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Le condizioni di Papa Francesco: ha perso la voce, dalla ossigenoterapia alla polmonite, quali possono essere la cause?

di Margherita De Bac – Corriere della Sera – 23 Marzo 2025

Risponde il direttore della clinica di otorinolaringoiatria della Sapienza. Alle 18 previsto un briefing dei medici al Gemelli

La disarmante radicalità evangelica di Papa Francesco

Il pontenfice è ricoverato al policlinico Gemelli dal 14 febbraio scorso in seguito a una grave crisi respiratoria causata da una polmonite. Le sue condizioni sono migliorate dal punto di vista motorio e non ha più bisogno di supporti per respirare. Dovrà però sottoporsi a una riabilitazione mirata al recupero della voce e della capacità di parlare. La Santa Sede ha fatto sapere che domenica 23 marzo Francesco ha intenzione di affacciarsi dalla finestra della sua stanza per dare un saluto e una benedizione ai fedeli che da 5 settimane affollano il cortile dell’ospedale. Alle 18 previsto un briefing dei medici al Gemelli.

Il Papa ha perso la voce, ha detto il cardinale Victor Manuel Fernandez. Quali possono essere le cause?
«Per parlare bisogna avere aria che esce dai polmoni e fa vibrare le corde vocali. L’aria deve arrivare in quantità sufficiente in rapporto al volume della laringe, dove si trovano le corde vocali che nel caso del Pontefice non hanno subito un deficit. L’assenza di voce e la grande fatica nel parlare dipendono invece nel suo caso da un deficit di respirazione importante. Immaginiamo quando alla fine di una corsa intensa non riusciamo a parlare. Succede perché i nostri polmoni non riescono a far fluire l’aria verso la laringe con una certa pressione e a far vibrare le corde vocali». 

Marco De Vincentiis è il direttore della clinica di otorinolaringoiatria della Sapienza, prossimo presidente della società italiana di otorinolaringoiatria e presidente della scuola di logopedia.
 
Può essere stata l’ossigenoterapia a alti flussi, somministrata attraverso dei tubicini inseriti nel naso e di cui il Papa ha bisogno da almeno tre settimane ad aver determinato l’afonia?
«L’ossigeno asciuga molto le mucose delle corde vocali (che sono un muscolo ricoperto da epitelio) e della laringe anche quando vengono adoperate tutte le accortezze per miscelarlo in modo opportuno, umidificandolo affinché la secchezza venga limitata. Più di tanto però non si riesce a rendere l’ossigeno innocuo. Anche la faringe, l’organo che serve a modulare la voce, tende a asciugarsi».
 
La polmonite bilaterale è un’altra nemica delle voce?
«Sì, indipendentemente dalla causa dell’infezione, sé batterica o polmonare, l’organismo ne è debilitato. L’aria arriva con difficoltà e le corde vocali funzionano meno».
 
Come si recupera la voce?
«Con l’aiuto del logopedista, un professionista che viene formato con un corso di laurea breve e che conosce a fondo anche i meccanismi della deglutizione. Gli esercizi tendono a far muovere le corde vocali . Il paziente deve reimparare a parlare utilizzando l’aria di cui dispone. Già prima del ricovero il Papa in almeno un paio di udienze pubbliche era stato costretto a sospendere le letture per difficoltà nel far uscire la voce. Lo si vedeva inspirare profondamente prima di leggere, condizionato anche dalla seduta sulla carrozzina».
 
Quanto tempo ci vuole per recuperarla?
«Non sappiamo quali siano le reali condizioni del Pontefice. Possono essere necessari anche 20,30 giorni se non di più. Il Papa dopo 5 settimane di ricovero è molto debilitato. La muscolatura è indebolita, anche quella della respirazione e viene seguito da un riabilitatore di questa funzione».
 
La voce può essere sempre recuperata?
«Le racconto una bella storia. Anche i pazienti dell’Umberto 1, che hanno subito l’asportazione della laringe per problemi di tumore e ai quali è stata applicata una protesi, sono tornati a cantare e hanno creato un coro». 

Ramadan islamico o quaresima cristiana?

Corrispondenza Romana -189o – 19 Marzo 2025  – di Roberto de Mattei

Sul “Corriere della Sera” del 13 marzo 2025 leggiamo un reportage dall’Inghilterra del giornalista Luigi Ippolito che scrive questo: «A Londra il Ramadan sembra aver soppiantato la Quaresima: quest’anno i due periodi di digiuno e penitenza praticamente coincidono, ma tutta l’attenzione appare focalizzata sulla ricorrenza musulmana. Nei grandi supermercati ci sono pubblicità che annunciano “Sei pronto per il Ramadan?”, Harrod’s sul suo sito propone cene per l’Iftar, il banchetto dopo il tramonto che spezza il digiuno, le catene di fast food offrono sconti, i parrucchieri stanno aperti fino a tardi per agevolare la clientela musulmana». 

Non basta: nella capitale britannica sono state accese le “Luci del Ramadan” a Coventry Street, mentre nella centralissima Leicester Square c’è una installazione luminosa interattiva che vuole simboleggiare lo “spirito del Ramadan”.  

L’islamizzazione europea avanza dunque indisturbata, come un’onda silenziosa. Da una parte si reclama di togliere dalle scuole il presepio o i canti di Natale, per non urtare la sensibilità dei non cattolici, ma nessuno si sognerebbe di chiedere la rimozione delle luminarie del Ramadan.  

L’ostentazione del Ramadan da parte dei musulmani ci aiuta a capire la differenza con la nostra Quaresima, che non ha bisogno di luminarie, perché è uno spirito interiore. L’Islam invece si presenta come una religione rituale, che si limita a esigere dai propri appartenenti il rispetto dei cosiddetti cinque pilastri: l’affermazione verbale del monoteismo, la recita delle preghiere prescritte, il viaggio una volta nella vita alla Mecca, l’elemosina rituale e quello che è l’aspetto più noto: il digiuno del Ramadan. 

Una volta adempiuti questi obblighi esteriori, il musulmano è libero di immergersi nel piacere. Il digiuno del Ramadan non è penitenza, è ritualismo. Si digiuna per otto ore e si mangia a volontà nelle otto ore successive. Ciò sarebbe inconcepibile per un cristiano a cui nella Quaresima non viene richiesto di osservare dei semplici riti, ma di vivere in spirito di penitenza. Per questo Gesù stigmatizza l’atteggiamento dei farisei, i quali osservavano con scrupolo le prescrizioni rituali imposte dalla legge, ma avendo il cuore lontano da Dio. 

 Nell’Islam non c’è spirito di penitenza perché non c’è spirito di sacrificio. E non c’è spirito di sacrificio perché l’Islam ignora, anzi respinge, quel sacrificio della Croce che san Paolo definisce «scandalo per i Giudei, stoltezza per i pagani» (1 Cor. 1, 22-23). 

L’Islam può essere definito una “religione del piacere”: non solo perché ignora il sacrificio, ma perché sostituisce nel Paradiso al concetto cristiano di felicità eterna quello di eterno piacere, di infinita voluttà. Il paradiso islamico, prevede innanzitutto le gioie dei sensi: banchetti squisiti, accompagnati da vini prelibati; gioie carnali con le sempre vergini a disposizione degli Eletti.  

Il Papa Pio II, in una celebre lettera scritta nel 1461 al sultano Maometto il conquistatore, lo ammoniva con queste parole: nella vita eterna «la nostra felicità corrisponde alla parte più nobile del corpo, l’anima; la vostra alla più vile, il corpo. La nostra felicità è intellettuale, la vostra materiale. (…) La nostra è comune agli angeli e allo stesso Dio, la tua ai porci e agli animali bruti».

Proprio per questo edonismo, l’Islam può esercitare un’attrazione sui giovani secolarizzati d’Occidente. I giovani occidentali, come ogni uomo, aspirano al sacro, all’assoluto, ma sono corrotti dal relativismo, incapaci di sacrificio. L’Islam offre loro una religione che presenta un surrogato di sacro, senza chiedere nessun sacrificio reale. Ma la chiave del successo dell’Islam sta anche nell’appoggio finanziario che riceve dall’OCI, la Conferenza Internazionale Islamica, che raccoglie 58 Paesi musulmani e da alcune delle nazioni più ricche della terra, come l’Arabia Saudita. 

Per questa ragione abbiamo trovato inquietante che l’11 marzo scorso le delegazioni degli Stati Uniti e dell’Ucraina si siano incontrate per discutere sulla possibilità di una pace, proprio a Gedda in Arabia Saudita. Le fotografie e i video mostrano, al tavolo delle trattative, tra le due delegazioni, quasi come due convitati di pietra, i rappresentanti dell’Arabia Saudita, un paese che finanzia l’espansione dell’Islam nel mondo.

L’Islam è una religione totalitaria che si propone la conquista del mondo e l’Arabia Saudita, dopo aver investito per decenni in moschee, oggi investe nelle università occidentali per cambiarne le idee. Lo abbiamo ricordato su Corrispondenza Romana: https://www.corrispondenzaromana.it/universitari-inginocchiati-ad-allah-lalleanza-tra-islam-e-ideologia-woke/

Negli Stati Uniti una vasta protesta a favore dei terroristi di Hamas ha coinvolto prestigiosi atenei, come la California University, Harvard, Yale e Columbia.  Una delle ragioni di questo allineamento di una cospicua parte di studenti e di docenti delle università americane alle parole d’ordine dell’Islam radicale sta nel fatto che le principali università americane ricevono massicci finanziamenti da Fondi islamici, in particolare dall’Arabia Saudita, dal Qatar e dagli Emirati.  Questo denaro fluisce verso tutti i tipi di scuole americane private e pubbliche. In America, come in Europa, i finanziamenti non sono a fondo perduto, ma legati alla creazione di centri di studi, corsi di laurea e master dedicati alla promozione della cultura islamica e all’assunzione di docenti favorevoli alla religione di Allah, che viene praticata in moschee costruite negli immediati dintorni delle università. 

La celebrazione del Ramadan è un’espressione di questa cultura, antitetica a quella occidentale e cristiana. E la resistenza a questa offensiva anticristiana, non si può certo ridurre al controllo, pur necessario, dei flussi migratori, ma è soprattutto culturale e spirituale.

Non è troppo tardi. Contro l’Islam che ci aggredisce facciamo nostre le parole che rivolgeva Pio II al sultano musulmano. Il Papa ricordava al “conquistatore” che nella storia è accaduto che un piccolo esercito cristiano riuscisse a sbaragliare il ben più forte esercito ottomano, solo grazie a un aiuto straordinario di Dio. Ciò non è mai accaduto per l’Islam. L’Islam può vincere con la forza del numero, delle armi o del danaro, ma non ha dalla sua il miracolo, l’intervento di Dio, che in qualsiasi momento è capace di capovolgere quelli che sembrano i destini irreversibili della storia. 

SAN GIUSEPPE

Il beato Pio IX lo ha dichiarato patrono della Chiesa universale, consapevole della potentissima intercessione di Giuseppe, che si estende a ogni grazia, come già ricordava santa Teresa d’Avila.

Ermes Dovico – La Nuova Bussola -19_03_2025 

Se giustamente l’antico adagio teologico afferma che di Maria non si dice mai abbastanza, similmente si può dire del suo castissimo sposo poiché in nessun altro santo, eccetto la stessa Madre di Dio, la dimensione del mistero è così grande come in san Giuseppe. E in nessun altro santo come nel padre putativo di Gesù le logiche divine appaiono del tutto straordinarie e ribaltate rispetto alle logiche del mondo. La Chiesa insegna che solo a Dio si deve il culto di latria (adorazione); a Maria è riservata una venerazione specialissima detta iperdulia («oltre la dulia», cioè il culto di angeli e santi), cui segue immediatamente la protodulia dovuta a Giuseppe, da venerare come primo tra tutti i santi.

Il perché lo spiega bene Leone XIII nella Quamquam Pluries: «Poiché tra Giuseppe e la beatissima Vergine esistette un vincolo coniugale, non c’è dubbio che a quell’altissima dignità, per cui la Madre di Dio sovrasta di gran lunga tutte le creature, egli si avvicinò quanto nessun altro mai. Infatti il matrimonio costituisce la società, il vincolo superiore ad ogni altro: per sua natura prevede la comunione dei beni dell’uno con l’altro. Pertanto se Dio ha dato alla Vergine in sposo Giuseppe, glielo ha dato pure a compagno della vita, testimone della verginità, tutore dell’onestà, ma anche perché partecipasse, mercé il patto coniugale, all’eccelsa grandezza di lei». Non è perciò casuale il posto unico che san Giuseppe occupa nel cuore dei credenti, dai fedeli più semplici ai più grandi teologi, fino ai pontefici, che da secoli esortano i cristiani ad accrescere la devozione verso il Custode della Sacra Famiglia, in sommo grado ripieno di fede, speranza e carità.

Il Vangelo non gli attribuisce direttamente nessuna parola, ma il suo silenzio e ogni circostanza in cui si parla di lui hanno un peso specifico enorme. Giuseppe collega Gesù alla discendenza di Davide, è l’uomo chiamato da Dio a cooperare alla realizzazione delle profezie e all’adempimento delle antiche promesse. Perciò il primo capitolo di Matteo, l’evangelista che più si rivolge ai Giudei, si apre con la genealogia di Gesù e – al suo culmine – ci presenta Giuseppe come «lo sposo di Maria, dalla quale è nato Gesù chiamato Cristo». Come Luca approfondirà la prospettiva interiore della Vergine, Matteo ci offre uno spaccato dei pensieri di Giuseppe, da lui lodato quale «giusto». Un giusto che in ogni istante, per quanto tormentato, pensò a proteggere Maria, preservandola dalla lapidazione e custodendone l’onore, fino al conforto del messaggero celeste: «Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa, perché quel che è generato in lei viene dallo Spirito Santo. Ella partorirà un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati».

Giuseppe abbracciò quindi la sua vocazione di sposo e «fece come gli aveva ordinato l’angelo del Signore», prendendo con sé la sua sposa. Quel «fece» dice molto su questo glorioso santo nascosto, che ama la legge di Dio e dunque la osserva, abbandonandosi totalmente alla Volontà divina, con il pieno assenso del suo intelletto. Come Maria ha detto liberamente sì a Dio, così Giuseppe: entrambi sorpresi da Lui, entrambi pronti a servire il Suo disegno salvifico. «La sorpresa del casto Giuseppe era paragonabile a quella della Vergine Maria quando al momento dell’Annunciazione ha chiesto: “Come può accadere se non conosco uomo?” Maria voleva sapere come avrebbe potuto essere vergine e madre allo stesso tempo, e san Giuseppe non sapeva come poter essere vergine e padre», ha detto il venerabile Fulton Sheen (1895-1979) in una splendida catechesi: «L’Angelo del Signore ha spiegato a entrambi che solo Dio aveva il potere di fare una cosa simile».

Attraverso il matrimonio con Maria, luce per tutti gli sposi, Giuseppe divenne padre di Gesù e ne servì la missione proprio con la sua paternità verginale. Salvò il Bambino da Erode con la fuga in Egitto, lo allevò, lo nutrì, lo vestì, gli insegnò un mestiere, assolvendo di giorno in giorno i suoi compiti paterni verso Gesù, il quale da parte sua obbediva docilmente ai genitori e «cresceva in sapienza, età e grazia», preludio della sua attività pubblica. A Dio piacque che Gesù, Verbo incarnato, venisse chiamato figlio di Giuseppe e volle che alla custodia del santo patriarca fossero affidati «gli inizi della Redenzione» (Messale Romano). Come ricorda san Giovanni Paolo II nella Redemptoris Custos, Giuseppe fu allo stesso tempo il Custode del Redentore, il primo devoto di Maria e il primo uomo al quale fu partecipato il mistero dell’Incarnazione che si era compiuto nella sua sposa. Alla quale è indissolubilmente legato. Perciò, insegnano i santi, la vera devozione dell’uno accresce la devozione verso l’altra: e insieme sono strada sicura verso Cristo.

Ecco perché san Giovanni Crisostomo ne sottolineava l’eccezionale ruolo di «ministro della salvezza» e il beato Pio IX lo ha dichiarato patrono della Chiesa universale, consapevole della potentissima intercessione di Giuseppe, che si estende a ogni grazia, come già ricordava santa Teresa d’Avila: «Ad altri sembra che Dio abbia concesso di soccorrerci in questa o in quell’altra necessità, mentre ho sperimentato che il glorioso San Giuseppe estende il suo patrocinio su tutte. Con ciò il Signore vuol darci a intendere che, a quel modo che era a lui soggetto in terra, dove egli come padre putativo gli poteva comandare, altrettanto gli è ora in cielo nel fare tutto ciò che gli chiede».

La lettera di Papa Francesco al Corriere: «La malattia e la fragilità rendono più lucidi. Serve responsabilità, disarmiamo la Terra»

di Francesco

Papa Francesco scrive al Corriere e affronta il tema della «fragilità umana», rispondendo a un messaggio di vicinanza del direttore Luciano Fontana

La lettera di Papa Francesco al Corriere: «Nella malattia la guerra mi sembra ancora più assurda. Bisogna disarmare la Terra»

Questa è la lettera che Papa Francesco ha inviato dal policlinico Gemelli di Roma, dove è ricoverato dal 14 febbraio scorso, al direttore del Corriere della Sera Luciano Fontana, che gli aveva inviato un messaggio di vicinanza e di augurio per la sua salute. Nella missiva il direttore Fontana aveva chiesto al Pontefice se volesse intervenire con un suo appello in un momento così grave e delicato, ma anche importante, per la comunità internazionale e per le popolazioni ancora martoriate dalla guerra. E aveva sottolineato proprio le parole del Pontefice che più volte ha condannato gli «schemi di guerra», anziché gli «schemi di pace».
Dopo alcuni giorni di attesa, ieri è arrivata questa lettera, datata 14 marzo, nella quale papa Francesco parla delle proprie condizioni di salute, affronta il tema della fragilità umana e ribadisce il suo grido accorato affinché «ci si unisca in uno sforzo» per «riaccendere la speranza della pace».

Caro Direttore,
desidero ringraziarla per le parole di vicinanza con cui ha inteso farsi presente in questo momento di malattia nel quale, come ho avuto modo di dire, la guerra appare ancora più assurda. La fragilità umana, infatti, ha il potere di renderci più lucidi rispetto a ciò che dura e a ciò che passa, a ciò che fa vivere e a ciò che uccide. Forse per questo tendiamo così spesso a negare i limiti e a sfuggire le persone fragili e ferite: hanno il potere di mettere in discussione la direzione che abbiamo scelto, come singoli e come comunità.

Vorrei incoraggiare lei e tutti coloro che dedicano lavoro e intelligenza a informare, attraverso strumenti di comunicazione che ormai uniscono il nostro mondo in tempo reale: sentite tutta l’importanza delle parole. Non sono mai soltanto parole: sono fatti che costruiscono gli ambienti umani. Possono collegare o dividere, servire la verità o servirsene. Dobbiamo disarmare le parole, per disarmare le menti e disarmare la Terra. C’è un grande bisogno di riflessione, di pacatezza, di senso della complessità.
Mentre la guerra non fa che devastare le comunità e l’ambiente, senza offrire soluzioni ai conflitti, la diplomazia e le organizzazioni internazionali hanno bisogno di nuova linfa e credibilità. Le religioni, inoltre, possono attingere alle spiritualità dei popoli per riaccendere il desiderio della fratellanza e della giustizia, la speranza della pace.
Tutto questo chiede impegno, lavoro, silenzio, parole. Sentiamoci uniti in questo sforzo, che la Grazia celeste non cesserà di ispirare e accompagnare.

SOFFIA IL VENTO DELLA CONVERSIONE

Francia. Catecumeni ancora in aumento. E il rito delle Ceneri “spopola” tra i giovani


Catecumeni della diocesi di Fréjus-Tolone – Diocesi di Fréjus-Tolone

Avvenire -Andrea Galli –  Venerdì 14 marzo 2025

Sempre più adulti chiedono i sacramenti dell’iniziazione cristiana. Ma la vera sorpresa viene dalla partecipazione alle Messe di inizio Quaresima

Centoquarantasei catecumeni a Quimper e Léon (+ 62%), 154 a Metz (+ 85%), 199 a Rennes (+ 19%), 610 a Pontoise (+ 15%), 628 a Lione (+ 40%), 670 a Versailles (+ 30%)… I numeri che arrivano dalle diocesi francesi, riportate dal settimanale Famille Chrétienne, fanno intravedere un forte aumento rispetto allo scorso anno degli adulti che durante la prossima veglia di Pasqua riceveranno i sacramenti dell’iniziazione cristiana. Ma già nel 2024 i catecumeni erano stati oltre dodicimila, cioè il 31% in più rispetto al 2023 e il 120% in più rispetto a dieci anni prima. Si conferma insomma una tendenza che può sorprendere, ma che non è solo della Francia, si riscontra in misura diversa anche nel vicino Belgio – che ha visto raddoppiati i catecumeni negli ultimi dieci anni – o al di là della Manica, nel Regno Unito, dove in diocesi come Cardiff, Brighton e Salford i catecumeni sono pressoché raddoppiati rispetto a solo dodici mesi fa. In Francia però a questo fenomeno se n’è aggiunto nei giorni scorsi un altro che ha attirato l’attenzione dei media anche laici: il boom di partecipazione ai riti per l’inizio della Quaresima, il mercoledì delle Ceneri, insieme a una crescente visibilità di giovani influencer sui social network che esibiscono con fierezza il segno delle ceneri e parlano con altrettanta chiarezza di digiuno e altre pratiche ascetiche.

Imposizione delle ceneri nella Cattedrale di Lille – Brigitte Naeye

Una sintesi dell’accaduto l’ha fatta il quotidiano cattolico La Croix, non certo incline a pose identitarie, raccogliendo la testimonianza di père Benoist de Sinety, parroco a Lille ma molto noto anche a Parigi, la sua diocesi di provenienza e di cui è stato vicario generale. «I sacerdoti sono rimasti sbalorditi perché, dalla piccola chiesa di campagna alla grande parrocchia del centro città, a tutte le ore il numero di partecipanti alla Messa delle Ceneri è esploso – ha raccontato père De Sinety –. Nella mia parrocchia alla Messa delle 19.30 siamo passati da 400 persone a quasi mille. Erano soprattutto giovani tra i 16 e i 20 anni, che non avevamo mai visto. Sono arrivati spesso in gruppo e diversi di loro non erano cristiani. Ho quindi lanciato un appello al catecumenato: abbiamo ricevuto una ventina di candidature! Vedremo come tutto ciò si evolverà, intanto è molto incoraggiante e allo stesso tempo lascia spiazzati». Alla domanda su perché ciò sia accaduto, il sacerdote risponde così: «Non lo so spiegare esattamente, ma una cosa è certa: il diffondersi del Ramadan nella società provoca non direi tanto una risposta militante, quanto una presa di coscienza dei giovani di cultura cristiana che anche loro hanno una via su cui possono progredire spiritualmente. Inoltre gli influencer cattolici giocano un ruolo, vista l’età dei partecipanti. L’anno scorso, quando si stava già osservando un certo fermento, alcune ragazze sono venute nella mia parrocchia perché un’influencer l’aveva pubblicizzata sui social network. L’entusiasmo dei giovani credenti è contagioso. Non hanno più paura di invitare i loro amici a Messa, una libertà paradossale in un’epoca in cui non si parla più di Dio». Ancora: «I riti sono scomparsi nella nostra società, ma sono necessari e i giovani ne sentono il bisogno. Uscendo dalla chiesa, ho visto che conservavano sulla fronte la croce di cenere senza volerla cancellare. Cosa che i giovani non facevano così facilmente prima». «La cosa meravigliosa – aggiunge père De Sinety – è che tutto questo avviene nel momento in cui la Chiesa cattolica è minata da divisioni e scandali. In mezzo a tutto questo Dio ci coglie di sorpresa, sommergendoci di persone che vogliono diventare cristiane. È un invito a prendere coscienza che la missione della Chiesa è prima di tutto annunciare il Vangelo».

LA VERA SFIDA ALLE ELITE

di Ernesto Galli della Loggia| – Corriere della Sera – 11 marzo 2025

L’America e noi: da anni, tranne rare eccezioni (come questa…) sulla scena pubblica italiana il punto di vista conservatore non gode certo dello spazio riservato agli innovatori

Per noi europei fare i conti con Trump non significa solo renderci conto della frattura che egli ha creato nella politica estera americana e nei rapporti tra noi e gli Usa. Deve significare anche capire perché Trump ha vinto, perché una maggioranza di americani si è riconosciuta nel suo programma che ai loro occhi, alla fine, non consisteva altro che in un punto: contrastare l’orientamento progressista che negli ultimi due/tre decenni ha radicalmente mutato il volto ideologico-culturale della società americana e insieme delle nostre.

È dunque questo il cuore della sfida che la presidenza americana pone all’Europa: di natura culturale prima ancora e ben più che politica. Si tratta di una sfida rivolta soprattutto alle élite europee, in modo tutto particolare di questa parte occidentale dell’Europa. Una sfida ai valori, ai modelli, ai comportamenti accreditati, ai costumi, che in tutti questi anni quelle élite hanno alimentato e che si riassumono in una sola parola: nel loro «nuovismo» progressista.

Se n’è accorto in un’intervista a Repubblica anche una figura centrale di tale élite come Giuliano Amato, il quale sembra concludere che forse è venuto il momento di fare qualche passo indietro. Quello che è avvenuto nel corso degli ultimi decenni nello spirito pubblico dei Paesi del nostro continente è stato un mutamento che le élite europee, lungi dal cercare non dico di contrastare, ma perlomeno di correggere o mitigare, hanno viceversa più o meno sempre assecondato. In tal modo esse hanno abbandonato la difesa di valori e principi che avevano pur presieduto alla loro personale formazione e un tempo anche alla loro azione.

Parliamo del nostro Paese. Da molto tempo pressoché tutte le élite italiane – quelle intellettuali in primis e insieme a loro quelle del mondo dei mass media, del cinema, dell’informazione, immediatamente seguite anche da quelle del denaro, dell’industria, dalle élite dell’amministrazione pubblica e delle più varie organizzazioni sindacali – tali élite, dicevo, hanno abbracciato ogni novità. Hanno condiviso ogni rottura del costume, ogni adozione di idee nuove, ogni abiura delle tradizioni e dei valori ricevuti.

Che si trattasse della riproduzione della vita e dei modi della morte, dei caratteri della genitorialità o della morale sessuale, del significato della famiglia, della pace e della guerra, di trasformare ogni bisogno in un diritto, che si trattasse del rapporto con l’Unione europea e con le sue prescrizioni o della presenza nella Penisola degli immigrati, dell’organizzazione degli studi nella scuola e nell’università, o di mille altre cose, immancabilmente tutta l’Italia che contava, che agiva nella società, in specie tutta quella che aveva una forte immagine pubblica e il modo di farsi ascoltare dal Paese ha abbracciato il partito dell’«ideologicamente corretto» equivalente quasi sempre in un fiducioso impegno a favore del cambiamento e — quando andava bene — in un atteggiamento di supponente superiorità, se non di aggressiva ostilità, nei confronti di chi la pensava diversamente.

Da anni, non l’Italia della politica e dei partiti — la quale da questo punto di vista non conta nulla essendo priva di idee e quindi fungendo solo come eco di quelle altrui — ma l’Italia che in questo genere di faccende davvero conta, l’Italia dei libri e dei giornali, dello spettacolo, dei talk e della pubblicità, è schierata costantemente con chi pensa che si debba essere sempre «aperti» a ciò che rompe con l’esistente, a ciò che cambia le regole e manda in soffitta il passato. È l’Italia — puntualmente imitata dalle altre élite sociali — che crede che quanto è suggerito dalla novità dei tempi, ed è «liberal» e parla inglese sia sempre migliore e più conveniente di quanto esisteva ieri o parla italiano.

Ciò che è tipico di un Paese di così scarsa cultura liberale come il nostro, questa Italia che si vuole progressista ha da sempre l’abitudine di rifiutare ogni vero dibattito, ogni discussione, negando la dignità di interlocutore a chi non la pensa come lei, definendolo il più delle volte reazionario se non fascista, e restando tutta giuliva da sola a cullarsi nelle sue certezze. Da anni, tranne rare eccezioni (come questa…) sulla scena pubblica italiana il punto di vista conservatore non gode certo dello spazio riservato agli innovatori. Per non dire dell’ostracismo che da noi ha una qualunque voce religiosa che non sia pappagallescamente allineata.

Per molta parte delle classi popolari questa egemonia del nuovismo ha significato uno strappo doloroso con la propria identità, per mille ragioni ancora molto radicata nel passato. Tanto più in quanto si è trattato di uno strappo condannato al silenzio perché impossibilitato a fare sentire le proprie ragioni per discutibili o anche cattive che fossero. Drammaticamente decisivo in tale senso si è rivelato l’abbandono che da tempo la sinistra, Pd in testa, ha fatto della cultura popolare, la lontananza che i suoi quadri, tutti ormai di estrazione borghese, hanno verso l’antropologia, la sensibilità, la vita quotidiana e se si vuole anche i pregiudizi e le sordità degli strati più sfavoriti della popolazione. Una società senza élite è una società fintamente democratica. In realtà essa è pronta a cadere nelle mani del demagogo di turno e dell’incompetenza plebea. Ma le élite hanno l’obbligo assoluto di non chiudersi in se stesse: di restare cioè aperte a nuovi accessi, curando come loro primo dovere l’istruzione, e poi di ascoltare tutte le voci della società, non mettendo a tacere quelle che non gli piacciono. Se è vero, insomma che le società democratiche hanno bisogno delle élite, è anche vero che le sole élite accettabili sono quelle che curano esse prima di essere democratiche.

Non dimenticando che altrimenti il voto prima o poi le punirà: il voto a favore di chi si presenta come il castigamatti, come il vendicatore delle ragioni delle masse escluse dalle scelte unilaterali e arroganti delle élite, il rappresentante della gente comune vittima delle loro mode, dei loro tic ideologici, delle loro finte aperture. 

Trump ha scommesso sul futuro: che dopo gli Stati Uniti l’onda della protesta dal basso sommerga anche noi. Sta innanzi tutto alle élite europee stringersi ai propri popoli per far fallire i suoi piani.

PREGHIAMO PER IL PAPA

Papa Francesco: «Vivo un periodo di prova, ma Dio non mi abbandona. Anche negli ospedali segni luminosi di speranza»

di Ester Palma

Il testo dell’Angelus domenicale scritto dal Papa ancora ricoverato al Gemelli: «Mi unisco a tanti fratelli e sorelle malati: il nostro fisico è debole ma, anche così, niente può impedirci di amare, di pregare, di donare noi stessi»

«Sto affrontando un periodo di prova, e mi unisco a tanti fratelli e sorelle malati: fragili, in questo momento, come me. Il nostro fisico è debole
ma, anche così, niente può impedirci di amare, di pregare, di donare noi stessi, di essere l’uno per l’altro, nella fede, segni luminosi di speranza». Lo scrive il Papa nel testo dell’Angelus, inviato anche questa settimana in forma scritta essendo Francesco impossibilitato a pronunciarlo pubblicamente date le sue condizioni di salute. 

La «luce nei momenti di dolore»  e il cammino del Sinodo

Aggiunge il testo scritto dal Papa: «Quanta luce risplende, in questo senso, negli ospedali e nei luoghi di cura! Quanta attenzione amorevole rischiara le stanze, i corridoi, gli ambulatori, i posti dove si svolgono i servizi più umili! Perciò vorrei invitarvi, oggi, a dare con me lode al Signore, che mai ci abbandona e che nei momenti di dolore ci mette accanto persone che riflettono un raggio del suo amore». Il Papa ha poi invitato i fedeli a pregare  «per la Chiesa, chiamata a tradurre in scelte concrete il discernimento fatto nella recente Assemblea Sinodale. Ringrazio la Segreteria Generale del Sinodo, che nei prossimi tre anni accompagnerà le Chiese locali in questo impegno». Sabato la Santa Sede ha reso noto che Francesco lo scorso 11 marzo ha firmato un calendario di appuntamenti legati al Sinodo per i prossimi tre anni che culminerà ad ottobre 2028 con una Assemblea ecclesiale in Vaticano.

Il grazie ai bambini che pregano per lui: «Aspetto di incontrarvi»

Infine il Papa ha ringraziato i 300 bambini che in mattinata si sono radunati nel piazzale del Policlinico Gemelli per portargli  una «carezza simbolica», come dice padre Enzo Fortunato, presidente del Pontificio Comitato della Giornata Mondiale dei Bambini, organizzatore dell’iniziativa: coi piccoli che hanno portato rose bianche, le preferite di Francesco, disegni e  letterine, intonando cori di incoraggiamento per il Santo Padre: «Il Papa vi vuole bene e aspetta sempre di incontrarvi». 

Lo spirito di Quaresima negli anni del Giubileo

Corrispondenza Romana  1888

5 Marzo 2025 – di Roberto de Mattei

La maggior parte delle persone ignora o ha dimenticato che cosa è la Quaresima. Eppure il Catechismo Maggiore di san Pio X era molto chiaro, definendola «un tempo di digiuno e di penitenza istituito dalla Chiesa per tradizione apostolica». Nel paragrafo successivo san Pio X ne spiegava le finalità: «Per farci conoscere l’obbligo che abbiamo di far penitenza in tutto il tempo della nostra vita; per imitare in qualche maniera il rigoroso digiuno di quaranta giorni, che Gesù Cristo fece nel deserto; per prepararci col mezzo della penitenza a celebrare santamente la Pasqua» (n. 36). 

Spesso però per i buoni cattolici che non dimenticano la Quaresima, questa si riduce ad alcune pratiche ascetiche: digiuno, mortificazioni, elemosina, certamente lodevoli e da sempre raccomandate dalla Chiesa, ma non sufficienti a trasmetterci lo spirito della Quaresima, che è innanzitutto quello di distaccarci più profondamente dal peccato e abbracciare con maggior generosità la volontà di Dio.

Benedetto XVI, nel suo Messaggio per la Quaresima del 2009, ricorda che nelle prime pagine della Sacra Scrittura il Signore comanda all’uomo di astenersi dal consumare il frutto proibito: «Tu potrai mangiare di tutti gli alberi del giardino, ma dell’albero della conoscenza del bene e del male non devi mangiare perché, nel giorno in cui tu ne mangerai, certamente dovrai morire» (Gn 2, 16-17). Questa ingiunzione data da Dio ad Adamo è il primo precetto di astinenza dal cibo che l’uomo riceve. Commentando l’ingiunzione divina, san Basilio scrive che «il ‘non devi mangiare’ è, dunque, la legge del digiuno e dell’astinenza» (Sermo de jejunio: PG 31, 163, 98). Se pertanto Adamo disobbedì al comando del Signore «di non mangiare del frutto dell’albero della conoscenza del bene e del male, con il digiuno – osserva ancora Benedetto XVI – il credente intende sottomettersi umilmente a Dio, confidando nella sua bontà e misericordia» (Messaggio dell’11 dicembre 2008).

Lo spirito di penitenza si manifesta, prima di ogni altra pratica, nello sforzo di uniformarsi alla volontà di Dio in ogni momento, anche doloroso e umiliante della nostra vita. Il 26 marzo 1950, in occasione della Quaresima del Grande Anno Santo, Pio XII, così si rivolgeva ai fedeli: «Saper sopportare la vita! È la prima penitenza di ogni cristiano, la prima condizione e il primo mezzo di santità e di santificazione. Con quella rassegnazione docile che è propria di chi crede in un Dio giusto e buono, ed in Gesù Cristo maestro e guida dei cuori, abbracciate con coraggio la spesso dura croce quotidiana. A portarla con Gesù il suo peso diventa lieve». 

Lo sforzo di unire la nostra volontà con la volontà di Dio precede ogni pratica ascetica. Per questo Gesù mette in luce la ragione profonda del digiuno, stigmatizzando l’atteggiamento dei farisei, i quali osservavano con scrupolo le prescrizioni rituali imposte dalla legge, ma il loro cuore era lontano da Dio. Il vero digiuno, spiega il divino Maestro, è piuttosto compiere la volontà del Padre celeste, il quale «vede nel segreto, e ti ricompenserà» (Mt 6, 18). Egli stesso ne dà l’esempio rispondendo a satana, al termine dei 40 giorni passati nel deserto, che «non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio» (Mt 4, 4). «Il vero digiuno – conclude Benedetto XVI – è dunque finalizzato a mangiare il “vero cibo”, che è fare la volontà del Padre» (cfr. Gv 4, 34).

Chi ama la volontà del Padre detesta il peccato, che è la violazione della legge divina. E allora, in questo tempo di Quaresima del Giubileo del 2025, come non fare proprie le parole che Pio XII rivolgeva ai fedeli di tutto il mondo per prepararli alla Quaresima nel Giubileo del 1950: «Misurate, se vi regge l’occhio e lo spirito, con l’umiltà di chi forse deve riconoscersene in parte responsabile, il numero, la gravità, la frequenza dei peccati nel mondo. Opera propria dell’uomo, il peccato ammorba la terra e deturpa come macchia immonda l’opera di Dio. Pensate alle innumerevoli colpe private e pubbliche, nascoste e palesi; ai peccati contro Dio e la sua Chiesa; contro sé stessi, nell’anima e nel corpo; contro il prossimo, particolarmente contro le più umili e indifese creature; ai peccati infine contro la famiglia e la umana società. Alcuni di essi sono tanto inauditi ed efferati, che sono occorse nuove parole per indicarli. Pesate la loro gravità: di quelli commessi per mera leggerezza e di quelli scientemente premeditati e freddamente perpetrati, di quelli che rovinano una sola vita o che invece si moltiplicano in catene d’iniquità fino a divenire scelleratezze di secoli o delitti contro intere nazioni. Confrontate, alla luce penetrante della fede, questo immenso cumulo di bassezze e di viltà con la fulgida santità di Dio, con la nobiltà del fine per cui l’uomo è stato creato, con gl’ideali cristiani, per cui il Redentore ha patito dolori e morte; e poi dite se la divina giustizia possa ancora tollerare tale deformazione della sua immagine e dei suoi disegni, tanto abuso dei suoi doni, tanto disprezzo della sua volontà, e soprattutto tanto ludibrio del sangue innocente del suo Figliuolo.

Vicario di quel Gesù, che ha versato fin l’ultima goccia del suo sangue per riconciliare gli uomini col Padre celeste, Capo visibile di quella Chiesa che è il suo Corpo mistico per la salvezza e la santificazione delle anime, Noi vi esortiamo a sentimenti e ad opere di penitenza, affinché si compia da voi e da tutti i Nostri figli e figlie sparsi per il mondo intero il primo passo verso la effettiva riabilitazione morale della umanità. Con tutto l’ardore del Nostro cuore paterno vi domandiamo il sincero pentimento delle colpe passate, la piena detestazione del peccato, il fermo proposito di ravvedimento; vi scongiuriamo di assicurarvi il perdono divino mediante il sacramento della confessione e il testamento di amore del Redentore divino; vi supplichiamo infine di alleggerire il debito delle pene temporali dovute alle vostre colpe con le multiformi opere di soddisfazione: preghiere, elemosine, digiuni, mortificazioni, di cui offre facile opportunità ed invito il volgente Anno Santo».

L’avvertimento di un sacerdote americano a Trump riguardo all’Ucraina

Corrispondenza Romana 1888

 5 Marzo 2025 ore 12:58

di Fr. Jason Charron

Riportiamo con una nostra traduzione l’articolo di don Jason Charron pubblicato su Crisis Magazine il 24 febbraio 2025.

Il giorno dell’attentato al presidente Trump, il 13 luglio 2024, sono stato il sacerdote che lo ha incontrato, ha parlato con lui e ha pregato per lui. In quel momento privato, ero davanti ad un uomo che parlava con convinzione della lotta per la giustizia per il popolo ucraino da lungo tempo sofferente, in particolare per quanto riguarda la sovranità dell’Ucraina e la necessità di resistere alla tirannia con forza. Le sue parole riflettevano quindi una chiara visione morale che io, così come tanti altri, abbiamo trovato abbastanza convincente da sostenere. Quel giorno, eventi inspiegabili sembravano solo confermare il favore della Provvidenza.

Tuttavia, i commenti del presidente Trump sull’Ucraina del 18 e 19 febbraio hanno dimostrato che il nostro presidente è fin troppo umano, come il re Ozia prima di lui. «Quando la mano del cielo solleva un uomo in alto, che egli non guardi il cielo, affinché non inciampi sulla terra sottostante». Quando le fortune di Ozia si rivoltarono contro di lui a causa degli effetti del suo stesso orgoglio, toccò ai sacerdoti avvertirlo: «Non è giusto che tu, Ozia, bruci l’incenso al Signore…» (2 Cronache 26:18). Come sacerdote, dico al presidente Trump: “non è giusto che tu menta davanti a Dio e agli uomini”.

Col passare del tempo, è diventato chiaro che la posizione di Trump sull’Ucraina è cambiata in modi che, in coscienza, non posso più ignorare. Ciò che una volta condannava, ora lo scusa; dove una volta era fermo, ora vacilla. Questo cambiamento mi ha portato a ritirare il mio sostegno nei suoi confronti, non per convenienza politica ma per fedeltà a Cristo, che rappresento: Colui che è l’incarnazione della giustizia, della verità e del bene. La mia decisione si basa su quattro ragioni principali.

San Tommaso d’Aquino, nella sua Summa Theologiae e nel De Regno, espone una visione di leadership politica radicata nella giustizia, nel bene comune e nella legge morale. Il Santo sostiene che i governanti devono governare secondo la legge divina e naturale, cercando il benessere di tutte le persone, non solo della propria nazione. Condanna fermamente la tirannia, che definisce come governo diretto verso interessi privati ​​piuttosto che verso il bene comune.

Se Tommaso si rivolgesse oggi a qualcuno che è indeciso se sostenere un politico che, all’interno del Paese, porta avanti politiche positive di carattere pro-life ma che tuttavia facilita il genocidio all’estero assecondando e accontentando eccessivamente un despota assetato di sangue, il Dottore Angelico probabilmente farebbe diverse osservazioni:

1. L’unità della virtù – Tommaso d’Aquino rifiuterebbe a priori l’idea che un leader possa essere veramente pro-life mentre allo stesso tempo, e consapevolmente, facilita un patto il cui risultato è la distruzione di vite innocenti su larga scala. Egli sottolinea che giustizia e virtù devono essere coerenti in tutte le aree di governo. Un governante non può essere buono in una sfera mentre è gravemente ingiusto in un’altra.

2. Il bene comune è universale – Tommaso d’Aquino non vede i confini nazionali come una scusa per l’equivoco morale. Egli sostiene che i governanti hanno il dovere di fare giustizia non solo per i propri cittadini, ma per tutta l’umanità. Se un leader sostiene o consente il genocidio, viola fondamentalmente l’ordine morale.

3. Legittimità e tirannia – nel De Regno, Tommaso sostiene che un sovrano che governa ingiustamente è un tiranno ed è, in un certo senso, illegittimo. Se la politica estera di un leader porta a massacri di massa, quel leader può rientrare nella categoria dei tiranni, anche se attua buone politiche a livello nazionale.

4. Responsabilità morale dei sostenitori – Tommaso d’Aquino sostiene che le persone sono moralmente responsabili delle azioni dei loro governanti, soprattutto se sostengono consapevolmente un male grave. Probabilmente chiederebbe a tali sostenitori di ritirare il loro sostegno. In caso contrario, condividerebbero la colpa di politiche ingiuste.

Alla luce di queste considerazioni, una coscienza formata e moralmente attenta non può ignorare le recenti trasgressioni del Presidente Trump contro la giustizia, la verità e il bene.

La sua sfacciata bugia secondo cui l’Ucraina ha iniziato la guerra contro la Russia nel 2022 è un atto di violenza contro la verità stessa, un ribaltamento spudorato della realtà. La sua affermazione disdicevole con cui ha definito Zelensky un dittatore perché è stato in carica oltre i limiti del mandato nel bel mezzo della legge marziale (in conformità con la Costituzione dell’Ucraina) è un’offesa alla ragione, soprattutto se si considera l’insolito silenzio di Trump nei confronti della dittatura di Putin durata venticinque anni in una Russia nuclearizzata.

Il Presidente è capo di una nazione e si trova in una posizione unica per assicurare giustizia e pace. È dunque un peccato contro la giustizia accordare inspiegabilmente allo Stato aggressore importanti concessioni prima dei negoziati. Questa è una grave offesa alla giustizia nei confronti della parte lesa, l’Ucraina; la cui sovranità e integrità territoriale ci siamo impegnati a difendere quando abbiamo chiesto loro di consegnare le loro armi nucleari alla Russia nel 1994. Tutto questo senza alcuna garanzia di risarcimento per le centinaia di migliaia di vite innocenti perse, per i 19.500 bambini rapiti, per le orde di mutilati in modo permanente, per le case perdute, le terre distrutte, i pastori torturati e per le povere donne violentate.

Quanto sopra rientra chiaramente nella categoria di governo ingiusto. Se questo si traduce in una vera e propria politica estera che facilita l’annientamento dell’intera nazione ucraina, come articolato da Putin, Sergeytsev e Medvedev, allora un tale leader potrebbe benissimo rientrare nella categoria di un tiranno, secondo la definizione di Tommaso d’Aquino. Questa designazione rimane valida, anche se detto sovrano dovesse emanare buone politiche a livello nazionale, come limitare per legge gravi mali morali come il transgenderismo, l’aborto e la propaganda omosessuale.

Esorto i miei confratelli cattolici a pregare per il presidente Trump, opponendoci a qualsiasi gesto che appaghi i tiranni. Dobbiamo farlo finché non si dimostrerà incrollabile nel resistere alla vera tirannia e nel sostenere la giustizia, la verità e il bene. La nostra fede ci chiama a difendere il bene comune, chiedendo conto ai leader quando si allontanano dalla chiarezza morale. Non siamo semplicemente contro la sinistra senza Dio che ha eroso le nostre istituzioni: sosteniamo i nostri alleati e li amiamo abbastanza da chiamarli a uno standard divino.

In sintesi, san Tommaso d’Aquino sosterrebbe che un leader non può essere selettivamente morale; e dare il proprio appoggio ad un leader unicamente in virtù di una determinata politica ignorando gravi ingiustizie in altri settori non è moralmente giustificabile. Per lui, la vera leadership pro-life deve essere coerente, valorizzando ogni vita umana, dal concepimento a Kiev.

La telefonata a Trump e l’idea del tavolo Ue-Usa sotto un ombrello Nato. Il piano di Meloni (che ai vice chiede unità)

di Adriana Logroscino- Correre della Sera – 2 Marzo 2025

Prima del summit, il faccia a faccia con il britannico Starmer

Difficile e sicuramente non comoda, la posizione di Giorgia Meloni attesa oggi a Londra. Ieri la premier ha sentito al telefono il presidente Usa Donald Trump, anche in vista dell’incontro che avrà oggi con il presidente ucraino Volodymyr Zelensky: in programma, infatti, ci sono il bilaterale con il primo ministro Keir Starmer, annunciato da tempo per parlare anche di contrasto all’immigrazione irregolare, trapela da Palazzo Chigi, e poi per il summit largo, 18 Paesi più i vertici di Ue e Nato, sull’Ucraina. E la premier intende scommettere sullo spazio stretto e alternativo che prova a occupare: promuovere il tavolo comune con gli Stati Uniti, magari, ipotizzano nel governo, sotto l’ombrello della Nato, «la cornice migliore» per fornire a Kiev le garanzie di sicurezza che Zelensky invoca. Questa sarà la sua proposta perché, come ha osservato nella sua nota di due giorni fa «ogni divisione dell’Occidente ci rende tutti più deboli».

Per perseguire l’obiettivo dell’unità, però, serve «equilibrio», una parola d’ordine che Meloni ha trasferito nei colloqui che ha avuto ieri con i due vicepremier. Equilibrio tra la fedeltà alla linea della compattezza europea e l’ambizione di ritagliare per l’Italia un ruolo centrale nel rapporto con gli Stati Uniti. Attraverso quella capacità, che Meloni si riconosce, di «saper prendere» Trump, ma anche convincendo Zelensky a ricucire.

Un compito impegnativo sul fronte internazionale ma che si complica ulteriormente se su quello interno non si marcia uniti. Con Antonio Tajani, con il quale Meloni si è confrontata anche ieri, linea e strategia sono condivise. Le sortite pro Trump, senza se e senza ma, di Matteo Salvini, invece, le creano delle difficoltà. Ieri infatti la premier avrebbe nuovamente invitato il leghista ad ammorbidire toni e frequenza delle dichiarazioni.

La linea deve essere quella con cui Meloni ha tentato di rilanciare l’altra sera, alcune ore dopo la rottura tra Trump e Zelensky in diretta tv dalla Casa Bianca: «Un immediato vertice tra Stati Uniti, Stati europei e alleati per parlare in modo franco di come intendiamo affrontare le grandi sfide di oggi, a partire dall’Ucraina». 

La proposta sarà inevitabilmente sviluppata dalla premier al vertice di oggi: bisogna tenere tutti allo stesso tavolo, spiegava ieri ai suoi. Un disegno che i vertici come quello di Parigi il 17 febbraio, e questo sequel di Londra oggi, potrebbero non favorire se esacerbassero le contrapposizioni. Se fare a meno degli Stati Uniti non si può, il senso del suo ragionamento, irrigidire troppo la posizione non conviene.

Qualcosa in chiaro sulla strada che deve imboccare l’Europa, la dice il viceministro degli Esteri, di Fratelli d’Italia, Edmondo Cirielli: «Deve fare molta diplomazia per non perdere un alleato storico. Ci vogliono realismo e umiltà». Una chiamata che suona rivolta anche a Zelensky: «Bisogna essere in linea di principio d’accordo con l’Ucraina — continua Cirielli — ma neutrali nella polemica tra Trump e Zelensky».

In ogni caso, perché si possa realmente definire la strategia, occorre preparare la strada. E sebbene le voci non siano confermate, non si possono escludere contatti telefonici (forse imminenti) con Trump. Intanto Meloni oggi ascolterà la prospettiva che offrirà al tavolo a Lancaster house, Starmer. Secondo quel che filtra da Palazzo Chigi, ci si aspetta più concretezza rispetto a quanto emerso dal vertice di Parigi: per esempio una concreta pianificazione del sostegno militare all’Ucraina. Meloni certamente ribadirà le sue fortissime perplessità circa l’ipotesi di un invio di truppe di peacekeeping europee, lanciata da Emmanuel Macron e appoggiata dal Regno Unito. Per Palazzo Chigi configurerebbe uno scenario estremamente rischioso. La cornice migliore per il governo italiano, resta l’alleanza atlantica.

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