Cari amici, in occasione della ricorrenza della Medaglia Miracolosa vi presento un flash del mio pellegrinaggio a Rue de Bac a Parigi, nella cappella dell’Apparizione.

La prima apparizione è avvenuta sulla sinistra dell’altare, dal lato del Vangelo, dove si trovava la sedia del Padre Direttore. La seconda apparizione, quella del 27 Novembre 1830, è avvenuta invece alla destra dell’altare, dove ora si trova la statua della santa Vergine con gli occhi rivolti al cielo, mentre presenta a Dio il globo sormontato da una piccola croce. Mi avvicino e noto che al di sotto della statua si trova l’urna dove è sepolta santa Caterina Labouré. Qui è stata posta nel 1933, dopo la beatificazione, mentre ha trascorso ben quarantasei anni della sua vita a Reully, ignota a tutti e nell’umile servizio degli anziani. “Mentre la medaglia si diffondeva (dieci milioni in quattro anni), mentre il popolo le attribuiva il nome di miracolosa a causa dei prodigi che operava, Caterina era introvabile. Si sapeva che esisteva in qualche posto, che era figlia della Carità, e le suore, curiose, dovevano talvolta squadrarsi o domandare per sapere che fosse. Era così comune, così calma, con un’impressione così banale di indifferenza, quando in sua presenza si parlava della suora sconosciuta, che nessuno poté smascherarla apertamente” (J. Guitton – ib).
Questa volta la Madonna appare mentre la novizia si trova in cappella con la comunità. Ma sentiamo il suo racconto che, nella sua scarna semplicità, spiega quel fenomeno stupefacente che è la diffusione della medaglia miracolosa oltre ogni limite di spazio e di tempo: “ Il 27 Novembre 1830, che era il sabato avanti la prima domenica d’Avvento, alle 5 e mezza di sera, dopo il punto della meditazione, mi è sembrato di udire del rumore, dal lato della tribuna, a fianco del quadro di san Giuseppe. La santa Vergine stava in piedi, vestita di bianco, un vestito di seta bianco-aurora fatto, come si dice, alla vergine, con maniche piatte, un velo bianco che scendeva fino in basso; al di sotto del velo ho visto i suoi capelli in bandine, al di sopra un merletto di circa tre centimetri di altezza, senza pieghe, ossia leggermente poggiato sui suoi capelli; con il volto abbastanza scoperto, i piedi appoggiati su un globo, cioè una metà di globo o almeno non mi è parsa che la metà, e poi tenendo un globo nelle mani, che rappresentava la terra, teneva le mani alzate all’altezza dello stomaco, in modo assai naturale, con gli occhi elevati al cielo.
A questo punto il suo aspetto era tutto bellezza, non saprei dipingerlo…E poi d’un tratto ho visto degli anelli alle sue dita, rivestite di pietre preziose più belle le une delle altre, alcune più grosse ed altre più piccole, che gettavano raggi più belli gli uni degli altri. Questi raggi uscivano dalle pietre, le più grosse con raggi più grossi, sempre allargandosi, e le piccole con raggi più piccoli che si allargavano in basso, e ciò riempiva tutto il basso, non vedevo più i suoi piedi….In quel momento, mentre stavo contemplandola, la santa Vergine abbassò gli occhi guardandomi. Si udì una voce che mi disse queste parole: Questo globo che vedete rappresenta il mondo intero, particolarmente la Francia…e ogni persona in particolare….Qui non so esprimermi su ciò che ho provato e su ciò che ho notato: la bellezza e lo splendore, i raggi così belli…E’ il simbolo delle grazie che spargo sulle persone che me le chiedono. Facendomi comprendere quanto era gradito il pregare la santa Vergine e quanto ella era generosa verso le persone che la pregano….quante grazie accorda alle persone che gliele chiedono,. Quale gioia prova nel concederle….
Intorno alla santa Vergine si è formato un quadro un po’ ovale, dove in alto del quadro c’erano queste parole: O Maria concepita senza peccato prega per noi che ricorriamo a voi, scritte in lettere d’oro. Allora si fece sentire una voce che mi disse: Fate, fate battere una medaglia su questo modello; tutte le persone che la porteranno riceveranno grandi grazie portandola al collo; le grazie saranno abbondanti per le persone che la porteranno con fiducia. In quell’istante il quadro mi è sembrato rigirarsi, per cui ho visto il rovescio della medaglia. Inquieta di sapere ciò che bisognava mettere sul rovescio della medaglia, dopo molte preghiere, un giorno nella meditazione mi è sembrato intendere una voce che mi diceva: La M e i due Cuori ne dicono abbastanza”.
Queste testimonianze scritte da santa Caterina sull’apparizione e sulla medaglia, che lasciano un po’ a desiderare soprattutto per quanto riguarda la sintassi, conservano una forza di evocazione straordinaria, specialmente se si leggono e meditano mentre ci si trova nella cappella. A loro completamento aggiungiamo alcuni particolari ben conosciuti dai pellegrini più fervorosi: la precisazione che gli anelli, ornati di pietre preziose e che emanano raggi sono quindici, come i misteri del rosario (le pietre che non emanano raggi sono il simbolo delle grazie che non vengono richieste, ma che la Madonna vorrebbe dare); poi il serpente “coloro verdastro con chiazze gialle”; sul rovescio, oltre alla M e i due cuori, la croce e le dodici stelle. Un insieme di simboli che richiamano i misteri fondamentali della fede, l’incarnazione e la redenzione, oltre al posto centrale dell’Immacolata nel piano divino della salvezza. Guardo a tutta quella gente che accorre all’altare per inginocchiarsi sui tre lunghi gradini che lo precedono e che sembrano fatti apposta per rispondere all’invito della Madonna. Per loro, ricchi o poveri, colti o ignoranti, quella medaglia con i suoi simboli vale più di qualsiasi trattato di mariologia.
Prima di lasciare quel luogo straordinario di grazia, autentico angolo di paradiso sulla terra, sosto un momento in preghiera dinanzi alle urne di due campioni della carità cristiana: sulla sinistra quella di Santa Luisa de Marillac, cofondatrice con San Vincenzo de Paoli delle Figlie della carità; sulla destra quella contenente il cuore di San Vincenzo, fornace ardente d’amore per Gesù e per i fratelli, che, prima ancora delle apparizioni della santa Vergine, Caterina aveva visto vivo sovrastare la piccola urna, prima “color carne” (pace e calma), poi “rosso coloro fuoco” (amore) e infine “rosso scuro” (sofferenza).
Finalmente mi decido, sia pure con rammarico, a uscire dalla cappella. Pochi passi e sono di nuovo in rue de Bac. La Parigi grigia e sonnolenta di un mattino di Pasqua mi accoglie indifferente. L’incanto è rotto: siamo di nuovo sulla terra. Mi guardo indietro, mentre il grosso portone di legno si chiude alle mie spalle. Lo sovrasta una statua della Madonna col bambino in braccio che dall’alto guarda, con sollecitudine materna, i passanti frettolosi, che neppure se ne accorgono.
(Padre Livio – Pellegrino a quattro ruote sulle strade d’Europa – cap. 5)