"VI SUPPLICO: CONVERTITEVI!" (REGINA DELLA PACE-MEDJUGORJE)

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LA GUERRA SANTA SENZA FINE DELLA RUSSIA

La guerra continua, perché per i russi è questo il vero senso della vita.

di Stefano Caprio – Asia News – 2 Marzo 2025

L’esercito russo ha scagliato in questi giorni un numero ancora superiore di droni e bombe contro l’Ucraina, volendo ribadire la propria finalità di conquista al di là di ogni trattativa e piano di spartizione con gli Stati Uniti di Donald Trump. Per continuare ad esaltare la teologia della Vittoria, la vera divinità a cui dedicare ogni sforzo e ogni sacrificio.

Con il terzo anniversario dell’invasione dell’Ucraina, ci si attendeva un grande proclama di vittoria da parte di Vladimir Putin, atteso anche come il possibile segnale della fine del conflitto armato. Invece, l’esercito russo ha scagliato in questi giorni un numero ancora superiore di droni e bombe contro il nemico, volendo ribadire la propria finalità di conquista al di là di ogni trattativa e piano di spartizione con gli Stati Uniti di Donald Trump, la cui disponibilità a sostenere le tesi putiniane in ogni aspetto economico, militare e morale della geopolitica rappresenta la vera vittoria del “sovranismo oligarchico” del Mondo Russo.

L’insistenza americana sull’appannaggio delle “terre rare” ucraine, più che indicare un piano di ricostruzione della terra devastata dai russi, appare peraltro una mossa derivante dal grande conflitto ibrido con la Cina, per l’uso delle nuove tecnologie. In questo quadro la Russia si muove con tutta l’ambiguità possibile, ben sapendo di non essere all’altezza dei due grandi contendenti in questo settore cruciale, ma cercando di ottenere vantaggi da entrambe le parti. Le “trattative di pace” dureranno quindi all’infinito, pur con la possibile serie di armistizi e accordi parziali, per non perdere i privilegi dello stato di guerra, l’unico modo con cui la Russia può continuare ad esaltare la teologia della Vittoria, la vera divinità a cui dedicare ogni sforzo ed ogni sacrificio.

Il giorno prima dell’anniversario della “operazione militare speciale”, il 23 febbraio, in Russia si è festeggiata la Giornata dei Difensori della Patria, una ricorrenza sovietica in onore della Vittoria nella Grande Guerra Patriottica contro il nazismo, che veniva allegramente onorata anche come “festa del maschio”, prima della festa della donna dell’8 marzo. Nella Russia putiniana questa data ha invece ripreso i toni solenni della sacralità bellica, tanto che il presidente ha voluto consegnare al Cremlino le onorificenze a undici Eroi della Russia ricordando che “noi combattiamo per la Patria, facendo tutto il possibile per consegnarla alle future generazioni, ai nostri figli e ai nostri nipoti, perché questo è il destino che Dio ha predisposto per noi: Egli ha messo sulle nostre spalle una missione difficile, ma gloriosa, quella di difendere la Russia”.

“È piaciuto a Dio”, ugodno Bogu, mandare al massacro centinaia di migliaia di soldati russi e sterminare un numero enorme di cittadini ucraini, ha ribadito Putin ai veterani della guerra in Ucraina, “per essere fedeli ai luminosi precetti dei padri, dei nonni e dei bisnonni… dimostrando il vostro coraggio, voi siete le sentinelle a guardia della Russia, lottate con fervore per la verità e la giustizia, per la pace e il futuro del nostro popolo”. Per meglio illustrare queste motivazioni, lo zar ha ricordato “una delle guerre” dell’impero russo nel XIX secolo, senza precisare quale, in cui per difendere i confini presso il Danubio vennero lanciati alcuni reparti di soldati “verso una morte sicura, chiamata in gergo militare il massimo onore”. Prima ancora della cerimonia, nel discorso introduttivo Putin aveva dichiarato che “la Russia è governata direttamente da Dio”, citando le parole del feldmaresciallo russo-tedesco del XVIII secolo Burkhard Christoph von Münnich, che aveva ottenuto una vittoria sui turchi nel 1739, e concludeva che “se non è così, non si capisce come faccia la Russia ad esistere”.

Le parole di Putin sono state confermate anche dal Muftì supremo di Russia, Talgat Tadžuddin, che alla fine della cerimonia ha donato al presidente lo scudo e la spada del Difensore della Patria, affermando che “questa festa non si riduce a una celebrazione annuale, ma dura tutto l’anno, perché non esiste un giorno senza la difesa della nostra Patria”, volendo anche chiudere ogni polemica sulle pretese delle etnie musulmane che contendono a quelle slave l’identità della Federazione, che riemergono in diverse occasioni di espressione dell’orgoglio nazionalista nelle varie regioni. Il Muftì ha parlato comunque della difesa comune del “regno bulgaro e dell’impero russo” attribuendo all’attuale presidente “il primo titolo di imperatore della Russia e il secondo titolo di principe dei Bulgari del Volga e di Kazan”.

Il grande compito del sacro zar è stato poi illustrato dal capo dei cappellani ortodossi al fronte della Svo, l’operazione speciale in Ucraina, il protoierej e cavaliere dei tre ordini dell’Audacia padre Dmitrij Vasilenkov, cha ha rilasciato un’ampia intervista all’agenzia statale Ria Novosti proprio in occasione della giornata dei Maschi Difensori, vantandosi dei 42 mila soldati battezzati al fronte. Egli ha raccontato come la festa è stata celebrata nelle zone di guerra portando ai soldati i regali della popolazione e soprattutto dei bambini, con letterine e dolciumi, con i concerti negli ospedali e nelle infermerie, ricordando in particolare un eroe di Russia recentemente defunto nelle zone degli scontri, il protoierej Mikhail Vasilev, che predicava come “bisogna essere pronti a tutto per il sacro onore della difesa della Patria”. In occasione delle festa ha organizzato spedizioni di scatole di calze per i soldati, “non quelle che si mettono e si buttano, ma quelle buone e tattiche, che faranno davvero piacere ai nostri eroi”, che vengono raccolte nelle chiese per “sentirsi vicini ai nostri difensori”.

I sacerdoti ortodossi stanno preparando grandi festeggiamenti per la Pasqua del 20 aprile, nell’anno degli 80 anni della Vittoria, ricordando che nel 1945 la principale festa cristiana cadde il 6 maggio, giorno di S. Giorgio il Vincitore, come ricorda sempre il patriarca Kirill, e quest’anno sarà chiamata la “Pasqua vittoriosa”. Lo stesso capo degli ortodossi russi ha ricordato che “la Chiesa deve stare sempre dalla parte del popolo, incarnare lo spirito patriottico che deriva dall’eredità dei nostri santi che volevano essere essi stessi dei difensori della Patria”, sottolineando che le parole Rodina e Otečestvo, i due termini russi per indicare la patria, “vanno scritti sempre con la lettera maiuscola”, perché “per i cristiani la vera Patria è il Regno dei Cieli”, ribadendo la coincidenza delle dimensioni terrestre e celeste a fronte di alcuni sacerdoti che si permettevano di mettere in secondo piano gli ideali della “Ortodossia militante”.

Come ha ribadito padre Vasilenkov, “non ci dobbiamo occupare della questione delle trattative”, lasciandola nelle mani dello zar-presidente e del governo, continuando a sostenere i soldati al fronte e “combattere anche nella nostra vita comune per il trionfo del bene”, sentendosi tutti coinvolti nella “grande battaglia”. Egli ricorda che “i nostri nemici in tutto il mondo hanno un unico scopo, quello di distruggere la Russia, e noi dobbiamo vincere come roccaforte della moralità e dei valori tradizionali nel mondo, senza coltivare inutili illusioni”. In questo il cappellano esprime l’autentica reazione dei russi alle proposte americane di pace, viste comunque come “tentazioni diaboliche” per sottrarre ai russi la purezza della difesa della fede, cosa del resto non particolarmente difficile, viste le tendenze edoniste della nuova presidenza americana, che vuole trasformare le zone di guerra in resort turistici o miniere di pietre preziose.

Il lavoro dei cappellani militari è particolarmente concentrato sul superamento delle “sindromi post-traumatiche”, che secondo padre Dmitrij non dipendono dalle ferite e dai combattimenti, ma dalla “carenza di motivazioni” nelle azioni belliche, perché le persone che “stanno in piedi con grandi ideali e sanno perché combattono non hanno debolezze nell’animo, anche quando vengono colpiti nel corpo”. Quindi “se non vogliamo doverci occupare dopo della riabilitazione di masse di persone, bisogna prepararli per tempo, e questo è il compito di noi sacerdoti”, afferma il capo dei cappellani, spiegando che tale lavoro non riguarda soltanto i membri dell’esercito, ma l’intera popolazione della Russia, a cominciare dalle élite, perché “il battaglione può essere fatto da ottime persone, ma tutto dipende da chi comanda”.

Di fronte ai timori di non farcela, i cappellani devono ricordare che “Dio aiuta a resistere e a morire con onore”, e quello che conta è il destino eterno, sia che si rimanga sulla terra che andando all’altro mondo. Non si può combattere “soltanto per i soldi”, per i quali “si può uccidere, ma non morire”, come scrive padre Vasilenkov nel suo libro di catechesi bellica In guerra, la parola del Donbass, in cui si illustrano “i principi spirituali della vera sopravvivenza, non solo in guerra, ma nella realtà estrema della vita”. Per diffondere ancora di più questa cura pastorale, i cappellani ortodossi hanno anche aperto un canale Telegram Na voine, “Alla guerra”, che ammaestra sulle “regole di sicurezza spirituale” e distingue il senso vero “della morte e delle uccisioni, e di molte altre gravi questioni”.

Queste direttive spirituali per la “guerra santa” sul fronte della guerra e della vita sono presentate come “antiche tradizioni dei combattenti ortodossi”, risalenti al “Cammino dell’Arcistratega”, un testo tardo-medievale che padre Dmitrij attribuisce “alle origini della Rus’ di Kiev”. Nel testo si spiega che i primi russi ancora pagani rifiutarono le “azioni selvagge” nei combattimenti quando assunsero il cristianesimo, trovando nell’Ortodossia un “nuovo senso della vita e della guerra” e anche oggi bisogna “educare a combattere per essere vincitori”, sia sul campo che nell’anima. Il generalissimo Aleksandr Suvorov, che presto verrà proclamato santo dal patriarca Kirill, diceva che “Dio non aiuta i briganti, ma il soldato russo non è un brigante”. La guerra continua, perché per i russi è questo il vero senso della vita.

La doppia scommessa del premier inglese Starmer: nuova intesa Trump-Zelensky e evitare la frattura Usa-Europa

di Luigi Ippolito – Corriere della Sera – 1 Marzo 2025

Dopo lo scontro alla Casa Bianca, «lo sprint diplomatico» inglese per evitare il collasso del sostegno all’Ucraina e una frattura irreparabile tra America ed Europa. L’importanza del vertice di domenica a Londra e il bilaterale con Meloni

Keir Starmer prova a rimettere assieme i cocci del disastro andato in scena venerdì 28 febbraio alla Casa Bianca. Il premier britannico è impegnato in quello che da Downing Street definiscono «uno sprint diplomatico» per evitare il collasso del sostegno all’Ucraina e una frattura irreparabile tra America ed Europa. Non a caso, mentre ieri i leader europei si rincorrevano nell’esprimere indignazione per il trattamento riservato da Trump a Zelensky, Starmer è rimasto zitto: finché in serata non ha telefonato sia al presidente americano che a quello ucraino nel tentativo di trovare una mediazione.

I contenuti di queste due conversazioni sono stati tenuti strettamente riservati, ma è evidente l’obiettivo di Londra di provare a fare da ponte tra gli Usa e Kiev così come fra americani ed europei. A questo punto, il vertice di domenica nella capitale britannica assume un carattere decisivo: se in un primo momento poteva sembrare poco più che una informativa sugli incontri alla Casa Bianca di quest’ultima settimana, ora diventa la sede per articolare una prima risposta allo scossone dato da Trump alle certezze che fino a oggi reggevano l’ordine internazionale.

Starmer riceverà domenica 16 leader europei, più Zelensky, a Lancaster House, la splendida residenza del Foreign Office nel cuore di Londra che è servita in «The Crown» come set per Buckingham Palace. Prima del vertice vero e proprio, il premier britannico terrà due bilaterali, uno col leader ucraino e uno con Giorgia Meloni: particolare significativo, quest’ultimo, perché anche la nostra presidente del Consiglio si è tenuta in continuo contatto con Trump.

Nell’incontro, Starmer proverà a convincere gli alleati a mettere truppe a disposizione per quel contingente a guida anglo-francese che dovrebbe garantire una eventuale pace in Ucraina. Inoltre, farà pressione perché gli europei compiano dei passi significativi per dotarsi di una difesa collettiva, sia alzando le spese militari che avviando una futura «banca del riarmo» per finanziarle.

Sono tutte cose che valgono anche come carte da giocare per evitare il totale disimpegno americano. Infatti Starmer si è presentato giovedì alla Casa Bianca con l’annuncio che avrebbe aumentato le spese per la Difesa al 2,5% del Pil, con l’impegno a salire fino al 3%. L’incontro tra il premier britannico e Trump è andato benissimo, al di là delle aspettative, anche se il presidente americano non si è impegnato su quella che era la principale richiesta di Londra, ossia un «backstop», un dispositivo di sicurezza Usa a protezione del futuro contingente europeo da schierare in Ucraina. In ogni caso, Starmer intende spendere il capitale di benevolenza acquistato a Washington per fare da cerniera con gli europei e l’Ucraina: un ruolo paradossalmente facilitato dalla Brexit, perché la Gran Bretagna, come ha detto il neo-ambasciatore Peter Mandelson, ex eminenza grigia di Tony Blair, può far leva sul fatto di «non essere Europa» e dunque può agire da ponte fra le due sponde dell’Atlantico.

Quello britannico è un esercizio difficilissimo, ma potrebbe essere il sentiero stretto da percorrere per evitare il collasso dell’alleanza occidentale e, in definitiva, la vittoria di Putin.

’Ucraina sotto choc parla al suo presidente: «Grazie per la forza, ma siamo terrorizzati»

di Lorenzo Cremonesi- Corriere della Sera – 1 Marzo 2025

E c’è chi lo critica: «È caduto in trappola». Putin esulta

KIEV – «Una catastrofe! Una tragedia! Peggio di così non poteva andare per Zelensky e soprattutto per tutta l’Ucraina. La nostra disperazione è direttamente proporzionale alla soddisfazione russa. Questo incontro con Trump a Washington doveva essere una svolta per migliorare le nostre relazioni bilaterali e invece inaugura un capitolo ancora più nero della guerra». Non serve molto per cogliere la corale disperazione montata tra gli ucraini ieri sera via via che si diffondevano le immagini, il linguaggio dei corpi e le parole dell’incontro nello Studio Ovale. Ne scrivono sui social, se lo dicono per telefono, ne parlano apertamente con amici, colleghi e parenti. Era sufficiente osservare la faccia contrita dell’ambasciatrice ucraina seduta in prima fila tra i giornalisti, la mano sul viso, in segno di dolore, per comprendere la dimensione del dramma.

I maggiori siti d’informazione riportano le dichiarazioni, segnalano il disaccordo, parlano di «scambi tesi» sia con Trump che soprattutto in reazione alle «provocazioni» di Vance, confermano che non è stato firmato l’accordo sullo sfruttamento delle risorse naturali ucraine e che Zelensky è ripartito in anticipo per Kiev. Il Kyiv Post racconta di «crisi aperta» e di parole al vetriolo. Se non ci fosse la guerra che ogni giorno causa vittime e danni se ne potrebbe parlare come di uno straordinario episodio di diplomazia fallita. Ma dal 2014 l’Ucraina è sotto attacco russo e dal febbraio 2022 Putin cerca di conquistare il Paese con tutta la forza della sua potenza militare. Lo stesso Zelensky ribadisce continuamente che «senza l’aiuto americano per noi la guerra è perduta» ed è dunque «fondamentale» ottenere le garanzie di sicurezza Usa assieme alle armi vitali per continuare a resistere.

Negli ultimi giorni, dopo la crisi acuta delle scorse settimane, che aveva visto Trump accusare Zelensky di «essere un dittatore impopolare responsabile della guerra», le due parti sembravano pronte a migliorare i rapporti. Zelensky si era detto contento di ignorare le offese personali per il bene nazionale e aveva dato l’ok alla firma dell’accordo sullo sfruttamento delle risorse naturali ucraine. Due giorni fa Trump era sembrato rimangiarsi le accuse, negando addirittura di averle mai pronunciate. E i suoi incontri con Macron e Starmer erano andati relativamente bene, come se dovessero aprire la strada al summit di ieri.

Ma l’incubo adesso è più grave che mai. E i cannoni non si fermano. Mentre al Cremlino si esulta per l‘alterco, definito «storico» dal consigliere di Putin Kirill Dmitriev, continuano a lanciare ogni giorno centinaia di missili e droni contro l’Ucraina. Ieri i loro soldati hanno parzialmente sfondato nella zona di Sumy per cercare di accerchiare le unità ucraine nel Kursk. Nel Donbass i combattimenti restano sanguinosi. Sulla rete tanti ucraini difendono Zelensky contro i «bulli» della nuova amministrazione Usa che «vogliono la nostra capitolazione». «Meglio litigare e prendere le cose di petto, che farsi mettere i piedi in testa. I russi mirano a prendersi tutta Zaporizhzhia, Kherson, il Donbass. Non ci possono essere veri negoziati se Trump cerca di umiliare Zelensky», nota tra i tanti Stanislav Bunjatov, un ex sindaco che oggi è ufficiale con le truppe nel Donbass. Andriy Yermak, capo dell’ufficio presidenziale, nota su X che è «grato per l’aiuto Usa» ma ribadisce il sostegno al «nostro eroico presidente».

Ci sono anche tanti messaggi di pura paura. «Grazie per la tua forza signor presidente. Ma adesso siamo terrorizzati», scrivono. «Per noi è finita, prendete i vostri soldi dalle banche», dice un altro.«Abbiamo appena assistito a un episodio di grave sopraffazione politica. Ovvio che Vance aveva preparato a tavolino le provocazioni e Zelensky è caduto nella trappola. Oggi abbiamo visto l’ennesima manifestazione della parte filo-russa e anti-ucraina dell’amministrazione Trump. Avevamo provato a sedarla, a rinviarla, ma oggi è stato impossibile controllarla», nota il politologo Oleg Saakyan. E non manca un velo di critica per la «facilità» con cui Zelensky si è lasciato «intrappolare». Dice ancora: «I nostri politici e diplomatici non avevano calcolato il rischio, sebbene ci fossero tante premonizioni». Non è il solo. Una delle opinioni che sembra crescere è che Zelensky non avrebbe dovuto accettare un confronto pubblico. Ma ormai è troppo tardi e riparare il danno per ora sembra impossibile.

Zelensky-Trump, cosa è successo durante i 20 minuti nello Studio Ovale per l’accordo sulle terre rare. The Donald: «Giochi con la terza guerra mondiale: sei irrispettoso»

di Greta Privitera – Corriere della Sera – 28 Febbrio 2025

Alzando la voce contro il presidente ucraino, Trump ha detto: «Non hai le carte in regola con noi in

Venti minuti sconvolgenti, fuori dalle regole della diplomazia tra due capi di Stato. Se in questi trentacinque giorni di secondo mandato di Donald Trump ci siamo già abituati ad assistere  all’inimmaginabile, l’incontro con Volodimir Zelensky ha superato ogni limite. 

Il presidente ucraino è arrivato a Washington Dc per convincere il suo omologo americano a fornire sostegno alla sicurezza contro qualsiasi futura aggressione russa, in cambio di un accordo economico sulle terre rare ucraine e i minerali. Ma l’incontro è finito in una clamorosa lite. Con Trump e il suo vice J.D. Vance che rimproverano Zelensky e lo accusano di non essere riconoscente. Lo aggrediscono. Con Zelensky messo all’angolo che prova a rispondere e difendersi contro i due leader agguerritissimi mentre ribaltano, di nuovo, la narrativa dell’aggressione russa nel suo Paese. Tutto, clamorosamente, in diretta mondiale. 

Di fronte alla richiesta di Zelensky di garantire la sicurezza dell’Ucraina contro future, possibili, violazioni di una tregua da parte di Putin, Trump ha alzato la voce, attaccandolo: «Non hai le carte in regola con noi in questo momento, inizi ad avere problemi proprio adesso. Stai giocando d’azzardo con la vita di milioni di persone. Stai giocando d’azzardo con la terza guerra mondiale».

Quando Zelensky fa notare la realtà, terribile, del conflitto, vissuto sul campo, in un Paese invaso e distrutto da Mosca, Vance gli rinfaccia le difficoltà nel reclutare soldati da mandare al fronte. A quel punto, Zelensky gli chiede: «Sei mai venuto in Ucraina?». E Vance prima reagisce dicendo di aver «letto e visto» quel che a suo parere basta per conoscere la situazione, poi rincara la dose: «Pensi che sia rispettoso venire nello Studio Ovale degli Stati Uniti d’America e attaccare l’amministrazione che sta cercando di impedire la distruzione del tuo Paese?»

Il leader ucraino si difende: «Tutti hanno problemi, anche tu hai un oceano di mezzo e non senti adesso l’impatto della guerra, ma lo sentirai in futuro».  A quel punto Trump perde le staffe: «Non ti permettere di dire che cosa accadrà. Non sei nella condizione di dirci che cosa faremo e sentiremo noi. Ti sei messo in una brutta condizione».

The Donald continua dicendo che il presidente ucraino dovrebbe «scendere a compromessi con la Russia, e non tornerete a combattere se verrà raggiunto un accordo di pace». E ancora: «O fai un accordo o siamo fuori. E se saremo fuori, combatterai. Non penso che sarà bello. Una volta firmato l’accordo, sarai in una posizione molto migliore, ma non ti comporti in modo del tutto grato. E non è una cosa carina. Sarò onesto. Non è una cosa carina».

Il presidente americano sottolinea di aver «fornito i mezzi» perché il leader ucraino potesse «essere un duro»: «Il problema è che ti ho dato il potere di essere un duro, e non credo che saresti un duro senza gli Stati Uniti».

Prima della lite, Zelensky ricorda: «Hai detto basta con la guerra. Penso che sia molto importante dire queste parole a Putin fin dall’inizio perché è un assassino e un terrorista. Spero che insieme possiamo fermarlo, ma per noi è molto importante salvare il nostro Paese, i nostri valori, la nostra libertà e democrazia, e naturalmente, nessun compromesso con l’assassino sui nostri territori».

La legge del più forte: God first!

Corrispondenza Romana 1887 – Roberto De Mattei

 26 Febbraio 2025 

Mentre in una stanza del Policlinico Gemelli il 266mo successore di Pietro lotta contro la morte, due potenti della terra, Donald Trump e Vladimir Putin, negoziano il futuro dell’Ucraina e dell’Europa. L’apparente dialogo tra il presidente degli Stati Uniti e il capo della Federazione Russa è in realtà un braccio di ferro. Il presidente americano ha come obiettivo di stabilire un asse preferenziale con la Russia, per separarla dalla Cina, che è il principale avversario degli Stati Uniti su scala globale. L’obiettivo strategico di Putin è, al contrario, quello di incrinare l’alleanza transatlantica, per separare l’Europa dagli Stati Uniti e indebolire l’Occidente. Entrambi i leader sono convinti della missione imperiale delle proprie nazioni. Nel suo discorso di insediamento alla Casa Bianca il 20 gennaio 2025, Trump ha espresso nella formula «America First» l’idea del “destino manifesto” degli Stati Uniti  nel mondo (https://www.corrispondenzaromana.it/il-presidente-americano-donald-trump-e-la-forza-del-destino/).

Putin, da parte sua, ha sempre manifestato la volontà di riportare la Russia ai confini e alle sfere di influenza dell’Unione Sovietica, la cui dissoluzione ha sempre considerato come «la catastrofe geopolitica più grande del secolo» (https://www.nbcnews.com/id/wbna7632057).

 La differenza tra le due visioni non sta solo nel fatto che la strategia di Trump sull’Ucraina è stata elaborata dai suoi consiglieri nelle ultime settimane, mentre quella di Putin esprime la coerenza di chi guida la Federazione russa da venticinque anni. La principale asimmetria è che il piano di Trump, improntato a un crudo realismo, interpreta la politica come un gioco di potere, variabile a seconda del posizionamento sulla scacchiera del dominio mondiale.  L’Ucraina, in questa prospettiva, può divenire una merce di scambio, sottomessa agli interessi delle grandi potenze. 

Putin ha invece una filosofia della storia, delineata nel discorso del 12 luglio 2021 al Valdai Club e in numerosi altri documenti. L’Ucraina, nella sua visione geo-filosofica, è destinata ad essere assorbita nel territorio, nella lingua, nella cultura e nella fede religiosa, da una Russia che risorge, non solo nei suoi antichi confini, ma soprattutto nella sua nuova missione imperiale contro un Occidente che agonizza. 

Putin ragiona in termini di uno scontro di civiltà universale, Trump in termini di interessi politici ed economici contingenti. Entrambi si fondano però su una menzogna. Putin basa la sua narrazione su una falsificazione, che nega le vere origini di Kyiv, che, nel corso della storia, appartenne alla civiltà cristiana del Medioevo e non all’Oriente moscovita. Trump vuole giustificare la sua svolta politica negando la verità dell’aggressione russa all’Ucraina., iniziata fin dal 2014 con l’annessione della Crimea. 

I leader europei sono sgomenti: l’ipocrisia delle democrazie sui diritti umani e sull’autodeterminazione dei popoli cade ancora una volta in frantumi. Oggi, da Putin a Trump, ma anche da Xi Jinping a Erdogan, esiste solo quella “legge del più forte”, che fu formulata dallo storico ateniese Tucidide. Nel V libro della Guerra del Peloponneso, dedicato alle vicende del lungo conflitto che oppose Sparta ad Atene alla fine del V secolo, Tucidide racconta il dialogo fra gli ambasciatori ateniesi e quelli della piccola isola di Melo, cinta d’assedio dalla imponente flotta ateniese. Gli abitanti di Melo rifiutarono il dominio di Atene e vennero sterminati senza pietà. Perciò, dopo aver affermato che il diritto vige soltanto fra chi si trovi in una condizione di parità di forze, Tucidide afferma l’esistenza di una di natura, fatta propria anche dagli dei, secondo cui il più forte giustamente sottomette il più debole. 

C’è una verità nell’affermazione di Tucidide. Lo spettacolo della natura ci offre sempre la prevalenza della forza. Ma ammesso che in natura prevalga la legge del più forte, alcune domande si pongono in cosa consiste la forza? E la forza è veramente sempre inseparabile dalla giustizia? L’unica risposta vera a queste domande viene dalla philosophia perennis aristotelico-tomista e soprattutto dall’insegnamento della Chiesa cattolica, che spiega come il primato che l’uomo razionale attribuisce alla verità e alla giustizia non è un’illusoria astrazione. L’uomo ha infatti una vita soprannaturale, che ha il suo principio nella grazia, una realtà che trascende e sorpassa tutta la natura e ci introduce nella sfera del divino e dell’increato. Perciò san Tommaso ha potuto scrivere che il più piccolo grado di partecipazione alla grazia santificante, considerata in un solo individuo, è superiore al bene naturale di tutto l’universo (Summa Theologiae, I-II, 113, 9 ad 2). 

Chi legge gli eventi umani alla sola luce della forza materiale, ragiona come Stalin, che a Yalta, di fronte a chi gli faceva presente le esigenze di Pio XII sull’assetto europeo, chiese: «Quante divisioni ha il Papa?». Ma, nel 1953, all’annunzio della morte del leader sovietico, Pio XII avrebbe detto a un intimo: «Ora Stalin vedrà quante divisioni abbiamo lassù!».

L’ultima parola spetta sempre a Dio, al cui tribunale ogni uomo, anche un Papa si presenta. E’ questa la ragione per cui papa Francesco, il Vicario di Cristo, è oggetto oggi di preghiere da parte dei cattolici di tutto il mondo. Ciò che più importa non è la salute del corpo, ma quella della sua anima, che si affaccia alle soglie dell’eternità. Le preghiere dei cattolici riguardano, in questo momento, anche il futuro della Chiesa, da cui dipende il futuro della società mondiale, proprio per la prevalenza che l’ordine spirituale ha su quello naturale.

Il primato dello spirito sulla materia ci dice che non c’è pace possibile senza il rispetto dei principi della legge naturale e divina, che non possono essere violati impunemente. «Sappiamo infatti – ammoniva Pio XII – che ciò che vien fatto senza la propiziazione divina riesce manchevole e sterile, secondo la sentenza del salmista: ‘Se non è il Signore che edifica la casa, inutilmente lavorano coloro che la costruiscono’» (Discorso Optatissima pax, del 18 dicembre 1947).

Secondo la Scrittura chi ascolta la voce della Sapienza «giudicherà le nazioni» (Siracide 4, 16). E la voce della Sapienza ci dice che la vera e unica forza che muove l’universo non è quella economica, militare od energetica, ma quella spirituale. Chi attinge questa forza da Dio, creatore e signore del Cielo e della terra, non ha paura di nulla. Per questa ragione un vero cattolico oggi non si lascia sedurre da nessun leader o ideologia politica, ma cerca, nelle parole e nei fatti, la fedeltà al Vangelo e alla sua legge. La sua parola d’ordine è God first! Dio solo!

La malattia di papa Francesco e la devozione al Papato

Corrispondenza Romana 1887 – 26 Febbraio 2025 

di Roberto de Mattei

Il 22 febbraio, dopo qualche giorno di degenza al Policlinico Gemelli, Papa Francesco ha avuto un aggravamento delle condizioni di salute. Era il giorno della festa della Cattedra di San Pietro una tradizione molto antica, attestata a Roma fin dal secolo IV, con la quale si rende grazie a Dio per la missione affidata da Cristo all’apostolo Pietro e ai suoi successori di pascere, guidare e reggere il suo gregge universale. 

Nell’abside della Basilica di San Pietro, Gian Lorenzo Bernini, ha realizzato un monumento alla Cattedra dell’Apostolo in forma di grande trono bronzeo, sorretto dalle statue di quattro Dottori della Chiesa, due d’occidente, sant’Agostino e sant’Ambrogio, e due d’oriente, san Giovanni Crisostomo e sant’Atanasio.

Un altro grande Dottore della Chiesa, san Girolamo, scrive: «Ho deciso di consultare la cattedra di Pietro, dove si trova quella fede che la bocca di un Apostolo ha esaltato; vengo ora a chiedere un nutrimento per la mia anima lì, dove un tempo ricevetti il vestito di Cristo. Io non seguo altro primato se non quello di Cristo; per questo mi metto in comunione con la tua beatitudine, cioè con la cattedra di Pietro. So che su questa pietra è edificata la Chiesa» (Le Lettere I, 15, 1-2).

In questo passo, che risale alla fine del IV secolo, san Girolamo non solo proclama la dottrina del Primato di Pietro, che sarà definita come regola di fede dal Concilio di Firenze, dal Concilio di Trento e soprattutto dal Concilio Vaticano I, con la costituzione Pastor aternus, ma afferma anche la necessità della devozione al Papa, come elemento fondamentale della spiritualità cattolica. La devozione al Papa, come quella alla Madonna è un pilastro della spiritualità cattolica. Questa devozione non si rivolge a un principio astratto, ma a un uomo che incarna un principio e che, nella sua precarietà umana, è anche il Vicario di Cristo.

Il Papa come uomo è debole e fallibile. La sua fragilità è fisica, psicologica, morale. Come persona privata il Papa può essere immorale, ambizioso, perfino eretico o sacrilego. Come persona pubblica il Papa, pur non essendo infallibile nel governare la Chiesa, può essere infallibile nel suo insegnamento. Per esserlo, deve rispettare determinate condizioni, che sono state chiarite dalla costituzione Pastor aeternus del 18 luglio 1870. Il Papa deve parlare come persona pubblica, ex cathedra, con l’intenzione di definire una verità di fede e di morale e di imporla come obbligatoria a credere a tutti i fedeli. Ciò purtroppo è avvenuto ben raramente nell’ultimo secolo.

La malattia del Papa, la morte del Papa, di ogni Papa ci ricorda l’esistenza di questo contrasto tra la persona privata del Papa, che può essere debole e vacillante, e quella pubblica, che esprime l’infallibilità della Chiesa.  

C’è una differenza tra la morte di un Papa e la morte di un sovrano temporale. Il Re deriva la sua legittimità, dal sangue, ovvero dal legame biologico che lo lega ai suoi antenati. Quando muore egli sopravvive nel suo erede, a cui lo lega lo stesso sangue. Il Papa invece è completamente estraneo a questa fisicità biologica. Il Papa non sopravvive in altri uomini, perché il Papa non ha eredi biologici. E’ morto il Re, viva il Re, si dice nel momento in cui il monarca esala l’ultimo respiro. Ciò non avviene per il Papa, perché l’elezione del suo successore non avviene un attimo dopo la sua morte, ma solo dopo un conclave, che può anche essere lungo e contrastato. Si potrà dire semmai, è morto il Papa, viva la Chiesa, perché prima del Papa c’è la Chiesa, che lo precede e che gli sopravvive, sempre viva e sempre vittoriosa.

Le monarchie e gli imperi terreni, come gli organismi umani, nascono e muoiono. Le civiltà sono mortali. La Chiesa, nata dal sangue del Calvario è invece immortale e indefettibile: durerà fino alla fine del mondo.

Il contrasto tra la caducità fisica della persona e l’immortalità della istituzione. era espresso un tempo da un rito che è stato celebrato fino al 1963. Il Papa, dopo la sua elezione, appariva nella basilica di San Pietro, in tutta la sua maestà, sulla sedia gestatoria, circondato dalle guardie svizzere, e dalle guardie nobili, mentre due camerieri segreti, in cappa rossa con ermellino bianco, reggevano i flabelli. A un certo punto del percorso un cerimoniere, genuflettendosi tre volte dinnanzi al Pontefice, accendeva dei batuffoli di stoppa infilati su un’asta di argento, e mentre la fiamma ardeva, cantava lentamente: «Pater Sancte, sic transit gloria mundi!» “Padre Santo, così passa la gloria umana”.  

All’uomo che quel giorno riceveva la corona destinata all’autorità più alta sulla terra, le parole Sic transit gloria mundi ammonivano: non ti vantare per la gloria che oggi ti avvolge, ricordati di essere un uomo fragile, destinato ad ammalarti e a morire. 

Questa cerimonia avvenne per l’ultima volta sul sagrato di San Pietro il 30 giugno 1963 in occasione dell’incoronazione di Paolo VI. Quando il Papa, dopo la Messa Pontificale, depose la mitra e assunse la tiara, risuonò, per l’ultima volta dopo molti secoli, la formula solenne: «Ricevi la tiara adorna di tre corone, e sappi di essere il padre dei principi e dei re, il reggitore del mondo, il Vicario in terra del Salvatore Nostro Gesù Cristo, al quale sia onore e gloria nei secoli dei secoli». 

Tra le prime decisioni del nuovo Pontefice fu proprio quella di abolire la cerimonia dell’incoronazione Pontificia, che era anteriore al IX secolo, come risulta dall’Ordo Romanus IX dell’epoca di Leone III. 

A partire dal gesto di Paolo VI iniziava quella confusione tra l’uomo e l’istituzione, che era destinata a dissolvere l’autentica devozione al Papato: una devozione che non è il culto dell’uomo che occupa la Cattedra di Pietro, ma è l’amore e la venerazione per la missione pubblica che Gesù Cristo ha affidato a Pietro e ai suoi successori. Questa missione può essere svolta da un uomo debole, inadeguato al suo compito, che resta però il legittimo successore di Pietro e che va amato e seguito anche nella sua fragilità, nella sua sofferenza e nella sua morte.

Per questo il prof. Plinio Corrêa de Oliveira ha scritto, molti anni fa, con parole straordinariamente attuali: «Nella gloriosa catena costituita dalla Santissima Trinità, dalla Madonna e dal Papato, quest’ultimo costituisce l’anello meno forte: perché più terreno, più umano e, in un certo senso, avvolto da aspetti che lo possono screditare. Si usa dire che il valore di una catena si misura esattamente dal suo anello più fragile. Così, il modo più eccellente di amare questa straordinaria catena è baciare il suo anello meno forte: il Papato. È consacrare alla Cattedra di Pietro, verso la quale vengono meno tante fedeltà, la nostra fedeltà intera!». 

L’invasione americana dell’Ucraina

di Stefano Caprio – Asia News – 23 Febbraio 2025

Zelenskyj si trova oggi schiacciato non soltanto dalle armate e dalle bombe russe, ma soprattutto dagli interessi economici che uniscono nemici e amici, dentro e fuori dal Paese. 

Dopo tre anni dall’invasione russa, l’Ucraina si trova oggi sotto attacco da parte dell’imprevisto nemico occidentale, l’America di Donald Trump, che accusa il presidente Volodymyr Zelenskyj di essere un usurpatore da rimuovere, come nel 2022 affermava la Russia di Vladimir Putin. Per giustificare l’operazione speciale militare, i russi mettevano l’accento sulla deriva “nazista” del governo di Kiev, affermando la necessità di difendere la terra madre della Santa Rus’ dalla depravazione occidentale, portatrice del veleno dei “falsi valori” non tradizionali; oggi gli americani sostengono la necessità di difendere l’Occidente dalla deriva europeizzante, portatrice dello sfruttamento economico della Nato, istituzione da sciogliere come autentico nemico della prosperità degli imperi.

Secondo la nuova narrativa trumpiana, lo Stato-aggressore non è la Russia di Putin, ma l’Ucraina di Zelenskyj, che si è intestardita nella guerra quando bastava venire a patti tre anni fa, evitando morti e distruzioni e cedendo i territori senza tante storie. In effetti, le centinaia di migliaia di morti da una parte e dall’altra non hanno spostato i confini delle terre contese, lasciando sotto il controllo di Mosca la Crimea e il Donbass, di fatto già occupati fin dal 2014, e tanto bastava per mettersi d’accordo senza troppe esitazioni. Ora serve soltanto un turno elettorale opportunamente pilotato, che mandi in esilio l’attuale dirigenza di Kiev, il vero scopo dell’assalto dei primi centomila soldati russi nel 2022, sostituendola con “uomini pratici” simili a quelli che occupano oggi i palazzi del potere di Washington, pronti all’accordo con gli amici del Cremlino.

L’Ucraina verrà dunque suddivisa tra Oriente e Occidente, come del resto è nella sua natura fin dai tempi della Rus’ di Kiev: un terzo rimarrà alla Russia, come 101° Repubblica della Federazione eurasiatica del Mondo Russo, e due terzi verranno integrati come 51° Stato degli Stati Uniti, serbatoio di terre rare e avamposto europeo del dominio americano, lasciando i 27 Paesi della Ue e i 31 della Nato alle loro diatribe infinite e alla debolezza delle loro economie, incapaci di organizzarsi da soli una vera difesa dagli assalti delle potenze dominatrici. Nella follia del XXI secolo, dove gli aggressori e i devastatori del genere umano si attribuiscono i gradi di eroi della Patria in nome della religione di Stato, e si accordano per dividersi le terre delle vittime senza dar loro neppure il diritto di partecipare alle trattative di pace, gli orrori del secolo precedente finiscono per impallidire, e appaiono come premesse sbiadite di un ordine mondiale sempre più simile alle profezie apocalittiche degli autori di inizio Novecento, dalla Leggenda dell’Anticristo di Vladimir Solov’ev al Padrone del Mondo di Robert Benson, che vedeva il mondo del Duemila diviso in tre grandi blocchi politici: Oriente, Occidente e Americhe, vale a dire Russia, Usa e Cina. Quello che manca rispetto ai racconti di allora è la potenza carismatica dei dominatori, sostituiti da esseri di assai scarso profilo.

L’inizio delle trattative di Riad ha già messo fine a una delle principali ipocrisie degli anni della guerra russa in Ucraina, quella delle sanzioni dell’Occidente, poco efficaci già nel corso della loro applicazione, e ora dissolte nella “politica di rianimazione dei rapporti”, come ha definito gli incontri sauditi il portavoce del Cremlino, Dmitrij Peskov. Le ambasciate reciproche di Mosca e Washington vengono ristabilite nella pienezza della loro composizione, perfino con la restituzione delle ville russe a Washington e nel Maryland, requisite nel 2016 da Barack Obama. Il premio Nobel per la pace, assegnato con leggerezza allo stesso Obama nel 2009, finirà per essere assegnato al suo successore attuale, come auspicato da diversi politici anche nella stessa derelitta Europa occidentale, oggi esclusa dai grandi giochi della nuova visione multipolare del “mondo di pace” e dei reciproci interessi economici. Non a caso proprio Trump, attraverso i suoi rappresentanti al Congresso americano, ha bloccato per molti mesi i contributi economici all’Ucraina nel 2023, obbligando gli europei a sostenere Kiev con i propri fondi, e oggi l’ex-presidente ucraino Petro Porošenko sostiene che “i soldi europei sono serviti a poco, solo gli americani sanno offrire aiuti militari adeguati”, inaugurando la prossima campagna elettorale a Kiev. Come Trump, Porošenko è un imprenditore che veniva chiamato il “re del cioccolato” dell’Ucraina, e non avrà problemi a mettersi d’accordo con Mosca e Washington se verrà reinsediato sulla poltrona presidenziale.

Zelenskyj era stato eletto presidente nel maggio del 2019, per cercare di contrastare le caste che controllavano l’Ucraina con le reti della corruzione a tutti i livelli, e anche per questo si è trovato a dover impersonare l’eroe della resistenza alla guerra. Colui che Trump definisce un “mediocre attore comico” si trova oggi schiacciato non soltanto dalle armate e dalle bombe russe, ma soprattutto dagli interessi economici che uniscono nemici e amici, dentro e fuori dal Paese. Al suo posto servono uomini come Porošenko o simili, capaci di garantire gli interessi di tutte le latitudini, perché i soldi delle operazioni militari, moltiplicati in questi anni con grandi profitti da tutte le parti, sono evidentemente agli sgoccioli e bisogna rientrare dalle spese di centinaia di miliardi buttati al vento, motivo principale del successo di Trump alle ultime elezioni, a cui si attende un seguito in Ucraina, visto che in Russia di elezioni è inutile anche parlare, in questo anniversario della morte dell’ultimo oppositore di Putin, il martire politico Aleksej Naval’nyj.

Porošenko è stato il presidente che ha organizzato l’istituzione della Chiesa Ortodossa Autocefala (Pzu), accordandosi con il patriarcato di Costantinopoli, una delle più grandi offese nei confronti dei russi. La Verkhovnaja Rada, il parlamento di Kiev, ha messo fuorilegge la giurisdizione della Chiesa ortodossa tradizionalmente legata al patriarcato di Mosca (Upz), e la questione ecclesiastica sta spaccando l’intera società ucraina, in cui l’orientamento all’una o all’altra Chiesa attraversa in pratica tutte le famiglie. Zelenskyj ha cercato di rimanere il più possibile neutrale sulla questione, salvo poi appoggiare esplicitamente lo scioglimento della Chiesa Upz, un’operazione estremamente difficile che rimanda ai tribunali la definizione di ogni parrocchia e ogni monastero. Anche in questo si fanno avanti gli “uomini pratici” alla Porošenko, che cercano di salvare capra e cavoli insistendo sull’autocefalia da una parte, e proteggendo la dipendenza da Mosca dall’altra: è una delle dimensioni più tipiche dell’Ucraina, che rimane in bilico anche nella sfera spirituale per riaffermare il suo ruolo di ponte tra Oriente e Occidente, un aspetto quasi impossibile da comprendere da parte degli occidentali.

Trump vuole comprare la Groenlandia e bonificare la Striscia di Gaza, e non si fa certo scrupoli a prendersi la gran parte dell’Ucraina, garantendosi i 500 miliardi di dollari di “compensazioni” in terre rare e assicurandosi i porti sul mar Nero, le infrastrutture terminali dalle rotte orientali, il petrolio e il gas, e tutto il potenziale delle risorse naturali e geografiche dell’Ucraina. Il Paese distrutto da Putin va ricostruito, e gli Stati Uniti hanno grande esperienza nelle ricostruzioni in Europa. Il 50% dei guadagni e delle licenze finanziarie dell’Ucraina saranno per anni appannaggio dell’America, e l’Unione europea avrà ben poca voce in capitolo sull’argomento. Si tratta di una relazione economica ben peggiore di tutte le sanzioni emesse contro la Russia, che oggi vengono di fatto annullate: l’Ucraina pagherà il costo della guerra russa, che invece sarà sollevata da ogni obbligo. Parificandosi agli altri 50 Stati americani, l’Ucraina godrà di una certa autonomia, avrà comunque la sua costituzione e il suo parlamento, con la garanzia della sicurezza da parte del padrone di Washington, ma non sarà un Paese libero: tornerà ai tempi del regno di Polonia e Lituania, prima che le bande dei cosacchi la consegnassero allo zar di Mosca.

La Russia sembra accettare questa suddivisione delle influenze, anche perché le ultime vicende stanno producendo un effetto imprevisto, quello di “dimenticare la Cina”, al di là dei proclami di Putin e Xi Jinping, che hanno assicurato la loro presenza alle parate delle vittorie del 9 maggio a Mosca e di fine settembre a Pechino. I russi non ne potevano più di essere affiancati soltanto dai cinesi e dagli asiatici, essendo comunque un popolo di cultura e assonanze europee e occidentali, e lo sdoganamento dei rapporti con gli americani nelle trattative di Riad è stato accolto in Russia con un senso di liberazione, di riappacificazione con i veri amici occidentali, quelli pronti a fare accordi e smettere le guerre. Una delle principali propagandiste putiniane, la conduttrice televisiva Margarita Simonyan, nel 2016 guidò un corteo trionfale per le vie di Mosca, sventolando la bandiera americana in onore della prima vittoria di Trump, e ora potrà tornare a gioire, perché l’America ha invaso l’Ucraina, liberando la Russia dal morso della Cina. Se poi Trump affiancherà Putin e Xi sulla piazza Rossa il prossimo 9 maggio, sulle rampe elevate sopra il mausoleo di Lenin, la pace del mondo sarà finalmente celebrata, concludendo le guerre mondiali degli ultimi due secoli.

Yalta, 1945: il tradimento occidentale

19 Febbraio 2025  di Roberto de Mattei CR 1886

Ottanta anni fa, dal 4 all’11 febbraio 1945 i capi delle tre potenze alleate contro il nazismo, Franklin D. Roosevelt, Winston Churchill, e Iosif Stalin, si ritrovarono a Yalta, in Crimea, per discutere il futuro post-bellico. I tre uomini politici si erano già incontrati a Teheran nel novembre 1943, ma allora l’Armata Rossa era ancora lontana dal suolo tedesco, le forze inglesi ed americane non erano sbarcate in Francia e si erano arenate in Italia. Ora le grandi potenze che essi rappresentavano, Gran Bretagna, Stati Uniti e Unione Sovietica, si avviavano alla vittoria e a Yalta si parlò della pace che avrebbe dovuto seguire alla conclusione della guerra.  

Yalta era una zona balneare sul Mar Nero, uno dei pochi posti risparmiati dalla furia della guerra, dove tutto era stato organizzato per impressionare i tre grandi. Roosevelt era alloggiato a Livada, una costruzione marmorea dell’epoca zarista, Curchill al palazzo Vorontzov, e Stalin a Koreis Villa, un tempo appartenuta al principe Yussupof. I tre leaders si incontravano solo nelle riunioni e nei banchetti ufficiali, senza avere la possibilità di colloqui privati tra di loro. 

Dopo il patto Molotv-Ribentropp dell’agosto 1939 e l’invasione tedesca della Russia, nel 1941, le alleanze internazionali erano cambiate, ma le pretese di Stalin erano immutate. Nel 1939 e nel 1940 il capo del Cremlino aveva ottenuto da Hitler un vasto insieme di territori in Europa orientale. Al vertice di Teheran del 28 novembre-1° dicembre 1943, sia Churchill che Roosevelt avevano accettato come frontiera orientale della Polonia la cosiddetta linea Curzon, un ipotetico confine, favorevole alla Russia, tracciato nel 1920 da Lord Curzon per porre fine alla guerra polacco -sovietica. In un successivo incontro a Mosca, il 9 ottobre 1944, Churchill aveva passato al dittatore sovietico un foglietto di carta con le percentuali delle rispettive zone di influenza nel centro-Europa.  

A Yalta, nel 1945, il capo del Cremlino manifestò l’intenzione, non solo di conservare i territori ottenuti dal Terzo Reich, ma di allargare le sue frontiere ad Ovest. Inoltre i governi polacchi e jugoslavi in esilio a Londra, fino ad allora riconosciuti come legittimi dagli Alleati, avrebbero dovuto essere sostituiti da governi comunisti. A Yalta fu anche segnata la sorte dei russi che avevano osato ribellarsi a Stalin. La loro storia è stata documentata da molti libri, tra i quali il fondamentale testo del conte Nikolai Tolstoy Victims of Yalta (Hodder and Stoughton, London 1977), che denuncia il ruolo della Gran Bretagna e degli Alleati nella consegna forzata dei prigionieri di guerra e dei rifugiati sovietici all’URSS. Secondo l’accordo segreto di Mosca del 1944, confermato a Yalta nel 1945, tutti i cittadini dell’Unione Sovietica, tra cui cosacchi, ucraini e cittadini delle Repubbliche baltiche, che avevano appoggiato la Wehrmacht, dovevano essere rimpatriati senza possibilità di scelta. Li attendeva la morte o il Gulag.

  Roosevelt si batté anche per la costituzione di un’organizzazione internazionale destinata ad assicurare la pace perpetua al mondo, la futura ONU, che nacque il 24 ottobre dello stesso anno, sotto il controllo di “quattro poliziotti” a cui era assicurato il diritto di “veto” nelle decisioni: Stati Uniti, Regno Unito, Unione Sovietica e Repubblica di Cina. A Yalta non era stato invitato il “quinto poliziotto”, la Francia, suscitando l’ira del suo nuovo leader il generale Charles De Gaulle.  

Come osserva François Furet, Stalin nelle sue richieste incontrò meno difficoltà con i responsabili delle democrazie di quante non ne avesse avute con il dittatore nazista (Il passato di un’illusione, tr. it.,Mondadori, Milano 1995, p. 392). Eppure nel 1943 erano state scoperte le fosse di Katyn, presso Smolensk, dove i tedeschi avevano ritrovato i corpi di circa 22.000 tra ufficiali e civili polacchi, fatti massacrare da Stalin nella primavera del 1940. Inoltre, quando a Yalta Churchill propose uno sbarco alleato nei Balcani tentando di contenervi l’influenza sovietica, Stalin si oppose decisamente e bloccò il piano. «Qui veniamo all’ interrogativo cruciale», ha scritto lo storico tedesco Joachim Fest: «perché quel no di Stalin non chiarì agli occhi delle potenze occidentali i piani egemonici del dittatore sovietico? I leader occidentali furono ciechi» (“La Repubblica”, 28 gennaio 2005).

Se Churchill era consapevole della volontà di espansione della Russia comunista, Roosevelt era gonfio di illusioni. A Yalta, l’8 febbraio 1945, brindando alla salute dell’alleanza tripartita, Stalin disse: «In un’alleanza gli alleati non dovrebbero mai ingannarsi a vicenda. Forse questo è ingenuo? I diplomatici esperti potranno dire: “E perché non ingannare il mio alleato?”. Ma io, da uomo ingenuo, penso che sia bene non ingannare il mio alleato anche se è uno sciocco» (Winston Churchill, La II Guerra mondiale,vol. VI. Trionfo e tragedia, tr. it., Mondadori, Milano 1953, p. 47). Stalin si limitò a concedere ai suoi alleati una dichiarazione congiunta sull’Europa liberata che prometteva libere elezioni e l’istituzione della democrazia nell’Europa orientale, ovviamente secondo il concetto che egli aveva della democrazia. Di ritorno negli Stati Uniti, Roosevelt espresse al Congresso la sua convinzione che fossero state poste le basi di un’era di “pace permanente” che avrebbe superato definitivamente il classico concetto diplomatico dell’equilibrio delle forze. Il presidente americano espresse un giudizio benevolo su Stalin, attribuendo le sue qualità all’educazione che egli aveva ricevuto in seminario: «Credo gli sia stato instillato come deve comportarsi un gentiluomo cristiano» (Henry Kissinger, L’arte della diplomazia, tr. it. Sperling, Milano 2004, pp. 319-320).   

Fin dall’aprile del 1945, due mesi dopo Yalta le violazioni della Dichiarazione divennero flagranti soprattutto nei confronti della Polonia. Dopo la guerra gli americani ammisero di essere stati ingannati a Yalta, ma essi erano disposti ad essere ingannati e i russi non potevano fare altro che ingannarli. Eppure, come osserva Joachim Fest, Washington e Londra non erano obbligate dalla situazione a cedere al Cremlino l’intera Europa orientale. A guerra in corso, esse avevano ancora in pugno un formidabile strumento di pressione: le forniture militari soprattutto americane, senza cui l’Armata rossa non avrebbe potuto combattere e avanzare. Se solo avessero minacciato il blocco di quelle forniture, la storia forse avrebbe preso un corso diverso. Fest ricorda quanto diceva Pietro il Grande quando mandava la sua élite a studiare a Potsdam, a Stoccolma o a Londra: la Russia doveva imparare dall’Occidente per poi voltare le spalle ai suoi valori. Questo insegnamento dovrebbe essere sempre tenuto presente da chi si lascia sedurre troppo facilmente dagli Zar del Cremlino.

La Seconda guerra mondiale era scoppiata per difendere la libertà e l’indipendenza della Polonia, ma a Yalta i leader alleati sacrificarono i confini della Polonia, il suo governo legittimo e le elezioni libere per garantire una illusoria pace con l’Unione Sovietica. L’incontro in Crimea, che avrebbe dovuto assicurare un futuro di pace all’umanità, gettò invece le fondamenta di quella cortina di ferro che avrebbe diviso l’Europa fino al crollo del Muro di Berlino nel 1989.  

Gli accordi di Yalta consacrarono l’espansione imperialista della Russia e divennero, come la pace di Monaco del 1938, il simbolo di quella politica della resa che gli europei centro-orientali definiscono il «Western betrayal», il tradimento occidentale. Questa disponibilità ad essere ingannati, che combina un ottimismo fuori misura con un cinico realismo, è un rischio che ancora incombe e che va ricordato nel momento in cui il presidente americano Donald Trump annuncia di essere in grado di imporre all’Ucraina la pace con il suo aggressore russo. Quali saranno le condizioni di un accordo, che non vede i più diretti interessati, gli ucraini, al tavolo delle trattative? La pace è un bene, ma la storia dimostra che perdere la pace è peggio che perdere una guerra. 

Mosca esulta per la nuova linea degli Usa: «Uniamoci per dividere l’Europa»

di Marco Imarisio – Corriere della sera – 20 Febbraio 2025

Sui giornali della capitale si celebrano le «ginocchiate» inferte all’Europa sbalordita

La parola «svet» in russo significa al tempo stesso luce e mondo. Come è facile immaginare, in questi giorni abbondano i titoli di giornale e le facezie sul fatto che l’Europa, intesa come vecchio mondo, sia rimasta al buio. Dal canale di Stato Rossiya-1 al quotidiano Izvestia, è tutto un infierire sul corpo di quello che visto da Mosca appare come un continente morto, o quasi. Rossiskaya Gazeta, il giornale che esprime la posizione ufficiale del governo, esulta per questa settimana che viene definita come «la più grande doccia fredda possibile per le élite europee». Il Moskovsky Komsomolets, giornale di riferimento della capitale e del potere, racconta di una «Europa sbalordita», che continua a ricevere «ginocchiate sotto la cintura dall’America, senza avere neppure il tempo di respirare».

Stanno vincendo, e lo sanno. All’improvviso, il Grande Satana americano, corruttore dei costumi e avanguardia del degrado dei valori del vivere civile, frasi ripescate da rassegne stampa neppure troppo lontane degli organi di informazione già menzionati, non è più tale. Evaporato, in una nuvola di esaltazione verso il nuovo corso di Donald Trump.
Il nuovo presidente americano è anzi la persona che ha riconosciuto una semplice verità: «Non si può discutere dell’ordine mondiale senza di noi, cercando in ogni modo di isolarci, e fallendo nell’impresa a causa dell’intelligenza e della pazienza di Vladimir Putin», come ha appena affermato Dmitry Kiselyov, il decano dei propagandisti russi.

Sembra quasi che tutte le teorie sul mondo multipolare e sulla fine dell’impero americano siano state riposte nel cassetto con una certa velocità. Rimane un unico nemico, fragile e indebolito come non mai, agli occhi della nomenklatura russa. «Non siamo abituati a speculare sulle relazioni euro-atlantiche, ma è l’Europa che porta la colpa di quanto sta avvenendo. I suoi leader hanno interferito direttamente nelle elezioni americane, arrivando a insultare un candidato, e accusandolo di avere legami con la Russia». Anche ieri, nella solita intervista fintamente casuale per la televisione di Stato, Putin ha ribadito quella che sembra essere una nuova linea. Cauta e vigile amicizia con il nuovo inquilino della Casa Bianca, e comune ostilità verso il vecchio continente e le sue vecchie regole.

Gli eventi dell’ultima settimana hanno davvero segnato uno spartiacque anche nella politica russa, che ha operato una specie di inversione a centottanta gradi. Al punto da autorizzare negli spiriti più entusiasti il desiderio di spartirsi le spoglie europee con il nuovo amico americano, auspicando in maniera esplicita la rinascita delle vecchie zone di influenza, tanto care all’Urss che fu. Nello scrivere del «tremendo colpo psicologico inferto alla parte europea dell’Occidente collettivo», operando quindi per la prima volta una netta distinzione, l’editoriale odierno della Nezavisimaya Gazeta racconta di una Europa «andata a lungo in giro con il naso in su pensando di essere l’unico mondo civilizzato» che ora rischia di fare una brutta fine. «Alla fine dei conti, anche l’Operazione speciale cominciò perché non si voleva né ascoltare né sentire la Russia. E se con l’Ucraina ormai dopo i colloqui con Lavrov tutto è chiaro, l’Europa che a sua volta sta diventando rapidamente Ucraina, dovrebbe drizzare le orecchie».

L’altra sera, il celebre Vladimir Solovyov si è lanciato in un volo pindarico. «Perché non creare una coalizione militare tra Usa e Russia e dividere l’Europa?» si è chiesto rivolgendosi ai suoi ospiti abituali, personcine a modo che fino a poco tempo fa discettavano su quale città americana colpire per prima con un missile nucleare. «Avremo le nostre basi come nel 1814 a Berlino e Parigi. L’Europa risparmierà denaro sul complesso militare-industriale e non dovrà preoccuparsi di nulla». Le solite esagerazioni del più tonitruante dei conduttori televisivi, si dirà. Ma questa volta, che sia desiderio di rivincita o altro, il libro dei sogni lo stanno leggendo in molti. Pochi giorni fa, il Moskovskij Komsomolets ha pubblicato un resoconto immaginario della recente conversazione telefonica tra Trump e Putin. «Ciao Vladimir! Tu hai un Paese fantastico, io ho un Paese fantastico! Cosa ne dici di dividerci il mondo?». «Caro Donald, cosa ho sempre detto io? Facciamolo!».

COME STA PAPA FRANCESCO

PREGHIAMO PER IL SANTO PADRE

Papa Francesco, l’omelia di oggi letta da monsignor Fisichella: «Saper perdonare e chiedere perdono, non escludendo chi ci colpisce e tradisce»

di Redazione Roma-Corriere della Sera 23 Febbraio 2025

Il pontefice ricoverato al Gemelli ha preparato il testo dell’omelia della messa giubilare per i 23 diaconi alla loro consacrazione: «Siate pronti a dare senza chiedere nulla in cambio. E non manchi il sorriso»

Città del Vaticano – «Per crescere insieme, condividendo luci e ombre, successi e fallimenti gli uni degli altri, è necessario saper perdonare e chiedere perdono, riallacciando relazioni e non escludendo dal nostro amore nemmeno chi ci colpisce e tradisce». 
Il Papa, ricoverato al Gemelli per una polmonite bilaterale da venerdì della scorsa settimana, ha preparato il testo dell’omelia per la messa giubilare per i diaconi presieduta – così come ha disposto Bergoglio – da monsignor Rino Fisichella.

«Un mondo dove per gli avversari c’è solo odio – evidenzia nel testo – è un mondo senza speranza, senza futuro, destinato ad essere dilaniato da guerre, divisioni e vendette senza fine, come purtroppo vediamo anche oggi, a tanti livelli e in varie parti del mondo. Perdonare, allora, vuol dire preparare al futuro una casa accogliente, sicura, in noi e nelle nostre comunità».  

Il messaggio ai 23 diaconi ordinati oggi 

I carismi del diacono debbono dunque sempre restare quelli del perdono, del servizio disinteressato e della comunione: «Investito in prima persona di un ministero che lo porta verso le periferie del mondo, – prosegue Francesco – egli si impegna a vedere, e a insegnare agli altri a vedere in tutti, anche in chi sbaglia e fa soffrire, una sorella e un fratello feriti nell’anima, e perciò bisognosi più di chiunque di riconciliazione, di guida e di aiuto».  Poi si rivolge direttamente ai diaconi, 23 dei quali sono stati consacrati oggi: «Fratelli, il lavoro gratuito che svolgete, come espressione della vostra consacrazione alla carità di Cristo, è per voi il primo annuncio della Parola, fonte di fiducia e di gioia per chi vi incontra. Da qui una richiesta: quella di accompagnare il servizio il più possibile con un sorriso, senza lamentarvi e senza cercare riconoscimenti, gli uni a sostegno degli altri, anche nei rapporti con i vescovi e i presbiteri». Per concludere: «Il vostro agire concorde e generoso sarà così un ponte che unisce l’Altare alla strada, l`Eucaristia alla vita quotidiana delle persone; la carità sarà la vostra liturgia più bella e la liturgia il vostro più umile servizio. Siate pronti a dare senza chiedere nulla in cambio, perché solo unisce, crea legami, esprime e alimenta uno stare insieme che non ha altro fine se non il dono di sé e il bene delle persone».

«Papa Francesco vicino e in mezzo a noi»

Prima di dar voce alla stesura del Papa, monsignor Fisichella gli ha dedicato il suo pensiero: «Mi fa particolarmente piacere dovere dare lettura dell’omelia che Papa Francesco avrebbe lui stesso comunicato a tutti quanti voi in questa domenica particolare. Nella celebrazione eucaristica dove la comunione assume una dimensione più piena e significativa sentiamo il Papa, benché in un letto d’ospedale, vicino e in mezzo a noi e questo ci obbliga a rendere ancora più forte e intensa la nostra preghiera perchè il Signore lo assista nel momento della prova e della malattia».

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