"VI SUPPLICO: CONVERTITEVI!" (REGINA DELLA PACE-MEDJUGORJE)

Categoria: TESTI E DOCUMENTI Pagina 96 di 146

Dio non è morto, ma all’occidente conviene pensarlo. Il nuovo libro del cardinale Sarah

Robert Sarah – 22 novembre 2024 – IL FOGLIO

“Una società senza trascendenza può diventare la culla di un terrorismo etico e morale più distruttivo del terrorismo islamista”. Un estratto del volume edito da Cantagalli

Ritiene che in occidente Dio sia morto? 

Questa affermazione, “Dio è morto”, in realtà nasconde un’accusa. L’accusato è l’uomo, non Dio, l’uomo che, abbandonato Dio, prende strade verso il nulla. Un nulla che si identifica con la dimenticanza di sé, l’ubriacatura di ideologie o quella più concreta della fuga dalla realtà data da alcolismo e droghe, da consumismo e perdita di appartenenza ad una comunità, l’oppressione dell’uomo sull’uomo. La “morte di Dio” è una comoda espressione per giustificare il rinnegamento della fede in Lui. (…) La società occidentale, per mezzo dei poteri che orientano le scelte personali e che dettano le norme della convivenza, ha scelto di organizzarsi senza Dio: adesso appare abbandonata alle luci appariscenti e ingannevoli della società dei consumi, del profitto a tutti i costi e dell’individualismo frenetico. Questa è la più cocente dimostrazione che un mondo senza Dio – un mondo dal quale l’uomo ha preteso di espellere Dio, se ciò fosse mai definitivamente possibile – è un mondo di tenebre, bugie ed egoismo

Dio non è morto, ma senza la sua luce la società occidentale è diventata come una barca alla deriva nella notte. Non c’è abbastanza amore per accogliere i bambini, proteggerli nell’utero della madre, difenderli dall’aggressione della pornografia. Priva della luce di Dio, la società occidentale non sa più rispettare i suoi anziani, accompagnare i malati alla morte, dare spazio ai più poveri e ai più deboli. E’ abbandonata all’oscurità della paura, della tristezza e dell’isolamento. Non ha altro da offrire che il vuoto e il nulla. Permette alle ideologie più folli di proliferare. Una società occidentale senza Dio può diventare la culla di un terrorismo etico e morale più virulento e più distruttivo del terrorismo islamista. Ricordate che Gesù ci ha detto: “Non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima; temete piuttosto colui che ha il potere di far perire e l’anima e il corpo nella Geenna” (Mt 10,28).

Questa descrizione è certamente cruda, ma bisogna essere lucidi e realisti. Parlo in questo modo perché nel mio cuore di sacerdote e di pastore provo compassione per tante anime disorientate, perdute, tristi, angosciate e sole. Chi le condurrà alla luce? Chi mostrerà loro la via della Verità, l’unica vera via della libertà che è quella della Croce? Le lasceremo cadere nell’errore, nel nichilismo senza speranza o nell’islamismo aggressivo senza fare nulla? (…)

Se Dio non è morto, come crede si possa convincere l’uomo contemporaneo che Dio è vivo ed è fondamentale per la nostra vita?

Il problema dell’uomo occidentale, oggi, è che vive come se Dio non esistesse. La maggior parte delle popolazioni occidentali non vede ormai in Gesù nient’altro che una specie di idea, ma non un fatto e ancora meno una persona. Per di più Dio è visto come un indicatore di principi morali e dunque come un ostacolo alla nostra libertà, alla nostra piena autonomia e realizzazione umana. E’ per questo che Benedetto XVI insiste dicendo: “All’inizio dell’essere cristiano non c’è una decisione etica o una grande idea, bensì l’incontro con un Avvenimento, con una Persona che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva”. L’uomo contemporaneo, l’uomo occidentale in particolare, vive il male del relativismo, di cui il nichilismo è diretta conseguenza, cosicché si lascia portare “qua e là da ogni vento di dottrina” (Ef 4,14), e sembra questo l’unico atteggiamento all’altezza dei tempi odierni.

In un sistema relativista, tutte le vie sono possibili come molteplici frammenti del cammino del progresso. In tale contesto, il bene comune sarebbe il frutto di un dialogo continuo con tutti, l’incontro delle diverse opinioni private, una torre di Babele fraterna, in cui ciascuno possiede una particella di verità, nell’obbligo “aggressivo” di credere che non esista alcuna verità superiore. La più scontata delle conseguenze è che l’uomo si crea la sua religione, popolata di molteplici divinità, più o meno patetiche, che nascono e muoiono a seconda delle pulsioni, in un mondo che ricorda le religioni pagane antiche.


Cosa è accaduto nel mondo pagano che ha reso credibile la pretesa di Cristo e dei suoi discepoli?
La fede cristiana ha una pretesa assoluta: quella di investire ogni aspetto della vita ed illuminarlo, renderlo luminoso agli occhi propri e di chi ci guarda. Ha la pretesa di renderci specchio del Cielo. Anche il relativismo, nella sua apparente apertura e disponibilità verso tutte le scelte e le condotte della vita, ha una pretesa assoluta, pretendendo di essere l’incarnazione della libertà, fino a divenire una “gogna” totalitaria, in cui divieti ed obblighi si rincorrono, in un circo inesausto, accettando qualsiasi diminuzione dell’uomo e proclamando il contrario.

L’affermazione tipica del mondo contemporaneo, che nasce con la rivoluzione dei costumi degli anni Sessanta del secolo scorso, per cui Dio non esiste, oggi è divenuta: “Che ci sia o non ci sia, poco importa: ciascuno è libero di credere ciò che vuole, purché in privato”. Questo rappresenta la negazione stessa del principio della libertà di espressione, oltre che della libertà religiosa. L’uomo occidentale ha precluso la strada a qualsiasi pretesa di ricerca veritativa: se tutto è uguale, nulla conta più.

Esiste una forma di rifiuto dei dogmi della Chiesa, o una distanza crescente tra gli uomini e i dogmi, cioè quanto Gesù ha insegnato su Dio e la vita eterna, fino a mettere in dubbio la veridicità di quanto i Vangeli riportano, sia riguardo alla testimonianza di fatti straordinari sia riguardo ai giudizi espressi dalla primigenia comunità cristiana e fedelmente trasmessi nei secoli, sino ad oggi.

Si è fatta strada la convinzione che il liberalismo morale porti a un progresso della civiltà; d’altro canto l’osservazione della realtà evidenzia come questo preteso progresso sia, in realtà, una decadenza morale ed antropologica, una nuova forma di pagane- simo che ha desacralizzato l’uomo e le sue relazioni: si pretende che sia un diritto la determinazione di chi abbia diritto a vivere, e ne fanno esperienza i più fragili: l’uomo nelle viscere di sua madre, l’anziano, il debilitato, il disabile, ultimamente abbandonati e convinti di essere un peso per la società, per gli amici, e perfino per la famiglia. Le realtà del limite, della sofferenza e del dolore, private della loro prospettiva di salvezza e di bene eterno, sono insopportabili e Dio viene chiamato a giustificarsi. Mentre da un lato si pensa che, a motivo della bontà infinita del Signore, tutto sia possibile, anche se non si cambia niente nella propria vita, dall’altro si pretende che le proprie scelte non abbiano alcuna conseguenza negativa o imprevista.

E’ il mondo che deve cambiare atteggiamento o la Chiesa deve cambiare la sua fedeltà a Dio?

Se non usciamo dalla cultura della morte, l’umanità si avvicina alla perdita di se stessa. C’è una guerra dichiarata contro la vita. Come si fa a concepire il fatto che così tanti bambini vengono eliminati dal grembo delle loro madri, col pretesto di un diritto della donna alla libertà del proprio corpo? Nel frattempo, la nuova battaglia “ideologica” della postmodernità occidentale è diventata l’eutanasia. La distruzione della vita non è più un atto barbarico, ma un progresso della civiltà; la legge prende a pretesto un diritto di libertà individuale per dare all’uomo la possibilità di uccidere il suo prossimo.

Se l’insegnamento della Chiesa non è compreso, non dobbiamo temere di rimettere cento volte mano all’opera. Non si tratta di addolcire le esigenze del Vangelo o di cambiare la dottrina di Gesù e degli apostoli per adattarsi alle mode evanescenti, ma di rimetterci radicalmente in causa sul modo in cui noi stessi viviamo il Vangelo e presentiamo il dogma.

La più grande difficoltà degli uomini non è credere quello che la Chiesa insegna sul piano morale; la cosa più dura per il mondo postmoderno è il credere in Dio e nel suo unico Figlio. La più grande preoccupazione deve restare Dio. I fini ultimi e l’eternità sono diventati una specie di immotivato peso psicologico. I cristiani stessi, in molte occasioni, si sono accomodati in un’apostasia materiale, prima ancora che filosofica. Ma per parlare di questo all’uomo di oggi, occorre la sua disponibilità, la disponibilità al silenzio.

Dio è avvolto nel silenzio e si rivela nel silenzio interiore del nostro cuore. Chi potrebbe parlare del silenzio, e soprattutto di Dio, in una forma adeguata? Possiamo tentare di parlare di Dio solo a partire dalla nostra propria esperienza di silenzio. Nel cuore dell’uomo c’è un silenzio innato, perché Dio abita nel profondo di ogni persona. Dio è silenzio, e questo silenzio divino abita l’uomo. In Dio, noi siamo inseparabilmente legati al silenzio. La Chiesa può affermare che l’umanità è figlia di un Dio silenzioso. Se cerchiamo di essere con Dio nel silenzio, possiamo forse comprendere qualcosa della sua presenza e del suo amore. Una Chiesa che parla senza interruzione, una Chiesa che non sa osservare il silenzio per contemplare la Parola di Dio, è una Chiesa che si è allontanata da Dio, una Chiesa scristianizzata, mondanizzata ed immersa in una società “chiacchierona”.

Davanti all’uomo che accusa Dio, per parlare a quell’uomo, per raccontare quale profondità di amore vive Dio per noi, è necessario fare silenzio. Silenzio: per poter noi ascoltare il Signore; silenzio in chi è alla ricerca di una risposta adeguata alla propria inquietudine, in chi osserva la tragedia dell’aver estromesso Dio, Dio nella persona di Gesù, Dio nella realtà della Chiesa, da Lui voluta come sua presenza nella storia. Dimentichiamo che l’origine dei nostri mali nasce dall’illusione che siamo qualcosa di diverso dalla polvere.

L’uomo, che si fa divinità, non vuole riconoscere che è un mortale. A prima vista possiamo credere che Dio permetta il male per distruggere gli uomini. Ma se Dio tace, soffre con noi per il male che ha lacerato e sfigurato la terra, e quel tacere – afferma san Giovanni Paolo II – “sfocia in una reazione simile al travaglio di una partoriente che s’affanna, sbuffa e urla. E’ il giudizio divino sul male, raffigurato con immagini di aridità, distruzione, deserto, che ha come meta un risultato vivo e fecondo”.

Molti dei nostri contemporanei non possono accettare il silenzio di Dio. Non ammettono che sia possibile entrare in comunicazione in modo diverso dalle parole, dai gesti o dalle azioni concrete e visibili. Credo che noi siamo vittime della superficialità, dell’egoismo e dello spirito mondano. Ci perdiamo in lotte per stabilire un’influenza sugli altri, in conflitti tra persone, in un narcisistico e vano attivismo. Ci gonfiamo di orgoglio e di pretese, prigionieri di una volontà di potenza. Per cercare titoli, incarichi professionali o ecclesiastici, accettiamo compromessi vili. Ma tutto ciò passa, si dissolve come il fumo. E’ necessario entrare nel silenzio. Senza di esso, ci troviamo in un’illusione. L’unica realtà che merita la nostra attenzione è Dio stesso, e Dio tace. Aspetta il nostro silenzio per rivelare Se stesso.

LA CATTEDRALE DEL POPOLO

di Aldo Cazzullo| 8 dicembre 2024

La riapertura di Notre-Dame rappresenta la riaffermazione dell’identità nazionale dei francesi

Alla fine il Paese più laicista e secolarizzato d’Europa si è fermato, inorgoglito, emozionato per la riapertura di una chiesa. All’evidenza, non era solo una chiesa; era, è, la cattedrale del popolo. Così come quelli che vedemmo bruciare in diretta tv cinque anni fa erano legni e metalli; non era Notre-Dame. Non la sua essenza; e neppure la sua sostanza.
Notre-Dame era già stata ricostruita nell’Ottocento. E a farlo, prima dell’architetto neogotico Viollet-le-Duc che reinventò le gargouilles e la guglia, era stato uno scrittore, Victor Hugo. I rivoluzionari l’avevano devastata e vagheggiavano di farne il tempio della Dea Ragione, oppure una cava di pietra. Victor Hugo non era animato da spirito religioso. Era un romantico che aveva intuito una cosa sfuggita nell’impeto rivoluzionario: Notre-Dame era la Francia. Un popolo è il proprio passato; quindi la Cattedrale dedicata alla Madonna rappresentava l’identità nazionale meglio ancora di Giovanna d’Arco o della Gioconda, già allora esposta al Louvre. Così lo scrittore inventò un amore impossibile tra un gobbo e una zingara, le due creature più disprezzate, che all’ombra delle navate trovavano riparo dalla crudeltà del potere. Il successo fu immenso. Da lì nacque l’idea di salvare la cattedrale.

I rivoluzionari avevano abbattuto le statue della facciata: raffiguravano i re di Giuda, ma ai loro occhi erano l’emblema dei sovrani di Francia. A dire il vero, però, Notre-Dame non era mai stata la chiesa della monarchia. I re si facevano incoronare a Reims e seppellire a Saint-Denis. Il cardinale primate di Francia risiedeva altrove, a Sens. Notre-Dame era appunto la chiesa del popolo, in cui al più i re si sposavano, offrendo ai sudditi i festeggiamenti.
Per questo Napoleone si fece incoronare proprio a Notre-Dame «imperatore dei francesi»
, sia pure in quel modo insieme grandioso ed eccessivo che l’avrebbe portato a una triste fine (ma in fondo il grande corso, più che francese, era uno dei nostri; di sicuro in casa parlava dialetto o italiano, e parlò francese con accento italiano per tutta la vita). La mamma, Letizia Ramolino, non potendo vedere la nuora incoronata imperatrice, restò a casa; Napoleone ordinò a Jacques-Louis David di raffigurarla lo stesso. Il pittore eseguì.

La vera riapertura di Notre-Dame è stata quella di ieri, la messa aperta a tutti, più che la parata del giorno prima con Trump, Musk e altri potenti, in cui Emmanuel Macron si è come di consueto preso la scena, facendosi fotografare con tutti i capi di Stato e di governo, uno per volta, intirizziti dalla pioggia — la nuvola di Macron — che già aveva preso di mira l’inaugurazione dell’Olimpiade. I parigini che nel 2019 avevano trepidato, nella notte in cui a un tratto sembrò che la cattedrale fosse perduta, ieri l’hanno riempita, fotografata, postata come a rivendicare un orgoglio nazionale, che forse non è più la fede di un tempo, ma certo è la riaffermazione di un’identità. 

E forse questo sentimento è più sincero e appropriato della scelta politica con cui Giscard non volle citare nella Costituzione europea le radici giudaico-cristiane.
Diversamente si comportò Charles de Gaulle, nell’ora della liberazione di Parigi. Non fu certo solo per compiacere la moglie, la cattolicissima Yvonne, che il Generale (pure lui credente e praticante) ordinò al generale Leclerc di arrivare il prima possibile a Notre-Dame, sul sagrato da cui partono idealmente tutte le strade di Francia. L’avanguardia della France Libre era la nona compagnia della seconda divisione, composta soprattutto da repubblicani spagnoli, tra cui molti mangiapreti, che avevano ribattezzato i loro blindati Guernica e Guadalajara, ma rimasero comunque colpiti dall’arditezza delle architetture, delle volte, dei contrafforti. Appena poté, il 26 agosto 1944, de Gaulle andò di persona nella cattedrale dei francesi, accolto dal cantico del Magnificat intonato sul sagrato da 40 mila parigini, che all’evidenza lo sapevano.

Quando poi nel 1970 il Generale morì, il suo funerale fu celebrato ovviamente a Notre-Dame, sia pure senza bara. Decine di telecamere vennero installate dentro e fuori la cattedrale: l’evento fu trasmesso in mondovisione e seguito da 300 milioni di telespettatori, mentre i funerali veri si tenevano per volontà del defunto nel suo villaggio dell’Alta Marna, Colombey-les-deux-Églises, di cui lui amava dire agli interlocutori algerini, cui riconobbe l’indipendenza: «Se fossi vissuto da voi, sarei vissuto a Colombey-les-deux-Mosquées».
Qualcosa del genere accadde anche in morte di François Mitterrand: a Notre-Dame c’era il suo successore, Jacques Chirac, accanto all’arcivescovo di Parigi Jean-Marie Lustiger, ebreo convertito al cattolicesimo, a celebrare una sorta di alleanza tra il trono e l’altare; c’erano capi di Stato e di governo di tutto il mondo, compresi Fidel Castro e Yasser Arafat (che uno Stato non l’aveva); ma non c’era il feretro. Mitterrand nel frattempo veniva sepolto a Jarnac, alla presenza delle sue due famiglie, quella ufficiale e quella clandestina; e la moglie Danielle abbracciò la figlia naturale Mazarine.
Per tutti questi motivi, Notre-Dame sarebbe comunque sopravvissuta al rogo. Averla riaperta in così poco tempo non è solo un successo politico per un presidente bistrattato al di là dei suoi innegabili errori; è una pagina di storia di questo vecchio continente che, con tutti i suoi orribili difetti, resta il cuore pulsante del mondo.

Non ha perso solo il despota di Damasco

di Federico Rampini| Corriere della Sera – 8 dicembre 2024

La fine del regime siriano è un colpo per Russia, Iran e Hezbollah. Ma ha ricadute anche in Occidente

Su chi ha il privilegio di vivere in società democratiche, i regimi autoritari possono esercitare un diabolico fascino: talvolta siamo ammirati di fronte alla loro stabilità, durata, governabilità. La caduta di Assad ci ricorda che le dittature nella storia sembrano eterne fino a un minuto prima del crollo. Il suo è stato repentino: costretto a una fuga ignominiosa di fronte all’avanzata irresistibile dei ribelli. Esce di scena uno dei macellai del Medio Oriente, un despota che bombardò con le armi chimiche la sua stessa popolazione civile. Ma già avanza una contro-narrazione: «L’Occidente si schiera con i terroristi». Basta andare sui social per trovare un profluvio di accuse, all’America anzitutto: pur di incassare una sconfitta per i suoi avversari storici, celebra e forse appoggia l’instaurazione di un regime jihadista. Ha colpito tutti l’insolita armonia di vedute fra Joe Biden e Donald Trump.

Questa è una vicenda disastrosa per i tre protettori storici di Assad: Russia, Iran, Hezbollah. Li colpisce nell’immagine e negli interessi materiali. Putin ha speso immense risorse umane e materiali in Ucraina. Il rublo crolla, la Russia ha bisogno di aiuti esterni (Corea del Nord, Iran, Cina). La sua capacità di sostenere una sfera d’influenza geopolitica è indebolita, anche se non è del tutto tramontata (vedi gli eventi recenti in Romania, Georgia, diversi paesi africani). L’Iran e Hezbollah hanno subito dei colpi formidabili da Israele, castigati per le loro aggressioni. La caduta di Assad è un segnale di debolezza che investe due archi di potenze antagoniste all’Occidente: quello che gli ayatollah esaltano come l’Asse della Resistenza (Iran, Hezbollah, Hamas, Houthi), e quello che gli esperti geopolitici americani definiscono l’Asse del Caos (Cina, Russia, Iran, Corea del Nord).

Queste forze hanno interesse ad alimentare una contro-narrazione, l’ennesimo processo all’Occidente: ecco Biden-Trump in flagrante collusione con le milizie jihadiste. E magari un giorno dovranno pentirsi di aver tifato per la caduta di un despota «stabilizzatore», come per la fine di Gheddafi in Libia? Quando i nuovi padroni della Siria mostreranno il loro vero volto, ci saranno nuove ondate di profughi verso l’Europa?
Una contraddizione c’è. A cacciare Assad è il movimento Hayat Tahrir al-Sham, guidato da Abu Mohammad al-Jolani: gli Stati Uniti e altri Paesi occidentali lo hanno designato come un’organizzazione terroristica. In quanto tale dovrebbe essere colpita da sanzioni, anziché essere aiutata dalla Cia (come starebbe accadendo secondo alcune fonti). In realtà, da tempo Jolani cerca di convincere gli occidentali che il suo movimento è cambiato, prendendo le distanze da Al Qaeda e dall’Isis, contro cui ha perfino combattuto. Jolani ha dato numerose interviste, da Al Jazeera al New York Times, in una offensiva di relazioni pubbliche. Invita a prenderlo sul serio Hassan Hassan, studioso siriano che vive in America.

Secondo lui Hayat Tahrir al-Sham ha subito una trasformazione «nazionalista», simile ai talebani in Afghanistan. Rimane un gruppo islamista, però limita i suoi obiettivi all’orizzonte nazionale, non vuole esportare la guerra santa all’estero, né foraggiare reti terroristiche in Occidente. A differenza dai talebani di Kabul, i jihadisti siriani promettono perfino tolleranza nei confronti delle minoranze religiose, visto che in Siria ci sono comunità cristiane e di altre fedi. Questo jihadismo nazionalista si unisce alla capacità di governo locale che offre servizi alla popolazione: ordine e giustizia, istruzione, assistenza sanitaria. Resta una forza militante violenta, che non esita a «uccidere i rivali e gli attivisti della società civile», secondo Hassan Hassan. Però può offrire stabilità in Siria; senza mettersi al servizio delle strategie di Putin o degli ayatollah iraniani.

L’intelligence Usa sotto Biden aveva già cominciato ad accettare quest’avanzata jihadista come un male minore. Colpisce la totale sintonia con Trump. Il consigliere strategico di Biden, Jake Sullivan, ha usato parole forti dicendo di essere «in vigoroso accordo con Trump». Ha sottolineato che «gli Stati Uniti non si mischieranno nella guerra civile siriana, ci concentriamo sulle nostre priorità di sicurezza nazionale». Riecheggiava ciò che Trump aveva scritto a caratteri cubitali sul social X: «La Siria è un caos ma non è un Paese amico e gli Stati Uniti non devono averci nulla a che fare. Non è una lotta nostra. Non facciamoci coinvolgere!» Trump aggiunge una nota severa su Putin: «Ha perso 600 mila soldati in Ucraina, non è in grado di fermare l’avanzata dei ribelli in Siria, Paese che aveva protetto per anni».

È un assaggio di ciò che sarà la politica estera del 47esimo presidente dal 20 gennaio. Tra le nomine annunciate dal futuro presidente spiccano tre reduci dalla guerra in Iraq: il suo vice JD Vance, Tulsi Gabbard che lui vuole alla guida dell’intelligence, e il problematico Pete Hegseth designato (per ora) alla Difesa. La loro visione è dominata dal rigetto della «guerra globale contro il terrorismo» di George W. Bush, la stagione dei neoconservatori che portò l’America alle «guerre infinite». 

In Afghanistan gli americani combatterono più a lungo che nelle due guerre mondiali e in quella del Vietnam messe assieme. La nuova generazione di repubblicani è figlia di quella disillusione; d’altra parte nel partito democratico pochi ancora credono di esportare democrazia e diritti umani attraverso interventi militari. La realpolitik verso i jihadisti siriani è anche una manifestazione di questa nuova America. Può sembrare più cinica. Forse anche un po’ meno ingenua o arrogante.

Perché la perdita della Siria è un colpo gravissimo, per Putin: la fine di Assad piccona i suoi sogni imperiali

di Lorenzo Cremonesi- Corriere della sera – 8 Dicembre 2024

La Siria, sin dai tempi di Hafez Assad, rappresenta la base avanzata della presenza russa nel Mediterraneo. Averla persa in 10 giorni, mentre da mesi Mosca cerca di avere ragione dell’Ucraina, indica i limiti del potere russo

DAL NOSTRO INVIATO
KIEV – La Siria diventa l’ennesima riprova della debolezza russa, così come emersa evidente sin dai primi giorni dell’invasione dell’Ucraina nel febbraio 2022. Oggi Vladimir Putin concentra le sue truppe nel Donbass, dove da circa 10 mesi avanza lentamente con perdite gravissime, ma in 10 giorni vede svanire la piazzaforte siriana

Un colpo molto grave per le sue aspirazioni imperiali. 

La Siria sin dai tempi di Hafez Assad rappresenta la base avanzata della presenza russa nel Mediterraneo. Una volta l’impero zarista mirava a controllare Istanbul e il Bosforo per garantire alla sua flotta del Mar Nero di avere libero accesso alle grandi rotte marittime. L’Unione Sovietica aveva compensato costruendo le sue basi in Siria. E non solo: intere generazioni di militari e studenti figli delle classi dirigenti siriane si sono formati alle accademie e università russe ultime  

Tutto questo oggi non c’è più

Putin mirava a prendere Kiev e controllare l’intera Ucraina in poche settimane. Già un mese dopo l’inizio dell’attacco fu evidente che il suo piano era fallito. L’esercito non era pronto, i suoi battaglioni si muovevano con armi, tattiche e tecnologie arretrate. I droni turchi, aggiunti ai razzi e all’intelligence americana e britannica, erano riusciti a bloccare l’avanzata nemica.
  
Poi la guerra ha cambiato di passo. Putin ha mirato al logoramento dell’avversario. Per l’Ucraina sono iniziate le difficoltà che oggi sono evidenti su tutto il fronte: è diventata una sfida di risorse, numero di uomini, materie prime, capacità di sopportazione da parte della popolazione civile.
 
Ma, anche in questo scenario diverso da quello che si erano immaginati a Mosca, la potenza russa è tornata a mostrare i suoi limiti. I russi sono oltre 140 milioni, gli ucraini rimasti in patria circa 25, eppure Putin si trova costretto a fare arrivare i soldati nordcoreani per cercare di scacciare gli ucraini dalla regione russa di Kursk. 

In questa situazione non ci sono certo soldati da mandare in Siria. Così, Bashar Assad è rimasto solo. 

Non c’è più la manovalanza dei miliziani dell’Hezbollah libanese battuti in casa e i loro burattinai a Teheran sono anch’essi stremati dal braccio di ferro a armi impari con Israele. Ci sarebbero forse le milizie sciite irachene, che potrebbero fare qualche cosa, ma per ora non sembrano pronte ad attraversare il confine. 

Il risultato è sotto gli occhi di tutti. 

Il regime di Assad era tenuto in vita artificialmente dagli alleati sin dai mesi seguenti lo scoppio delle primavere arabe nel 2011. La Russia è intervenuta massicciamente con uomini e mezzi, soprattutto aerei, per garantire la vittoria contro le rivolte. L’aviazione siriana coadiuvata da quella russa ha metodicamente colpito ospedali, aree residenziali, non ha mai risparmiato gli attacchi nel cuore delle aree abitate dai civili. La repressione ha causato oltre mezzo milione di morti, i profughi siriani all’estero sono tutt’ora tra i 6 e 7 milioni. Con la fine del suo alleato Bashar scappato all’estero, Putin vede sbriciolarsi un altro pezzo del suo sogno imperiale.

Le sfide del Mondo russo secondo Kirill

di Stefano Caprio – Asia news – 8 Dicembre 2024

Il patriarca cerca ultimamente di smarcarsi e sottolineare la sua superiorità nella “sinfonia” russa tra il trono e l’altare. E negli ultimi tempi si sono evidenziati almeno due argomenti su cui la Chiesa ortodossa russa non si è sentita particolarmente in sintonia con le istituzioni statali: le risposte alla crisi demografica che finiscono per mettere sotto accusa lo stesso celibato dei monaci e il divieto di qualunque preghiera organizzata nelle case private.

Il patriarca ortodosso di Mosca, Kirill (Gundjaev), ha presieduto la XXVI sessione del Concilio Popolare Russo Universale, sul tema del “Mondo Russo: le sfide esterne e interne”, coadiuvato dall’amministratore del patriarcato, il metropolita Grigorij (Petrov) e da altre personalità ecclesiastiche e del mondo della cultura russa, come il professor Aleksandr Šipkov, rettore dell’università ortodossa San Giovanni il Teologo. Si notava una generale assenza dell’alta dirigenza politica, con un messaggio d’auguri molto sbrigativo del presidente Vladimir Putin letto da uno dei suoi vice, Sergej Kirienko, forse per una certa gelosia di ruolo nei confronti del patriarca, che cerca ultimamente di smarcarsi e sottolineare la sua superiorità nella “sinfonia” russa tra il trono e l’altare.

Non sono mancati peraltro i tanti gerarchi della Chiesa ortodossa, vescovi, sacerdoti e monaci con la presenza di alcuni deputati della Duma e di altre istituzioni, con rappresentanze di altre confessioni religiose e delle accademie. La riunione è stata trasmessa in diretta dai canali televisivi ortodosso-patriottici Soyuz e Spas, oltre che dal portale ufficiale del patriarcato di Mosca, e aperta dall’inno nazionale della Federazione Russa. Il patriarca ha comunque ringraziato il presidente Putin per la sua “partecipazione alla formazione della politica statale, che viene sostenuta dalla Chiesa e dal Concilio russo universale”, ammiccando al fatto che tale istituzione risale agli anni precedenti alla salita al trono dello stesso presidente, grazie all’iniziativa negli anni Novanta dell’allora metropolita Kirill, oggi patriarca.

Kirill cerca di rimarcare la sua funzione di guida ideologica del Paese, nell’elaborazione di una “politica volta all’affermazione della libertà, dell’indipendenza, dell’autentica indipendenza della nostra Patria nella libertà, e allo stesso tempo nella custodia di quei valori tradizionali che stanno alla base della nostra civiltà”. Il patriarca rivendica il patrocinio dei contenuti fondamentali della politica putiniana, che la Chiesa ha proposto fin dai tempi tumultuosi delle aperture eltsiniane all’Occidente, ricordando che “la tradizione è la trasmissione di tutto ciò che è importante, indispensabile e utile per le persone, ciò che costituisce il pegno del loro benessere e del loro futuro”.

Per evitare equivoci, viste le interpretazioni sempre più fantasiose dei “valori tradizionali” da parte dei politici e dei propagandisti russi, il patriarca rimarca che “l’Ortodossia è la fede tradizionale, e noi affermiamo che proprio la Chiesa trasmette nei tempi questi importantissimi valori e significati di generazione in generazione, attraverso l’insegnamento della dottrina, la preghiera, la formazione delle convinzioni spirituali e teoriche delle persone, per questo è la Chiesa il principale fattore di consegna dei valori al mondo contemporaneo”. Kirill loda il “modello particolare di collaborazione tra la Chiesa e lo Stato nel nostro Paese”, che addirittura “non si era mai visto nel passato”, mettendo lo zar Putin al di sopra di tutti i principi e imperatori (e segretari di partito) dei secoli precedenti, e se stesso al di sopra di tutti i patriarchi non solo moscoviti, per cui oggi “il potenziale della Chiesa nella custodia dei valori viene realizzato al massimo livello possibile”.

Secondo questa interpretazione non è mai esistito uno Stato più cristiano della Russia di oggi, “le generazioni precedenti potevano soltanto sognare un sistema così perfetto”, garantisce Kirill, in cui “la Chiesa vive nella più assoluta libertà, nessuno si intromette nelle sue attività, e lo Stato si rivolge con grande rispetto alla sua missione”, collaborando soprattutto nell’ambito dell’educazione dell’infanzia e della gioventù e nella creazione di “un sano clima culturale nel Paese”, tutte cose senza le quali “il nostro popolo perderebbe la sua identità”, assicura il capo degli ortodossi russi. Egli sottolinea le dimensioni speciali del rapporto tra la Chiesa e lo Stato in Russia con tre termini in particolare, la vzaimodejstvie (“azione reciproca”), il dialogo e il sorabotničestvo (“collaborazione”, in versione russo-antica), tre inflessioni di uno stesso concetto che vogliono esaltare sia le decisioni pratiche, sia la sintonia ideologica che la “parità di efficacia” delle due istituzioni.

In realtà, negli ultimi tempi si sono evidenziati almeno due argomenti su cui la Chiesa ortodossa russa non si è sentita particolarmente in sintonia con le istituzioni statali a vari livelli. Il primo riguarda la questione della crescita demografica, un argomento su cui Putin insiste fin dall’inizio della sua presidenza, ormai un quarto di secolo fa, senza ottenere alcun risultato: la Russia del 2000 sfiorava i 150 milioni di abitanti, oggi rischia di scendere sotto i 140, se non si tiene conto delle popolazioni ucraine forzatamente “annesse” della Crimea e del Donbass. Per stimolare la generazione di nuovi figli, la Duma di Mosca è arrivata a ipotizzare sussidi e sostegni di ogni genere per le ragazze dai 13 anni in su, a prescindere dalla loro condizione matrimoniale, con una propaganda ossessiva per cui “basta farsi mettere incinte”, poi ci pensa lo Stato, una propaganda decisamente poco “ortodossa”. Senza contare che la Chiesa preferirebbe una campagna più decisa per vietare gli aborti anche nelle cliniche private, cosa che viene invece rifiutata da tutte le amministrazioni regionali.

Questa linea di incitazione alla natalità “ad ogni costo”, inoltre, ha preso una piega sgradevole per le tradizioni ecclesiastiche quando si vuole punire la “propaganda child-free”, mettendo sotto accusa ogni stile di vita che non si orienta all’unione sessuale generativa, come la grande tradizione monastica ortodossa, che solo dopo molte insistenze è stata esclusa dalle misure di esecrazione previste dalle nuove norme in questo campo. Nella Chiesa russa i preti diocesani e di parrocchia sono obbligatoriamente sposati e con molti figli, costituendo di fatto una “casta sacerdotale” molto particolare, ma la dirigenza ecclesiastica si forma esclusivamente tra i monaci, che sono i grandi predicatori della fede patriottica e della guerra santa, quindi da onorare ed esaltare senza mettere ombre inutili sulla loro condizione di vita, esente dalla generazione di figli.

L’altra presa di posizione che ha molto indispettito il clero ortodosso è stata l’assoluta proibizione, confermata anch’essa da provvedimenti legislativi, di qualunque preghiera nelle case private, che nelle intenzioni doveva colpire in particolare le comunità evangeliche, pentecostali e sette come i Testimoni di Geova e altre, ma ha finito per intralciare anche le attività dei sacerdoti ortodossi (e cattolici) che hanno la consuetudine di recarsi a benedire le case e incontrare le persone nella loro abitazione, soprattutto nel periodo invernale e natalizio. Anche in questo caso si è resa evidente la notevole distanza di mentalità tra i politici, che riprendono con grande facilità alcune impostazioni tipiche dei tempi sovietici, e gli esponenti dell’Ortodossia, che nel rapporto con i fedeli non si limitano alla semplice propaganda, come è inevitabile che avvenga dopo oltre trent’anni di libertà religiosa, almeno a livello formale.

Queste dimensioni controverse della concezione ideologico-religiosa del “mondo russo” sono rimaste comunque sullo sfondo della sessione del Concilio russo universale, che ha poi previsto nuove celebrazioni della storia bellico-patriottica della Russia, come ulteriori manifestazioni a San Pietroburgo intorno alla figura del principe vittorioso Aleksandr Nevskij, di cui si pretende il ritorno della solenne urna funeraria dalla città di Vladimir alla capitale del nord, città natale di Kirill e Putin, dove si cerca in ogni modo di nascondere le evidente radici di “apertura all’Occidente” previste fin dalla fondazione da parte di Pietro il Grande. Il patriarca ha sottolineato anche in questo caso, come già avvenuto nei mesi scorsi per l’icona della Trinità di Rublev, gli sforzi che sono stati necessari per “superare le opposizioni del personale del museo” in cui è conservata l’urna argentea, coinvolgendo direttamente il presidente per far rimettere le spoglie nella sede simbolica di colui che aveva sconfitto svedesi e teutonici, antenati dei “nazisti ucraini e occidentali” di oggi.

In conclusione del suo intervento, il patriarca ha ricordato perfino come fin dai primi tempi delle attività del Concilio russo universale lui avesse raccomandato la lotta contro l’alcolismo, ma nessuno gli dava retta, citando frasi dei salmi sulla “gioia del vino” e le risposte del principe Vladimir di Kiev agli emissari musulmani, rifiutando di assumere l’islam perché non possiamo fare a meno di bere. Oggi l’alcolismo in Russia è diventato nuovamente una piaga che si trascina dai campi da battaglia ai cortili delle case, dove chi è ubriaco si concede alla “morte bianca” del gelo, senza neanche rendersene conto. E l’ultima stoccata di Kirill è stata indirettamente rivolta allo stesso Putin, condannando il “linguaggio volgare” che indebolisce la salute morale della persona; il presidente è noto per le sue espressioni “di strada”, ma pur essendo astemio, ascoltando il patriarca si sarà versato un bicchiere.

Dove va la “generazione Putin”?

di Stefano Caprio – Asia News – 1 Dicembre

Se per descrivere le nuove generazioni si usano termini di vario genere, i russi vedono oggi emergere sempre più la “generazione Putin”. Ci si chiede quale destino si stia preparando, anche se in realtà è difficile scorgere una vera convergenza sociale e ideologica. Ricordano piuttosto i “silenziosi” degli anni della Seconda guerra mondiale.

Verso la fine degli anni Dieci di questo secolo hanno cominciato a raggiungere la maggiore età in Russia le persone che hanno vissuto finora tutta la loro esistenza sotto il regime di Vladimir Putin, assurto alla presidenza nell’anno Duemila. Se per descrivere le nuove generazioni si usano termini vari genere (Boomer, X, Z, Millennials e altre), i russi vedono oggi emergere sempre più la “generazione Putin”, e ci si chiede quale destino si sta preparando per essa, come riflettono i commentatori di una delle ultime rubriche Signal di Meduza.

Alcuni sociologi russi spiegano che circa la metà di questo gruppo sociale crede nelle buone relazioni con l’Occidente e con il mondo intero, e spera nel “futuro felice della Russia”, l’espressione più popolare del defunto Aleksej Naval’nyj, il leader alternativo che era riuscito a mobilitare molti giovani tra il 2012 e il 2020, confidando nei valori della democrazia e non riponendo la propria fiducia nelle alte sfere del regime putiniano. I tre anni di guerra stanno però modificando gli equilibri e gli orientamenti dei giovani russi, che si stanno sempre più adagiando sulle dimensioni delle generazioni precedenti ancora segnate dal passato sovietico, nella generale apatia che si traduce in un sostegno silenzioso alla guerra e alla propaganda degli ideali patriottici.

In realtà non esiste una vera convergenza sociale e ideologica tra i membri della “generazione Putin”, al di là dell’uso strumentale che si cerca di fare di questa espressione. Non è realistico attribuire alla massa dei giovani russi caratteristiche evidenti di politicizzazione o piuttosto di distanza dalla politica, di conformismo o ribellione o altre. I termini delle categorie “generazionali” sono spesso soltanto degli strumenti di pubblicistica, più che delle teorie sociologiche fondate scientificamente. È chiaro che il periodo tra i 17 e i 25 anni esprime la fase più sensibile agli eventi esterni nella personalità di ciascuno, e le grandi scosse sociali come la guerra, la rivoluzione o altre fratture del corso della vita, lasciano tracce profonde nella mente e nell’anima.

All’inizio degli anni Duemila, il sociologo russo Jurij Levada aveva individuato sei generazioni di russi sovietici, riferendole ai vari contesti storici che si sono succeduti nei settant’anni del regime totalitario: la rivoluzione e la guerra civile, la mobilitazione staliniana, la guerra patriottica, il disgelo khrusceviano, la stagnazione brezneviana e la perestrojka gorbacioviana. Seguono nell’ultimo trentennio la generazione eltsiniana, cresciuta nella ricerca della libertà, e ora la Putin-Jugend a cui si chiede solo lealtà e obbedienza al regime. Un altro sociologo, Iskender Jasaveev, parlando con i redattori di Signal avverte che gli specialisti usano con molta cautela la categoria di “generazione Putin”, essendo cambiata più volte in questi anni la politica giovanile.

Anche la stessa fascia definita “giovanile” ha subito modifiche, passando dal gruppo di persone tra 14 e 30 anni, poi fino a 35 e attualmente a 38, considerando le esigenze di mobilitazione per l’“operazione militare speciale”. Soprattutto dopo il 2010, con la svolta sempre più aggressiva del putinismo, lo Stato ha cercato di prendere il controllo della popolazione più giovane, con risultati piuttosto contraddittori. Le proteste navalniste del 2011-2012 hanno suscitato come reazione il rilancio dei “programmi patriottici” nelle scuole di ogni ordine e grado, e si sono formate anche squadre di specialisti per lavorare con i giovani sulla rete internet e nei social network. Ovviamente, con l’annessione della Crimea nel 2014 fino all’invasione dell’Ucraina nel 2022 questi programmi hanno assunto un carattere sempre più militaresco, come risulta evidente dalle prospettive di politica giovanile approvate dal Cremlino per il periodo 2016-2020, destinate “ai tempi di pace e di guerra”.

I sociologi osservano che non è affatto facile considerare gli effetti della “educazione patriottica”, e non si può dare per scontato che gli attuali giovani russi siano dei convinti sostenitori del potere, considerando che i sondaggi faticano a rivelare il pensiero dei singoli, mentre rendono evidente la disponibilità a condividere o meno il pensiero dominante. Il sostegno generale a Putin è un effetto condizionato dalla guerra in Ucraina, che ha imposto un atteggiamento particolarmente attento a ciò che si può dire in pubblico, nascondendo il più possibile la propria opinione. Gli specialisti del Levada-Centr sottolineano che la pressione esterna alla Russia oggi gioca un ruolo diverso da prima, in quanto i giovani russi attuali in grandissima parte non sono mai stati all’estero, e difficilmente vivranno questa esperienza, se non in Paesi “amichevoli” ed esotici, senza conoscere le reali differenze dei mondi.

La guerra del resto ha molto cambiato le relazioni del mondo occidentale nei confronti della Russia, e questo si riflette nella cultura e sui media, con effetti significativi sugli orientamenti dei più giovani che si sentono rifiutati dal mondo, e crescono quindi con la “cultura del risentimento”, ulteriormente alimentata dalla propaganda ideologica di Stato. Come avveniva in Unione Sovietica, si forma quindi un dvoemyslie, un “doppio pensiero”, come osserva Jasaveev: “Questo succede quando i valori da trasmettere vengono prodotti dalla retorica ufficiale, mentre nella vita reale diventano sempre meno credibili e vissuti”. Si diffonde nelle coscienze di fatto un patriottismo molto sbiadito, se non totalmente privo di contenuti che abbiano a che fare con la vita di tutti i giorni.

Nel 2021 un altro sociologo, Grigorij Judin, disse che la generazione cresciuta sotto Putin è in attesa di “eventi che li rendano una generazione particolare”, sentendosi esclusi dal mondo di prima e non trovando un senso nel mondo attuale. Per questa ragione la guerra in Ucraina ha dato delle risposte ai giovani russi di oggi, facendoli sentire protagonisti di un rivolgimento di dimensioni universali, e per questo molti sono appassionati sostenitori dello zar. Un istituto di esperti molto vicino al Cremlino ha poi pubblicato qualche mese fa uno studio monografico sulla gioventù russa, dove si constata che “i giovani hanno una rappresentazione confusa e frammentaria di che cosa sia veramente la Russia”. Rimangono quindi in sospeso le valutazioni sugli orientamenti giovanili in Russia, tra le tante contraddizioni.

Ancora il Levada-Centr osserva che comunque i giovani sono i più “occidentalizzati” tra i cittadini della Russia, in forza dell’uso degli strumenti di comunicazione globale e dei tanti prodotti della cultura di massa, nonostante la propaganda ossessiva dello Stato contro i “disvalori” occidentali. Al di là degli entusiasmi bellico-patriottici, i giovani sono generalmente tolleranti nei confronti della tanto vituperata “comunità Lgbt”, che le nuove leggi russe definiscono come “organizzazione estremistica”. E nonostante i tanti appelli statali ad aumentare la natalità ed esaltare i “valori tradizionali” e famigliari, l’età media della conclusione del matrimonio e della generazione di figli continua a crescere in Russia, senza di fatto riuscire a modificare gli standard sempre più negativi degli ultimi anni.

La rubrica Signal propone un parallelismo con la “generazione Franco” della Spagna, cresciuta nell’epoca della crisi politica ed economica degli anni Trenta del secolo scorso, sfociata poi nella guerra civile. Anche in quel caso si imponeva dall’alto un forte indottrinamento di un’ideologia nazional-religiosa, facendo leva sul cattolicesimo tradizionalista, e la polarizzazione dovuta a quel periodo ha influito sullo sviluppo successivo della società spagnola, tra chi aderiva alle strutture del regime e chi cercava di organizzare movimenti clandestini contro la dittatura. Il regime di Franco si concluse con la morte naturale del dittatore, e la generazione cresciuta sotto il suo potere è poi riuscita a garantire un passaggio pacifico verso la democrazia. Gli spagnoli hanno evitato la nostalgia del franchismo grazie a un grande dibattito sociale sulla fase della dittatura, ciò che è mancato alla Russia dopo la fine dell’Unione Sovietica, e a richiamarsi ai valori di quel tempo sono soltanto quelli che non hanno vissuto quel periodo. Forse ad avere nostalgia di Putin saranno gli uomini del domani, quelli che non hanno mai provato le repressioni e le grottesche forzature ideologiche di questi anni.

Coloro che hanno vissuto la tragedia della seconda guerra mondiale, prima della generazione dei baby-boomer, sono stati spesso definiti come i “silenziosi”, spesso considerati conformisti e apolitici, avendo provato l’orrore della distruzione del mondo intorno a loro mentre si affacciavano alla vita adulta. In seguito, proprio costoro sono diventati gli “innovatori” che hanno iniziato a costruire un mondo nuovo, in Europa e nel mondo. Forse anche tra i russi sottoposti al tritacarne delle guerre e dei lager putiniani ci saranno coloro che oggi sono costretti al silenzio, ma un domani aiuteranno la Russia a risorgere dalle ceneri.

Il compagno di Deborah Vanini, la neomamma morta a 38 anni: “Non ha curato il tumore per far nascere sana la nostra Megan”

Como, parla il compagno della donna che ha scoperto la malattia in gravidanza e ha rinunciato alle cure: «Era speciale, altruista, buona. Mi ha detto: voglio che venga al mondo. I giudizi sui social mi hanno ferito»

LA STAMPA – Francesca del vecchio – 28 Novembre 2024

COMO. «Le decisioni delle persone sono scommesse, il giudizio degli altri conta poco. Quello che mi ha ferito è stata la facilità con cui la gente, sui social, ha criticato la scelta di Deborah senza conoscerne le motivazioni. Senza sapere che persona speciale fosse. Quanto abbia lottato per costruire la nostra famiglia che ora è monca senza di lei».

Massimo Chinaglia, 40 anni, trattiene a fatica le lacrime dall’altra parte del telefono. Appena 24 ore prima di questa intervista, a Como, ha detto addio alla sua compagna, Deborah Vanini di appena 38 anni, che per portare al termine la gravidanza e far nascere la piccola Megan ha scelto di non curare il cancro avanzato che l’aveva colpita ai polmoni.

Chi era Deborah?
«Una persona speciale, altruista, buona. È riduttivo dire che fosse la mia metà: era il mio tutto, il mio punto di riferimento. Voglio parlare di lei perché credo che la sua storia possa essere d’ispirazione e d’insegnamento per le persone che credono che il tempo a nostra disposizione sia infinito. Ci sono casi come quello della mia Debby in cui il “domani” non c’è, casi in cui la sabbia nella tua clessidra è quasi finita e allora anche un sacrificio per un bene superiore vale la pena farlo».

Perché non ha voluto interrompere la gravidanza?
«Quando ci siamo conosciuti, 10 anni fa, sapevamo che volevamo una famiglia con dei figli. Ci abbiamo provato per due anni ma non ci riuscivamo. Poi, a febbraio scorso, il test di gravidanza che ci ha confermato che Deborah era incinta. Solo che di lì a qualche giorno siamo corsi in ospedale perché aveva dei forti dolori a una gamba. Abbiamo firmato una liberatoria per autorizzare la tac nonostante la gravidanza e così abbiamo scoperto un tumore ai polmoni al quarto stadio, le metastasi ad altri organi che erano irrimediabilmente compromessi».

Cosa è successo dopo?
«Mi ricordo quella sera, dopo l’ospedale: Debby l’ha passata con la testa appoggiata sul tavolo della cucina, in lacrime. Era terrorizzata da quello che l’aspettava. Spaventata per le scelte che doveva compiere: non sapeva cosa ne sarebbe stato della sua vita. Poi, quella frase – “Mi curerò dopo il parto” – che mi ha fatto capire che aveva già scelto. Abbiamo sperato nel miracolo, pregato. Abbiamo confidato nei farmaci che le davano per tenere a bada l’avanzamento della malattia, ma quel cancro era troppo cattivo».

Cos’ha pensato della decisione della sua compagna?
«Già, compagna… non abbiamo fatto neanche in tempo a sposarci. Le sono stato accanto perché sapevo che non potevo farle cambiare idea. Mi sono sforzato nei mesi in cui ho dormito con lei in ospedale – anche sul pavimento, se occorreva – di comprendere la sua decisione. So che il suo è stato un gesto di altruismo e di amore verso di me e verso nostra figlia. In fondo, lei sapeva che stava per morire».

Pensa mai a come sarebbe stata la vostra vita se si fosse curata?
«Tutti sanno cos’è un tumore al quarto stadio. I medici furono chiari: era inoperabile. Se avesse iniziato le cure subito, appena scoperto, avrebbe potuto vivere qualche anno in più – 4 o 5 al massimo -, invece di consumarsi in sei mesi. Ma sapeva che in quel tempo che le restava, con la chemio e il resto, una gravidanza non sarebbe mai arrivata. Per questo mi diceva sempre: “Nostra figlia avrà tutta la vita davanti, voglio che venga al mondo. Io, potrei vivere solo pochi anni ancora. Che senso avrebbe rinunciare a lei”. E così ha voluto, fino alla fine».

È stato un parto difficile?
«Non ho mai visto una sala operatoria così piena di persone: saranno state 40. Nonostante l’indecisione se farla partorire in ginecologia o in oncologia, nonostante una tromboembolia e un parto prematuro, è riuscita a godersi la piccola per due mesi, fino a 20 giorni fa. Poi un versamento pleurico e una nuova corsa in ospedale. Da lì le cose sono peggiorate ogni giorno».

Cos’ha pensato in quei momenti?
«Avevamo una bambina di un mese e mezzo a casa, la paura che Deborah potesse non farcela era grande. I medici – lo staff del Niguarda è stato fantastico – hanno cercato di prepararmi. Ma si è mai veramente pronti per una cosa del genere? Alla fine, venerdì notte mi è morta tra le braccia».

Lei adesso come sta?
«Oggi (ieri per chi legge, ndr) è il giorno più duro per me, dopo averla seppellita mi sento mutilato, perso. Ho la gioia di nostra figlia, un “pezzo” di Deborah da cullare mentre sono al telefono. Eppure vedo tutto buio intorno. Volevo diventare padre ma con Deborah al mio fianco. So di avere l’enorme responsabilità di crescere nostra figlia. Ma Debby prima di andarsene mi ha dato tutte le istruzioni, ha anche comprato vestitini, culla, lettino e giochi per i prossimi 7 anni. Aveva capito che le restava poco tempo».

Della vostra storia si è parlato molto. Non sempre in termini positivi. Cosa l’ha offesa di più?
«Più che di offesa, parlerei di mancanza di rispetto per le scelte di una persona che non si conosce. Io non voglio che qualcuno giudichi il fatto che mia figlia crescerà senza madre. Credono che non ci abbia pensato? Chi ha criticato la decisione di Deborah di non curarsi non sapeva nulla della sua malattia, dei suoi sentimenti. Del fatto che si sentisse appagata dalla vita e che per altruismo volesse lasciare a me qualcosa di lei. Una società così incattivita che l’ha giudicata senza sapere dovrebbe prendere esempio dalla sua storia».

Cosa farà adesso?
«Cercherò la forza, da qualche parte. Nella famiglia, di certo, che è l’unico sostegno che si ha nei momenti difficili. Crescerò mia figlia facendo tesoro di quello che Debby mi ha insegnato e quando sarà grande le racconterò del grande gesto d’amore che sua madre ha compiuto perché venisse al mondo».

LA MADONNA VUOLE CHE SIA CONIATA UNA MEDAGLIA

Cari amici, in occasione della ricorrenza della Medaglia Miracolosa vi presento un flash del mio pellegrinaggio a Rue de Bac a Parigi, nella cappella dell’Apparizione.

La prima apparizione è avvenuta sulla sinistra dell’altare, dal lato del Vangelo, dove si trovava la sedia del Padre Direttore. La seconda apparizione, quella del 27 Novembre 1830, è avvenuta invece alla destra dell’altare, dove ora si trova la statua della santa Vergine con gli occhi rivolti al cielo, mentre presenta a Dio il globo sormontato da una piccola croce. Mi avvicino e noto che al di sotto della statua si trova l’urna dove è sepolta santa Caterina Labouré. Qui è stata posta nel 1933, dopo la beatificazione, mentre ha trascorso ben quarantasei anni della sua vita a Reully, ignota a tutti e nell’umile servizio degli anziani. “Mentre la medaglia si diffondeva (dieci milioni in quattro anni), mentre il popolo le attribuiva il nome di  miracolosa a causa dei prodigi che operava, Caterina era introvabile. Si sapeva che esisteva in qualche posto, che era figlia della Carità, e le suore, curiose, dovevano talvolta squadrarsi o domandare per sapere che fosse. Era così comune, così calma, con un’impressione così banale di indifferenza, quando in sua presenza si parlava della suora sconosciuta, che nessuno poté smascherarla apertamente” (J. Guitton – ib).

Questa volta la Madonna appare mentre la novizia si trova in cappella con la comunità. Ma sentiamo il suo racconto che, nella sua scarna semplicità, spiega quel fenomeno stupefacente che è la diffusione della medaglia miracolosa oltre ogni limite di spazio e di tempo: “ Il 27 Novembre 1830, che era il sabato avanti la prima domenica d’Avvento, alle 5 e mezza di sera, dopo il punto della meditazione, mi è sembrato di udire del rumore, dal lato della tribuna, a fianco del quadro di san Giuseppe. La santa Vergine stava in piedi, vestita di bianco, un vestito di seta bianco-aurora fatto, come si dice, alla vergine, con maniche piatte, un velo bianco che scendeva fino in basso; al di sotto del velo ho visto i suoi capelli in bandine, al di sopra un merletto di circa tre centimetri di altezza, senza pieghe, ossia leggermente poggiato sui suoi capelli; con il volto abbastanza scoperto, i piedi appoggiati su un globo, cioè una metà di globo o almeno non mi è parsa che la metà, e poi tenendo un globo nelle mani, che rappresentava la terra, teneva le mani alzate all’altezza dello stomaco, in modo assai naturale, con gli occhi elevati al cielo.

 A questo punto il suo aspetto era tutto bellezza, non saprei dipingerlo…E poi d’un tratto ho visto degli anelli alle sue dita, rivestite di pietre preziose più belle le une delle altre, alcune più grosse ed altre più piccole, che gettavano raggi più belli gli uni degli altri. Questi raggi uscivano dalle pietre, le più grosse con raggi più grossi, sempre allargandosi, e le piccole con raggi più piccoli che si allargavano in basso, e ciò riempiva tutto il basso, non vedevo più i suoi piedi….In quel momento, mentre stavo contemplandola, la santa Vergine abbassò gli occhi guardandomi. Si udì una voce che mi disse queste parole: Questo globo che vedete rappresenta il mondo intero, particolarmente la Francia…e ogni persona in particolare….Qui non so esprimermi su ciò che ho provato e su ciò che ho notato: la bellezza e lo splendore, i raggi così belli…E’ il simbolo delle grazie che spargo sulle persone che me le chiedono. Facendomi comprendere quanto era gradito il pregare la santa Vergine e quanto ella era generosa verso le persone che la pregano….quante grazie accorda alle persone che gliele chiedono,. Quale gioia prova nel concederle….

Intorno alla santa Vergine si è formato un quadro un po’ ovale, dove in alto del quadro c’erano queste parole: O Maria concepita senza peccato prega per noi che ricorriamo a voi, scritte in lettere d’oro. Allora si fece sentire una voce che mi disse: Fate, fate battere una medaglia su questo modello; tutte le persone che la porteranno riceveranno grandi grazie portandola al collo; le grazie saranno abbondanti per le persone che la porteranno con fiducia. In quell’istante il quadro mi è sembrato rigirarsi, per cui ho visto il rovescio della medaglia. Inquieta di sapere ciò che bisognava mettere sul rovescio della medaglia, dopo molte preghiere, un giorno nella meditazione mi è sembrato intendere una voce che mi diceva: La M e i due Cuori ne dicono abbastanza”.

Queste testimonianze scritte da santa Caterina sull’apparizione e sulla medaglia, che lasciano un po’ a desiderare soprattutto per quanto riguarda la sintassi, conservano una forza di evocazione straordinaria, specialmente se si leggono e meditano mentre ci si trova nella cappella. A loro completamento aggiungiamo alcuni particolari ben conosciuti dai pellegrini più fervorosi: la precisazione che gli anelli, ornati di pietre preziose e che emanano raggi sono quindici, come i misteri del rosario (le pietre che non emanano raggi sono il simbolo delle grazie che non vengono richieste, ma che la Madonna vorrebbe dare); poi il serpente “coloro verdastro con chiazze gialle”; sul rovescio, oltre alla M e i due cuori, la croce e le dodici stelle. Un insieme di simboli che richiamano i misteri fondamentali della fede, l’incarnazione e la redenzione, oltre al posto centrale dell’Immacolata nel piano divino della salvezza. Guardo a tutta quella gente che accorre all’altare per inginocchiarsi sui tre lunghi gradini che lo precedono e che sembrano fatti apposta per rispondere all’invito della Madonna. Per loro, ricchi o poveri, colti o ignoranti, quella medaglia con i suoi simboli vale più di qualsiasi trattato di mariologia.

Prima di lasciare quel luogo straordinario di grazia, autentico angolo di paradiso sulla terra, sosto un momento in preghiera dinanzi alle urne di due campioni della carità cristiana: sulla sinistra quella di Santa Luisa de Marillac, cofondatrice con San Vincenzo de Paoli delle Figlie della carità; sulla destra quella contenente il cuore di San Vincenzo, fornace ardente d’amore per Gesù e per i fratelli, che, prima ancora delle apparizioni della santa Vergine, Caterina aveva visto vivo sovrastare la piccola urna, prima “color carne” (pace e calma), poi “rosso coloro fuoco” (amore) e infine  “rosso scuro” (sofferenza).

Finalmente mi decido, sia pure con rammarico, a uscire dalla cappella. Pochi passi e sono di nuovo in rue de Bac. La Parigi grigia e sonnolenta di un mattino di Pasqua mi accoglie indifferente. L’incanto è rotto: siamo di nuovo sulla terra. Mi guardo indietro, mentre il grosso portone di legno si chiude alle mie spalle. Lo sovrasta una statua della Madonna col bambino in braccio che dall’alto guarda, con sollecitudine materna, i passanti frettolosi, che neppure se ne accorgono.

(Padre Livio – Pellegrino a quattro ruote sulle strade d’Europa – cap. 5)

COME SI ARRIVO’ ALLA SECONDA GUERRA MONDIALE

27 Novembre 2024 ore 09:31

di Roberto de Mattei – CORRISPONDENZA ROMANA 1875

Nelle sue Memorie, Winston Churchill racconta: «Un giorno il presidente Roosevelt mi disse che stava chiedendo pubblicamente suggerimenti su come la guerra dovesse essere chiamata. Io dissi subito “la guerra non necessaria”. Non ci fu mai una guerra più facile da fermare che quella che aveva appena distrutto ciò che la guerra precedente aveva lasciato del mondo» (La Seconda guerra mondiale, Mondadori Milano 2024, p. 11). 

In realtà di tutte le guerre si può dire che sono “non necessarie”, anche se una certa ineluttabilità ne accompagna sempre le origini. Calcoli sbagliati, mosse azzardate, passioni sregolate, sono spesso alle origini dei conflitti, provocati da un dinamismo storico che ne travolge i protagonisti. Gli uomini credono di essere gli artefici della storia, ma sono solo figuranti nelle mani della Divina Provvidenza che tutto permette per i suoi fini superiori. 

Così accadde nel trentennio 1914-1945. Dopo la Prima disastrosa guerra mondiale, i vincitori imposero ai vinti una pace foriera di nuove sventure. Il Trattato di Versailles smembrò l’Austria-Ungheria, ma lasciò la Germania intatta, in modo che essa rimase un blocco omogeneo nel cuore dell’Europa. Lo storico francese Jacques Bainville osservò nel 1920: «L’opera di Bismarck e degli Hohenzollern era rispettata in ciò che aveva di essenziale. L’unità tedesca non era solo mantenuta, ma rinforzata» (Les conséquences politiques de la paix, Godefroy de Bouillon, Paris 1996 (1920), p. 31). 

La Conferenza di Parigi consolidò la Germania “repubblicanizzata”, ma allo stesso tempo la umiliò, addossando interamente ad essa la colpa dell’“aggressione” dell’agosto 1914 e stabilendo condizioni di pace punitive. Il popolo tedesco, sdegnato, si rivolse al vecchio maresciallo Hindenburg e poi a un caporale austriaco che si presentava come il vendicatore della patria mortificata. Adolf Hitler, nel Mein Kampf, aveva riassunto il suo programma nella formula «la Germania diventerà una potenza mondiale o non esisterà affatto». Per divenire una potenza mondiale, la Germania doveva rompere l’accerchiamento del paese da parte dei suoi nemici e conquistare vasti territori a est, sottraendoli alle popolazioni slave.  

Giunto attraverso regolari elezioni al potere, il 21 marzo 1933, presso la tomba di Federico il Grande a Potsdam, Hitler inaugurò il Terzo Reich nazionalsocialista. Il nuovo padrone della Germania contava di imporre alle potenze europee la ricostituzione dell’unità nazionale e l’affermazione della razza germanica in Europa e nel mondo. Per realizzare i suoi piani egli contava sull’acquiescenza dell’Occidente e sulla sua diabolica astuzia, prima ancora che su una forza militare ancora precaria. Gli Stati Uniti, da parte loro, avevano abbandonato la Società delle Nazioni per seguire, sia sotto i suoi successori repubblicani del presidente Wilson, che sotto il democratico Franklin D. Roosevelt, una politica estera di sostanziale isolazionismo. Churchill osserva: «E’ difficile stabilire un confronto tra la mancanza di discernimento del governo inglese e la debolezza del governo francese, i quali, nondimeno, rispecchiavano l’opinione dei loro parlamenti in quel disastroso periodo. E neppure gli Stati Uniti possono sfuggire alla censura della Storia (…). Essi si limitarono a guardare stupefatti i vasti mutamenti che avvenivano in Europa, immaginandosi di non doversene menomamente preoccupare» (op. cit., p. 57). 

Dopo aver ristabilito, nel 1935, il servizio militare obbligatorio in Germania, in opposizione alle clausole di Versailles, Hitler decretò, il 7 marzo 1936, la rimilitarizzazione della zona renana, anch’essa proibita dal Trattato di Pace. Churchill osserva ancora: «Poiché si era permesso a Hitler di riarmare senza che gli Alleati o le Potenze loro associate interferissero in modo attivo nei suoi piani, una Seconda guerra mondiale doveva venire considerata assai probabile, per non dire certa. Più si protraeva una decisiva prova di forza, più diminuivano le nostre possibilità, in primo luogo di frenare Hitler senza lotte cruente, in secondo luogo di uscire vittoriosi dal terribile cimento» (p. 121).

  L’anno cruciale della crisi europea fu il 1938. Dopo l’annessione dell’Austria, il 13 marzo, Hitler proclamò il diritto di autodecisione dei tedeschi incorporati nella Repubblica ceco-slovacca.

Il 29 e 30 settembre 1938 la conferenza di Monaco tra Hitler, Chamberlain, Daladier e Mussolini acconsentì alle richieste del Führer. Il premier inglese Chamberlain venne acclamato al suo ritorno a Londra come un salvatore della pace. La guerra in realtà non si allontanava, ma si avvicinava.

Hitler si convinse della sua superiorità politica e militare e alzò la posta, giocando d’azzardo. Il 15 marzo 1939 anche la Boemia e la Moravia venivano incorporate nel Reich e la Repubblica ceco-slovacca spariva dalla carta d’Europa. Il 22 marzo, la Repubblica lituana era costretta a restituire alla Germania il territorio di Memel, che aveva avuto col Trattato di Versailles. Il 28 aprile Hitler denunciava il patto decennale di non aggressione con la Polonia e chiedeva la restituzione di Danzica. Il 23 agosto la Germania nazista stipulava improvvisamente un patto di non aggressione con l’Unione Sovietica. Nel protocollo segreto aggiuntivo era prevista la spartizione della Polonia tra la Germania e la Russia, alla quale Hitler cedeva inoltre la Finlandia, l’Estonia, la Lettonia e la Polonia fino alla Vistola quali “sfere di interesse”. 

La politica estera sovietica, come quella tedesca, aveva il suo cardine, nella sindrome dell’“accerchiamento.” Stalin era convinto che le potenze occidentali volessero creare un “cordone sanitario” attorno all’unico Stato socialista per isolarlo e poi sconfiggerlo militarmente. Egli considerava dunque la guerra come necessaria. Per il dittatore comunista, osserva lo storico tedesco Andrea Hillgruber, «decisive non erano le acquisizioni territoriali bensì la volontà di non impedire la guerra, ma anzi di provocarla indirettamente, facendo assumere a Hitler il ruolo di attore che la scatena» (La distruzione dell’Europa, tr. it. Il Mulino, Bologna 1991, pp. 269-270). Hitler, da parte sua, era persuaso che né la Francia né l’Inghilterra sarebbero scese in campo per difendere la Polonia. Ma la Gran Bretagna, dopo l’occupazione di Praga, aveva abbandonato la politica di appeasement e aveva concesso la sua garanzia alla Polonia nel caso di un attacco tedesco; uguale garanzia dettero la Francia e l’Inghilterra alla Romania e alla Grecia.  Il passaggio delle due potenze occidentali da una politica remissiva a una politica intransigente fu, secondo sir Basil Liddell Hart, talmente brusco e improvviso da rendere inevitabile la guerra (Storia militare della Seconda guerra mondiale, tr. it.,Mondadori, Milano 1996, p. 8).   

Hitler, convinto fino all’ultimo di riuscire a farsi beffe degli Alleati, il 28 agosto propose di negoziare le sue richieste. Era ormai troppo tardi. All’alba del 1° settembre 1939 l’esercito tedesco invase la Polonia, ma il 3 settembre la Gran Bretagna e la Francia dichiararono guerra alla Germania. Esse avevano l’obiettivo di preservare l’indipendenza della Polonia ma, come osserva ancora Liddell Hart, dopo sei anni di guerra furono costrette ad accettare tacitamente la dominazione russa di quella nazione, contravvenendo a tutte le promesse fatte ai polacchi che avevano combattuto al loro fianco. 

 La Russia, svolse un ruolo decisivo nello scoppio della Seconda guerra mondiale, come già era avvenuto nella Prima. Forse lo Zar Nicola II non si rese conto che la Russia, decretando per prima la mobilitazione generale, il 30 luglio 1914, avviava di fatto la guerra europea; ma Stalin, firmando il patto di non aggressione con Hitler il 23 agosto 1939, era certamente consapevole di rendere inevitabile il conflitto, sollevando Hitler dal timore di una guerra su due fronti.

Oggi la situazione internazionale, dopo l’invasione russa dell’Ucraina, è satura, più di allora, di arroganza e di malizia, di viltà e di cecità politica. La storia non si ripete mai esattamente, ma è sempre maestra e guida degli eventi e ancora una volta si possono ripetere le parole «ducunt fata volentem, nolentem trahunt»: quando il mondo volta le spalle a Dio, si trova sottomesso alla legge inesorabile di un destino che non padroneggia.

IL FANTASMA DEL PATRIARCATO

27 Novembre 2024 ore 09:29

di Roberto de Mattei – CORRISPONDENZA ROMANA 1875

Il “fantasma del patriarcato” è il tema di un editoriale del quotidiano “Il Messaggero” pubblicato il 24 novembre a firma del sociologo Luca Ricolfi. Scrive Ricolfi: «Chiunque neghi l’esistenza del patriarcato viene guardato con stupefatto rimprovero, come se avesse osato negare la Shoah. La ragione è semplice: siamo stati talmente martellati dalla tesi che la violenza sulle donne dipende dalla sopravvivenza del patriarcato che, per molti, negare il patriarcato suona come negare la violenza sulle donne. Eppure, se lasciamo per un attimo gli ardori ideologici dei credenti nel patriarcato, e ci concediamo il minimo sindacale di lucidità, non possiamo non vedere le ottime ragioni dei negazionisti. Che sono tante e solidissime. La più importante è che, a parte alcune specifiche enclave (…) nelle società occidentali sono scomparsi quasi interamente i tratti distintivi delle società patriarcali: il potere dispotico del capofamiglia, il matrimonio combinato, la sottomissione dei figli (anche dei figli maschi) all’autorità genitoriale, più in generale il primato dei doveri sui diritti in quasi ogni campo della vita sociale (lavoro, famiglia, guerra). Il processo è durato secoli, ma ha avuto due impulsi fondamentali: l’ascesa del matrimonio d’amore fra Settecento e Ottocento, in epoca romantica, e le rivoluzioni libertarie e anti-autoritarie degli studenti e delle donne negli anni ’60 e ’70 del Novecento. Un aspetto fondamentale di questi processi è l’evaporazione della figura del padre, e più in generale di ogni autorità, tempestivamente annunciata da Alexander Mitscherlich con il suo libro Verso una società senza padre (Feltrinelli 1972), uscito in lingua tedesca fin dal 1963. Su questo, fra i sociologi, gli psicologi sociali e gli psicoanalisti sussistono ben pochi dubbi».

A questo punto il prof. Ricolfi pone un’ovvia domanda: come si fa a parlare di società patriarcale, quando la figura del padre è scomparsa non solo nella famiglia, ma più in generale nella società?

La risposta è questa: «l’ipotesi che dovremmo prendere seriamente in considerazione è che la violenza di cui le donne sono vittime sia semmai il risultato – controintuitivo e paradossale – della sconfitta del patriarcato. Sono sempre più numerose le voci che attirano l’attenzione sul fatto che potrebbero essere proprio le grandi conquiste di libertà e di autonomia delle donne negli ultimi 50 anni, combinate con il crescente individualismo, consumismo, ipertrofia dei diritti – tutti tratti tipici del nostro tempo – ad avere reso gli esautorati maschi sempre più aggressivi, insicuri, fragili, possessivi, e in definitiva incapaci di reggere la minima sconfitta, o di accettare un semplice rifiuto. Insomma: l’odierno maschilismo sarebbe anche una sorta di contraccolpo a conquiste delle donne per cui i maschi non erano pronti, né disposti a farsi da parte. La violenza maschile non sarebbe il segno della sopravvivenza del patriarcato, ma semmai della sua agonia, e del disordine che da quest’ultima deriva». Non c’è da stupirsi dunque di quello che Ricolfi chiama il «paradosso nordico», ovvero «il fatto – a prima vista sorprendente – che la violenza sulle donne, dagli stupri ai femminicidi, sia maggiore nei paesi più civilizzati (come quelli scandinavi) e che un paese come l’Italia, in cui il gender gap è ancora relativamente ampio, sia fra i meno insicuri del continente europeo».

E’ esattamente la conferma, proveniente da un sociologo, di quanto scrivevamo su RadioRomaLibera, un anno fa, il 2 dicembre 2023 (https://www.radioromalibera.org/perche-dobbiamo-tornare-al-patriarcato/), commentando la profonda crisi di identità, che si è avuta in seguito alla distruzione del modello sociale del patriarcato: «Il cosiddetto femminicidio non è frutto della vecchia cultura patriarcale, ma della nuova cultura anti-patriarcale, che confonde le idee, fragilizza i sentimenti, destabilizza la psiche, privata di quel sostegno naturale che, fin dalla nascita, offriva la famiglia, con suoi punti di sicurezza, paterni e materni. L’uomo è solo con i suoi incubi, le sue paure, le sue angosce, sull’orlo di un abisso: l’abisso del vuoto in cui si precipita quando si rinuncia ad essere ciò che si è, quando si abbandona la propria natura immutabile e permanente di uomo, di donna, di padre, di madre, di figlio».

«E se tutti parlano di femminicidio, – aggiungevamo – nessuno parla di un crimine ben più esteso e diffuso: quello di infanticidio, commesso ogni in giorno in Italia, in Europa e nel mondo, da padri e madri che esercitano la massima delle violenze contro il proprio figlio innocente, prima ancora che egli veda la luce». 

L’articolo di Ricolfi ha preso spunto dalla “Giornata internazionale contro la violenza sulle donne”, celebrata il 25 novembre di ogni anno. A Roma il giorno prima si è tenuta una manifestazione nazionale contro la violenza delle donne nel corso della quale sono stati scanditi slogan femministi, tra i quali “Disarmiamo il patriarcato”, ed è stata bruciata una immagine del ministro della Pubblica Istruzione Giuseppe Valditara, colpevole di aver affermato, in un videomessaggio alla presentazione alla Camera dei deputati della Fondazione dedicata a Giulia Cecchettin, che il patriarcato non esiste più in Italia e «l’incremento dei fenomeni di violenza sessuale è legato anche a forme di marginalità e di devianza in qualche modo discendenti da una immigrazione illegale». 

Invitato a commentare queste dichiarazioni alla trasmissione Piazzapulita, sul canale La7, il prof. Ricolfi ha ribadito che il patriarcato, scomparso dalla società occidentale, oggi esiste solo nelle famiglie di immigrati: Noi aggiungiamo: come grottesca e violenta caricatura islamica del modello di patriarcato cristiano e occidentale. Più che di patriarcato bisognerebbe parlare in questo caso di forme di maschilismo islamico altrettanto selvaggio del femminismo occidentale. Ringraziamo il ministro Valditara e il prof. Ricolfi, per avere rotto il silenzio del politicamente corretto, ricordando una verità che è sotto gli occhi di chiunque la voglia vedere.

Pagina 96 di 146

Radio Maria ETS - Via Milano 12, 22036 Erba (Co) - CF 94023530150

Privacy policy