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Siria, tornati alla vita dal buio di Sednaya

Il racconto degli orrori e delle speranze dei sopravvissuti alle carceri siriane. La testimonianza di Medici senza frontiere: “Avevamo in cura una ex detenuta, il suo bambino ha visto sua madre subire abusi fisici e sessuali”

Beatrice Guarrera – Città del Vaticano – 20 Dicembre 2024

Dal giorno della caduta del governo di Bashar al-Assad non è rimasto più nessuno chiuso tra i suoi potenti cancelli, eppure il suo nome continua a far paura nei racconti dei sopravvissuti: il carcere di Sednaya, a 27 chilometri a nord di Damasco, è stato un simbolo di repressione degli oppositori politici di Assad. Le testimonianze delle violazioni dei diritti umani che lì sono state compiute si rincorrono una dopo l’altra, su ogni mezzo di comunicazione, da quando i miliziani delle forze di opposizione sono entrati nella prigione e decretato il liberi-tutti. È tempo di parlare, di denunciare, per molti prigionieri. Parlano i corpi dei vivi e anche quelli dei morti, rinvenuti in diverse fosse comuni scoperte a pochi chilometri dalla prigione di Sednaya. Se ne contano a migliaia e molti hanno ipotizzato proprio che provengano da lì o da altre carceri siriane. D’altronde Amnesty international è dal 2017 che denuncia una campagna pianificata dal governo siriano di esecuzioni extragiudiziali mediante impiccagioni. Lo aveva documentato con il report intitolato Il mattatoio di esseri umani: impiccagioni di massa e sterminio nella prigione di Sednaya, che riportava anche le condizioni inumane di detenzione all’interno della prigione, tra cui torture, diniego sistematico di cibo, acqua, medicinali e cure mediche. Condizioni che sono state confermate da coloro che hanno avuto la fortuna di uscirne vivi.

L’orrore delle torture

«Dal 2013 fino a metà del 2014, ho trascorso un anno e mezzo a Sednaya — racconta al Khaled, un siriano di 35 anni, ora rifugiato in Italia —. Eravamo circa novanta persone in una stanza grande quattro metri per quattro. Si può solo immaginare cosa significa anche soltanto respirare in uno spazio così ristretto». Khaled — costretto a svolgere il servizio militare per l’esercito di Assad, impossibilitato a scappare dal Paese, perché senza passaporto — ricorda bene quei mesi bui, giunti dopo l’accusa di aver organizzato una manifestazione pacifica, ai tempi della “primavera araba”. I prigionieri erano bendati giorno e notte, per impedire loro di guardare in volto i carcerieri, trascorrevano le giornate senza dormire, da mangiare avevano solo un pezzo di pane e patate bollite. Anche solo provare a sedersi per terra era un’impresa: si mettevano accovacciati uno dentro l’altro — ha raccontato Khaled in un documentario video — appoggiando la fronte sulla schiena del compagno davanti, fino a diventare un unico immenso corpo sofferente. Senza parlare delle torture che venivano inflitte con ogni mezzo a chi di loro veniva chiamato fuori dalla stanza. «Sto facendo questa intervista — precisa l’uomo — anche perché tutte le porte delle prigioni sono aperte. Le persone sono uscite a migliaia: alcuni sono diventati matti, hanno malattie, tutti psicologicamente abbiamo bisogno di aiuto». Khaled racconta di essere riuscito a uscire dal carcere, grazie all’intervento dei genitori che hanno pagato una somma ingente per avere sue notizie. Da lì poi un’altra Odissea: un soldato che viene considerato “disobbediente” viene mandato in prima linea al fronte di guerra. Così i suoi giorni hanno oscillato pericolosamente tra la vita e la morte, come «un tirare a sorte». Dalla prima linea di Aleppo, Khaled è riuscito poi a scappare ed arrivare in Libia, dove ha preso una barca, ha lottato per la sopravvivenza in mare, fino a chiedere asilo in Italia. «Quando sono uscito da Sednaya — osserva — sono stato molto fortunato perché sono riuscito innanzitutto a farlo con i miei piedi, sono riuscito di nuovo a pensare, a amare, a studiare, a lavorare, a partire. C’è gente lì che è morta. Io stesso ho dormito sopra due persone che erano morte da una settimana e che non facevano uscire dalla cella».

Il giorno della liberazione

Sono migliaia coloro che hanno dovuto aspettare fino all’8 dicembre, giorno della caduta di Assad, per vedere la luce. Come Zuhair, uno studente dell’università di Damasco che svolgeva attività di documentazione video nella sua città, Daraa, e che è stato arbitrariamente imputato di terrorismo, un’accusa infamante associata a molti giornalisti, come documentano diverse organizzazioni per i diritti umani. «Prima dell’8 dicembre — spiega ai media vaticani Zuhair, sopravvissuto sei anni nelle carceri siriane, di cui cinque a Sednaya — non avevamo idea di cosa stesse succedendo fuori. All’improvviso, abbiamo iniziato a sentire degli spari. La prima idea che ci è venuta in mente è che potesse trattarsi di una rivolta all’interno della prigione stessa. Poi sono venuti alla porta della nostra cella e l’hanno aperta e ci hanno detto che eravamo tutti liberi: “Il regime è caduto. Potete uscire. Potete tornare a casa vostra”». Zuhair parla di una gioia profonda ma anche di tanta incredulità: «Non potevamo credere a quello che avevamo sentito, e non sapevamo se quella fosse la verità o no, finché non siamo usciti dalla prigione, abbiamo visto tutti uscire dalle celle, andare in strada e cercare di raggiungere le loro case». Nonostante le durissime condizioni di vita, il giovane racconta di non essersi mai arreso e di aver sempre coltivato la speranza: «Abbiamo fatto del nostro meglio dentro la prigione per restare in vita. Alcuni hanno insegnato ad altri a leggere e scrivere, come me. Altri hanno diffuso pratiche e strumenti di infermieristica. Vivevamo con la luce accesa 24 ore su 24 dentro la prigione, senza mai vedere il sole». «Tutti i siriani — osserva Zuhair — dentro o fuori le prigioni, hanno sacrificato molto. Quindi vogliamo che questo sacrificio non sia vano. Dobbiamo metterci insieme per ricostruire di nuovo la Siria, dove nessuno venga ucciso, nessuno viva al di fuori dalla legge. Insieme possiamo costruire una Siria migliore».

Dal 2011 circa 130mila scomparsi

«È tempo di accettare che i loro cari sono stati uccisi, pregare per loro e andare avanti». Così afferma Anass, in merito ai tanti familiari dei prigionieri che hanno perso la vita. Il giovane siriano rifugiato in Francia dal 2011 ha gestito un database di vittime di sparizione forzata e violazioni dei diritti umani. Come ingegnere informatico, il suo coinvolgimento in questo campo è arrivato per la necessità di documentare cosa accadeva intorno a lui, prima fondando una piccola Ong e poi, dopo essere stato incarcerato due volte e aver lasciato il Paese, collaborando con l’Alto commissariato per i diritti umani della Nazioni Unite. Tanti i nomi, le voci, le lacrime e le speranze raccolte da Anass in questi anni difficili. Sarebbero infatti quasi 130mila le persone scomparse dal 2011, di cui molti parenti hanno cercato notizie notte e giorno nel carcere di Sednaya, quando le porte sono state aperte. «Vorrei che tutto il mondo tenga d’occhio le famiglie degli scomparsi che hanno ancora bisogno di aiuto». Certamente la pace che potranno avere dal sapere la verità sulla sorte dei loro cari sarà un punto di partenza per ricostruire il futuro. «Abbiamo tante speranze e anche tante sfide davanti a noi», spiega Anass. «Vorrei che un giorno qualcuno ricordasse Sednaya e venisse a visitarla non per il carcere, ma per la bellezza della vicina città. È una delle città più belle, a maggioranza cristiana». Nel periodo natalizio si vedono sempre tante luci, infatti, che accendono la speranza di una vita nuova.

Gli abusi sulle donne

Una vita nuova anche per le tante donne con bambini liberate da Sednaya. «Abbiamo in cura un’ex detenuta che ha trascorso 8 anni nella prigione di Sednaya — hanno dichiarato i responsabili delle attività di salute mentale e mediche di Medici senza frontiere a Idlib —. Oggi ha 27 anni. Suo figlio ne ha 8. Il bambino non sa cosa sia un biscotto, un albero o un uccello, nemmeno un giocattolo con cui giocare. Non sa leggere, né scrivere. Ha visto sua madre subire abusi fisici e sessuali. È stato davvero difficile parlare con lui».

Sicurezza, dignità e giustizia per tutti

Nonostante il male e le speranze degli ultimi giorni, afferma ancora Khaled, la Siria oggi è come un uomo che guida una macchina nell’oscurità, senza sapere dove andare. Bisogna fermarsi e aspettare il giorno, per capire se veramente ci sarà sicurezza, dignità, giustizia per tutti, e poi valutare se sarà possibile tornare. «È il tempo di aspettare», ma ancora «c’è speranza, le cose finiscono, non rimangono per sempre».

Giubileo, le novità di papa Francesco: la porta santa in più e l’assenza di eventi «spettacolari»

di Gian Guido Vecchi – Corriere della Sera – 19 Dicembre 2024

Il Giubileo della Speranza, annunciato da una Bolla papale ispirata alla Lettera di San Paolo, si apre con l’apertura della Porta Santa il 24 dicembre 2024

«Se’ tu già costì ritto,/ se’ tu già costì ritto, Bonifazio?». Dante lo detestava, con ottime ragioni, e gli aveva riservato un posto all’inferno in compagnia di altri tre papi del suo tempo. Tra i simoniaci della terza bolgia, ficcato in una buca a testa in giù, il predecessore Niccolò III non può vedere chi sta arrivando e s’inganna: sei già qui, Bonifacio? Perfino il poeta, tuttavia, non aveva voluto mancare all’evento ideato da papa Caetani, lo stesso personaggio poco raccomandabile che nel Mistero buffo di Dario Fo minaccia di appendere gli oppositori per la lingua e viene preso a pedate da Gesù. Proprio Bonifacio VIII, il 22 febbraio 1300, s’era inventato il primo Giubileo cristiano e la descrizione che ne fa Dante mostra come l’aspetto di Roma, sette secoli fa, non fosse poi così diverso da quello che già in questi giorni si annuncia per l’anno prossimo: nel XVIII dell’Inferno descrive la congestione di Malebolge e la paragona alla marea di pellegrini che «l’anno del Giubileo» attraversava in due flussi opposti ponte Sant’Angelo, una descrizione così vivida da far pensare a un testimone oculare.

In effetti va così da allora, c’è poco da fare. Di là dal traffico infernale e dall’immancabile giro d’affari, tuttavia, l’essenziale del Giubileo 2025 sta altrove, almeno nelle intenzioni di Francesco. 

La Porta Santa di San Pietro si aprirà 24 dicembre e sarà chiusa il 6 gennaio 2026 come un invito alla speranza, nonostante la moltiplicazione dei conflitti e il pericolo di una guerra mondiale, «è troppo sognare che le armi tacciano e smettano di portare distruzione e morte?», nonostante le miserie e le iniquità crescenti, nonostante il disprezzo per la vita e il calo della natalità o la devastazione dello stesso pianeta, nonostante problemi e dolori di giovani e anziani, malati e migranti, nonostante tutto ciò che elenca lo stesso pontefice nella Bolla di indizione: «Ora è giunto il tempo di un nuovo Giubileo, nel quale spalancare ancora la Porta Santa per offrire l’esperienza viva dell’amore di Dio, che suscita nel cuore la speranza certa della salvezza in Cristo».

La Bolla prende il titolo da un passo della Lettera ai romani, san Paolo che incoraggia i credenti: Spes non confundit, «la speranza non delude». 

La solennità dell’occasione, certo. Ma nelle parole di Bergoglio c’è anche la consapevolezza di andare controcorrente in un mondo che, soprattutto nelle terre dove il cristianesimo è più antico, tende a considerare la Chiesa sempre più con indifferenza, se non con disprezzo. Lo ha detto con chiarezza a fine settembre, a Bruxelles, nel cuore dell’Europa secolarizzata: «I cambiamenti della nostra epoca e la crisi della fede che sperimentiamo in Occidente ci hanno spinto a ritornare all’essenziale, cioè al Vangelo. Come possiamo far arrivare il Vangelo in una società che non lo ascolta più o si è allontanata dalla fede?».

Per questo non sono previsti grandi eventi spettacolari ma piuttosto una successione di incontri con le persone, giovani e anziani, volontari e forze di polizia, lavoratori e imprenditori e così via, compreso il pellegrinaggio dell’associazione Tenda di Gionata che il 6 settembre porterà a Roma i cristiani Lgbtq. Perché Francesco lo dice di continuo: «Nella Chiesa c’è posto per tutti, tutti, tutti».

Si tratta di ricominciare dai fondamentali, il kérygma, l’annuncio delle origini. Le porte sante, ad esempio. 

Il Papa, come da tradizione, le aprirà nelle quattro basiliche papali di Roma: dopo San Pietro, la vigilia di Natale, il 29 dicembre andrà a San Giovanni in Laterano, il 1° gennaio 2025 a Santa Maria Maggiore e il 5 gennaio a San Paolo fuori le Mura

Ma la vera novità sarà l’apertura di una porta santa all’interno di una prigione: il 26 dicembre, nel carcere romano di Rebibbia. Fin dall’inizio del pontificato, alla Giornata mondiale della gioventù di Rio de Janeiro, ai ragazzi che gli chiedevano cosa fare della loro vita Francesco aveva riposto, asciutto: «Leggete le Beatitudini e il capitolo 25 di Matteo. Lì c’è tutto».

Il capitolo 25 di Matteo è quello nel quale Gesù parla del Giudizio universale e dell’atteggiamento che distinguerà i giusti dai dannati: «Ero in carcere e siete venuti a trovarmi», dice tra l’altro. È la prima porta santa in prigione, ma Francesco non è nuovo alle sorprese, nel 2015 il Giubileo straordinario della misericordia iniziò fuori Roma: il 29 novembre, aprì la porta santa a Bangui, nella Repubblica centrafricana in guerra civile.
Per la Chiesa, del resto, partecipare al Giubileo significa ottenere l’indulgenza plenaria, cioè la remissione della «pena temporale» per i peccati: la dottrina del Purgatorio era stata definita nel secondo concilio di Lione del 1274, Bonifacio VIII prometteva uno sconto di pena.

Ma è la stessa radice ebraica del Giubileo a custodire il senso essenziale della liberazione. La parola stessa deriva dall’ebraico yobel, il «corno di ariete» che annunciava come una tromba l’inizio dell’anno giubilare. Era una sorta di grande sabato nel corso del tempo che il popolo ebraico scandiva in periodi di cinquant’anni anziché in secoli, secondo le disposizioni di Dio a Mosè nel Levitico. E aveva conseguenze concrete: il riposo della terra; la remissione dei debiti e la restituzione dei terreni venduti, la liberazione degli schiavi.
Anche per questo l’arcivescovo Rino Fisichella, pro prefetto (il prefetto è il Papa) del dicastero per l’evangelizzazione e responsabile dell’organizzazione, fa notare che «la grande intuizione della Bolla non è solo l’annuncio della speranza ma i segni concreti di speranza e di misericordia che tutti siamo chiamati a compiere, a cominciare dai grandi della Terra: condonare il debito dei Paesi poveri, guardare ai tanti che muoiono di fame mentre si spendono risorse finanziarie destinate alla violenza della guerra, prevedere forme di amnistia o condono della pena». Si attendono più di trenta milioni di pellegrini, a Roma. Anche questo è andare controcorrente: «Viviamo una cultura che parla poco di perdono mentre aumentano sempre di più i casi di rancore e odio. Fin dai primi secoli, misericordia e perdono erano sinonimi. Il Giubileo è l’occasione di ripercorrere la grande strada del perdono che ci viene da Dio».

Notre-Dame: le miracolose conversioni

 18 Dicembre 2024 – Corrispondenza Romana

di Roberto de Mattei

Tutto il mondo, l’8 dicembre 2024, ha ammirato lo splendore di Notre-Dame, ricostruita dopo il devastante incendio del 15 aprile 2019, in tutta la bellezza delle sue vetrate, delle sue torri, e soprattutto della sua guglia centrale. E tutto il mondo ha definito un vero e proprio miracolo lo sforzo collettivo che ha permesso di compiere l’opera di restauro in soli cinque anni.

Ma perché la bellezza della cattedrale di Notre-Dame ci emoziona? La ragione è che, dietro la sua bellezza, la nostra intelligenza e il nostro cuore colgono una verità profonda. Il bello infatti è sempre vero e il vero è sempre bello. Qual è questa verità? I costruttori di Notre-Dame si sono ispirati a un’idea di ordine, di misura, di armonia, che hanno espresso in luce e in pietra. Quest’idea è una concezione del mondo, ordinata a Dio, la stessa concezione del mondo architettonica che è espressa nella Summa Theologiae di san Tommaso d’Aquino e in quell’altra summa del pensiero umano che è la Divina Commedia di Dante Alighieri.

Anche Notre-Dame può essere considerata una “summa theologica” in pietra, vetro e luce: una visione unitaria dell’universo, di cui solo la liturgia tradizionale della Chiesa può esprimere la verticalità, lo slancio verso Dio, lo spirito contemplativo.

Come può Laurent Ulrich, cardinale di Parigi, non comprendere il contrasto tra questa visione del mondo e la desacralizzante liturgia di riapertura della cattedrale celebrata l’8 dicembre? Come può il presidente francese Emmanuel Macron non avvertire la contraddizione radicale che esiste tra la luminosa cattedrale che egli ammira e l’ideologia tenebrosa che sta dietro ad atti iniqui, come la costituzionalizzazione dell’aborto da lui voluta in Francia?

Ci vorrebbe un miracolo per aprire gli occhi a questi personaggi, così come un miracolo, o almeno un intervento straordinario della grazia è avvenuto la sera dell’incendio di Notre-Dame. Ce lo racconta un protagonista, uno degli eroici vigili del fuoco che sono entrati per primi nella cattedrale in fiamme e hanno contribuito a salvarla (https://les7routes.fr/elementor-3117/).  

 «È stato durante il viaggio che ci siamo resi conto dell’entità dell’incendio. Ciò che mi ha colpito di più all’inizio – racconta il vigile del fuoco – è stata la folla in strada, che ha rallentato la nostra corsa dentro Parigi. I parigini accorrevano per vedere la loro cattedrale bruciare. Quando sono arrivato, sono rimasto molto colpito dalla visione di tutte quelle persone in ginocchio, che pregavano. È stato molto emozionante! Cantavano, pregavano e li vedevamo affranti, erano incredibilmente uniti! È stato molto bello». Il vigile del fuoco è entrato. L’atmosfera era rovente, il tetto e la guglia centrale cadevano a pezzi, ma tra i detriti e le ceneri risplendeva intatta lacroce dorata, situata dietro l’altare principale della cattedrale.

«A un certo punto – racconta il vigile del fuoco – mi sono trovato di fronte all’altare e alla famosa croce d’oro che lo sovrasta, che credo tutti abbiano visto dopo l’incendio. Mi sono bloccato per quindici o venti secondi, sbalordito: questa croce brillava, brillava con una luminosità intensa che illuminava la cattedrale, anche se non c’era nessuna luce – era notte. Mi sono detto: “Siamo al sicuro, siamo protetti”. Sì, il Signore era davvero lì, vegliava su di me. Ero certo della sua presenza. Ho avuto un rapporto totale con quella croce. Ho lasciato la cattedrale da convertito».

La conversione del vigile del fuoco, che non entrerà mai nei libri di storia, ma è entrato nel Libro della Vita, ricorda la conversione, avvenuta oltre un secolo prima, di un celebre scrittore francese, Paul Claudel (1868-1955). 

Era la sera di Natale del 24 dicembre 1886. Il giovane Claudel era uno studente di diciotto anni, che aveva abbandonato la pratica religiosa e vagava per le strade di Parigi, inquieto e insoddisfatto di sé, quando entrò quasi per caso nella cattedrale di Notre-Dame, inondata dal suono dell’organo e dai canti.

 «Io – racconta– ero in piedi tra la folla, vicino al secondo pilastro rispetto all’ingresso del Coro, a destra, dalla parte della Sacrestia. In quel momento capitò l’evento che domina tutta la mia vita. In un istante il mio cuore fu toccato e io credetti. Credetti con una forza di adesione così grande, con un tale innalzamento di tutto il mio essere, con una convinzione così potente, in una certezza che non lasciava posto a nessuna specie di dubbio che, dopo di allora, nessun ragionamento, nessuna circostanza della mia vita agitata hanno potuto scuotere la mia fede né toccarla. Improvvisamente ebbi il sentimento lacerante dell’innocenza, dell’eterna infanzia di Dio: una rivelazione ineffabile! Cercando – come ho spesso fatto – di ricostruire i momenti che seguirono quell’istante straordinario, ritrovo gli elementi seguenti che, tuttavia, formavano un solo lampo, un’arma sola di cui si serviva la Provvidenza divina per giungere finalmente ad aprire il cuore di un povero figlio disperato: ‘Come sono felici le persone che credono! Ma era vero? Era proprio vero! Dio esiste, è qui. È qualcuno, un essere personale come me. Mi ama, mi chiama. Le lacrime e i singulti erano spuntati, mentre l’emozione era accresciuta ancor più dalla tenera melodia dell’’Adeste, fideles’ […]».

Paul Claudel entrò incredulo nella cattedrale e ne uscì convertito. Il mondo moderno vive nell’incredulità ma dobbiamo pregare per la sua conversione alla fede di Notre-Dame, che è la fede cattolica. Dietro questa fede c’è una visione del mondo sacrale e gerarchica, austera e luminosa, che le vetrate della cattedrale esprimono in luce, il canto gregoriano trasforma in suono, il rito tridentino della Messa traduce in atti liturgici. Il mondo moderno pretende di distruggere questa visione del mondo che però è destinata a risorgere, come è risorta Notre-Dame, la cattedrale di luce. Il Santo Natale che si avvicina ce lo ricorda invitandoci a Betlemme, con le note dell’Adeste fideles che toccarono il cuore di Paul Claudel. 

Germania, dietro la caduta del governo c’è una crisi esistenziale e la fine di un modello

di Federico Rampini|17 dicembre 2024

Perché la «locomotiva d’Europa» si è fermata? Quali sono le cause del suo malessere? 

La sfiducia al cancelliere Olaf Scholz è solo la punta dell’iceberg. È l’epifenomeno politico di una crisi esistenziale della Germania contemporanea. Fra le sue tante manifestazioni, cito una delle meno note (fuori dalla Germania). Questo Paese, che abbiamo sempre associato ad una forte etica del lavoro, è diventato un campione mondiale di assenteismo. Proprio così: in base ai dati dell’Ocse il numero di giornate perse per malattia dai lavoratori tedeschi ha toccato un record di 22,4 all’anno, il livello più elevato tra nazioni industrializzate. E il dubbio che si tratti di finti malati serpeggia nelle imprese tedesche, soprattutto dopo che la pandemia ha lasciato in eredità il diritto di farsi visitare al telefono, per cui i medici rilasciano certificati di malattia in maniera pressoché automatica. Un altro mito che crolla. La Germania è diventata anche un paese di «furbetti»? Ma dietro la piaga dell’assenteismo s’intravvede il declino di consenso verso un mondo industriale che perde i pezzi.

Quello che sta accadendo in Germania è qualcosa di molto più grave e profondo di una crisi di governo. È una crisi di sistema, è la fine di un modello. Le conseguenze sono enormi, in tutte le direzioni: per l’Europa che senza una Germania forte è politicamente acefala, per l’Italia la cui economia è strettamente integrata con quella tedesca. Poi ci sono tutte le implicazioni sugli alleati (America) e sugli avversari (Russia, Cina). 

La fine del modello tedesco ha anche una dimensione culturale e morale. Chiama in causa l’ambientalismo, visto che questa nazione è all’avanguardia nelle politiche di decarbonizzazione. Un altro tema centrale è l’immigrazione: prima ancora di essere sfiduciato il cancelliere tedesco aveva di recente chiuso le frontiere, affossando nel modo più clamoroso e definitivo quella fase della Willkommenspolitik o politica del benvenuto a braccia aperte, che era stata praticata da Angela Merkel nei confronti dei richiedenti asilo nel 2015.

Per capire la portata storica di quanto sta accadendo a Berlino, è utile un breve ritorno all’atto di nascita di questa Germania: la sua riunificazione il 3 ottobre 1990. Il clima e contesto in cui avvenne è ben ricordato da Nathan Gardels in questa sua analisi intitolata «The German Curse» (la maledizione tedesca) sul magazine Noema:
«Negli ultimi giorni della Guerra Fredda, la questione più controversa era la riunificazione della Germania. Sia l’Est che l’Ovest temevano che restituire la piena sovranità a questa potenza industriale che aveva portato l’Europa alla rovina nella metà del XX secolo sarebbe stato un errore storico. Margaret Thatcher (premier britannica) avvertì apertamente che la nazione riunificata, anche se coinvolta nelle istituzioni europee, non avrebbe significato tanto una Germania “europeizzata” quanto una “Europa tedesca”. François Mitterrand (presidente francese) non si fidava del vecchio nemico della Francia e temeva che non si sarebbe contenuta se fosse stata riunificata. I sovietici insistevano sul fatto che le uniche disposizioni accettabili per la riunificazione dovevano impedire alla Germania di diventare nuovamente una minaccia militare.

 Una delle ragioni convincenti per cui gli Stati Uniti insistettero per una Germania riunificata nella Nato era di limitare le sue ambizioni da protagonista potente del continente e impedirle una ricaduta nei vecchi vizi. I leader tedeschi del periodo post-Guerra Fredda, pieni di incertezze, presero a cuore queste preoccupazioni. Non solo inserirono del tutto la loro nazione nell’Unione Europea, ma strinsero legami che li vincolavano in tutte le direzioni. Si allearono con la “nuova Russia” per un rifornimento di energia a basso costo e trasformarono la loro economia in una piattaforma di esportazione verso una Cina in rapida modernizzazione, mentre si affidarono agli Stati Uniti per la sicurezza, in modo da rimanere una nazione pacifista. Verso la fine degli anni ’90 e i primi anni 2000, la Germania prosperava come una delle nazioni più globalizzate e interdipendenti del pianeta. Era un modello di ricchezza adatto a un mondo sempre più integrato. Due decenni dopo, quella forza si è rivelata essere un imprevisto tallone d’Achille. La maledizione della Germania oggi sta nell’essere dipendente dall’interdipendenza. Le fondamenta di pace e prosperità costruite sui suoi legami globali stanno crollando una dopo l’altra, abbattendo l’attuale coalizione di governo e minacciando la stabilità politica in futuro».

Uno studioso americano di relazioni transatlantiche, Dan Hamilton, concorda che la Germania si è rivelata «troppo dipendente dalla stabilità, inadatta a un mondo di shock dirompenti, proprio quando le potenze rivali di America Cina Russia sono impegnate a infliggere questi shock all’Europa». Fu una delle grandi vincitrici della globalizzazione, quasi alla pari con la Cina; oggi è la perdente numero uno in questa fase di arretramento della globalizzazione.

Il primo miracolo economico tedesco fu quello del dopoguerra, coevo e simile a quelli di Giappone e Italia. Il secondo avvenne proprio in seguito alla riunificazione. Inizialmente sembrò che essa avesse appesantito l’economia tedesca: le spese per assorbire la Germania Est e assicurarle un tenore di vita meno povero, andarono ad aggiungersi a un Welfare troppo generoso. The Economist dedicò una celebre copertina alla crisi tedesca con il titolo «Il malato d’Europa». Gerhard Schroeder, cancelliere socialdemocratico di quegli anni, varò una riforma drastica del Welfare, tagliandone i costi e restituendo competitività alle imprese. Ma altri due fattori furono decisivi: gas russo a buon mercato, e mercato cinese spalancato.

Quel mondo non esiste più. È scomparso per sempre, ma non – come vorrebbe la narrazione putiniana – perché l’America ha strumentalizzato la guerra in Ucraina per affondare l’Europa, imponendole scelte catastrofiche come le sanzioni alla Russia e i dazi contro la Cina. Se così fosse, basterebbe cedere l’Ucraina a Putin e cancellare le sanzioni per tornare nel paradiso perduto. Questa è una rappresentazione capovolta. In realtà la dipendenza dall’energia fossile russa era diventata insostenibile per l’ambientalismo tedesco, oltre che folle per il potere di ricatto strategico che consegnava a Putin.

 In quanto alla Cina, da tempo praticava il protezionismo e si stava emancipando da ogni dipendenza nei confronti del made in Germany. Nel 2020 le automobili straniere rappresentavano il 60% delle immatricolazioni sul mercato cinese; nel 2024 sono crollate al 37%. La sola Volkswagen ha visto precipitare del 64% le sue vendite in CinaIl protezionismo non è un’invenzione occidentale, è una risposta timida e tardiva a quello cinese. Pechino per decenni ha comprato Volkswagen, Audi, Mercedes e Bmw, imponendo però all’industria tedesca di produrne almeno una parte sul proprio territorio e in joint venture con soci locali a cui doveva trasferire il proprio know how. Dopo aver copiato la tecnologia tedesca le marche cinesi l’hanno superata. Oggi – soprattutto nel comparto elettrico – offrono modelli di qualità superiore, a prezzi inferiori. 

La crisi della Volkswagen, che per la prima volta nella sua storia vuole chiudere tre fabbriche in Germania, è la naturale conseguenza. 

Ma non è solo Volkswagen, anche le altre marche sono in gravi difficoltà, come pure i fornitori di componentistica a cominciare dalla Bosch (elettronica). Una minaccia mortale incombe su un settore che ai suoi massimi storici, nel 2019, impiegava quasi un milione di tedeschi. La previsione è che distrugga quasi duecentomila posti da qui al 2035, l’anno in cui le auto a combustione dovrebbero cessare di essere prodotte.

La guerra in Ucraina e la chiusura del mercato cinese sono andate ad aggiungersi alle rigidità dell’ambientalismo tedesco. Ricordo alcune delle sue scelte. Ha imposto la chiusura delle centrali nucleari, che avrebbero garantito energia a buon mercato e zero emissioni, proprio mentre altri paesi rilanciavano il nucleare (Cina, America, perfino il Giappone). Proibisce l’uso della tecnologia del fracking per estrarre gas naturale dal sottosuolo tedesco, che ne è ricco. Con il risultato di importare gas liquefatto dagli Stati Uniti, a costi del 40% superiori. Ha costretto la Germania a importare perfino carbone (dalla Polonia, dal Sudafrica) pur di non rivedere i dogmi in casa propria. L’automobile non è l’unico settore in sofferenza: lo sono anche gli altri pilastri di questa economia come la chimica, la metallurgia, le macchine utensili.

La debolezza dell’economia sarà al centro di questa campagna elettorale, da qui all’elezione anticipata del 23 febbraio. La Germania, un tempo locomotiva d’Europa, è in recessione e lo resterà per chissà quanto. Joseph Sternberg sul Wall Street Journal usa immagini drammatiche: «I lavoratori licenziati dall’industria automobilistica non possono andare da nessun’altra parte perché la Germania rischia di sprofondare in un Medioevo industriale.

 Si va verso la distruzione di capitale umano su vasta scala». I confronti con la vitalità dell’economia americana costringono i tedeschi a porsi domande imbarazzanti. Le ha riassunte Danyal Bayaz, ministro delle finanze del Baden-Wuerttemberg: «Perché l’ultima start-up tedesca di successo risale a 50 anni fa?»

Il libro di Papa Francesco: «In Iraq scampai a un duplice attentato. Uccisero i sicari»

di Papa Francesco – Corriere della Sera – 17 Dicembre 2024

Nell’autobiografia «Spera» Bergoglio ricorda il viaggio in Iraq del marzo 2021 e svela un fatto inedito: c’erano dei kamikaze pronti a ucciderlo, tra loro anche una giovane donna

Pubblichiamo qui sotto un estratto dell’autobiografia di Papa Francesco «Spera» (che uscirà il 14 gennaio per Mondadori). È un passaggio forte: Bergoglio ricorda il viaggio in Iraq del marzo 2021. E svela un fatto inedito: c’erano dei kamikaze pronti a ucciderlo. Tra loro anche una giovane donna.

Mi era stato sconsigliato quasi da tutti quel viaggio, che sarebbe stato il primo di un pontefice nella cerniera mediorientale devastata da violenze estremiste e profanazioni jihadiste: il Covid-19 non aveva ancora allentato del tutto la sua morsa, pure il nunzio in quel Paese, monsignor Mitja Leskovar, era appena risultato positivo al virus e, soprattutto, ogni fonte evidenziava altissimi profili di rischio per la sicurezza, tanto che attentati sanguinosi avevano funestato perfino la vigilia della partenza. Ma io volevo andare fino in fondo. Sentivo che dovevo. Dicevo, familiarmente, che sentivo il bisogno di andare a trovare nostro nonno Abramo, l’ascendente comune di ebrei, cristiani e musulmani. Se la casa del nonno brucia, se nel suo Paese i suoi discendenti rischiano la vita o l’hanno perduta, la cosa più giusta da fare è raggiungere la casa il prima possibile.

E poi non si poteva lasciare un’altra volta delusa quella gente che, vent’anni prima, non aveva potuto abbracciare Giovanni Paolo II, al quale il viaggio con cui avrebbe così tanto desiderato inaugurare l’anno giubilare del 2000 era stato, dopo una prima apertura, impedito da Saddam Hussein. […].

Mosul, una ferita al cuore

Mosul è stata una ferita al cuore. Mi ha colpito come un pugno già dall’elicottero: una delle città più antiche del mondo, traboccante di storia e tradizioni, che aveva visto nel tempo l’avvicendarsi di civiltà diverse ed era stata emblema della convivenza pacifica di differenti culture in uno stesso Paese — arabi, curdi, armeni, turcomanni, cristiani, siriaci —, si presentava ai miei occhi come una distesa di macerie, dopo i tre anni di occupazione da parte dello Stato Islamico, che l’aveva scelta come propria roccaforte. Mentre la sorvolavo, mi appariva dall’alto come la radiografia dell’odio, uno dei sentimenti più efficienti del nostro tempo, perché spesso genera da sé i pretesti che lo scatenano: la politica, la giustizia, e sempre, in modo blasfemo, la religione, si fanno motivazioni di facciata, ipocrite, provvisorie; perché poi, proprio come nei bei versi della poetessa polacca Wisława Szymborska, l’odio «corre tutto solo».

La kamikaze che voleva farsi esplodere

E perfino dopo quella devastazione, il vento dell’odio ancora non si placava. Mi avvertirono non appena atterrammo a Baghdad, il giorno precedente. La polizia aveva avvisato la Gendarmeria vaticana di un’informativa giunta dai servizi segreti inglesi: una donna imbottita di esplosivo, una giovane kamikaze, si stava dirigendo a Mosul per farsi esplodere durante la visita papale. E anche un furgone era partito a tutta velocità con il medesimo intento.
Il viaggio proseguì. Ci furono gli incontri con le autorità nel palazzo presidenziale di Baghdad. Quello con vescovi, sacerdoti, religiosi e catechisti nella cattedrale siro-cattolica Sayidat al-Nejat (Nostra Signora della Salvezza), dove undici anni prima erano stati massacrati due sacerdoti e quarantasei fedeli, per i quali è in corso la causa di beatificazione. Poi l’incontro con i leader religiosi del Paese nella piana di Ur, la distesa deserta dove le rovine della casa di Abramo confinano con la torre a gradoni della meravigliosa Ziggurat sumera: cristiani di diverse Chiese, musulmani, sia sciiti che sunniti, yazidi, si ritrovavano finalmente insieme sotto la stessa tenda, nello spirito di Abramo, a rammentare che la più blasfema delle offese è profanare il nome di Dio odiando il fratello. […]

Il dialogo interreligioso e l’incontro con l’Ayatollah

E prima ancora ero stato alla città santa di Najaf, il centro storico e spirituale dell’Islam sciita, dove si trova la tomba di Ali, cugino del Profeta, per un appuntamento a porte chiuse a cui tenevo moltissimo, perché avrebbe rappresentato una pietra miliare nel cammino del dialogo interreligioso e della comprensione fra i popoli. Quello con il Grande Ayatollah Ali al-Sistani era un incontro che la Santa Sede preparava da decenni, senza che nessuno dei miei predecessori avesse potuto portarlo a termine. Mi ha accolto fraternamente nella sua casa, l’Ayatollah Al-Sistani, un gesto che in Oriente è eloquente perfino più delle dichiarazioni, dei documenti, poiché significa amicizia, appartenenza alla stessa famiglia. Mi ha fatto bene all’anima e mi ha fatto sentire onorato: mai aveva ricevuto capi di Stato, e mai si era alzato in piedi, eppure quel giorno, significativamente, con me lo ha fatto più volte, mentre con lo stesso sentimento di rispetto io mi sono presentato senza scarpe nella sua stanza. […] Ho colto la sua inquietudine per la commistione tra religione e politica, una certa idiosincrasia, che avverto condivisa tra noi, per i «chierici di Stato» e, al tempo stesso, la comune esortazione alle grandi potenze a rinunciare al linguaggio delle guerre, dando priorità alla ragione e alla saggezza. Rammento una sua frase in particolare, che poi ho portato con me come un dono prezioso: «Gli esseri umani sono o fratelli per religione o uguali per creazione». […] Quando il giorno seguente domandai alla Gendarmeria che cosa si sapeva sui due attentatori, il comandante mi rispose laconicamente: «Non ci sono più». La polizia irachena li aveva intercettati, e fatti esplodere. Anche questo mi ha colpito molto. Anche questo era il frutto avvelenato della guerra.

La Russia e la Siria, insieme per sempre

di Stefano Caprio – Asia News – 15 Dicembre 2024

Il patriarcato di Antiochia è l’unica delle quindici Chiese ortodosse autocefale, e l’unico dei cinque patriarcati antichi, a sostenere da sempre e in ogni situazione la Chiesa russa. Del resto, proprio gli antiocheni furono gli ispiratori dell’istituzione del patriarcato di Mosca. E queste antiche storie del tardo Medioevo ritrovano attualità oggi di fronte al timore dei russi di perdere il proprio ruolo di controllo sul Medio Oriente, dopo la vittoria degli islamisti a Damasco.

Il patriarca di Mosca Kirill (Gundjaev) ha fatto sapere di “assistere con ferventi preghiere” il suo amato confratello, il patriarca di Antiochia Ioann X (Yagizi), insieme a tutto il clero e i fedeli della Chiesa che rappresenta l’intero Oriente cristiano. I rappresentanti del patriarcato antiocheno a Mosca, il metropolita Nifon e l’archimandrita Filipp, assicurano una “costante informazione di prima mano” sull’evolversi delle vicende siriane, che tanto interessano e preoccupano la Russia intera. Il presidente Vladimir Putin ha offerto riparo all’ormai ex-dittatore di Damasco, Bashar al Assad, in un lussuoso appartamento nei pressi del Cremlino, e i deputati della Duma di Mosca chiedono di concedergli immediatamente la cittadinanza russa.

Come ha sottolineato il consigliere del patriarca, il protoierej Nikolaj Balašov, “la Chiesa antiochena ha sempre rappresentato il vero spirito patriottico della Siria”, ricordando le parole di Ioann X secondo cui “i cristiani sono i veri abitanti nativi di queste terre, tutti gli altri sono venuti dopo”. Il patriarcato siriano è l’unica delle quindici Chiese ortodosse autocefale, e l’unico dei cinque patriarcati ecumenici antichi, a sostenere da sempre e in ogni situazione la Chiesa moscovita, anche in questa fase di scisma con Costantinopoli e gli altri patriarcati di Alessandria e Gerusalemme, seppure quest’ultimo conservi una posizione abbastanza neutrale. Del resto, proprio gli antiocheni sono stati in passato gli ispiratori dell’istituzione del patriarcato di Mosca.

Nel 1586 era infatti giunto a Mosca l’allora patriarca di Antiochia Ioakimos V, in cerca di aiuti materiali per sopravvivere sotto i turchi ottomani, e fu accolto dallo spregiudicato consigliere dello zar Boris Godunov, con il quale mise a punto il piano che avrebbe realizzato il sogno della “Terza Roma” al suo livello supremo, quello religioso ed ecclesiastico. Ioakimos fu ospitato a Mosca come oggi Assad, e preparò la visita del suo confratello Ieremias II (Tranos), il patriarca di Costantinopoli che giunse a sua volta nella capitale russa nel 1588 a chiedere sostegno. Fu alloggiato nelle stanze più solenni del Cremlino, dove Godunov lo rinchiuse per sette mesi, finchè non accettò di firmare il decreto di istituzione del patriarcato russo, il primo dai tempi antichi ad affiancarsi a quelli apostolici, aprendo la strada a una concezione di “ortodossia nazionale” e patriottica che oggi ritrova il suo fulgore nelle guerre sante di Putin e dei suoi imitatori.

Ieremias venne quindi rilasciato, e di ritorno si fermò presso gli ortodossi russi di Polonia, suggerendo loro di creare un patriarcato di Kiev che facesse da contrappeso alle pretese di Mosca, essendo l’antica capitale della Rus’ la vera fonte del cristianesimo di quelle terre. La fedeltà del re polacco Sigismondo III alla sede cattolica romana, insieme al potente influsso dei gesuiti, trasformò questo progetto nell’Unione di Brest con il Papa del 1596, generando la contrapposizione tra Mosca e Kiev che si è proiettata sulla storia successiva fino ai giorni nostri, tra le due anime del cristianesimo russo, quella orientale e quella occidentale. Nel frattempo, il patriarca di Antiochia e i suoi successori trovavano in Mosca il principale punto di riferimento della loro stessa identità religiosa e nazionale, arrivando nel Seicento a proporre un “papato russo” che offrisse agli antichi patriarchi orientali delle nuove sedi nei dintorni della capitale.

Nell’attuale riscoperta dei propri “valori tradizionali”, queste antiche storie del tardo Medioevo ritrovano attualità di fronte al timore dei russi di perdere il proprio ruolo di controllo sul Medio Oriente, dopo la vittoria degli islamisti contro il regime siriano filo-moscovita. La preoccupazione del patriarca esprime i sentimenti più profondi di tutta la dirigenza politica e militare russa, a cui fa da contrappeso l’esultanza di quella ucraina, che si attribuisce i meriti di aver supportato la rivoluzione islamica, per mettere i russi all’angolo.

I russi avevano schierato le proprie truppe in Siria nel 2015, investendo centinaia di miliardi di rubli, e organizzando le compagnie più aggressive, quelle dei “macellai ceceni” e dei mercenari della compagnia Wagner, guidate dal “cuoco di Putin”, lo scomparso Evgenij Prigožin, che sono poi diventati gli attori principali della guerra russa in Ucraina. In un certo senso, l’appoggio di Mosca a Damasco è stata la palestra di addestramento del ritorno della Russia al ruolo di protagonista della scena geopolitica mondiale. Nel 2016 la Russia ottenne perfino la benedizione di papa Francesco, che incontrando a febbraio il patriarca Kirill all’Avana si accordò per una comune “azione umanitaria” per i cristiani e i profughi siriani, ciò che permise ai russi di ritenersi ufficialmente incaricati di controllare quel territorio, dove lo stesso pontefice romano aveva bloccato l’ingresso degli americani con le veglie di preghiera dell’anno precedente.

Dei cinque patriarcati antichi, oltre Antiochia è solo Roma oggi l’interlocutore di Mosca, in una convergenza di attenzioni all’Oriente ancora in cerca di una vera definizione. Ora è difficile dire se la Russia potrà conservare le sue basi militari in Siria, e la Santa Sede ha fatto sapere attraverso il segretario di Stato, il cardinale Pietro Parolin, di essere “impressionata per la velocità degli eventi”, augurandosi che ci sia rispetto per le minoranze cristiane e mettendosi in attesa degli sviluppi, una dichiarazione quasi identica a quelle del portavoce del Cremlino Dmitrij Peskov. Non si tratta del resto soltanto del timore delle scelte del nuovo governo islamista di Damasco: rimanere in Siria può rivelarsi una minaccia per tutti, russi e armeni, cristiani ortodossi, caldei, protestanti e cattolici.

La perdita delle basi russe comporterebbe anche un grave problema logistico per il Cremlino, per i contatti con i propri gruppi in Africa, eredi degli affari della compagnia Wagner, che si appoggiano proprio sulla Siria nel transito mediterraneo. I russi sarebbero costretti ad ampliare le proprie strutture in Libia o in Sudan, ma attualmente questo appare piuttosto complicato, non essendoci relazioni ufficiali con questi Stati, a loro volta in cerca di una stabilità ancora molto indefinita; e le strutture militari russe in Africa non sono abbastanza sviluppate da garantire una difesa soddisfacente degli interessi del Cremlino, come affermano tutti i commentatori. Gli aerei russi diretti in Africa finora si muovevano sul corridoio aereo sopra il mar Caspio, l’Iran e l’Iraq, facendo sosta in Siria per arrivare a Khartum e da qui in tutta l’Africa, e ora non si sa bene come fare.

La Siria è il ponte della Russia per il Mediterraneo e l’Africa, considerando anche la dispersione della flotta del mar Nero in seguito agli attacchi dei droni ucraini, e ora “potrebbero verificarsi nuove rivolte incontrollate anche nei Paesi africani, che i russi faticano a controllare”, secondo il corrispondente di Novaja Gazeta, Denis Korotkov. È difficile oggi calcolare quanti russi siano ancora di stanza in Siria: nel 2018 si parlava di tremila soldati dell’esercito, e duemila mercenari della Wagner, mentre oggi, dopo tre anni di guerra in Ucraina, la stima non supera le mille unità, compresi un centinaio di osservatori sparsi per tutto il Paese. Oltre ai soldati, in tutta la Siria dovrebbero esserci oltre settemila russi, e le strutture militari (e non) sono molto variegate, essendo confuse con quelle statali del regime ormai caduto.

Formalmente la Russia era intervenuta in Siria per combattere contro i fondamentalisti islamici dell’Isis, ciò che permetteva a Mosca di riprendersi una parte del credito internazionale perduto con l’inizio della guerra ibrida in Ucraina nel 2014, sfuggendo allora anche a nuove sanzioni. Molta acqua da allora è passata sotto i ponti: Mosca ha fatto collezione di sanzioni più di qualunque altro Paese al mondo, nella guerra in Ucraina ha coinvolto anche (e soprattutto) i musulmani del Caucaso e della Russia asiatica, esaltandoli come “islam moderato e patriottico”, il volto che oggi si attribuiscono i rappresentanti del gruppo jihadista Hay’at Tahrir ash-Sham, al potere a Damasco, che sono riusciti a fare in una settimana quello che i russi non riescono a fare in Ucraina da tre anni. Putin non si può permettere di buttare via gli sforzi di vent’anni per ridare alla Russia un ruolo strategico nella geopolitica mondiale, per instaurare una “visione multipolare” al posto dell’egemonia occidentale, e quindi cercherà di trovare un modo per rimanere in Siria. Del resto, la Siria è passata ormai in gran parte sotto il controllo della Turchia, il nemico storico della Russia per il controllo di questi territori, che oggi appare invece come l’unico possibile alleato nella ricerca dei nuovi equilibri tra il “mondo russo” e il “mondo turco”. Lo scopo dichiarato di Erdogan è l’annullamento dell’autonomia dei curdi nella parte nord-orientale della Siria, ma è chiaro che siamo entrati in una nuova fase di suddivisione del dominio sui vasti territori di confine tra l’Oriente e l’Occidente, tra Mosca e Istanbul, come ai tempi della formazione del patriarcato russo, in rapporto a quello antiocheno

Ucraini e curdi uniti dalla paura dell’abbandono

di Lorenzo Cremonesi| 13 dicembre 2024

«No all’impegno Usa in Ucraina» e «la Siria non ci riguarda» sono parole della nuova amministrazione Trump per le due zone calde in questo momento

C’è un sottile filo rosso che unisce Kiev a Qamishli: la pressante preoccupazione di venire abbandonati da Trump. «No impegno Usa in Ucraina» e «la Siria non ci riguarda», dice questi. Così, due partner molto diversi tra loro dell’alleanza occidentale paventano di essere traditi dall’isolazionismo del prossimo presidente repubblicano. Il loro rapporto con gli Stati Uniti è di natura differente. L’Ucraina è un attore statuale: la sua guerra con la Russia segue le dinamiche dei conflitti tra eserciti regolari. Le preoccupazioni di Zelensky crescono da prima della vittoria elettorale di Trump. «Se gli americani bloccheranno gli aiuti, noi perderemo la guerra», ripete. Il suo ultimo incontro con Trump a Parigi il 7 dicembre è andato male. Si spiega così l’angosciata richiesta di armi e sostegno ai partner europei, nella consapevolezza però che non saranno sufficienti a fermare la Russia.

L’unica speranza è convincere Trump a cambiare idea, spingendo sul principio per cui un America forte non è compatibile con una «grande Russia» rinvigorita dal controllo sull’Ucraina sconfitta. Ma tutto ciò per ora resta incerto e remoto, mentre i russi avanzano nel Donbass e bombardano le centrali elettriche.
Rojawa, come i curdi chiamano la loro zona autonoma nel nord-est siriano, è invece garantita dalla milizia locale. 
Una guerriglia non statuale simile a quelle che hanno caratterizzato gran parte dei conflitti negli ultimi decenni. Le Forze Democratiche Siriane, come si fanno chiamare i circa 50.000 combattenti (donne e uomini) curdi, sono cresciute dallo scoppio della «primavera araba» nel 2011. Gli americani li hanno considerati alleati insostituibili per battere Isis sia in Siria che in Iraq. Nella loro prigione di Al Hol si trovano ancora 55.000 tra fanatici islamici e le loro famiglie. Un migliaio di soldati Usa resta in Rojawa a garanzia dei curdi, sia contro il piano turco di annientarli che per bloccare la guerriglia sunnita vittoriosa a Damasco. Se Trump li ritirasse adesso, l’abbandono dei curdi sarebbe un tradimento.

Santa Lucia, luce nell’oscurità del nostro tempo

11 Dicembre 2024 

di Roberto de Mattei – Corrispondenza Romana – 1877

Il 13 dicembre si festeggia la memoria di santa Lucia, vergine e martire. Lucia, patrona di Siracusa, è una delle tre glorie della Sicilia cristiana accanto a sant’Agata e a santa Rosalia, che brillano rispettivamente a Catania e a Palermo. Il suo nome ha l’onore di trovarsi unito a quello di Agata, di Agnese e di Cecilia nel Canone della Messa.

Santa Lucia nacque a Siracusa intorno al 283 d.C. da una nobile e ricca famiglia cristiana. Promessa in sposa ad un pagano, la giovane si era consacrata al Signore con voto di verginità e rifiutò il matrimonio. Il suo pretendente la denunciò allora come cristiana al prefetto Pascasio. Questi le ordinò di sacrificare agli dei romani, ma Lucia rifiutò di rinnegare l’unico e vero Dio che adorava. Gli atti del suo martirio narrano le torture cui la sottopose il magistrato. Minacciata di venire esposta tra le prostitute, diventò così pesante, che né la forza di due buoi né quella di decine di soldati furono in grado di spostarla. Lucia fu allora cosparsa di olio, e posta sul rogo, ma le fiamme non la scalfirono. Venne infine decapitata o secondo fonti latine, le fu conficcato un pugnale in gola. Morì profetizzando la caduta del persecutore dei cristiani Diocleziano e la pace per la Chiesa, che sarebbe giunta, pochi anni dopo, con l’avvento di Costantino.  

Il corpo di santa Lucia restò per molti secoli a Siracusa, ma nel XII secolo, dopo avventurose traversie, fu traslato a Venezia, dove ora riposa, esposto alla venerazione dei fedeli, in un’urna di vetro, nella chiesa dei santi Geremia e Lucia.

La tradizione narra che a Lucia siano stati strappati i bellissimi occhi, ma che essi siano tornati miracolosamente al proprio posto. E’ per questo che Lucia viene rappresentata con in mano un vassoio che porta i suoi occhi ed è invocata per guarire la cecità. Il nome di Lucia, che viene dal latino lux, significa luce, e simboleggia la luce materiale degli occhi, ma soprattutto quella spirituale dell’anima. L’anima in stato di grazia risplende infatti di vivo fulgore, come un globo di cristallo illuminato dal sole, perché riceve il lumen Christi, la luce divina, che è Gesù Cristo. 

Dante Alighieri tenne “in somma venerazione” santa Lucia, forse perché, grazie alla sua intercessione, ottenne da lei la guarigione da una grave malattia agli occhi cui accenna nel Convivio (III; IX,15). 

Nel secondo canto dell’Inferno Virgilio rivela a Dante che le “tre donne benedette” che lo guideranno nel suo cammino di redenzione sono Beatrice, la donna amata dal poeta, santa Lucia e la Vergine Maria (Inferno, II, 75-120).

Nel Purgatorio, Lucia, la donna dagli “occhi belli” scende personalmente dal suo “loco beato” nel Paradiso, e mentre Dante dorme, lo prende nelle sue braccia dolcemente e lo posa davanti all’ingresso del Purgatorio. Scrive il Poeta: «Venne una donna e disse: I’ son Lucia, lasciatemi pigliar costui che dorme; / sì l’agevolerò per la sua via» (Purgatorio, IX, 57).  

Nel Paradiso Lucia viene posta nella “beata corte del cielo” accanto a san Pietro, ad Anna, madre della Vergine, a Mosè e a san Giovanni Evangelista (Paradiso, XXXII, 138).

Secondo uno dei più attenti commentatori di Dante, Giuseppe Giacalone (1918-2006), che segue san Tommaso d’Aquino (in particolare Summa Theologiae, II-II, 17), Lucia, nella Divina Commedia, rappresenta la speranza, che illumina l’uomo smarrito nell’oscurità del peccato e avvia il suo cammino di salvezza e di riscatto.

La festa di santa Lucia, che cade il 13 dicembre, ci ricorda due importanti eventi storici: il 13 dicembre 1294, fu il giorno che vide l’atto di rinuncia al papato di Celestino V, dopo appena 4 mesi di pontificato; il 13 dicembre 1545 si aprì il Concilio di Trento, che sbarrò la strada alla Rivoluzione protestante.

Il numero 13 è significativo nel contesto delle apparizioni di Fatima, poiché la Madonna apparve ai tre pastorelli ogni 13mo giorno del mese, tra maggio e ottobre del 1917, con un’eccezione ad agosto, a causa dell’arresto dei pastorelli. Lucia è anche il nome della più conosciuta dei veggenti di Fatima, Lucia dos Santos (1907-2005), di cui è in corso la causa di beatificazione, dopo la canonizzazione, già avvenuta, dei suoi cuginetti Giacinta e Francesco Marto.

Il 13 dicembre 1908 nacque a San Paolo del Brasile il grande pensatore brasiliano Plinio Corrêa de Oliveira. Sua madre si chiamava Lucilia Ribeiro dos Santos ed entrambi, la madre e il figlio sono morti in odore di santità. Plinio Corrêa de Oliveira fu un apostolo di Fatima e combatté per la restaurazione della Civiltà cristiana, una civiltà che, come quella medievale, si lascia illuminare dalla luce divina e a quella luce rifulge. «Luce intellettüal, piena d’amore; amor di vero ben, pien di letizia; letizia che trascende ogne dolzore», come dice Beatrice, nella Divina Commedia, riferendosi al Cielo Empireo (Paradiso, XXX, vv. 40-42).

«Lux in tenebris lucet»(Gv. 1, 5). Nei giorni dell’Avvento, il nome di Lucia annuncia la Luce divina che si avvicina per consolare meravigliosamente la Chiesa.

E’ molto triste che la “mascotte” ufficiale del Giubileo del 2025, chiamata “Luce”, non sia santa Lucia, ma, come si legge sul sito Vatican News, «una bimba pellegrina realizzata con l’estetica dei manga», ovvero un’espressione della subcultura “pop”, che assomiglia a Greta Thunberg, più che alla luminosa santa di questo nome. Per questo nell’oscurità intellettuale e morale dell’ora presente, preghiamo santa Lucia con le parole di dom Guéranger: «Ci rivolgiamo a te, o Vergine Lucia, per ottenere la grazia di vedere nella sua umiltà Colui che contempli ora nella gloria. Degnati di prenderci sotto il tuo potente patrocinio. Il nome che hai ricevuto significa Luce: sii dunque la nostra fiaccola nella notte che ci circonda. O lampada sempre risplendente della bellezza della verginità, illumina i nostri occhi; guarisci le ferite che ha prodotte in esse la concupiscenza, affinché si alzino, al di sopra della creatura, fino a quella Luce vera che risplende nelle tenebre, e che le tenebre non comprendono».

Davanti all’industria di Dnipro distrutta da un missile Oreshnik: «Così Putin può colpire l’Europa in 17 minuti»

Il missile è il nuovo fiore all’occhiello di Putin: potrebbe arrivare a costruirne fino a 300 all’anno

Lorenzo Cremonesi, inviato a Dnipro / CorriereTv

L’inviato del Corriere, Lorenzo Cremonesi, è arrivato a Dnipro, davanti all’industria elettromeccanica e militare. L’impianto è stato colpito il 21 novembre da un Oreshnik, missile russo balistico ipersonico. Il missile ha una capacità di raggio di 5.500km.
Putin minaccia l’utilizzo di questo missile. La paura all’Europa è che potrebbe colpire il quartier generale della Nato in 17 minuti. Secondo gli esperti, la Russia potrebbe costruire fino a 300 missili Oreshnik all’anno.
Non è possibile entrare e visionare i danni occorsi all’impianto. Gli ucraini tendono a ridurre la gravità dell’impatto dell’Oreshnik. Per Putin, il missile sarà il fiore all’occhiello della sua industria militare. 

Dio non è morto, ma all’occidente conviene pensarlo. Il nuovo libro del cardinale Sarah

Robert Sarah – 22 novembre 2024 – IL FOGLIO

“Una società senza trascendenza può diventare la culla di un terrorismo etico e morale più distruttivo del terrorismo islamista”. Un estratto del volume edito da Cantagall

Ritiene che in occidente Dio sia morto? 

Questa affermazione, “Dio è morto”, in realtà nasconde un’accusa. L’accusato è l’uomo, non Dio, l’uomo che, abbandonato Dio, prende strade verso il nulla. Un nulla che si identifica con la dimenticanza di sé, l’ubriacatura di ideologie o quella più concreta della fuga dalla realtà data da alcolismo e droghe, da consumismo e perdita di appartenenza ad una comunità, l’oppressione dell’uomo sull’uomo. La “morte di Dio” è una comoda espressione per giustificare il rinnegamento della fede in Lui. (…) La società occidentale, per mezzo dei poteri che orientano le scelte personali e che dettano le norme della convivenza, ha scelto di organizzarsi senza Dio: adesso appare abbandonata alle luci appariscenti e ingannevoli della società dei consumi, del profitto a tutti i costi e dell’individualismo frenetico. Questa è la più cocente dimostrazione che un mondo senza Dio – un mondo dal quale l’uomo ha preteso di espellere Dio, se ciò fosse mai definitivamente possibile – è un mondo di tenebre, bugie ed egoismo


Dio non è morto, ma senza la sua luce la società occidentale è diventata come una barca alla deriva nella notte. Non c’è abbastanza amore per accogliere i bambini, proteggerli nell’utero della madre, difenderli dall’aggressione della pornografia. Priva della luce di Dio, la società occidentale non sa più rispettare i suoi anziani, accompagnare i malati alla morte, dare spazio ai più poveri e ai più deboli. E’ abbandonata all’oscurità della paura, della tristezza e dell’isolamento. Non ha altro da offrire che il vuoto e il nulla. Permette alle ideologie più folli di proliferare. Una società occidentale senza Dio può diventare la culla di un terrorismo etico e morale più virulento e più distruttivo del terrorismo islamista. Ricordate che Gesù ci ha detto: “Non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima; temete piuttosto colui che ha il potere di far perire e l’anima e il corpo nella Geenna” (Mt 10,28).


Questa descrizione è certamente cruda, ma bisogna essere lucidi e realisti. Parlo in questo modo perché nel mio cuore di sacerdote e di pastore provo compassione per tante anime disorientate, perdute, tristi, angosciate e sole. Chi le condurrà alla luce? Chi mostrerà loro la via della Verità, l’unica vera via della libertà che è quella della Croce? Le lasceremo cadere nell’errore, nel nichilismo senza speranza o nell’islamismo aggressivo senza fare nulla? (…)


Se Dio non è morto, come crede si possa convincere l’uomo contemporaneo che Dio è vivo ed è fondamentale per la nostra vita?

Il problema dell’uomo occidentale, oggi, è che vive come se Dio non esistesse. La maggior parte delle popolazioni occidentali non vede ormai in Gesù nient’altro che una specie di idea, ma non un fatto e ancora meno una persona. Per di più Dio è visto come un indicatore di principi morali e dunque come un ostacolo alla nostra libertà, alla nostra piena autonomia e realizzazione umana. E’ per questo che Benedetto XVI insiste dicendo: “All’inizio dell’essere cristiano non c’è una decisione etica o una grande idea, bensì l’incontro con un Avvenimento, con una Persona che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva”. L’uomo contemporaneo, l’uomo occidentale in particolare, vive il male del relativismo, di cui il nichilismo è diretta conseguenza, cosicché si lascia portare “qua e là da ogni vento di dottrina” (Ef 4,14), e sembra questo l’unico atteggiamento all’altezza dei tempi odierni.


In un sistema relativista, tutte le vie sono possibili come molteplici frammenti del cammino del progresso. In tale contesto, il bene comune sarebbe il frutto di un dialogo continuo con tutti, l’incontro delle diverse opinioni private, una torre di Babele fraterna, in cui ciascuno possiede una particella di verità, nell’obbligo “aggressivo” di credere che non esista alcuna verità superiore. La più scontata delle conseguenze è che l’uomo si crea la sua religione, popolata di molteplici divinità, più o meno patetiche, che nascono e muoiono a seconda delle pulsioni, in un mondo che ricorda le religioni pagane antiche.


Cosa è accaduto nel mondo pagano che ha reso credibile la pretesa di Cristo e dei suoi discepoli?
La fede cristiana ha una pretesa assoluta: quella di investire ogni aspetto della vita ed illuminarlo, renderlo luminoso agli occhi propri e di chi ci guarda. Ha la pretesa di renderci specchio del Cielo. Anche il relativismo, nella sua apparente apertura e disponibilità verso tutte le scelte e le condotte della vita, ha una pretesa assoluta, pretendendo di essere l’incarnazione della libertà, fino a divenire una “gogna” totalitaria, in cui divieti ed obblighi si rincorrono, in un circo inesausto, accettando qualsiasi diminuzione dell’uomo e proclamando il contrario.


L’affermazione tipica del mondo contemporaneo, che nasce con la rivoluzione dei costumi degli anni Sessanta del secolo scorso, per cui Dio non esiste, oggi è divenuta: “Che ci sia o non ci sia, poco importa: ciascuno è libero di credere ciò che vuole, purché in privato”. Questo rappresenta la negazione stessa del principio della libertà di espressione, oltre che della libertà religiosa. L’uomo occidentale ha precluso la strada a qualsiasi pretesa di ricerca veritativa: se tutto è uguale, nulla conta più.


Esiste una forma di rifiuto dei dogmi della Chiesa, o una distanza crescente tra gli uomini e i dogmi, cioè quanto Gesù ha insegnato su Dio e la vita eterna, fino a mettere in dubbio la veridicità di quanto i Vangeli riportano, sia riguardo alla testimonianza di fatti straordinari sia riguardo ai giudizi espressi dalla primigenia comunità cristiana e fedelmente trasmessi nei secoli, sino ad oggi.


Si è fatta strada la convinzione che il liberalismo morale porti a un progresso della civiltà; d’altro canto l’osservazione della realtà evidenzia come questo preteso progresso sia, in realtà, una decadenza morale ed antropologica, una nuova forma di pagane- simo che ha desacralizzato l’uomo e le sue relazioni: si pretende che sia un diritto la determinazione di chi abbia diritto a vivere, e ne fanno esperienza i più fragili: l’uomo nelle viscere di sua madre, l’anziano, il debilitato, il disabile, ultimamente abbandonati e convinti di essere un peso per la società, per gli amici, e perfino per la famiglia. Le realtà del limite, della sofferenza e del dolore, private della loro prospettiva di salvezza e di bene eterno, sono insopportabili e Dio viene chiamato a giustificarsi. Mentre da un lato si pensa che, a motivo della bontà infinita del Signore, tutto sia possibile, anche se non si cambia niente nella propria vita, dall’altro si pretende che le proprie scelte non abbiano alcuna conseguenza negativa o imprevista.


E’ il mondo che deve cambiare atteggiamento o la Chiesa deve cambiare la sua fedeltà a Dio?

Se non usciamo dalla cultura della morte, l’umanità si avvicina alla perdita di se stessa. C’è una guerra dichiarata contro la vita. Come si fa a concepire il fatto che così tanti bambini vengono eliminati dal grembo delle loro madri, col pretesto di un diritto della donna alla libertà del proprio corpo? Nel frattempo, la nuova battaglia “ideologica” della postmodernità occidentale è diventata l’eutanasia. La distruzione della vita non è più un atto barbarico, ma un progresso della civiltà; la legge prende a pretesto un diritto di libertà individuale per dare all’uomo la possibilità di uccidere il suo prossimo.


Se l’insegnamento della Chiesa non è compreso, non dobbiamo temere di rimettere cento volte mano all’opera. Non si tratta di addolcire le esigenze del Vangelo o di cambiare la dottrina di Gesù e degli apostoli per adattarsi alle mode evanescenti, ma di rimetterci radicalmente in causa sul modo in cui noi stessi viviamo il Vangelo e presentiamo il dogma.

La più grande difficoltà degli uomini non è credere quello che la Chiesa insegna sul piano morale; la cosa più dura per il mondo postmoderno è il credere in Dio e nel suo unico Figlio. La più grande preoccupazione deve restare Dio. I fini ultimi e l’eternità sono diventati una specie di immotivato peso psicologico. I cristiani stessi, in molte occasioni, si sono accomodati in un’apostasia materiale, prima ancora che filosofica. Ma per parlare di questo all’uomo di oggi, occorre la sua disponibilità, la disponibilità al silenzio.


Dio è avvolto nel silenzio e si rivela nel silenzio interiore del nostro cuore. Chi potrebbe parlare del silenzio, e soprattutto di Dio, in una forma adeguata? Possiamo tentare di parlare di Dio solo a partire dalla nostra propria esperienza di silenzio. Nel cuore dell’uomo c’è un silenzio innato, perché Dio abita nel profondo di ogni persona. Dio è silenzio, e questo silenzio divino abita l’uomo. In Dio, noi siamo inseparabilmente legati al silenzio. La Chiesa può affermare che l’umanità è figlia di un Dio silenzioso. Se cerchiamo di essere con Dio nel silenzio, possiamo forse comprendere qualcosa della sua presenza e del suo amore. Una Chiesa che parla senza interruzione, una Chiesa che non sa osservare il silenzio per contemplare la Parola di Dio, è una Chiesa che si è allontanata da Dio, una Chiesa scristianizzata, mondanizzata ed immersa in una società “chiacchierona”.


Davanti all’uomo che accusa Dio, per parlare a quell’uomo, per raccontare quale profondità di amore vive Dio per noi, è necessario fare silenzio. Silenzio: per poter noi ascoltare il Signore; silenzio in chi è alla ricerca di una risposta adeguata alla propria inquietudine, in chi osserva la tragedia dell’aver estromesso Dio, Dio nella persona di Gesù, Dio nella realtà della Chiesa, da Lui voluta come sua presenza nella storia. Dimentichiamo che l’origine dei nostri mali nasce dall’illusione che siamo qualcosa di diverso dalla polvere.


L’uomo, che si fa divinità, non vuole riconoscere che è un mortale. A prima vista possiamo credere che Dio permetta il male per distruggere gli uomini. Ma se Dio tace, soffre con noi per il male che ha lacerato e sfigurato la terra, e quel tacere – afferma san Giovanni Paolo II – “sfocia in una reazione simile al travaglio di una partoriente che s’affanna, sbuffa e urla. E’ il giudizio divino sul male, raffigurato con immagini di aridità, distruzione, deserto, che ha come meta un risultato vivo e fecondo”.


Molti dei nostri contemporanei non possono accettare il silenzio di Dio. Non ammettono che sia possibile entrare in comunicazione in modo diverso dalle parole, dai gesti o dalle azioni concrete e visibili. Credo che noi siamo vittime della superficialità, dell’egoismo e dello spirito mondano. Ci perdiamo in lotte per stabilire un’influenza sugli altri, in conflitti tra persone, in un narcisistico e vano attivismo. Ci gonfiamo di orgoglio e di pretese, prigionieri di una volontà di potenza. Per cercare titoli, incarichi professionali o ecclesiastici, accettiamo compromessi vili. Ma tutto ciò passa, si dissolve come il fumo. E’ necessario entrare nel silenzio. Senza di esso, ci troviamo in un’illusione. L’unica realtà che merita la nostra attenzione è Dio stesso, e Dio tace. Aspetta il nostro silenzio per rivelare Se stesso.

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