"VI SUPPLICO: CONVERTITEVI!" (REGINA DELLA PACE-MEDJUGORJE)

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NON E’ TIFO, E’ CACCIA ALL’EBREO. COSA CI DCE IL PROGROM DI AMSTERDAM

Claudio Cerasa  09 nov 2024-IL FOGLIO

Non è calcio: è antisemitismo. Non è tifo: è caccia all’ebreo. Non è un affare tra ultras: è, semplicemente, il ritorno dei pogrom nel cuore dell’Europa. Nella notte tra giovedì e venerdì, fra le strade di Amsterdam, subito dopo la partita di Europa League tra l’Ajax e il Maccabi Tel Aviv, una folla di filopalestinesi, intorno a mezzanotte, ha attaccato i tifosi di calcio della squadra israeliana, aggredendo centinaia di persone mentre tornavano ai loro alberghi dallo stadio. La folla era armata di coltelli, e non solo, e si è mossa seguendo un metodo scientifico, programmato, organizzato, servendosi anche di una certa compiacenza delle forze dell’ordine olandesi, che non hanno scortato i tifosi verso i loro alberghi, e lo hanno fatto seguendo un copione preciso: hanno deciso di risparmiare le violenze a tutti coloro che, una volta trovatisi dinanzi alla furia cieca degli antisemiti, fossero in grado di dimostrare di non essere ebrei.

Qualcuno, ovviamente, cercherà di liquidare gli orrori di Amsterdam come se questi siano stati un semplice episodio isolato, un semplice scazzo fra tifosi – quando tre scemi fanno il saluto romano, ha notato con intelligenza il nostro Andrea Minuz, è il ritorno del fascismo, è allarme, è emergenza, ma se in scena va la caccia all’ebreo è solo sport, è solo tifo, è solo disordine del post partita – come se fossero un semplice regolamento di conti fra tifoserie rivali (cosa che tra l’altro chiunque mastichi un po’ di calcio non dovrebbe sostenere considerando il fatto che l’Ajax è una squadra che nasce in un ghetto di Amsterdam, che l’Ajax è la squadra i cui tifosi sono conosciuti in tutto il mondo come “Super Joden”, “Super ebrei” e  considerando il fatto che gli stessi tifosi prima delle partite spesso sventolano bandiere di Israele, indossano il Maghen David, cantano canzoni tipiche della tradizione ebraica, come la celebre “Hava Nagila”, e da anni hanno costruito un rapporto di amicizia proprio con i “Maccabi Fanatics”).

Il calcio però oggi drammaticamente non c’entra. Perché, sì, siamo tutti Maccabi Fanatics, je suis Maccabi, ma quello che è andato in scena ad Amsterdam è la concretizzazione del sogno per cui combattono da mesi i terroristi islamisti in medio oriente. Ovverosia, l’esportazione di una forma inarrestabile di intifada globale, che evidentemente riesce a far presa laddove l’odio nei confronti di Israele, del sionismo, ha trasformato l’essere ebreo in un peccato mortale. Il 7 ottobre del 2023 sono stati uccisi, in Israele, ebrei, solo ed esclusivamente per il loro essere ebreiIl 7 novembre del 2024, ad Amsterdam, nel cuore dell’Europa, nella città di Anna Frank, sono stati aggrediti centinaia di ebrei, solo ed esclusivamente per il loro essere ebrei. E tutto, se ci si pensa, è parte di uno stesso e unico e osceno film.

Un film all’interno del quale il 7 ottobre viene sbianchettato ogni giorno. Un film all’interno del quale i manifesti degli ostaggi israeliani rapiti da Hamas vengono strappati via dai muri delle città. Un film all’interno del quale gli aggrediti diventano aggressori e gli aggressori aggrediti. Un film all’interno del quale i terroristi vengono trattati dalla comunità internazionale come se fossero partigiani. Un film all’interno del quale un ebreo può temere per la sua vita solo per essere colpevole di un peccato mortale: essere ebreo.

Non è calcio: è antisemitismo. Non è tifo: è caccia all’ebreo. Non è un affare tra ultras: è, semplicemente, il ritorno dei pogrom nel cuore dell’Europa, il ritorno di una Notte dei cristalli, l’ondata dei pogrom antisemiti divampati nella Germania nazista tra il 9 e il 10 novembre 1938, ed è il ritorno di un mondo all’interno del quale l’antisemitismo non è solo tollerato, ma è celebrato, incoraggiato e trasformato in una scelta doverosa per chiunque voglia aderire con gioia alla seducente piattaforma dell’Intifada globale. Non è tifo: è caccia all’ebreo. Je suis Maccabi.

Il 20% dell’Ucraina a Putin e il no alla Nato: cosa prevede il “piano di pace” dei consiglieri di Trump

La REPUBBLICA – 8 Novembre 2024 a cura della redazione Esteri

Il presidente eletto potrebbe congelare il conflitto, promettendo di continuare a dare armi a Kiev per evitare futuri attacchi di Mosca

Congelare il conflitto sulle posizioni attuali, creare regioni autonome lungo una zona demilitarizzata e lasciare Kiev in un limbo diplomatico, fuori dalla Nato, rinviando ogni soluzione definitiva a quando Putin non sarà più presidente. È il piano di Donald Trump, presidente eletto, per la guerra in Ucraina. In parte, lo aveva già raccontato il Financial Times a fine ottobre. Il Wall Street Journal ha fornito nuovi dettagli.

I territori occupati

I consiglieri del tycoon hanno in mente una intesa che fisserebbe l’occupazione da parte della Russia di circa il 20% dell’Ucraina. La linea del fronte sostanzialmente si bloccherebbe e entrambe le parti concorderebbero su una zona demilitarizzata di 800 miglia. Chi pattuglierebbe quel territorio resta poco chiaro, ma un consigliere ha detto che la forza di mantenimento della pace non coinvolgerebbe truppe americane, né proverrebbe da un organismo internazionale finanziato dagli Stati Uniti, come le Nazioni Unite.

Il no alla Nato

L’idea proposta all’interno dell’ufficio di transizione di Trump prevedrebbe che Kiev prometta di non unirsi alla Nato per almeno 20 anni. In cambio, gli Stati Uniti continuerebbero a fornire all’Ucraina armi per scoraggiare un futuro attacco russo.

I decisori

Come nel primo mandato di Trump, diverse fazioni sono pronte a competere per influenzare la politica estera del repubblicano. Gli alleati più tradizionalisti come Mike Pompeo, l’ex segretario di stato ora in lizza per guidare il Pentagono, probabilmente spingeranno per un accordo che non sembra dare una vittoria importante a Mosca. Altri consiglieri, in particolare Richard Grenell, uno dei principali candidati a guidare il Dipartimento di Stato o a fungere da consigliere per la sicurezza nazionale, potrebbero dare priorità al desiderio di Trump di porre fine alla guerra il prima possibile, anche se ciò significa costringere Kiev a concessioni significative.

La reazione di Putin

Più di 24 ore dopo la vittoria di Trump, sono arrivate anche – a distanza – le congratulazioni di Vladimir Putin. Il capo del Cremlino ha detto di non aver ancora parlato con il presidente eletto americano, ma ha affermato di essere pronto a farlo, non reputando “vergognoso” prendere lui stesso l’iniziativa per telefonare al tycoon. Lo zar ha colto l’occasione del suo intervento alla conferenza annuale del Club di Valdai, a Soci, per fare il commento tanto atteso sulla rielezione di Trump, che in campagna elettorale aveva detto di poter mettere fine al conflitto in Ucraina “in 24 ore”. Un’iniziativa “degna di attenzione”, ha detto il presidente russo, probabilmente riferendosi al piano anticipato dal Wall Street Journal e dal Financial Times.

Tifosi israeliani aggrediti ad Amsterdam dopo Ajax-Maccabi, Netanyahu svegliato nella notte: «È una caccia all’ebreo, ora tutti via con un ponte aereo»

di Francesco Battistini – Corriere della Sera – 8 Novembre 2024

Le voci degli israeliani attaccati da gruppi filo palestinesi ad Amsterdam riportate al premier israeliano, che convoca nella notte una riunione straordinaria del Consiglio di sicurezza nazionale. «Avevamo avvisato le autorità olandesi del pericolo, non hanno fatto nulla. Scioccante»

TEL AVIV – Yarin: «Siamo finiti in un fast-food, un Kfc, con solo pochi poliziotti fuori che non sapevano che cosa fare. I musulmani hanno cercato d’investirci, di rapirci, di picchiarci, d’ucciderci…». 
Avigdor: «Subito dopo la partita, quando siamo usciti dal treno, è iniziato il caos. Gente che correva e picchiava, persone che venivano investite e aggredite. Ora siamo in quindici rintanati in albergo. Ci lanciano petardi, ci aspettano fuori con le moto. E la polizia non fa nulla!». 
Yonatan Adler: «Sapevano in che hotel stavamo. Ci hanno aspettato lì davanti. Quattro o cinque arabi ci hanno assalito, sapevano pure che eravamo ebrei. Uno mi ha strappato la sciarpa. Alcuni erano mascherati. Altri ancora hanno scattato delle foto». 

Circolano due video: un uomo che cerca di difendersi dalle percosse e che implora gli assalitori d’avere pietà, mentre lo costringono a gridare «Palestina libera!»; un altro che supplica i suoi aggressori, «non sono ebreo!». 

Un anonimo telefona a Canale 12: «Aiutateci! E la Kristallnacht 2, non siamo al sicuro qui». Un commento sui social: «E questo accade nella città di Anna Frank».

L’hanno svegliato nella notte. Gli hanno riportato le voci da Amsterdam. Almeno una dozzina di feriti, cinque dei quali finiti in ospedale, alcuni irrintracciabili per ore, la caccia all’ebreo nelle strade del centro. E Bibi Netanyahu ha capito subito: riunione d’urgenza del Consiglio di sicurezza nazionale esteso al nuovo ministro degli Esteri, Gideon Saar. 

Il governo israeliano ha elevato per prima cosa una protesta formale a quello olandese, chiedendo di punire con severità i responsabili delle spedizioni punitive sui tifosi del Maccabi: «Le immagini pesanti di quest’aggressione non verranno ignorate – ha detto Bibi -, questo è un attacco antisemita. Il calcio non c’entra». 

I servizi israeliani avevano segnalato alle autorità olandesi il rischio d’incidenti gravi

L’Olanda è uno dei Paesi europei che ha i rapporti più stretti con Israele e l’ultradestra di Geert Wilders, il leader anti-islamico, ne ha fatto un punto del programma. Ma il 7 Ottobre ha cambiato molte cose, il governo olandese è oggi fra quelli che spingono per sanzioni più pesanti per la guerra di Gaza, alcuni fondi pensione hanno chiuso i rapporti con le banche israeliane. E la piazza ribolle: poco prima della partite, intorno allo stadio, erano comparse numerose bandiere palestinesi e uno striscione inneggiante a Hamas
Anche i fan del Maccabi avevano fatto la loro parte: dalla curva erano partiti cori che inneggiavano al massacro degli arabi. Di qui, nella notte, la decisione del governo Netnyahu di fare da sé. E di soccorrere i tifosi con un piccolo ponte aereo. «Questo pogrom è scioccante – dice un deputato suo fedelissimo, Boaz Bismuth -, dall’Olanda ci dicono che le autorità non hanno fatto niente per controllare la situazione. L’odio verso gli ebrei è vivo e vegeto, in Europa. Questo evento ci ricorda che dobbiamo arrangiarci». Su consiglio del segretario militare, Bibi sceglie di non fidarsi nemmeno delle rassicurazioni del primo ministro Dick Schoof, contattato per telefono. Meglio chiamare El Al e mettere a disposizione dei tifosi i due voli speciali delle 9 del mattino. E un numero di cellulare diretto. E una squadra medica dell’esercito. Tutti via dall’Olanda, al più presto.

La vittoria di Trump e il futuro dell’Europa

 6 Novembre 2024 – Corrispodenza Romana

di Roberto de Mattei

Donald Trump è il 47esimo presidente degli Stati Uniti. La sua vittoria non è stata di stretta misura, ma è avvenuta con un largo margine. Trump è stato incoronato da un voto popolare che gli ha permesso di conquistare anche la maggioranza della Camera e del Senato. Considerando che anche la Corte Suprema ha una maggioranza vicina ai repubblicani, le elezioni del 5 novembre 2024 attribuiscono al nuovo Presidente una forza di governo che pochi suoi predecessori hanno avuto. Ma soprattutto l’immagine è quella di un America più potente, che si riconosce nel suo slogan “Make America Great Again” (Rendiamo di nuovo grande l’America).

Ciò accade alla vigilia del vertice dei presidenti dei Parlamenti del G20, che si svolge dal 7 all’8 novembre a Brasilia. Il G20è gruppo informale che raccoglie, oltre ai paesi del G7, anche alcuni (non tutti) dei 9 paesi dei Brics (acronimo di Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica), che si sta espandendo sotto la leadership cinese: in tutto 19 paesi più l’Unione Europea e l’Unione Africana. Nel G20 convivono l’anima che guarda agli Stati Uniti come punto di riferimento e l’anima anti-occidentale dei Brics, guidata dalla Cina e dalla Russia. Lo scopo dei Brics è costruire un modello alternativo all’ordine liberale costruito dagli Stati Uniti, ponendo fine, in particolare, all’egemonia del dollaro come moneta di riferimento del sistema monetario internazionale, anche se nessuna moneta è in grado in questo momento di concorrere con quella americana. La parola d’ordine dei Brics è il multipolarismo, inteso come modello antitetico all’“unipolarismo” americano.

Aleksander Dugin, autore nel 2013 di un saggio caro a Vladimir Putin dal titolo Teoria del mondo unipolare (tr. italiana Nova Europa 2017), propone di«decostruire l’ultima cultura egemonica superstite» (pp. 32-33), quella Occidentale, per sostituire ad essa l’Eurasia. Il presidente Putin e il leader cinese Xi Jinping, che considerano l’invasione dell’Ucraina un passo verso la fine dell’unipolarismo americano, non hanno come obiettivo un mondo multipolare, ma l’egemonia russo-cinese su un Occidente culturalmente e materialmente disintegrato.

Per Putin, l’Occidente è il regno, a guida angloamericana, delle democrazie liberali, dove domina la cancel culture e l’ideologia “woke”, in una parola il nuovo “Impero del male”, a cui si contrappone la Russia, baluardo dei valori tradizionali. Questa narrazione ha conquistato una parte del mondo conservatore, anche cattolico, ma l’elezione di Trump, dimostra che l’America non è sull’orlo del baratro. La vittoria di Kamala Harris avrebbe rappresentato l’avvento al vertice degli Stati Uniti di una liberal-comunista, decisa ad applicare una politica contro la vita e la famiglia su scala nazionale. E’ proprio a questo disfacimento morale che Donald Trump si oppone, nella convinzione che l’America non sia condannata a un irreversibile declino. Ma quali saranno le conseguenze dell’elezione di Trump sul piano della politica internazionale, e soprattutto in riferimento ai grandi conflitti in corso? 

Trump, a differenza della Harris, non è un ideologo e può essere considerato un esponente del “realismo politico” conservatore. Tuttavia l’America ha già conosciuto gli errori della realpolitik nell’era di Nixon e di Kissinger quando, con la storica visita a Pechino del 1972, l’allora presidente degli Stati Uniti si illuse di isolare la Russia avviando nuove relazioni di amicizia con la Cina. Il risultato fu che proprio grazie a questa apertura politica ed economica, la Cina divenne una delle più grandi potenze mondiali, in competizione con gli Stati Uniti. 

L’operazione che forse ha in mente Trump è analoga, ma rovesciata rispetto a quella che tentò Nixon. L’idea di Nixon, ispirata da Kissinger, era quella di isolare la Cina separandola dalla Russia, che era allora il nemico primario. Oggi che il nemico principale è la Cina, per isolarla si dovrebbe avviare un patto di amicizia con Putin. In poche parole, in nome della realpolitik, si dovrebbe sacrificare l’Ucraina, costringendola ad una pace ingiusta con il Cremlino. Questo cinismo politico trascura però la dimensione delle idee che guidano la storia. Quando Trump accusa Kamala Harris di essere comunista, mostra di sapere che il comunismo non è morto e sepolto come alcuni vorrebbero far credere. Ma se il comunismo è ancora vivo sul piano nazionale, sarebbe morto su quello internazionale? Eppure in Cina c’è l’obbligo di studiare Marx, Lenin, Mao e lo stesso pensiero di Xi Jinping, che presenta sé stesso e il Partito Comunista Cinese come «atei marxisti inflessibili». In Russia, Putin è un nazionalcomunista che si richiama dichiaratamente a Stalin e vorrebbe ristabilire i confini della defunta Unione Sovietica. L’amicizia di Putin e Xi Jinping ha un fondamento ideologico più forte dei rispettivi interessi politici

In Oriente, la Corea di Kim Jong-un è la longa manus della Repubblica popolare cinese, governata da un dittatore, che rivendica continuamente la dottrina e la prassi del comunismo. Kim Jong ha ribadito nell’ultimo congresso del Partito Comunista che il nemico più grande della Corea sono gli Stati Uniti e ha ordinato di sviluppare missili nucleari terrestri e subacquei, perché il suo paese, deve rafforzare la sua capacità militare contro gli Stati Uniti. E con l’invio, in questi giorni, di soldati nordcoreani in Russia, nella regione di Kursk, la Corea del Nord partecipa, ormai ufficialmente, all’invasione dell’Ucraina. Sul campo di battaglia non saranno certo poche migliaia di nordcoreani a cambiare l’esito del conflitto, tuttavia la loro presenza è fortemente simbolica. I militari della Corea del Nord, che è una proiezione politica della Cina comunista, sono a pochi chilometri dai confini della Polonia e di quelli dell’Europa e della Nato. Come si comporterà Donald Trump di fronte a questa sfida? E’ questo il grande interrogativo che si pone chi ha a cuore il futuro dell’Europa.

Il discorso di Trump oggi: l’elogio a Musk e Melania, Kamala Harris mai nominata, «ho saputo aspettare 4 anni». Il racconto da Palm Beach

di Aldo Cazzullo-Corriere della Sera – 6 Novembre 2024

Trump, quasi afono, arriva sul palco di West Palm Beach sulle note dei Village People. Ha lasciato Musk a Mar Lago, ha portato tutta la famiglia sul palco: «Siamo un grande popolo, è il momento più importante della storia americana»

WEST PALM BEACH (FLORIDA) – Donald Trump torna, ricco e spietato. Lo dice proprio: «Ho saputo aspettare quattro anni». Il ciuffo spettinato lo fa sembrare ancora di più un uccello da preda. Con un ampio gesto da presentatore offre alla platea la famiglia: i figli Donald junior, Eric, Ivanka, Tiffany, con i rispettivi partner; ma l’unico che nomina è il più giovane, Barron, il figlio di Melania. Non è più il bambino che avevamo visto otto anni fa, dopo la vittoria su Hillary Clinton; ma ha lo stesso sguardo spaurito di allora. 

Sono le due e mezza del mattino in America, le otto e mezza in Italia. Siamo nel Convention Center dell’hotel Hilton di West Palm Beach, al riparo dall’uragano Rafael che spazza la Florida. Trump è appena arrivato, ormai quasi afono. Sale sul palco ornato da cinquanta bandiere americane e altrettante aquile. Nel villone di Mar-a-Lago, qui vicino, ha lasciato il suo nuovo amico del cuore: Elon Musk. Lui non c’è, ma Donald ne parla a lungo. Rievoca la telefonata con cui gli ha chiesto aiuto, per collegare con i satelliti di Starlink il North Carolina isolato dagli uragani. Conclude: «Elon è un genio».

E quei due in coppia sono capaci di tutto. Musk ha già twittato, quando ancora i sette Stati decisivi sembravano in bilico: «Game set match», gioco partita incontro. 

Per Kamala Harris, è finita. Anzi, non era neppure cominciata. I sette Stati in bilico, Trump li ha vinti tutti. Come il voto popolare. Come il Senato. Come la Camera. Una vittoria netta, più di quella contro Hillary. Ancora una volta i sondaggi hanno sottostimato Trump, ancora una volta non hanno colto il movimento degli ultimi giorni. 

Quando lo vede arrivare, annunciato dalle note di Ymca dei Village People, la folla impazzisce. Le ragazze, tutte vestite di rosso, si fanno largo a spinte per arrivare sotto il palco, gli gridano «I love you!», lo filmano, lo fotografano. Lui sorride alla moglie Melania, le annuncia che è di nuovo first lady, come a dire: visto che ti ha riconquistato la Casa Bianca? Poi le dà un bacio sulla guancia. Si congratula perché il suo libro è primo in classifica (in realtà è secondo, ma vendere il brand Trump è da sempre l’affare di famiglia). 

Poi evoca la suocera, Amalija, mancata a gennaio: «Una splendida donna, bella fuori e bella dentro». Stranamente, neppure una parola per la figlia prediletta, Ivanka, e per suo marito Jared Kushner, consigliere storico. In compenso cede il microfono al vicepresidente J.D. Vance e ad altri due amici, lo stratega e il golfista, che si alternano in una gara di servilismo, come il geometra Calboni di Fantozzi: «È un bel presidente!». Nell’angolo in fondo a sinistra, a capo chino, Robert Kennedy junior: «I Kennedy erano democratici da venticinque mila anni», maramaldeggia Trump; ora il figlio di Bob è qui con lui.

The Donald torna, e sarà più duro ancora dell’altra volta. Nel 2016 alla Casa Bianca puntò sui generali, su uomini del sistema che seppero dirgli no, come fece pure il vicepresidente Pence. Stavolta vorrà al suo fianco solo fedelissimi.

Quattro anni di Trump. Addio agli accordi internazionali per lottare contro il cambio climatico. Si aprono le incognite dell’Ucraina e del Medio Oriente. Ma che problema c’è? «Tornerà l’età dell’oro dell’America» assicura. La folla scandisce: «Iu-Es-Ei!». E lui: «Siamo un grande popolo, un popolo lavoratore. Africani-americani, latino-americani, asiatici-americani, musulmani americani: tutti grandi». A Kamala non usa il riguardo che aveva avuto per Hillary, non la nomina mai; promette però di «superare gli ultimi anni di divisioni».

Talora gigioneggia, accenna un passo di danza. Poi si fa serio: «Molti mi hanno detto che Dio ha risparmiato la mia vita perché potessi salvare il nostro Paese». E se Dio non si distrae, sarà Trump a officiare riti sportivi di enorme impatto, come i Mondiali di calcio del 2026 e l’Olimpiade di Los Angeles 2028. Trump che in campagna elettorale ha citato tra i leader stranieri solo Putin e Orban, e ora attende al varco Scholz e Macron, Sanchez e Von der Layen, progressisti e centristi europei, pure loro tra gli sconfitti di questa serata storica. «È il più importante momento della storia americana», esagera lui. «Ed è un momento che non dimenticherò mai», aggiunge; e questa volta ha ragione.

La guerra ibrida delle elezioni, un ritorno al passato

di Stefano Caprio Asia News – 3 Novembre 2024

C’è nostalgia della semplificazione sovietica del mondo, che era ben gradita anche nel campo avversario. E “fare di nuovo grande l’America” risuona come un richiamo al mondo infantile del Massachusetts tanto quanto a quello del Caucaso o della Siberia.

Dopo le elezioni in Georgia, Moldavia e Uzbekistan dei giorni scorsi, si attende l’esito del gran finale americano del processo elettorale, che quest’anno ha toccato quasi tutte le regioni e le grandi nazioni, in un contesto di tensioni belliche che rendono le scelte dei cittadini dei contributi in un senso o nell’altro alla grande “guerra mondiale elettorale”, affiancandosi in modalità ibrida ai soldati sul campo o alle vittime sotto le macerie, insieme ai droni e ai missili che dal cielo piombano sulle città e devastano anche le case, le scuole e gli ospedali.

La scelta del presidente degli Stati Uniti è particolarmente significativa per le possibili prospettive di guerra o di pace in Europa orientale, in Caucaso, in Asia centrale, in Medio Oriente e in tante altre regioni del mondo. Rimane da comprendere come reagiranno i Paesi interessati, soprattutto quelli del mondo russo drammaticamente spaccato tra Oriente e Occidente. Nei giorni scorsi si è tenuto il dibattito tra i due candidati al ballottaggio per la presidenza della Moldavia, che hanno risposto a dieci domande concordate senza un moderatore, non trovandone uno che si potesse ritenere accettabile e neutrale per tutti e due i contendenti, la presidente uscente Maia Sandu e il filorusso Aleksandr Stoianoglo, quest’ultimo proveniente dalla Gagauzia che vorrebbe riunirsi a Mosca prima ancora che a Chişinău, o tantomeno a Bucarest e a Bruxelles.

L’esito del confronto sembra aver assegnato una minima preferenza alla Sandu, che ha cercato di illustrare i risultati degli sforzi fatti nel quinquennio passato per migliorare la vita dei cittadini moldavi. Stoianoglo ha comunque replicato in modo piuttosto generico che la Moldavia ha bisogno di ben altro, ed entrambi hanno evitato di indicare esplicitamente i loro riferimenti internazionali, per mostrarsi preoccupati soltanto del bene dei propri cittadini. Un elemento rivelatore ha però chiaramente indicato la sostanziale differenza tra i due: la lingua romena con cui hanno discusso, quella ufficiale del Paese, che Sandu padroneggia alla perfezione, mentre Stoianoglo si esprime con una chiara pronuncia russa di sottofondo.

Questo particolare ha immediatamente suscitato una reazione in tutti i cittadini moldavi che assistevano al dibattito, ricordando i tempi passati. Stoianoglo, politico 57enne, magistrato ed ex-procuratore generale della Moldavia dal 2019 al 2021, in realtà è un personaggio che riemerge dal secolo scorso, un tipico sovok, come si definisce il cosiddetto homo sovieticus, secondo l’abbreviazione del termine russo sovetskij. E questa è la realtà che oggi si sta configurando, effetto delle guerre e delle elezioni: il ritorno ai tempi sovietici e alla guerra fredda universale, al di là delle vittorie o delle sconfitte sul campo o nelle urne.

Secondo una definizione della rivista londinese New Statesman del 1993, il sovok è “un uomo che ama la betulle, e ritiene che esse crescano soltanto in Russia, ama proibire qualunque cosa, dire di no a tutto e lavorare in uffici dalle porte rivestite in similpelle”. Sembra proprio una descrizione di quello che sta avvenendo tra Mosca, Tbilisi, Chişinău e Taškent, al di là delle singole personalità dei protagonisti delle contese politiche. Si pensava che dopo trent’anni dalla fine dell’Unione Sovietica non esistessero più questi atteggiamenti di chiusura e straniamento dal resto del mondo, e invece siamo ancora legati a quei tempi, in cui non esistevano gli smartphone e neanche i computer, per non parlare dei collegamenti internet, e il mondo era fissato nei “valori tradizionali” delle popolazioni schierate l’una contro l’altra. Da Putin a Stoianoglo, passando per il georgiano Ivanišvili, l’uzbeko Mirziyoyev e tanti altri, oggi predominano coloro che preferiscono concepire il mondo come un confronto tra “noi e loro”, e questo vale in gran parte anche per i civilissimi Paesi occidentali dall’Europa all’America.

In Russia il sovok indica in realtà la paletta per raccogliere la sabbia o la spazzatura, ed è quindi un termine dispregiativo in uso fin dagli anni Cinquanta del secolo scorso dopo la morte di Stalin, quando si contrapponevano i sovki (plurale di sovok) agli stiljagi, quelli che assumevano lo “stile” occidentale, vestivano i jeans e amavano la musica rock e il jazz, a differenza dei sovietici inquadrati nei tetri modi di vivere imposti dal totalitarismo staliniano. Non a caso alcuni politici russi affermano oggi che il crollo dell’Unione Sovietica è iniziato con la moda dei jeans, che “stringono le gambe e rendono gli uomini poco attraenti per le donne”, come afferma il presidente della Duma Vjačeslav Volodin. Da qui proviene presso i sociologi la definizione di homo sovieticus, che corrisponde in negativo al boomer occidentale.

Il tipo antropologico sovietico era in effetti un progetto esplicito fin dai tempi della rivoluzione bolscevica, quando il commissario del popolo per la “illuminazione” (prosveščenie, in realtà ministro della cultura) Anatolij Lunačarskij proponeva di “plasmare” i bambini piccoli, “piegare” gli adolescenti e “fare a pezzi” i giovani per ottenere nuove generazioni affidabili, come oggi sembra essere una delle principali preoccupazioni della politica educativa russa, che riveste i bambini dell’asilo con le uniformi militari, complete di finte granate alla cintura. L’ideologo sovietico Nikolaj Bukharin proponeva di “trasformare le persone in macchine viventi”, e l’idea della “ingegneria sociale” veniva propagandata attraverso la letteratura, il cinema e le manifestazioni di massa, come quelle dei prossimi giorni in Russia per la grande festività del 4 novembre, Giorno dell’Unità Popolare che ricorda la vittoria sui polacchi e sull’Occidente all’inizio del Seicento, rimembrando anche la festa della rivoluzione d’ottobre del 7 novembre, inizio del periodo invernale.

L’uomo nuovo sovietico è apparso veramente nel Novecento, e pare che non sia mai scomparso, non soltanto nelle personalità degli ultrasettantenni come il presidente Putin e il patriarca Kirill, ma anche nelle generazioni successive e nei Paesi limitrofi, nonostante i cambiamenti radicali della società negli ultimi decenni a tutte le latitudini. C’è nostalgia della semplificazione sovietica del mondo, che era ben gradita anche nel campo avversario, e “fare di nuovo grande l’America” risuona come un richiamo al mondo infantile del Massachusetts tanto quanto a quello del Caucaso o della Siberia. L’uomo novecentesco, riproposto all’infinito negli algoritmi digitali, non è un intrepido lottatore per la felicità di tutto il genere umano come viene descritto, ma un opportunista ipocrita e menzognero, che non è capace di vivere autonomamente e si trincera dietro stantii proclami ideologici e pseudo-religiosi, che ha paura delle responsabilità e della contaminazione con i diversi; questo è il sovok.

In Russia questo regresso ai tempi staliniani è accentuato dalla crisi dei servizi sociali e della distribuzione dei beni di prima necessità, sempre più deficitari e sempre più cari, fino alla quasi totale scomparsa del burro dai negozi e dai supermercati, dove viene tenuto sotto chiave per evitare i furti. Nella Russia sovietica il burro e l’olio d’oliva erano sostituiti dagli scadenti e maleodoranti oli d’arachidi o di semi, che davano alla cucina un carattere inconfondibile e assimilabile solo con abbondanti flussi di vodka, anch’essa di scarsa qualità. La rozzezza delle forme di comunicazione di allora è riprodotta oggi in modo piuttosto palese dallo stile del presidente Vladimir Putin, il classico gopnik (“ragazzo di strada”) sovietico che risolve i problemi mondiali coprendo di insulti tutti gli avversari, e usando le mani invece di aprire qualunque tipo di dialogo, che del resto è la tipica forma di comunicazione dei moderni social network.

Uno dei sociologi più importanti dell’Urss e della Russia post-sovietica, Jurij Levada, sosteneva la permanenza dell’antropologia sociale di tipo sovietico anche dopo la fine del regime totalitario e nel 2004, poco prima di morire, ha fondato il Levada-Centr, il più importante centro analitico e di sondaggio della popolazione in Russia. Nel 2016 i suoi membri avevano pubblicato una ricerca secondo cui i giovani che avevano vissuto negli ultimi periodi del regime sovietico, i cinquantenni di oggi, non si distinguono molto dalle generazioni precedenti dei genitori e dei nonni. L’Unione Sovietica è scomparsa, ma è rimasto l’uomo sovietico, che oggi si prende le sue rivincite in Oriente e in Occidente, nella guerra universale degli imperi vecchi e nuovi, guardando al passato più che al futuro

Il Papa in silenzio nel ricordo dei defunti e in preghiera davanti ai bimbi non nati

Francesco celebra la liturgia del 2 novembre per la commemorazione dei defunti nel Cimitero Laurentino. Prima della celebrazione la sosta al “Giardino degli Angeli”, area dedicata alla sepoltura di bimbi che non hanno visto la luce, dove prega dinanzi alle lapidi circondate da giochi e statuine e saluta un papà che ha perso la figlia. Nella Messa nessuna omelia, ma un momento di meditazione. Il saluto alle “Scintille di speranza”, gruppo di mamme accomunate dal dolore per la perdita di un figlio

Salvatore Cernuzio – Roma

Una mamma ricalca con il pennarello la scritta sulla lapide della figlia, morta a neppure un anno. Un’altra cambia l’acqua ai fiori posizionati tra peluche e sassolini disegnati. Un papà, Stefano, pulisce invece la stele con il nome di Sara la sua bambina, la cui gravidanza si è interrotta a undici settimane nel luglio 2021. Scene innaturali – perché tali sono quelle di un genitore che piange la morte del figlio, specie se così piccolo – accolgono l’arrivo del Papa al Cimitero Laurentino, in zona Castel di Decima, dove Francesco, per la seconda volta dopo il 2018, ha scelto quest’anno di celebrare la Messa del 2 novembre per la commemorazione dei defunti.

Sosta nel Giardino degli Angeli

Prima tappa, come già sei anni fa, è stata il “Giardino degli Angeli”, l’area di circa 600 mq dedicata alla sepoltura di quei bimbi mai venuti alla luce, per una interruzione di gravidanza o altri problemi durante la gestazione. Thomas, Mattia, Maria, Giuseppe, Andrea, Ariana: i loro nomi sono scolpiti nella pietra o su una colonnina di legno, incisi o scritti a mano in oro. Molti prima del loro nome hanno la parola “feto”; quasi tutta la prima fila è occupata da bambini del 2024. Intorno ci sono peluche di personaggi della Disney o di altri cartoni animati, palloncini, girandole, plaid e altri oggetti tutti consumati dal fango e dalla pioggia. Restituiscono il sorriso in un luogo di sole lacrime. Il Papa arriva intorno alle 9.45 in auto, percorrendo il lungo corridoio dove, da un lato, ci sono le mura di lapidi del cimitero comunale, il terzo più grande di Roma, dall’altro, il piazzale con un centinaio di persone radunate dalle prime ore del mattino sotto il piccolo palco bianco allestito per la Messa.

Davanti alle lapidi dei bambini

Al suo arrivo al “Giardino degli Angeli”, il Pontefice – in sedia a rotelle – percorre tutta la lingua di terra guardando una ad una le tombe. Si ferma al centro e rimane alcuni minuti da solo in preghiera e in silenzio. D’altronde quali parole esprimere? Lo ha detto lui stesso nel recente videomessaggio per le intenzioni di preghiera del mese di novembre, dedicato alle mamme e papà che attraversano la lancinante sofferenza della perdita di un figlio e una figlia. “Le parole di conforto, a volte, sono banali o sentimentali e non servono. Anche se vengono dette naturalmente con le migliori intenzioni, possono finire per amplificare la ferita”, diceva il Papa nel filmato.

L’incontro con Stefano

Il momento di raccoglimento viene interrotto dal breve scambio con Stefano che ha atteso tutto il tempo il Papa al lato del giardino. Si inginocchia al suo arrivo e gli stringe la mano, gli racconta brevemente la sua storia e gli indica la tomba della figlia. Francesco annuisce con la testa e gli stringe il braccio, poi prende la lettera che l’uomo gli porge. Subito dopo il Papa si sposta nell’aera antistante, anche quella dedicata alla sepoltura di bambini scomparsi troppo presto. Alcuni parenti sono dietro le transenne, salutano con discrezione, tengono in mano vasetti e mazzi di fiori. Un grande mazzo di rose bianche il Papa lo depone sotto la lapide che reca la scritta “Giardino degli Angeli”, circondata da altri peluche, statuette in gesso di angeli, appunto, un volto di Cristo, un cuscino di Cenerentola.

Un momento di meditazione durante la Messa

Il via vai di familiari che vanno a trovare e salutare i loro cari defunti prosegue ancora per un po’. Tutto si ferma con l’inizio della celebrazione. Al momento dell’omelia il Papa rimane in silenzio, a capo chino, in meditazione e preghiera. Recita le preghiere della liturgia di oggi: “Signore, solo un soffio è la nostra esistenza terrena, insegnaci a contare i nostri giorni, donaci la sapienza del cuore che riconosce nel momento della morte non la fine ma il passaggio della vita”. Poi benedice tutti i presenti ed eleva la preghiera di “suffragio e benedizione per coloro che hanno lasciato questo mondo” e chiede a Dio “il conforto per chi vive la sofferenza del distacco”. La recita dell’Eterno Riposo e un applauso della folla concludono la celebrazione.

Il saluto alle “Scintille di Speranza”

Sul piazzale intanto si stringono tra di loro, commosse, le “Scintille di Speranza”, gruppo di mamme accomunate tutte dalla perdita di un figlio o una figlia molto giovani per motivi diversi. Si sono riunite dopo il Giubileo della Misericordia grazie al rettore del Gesù risorto, la parrocchia del cimitero, don Giuseppe Iuculano, il quale – raccontano – “ci ha dato una speranza di resurrezione e accoglienza, l’unica cosa che serve, insieme alla condivisione del dolore quotidiano. Viviamo il nostro dolore insieme”. Ci sono gli orfani, le vedove, ma per i genitori come noi, sottolineano le donne, “non c’è una parola che ci identifica”. Si presentano accostando al loro nome quello del proprio figlio: Francesca, l’organizzatrice, mamma di Giorgia scomparsa a 15 anni, Caterina mamma di Marina, Maria Teresa di Daniele, Shanti di Marco, e poi Roberta che ha perso il suo Claudio, un’altra Roberta mamma di Chiara, Nazarena mamma di Chiara e Angela di Cinzia. Tutte hanno regalato al Papa una sciarpa bianca: “È il nostro caldo abbraccio per lui, un abbraccio simbolico anche da parte dei nostri ragazzi”, spiegano, ringraziando il Pontefice per il suo silenzio “serio e rispettoso” durante la Messa e per la sua presenza al Cimitero Laurentino: “Una testimonianza di affetto. Un tramite più grande per stare vicino ai nostri figli”.

Il mistero e il senso della morte, alla luce di Cristo

La commemorazione di tutti i fedeli defunti ci spinge non solo a onorare i nostri cari ma anche a riflettere sul senso della morte. Cristo ci insegna che il dolore, le prove e in definitiva la morte, vissuta in unione con Lui, ci renderanno partecipi della sua resurrezione.

Antonio Tarallo – La Nuova Bussola – 02_11_2024

Non si può dire il contrario: la morte rimane un mistero. Come la nascita. Umanamente difficile da comprendere, la morte entra nelle case di ognuno e con sé lascia sempre quell’amarezza legata alla perdita: uno stato d’animo che ci lascia vuoti, disorientati e senza parole. Uno stato da superare: gli psicologi chiamano questo periodo “elaborazione del lutto”. Quel momento in cui l’uomo cerca, appunto, di elaborare la perdita del caro estinto. Oggi, giorno della commemorazione di tutti i fedeli defunti, in fondo, ci spinge ancor di più sì a onorare i nostri cari, ma anche a riflettere sul senso della morte. Sembra quasi che ci sia sempre una certa difficoltà ad entrare in questo tema: tutto naturale. Eppure dovremmo essere proprio noi cristiani a essere, in un certo senso, “facilitati” nel riflettere su ciò.

Lo insegna, prima di tutto, Gesù Cristo e la sua vicenda umana e divina: dopo la Passione, muore in croce e resuscita il terzo giorno. Anche in questo evento, il Vangelo è davvero chiaro nell’illustrare il senso della morte. Ma non solo, riesce anche a presentarci il passaggio (del tutto umano) dell’elaborazione del lutto delle persone a lui care: prima fra tutte la Madre, la Vergine Maria; poi, il disorientamento degli apostoli stessi davanti a un evento che li fa rimanere senza parole. Ma sappiamo anche che tutto questo dolore e vuoto vengono spazzati in un solo istante quando la notizia, il messaggio della Resurrezione, comincia a diffondersi tra i cristiani. «L’annuncio cristiano sulla morte nasce dalla Pasqua. Con Gesù Cristo abbiamo la rivelazione piena della vita, in tutta la sua ampiezza: anche quella eterna; e nella sua sensatezza: una vita spesa nell’amore, fino al dono di sé – e per questo anche della morte. È una testimonianza che avviene nella sua stessa morte, centro della stessa rivelazione. Qui si apre lo spazio per la vita cristiana: la sua dimensione salvifica. Ciò che è un dramma può essere vissuto con senso. Ora, per il cristiano, il morire con Cristo significa vivere la medesima esperienza pasquale», la stessa vittoria sul male e sulla morte. Così scrive padre Francesco Scanziani nel suo Così è la vita. Il senso del limite, della perdita, della morte (Ed. San Paolo, Cinisello Balsamo, 2007). Nella sintesi estrema lo aveva scritto già san Paolo: «Dov’è, o morte, la tua vittoria? Dov’è, o morte, il tuo pungiglione?» (1Cor 15,55).

E sul tema della morte non sono pochi i santi che hanno voluto lasciarci il loro pensiero. Primi fra tutti, i Padri della Chiesa. Interessante è la meditazione, ad esempio, di sant’Antonio abate: «Se vivremo (…) come se ogni giorno dovessimo morire, non peccheremo. Questo significa che ogni giorno, quando ci svegliamo, dobbiamo pensare che non arriveremo fino a sera, e di nuovo, al momento di coricarci, dobbiamo pensare che non ci sveglieremo più. La nostra vita è incerta per natura ed è misurata giorno per giorno dalla Provvidenza. Se ci comporteremo così e se così vivremo giorno per giorno, non peccheremo, non proveremo desiderio di nulla, non ci adireremo con nessuno né accumuleremo tesori sulla terra, ma, aspettandoci di morire ogni giorno, non possederemo nulla e perdoneremo tutto a tutti; non saremo dominati dalla concupiscenza per la donna o da altro piacere impuro, ma ce ne allontaneremo come da cose destinate a passare, lottando sempre e tenendo davanti agli occhi il giorno del giudizio». Citazione lunga, ma doverosa: le parole di sant’Antonio abate infatti leggono la morte sotto diversi aspetti, tutti essenziali per condurre la nostra esistenza.

Meditare sulla morte è stato un punto-chiave delle riflessioni di sant’Agostino, altro Padre della Chiesa. Agostino, l’uomo che non credeva e che dal cristianesimo rimase folgorato. Figura centrale della sua conversione, la madre Monica. E di questa morte, Agostino scrive nelle sue Confessioni: «A noi che le chiedevamo se non temesse di lasciare il suo corpo così lontano dalla sua città, disse: “Niente è lontano da Dio e non c’è da temere che Lui non conosca alla fine del mondo donde risuscitarmi”. Pertanto, il nono giorno della sua malattia, nel cinquantaseiesimo anno della sua età, nel trentatreesimo della mia età, quell’anima religiosa e pia, fu sciolta dal corpo». Agostino usa un verbo, sciogliere, che riesce a donarci lo spunto su ciò che significa per lo stesso santo il mistero della morte. Nelle Confessioni, Agostino ci mostra che la vera preparazione alla morte è una vita vissuta nell’amore di Dio; una vita che, pur attraverso le tante fatiche e le prove, si apre alla speranza di una comunione-unione eterna con il Creatore. Davanti alla morte, quindi, non c’è da temere: bisognerebbe accogliere questa come il passaggio finale verso l’abbraccio amoroso del Padre.

I riferimenti ai Padri della Chiesa erano doverosi. Ma anche molti altri santi, nei secoli successivi, hanno scritto sulla morte. Si pensi ai versi del Cantico delle Creature di san Francesco d’Assisi: «Laudato sii, mio Signore, per sorella nostra morte corporale, dalla quale nessun uomo vivente può scappare: guai a quelli che morranno nei peccati mortali; beati quelli che troverà nelle tue santissime volontà, ché la morte seconda non farà loro male». Anche san Francesco, davanti alla morte, non teme nulla: ringrazia il Signore, lo loda perché in essa non vede una nemica ma una sorella.

Veniamo al nostro recente passato: san Giovanni Paolo II. Il pontefice polacco, durante l’udienza generale del 2 novembre 1988, pone delle domande che, proprio oggi, per la commemorazione di tutti i fedeli defunti, ci interrogano molto sulla nostra esistenza e sul rapporto che abbiamo con questo profondo mistero: «Dovremmo forse chiederci, anche noi cristiani, se e come e quanto sappiamo pensare alla morte. E come sappiamo parlare della morte. Eppure, una delle verità fondamentali del nostro Credo non è forse una certa concezione della morte? Non offre forse la nostra fede una luce decisiva – ed estremamente consolante – circa il significato e – potremmo dire – il valore della morte? Infatti, è proprio così, cari fratelli e sorelle: per noi cristiani, la morte è un valore. È, sì, vero che la morte, per noi cristiani, è e resta un fatto negativo, al quale la nostra natura si ribella; eppure, come sappiamo, Cristo ha saputo fare della morte un atto di offerta, un atto di amore, un atto di riscatto e di liberazione dal peccato e dalla morte stessa. Accettando cristianamente la morte noi vinciamo – e per sempre – la morte».

Cosa è successo davvero a Valencia, fuor di catastrofismi climatici

A Valencia, dove sono state fatte migliori opere pubbliche, la popolazione si è salvata dall’acqua. L’adattamento è l’unico intervento umano possibile per salvarsi da eventi estremi (che ci sono sempre stati

Luigi Mariani – La Nuova Bussola – 1 Novembre 1940

L’alluvione di Valencia del 29 ottobre 2024 ha colpito quest’area della Spagna provocando moltissimi morti (si parla di 158 ma la cifra è ancora provvisoria). Dopo la più sentita partecipazione al lutto che ha colpito una comunità cui ci legano millenni di storia e cultura, è bene fare alcune riflessioni sull’accaduto.

Anzitutto Valencia è costruita in pianura nei pressi del mare e si trova in una conca circondata da rilievi che sono più elevati a nordovest (monte Javalambre nella sierra omonima, 2020 m di altezza) e dunque nell’area in cui si è registrato il massimo pluviometrico nell’evento del 29 ottobre (324 millimetri). Una tale conformazione del territorio è favorevole alla genesi di precipitazioni intense che si legano anche al fatto che di fronte a Valencia vi sono le isole Baleari, note ai meteorologi come una delle principali zone ciclogenetiche del Mediterraneo, seconde solo al golfo di Genova. Per zona ciclogenetica intendiamo un’area del bacino del Mediterraneo in cui per una serie di effetti concomitanti (ingresso di aria fredda dall’esterno del bacino, presenza e forma dell’orografia, effetti legati alle temperature marine) è frequente assistere allo sviluppo di minimi depressionari isolati spesso forieri di precipitazioni intense e persistenti. In questo caso si parla di “minimi delle Baleari” che non di rado nel loro moto verso est giungono ad influenzare anche l’areale italiano.

Quando l’aria umida marina, spinta dai minimi depressionari delle Baleari irrompe nella conca di Valencia è costretta a salire dall’imponente rilievo e produce precipitazioni di elevata intensità. In virtù di ciò la città di Valencia non è nuova ad eventi alluvionali estremi, l’ultimo dei quali fu quello del 1957 che produsse molti morti (oltre 80 secondo alcune fonti, circa 300 secondo altre) per effetto dello straripamento dei fiume Turia. Proprio per evitare tali alluvioni, negli anni ‘60 il Turia fu deviato verso sud per farlo scorrere al di fuori della città e per questo motivo la maggior parte dei morti dovuti all’alluvione del 29 ottobre scorso non si sono avuti a Valencia mai nei comuni limitrofi, ove sono forse straripati corsi d’acqua secondari sulla cui gestone occorrerà indagare per capire meglio le origini del disastro. Peraltro la vicenda del fiume Turia è emblematica del fatto che il rischio alluvionale si può mitigare tramite adeguate opere di ingegneria.

Esiste una diffusa corrente di pensiero secondo cui il fatto che il Mediterraneo sia sempre più caldo (fatto di per sé indiscutibile) esporrebbe ad un rischio sempre più elevato di piogge estreme. Al riguardo esiste un ulteriore particolare, di norma sottaciuto: l’aria fredda che dall’Artide o dall’area siberiana irrompe nel bacino del Mediterraneo producendo perturbazioni come i minimi delle Baleari è oggi meno fredda che in passato e ciò in quanto il riscaldamento globale si manifesta con maggiore intensità alle alte latitudini. La conseguenza di ciò è che il contrasto termico rispetto all’aria calda mediterranea è oggi meno violento che in passato.

Altro elemento su cui riflettere è dato dagli eventi alluvionali di inudita violenza verificatisi quando il Mediterraneo era più freddo: si pensi all’alluvione di Genova del 1970 (nel bacino del Polcevera piovvero oltre 900 millimetri in un solo giorno, la pioggia di 1 anno) o all’alluvione di Nicolosi in Sicilia (15-18 ottobre 1951 – 1366 mm in 4 giorni, la pioggia di 3 anni) o a quella di Sicca d’Erba in Sardegna (14-18 ottobre 1951 – 1536 mm in 5 giorni, anche qui la pioggia di 3 anni) o a quella della Calabria (16-18 ottobre 1951, oltre 1500 mm in tre giorni).  E qui si noti che le tre alluvioni del 1951 furono tutte frutto di un grande minimo depressionario di potenza inaudita sviluppatosi sul basso Tirreno nella seconda decade di ottobre del 1951, annus horribilis perché a inizio novembre dello stesso anno si verificherà la grande alluvione del Polesine.

In sintesi il mare caldo può certo essere un fattore predisponente per fenomeni alluvionali, ma non può essere in alcun modo considerato come l’unico fattore in gioco e al riguardo ricordo che a rendere l’Italia e il Mediterraneo strutturalmente esposti a eventi precipitativi estremi concorrono almeno quatto ulteriori fattori:

1. la presenta di un’orografica imponente (Alpi ed Appennini nel caso dell’Italia, Pirenei e le tante sierre in Spagna) che favorisce l’intensificazione orografica delle precipitazioni

2. la vicinanza di regioni sorgenti di masse d’aria fredda (Atlantico settentrionale, areale siberiano, Artide)

3. la vicinanza all’areale atlantico, fucina di grandi depressioni a forma di V (cassature) che non loro moto da ovest verso est investono periodicamente il bacino mediterraneo generando minimi depressionari secondari (in gergo minimi di cut off)

4. il trovarsi nella zona delle medie latitudini dell’emisfero Nord in assoluto più favorevole alla genesi di sistemi di blocco, e cioè di strutture meteorologiche di grandi dimensioni e che persistono a lungo su uno stesso territorio rendendosi responsabili di alluvioni, siccità, grandi ondate di freddo e di caldo.

Insomma, l’Italia e più in generale il Mediterraneo hanno un clima stupendo, ma che in alcune situazioni può divenire molto, molto pericoloso. Il messaggio è dunque che bisogna imparare a convivere con il nostro clima, adeguando i nostri insediamenti e le nostre attività alle sue caratteristiche. Al riguardo, in questi decenni si sono fatte molte cose positive e ad attestarlo sono i dati della banca dati POLARIS del CNR Irpi, dai quali risulta che dal 1951 ai giorni nostri il numero di alluvioni con morti nel nostro Paese è calato significativamente. Ciò non toglie che in futuro si possa e si debba fare ancora meglio e al riguardo un esempio molto positivo ci viene dalle statistiche mondiali della mortalità annua per catastrofi meteo-climatiche e idrologiche tratte dal dataset EMDAT, gestito dal centro CRED dell’Università Cattolica di Lovanio: tale mortalità è passata infatti dagli 485 mila morti annui come media del decennio 1920-29 ai soli 18 mila morti annui come media del 2010-2022. In sintesi dunque i morti sono oggi 27 volte meno rispetto a quelli di cent’anni fa e ciò nonostante la popolazione mondiale sia quadruplicata, passando da 2 a 8 miliardi di abitanti.

Insomma: mai lasciarsi travolgere dall’idea di crisi climatica che la politica e i media instillano in tutti noi ad ogni più sospinto e condurre invece con perseveranza serie politiche di adattamento al clima che cambia, anche sulla scorta dei tantissimi esempi storici di cui è ricco il nostro passato, dalle dighe realizzate nel medioevo in Olanda per difendere dal mare le terre coltivate ai terrazzamenti costruiti su Alpi e Appennini durante la Piccola era glaciale per proteggere le colture dal freddo e dall’eccessiva piovosità.

TUTTI I SANTI IN UN SOLO QUADRO

Ermes Dovico – La Nuova Bussola – 1 Novembre 2024

Questa solennità origina dai primissimi secoli del cristianesimo e dall’usanza dei fedeli di commemorare la morte dei martiri nei luoghi del martirio. Fu Gregorio IV, nell’835, a fissare definitivamente all’1 novembre la celebrazione.01_11_2024 

La Chiesa celebra oggi la solennità di Tutti i Santi, compresi quelli non canonizzati e di cui non conosciamo il nome, «uniti in Cristo nella gloria», come ricorda il Martirologio Romano. In questo giorno, «in un unico giubilo di festa la Chiesa ancora pellegrina sulla terra venera la memoria di coloro della cui compagnia esulta il cielo, per essere incitata dal loro esempio, allietata dalla loro protezione e coronata dalla loro vittoria davanti alla maestà divina nei secoli eterni». Questa moltitudine di santi che veneriamo, in onore della testimonianza che hanno dato nei secoli a Cristo Crocifisso e Risorto, sono un anticipo della gloria della Gerusalemme celeste e salda speranza per quanti moriranno in grazia di Dio.

Citando la Lumen Gentium, il Catechismo si sofferma sulla comunione con i santi che «ci unisce a Cristo, dal quale, come dalla fonte e dal capo, promana tutta la grazia e tutta la vita dello stesso popolo di Dio» (CCC 957). Dalla comunione tra la Chiesa trionfante in cielo e la Chiesa militante, pellegrina sulla terra, deriva la certezza che i santi continuano a prendersi cura di noi dal Paradiso, in modo perfino più efficace di quanto non facessero già in Terra. Nell’economia della salvezza è perciò importante pregarli: «La loro intercessione – insegna sempre il Catechismo – è il più alto servizio che rendono al disegno di Dio. Possiamo e dobbiamo pregarli di intercedere per noi e per il mondo intero» (CCC 2683).

Questa festa di precetto reca quindi con sé un insegnamento luminoso, che andrebbe trasmesso alle generazioni in tutta la sua potenza salvifica, specialmente in quest’epoca in cui si minimizza il significato anticristiano assunto – almeno negli ultimi tempi – da Halloween.

La festa di Ognissanti origina dai primissimi secoli del cristianesimo e dall’usanza dei fedeli di commemorare la morte dei martiri nei luoghi del martirio. Già da almeno il IV secolo, come si apprende da uno scritto di san Basilio (c. 329-379), si era stabilito l’uso tra diocesi vicine di scambiarsi le reliquie dei martiri e di mettere in comune le feste. Con le persecuzioni di Diocleziano (244-313), inoltre, il loro numero era aumentato a tal punto che non bastavano più i giorni dell’anno per commemorarli in date separate; così in Oriente nacque l’idea di una memoria liturgica generale, che veniva celebrata la prima domenica dopo la Pentecoste o il 13 maggio (le attestazioni più antiche riguardano Edessa e Antiochia). Le due date si diffusero anche nell’Occidente (il 13 maggio 609, in particolare, il Pantheon fu trasformato in basilica cristiana e dedicato alla Madonna con il nome di Sancta Maria ad Martyres), fino a quando nell’835 Gregorio IV fece spostare definitivamente la celebrazione all’1 novembre.

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