"VI SUPPLICO: CONVERTITEVI!" (REGINA DELLA PACE-MEDJUGORJE)

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Il Papa ai giovani: non “stelle per un giorno” ma testimoni dell’amore di Dio

Accuse, consensi e verità. Su queste tre parole riflette Francesco, in occasione della Giornata Mondiale della Gioventù, spronando i ragazzi a non ragionare secondo la logica del mondo ma secondo la verità di Cristo. “La storia – afferma – non la fanno i violenti, i prepotenti, gli orgogliosi”, Dio lascia liberi e non smette mai di amarci. Al termine della Messa il passaggio di consegne dai giovani portoghesi ai coreani per la prossima Gmg di Seoul nel 2027

Benedetta Capelli – Città del Vaticano

Nelle mani dei giovani coreani che prendono la croce della Gmg, al termine della Messa nella Solennità di Nostro Signore Gesù Cristo Re dell’Universo, da quelle dei ragazzi portoghesi c’è molto di più che un semplice passaggio di consegne. Ad accompagnare il momento l’icona della Madonna Salus Popoli Romani, a cui Papa Francesco è devoto. È infatti a Gesù e alla protezione della Vergine che vengono affidate le speranze, i timori e le gioie di tanti giovani in cammino verso Seoul 2027.

Teniamo gli occhi fissi su Gesù, sulla sua Croce, e su Maria, nostra Madre: così, anche nelle difficoltà, troveremo la forza di andare avanti, senza temere le accuse, senza bisogno dei consensi, con la propria dignità, con la propria sicurezza di essere salvati e di essere accompagnati dalla mamma, Maria, senza fare dei compromessi, senza maquillage spirituale. La vostra dignità non ha bisogno di essere truccata. Andiamo avanti, contenti di essere per tutti, di essere nell’amore, e essere testimoni della verità. E per favore, non perdere la gioia.

Le domande difficili

Ci sono poi le parole del Papa che, in un’omelia di padre, si fa interprete delle domande che albergano nel cuore di tanti e a cui sembra impossibile dare risposta. Parla “delle guerre, delle violenze, dei disastri ecologici”, di un futuro incerto fatto di lavori precari, di “divisioni e disparità che polarizzano la società”.  

Nessuna paura delle condanne

Si sofferma così su tre parole – le accuse, i consensi e la verità – che “possono aiutarci – spiega il Papa – a procedere con coraggio nel nostro cammino, attraverso le sfide che incontriamo”. Partendo dalle accuse che vengono mosse a Gesù, Francesco ricorda che Pilato non vuole turbamenti nella “pace militarizzata” del suo distretto e quindi accontenta gli accusatori del Messia. Attraverso questo episodio, il Papa invita i giovani a non aver paura se messi “sotto accusa” perché seguono Gesù, a non sentirsi sbagliati, a non omologarsi perché prima o poi le accuse cadranno e si riveleranno per quelle che sono, “illusioni”.

Ciò che resta, come Cristo ci insegna, è altro: sono le opere dell’amore. Questo è ciò che rimane e che rende bella la vita! Il resto non conta. L’amore concreto nelle opere. Perciò, vi ripeto: non abbiate paura delle “condanne” del mondo. Continuate ad amare! Ma ad amare alla luce del Signore, a dare la vita per aiutare gli altri.

La gratuità dell’amore che salva

La seconda parola è “consenso”.  Gesù dice che il suo regno non è di questo mondo, rifiutando così ogni logica di potere e così i giovani di oggi possono fare, non lasciandosi “contagiare dalla smania di essere visti, approvati e lodati”, lontani dalla ricerca affannosa dell’approvazione altrui che porta a “sgomitare competere, fingere, scendere a compromessi, svendere i propri ideali” e la propria dignità. “Dio vi ama così come siete, non come apparite” è infatti la gratuità dell’amore che rende felici e salva, un amore che è libertà “in armonia – dice il Papa –  con la vostra dignità”.

Non truccatevi l’anima, non truccatevi il cuore; siate come siete: sinceri, trasparenti. Non siate “stelle per un giorno” sui social o qualsiasi altro contesto.  Il cielo in cui siete chiamati a brillare è più grande: è il cielo dell’amore, è il cielo di Dio.

Il cielo di piccole luci

Francesco ricorda che il cielo di Dio è fatto di “piccole luci” che rendono forti, è “un firmamento vero in cui splendere come astri nel mondo”, riflesso di un amore che “non si compra, è gratuito, è donazione di sé stesso”.

Queste piccole luci: affetto fedele degli sposi – cosa bella -, la gioia innocente dei bambini – è una bella gioia questa! -; l’entusiasmo dei giovani, siate entusiasti tutti voi; la cura degli anziani. Una domanda: voi avete cura degli anziani? Andate a trovare i nonni? Siete generosi nella vostra vita e caritatevoli verso i poveri nell’onestà del lavoro.

La grande menzogna dell’io

La verità, l’ultima parola, passa dall’amore per Dio e i fratelli. Ci libera infatti dalla prigionia dell’io, “radice di ogni ingiustizia e infelicità”, e ci fa fiorire nella “piena dignità”. Ricordando il futuro santo Pier Giorgio Frassati e l’invito a non vivacchiare, Francesco esorta a “testimoniare la verità nella carità, amandoci come Gesù ci ha amato”.

Non è vero, come alcuni pensano, che gli eventi del mondo sono “sfuggiti” dalle mani di Dio. Non è vero che la storia la fanno i violenti, i prepotenti, gli orgogliosi. Molti mali che ci affliggono sono opera dell’uomo, inganno dal Maligno, ma tutto è sottoposto, alla fine, al giudizio di Dio.

Al cospetto di Dio

Francesco sfiora l’attualità di oggi, fatta di conflitti e violenze. Ricorda che Dio ci lascia liberi di scegliere, che non ci lascia soli e non smette mai di amarci e risollevarci.

Quelli che distruggono la gente, che fanno le guerre, come avranno la faccia quando si presenteranno davanti al Signore? “Perché hai fatto quella guerra? Perché hai ucciso?”. E loro, cosa risponderanno? Pensiamo a questo. Anche a noi, noi non facciamo la guerra, noi non uccidiamo, ma ho fatto questo, questo, questo, … Quando il Signore ci dirà: “Ma perché hai fatto questo? Perché sei stato ingiusto in questo? Perché hai speso questi soldi nella tua vanità?”. Anche a noi il Signore ci domanderà queste cose.

Maria accanto alla Croce

Infine ricordando il passaggio della croce e dell’immagine di Maria Salus Popoli Romani dai portoghesi ai coreani. Il Papa esorta a guardare a Gesù e a Maria, la madre.

Voi giovani coreani riceverete la Croce, il Signore, la Croce di vita, il segnale di vittoria, ma non da sola. La riceverete con la mamma. È Maria ad accompagnarci sempre verso Gesù; è Maria che nei momenti difficili è accanto alla Croce nostra per aiutarci, perché Lei è Madre, Lei è mamma. È la nostra mamma. Pensate a Maria.

La certezza dell’amore invincibile di Dio

Poco prima del passaggio della Croce e dell’icona di Maria, simboli che “vennero affidati ai giovani da San Giovanni Paolo II perché li portassero in tutto il mondo”, Francesco ha rivolto un pensiero ai ragazzi anche alle vittime delle guerre: 

E voi, cari giovani coreani, adesso tocca a voi! Portando la Croce in Asia voi annuncerete a tutti l’amore di Cristo. Abbiate coraggio! Abbiate il coraggio di testimoniare la speranza di cui abbiamo più che mai bisogno oggi. Là, dove passeranno questi simboli, possano crescere la certezza dell’amore invincibile di Dio e la fratellanza tra i popoli. E per tutti i giovani vittime dei conflitti e delle guerre, la Croce del Signore e l’icona di Maria Santissima, siano sostegno e consolazione.

SOLENNITA’ DI CRISTO RE DELL’UNIVERSO

«Allora Pilato gli disse: Dunque tu sei re? Rispose Gesù: Tu lo dici. Io sono re» (Gv 18, 37). La risposta che Nostro Signore diede a Pilato risuona oggi nella solennità di Cristo Re dell’Universo, introdotta da Pio XI con l’enciclica Quas Primas dell’11 dicembre 1925 per ricordare la regalità di Dio Figlio sulla storia e porre rimedio a un male che già allora affliggeva la società: il laicismo. «Ora, se comandiamo che Cristo Re venga venerato da tutti i cattolici del mondo, con ciò Noi provvederemo alle necessità dei tempi presenti, apportando un rimedio efficacissimo a quella peste che pervade l’umana società», scriveva papa Ratti, esplicitando subito dopo: «La peste dell’età nostra è il così detto laicismo coi suoi errori e i suoi empi incentivi».

Era l’epoca in cui sorgevano i totalitarismi atei (il comunismo) e neopagani (il nazismo), responsabili insieme di oltre cento milioni di morti e miranti a eliminare il cristianesimo. In Messico, nello stesso frangente storico, si consumava la tragedia dei cristeros perseguitati dal governo massonico.

All’espulsione di Dio dalla sfera pubblica si era arrivati gradualmente, sull’onda dell’Illuminismo ispiratore della Rivoluzione francese e di altre ideologie (che oggi continuano a proliferare, magari trasformate). Il loro elemento comune era la pretesa di poter fare a meno di Cristo. Consapevole delle radici del laicismo, Pio XI ricordava lucidamente che «tale empietà non maturò in un solo giorno ma da gran tempo covava nelle viscere della società. Infatti si cominciò a negare l’impero di Cristo su tutte le genti; si negò alla Chiesa il diritto – che scaturisce dal diritto di Gesù Cristo – di ammaestrare, cioè, le genti, di far leggi, di governare i popoli per condurli all’eterna felicità. E a poco a poco la religione cristiana fu uguagliata con altre religioni false […]; quindi la si sottomise al potere civile e fu lasciata quasi all’arbitrio dei principi e dei magistrati».

La solennità di Cristo Re viene celebrata l’ultima domenica dell’anno liturgico nella forma ordinaria del Rito Romano. La sua istituzione aveva ricevuto un grande impulso già nel 1899, quando Leone XIII, con l’enciclica Annum Sacrum, stabilì la consacrazione dell’umanità al Sacro Cuore di Gesù, e fu presentata una petizione di 49 vescovi per istituire una festa liturgica. A riprova di quanto fosse sentita nel popolo di Dio l’urgenza di onorare la regalità di Cristo, una seconda supplica fu presentata a Pio XI all’inizio del suo pontificato. La terza e definitiva petizione venne sottoscritta da 340 tra cardinali, vescovi e superiori generali, sostenuta da 200 congregazioni e ordini religiosi, 12 università cattoliche e centinaia di migliaia di fedeli in tutto il mondo.

Era un popolo cosciente che solo riconoscendo i diritti regali di Cristo, principio e fine ultimo di tutte le cose, può edificarsi non solo il cuore dell’uomo ma l’intera società. La quale è chiamata a obbedire innanzitutto alla legge del suo Creatore se vuole che in essa regnino giustizia e vera pace. Il venir meno del principio di autorità, spiegava Pio XI, nasce proprio dall’aver allontanato il Redentore «dalle leggi e dalla società […]. Dal che è derivato un generale turbamento della società». Da un lato, il pontefice rimarcava che siamo in attesa del Regno dei Cieli, dove entreranno gli uomini che nella penitenza e nell’accettazione della croce faranno la volontà di Dio («Questo Regno è opposto unicamente al regno di Satana»). Dall’altro, affermava che «sbaglierebbe gravemente chi togliesse a Cristo Uomo il potere su tutte le cose temporali» e ammoniva le nazioni sul dovere di venerare pubblicamente Cristo, perché «è Lui solo l’autore della prosperità e della vera felicità sia per i singoli sia per gli Stati»

Ermes Dovico – la Nuova Bussola

L’improbabile fine della guerra della Russia

di Stefano Caprio – 24 Novembre 2025

Si moltiplicano proposte e ipotesi sulla conclusione del conflitto. ma per Putin le possibili trattative con Trump sarebbero soltanto una fase intermedia di un processo da proseguire. Mentre per gli ucraini la situazione si fa sempre più drammatica non solo per le incertezze degli aiuti occidentali ma anche per la sempre minore partecipazione dei cittadini alle azioni di difesa.

Dopo l’elezione di Donald Trump a presidente degli Stati Uniti, l’evento che ha concluso per quest’anno la “guerra mondiale elettorale”, una delle varianti della guerra ibrida della politica e della propaganda, ora si moltiplicano le proposte e le ipotesi sulla conclusione della guerra sul campo dell’Ucraina e della Russia. Quanto Vladimir Putin sia disposto ad accettare una soluzione attraverso trattative di pace, o al contrario portando gli scontri a un livello sempre più elevato e distruttivo, è materia di non facile comprensione nel corso degli eventi degli ultimi giorni.

L’uso delle armi americane a lunga gittata da parte degli ucraini ha provocato l’approvazione della “nuova dottrina sulle armi nucleari” da parte di Putin, una dottrina che si può condensare in una sola frase: “faremo fuori tutti gli ucraini e i loro alleati”, rafforzata dalla dimostrazione con un “missile ipersonico” lanciato sulla città di Dnipro, uno dei giocattoli preferiti dello zar, anche se privo della testata nucleare.

Si capisce bene quanto queste minacce rimangano nell’ambito della retorica bellica, mentre da inizio novembre Putin non mette più fuori il naso dal suo bunker. Il Cremlino ripete di essere pronto a iniziare le trattative a condizione che gli ucraini lascino i territori occupati nella regione di Kursk, mentre Zelenskyj ripete che proprio l’attacco a Kursk è la garanzia dell’inizio delle trattative, che entrambe le parti intendono condurre da una “posizione di forza”.

In effetti dopo l’attacco a sorpresa in territorio russo, la controffensiva di Putin è stata molto decisa e violenta, con l’aiuto del battaglione Akhmat dei volontari ceceni e l’arrivo di migliaia di soldati dalla Corea del nord. Eppure, nonostante tre impetuose ondate di assalti agli ucraini, i russi non sono ancora riusciti a riconquistare del tutto la regione di Kursk, dove le forze ucraine controllano ancora un’area di circa 600 chilometri quadrati, e mentre prima Putin pretendeva la consegna dell’intero territorio delle regioni occupate in Ucraina di Kherson e Zaporižja, ora ripete che le trattative inizieranno solo con la liberazione di Kursk. D’altra parte, da Mosca si intensificano gli attacchi missilistici anche con gli Shahed iraniani contro le principali città dell’Ucraina, a Kiev, Kharkov e Odessa, quindi la pace sembra ogni giorno meno probabile.

L’offensiva continua a pieno regime anche nel Donbass, con l’esercito russo a un passo dalla conquista dell’ennesimo “punto strategico” di Kurakhovo, che darebbe accesso a una delle città più importante della regione di Donetsk ancora dalla parte ucraina, quella di Pokrovsk. Fino al 2016 questo capoluogo di provincia si chiamava Krasnoarmijsk, in onore dell’Armata Rossa, come i russi vorrebbero che tornasse a essere nominata dopo la “liberazione”.

Da qui le armate di Mosca potrebbero cercare di sfondare anche in un’altra regione ucraina, quella di Dnepropetrovsk, rilanciando il progetto di “de-nazificare” e conquistare l’intera Malorossija, con grandi entusiasmi di tutti i propagandisti russi che parlano dell’ormai inevitabile crollo dell’Ucraina, che verrà abbandonata anche dagli alleati occidentali.

La situazione per gli ucraini diventa sempre più drammatica non solo per le incertezze degli aiuti occidentali e l’incognita delle scelte future di Trump, ma anche per la sempre minore partecipazione dei cittadini alle azioni di difesa, con quasi diecimila diserzioni di soldati fuggiti dal campo di battaglia negli ultimi mesi. Il giornalista ucraino Vladimir Bojko parla di 93.500 persone sotto inchiesta per diserzione dall’inizio dell’invasione russa nel 2022. L’industria bellica russa è stata riorganizzata negli ultimi sei mesi, da quando a guidare il ministero della difesa è stato messo l’economista Andrej Belousov, e si calcola che nel prossimo anno Mosca sarà in grado di produrre il 30% in più di munizioni d’artiglieria rispetto a tutti i Paesi della Ue messi insieme, come ha ricordato anche il ministro degli esteri ucraino Andrej Sibiga nel recente incontro a Kiev con Joseph Borrel.

La fine della guerra, nelle intenzioni di Putin, può essere solo la fine dell’Ucraina, e le possibili trattative con Trump sarebbero soltanto una fase intermedia di un processo da proseguire in seguito, anche senza prevedere una conclusione, come “guerra perpetua” verso l’intero Occidente.

 In questo gioca un fattore molto importante proprio la direzione del settore della difesa da parte del ministro “ortodosso-patriottico” Belousov, che è subentrato all’eterno Sergej Šojgu, al governo dai tempi di Eltsin e oggi segretario del Consiglio di sicurezza, mentre tutti i suoi sodali del ministero da lui retto per un ventennio sono oggi in prigione per corruzione e malversazioni varie.

Belousov in realtà si occupava di questioni militari fin dall’inizio dell’invasione in Ucraina, quando era vice-premier per l’economia e conduceva stress-test per capire come contrastare le inevitabili sanzioni occidentali, cercando di orientare l’economia russa in una direzione bellica globale. Anche prima, fin dal 2013 come documenta il centro Dossier, si occupava di “diverse questioni legate agli armamenti in linea amministrativa”, e assisteva le operazioni della compagnia Wagner di Evgenij Prigožin. Ora il ministro viene accostato a figure storiche come il generalissimo Aleksandr Suvorov, che aprì la strada alla vittoria russa contro Napoleone, o in alternativa al primo ministro degli inizi del Novecento Petr Stolypin, colui che indicò la strada delle “riforme patriottiche” anche a Mussolini e Hitler, e perfino all’eroe americano della resistenza a ogni potere John Rambo, fino a meritarsi la nomea russificata di Rambovič.

Il nuovo ministro ha operato il grande “repulisti” del ministero russo della difesa a partire dall’arresto ad aprile dell’ex-vice ministro, Timur Ivanov, aprendo un’indagine che ha già coinvolto più di una ventina di funzionari di massimo livello. Al loro posto ha nominato figure piuttosto impreviste per il settore della difesa, provenienti per lo più da varie strutture dell’amministrazione statale, e sistemando come segretaria generale del ministero la nipote di Putin, Anna Tsivileva, esponente privilegiata della classe dei grandi oligarchi russi. Tsivileva guida dal 2023 anche la fondazione dei “Difensori della Patria”, creata su indicazione dello zio-zar Putin per sostenere i partecipanti alla operazione militare speciale in Ucraina.

Dallo scorso giugno Belousov ha cominciato a mostrarsi in uniforme militare alle riunioni del Comitato di sicurezza, con somiglianza affettata a quella dei generali, e il Cremlino ha dovuto chiarire che “il grado civile del consigliere statale di prima classe viene equiparato a quello dei generali dell’esercito”.

Uno dei paradossi della guerra è che il ministro ha diversi parenti che vivono a Kiev, dove è sepolto un suo zio, il generale dell’esercito ucraino Aleksandr Belousov. Tra i parenti russo-ucraini non c’è comunicazione, se non per le bombe che la Russia continua a gettare sulle case dei parenti del proprio ministro della difesa. Del resto, anche il capo di Stato maggiore dell’esercito ucraino, Aleksandr Syrskij, ha tutta la sua parentela in Russia nella città di Vladimir, che per ora non è stata toccata da bombe ucraine. Pare che il ministero russo della Difesa stia preparando un piano per la suddivisione dei territori dell’Ucraina entro il 2045, con un parte russa, una filo-russa e una “in bilico”.

Ora la Duma di Mosca ha approvato il bilancio preventivo per gli anni 2025-2027, aumentando ulteriormente le spese per la guerra, che già superano il 40% (oltre 120 miliardi di dollari), e soprattutto raddoppiando i fondi destinati ai “Difensori della Patria” della Tsivileva, per coprire tutte le necessità dei soldati al fronte e delle loro famiglie, e anche dei veterani che tornano a casa per diventare le nuove guide del Paese, da istruire per ricoprire ruoli dirigenziali nelle amministrazione regionali e federali. Non importa che i prezzi dei generi alimentari aumentino del 20%, i servizi comunali del 10%, la benzina del 5%; crescono i prelievi fiscali sugli utili, per le piccole e medie aziende, per l’estrazione del gas, del petrolio e del carbone, sugli alcolici, sulle sigarette e le bevande zuccherate.

Un terzo di tutto il bilancio della Russia è sempre affidato all’esportazione di gas e petrolio, vendendo quest’ultimo almeno a 70 dollari al barile, ciò che sarà sempre più difficile per l’aumento della produzione petrolifera degli altri Paesi, che farà scendere il prezzo fino a 40 dollari. La guerra costa sempre di più alla Russia, con un’inflazione galoppante che costringe ad alzare tutti i tassi di interesse e i parametri del costo della vita, e sembrerebbe logico trovare una soluzione per fermare questa folle corsa verso l’autodistruzione dell’economia e della società.

 La Russia però non è mai in grado di fermarsi, fare una sosta o tornare indietro, negli spazi sconfinati della tajga per raggiungere un confine inesistente: andrà avanti ancora, in un modo o nell’altro, con Trump o senza Trump, per trovare la sua Ucraina, anche a costo di perdere la sua anima.

Putin e la nuova dottrina nucleare: per usare l’atomica ora basta una «minaccia critica» a Russia o Bielorussia

di Marco Imarisio – 19 Novembre 2024

La nuova dottrina sostituisce quella del 2020, la quale a sua volta riscriveva quella del 2010. Confermato il principio secondo cui la Russia può usare l’atomica in risposta a un attacco contro sé stessa o la Bielorussia

Tutto come previsto. Ma con una scelta di tempo che meno casuale di così non potrebbe essere. Con la firma del decreto numero 991, «Le basi della politica statale nel campo della deterrenza nucleare», Vladimir Putin parla senza dire una parola. Lascia capire, senza esporsi in modo diretto. Il suo portavoce lo aveva aveva fatto intuire nei giorni scorsi, che il presidente non avrebbe commentato una notizia non confermata da fonti dirette com’era quella del via libera della Casa Bianca all’uso di armi a lunga gittata in territorio russo da parte dell’esercito ucraino.

La nuova dottrina, che sostituisce quella del 2020 la quale a sua volta riscriveva quella del 2010, era stata annunciata all’inizio della scorsa primavera, durante uno dei tanti momenti di alta tensione con l’Occidente. Per essere poi lasciata in naftalina. Fino a martedì mattina. Sette pagine in tutto, e una premessa benevola. «La Federazione Russa considera l’arma nucleare come uno strumento di deterrenza il cui uso è una misura estrema e obbligata, e intraprende tutti gli sforzi necessari per diminuire la minaccia nucleare e scongiurare un inasprimento dei rapporti interstatali capace di provocare conflitti militari compresi quelli nucleari».

Ma dopo le buone intenzioni, ecco le novità, che poi tali non sono, in quanto già ampiamente anticipate a mezzo stampa, come avvenne lo scorso 12 settembre. «In seguito all’insorgere di nuovi rischi e pericoli militari per la Russia», così spiega la Tass, l’agenzia di Stato incaricata di rendere note e spiegare le leggi appena approvate dal Cremlino, viene confermato il principio secondo cui la Russia può usare l’atomica in risposta a un attacco contro sé stessa o la Bielorussia, avvenuto con l’impiego di armi convenzionali, a patto che minacci la sovranità e l’integrità territoriale. Mentre prima si parlava di «minaccia all’esistenza stessa dello Stato», qui la soglia dell’asticella viene abbassata fino a una più generica e sindacabile «minaccia critica».

A partire dal giorno della firma, quindi con effetto immediato, l’aggressione di qualunque Stato appartenente a una coalizione militare contro la Russia e i suoi alleati, viene considerata come un’aggressione della coalizione intera. Anche un attacco da parte di uno Stato non-nucleare, vedi alla voce Ucraina, con la partecipazione o con il sostegno di uno Stato nucleare sarà considerato come un attacco congiunto e quindi passibile di una risposta nucleare. 

La risposta atomica è possibile anche in caso di «informazione veritiera» riguardo un lancio di missili balistici contro la Russia o su suoi obiettivi militari ubicati fuori dai suoi confini, e pure in presenza di «un’informazione attendibile» sul lancio o sul decollo in massa di «mezzi di attacco aereo» in territorio russo.

Il semplice dispiegamento da parte dell’avversario potenziale di sistemi e mezzi della difesa antimissilistica, di armi ipersoniche ad alta precisione, e di droni d’urto, può invece autorizzare il Cremlino a far scattare una eventuale deterrenza nucleare. Così come da oggi potrebbe essere sufficiente a raggiungere lo stato d’allerta nucleare anche la semplice progettazione e lo svolgimento di grosse manovre militari in vicinanza ai confini della Russia e «la formazione o l’allargamento delle coalizioni militari esistenti che avvicinano la loro infrastruttura alla Russia».

Il messaggio è chiaro. Più che i contenuti, conta il momento. Putin conosce bene qual è la grande paura dell’Occidente e di tutto il mondo. Il presidente sa anche che si tratta di una partita che non può permettersi di giocare, una sfida al rialzo per la quale, ammesso e non concesso che ci stia davvero pensando, gli mancano le risorse. Ma la scelta di sbrinare un decreto che era evidentemente pronto da mesi non è solo rivolta al mondo esterno. Dopo la notizia non ufficiale giunta venerdì dagli Usa, l’opinione pubblica russa, soprattutto quella televisiva, ha subito gonfiato i muscoli dell’orgoglio nazionale. 

I talk show serali del lunedì hanno toccato vette altissime. «Non è difficile intuire la nostra risposta se le indiscrezioni che giungono dall’America dovessero diventare realtà» ha detto un esperto militare sul primo canale di Stato, mostrando una cartina con tutte le capitali e luoghi sensibili d’Europa potenzialmente raggiungibili dai missili del suo Paese, per poi concentrarsi sul «nemico principale», ovvero il Regno Unito. «Bastano tre missili ben piazzati e l’intera civiltà britannica crollerà e sarà distrutta per sempre».

Non importa se i pochi media più avveduti e le persone con reale conoscenza delle intenzioni di Putin e del suo circolo ristretto continuano a escludere il ricorso all’arma totale. Questa è l’aria che tira e che viene fatta soffiare in Russia, come conseguenza di una propaganda che negli ultimi anni ha sempre più veicolato messaggi di natura ultranazionalistica, spesso andando oltre le intenzioni originarie. Putin non poteva parlare, ma doveva dare una risposta.

«L’uso dei missili dell’Alleanza può essere ora qualificato come aggressione dei Paesi del blocco contro la Russia. In questo caso sorge il diritto di assestare un colpo di risposta con l’arma di sterminio di massa su Kiev e sui principali obiettivi della Nato ovunque si trovino. E questa è già la Terza Guerra Mondiale. Forse il vecchio Biden ha deciso davvero di lasciare la vita in bella maniera portandosi dietro una buona parte dell’umanità». Firmato Dmitry Medvedev, uno dei pochi politici ad avere commentato finora il nuovo trattato firmato dal Cremlino, l’ex enfant prodige della politica russa che all’estero gode ancora di ampia visibilità proprio in virtù delle sue invettive senza freni. La doppia narrazione andrà avanti a lungo, anche in Russia. Con i cavalieri dell’Apocalisse sempre in prima fila.

Ucraina, Anne Applebaum: «Non si tratta solo di cedere regioni. Lo zar vuole la fine dell’Ucraina»

di Lorenzo Cremonesi, inviato a Kiev- Corriere della Sera – 17 Novembre 2024

Per la studiosa polacco-americana, esperta di Russia ed Europa orientale, dal giorno delle elezioni americane Mosca ha moltiplicato le offensive contro l’Ucraina

DAL NOSTRO INVIATO
KIEV – «Chi fermerà l’aggressione di Putin?

Tengo a porre la questione in termini concreti. Perché il nocciolo del problema non è convincere gli ucraini a smettere di combattere, ma piuttosto persuadere i russi a farlo». Anne Applebaum esordisce così nella nostra intervista. La nota studiosa polacco-americana, esperta di Russia ed Europa orientale, ci risponde per telefono da Vienna.

Trump promette di porre fine alla guerra velocemente. Il Cancelliere Scholz telefona a Putin. Siamo all’inizio dei negoziati?
«A me preoccupata che tanti parlino di convincere gli ucraini a smettere di sparare, quando nella realtà sono i russi che continuano ad attaccare. Dal giorno delle elezioni americane, Mosca ha moltiplicato le offensive e incrementato i raid di droni, missili e aerei: stanno provando come non mai a lanciare blitz nella regione di Kursk e nel Donbass. Putin ha concentrato nuove truppe e armamenti di rincalzo proprio con questo obbiettivo». 

Però?
«Purtroppo non ho ancora sentito nessun leader alleato affermare nello specifico che occorre costringere i russi a bloccare l’aggressione. Non da Trump, non da Scholz o altri. Sono in tanti a parlare della necessità di avviare i negoziati, di contattare personalmente Putin. Si dice: magari l’Ucraina rinuncerà a questo o quell’altro pezzo del suo territorio. Bene! Magari finirà così. Però intanto si dimentica che in verità Putin non ha mai rinunciato al suo obbiettivo principale, che è quello di distruggere l’Ucraina come Stato sovrano, rimuoverla dalla mappa geografica. E non si arrenderà».

Dunque, non è cambiato nulla dall’invasione ordinata da Putin mille giorni fa?
«Qualsiasi processo negoziale che non porti alla preservazione dello Stato ucraino e non ne garantisca la sicurezza contro ogni possibile futuro assalto russo sarà soltanto una soluzione temporanea. Onestamente, non ho capito di quale soluzione stiano parlando tra Scholz e Putin».

Come finire la guerra?
«Ci sono vari modi. Si può vincere sui campi di battaglia, ma l’amministrazione Biden non l’ha favorito. Possiamo imporre più sanzioni, con un embargo rafforzato sull’export energetico russo e per esempio facilitando gli attacchi ucraini contro i porti, i gasdotti e oleodotti. Possiamo anche lavorare con le opposizioni interne alla Russia. Oppure offrire la carota di accordi economici particolarmente vantaggiosi. Il punto è come fare per costringere i russi a ritirarsi. Sino ad ora tutti coloro che parlano di negoziati mi sembrano irrealistici. La questione non è se l’Ucraina può rinunciare o meno al Donetsk. Piuttosto si tratta di capire se alla fine del negoziato l’Ucraina potrà ancora esistere come Stato funzionante, capace di stare sulle sue gambe. Perché, se si arriva a qualche forma di accordo che lasci l’Ucraina debole e instabile, sarebbe una catastrofe: la Russia attaccherà ancora e tutti si volteranno dall’altra parte. Ogni tanto sentiamo qualche fedele di Trump ripetere che basta tagliare alcuni pezzi di Ucraina e tutto andrà bene: non sanno di cosa parlano, sarebbe il collasso».

Non c’è alcun piano di pace?
«Non lo vedo. Non credo che si sappia di cosa si sta trattando e non credo lo sappiano neppure coloro che parlano di piani di pace nel circolo di Trump. Prima delle elezioni figure come l’ex Segretario di Stato repubblicano Mike Pompeo avevano accennato alla possibilità di aumentare gli aiuti militari per Zelensky, ma adesso non più. Se mandassimo mille aerei o quadruplicassimo l’invio delle artiglierie magari potrebbe funzionare, però non è all’ordine del giorno». 

Cosa può fare Bruxelles?
«L’Europa necessita di elaborare subito, adesso, la sua politica indipendente di aiuti all’Ucraina. Polonia, Francia, Germania, Italia, Scandinavia, Paesi Baltici e tutti gli altri devono riunirsi immediatamente ed elaborare un piano comune. L’Europa e in particolare voi italiani dovreste capire che, se la guerra finisce male e l’Ucraina verrà distrutta, voi non avrete risparmiato, anzi, poi fermare la Russia sarà molto ma molto più costoso. Le vostre spese per la sicurezza saranno immense, i rischi infinitamente più gravi. Cresceranno i piani russi di sabotaggio, assassinii mirati, guerra informatica, interferenze politiche, economiche. Non ci sarà alcuna soluzione del problema se permetterete il collasso dell’Ucraina».

Ma l’Europa è divisa e poco armata, non penserà che possa sostituirsi agli Stati Uniti, vero?
«Lo so bene. Però alcuni Paesi europei come la Polonia, gli Stati baltici, la Scandinavia, la Finlandia, la Svezia hanno ben chiara la gravità della minaccia russa e faranno del loro meglio per agire, magari anche l’Italia».

La premier Meloni parla di continuare gli aiuti a Kiev…
«Sì, ma dice anche che si deve lavorare per finire la guerra e allora occorre che avvenga in modo che la situazione non peggiori».

Qualche ucraino ottimista sostiene che Trump fallirà con Putin, non riuscirà a portare la pace, e allora diventerà molto più falco interventista di Biden…
«Non lo so. Neppure Trump oggi sa cosa farà domani, non sa cosa succede sul terreno, non ha piani precisi e nessuno ne ha tra la sua cerchia. Forse Marco Rubio ha qualche vaga idea».

Crede che se Zelensky sotto la pressione alleata facesse troppe concessioni a Putin rischierebbe una rivolta interna?
«Certamente è un rischio reale e va tenuto in considerazione. Zelensky deve tenere conto che esiste una cospicua parte della popolazione ucraina e delle sue forze combattenti contraria al compromesso territoriale con la Russia». 

Quali segnali arrivano da Putin?
«Nessun segnale incoraggiante. Possiamo però notare che Putin a sua volta deve fronteggiare gravissimi problemi interni. L’economia e l’inflazione peggiorano di giorno in giorno. Ha interi settori della sua economia paralizzati. Aveva promesso che la guerra sarebbe finita in tre giorni e sta arrivando al terzo anno: nulla lascia credere che la gente sostenga l’impegno militare. Tutt’altro. Versa enormi salari ai soldati per motivarli, tanti vanno al fronte soltanto per potere pagare l’affitto. Gli mancano uomini e deve chiedere aiuto alla Corea del Nord. Per gli alleati questo è il momento di attaccare, non cedere».

Zelensky insiste sul pericolo nordcoreano, ma sembra poco ascoltato dagli alleati, concorda?
«No, viene ascoltato. Probabilmente siamo stati tutti distratti dalle elezioni americane, ma certamente il problema è ben chiaro nel fronte Nato. Credo che nei prossimi due mesi arriveranno nuove armi americane e potrebbero colpire nel profondo delle regioni russe».

PERCHE’ I CATTOLICI HANNO VOTATO TRUMP

La battaglia irrisolta e tutt’altro che finita fra senso religioso e neopaganesimo wokista. Si parte da Adorno e si arriva a Musk

Matteo Matzuzzi  16 nov 2024 –IL FOGLIO 

Jakub Grygiel (Catholic University): “I semi del wokismo hanno creato divisioni enormi nella società e nella cultura americana. Il problema va al di là della politica”. Secondo il liberal National Catholic Reporter, “Donald Trump ha sostituito Franklin Delano Roosevelt come avatar del populismo”. Esiste ancora l’America che crede in Dio, quella del motto In God We Trust?

sondaggi l’avevano predetto da mesi che il voto cattolico, negli Stati Uniti, si sarebbe diviso quasi equamente fra Donald Trump e Kamala Harris. Una sintesi perfetta della spaccatura profonda tra due mondi non più comunicanti, fra i cattolici liberal à la Joe Biden e quelli nostalgici della guerre culturali, pro life integerrimi e senza tentennamenti, pure un po’ “ortodossi” nel mescolare fede, nazione e bandiera. Analisi e sondaggi hanno poi lasciato spazio ai risultati veri, quelli delle urne. E qui s’è scoperto che sono sì divisi, ma che il gruppo più numeroso è quello che ha scelto Trump, come mai prima d’ora: 52 per cento contro 41. Fra i cattolici bianchi, poi, la percentuale sale al 60 per cento. Trump che, riconoscono anche i commentatori conservatori cattolici, non ha particolari né profonde convinzioni religiose. Anzi, del cattolico modello è l’antitesi perfetta. Eppure, il cattolicesimo americano, di minoranza e quindi più battagliero e convinto rispetto a quello tiepido europeo, ha preferito lui. La domanda allora diventa d’obbligo: la religione conta ancora negli Stati Uniti? Incide sulle elezioni fino a determinarne l’esito? E perché i cattolici hanno scelto proprio lui? 

In questa campagna elettorale, si legge sulla rivista fieramente conservatrice First Things, “si è visto il minor numero di riferimenti alla religione nella storia americana, a parte i giornalisti che hanno strombazzato i pericoli del ‘nazionalismo cristiano bianco’”. Mesi fa, il Pew Research Center rilevava che l’ottanta per cento degli americani si diceva sicuro della perdita di influenza della religione nella vita pubblica. All’inizio del millennio, i “pessimisti” erano il cinquanta per cento. Esiste ancora l’America che crede in Dio, quella del motto In God We Trust? Se lo chiedeva già il Time alla fine degli anni Sessanta, quando in copertina poneva il dubbio se Dio fosse morto. Quesito oltremodo lecito oggi che si dichiara cristiano il 64 per cento della popolazione (era il 90 cinquant’anni fa). La crisi ha travolto le chiese protestanti, con i luterani che in un decennio sono diminuiti addirittura del 25 per cento. Resistono gli evangelici e i cattolici. Un crollo evidente dovuto per lo più a cause naturali e cioè alla mancata sostituzione fra i banchi delle chiese dei vecchi bianchi che progressivamente muoiono. I loro figli, e ancor più i loro nipoti, la domenica preferiscono fare altro: il Wall Street Journal rilevava che solo il 31 per cento degli americani fra i 18 e i 29 anni d’età ritiene la religione un fattore “molto importante” per la loro vita. E se il rapporto con Dio non è significativo, poi si trova sempre qualcosa di meglio con cui occupare il tempo. 

Sull’America senza Dio s’è scritto e detto di tutto, fino al punto da metterne in discussione il futuro: può resistere senza quel legame viscerale con la trascendenza, con il mito della terra eletta, della città splendente sulla collina che illumina il mondo? La campagna elettorale appena conclusa pare aver riproposto quei temi culturali fondativi, e di cattolicesimo se n’è parlato, basti solo pensare a quanto sottolineata è stata la conversione del vicepresidente J. D. Vance, che ha portato Trump a parlare a quelli che in modo sprezzante fino a non pochi decenni fa erano considerati i sudditi del Papa. E’ il “momento cattolico” che auspicò alla fine degli anni Ottanta Richard John Neuhaus, mentre vedeva declinare inesorabilmente il mainstream protestante? 
Ha scritto sul Catholic Thing John M. Grondelski, già preside associato della Scuola di Teologia alla Seton Hall University di South Orange, in New Jersey: “San Giovanni Paolo II aveva ragione a insistere sul fatto che la cultura è a monte della politica e dell’economia: i valori che si sposano decidono cosa si fa con il potere e il denaro. Ecco perché le espressioni politiche di questioni come l’aborto riflettono in realtà patologie culturali. Il popolo americano sembra capirlo istintivamente. Non completamente, certo: in sette stati su dieci la maggioranza ha votato per promuovere l’omicidio prenatale fino alla nascita. Ma, nel loro intimo, gli americani riconoscono che qualcosa non va”. Grondelski cita il filosofo polacco contemporaneo Zbigniew  Stawrowski, quando osserva che la spaccatura fondamentale nel mondo contemporaneo non è costituita dall’occidente contro il resto del mondo, ma è quella che si vede all’interno dell’occidente stesso. Secondo Stawrowski, l’illuminismo ateo e secolarista ha rubato termini come ‘diritti’, ‘libertà’, ‘scelta’, ‘matrimonio’, ‘giustizia’ e li ha stravolti al punto da far loro avere un significato opposto a quello originario. E ciò ha creato un cortocircuito nella nuova “terra promessa”, che ha avuto come risultato primario e più evidente quello di irrigidire le posizioni su fronti sempre più contrapposti e arrabbiati. 

Dice al Foglio Joshua Mitchell, docente di Teoria politica alla Georgetown University: “La Identity politics ha conquistato le menti e i cuori di milioni di cittadini americani ed è stata motivo di allarme per milioni di altri cittadini. Si è impossessata anche di tutte le istituzioni americane: quelle educative, i media, l’industria dell’intrattenimento, l’esercito, la burocrazia governativa. L’elezione di Donald Trump rappresenta il primo serio sforzo da parte degli americani di rifiutare la politica identitaria del Partito Democratico. Se non saremo in grado di tornare all’impegno di E pluribus unum – da molti, uno solo – allora l’America è condannata. Ci vorrà una generazione per eliminare questo strato malsano, ma abbiamo iniziato questa immensa impresa”. Era lo stesso Mitchell, anni fa, a dirsi allarmato per la tenuta della frontiera: la secolarizzazione e il disinteresse per la fede dei padri erano all’origine del disordine. Un tempo, sosteneva, Martin Luther King lo capivano tutti. Oggi, quasi nessuno. 

“I credenti hanno tirato un sospiro di sollievo” il giorno dopo le elezioni, s’è detto sicuro R. R. Reno, direttore della rivista conservatrice First Things. Un sospiro di sollievo per la tutela della libertà religiosa che, in ogni caso, non è stata centrale nella campagna trumpiana. Con l’elezione del tycoon, però, finisce l’epoca dell’imposizione dei “dogmi progressisti”. Tuttavia, scrive Reno, “ci sono ragioni più profonde per cui i credenti sono felici circa l’esito delle elezioni: “Tre generazioni fa, Theodor Adorno e un gruppo di scienziati sociali pubblicarono La personalità autoritaria (1950), un libro che pretendeva di identificare le caratteristiche delle persone che appoggiano i demagoghi autoritari. Tra queste caratteristiche c’erano l’accettazione delle norme morali tradizionali, soprattutto per quanto riguarda il sesso e la vita familiare, e la disponibilità a seguire gli ordini delle figure autoritarie. Sebbene lo studio non abbia preso di mira i credenti religiosi, secondo questo studio un cristiano fedele che aderisce all’insegnamento morale della Bibbia e riconosce l’autorità di Dio come suprema sarebbe considerato un protofascista”. Un quadro che, aggiunge il direttore di First Things, “ha plasmato l’opinione pubblica americana d’élite. Il mainstream liberal ha accettato la tesi secondo cui un incipiente autoritarismo si annidasse nella popolazione americana. Molti adottarono la dicotomia manichea del libro di Karl Popper La società aperta e i suoi nemici (1945). L’opposizione al conservatorismo era vista come una lotta culturale decisiva tra una ‘middle America’ arretrata e chiusa, gli ‘Archie Bunkers’ (da Archie Bunker, il bigotto protagonista della popolare sit-com, degli anni Settanta ‘All in the Family’, ndr) e i progressisti aperti e lungimiranti”. In questo contesto, aggiunge Reno, “la vecchia critica razionalista secondo cui il credo religioso non ha un fondamento nella ragione ha lasciato il posto all’obiezione morale secondo cui la fede tradizionale inculca un’obbedienza servile. Essa perpetua il patriarcato, l’omofobia e altri peccati contro l’ambizione progressista di detronizzare le vecchie autorità e rimuovere le barriere tradizionali. La fede ardente venne vista come una pericolosa minaccia”. La vittoria di Trump, è la tesi di First Things, “suggerisce fortemente che il clima d’opinione che dipinge la politica come una battaglia tra la società aperta e i suoi nemici sta perdendo valore. Di conseguenza, anche la presentazione della fede religiosa come pericolosa e oppressiva da parte delle élite sta diventando poco convincente”. 

Interpellato dal Foglio, R. R. Reno si dice sicuro che le radici a fondamento della Nazione americana siano, nonostante tutto, ancora visibili: “Qui le divisioni sono spirituali oltre che politiche. La sinistra non promuove più gli interessi della classe operaia, come faceva nel XIX e XX secolo. Al contrario, si preoccupa di inaugurare un mondo senza confini, un’utopia di diversità e inclusione che sarà gestita da esperti che garantiranno la nostra salute, felicità e prosperità. Si tratta di una visione globalista che è del tutto in sintonia con l’ordine capitalistico globale sorto dopo la fine della Guerra fredda. In questa visione, il mondo ideale è liquido e mobile. Sebbene i sostenitori di questa nuova sinistra possano essere spirituali, tendono a essere ostili al cristianesimo (e all’ebraismo) tradizionale, che per sua natura traccia dei confini (ortodossia contro eterodossia, giusto contro sbagliato, maschile distinto da femminile, ecc.). La destra è definita dal desiderio di ripristinare vecchie lealtà e identità solide. Appoggia i confini, le frontiere e le distinzioni. Questo è evidente nel tenore nazionalistico della nuova destra. Il mondo ideale è solido e stabile. Questa mentalità che disegna confini e consolida si sposa con il cristianesimo tradizionale, anche se può essere in conflitto in particolari questioni politiche”. In questo senso, conferma che “la vittoria di Trump è stata decisiva e impressionante, soprattutto alla luce della tremenda opposizione che ha dovuto affrontare da parte di quasi tutte le istituzioni dell’establishment negli Stati Uniti (e nel mondo). A mio avviso, i risultati elettorali suggeriscono fortemente che il consenso politico-spirituale in occidente si sta spostando verso destra, come l’ho definita sopra. Con una buona leadership, questo spostamento può maturare in un consenso nuovo e unificante che spinga il wokismo ai margini e affronti la disgregazione sociale che giustamente identificata come un problema. I leader religiosi dovrebbero cercare di svolgere un ruolo positivo nello sviluppo di questo nuovo consenso”.

Micheal Sean Winters, sul National Catholic Reporter, liberal e quindi su frequenze opposte a quelle di First Things, ha scritto che “ora l’ira populista non è diretta agli interessi monetari, ma all’establishment culturale e politico e Donald Trump ha sostituito Franklin Delano Roosevelt come avatar del populismo. La vittoria di Trump è stata il culmine di una varietà di fattori, ma la causa più ovvia è stata la sua capacità di presentarsi come l’antipolitico in un paese che odia i politici”. Gli elettori del Midwest, ha aggiunto Winters, “sono stanchi di sentirsi dire che sono dalla parte sbagliata della storia, che sono dei bifolchi, che se non riescono a conciliare le loro prospettive economiche desolanti con le prove di aumento del pil, è colpa loro. Quando sollevano la preoccupazione, perfettamente rispettabile, che forse non dovremmo essere così veloci nel cestinare le norme tradizionali in materia di sessualità, vengono definiti bigotti. Si chiedono perché qualcuno li accusi di avere un ‘privilegio bianco’, quando di certo non si sentono privilegiati. Giorno dopo giorno, hanno visto che non sono stati solo i vescovi cattolici statunitensi a definire l’aborto la ‘priorità preminente’ delle elezioni. I democratici hanno fatto leva su questo tema, senza riconoscere le remore morali che anche molti pro choice hanno nei confronti della questione. Tutto questo ha creato la spinta che ha reso possibile la vittoria di Trump. Un candidato in grado di entrare in contatto con le persone ha identificato alcune delle profonde rimostranze dell’elettorato”. Il che, dal punto di vista del National Catholic Reporter, è assai pericoloso e problematico per il destino della Nazione. 

Conversando con il Foglio, il professor Jakub Grygiel, docente di Relazioni internazionali alla Catholic University di Washington, parte da un dato di fatto: “Gli Stati Uniti non sono immuni dalla grande crisi dell’occidente che vede il senso religioso (e cristiano) impegnato in una lotta con il neopaganesimo (parafrasando il saggio The idea of a Christian Society di T. S. Eliot). Forse, questa lotta si nota qui con più chiarezza perché il premio materiale, di potere, è maggiore”. In ogni caso, dice Grygiel, “questo neopaganesimo, di cui il wokismo è il sintomo più recente e virulento, non scomparirà con le elezioni. L’errore del neopaganesimo è stato quello di condurre una rivoluzione nell’ultimo decennio – ma forse un po’ di più, diciamo a partire da Obama – con troppa velocità e violenza. Da anni il messaggio del wokismo è stato che la guerra è finita e hanno vinto loro. Il problema è che sono stati un po’ troppo frettolosi nell’accreditare la vittoria. Il risultato, ora, è un tentativo di fare una controrivoluzione, di cui l’elezione di Trump è solo un piccolo, anche se rumoroso, sintomo. Ma i semi del wokismo restano e hanno creato divisioni enormi nella società e nella cultura americana. Il problema va al di là della politica, nel senso che se la cultura è stata corrotta, la politica può solo mitigare i danni, ma non più di tanto”. 

Che fare, dunque? “La variabile da osservare per vedere se la nazione si rigenera o se continuerà a sfasciarsi è quella tradizionale: la famiglia (il matrimonio) e, di conseguenza, la crescita demografica. La prima variabile, anche qui, è in netta crisi. La seconda è migliore rispetto all’Europa, ma solo perché in gran parte la situazione demografica è aiutata dall’immigrazione. E’ interessante notare che anche personalità come Elon Musk sono divenute quasi ossessionate dal calo demografico, avvertendolo come un problema economico, sociale ma soprattutto culturale e quindi politico. Io leggo questo – osserva Jakub Grygiel – come un ritorno a un senso religioso (che lo stesso Musk in alcune interviste ha accettato. Si è definito “culturalmente cristiano”). C’è, a mio avviso, un ritorno – soprattutto nelle generazioni più giovani – a un senso di tradizione e a un desiderio di radici che crescono in famiglia: ecco un’altra controrivoluzione opposta all’idea di un individualismo sfrenato, senza limiti e responsabilità, che ha elevato ‘l’auto-definizione’ all’unica virtù. Questo non significa che gli Stati Uniti torneranno all’era pre 1968, quando In God We Trust era il motto di unità. Significa solo che la lotta tra il senso religioso e il neopaganesimo non è per niente finita”.

L’ERA DEL GRANDE TEPPISTA

di Stefano Caprio – Asia News 16 Novembre 2024

Lo scrittore Viktor Erofeev, che vive in esilio a Berlino dal 2022, ha pubblicato un romanzo dal titolo Velikij Gopnik, in cui cerca di mostrare come il putinismo sia cresciuto dall’inconscio dei russi a partire dai cortili di Leningrado. Fino a un estremismo verso la propria stessa anima, incapace “di accettare una vita normale”.

Uno degli scrittori e intellettuali più importanti della Russia, Viktor Erofeev, che vive a Berlino dal 2022, ha pubblicato un romanzo dal titolo Velikij Gopnik, il “Grande Teppista”, in cui cerca di mostrare come il putinismo sia cresciuto dall’inconscio dei russi a partire dai cortili di Leningrado, dove il futuro “presidente eterno” Vladimir Putin si mostrava in tutta la sfacciataggine del furfantello di strada, appunto il gopnik, termine diventato popolare nell’ultimo periodo sovietico. La caratteristica delinquenziale del potere sembra ormai trasferita dalla Russia al mondo intero, soprattutto dopo l’elezione di Donald Trump e dall’annuncio di nomine di personaggi a dir poco inquietanti nei posti-chiave dell’amministrazione americana, dalla segreteria di Stato alla difesa e alla giustizia, coordinati dal nuovo ministro della semplificazione statale, l’irruente miliardario Elon Musk. A capo dell’intelligence Usa dovrebbe addirittura andare Tulsi Gabbard, beniamina delle televisioni russe, considerata la principale propagandista putiniana in Occidente, e ministro della salute potrebbe diventare Robert Kennedy, il più estremo dei no-vax.

Si poteva aspettare una reazione alla cancel culture che negli anni passati ha cercato di imporre una socialità sottoposta a un’ossessiva censura interiore, col timore che qualunque espressione possa diventare offensiva secondo varie interpretazioni. Ora vediamo il rigurgito opposto del rifiuto di ogni convenzione, non soltanto linguistica o comunicativa, ma anche giuridica e di rapporti internazionali. Questo era l’atteggiamento dei gopniki, i banditi di strada che rubavano non per necessità, ma per protesta contro le regole dominanti, particolarmente rigide nel mondo sovietico brezneviano. Il termine viene dalla sigla GopGorodksoe Obščestvo Prizora, “Comunità Cittadina di Sorveglianza”, quando a fine XIX secolo venne istituito in un edificio del centro di San Pietroburgo un centro di detenzione e controllo dei ragazzi bezprizorniki, “senza controllo”, orfani o scappati di casa che si dedicavano a furti e atti teppistici per le strade della capitale.

Dopo la rivoluzione del 1917, in quello stesso edificio – che oggi ospita l’hotel Oktjabrskaja – si continuò l’opera di recupero dei minorenni, chiamata Gosudarstvennoe Obščežitie Proletariata, sempre Gop, ma inteso come “Ostello Statale del Proletariato”. La quantità di teppisti leningradesi crebbe in modo esponenziale, e i gopniki della Ligovka, il quartiere della città dove era situato l’ostello, divennero una definizione estesa a tutta l’Unione Sovietica, quasi una categoria universale del genere umano. Da questa “subcultura” del passato russo-sovietico, Erofeev propone ora di trarre indicazioni su come si è costruita la Russia di oggi, parlando di un presidente reale e di uno “mitologico”, del ritorno dello stalinismo nelle anime, dei motivi che hanno generato un nuovo totalitarismo, fino alla guerra in Ucraina.

Il libro è in parte autobiografico e intreccia diversi soggetti e motivi secondari, che lo fanno diventare un romanzo concettuale, secondo lo stile di Erofeev che rinnova le caratteristiche “polifoniche” della grande letteratura russa. Raschiando i meandri più contraddittori della natura umana, si svelano le tante dimensioni del gopnik che risiede in ciascuno, diventando un’apertura quasi “metafisica” agli orizzonti che poi finiscono per imperversare nella società russa e mondiale. È la realtà che viene travolta dal caos, mostrando fragilità imprevedibili, sia metaforiche che documentali, dall’angoscia e dal risentimento fino alla repressione e alla guerra, in una cronologia confusa e spezzettata.

L’autore salta dalla Russia putiniana prima della guerra a diverse fasi del periodo sovietico, a cominciare dal febbraio della rivoluzione del 1917 che si proietta su tutti gli altri eventi successivi. Anche la geografia mostra sovrapposizioni tra Russia, Francia, America e Africa, come una catastrofe planetaria dovuta al collasso del “mondo russo”. In 200 pagine di romanzo si addensano affreschi anche solo accennati dei tanti volti del Grande Teppista, rendendone la lettura impegnativa pur nella splendida efficacia della lingua, ma vale la pena di nuotare nel mare tempestoso del Velikij Gopnik per comprendere la crisi degli anni Venti in cui tutti ormai siamo immersi.

Dai ricordi d’infanzia dello scrittore, sui difficili rapporti con la madre che non riconosceva il suo talento e il suo modo di vedere la vita, si passa ai contrasti dell’eroe-autore con lo Stato, ripercorrendo gli anni in cui Erofeev era un dissidente antisovietico. Il momento cruciale è il tentativo di salvare dalla prigione la sorella minore O., che in parte ricorda la storia autentica della persecuzione del fratello minore Andrej in anni recenti, tra il 2007 e il 2010, tentando di accordarsi con l’ideologo dell’amministrazione, il presidente Stavrogin, un nome preso dai Demoni di Dostoevskij. Viene inserito negli episodi il “piccolo Stalin”, che accompagna le varie fasi del romanzo in dimensione onirica, fino a diventare compagno del “successore”. Si analizza quindi la psicologia del gopnik dall’infanzia e dai romantici insuccessi, fino al potere assoluto in cui si trasforma in un moderno Erostrato, l’antico pastore e criminale greco che, per immortalare in qualche modo il suo nome, incendiò e distrusse il celeberrimo tempio di Artemide, una delle sette meraviglie del mondo antico. Particolarmente efficace è la descrizione della “pandemia della stupidità”, che viene analizzata in una corrispondenza del protagonista con Erasmo da Rotterdam.

Citando un brano del romanzo, il Grande Gopnik, come una zecca, si mise a mordere tutti dalla parte posteriore, ma quando si voltò verso di loro, scoprì che si stava guardando nello specchio. Questa immagine è il contenuto fondamentale del libro, e la descrizione della Russia attuale: il potere nel Paese è in mano ai gopniki, che nascono dal profondo dell’anima russa. Erofeev avverte i lettori: voi potete non essere d’accordo con Putin e perfino odiarlo, ma la lingua con cui egli pensa e si esprime non è diversa dalla vostra. Putin si capisce soltanto da come muove le labbra, anche senza pronunciare una parola intera, e la sua visione del mondo è radicata nel terreno storico nazionale, che genera da secoli delle erbe avvelenate, si ricorda nel racconto.

La “mentalità popolare” viene descritta nelle scene del piccolo Stalin, con cui il protagonista del romanzo s’incontra in una circostanza particolare, nella stanza da bagno accanto alla madre denudata, mentre siede sulla tazza e partorisce una piccola bambola maschile, capace di generare una nuova specie umana. Da qui ha origine lo stalinovirus, che penetra tutte le cellule umane e si moltiplica all’infinito. Stalin afferma di non essere mai uscito dal bagno, perché ho esperienza del sottosuolo, come il protagonista di un altro romanzo di Dostoevskij, che sognava la vendetta contro il mondo intero senza mai abbandonare il suo scantinato. Stalin spiega che ogni comandante, anche se non se ne rende conto, è un mio uomo, ogni capofamiglia tiene in pugno tutti i suoi, non vi libererete mai di me, e perfino la madre del protagonista all’occorrenza parla con lui con “la voce della Patria”.

La struttura staliniana penetra negli strati più profondi della vita sociale, si manifesta anche nelle situazioni più banali e quotidiane, dando vita al “mito di Putin” nel diffondersi del gopničestvo, il “teppismo” e vandalismo che trascina l’intera società ai livelli più miserevoli, quello che Erofeev definisce il “cimitero delle offese infantili”. Riportiamo di nuovo un brano del testo, non più metaforico, ma direttamente pubblicistico: Il gopničestvo è diventata la religione della Russia, ha risucchiato in sé anche l’Ortodossia, l’Impero e tutte le attività collettive… i gopniki sono i nostri campioni, We are the champions, my friends, l’unica nostra passione è la Vittoria”.

Una delle scene del romanzo mostra un Putin giovane delinquente di strada, che invita il suo amico tedesco Henrick a vivere con lui un’esperienza iper-realistica, immergendosi in un pestaggio del suo nemico personale e nell’umiliazione di una ragazza vicina di casa, di cui lui si è innamorato senza ricevere soddisfazione. Il ragazzo “Vova”, diminutivo di Vladimir, si trasforma nel presidente che viene a sua volta continuamente frustrato dalle infinite sconfitte nella guerra. A questo punto appare sulla scena il Kolobok, una figura delle favole russe, un “panino animato” che fugge dalla cucina in cui è stato preparato e deve schivare le fiere del bosco, finché viene divorato dalla volpe, quello che in Occidente viene riportato come The Gingerbread Man, “L’omino di pan di zenzero”. La sua figura rappresenta le condizioni di miseria e fame della società, il bisogno di “raschiare il fondo del barile”, unico desiderio rimasto dopo tutte le avventure del banditismo di strada.

Nella favola la lepre rappresenta il popolo, il lupo è il bandito e l’orso è lo Stato, mentre la volpe è il “nemico esterno”, più sviluppato e “tecnologicamente avanzato”. La conclusione del romanzo è che “la Russia è la terra dove non c’è difesa”, non soltanto dal teppismo di strada che diventa la politica dello Stato, ma soprattutto dall’estremismo verso la propria stessa anima, “l’incapacità di accettare una vita normale”. Un pericolo che riguarda il mondo russo delle inestinguibili vendette contro i nemici “di strada e di confine”, e che si diffonde nel mondo intero come un nuovo virus dell’ostilità di tutti contro tutti, contro cui non esiste alcun vaccino, che verrebbe comunque rifiutato dai gopniki no-vax.

I passi falsi da evitare con Putin

di Paolo Mieli| Corriere della Sera – 13 novembre 2024

Prima delle elezioni Trump aveva promesso che avrebbe risolto la crisi ucraina in un battibaleno. Adesso è costretto a constatare che ha di fronte un Putin diverso da quello con il quale dialogava quattro anni fa

Domenica scorsa il Washington Post ha dato notizia di una telefonata tra Donald Trump e Vladimir Putin in cui il futuro presidente degli Stati Uniti aveva stabilito, anzi ristabilito, un rapporto cordiale con l’interlocutore. Telefonata che, sempre secondo il giornale, si sarebbe conclusa con un’esortazione al leader russo a non procedere oltre nell’escalation militare in Ucraina. 

Il neoeletto capo di Stato Usa non ha ritenuto di rettificare la notizia proveniente da un giornale che non si era pronunciato nel corso della campagna elettorale e, di conseguenza, non poteva essere considerato come pregiudizialmente ostile nei suoi confronti. Talché nessuno ha pensato a una trappola giornalistica. Il Cremlino ha preso tempo e ventiquattr’ore dopo ha definito lo scoop del giornale americano «pura fiction».

Dalla successione temporale di queste mancate dichiarazioni e piccate reazioni si può intuire che la telefonata con ogni probabilità c’è stata. Ma Putin non ha gradito che la notizia del colloquio sia stata accompagnata dall’indiscrezione sull’invito di Trump ad attenuare l’uso delle armi in territorio ucraino. E per fare capire meglio le proprie intenzioni, lo stesso Putin ha intensificato l’azione nel Donbass e a Kursk. Poi, la notte successiva, ha ordinato un attacco di missili e droni contro Kiev come non se ne vedevano da due mesi e mezzo.

La successione di questi episodi, apparentemente relativi solo a un’indiscrezione giornalistica, può essere considerata come il primo passo falso di Trump. Prima delle elezioni, Trump aveva promesso che avrebbe risolto la crisi ucraina in un battibaleno. Adesso è costretto a constatare che ha di fronte un Putin diverso da quello con il quale dialogava quattro anni fa. E che la faciloneria con la quale pensava di poter risolvere il caso — concedendo ai russi le terre «conquistate», lasciando l’Ucraina a secco e interponendo tra il Paese aggressore e quello aggredito un inesistente esercito europeo — è del tutto inadeguata. 

Non solo perché umiliante nei confronti di Volodymyr Zelensky, gratificato oltretutto dall’entourage di Mar-a-Lago di autentiche offese e minacce di estromissione. Ma perché, al punto a cui è arrivata la guerra, questa prospettiva non sta in piedi.

Nella sola giornata di ieri il cancelliere tedesco Olaf Scholz ha ribadito al cospetto del Bundestag che non consegnerà i missili Taurus all’Ucraina. Il nuovo capo dell’Organizzazione dell’Alleanza atlantica, Mark Rutte (per l’occasione assieme all’americano Antony Blinken), ha annunciato che la Nato darà una «risposta ferma» allo schieramento di soldati nordcoreani in Ucraina.

Sempre ieri Maria Zakharova ha detto che, se Kiev otterrà l’autorizzazione a colpire in profondità il territorio russo, l’«inevitabile» risposta sarà «distruttiva». Secondo il New York Times, nelle stesse ore lo speaker della Camera statunitense, Mike Johnson, avrebbe confidato, in un incontro a porte chiude, ad alcuni deputati trumpiani che non saranno più inviati soldi all’Ucraina. Il caos, insomma.
A cui si aggiunge che ieri in Polonia è stato arrestato un cittadino bielorusso per un tentato incendio doloso a Danzica. Nella stessa Polonia, contemporaneamente, è stata inaugurata una base che fa parte del sistema missilistico balistico statunitense. Da Mosca sono giunte immediate proteste perché la suddetta base è a 230 chilometri dall’enclave russa di Kaliningrad. E potremmo continuare ancora. Insistendo in particolare sul ruolo e le potenzialità militari della Polonia.

Può darsi che alcune di queste parole siano solo chiacchiere al vento. 

Ma la nostra impressione è che Trump sia giunto non del tutto preparato all’appuntamento dell’emergenza in atto, fuori dai confini del suo Paese. Appuntamento con la Russia, ovviamente con l’Ucraina e con un’Europa a dir poco frastornata. La situazione che Trump eredita da Joe Biden è assai più intricata di quella che quattro anni fa lo stesso Trump lasciò a Biden in materia d’Afghanistan.

Per Biden gli obblighi relativi al passaggio di quelle consegne, fu all’origine, nell’agosto del ’21, del catastrofico ritiro da Kabul. Ritiro che costò all’allora Presidente degli Stati Uniti un danno d’immagine da cui non si è più ripreso. L’idea, adesso, di sgattaiolarsene via dall’Ucraina lasciando la patata bollente nelle mani dell’Europa (pur colpevolmente impreparata a tale eventualità) è semplicemente puerile. Anche perché ne va dell’affidabilità della Casa Bianca per quel che riguarda l’altra crisi in atto, quella del Medio Oriente dove in queste stesse ore missili houthi hanno colpito navi americane. E al cospetto della Cina con cui il confronto sarà, per così dire, non semplice.

Inoltrarsi in questo modo lungo la via che dovrebbe portare ad un accordo per l’Ucraina fa tornare alla mente il Trump facilone che annunciò di aver ottenuto la pace tra le due Coree chiudendo con un colpo di bacchetta magica una situazione rimasta in sospeso dal 1953. Ci conviene per una volta far finta di credere ai russi e considerare quella del Washington Post come una notizia senza fondamento. Sperare che il «primo» colloquio diretto tra Trump e Putin avvenga su altre basi. Che Trump, scottato da questo supposto passo falso, si disponga ad un costrutto più serio da proporre agli interlocutori. E che capisca dell’inutilità (o peggio) di affidarsi all’amichevole benevolenza di Putin

La richiesta di Trump a Putin nella prima telefonata dopo le elezioni Usa: «Ferma l’escalation in Ucraina»

di Lorenzo Cremonesi, inviato a Kiev – 11 Novembre 2024

Il Washington Post: prima telefonata tra i due. Battaglia di droni, chiusi due aeroporti a Mosca

DAL NOSTRO INVIATO
KIEV – Donald Trump parla al telefono con Vladimir Putin per la prima volta dalla sua vittoria elettorale e il tema è scontato: Ucraina. Come arrivare al cessate il fuoco, quali le condizioni della pace? Lo rivela il Washington Post, riperso subito dai portali ucraini, aggiungendo che il leader americano avrebbe comunicato dalla sua residenza in Florida e avrebbe suggerito al presidente russo di evitare di intensificare la guerra in vista della necessità di riportare la pace in Europa. I due avrebbero concordato sulla priorità di continuare i contatti e Trump sarebbe deciso a lavorare «per una veloce soluzione che porti alla fine della guerra in Ucraina». Secondo il quotidiano, Volodymyr Zelensky sarebbe stato informato della conversazione e non avrebbe espresso alcuna obiezione. Sembra che in questa fase i contatti diretti tra Trump e gli altri leader mondiali avvengano senza il sostegno del Dipartimento di Stato o alcun traduttore ufficiale.

Corre dunque veloce Trump, sembra mettere le mani avanti ben prima del suo insediamento ufficiale il 20 gennaio prossimo e mentre Joe Biden utilizza questo ultimo scorcio di mandato presidenziale per inviare nuovi aiuti militari a Kiev. Le cronache dai campi di battaglia non vedono alcuna tregua, tutt’altro, prevale l’intensificarsi degli attacchi russi. E ciò nonostante subiscano perdite gravissime. Secondo il capo di Stato maggiore britannico, ammiraglio Tony Radak, i morti e feriti quotidiani sarebbero circa 1.500. Il New York Times cita fonti militari americane e ucraine secondo le quali i russi avrebbero concentrato 50.000 soldati, inclusi migliaia di nordcoreani, per riconquistare l’enclave di Kursk. L’attacco potrebbe avvenire già nei prossimi giorni in concomitanza con l’inasprirsi delle avanzate nel Donbass. Fonti a Kiev segnalano che nella piccola enclave russa occupata ai primi di agosto e ormai ridotta a meno di 500 chilometri quadrati i soldati ucraini sarebbero oggi circa 25.000.

Si aggrava anche la sfida dei cieli. Droni contro droni, attacchi a «sciami» per confondere i radar nemici e colpire in profondità: russi e ucraini concordano nell’affermare che non si erano mai visti così tanti droni volare in poche ore dall’inizio della guerra quasi mille giorni fa. Il ministero della Difesa russo afferma che nella notte tra sabato e domenica ha abbattuto almeno 84 droni nemici. Nei suoi comunicati parla di «attacchi di massa sulle infrastrutture civili» in varie regioni del Paese. Un uomo è morto nel suo appartamento nella zona di Belgorod, poco lontano dal confine ucraino. 

L’elemento di eccezionalità sta specialmente nei voli intensi nei cieli di Mosca: ieri hanno costretto le autorità locali a chiudere i due aeroporti internazionali di Sheremetyevo e Domodedovo. Vengono segnalati incendi. Almeno 14 voli diretti a Mosca sono stati dirottati all’aeroporto di Nizhnyi Novgorod, quasi 500 chilometri a Est della capitale. E cinque persone sono rimaste ferite dai rottami dei droni colpiti dalla contraerea nel quartiere moscovita di Ramenskoe e in un villaggio vicino. A detta dello Stato maggiore ucraino, i suoi attacchi hanno causato ingenti danni nei depositi russi di armi e munizioni a Bryansk.

I russi non stanno a guardare. Ancora a detta dei portavoce militari ucraini, l’altra notte almeno 145 droni nemici hanno colpito il Paese, di cui 62 sarebbero stati abbattuti. Vi sarebbero 5 feriti nella regione di Kharkiv e un altro a Odessa. «Abbiamo subito un attacco record», ha dichiarato Zelensky. Nelle ultime settimane i droni russi hanno ripetutamente bersagliato le città ucraine e le zone a ridosso del fronte nel Donbass. A Kiev non passa notte che non suonino gli allarmi. Ma più colpite, a causa della carenza di contraerea, sono la città di Kharkiv nel Nord-Est e Zaporizhzhia nel centro-Sud, dove anche i missili russi hanno causato diversi massacri.

Sono proprio i droni a caratterizzare tutte le fasi della guerra scatenata da Putin. Inizialmente dominavano gli ucraini con i Barakhtar turchi e quelli prodotti dalle loro fabbriche. Oggi sono arrivati alla produzione record di oltre un milione all’anno. Ma ormai i russi li hanno raggiunti e superati di gran lunga: nel solo mese di ottobre hanno sparato oltre duemila droni e continuano a migliorarli. Il nuovo modello Geran-2 è una versione molto più potente dello Shahed-36 iraniano: ha un raggio di mille chilometri e trasporta testate con 50 chili di esplosivo.

La Russia e l’America di Trump

di Stefano Caprio- Asia 10 Novembre News –

Non è affatto chiaro se “patria” significhi la stessa cosa per i seguaci di Trump o per i sudditi di Putin, se indichi il nativismo di “sangue e terra” o piuttosto l’unione “spirituale” di chi ha una visione condivisa del proprio Stato, della regione o del mondo intero. Mentre su Kiev il nuovo presidente degli Stati Uniti ha promesso una soluzione entro il 20 gennaio, giorno della sua inaugurazione (ma anche festa ortodossa del Battesimo del Signore).

Lo show delle elezioni americane è stato seguito nel mondo intero fino all’elezione di Donald Trump come 47° presidente, con ampie discussioni e prese di posizione sull’uno o sull’altra candidata, in pubblico e anche tra i vicini e i parenti. Ora tutti si chiedono quali saranno le conseguenze della scelta molto netta dell’elettorato statunitense: l’Ucraina ha più volte manifestato la preoccupazione di perdere il sostegno militare, e anche a Taiwan temono che Trump non abbia intenzione di difendere l’isola dalla Cina, avendo detto che gli Usa non sono una “compagnia gratuita di assicurazioni”, e Taipei deve pagare per ottenere aiuti. In Israele la maggioranza faceva il tifo per il tycoon, soprattutto dopo le critiche di Kamala Harris alle azioni israeliane nel settore di Gaza.

In Russia Trump era stato di gran lunga il preferito alle elezioni del 2016 contro Hillary Clinton, ritenendolo il più disponibile ad appoggiare i piani del Cremlino, e la sua vittoria di allora fu accolta con uno scroscio di applausi alla Duma di Mosca. Le attese dei russi non sono però state confermate, a giudicare dall’enorme quantità di sanzioni contro Mosca emesse nel periodo della sua prima presidenza. Dopo gli ultimi anni di conflitto locale e mondiale, le opinioni della popolazione russa sono molto scettiche sulla possibilità di un disgelo, nonostante le assicurazioni del vecchio-nuovo presidente di poter facilmente fermare la guerra e di contare sulla “amicizia personale” con Vladimir Putin. Secondo i sondaggisti, almeno la metà dei russi non vedeva grande differenza tra Trump e la Harris in questo senso, considerando che le relazioni russo-americane, e con l’intero Occidente, sono ormai relegate in un vicolo cieco da cui sarà difficile uscire a breve termine.

Tuttavia, la figura di Donald Trump suscita ancora molta simpatia tra i russi, nonostante la generale “russofobia” dell’intero establishment americano, e in questo l’indice di gradimento era tra il 26-27% rispetto al 4-5% della Harris. Sempre secondo i risultati virtuali riportati dalla rubrica Signal di Meduza, se i russi avessero votato alle elezioni in America, Trump avrebbe vinto con il 78% delle preferenze, e simili risultati si sarebbero verificati nei Paesi europei più tradizionalmente filo-russi, come ad esempio la Serbia. Già dal 2017, nonostante le sanzioni, la figura di Trump ha recuperato popolarità tra i russi, più per la narrazione mediatica che per le decisioni effettive a livello politico e amministrativo.

Il giovane esperto del Consiglio per gli affari internazionali di Mosca Aleksej Naumov, considerato un importante “americanista”, spiega che i russi “credono in modo irrazionale nella possibilità di accordarsi sull’ordine mondiale, dove tutti potranno vivere nella pace e nel benessere”. Questo sentimento viene sfruttato da tutti i politici di tendenza populista in patria e all’estero, proponendo ai “propri ragazzi” le risposte più semplici e immediate alle questioni più complesse, ed è proprio questo lo stile caratteristico di Donald Trump. Secondo il nuovo presidente di Washington, il mondo è stato distrutto dai politici di carriera, che si allontanano dalla “gente comune”, e l’unico modo per ristabilire la giustizia è mandare tutto all’aria e costruire insieme un mondo nuovo, ciò che suona molto bene alle orecchie dei russi.

Lo stesso Putin non si è trattenuto, e dall’incontro del club Valdaj di Soči ha finito per complimentarsi con Trump, definendolo “un uomo coraggioso, che di fronte a grandi sfide ha saputo comportarsi da uomo” e dichiarando di essere pronto a sentirlo almeno per telefono. Il presidente russo ha ricordato che “fino a un certo punto tutti i leader occidentali mi chiamavano tutte le settimane, e poi di colpo hanno smesso… se non vogliono, non c’è problema, come vedete noi siamo in piena forma”. Putin esprime l’apprezzamento dei russi per il politico “non asservito al sistema”, non tanto “amichevole”, ma le cui azioni fuoriescono dai limiti abituali della politica occidentale. Insomma, al mondo impazzito non fa male un po’ di sana confusione.

I nemici di Trump lo definiscono come “un fascista”, come ha detto l’ex-capo dello staff presidenziale John Kelly, ma il “fascismo” è uno dei termini più abusati in questi anni convulsi e anche prima, come fanno gli stessi russi nei confronti dell’Ucraina “nazista” e del “fascismo occidentale”, considerando che il termine “fascismo” in Russia comprende comunque anche la storia della Germania hitleriana. George Orwell affermava già nel 1944, dopo la caduta del regime di Mussolini in Italia, che il concetto stesso di “fascismo” aveva perso il suo significato originario, diventando un timbro di inconciliabilità con i principi comuni della società democratica. Orwell ironizzava osservando che nella Gran Bretagna a lui contemporanea venivano tacciati di fascismo “i contadini, le amministrazioni scolastiche, l’astrologia, gli omosessuali, i cacciatori di volpi, le donne, i cani” e altre categorie a caso. Fascismo è tutto ciò che non piace in politica, e il suo contrario è sempre “democratico”.

Lo stesso Trump, del resto, ha versato olio sul fuoco con frasi provocatorie che rimandano alla propaganda dello stesso Hitler, che Donald ammette di “aver studiato attentamente”. L’atteggiamento autoritario di Trump è comunque ancora in via di definizione; se ormai si è affermato il “putinismo”, bisogna ancora capire in che cosa consiste il “trumpismo”. Come afferma Signal, “tutti i fascisti sono autocrati, ma non tutti gli autocrati sono fascisti”. Il nuovo presidente ha bisogno di rafforzare il suo potere controllando il Deep State, la grande macchina amministrativa a tutti i livelli dello Stato e della magistratura, come fecero al loro tempo i grandi dittatori novecenteschi, da Mussolini a Hitler e Stalin e come ha fatto lo stesso Putin con la sua “verticale del potere”, e per questo occorre tempo.

Il sociologo Dylan Riley, del dipartimento di sociologia di Berkeley, ricorda che i regimi fascisti europei nacquero dalla reazione conservatrice rispetto agli esiti della prima guerra mondiale negli anni Venti, e l’analogia con il decennio attuale è molto significativa, in seguito alla fine della guerra fredda e alla crisi della globalizzazione. Allora incombeva la minaccia della rivoluzione comunista, oggi dilaga il sentimento sovranista contro le pretese di egemonia da parte dell’una o dell’altra parte, dall’America alla Cina, con in mezzo la Russia e l’Europa. Lo storico tedesco Jan-Werner Müller dell’università di Princeton propone un’altra importante osservazione, per cui dalla storia del secolo passato anche le forze più reazionarie hanno tratto un’importante lezione: l’annientamento degli istituti democratici è un segno di debolezza, più che di forza.

Se formalmente l’anno elettorale, inaugurato da Putin a marzo e concluso da Trump a novembre, ha celebrato le figure dominanti attraverso le normali procedure democratiche più o meno rispettate (in Georgia sono contestate più che altrove), quello che ancora si deve comprendere è se il mondo si sta veramente “spostando a destra”, sempre che valgano ai nostri giorni le classiche divisioni della politica delle due sponde contrapposte. Che cosa significhi la “patria” per i seguaci di Trump o per i sudditi di Putin non è affatto chiaro, se indichi il nativismo di “sangue e terra” o piuttosto l’unione “spirituale” di chi ha una visione condivisa del proprio Stato, della regione o del mondo intero. Che cosa hanno veramente in comune Trump e Putin, con i riferimenti europei di Orban e Le Pen o quelli asiatici di Modi e Xi Jinping, per non parlare dei tanti leader sudamericani o africani? La rielezione di “Donald il forte” potrebbe essere l’occasione per unire le linee del quadro, e Putin ha tutte le intenzioni di sfruttarla.

Un personaggio che sta contribuendo più di tutti in questa opera di congiunzione planetaria, fino alle dimensioni cosmiche, è il super-miliardario Elon Musk, capace di aleggiare sopra e sotto le stanze della Casa Bianca e del Cremlino, soprattutto con i suoi mezzi di comunicazione, oltre che ai progetti economici e finanziari. Egli stesso ha dichiarato trionfante che “X non è una bolla, ma un modo efficace di capire la realtà”. La narrazione finisce per superare la realtà stessa, e l’impossibile piano di conclusione della guerra russa in Ucraina ora prende forma nei messaggi da diffondere, secondo cui i consiglieri di Trump lo starebbero già elaborando nei dettagli. L’ultima versione presuppone il rifiuto all’ingresso dell’Ucraina nella Nato per i prossimi vent’anni, con garanzia di cessazione degli scontri armati, una formula di “congelamento” del conflitto che priverebbe comunque gli ucraini del 20% dei propri territori, occupati dai russi.

Perfino a Kiev si comincia a orientarsi sulla “nuova visione”, come si è espresso il capo del comitato della Verkhovnaja Rada, Aleksandr Merežko, con cauto ottimismo: “Trump vuole essere un presidente di successo, ma il successo significa che l’Ucraina deve diventare per lui una storia di successo, non una storia di sconfitta”. Il nuovo presidente ha promesso di trovare la soluzione entro il 20 gennaio prossimo, giorno della sua inaugurazione, che coincide con la festa liturgica ortodossa del Battesimo del Signore, quando Putin si calerà trionfante nell’acqua ghiacciata, avendo ottenuto la prosecuzione della guerra mondiale, non più “fredda”, ma addirittura “congelata”, per i secoli a venire.

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