
di Gian Guido Vecchi – Corriere della Sera – 19 Dicembre 2024
Il Giubileo della Speranza, annunciato da una Bolla papale ispirata alla Lettera di San Paolo, si apre con l’apertura della Porta Santa il 24 dicembre 2024
«Se’ tu già costì ritto,/ se’ tu già costì ritto, Bonifazio?». Dante lo detestava, con ottime ragioni, e gli aveva riservato un posto all’inferno in compagnia di altri tre papi del suo tempo. Tra i simoniaci della terza bolgia, ficcato in una buca a testa in giù, il predecessore Niccolò III non può vedere chi sta arrivando e s’inganna: sei già qui, Bonifacio? Perfino il poeta, tuttavia, non aveva voluto mancare all’evento ideato da papa Caetani, lo stesso personaggio poco raccomandabile che nel Mistero buffo di Dario Fo minaccia di appendere gli oppositori per la lingua e viene preso a pedate da Gesù. Proprio Bonifacio VIII, il 22 febbraio 1300, s’era inventato il primo Giubileo cristiano e la descrizione che ne fa Dante mostra come l’aspetto di Roma, sette secoli fa, non fosse poi così diverso da quello che già in questi giorni si annuncia per l’anno prossimo: nel XVIII dell’Inferno descrive la congestione di Malebolge e la paragona alla marea di pellegrini che «l’anno del Giubileo» attraversava in due flussi opposti ponte Sant’Angelo, una descrizione così vivida da far pensare a un testimone oculare.
In effetti va così da allora, c’è poco da fare. Di là dal traffico infernale e dall’immancabile giro d’affari, tuttavia, l’essenziale del Giubileo 2025 sta altrove, almeno nelle intenzioni di Francesco.
La Porta Santa di San Pietro si aprirà 24 dicembre e sarà chiusa il 6 gennaio 2026 come un invito alla speranza, nonostante la moltiplicazione dei conflitti e il pericolo di una guerra mondiale, «è troppo sognare che le armi tacciano e smettano di portare distruzione e morte?», nonostante le miserie e le iniquità crescenti, nonostante il disprezzo per la vita e il calo della natalità o la devastazione dello stesso pianeta, nonostante problemi e dolori di giovani e anziani, malati e migranti, nonostante tutto ciò che elenca lo stesso pontefice nella Bolla di indizione: «Ora è giunto il tempo di un nuovo Giubileo, nel quale spalancare ancora la Porta Santa per offrire l’esperienza viva dell’amore di Dio, che suscita nel cuore la speranza certa della salvezza in Cristo».
La Bolla prende il titolo da un passo della Lettera ai romani, san Paolo che incoraggia i credenti: Spes non confundit, «la speranza non delude».
La solennità dell’occasione, certo. Ma nelle parole di Bergoglio c’è anche la consapevolezza di andare controcorrente in un mondo che, soprattutto nelle terre dove il cristianesimo è più antico, tende a considerare la Chiesa sempre più con indifferenza, se non con disprezzo. Lo ha detto con chiarezza a fine settembre, a Bruxelles, nel cuore dell’Europa secolarizzata: «I cambiamenti della nostra epoca e la crisi della fede che sperimentiamo in Occidente ci hanno spinto a ritornare all’essenziale, cioè al Vangelo. Come possiamo far arrivare il Vangelo in una società che non lo ascolta più o si è allontanata dalla fede?».
Per questo non sono previsti grandi eventi spettacolari ma piuttosto una successione di incontri con le persone, giovani e anziani, volontari e forze di polizia, lavoratori e imprenditori e così via, compreso il pellegrinaggio dell’associazione Tenda di Gionata che il 6 settembre porterà a Roma i cristiani Lgbtq. Perché Francesco lo dice di continuo: «Nella Chiesa c’è posto per tutti, tutti, tutti».
Si tratta di ricominciare dai fondamentali, il kérygma, l’annuncio delle origini. Le porte sante, ad esempio.
Il Papa, come da tradizione, le aprirà nelle quattro basiliche papali di Roma: dopo San Pietro, la vigilia di Natale, il 29 dicembre andrà a San Giovanni in Laterano, il 1° gennaio 2025 a Santa Maria Maggiore e il 5 gennaio a San Paolo fuori le Mura.
Ma la vera novità sarà l’apertura di una porta santa all’interno di una prigione: il 26 dicembre, nel carcere romano di Rebibbia. Fin dall’inizio del pontificato, alla Giornata mondiale della gioventù di Rio de Janeiro, ai ragazzi che gli chiedevano cosa fare della loro vita Francesco aveva riposto, asciutto: «Leggete le Beatitudini e il capitolo 25 di Matteo. Lì c’è tutto».
Il capitolo 25 di Matteo è quello nel quale Gesù parla del Giudizio universale e dell’atteggiamento che distinguerà i giusti dai dannati: «Ero in carcere e siete venuti a trovarmi», dice tra l’altro. È la prima porta santa in prigione, ma Francesco non è nuovo alle sorprese, nel 2015 il Giubileo straordinario della misericordia iniziò fuori Roma: il 29 novembre, aprì la porta santa a Bangui, nella Repubblica centrafricana in guerra civile.
Per la Chiesa, del resto, partecipare al Giubileo significa ottenere l’indulgenza plenaria, cioè la remissione della «pena temporale» per i peccati: la dottrina del Purgatorio era stata definita nel secondo concilio di Lione del 1274, Bonifacio VIII prometteva uno sconto di pena.
Ma è la stessa radice ebraica del Giubileo a custodire il senso essenziale della liberazione. La parola stessa deriva dall’ebraico yobel, il «corno di ariete» che annunciava come una tromba l’inizio dell’anno giubilare. Era una sorta di grande sabato nel corso del tempo che il popolo ebraico scandiva in periodi di cinquant’anni anziché in secoli, secondo le disposizioni di Dio a Mosè nel Levitico. E aveva conseguenze concrete: il riposo della terra; la remissione dei debiti e la restituzione dei terreni venduti, la liberazione degli schiavi.
Anche per questo l’arcivescovo Rino Fisichella, pro prefetto (il prefetto è il Papa) del dicastero per l’evangelizzazione e responsabile dell’organizzazione, fa notare che «la grande intuizione della Bolla non è solo l’annuncio della speranza ma i segni concreti di speranza e di misericordia che tutti siamo chiamati a compiere, a cominciare dai grandi della Terra: condonare il debito dei Paesi poveri, guardare ai tanti che muoiono di fame mentre si spendono risorse finanziarie destinate alla violenza della guerra, prevedere forme di amnistia o condono della pena». Si attendono più di trenta milioni di pellegrini, a Roma. Anche questo è andare controcorrente: «Viviamo una cultura che parla poco di perdono mentre aumentano sempre di più i casi di rancore e odio. Fin dai primi secoli, misericordia e perdono erano sinonimi. Il Giubileo è l’occasione di ripercorrere la grande strada del perdono che ci viene da Dio».