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Ucraina, l’intervento di Pyongyang e l’internazionalizzazione del conflitto

Il coinvolgimento della Corea del Nord, di concerto con la Russia, rischia di riannodare i fili della ‘terza guerra mondiale a pezzi’. Il direttore del CeSI Di Liddo: “È uno dei momenti più bassi per la storia delle Nazioni Unite, sistema internazionale che ha bisogno di essere riformato, ma il cui contributo è ancora importante”

Stefano Leszczynski – Città del Vaticano – 1 Novembre 2024

Cresce la preoccupazione nelle cancellerie internazionali per la presenza – ormai data per certa anche dal Pentagono – di militari nord-coreani in Russia, pronti per essere impiegati nelle zone di combattimento contro l’Ucraina. L’allarme lanciato dall’intelligence di Seul riguarda il dispiegamento di un contingente di almeno 10 mila uomini arrivati via treno in territorio russo. Un eventuale utilizzo in combattimento dei militari di Pyongyang segnerebbe il punto di un’ulteriore escalation della guerra russo-ucraina dalle conseguenze imprevedibili a livello geopolitico globale.

Di Liddo: il pericolo lo ha denunciato dal Papa

Parlando con i media vaticani, il direttore del Centro Studi Internazionali (CeSI) Marco Di Liddo, analizza i differenti livelli di un eventuale coinvolgimento del contingente nord-coreano nel conflitto: “Una prima ipotesi riguarda la possibilità che i militari nordcoreani vengano arruolati nelle forze armate russe dopo essere stati dotati di falsi passaporti, facendoli passare per dei cittadini delle regioni orientali della Russia. In questo modo la Corea del Nord potrebbe cercare di evitare un’attribuzione diretta di responsabilità nei confronti dell’Ucraina per eventuali vittime o danni alle infrastrutture”. Ben diverso sarebbe, invece, il coinvolgimento di queste unità militari sotto le proprie insegne, eventualità che – secondo di Liddo – autorizzerebbe l’Ucraina a dichiarare la Nord Corea Paese ostile. “Un ulteriore tassello all’internazionalizzazione della guerra in Ucraina – prosegue l’analista del CeSI – potrebbe derivare dal fatto che di fronte al coinvolgimento di un paese terzo nulla vieterebbe a paesi europei o a paesi extraeuropei di inviare dei propri contingenti a supporto delle forze ucraine”. Il pericolo di un effetto domino sui molti contesti di crisi aperti a livello internazionale è, dunque, concreto e rischia di riannodare tutti i fili di quella “guerra mondiale a pezzi” tante volte denunciata da Papa Francesco e contro la quale il diritto internazionale appare impotente.

Le alluvioni e l’aiuto da chiedere a Dio: i preti benedicano i fiumi

Un’altra alluvione ci ha messo in ginocchio, ma ancora non ci vogliamo inginocchiare. Gli interventi per la sicurezza sono necessari, ma la tecnica non risolve tutto. Ci si rifugi nel Signore e i sacerdoti ravvivino la fede del popolo, riprendendo la benedizione dei fiumi.

 27_10_2024 – Luisella Scrosati – La Nuova Bussola

Ancora una volta: maggio 2023, settembre 2024, ottobre 2024. L’acqua continua a castigare la nostra regione (Emilia-Romagna), accendendo rabbia e sconforto tra famiglie e aziende che hanno di nuovo perso tutto, e che anche questa volta hanno falciato una giovane vita. A valle allagamenti riempiono scantinati e taverne, invadono campi e mettono in ginocchio la vita delle città; in collina il fango cola dall’alto e i fiumi esondano in basso, stringendo i paesi in una terribile morsa; in montagna si attivano o riattivano frane e si sbriciolano le strade.

Le responsabilità ci sono, perché chi vive qui sa molto bene che dallo scorso anno ad oggi ben poco si è fatto. Si è ricostruita qualche strada, si sono per lo più sgombrate frane, lasciando però il territorio con le sue ferite aperte.

Siamo in ginocchio, ma, ancora una volta, non ci vogliamo inginocchiare. Ancora non vogliamo capire che la nostra vita è fragile e che, per quanto ci sfasciamo la testa con progetti di messa in sicurezza del territorio, assolutamente necessari, la nostra vita non è mai al sicuro. Si prova una pena infinita nel vedere queste povere persone che, nel giro di una manciata di minuti, hanno perso tutto: chi la casa, chi l’azienda agricola, chi beni da migliaia di euro, senza dimenticare oggetti che tessono la storia di una vita, più o meno lunga. Qui a Bologna, all’acqua si è aggiunto subito dopo il fuoco, con la terribile esplosione avvenuta alla Toyota Handling di Borgo Panigale, dove nemmeno tre giorni prima si era sfiorata la tragedia per l’allagamento improvviso di un sottopasso allo svincolo della tangenziale.

Di fronte a queste tragedie, di fronte alla morte dei tre giovani, si comprende la rabbia, si comprende lo sconcerto, ma dietro le espressioni di “morti inaccettabili”, o di eventi “che nel 2024 non devono più capitare” non si può non riconoscere i resti dell’ubriacatura ideologica che ci è stata fatta bere per decenni. Allattati a progresso e scienza, ci viene automatico parlare di ingiustizia di fronte a incidenti e catastrofi e pensare che, se si fossero applicati i protocolli, se ci fossero stati controlli più rigidi, se si fosse fatto qualcosa – qualsiasi cosa –, il lutto e la tragedia si sarebbero allontanati da noi. È quanto di più lontano dalla nostra mentalità adulta e progredita pensare che non siamo migliori dei nostri antenati, che, per quanto l’ingegno umano si applichi alla realtà, e giustamente, la realtà è più grande di noi. La tentazione terribile che si affaccia in queste situazioni è quella di pensare che, lasciando tutto nelle mani di una più capillare e aggiornata intelligenza artificiale, nessuno sgradevole imprevisto sarà più all’orizzonte. L’uomo sbaglia, la tecnica no.

«È meglio rifugiarsi nel Signore che confidare nell’uomo. È meglio rifugiarsi nel Signore che confidare nei potenti» (Sal 117, 8-9). Questa è la strada che la parola di Dio ci indica e quest’altra è quella da cui ci insegna a stare lontani: «Maledetto l’uomo che confida nell’uomo, che pone nella carne il suo sostegno e dal Signore si allontana il suo cuore» (Ger 17, 5). L’articolo potrebbe finire qui, chiedendo solo al lettore di ripetersi queste parole all’infinito, perché spezzino tutti i legami dell’ideologia del progresso e lavino via tutti i resti dell’idolatria degli esperti, che albergano in noi, più di quanto pensiamo. Ma qualcosa in più dobbiamo dire, perché qualcosa si può, si deve fare.

«Gesù, se le poche case oneste di questo porco paese potessero galleggiare come l’arca di Noè, io vi direi: fate gonfiare il fiume, che strabocchi, spacchi l’argine e sommerga tutto il paese. Ma siccome la gente onesta vive in case uguali a quelle dei farabutti e sarebbe ingiusto punire i buoni per la colpa di questo Peppone e la sua ciurma di senza Dio e senza legge, o Dio, vi prego di salvare il paese dalle acque e di dargli prosperità. Amen». Molti avranno riconosciuto in questa singolare preghiera, la “benedizione” al fiume Po del celebre film Don Camillo e Peppone.

Sono scene che non si vedono più, per svariate ragioni. Primo, perché i preti non credono più a queste trovate di sapore “medievale”: se ci sono problemi ai fiumi, deve vedersela la Regione. Che razza di religione preconciliare sarebbe quella che si mette a pregare Dio di impedire ad un fiume di invadere un paese e travolgere delle case? Come può un prete del secondo e terzo millennio pensare di benedire le acque di un fiume perché da questa benedizione siano domate e tornino ad essere docili?

Secondo, perché non ci sono più i compagni del tenore di Peppone & Co. E se non ci sono, spiace dirlo, è perché semplicemente non trovano davanti a sé alcuna contrapposizione, alcuna identità chiara. Oggi non vediamo scene simili, semplicemente perché non c’è più alcuna ideologia che contrapponga compagni e preti, essendo ormai tutti dalla stessa parte…….

Terzo, perché per pronunciare una preghiera così, e udirla senza gridare allo scandalo, è necessario avere ancora il senso di Dio e del nostro peccato; è necessario avere la consapevolezza che quanto ci capita ce lo meritiamo, perché abbiamo abbandonato Dio per volgerci agli idoli delle nostre mani. È necessario avere in cuore i sentimenti del timorato di Dio, come Tobi: «Ora, Signore, ricordati di me e guardami. Non punirmi per i miei peccati e per gli errori miei e dei miei padri. Violando i tuoi comandi, abbiamo peccato davanti a te. Tu hai lasciato che ci spogliassero dei beni; ci hai abbandonati alla prigionia, alla morte e ad essere la favola, lo scherno, il disprezzo di tutte le genti, tra le quali ci hai dispersi. Ora, nel trattarmi secondo le colpe mie e dei miei padri, veri sono tutti i tuoi giudizi, perché non abbiamo osservato i tuoi decreti, camminando davanti a te nella verità» (Tb 3, 3-5). E chi non è stato colpito, per ora, si guardi bene da pensare di essere meno peccatore degli altri: «Credete che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, per aver subito tale sorte? No, vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo. O quei diciotto, sopra i quali rovinò la torre di Sìloe e li uccise, credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? No, vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo» (Lc 13, 3-5).

Torniamo all’inizio di questo articolo. Se la gente ormai preferisce abbassare gli occhi verso la tecnica piuttosto che alzarli verso Dio, è perché non c’è più nulla di visibile che ricordi loro Dio. E siccome, nell’ottica comune, la benedizione è ancora una di quelle cose che mostra la vicinanza di Dio e fa parte del “mestiere del prete”, non vedere più i preti fare il loro mestiere contribuisce potentemente a far sparire Dio dall’orizzonte della vita. Dopo un’alluvione, gli operai salgono sulle ruspe, i volontari si armano di stivali e pale, ma perché i preti non fanno il loro mestiere? Perché non tornare a benedire questi fiumi? Perché non erigere, come si fa tradizionalmente, delle piccole edicole, di solito mariane, a protezione dei paesi dalla furia del fiume? Perché non tornare a pregare pubblicamente le Litaniæ sanctorum per domandare a Dio un tempo più mite?

Lancio una sfida: qui sotto riporto la benedizione contro le inondazioni, tratta dal Rituale romanum antico….. Portatela ai vostri sacerdoti, chiedete loro di benedire i fiumi e accompagnateli.

BENEDIZIONE CONTRO LE INONDAZIONI

Il sacerdote, con il popolo, porta agli argini del fiume la reliquia della Santa Croce e lì legge l’inizio dei quattro Vangeli; dopo ogni Vangelo aggiunga le seguenti preghiere.

V. Ádjuva nos, Deus salutáris noster.

R. Et propter glóriam nóminis tui líbera nos.

V. Salvos fac servos tuos.

R. Deus meus, sperántes in te.

V. Dómine, non secúndum peccáta nostra fácias nobis.

R. Neque secúndum iniquitátes nostras retríbuas nobis.

V. Mitte nobis, Dómine, auxílium de sancto.

R. Et de Sion tuére nos.

V. Dómine, exáudi oratiónem meam.

R. Et clamor meus ad te véniat.

V. Dóminus vobíscum. R. Et cum spíritu tuo.

Orémus.

Deus, qui justíficas ímpium, et non vis mortem peccatóris: majestátem tuam supplíciter deprecámur; ut fámulos tuos de tua misericórdia confidántes, ab aquárum perículis, cælésti prótegas benígnus auxílio, et assídua protectióne consérves: ut tibi júgiter famuléntur, nullísque tentatiónibus a te separéntur. Per Christum Dóminum nostrum. R. Amen.

Et benedíctio Dei omnipoténtis, Patris, et Fílii, + et Spíritus Sancti, descéndat super has aquas, eásque coérceat. R. Amen.


V. Aiutaci, Dio, nostra salvezza.

R. E liberaci, per la gloria del tuo nome.

V. Salva i tuoi servi.

R. Dio mio, che sperano in te.

V. Signore, non trattarci secondo i nostri peccati.

R. E non ripagarci secondo le nostre iniquità.

V. Mandaci, Signore, l’aiuto dal tuo santuario.

R. E difendici da Sion.

V. Signore, ascolta la mia preghiera.

R. E il mio grido giunga fino a te.

V. Il Signore sia con voi.

R. E con il tuo spirito.


Preghiamo.

O Dio, che giustifichi l’empio e non vuoi la morte del peccatore, supplichiamo la tua divina maestà: proteggi benigno dai pericoli delle acque, con il tuo celeste aiuto, i tuoi servi che in te sperano, e custodiscili con la tua divina protezione, perché servendoti sempre, nessuna tentazione li separi da te. Per Cristo nostro Signore. R. Amen.

E la benedizione di Dio onnipotente, Padre, e Figlio, + e Spirito Santo discenda su queste acque e le domi. R. Amen.

Moldavia e Georgia, i confini del mondo russo

di Stefano Caprio – Asia News – 26 Ottobre 2024

La guerra in Ucraina costringe i popoli di queste terre a fare una scelta netta, contro la propria stessa coscienza. I moldavi vogliono avere un posto nel mondo, non soltanto nel “mondo russo”, di cui comunque sanno di essere una parte. Ancora più drammatica è la scelta che spetta ai georgiani in questo fine settimana, dove si decide non solo la spartizione dei seggi parlamentari, ma il futuro del Paese.

Tra la settimana scorsa e questi giorni si stanno tenendo le elezioni presidenziali e il referendum moldavo per l’ingresso nella Ue, e le elezioni parlamentari in Georgia, due Paesi che rappresentano i confini storici e linguistici del mondo russo con l’Europa e l’Asia, ai lati opposti dell’Ucraina nelle rotte del mar Nero, dove si sta consumando la grande guerra tra Oriente e Occidente. A Chişinău i risultati sono incerti, con un sostanziale pareggio tra Russia e Europa, con quest’ultima che prevale per un soffio, e l’attesa del turno di ballottaggio per la rielezione della presidente Maia Sandu, in vantaggio sugli avversari, ma senza la certezza della vittoria. Il risultato in Georgia, in ogni caso, confermerà lo stesso quadro della spaccatura tra i due mondi, con conseguenze imprevedibili per il prossimo futuro.

La Georgia è un Paese antico, che nei secoli delle dispute cristiane dei Concili rimase fedele alla Chiesa bizantina, a differenza degli armeni che si separarono, e quando poi nacque la Russia, secoli dopo, fu sempre in sintonia con essa per la comune fede ortodossa. Anche oggi la Chiesa georgiana si sente istintivamente più legata alla Russia che al mondo occidentale, e spinge per affermare la propria specificità anche nelle controversie politiche. La Moldavia è invece una parte mista di Russia e Romania, una realtà nata dalle guerre russe contro la Turchia nel Settecento, e ha una grande tradizione monastica ortodossa che dal monte Athos in Grecia si è poi trasferita nella spiritualità russa degli starets ottocenteschi. Essendo entrambi Paesi ex-sovietici, oggi cercano di rielaborare le eredità storiche lontane nel tempo con quelle recenti, recuperando un’identità che non può prescindere dai rapporti con Mosca, soprattutto nel contesto del conflitto con Kiev e le terre ucraine, con cui entrambi i popoli sono molto legati.

I risultati a Chişinău riportano un 50,46% di favorevoli all’integrazione europea, a fronte del 49,54% di contrari, e se la presidente Sandu riuscirà a vincere la settimana prossima il ballottaggio con il suo avversario, il filorusso Aleksandr Stoianoglo, cercherà di confermare questa risicata vittoria inserendo nella costituzione del Paese la “irreversibilità” del corso europeo, dichiarandolo uno “scopo strategico” per la politica della Moldavia. La Russia si è impegnata direttamente nella campagna elettorale moldava senza neanche bisogno di occultare le sue azioni, essendo il Paese ampiamente russofono, ma suscitando comunque le proteste di molti politici moldavi ed europei, come il capo della delegazione della Ue, il rumeno Zigfrid Muresan, che ha salutato i risultati del referendum come “una evidente vittoria dei cittadini moldavi per un futuro europeo, nonostante i tentativi russi di impedire il processo democratico, con ingerenze e minacce senza precedenti”.

In effetti i russi hanno cercato anche di comprare direttamente i voti dei moldavi, con distribuzione di compensi da parte di numerosi agenti per cifre complessive superiori ai cento milioni di euro. Una rete di questi corruttori è stata perfino scoperta due settimane prima del voto dalla procura, risalendo al politico-oligarca Ilan Šor, latitante in Russia per sfuggire alla condanna in Moldavia per truffa e riciclaggio di denaro sporco. Non si tratta in realtà di un conflitto ideologico, ma soltanto di una prova di forza sul piccolo territorio di un Paese di tre milioni e mezzo di persone, che i russi hanno sempre considerato strategico al punto da occuparne una parte, la Transnistria, una striscia di confine con l’Ucraina che controlla lo sbocco sul mar Nero, e che rimane tuttora una repubblica separatista contesa tra Chişinău e Mosca, e sostenendo la spinta autonomista della Gagauzia, una regione nel sud-ovest dalla parte romena, per indicare i paletti di confine del mondo russo nella zona.

Le provocazioni e le ingerenze continueranno in questi giorni prima del secondo turno elettorale, e dopo le elezioni presidenziali seguiranno quelle parlamentari, previste per il 2025. La Moldavia del resto è una repubblica parlamentare e non presidenziale, e il Cremlino ha ancora molte carte da giocare per influire sulla politica locale, cercando di ottenere un controllo sul Paese a fianco dell’Ucraina, in una posizione irrinunciabile per i russi, più ancora della Georgia caucasica. Sarà molto difficile trovare il necessario equilibrio in Moldavia, e servirà comunque un lungo lavoro anche in caso di conferma della vittoria europeista, per riunificare le opposte fazioni della società, considerando che ha votato poco più della metà degli abitanti, essendoci molti scettici sulle reali possibilità di sfuggire alla morsa dell’orso russo, o su quelle di ottenere reali aiuti dall’Europa.

Le trattative per entrare nella Ue sono iniziate lo scorso anno, e la presidente Sandu cerca di presentare diverse iniziative di solidarietà sociale, come l’aumento delle pensioni di almeno il doppio delle attuali, o l’introduzione dei pasti gratuiti nelle scuole. L’avversario Stoianoglo, una figura nuova nella politica moldava, punta tutto sulla lotta alla corruzione, un problema classico di tutti i Paesi ex-sovietici, coprendo con il populismo la sua affinità con il Cremlino e proseguendo con la sua campagna allo slogan della “Giustizia per tutti!”, promettendo che in caso di vittoria continuerà comunque il cammino per l’integrazione europea, ma “non come sta andando avanti adesso”, lasciando aperte prospettive molte diverse.

La vittoria in Moldavia era comunque in bilico, essendo un Paese che da 30 anni si trova in una “zona grigia” dei due mondi, in un certo senso una situazione voluta dagli stessi cittadini, che provano uguali sentimenti non solo tra una parte e l’altra della popolazione, ma all’interno dello stesso cuore di ciascun moldavo, che vorrebbe potersi sentire allo stesso tempo sia russo che europeo. Il problema è la guerra in Ucraina, che costringe i popoli di queste terre a fare una scelta netta, contro la propria stessa coscienza; i moldavi vogliono avere un posto nel mondo, non soltanto nel “mondo russo”, di cui comunque sanno di essere una parte, rimanendo la forte traccia del passato sovietico.

Anche più drammatica è la scelta che spetta ai georgiani in questo fine settimana, dove si decide non solo la spartizione dei seggi parlamentari, ma il futuro destino della Georgia, dove secondo gli osservatori si deve decidere non solo tra Oriente e Occidente, ma “tra la pace e la guerra”. Si tratta anche qui di scegliere tra Europa e Mondo Russo per una popolazione di poco superiore a quella della Moldavia, dopo tre decenni di contraddittorio corso degli eventi post-sovietici, in cui il partito russofilo del Sogno Georgiano, al potere ormai da dodici anni, non rinnega formalmente l’orientamento all’integrazione europea, e l’opposizione europeista non vuole rinunciare ai rapporti economici con la Russia, che dall’invasione dell’Ucraina non fanno altro che portare benefici alla Georgia.

L’articolo 78 della costituzione georgiana detta formalmente “agli organi istituzionali, nel limite delle proprie prerogative, di assumere tutte le misure necessarie per garantire la piena integrazione della Georgia nell’Unione europea e nell’Alleanza atlantica”. La Georgia aveva firmato l’accordo per candidarsi all’ingresso nella Ue nel 2014, e dal 2017 vige il regime di libera circolazione dei suoi cittadini senza visto nella zona Schengen, fino a ottenere nel 2023 lo status di candidato ufficiale all’Unione. Da maggio di quest’anno, dopo l’approvazione della legge sulle “influenze straniere”, i rapporti con l’Europa e l’intero Occidente hanno subito una brusca frenata.

La legge sta bloccando di fatto tutte le iniziative sociali di sviluppo legate ai finanziamenti esteri, intervenendo anche nei conti bancari delle persone legate ai contatti occidentali, che vengono sottoposte a verifiche perfino sulle loro condizioni di salute, sull’appartenenza alle confessioni religiose, sulle opinioni politiche fino agli orientamenti sessuali, fatti oggetto di un’altra legge omofoba “contro la propaganda Lgbt” di chiara ispirazione russa. Il Sogno Georgiano spera di ottenere una maggioranza sufficiente a mettere fuorilegge tutte le opposizioni, e il Paese rischia nuovamente di sprofondare nella guerra civile, come spesso è accaduto in queste terre caucasiche.

La Russia sta a guardare e non solo, attivandosi con le tante tattiche di ingerenza sperimentate fin dai tempi sovietici, a cominciare dalla collaborazione con le forze di governo dei vari Paesi, cercando di indirizzarle verso i propri interessi. L’altra carta che Mosca gioca non solo in Moldavia e in Georgia, ma un po’ a tutte le latitudini, è il sostegno alle forze conservatrici per la difesa dei “valori tradizionali”, molto efficace anche in Europa e in America, sostenendo questi approcci con forme sempre più estese di dezinformatsija e di propaganda a tutti i livelli.

La guerra permette inoltre al Cremlino di usare la minaccia apocalittica come forma di pressione, modulando peraltro le sue affermazioni di principio con le grandi capacità di adattamento ai vari contesti dei diversi Paesi, passando dagli appelli panslavisti e ortodossi radicali alle forme più sottili di antisemitismo, di “antinazismo ucraino” e di sostegno a diverse fazioni delle forze in gioco, come quello nei confronti dei palestinesi, trovando facili sintonie con molti movimenti politici occidentali. Uno degli scopi più attesi dal Cremlino è la riduzione dell’influenza della Nato e della Ue su tutta l’Europa orientale, da riportare nell’orbita del mondo russo.

Il Papa e l’enciclica «Dilexit nos»: «Ritornare al cuore per cambiare il mondo»

di Gian Guido Vecchi – Corriere della Sera – 24 Ottobre 2024

Francesco dedica al «Sacro Cuore» di Gesù l’enciclica più sorprendente e forse anche la più bella del suo pontificato. Intanto sabato si conclude il Sinodo

Papa Francesco (Ap) CITTÀ DEL VATICANO – «Viene da pensare la società mondiale stia perdendo il cuore». Guerre, dolore. Francesco pensa alle donne anziane «delle varie parti in conflitto» che al termine della loro vita non hanno pace, ma disperazione e angoscia, e scrive: «Veder piangere le nonne senza che questo risulti intollerabile è segno di un mondo senza cuore»

La quarta enciclica di Francesco si intitola Dilexit nos, «Ci ha amati», ed è la più sorprendente e forse anche la più bella del suo pontificato. È dedicata al «Sacro Cuore» di Gesù, immagine di una religiosità semplice che peraltro Bergoglio esorta a non deridere, «che nessuno si faccia beffe delle espressioni di fervore credente del santo popolo fedele di Dio, che nella sua pietà popolare cerca di consolare Cristo». 

 Il cuore, «centro intimo dell’uomo»

Ma soprattutto è un testo che parla del cuore in senso alto, teoretico, come facoltà conoscitiva che rappresenta il «centro intimo dell’uomo» anche se tende ad essere svalutata o disprezzata dalla cultura dominante e, talvolta, anche dalla Chiesa. Sabato si chiuderà il Sinodo, verrà votato un documento finale, ma intanto alla vigilia Francesco vuole tornare all’essenziale, con buona pace di chi invocava riforme «strutturali» o modifiche del diritto canonico per affrontare la crisi della fede nel tempo della secolarizzazione. 

Il «Sacro Cuore» di Gesù è una «sintesi del Vangelo», scrive a beneficio di «comunità e pastori concentrati solo su attività esterne, riforme strutturali prive di Vangelo, organizzazioni ossessive, progetti mondani, riflessioni secolarizzate, su varie proposte presentate come requisiti che a volte si pretende di imporre a tutti». 

 La fede tenera e gioiosa

Da tutto questo «risulta spesso un cristianesimo che ha dimenticato la tenerezza della fede, la gioia della dedizione al servizio, il fervore della missione da persona a persona, l’esser conquistati dalla bellezza di Cristo, l’emozionante gratitudine per l’amicizia che Egli offre e per il senso ultimo che dà alla vita personale». Ma la riflessione di Francesco va ben oltre le questioni interne

Per Francesco, «il mondo può cambiare a partire dal cuore» perché «gli squilibri di cui soffre il mondo contemporaneo si collegano con quel più
profondo squilibrio che è radicato nel cuore dell’uomo». Nella prima parte, è come se opponesse l’immagine del cuore all’ «io penso» cartesiano, con un riferimento all’intelligenza artificiale: «Si potrebbe dire che, in ultima analisi, io sono il mio cuore, perché esso è ciò che mi distingue, mi configura nella mia identità spirituale e mi mette in comunione con le altre persone. L’algoritmo all’opera nel mondo digitale dimostra che i nostri pensieri e le decisioni della nostra volontà sono molto più “standard” di quanto potremmo pensare. Sono facilmente prevedibili e manipolabili. Non così il cuore».

 Francesco, la forchetta e i panzerotti…

Così, «nell’era dell’intelligenza artificiale, non possiamo dimenticare che per salvare l’umano sono necessari la poesia e l’amore». Francesco ha scritto l’enciclica in spagnolo, la sua lingua madre. Nel testo trapelano ricordi personali: «Nessun algoritmo potrà mai albergare sarà, ad esempio, quel momento dell’infanzia che si ricorda con tenerezza e che, malgrado il passare degli anni, continua a succedere in ogni angolo del pianeta. Penso all’uso della forchetta per sigillare i bordi di quei panzerotti fatti in casa con le nostre mamme o nonne. È quel momento di apprendistato culinario, a metà strada tra il gioco e l’età adulta, in cui si assume la responsabilità del lavoro per aiutare l’altro. Come questo della forchetta, potrei citare migliaia di piccoli dettagli che compongono le biografie di tutti: far sbocciare sorrisi con una battuta, tracciare un disegno al controluce di una finestra, giocare la prima partita di calcio con un pallone di pezza, conservare dei vermetti in una scatola di scarpe, seccare un fiore tra le pagine di un libro, prendersi cura di un uccellino caduto dal nido, esprimere un desiderio sfogliando una margherita…».

Già in Omero e nella stessa Bibbia, del resto, il cuore era considerato «non solo come centro corporeo» ma «il nucleo spirituale dell’essere umano», insieme pensiero e sentimento. Ma la stessa «svalutazione attuale» del cuore «viene da lontano», considera Francesco: «La troviamo già nel razionalismo greco e precristiano, nell’idealismo postcristiano e nel materialismo nelle sue varie forme. Il cuore ha avuto poco spazio nell’antropologia e risulta una nozione estranea al grande pensiero filosofico. Si sono preferiti altri concetti come quelli di ragione, volontà o libertà. Il suo significato è impreciso e non gli è stato concesso un posto specifico nella vita umana. Forse perché non era facile collocarlo tra le idee “chiare e distinte” o per la difficoltà che comporta la conoscenza di sé stessi: sembrerebbe che la realtà più intima sia anche la più lontana per la nostra conoscenza». 

 La società «anti-cuore»

Viene in mente la lettera apostolica nella quale Francesco, tre mesi fa, citava Proust e Borges per dire l’importanza della letteratura nella formazione dei cristiani. In uno dei passi più intensi dell’enciclica si legge: «Se il cuore è svalutato, si svaluta anche ciò che significa parlare dal cuore, agire con il cuore, maturare e curare il cuore. Quando non viene apprezzato lo specifico del cuore, perdiamo le risposte che l’intelligenza da sola non può dare, perdiamo l’incontro con gli altri, perdiamo la poesia. E perdiamo la storia e le nostre storie, perché la vera avventura personale è quella che si costruisce a partire dal cuore. Alla fine della vita conterà solo questo».

Solo il cuore rende possibile legami autentici. Anche in questi sta la crisi della fede: «L’anti-cuore è una società sempre più dominata dal narcisismo e dall’autoreferenzialità, alla fine si arriva alla “perdita del desiderio”, perché l’altro scompare dall’orizzonte e ci si chiude nel proprio io. Di conseguenza, diventiamo incapaci di accogliere Dio». 

 La devozione al «Sacro Cuore»

La devozione al «Sacro Cuore» di Gesù era cominciata nel 1673, nella Francia di Luigi XIV, quando una religiosa nata in Borgogna, suor Margherita Maria Alacoque, cominciò a raccontare che le era apparso quel cuore sormontato da una croce e circondato da spine su un trono di fiamme. Quel simbolo assunse poi connotazioni politiche reazionarie e monarchiche, come i contadini della Vandea avversi alla Rivoluzione francese e al secolo dei Lumi. Ma dalla fine dell’Ottocento, a partire da papa Leone XIII, cominciò ad assumere un significato di rinnovamento spirituale e sociale e con Benedetto XV divenne un’immagine dell’amore verso i nemici dopo l’inutile strage della Grande Guerra

Francesco, comunque, spiega nell’enciclica che non si può dire che questo culto «debba la sua origine a rivelazioni private» e precede le «rivelazioni private», cioè le visioni cui i credenti «non sono obbligati a credere», ricorda. Prima di ripercorrere la storia della devozione nella Chiesa e nei santi, da Agostino Ignazio di Loyola a Santa Teresa di Gesù Bambino, Francesco rintraccia i riferimenti nelle Scritture. E certo è affascinante, dopo quattro secoli, vedere il primo Papa gesuita della storia contrastare, come all’origine, il «giansenismo» e quel «rigorismo» che «guardava dall’alto in basso tutto ciò che era umano, affettivo, corporeo», un «atteggiamento elitario» che si ripropone nel nostro tempo come una «spiritualità senza carne». 

La trascendenza disincarnata, come la secolarizzazione, sono «malattie tanto attuali» che «mi spingono a proporre a tutta la Chiesa un nuovo approfondimento sull’amore di Cristo rappresentato nel suo santo Cuore: lì possiamo trovare tutto il Vangelo».

 «Il potere del denaro»

Di questo ha bisogno «anche la Chiesa, per non sostituire l’amore di Cristo con strutture caduche, ossessioni di altri tempi, adorazione della propria mentalità, fanatismi di ogni genere che finiscono per prendere il posto dell’amore gratuito di Dio che libera, vivifica, fa gioire il cuore e nutre le comunità». Alla fine, è come se Francesco invitasse a leggere le sue encicliche precedenti, e il suo stesso pontificato, alla luce di ciò che scrive in Dilexit nos. Le sue riflessioni sulla realtà che «geme e si ribella», sulle guerre e le povertà e le devastazioni ambientali, non sono considerazioni politiche o sociologiche ma attingono ai fondamenti del Vangelo: «Ciò che questo documento esprime ci permette di scoprire che quanto è scritto nelle encicliche sociali Laudato sì e Fratelli tutti non è estraneo al nostro incontro con l’amore di Gesù Cristo, perché,
abbeverandoci a questo amore, diventiamo capaci di tessere legami fraterni, di riconoscere la dignità di ogni essere umano e di prenderci cura insieme della nostra casa comune». 

Ecco il punto: «Oggi tutto si compra e si paga, e sembra che il senso stesso della dignità dipenda da cose che si ottengono con il potere del denaro. Siamo spinti solo ad accumulare, consumare e distrarci, imprigionati da un sistema degradante che non ci permette di guardare oltre i nostri bisogni immediati e meschini. L’amore di Cristo è fuori da questo ingranaggio perverso e Lui solo può liberarci da questa febbre in cui non c’è più spazio per un amore gratuito. Egli è in grado di dare un cuore a questa terra e di reinventare l’amore laddove pensiamo che la capacità di amare sia morta per sempre».

Francesco: i santi, servi umili lontani dalla tentazione del potere

Nella Messa di canonizzazione di undici martiri di Damasco, di Giuseppe Allamano, Marie-Léonie Paradis ed Elena Guerra, il Papa ricorda lo stile di Dio che è lontano dal potere e dalla fama ma è fatto di servizio, di amore, di vicinanza, compassione e tenerezza.

Benedetta Capelli – Città del Vaticano

È grigio il cielo su San Pietro ma il rosso dei drappi nei quali sono impresse le immagini dei nuovi santi illuminano la piazza. È un’atmosfera che ben riflette il loro cammino di santità fatto del buio della fatica, dello sconforto ma anche della luce della speranza che viene dal Vangelo. Il cardinale Marcello Semeraro, prefetto del Dicastero delle Cause dei Santi, insieme ai postulatori, presenta al Papa i Beati che saranno canonizzati: don beato Giuseppe Allamano, fondatore dei Missionari e delle Missionarie della Consolata; suor Elena Guerra, fondatrice della congregazione delle Suore Oblate dello Spirito Santo; suor Marie‑Léonie Paradis, fondatrice delle Piccole Suore della Santa Famiglia e gli undici martiri di Damasco uccisi nel 1860 Manuel Ruiz López e sette Compagni e Francesco, Mooti e Raffaele Massabki, fedeli laici maroniti.

Servi umili e non mondani

“Discepoli del Vangelo” li definisce nell’omelia della Messa Papa Francesco che “nella storia tormentata dell’umanità” sono stati “servi fedeli, uomini e donne che hanno servito nel martirio e nella gioia”.

Questi nuovi santi hanno vissuto lo stile di Gesù: il servizio. La fede e l’apostolato che hanno portato avanti non ha alimentato in loro desideri mondani e smanie di potere ma, al contrario, essi si sono fatti servi dei fratelli, creativi nel fare il bene, saldi nelle difficoltà, generosi fino alla fine.

Onore e potere

Francesco commenta il brano del Vangelo nel quale Gesù pone domande scomode a Giacomo e Giovanni che, nel loro cuore, hanno la pretesa di avere il posto d’onore di un Messia vittorioso e glorioso, immaginandolo “secondo una logica di potere”.

E tante volte nella Chiesa viene questo pensiero: l’onore, il potere…

Il Dio dell’amore

Gesù “scende in profondità, ascolta e legge il cuore”, mette in luce le loro attese nascoste, li smaschera.

Egli non è il Messia che essi pensano; è il Dio dell’amore, che si abbassa per raggiungere chi è in basso; che si fa debole per rialzare i deboli, che opera per la pace e non per la guerra, che è venuto per servire e non per essere servito. Il calice che il Signore berrà è l’offerta della sua vita, donata a noi per amore, fino alla morte e alla morte di croce.

Servire con vicinanza, tenerezza, compassione

In croce Gesù ha due ladroni “inchiodati con Cristo nel dolore e non seduti nella gloria”. “Vince non chi domina, ma chi serve per amore”, sottolinea il Papa e così Gesù, “che si fa ultimo perché gli uomini vengano rialzati e diventino i primi”, aiuta i discepoli a convertirsi e cambiare mentalità, a pensare non secondo le logiche del mondo ma secondo lo stile di Dio che è servizio.

Non dimentichiamo le tre parole che fanno vedere lo stile di Dio per servire: vicinanza, compassione e tenerezza. Dio si fa vicino per servire; si fa compassionevole per servire; si fa tenero per servire. Vicinanza, compassione e tenerezza…

I fedeli in Piazza San Pietro

Il cuore rinnovato

“Chi serve con amore – spiega il Papa – non dice: ‘adesso toccherà qualcun altro’”. Il servizio è frutto di un cuore nuovo.

Questo è un pensiero da impiegati, non da testimoni. Il servizio nasce dall’amore e l’amore non conosce confini, non fa calcoli, si spende e si dona. Non si limita a produrre per portare risultati, non è una prestazione occasionale, ma è qualcosa che nasce dal cuore, un cuore rinnovato dall’amore e nell’amore.

L’ARTE UCRAINA DELLA NUOVA GUERRA

Una moltitudine di droni in cielo, in mare e in terra aggiornano le tattiche e le strategie. E un’industria militare che cresce senza sosta, grazie anche al volontariato bellico. Ecco come Kiev rivoluziona il modo di combattere, convinta di potere sconfiggere i russi.

Dal nostro inviato Gianluca Di Feo. Coordinamento editoriale Carlo Bonini. Coordinamento multimediale Laura Pertici. Produzione Gedi Visual

12 Ottobre 2024 – La Repubblica

 KIEV – “Un’azione decisiva per chiudere la guerra entro il 2025 e creare una soluzione stabile destinata a durare nel tempo”. Il presidente Zelensky sta presentando nelle capitali europee un percorso per la pace che in realtà è un piano di battaglia e nasce dalla convinzione di poter ancora sconfiggere i russi sul terreno. Alle porte del terzo inverno di conflitto, che si annuncia più duro degli altri, gran parte degli ucraini a Kiev, a Dnipro come a Odessa ha la stessa certezza: la guerra sarà ancora lunga. Nessuno crede a un cessate il fuoco imminente o alle formule diplomatiche di cui si discute nelle cancellerie. Quelli che contano nei palazzi del potere, premettendo di non essere autorizzati a parlare, così come i militari e i civili che dicono di non occuparsi di politica, ripetono l’identica previsione: “Non esistono garanzie occidentali in grado di tutelare il Paese dalle mire di Putin: né della Nato, né dell’Unione europea. Solo le armi possono permettere la sopravvivenza della nazione e dell’identità che abbiamo realizzato dalla protesta di piazza Maidan in poi”.

Attraversando l’Ucraina, si colgono tante fratture nel tessuto sociale che rischiano di allargarsi rapidamente. C’è quella geografica, tra le regioni in prossimità del fronte e quelle più lontane e quindi più prospere. C’è quella economica, tra i ricchi che intasano il traffico della capitale di suv e fuoriserie mentre i poveri delle periferie e delle campagne girano su vetuste Lada assemblate a Togliattigrad e fanno la coda per i pacchi degli aiuti alimentari. Infine c’è quella trasversale tra chi ha la corrente grazie ai generatori e chi invece può contare su poche ore di elettricità, restando senza riscaldamento e senza ascensori: l’effetto dei bombardamenti sulle centrali si sente negli attici dei grattacieli lussuosi come nei grigi palazzoni del socialismo reale. Nonostante le crepe e nonostante il declino dell’entusiasmo che aveva saldato la popolazione davanti all’invasore, chi per scelta o per necessità non è emigrato sa di non avere e di non volere un’altra patria. E senza retorica, anzi spesso con gli occhi pieni di dolore per i lutti o di terrore per avere vissuto l’esperienza di un conflitto “semplicemente mostruoso”, dichiara che l’Ucraina può essere salvata solo lottando fino alla vittoria. Anche se tutti riconoscono che non sarà questione di mesi, ma di anni.

A consolidarli in questa determinazione, o in questa assenza di alternative, c’è la consapevolezza di una crescente capacità bellica nazionale di cui in Europa e negli Stati Uniti pochi si sono resi conto. Gli ucraini stanno riscrivendo le regole della guerra: inventano mezzi e tattiche nuove, destinate a cambiare per sempre il modo di combattere. E sono diventati una potenza industriale militare: il prossimo anno costruiranno 4 milioni e mezzo di droni volanti; 20 mila robot guerrieri cingolati; 200 mila apparati di disturbo elettromagnetico. Già adesso consegnano più cannoni semoventi e più proiettili d’artiglieria del resto d’Europa messo insieme.

“Certo, le cose nel Donbass non vanno bene e ci ritiriamo in continuazione – spiega un ufficiale appena tornato dalla linea del fuoco – perché non abbiamo abbastanza soldati per contrattaccare. Ma voi stranieri non dovete valutare la situazione con i parametri dei vecchi manuali. Prendiamo il caso di Vuhledar, che abbiamo abbandonato la scorsa settimana: dal 2014 la sua posizione in cima ad un’altura era considerata strategica perché dall’alto permetteva di scoprire i movimenti del nemico. Oggi però ci sono sempre dozzine di droni d’ogni tipo che senza sosta controllano il terreno dal cielo e avvistano lo spostamento anche di una bicicletta nel raggio di dieci chilometri: stare sopra la collina non rappresenta più un vantaggio.

E neppure appostarsi tra i resti di una cittadina è molto utile. Negli scontri tra cecchini gli edifici offrivano un riparo, invece i droni si infilano dentro le finestre e ammazzano chi si trova all’interno delle stanze. Fino a pochi mesi fa sembrava fantascienza, ormai avviene ogni ora e ci permette di decimare i russi”.

Il dio della battaglia

Napoleone sosteneva che le battaglie si vincono con i cannoni e Stalin è arrivato addirittura a dire che “l’artiglieria è il dio della guerra”. Dall’autunno del 2023 non è più così: ora il nume supremo è il drone, che si è imposto nel Pantheon bellico. “I nuovi FPV sono semplici, precisi e low cost. Ognuno neutralizza un obiettivo mentre per raggiungere lo stesso risultato ci vogliono almeno tre proiettili di cannone. Non solo. Istruire un artigliere richiede mesi di corso perché deve imparare a calcolare distanze e traiettorie. Invece pure un quattordicenne può pilotare questi elicotterini, che si guidano con gli stessi occhiali-visori dei videogiochi”.

La parola chiave è proprio FPV, acronimo inglese per First Person View ossia “vista in prima persona”: i quadricotteri manovrati in maniera istintiva attraverso una minuscola console sono stati inventati come giocattoli e ora sono diventati sicari letali. Gli ucraini hanno coniato l’espressione “il cielo sporco” per indicare quando queste armi affollano l’aria volteggiando come rapaci meccanici in cerca di prede. “Ci sono soldati che impazziscono e continuano a sentire il ronzio dei quadricotteri giorno e notte – racconta Victoria, una ex infermiera dell’esercito britannico che ha curato i feriti in Afghanistan e ora è una volontaria dell’Ong “Way to health” che si occupa del recupero dei mutilati a Dnipro -. Questa guerra ha creato traumi mai visti prima…”. “I fanti una volta maledicevano la pioggia che riempiva d’acqua le buche – spiega Jack, tiratore scelto e reduce della disperata battaglia di Bakhmut – , adesso festeggiano perché i temporali mettono fuori gioco gli aeroplanini killer”.

I droni stanno cambiando tutto. Non solo nell’aria, ma pure in mare e in terra. Nel Mar Nero hanno permesso a una nazione senza navi di spazzare via la potente flotta di Mosca che nella primavera 2022 si mostrava con arroganza davanti Odessa e adesso si rifugia timorosa molto a oriente della Crimea. Si preparano a esordire formazioni di imbarcazioni senza equipaggio: quelle con radar che esplorano, altre che proteggono con missili contraerei e altre infine che si lanciano all’assalto. Pure i robot cingolati non sono più un’eccezione. Sempre più spesso si accollano i compiti troppo rischiosi per gli umani. Alcuni vanno alla carica contro le trincee nemiche, sparando con le mitragliatrici. Altri riforniscono di munizioni i capisaldi assediati oppure portano via i feriti sotto una pioggia di bombe.

Di conseguenza, le strategie stanno venendo rivoluzionate. “La Nato mette al primo posto il concetto di supremazia aerea che significa impedire le attività dell’aviazione nemica – sottolinea l’ex ministro Andry Zagorodniuk -. A noi invece basta impadronirci di cinquecento metri di cielo, lo spazio in cui volano i quadricotteri: se cancelliamo i loro droni da questa fascia, allora accechiamo i russi e possiamo attaccarli liberamente”. Cosa significa? Che adesso vengono costruiti droni caccia-drone. “Abbiamo realizzato e donato 19 mila FPV, usando esclusivamente materiali prodotti in Ucraina. Poco prima dell’estate abbiamo inventato l’Hornet Queen, un drone madre che ne sgancia uno più piccolo e gli fa da ponte radio, triplicando il raggio d’azione. Inoltre abbiamo messo a punto un prototipo che tocca la velocità record di 365 chilometri orari: l’ideale per intercettare altri droni”.

Vjaceslav, 38 anni, è uno dei due fondatori della Wild Hornet, un collettivo no profit di volontari che spicca per creatività. Non è l’unica ong degli armamenti: ci sono tante associazioni di volontari che progettano o montano droni, occupandosi anche di addestrare gli operatori. “Lo Stato e l’esercito non danno qualità, pensano alla quantità e forse non può che essere così. Allora entriamo in scena noi: raccogliamo donazioni e mettiamo insieme competenze per fare la differenza”, spiega Maxim di Victory Drones. In una colossale fabbrica sovietica trasformata in uffici con arredi scandinavi, questo trentenne con il look da nerd mostra a soldati muscolosi e tatuati come cambiare frequenza per superare i disturbatori del nemico. Maxim si è laureato in avionica e ha lavorato per aziende aeronautiche britanniche, poi al momento dell’invasione è tornato a casa e ha messo le sue conoscenze al servizio del Paese: “Nel ministero della Difesa c’è una burocrazia asfissiante. Invece noi dobbiamo essere creativi: affrontiamo una guerra asimmetrica, perché la Russia ha più uomini e più risorse. Possiamo vincerla solo puntando sulle nuove idee. Io lo ripeto in continuazione: i nostri cervelli sono i nostri fucili”.

Anche il fondatore della Wild Hornet la pensa allo stesso modo: “Ci vogliono le idee e tanta semplicità. Noi abbiamo adattato dei sistemi di tracking che costano meno di cinquanta euro: adesso guidano automaticamente il drone sul bersaglio designato, senza bisogno di un uomo ai comandi e senza temere interferenze”. La risposta all’asimmetria di Mosca si concretizza nei filmati della resistenza di Avdiivka: in pochi minuti i quadricotteri della Wild Hornet hanno devastato una colonna corazzata russa con nove tank e una dozzina di blindati. “C’è una differenza esponenziale tra il valore dei mezzi che distruggiamo e il prezzo dei nostri droni, che costano solo 420 dollari ossia 20mila volte di meno”.

Volontariato bellico

Questo Terzo Settore bellico è un altro primato, che non ha precedenti nella Storia: nei negozi, nei ristoranti, negli alberghi si raccolgono fondi per donare droni, giubbotti antiproiettile, veicoli blindati. Questo attivismo dal basso ucraino è specchio della volontà di superare l’eredità sovietica con un pragmatismo che supplisce alle carenze delle istituzioni pubbliche. “Ai tempi dell’Urss se la macchina statale era inefficiente ti lamentavi e aspettavi che qualcuno dall’alto mettesse a posto le cose. Noi invece ci rimbocchiamo le maniche e troviamo soluzioni”, chiosa Maxim. Nella sala c’è un uomo di sessant’anni che assembla i meccanismi per sganciare le granate: l’elemento che trasforma i balocchi elettronici in bombardieri crudeli. “Sto imparando l’italiano, è una lingua che mi rilassa. Io possiedo una società che si occupa di metalli ma appena posso vengo qui a montare droni – dice Illia -. Quando i russi hanno assaltato Kiev ho impugnato un kalashnikov e ho difeso la mia città. Anche mio figlio era nell’esercito…”. Appena cita il figlio gli occhi si riempiono di lacrime: è facile comprende cosa lo spinga ad accanirsi sul pezzo che semina morte sui russi…

Completamente diversa l’atmosfera del forum andato in scena martedì primo ottobre nello sfavillante salone bunker con lampadari di cristallo due livelli sotto l’Hotel Intercontinental di Kiev. Lì il governo ha convocato i rappresentanti di 119 aziende della difesa di tutto l’Occidente, inclusa una decina di italiane. Il DFNC2 è un evento a metà strada tra lo show e la fiera, creato per persuadere i manager stranieri a realizzare fabbriche in Ucraina: vengono proposti accordi decennali con un regime fiscale promettente e la prospettiva di esportazioni in altri Paesi. Soprattutto, gli ucraini offrono la possibilità unica di mettere a punto i prototipi direttamente al fronte, con una rapidità di innovazione tecnologica straordinaria. “Oggi si può dire che un’arma funziona solo se è stata provata in Ucraina”, proclama tra gli applausi la viceministra delle Industrie Strategiche Anna Gvozdiar.

L’obiettivo del governo non è più ottenere armi e munizioni in regalo: l’urgenza resta soltanto per le batterie contraeree, chiamate ad arginare le ondate di ordigni che ogni notte si abbattono sulle città. Adesso ai partner si domanda di finanziare la produzione bellica nazionale, secondo il modello introdotto dalla piccola Danimarca, o di costituire società miste che aprano catene di montaggio in Ucraina.

Zelensky ne ha discusso in tutte le tappe del tour europeo, anche con Giorgia Meloni, presentando una lista di aziende “invitate” a investire in Ucraina. A dare l’esempio è stata la Rheinmetall tedesca, prima ad inaugurare un impianto nel Paese, seguita dal gruppo franco-germanico Knds e dagli svedesi di Saab. Poco o nulla con i big statunitensi. Non è un caso. C’è un senso di ostilità crescente verso gli americani. L’impressione che la paura dell’atomica russa li abbia spinti a impedire in più occasioni all’Ucraina di assestare colpi decisivi agli invasori. A Kherson nell’ottobre 2022, tutelando la ritirata della divisione nemica che ha attraversato indenne il fiume Dnipro. O rallentando in tutti i modi la consegna dei caccia F16 e l’addestramento dei piloti. Infine c’è il no statunitense agli ordigni a lungo raggio, che ritengono abbia vanificato l’effetto dell’attacco a Kursk. Gli interlocutori di ogni livello scandiscono come in un mantra che “l’interesse di Washington è logorare l’armata russa, non far vincere l’Ucraina”.

Nella convention dell’Hotel Intercontinental, Zelensky e i ministri fanno capire in maniera più o meno esplicita che i missili balistici ucraini sono pronti, così come altre “sorprese” destinate a piovere in profondità nel territorio di Mosca e vanificare il veto di Biden. “In realtà lo stiamo già facendo e ogni notte i droni ucraini colpiscono le infrastrutture di Putin. Ma ci servono strumenti più potenti, perché così potremo chiudere il nemico in una trappola continua, con sciami di Fpv che si accaniscono sulla prima linea e i nostri missili che impediscono di trasferire rinforzi e rifornimenti. Sarà il nostro modo di riscrivere la dottrina Nato di deep strike”, Alex è il ceo e il fondatore della Skyeton, un’azienda che produce veri aerei senza pilota, con prestazioni straordinarie e costo di oltre tre milioni e mezzo di euro: “Li abbiamo perfezionati per renderli invisibili ai radar e restare in volo 18 ore. Abbiamo già introdotto un sistema di guida immune da disturbi e tra pochissimo ci sarà l’intelligenza artificiale. La rapidità della nostra innovazione nasce dal rapporto diretto con il campo di battaglia. Finora i nostri Raybird erano solo ricognitori, adesso avranno capacità distruttive”. L’impianto è camuffato in una periferia cadente: all’interno di capannoni sgarrupati spuntano laboratori degni della Silicon Valley, con catene di montaggio sotterranee che ogni anno costruiscono cento droni stealth. I ministri hanno promesso durante il DFCN2 che il divieto di venderli all’estero cadrà presto e che l’export bellico porterà subito dieci miliardi di euro l’anno.

Il manpower

“Droni e armi hitech ci servono per risparmiare uomini e concentrare quelli che abbiamo nei luoghi chiave. I ventimila robot terrestri in arrivo si occuperanno di sorvegliare le frontiere e permetteranno di liberare altrettanti soldati”, evidenzia la viceministra Gvozdiar. Il manpower, l’abbondanza di fanti da mandare all’assalto, è il principale punto di forza dei generali di Putin. La mobilitazione obbligatoria introdotta da Kiev la scorsa primavera non sembra decollare. C’è però un paradosso: l’esercito non trova reclute, i reparti scelti invece ne hanno in abbondanza. Alla Terza Brigata d’Assalto non amano sentirsi chiamare Azov, anche se sono orgogliosi di nascere dagli stessi ideali a dir poco nazionalisti. Il comando è all’interno di un’altra industria abbandonata. I selezionatori dei candidati siedono nella vecchia sala d’ingresso sovietica: ai muri vessilli con il logo in stile Waffen SS e ritratti dei caduti. Le finestre sono sbarrate da sacchetti di sabbia. Ricorda il bunker della Cancelleria, cosa che non deve dispiacergli. Sono in tre, in mimetica. Due hanno il braccio sinistro amputato, con il moncherino senza protesi: chi si vuole arruolare è obbligato a rendersi conto dei rischi. Volodymir è il responsabile e prima della guerra si occupava di marketing: sa bene i messaggi che deve veicolare.

In Ucraina gli spot delle singole brigate sono ovunque: video, manifesti, locandine, adesivi, murales. Le pubblicità sono in apparenza simili, perché hanno l’obiettivo di convincere a scegliere la qualità di equipaggiamenti e mezzi. D’altronde la gente conosce bene le unità più celebri, protagoniste di una Iliade che si combatte ogni giorno da tre anni: offrono un’alternativa alla leva dei “normali” reparti dell’esercito dove tutti temono di diventare carne da cannone. Ai gruppi d’élite gli uomini non sono mai mancati e si possono permettere di scegliere i migliori. “La preparazione fisica non conta, a quella pensiamo noi – illustra Volodymir -. Ci interessano le motivazioni: la loro determinazione, i valori che sono pronti a condividere. Chi viene qui sa già chi siamo e cosa li aspetta: la fanteria d’assalto, quelli che espugnano le trincee”. Queste unità non hanno problemi di organico e sono sempre più importanti anche se nessuno sa valutarne il rilievo politico. Per evitare l’anarchia, l’esercito ha imposto che i loro volontari facciano un mese di formazione comune alle altre matricole. Per questo le brigate prima e dopo impartiscono un addestramento supplementare: meno di due mesi tra la vita civile, identica a quella dei ventenni italiani, e l’inferno del Donbass, “ma se la situazione lo richiede partono anche prima”. Gli ufficiali non vengono dall’accademia: sono capi, che si sono imposti sul campo e hanno la fiducia di chi li segue. Nella sala entra il sergente istruttore: ha la pelle coperta di tatuaggi e un sole nero vichingo dal collo allarga i raggi sul volto. Accompagna una recluta con il Kalasnikhov a tracolla. Atletico e sguardo fiero, Anton è l’icona del guerriero ucraino: “Ho 25 anni, volevo partire prima ma mi hanno detto di completare gli studi: ho preso la laurea in commercio ed eccomi qui”.

Ci sono molti volontari stranieri? Volodymir è laconico: “Se ne occupa un altro dipartimento…”. “Abbiamo spagnoli, americani, bielorussi, britannici. C’è pure un italiano ma vive in Francia da anni”, elenca senza remore il graduato del battaglione “Da Vinci”. Il reparto ha preso il nom de guerre del fondatore, che studiava pittura e ha mollato i pennelli per prendere le armi nel 2006. Il battaglione ha gli uffici in una zona chic, dove abita la classe media benestante che pranza bio e non fuma. Il palazzo è di inizio Novecento, ospitava un teatro e alcune istituzioni culturali: ora svetta la bandiera nera con i tre lupi del Da Vinci. Al capo non dispiace stare lì: ha studiato da attore e recitato in “Rhino”, il film che è anche una sorta di manifesto del suo gruppo nazionalista. “Sono stato al Festival di Venezia quando è stato presentato nel 2021. L’unico viaggio all’estero della mia vita”. Lui e l’altro selezionatore sono veterani: “Siamo stati nei posti peggiori, noi lupi siamo i pompieri: ci mandano a spegnere i fuochi che rischiano di bruciare il fronte, ad esempio a proteggere l’unica strada per Bakhmut”. Se fate un lavoro così pericoloso, perché la gente vuole arruolarsi con voi? “Perché non gli diamo un biglietto di sola andata. Cerchiamo di addestrarli bene e gli diamo un buon equipaggiamento. Ma soprattutto per gli ideali: chi combatte con noi è una persona, non un numero. Sa che chi gli copre le spalle non lo abbandonerà mai”. Apre il portatile e mostra i numeri delle reclute: “Sono segreti, non li scriva. Vede quanti sono? E quanti ne respingiamo? Non avevano la grinta che chiediamo”. Entrano due candidati, hanno solo 17 anni e frequentano il professionale per saldatori. Il capo li tratta rudemente: “Ma avete idea di cosa vi aspetta? Prendete il diploma, fate sport e tornate tra due anni. Non abbiate fretta: ci sarà abbastanza guerra per tutti”.

Yulia Navalnaya: «Con Aleksei siamo stati felici. Non gli avrei mai chiesto di farsi da parte per salvarsi la vita»

di Irene Soave- Corriere della Sera – 2° – Ottobre 2024

Intervista esclusiva con la vedova di Aleksei Navalny. «Patriot», il diario dal carcere e autobiografia del dissidente, esce martedì (in Italia per Mondadori)

Nomina il marito al presente, anche se è morto il 16 febbraio. Ride vivacemente, si commuove, parla veloce ed è immediato riconoscere in lei la donna piena di vigore e idee che Aleksei Navalny, nemico numero uno di Putin e poi il più celebre tra i suoi martiri, definiva «la mia complice». Posso chiederle dove si trova? «No». 

Yulia Navalnaya, camicia confetto, chignon minimo, si collega su Zoom con Kira Yarmysch, storica collaboratrice del marito. Si ritiene che viva tra Stati Uniti e Germania, dove studiano i figli (Dasha, 23 anni; Zakhar, 15). Da luglio 2024 è oggetto di un mandato d’arresto in Russia. «Da anni non ho una casa». 

Un’intervista con lei è stata finora un’occasione rara. Facilita il compito la pubblicazione di Patriot, il memoir postumo del marito Aleksei (in Italia esce martedì, edito da Mondadori). E forse il ruolo di guida dell’opposizione russa che Navalnaya ha preso su di sé. 
L’ha rifiutato per anni, sostenendo che «il consenso non è un pacchetto che ci si passa di mano in mano». E preferendo la parte di «far sì che casa resti casa, i bambini restino bambini» (così in un’intervista del 2021). A febbraio, però, ha cambiato idea. «Continuerò il lavoro di Aleksei Navalny, e vi chiedo di stare al mio fianco», ha detto in un video nel suo primo giorno da vedova. Poco prima aveva parlato con Kamala Harris, che ha dedicato un profilo su Time alla sua «straordinaria generosità».  

Patriot è stato scritto in parte durante la detenzione da Aleksei Navalny, che racconta anche le condizioni in cui l’ha scritto. All’inizio poteva scrivere e rispondere a tutte le lettere, poi in isolamento è passato a poter scrivere per 90 minuti al giorno, poi mezz’ora, poi più nulla. Come ci avete lavorato? 
«Per fortuna lo ha iniziato prima di finire in prigione. Per lui non è stato facile: scriversi l’autobiografia gli sembrava prematuro e vanesio. Penso sia stato il Novichok (l’agente nervino con cui è stato avvelenato nel 2020, ndr) a fargli cambiare idea. Ha iniziato a scrivere queste memorie praticamente appena uscito dall’ospedale, in Germania. Ha continuato in prigione, e dalle varie carceri in cui era recluso è stato sempre più difficile per me ricevere i suoi appunti. Nell’ultimo anno non ha potuto scrivere quasi più, se non brevi lettere». 

Nel finale delle sue memorie, Aleksei ricorda un vostro ultimo colloquio, ben prima della sua morte, in cui entrambi concordate che probabilmente lui non uscirà mai più di prigione. Che ricordo ha lei di questo colloquio? 
«Che non è stata una rivelazione. Non sono verità che io ho capito lì. Da dieci anni sapevo bene quanto fossero pericolosi i nemici di mio marito. Quanto fossero disposti a qualsiasi cosa per silenziarlo. Era così ovvio che tra noi non ne avevamo mai parlato in modo serio. In uno dei nostri ultimi incontri lui iniziò questa conversazione molto diretta, in cui disse: penso ci sia un’alta probabilità che da qui non uscirò mai, accettiamolo. Io risposi solo: lo so». 

Da allora lei lo ha visto poche altre volte. Ha appreso della sua morte dai notiziari, mentre era a Monaco, alla Conferenza sulla sicurezza, dove poi è comunque intervenuta. Ha tenuto discorsi pubblici, lottato perché la sua salma venisse resa a voi e poi seppellita, incontrato i grandi del pianeta, preso aerei. Che spazio si è data per vivere il suo lutto? 
«Vorrei saperle rispondere, vorrebbe dire che ce la sto facendo. Ma le dirò invece che qualche volta uno fa solo quel che deve fare, e si chiede solo se è giusto o no. E anche questo è un modo di elaborare un lutto. Sono stata fortunata perché mio marito è stato una spalla molto solida, un esempio, una fonte di forza. Continua a darmene. Quindi, ecco, non c’è un momento in cui riesco a sedermi e meditare, far defluire i pensieri, per poi stare bene. Comunque per ora non ne avrei il tempo. Un giorno ci proverò» (ride). 

Il senso di morte di cui parlava prima non vi ha trattenuto dal ritornare in Russia, dopo l’avvelenamento e la convalescenza in Germania. Nelle sue memorie Navalny scrive di aver pensato che Putin non si sarebbe spinto al punto di farlo arrestare agli arrivi, e invece è andata proprio così. Cosa non avete capito? 
«Guardi, non funziona così. Non è che avremmo mai deciso di non tornare in Russia. Mio marito è stato un politico russo. Voleva stare coi suoi, nel suo Paese. Anche dare un esempio: ha passato tutta la vita a dire alla gente di non aver paura e quindi ha solo agito coerentemente. E poi io non parlavo solo con mio marito, ma col capo dell’opposizione. Un capo dell’opposizione che amavo molto, ma che doveva fare quel che doveva fare». 

Una scena lunga del libro è il viaggio aziendale in Turchia in cui vi siete incontrati. Che ricordo ne ha lei? 
(ride molto, getta indietro la testa, si schermisce). «Questa storia a me piace tanto come la racconta lui (parla al presente, ndr) perché io ne esco benissimo! Dice che mi ha visto e ha subito capito che ci saremmo sposati, e io lo so che è vero. Mentre io mi ricordo molto bene il nostro primo incontro, e a me lui era piaciuto molto, ma non ho pensato subito che sarebbe diventato mio marito. A 24 anni ci siamo sposati, lui era un giovane avvocato. Non avevo idea che le cose sarebbero poi andate così». 

Tra i complimenti che lui le indirizza nel libro c’è anche molta ammirazione politica. «È più radicale di me», scrive. È così? 
Ride. «Grazie, Aleksei. Mi mette in una posizione difficile ogni volta che lo dice. Sa, è facile essere molto radicali quando chiacchieri di politica in cucina con tuo marito, e più difficile quando sei una personalità pubblica. Ora io non lo so più se sono più o meno radicale di lui. Penso certamente che in Russia abbiamo bisogno di un cambiamento il prima possibile. Penso anche che moltissimi, e certo il potere, si aspettassero che io a un certo punto avrei detto: basta, hai una famiglia, possiamo fare una bella vita, lascia perdere, qui avvelenano gli oppositori. Noi siamo stati fortunati, siamo stati una famiglia anche felice, e avremmo potuto risparmiarci l’opposizione, le condanne, la prigione. Ma non è così che funziona. Basta non glielo avrei detto mai. Proprio perché eravamo in un Paese che avvelena i suoi oppositori».

Da dove deve partire, secondo lei, il cambiamento? Quale delle battaglie dell’opposizione, di cui lei ha preso la guida, ora è più importante per il movimento? Fare implementare le sanzioni? Informare l’opinione pubblica russa della corruzione del regime, come fate coi vostri canali? La pace in Ucraina? 
«Nessuno sa cosa dovremmo fare, lo dico sempre. Non sono in grado, da sola, di far implementare le sanzioni. Questo possono farlo i Paesi occidentali, le istituzioni europee. L’informazione in Russia certo mi è più facile passarla, però le persone devono sapere che noi non abbiamo da qualche parte un mago che farà sparire Putin o finire la guerra. Noi possiamo incoraggiare i russi comuni a non fermarsi, a non rinunciare a far sentire la propria insoddisfazione». 

Ma oltre che con i russi comuni lei parla anche con capi di Stato, con persone straordinarie, persone di potere. Di cosa parla più spesso con loro?
«Di queste stesse cose. Molti di noi sono in esilio, ma molti in Russia vivono con la repressione. Possono finire in galera per un like sui social, per essere andati a manifestare con un foglio di carta bianco, per ragioni senza senso. Persone che hanno paura di ogni cosa, ed è necessario che sappiano che il resto del mondo, fuori dalla Russia, è dalla loro. Con la propaganda, e il controllo dei media e la narrazione vittimista della Russia esclusa dall’Occidente, Putin se la cava bene. E per questo ci siamo noi. Che cerchiamo di dare informazioni indipendenti. I nostri canali YouTube sono molto visti soprattutto in Russia. Io incontro capi di Stato e spiego loro questo, che i russi comuni non sono con Putin solo perché stanno zitti». 

Tra i prigionieri rilasciati il 1 agosto c’era un giornalista russo-spagnolo, Pablo Gonzalez. Col pretesto di scrivere di Russia, spiava voi. Come è cambiata ora la sua vita in termini di sicurezza? 
«Beh come vede questa intervista ha luogo su Zoom (ride). Ho saputo in un secondo momento, dalle notizie, che questa persona seguiva Aleksei. Ma in generale, Aleksei veniva seguito sempre: da quando ancora vivevamo tutti e quattro a Mosca, e Aleksei ha iniziato a essere una figura importante nel movimento dell’opposizione, avevamo regolarmente perquisizioni in casa, ci requisivano sempre tutto, e non è che ci fossimo mai davvero abituati. Ogni volta era spiacevole: vengono i poliziotti, passano tutto il tempo a casa tua, cercano dovunque e non trovano niente ma nel dubbio si portano via il tuo computer, le tue carte e tutto. Noi abbiamo sempre vissuto così: che apri la porta e puoi trovarti un poliziotto sul pianerottolo. Che ci puoi fare?» 

Come stanno i suoi figli?
«Stanno bene. Sono molto forti, e sono anche loro a supportare me. So che per loro quella del padre è stata una grande tragedia. Una grande tragedia. Da fuori sembrano più o meno ok. Non posso dire che tutto andrà bene. Niente sarà mai come prima. So che sono forti, ecco. E cerco di mantenere un senso di famiglia tra noi anche se viviamo sparpagliati, e non ci troveremo prima di Natale. Manca ancora un sacco di tempo». 

Nel suo discorso in morte di Aleksei ha detto: è stata uccisa metà di me, metà del mio cuore. Cosa resta nell’altra metà? 
Fa una pausa molto lunga, di almeno quindici secondi. «È molto difficile dirlo. Se n’è davvero andato un pezzo grande di me. Siamo stati molto, molto fortunati e molto felici. Era un mio grande amico, per 25 anni non mi sono mai sentita sola. Potevamo sempre fare le nostre vacanze insieme, esserci per le difficoltà. Non ci siamo annoiati mai. Mi manca tantissimo, mi manca parlargli, dirgli cosa penso, sentire cosa pensa lui». 

In questi giorni sono uscite molte piccole ricostruzioni sulla sua morte. Gli oggetti sequestrati, le ferite riportate. Cosa non sappiamo? 
«Molte cose. Stiamo facendo una grande inchiesta, e spero tanto che avremo risposte complete un giorno. Come è stato per il suo avvelenamento. Qui è molto più complicato perché Aleksei è morto in carcere. Era da solo, circondato da polizia politica, e tutto è avvenuto sottocoperta e in segreto. Inoltre sanno che noi indaghiamo, quindi insabbiano tutto. Ma un giorno sapremo la verità». 

Le pagine del libro che Aleksei ha scritto in carcere sono piene di ironia, ma raggelanti. Com’è stato per lei leggerle, man mano che arrivavano? 
«Io ho letto anche di peggio, nelle lettere che mi scriveva. Certo, non si lamentava mai ma… Ci sono stati episodi tremendi. È stato detenuto in condizioni tremende. Per me è stato facile leggere il libro, nel senso che era anche lavoro. Molto più difficile è stato in questi due anni sapere come stava, pensarlo là, solo, in quelle condizioni». 

È vero che sarebbe dovuto uscire nello scambio di prigionieri, e che poi all’ultimo è stato Putin a decidere di no? 
«Abbiamo solo teorie, per ora, e penso sia così».  

Che effetto le ha fatto sapere che poi lo scambio di prigionieri c’è stato lo stesso? 
«È stato un momento dolceamaro. Sono contenta che questi innocenti siano stati scarcerati. Ma è molto triste che mio marito non sia tra loro». 

In Patriot Aleksei cita Guerra e pace, un romanzo che, dice, “nega il ruolo dell’individuo nella storia”. Secondo Tolstoj la campagna di Russia ci sarebbe stata anche senza Napoleone; secondo Aleksei Navalny, invece, gli individui fanno la storia. Lo scrive riferendosi a Gorbaciov, che secondo lui ha accorciato la vita dell’Urss di dieci anni. Pensa che parlasse anche di sé? 
«Non saprei se parlasse di sé. Ma so che lui un ruolo l’ha avuto. Lo conosco da quando avevamo ventidue anni e ho visto quest’uomo giovane, molto ordinario, diventare un leader dell’opposizione. Un magnete per milioni di persone, un motivatore per milioni di sostenitori, uno che ha portato generazioni intere a pensare alla politica. Putin per anni ha tentato di far credere alla gente che la politica fosse qualcosa di cui non occuparsi, e che standone alla larga ti lascerà stare. Mio marito ha contribuito a demolire questa credenza. Ha cambiato dei cuori, ha fatto sentire del malcontento, un desiderio di democrazia, di cambiamento. Penso che il suo ruolo nella storia della Russia sia stato grande, e che in retrospettiva si capirà che è stato cruciale». 

Eppure è morto in carcere. A marzo 2023 lei e i suoi figli avete ritirato l’Oscar per il documentario Navalny. A giugno 2024 ha ritirato per lui il premio per i diritti umani del Freedom Forum di Oslo. In questi anni è successo spesso che i premi per i dissidenti – come i Nobel per la Pace – li ritirassero le loro famiglie, perché loro erano in carcere. Nel libro, Aleksei Navalny scrive proprio: «Abbiamo sottovalutato il potere delle autocrazie». I tiranni stanno vincendo? 
«Spero di no. Spero, spero, che alla fine non vincano. Non vinceranno mai alla fine. Sono solo bravi a spaventare la gente, e questo dà loro un vantaggio nel breve termine. Ma quando i regimi cadono, in quei Paesi torna la felicità. Più siamo a protestare, prima cadrà il regime. Succederà come con l’Urss». 

Quali sono le somiglianze tra l’Urss e la Russia di oggi? 
«Sono moltissime. La gente sta male ed è oppressa da una dittatura. Come allora, le persone non possono parlare senza rischiare la prigione. Come allora, la propaganda è forte. Il potere fa credere ai russi, come allora, che il mondo occidentale sia contro di loro. La Russia sovietica è del resto il mondo in cui Putin si è formato. Di cui ha nostalgia». 

L’Urss è caduta. Cosa succederebbe domani se cadesse Putin? 
«Nessuno lo sa. Certo, per prima cosa finirà la guerra in Ucraina. Poi cadrà questo regime personalistico fondato sul terrore». 

Lei è alla guida dell’opposizione. Avete un programma, per quel momento?
 
«Ci stiamo lavorando ed è importante. Quel momento arriverà».

E’ possibile disarmare la Giustizia Divina ?!

(Libro di cielo – Luisa Piccarreta – 23 ottobre 1924)

Passo giorni amari per la privazione del mio dolce Gesù. Oh, come rimpiango la sua amabile presenza! Anche il solo ricordo delle sue dolci parole sono ferite al mio povero cuore, e dico tra me: E adesso dov’è? Dove rivolse i suoi passi?

Dove potrei ritrovarlo? Ahi, il tutto è finito! Non più lo vedrò, non ascolterò più la sua voce, non più pregheremo insieme. Come è dura la mia sorte! Che strazio, che pena! Ah, Gesù, come ti sei cambiato! Come da me sei fuggito! Ma, sebbene lontano, ti mando sulle ali del tuo Volere, dovunque Tu sei, i miei baci, il mio amore, il mio grido di dolore che ti dice: vieni, ritorna alla povera esiliata, alla piccola neonata che non può vivere senza di Te!

Ma mentre ciò dicevo ed altro, il mio amabile Gesù si è mosso nel mio interno e stendendomi le braccia mi ha stretta forte, forte, ed io gli ho detto: “Mia Vita, mio Gesù, non ne posso più! Aiutami, dammi la forza, non mi lasciare più, portami con Te, me ne voglio venire”.

E Gesù, spezzando il mio dire, mi ha detto: “Figlia mia, non vuoi fare la mia Volontà?” Ed io: “Certo che voglio fare la tua Volontà, ma anche in Cielo c’è la tua Volontà; sicché, se finora l’ho fatta in terra, d’ora in poi voglio venire a farla in Cielo. Perciò, presto, portami, non mi lasciare più; mi sento che più non posso, abbi pietà di me”.

E Gesù di nuovo:

 “Figlia mia, tu non sai che cosa è la mia Volontà in terra. Si vede che dopo tante mie lezioni non l’hai ben capito. Devi sapere che l’anima che fa vivere la mia Volontà in sé, come prega, come soffre, come opera, come ama, ecc. ecc., forma un dolce incanto alle pupille divine, in modo che coi suoi atti racchiude in quell’incanto lo sguardo di Dio, per cui [l’Onnipotente], preso dalla dolcezza di questo incanto, [si sente disarmare di] molti castighi che si attirano le creature coi loro gravi peccati. Questo incanto ha virtù d’impedire che la mia giustizia si riversi con tutto il suo furore sulla faccia della terra, perché anche la mia giustizia subisce l’incanto della mia Volontà che opera nella creatura.

Ti pare poco che il Creatore veda nelle creature viventi ancora sulla terra la sua Volontà operante, trionfante, dominante, con quella libertà con cui opera e domina  in Cielo? Questo incanto non c’è nel Cielo, perché la mia Volontà nel mio Regno domina come in casa sua e l’incanto viene formato in Me stesso, non fuori di Me; sicché sono Io, è la mia Volontà che incanta con una forza rapitrice tutti i beati, in modo che le loro pupille sono racchiuse nel mio incanto per bearsi eternamente. Quindi non loro mi formano il dolce incanto, ma Io a loro; sicché le mie pupille sono libere, non subiscono nessun fascino. Invece, la mia Volontà, vivendo nella creatura che valica l’esilio, è come operante e dominante in casa della creatura e perciò mi forma l’incanto, mi affascina  e fa subire al mio sguardo una tale attrattiva da rapirmi a fissare le mie pupille su di lei, senza poterle spostare.

Ah, tu non sai quanto sia necessario questo incanto in questi tempi, quanti mali verranno! I popoli saranno costretti a mangiarsi l’un l’altro, saranno presi da tale rabbia da inferocire l’uno contro l’altro. Ma la colpa maggiore è dei capi. Poveri popoli! Hanno per capi veri carnefici, diavoli incarnati, che vogliono fare carneficina dei loro fratelli. Se i mali non dovessero essere gravi, il tuo Gesù non ti lascerebbe come priva di Lui. Tu temi che sia per altre cose che ti privo di Me; no, no, rassicurati, è la mia giustizia che, privandoti di Me, vuole sgravarsi sulle creature. Tu però non uscire mai dalla mia Volontà, affinché il suo dolce incanto possa risparmiare i popoli dai mali peggiori”.

Ave Maria padre

Massimo

Papa Francesco, 21 nuovi cardinali e l’appello per il cessate il fuoco immediato su tutti i fronti

di Gian Guido Vecchi – Corriere della Sera – 6 Ottobre 2024

Il Pontefice alla vigilia della «giornata di preghiera e digiuno» nell’anniversario dell’attacco di Hamas in Israele

L’annuncio per l’8 dicembre del suo decimo concistoro con ventun nuovi cardinali, dall’Iran all’Indonesia al Giappone – ma ci sono anche gli italiani: l’arcivescovo di Torino Roberto Repole, il nuovo Vicario di Roma Baldassarre Reina, Fabio Baggio del dicastero per i migranti e rifugiati e un grande nunzio come Angelo Acerbi, 99 anni, che non sarà elettore ma ottiene la porpora come un riconoscimento del suo servizio – e un appello vibrante per «un cessate il fuoco immediato su tutti i fronti, compreso il Libano» , alla vigilia del primo anniversario dell’attacco di Hamas a Israele e della «giornata di preghiera e digiuno» per la pace nel mondo indetta per il 7 ottobre

È una giornata intensa, quella di Francesco, che nel pomeriggio andrà nella Basilica di Santa Maria maggiore con i membri del Sinodo sinodali a Santa Maria Maggiore «per invocare l’intercessione della Madre di Dio», ha spiegato il Papa all’Angelus.

Domani, lunedì, «sarà passato un anno dall’attacco terroristico contro la popolazione in Israele, alla quale rinnovo la mia vicinanza», ha spiegato Francesco: «Non dimentichiamo che ancora ci sono molti ostaggi a Gaza, per i quali chiedo l’immediata liberazione. Da quel giorno il Medio Oriente è precipitato in una sofferenza sempre più grave, con azioni militari distruttive che continuano a colpire la popolazione palestinese. Questa popolazione sta soffrendo tantissimo a Gaza e negli altri territori. Si tratta perlopiù di civili innocenti, tutta gente e che deve ricevere tutti gli aiuti umanitari necessari. Chiedo un cessate il fuoco immediato su tutti i fronti, compreso il Libano. Preghiamo per i libanesi, specialmente per gli abitanti del Sud, costretti a lasciare i loro villaggi». 

Di qui l’appello del Papa «alla comunità internazionale» perché «si metta fine alla spirale della vendetta e non si ripetano più gli attacchi, come quello compiuto dall’Iran qualche giorno fa, che possono far precipitare quella Regione in una guerra ancora più grande», ha concluso: «Tutte le Nazioni hanno il diritto di esistere in pace e sicurezza, e i loro territori non devono essere attaccati o invasi, la sovranità dev’essere rispettata e garantita dal dialogo e dalla pace, non dall’odio e dalla guerra».

Il concistoro

 La stessa provenienza dei nuovi cardinali, ha spiegato, «esprime l’universalità della Chiesa che continua ad annunciare l’amore misericordioso di Dio a tutti gli uomini della terra». Francesco a settembre ha compiuto il viaggio più lungo del suo pontificato, ai confini del mondo, prima di andare in Lussemburgo e in Belgio, al cuore del Vecchio Continente che vive una «crisi» della fede e nel quale la Chiesa è passata «da un cristianesimo sistemato in una cornice sociale ospitale a un cristianesimo di minoranza, o meglio di testimonianza». 

Il Collegio cardinalizio, e prossimo conclave, sono sempre più espressione di questa situazione, una Chiesa non più eurocentrica e sempre più rivolta alle periferie del pianeta. Ecco la lista dei 21 nuovo cardinali, tra nuovi elettori e ultraottantenni che non entreranno nel conclave, letta da Francesco alla fine dell’Angelus: Angelo Acerbi, nunzio apostolico; Carlos Gustavo Castillo Mattasoglio, arcivescovo di Lima (Perù); Vicente Bokalic Iglic, arcivescovo di Santiago del Estero (primate d’Argentina): Luis Gerardo Cabrera Herrera, arcivescovo di Guayaquil (Ecuador); Fernando Natalio Chomali Garib, arcivescovo di Santiago del Cile (Cile); Tarcisio Isao Kikuchi, arcivescovo di Tokyo (Giappone); Pablo Virgilio Siongco David, vescovo di Kalookan (Filippine); Ladislav Nemet, arcivescovo di Beograd-Smederevo (Serbia); Jaime Spengler, arcivescovo di Porto Alegre (Brasile); Ignace Bessi Dogbo, arcivescovo di Abidjan (Costa d’Avorio); Jean-Paul Vesco, arcivescovo di Algeri (Algeria); Paskalis Bruno Syukur, vescovo di Bogor (Indonesia); Dominique Joseph Mathieu, arcivescovo di Teheran Ispahan (Iran); Roberto Repole, arcivescovo di Torino: Baldassare Reina, da oggi vicario generale della diocesi di Roma; Francis Leo, arcivescovo di Toronto (Canada); Rolandas Makrickas, arciprete coadiutore della Basilica papale di Santa Maria Maggiore; Mykola Bychok, vescovo dell’Eparchia Saints Peter and Paul di Melbourne degli Ucraini (Australia); Timothy Peter Joseph Radcliffe, teologo; Fabio Baggio, sottosegretario della Sezione Migranti e rifugiati del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale; e George Jacob Koovakad, officiale della Segreteria di Stato e responsabile dei viaggi papali.

Rosari, piedi nudi, svenimenti. Tra i pellegrini di Medjugorje: «La Madonna sta parlando proprio in questo momento»

di Fabrizio  Roncone, inviato a Medjugorje – Correre della Sera – 6 Ottobre 2024

Dal medico di Bari in pensione con la croce di legno sulle spalle alla famiglia di Asiago. Tre dei sei veggenti vedono e parlano ogni giorno con Maria

«La Madonna parla, sta parlando», cominciamo a ripeterci tutti, non si capisce se con il dovere di crederci, molti — certo — con la voglia di crederci, ma senza nemmeno sapere chi gliel’ha data questa notizia al cameriere, veloce a soffiarcela mentre siamo nella sala delle colazioni, stretti in mezzo a un gruppo di rumorose pellegrine spagnole che saltano la fila e spingono, e vogliono il burro e il miele e anche la focaccia tostata, gioiosamente voraci come camionisti alla frontiera.

Il cameriere, un tipo ossuto e con la barbetta rossiccia, è serissimo. Annuisce con la testa: proprio così, avete capito bene. «La Beata Vergine sta parlando». Uno si volta e resta impietrito con il vasetto dello yogurt a mezz’aria, alcune indietreggiano, barcollando, dal buffet. L’incredulità e l’emozione scatenano un panico pieno di misticismo. Donne che crollano in ginocchio, a mani giunte. Una famiglia italiana, di Asiago — dopo aver calmato la più anziana della comitiva, forse la nonna, che urla: «Lo sapevo! Me lo sentivo!» — si mette in circolo e attacca a recitare un’Ave Maria. Altri, con sguardi acquosi, balbettando frasi sconnesse, corrono all’ascensore, volano in camera a prendere il rosario e lo zainetto. Un giovane sacerdote portoghese si mantiene però lucido: insieme decidiamo di andare alla reception dell’albergo.

Dove sta parlando? Con chi?
Allora si scopre che la Madonna non sta parlando, ma parlerà (del resto compare e parla ogni giorno, e a un’ora piuttosto precisa: che, però, non è questa). La notizia fasulla è stata generata da un corto circuito nella traduzione. Dal bosniaco all’inglese, e dall’inglese al polacco (il cameriere, che arriva da Danzica, è al suo primo giorno di lavoro). Tocca al sacerdote mettersi al centro della hall e spiegare ai pellegrini scalpitanti, eccitati, che non c’è alcun miracolo in corso, purtroppo. 

La Beata Vergine ci aspetta comunque per la preghiera, come da programma, sul monte Crnica, in località Podbrdo, dove apparve la prima volta, e dove c’è la sua statua.

Il sacerdote si chiama Alfonso Ferreira, viene da Oporto, e ha una tonaca con una sparata di bottoni da prete come non se ne vedono più, da quando il clero marcia ovunque in clergyman e maglione. Torniamo a sederci e a finire di bere il caffè, una ciofeca competitiva con quella che servono alla buvette di Montecitorio. Tenete bene a mente quello che dice don Alfonso. «Vede, in fondo non è complicato spiegare la gigantesca forza di questo luogo. Perché mentre i santuari di Lourdes e Fatima sono monumenti, voglio dire che ci vai con i libri di storia sotto al braccio e poi chiedi una grazia, un’intercessione, ti inginocchi nella devozione più profonda… Qui a Medjugorje vieni invece perché tre dei sei veggenti ancora vedono e ascoltano la Madonna, ci parlano proprio ogni santo giorno, e questo consente a tutti noi di sentirci, in qualche modo, dentro l’evento, anche e forse soprattutto nella segreta speranza, com’è accaduto poco fa, di esserne addirittura partecipi».

Poi don Alfonso mi racconta che sulla montagna dove comparve la Madonna si va a piedi, salgono a piedi anche gli anziani, e persino chi ha le stampelle ci prova, tutti gli oltre 50 milioni di fedeli venuti finora in psichedelico pellegrinaggio si sono arrampicati sudando e invocando l’aiuto di Dio: un quarto d’ora per attraversare questo paesino della Bosnia-Erzegovina, case basse con i tetti rossi e poi alberghi e ristoranti e negozi di souvenir con l’immagine della Madonna, e quindi una ventina di minuti per inerpicarsi, perché non c’è sentiero, ma solo pietre appuntite e massi, tra gli abeti.

Lassù, al centro di una piccola radura, intorno alle ore 18 del 24 giugno 1981, sei giovani della locale parrocchia videro apparire una figura femminile dai riverberi biancastri che teneva un bambino tra le braccia. Pregarono con lei e le parlarono e, nel tempo, hanno continuato. A tre di loro, che sostengono di aver ricevuto i cosiddetti «dieci segreti» (inutile chiedergli di cosa si tratti, perché rispondono: «I segreti sono segreti»), la Beata Vergine compare ormai solo una volta l’anno: a Mirjana Dragicevic, il 18 marzo; a Ivanka Ivankovic, il 25 giugno; a Jakov Colo, la sera di Natale. Ma agli altri — Ivan Dragicevic, Vicka Ivankovic e Marija Pavlovic — la Madonna continua ad apparire ogni giorno, più o meno verso le sei del pomeriggio, e più o meno quando iniziano a recitare la settima «Salve, o Regina».

Si raccolgono in preghiera: e lei arriva.
Puntuale.
Sempre.
La Madonna non salta un appuntamento.
E li raggiunge ovunque.

Marija Pavlovic, sposata con un italiano, spesso è nel nostro Paese, mentre Ivan Dragicevic trascorre metà dell’anno negli Stati Uniti. Quando sono a Medjugorje, può comunque capitare che i tre veggenti accolgano in casa alcuni selezionati pellegrini e gli consentano di prendere parte all’evento. La scena, racconta chi ha avuto il privilegio di partecipare, è semplice: con i fedeli in ginocchio e il veggente in piedi, al centro della stanza, che si fa il segno della croce e inizia a pregare.

Dopo dieci minuti («Minuto più, minuto meno»), gli occhi del veggente si illuminano.
Solo che la Madonna ai pellegrini non compare. E nemmeno ne sentono la voce. La «vede» e ci «parla» solo il veggente. Insomma, bisogna fidarsi. E qui, senza esitare, si fidano tutti. A Roma, in Santa Sede, molto meno.
Adesso, seguite bene: perché in questa storia piena di fede profonda e travolgente devozione mariana, di spiritualità efferata e untuosa, tutti i dubbi più concreti, più crudi, più scabrosi, sono alimentati proprio in Vaticano, dove molte volte — negli anni — è stato evocato il sospetto di «eresia». 

La vicenda è spinosa, viene trattata con malcelato imbarazzo: così, nel 2010, Benedetto XVI affida al cardinale Camillo Ruini la guida di una Commissione internazionale d’inchiesta, con il preciso compito di fornire una valutazione teologica sul fenomeno Medjugorje, da subito osteggiato dai due vescovi succedutisi nella diocesi di Mostar e, al contrario, accolto con entusiasmo dai frati francescani del luogo. Dopo sette anni, a svelare i risultati dell’indagine è papa Francesco (parla in una conferenza stampa improvvisata sul volo che dal Portogallo, dalla visita al santuario di Fatima, lo riporta a Roma).

 Il Pontefice spiega, con tono ruvido, e perentorio, che la Commissione ha sezionato il caso in due «segmenti»: una parte riguarda le prime sette iniziali apparizioni, «o presunte tali», su cui «si deve continuare ad investigare»; sulle successive, invece, Francesco spiega che, sia pure a titolo personale, ritiene «ci siano molti dubbi». E aggiunge, con un sospiro: «… Io credo alla Madonna nostra Madre buona, e non a quella che è a capo di un ufficio telegrafico».

Un concetto esplicito, e clamoroso. Tradotto: il Papa non si fida dei veggenti (forse qualcuno gli ha pure spifferato che quasi tutti hanno aperto hotel e bar, e hanno trasformato le «visioni» in un formidabile business). È una posizione che resta, nella sostanza, immutata anche quando — notizia di due settimane fa — la Santa Sede concede il nulla osta, «Nihil obstat», al culto. Per capirci: il cardinale Victor Manuel Fernandez, prefetto dell’ex Sant’Uffizio, approva la devozione per questa Madonna, ma non certifica il carattere «soprannaturale» delle visioni. Mette anzi una serie di solidi paletti, e si limita ad autorizzare l’esperienza «spirituale». Può apparire curioso l’aver approvato una devozione per apparizioni su cui c’è un enorme scetticismo. In realtà, l’ex Sant’Uffizio si è concentrato soprattutto sui positivi «frutti pastorali» di questo luogo.

Qui, sul sentiero che sale ripido, impervio, la gente s’arrampica pregando e trovando una dimensione di autentica letizia, sente di avvicinarsi al Cielo, si sono verificate conversioni e guarigioni. I fedeli, all’inizio, arrivavano soprattutto dalla Polonia e dall’Italia: adesso procediamo in fila con austriaci e tedeschi, una coppia di irlandesi, un medico in pensione di Bari che tiene una croce di legno sulle spalle e poi c’è José, un ragazzone spagnolo di oltre cento chili, la camicia rossa sformata dal sudore, che si appoggia «al fratello di Roma», e ansima, e vacilla, sta per scivolare, e allora invoca l’aiuto di «Nostro Signore!», e però amico mio adesso fermiamoci, gli dico, bevi un sorso d’acqua, se no, con questo caldo, lassù non ci arriviamo.

È una giornata magnifica, con il cielo limpido e il sole a picco. Ed è ovviamente una sciocchezza, come qualcuno racconta, che il sole, su questa collina, abbia movimenti anomali: chi li coglie, o pensa di coglierli, è solo perché, in un miscuglio di curiosità e fede furiosa, lo fissa intensamente, scatenando reazioni oculari fisiologiche e, in qualche caso, procurandosi anche danni alla retina. Piuttosto: ciò che sul serio colpisce è l’autentica tenacia, l’insospettabile prodigiosa energia con cui anche i più anziani, i più fragili, non mollano e arrancano su, verso il luogo della prima apparizione. Alcuni si sono tolti le scarpe e camminano a piedi nudi, subito lacerati dai sassi aguzzi. Molti stringono un rosario tra le mani. Interi gruppi lo recitano ad alta voce. C’è una sensazione diffusa di serenità. Qualcuno scoppia, improvvisamente, in pianti struggenti. Ma paiono lacrime di pura felicità raggiunta.

Davanti alla statua, di colpo, un grande silenzio. Profondo. Un silenzio molto bello, ecco. E, subito, anche pieno di pensieri. Il più forte, per un cronista, è: ma com’è la Madonna che quei sei giurano di vedere?
È lo stesso interrogativo che, per anni, ha tormentato pure Fra’ Janko Bubalo, francescano dell’Erzegovina e letterato. Ha studiato le apparizioni, ha interrogato i veggenti. E, alla fine, a cinque di loro, distribuì un questionario (Jakov Colo si rifiutò di rispondere, ma poi ammise che i suoi amici avevano raccontato la verità).

Domande e risposte.
Quanto è alta, la Madonna? «Circa un metro e 65 centimetri». Quanto potrebbe pesare? «Circa 60 chili». Quanti anni le dareste? «Dai 18 ai 20». Dove si trova? «Su una piccola nuvola». Com’è il suo viso? «Allungato, ovale, normale». E le sue labbra? «Belle, sottili». Si nota un sorriso, nel suo volto? «Forse. Si tratta, piuttosto, di una beatitudine indescrivibile». Gli occhi di che colore sono? «Spiccatamente azzurri». E com’è il naso? «Bello, piccolo, proporzionato». Com’è vestita? «Indossa un semplice abito da donna». Di che colore? «Grigio, forse grigio azzurro». Fin dove arriva l’abito? «Si perde nella nuvola». Cos’altro indossa la Vergine? «Ha un velo bianco sul capo». Ha gioielli? «No». Ha sempre le stelle attorno al capo? «Normalmente, le ha». Si vedono i suoi capelli? «Un po’». Che colore hanno? «Sono neri». Come tiene le mani? «Sono libere». La Vergine è davvero bella come dite? «In realtà non abbiamo mai detto niente, a riguardo. La sua bellezza è indescrivibile».

Per quel che conta questo questionario, aiuta a capire come, almeno all’inizio, i veggenti avessero almeno voglia di collaborare. Poi, lentamente, hanno iniziato a contraddirsi — raccontarono anche di aver visitato Paradiso, Inferno e Purgatorio, per poi dimenticarsi di averlo raccontato — e sono diventati assai più prudenti. Con questi pensieri addosso, la forza mistica del silenzio di poco fa, mentre si scende, diventa inesorabilmente sempre più flebile. Ci sono pure i singhiozzi di una signora, con i piedi sanguinanti, che stanno portando in ospedale. C’è il rombo dei pullman che scaricano altri pellegrini. C’è lo sguardo che scorre sui negozi che vendono statue della Madonna (una fu acquistata anche da Gisella, la santona di Trevignano Romano: il cui progetto, visto da qui, appare più chiaro) e poi mantelli con l’immagine della Madonna, e cappelli, zaini, cuscini, candele, portafogli. Ogni trattoria ha la sua statuetta, e ne trovi pure lungo le strade, sui balconi, e al supermercato la Beata Vergine è persino sugli scaffali e dagli altoparlanti diffondo musica sacra.

Un ricercatore croato, Vencel Culjak, voce neutrale, non critica sul fenomeno, ha calcolato che nel periodo da lui indagato, che va dal 1981 al 2013, le entrate dei francescani della chiesa parrocchiale possono essere stimate intorno ai 290 milioni di euro. Pregare per pregare: e poi però per fare soldi, tanti soldi e ancora soldi. Con le offerte durante le messe celebrate, dall’alba al tramonto, in tutte le lingue. Con eventi e concerti benefici (José Carreras). Con le donazioni segrete scatenate da un carisma alimentato anche dalla poderosa coda dei vip in visita: da Mel Gibson a Messi, da Valeria Marini a Lorella Cuccarini, ad Al Bano, a Umberto Tozzi, a Nek, a Paolo Brosio (un habitué), a Kim Rossi Stuart, all’ex ct azzurro Mancini, a Buffon, a politici come Giulio Andreotti (fu tra i primi a venire) a Umberto Bossi. Matteo Salvini ha la medaglietta della Regina di Pace nella cover del cellulare.

Non c’è altro sugli appunti.
Chiudo la sacca, sto per lasciare l’albergo. Squilla il cellulare. «Oh, ricordati di portarmi un rosario. Quella Madonna è troppo potente…».

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