"VI SUPPLICO: CONVERTITEVI!" (REGINA DELLA PACE-MEDJUGORJE)

Categoria: TESTI E DOCUMENTI Pagina 95 di 156

I giorni sacri della Russia e il futuro Papa, fra difesa di Kiev e relazioni con Mosca

di Stefano Caprio-Asia News – 3 Maggio 2024

La tregua per la Grande Vittoria gioco delle parti, Putin che vuole allungare i tempi delle trattative e mostrarsi vincitore. La quarta parata dall’inizio dell’invasione dell’Ucraina, nella solennità degli 80 anni dalla fine del conflitto contro la Germania nazista. Il “pensiero della Russia” fra i cardinali al Conclave. Il patriarca ortodosso mostra il “paradiso russo” contro le devastazioni della guerra. 

Per una singolare coincidenza delle vicende umane, allo stesso tempo drammatiche e gloriose, il presidente russo Vladimir Putin ha annunciato un “triduo di tregua” dalla mezzanotte del 7 maggio a quella del 9 maggio, durante le celebrazioni per la Grande Vittoria sulla piazza Rossa di Mosca, e proprio durante la seduta del Conclave per eleggere il successore di papa Francesco e 267° di San Pietro. La prima e la terza Roma si uniscono per la gloria del pontefice e dell’imperatore, assicurando almeno a parole al nuovo papa una visione di pace, tanto agognata e auspicata dal predecessore argentino. A meno infatti di inattese complicazioni, entro la fine della tregua Roma e la Chiesa intera vedranno affacciarsi dal balcone della basilica il nuovo apostolo della pace universale, vestito di bianco e (forse) con il mantello rosso della memoria del sangue di Cristo e dei martiri.

La scelta “pacifista” di Putin non è certo dedicata all’elezione papale, essendo stata dichiarata prima dell’annuncio dell’inizio del Conclave, e comunque il rispetto dovuto al capo dei cattolici non sminuisce nello zar di Mosca la sensazione di essere lui il vero capo della Chiesa universale. Se il presidente americano Donald Trump ha affermato scherzando di ritenere di essere il più adatto al ruolo di pontefice, il russo parte dalla sacra professione della “sinfonia” di trono e altare risalente alle origini bizantine, ed esaltata dalla Russia fin dal medioevo come la guida congiunta dell’imperatore e del patriarca, l’uno per proteggere la Chiesa dai pericoli, e l’altro per declamare le verità della fede. Nella storia russa, fin dal primo zar Ivan il Terribile e attraverso le imprese di Pietro il Grande, Caterina II, Alessandro I e dello “zar rosso” Josif Stalin, in realtà è proprio l’imperatore la vera guida della Chiesa. E la Russia viene vista come unica custode della vera fede per il mondo intero, come si ripete oggi nella proclamazione dei “valori tradizionali russi morali e spirituali”, a cui neppure i cattolici ormai sono capaci di attenersi.

La tregua putiniana naturalmente rientra nel gioco delle parti, con la Russia che tenta in ogni modo di allungare i tempi delle trattative e vuole mostrarsi “vincitrice” dal palco sopra il mausoleo di Lenin, durante la parata della Vittoria moscovita contro ogni male del mondo. Gli ucraini considerano la proposta russa una “manipolazione”, chiedendo semmai di cessare il fuoco almeno per 30 giorni, o come ha detto il ministro degli esteri Andrej Sibiga, “se la Russia vuole davvero la pace, smetta subito di attaccare le città ucraine”. Il Cremlino ha ovviamente evitato di rispondere a questi appelli, perché “una tregua di un mese è impossibile senza tener conto di tutti i dettagli”, come ha affermato il portavoce Dmitrij Peskov. I “dettagli” riguardano le pretese russe su tutti i territori occupati, e quindi si rimane sempre al punto di partenza.

Sarà la quarta parata della Vittoria dall’inizio dell’invasione dell’Ucraina, nella solennità degli 80 anni dalla fine della guerra contro la Germania nazista, che la Russia pretende sia riconosciuta come merito esclusivo dei sovietici. La guerra in Ucraina, nel frattempo, ha già superato il numero di morti e feriti russi dal 1945 a oggi in tutti i conflitti mondiali, cercando di ripetere l’esperienza della battaglia di Stalingrado e dell’assedio di Leningrado, i “sacrifici eroici” che fanno della Russia il Paese-martire vincitore, come se il vero trionfo si possa riflettere soltanto nell’auto-distruzione. Una tregua era già stata proclamata nei giorni di Pasqua, anche se non era stata veramente rispettata, ma come dicono alcuni soldati al fronte, “non c’è stata una vera calma, ma almeno sembrava tutto un po’ più tranquillo”. I civili in Ucraina si augurano comunque una tregua di qualunque durata, “uno, tre o trenta giorni, basta che non ci crolli il tetto sulla testa!”, come riportano le inchieste di Currentime.

Secondo il politologo Ivan Preobraženskij, “Putin vuole soltanto celebrare la parata senza disturbi, e anche dare qualche segnale a Trump, per evitare che gli Stati Uniti si tirino del tutto indietro dalle trattative, in quanto la Russia finora sembra soltanto trarre vantaggi dall’intervento degli americani”. La proclamazione unilaterale della tregua, del resto, dimostra che la Russia può far cessare il conflitto in qualunque momento, essendone la principale responsabile, e Trump continua a “girare nella trappola” di Putin, nella speranza di ottenere qualche risultato che la Russia fa intravedere, senza veramente agire di conseguenza. Lo stesso presidente americano ha dovuto riconoscere che “Putin mi sta prendendo per il naso”, portando l’amicone americano su per i gradini della scala messa davanti a lui, accordandosi su ogni gradino per qualche minima concessione, senza mai arrivare in cima.

L’esperto internazionale Dmitrij Levus ritiene che la tregua putiniana sia soltanto “un’iniziativa propagandistica in vista della festa della pobedobesie, la “ossessione della vittoria”, e non un vero progresso nelle trattative di pace”, e che sia necessario “mostrare a tutti il vero volto di Putin e della Russia di oggi”, senza cedere alle sue manipolazioni. Il pensiero della Russia non può ovviamente mancare nei dibattiti alle congregazioni dei cardinali in vista del Conclave, cercando il giusto approccio per dare al nuovo papa la possibilità di intervenire con efficacia, ricordando gli sforzi di papa Francesco nel difendere l’Ucraina, e allo stesso tempo di non rompere del tutto le relazioni con Mosca.

In questo delicato compito le maggiori conoscenze sono ovviamente da attribuire al segretario di Stato, il cardinale Pietro Parolin, il candidato più probabile e più naturale nella prosecuzione della Ostpolitik bergogliana, anche se non uscisse dal Conclave in abito bianco. Un altro dei favoriti è l’arcivescovo di Bologna, Matteo Maria Zuppi, mediatore nelle trattative umanitarie tra Mosca, Kiev, Pechino e Washington, esperto nelle iniziative di pace fin dai tempi del suo intervento in Mozambico insieme alla Comunità di S. Egidio di cui è stato assistente ecclesiastico, e che da sempre mantiene rapporti di grande amicizia con il patriarcato di Mosca. Il ceco-canadese Michael Czerny, e il cardinale polacco Konrad Krajewski, sono tra quelli che si sono spesi maggiormente per il sostegno alla “martoriata Ucraina” e ben conoscono il “mondo russo”, insieme ai tanti altri porporati di etnia slava o vicina ai russi, come i polacchi Kazimierz Nycz, Grzegorz Ryś e il quasi ottantenne Stanislaw Rylko, rimasto nel novero degli elettori per pochi mesi di anticipo sull’età di esclusione. Vanno ricordati anche il lituano Rolandas Makrickas, il croato Josip Bozanić, l’ungherese Peter Ërdo, il serbo Ladislav Nemet e il bosniaco Vinko Pulić, per non parlare del giovane ucraino-australiano Mykola Bychok, mentre i cattolici centrasiatici saranno rappresentati dal cardinale italiano Giorgio Marengo, simbolo delle “Chiese periferiche” di papa Francesco per la sua missione in Mongolia.

Tutti i cardinali asiatici hanno per vari motivi molte esperienze di contatto con la Russia eurasiatica, come del resto negli ultimi anni capita anche ai cardinali africani, vista l’intraprendenza del patriarcato di Mosca nell’apertura di parrocchie russe in Africa da sottrarre agli “scismatici” del patriarcato greco di Alessandria, sostenitore dell’autocefalia ucraina. Anche gli americani hanno la possibilità di valutare più da vicino gli effetti del valzer tra Putin e Trump, che sta occupando la parte fondamentale della geopolitica attuale. Un grande conoscitore della cultura, della lingua e della spiritualità russa è il prefetto del Dicastero per le Chiese Orientali, l’italiano Claudio Gugerotti, già nunzio nel Caucaso, in Bielorussia e in Ucraina, specialista dell’Oriente slavo fin dai suoi studi giovanili, né si può dimenticare il prefetto del Dicastero per l’unità dei cristiani, lo svizzero Kurt Koch, che da anni prosegue il dialogo ecumenico anche con gli ortodossi russi. Infine, uno dei candidati più ricordati dalla stampa è il cardinale italiano Pierbattista Pizzaballa, patriarca latino di Gerusalemme, il luogo sacro di tutti i cristiani, dove i russi mantengono una presenza molto attiva e intensa da sempre.

Al Sacro Collegio non mancano dunque le capacità e le esperienze per orientarsi in questa delicata relazione con la Chiesa moscovita e l’imperatore del Cremlino, che pretende di imporsi a livello universale in campo militare, politico e religioso. Il patriarca di Mosca Kirill (Gundjaev) ha visitato nei giorni scorsi il festival del “Dono pasquale” nel parco Kolomenskoe della capitale russa, un’iniziativa di beneficenza con il mercato degli articoli vintage, la mostra dei collezionisti e il laboratorio creativo delle università moscovite, oltre alla “fiera del miele”, per esaltare la “bellezza e dolcezza” della nuova vita della Russia. Sono state messe in mostra le opere più pregiate di epoche passate, per illustrare le tradizioni della festa di Pasqua in Russia e nel mondo, come le uova pasquali in porcellana, legno, vetro, e una serie di cartoline nazionali e fotografie dell’inizio del XX secolo, dischi retrò anche con esecuzioni di cori ecclesiastici e concerti di campane da tutte le chiese della Russia. 

Il patriarca cerca di mostrare il “paradiso russo” in contrasto con le devastazioni della guerra, ricordando la sua prima visita nella capitale nel lontano 1955, e lodando soprattutto la costruzione di centinaia di nuove chiese ortodosse a Mosca, “città eroica” nella resistenza al nazismo insieme a Leningrado e Stalingrado, dove svetta oggi la cupola grandiosa e minacciosa della cattedrale della Vittoria, costruita cinque anni fa per ricordare i 75 anni dalla fine della Grande Guerra, oggi diventati 80. Proprio l’età massima dei cardinali-elettori, nati provvidenzialmente dopo la fine delle ostilità più spaventose del secolo scorso, e chiamati a dare una risposta di speranza e di amore in quelle del nuovo millennio.

Parolin e Pizzaballa i candidati più «solidi» alla vigilia del Conclave. La fede e una visione globale

di Gian Guido Vecchi – Corriere ella Sera – 4 Maggio 2025

Nella scelta del nuovo Papa conterà la visione internazionale

Il cardinale che esce da Porta Sant’Anna quasi in incognito, clergyman nero e veste da celebrazione in una busta di tela, guarda la coda di pellegrini e turisti in coda e sorride un po’ amaro quando gli si chiede delle riforme in sospeso, le strutture della Curia, la sinodalità, le finanze, tutte cose più o meno importanti ma che tendono ad appassionare chi sta già dentro e gli addetti ai lavori: «Ha presente Luca, 18,8? Ecco: “Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla Terra?”». Le congregazioni stanno finendo, domani doppio turno mattina e pomeriggio, martedì la previsione di una sessione mattutina, e poi tutti a Santa Marta già la sera, al più tardi mercoledì mattina, la clausura si avvicina e con essa il momento della verità.

Sono giorni di murmuratio, avrebbe detto il Papa gesuita, appuntamenti e cene per cominciare a tirare le fila, delineare il profilo del candidato più adatto in base alle questioni più urgenti, pensare a chi sostenere per non disperdere il voto. Al fondo di tutto ciò che si è discusso, resta centrale la questione drammatica che gli ultimi pontefici, ciascuno a modo suo, hanno provato ad affrontare. Francesco ne parlava a settembre, durante il suo penultimo viaggio in Lussemburgo e in Belgio: «Come possiamo far arrivare il Vangelo in una società che non lo ascolta più?». Si riferiva all’Occidente, al Nord del mondo, ma non è che l’emisfero Sud sia messo molto meglio, considerata anche la moltiplicazione di sette e chiese evangeliche varie. Uno dei cardinali di punta del conclave lo dice secco: «Sì, il problema della fede è centrale».

Chiaro che il prossimo Papa debba avere le spalle abbastanza larghe, la visione internazionale e le caratteristiche adatte ad affrontare tutto questo. È la ragione principale per la quale Pietro Parolin e Pierbattista Pizzaballa, almeno alla vigilia, appaiono i candidati più solidi, quelli dei quali si sta parlando di più dentro e fuori le riunioni di cardinali. Non si tratta solo del fatto, pure importante, che in un conclave multipolare, nel quale molti elettori non si erano mai visti prima, il segretario di Stato di Francesco e il patriarca di Gerusalemme siano conosciuti da tutti. Parolin è stato l’artefice dell’accordo storico con la Cina sulla nomina dei vescovi, che già gli procurò problemi quand’era sottosegretario in Segreteria di Stato e lo stava concludendo per Benedetto XVI , prima che le resistenze interne ed esterne consigliassero di mandarlo, nel 2009, nunzio in Venezuela. Richiamato da Francesco, ha portato a termine l’accordo con Pechino nel 2018. Soprattutto nella destra Usa, la cosa continua a procurargli attacchi e veleni, come la notizia falsa del malore. Ma la questione non è politica, Parolin come Francesco sa che «l’Asia è il futuro della Chiesa»: in Cina, si sta parlando di comunità in crescita in un Paese di un miliardo e mezzo di abitanti.

Se Parolin ha la visione globale e l’esperienza di governo, Pizzaballa ha governato una chiesa nelle condizioni più difficili, risanato le casse del Patriarcato di Gerusalemme, e svolto un delicatissimo ruolo diplomatico e di dialogo fra israeliani e palestinesi. Ed è un biblista cui guardano coloro, non solo tra i conservatori, che avvertivano una lacuna dottrinale e scritturistica in Francesco. Entrambi, Parolin e Pizzaballa, sono in grado di tenere assieme le differenze nel conclave, a parte le ali estreme……..

Chi è il cardinale Pizzaballa, amico di Israele ma critico su Netanyahu

di Lorenzo Cremonesi – 30 Aprile 2025

Mentre a Gerusalemme i suoi confratelli studiavano l’arabo, lui scelse l’ebraico

Quando, nei primi anni Novanta, Pierbattista Pizzaballa era un frate francescano poco più che trentenne, studioso di teologia e innamorato della Terra Santa, tanti nella comunità cattolica latina di Gerusalemme lo consideravano un «filo-sionista». Mentre era normale allora per tutti gli uomini di chiesa arrivati dall’Europa studiare arabo, Pizzaballa scelse invece di seguire i corsi di ebraico all’Università ebraica di Monte Scopus.
Erano gli anni del patriarcato del palestinese Michel Sabbah. La Chiesa locale guardava con sospetto alle ripercussioni tardive del Concilio Vaticano II, che finalmente anche qui volevano aprire al dialogo con gli ebrei «fratelli maggiori», come li aveva chiamati papa Wojtyla. Le violenze della prima Intifada pesavano sui rapporti tra israeliani e palestinesi. I cristiani locali frequentavano messe celebrate in arabo. E tanti in cuor loro non potevano digerire l’avvio nel 1993 dei pieni rapporti diplomatici tra Israele e Santa Sede. Un evento epocale, conseguenza degli accordi di Oslo tra Ytzhak Rabin e Yasser Arafat. Ma soprattutto un passo che, per la prima volta dal 1948, vedeva la Chiesa di Roma riconoscere la legittimità di uno Stato che sino ad allora aveva osteggiato per motivi sia teologici sia sulla base di valutazioni di opportunità politica in rapporto al mondo arabo.

Ma la novità portata da Pizzaballa era proprio la sua apertura alla lingua e alla cultura del mondo ebraico. Grazie alle sue conoscenze, studiò le scritture dei Profeti e la teologia dei rapporti tra l’universo della Bibbia e il primo cristianesimo. Tradusse in ebraico i libri della liturgia latina per la piccola comunità di cattolici locali, che avevano studiato nelle scuole israeliane e dunque parlavano ebraico. Poteva celebrare la messa nella loro lingua.

Nel seguente quarto di secolo questo intellettuale dello spirito, figlio del sentimento religioso «semplice e spontaneo», come lui stesso descrive le radici della sua famiglia immersa nel cattolicesimo tradizionale della provincia bergamasca, è diventato una delle figure di riferimento centrali della variegata e spesso controversa realtà delle Chiese a Gerusalemme. 

Pochi sono stati capaci come lui di favorire il dialogo interreligioso.
Non solo tra le comunità, con i pellegrini e i fedeli, ma anche nei seminari di studio, tra gli esperti di teologia, storia e filosofia. Quando lo si incontra non è difficile cogliere una sua certa ritrosia alle cerimonie. E infatti anche oggi, che assieme al cardinale Matteo Zuppi e al segretario di Stato Pietro Parolin è indicato come uno dei «papabili» d’origine italiana, il sessantenne Pizzaballa viene descritto da chi lo conosce come «molto lontano dai giochi interni alla curia romana».

Uomo del dialogo, si è ritrovato a dovere affrontare un universo sempre più minacciato dalla violenza e dalla guerra seguite all’aggressione di Hamas contro le basi militari e le comunità israeliane attorno a Gaza il 7 ottobre 2023. Possiede adesso gli strumenti per capire e reagire.

In tutti questi anni è diventato docente all’Università ebraica, quindi allo Studio biblico francescano. Dal 2004 è stato per 12 anni il 167esimo Custode di Terra Santa, la massima autorità francescana. L’8 giugno 2016 per conto di papa Francesco organizzò in Vaticano il momento di preghiera tra l’ex presidente israeliano Shimon Peres e il capo dell’Autonomia palestinese a Ramallah, Mahmoud Abbas. La carica nel 2017 di vicepresidente vicario della Conferenza dei vescovi latini nelle regioni arabe l’ha spinto a conoscere da vicino il dramma del progressivo assottigliarsi della comunità cristiana in questa parte del mondo. Un’attività continua, assidua. Ogni tanto voci non verificate parlano di una sua certa esasperazione, forse vorrebbe partire, fare altro. Ma poi i risultati ci sono: la sua autorità è indiscussa. Tanto che nel 2020 è diventato Patriarca latino di Gerusalemme e dal primo maggio 2024 è cardinale.

Ma intanto il gravissimo attacco di Hamas sconvolge tutto. «Nulla sarà più come prima», dice: lo dichiara apertamente in interviste, scritti, omelie e colloqui interconfessionali. La sua conoscenza profonda, intima, del mondo ebraico gli fa comprendere il dramma di una società che parla apertamente di un «nuovo Olocausto». Il 16 ottobre 2023 si offre volontario come ostaggio ad Hamas in cambio della liberazione degli ostaggi nelle loro mani. Ma poi la durissima reazione israeliana, i bombardamenti su Gaza, gli attacchi agli ospedali, il terrore quotidiano, la morte di decine e decine di migliaia di civili, lo vedono in tutto e per tutto a fianco delle reazioni critiche contro Israele di papa Francesco.

Pizzaballa conosce bene le gravi ingiustizie commesse dagli estremisti ebrei, vede i crimini, sa delle aggressioni compiute dai coloni in Cisgiordania, comprende da tempo gli effetti devastanti del muro che lacera il tessuto della società palestinese. La stessa Città vecchia di Gerusalemme è teatro da anni di sputi, minacce e offese ai pellegrini e fedeli cristiani da parte specialmente dei giovani delle yeshivot , le scuole ebraiche ortodosse.

Molti di loro sono minorenni, tanti arrivano dalla diaspora americana. Le bandiere azzurre e blu dei nazionalisti messianici invadono aggressive la via Dolorosa, gli accessi al Santo Sepolcro. «Il grave attacco di Hamas non avviene nel vuoto. C’è un prima e un dopo», dice, quasi ripetendo le denunce all’Onu di Antonio Guterres. Il suo sermone la notte di Natale del 2023 nella Chiesa della Natività a Betlemme è anche un atto di accusa al governo Netanyahu. Lo ripete nel 2024. Oggi parla della necessità della «speranza nella ripresa del dialogo». Sa che è difficilissimo. Pizzaballa è ormai figlio della Chiesa precipitata nel fronte della guerra, denuncia la «religione usata e strumentalizzata dalla politica». Non sappiamo quante possibilità abbia di essere eletto dal Conclave. Certo è che, se diventasse Papa, sarebbe davvero un pontificato tutto da seguire.

Il cardinale Bagnasco: «L’Occidente propaga il vuoto dell’anima. Un Papa italiano? Conta l’intelligenza delle fede»

di Massimo Franco Corriere della Sera – 30 april2 2025

L’ex presidente della Cei: «L’umanità è piena di paure, per questo è spesso arrogante e violenta»

«Credo sia stato saggio prendere ancora qualche giorno prima di cominciare il Conclave. I confratelli sono tanti, e molti non si conoscono tra loro. E c’è da sperare che ognuno esprima il suo pensiero. Per costruire tutti insieme un affresco della Chiesa del futuro si richiedono amore e tempo. Non si può non vedere il vuoto dell’anima che è l’obiettivo della modernità. So di potermi tirare addosso l’accusa di oscurantista, antimoderno, e di essere preso a sassate. Ma la cultura occidentale sta propagando questo vuoto come un virus che va oltre i confini dell’Occidente. Alla fine, vince questo — dice indicando il telefono cellulare sulla scrivania —. Il trionfo di una società isolata e sottomessa, anche se si crede continuamente connessa».

Il cardinale Angelo Bagnasco, ex presidente della Cei e dei vescovi europei, è uno dei «grandi vecchi» che accompagneranno durante le Congregazioni, una sorta di pre-Conclave, i 133 elettori. Dal 7 maggio voteranno nella Cappella Sistina per decidere chi prenderà il posto di papa Francesco. E Bagnasco, 82 anni, genovese, uno dei «fratelli maggiori dei cardinali», chiamati ad accompagnarli nella fase preparatoria, è lo specchio di un cattolicesimo allarmato dalle forme che ha preso la modernità; e insoddisfatto per il modo in cui finora la Chiesa ha risposto a una sfida ritenuta esistenziale. Il suo lessico è prudente: più di quanto ci si potrebbe aspettare. E alcune sue parole vanno lette anche tra le righe. Ma l’atto di accusa nei confronti della cultura dell’Occidente è radicale. E sembra prefigurare una Chiesa diversa da quella di Francesco.

Non le sembra di tracciare un quadro apocalittico?
«È vero, è apocalittico. E so bene che posso essere visto come un profeta di sventura. Ma lo penso e lo dico, perché credo sia urgente riscoprire la fede che è incontro e vita con il Signore Gesù, e coltivare la ragione al fine di un pensiero critico che oggi appare proibito. Negli anni Cinquanta del secolo scorso Jacques Maritain scriveva che la mancanza di metafisica creava il vuoto del pensiero; e che l’assenza di verità assolute è “il crimine”. Aveva ragione. Il consumismo è il valletto della finanza e del mercatismo: sono guidati da pochi. E mirano alla costruzione di una società di smarriti da sottomettere docilmente».

Scusi ma la Chiesa dov’è stata mentre si aggravava la situazione fino ad arrivare al punto che lei descrive? In questi anni è stata all’altezza della sfida?
«La Chiesa cammina nella storia. Essa sa cosa c’è nel cuore dell’uomo, la nostalgia dell’infinito, cioè di Dio. Per questo non sarà mai indietro sui tempi. Ma deve leggere anche i segni di Dio nella storia e questo non è sempre immediato. Oggi bisogna fare i conti con un’umanità impaurita…».

Impaurita o insicura?
«Oggi è più evidente che l’umanità è piena di paure: per questo è spesso arrogante e violenta. Anche verso sé stessa, e a volte percorre le vie della droga e dell’alcol. Questo potrebbe portare tutti a riflettere e a reagire, e in fretta: c’è bisogno di ritrovare le ragioni del vivere».

Come mai la Chiesa non ha capito, o comunque non è riuscita a trovare l’antidoto a questa deriva?
«Il primo atto d’amore è dire la verità di Cristo nel quale si trova anche la verità dell’uomo, del cosmo e della storia. E questo senza timore, anche se non è politicamente corretto. Questa verità aiuta gli uomini a stare insieme e a costruire comunità di vita e di destino, aperte a Dio, senza il quale l’uomo non si spiega a sé stesso. L’idea di una società senza Dio è contro l’uomo e non crea una società più giusta e più umana. I vari progetti anche del secolo scorso stanno fallendo».

Eppure, l’impressione è che il tentativo di confrontarsi con la modernità ci sia stato. Le manifestazioni popolari commoventi con le quali è stato celebrato Francesco dicono qualcosa, in questo senso. Jorge Bergoglio è stato un Pontefice attento a quanto si muoveva intorno e dentro la Chiesa, e ha cercato di rappresentarlo e incanalarlo.
«È vero, papa Francesco ha cercato in tutti i modi di entrare in sintonia col mondo moderno, di capirlo e di portare il Vangelo in ogni modo: con la parola, il gesto e la carità».

Sì, ma sembra quasi che lei pensi a una sorta di restaurazione.
«È il contrario. Credo che l’eredità di papa Francesco vada conservata e valorizzata guardando ai duemila anni di storia cristiana. Non si tratta di restaurare ma di continuare a costruire il grande edificio della Chiesa, affinché il campo arato e seminato porti ancora più frutti. Il Signore dice di portare il Vangelo a tutti fino ai confini della terra. In Italia, e anche nel resto dell’Europa, i giovani vogliono una chiara identità di fede perché desiderano spendere la propria vita per Gesù».

C’è chi teme una possibile ingerenza di poteri esterni sul prossimo Conclave. Lei condivide questo timore?
«Sinceramente no. C’è una bolla virtuosa che isola la Cappella Sistina. E le finestre di Casa Santa Marta che ospita i cardinali elettori sono sigillate. In più, credo che cresca la consapevolezza del grande e grave compito al quale sono chiamati i cardinali elettori, e in misura diversa e minore noi tutti».

Si parla della possibilità di un Papa italiano. L’ultimo, Giovanni Paolo I, risale al remoto 1978. Poi si sono succeduti un polacco, un tedesco e un argentino. Si dice che gli italiani possano giocare un ruolo in termini di moderazione, di capacità di ricucire tra settori oggi molto distanti e divisi, di conoscenza del governo della Chiesa.
«Il criterio di scelta non è la provenienza, ma l’intelligenza della fede, il calore del cuore, il coraggio: il resto viene di conseguenza. Con la fede, l’Occidente perde anche la ragione: bisogna saperlo. O si apre al divino, o perde le sue fondamenta, la sua ragione di essere: la sua identità rimane profondamente cristiana. Ciò potrebbe accadere anche in altre parti del mondo, in altre culture. Bisogna camminare insieme dietro al successore di Pietro al quale Cristo ha dato il compito di confermare nella fede i fratelli».

Ruini: «Serve un Papa buono, anche nel governare. Bisogna restituire la Chiesa ai cattolici. E le divisioni restano»

di Francesco Verderami – Corriere della Sera – 29 Aprile 2025

Il cardinale: «Francesco ha privilegiato i lontani a scapito dei vicini. Le istituzioni sono in parte destrutturate perché Bergoglio le voleva purificare. E le divisioni restano»

«Servirà un Papa buono, profondamente credente, dotato di attitudine nelle questioni di governo, capace di affrontare una fase internazionale delicatissima e molto pericolosa. E servirà un Papa caritatevole. Caritatevole anche nella gestione della Chiesa». Sono giorni di congregazioni e a Camillo Ruini molti chiedono consigli. Raccontano che durante i colloqui schivi certi temi, come l’argomento sulla nazionalità del futuro pontefice: «Può venire da qualunque parte del mondo. Di solito gli italiani hanno il vantaggio di essere meno condizionati dalle loro origini. Sono più universalisti. Ciò non vuol dire che gli altri non sarebbero in grado di rispondere meglio alle necessità della Chiesa. Questo è il criterio ultimo».

Non si affanna nei pronostici. A novantaquattro anni, avendo una lunga esperienza, sa che «a contare è sempre e solo il Conclave». Piuttosto insiste su un principio: «Bisogna restituire la Chiesa ai cattolici, mantenendo però l’apertura a tutti». Chiunque gli parli, conserva questa esortazione di Ruini. Dettata da una preoccupazione che le esequie di Francesco gli hanno confermato: «I funerali hanno dato l’impressione che si sia risolto il problema principale del pontificato, quello cioè della divisione della Chiesa, che in qualche modo coinvolgeva lo stesso Bergoglio. Purtroppo la divisione è rimasta, con il paradosso per cui favorevoli a Francesco sono per lo più i laici mentre contrari sono spesso i credenti».

Il fatto è che il Papa, secondo il cardinale, «con un’intenzione missionaria si era rivolto soprattutto a quanti erano distanti, con modalità che hanno irritato chi per anni si era speso a difendere le posizioni cattoliche. Francesco è sembrato cioè privilegiare i lontani a scapito dei vicini. È un gesto evangelico. Ma come nella parabola del figliol prodigo l’altro figlio protestò, così oggi c’è chi protesta nella Chiesa». Davanti al popolo «diviso tra chi vuole mantenere i valori tradizionali e chi vuole aprirsi al mondo di oggi» bisogna «agire con prudenza, per fare magari entrambe le cose. Purtroppo la popolazione ha percepito una scelta netta di Bergoglio verso l’apertura alle novità. E molti lo hanno rifiutato per rimanere fedeli alle loro convinzioni».

Non c’è dubbio che ad aver colpito Ruini sia stato il modo in cui i funerali sono stati rappresentati sui media: «Quello che non ha avuto abbastanza rilievo è che l’elemento centrale della Chiesa è Cristo, non il Papa. Altrimenti si apre un problema». E per farsi capire meglio, mette a confronto le esequie di Giovanni Paolo II con quelle di Francesco: «Alla morte di Wojtyla la gente urlava “santo subito”, mentre alla morte di Bergoglio ha urlato “grazie Francesco”. Ecco, se viene messa in ombra la dimensione trascendente non si rende un buon servizio alla Chiesa». In ogni caso Ruini non vede «il rischio di uno scisma»: «È fuori dallo spirito del tempo. La dialettica tra conservatori e progressisti è salutare, ma se si radicalizza e diventa patologica, anche senza scismi può avere effetti devastanti, paralizzando la vita della Chiesa».

La questione «più pericolosa» è però un’altra, «poco visibile all’esterno» e che si muove «in profondità». Un sintomo di essa sono «quei teologi che prendono posizioni contrarie all’ortodossia cattolica». Perciò Ruini insiste su quella che chiama «la forma cattolica della Chiesa»: da una parte «l’adesione alla dottrina», dall’altra «le strutture ecclesiali, a partire dal papato e dall’episcopato». «Sono capisaldi che oggi spesso non vengono compresi e sono contestati. Ma così si mina la certezza della Verità e si toglie la gioia della fede. Non possiamo accontentarci di una fede problematica».

È quindi sulle questioni dottrinali che lo spartito va completato per evitare l’incompiuta. «Certe affermazioni di papa Francesco potevano dare l’impressione di una grande apertura, come il famoso “chi sono io per giudicare”, riferito alle persone omosessuali, che sembrava preludere a profonde modifiche dottrinali. Su altri aspetti è andato invece in senso opposto, riuscendo — e questo è uno dei suoi grandi meriti di cui nessuno parla — a neutralizzare la contestazione ecclesiale sui punti più acuti: dall’ipotesi del sacerdozio alle donne alla illiceità dell’aborto, per la quale ha usato parole assai forti, che nessuno aveva osato pronunciare prima di lui. Così negli ultimi anni è diminuita, nelle aree ecclesiali più radicali, la simpatia nei suoi confronti».

Sfuggente sulla definizione dell’identikit del nuovo Papa, Ruini è diretto sul «compito impegnativo che sta dinnanzi a noi. Ricostruire l’unità della Chiesa, specialmente l’unità attorno al Papa, che è il punto di riferimento della comunità cattolica. È vero che le divisioni risalgono già ai tempi di Paolo VI e che Francesco si inserisce nella lunga serie dei Papi contestati. Così com’è vero che non è possibile superare del tutto questo problema. Va però affrontato». Come un altro tema, «assai delicato»: cioè «la parziale destrutturazione delle nostre istituzioni. Questo è accaduto anche perché dinnanzi alle difficoltà preesistenti — specie nella Curia — il Papa ha cercato di trovare una soluzione».

Su questo punto Ruini non concorda con l’opinione prevalente tra i critici del Papa. «Secondo me Bergoglio voleva purificare, non destrutturare. Pensiamo all’enorme problema della pedofilia, con cui si era misurato anche Benedetto XVI».

Ecco quale Chiesa erediterà il futuro pontefice, sebbene «la sua priorità dovrebbe restare comunque quella di “alimentare la fiamma della fede che in molte zone del mondo minaccia di estinguersi”». Ruini cita una famosa frase di Ratzinger per rappresentare «la sfida fondamentale che ci attende»: «E non è detto che il nuovo Papa riuscirà a superarla». Gli strumenti che avrà a disposizione saranno «l’annuncio della fede e la testimonianza della carità»: «È per la carità praticata dalla Chiesa che la gente ama e si fida di essa. Su questo Francesco si è impegnato a fondo. La carità deve però esprimersi anche nelle istituzioni ecclesiali, evitando certe inutili durezze che non sono conformi al governo di quella singolare realtà che è la Chiesa, con la sua legge fondamentale: l’amore, il perdono, la comprensione».

In ogni caso — dice sempre prima di congedarsi — «tutto dipende dalla misericordia del Signore».

DOMENICA DELLA DIVINA MISERICORDIA

Il 22 febbraio 1931 Gesù apparve a santa Faustina in una veste bianca con la mano destra benedicente e la sinistra poggiata sul petto, da cui fuoriuscivano due grandi raggi. Il Signore fece una grande promessa a tutti coloro che ne avrebbero venerato l’immagine.

Santo del giorno 27_04_2025 Ermes Dovico – La Nuova Bussola

Il 22 febbraio 1931 Gesù comunicò per la prima volta a Santa Faustina Kowalska il desiderio di una festa della Misericordia da celebrare nella prima domenica dopo la Pasqua, chiedendole di annunciare le grazie straordinarie che avrebbe concesso. Le apparve in una veste bianca con la mano destra benedicente e la sinistra poggiata sul petto, da cui fuoriuscivano due grandi raggi, uno rosso e l’altro pallido. Le ordinò di dipingere un’immagine secondo quel modello e riportante la scritta: «Gesù confido in Te». In quello stesso giorno Nostro Signore le fece una solenne promessa, valida per ogni anima pellegrina sulla terra: «Prometto che l’anima, che venererà quest’immagine, non perirà. Prometto pure già su questa terra, ma in particolare nell’ora della morte, la vittoria sui nemici. Io stesso la difenderò come Mia propria gloria».

Attraverso le rivelazioni a suor Faustina, Gesù ha chiesto ai sacerdoti di annunciare «la Mia grande Misericordia per le anime dei peccatori», domandando a ogni uomo di invocare con fiducia il Suo perdono. Dopo il 22 febbraio 1931, a riprova di quanto la Festa della Divina Misericordia sia importante nel piano salvifico, ricordò la sua richiesta alla santa in altre 14 apparizioni, dando di volta in volta nuovi elementi sul modo di celebrarla e sul perché. La scelta della prima domenica dopo Pasqua indica proprio l’intimo legame tra il mistero della Redenzione e tale festa, un legame che è reso ancora più evidente dalla sua novena («durante questa novena elargirò grazie di ogni genere», ha detto il Signore) con inizio al Venerdì Santo. Gesù ha infatti spiegato che «le anime periscono, nonostante la Mia dolorosa Passione», per il rifiuto dell’Amore divino. E con la Festa della Misericordia ha voluto offrire un’altra grande possibilità di salvezza, prima del Suo giusto giudizio.

Gesù ha promesso speciali grazie a chi riceverà degnamente l’Eucaristia nella Domenica della Divina Misericordia: «L’anima che si accosta alla confessione e alla santa Comunione, riceve il perdono totale delle colpe e delle pene». E ha aggiunto: «In quel giorno sono aperti tutti i canali attraverso i quali scorrono le mie grazie divine». Questi doni eccezionali sono, secondo padre Ignazio Rozycki (un teologo carissimo a san Giovanni Paolo II), perfino più grandi dell’indulgenza plenaria (la quale è nello specifico la remissione della pena temporale per i peccati, già rimessi quanto alla colpa) e si potrebbero equiparare a un «secondo Battesimo». La confessione può essere fatta pure qualche giorno prima. Resta ferma la necessità di comunicarsi poi in stato di grazia (perciò senza alcun peccato mortale), e adorare con fervore la Divina Misericordia, definita da Gesù «il più grande attributo di Dio».

Tra coloro che più hanno aiutato suor Faustina a diffondere la devozione alla Divina Misericordia va ricordato il beato Michele Sopocko (1888-1975), suo direttore spirituale: «Egli ti aiuterà a fare la Mia volontà sulla terra», le disse Dio attraverso una locuzione interiore. Fu lui a chiedere nel 1934 a Eugenio Kazimirowski di dipingere la prima immagine di Gesù Misericordioso. Il pittore eseguì il quadro sotto la puntigliosa supervisione della santa. E padre Sopocko lo espose per la prima volta nella cappella della Porta dell’Aurora a Vilnius dal 26 aprile al 28 aprile 1935, giorno, quest’ultimo, che coincideva con la prima domenica dopo Pasqua e in cui venne celebrata una Messa solenne.

Riguardo all’immagine dipinta da Kazimirowski c’è un particolare che può essere ricordato: santa Faustina era così rattristata dall’impossibilità di raffigurare Gesù in tutta la Sua bellezza che un giorno, a lavoro ancora in corso, scoppiò a piangere in cappella: «Chi può dipingerTi bello come sei?», disse al Signore, udendo in risposta queste parole: «Non nella bellezza dei colori né del pennello sta la grandezza di questa immagine, ma nella Mia grazia». Un’altra volta Gesù le rivelò: «Il Mio sguardo da quest’immagine è tale e quale al Mio sguardo dalla croce».

Nel 1943, cioè cinque anni dopo la nascita al Cielo di suor Faustina, un altro pittore, Adolf Hyla, si recò dalle consorelle della santa a Cracovia, offrendosi di dipingere un quadro per ringraziare Dio di aver salvato la sua famiglia dalla guerra: nacque così quella che è la versione del dipinto di Gesù Misericordioso più conosciuta oggi, diffusasi provvidenzialmente attraverso milioni di immaginette in tutto il mondo. Nel frattempo, il quadro originario di Kazimirowski veniva preservato grazie all’opera di alcuni fedeli, che negli anni bui della dittatura comunista riuscirono a evitare – in modi perfino rocamboleschi – che venisse distrutto. Nonostante ostacoli vari, la Festa della Divina Misericordia si andò sempre più radicando, fino alla sua definitiva istituzione nel 2000 ad opera di san Giovanni Paolo II.

La Russia di papa Francesco

di Stefano Caprio – Asia News – 26 Aprile 2025

Desiderava con tutta l’anima di recuperare il volto della “folle santità” della Russia, quello dei suoi monaci e dei suoi pellegrini, dei suoi grandi artisti e musicisti, dei suoi scrittori capaci di aprire orizzonti di vera unione universale. Per questo ha citato spesso Dostoevskij. Ora nella sua morte ci promette che in questa inestricabile lotta interiore tra il male e il bene nell’animo umano si rivela sempre il volto di Cristo.

Papa Francesco viene oggi onorato da capi di Stato e rappresentanti di quasi tutti i Paesi del mondo, sottolineando l’universalità del suo ruolo e della sua stessa personalità, che per tutta la vita ha saputo guardare più lontano delle abituali rotte delle attività ecclesiastiche, fino ai territori più dimenticati e “periferici”. A renderlo un punto di riferimento per tutti non sono stati soltanto i suoi numerosi viaggi apostolici, ma le sue parole e i suoi incontri, la sua capacità di comunicare con tutti senza formalismi, guardando in faccia gli interlocutori di tutti i livelli ed estrazioni sociali, nel tempo della connessione mondiale fluida e digitale.

Alla cerimonia non è presente il presidente russo Vladimir Putin, che ha inviato la sua ministra della cultura, Olga Ljubimova, e neppure il patriarca di Mosca Kirill (Gundjaev), con cui si era abbracciato fraternamente all’Avana nel 2016, anch’egli sostituito dal metropolita Antonij (Sevrjuk). Putin non può rischiare l’arresto per i crimini internazionali, e Kirill non può sedersi al fianco del suo principale avversario nel mondo ortodosso, il patriarca ecumenico di Costantinopoli, Bartolomeo (Archontonis). Eppure la Russia è una presenza forte nella cerimonia di commemorazione del pontefice scomparso, essendo stata per tutta la sua vita una terra di grande attrattiva, per la sua storia e la sua cultura, prima ancora che per i calcoli di geopolitica ecclesiastica.

Come più volte ribadito dai grandi ideologi putiniani, e dallo stesso Kirill, fanno parte del “mondo russo” non soltanto i russi etnici e i popoli storicamente legati alla Russia, ma anche tutte le persone che ammirano la grandezza dell’Eurasia, che rispettano le tradizioni religiose e culturali della Russia, ne apprezzano la lingua e la letteratura e ne condividono l’afflato della sobornost, l’unione universale dei popoli e delle terre di Oriente e Occidente. In questo senso, papa Francesco è stato senza dubbio il papa del Russkij Mir, non certo nella deriva bellica e apocalittica del putinismo ortodosso di guerra, ma nel riconoscimento di un approccio importante al dramma dell’umano, disperso in territori sconfinati e portato continuamente verso gli eccessi del bene e del male, spesso cercando il bene attraverso il male.

L’iconografia russa, di eredità bizantina, presenta una versione estrema della “prospettiva rovesciata”, quella che trova il punto di fuga non nell’orizzonte lontano, ma nell’anima dello spettatore, che viene trasfigurato dalla luce della sacra immagine di Cristo, della Madre di Dio e dei santi. È questo il modo di annunciare il Vangelo che ha vissuto l’argentino Jorge Mario Bergoglio, dalle estremità verso il cuore, dalla “fine del mondo” verso la sede di Pietro, luogo di raccolta di tutti gli aneliti e le attese dell’uomo. È la caratteristica principale della tanto ricercata “idea russa”, che sorprende proprio per il completo rovesciamento dei movimenti e dei passaggi storici. Non è solo la pittura sacra o la liturgia solenne, vissuta con un pathos sconosciuto agli stessi padri bizantini, ma è l’intera storia della Russia che costringe a ritrovare sé stessi dopo essersi irrimediabilmente perduti, come gli “ultimi” a cui il papa ha sempre cercato di rivolgersi.

Come la Rus di Kiev venne annichilita dall’invasione e dal giogo dei tataro-mongoli, così la Moscovia imperiale si è scontrata con le sue diverse anime nella guerra infinita con la Polonia e con l’Europa intera, fino all’attuale guerra in Ucraina, nel rovinoso tentativo di conquistare la Turchia fino a Gerusalemme e nello stravolgimento di ogni ideale spirituale nella rivoluzione ateista del “giogo sovietico” novecentesco. Il trentennio successivo al crollo dell’impero comunista si è rivelato nuovamente un vortice inverso della storia, riducendo la rinata religione ortodossa a strumento della distruzione e della tensione alla fine del mondo, risalendo e ripercorrendo le tragedie del passato. Tutto questo era ben chiaro nella mente di papa Francesco, che desiderava con tutta l’anima di recuperare il volto della “folle santità” della Russia, quello dei suoi monaci e dei suoi pellegrini, dei suoi grandi artisti e musicisti, dei suoi scrittori capaci di aprire orizzonti di vera unione universale.

Uno dei più decisivi tra questi scrittori fu indubbiamente Fëdor Dostoevskij, il preferito di papa Bergoglio. Il pontefice lo ha citato spesso nei suoi discorsi, ricordando le sue opere maggiori come Delitto e Castigo, I Demoni e I fratelli Karamazov, per la sua capacità di esplorare la complessità dell’animo umano e le questioni religiose e morali. La caratteristica principale di Dostoevskij era proprio la “prospettiva rovesciata” dell’animo, descrivendo personaggi che nel male più profondo erano inevitabilmente portati a scoprire una verità superiore, a riconoscere il vero volto di Dio. Francesco ha utilizzato Dostoevskij per illustrare concetti come la fede, la sofferenza, la redenzione e la guerra, come la famosa “Leggenda del Grande Inquisitore” per riflettere sulla natura della fede e della libertà umana.

In un messaggio alla Russia, il papa ha utilizzato un passaggio dei Demoni per sottolineare come la guerra sia un oltraggio a Dio. Del resto, proprio in questo romanzo si esprime il vertice della contrapposizione tra l’uomo e Dio, come nell’affermazione di uno dei rivoluzionari protagonisti del racconto, Kirillov, che afferma che “se non c’è Dio, io sono Dio”, e per sottrarsi alla Sua volontà “sono costretto ad affermare il mio libero arbitrio”. Ricordando un episodio realmente avvenuto nella Russia di metà Ottocento, il giovane spiega che “sono obbligato a spararmi, senza nessun motivo, solo per libero arbitrio”: uccidendo sé stesso, egli intende uccidere Dio. È proprio la forma “rovesciata” dell’ascesa monastica, che nelle tradizioni dell’esicasmo russo prevede “l’annullamento di sé” per lasciare spazio a Dio.

Pochi mesi dopo la sua elezione, nel dicembre 2013, papa Francesco ha citato Dostoevskij parlando della sofferenza dei bambini, uno dei temi fondamentali dei Fratelli Karamazov. Egli affermava che lo scrittore russo è come “un maestro di vita”, spiegando che “l’unica preghiera che a me viene è la preghiera del perché”, come il grido di Ivan Karamazov di ribellione a Dio e al destino, a cui cerca risposte nelle tentazioni diaboliche riproposte dal Grande Inquisitore (un cardinale cattolico) a Cristo tornato sulla terra, che va nuovamente ucciso perché non torni a donare all’uomo la libertà. Nel giugno del 2021, parlando ai seminaristi delle Marche, il pontefice consigliava di “leggere anche quegli scrittori che hanno saputo guardare dentro all’animo umano, penso ad esempio a Dostoevskij, che nelle misere vicende del dolore terrestre ha saputo svelare la bellezza dell’amore che salva”.

Per Bergoglio “queste non sono questioni per letterati, è per crescere in umanità”. Egli insisteva che “bisogna leggere i grandi umanisti, perché un sacerdote può essere molto disciplinato, può essere capace di spiegare bene la teologia, anche la filosofia, tante cose, ma se non è umano, non serve, gli manca qualcosa, gli manca il cuore… bisogna essere esperti in umanità”. Anche nell’aprile 2022, sullo sfondo della polemica da parte dell’Ucraina sulla presenza alla Via Crucis del venerdì santo di due donne, una ucraina e l’altra russa, papa Francesco citò Dostoevskij all’udienza generale, per sottolineare che “la pace di Gesù non sovrasta gli altri, non è mai una pace armata… le armi del Vangelo sono la preghiera, la tenerezza, il perdono e l’amore gratuito al prossimo, l’amore a ogni prossimo”.

Nel maggio 2023, ricevendo in udienza i partecipanti al convegno promosso dalla rivista La Civiltà Cattolica con la Georgetown University sul tema “L’estetica globale dell’immaginazione cattolica”, parlò dell’ortodosso Dostoevskij quando affermava che “tante volte le inquietudini sono seppellite in fondo al cuore”. Quindi citò un passaggio dei Fratelli Karamazov in cui si racconta di “un bambino, piccolo, figlio di una serva, che lancia una pietra e colpisce la zampa di uno dei cani del padrone. Allora il padrone aizza tutti i cani contro il bambino, lui scappa e prova a salvarsi dalla furia del branco, ma finisce per essere sbranato sotto gli occhi soddisfatti del generale e quelli disperati della madre”. Secondo il papa “questa scena ha una potenza artistica e politica tremenda, parla della realtà di ieri e di oggi, delle guerre, dei conflitti sociali, dei nostri egoismi personali, della contraddittorietà dell’esistenza”.

Dostoevskij interveniva anche nei dibattiti pubblici, affermando la necessità di conquistare la Turchia, la Terrasanta e il mondo intero, unendo gli slavi e quindi gli altri popoli per realizzare la salvezza russa delle anime, anticipando le teorie più estreme del “mondo russo”. Lo scrittore non riportava però soltanto queste tensioni distruttive nei suoi romanzi, ma anche tutte quelle contrarie e differenti, e non si poteva mai capire a quale dei personaggi volesse identificarsi. Forse l’eroe più simbolico di tutta la sua letteratura è proprio L’Idiota, impersonato dal principe Myškin malato di epilessia, che giunge dall’Europa in Russia per annunciare una nuova visione del Vangelo, e criticando i cattolici che “ci hanno condotto all’ateismo”, infine proclama: “mostrate al russo il mondo russo, fate che egli trovi quell’oro, quel tesoro che la sua terra gli nasconde. Mostrategli nel lontano avvenire il rinnovamento di tutto il genere umano anzi, la sua resurrezione in virtù dell’unica idea russa, del Dio russo, del Cristo russo, e vedrete quale possente gigante di giustizia, di saggezza e di amore si presenterà al cospetto del mondo stupefatto e atterrito. Stupefatto e atterrito perché, da noi, il mondo si aspetta il ferro e il fuoco… si aspetta la violenza perché, utilizzando il proprio metro di giudizio, non sa descriverci se non immaginandoci simili ai barbari. Così è sempre stato e così sarà ancora domani, in misura sempre maggiore”.

La Russia di papa Francesco è quella di Dostoevskij e tanti altri uomini d’arte e di cultura, la Russia che cerca una nuova resurrezione, anche “mettendo il mondo a ferro e fuoco”. Nella sua morte, il grande papa “russofilo” ci promette che in questa inestricabile lotta interiore tra il male e il bene nell’animo umano si rivela sempre il volto di Cristo, il salvatore di ciascun uomo e di ciascun popolo, cominciando sempre dagli ultimi.

Le «frecciate» ai politici, la rotta indicata al Conclave: il messaggio dell’omelia del cardinal Re, ai funerali di Francesco

di Gian Guido Vecchi – Corriere della Sera – 26 Aprile 2025

Il cardinal Re ripercorre le tappe del pontificato, e della vita, di Francesco davanti ai Grandi della Terra, che spesso lo hanno ignorato o contestato. E indica i punti «irreversibili»: «Ha ribadito che la Chiesa è una casa aperta a tutti, capace di chinarsi su ciascuno, al di là di ogni credo e condizione»

TOPSHOT - Italian cardinal Giovanni Battista Re officiates the mass in front of the coffin of late Pope Francis at the start of the funeral ceremony at St Peter's Square in The Vatican, on April 26, 2025. (Photo by Andreas SOLARO / AFP)

CITTÀ DEL VATICANO – «”Nessuno si salva da solo”. Di fronte all’infuriare delle tante guerre di questi anni, con orrori disumani e con innumerevoli morti e distruzioni, Papa Francesco ha incessantemente elevata la sua voce implorando la pace e invitando alla ragionevolezza, all’onesta trattativa per trovare le soluzioni possibili, perché la guerra – diceva – è solo morte di persone, distruzioni di case, ospedali e scuole». 

Il cardinale Giovanni Battista Re, lo sguardo fermo e una voce che non lascia sospettare i suoi novantun anni, ripercorre nell’omelia per i funerali del Papa (qui il testo integrale) i momenti fondamentali del pontificato di Francesco davanti ai Grandi della Terra che spesso lo hanno ignorato, o contestato. 

«La guerra lascia sempre il mondo peggiore di come era precedentemente: essa è per tutti sempre una dolorosa e tragica sconfitta. “Costruire ponti e non muri” è un’esortazione che egli ha più volte ripetuto e il servizio di fede come Successore dell’Apostolo Pietro è stato sempre congiunto al servizio dell’uomo in tutte le sue dimensioni».

Vale per Bergoglio ciò che diceva di sé Hélder Câmara, arcivescovo brasiliano che fu più volte minacciato negli anni della dittatura militare e veniva chiamato il «vescovo rosso» per il suo impegno in favore dei poveri: «Se do un pane a una persona affamata, la gente dice che sono un santo. Se chiedo perché questa persona ha fame, mi dicono che sono un comunista». 

Così, nell’omelia, il Decano del Collegio cardinalizio scandisce: «È stato un Papa in mezzo alla gente con cuore aperto verso tutti». E ricorda: «Innumerevoli sono i suoi gesti e le sue esortazioni in favore dei rifugiati e dei profughi. Costante è stata anche l’insistenza nell’operare a favore dei poveri». 

Un lungo applauso di leva dalla piazza, quando il cardinale Re aggiunge: «È significativo che il primo viaggio di Papa Francesco sia stato quello a Lampedusa, isola simbolo del dramma dell’emigrazione con migliaia di persone annegate in mare. Nella stessa linea è stato anche il viaggio a Lesbo, insieme con il Patriarca Ecumenico e con l’Arcivescovo di Atene, come pure la celebrazione di una Messa al confine tra il Messico e gli Stati Uniti, in occasione del suo viaggio in Messico». 

Si vedono fedeli commossi, quando conclude: «Caro Papa Francesco, ora chiediamo a Te di pregare per noi e che dal cielo Tu benedica la Chiesa, benedica Roma, benedica il mondo intero, come domenica scorsa hai fatto dal balcone di questa Basilica in un ultimo abbraccio con tutto il popolo di Dio, ma idealmente anche con l’umanità che cerca la verità con cuore sincero e tiene alta la fiaccola della speranza».

La bara di cipresso è stata deposta sul sagrato di San Pietro, davanti all’altare, alle 10,10. L’arcivescovo Diego Ravelli, maestro delle celebrazioni, vi ha posato sopra un grande libro rosso, l’Evangeliario con i Vangeli di Matteo, Marco, Luca e Giovanni.

 Dal quarto Vangelo si sono letti i versetti con le parole sul della vita rivolte da Gesù a Pietro: «In verità, in verità ti dico: quando eri più giovane ti cingevi la veste da solo, e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti cingerà la veste e ti porterà dove tu non vuoi». 

Ed ora il cardinale Re ripercorre la parabola del pontificato, fino alla fine: «Il plebiscito di manifestazioni di affetto e di partecipazione, che abbiamo visto in questi giorni dopo il suo passaggio da questa terra all’eternità, ci dice quanto l’intenso Pontificato di Papa Francesco abbia toccato le menti ed i cuori. La sua ultima immagine, che rimarrà nei nostri occhi e nel nostro cuore, è quella di domenica scorsa, Solennità di Pasqua, quando Papa Francesco, nonostante i gravi problemi di salute, ha voluto impartirci la benedizione dal balcone della Basilica di San Pietro e poi è sceso in questa piazza per salutare dalla papamobile scoperta tutta la grande folla convenuta per la Messa di Pasqua».

Ma nelle parole del Decano c’è anche un passaggio che indica la rotta ai cardinali che concelebrano la Messa esequiale e nei prossimi giorni continueranno a riunirsi prima di entrare nel conclave ed eleggere il successore. Nel pontificato di Francesco, come in ogni pontificato, c’è qualcosa di irreversibile, come un testimone che il Papa venuto «quasi dalla fine del mondo» consegna a chi arriverà dopo di lui: «È stato
un Papa in mezzo alla gente con cuore aperto verso tutti
. Inoltre è stato un Papa attento al nuovo che emergeva nella società ed a quanto lo Spirito Santo suscitava nella Chiesa», chiarisce. 

Qui sta il punto centrale: «Il filo conduttore della sua missione è stata la convinzione che la Chiesa è una casa per tutti, una casa dalle porte sempre aperte. Ha più volte fatto ricorso all’immagine della Chiesa come “ospedale da campo” dopo una battaglia in cui vi sono stati molti feriti; una Chiesa desiderosa di prendersi cura con determinazione dei problemi delle persone e dei grandi affanni che lacerano il mondo contemporaneo; una Chiesa capace di chinarsi su ogni uomo, al di là di ogni credo o condizione, curandone le ferite» .

MIRACOLO IN SAN PIETRO

Ucraina, la pace passa per San Pietro. Trump e Zelensky rilanciano i negoziati

(VATICAN NEWS 26 APRILE 2025)

I funerali di Papa Francesco, nella Basilica vaticana, sono stati occasione per un incontro tra i presidenti di Stati Uniti e Ucraina, sul futuro nel Paese martoriato da oltre tre anni di guerra e costantemente nelle preghiere del defunto Pontefice. Un colloquio, secondo Zelensky, che ha il potenziale per “diventare storico” se si raggiungeranno “risultati congiunti”

Valerio Palombaro – Città del Vaticano

Tra le tante immagini che resteranno dell’ultimo saluto a Papa Francesco, oltre a quelle delle esequie del Pontefice, c’è sicuramente quella che ritrae il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, e quello dell’Ucraina, Volodymyr Zelensky, seduti uno di fronte all’altro in un angolo della basilica di San Pietro. Un incontro annunciato, poi messo in dubbio da una possibile assenza del secondo, e infine avvenuto. Si tratta del primo faccia a faccia tra i due, durato 15 minuti, dopo quello drammatico avvenuto in mondovisione nello studio ovale della Casa Bianca, dalla quale Zelensky era andato via senza partecipare alla conferenza stampa.

Un colloquio “molto produttivo”

Il colloquio, secondo il direttore delle comunicazioni della Casa Bianca, Steve Cheung, sarebbe stato «molto produttivo». La presidenza ucraina ha inoltre diffuso una fotografia di un altro breve colloquio tra Trump e Zelensky in Vaticano, questa volta allargato al premier britannico Keir Starmer e al presidente francese Emmanuel Macron. Secondo il portavoce presidenziale ucraino, Serhii Nikiforov, Zelensky e Trump hanno concordato di portare avanti i negoziati. Zelensky, scrivendo su X, ha parlato di un «buon incontro» che «potrebbe diventare storico se si raggiungessero risultati congiunti». Il presidente ucraino ha in particolare auspicato “un cessate il fuoco completo e incondizionato” e “una pace affidabile e duratura che impedisca lo scoppio di un’altra guerra”.

La controfferta ucraina

Secondo il «New York Times», nel colloquio si è parlato anche della controfferta ucraina alla proposta della Casa Bianca per mettere fine alla guerra. Un piano che prevederebbe il dispiegamento di un «contingente di sicurezza europeo» sostenuto dagli Usa, senza menzionare la piena restituzione dei territori occupati dalla Russia, né l’adesione di Kyiv alla Nato, due questioni che Zelensky ha da tempo dichiarato non negoziabili. Da Mosca, intanto, il portavoce del Cremlino, Dmitrj Peskov, ha annunciato che il capo di Stato maggiore russo ha informato Putin sul «completamento dell’operazione» per liberare la regione russa di Kursk, parzialmente occupata dagli ucraini dall’agosto 2024. Tanti altri brevi incontri bilaterali si sono svolti oggi in occasione del funerale di Francesco. La presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha diffuso tramite i suoi profili social una foto della stretta di mano odierna con Trump. La titolare dell’esecutivo europeo e il presidente statunitense – nel loro breve scambio in piazza San Pietro – hanno concordato di incontrarsi nuovamente, ha sottolineato la portavoce di Von der Leyen, Paula Pinho. Segnali incoraggianti sulla scelta della via del dialogo, particolarmente significativi nell’attuale contesto segnato dai dazi e dalle tensioni internazionali.

I funerali di Papa Francesco il 26 aprile sul sagrato di San Pietro

Alle ore 10, primo giorno dei Novendiali, sul sagrato della Basilica sarà celebrata la Messa esequiale del Pontefice Francesco, secondo quanto previsto nell’Ordo Exsequiarum Romani Pontificis. La liturgia esequiale presieduta dal cardinale decano Re. Di seguito il feretro sarà portato nella Basilica di San Pietro e da lì nella Basilica di Santa Maria Maggiore per la tumulazione

Vatican News

Si terrà il prossimo sabato 26 aprile 2025, alle ore 10, primo giorno dei Novendiali, sul sagrato della Basilica di San Pietro, la Messa esequiale di Papa Francesco, secondo quanto previsto nell’Ordo Exsequiarum Romani Pontificis. Lo rende noto l’Ufficio delle Celebrazioni Liturgiche, riferendo che la liturgia esequiale sarà presieduta dal cardinale Giovanni Battista Re, Decano del Collegio Cardinalizio. Al termine della celebrazione eucaristica avranno luogo l’Ultima commendatio e la Valedictio.  

Diversi capi di Stato e di governo hanno annunciato la loro partecipazione, tra cui il presidente del Consiglio italiano, Giorgia Meloni. Prevista poi la presenza dei presidenti Zelensky, Trump, Lula, Macron, Milei, Steinmeier.

La traslazione nella Basilica di San Pietro

Domani, mercoledì 23 aprile, si terrà la traslazione in San Pietro della salma del Pontefice. Alle ore 9 la bara con il defunto sarà portata dalla Cappella della Domus Sanctæ Marthæ alla Basilica vaticana, sempre secondo quanto previsto nell’Ordo Exsequiarum Romani Pontificis. Dopo il momento di preghiera, presieduto dal cardinale Kevin Joseph Farrell, camerlengo di Santa Romana Chiesa, ha inizio la traslazione.

La processione percorrerà la Piazza Santa Marta e la Piazza dei Protomartiri Romani; dall’Arco delle Campane uscirà in Piazza San Pietro ed entrerà nella Basilica Vaticana attraverso la porta centrale. Presso l’altare della Confessione il camerlengo presiederà la Liturgia della Parola, al termine della quale avranno inizio le visite alla salma di Papa Francesco. 

Secondo le indicazioni fornite – diffuse dalla Sala Stampa della Santa Sede – alle ore 9 di domattina, la Basilica resterà aperta ai fedeli che vogliono visitare la salma del Pontefice nei seguenti orari: mercoledì 23 aprile dalle ore 11 alle 24; giovedì 24 aprile dalle ore 7 alle 24; venerdì 25 aprile dalle ore 7 alle 19.

Pagina 95 di 156

Radio Maria ETS - Via Milano 12, 22036 Erba (Co) - CF 94023530150

Privacy policy