Como, parla il compagno della donna che ha scoperto la malattia in gravidanza e ha rinunciato alle cure: «Era speciale, altruista, buona. Mi ha detto: voglio che venga al mondo. I giudizi sui social mi hanno ferito»

LA STAMPA – Francesca del vecchio – 28 Novembre 2024

COMO. «Le decisioni delle persone sono scommesse, il giudizio degli altri conta poco. Quello che mi ha ferito è stata la facilità con cui la gente, sui social, ha criticato la scelta di Deborah senza conoscerne le motivazioni. Senza sapere che persona speciale fosse. Quanto abbia lottato per costruire la nostra famiglia che ora è monca senza di lei».

Massimo Chinaglia, 40 anni, trattiene a fatica le lacrime dall’altra parte del telefono. Appena 24 ore prima di questa intervista, a Como, ha detto addio alla sua compagna, Deborah Vanini di appena 38 anni, che per portare al termine la gravidanza e far nascere la piccola Megan ha scelto di non curare il cancro avanzato che l’aveva colpita ai polmoni.

Chi era Deborah?
«Una persona speciale, altruista, buona. È riduttivo dire che fosse la mia metà: era il mio tutto, il mio punto di riferimento. Voglio parlare di lei perché credo che la sua storia possa essere d’ispirazione e d’insegnamento per le persone che credono che il tempo a nostra disposizione sia infinito. Ci sono casi come quello della mia Debby in cui il “domani” non c’è, casi in cui la sabbia nella tua clessidra è quasi finita e allora anche un sacrificio per un bene superiore vale la pena farlo».

Perché non ha voluto interrompere la gravidanza?
«Quando ci siamo conosciuti, 10 anni fa, sapevamo che volevamo una famiglia con dei figli. Ci abbiamo provato per due anni ma non ci riuscivamo. Poi, a febbraio scorso, il test di gravidanza che ci ha confermato che Deborah era incinta. Solo che di lì a qualche giorno siamo corsi in ospedale perché aveva dei forti dolori a una gamba. Abbiamo firmato una liberatoria per autorizzare la tac nonostante la gravidanza e così abbiamo scoperto un tumore ai polmoni al quarto stadio, le metastasi ad altri organi che erano irrimediabilmente compromessi».

Cosa è successo dopo?
«Mi ricordo quella sera, dopo l’ospedale: Debby l’ha passata con la testa appoggiata sul tavolo della cucina, in lacrime. Era terrorizzata da quello che l’aspettava. Spaventata per le scelte che doveva compiere: non sapeva cosa ne sarebbe stato della sua vita. Poi, quella frase – “Mi curerò dopo il parto” – che mi ha fatto capire che aveva già scelto. Abbiamo sperato nel miracolo, pregato. Abbiamo confidato nei farmaci che le davano per tenere a bada l’avanzamento della malattia, ma quel cancro era troppo cattivo».

Cos’ha pensato della decisione della sua compagna?
«Già, compagna… non abbiamo fatto neanche in tempo a sposarci. Le sono stato accanto perché sapevo che non potevo farle cambiare idea. Mi sono sforzato nei mesi in cui ho dormito con lei in ospedale – anche sul pavimento, se occorreva – di comprendere la sua decisione. So che il suo è stato un gesto di altruismo e di amore verso di me e verso nostra figlia. In fondo, lei sapeva che stava per morire».

Pensa mai a come sarebbe stata la vostra vita se si fosse curata?
«Tutti sanno cos’è un tumore al quarto stadio. I medici furono chiari: era inoperabile. Se avesse iniziato le cure subito, appena scoperto, avrebbe potuto vivere qualche anno in più – 4 o 5 al massimo -, invece di consumarsi in sei mesi. Ma sapeva che in quel tempo che le restava, con la chemio e il resto, una gravidanza non sarebbe mai arrivata. Per questo mi diceva sempre: “Nostra figlia avrà tutta la vita davanti, voglio che venga al mondo. Io, potrei vivere solo pochi anni ancora. Che senso avrebbe rinunciare a lei”. E così ha voluto, fino alla fine».

È stato un parto difficile?
«Non ho mai visto una sala operatoria così piena di persone: saranno state 40. Nonostante l’indecisione se farla partorire in ginecologia o in oncologia, nonostante una tromboembolia e un parto prematuro, è riuscita a godersi la piccola per due mesi, fino a 20 giorni fa. Poi un versamento pleurico e una nuova corsa in ospedale. Da lì le cose sono peggiorate ogni giorno».

Cos’ha pensato in quei momenti?
«Avevamo una bambina di un mese e mezzo a casa, la paura che Deborah potesse non farcela era grande. I medici – lo staff del Niguarda è stato fantastico – hanno cercato di prepararmi. Ma si è mai veramente pronti per una cosa del genere? Alla fine, venerdì notte mi è morta tra le braccia».

Lei adesso come sta?
«Oggi (ieri per chi legge, ndr) è il giorno più duro per me, dopo averla seppellita mi sento mutilato, perso. Ho la gioia di nostra figlia, un “pezzo” di Deborah da cullare mentre sono al telefono. Eppure vedo tutto buio intorno. Volevo diventare padre ma con Deborah al mio fianco. So di avere l’enorme responsabilità di crescere nostra figlia. Ma Debby prima di andarsene mi ha dato tutte le istruzioni, ha anche comprato vestitini, culla, lettino e giochi per i prossimi 7 anni. Aveva capito che le restava poco tempo».

Della vostra storia si è parlato molto. Non sempre in termini positivi. Cosa l’ha offesa di più?
«Più che di offesa, parlerei di mancanza di rispetto per le scelte di una persona che non si conosce. Io non voglio che qualcuno giudichi il fatto che mia figlia crescerà senza madre. Credono che non ci abbia pensato? Chi ha criticato la decisione di Deborah di non curarsi non sapeva nulla della sua malattia, dei suoi sentimenti. Del fatto che si sentisse appagata dalla vita e che per altruismo volesse lasciare a me qualcosa di lei. Una società così incattivita che l’ha giudicata senza sapere dovrebbe prendere esempio dalla sua storia».

Cosa farà adesso?
«Cercherò la forza, da qualche parte. Nella famiglia, di certo, che è l’unico sostegno che si ha nei momenti difficili. Crescerò mia figlia facendo tesoro di quello che Debby mi ha insegnato e quando sarà grande le racconterò del grande gesto d’amore che sua madre ha compiuto perché venisse al mondo».