evitare che questo tesoro di Medjugorje sia compromesso – chiarisce la Nota – è necessario chiarire alcune possibili confusioni che possono condurre gruppi minoritari a distorcere la preziosa proposta di quest’esperienza spirituale, soprattutto se si leggono parzialmente i messaggi. Questo ci porta a ricordare ancora un principio decisivo: quando si riconosce un’azione dello Spirito Santo in mezzo a un’esperienza spirituale, ciò non significa che tutto quello che appartenga a quell’esperienza sia esente da ogni imprecisione, imperfezione o possibile confusione. Va ricordato nuovamente che questi fenomeni ‘a volte appaiono connessi ad esperienze umane confuse, ad espressioni imprecise dal punto di vista teologico o ad interessi non del tutto legittimi’. Questo non esclude la possibilità di ‘qualche errore d’ordine naturale non dovuto a una cattiva intenzione, ma alla percezione soggettiva del fenomeno'”.

Guerra in Ucraina, un milione di morti e feriti. Il politologo Ivan Krastev: «Quante persone puoi perdere prima di perdere il tuo futuro?»

di Alessandra Muglia – Corriere della Sera – 18 Settembre 2024

II bilancio è molto più alto di quello ammesso da Putin e Zelensky. I governi di Mosca e Kiev non comunicano dati ufficiali, ma dall’inizio della guerra hanno pagato un costo umano enorme

Il conflitto in Ucraina avrebbe raggiunto il milione di vittime, tra morti e feriti su entrambi i fronti. Ragazzi colpiti nel momento più produttivo della loro vita, con conseguenze a lungo termine per Paesi che erano alle prese con un calo demografico già prima dell’inizio dell’invasione. L’ultima stima sulle vittime di due anni e mezzo di questa guerra arriva dal Wall Street Journal. Di stima si tratta perché i dati ufficiali sono considerati segreti di Stato. Russia e Ucraina si rifiutano di pubblicare i numeri e anche quando hanno divulgato cifre, sono apparse poco attendibili. Arrivare dunque a calcolare il costo umano del conflitto nel cuore dell’Europa non è semplice. 

Il quotidiano americano ha avuto accesso a una stima riservata fatta da Kiev a inizio 2024 che indicava 80.000 soldati ucraini morti e 400.000 feriti. Un bilancio ben più alto di quello presentato dal presidente Volodymyr Zelensky, che a febbraio parlava di 31.000 militari caduti, senza rivelare il numero dei feriti. 

Pochi mesi prima la demografa Ella Libanova, direttrice dell’Accademia delle Scienze ucraina, al Corriere aveva fatto una valutazione ancora più alta, con 100.000 decessi al fronte. Tra i tanti indicatori usati c’erano le sim dei cellulari. «Per evitare di contare come due persone chi ha semplicemente due telefonini addosso abbiamo accesso anche alla geolocalizzazione» spiegava all’inviato Andrea Nicastro. 

Passando al fronte opposto, quello degli aggressori, le stime dell’intelligence occidentale citate dal Wsj quantificano le perdite russe in 200.000 morti e 400.000 feriti. Questo dato è vicino alle valutazioni di Kiev sulle vittime di Mosca: oltre 635.000 tra morti e feriti. 

Ma documenti trapelati dal Pentagono, riportati a luglio dall’Economist, suggeriscono che le perdite russe potrebbero essere ancora maggiori: fino a 728.000 soldati uccisi, feriti o catturati. Scarsamente addestrati per avanzare nell’Est dell’Ucraina, da poco più di un mese sono anche impegnati a contrastare l’incursione ucraina in casa loro, nella regione di Kursk. 

Il progressivo aumento delle vittime da entrambe le parti getta un’ombra sul futuro di Paesi che già prima della guerra stavano lottando contro il calo demografico. E appare paradossale che una delle motivazioni che ha spinto il presidente russo Vladimir Putin all’invasione del vicino nel 2022 fosse quella di aumentare la popolazione russa assorbendo gli ucraini. «La demografia è una priorità per Putin, e vuole usare l’Ucraina e il suo popolo per consolidare il nucleo slavo della Russia», ha chiarito Ivan Krastev, politologo di origine bulgara e autore di un libro di prossima pubblicazione sulla demografia europea. Mosca ha guadagnato 2,4 milioni di abitanti con l’annessione della Crimea, e pochi altri nei territori occupati dopo l’invasione su larga scala, in cui però ne avrebbe perso almeno 200 mila, senza contare gli oltre 600.000 russi fuggiti dal Paese dall’inizio dell’«operazione speciale». Si tratta principalmente di giovani professionisti che hanno potuto permettersi di trasferirsi in paesi stranieri e iniziare una nuova vita. 

Ma le perdite sono molto più dannose per l’Ucraina, la cui popolazione è un quarto di quella del suo gigantesco vicino: con le invasioni e la conquista di parti di territorio ucraino da parte di Mosca nell’ultimo decennio, l’Ucraina ha perso almeno 10 milioni di persone, sommando quanti sono finiti sotto occupazione e quanti si sono rifugiati all’estero. Il risultato è che oggi la popolazione nel territorio controllato da Kiev è scesa sotto i 27 milioni. 

Per l’Ucraina, il dilemma è esistenziale, considera Krastev: «Quante persone puoi perdere in una guerra prima di perdere il tuo futuro?».

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