"VI SUPPLICO: CONVERTITEVI!" (REGINA DELLA PACE-MEDJUGORJE)

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Bergoglio era dentro lo spirito del tempo: passerà alla Storia. Ora nulla sarà più come prima, per la Chiesa e per tutti noi

di Aldo Cazzullo – Corriere della Sera – 21 Aprile 2025

Voleva fare il Papa sino all’ultimo minuto, e l’ha fatto. Francesco a volte fu più apprezzato dai laici che dai credenti. L’elezione, la rivoluzione di linguaggio e di stile, la difesa degli ultimi, l’omelia durissima dopo il naufragio di Lampedusa: storia di un Papa progressista.

«Buonasera».
La Chiesa ha una storia millenaria, che accelerò vorticosamente in cinque minuti: quelli tra le 20 e 22 e le 20 e 27 del 13 marzo 2013. Cinque minuti che, se non sconvolsero il mondo, certo lo avvertirono che stava accadendo qualcosa di nuovo. E non soltanto perché era appena stato eletto il primo Papa sudamericano, il primo Papa gesuita, il primo Papa a chiamarsi Francesco («Jorge Bergoglio es Francisco» titolò El Clarin, il più importante quotidiano argentino. «Argentino però modesto» titolò un giornale uruguaiano).

Francesco si affacciò alla loggia di San Pietro senza la mozzetta rossa, simbolo del potere dei predecessori. Con una croce semplice anziché preziosa. Non si definì Papa ma vescovo di Roma. Chiese ai fedeli di pregare per lui. Poi si inchinò alla folla.

La folla lo guardava, e ne fu commossa. Ma avrebbe dovuto guardare anche i cerimonieri; e se ne sarebbe inquietata. Perché fin dai primi passi Francesco ha provocato commozione e insieme sconcerto. Adesione e rigetto. Amore e ostilità, arrivato talora a degenerare nell’odio. Un sentimento mai sentito, visto, toccato in Vaticano nei confronti del Papa, come al tempo di Papa Francesco. Perché i progressisti forse non hanno amato Wojtyla; ma certo molti conservatori hanno odiato Bergoglio.

Si capì subito che sarebbe stato un Papa eccezionale; e questa sua grandiosa uscita di scena, il mattino di Pasquetta, dopo aver fatto in tempo a celebrare la Pasqua di resurrezione, lo conferma.

Bergoglio non ha innovato la dottrina; ma ha rivoluzionato il linguaggio, gli argomenti, lo stile del papato. Eppure, le stesse cose che piacevano al popolo infastidivano la Curia. Le vecchie scarpe ortopediche al posto di quelle rosse. La borsa portata da sé. L’utilitaria anziché la Papamobile o la Mercedes nera con cui il suo predecessore era arrivato alle Giornate della Gioventù di Colonia. Se Bergoglio andava a pagare il conto della stanza affittata a Roma, o a ritirare di persona gli occhiali da vista, le persone comuni se ne compiacevano, come a dire (o a illudersi): è uno di noi. Ma per gli uomini di Curia era un’inaccettabile deminutio del ruolo del Papa, quindi del loro. La scelta che parve insostenibile fu quella di non vivere nell’Appartamento, come viene chiamata la residenza all’ultimo piano delle logge di Raffaello, bensì a Santa Marta, cioè in un residence. Questo non solo faceva sembrare obsoleti e fuori luogo gli agi curiali – a cominciare dal leggendario attico del cardinale Bertone, ancora segretario di Stato -, ma faceva sentire un intero mondo inadeguato se non umiliato. E questo non riguardava soltanto monsignori, ma funzionari, aristocratici neri, banchieri dello Ior, giornalisti, gruppi di pressione, con terminali lontani dall’Italia, sino agli Stati Uniti. E se i cardinali nordamericani erano stati tra i grandi elettori di Bergoglio, fin dall’inizio molti se ne sentirono traditi.

Perché Bergoglio era dentro lo spirito del tempo: la rivolta contro l’establishment, le élites, il sistema. Una rivolta che porta con sé il rischio del populismo. Perché la stessa rivolta ha prodotto anche Trump, che rappresenta tutto quello che Bergoglio detestava: l’arroganza del potere e della ricchezza, la violenza del linguaggio, la mentalità neoimperialista. E ora che la sua voce si è spenta, sarà più difficile, se non sovrastare, resistere a quella di Trump.

All’inizio non l’hanno visto arrivare. Alla vigilia del Conclave del 2013, nei conciliaboli tra i presunti esperti il nome di Bergoglio veniva scartato. Il primo a pronunciarlo era stato nel Conclave del 2005 il cardinale Carlo Maria Martini, in alternativa al candidato dei conservatori, Joseph Ratzinger. Ne sarebbe derivato uno stallo, che avrebbe bloccato entrambi, a favore di un terzo nome. Ma Bergoglio rinunciò. Si disse che avesse avuto un cedimento emotivo di fronte al Cristo della Sistina, come a dire: «Domine, non sum dignus». In realtà, Bergoglio non aveva voluto essere la pietra d’inciampo di Ratzinger. E così aveva mantenuto le sue chances per un Conclave successivo. L’unico a prevedere davvero la sua elezione fu un giornalista italiano, Andrea Tornielli, poi chiamato da Francesco al suo fianco; mentre diventava prefetto per la comunicazione un altro giornalista, Paolo Ruffini.

Le prime uscite pubbliche di Francesco erano seguite da una folla commossa, spesso in lacrime. La semplicità, l’immediatezza, la difesa dei poveri, l’elogio dei semplici conquistarono fin dal principio. Però il Papa chiarì quasi subito che non era disposto a dispensare solo carezze.

La sera del 22 giugno, nell’Aula Paolo VI, era stato organizzato un “Grande concerto di musica classica per l’Anno della Fede”. I politici avevano preso posto in seconda fila, in modo da essere inquadrati dalle telecamere subito dietro la poltrona riservata al Pontefice. Ma quella poltrona restò vuota. «Non sono un principe rinascimentale» disse Bergoglio. Per il concerto non aveva tempo. Su Twitter fu meno diretto, ma altrettanto efficace: «Non possiamo essere indifferenti davanti a uno che soffre, a uno che è triste».

Il 4 ottobre 2013 andò ad Assisi. Era la prima volta che scendeva sulla tomba del santo di cui portava il nome, e si commosse. Fu anche la prima volta in cui molti poterono vedere il Papa da vicino; non soltanto il custode del sacro convento, Mauro Gambetti, e il portavoce, Enzo Fortunato, non a caso poi chiamati entrambi a San Pietro. Bergoglio parlava piano, a bassa voce, ma in modo netto, con il tono di chi è abituato a comandare. Non era un carismatico, o comunque non come Wojtyla, il cui carisma si poteva quasi toccare. Nel dialogo con la gente era esplosivo e sapiente, all’americana: tendeva il dito, indicava qualcuno nella folla, gli lasciava intendere che si stava rivolgendo proprio a lui, e gli sorrideva. Ma nel privato poteva essere duro, secco, non necessariamente amabile. E non solo nel privato.

Quel giorno tutti si attendevano parole più o meno di circostanza su san Francesco. Ma il giorno prima c’era stato il naufragio di Lampedusa: 368 morti. E il Papa pronunciò un’omelia durissima, che a molti parve quasi urticante. In realtà, stava dicendo le cose che san Francesco avrebbe probabilmente detto al suo posto. Quello che era accaduto, ammonì Bergoglio, era anche colpa nostra, del nostro egoismo, del rifiuto di accogliere i migranti, del disinteresse verso i poveri del mondo.

Lì si comprese che il segno del papato di Francesco sarebbe stato la difesa dei miseri, dei deboli, degli esclusi, e nello stesso tempo la critica dell’Occidente; e non solo dei governi, ma di tutti noi.

Questo piacque meno ai fedeli. Da allora la sintonia dell’opinione pubblica con Francesco vacillò. Eppure, cos’altro avrebbe potuto dire un nipote di immigrati, l’arcivescovo che a Buenos Aires andava in metropolitana nelle “villas miseria”?

Paradossalmente, il Papa era a volte più apprezzato dai laici che dai credenti. E a lui questo non pareva dispiacere, se è vero che scelse come interlocutore prediletto un laico dichiarato come Eugenio Scalfari. Anche se il suo ultimo messaggio politico l’ha affidato in una lettera al direttore del Corriere della Sera Luciano Fontana: «Disarmate la Terra». Sempre al Corriere disse che Putin aveva avvertito «l’abbaiare della Nato» alle sue frontiere: una frase citata in tutto il mondo.

Qualcuno sosteneva che il Papa fosse peronista, o populista, o addirittura comunista. Lui giustamente rifiutava di essere etichettato con categorie che definiva “da entomologo”. Catalogare un Papa con i parametri della politica, fece notare, sarebbe come dire: “Questo è un insetto socialdemocratico” (Bergoglio aveva un raffinato senso dell’umorismo, non da tutti compreso. Se è per questo, una volta in Piemonte si mise a parlare il dialetto della sua infanzia, in una regione dove ormai il dialetto non si parla più).

Altri non gli perdonarono le parole di apertura e comprensione, come quando disse: «Chi sono io per giudicare un omosessuale che cerca Dio?». Altri ancora pensarono che fosse troppo pessimista, quando cominciò a parlare di «terza guerra mondiale a pezzi»; poi vennero l’aggressione di Putin all’Ucraina e il 7 ottobre.

Se certo un papato non può essere letto con le categorie della politica, comunque non c’è dubbio che Bergoglio sia stato un Papa progressista. Anche per questo si è cercato di porlo in contrasto con Ratzinger, almeno fino a quando il Papa emerito è stato in vita. Qualche segnale di freddezza tra i due c’è stato. Ma tra i meriti di Francesco c’è anche quello di aver gestito con grande sensibilità una situazione inedita, con cui nessuno dei suoi predecessori si era mai confrontato: convivere con un predecessore dimissionario.

Le riforme, quelle no, non le ha fatte. Aveva pensato, se non di consentire ai preti di sposarsi, di consentire agli sposati di fare i preti; ma si fermò, quando si rese conto che, qualunque direzione avesse imboccato, avrebbe rischiato, se non uno scisma, una grave spaccatura, anzi due: quella dei conservatori, o quella dei progressisti, in particolare i cardinali tedeschi.

A volte il suo parlare duro gli ha provocato critiche, non sempre irragionevoli. Dopo la strage islamista nella redazione di Charlie Hebdo, disse: «Se insulti mia mamma, ti può arrivare un pugno». Fu coniata allora la definizione di “papagno”. Francesco ne diede parecchi, qualcuno certo meritato. Con lui il peso della Chiesa italiana è diminuito, e non solo perché per la prima volta l’arcivescovo di Milano o il patriarca di Venezia non sono cardinali. Eppure non è impossibile che nel Conclave si affacci ora il nome di un cardinale italiano: in particolare Pietro Parolin, che Francesco ha voluto segretario di Stato, e Matteo Zuppi, da lui nominato capo dei vescovi.

Ma non è questo il momento di pensare alla successione. Nei lunghi giorni trascorsi al Gemelli tra la vita e la morte un po’ tutti, tranne le eccezioni che confermano la regola, si sono stretti attorno al Papa malato. Anche chi talora ne è rimasto deluso ha ritrovato la sintonia spirituale e sentimentale che aveva sentito con lui nei giorni della sua elezione. Lui voleva tornare in piazza San Pietro, e ci è riuscito. Voleva fare il Papa sino all’ultimo minuto, e l’ha fatto. Ci eravamo illusi che sarebbe rimasto ancora un poco con noi. Per questo oggi ci sentiamo tutti smarriti. Pericolanti sulla soglia dello spavento supremo. Privati di una persona cara, di famiglia.

Fin da quando, la sera del 13 marzo di dodici anni fa, si era affacciato alla loggia di San Pietro, Francesco era apparso un Papa straordinario. Ora possiamo concludere che lo è stato. Passerà alla storia. Resterà. Nulla, nella vicenda secolare della Chiesa e nelle nostre vite, sarà più come prima. Dipende anche da noi se la morte di Francesco renderà «più vicino l’avvento dell’Anticristo», come nel Nome della Rosa paventa frate Guglielmo dopo l’incendio della grande biblioteca, o se invece i semi che Francesco ha piantato daranno fiori e frutti per l’intera umanità.

La vera missione difficile della Meloni è ripristinare l’Occidente

All’atto pratico, la missione di Giorgia Meloni a Washington è un successo. Ma nel lungo termine lo scopo della premier è più difficile: ripristinare un Occidente unito. Make the West Great Again: idea sfidata sia dal globalismo sia dal nazionalismo.

Editoriali 19_04_2025- Stefano Magni – La Nuova Bussola –

La missione della premier italiana Giorgia Meloni a Washington, dove ha incontrato il presidente Donald Trump, è stata considerata unanimemente un successo, anche dalla stampa italiana di sinistra. A parte gli oppositori, che fanno il loro mestiere, e una minoranza di opinionisti che contesta il governo per partito preso, il colloquio alla Casa Bianca è stato visto come un momento di prestigio per l’Italia. Il nostro paese può fare a pieno titolo da ponte fra le due sponde dell’Atlantico, mai così lontane da quando Donald Trump è tornato ad essere il presidente degli Usa.

In realtà, come tutti sanno, il viaggio della Meloni è solo una prima piccola tappa di un lungo lavoro. In concreto, si tratta di negoziare un accordo fra Usa e Ue per rimuovere tutte le barriere, tariffarie e non, creando una grande area di libero scambio transatlantico. La Meloni e Trump si sono detti certi, “al 100%” che prima o poi sarà siglato. La premier italiana ha ottenuto che il presidente americano si rechi in visita a Roma, nel prossimo futuro. Ed è riuscita a non fargli rifiutare, in quella occasione, anche un incontro con i vertici dell’Ue. Sinora infatti, Trump ha rifiutato ogni confronto con l’Ue in quanto tale, preferendo colloqui bilaterali con i capi di Stato e di governo dei Paesi membri. Incontrando a Roma, il giorno dopo, anche il vicepresidente JD Vance, la Meloni ha ribadito l’intenzione di far da tramite per un negoziato fra Usa e Ue. Ed anche il vicepresidente non ha escluso un contatto con l’Unione, anche se è odiato da tutti i governi europei per averli fustigati nel suo discorso di Monaco, nel febbraio scorso, dove li ha rimproverati per deficit di moralità, libertà e democrazia.

Al di là della contingenza economica, la missione culturale-politica di Giorgia Meloni è ancora più difficile, per le opposizioni che incontra e il clima culturale dell’ultimo decennio: risuscitare l’ideale di un Occidente unito. Nel corso del colloquio con Trump, la premier italiana ha ribadito quel che intende con Occidente: «Quando parlo di Occidente, non parlo di uno spazio geografico ma di una civiltà. E voglio rendere questa civiltà più forte». Fa suo il motto di Trump e lo amplia: Make the West Great Again, rendiamo l’Occidente di nuovo grande. Nel suo intervento alla Cpac, la conferenza annuale dei conservatori americani, aveva spiegato in modo più esteso il concetto di Occidente: «Credo ancora nell’Occidente non solo come spazio geografico, ma come civiltà, una civiltà nata dalla fusione della filosofia greca, del diritto romano e dei valori cristiani, una civiltà costruita e difesa nel corso dei secoli attraverso il genio, l’energia e i sacrifici di molti. Quando diciamo Occidente, definiamo un modo di intendere il mondo in cui l’individuo è centrale, la vita è sacra, tutti gli uomini nascono uguali e liberi, la legge si applica in modo uguale a tutti, la sovranità appartiene al popolo e la libertà viene prima di tutto. Questa è la nostra eredità e non ci scuseremo mai per questo».

La Meloni, in quella occasione, aveva parlato di minacce interne ed esterne. Fra queste ultime annovera soprattutto la Russia, che sta invadendo l’Ucraina. In uno dei passaggi più difficili della conferenza stampa alla Casa Bianca, alla domanda di un giornalista che incalzava sul pessimo rapporto fra Trump e Zelensky, la Meloni rispondeva che l’Ucraina è stata invasa e l’aggressore è Putin. (Un passaggio che non è stato tradotto in inglese: Trump, anche ieri, aveva attribuito a Zelensky la colpa di “essersi messo di mezzo” in una guerra con una potenza “venti volte più forte”). Ma è sulla minaccia interna che la premier italiana insiste maggiormente: «La sinistra radicale vuole cancellare la nostra storia, minare la nostra identità, dividerci per nazionalità, genere, ideologia. Ma non saremo divisi, perché siamo forti solo quando siamo uniti». L’unità fra le due sponde dell’Atlantico è per questo fondamentale. Sempre nel suo discorso alla Cpac, la Meloni aveva esortato all’unità, all’indispensabilità dell’Europa. E così ha fatto anche nel suo colloquio con il presidente americano.

L’idea di Occidente, in un mondo sempre più multipolare, è però sfidata da due correnti fortissime, fra loro contrarie ma speculari. Entrambe infatti si fondano sul presupposto che l’Occidente abbia fallito la sua missione o sia quantomeno entrato in crisi, come profetizzato dal politologo Samuel Huntington e poi da una generazione successiva di teorici conservatori. Alla crisi dell’Occidente le élite progressiste rispondono con la fuga in avanti: il globalismo, il vecchio sogno novecentesco di uno Stato mondiale. La nuova destra, al contrario, con il nazionalismo.

L’Ue incarna il globalismo nella sua forma più coerente: non solo punta a fare di 27 Stati un’unica entità politica, ma mira (con il Green Deal e gli interventi a gamba tesa nelle questioni etiche su vita e famiglia) a modellare una nuova società, fatta di “cittadini del mondo”. È esattamente quello che JD Vance ha rimproverato ai governi europei nel suo discorso di Monaco. Dal canto suo, però, gli Usa stanno puntando al nazionalismo, allo Stato nazionale che diventa sovrano assoluto, al di sopra della legge, soprattutto nelle relazioni con il resto del mondo. Ogni nazionalismo nasce e cresce sul vittimismo. Ed anche la prima potenza del mondo, in questa fase della sua storia, sente di essere stata “fregata” (l’espressione preferita di Trump), sfruttata dagli alleati, soprattutto dagli alleati occidentali, canadesi ed europei. Il sintomo più pericoloso di questa deriva non è tanto il protezionismo economico (i dazi), quanto le disinvolte dichiarazioni sulla volontà di conquiste territoriali di Trump, ai danni di Panama, Canada e Groenlandia. Che vanno prese sul serio, non liquidate come mere provocazioni.

Contro entrambe le derive, lo sforzo di Giorgia Meloni di resuscitare un Occidente, prima di tutto su basi culturali, si presenta come una missione lunga e difficile, se non impossibile.

La Pasqua insanguinata dell’Ucraina

di Stefano Caprio – Asia News – 20 Aprile 2025

Per gli ortodossi la Settimana Santa – le cui date quest’anno coincidono con quella dei cattolici – è la “Settimana Autentica, quella che parla cioè della verità definitiva sui destini dell’uomo. Forse proprio per questo la Russia di Putin ha deciso di scaricare proprio in questi giorni sull’Ucraina tutto il suo potenziale bellico. Mentre sul sito del patriarcato di Mosca si ricollega la Pasqua al 9 maggio, il giorno della Vittoria.

La Settimana Santa quest’anno coincide per cattolici e ortodossi, che la chiamano “Settimana Autentica”, i giorni della verità definitiva sui destini dell’uomo, a confronto della Passione di Cristo. Forse proprio per questo la Russia di Putin ha deciso di scaricare sull’Ucraina tutto il suo potenziale bellico, per mostrare il proprio volto autentico e apocalittico. La settimana era cominciata con la Domenica delle Palme, un’altra cerimonia gioiosa che accomuna i cristiani delle tradizioni di Oriente e Occidente, e i russi l’hanno trasformata nella domenica delle Salme, con i 34 morti di Sumy, tra cui due bambini, colpiti da due missili balistici a grappolo mentre andavano in chiesa ad agitare i verby, i rami di salice che in queste regioni sostituiscono gli ulivi o le palme, o semplicemente passeggiavano in un clima finalmente primaverile, dopo il lungo gelo invernale.

Perfino il Consiglio ecumenico delle Chiese, il massimo organismo ecumenico mondiale che finora aveva cercato di non escludere totalmente gli ortodossi russi dalla comunione universale, ha reagito con grande apprensione ai fatti di Sumy, dichiarando che “all’inizio della settimana della Passione pasquale, la festa dell’ingresso di Gesù a Gerusalemme si è trasformato nella città ucraina di Sumy in un massacro della popolazione inerme, giorno di dolore e di pianto a causa della Russia”. Il Consiglio ricorda anche la strage del 4 aprile a Krivoj Rog, altra città importante e simbolica dell’Ucraina, in cui un missile balistico russo ha ucciso 19 persone, tra cui nove bambini, con un attacco diretto alla popolazione civile. Provoca sconforto e incredulità che “perfino in giorni così sacri la crudeltà umana non si plachi, e continui ad accumulare vittime innocenti”, invitando la comunità internazionale a “condurre i colpevoli di fronte alle proprie responsabilità, con tutti i mezzi possibili”.

La nuova sanguinaria offensiva russa si scatena proprio mentre si svolgono le trattative con gli Stati Uniti di Donald Trump, che invece di avvicinare la pace sembrano produrre disastri ancora maggiori, dopo aver umiliato gli ucraini e il loro presidente Volodymyr Zelenskyj, sospendendo per essi aiuti e protezioni, e aver apprezzato Putin per il suo “realismo” e la sua disponibilità al dialogo. I responsabili di questa deriva evidentemente non stanno soltanto a Mosca, ma anche a Washington, anche se il “padre spirituale” di Trump, il pastore Mark Burns, definisce Putin “il male da condannare”, anch’egli esterrefatto per l’attacco nel giorno che “deve essere dedicato alla preghiera e al rinnovamento spirituale per i cristiani di tutto il mondo”. Egli assicura che “il presidente degli Stati Uniti desidera che queste malvagità cessino, e che la pace si stabilisca al più presto”, ma gli eventi sembrano decisamente smentire questa volontà, e in effetti lo stesso Trump ha condannato la strage di Sumy, ma ha anche aggiunto che “mi hanno riferito che i russi hanno fatto un errore”.

In realtà non c’è nessun errore, e proprio la data simbolica evidenzia come sempre la volontà autentica di Putin e dei suoi carnefici: distruggere e uccidere, nel giorno in cui si comincia a celebrare la Passione, significa rivestire di significato religioso estremo le proprie azioni. In questo i russi non si sbagliano mai, sanno dare un “valore sacro” anche alle vicende più negative e oscure, trasformando lo sterminio in giudizio divino, come avvenuto tante volte nella storia antica e recente della Russia. La coincidenza delle date pasquali deve aver stimolato questa psicosi di rituale apocalittico, che coinvolge non solo il presidente, i politici e i militari, ma anche gli ecclesiastici, dal patriarca ai monaci, e ai cappellani dell’esercito.

Sulla Rossijskaja Gazeta è uscita proprio in questi giorni un’intervista a uno dei principali cappellani militari russi, padre Vasilij (Ageev), che ha affermato che “proprio quando ci si unisce nel combattimento e si prega insieme per la vittoria definitiva contro il nemico, si comprende che Dio è con noi”. Come egli racconta, spesso i soldati “obbediscono più al sacerdote che al comandante”, attribuendosi quasi il merito della riconquista di Sudža, la cittadina della regione di Kursk occupata dagli ucraini, per cui le cronache russe hanno assunto toni trionfali, raccontando dei soldati che si sono inseriti nelle tubature strettissime e velenose per raggiungere l’altra parte del fronte, resistendo grazie alla benedizione divina.

Padre Vasilij coltiva questa vocazione bellico-religiosa fin dal 2014, quando studiava in seminario e voleva abbandonarlo per andare a combattere nel Donbass, per partecipare alla “primavera russa contro il male”, ma dovette ricoverarsi in ospedale per una malattia che sembrava inguaribile. Fece allora voto al Signore di diventare sacerdote se fosse sopravvissuto, e il suo organismo è miracolosamente guarito, cercando quindi di unire la vocazione al sacerdozio con quella alla guerra santa, rispondendo al primo appello del patriarcato di Mosca a rendersi disponibili per accompagnare i soldati al fronte in Ucraina. Egli spiega che “oggi ci sono dei corsi speciali per i sacerdoti che vogliono diventare cappellani militari, a Mosca e San Pietroburgo”, dove si insegna la tattica e la medicina, come difendersi dai droni e usare le maschere antigas, imparando anche le regole della guerra di trincea, ma egli ha imparato tutto direttamente sul campo, scoprendo che “in guerra si diventa autentici credenti”, unendo perfino le diverse religioni come l’islam e il buddhismo, sempre sotto la guida dell’Ortodossia militante.

Nella regione di Kursk, al netto della reciproca propaganda, gli scontri continuano a vari livelli, con gli ucraini che controllano ancora i centri abitati di Olešnja e Gornal, dove si trova un vero obiettivo “sacro”, quello del monastero di san Nikolaj Belogorskij. Alcuni Z-blogger russi hanno esultato frettolosamente per la sua riconquista, poi smentiti da altre fonti, e la Tass si è limitata a riferire di un “moderato successo” delle armate russe nell’area del monastero, cacciando gli ucraini che avrebbero distrutto alcuni edifici conventuali, senza però offrire riscontri concreti. Allora altri media russi si sono messi a parlare di “passaggi sotterranei” che offrono agli ucraini delle vie di fuga e di controllo di alcune zone, neanche fossero terroristi di Hamas nella striscia di Gaza, ma tale possibilità è stata smentita dallo stesso superiore del monastero, lo ieromonaco Meletij fuggito insieme a tutti i confratelli, che ha raccontato come le forze ucraine abbiano stabilito nel convento la propria base operativa per il controllo della zona di confine. Egli ha precisato che “c’è solo un grande scantinato”, e se si vuole stanare il nemico “sarà necessario distruggere l’intero monastero”, rendendo questo scontro un’ennesima “prova apocalittica”.

Nel frattempo i massacri della “settimana delle Salme” continuano in altre zone come a Dnipro e a Kherson, con bombardamenti ossessivi che hanno provocato decine di feriti e ancora non si sa quanti morti, con diversi bambini tra le vittime. La città di Dnipro conta circa 900mila abitanti, e il suo centro urbano è devastato da incendi che hanno danneggiato case, scuole, ospedali, centri culturali e centinaia di automobili. Nel frattempo continuano le telefonate e gli incontri tra i vertici di Usa, Russia, Francia e altri, con visite all’imperatore americano per discutere sui futuri accordi, mentre il presidente Zelenskyj invita ad andare a vedere che cosa sta succedendo in Ucraina.

Siamo ormai alla Pasqua, ma i russi estendono la solennità fino al 9 maggio della Vittoria, e sul sito del patriarcato di Mosca è apparso un articolo di uno dei principali interpreti della teologia politica russa, Aleksandr Šipkov, rettore dell’università ortodossa di S. Giovanni il Teologo e consigliere della presidenza della Duma, dal titolo “La Vittoria nel paradigma della sacralità russa”. In esso si spiega che “nel giorno della Vittoria si unisce il trionfo alla tragedia, la gioia di aver superato il pericolo e la mestizia della memoria, vale a dire un simbolo culturale a più livelli”. Con questo simbolismo nella cultura russa si lega “un intero complesso di simboli sacri”, tra cui proprio il legame della Vittoria nel 1945 a quella della Pasqua di Cristo, che è “allo stesso tempo sofferenza e redenzione”. Nella società sovietica di 80 anni fa, pur sotto l’influsso dell’ateismo di Stato, secondo Šipkov “si formò la sensazione della natura trascendentale del sacrificio bellico, e non poteva essere altrimenti”, specificando che “la nostra Vittoria non è soltanto un’istituzione legittimata e un complesso ritualistico, ma è una pratica di theosis, di trasfigurazione ed elevazione a Dio, per donare sé stessi ai propri amici”. E trasformare i Salmi in Salme, in un inno alla nuova sacralità della Russia.

Se si toglie che Cristo è risorto dai morti, la fede cristiana è morta

Joseph Ratzinger-Benedetto XVI 19 aprile 2025 – Il Foglio – 20 Aprile 2025

Quel che resta è solo una serie di idee degne di nota su Dio e sull’uomo. “O Cristo è davvero risorto dai morti o è solo una grande personalità religiosa fallita”

Questo breve testo è tratto dal nono capitolo del secondo volume  (“Dall’ingresso in Gerusalemme fino alla risurrezione”) della trilogia “Gesù di Nazaret”, edito dalla LEV-Libreria Editrice Vaticana.

“Ma se Cristo non è risorto, vuota è allora la nostra predicazione, vuota anche la vostra fede. Noi, poi, risultiamo falsi testimoni di Dio, perché contro Dio abbiamo testimoniato che egli ha risuscitato il Cristo” (1 Cor, 15,14s). Con queste parole san Paolo pone drasticamente in risalto quale importanza abbia per il messaggio cristiano nel suo insieme la fede nella risurrezione di Gesù Cristo: ne è il fondamento. La fede cristiana sta o cade con la verità della testimonianza secondo cui Cristo è risorto dai morti. Se si toglie questo, si può, certo, raccogliere dalla tradizione cristiana ancora una serie di idee degne di nota su Dio e sull’uomo, sull’essere dell’uomo e sul suo dover essere – una sorta di concezione religiosa del mondo –, ma la fede cristiana è morta. Gesù in tal caso è una personalità religiosa fallita; una personalità che nonostante il suo fallimento rimane grande e può imporsi alla nostra riflessione, ma rimane in una dimensione puramente umana e la sua autorità è valida nella misura in cui il suo messaggio ci convince. Egli non è più il criterio di misura; criterio è allora soltanto la nostra valutazione personale che sceglie dal suo patrimonio ciò che sembra utile. E questo significa che siamo abbandonati a noi stessi. La nostra valutazione personale è l’ultima istanza.
Solo se Gesù è risorto, è avvenuto qualcosa di veramente nuovo che cambia il mondo e la situazione dell’uomo. Allora Egli, Gesù, diventa il criterio, del quale ci possiamo fidare. Poiché allora Dio si è veramente manifestato.

Per questo, nella nostra ricerca sulla figura di Gesù, la risurrezione è il punto decisivo. Se Gesù sia soltanto esistito nel passato o invece esista anche nel presente – ciò dipende dalla risurrezione. Nel “sì” o “no” a questo interrogativo non ci si pronuncia su di un singolo avvenimento accanto ad altri, ma sulla figura di Gesù come tale. E’ perciò necessario ascoltare con particolare attenzione la testimonianza sulla risurrezione offerta nel Nuovo Testamento. Ma dobbiamo allora, come prima cosa, constatare che questa testimonianza, considerata dal punto di vista storico, si presenta a noi in una forma particolarmente complessa, così da sollevare molte domande. Che cosa è lì successo? Ciò chiaramente, per i testimoni che avevano incontrato il Risorto, non era facile da esprimere. Si erano trovati davanti ad un fenomeno per essi stessi totalmente nuovo, poiché oltrepassava l’orizzonte delle loro esperienze. 

Per quanto la realtà dell’accaduto li sconvolgesse fortemente e li spingesse a darne testimonianza essa tuttavia era totalmente inusuale. San Marco ci racconta che i discepoli, scendendo dal monte della trasfigurazione, riflettevano preoccupati sulla parola di Gesù secondo cui il Figlio dell’uomo sarebbe “risorto dai morti”.

E si domandavano l’un l’altro che cosa volesse dire “risorgere dai morti” (9,9s). E di fatto: in che cosa ciò consiste? I discepoli non lo sapevano e dovevano impararlo solo dall’incontro con la realtà. Chi si avvicina ai racconti della risurrezione con l’idea di sapere che cosa sia la risurrezione dai morti, non può che interpretare tali racconti in modo sbagliato e deve poi accantonarli come cosa insensata.

Alla fede nella risurrezione Rudolf Bultmann ha obiettato che, anche se Gesù fosse tornato dal sepolcro, si dovrebbe tuttavia dire che “un tale miracoloso evento della natura come la rianimazione di un morto” non ci aiuterebbe per nulla e, dal punto di vista esistenziale, sarebbe irrilevante (cfr Neues Testament und Mythologie, p. 19).

Ebbene, di fatto: se nella risurrezione di Gesù si fosse trattato soltanto del miracolo di un cadavere rianimato, essa ultimamente non ci interesserebbe affatto. Non sarebbe infatti più importante della rianimazione, grazie all’abilità dei medici, di persone clinicamente morte. Per il mondo come tale e per la nostra esistenza non sarebbe cambiato nulla. Il miracolo di un cadavere rianimato significherebbe che la risurrezione di Gesù era la stessa cosa che la risurrezione del giovane di Nain (cfr Lc 7,11-17), della figlia del Giàiro (cfr Mc 5,22-24.35- 43 e par.) o di Lazzaro (cfr Gv 11,1-44). Di fatto, dopo un tempo più o meno breve, questi ritornarono nella loro vita di prima per poi più tardi, a un certo punto, morire definitivamente. Le testimonianze neotestamentarie non lasciano alcun dubbio che nella “risurrezione del Figlio dell’uomo” sia avvenuto qualcosa di totalmente diverso. La risurrezione di Gesù è stata l’evasione verso un genere di vita totalmente nuovo, verso una vita non più soggetta alla legge del morire e del divenire, ma posta al di là di ciò – una vita che ha inaugurato una nuova dimensione dell’essere uomini. Per questo la risurrezione di Gesù non è un avvenimento singolare, che noi potremmo trascurare e che apparterrebbe soltanto al passato, ma è una sorta di “mutazione decisiva” (per usare analogicamente questa parola, pur equivoca), un salto di qualità. 

Nella risurrezione di Gesù è stata raggiunta una nuova possibilità di essere uomo, una possibilità che interessa tutti e apre un futuro, un nuovo genere di futuro per gli uomini. Con ragione, quindi, Paolo ha inscindibilmente connesso la risurrezione dei cristiani e la risurrezione di Gesù: “Se infatti i morti non risorgono, neanche Cristo è risorto… Ora, invece, Cristo è risorto dai morti, primizia di coloro che sono morti” (1 Cor 15,16.20). La risurrezione di Cristo o è un avvenimento universale o non è, ci dice Paolo. E solo se la intendiamo come avvenimento universale, come inaugurazione di una nuova dimensione dell’esistenza umana, siamo sulla strada di una giusta interpretazione della testimonianza sulla risurrezione presente nel Nuovo Testamento. Da qui si capisce la peculiarità di tale testimonianza neotestamentaria. 

Gesù non è tornato in una normale vita umana di questo mondo, come era successo a Lazzaro e agli altri morti risuscitati da Gesù. Egli è uscito verso una vita diversa, nuova – verso la vastità di Dio e, partendo da lì, Egli si manifesta ai suoi. Ciò era anche per i discepoli una cosa del tutto inaspettata, di fronte alla quale ebbero bisogno di tempo per orientarsi. E’ vero che la fede giudaica conosceva la risurrezione dei morti alla fine dei tempi. La vita nuova era collegata con l’inizio di un mondo nuovo e in tale prospettiva era anche ben comprensibile: se c’è un mondo nuovo, allora lì esiste anche un modo nuovo di vita.

Ma una risurrezione verso una condizione definitiva e differente, nel bel mezzo del mondo vecchio che continua ad esistere – questo non era previsto e pertanto inizialmente neanche comprensibile. Per questo la promessa della risurrezione era in un primo tempo rimasta inafferrabile per i discepoli. Il processo del divenire credenti si sviluppa in modo analogo a quanto è avvenuto nei confronti della croce. Nessuno aveva pensato ad un Messia crocifisso. Ora il “fatto” era lì, e in base a tale fatto occorreva leggere la Scrittura in modo nuovo.

Pasqua, la speranza passa dalla Chiesa che è ancora viva

di Aldo Cazzullo – Corriere della Sera – 19 Aprile 2025

Oggi abbiamo smarrito la fede ereditata dai padri, eppure se arriva una pandemia o se incombe la paura della guerra e del nucleare, è nelle braccia della chiesa che molti di noi si rifugiano

Il venerdì della crocefissione di Gesù è la giornata più mistica dell’anno. E non soltanto perché la settimana santa è spesso spazzata dal vento, evoca la potenza della natura, ci ricorda il pericolo e nello stesso tempo la speranza di rinascita che il creato cela e rappresenta. Questa sarà una Pasqua particolare, con un Papa convalescente eppure salvo, vivo, quasi rinato.

L’Italia oggi è un paese secolarizzato, verrebbe quasi da dire scristianizzato. I seminari sono vuoti, in chiesa si va molto meno di un tempo. Abbiamo smarrito la fede ereditata dai padri, per i quali l’esistenza di Dio era certa come il fatto che il sole sorge e tramonta, e che sotto l’occhio di Dio sentivano di vivere.

Eppure, se arriva una pandemia, se sopravviene una crisi, se incombe la paura della guerra e del nucleare, è nelle braccia della chiesa che molti di noi si rifugiano. Perché qualsiasi sguardo sul futuro, qualsiasi fiducia che la vita non sia tutta qui, qualsiasi speranza di rivedere i nostri cari che abbiamo perduto non può prescindere dalla fede in Dio. E non in un dio generico, nel dio di Voltaire, in Deus sive Natura. La fede in un Dio misericordioso, che ci ama, ci conosce, si è chinato sul solco delle nostre povere vite e si è preso cura di noi. Il Dio del Purgatorio di Dante, che bacia ogni nuovo nato e gli insuffla l’anima. Il Dio della Bibbia.

Forse gli uomini di chiesa, a volte presi a seguire il mondo, sottovalutano l’immenso potenziale che ancora adesso custodisce la parola di Dio e quindi l’istituzione religiosa che da duemila anni la incarna. Nella drammatica crisi della politica e della democrazia, nell’evidente declino delle classi dirigenti dei nostri Paesi, la voce antica della chiesa rappresenta più che mai un punto di riferimento. A volte viene rimproverata di concentrarsi sulle attività sociali, come se fosse una Ong o una Onlus, e di trascurare i temi escatologici, il discorso sulla vita eterna. In realtà vivere il Vangelo, annunziare il suo messaggio dalla parte degli ultimi, dei deboli, dei poveri non è in contraddizione con il deposito della fede, anzi, lo conferma. Altro che la «teologia della prosperità» cara a Donald Trump e ai suoi pastori; come se i ricchi fossero i prescelti dal Signore, i poveri se la siano cercata, e il sublime discorso della Montagna non fosse mai stato pronunciato. Poi certo la lezione dei grandi santi è che la povertà non debba essere necessariamente imposta, ma possa anche essere liberamente scelta. Una lezione che Bergoglio ha dimostrato di comprendere nel momento in cui ha scelto di chiamarsi Francesco.

Nello splendido editoriale pubblicato ieri sul Corriere, il fondatore della comunità di Sant’Egidio Andrea Riccardi citava il leggendario patriarca di Costantinopoli Atenagora, secondo cui nel momento in cui l’umanità si andava riunificando anche le Chiese cristiane dovevano riunirsi. In effetti, alla fine del secolo scorso parve che l’umanità potesse tornare una, come ai tempi della torre di Babele. Il crollo del Muro di Berlino trascinava con sé i regimi comunisti, grazie anche al magistero di Giovanni Paolo II. In Sudafrica finiva la vergogna dell’apartheid e Mandela da galeotto diventava presidente. Sembrava persino che avessero fatto la pace israeliani e palestinesi. La globalizzazione felice prometteva di riscattare interi popoli da povertà secolari. Non è andata così. La storia ha preso un’altra, drammatica direzione. Proprio per questo la voce di papa Francesco oggi è così preziosa.

Oggi che sembra quasi tornato l’Ancien Régime, con pochissimi famelici miliardari — alcuni formatisi proprio nel Sudafrica dell’apartheid — che si impossessano della ricchezza delle nazioni, alla fine la speranza non risiede nella tecnologia, nell’intelligenza artificiale, nella conquista di Marte, e tantomeno nella ridicola mimesi dell’esplorazione spaziale pagata da Bezos alla sua promessa sposa e ai suoi cari. Di fronte alla nostra debolezza, ma anche all’immensità dell’universo e alla meraviglia del creato, ci sentiamo un po’ tutti come Pietro quando, a Gesù che abbandonato dai seguaci gli chiede provocatoriamente «volete andarvene anche voi?», risponde: «Signore, dove andremo? Tu solo hai parole di vita eterna».

SABATO SANTO

In questo giorno, detto aliturgico, i fedeli sono chiamati a meditare sul mistero di Cristo nel sepolcro e sulla sua discesa agli inferi, in anima e divinità, per annunciare la salvezza ai giusti.

Santo del giorno 19_04_2025  – ERMES DOVICO – LA NUOVA BUSSOLA

Il Sabato Santo è un giorno detto aliturgico perché la Chiesa non celebra l’Eucaristia. I fedeli sono chiamati a rivivere in silenzio e meditare sul mistero di Cristo nel sepolcro e sulla sua discesa agli inferi, in anima e divinità, per annunciare la salvezza ai giusti. In attesa della Veglia Pasquale, che liturgicamente è una celebrazione propria della Domenica di Pasqua (da tenersi dopo il tramonto del Sabato Santo ed entro l’alba del nuovo giorno), tutte le chiese, rimaste al buio dopo la Messa vespertina del Giovedì Santo, continuano a essere nell’oscurità, a simboleggiare la mancanza della luce di Cristo che tornerà a rivelarsi in tutta la sua gloria con la Risurrezione.

La mistica attesa dello Sposo, crocifisso in espiazione dei nostri peccati, spiega poi perché il Sabato Santo sia l’unico giorno in cui non si può ricevere l’Eucaristia (né nel Rito ambrosiano né nel romano), con l’eccezione del viatico per gli ammalati gravi.

L’evento di Cristo nel sepolcro si collega anzitutto alla pietà avuta da Giuseppe d’Arimatea, venerato come santo, che alla sera del venerdì si presentò da Pilato per chiedere il corpo di Gesù e potergli dare degna sepoltura prima che sopraggiungesse il sabato, con la prescrizione del riposo. Gli evangelisti riferiscono del lenzuolo in cui Giuseppe, seguito fino al sepolcro dalle pie donne, avvolse Cristo morto (Giovanni aggiunge che l’accompagnava Nicodemo, il quale “portò una mistura di mirra e di aloe di circa cento libbre”, cioè gli oli aromatici per la sepoltura). Qui si può ricordare brevemente che il racconto evangelico della Passione, Morte e Resurrezione di Gesù è del tutto compatibile con la figura impressa sulla Sacra Sindone custodita nel Duomo di Torino.

Il Sabato Santo dà l’occasione di pensare alla prova che vissero gli apostoli e tutti gli amici di Gesù. Essi, in ragione dei suoi miracoli e della sua Parola, avevano creduto davvero che Gesù fosse il Salvatore annunciato dai profeti; e tuttavia erano disorientati di fronte alla sua morte. Una morte avvenuta, per di più, tra le terribili sofferenze e l’ignominia della croce: non si capacitavano del perché Lui, vero Dio e vero uomo, non l’avesse evitata, andandovi anzi incontro come aveva annunciato. Ne comprenderanno il senso alla sua Resurrezione, abbracciando nella loro vita la Divina Volontà sull’esempio di quanto già fatto da Maria Santissima, la creatura che più di ogni altra soffrì per la croce del Figlio. E che pure accettò liberamente quell’immenso dolore, necessario nel disegno salvifico e premessa per la glorificazione.

Come professiamo con il Simbolo degli Apostoli, Cristo morto discese agli inferi. Ma che cosa significa esattamente? Insieme ai diversi passi biblici – come per esempio il Salmo 15, in cui Davide benedice il Signore “perché non abbandonerai la mia vita negli inferi”, citato pure in un discorso di Pietro (cfr. At 2, 31) – ci viene in aiuto il Catechismo: “Gesù ha conosciuto la morte come tutti gli uomini e li ha raggiunti con la sua anima nella dimora dei morti. Ma egli vi è disceso come Salvatore, proclamando la Buona Novella agli spiriti che vi si trovavano prigionieri”, cioè ai giusti: “Gesù non è disceso agli inferi per liberare i dannati né per distruggere l’inferno della dannazione, ma per liberare i giusti che l’avevano preceduto”. Ai quali annunciò la sua vittoria sulla morte.

Nella Sindone tutto parla di Gesù di Nazaret

SEGNO DI RESURREZIONE

La Sindone ci parla in modo eloquente di fatti avvenuti duemila anni fa. Eppure si perpetuano bugie per negare la sua autenticità. E ciò nonostante oltre cent’anni di ricerche e pubblicazioni che avvalorano il legame tra quel lenzuolo e la Passione, Morte e Risurrezione di Gesù.

Ecclesia 19_04_2025 Emanuela Marinelli –La Nuova Bussola

L’avvicinarsi della Pasqua riporta alla ribalta la Sindone, la venerata reliquia conservata a Torino da più di quattro secoli. San Giovanni Paolo II la definì così: «Singolarissimo testimone della Pasqua, della Passione, della Morte e della Risurrezione. Testimone muto, ma nello stesso tempo sorprendentemente eloquente». In effetti la Sindone parla, come ha affermato Benedetto XVI: «Questo volto, queste mani e questi piedi, questo costato, tutto questo corpo parla, è esso stesso una parola che possiamo ascoltare nel silenzio».

In questi giorni si sono moltiplicate le conferenze, le mostre, i libri, gli articoli sulla Sindone. Una grande mostra, organizzata dall’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum, è in corso presso la Basilica di San Giovanni Battista dei Fiorentini a Roma. In tutta Italia e in alcuni Paesi esteri è presente l’Ostensione diffusa, iniziativa per esporre copie della Sindone nelle chiese. È da poco uscito Contemplare la Sindone, il nuovo libro che ho scritto con don Domenico Repice (Ares 2025).

In questo fermento di iniziative, capita però di ascoltare anche qualcosa che lascia molto perplessi. L’affermazione più clamorosa che ho sentito riguarda la reazione del mondo scientifico alla datazione medievale della Sindone del 1988: «Tutto tace per 22 anni, fino al congresso dell’ENEA del 2010 dove parla Marco Riani». Non è così, perché immediatamente si sollevò un coro di proteste per motivi scientifici. Furono convocati numerosi congressi: Bologna 1989, Parigi 1989, Cagliari 1990, Roma 1993, Nizza 1997, Torino 1998, Richmond 1999, Rio de Janeiro 1999, Orvieto 2000, Dallas 2001, Parigi 2002, Rio de Janeiro 2002, Dallas 2005. In tutti furono presentati lavori che invalidavano il test radiocarbonico.

Nel 1990 uscì il primo libro che contestava la datazione medievale: La Sindone, un enigma alla prova della scienza, che scrissi per la Rizzoli con Orazio Petrosillo e prefazione di Vittorio Messori. Seguirono altri libri e soprattutto articoli scientifici su prestigiose riviste referenziate, come quello di H. Gove et al. del 1997: A problematic source of organic contamination of linen, o quello di R. Rogers del 2005: Studies on the radiocarbon sample from the Shroud of Turin, tanto per menzionarne due.

Chi sostiene che, prima del 2010, tutto tace, inoltre, non parla mai della smentita definitiva della datazione radiocarbonica pubblicata su Archaeometry nel 2019 da T. Casabianca, E. Marinelli, B. Torrisi, G. Pernagallo. Si evita di parlarne per far credere che tutto tace anche dopo.

La bugia colossale del “tutto tace” in merito alla datazione radiocarbonica fa il paio con l’altra menzogna: “Non sappiamo quasi nulla sulla Sindone, è più quello che non conosciamo di quello che conosciamo, sappiamo quello che non è ma non sappiamo che è”. Si nega così con disinvoltura tutto quello che è stato trovato e pubblicato in oltre cent’anni di ricerche: la manifattura della stoffa, molto pregiata, che contiene tracce di DNA di persone dell’India, ad avvalorare la possibilità che Giuseppe d’Arimatea l’abbia comprata al Tempio; cospicue tracce anche di DNA mediorientale; la presenza di aloe e mirra e l’abbondanza di pollini di piante della Terra Santa; la presenza di aragonite simile a quella trovata nelle grotte di Gerusalemme; una cucitura laterale identica a quelle esistenti su stoffe ebraiche del I secolo d.C.

Il cadavere che è stato nel lenzuolo è quello di un uomo flagellato, coronato di spine, crocifisso con chiodi e trapassato da una lancia al fianco. Tutto coincide con la descrizione della Passione di Cristo che si trova nei Vangeli. Il tempo di contatto fra corpo e lenzuolo è stato valutato attorno alle 36-40 ore, dopo le quali sul lenzuolo si è formata l’immagine del corpo. Il telo ha ricevuto una radiazione ortogonale che si può spiegare – come dimostrato dagli esperimenti condotti con il laser presso l’ENEA di Frascati – con una potente emissione di luce.

Alcuni tentano di svalutare le analisi condotte da Pierluigi Baima Bollone, che è stato direttore dell’Istituto di Medicina Legale di Torino, il quale ha dimostrato che il sangue è umano e di gruppo AB, lo stesso del Sudario di Oviedo e di alcuni miracoli eucaristici. I reagenti usati non sarebbero stati adeguati e il sangue potrebbe essere quello di un coniglio. Questi attacchi non sono giustificati, in quanto già all’epoca delle analisi, negli anni Ottanta, Baima Bollone aveva risposto alle contestazioni sulla rivista Sindon, la stessa che aveva pubblicato i suoi lavori. Ma i negatori scatenati sono giunti perfino a contestare il sudore di sangue di Gesù al Getsemani, fenomeno noto in medicina in caso di grande stress, con argomenti del tipo che Luca non era presente o che alla luce incerta delle torce il sudore di sangue non si vede.

Lo stuolo dei demolitori alla fine dice che se la Sindone è vera o è falsa non cambia nulla, tanto quello che importa è l’immagine che rimanda a Gesù. Non si rendono conto del fatto che se non fosse il lenzuolo funebre di Gesù, sarebbe il risultato di un orrendo delitto perpetrato per realizzare una falsa reliquia, dunque non un rimando a Gesù in una icona fatta per meditare. Della Sindone, comunque, hanno detto che “ci sono icone più belle”.

Un’altra affermazione ambigua, che vuole essere poetica, è questa: “La Sindone non dà risposte, pone domande. Può essere una prova della Resurrezione? La risposta a una domanda di fede non si trova nella Sindone ma piuttosto negli occhi e nel cuore di chi guarda”. Chi dice questo non considera tutti i risultati degli esami scientifici, che – come già detto – hanno dato moltissime risposte ai nostri quesiti. I fisici che hanno condotto gli esperimenti con il laser presso l’ENEA hanno ammesso che dai loro risultati si può pensare alla formazione dell’immagine con una luce come quella che Gesù sprigionò durante la Trasfigurazione. La risposta dunque non può essere negli occhi e nel cuore di chi guarda semplicemente la Sindone senza sapere nulla e può trarre conclusioni sbagliate, ma nella mente di chi si è documentato e conosce le risposte che la Sindone ha dato agli scienziati.

Il fastidio per l’autenticità della Sindone, definita da alcuni persino una “ossessione”, arriva al punto di affermare che se fosse autentica e segno della Resurrezione sarebbe un danno per la fede, che sarebbe annientata da una verità impositiva. Meno male che il custode della Sindone, il cardinale Roberto Repole, arcivescovo di Torino, con semplicità ha detto: «La Sindone è anche il calco della Resurrezione, che dice che Dio può intervenire». Con gratitudine verso il card. Repole, ci avviciniamo alla gioia della Santa Pasqua, annuncio della Sindone vuota e di Cristo risorto!

Effetto figliol prodigo, in Francia è boom di battesimi adulti

Sempre meno bambini battezzati, ma sempre più francesi al fonte battesimale ci vanno da grandi, a Pasqua. Spesso provengono da famiglie cristiane che non hanno trasmesso loro la fede e la riscoprono da soli dopo aver sperimentato il vuoto.

Luisella Scrosati – La Nu0va Bussola 17_04_2025

Europe1, CNews, Franceinfo, fino a Le Figaro e Le Monde: la grande stampa non può tacere il boom di battesimi che verranno conferiti in Francia a uomini e donne nella prossima Veglia di Pasqua. 10.384 adulti, a cui si sommano oltre 7.400 adolescenti, per un totale di quasi 18.000 catecumeni che stanno per ricevere il Battesimo, è un numero imponente, che non può essere ignorato. I risultati dell’Enquête “Catéchuménat 2025” sur les Baptisés de Pâques mostrano un miglioramento ulteriore del trend positivo dello scorso anno (+45%), che già mostrava un significativo aumento rispetto al 2023, anno della svolta.

La media dei battesimi di adulti negli ultimi dieci anni era di circa 4000 unità ogni anno. Nel 2015 se ne contavano circa 3900, mentre dieci anni dopo oltre 10 mila, con un incremento di oltre il 160%. Tra gli adulti, quest’anno la fascia d’età compresa tra il 18 e i 25 anni (42%) ha superato quella tra i 26 e i 40 (39%). Netta la prevalenza femminile, con il 63% dei battezzandi, così come la loro area professionale di provenienza: il 27% proviene dal mondo degli studenti universitari, che nel 2020 rappresentava appena il 17% del totale, mentre il 36% esercita la professione di impiegato, operaio o tecnico, ed il 13% quello di insegnante.

La maggior parte di questi catecumeni (52%) proviene da famiglie cristiane, ossia da genitori battezzati che tuttavia hanno scelto di non trasmettere la fede ai propri figli; una parte consistente, circa il 18%, afferma di aver vissuto senza una religione. Interessante anche il dato delle conversioni dall’Islam, il 4%, che significa circa 400 persone che lasceranno la religione di Maometto per abbracciare il dolce giogo di Cristo, non di rado entrando in conflitto con i propri familiari.
Tra le Province ecclesiastiche che registrano un incremento di oltre il 50% di catecumeni, rispetto allo scorso anno, troviamo Toulouse, Montpellier, Clermont, Lyon, Dijon, Tours, Besançon e Metz.

Sul versante degli adolescenti (11-17 anni), i numeri risultano un po’ più incerti, poiché non tutte le diocesi francesi hanno inviato i dati relativi. Inequivocabile è però l’aumento rispetto allo scorso anno (+33%) degli adolescenti che riceveranno il battesimo la notte o il giorno di Pasqua, confermando una crescita costante a partire dal 2023. Anche tra gli adolescenti è netta la prevalenza femminile (65%).

Il dato estremamente positivo dei catecumeni non deve però far dimenticare che in Francia, ogni anno, il numero dei bambini che vengono battezzati è drammaticamente in calo. Secondo Le Monde, «nel 1974, tre quarti dei bambini con meno di 7 anni erano battezzati, la metà nel 1996 e non più di un quarto nel 2024». VaticanNews ricorda che il numero assoluto di battezzati in vent’anni, dal 2000 al 2020, si è drasticamente dimezzato. E tuttavia l’incremento che si registra da circa tre anni fa riflettere, oltre che ben sperare.

Da qualcuna delle testimonianze emerse, sembra che il fattore “figliol prodigo” sia stato determinante, non necessariamente per essersi volontariamente allontanati dalla casa paterna, ma per aver sperimentato quella tremenda fame che contorce le viscere dell’anima. Anaë, 20 anni, della diocesi di Nantes, si è ritrovata a vivere una profonda depressione già a 12 anni, probabilmente provocata da alcune dipendenze della madre. Poi gli sforzi di riempire il vuoto che la divorava, con nottate passate a consumare alcool, droghe, relazioni mordi e fuggi. Nel gennaio 2022, racconta, «non riuscivo ad alzarmi dal letto, non avevo nulla da fare, passavo le giornate a rimuginare. Poi ho sentito parlare della Quaresima. Senza capire perché, in quel preciso momento, ho sentito come una forza nel mio cuore che mi spingeva a scoprire di cosa si trattava. Volevo assolutamente sapere tutto. In seguito ho capito che il mio cuore cercava davvero di conoscere Dio. Due mesi dopo, il 2 marzo 2022, ho iniziato il mio primo periodo di Quaresima. Da quel giorno, non ho più lasciato il Signore». La frequentazione delle sante Messe, senza comprendere né capire più di tanto e quindi l’incontro con la comunità cristiana a Nantes: «Dio è venuto a cercarmi quando avevo toccato il fondo, e nemmeno avevo idea di chi fosse». Il buon Samaritano non riposa mai, ma percorre instancabile la strada che va da Gerusalemme, la città di Dio, a Gerico, la città maledetta, nonché la più bassa del globo terrestre (-250m s.l.m.), per soccorrere i viandanti che incappano nei briganti.

Lautalyne, 22 anni, studentessa a Lione: «Stavo attraversando un periodo difficile della mia vita, avevo problemi di salute e aspettavo le visite mediche con due o tre anni di ritardo. Un giorno, molto semplicemente, ho pregato e la mattina dopo ho avuto le mie visite mediche entro una settimana». La fede cristiana, non a caso, si fonda sulla prova storica che Dio mostra la potenza del suo braccio proprio quando umanamente non c’è più speranza. Lo ha fatto nell’attraversamento del Mar Rosso, evento storico (checché ne dicano certi biblisti) paradigmatico, dove Jahvé interviene quando il popolo aveva davanti a sé il mare e dietro i carri del faraone; lo ha fatto nella risurrezione di Cristo, quando la pietra aveva già chiuso il sepolcro.

Non vi sono dati che permettono di avere contezza su quanti di questi catecumeni provengano da “cammini” ecclesiali particolari, e quanti invece siano stati “pescati” direttamente dal Signore, per quanti di loro sia stata decisiva un’amicizia oppure la partecipazione, forse casuale, alla liturgia della Chiesa. Il contesto universitario appare però un terreno fertile. P. Jean-Baptiste Siboulet, cappellano universitario a Nantes, spiega che quasi tutte le settimane gli provengono richieste di giovani studenti che vogliono conoscere di più il cattolicesimo: «i giovani vogliono comprendere, conoscere ed acquisire delle basi teologiche solide».

Sembra chiaro che è l’incontro con il Dio vivo, principio di luce e di vita, con la sua potente misericordia, a convertire i cuori, non il cristianesimo dei valori; cuori che poi cercano appunto solidità, perché di mode entusiasmanti ma peregrine ne hanno abbastanza. È il buon Samaritano a caricare su di sé le anime, lasciate mezze morte sulla via, e portarle alla locanda, dove chiede alla sua Chiesa di prendersi cura di loro, promettendo di ricompensare ogni spesa al suo ritorno.

I numeri molto dicono, ma molto di più nascondono; quello che mai emergerà da ricerche, sondaggi e statistiche è quella parte invisibile, ma sostanziale e determinante, che accompagna ogni conversione. Dietro ad ogni errante che si avvicina o riavvicina a Dio, ci sono la preghiera, il sacrificio, l’offerta di tante persone, i cui gemiti sono conosciuti solo dal Signore; una rete nascosta di intercessori che si estende per tutto l’orbe terrestre, e lo valica per congiungersi con le preghiere dei santi e degli angeli. E la Francia cattolica, che da secoli soffre la persecuzione di una delle peggiori forme di laicismo, e non di rado deve soffrire anche a causa dei suoi pastori, non manca di queste anime. Non c’è male che Dio non sappia volgere ad un bene.

IL VELO DELLA VERONICA

Roberto de Mattei  – Corrispondenza Romana -1894

Simone di Cirene e la Veronica sono due personaggi che la tradizione della Chiesa ha reso cari ai fedeli che, nella Via Crucis, si uniscono alla Passione di Nostra Signore.

Di Simone il Vangelo dice: «Allora costrinsero un tale che passava, Simone di Cirene, padre di Alessandro e di Rufo, che veniva dalla campagna, a portare la croce» (Mc 15, 21).

Simone, proveniente da Cirene, una città della Libia nordafricana, che all’epoca ospitava una fiorente comunità ebraica, si trovava a passare per caso e fu obbligato a portare la Croce, perché a Gesù mancavano le forze e i Giudei volevano invece che arrivasse fino al Calvario, per vederlo lì crocifisso. Ma l’imposizione che Simone subì fu per lui uno straordinario privilegio, ed è perciò lecito immaginare che la Divina Provvidenza lo prescelse perché la sua anima era stata mossa a profonda compassione, davanti all’infame spettacolo. 

La Veronica agì invece di sua iniziativa, con quello slancio che rende spesso le donne più generose e pronte al sacrificio degli uomini. La ricompensa per lei fu straordinaria. Secondo la tradizione, l’immagine del Sacro Volto di Gesù rimase impressa sul velo di lino che aveva offerto al Salvatore, per asciugare il sangue e il sudore del suo viso.

Poco sappiamo di entrambi, ma il fatto che il Vangelo di Marco (15, 21) nomini i figli di Simone, fa pensare che la sua famiglia possa aver svolto un ruolo attivo della Chiesa primitiva e che Rufo, citato da san Marco, sia lo stesso menzionato da san Paolo nella Lettera ai Romani, quando dice: «Salutate Rufo, l’eletto nel Signore, e sua madre, che è anche madre mia» (Rm 16, 13).

Veronica, non compare nei Vangeli canonici, ma a differenza di Simone, è venerata come santa dalla Chiesa cattolica, il che ne fa un indiscusso personaggio storico, che ha avuto una grande importanza nella devozione della Chiesa, proprio grazie al suo Velo che è divenuto una delle reliquie più preziose della Cristianità. 

Il velo della Veronica è conservato nella Basilica di San Pietro almeno dagli inizi dell’VIII secolo, quando papa Giovanni VII fece erigere una cappella a San Pietro dedicata alla reliquia, forse giunta, come molte altre, da Costantinopoli. Il riconoscimento della sua autenticità è dimostrato anche dal fatto che nel XIII secolo, Papa Innocenzo III autorizzò la sua esposizione pubblica e da allora, in occasioni speciali, venne mostrato ai pellegrini dalla loggia di San Pietro, con grande afflusso di fedeli. Ce lo attesta Dante Alighieri che, in un celebre passo della Divina Commedia, paragona sé stesso ad uno dei tanti pellegrini venuto «forse di Croazia» a venerare l’icona del volto di Cristo nel primo Giubileo dell’anno 1300:

[…] colui che forse di Croazia
viene a veder la Veronica nostra,
che per l’antica fame non sen sazia,
ma dice nel pensier, fin che si mostra:
‘Segnor mio Iesù Cristo, Dio verace,
or fu sì fatta la sembianza vostra?
’
[Paradiso, XXXI 103-108]

Espressione di questa devozione è anche la grande statua della Veronica, realizzata dallo scultore Francesco Mocchi nel 1640, che si trova in una nicchia dei quattro piloni che sorreggono la Basilica di San Pietro.

 Il gesuita Heinrich Pfeiffer (1939-1921), professore di Storia dell’arte nella Pontificia Università Gregoriana, nel suo libro Il Volto Santo di Manoppello (Carsa Edizioni, Pescara 2000) ha sostenuto, supportando la sua tesi con indagini storiche e iconografiche, che la preziosa reliquia, custodita per secoli nella Basilica di San Pietro, sarebbe stata trafugata e trasportata in segreto nella piccola città dell’Abruzzo di Manopello, tra il 1608 e il 1618. 

Veronika Maria Seifert, docente di Storia della Chiesa all’Istituto Superiore di Scienze Religiose Sant’Apollinare, che ha condotto a sua volta una meticolosa ricerca, in un libro dedicato a Il sudario della Veronica e il Volto Santo. Storia e devozione (Velar, Bergamo 2024), afferma invece che la reliquia sottratta nel XVII secolo dalla Basilica di San Pietro, non è il sudario della Veronica, bensì quello del Volto Santo ovvero il piccolo sudario testimoniato da Giovanni nella tomba vuota (Gv 20, 7). La Madre di Dio, gli apostoli e i discepoli dell’epoca avevano raccolto con cura tutti gli oggetti che erano venuti a contatto con Gesù, spiega l’autrice di questo studio, e le due reliquie, custodite con devozione nella Chiesa di generazione in generazione, erano giunte entrambe a Roma. Il sudario della Veronica si trova ancora in Vaticano, mentre il Volto Santo fu trasferito nel XVII secolo nel Convento dei Cappuccini di Manoppello. Tra le due reliquie intercorrono incredibili punti di contatto, ma anche profonde divergenze: dagli occhi, chiusi o aperti, al “disegno” impresso sulla stoffa in modo più o meno leggibile. 

La Basilica di San Pietro rivendica il possesso del Velo della Veronica, visto che il 6 aprile del 2025 lo ha pubblicamente esposto, come ogni quinta domenica della Quaresima, dalla Loggia della Veronica. Le sacre reliquie, considerate “acheropite”, ovvero immagini non dipinte da mano d’uomo, che restituiscono ai fedeli l’effige del Cristo sofferente, morto e risorto, sono dunque tre: il velo della Veronica, il Sacro Volto di Manoppello e la Sacra Sindone di Torino. 

 Quale che sia numero di queste reliquie e il luogo dove sono conservate, esiste da tempo immemorabile un profondo culto al Sacro Volto di Gesù. Santa Teresa del Bambin Gesù e del Volto Santo, che ne è stata una fervente devota, contemplava con immenso amore il volto di Gesù, che malgrado i segni di tutte le ferite, le percosse e le umiliazioni subite, esprimeva una impressionante misericordia, mitezza e nobiltà di tratti.

La Chiesa è il Corpo Mistico di Cristo e sta davanti a noi come Cristo davanti alla Veronica. Nel sacro volto che la Veronica ci ha tramandato, oggi contempliamo le sofferenze della Chiesa, che soffre il suo Venerdì Santo, ma che conserva la straordinaria dignità che illuminava il Volto di Cristo nella Sua Passione. I santi nel corso dei secoli hanno pianto sulla Passione di Cristo. Che la Madonna inumidisca almeno i nostri occhi e scuota il nostro cuore torpido, unendoci intimamente, nel Sacro Triduo, alla sua compassione redentrice.

Sorpresa. Crescono i cristiani “praticanti” in UK. Soprattutto giovani e cattolici

Andrea Galli – venerdì 11 aprile 2025 – AVVENIRE

I risultati di un sondaggio commissionato dalla Bible Society che fotografa una inaspettata ripresa,

Erano in 10.800, giovani e giovanissimi, alla Wembley Arena di Londra lo scorso 25 marzo, protagonisti di una giornata in stile Gmg all’insegna di musica – tanta – testimonianze di laici, religiosi e conclusasi con un’adorazione eucaristica guidata dal cardinale Vincent Nichols, arcivescovo di Westminster. Si è trattato di “Flame”, un raduno organizzato ogni due anni dalla Catholic Youth Ministry Federation (CYMFed), servizio di pastorale giovanile promosso dalle diocesi, dagli ordini religiosi e dalle più importanti sigle associative cattoliche di Inghilterra a Galles. Quest’anno i posti disponibili per l’evento si sono esauriti con largo anticipo creando un’ attesa che non è stata tradita, dal momento che l’edizione di “Flame” è stata la più partecipata e, a detta di molti, la più vibrante tra le sei che si sono svolte dal 2012 a oggi.

Questo segnale di vitalità che arriva da Oltremanica, l’ultimo di una nutrita serie negli ultimi mesi, sembra trovare una chiave interpretativa in un sondaggio commissionato dalla Bible Society, storica associazione di matrice anglicana per la diffusione della Bibbia nel mondo, realizzato da YouGov e i cui risultati sono stati divulgati pochi giorni fa, con un certo clamore. “The Quiet Revival”, il risveglio silenzioso, è il titolo dello studio statistico fatto nel 2024 su un campione di 13mila persone e confrontato con uno studio analogo compiuto nel 2018 su un campione di 19mila persone. Agli intervistati è stata posta la seguente domanda: «A parte matrimoni, battesimi e funerali, quante volte, se mai è accaduto, sei andato a una funzione religiosa lo scorso anno?», intendendo riti cristiani. I risultati sono stati sotto diversi punti di vista sorprendenti, soprattutto considerando la convinzione diffusa che la religiosità nel Regno Unito sia un fenomeno in continuo declino. Coloro che hanno detto di essere andati in chiesa almeno una volta al mese sono saliti come percentuale dall’8% al 12% nel giro di soli sei anni. Il maggiore incremento si è avuto nella fascia d’età tra i 18 e i 24 anni (dal 4% al 16%) e in quella tra i 25 e i 34 anni (dal 4% al 13%). Positiva la tendenza anche nella fascia tra i 35 e i 44 anni (dal 5% all’8%) e in quella degli over 65 (dal 14% al 19%). Le uniche due fasce d’età a registrare un calo della partecipazione a riti e atti di culto sono state quella tra i 45 e i 54 anni (dal 6% al 5%) e quella tra i 55 e i 64 anni (dal 10% all’8%).

Degno di nota il fatto che gli uomini (13%) hanno più probabilità di frequentare la chiesa rispetto alle donne (10%) e aumenta la diversità etnica dei cristiani “attivi”: uno su cinque appartiene a una minoranza, un dato che si è percepito anche al “Flame 2025”, con una forte presenza di cattolici di origine indiana e nigeriana. Per quanto riguarda il peso delle singole denominazioni e Chiese, se nel 2018 gli anglicani costituivano il 41% dei “praticanti”, nel 2024 la loro percentuale è scesa al 34%, con i cattolici passati nel frattempo dal 23% al 31% e i pentecostali passati dal 4% al 10%. Anche qui è il dato giovanile ad attirare l’attenzione: nella fascia tra i 18 e i 34 anni solo il 20% dei cristiani “praticanti” è anglicano (nel 2018 era il 30%), contro il 41% di cattolici e il 18% di pentecostali. Questo dato ha fatto titolare un quotidiano come il Times «I cattolici superano del doppio gli anglicani tra chi frequenta la chiesa della Generazione Z» e notando che il cattolicesimo «potrebbe presto superare l’anglicanesimo, diventando la confessione religiosa più numerosa del Paese, per la prima volta dalla Riforma di cinque secoli fa».

Ma qual è il motivo di questa ripresa silenziosa del rapporto soprattutto fra i giovani e la Chiesa o meglio le Chiese? Secondo Rob Barward-Symmons, uno dei curatori del rapporto della Bible Society, una possibile spiegazione sta nella ricerca di significato: «Con gran parte della popolazione, in particolare i giovani, alle prese con problemi di salute mentale, solitudine e perdita di significato nella vita, la Chiesa sembra offrire una risposta. Abbiamo scoperto che chi va in chiesa ha maggiori probabilità, rispetto a chi non ci va, di dichiarare una maggiore soddisfazione di vita e un maggiore senso di connessione con la propria comunità. Ha anche meno probabilità di dichiarare di sentirsi ansioso o depresso, in particolare le giovani donne».

Certamente si tratta di dati che andranno corroborati con ulteriori ricerche e che non devono far perdere di vista l’altro aspetto del panorama religioso britannico, ossia che nel Paese la percentuale di coloro che si dicono cristiani è la più bassa di sempre, il 46,2%, e che negli ultimi anni è cresciuta la percentuale di chi si dichiara di nessuna religione. Tuttavia è come se le minoranze rimaste, cattolici e pentecostali soprattutto, stiano vivendo una fase di ricompattamento e di ripresa, almeno di alcuni indici. Ciò insieme al fatto che, si legge nel rapporto della Bible Society, «c’è stato un notevole cambiamento nell’atteggiamento culturale nei confronti del cristianesimo, nell’opinione pubblica. Mentre la percezione del cristianesimo tra le generazioni più anziane può essere associata in modo significativo dall’ostilità del “nuovo ateismo” negli anni 2000, questa non è più la narrativa culturale dominante. Si è passati dall’ostilità all’apatia e, infine, all’apertura.

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