"VI SUPPLICO: CONVERTITEVI!" (REGINA DELLA PACE-MEDJUGORJE)

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L’annessione della Russia a se stessa

di Stefano Caprio – Asia News – 6 Ottobre 2024

Putin è soltanto l’ultimo erede dei tanti varjagi della storia russa, che hanno cercato di “portare la civiltà” nelle terre oltre confine e nel mondo intero. Oggi l’annessione si calcola non tanto in chilometri quadrati, ma in somme di “valori tradizionali” come potevano essere in passato la rivoluzione socialista o la difesa zarista delle autocrazie.

Sono passati ormai due anni dal 30 settembre 2022, quando al Cremlino venne solennemente annunciata la farsesca annessione delle quattro regioni occupate in Ucraina, quelle di Lugansk, Donetsk, Zaporižja e Kherson. Vladimir Putin intervenne con un ampio e confuso discorso programmatico, che altro non era che la ripetizione dei vari ritornelli propagandistici che accompagnano la “operazione militare speciale”. I “nuovi territori” della Russia non potevano del resto suscitare lo stesso entusiasmo dell’annessione della Crimea nel 2014, sia perché la penisola del mar Nero ha ben altro significato storico e simbolico, sia perché le terre del Donbass non sono mai state veramente conquistate fino in fondo, e rimangono fino ad oggi le diverse “ucraine”, vale a dire i “confini” dei due volti del mondo russo, quello orientale e quello occidentale.

Poco più di un mese dopo la proclamazione, infatti, le armate russe hanno dovuto abbandonare in fretta e furia la capitale Kherson della regione più meridionale, senza neppure fare in tempo a togliere gli striscioni con la scritta “La Russia è qui per sempre”, e nell’altra capitale Zaporižja non sono neanche riusciti ad entrare. Eppure la retorica dell’annessione rimane totale e inappellabile, nonostante i continui cambiamenti sul fronte degli scontri bellici in queste regioni. Gli abitanti dei territori occupati si dividono nel frattempo in diverse categorie: oltre ai fuggitivi relokanty, ci sono gli žduny, “quelli che aspettano” la liberazione dagli occupanti, chiamati kolonizatory in senso dispregiativo, oppure varjagi, come gli antichi scandinavi scesi a formare la Rus’ di Kiev alle origini della storia millenaria.

Questo richiamo ai variaghi (detti anche normanni o vichinghi, a seconda del contesto) è uno dei più esplicativi dell’origine delle teorie del “mondo russo”, perché mette l’ideale dell’annessione o della conquista al principio della stessa identità collettiva: il popolo russo non ha veramente un “proprio territorio”, ma si riconosce nella continua ricerca e unificazione di “territori nuovi”. I variaghi sono stranieri tanto quanto gli asiatici, i caucasici, gli europei o i turanici che in varie epoche hanno ricomposto e ampliato la “russicità”, intesa come somma e non come specificità di un ramo orientale degli slavi. Nelle narrazioni dell’antica annalistica che illustrano la “chiamata dei variaghi”, i gruppi dei russi che si affacciavano ai mari del nord nel IX secolo erano chiamati dagli scandinavi come l’insieme del Gardariki, la terra dei gard o paesi, centri abitati di una società tutta da inventare.

Lo stesso Putin aveva fatto un’affermazione che ricapitola questa storia antica e nuova, quando intervenne alcuni anni fa in un programma televisivo, dove alcuni ragazzi rispondevano con grande preparazione a domande su storia, geografia e altre materie. Alla domanda su “dove finiscono i confini della Russia”, uno di essi aveva elencato i termini estremi della mappa federale in tutte le coordinate, ma Putin lo ha interrotto, dicendo tra il serio e il faceto che “i confini della Russia non finiscono da nessuna parte”. Questo è davvero il motivo fondante della sobornost, la “comunione universale” che alimenta le tante varianti della socialità russa: andare oltre, non lasciarsi rinchiudere in nessuna dimensione, quell’attitudine che in russo si chiama bezpredelnost, la “assenza di limiti” che si può intendere come avventurismo o anche incontinenza, incapacità di rispettare qualunque regola, fossero pure gli accordi internazionali sui confini degli Stati.

Putin è soltanto l’ultimo erede dei tanti varjagi della storia russa, che hanno cercato di “portare la civiltà” nelle terre oltre confine e nel mondo intero. Oggi l’annessione si calcola non tanto in chilometri quadrati, ma in somme di “valori tradizionali” come potevano essere in passato la rivoluzione socialista o la difesa zarista delle autocrazie, la “terza internazionale” o la “terza Roma” di Ivan il terribile, fino al “sovranismo ortodosso” attuale. Non sono gli altri Stati che devono annettersi alla Russia, è la Russia che si “annette” alle terre e ai popoli in cerca della civiltà nuova e definitiva. Per questo gli striscioni della “Russia per sempre” rimangono anche nelle sconfitte e nelle ritirate, come a Kherson e in passato in tante altre situazioni; la Russia in effetti non ha mai vinto una guerra di occupazione e annessione, ma ha piuttosto dimostrato la capacità di espellere da sé stessa il nemico, dai Tartari, i Cavalieri Teutonici e gli Svedesi fino a Napoleone e Hitler, per affermarsi a Parigi e a Berlino come “nuove capitali” della Russia stessa.

L’annessione in fondo è un concetto definitorio, rispetto alla semplice “occupazione”, come quella degli ucraini nella regione di Kursk che non si ha intenzione di annettere, nonostante si potrebbero usare argomenti speculari, in quanto molti kuriane, gli abitanti della zona, parlano più volentieri la lingua ucraina rispetto a quella russa. Quando nei conflitti una nazione occupa un territorio, l’annessione è il risultato di un complesso procedimento di giustificazioni e accordi internazionali, come quando la Cina si annesse il Tibet nel 1951 grazie a un formale accordo con il governo locale, o Israele si prese Gerusalemme est con una legge nazionale. L’Ucraina ritiene oggi la Crimea e il Donbass come regioni “temporaneamente occupate”, e così rimarranno probabilmente per decenni o per secoli, mentre la Russia esalta sé stessa con le grida Krym Naš!, “la Crimea è nostra!” e anche, se pure con minore entusiasmo, Donbass Naš!.

Sia a Sebastopoli che a Donetsk l’annessione è stata consacrata con un “referendum popolare”, senza preoccuparsi di conferire ad esso neppure l’illusione della legittimità; già nel 2014, quando ancora non era in corso un aperto conflitto militare, i seggi erano presidiati dall’esercito russo. Il concetto di “sovranità” risulta molto aleatorio in questi territori, rispondendo soltanto a imposizioni di forza che producono finti consensi, il 95% in Crimea e addirittura il 99% a Lugansk e Donetsk, 93% a Zaporižja e “solo” l’87% a Kherson. Le autocrazie in generale amano i “referendum”, e non tanto per conferire una parvenza di democrazia, piuttosto per esaltare il consenso dell’intera popolazione e demoralizzare i contrari, convincendoli che non ci possono fare niente e allo stesso tempo scoraggiare le “rivolte di palazzo” di chi nelle élite di potere volesse contrapporsi al regime dominante.

Nei Paesi autoritari i referendum sono occasioni per effettuare ulteriori “giri di vite”, vantandosi della vittoria schiacciante. Come ha calcolato lo svizzero Centre for Research on Direct Democracy, su 876 plebisciti condotti tra il 1945 e il 2005, i dittatori hanno ricevuto in media il sostegno del 70%, con un’affluenza del 77,3%. Per raggiungere questi risultati serve un’efficace propaganda e una censura feroce, oltre a forme varie di manipolazioni e frodi elettorali. Ora i “nuovi territori” della Russia sono oggetto di particolari attenzioni, tanto più che a Putin e al patriarca Kirill non piace l’espressione “nuovi”, preferendo chiamarli “territori storici” della Russia, ben sapendo che si tratta di zone contese da secoli dove si radunavano i gruppi di cosacchi alla ricerca di “liberi territori”, non sottomessi ad alcuna autorità.

La Russia del resto non vuole legarsi troppo ai territori, preferendo l’estensione delle “sfere d’influenza” che travalicano ogni confine, come era proprio del regime sovietico, in cui le quindici repubbliche ufficiali si affiancavano ai tanti Stati “fratelli”, oggi declassati alla distinzione tra “amichevoli” e “non amichevoli”. Un fattore discriminante è certamente la quota di cittadini “russofoni” nei vari Paesi, ciò che risulta più evidente nei vicini come l’Ucraina, la Moldavia, la Georgia e l’Armenia nel Caucaso e nei Paesi dell’Asia centrale, dove si può parlare liberamente il russo con chi ha più di cinquant’anni, e con qualche difficoltà con i giovani. In Ucraina chiunque parla liberamente il russo, indipendentemente dalla regione, anche se dall’inizio del conflitto si preferisce evitare di usarlo, e comunque per Mosca la “russofonia” giustifica ogni tipo di ingerenza e invasione, perché chi parla russo è per definizione un esponente del “mondo russo”, fosse anche in Kenya, in India o in Venezuela, e la sua “riannessione” alla Russia non è altro che un ristabilimento della giustizia storica.

I nuovi o “storici” territori annessi oggi sono la vetrina del progetto putiniano, e vengono finanziati per almeno tre volte di più di tutte le altre cento regioni della Federazione russa, con grande apprezzamento di vari profittatori e corruttori. La stessa cosa avveniva con i Paesi Baltici ai tempi sovietici, con la Cecenia della prima fase putiniana, per non parlare della Crimea dell’ultimo decennio. Per ora gli abitanti del Donbass sono particolarmente necessari al sostegno dell’ideologia ufficiale, come “eroi e vittime dell’ucro-nazismo kievliano”, ma dovranno stare attenti alle future evoluzioni. Non si sa quanto la Russia rimarrà “annessa” su queste terre, ma già nella città desertificata di Mariupol, oltre ai militari, si sono trasferite 50 mila persone dalla Russia e dall’Asia centrale, per creare un “mondo nuovo” sulle rive del mar Nero. La Russia è un concetto in perenne evoluzione, si crea e si distrugge a seconda delle epoche e dei regimi, guardando alla prospettiva di un regno eterno sempre più imprevedibile.

Il 7 ottobre, la notte lunga un anno. In attesa del sole

di Eshkol Nevo –Corriere della sera – 6 Ottobre 2024

L’insonnia, un bar, le vite di chi ha perso ogni cosa. E uno scrittore che si chiede: come posso aiutare?

Dopo il 7 ottobre le nostre figlie ci hanno scongiurato di aggiungere una seconda serratura alla porta d’ingresso, una di quelle apribili solo dall’interno. Le avrebbe fatte sentire più sicure e forse avrebbe allontanato gli incubi durante i quali, la notte, i terroristi di Hamas irrompevano in casa nostra. 
Nel giro di pochi giorni abbiamo montato la serratura, naturalmente. Si fa qualunque cosa pur di rasserenare i figli. 
Un anno dopo, all’una di notte, mi ritrovo davanti alla porta chiusa a bussare, abbastanza forte perché la figlia soldatessa, che deve aver dimenticato di aprire la seconda serratura prima di addormentarsi, si svegli e mi apra, ma non tanto forte da destare i vicini. 
La figlia soldatessa non si sveglia. Le altre donne di casa sono rimaste a dormire a Gerusalemme dopo un festeggiamento in famiglia e non potrebbero comunque aiutarmi. 

Ci siamo solo io e la porta chiusa. Telefono e ritelefono alla figlia soldatessa, ma non risponde. Busso più forte ma niente, non si sveglia. Ormai sono le due del mattino, i vicini iniziano a lagnarsi per il rumore e io mi rendo conto che non ho speranze: il sonno della figlia soldatessa è troppo profondo, non mi aprirà fino al mattino. Mando messaggi WhatsApp agli amici che abitano nei paraggi, in cerca di un rifugio. Nessuno risponde. Tutti dormono. Logico, vista l’ora. Scendo in strada e verifico se riuscirei ad arrampicarmi sulla parete esterna del palazzo per introdurmi nell’appartamento, al secondo piano, ma giungo alla conclusione che è troppo pericoloso. Non ci sono abbastanza appigli a cui aggrapparmi. Non mi resta altra scelta che controllare se in zona c’è un bar aperto per tutta la notte e ne trovo uno solo, vicino a una stazione di servizio. 

Monto in macchina e parto. Aumento il volume della radio per non addormentarmi. I notiziari informano che le probabilità di un cessate il fuoco a Sud sono sempre più ridotte. Le probabilità di una guerra a livello regionale crescono. E le agenzie hanno abbassato il rating di Israele. Sono le due e mezza e il bar è sorprendentemente affollato. C’è addirittura una minicoda alla cassa. Ordino un espresso doppio, mi siedo e chiedo alla cassiera carta e penna, se possibile. Poi osservo. Ci sono cose che di notte risultano più visibili. Nessuno è lì per divertirsi: ecco la prima cosa che mi salta all’occhio. Non c’è nessuno ubriaco bonario e ridanciano. C’è un gruppetto di soldati in uniforme, silenziosi in modo allarmante. Devono essere di passaggio, in movimento tra il confine sud e il confine con il Libano. C’è una coppietta che confabula. Forse questo è l’unico momento e l’unico posto in cui si possono incontrare senza dare nell’occhio. Tutti gli altri, e sono tanti, sono soli con il loro caffè. Palpebre a mezz’asta. Tristarelli. Saranno scappati qui per sfuggire agli allarmi dei missili sul Nord? Soffriranno di insonnia? Di incubi? Si saranno ritrovati anche loro davanti a una porta chiusa stanotte? Avranno anche loro una figlia soldatessa esausta di una guerra senza fine? 

Mi siedo, ordino un espresso dopo l’altro, osservo, ascolto conversazioni, sono sovrappensiero. Eventi che per tutto l’ultimo anno ho rimosso perché intollerabilmente tristi si ripresentano di colpo. Durante le lunghe ore bianche in quel bar non rimane niente e nessuno a proteggermi dai ricordi. Non posso fare altro, li devo scrivere. Ad esempio il seminario di scrittura per le donne di Kfar Aza, il kibbutz di cui cento abitanti sono stati uccisi il 7 ottobre e gli altri sono sfollati in un albergo vicino a Tel Aviv. Ho esitato prima di accettare di tenerlo. Non ero sicuro di essere in grado di affrontare le emozioni che sarebbero emerse. Di essere abbastanza preparato. D’altro canto, come fai a rifiutare? Durante i primi due incontri ho evitato di proposito di chiedere di scrivere di quel sabato. Non ero sicuro che avrebbero retto loro. Non ero sicuro che avrei retto io. Ho proposto altri argomenti: vacanze trascorse all’estero. Ricordi d’infanzia. Amore. Abbiamo parlato di come si costruisce un personaggio in una storia. Dell’uso del linguaggio. Dell’importanza dei piccoli dettagli nella costruzione di una scena. Poi, all’ultimo incontro, ho preso il coraggio a due mani e ho chiesto esplicitamente di scrivere della ferita. Ma — ho precisato — focalizzatevi su qualcosa di piccolo. Marginale. Apparentemente irrilevante. Sul dramma piccolo collaterale al dramma grande. 

Il silenzio calato quando hanno iniziato a scrivere era diverso. Carico. Di tanto in tanto qualcuna tirava su col naso. Dopo venti minuti ho chiesto che leggessero. Sono rimasto sorpreso, volevano leggere tutte. Una aveva descritto il cinguettio degli uccelli all’alba, appena prima dell’attacco dei terroristi. Una seconda, l’insalata preparata in fretta e furia prima di tornare nella stanza-rifugio. Una terza, la telefonata veloce, pratica, con il marito uscito a difendere la casa e subito dopo freddato in giardino. 

Quando il giro di lettura è finito, ho osservato le persone nel cerchio. Tutti, me compreso, avevano le lacrime agli occhi. Mi torna in mente anche la studentessa particolarmente dotata che ha abbandonato di punto in bianco un altro corso di scrittura, di livello avanzato. Ci ha scritto una breve mail per informare che era costretta a ritirarsi per motivi personali. Le ho telefonato per dire: peccato che molli. Hai un vero talento, raro. È rimasta in silenzio e poi ha spiegato, grazie, ma il mio ragazzo è tornato da Gaza con l’anima in pezzi. Mi prendo cura di lui. Dobbiamo andarcene da qui per qualche mese, altrimenti non ne esce. Tornerò a scrivere, maestro, non ti preoccupare, ma in questo momento la vita è più forte. 

Ho pensato: è precisamente quello che mi ripeto da quando è iniziata la guerra: adesso la vita è più forte. E le ho detto, ti capisco benissimo e… buona fortuna. Quest’anno è capitato solo una volta che abbia detto di no a una richiesta che mi era stata rivolta. Mi hanno contattato dalla struttura per il recupero dei superstiti del festival Nova perché tenessi un laboratorio di trenta minuti. Era novembre, appena un mese dopo che la festa si era trasformata in un bagno di sangue. Ho chiesto se sarebbe stato presente un terapeuta. Hanno risposto di no. Ho chiesto se era possibile avere più di trenta minuti. Hanno risposto di no. Ho chiesto che gli incontri fossero non uno ma una serie, per poter attivare un qualche processo. Hanno detto che non era possibile. Ho pensato: la scrittura porta a galla immagini dolorose. Risveglia demoni sopiti. In mezz’ora non c’è modo che io riesca a radunare i frammenti di emozioni che si sparpaglieranno per la stanza e a dare loro un senso. Rischierei di nuocere ai sopravvissuti al festival, invece di aiutarli. Mi sono scusato con chi mi aveva contattato e ho detto che a quelle condizioni purtroppo ero costretto a rifiutare.

Verso Nord

Ormai sono le quattro del mattino. Mia figlia continua a non rispondere al telefono. La coppietta che confabulava se n’è andata e al suo posto è arrivata un’altra coppietta che confabula, ad occupare esattamente lo stesso tavolo. Come se fosse noto che quello è il tavolo delle coppiette che confabulano. I soldati intanto si sono alzati e, muovendosi come un sol uomo, sono ripartiti per la loro strada. Ho sentito che ripetevano la parola «Libano» diverse volte. Devono essere davvero diretti a nord, alla prossima guerra. Riusciranno a tornare tutti?, penso con preoccupazione. E se anche torneranno, dopo tutto quello che avranno passato saranno ancora capaci di credere nella bontà dell’uomo? Ancora oggi mi tormento chiedendomi se mi sono comportato nel modo giusto quando ho detto che senza un terapeuta al mio fianco non me la sentivo di assumermi la responsabilità dei sopravvissuti al Nova. Dopotutto, ogni spazio in cui sono entrato quest’anno è diventato uno spazio di cura. In ogni spazio in cui sono entrato quest’anno ho trovato persone tristi e preoccupate. Bisognose di conforto. Di speranza. Ogni banale incontro con lettori si è concluso con una fila di persone che volevano raccontarmi qualcosa. Condividere. Alleggerirsi. Ripenso a una ragazza timida, a Be’er Sheva. L’incontro con i lettori era terminato e lei ha aspettato con pazienza che tutti, fino all’ultimo, si allontanassero. Ti voglio raccontare una cosa, mi ha detto. Magari un giorno finirà in uno dei tuoi libri. Ti ascolto, l’ho invitata. E lei ha raccontato che suo padre era tra gli ostaggi detenuti da Hamas. Il fatto era, però, che lei aveva scoperto solo un anno prima che quello era il suo padre biologico. Ti rendi conto? Siamo riusciti a incontrarci solo un paio di volte e poi l’hanno rapito. E come sono stati i vostri incontri? Ho chiesto. Strani, ha risposto. Non è proprio mio padre, e nello stesso tempo lo è. Mi sento così anche adesso: sono da considerare tra i «familiari dei rapiti» oppure no? Dovrei disperarmi fino al rilascio del mio padre biologico? Anche se lui per trent’anni non mi ha nemmeno riconosciuta? Cerco di ricordare il nome del suo padre biologico ma non ci riesco. Nel frattempo l’avranno rilasciato? L’avranno ucciso? O è ancora in un tunnel di Hamas a marcire e impazzire di fame? Durante le allucinazioni causate dalla fame avrà visto qualche volte questa figlia che è sua e non sua? Ha nostalgia anche di lei? 

La telefonata

Mia figlia mi telefona alle 6 del mattino. È imbarazzata. Si scusa, desolata. Come ha potuto dimenticarsi di aprire la serratura dall’interno? Come? È sicura che sia furioso con lei, ma io non ci riesco. Per la verità, più passano gli anni e meno riesco ad arrabbiarmi con le mie figlie. In quest’ultimo anno, poi, ho solo il desiderio di rallegrarle, proteggerle e raddolcire la durezza della realtà in cui vivono. Mia figlia dice che ha aperto. Posso entrare in casa. Le compro un croissant al cioccolato ancora caldo ed esco. Alla radio sempre le solite cattive notizie. Fuori è ancora scuro. In un certo senso, penso, tutto quest’anno è stato un’unica lunga notte nera popolata da incubi, calata sugli abitanti di Israele, sugli abitanti di Gaza e sugli abitanti del Libano a precipitare le loro vite nel buio. È ora che si levi il sole. (Traduzione dall’ebraico di Raffaella Scardi)

A Gaza si muore in silenzio: le testimonianze di chi vive nella Striscia bombardata e nella Cisgiordania occupata

di Greta Privitera – Corriere della sera – 6 Ottobre 2243

A un anno dall’inizio del conflitto, ecco le parole di madri, padri e giovani che la guerra la vivono sulla propria pelle

Gli intellettuali palestinesi ci chiedono di non usare metafore poetiche per raccontare Gaza. Perché, dicono, se Gaza rimane l’allegoria del male sulla Terra è più semplice non occuparsene poi nel mondo reale. Ed è per questo che a un anno dall’inizio del conflitto, lasciamo parlare chi la guerra la vive sulla pelle. Con le testimonianze dirette di madri, padri e dei giovani che da mesi vivono nella Striscia bombardata e nella Cisgiordania occupata.

«Ero una madre, lo sono ancora: di due figlie, erano cinque

Rana Albaed, 45 anni, Gaza City. «Ero una madre. Lo sono ancora, ma non sono più niente. Nella mia vita ho partorito cinque bellissime figlie. Me ne sono rimaste due. Il 25 ottobre scorso una bomba è caduta sulla nostra casa. Le pareti ci sono esplose addosso. Era notte fonda e io e mio marito ci siamo messi a urlare i nomi delle bambine: una piangeva, un’altra ci ha detto dove si trovava, le altre tre non davano risposta. Abbiamo aspettato un’ora perché i mezzi della protezione civile ci tirassero fuori da sotto le macerie. Ho visto i corpi senza vita delle mie figlie spuntare da una montagna di cemento. Sono diventata una vera madre di Gaza, tormentata dalla morte e della disperazione. Non ero così, prima. Ero sorridente, vivevo per vedere le mie figlie crescere. Ora passo le mie giornate a piangere e a guardare le foto e mi dispiace per Hala e Sozan, le mie figlie in vita. Hala ha bisogno di cure mediche, qualcuno ci può aiutare? Mi arrabbio sempre, sono triste e senza speranza. Dopo i bombardamenti siamo andati a Deir al-Balah a casa di parenti, ma un mese fa la zona è stata minacciata. Ci siamo rifugiati in una tenda e ora nell’appartamento di alcuni amici. Ci mancano le bambine. Remas sognava di studiare legge, Jana voleva diventare insegnante e Shahad medico. Voglio andarmene da qui: siamo innocenti, lasciateci vivere. Non posso stare tra queste macerie, è troppo doloroso».

«Se perdi tutto, casa e ambizioni, diventi invisibile»

Yara Abo Maddain, Gaza Nord, 26 anni, interior designer: «Passo la mia giornata a pensare come ricaricare il cellulare, dove comprare una cipolla per la zuppa e a chi tocca andare a prendere l’acqua. Un anno fa ero una bella ragazza, ora ho il viso di una vecchia signora distrutta. La mia vita prima era felice, nonostante l’occupazione. Grazie al mio lavoro riuscivo anche a viaggiare. Ora vivo nel terrore che qualcuno dei miei fratelli venga ucciso. Prego che se deve succedere, una bomba ci faccia fuori tutti. Siamo a Nuseirat ospiti di amici di famiglia: venti in due stanze e un bagno. Perdere tutto è diventata una cosa normale per noi invisibili. Ho perso lavoro, casa, amici e ambizioni. Il mondo non ci vede e mi ha insegnato a non sapere più chi sono e che cosa voglio. Possiamo sfuggire con i nostri corpi dalle mani della guerra, ma le nostre menti rimarranno per sempre intrappolate in questo orrore. Sto morendo, forse. Qual è la mia colpa, vorrei saperlo. Pace? Non la vedo. Dopo che ci hanno ucciso e derubato del futuro ditemi voi dove è la pace. Ci hanno bombardato dentro prima che fuori. Non credo che li perdonerò. Non siamo Hamas, non siamo mostri. Vogliamo vivere come tutti, avere una nazione e i diritti rispettati. Oggi tocca a me andare a prendere l’acqua ma non ho voglia di alzarmi dal materasso sdraiato a terra. Sono una zombie. Se muoio qualcuno si ricorderà di me?

«Io piena di rabbia, non parlate di noi come terroristi»

Sarah Abu Alrob, 29 anni, giornalista, nata a Jenin ora residente a Sebastia. «Sono cresciuta sotto un sistema di colonizzazione. Vuol dire che tutta la mia giornata gira intorno agli ostacoli di un paese occupato: come devo muovermi? I checkpoint sono aperti? Arriverà l’acqua da Israele? L’elettricità? I coloni attaccheranno? Sotto occupazione non controlli i tuoi movimenti, il tuo tempo e la tua sicurezza. Il tuo futuro. L’ultimo anno è stato devastate. Il mio popolo sta subendo le peggiori atrocità. Ho tanti amici a Gaza e penso a loro con un senso di impotenza. E mentre Israele compie nella Striscia un genocidio sostenuto dal mondo occidentale, un altro massacro avviene in West Bank dove molto comunità sono state spopolate con la forza, dai coloni aiutati dall’esercito israeliano che arresta e tortura. Mentre gli occhi sono puntati su Gaza, Israele cerca di raggiungere il più possibile i suoi obiettivi di espansione in West Bank. Vuole creare città ghetto come Nablus, Ramallah, Turkalem, e isolarci completamente. Mi fa arrabbiare che siamo raccontati come un gruppo di terroristi. Si parla di ostaggi israeliani, giusto. E dei nostri bambini? Delle nostre vite senza dignità? Questa non una guerra normale tra due Stati. Non c’è comparazione possibile tra occupanti e occupati. Sono pronta a vivere in pace, ma bisogna decolonizzare il sistema e creare uno Stato democratico per tutti. Chi è pronto?»

«Ci siamo spostati dieci volte, è finita ogni speranza»

Samy Abu Omar, 60 anni, Khan Younis, imprenditore. Parla italiano perché ha studiato in Italia. «Io e la mia famiglia ci siamo spostati dieci volte. Prima Rafah, poi Deir al-Balah, ora siamo ad Al-Mawasi. Il 4 dicembre hanno bombardato una casa vicino alla nostra. Quando abbiamo visto i militari cadere dal cielo con i paracadute, ci siamo spaventati e siamo scappati, lasciando la nostra casa per sempre. L’amavamo molto: aveva due piani e un bel giardino. Non è facile scappare quando si è in tanti. Io e mia moglie abbiamo sette figli, quattro maschi e tre femmine. Il più grande ha 27 anni, il più piccolo 13. Mentre scappavamo, proprio lui è stato colpito da una scheggia e ora ha una mano fuori uso. Da quel momento sono iniziati i mesi più difficili. Non trovavamo cibo, non avevamo soldi per affittare un appartamento: costa 5 mila dollari al mese. Ci siamo comprati una tenda al mercato nero. Seicento dollari. Poi, in un altro bombardamento ce l’hanno bruciata. Ora ho due tende. Viviamo nella zona umanitaria, ma bombardano anche qui. Dieci giorni fa ci sono stati 50 morti. Abbiamo provato a uscire ma l’ambasciata italiana ha rifiutato la richiesta. Mi sento senza speranza, specie per i miei figli. Tre vanno all’università ma sono fermi da un anno. Negli ultimi tempi stanno bombardando meno perché non c’è più niente. Prima morivano circa cento persone al giorno, ora venti o trenta».

Santa Maria Faustina Kowalska

Visioni, stimmate nascoste, contatti continui con l’angelo custode, la Madonna, i santi e le anime del Purgatorio, fino al dono rarissimo dello sposalizio mistico con Dio. Tutto questo vi è stato nella vita terrena di santa Faustina, chiamata da Gesù «segretaria della mia Misericordia

«La tua grande fiducia verso di Me, mi costringe a concederti continuamente grazie», si sentì dire da Gesù, che la chiamò «segretaria della mia Misericordia». Visioni, stimmate nascoste, contatti continui con l’angelo custode, la Madonna, i santi e le anime del Purgatorio, fino al dono rarissimo dello sposalizio mistico con Dio. Le innumerevoli grazie che hanno accompagnato la sua vita terrena, santa Maria Faustina Kowalska (1905-1938) le ha vissute nel nascondimento: solo i suoi confessori e, in parte, le superiore sapevano quanto avremmo poi scoperto leggendo il suo diario. Lo scrisse nel mezzo delle due guerre mondiali in obbedienza a Cristo per far conoscere la sua Misericordia e la necessità di tornare a Lui per sottrarsi all’azione del maligno.

Terza di dieci figli, la santa crebbe in una famiglia devota, dove erano una consuetudine la preghiera e la lettura in comune di libri religiosi, che i genitori acquistavano con grandi sacrifici. Educata all’obbedienza e al rispetto per il sacro, a sette anni avvertì per la prima volta «l’amore di Dio che riempì il mio piccolo cuore» dopo l’ostensione dell’Eucaristia. Da adolescente lavorò per aiutare la famiglia e a 19 anni, dopo il rifiuto da parte di diversi conventi di Varsavia, fu ammessa nelle Suore della Beata Vergine Maria della Misericordia. Era proprio lì che Dio la voleva, come le rivelò in seguito.

Destinata a lavori umili, faceva tutto con allegria. L’amore per il prossimo – già manifestato da bambina, quando si vestì da mendicante e donò tutte le offerte ai poveri – ardeva dentro di lei: «Tutti i dolori del prossimo si ripercuotono sul mio cuore». I digiuni indebolirono la sua già fragile salute, ma li offriva per la salvezza delle anime. Vide l’Inferno e Gesù le rivelò che Satana «arde di un odio particolare contro di te, perché hai sottratto molte anime al suo dominio». Dal Purgatorio riceveva richieste di preghiere: «Non sapevo che ci fosse una tale unione tra le anime», scriveva a riprova della dottrina sulla comunione dei santi. In tutto era allietata da una realtà: «Né le grazie, né le rivelazioni, né le estasi, né alcun altro dono a essa elargito la rendono perfetta, ma l’unione intima della mia anima con Dio».

Il sacramento della Confessione è al centro delle rivelazioni di Gesù: «Quando vai alla confessione, sappi che io stesso ti aspetto in confessionale. Mi copro soltanto dietro il sacerdote, ma sono io che opero nell’anima. Lì la miseria dell’anima s’incontra col Dio della Misericordia». Oltre alle magnifiche pagine che aiutano a conoscere Dio, il suo diario ci lascia in eredità la festa (istituita nel 2000 da san Giovanni Paolo II) e la coroncina alla Divina Misericordia, che Nostro Signore le raccomandò di recitare alle tre del pomeriggio per ricevere più grazie: «In quell’ora non rifiuterò nulla all’anima che mi prega per la mia Passione».

(Ermes Dovico -La Nuova Bussola – 2 Ottobre 2024)

KHAMENEI IN PUBBLICO COL FUCILE IN PUGNO

“Attaccheremo ancora la Palestina occupata”

La Repubblica – 5 Ottobre 2024 – dai nostri inviati Gabriella Colarusso (Beirut) e Fabio Tona

I media israeliani dicono che Safieddine, successore di Nasrallah è stato ucciso a Beirut. Biden: “Israele valuti di non colpire

Un discorso breve, da belligerante, armato. «Il 7 ottobre è stato un atto legittimo, così come legittima è la nostra risposta contro Israele», ha esordito la Guida Suprema della Repubblica islamica dell’Iran durante la preghiera del venerdì nella grande moschea di Teheran, dove si teneva la commemorazione per la morte di Hassan Nasrallah, leader di Hezbollah. Accanto all’ayatollah Ali Khamenei c’era un fucile, come vuole la tradizione sciita secondo cui un sermone senza impugnare un’arma non è efficace. In questo momento, però, dopo i 181 missili balistici lanciati sulle città di Israele e l’attesa dell’annunciata rappresaglia, la tradizione si carica di simbolismo e dei più neri presagi.

«Se necessario attaccheremo ancora la Palestina occupata», promette la Guida Suprema, mentre il governo dello Stato ebraico sta studiando quando e come colpire l’Iran, cercando un punto di compromesso col presidente Biden che ieri ha invitato Israele a «valutare obiettivi alternativi ai pozzi petroliferi» e ha aggiunto: «Si evitino le vittime civili».

Nel giorno della commemorazione di Nasrallah («Era un fratello, il mio orgoglio, il volto amato dell’Islam»), Khamenei si è rivolto ai libanesi invitandoli a «non disperare», perché «il regime sionista non sarà mai vittorioso su Hamas ed Hezbollah». Ha poi lanciato un appello ai Paesi arabi, compresi quelli di fede sunnita: «Il nemico dell’Iran è il nemico della Palestina, del Libano, dell’Iraq, dell’Egitto, della Siria e dello Yemen».

Ad ascoltarlo tra i funzionari del regime c’era Abdullah Safieddine, capo dell’ufficio di Hezbollah e fratello di Hashem Safieddine, il possibile successore di Nasrallah. Di cui, però, da ventiquattr’ore non si ha più traccia. Secondo i media israeliani è rimasto ucciso anche lui, come il capo delle comunicazioni del Partito di Dio Muhammad Rashid Sakafi, nel massiccio raid dell’aviazione israeliana di giovedì notte, avvenuto ancora una volta nel quartiere sciita di Dahieh, a Beirut. Sul bunker di al-Marija, ritenuto essere la sede dell’intelligence di Hezbollah e al cui interno secondo i giornali locali era in corso la riunione per nominare Hashem Safieddine, i jet israeliani hanno scaricato 73 tonnellate di bombe. Per eliminare Nasrallah ne avevano usate 80.


Trump: Israele dovrebbe colpite i siti nucleari iraniani

Israele dovrebbe colpire i siti nucleari iraniani. Lo afferma Donald Trump, nel corso di un comizio in North Carolina. «La risposta doveva essere: colpite il nucleare prima e preoccupatevi poi», ha detto il tycoon a chi gli chiedeva cosa pensasse della risposta data dal presidente americano Joe Biden sulla possibilità che lo Stato ebraico colpisca gli impianti atomici di Teheran. Biden si è detto contrario e nelle ultime ore ha frenato anche sul colpire i giacimenti petroliferi. «Se lo faranno, lo faranno. Scopriremo quali sono i piani» di Israele, ha aggiunto Trump. Il governo israeliano, secondo quanto riferito da Biden, non ha ancora definito la sua risposta all’attacco dell’Iran.

(Corriere della Sera 5 Ottobre 2024)


L’appello del Papa: il 7 ottobre preghiera e digiuno per implorare la pace nel mondo

Come già per Siria, RD Congo e Sud Sudan, Libano, Afghanistan, Ucraina e Terra Santa dal 2013 al 2023, Francesco indice per il prossimo lunedì, primo anniversario dell’attacco terroristico di Hamas a Israele, una giornata di orazione e astensione di pasti per invocare il dono della pace. E annuncia una visita domenica 6 ottobre a Santa Maria Maggiore per recitare il Rosario e pregare la Madonna, chiedendo la partecipazione di tutti i membri del Sinodo

(Vatican News)


🙏🕊LUNEDÌ 7 OTTOBRE : IN DIRETTA SU RADIO MARIA H.16.00 ROSARIO MONDIALE DI RADIO MARIA DAL LIBANO presso IL SANTUARIO NOSTRA SIGNORA DI HARISSA
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Belgio. La libera voce del Papa e una reazione fuori misura

Francesco Ognibene venerdì 4 ottobre 2024

Il premier che annuncia di voler esprimere al nunzio la protesta ufficiale per quel che il Papa ha detto sull’aborto mostra l’idea che la Chiesa possa essere zittita quando dà voce pubblica al Vangelo

L’incomprensione della parola del Papa durante e dopo il suo breve viaggio in Lussemburgo e Belgio appare persino eclatante se si pensa alla sintonia profonda che invece Francesco ha suscitato dall’altro capo del mondo, tra Indonesia e Singapore, Paesi visitati solo qualche settimana prima e che si riconoscono in tradizioni culturali e identità religiose profondamente diverse rispetto a quelle che plasmano l’Europa.

La lode che Francesco ha rivolto alla testimonianza di Baldovino, sovrano belga amato per la sua integrità e coerenza, gli ha fruttato addirittura lo sdegno del primo ministro di Bruxelles Alexander De Croo che ha annunciato l’intenzione di convocare il nunzio in Belgio per dirgli con un «messaggio chiaro» che «ciò che è successo è inaccettabile». Il Papa ha osato indicare l’esempio di un re che antepose la coscienza a ogni altro potere scegliendo di cedere lo scettro – fosse pure per poche ore: ma lo fece davvero – piuttosto che lasciare che a far entrare in vigore la legalizzazione dell’aborto fosse la sua firma. Sarà pur vero che il liberale De Croo, sconfitto alle recenti politiche, è dimissionario e che il suo annuncio potrebbe essere stato reso a uso dei media, cercando di recuperare quell’approvazione che lo ha allontanato dal potere (una coazione, stavolta, e non una scelta…). Resta che l’ha veramente detto, spingendosi oltre il limite del rispetto istituzionale che sarebbe comunque il minimo esigibile nelle relazioni tra Stato e Chiesa. Un’uscita sgarbata e infelice, singolarmente muscolare, che suona ancor più stonata se si pensa che intende sanzionare parole di accorata ammirazione pronunciate dal Papa come omaggio non rituale a uno dei simboli del Paese.

L’aria che tira in Belgio (e non solo: si pensi ai toni belligeranti riservati da mesi in Italia ai volontari per l’accoglienza della vita nascente) era già chiara quando, con il Papa ancora a Bruxelles, l’Università Cattolica di Lovanio aveva preso le distanze dalle sue riflessioni sulla specificità femminile, come imbarazzata dalla parola evangelicamente chiara di Pietro. Tutto lascia traccia, nulla va considerato come un semplice episodio: e qui si coglie ancora l’eco dell’irruzione dei gendarmi 14 anni fa nell’Arcivescovado di Bruxelles dov’era in corso una riunione della Conferenza episcopale, 9 ore di sequestro dei vescovi a caccia di prove sugli abusi, con tanto di tombe di cardinali scoperchiate nella cripta della cattedrale. Quando si diceva che andando in Belgio il Papa avrebbe affrontato il centro della scristianizzazione europea era a un simile contesto estremo che si pensava. Ed è questa realtà di cesura immemore delle radici cristiane che stiamo sperimentando. Con tutte le sue incredibili manifestazioni pubbliche.

La convocazione di un ambasciatore per esternargli una protesta formale la si riserva in diplomazia ad atti ostili, provocazioni aggressive, atteggiamenti e scelte che contrastano con la propria mentalità. Ed è questo il punto. Ribadendo il giudizio etico della Chiesa sull’aborto, con la franchezza in difesa della vita che usa quando parla anche di poveri e migranti, il Papa di certo ormai scandalizza ma non fa altro che esprimere liberamente un pensiero che può non essere condiviso eppure resta il riferimento per tutta la Chiesa, segno di unità, voce pubblica di una comunità credente che si riconosce in un’autorità differente dai poteri del mondo. Dentro ciò che la Chiesa dice in forza di questo suo nutrirsi del Vangelo e del suo sguardo sulla persona, originale in ogni tempo, c’è una libertà che nessun potere può pretendere di ridurre alle sue ragioni, nessuna cultura deve credere assoggettabile alle proprie logiche, e che di certo non si può sperare di zittire, meno che mai con parole e gesti intimidatori.

La Chiesa, il Papa, i credenti restano liberi, della libertà dei figli di Dio che ha un’origine ben diversa da quella assicurata da una legge o dal consenso dell’opinione pubblica, vero, presunto, o solo cercato. Essere in disaccordo, anche radicale, con ciò che essa dice grazie a questa inattaccabile libertà è ovviamente del tutto legittimo. Chiamarla a rapporto per dirle in faccia che non può farlo è tutt’altra cosa, e va a ledere la stessa natura democratica delle società europee, fondata su quella visione della persona che proprio il cristianesimo ha piantato nel cuore della civiltà continentale.

Definire «criminali» e «omicide» leggi che mettono in discussione la vita umana fino a consentire di sopprimerla può essere soggetto a discussioni e dibattiti – e lo è, eccome –, ma la stessa libertà di scelta che si dice di voler difendere dovrebbe impedire di mettere a tacere chi la pensa diversamente: tanto più se è la Chiesa, che quella libertà ha scolpito nei suoi inconfondibili tratti umani dentro la coscienza europea. Non è nemmeno immaginabile una società o un Paese dove la Chiesa per non vedersi richiamata all’ordine dal governo di turno deve allinearsi silente a mentalità, leggi e provvedimenti che non riconoscono l’infinita dignità di ogni vita umana, sia essa ancora avviata alla nascita oppure alla deriva dentro un barcone stipato di migranti, sfruttata nei campi o reclusa in luoghi disumani di detenzione.

È a nome di tutti loro che il Papa leva la sua libera voce. Lo fa anche per restituire sia evidenza a una realtà che spesso manipoliamo per rendercela accettabile sia, a noi credenti troppo spesso àfoni, la voce che a volte sembra spegnercisi in gola

SAN FRANCESCO D’ASSISI

Oggi il santo patrono d’Italia sarebbe inviso al laicismo dominante, che pretende di espellere Dio dalla dimensione pubblica. Ammoniva infatti i governanti «ad attribuire al Signore tanto onore fra il popolo a voi affidato […]. E se non farete questo, sappiate che dovrete renderne ragione a Dio»

Santo del giorno 04_10_2024  – Ermes Dovico – La Nuova Bussola

Lontano anni luce dalla figura insipida e ridotta che l’ecologismo e il pacifismo gli hanno ritagliato, san Francesco d’Assisi (1181-1226) è stato un testimone radicale del Vangelo, dell’amore per Dio al primo posto, da cui discendeva il suo farsi prossimo per tutti gli uomini con bisogni materiali e spirituali. Dopo una gioventù vissuta nel benessere, l’anno passato in prigione ne segnò l’inizio di un cammino di conversione. La preghiera, le rivelazioni notturne, i primi gesti di donazione gratuita verso mendicanti e lebbrosi fecero il resto, culminando nell’episodio alla chiesa di San Damiano, dove gli parlò il Crocifisso: «Francesco, va’ e ripara la mia casa che, come vedi, è tutta in rovina».

Francesco si adoperò per la riparazione della chiesetta ma in seguito, ascoltando un passo sulla missione degli apostoli (Mt 10, 9-10), capì che Cristo lo stava esortando al rinnovamento di tutta la Chiesa. Il giovane, che già era stato protetto dal vescovo al tempo della rinuncia ai beni paterni, dedicò tutte le forze alla missione a cui Dio lo chiamava. Fece questo sempre nell’obbedienza alla Chiesa, in quegli anni alle prese con l’eresia catara e contestata da movimenti pauperistici che non ne riconoscevano l’autorità di origine divina. Al contempo ricordava che ognuno deve conformarsi alla legge di Dio: «Nessun uomo si ritenga obbligato dall’obbedienza a obbedire a qualcuno là dove si commette delitto o peccato» (Lettera ai fedeli, seconda recensione).

Nel povero vedeva il Signore sofferentema per lui la vera povertà era la non conoscenza di Dio, a partire dalla mancata adorazione per il suo Corpo e Sangue: «I calici, i corporali, gli ornamenti dell’altare e tutto ciò che serve al sacrificio, devono essere preziosi. E se in qualche luogo trovassero il santissimo Corpo del Signore collocato in modo miserevole, venga da essi posto e custodito in un luogo prezioso». Lo stesso raccomandava per la Sacra Scrittura. Non rinunciava mai ad annunciare la verità di Cristo. Se ne accorse anche il sultano, al quale si presentò inerme e spiegò che i crociati (diversamente da quanto sostiene la moderna vulgata anticristiana) agivano secondo giustizia nel combattere i musulmani per liberare i luoghi santi della Palestina. Il sultano non si convertì, ma lo ammirò.

Libero da compromessi col mondo, oggi il santo patrono d’Italia sarebbe inviso al laicismo dominante, che pretende di espellere Dio dalla dimensione pubblica. Ammoniva i governanti «ad attribuire al Signore tanto onore fra il popolo a voi affidato […]. E se non farete questo, sappiate che dovrete renderne ragione a Dio». Esortava i sacerdoti a ricordare al popolo di fare penitenza, metteva in guardia sulle pene del Purgatorio, l’eternità dell’Inferno e chiamava gli impenitenti «prigionieri del diavolo». Due anni prima di morire ricevette le stimmate. Era il sigillo su una vita vissuta nell’amore per Cristo e la salvezza delle anime, come ricordò ai presenti quando ottenne l’indulgenza della Porziuncola: «Io vi voglio mandare tutti in Paradiso!»

Ottobre, il mese degli angeli

2 Ottobre 2024 

di Roberto de Mattei- Corrispondenza Romana

Il mese di ottobre, oltre che al Santwo Rosario, è dedicato agli Angeli. Gli Angeli e i Demoni, che sono anch’essi Angeli, ma ribelli e decaduti, esistono. Essi sono puri spiriti, persone reali e distinte, creature dotate di anima e non di corpo. La Chiesa lo ha professato fin dall’inizio con il simbolo niceno-costantinopolitano e lo ha confermato nel Concilio Lateranense IV (1215), la cui formulazione è ripresa dal Concilio Vaticano I che dice: Dio «creò insieme dal nulla fin dall’inizio del tempo l’una e l’altra creatura, quella spirituale e quella corporea, cioè l’angelica e la terrena, e quindi creò la natura umana come ad entrambi comune, essendo costituita di spirito e di corpo». Ossia, Dio creò fin dal principio entrambe le realtà: quella spirituale e quella corporale, il mondo terreno e quello angelico.

Il teatro della creazione degli Angeli fu il Cielo dove, al loro primo aprirsi alla coscienza, essi furono chiamati ad adorare Dio, i suoi piani, la sua volontà. Gli Angeli furono le prime creature razionali e libere dell’universo. In quanto esseri razionali ebbero la possibilità di conoscere in maniera immediata e intuitiva la Verità di Dio, loro Causa e loro Bene supremo. In quanto esseri liberi, ebbero la possibilità di rifiutare la Volontà di Dio, il suo piano dell’universo. Lucifero, il primo degli angeli, ammirò la propria bellezza, pretese di essere uguale a Dio, rifiutò di servirlo. Una terza parte degli Angeli lo seguì (Apoc. 12, 14), ma tutti gli altri Angeli, guidati da san Michele insorse al grido “Quis ut Deus?”, “Chi è come Dio?”.

Il bene e il male entravano nella storia dell’universo. Una battaglia avvenne in cielo (Ap. 12,7-9): Michele e gli Angeli buoni precipitarono nell’inferno Satana e gli Angeli ribelli. Non fu però uno scontro tra il bene e il male, ma tra buoni e cattivi: e questo perché il male non è una sostanza, come dice sant’Agostino perché, se fosse una sostanza sarebbe buono (Confessioni, III, 7, n. 12). Se Satana fosse il male, esisterebbe un dualismo ontologico nell’universo, come ritenevano i catari, che contrapponevano il Dio del male dell’Antico Testamento, al Dio buono del Nuovo. Gli Angeli, invece, insegna la Chiesa nel Concilio Lateranense IV (1215) contro i catari, «sono stati creati buoni da Dio ma sono diventati cattivi per loro propria volontà».

Ciò che ha diviso il mondo dei puri spiriti in buoni e cattivi non è stata quindi una divisione ontologica, né una separazione stabilita da Dio, ma una scelta morale, frutto della libertà propria della natura spirituale degli Angeli. I buoni hanno scelto Dio come Bene supremo e definitivo, rivolgendosi a Lui con tutta la forza interiore della loro libertà. I cattivi lo hanno invece rifiutato e odiato, radicandosi irreversibilmente nel loro rifiuto. 

Alle radici del peccato di Lucifero, come di ogni peccato, vi è una profonda superbia. Alle radici della fedeltà di san Michele, il suo avversario, vi è una ancor più profonda umiltà. La superbia e l’umiltà sono i due assi della storia del mondo creato. Attorno a questi due atteggiamenti dello spirito si sono formate due città, la città di Dio e la città di Satana di cui parla sant’Agostino, destinate a scontrarsi nella storia fino alla fine dei tempi. La scelta degli Angeli infatti continua a ripetersi sulla terra ogni istante per gli uomini, fino al momento della morte. 

L’Apocalisse descrive l’ultimo atto di questa battaglia che si concluderà alla fine dei tempi, quando il Signore manderà i suoi Angeli per raccogliere tutti i giusti dai quattro punti cardinali. Gli Angeli imprimeranno il sigillo del Dio vivente sugli eletti che guideranno con sicurezza nella battaglia (Apoc. 7, 2). Al suono delle trombe eseguiranno i castighi di Dio sulla terra, annunciando la vittoria di Cristo (Ap. 8,2). Alla fine del mondo, «Quando il Figlio dell’uomo verrà nella gloria con tutti gli angeli, allora siederà sul trono della gloria e tutte le nazioni saranno adunate innanzi a lui ed egli separerà gli uni dagli altri» (Mt. 25, 31-32).

La battaglia degli Angeli che avvenne quando Dio Creò l’universo, non è una raffigurazione mitica ma un evento storico perché è avvenuta nel tempo, un attimo dopo la creazione del tempo stesso: è un evento che apre per così dire il tempo, ed ha perciò un valore paradigmatico, di modello di tutto ciò che da allora sarebbe accaduto nel corso della storia.

La storia, dal suo inizio alla sua fine, è la ripetizione ininterrotta di questo evento: la scelta radicale pro o contro Dio e il suo Provvidenziale disegno sull’universo. I protagonisti però non sono più solo gli Angeli e Demoni, ma soprattutto gli uomini che nella storia vivono, operano e muoiono.

La loro scelta non è di un attimo, come quella degli Angeli, ma dura il tempo di una vita, si conclude nel momento della morte, che è l’ora della scelta ultima e definitiva, da cui non si torna indietro. È nella radicalità e nella universalità di questa scelta che si esprime nella sua forma più alta la libertà delle creature spirituali, Angeli o uomini che siano.

L’aborto secondo papa Francesco e re Baldovino del Belgio

2 Ottobre 2024 ore 11:05

di Cristina Siccardi – Corrispondenza Romana

«Un aborto è un omicidio, si uccide un essere umano», così ha dichiarato il Papa durante il ritorno dal suo recente viaggio apostolico in Belgio, il 46°, conclusosi il 29 settembre. Abbiamo così avuto modo di ascoltare parole di netta verità su un principio assolutamente inconfutabile e il Papa, nel farlo, ha usato parole senza pericolo di ambiguità: «i medici che si prestano a questo sono, permettetemi la parola, sicari». Quindi «su questo non si può discutere», perché «la scienza ti dice che al mese del concepimento ci sono tutti gli organi già… Si uccide un essere umano».

Non siamo più abituati, purtroppo, alla verità dei concetti, seppure evidenti come lo sono la cultura/politica a favore della vita e la cultura/politica a favore della morte.

A partire dagli ultimi decenni del XX secolo, l’assassino di una persona “in erba” è una pratica autorizzata per legge in numerosi Paesi nel mondo, soprattutto in Occidente, a discrezione della donna e nei primi mesi della gestazione. Nonostante ci sia, quindi, un’ampia diffusione di questa pratica legislativa, i dibattiti e i dubbi sulla liceità dell’aborto continuano ad essere parte integrante delle nostre società. Con l’edulcorata espressione linguistica «interruzione volontaria di gravidanza», questo tragico problema, che trafigge le coscienze, continua a circolare, e ciò avverrà fin tanto che non sarà chiara a tutti la sacro santa verità pronunciata dal Papa: «Un aborto è un omicidio, si uccide un essere umano», a cui si sono aggiunte le parole, altrettanto reali: «Le donne hanno diritto alla vita, la vita loro e la vita dei figli». Uccidere i figli significa commettere un abominio, indipendentemente da quanti mesi abbia la creatura destinata alla vita e indipendentemente dai problemi che può avere la madre. Non ha forse scandalizzato tutta quanta l’opinione pubblica l’orrenda fine dei piccoli, senza nome, che Chiara Petrolini ha sepolto in giardino a Parma? E che cosa c’è di diverso dai piccoli, senza nome, assassinati nel grembo materno?

Il viaggio apostolico in Belgio è stata anche occasione per annunciare una importante iniziativa del Pontefice: a conclusione della visita ha annunciato che avvierà il processo di beatificazione di Baldovino (1930-1993), re del Belgio dal 1951 al 1993, il quale, salito al trono in una fase di crisi politica, di cui peraltro fu costellato il suo lungo regno, affrontò la questione dell’aborto, manifestando la propria fede cattolica; non gestendola, quindi, come fatto religioso privato, ma come realtà pubblica che ha inciso sulle sue scelte a  livello nazionale. Atteggiamento ben diverso rispetto a figure di potere che dichiarano di essere cattoliche e poi si comportano come non lo fossero, pensiamo, per esempio, a molti esponenti della vecchia Democrazia Cristiana oppure a contemporanei politici.

Figlio di re Leopoldo III (1901-1983) e della regina Astrid (1905-1935), Baldovino rimase orfano a cinque anni della madre, morta in seguito ad un incidente automobilistico. Durante la Seconda guerra mondiale, la famiglia reale fu tenuta prigioniera nel castello di Laeken (1940-1944); successivamente, i sovrani furono deportati prima in un campo di prigionia tedesco e poi in uno austriaco, per essere poi liberati dagli americani nel maggio del 1945.

Con la fine del conflitto bellico la famiglia reale visse in esilio, in Svizzera, fino al 1950, quando, dopo un referendum popolare, Leopoldo III ebbe poté far ritorno in patria. Tuttavia, il referendum aveva decretato che le Fiandre erano favorevoli al Re, mentre la Vallonia era contraria. Al fine di non dividere il Paese, Leopoldo III abdicò il 16 luglio del 1951 in favore del figlio maggiore Baldovino, che all’età di 21 anni divenne sovrano e quinto Re dei belgi. Sono anni segnati dalla questione che vedeva contrapposti i sostenitori della scuola cattolica, di cui il sovrano era fautore convinto, e quelli della scuola pubblica e sono anche gli anni della fondazione della CECA (Comunità Europee del Carbone e dell’Acciaio), 1951, e della CEE (Comunità Economica Europea), 1957. Intanto, pesanti rivolte si susseguono per l’indipendenza del Congo dal Belgio. Il 30 giugno 1960 Baldovino assiste alla cerimonia d’indipendenza a Leopoldville e, al Parlamento riunito in seduta comune, dopo una inaspettata ovazione da parte di tutti i deputati congolesi, il Re espone un elogio alla colonizzazione e a quanti progetti belgi erano stati messi in atto con ottimi risultati per i congolesi in quella terra africana. 

Proprio nel 1960 sposò nella cattedrale di Bruxelles la contessa Fabiola de Mora y Aragón (1928-2014), che divenne la regina Fabiola del Belgio, la quale ebbe cinque gravidanze, ma tutte quante terminate con aborti spontanei: fu una pesante croce che la coppia reale dovette sopportare e lo fece con fede, speranza e carità. Pertanto, la successione dinastica passò al principe Filippo, classe 1960, figlio del fratello Alberto II, classe 1934.

Nel 1976, con i fondi raccolti durante i festeggiamenti per il venticinquesimo anno di regno, venne istituita la Fondazione re Baldovino con l’obiettivo di migliorare le condizioni di vita della popolazione sul piano economico, sociale, culturale e scientifico.

Nonostante il Belgio sia una monarchia parlamentare, dove il monarca non può esprimere pubblicamente le sue opinioni senza l’approvazione del Parlamento, Baldovino, molto amato dal popolo, ebbe sempre un’importante influenza sui governi che si susseguirono durante i suoi quarantadue anni di regno. Sotto il suo mandato il Belgio si trasformò in uno Stato federale e il suo Re difese profondamente l’unità della Nazione, benché, nell’ambito della questione linguistica, esistano delle divisioni con le due lingue ufficiali: il fiammingo e il francese. 

Il candidato all’onore degli altari, su espressa volontà di papa Francesco, fu un uomo profondamente cattolico e tutta la sua esistenza è stata testimonianza del suo credo. Nel 1990, non volendo firmare la legge favorevole all’aborto approvata dal Parlamento, espose le sue ragioni in una lettera all’allora primo ministro Wilfried Martens. Fu così che il Parlamento, applicando una particolare interpretazione dell’articolo 93 della Costituzione (art. 82 secondo la precedente numerazione), prese atto di una temporanea «impossibilità di regnare» da parte di Baldovino, promulgando, in vece del Re, il provvedimento in data 3 aprile. Il 5 aprile seguente, con una nuova constatazione della pienezza delle funzioni del sovrano, quest’ultimo fu ristabilito dal Parlamento alle proprie funzioni.

Papa Francesco: «I medici che si prestano all’aborto sono dei sicari». E sul Libano: «La difesa sproporzionata è immorale»

dal nostro inviato Gian Guido Vecchi – Corriere della Sera – 29 Settembre 2024

Durante il volo di rientro da Bruxelles a Roma, Bergoglio è tornato ad affrontare alcuni dei temi dei discorsi tenuti nel viaggio nel cuore d’Europa

Tre giorni in Lussemburgo e Belgio, nel cuore dell’Europa secolarizzata. Poco dopo il decollo da Bruxelles, sul volo SN1191, Francesco raggiunge i giornalisti in fondo all’aereo e ha l’aria serena. Sorride quando gli si ricorda la sosta inedita che si è concessa per un caffè a Lussemburgo, «quella del bar è una ragazzata, la prossima sarà la pizzeria». Ma alla fine, dopo aver risposto alle domande, il volto si rattrista, prima di congedarsi c’è ancora una cosa che vuole dire: «Quelle persone disperse alle Canarie, mi fa dolore. Oggi tanti, tanti migranti che cercano la libertà si perdono sul mare o vicino alle coste… Pensiamo a Crotone, a cento metri… Penso a questo. È da piangere, questo».

Santità, Abbiamo letto delle bombe per l’assassinio mirato di Nasrallah. Ci sono migliaia di sfollati, tanti morti. Lei pensa che Israele sia andata forse oltre, in Libano e a Gaza?
«Tutti i giorni io telefono alla parrocchia di Gaza. Lì dentro ci sono più di seicento persone, e mi dicono le cose che succedono, anche le crudeltà. E quello che lei mi dice… Non ho capito bene come sono state le cose, ma la difesa sempre deve essere proporzionata all’attacco. Quando c’è qualcosa di sproporzionato, si fa vedere una tendenza dominatrice che va oltre la moralità. Un Paese che con la forza fa queste cose – parlo di qualsiasi Paese – in un modo così “superlativo”, sono azioni immorali. Anche nella guerra c’è una moralità da custodire. La guerra è immorale ma le regole di guerra implicano qualche moralità. Quando questo non si fa, si vede il “cattivo sangue” di queste cose, diciamo in Argentina».

Le sue parole sulla tomba Re Baldovino, a proposito di aborto, hanno provocato stupore in Lussemburgo. Erano legate al processo di beatificazione?
«Lo stupore è l’inizio della filosofia, va bene. Sono tutti diritti, vite. Il Re è stato coraggioso, davanti a una legge di morte non ha firmato e si è dimesso. Ci vuole coraggio, un politico con i pantaloni, per fare questo. Lui ha dato un messaggio e lo ha fatto perché è un santo. Ancora non è santo ma il processo di beatificazione andrà avanti, perché ne abbiamo avuto prova».

E come far coincidere il diritto alla vita e il diritto della donna di vivere senza sofferenza?
«Le donne hanno diritto alla vita, la loro e la vita dei figli. Non dimentichiamo di dire questo: un aborto è un omicidio. La scienza ti dice che al mese del concepimento tutti gli organi sono già completi. Si uccide un essere umano. I medici che si prestano a questo, permettimi la parola, sono dei sicari. E su questo non si può discutere. Si uccide una vita umana. E le donne hanno il diritto di proteggere la vita. Un’altra cosa sono i metodi contraccettivi. Questo è un’altra cosa, non confondere, io adesso parlo solo dell’aborto. E su questo non si può discutere. Questa è la verità».

In Belgio ha avuto un lungo incontro con un gruppo di vittime di abuso sessuale. Spesso nei loro racconti ricorrono grida di disperazione sulla mancanza di trasparenza, nelle procedure, le porte chiuse, il silenzio nei loro confronti, la lentezza delle azioni disciplinari, le coperture di cui lei ha parlato oggi, i problemi sui risarcimenti per i danni subiti. Alla fine sembrano cambiare le cose soltanto quando riescono a parlare con lei, di persona. A Bruxelles le vittime hanno fatto anche una serie di richieste. Come intende procedere?
«Io ho ascoltato gli abusati. Credo sia un dovere. Alcuni dicono che secondo le statistiche il 40-46 per dento degli abusati sono in famiglia e nel quartiere, soltanto il 3 per cento nella Chiesa. Ma non mi importa quello, io prendo quelli della Chiesa. Abbiamo la responsabilità di aiutare gli abusati e prenderci cura di loro. Alcuni hanno bisogno di un trattamento psicologico, bisogna aiutarli. Anche si parla di una indennizzazione perché nel diritto civile c’è. Credo siano 50mila euro in Belgio, è troppo basso. Non è una cosa che serve. La cifra credo sia quella ma non ne sono sicuro. Ma dobbiamo prenderci cura delle persone abusate e punire gli abusatori, perché l’abuso non è un peccato di oggi che domani forse non c’è… È una malattia psichiatrica e per questo dobbiamo metterli in trattamento e controllarli. Non si può lasciare un abusatore libero nella vita normale, con responsabilità nelle parrocchie e nelle scuole. Alcuni vescovi ai preti che hanno fatto questo, dopo il processo e la condanna, gli hanno dato lavoro per esempio nella biblioteca, ma senza contatto con bambini nelle scuole, nelle parrocchie. Ma dobbiamo andare avanti con questo. Io ho detto ai vescovi belgi di non avere paura e di andare avanti, avanti. La vergogna è coprire, questa sì è la vergogna».

Non sarebbe meglio, forse, creare un dipartimento apposito in Vaticano?
«C’è un dipartimento in Vaticano. C’è una struttura, il presidente adesso è un vescovo colombiano per i casi di abusi. C’è una commissione che ha creato il cardinale O’Malley. Questo funziona. E si ricevono tutte le cose in Vaticano e si discute. Anche io in Vaticano ho ricevuto gli abusati e do forza perché si vada avanti».

Dopo l’incontro a Lovanio, è stato diffuso un comunicato nel quale l’università cattolica «deplora le posizioni conservatrici espresse da Papa Francesco sul ruolo della donna nella società».
«Questo documento è stato fatto nel momento in cui parlavo, è stato “pre-fatto”, e questo non è morale. Io parlo sempre della dignità della donna. e dico una cosa che non posso dire agli uomini: la Chiesa è donna. Maschilizzare la Chiesa, maschilizzare le donne non è umano, non è cristiano. Il femminile ha la sua forza. Anzi, la donna – lo dico sempre – è più importante degli uomini, perché la Chiesa è donna, la Chiesa è sposa di Gesù. Se questo a quelle signore sembra conservativo, io sono Carlo Gardell. Non si capisce. Io vedo che c’è una mente ottusa che non vuol sentire parlare di questo. La donna è uguale all’uomo, anzi, nella vita della Chiesa la donna è superiore, perché la Chiesa è donna. Sul ministero è più grande la misticità della donna che il ministero. C’è un grande teologo che ha fatto studi su questo: chi è più grande, il ministero petrino o il ministero mariano? È più grande il ministero mariano perché è un ministero di unità che coinvolge, l’altro è ministero di conduzione. La maternalità della Chiesa è una maternalità di donna. Il ministero è un ministero molto minore, dato per accompagnare i fedeli, sempre dentro la maternalità. Vari teologi hanno studiato questo e dire questo è una cosa reale, non dico moderna, ma reale. Non è antiquato. Un femminismo esagerato che vuol dire che la donna sia maschilista non funziona. Una cosa è il maschilismo che non va, una cosa è il femminismo che non va. Quello che va è la Chiesa donna che più grande del ministero sacerdotale. E questo non si pensa alle volte».

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